di Anna Bandettini

Si potrebbe partire dal Duomo perché lì, sul tempio di Minerva, c’era la basilica dedicata a Santa Tecla, energica protocristiana, e prima ancora a Santa Pelagia. Poi si potrebbe continuare verso Palazzo Marino dove, si dice, nacque Marianna de Leyva, la Monca di Monza, e ricordare che il dirimpettaio Teatro alla Scala si chiama così perché lì c’era la chiesa di Santa Maria alla Scala dedicata a Regina della Scala, abile politica in anni feudali. E ancora: via Bigli 21 dove la contessa Maffei, patriota e letterata, nella prima metà dell’800 aprì il salotto alle menti migliori, via Borgospesso, Palazzo Olivazzi-Trivulzio, altro salotto-pensatoio di Vittoria Cima della Scala, Montenapo 15, casa della cantante Giuditta Pasta, via Brera, Bar Giamaica dove andava Nanda Vigo…

Donne attive, reali, generose e non rassegnate che hanno fatto la cultura di Milano. Ma in città non ce n’è (quasi) traccia, rare le iscrizioni, pressoché nulla la memoria. Ne parlava alla Libreria delle donne, giorni fa, con Micol Nardi, Lorenza Minoli, architetta che sta progettando una guida di Milano al femminile e in passato ha organizzato anche dei tour. L’occasione era il laboratorio “La città del primum vivere” che elabora iniziative su questa memoria ritrovata della città. C’è però un aspetto pubblico di quel lavoro che andrebbe girato al Comune: si possono, per esempio, fare più targhe commemorative nei luoghi dove le donne hanno prodotto cultura? E per cominciare, si può allargare il nome “Vicolo dei Lavandai” anche alle lavandaie? Perché se la confraternita era al maschile, coloro che stavano inginocchiate sul “brellin” di legno a strofinare i panni erano le donne.

(Repubblica, 8 febbraio 2017)


Un marito che picchia la moglie compie un reato? In molti paesi questa domanda non richiede ulteriori discussioni. Ma non in Russia, dove la duma (il parlamento) ha votato a favore della depenalizzazione della violenza domestica, a meno che non si tratti di aggressioni ripetute o di un atto che provoca gravi danni alla salute.

La modifica, approvata dal presidente Putin, rientra nel quadro del ritorno al tradizionalismo appoggiato dallo stato che caratterizza il terzo mandato presidenziale di Vladimir Putin. E la norma mette in luce profonde discrepanze all’interno del paese, dove in molti accettano ormai la nozione liberale dei diritti individuali, mentre altri stanno andando in direzione contraria.

Gli attivisti denunciano che la depenalizzazione legittimerà gli abusi. “Il messaggio generale lanciato ai cittadini russi è che la violenza domestica non è un reato”, dice Andrei Sinelnikov dell’organizzazione Anna Centre, che si occupa di prevenzione della violenza.

Picchiare in nome delle sacre scritture
Il dibattito è cominciato nel 2016, quando il governo ha depenalizzato le percosse, la forma meno violenta di aggressione prevista dal codice penale russo. La Russia è uno dei tre paesi in Europa e in Asia Centrale a non prevedere leggi specifiche sulla violenza domestica.

Questa forma di violenza è invece trattata come qualsiasi altra forma di aggressione, ignorando il fatto che mogli e bambini sono più vulnerabili di altre vittime. Quando però lo scorso mese di giugno la duma ha depenalizzato le percosse, ha deciso di escludere dal provvedimento gli abusi domestici, soggetti invece a una pena massima di due anni, la stessa prevista per le offese a sfondo razziale.

Quella decisione ha soddisfatto le organizzazioni della società civile favorevoli a regole più dure. Ma la chiesa ortodossa russa ha reagito con rabbia, sostenendo che le sacre scritture e la tradizione russa considerano “l’uso ragionevole e amorevole della punizione fisica come una parte essenziale dei diritti concessi ai genitori da Dio in persona”. Nel frattempo, i gruppi conservatori hanno cominciato a preoccuparsi che i genitori potessero finire in carcere: secondo loro è sbagliato punire i genitori che picchiano il figlio con più severità rispetto a un vicino di casa accusato di aggressione.

Se le aggressioni dovessero ripetersi sarebbero considerate reati penali, ma solo se avvenute entro un anno dalla prima

Le pressioni esercitate da questi gruppi hanno spinto i deputati ad avanzare una proposta di legge che trasforma la prima denuncia di poboi – percosse che non provocano danni permanenti – in una violazione di tipo amministrativo che determina una multa di trentamila rubli (circa 470 euro), l’assegnazione a lavori socialmente utili o 15 giorni di carcere. Il provvedimento riporta inoltre questo reato nell’ambito dei “procedimenti privati”, in cui tocca alla vittima raccogliere prove e promuovere un’azione legale.

Se le aggressioni dovessero ripetersi sarebbero considerate reati penali, ma solo se avvenute entro un anno dalla prima, e questo dà ai violenti la possibilità di picchiare i familiari una volta all’anno. Secondo il presidente della duma Vyacheslav Volodin, questo provvedimento contribuirà a costruire “famiglie più forti”. La proposta di legge è stata approvata in seconda lettura lo scorso 25 gennaio, conquistando 385 voti su 387. È stata firmata il 7 febbraio dal presidente Putin.

Secondo Anna Zhavnerovic non è vero che tollerando la violenza domestica si possano avere famiglie più forti. Zhavnerovic è una giornalista che scrive di costume e società a Mosca, e per molti anni ha vissuto assieme al suo compagno, con cui parlava anche di matrimonio. Una notte, nel dicembre del 2014, hanno affrontato l’ipotesi di separarsi. Il suo compagno l’ha picchiata violentemente. È riuscita a farlo condannare grazie ad alcuni avvocati che l’hanno aiutata dopo aver letto il suo racconto online. “Le persone pensano che non possa succedere a loro”, dice Zhavnerovich. “Si aggrappano a un’illusione di sicurezza”.

Un passo indietro
La violenza domestica ha profonde radici culturali. Un vecchio proverbio russo recita: “Se ti picchia vuol dire che ti ama”. “La violenza non è solo la norma, è il nostro stile di vita”, dice Alena Popova, attivista che si batte per una legge contro la violenza domestica. È difficile misurare la portata del problema, ma secondo il ministero dell’interno russo, il 40 per cento dei reati violenti accade all’interno delle famiglie. Più del 70 per cento delle donne che chiamano il numero verde dell’Anna centre non sporge denuncia alla polizia. La pratica del procedimento privato, che costringe le vittime a destreggiarsi tra mille ostacoli burocratici, è particolarmente scoraggiante. “È un girone infernale, va avanti all’infinito”, dice Natalia Tunikova, che ha cercato senza riuscirci di fare causa all’uomo che in base alla sua denuncia l’aveva maltrattata.

Eppure c’è una maggiore consapevolezza rispetto alla questione, in parte grazie al lavoro delle associazioni di base. “L’idea che ‘è colpa sua’, ossia della donna, non è più accettata a priori”, dice Zhavnerovich (cosa abbastanza curiosa, la giornalista è a favore della nuova legge perché secondo lei molte più donne si faranno avanti se non avranno paura che i loro compagni possano finire in una delle durissime prigioni della Russia). L’anno scorso in Russia e in Ucraina migliaia di persone hanno condiviso le loro storie di abusi e violenze partecipando a #iamnotafraidtospeak un flashmob organizzato sui social network.

Neppure gli ultraconservatori russi temono di parlare. Elena Mizulina, senatrice nota per aver promosso una legge contro la “propaganda gay”, ha appoggiato le recenti modifiche, sostenendo che “le donne non si sentono offese se vedono un uomo che picchia sua moglie”. I sostenitori della depenalizzazione inoltre pensano anche che le vicende interne a una famiglia non debbano interessare allo stato. “La famiglia è un ambiente delicato in cui le persone dovrebbero cercare di risolvere da sole i loro problemi”, dice Maria Mamikonyan, a capo del movimento Resistenza dei genitori russi, che ha raccolto migliaia di firme a favore del provvedimento.

In un paese segnato dal comunismo, dove un tempo lo stato invadeva tutto e le famiglie non avevano praticamente alcuna riservatezza, simili sensibilità sono comprensibili. In parte l’opposizione alle leggi sulla violenza domestica deriva dal timore razionale di conferire ai corrotti poliziotti e giudici russi un potere ancora maggiore sulla vita delle famiglie.

Secondo i critici, le opinioni dei conservatori affonderebbero le loro radici nel Domostroi, un insieme di regole familiari tradizionali in vigore all’epoca di Ivan il Terribile. Mamikonyan non è d’accordo. Ciò che vogliono non è un ritorno al medioevo, ma solo un ritorno ai valori “che la civiltà europea rispettava nel diciannovesimo e nel ventesimo secolo”. Per molte donne russe questo rappresenta comunque un enorme passo indietro.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è uscito sul settimanale britannico The Economist.

(Internazionale 08 Febbraio 2017)

Dal 08 Febbraio 2017 al 14 Maggio 2017

Luogo: Fondazione Prada  Milano

Telefono per informazioni: +39 02 5666 2611

Sito ufficiale: http://www.fondazioneprada.org

Curatori: Thought Council della Fondazione Prada

Il lavoro di Pamela Rosenkranz esplora le modalità attraverso le quali i processi fisici e biologici influenzano l’arte. La sua nuova installazione per “Slight Agitation”, dal titolo Infection, si basa sull’azione di un parassita attivo a livello neurologico, che colpirebbe circa il 30% della popolazione mondiale. Un’imponente montagna di sabbia è realizzata all’interno dei vasti spazi della Cisterna, creando un confronto con la sua architettura industriale. Il materiale naturale è intriso di una fragranza ottenuta da feromoni di gatto ricreati in laboratorio, capaci di attivare specifiche reazioni di attrazione e repulsione a livello biologico e di influenzare in maniera subconscia il movimento dei visitatori. Una luce verde RGB illumina dall’alto questa enorme massa alterata chimicamente e ne fa evaporare lentamente il profumo.

Dopo l’installazione di Tobias Putrih che riguardava i concetti di gioco, politica ed emancipazione, il capitolo realizzato da Pamela Rosenkranz sviluppa ulteriormente il tentativo del Thought Council di sollecitare reazioni a livello mentale e corporeo e creare esperienze sensoriali e spaziali. Il suo intervento può essere osservato e vissuto a distanze diverse, che modificano la percezione dell’architettura della Cisterna stessa. La pianta circolare dell’installazione e la ricerca scientifica alla base del progetto rimandano indirettamente alla funzione originaria di questo spazio, che in passato ospitava i serbatoi utilizzati per la fermentazione alcolica. La luce verde che filtra attraverso le vetrate della Cisterna trasforma l’intero edificio in una teca, percepita dall’esterno come un oggetto luminoso, creando un effetto che si intensifica con il buio.
I visitatori possono quindi avere un’esperienza diretta e personale dell’installazione da diverse prospettive, enfatizzando le qualità formali della Cisterna: la struttura, l’imponenza e l’atmosfera misteriosa. Una sensazione di incertezza causata da una reazione biologica e da una pluralità di contrasti (profumo e odore, caldo e freddo, densità e vuoto, luce e buio) attiva tutti i sensi. L’installazione di Pamela Rosenkranz sviluppa ulteriormente gli obiettivi di “Slight Agitation”, offrendo al pubblico la possibilità di vivere una nuova esperienza coinvolgente e collettiva.

Il lavoro di Pamela Rosenkranz esplora le modalità attraverso le quali i processi fisici e biologici influenzano l’arte. La sua nuova installazione per “Slight Agitation”, dal titolo Infection, si basa sull’azione di un parassita attivo a livello neurologico, che colpirebbe circa il 30% della popolazione mondiale. Un’imponente montagna di sabbia è realizzata all’interno dei vasti spazi della Cisterna, creando un confronto con la sua architettura industriale. Il materiale naturale è intriso di una fragranza ottenuta da feromoni di gatto ricreati in laboratorio, capaci di attivare specifiche reazioni di attrazione e repulsione a livello biologico e di influenzare in maniera subconscia il movimento dei visitatori. Una luce verde RGB illumina dall’alto questa enorme massa alterata chimicamente e ne fa evaporare lentamente il profumo.

Dopo l’installazione di Tobias Putrih che riguardava i concetti di gioco, politica ed emancipazione, il capitolo realizzato da Pamela Rosenkranz sviluppa ulteriormente il tentativo del Thought Council di sollecitare reazioni a livello mentale e corporeo e creare esperienze sensoriali e spaziali. Il suo intervento può essere osservato e vissuto a distanze diverse, che modificano la percezione dell’architettura della Cisterna stessa. La pianta circolare dell’installazione e la ricerca scientifica alla base del progetto rimandano indirettamente alla funzione originaria di questo spazio, che in passato ospitava i serbatoi utilizzati per la fermentazione alcolica. La luce verde che filtra attraverso le vetrate della Cisterna trasforma l’intero edificio in una teca, percepita dall’esterno come un oggetto luminoso, creando un effetto che si intensifica con il buio.
I visitatori possono quindi avere un’esperienza diretta e personale dell’installazione da diverse prospettive, enfatizzando le qualità formali della Cisterna: la struttura, l’imponenza e l’atmosfera misteriosa. Una sensazione di incertezza causata da una reazione biologica e da una pluralità di contrasti (profumo e odore, caldo e freddo, densità e vuoto, luce e buio) attiva tutti i sensi. L’installazione di Pamela Rosenkranz sviluppa ulteriormente gli obiettivi di “Slight Agitation”, offrendo al pubblico la possibilità di vivere una nuova esperienza coinvolgente e collettiva.

di Bia Sarasini

Sarà un gran giorno, l’8 marzo 2017. Sulla base dello slogan “Se la mia vita non vale, io sciopero” in ben 23 paesi, compreso il nostro, è indetto un “sciopero delle donne”. Uno sciopero che non è solo simbolico, ma reale. L’obiettivo è fermare tutto, bloccare il Paese.

In Italia e non solo. Di questo hanno parlato le duemila donne riunite in assemblea a Bologna, lo scorso weekend, convocate da non UnaDiMeno, il coordinamento di collettivi e organizzazioni che già il 26 novembre ha portato almeno 400.000 donne a manifestare a Roma contro la violenza maschile. Ma ci saranno ben 22 paesi in sciopero, l’8 marzo. Tutto parte dall’Argentina, ultimi ad aderire gli Stati Uniti, sulla spinta della “Women’s March on Washington” del 26 gennaio scorso. Un appassionato confronto, a Bologna, sui temi della violenza contro le donne, si è preparato il piano-antiviolenza, e sui temi dello sciopero. Cosa vuol dire scioperare? Chi partecipa, come si indice?

E se va notato, ancora una volta, che l’informazione mainstream ha mancato un evento politico di prima grandezza – del resto anche la marcia statunitense è stata attivata dai social, non da tv e da carta stampata – sarebbe un peccato che la sottovalutazione mediatica trascinasse con sé anche una sottovalutazione politica. Cosa è questo sciopero? Come si mette in pratica?

Bisognerà ricordare che in Polonia, nel “black monday” del 3 ottobre 2016, nella loro azione contro la minaccia di una legge che vietasse del tutto l’aborto, le donne polacche dissero: se ci fermiamo noi si ferma tutto. Come è effettivamente è successo. Questo vuol dire sciopero delle donne, in un mondo in cui il lavoro si è completamente trasformato. Mettere tutti in condizione di guardare cosa è il lavoro, oggi. Chi più di una donna sa che il lavoro è precario, sfaccettato e spezzettato, e investe direttamente la vita? Chi può saperlo meglio di chi è stata obbligata da sempre al lavoro di cura, per di più gratuito?

C’erano molti uomini, perlopiù ragazzi ovviamente, all’assemblea. Alcuni provenienti dal mondo queer, perché lo sciopero è anche uno sciopero dai generi, dagli stereotipi e dai ruoli obbligati. Uno dei modi per metterlo in pratica sarà il kindergarten gestito dai compagni, un accudimento dei bambini già messo in pratica durante l’assemblea. Ma lo sciopero, è stato ripetuto in tanti interventi, è sospensione, astensione. Blocco delle attività. Di tutti i tipi. Per esempio dall’insegnamento ma anche dal portare i bambini a scuola. Con l’attivazione di fondi di solidarietà, per permettere a tutte di scioperare. E qui sta il nodo centrale. Per astenersi dal lavoro, per chi lavora a contratto, occorre che lo sciopero sia indetto. Erano presenti molte sindacaliste, soprattutto Usb e Cobas, anche se non mancavano iscritte alle confederazioni, soprattutto Fiom. C’è una forte pretesa di attenzione, da parte dell’assemblea, rivolta a tutte le sigle sindacali. Come è giusto, si tratta della più importante manifestazione politica sul lavoro prevista nei prossimi mesi.

La scelta è stata di non mobilitarsi per una manifestazione nazionale. Si sciopererà insieme nelle città. Per bloccarle. Contro la violenza maschile, contro il neocapitalismo che di questa violenza è permeato, contro il dominio che entra nelle pieghe della vita quotidiana. In Italia contro il jobs act, contro la cancellazione dei diritti. Fondamentale è riconoscere che sono le donne a guidare la lotta per un lavoro diverso, oggi. L’esperienza diretta, nella propria vita, della violenza e dell’ingiustizia è forza viva, trascinante. Il coraggio è ascoltarla.

(il manifesto, 7 febbraio 2017)

di Arianna Di Genova

Biennale. «Viva arte viva»: l’esclamazione della 47/ma Mostra internazionale a Venezia, a cura della francese Christine Macel

Centoventi artisti da cinquantuno paesi di cui centotré presenti per la prima volta in Laguna. Sono i numeri della 47/ma Esposizione d’arte internazionale di Venezia, curata da Christine Macel e che va sotto il titolo Viva Arte Viva (apertura al pubblico dal 13 maggio). Tra gli invitati all’abbuffata visiva troviamo il francoalgerino Kader Attia, il londinese Cerith Wyn Evans, lo scultore e performer nigeriano Atiku Jelili, il danese-islandese Olafur Eliasson, ma anche il brasiliano Ernesto Neto, il giapponese Shimabuku, un omaggio a Maria Lai, l’italiano (ma vive a Londra) Salvatore Arancio, l’indiana Rina Banerjee, la messicana Cynthia Gutiérrez.

AI GIARDINI, fra le partecipazioni nazionali con ottantacinque paesi – Tracey Moffatt per l’Australia, Mark Bradford per gli Stati Uniti, Antonio Ole per l’Angola, Candice Breitz per il Sudafrica, Cevdet Erek per la Turchia, Phyllida Barlow per la Gran Bretagna, solo per citare alcune presenze – ci saranno quattro new entry: Antigua e Barbuda, Kiribati, Nigeria, Kazakistan (quest’ultimo già presente in altre edizioni, ma qui viaggia in «solitaria»).
L’Italia avrà al timone del suo padiglione Cecilia Alemani: vive a New York (con Massimiliano Gioni, suo marito) dove cura gli eventi di arte pubblica della High Line. Da tempo, ha sfoderato la sua rosa di nomi da Biennale. L’idea è quella di una vera mostra, senza cedimenti di fronte alla tentazione di presentare una enciclopedia della creatività nazionale. Niente affollate tribù dunque, ma un bel tris nella manica: Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey.

L’arte come giardino da coltivare, baluardo da difendere per un nuovo umanesimo «resistente» e, in un certo senso, potente antidoto rispetto quanto accade è il cardine teorico che rivendica la curatrice della Mostra Christine Macel. Parigina, ha insegnato arte contemporanea all’Ecole du Louvre e vanta un background di rassegne importanti al Pompidou (da Dionysiac a Anri Sala, Sophie Calle, Nan Goldin) e al Musée national d’art moderne, mentre a Espace 315 – galleria dedicata a giovani artisti, sempre al Pompidou – ha portato Koo Jeong-A, Pawel Althamer, Damian Ortega.
Dalle sue dichiarazioni, emerge una fiducia illimitata nella forza della cultura. «L’arte è il luogo per eccellenza della riflessione, dell’espressione individuale e della libertà, così come degli interrogativi fondamentali – ha affermato Macel -. Rappresenta un’alternativa all’individualismo e all’indifferenza». L’accento è posto su due termini apparentemente in contrasto, otium e negotium.

L’OSSATURA DELLA RASSEGNA prevede anche dei «transpadiglioni»: qui, dipanata in nove capitoli, si narrerà la complessità del mondo, indagando temi imprendibili come il tempo (ma anche l’infinito) e immaginando sempre l’artista come demiurgo. Ci sarà anche una «Tavola aperta», una serie di pranzi condivisi con il pubblico in cui ogni artista potrà dialogare sul proprio lavoro.
Fra i progetti più interessanti va segnalato La Mia Biblioteca, ispirato al saggio di Walter Benjamin del 1931. I partecipanti alla rassegna stilano una lista con le loro letture preferite, offrendo una fonte d’ispirazione ai visitatori. Il progetto è visibile nel Padiglione Centrale, così come nel catalogo (nello Stirling ci saranno i volumi indicati, messi a disposizione del pubblico).

(il manifesto 7 febbraio 2017)

di Manuela Carmena, Ada Colau, Anne Hidalgo

sindache di Madrid, Barcellona, Parigi

Tra il 15 e il 20 ottobre 2016 a Quito (Ecuador), la conferenza Habitat III è stata convocata per dibattere su quale dev’essere l’agenda urbana per i prossimi anni. Tuttavia, ancora una volta, sono i rappresentanti degli stati, e non delle città, a decidere degli accordi che vanno a incidere sulla vita di più della metà degli abitanti del pianeta. Questa situazione è urtante, considerando che sarà indispensabile la collaborazione dei governi locali per lo svolgimento della nuova agenda.

Nel corso di questi anni, le nostre città hanno partecipato a diverse reti urbane e fori internazionali dove si è reso evidente che sono i governi locali ad avere più facilità a giungere ad accordi e generare risposte innovatrici rispetto ai problemi globali. Laddove gli stati sono in competizione, le città cooperano. Perciò, trascurare questa capacità di cooperazione e innovazione comporta tanto un deficit democratico quanto uno spreco di opportunità inspiegabili se non con l’inerzia del passato e la volontà dei governi nazionali di continuare a riservarsi il monopolio delle decisioni su scala internazionale.

Siamo di fronte a un cambiamento epocale in cui noi, le città, siamo allo stesso tempo parte del problema e della soluzione. Per esempio, se le aree urbane sono responsabili del 70% delle emissioni di gas effetto serra, siamo anche le principali promotrici di iniziative ambientali orientate a combattere il cambiamento climatico, dall’Agenda 21 Locale al sostegno alla ristrutturazione energetica e alla scommessa per una mobilità sostenibile. Il globale ormai non è pensabile senza il locale, né il locale senza il globale, perciò risulta incongruente relegare le città al ruolo di osservatrici nei grandi dibattiti globali. Gli organismi transnazionali, se vogliono essere efficaci, devono adattarsi a questa nuova realtà, aprire gli spazi di governanza e stabilire meccanismi per valutare e seguire l’agenda urbana a cui partecipino le città.

Gli stati hanno sempre più difficoltà a dare risposta alle domande della società civile e a far fronte alle sfide più importanti del nostro presente: l’incremento delle disuguaglianze sociospaziali, l’accelerazione del cambiamento climatico e gli spostamenti di popolazioni che fuggono da zone di guerra, miseria o disastri naturali. Invece, le città possono contare sulla conoscenza, il valore della prossimità e la forza dell’intelligenza collettiva per affrontare questi problemi globali. Di fatto, noi governi locali lo stiamo già facendo, anche se con risorse scarse e competenze mal definite. Nonostante il sottofinanziamento cronico che patiscono i governi locali, abbiamo abbondantemente dimostrato che le città possono fare di più con meno. Pertanto, la creazione di una nuova agenda urbana non può eludere il dibattito sul finanziamento degli enti locali. Gli stati dovrebbero assicurare risorse sufficienti perché le città possano svolgere le loro politiche in modo efficiente, destinando come minimo un 25% al finanziamento degli enti locali. A loro volta, i fondi globali ed europei dovrebbero permettere alle città di accedere ai meccanismi di finanziamento globale attualmente limitati agli stati.

Se nella sfera internazionale è sempre più necessario contare sulle città, nell’ambito europeo si tratta di un imperativo ineludibile. L’Europa è stata costruita attraverso le sue città, come attestano le reti di scambio di merci, conoscenze e persone che hanno modellato fino al presente la storia urbana del nostro continente. Il processo di integrazione europea, mediante il progressivo trasferimento della sovranità statale all’ambito comunitario, ha aperto la possibilità di approfondire questa cooperazione transnazionale tra le diverse città e ha favorito la creazione di reti urbane transnazionali, la cooperazione tra i governi locali e la creazione di una identità civile basata sui valori della democrazia, della diversità e del cosmopolitismo.

La creazione di una nuova agenda urbana europea deve incorporare quelle problematiche comuni condivise dalle città del continente: dai grandi problemi globali – come l’incremento delle disuguaglianze, il cambiamento climatico e la popolazione che si sposta in cerca di rifugio – all’impatto del turismo, alla gestione pubblica dell’acqua, alla transizione energetica e al sostegno a una economia produttiva, diversificata e responsabile.

Tuttavia, questo processo si trova oggi minacciato dalla crisi dell’Eurozona, che ha fatto traballare i principi del progetto europeo attraverso le politiche di tagli e austerità che erodono il welfare, le politiche di ricentralizzazione che limitano le risorse e le competenze degli enti substatali, e la restrizione del diritto d’asilo, che costituisce uno dei più gravi affronti ai nostri valori fondativi. Di fronte alle politiche di ripiegamento nazionale che fomentano la xenofobia e l’euroscetticismo, noi città europee abbiamo la responsabilità aggiuntiva di rafforzare la cooperazione intermunicipale e costituirci in bastioni di difesa dei principi democratici che diedero impulso al progetto europeo.

Manuela Carmena, Ada Colau, Anne Hidalgo

(Traduzione italiana di Clara Jourdan, www.libreriadelledonne.it, 6 febbraio 2017, del manifesto Una nueva agenda urbana. Para las ciudades europeas, www.madrid.es, 13/10/2016)


Un’altra economia è possibile. Per cambiare le regole di un capitalismo che continua a produrre scarti

Denunciando l’idolatria di un sistema finanziario che sta distruggendo milioni di famiglie, Francesco invoca un cambiamento nelle regole del capitalismo che continua a produrre scarti. L’auspicio è contenuto nel discorso rivolto ai partecipanti all’incontro sull’economia di comunione — promosso dal movimento dei Focolari — ricevuti nella tarda mattinata di sabato 4 febbraio.

Per la sua riflessione il Papa ha preso spunto dai due termini, “economia” e “comunione”, che «la cultura attuale tiene ben separate», anzi «considera opposte». E che invece gli eredi spirituali di Chiara Lubich hanno voluto unire, raccogliendo l’invito della fondatrice.

Il Papa ha approfondito tre tematiche riguardanti il denaro, la povertà e il futuro. Riguardo alla prima ha sottolineato l’importanza della «comunione degli utili», perché il denaro «è importante, soprattutto quando non c’è e da esso dipende il cibo, la scuola, il futuro dei figli». Altra cosa è farlo diventare idolo, per cui «quando il capitalismo fa della ricerca del profitto l’unico suo scopo, rischia di diventare una forma di culto».

Quanto alla povertà, il Pontefice ha elogiato le «molteplici iniziative, pubbliche e private» per combatterla. E ha ricordato come «la ragione delle tasse» stia «anche in questa solidarietà, che viene negata dall’evasione ed elusione fiscale». Ma nonostante ciò, ha avvertito, «il capitalismo continua a produrre gli scarti che poi vorrebbe curare». Un’ipocrisia evidente che va sconfitta puntando a cambiare le regole del gioco del sistema economico-sociale.

Riguardo al futuro, infine, Francesco spera in una crescita di questa «esperienza che per ora è limitata a un piccolo numero di imprese». Una speranza ispirata al principio della reciprocità, perché — ha ricordato — «la comunione non è solo divisione ma anche moltiplicazione dei beni». L’augurio conclusivo è quello di «continuare ad essere seme, sale e lievito di un’altra economia», dove «i ricchi sanno condividere le loro ricchezze» e i poveri sono chiamati beati».


(L’Osservatore Romano, 5 febbraio 2017, il testo completo del discorso, pagina 8)

di Natalia Milan

Cara Luisa,

non posso essere d’accordo con te su Referendum. Ho votato due volte (www.libreriadelledonne.it, 15 dicembre 2016). E dico perché l’esigenza che con te condivido di svincolarmi dal tertium non datur l’ho espressa votando No.

Dal femminismo, in primis da quello della differenza, ho imparato ad allenare lo sguardo intercettando le trame del reale oltre e nonostante certe descrizioni del reale stesso: quei temi di scuola, per esempio, in cui i prati sono sempre verdi contro ogni esperienza che ne abbiamo e contro ogni evidenza, come avvertivi nel tuo magistrale Maglia o uncinetto. In quelle descrizioni l’uso metaforico del linguaggio diventa derealizzante e perde la realtà.

Penso che ci sia una confusione delle coscienze che può prodursi dal confronto con la complessità della realtà. Ma, in questa vicenda referendaria, c’è stata una non ignorabile forzatura confondente operata, tramite il linguaggio, sulla realtà.

Votare sì o no ad un referendum lo prendo come un tertium non datur fisiologico, vincolante ma non di per sé disturbante.

Invece, il tertium non datur con cui mi sono confrontata durante tutta la campagna referendaria, non pacificamente, per cercare una posizione svincolata rispetto ad esso, è stato il tertium non datur sul significato attribuito al votare e al votare no, sulle narrazioni del presente e le descrizioni di scenari da venire, sulla ricostruzione delle motivazioni per il e per il no.

Il tertium non datur più pressante era tra le narrazioni del come ad un cambiamento ineludibile, comunque progressivo, non rimandabile e del tutto necessario così come dato, e del no come espressione di conservazione, immobilismo, cosa da gufi e da screditata prima repubblica. È stata, questa, la narrazione fatta da chi ha promosso la riforma, che ha imposto il suo tertium non datur a partire dall’atto di chiudere il dibattito in parlamento rilanciando ai cittadini e alle cittadine un quesito monoblocco, come anche tu rilevi, su cui non si poteva più discutere, ma solo da prendere o lasciare in base ad una ricostruzione bloccata della storia politica ed istituzionale dell’Italia dell’ultimo quarto di secolo e all’affermata necessità prioritaria di riforme istituzionali da attuarsi comunque e a tutti i costi. Il tertium non datur era nel costruire così le alternative: o far confluire una lettura dei fatti ingessata nel a una riforma con finalità, obiettivi e soluzioni tecniche ingessate anch’esse o dire no alla riforma come se non si ammettessero i problemi, si rifiutasse ogni cambiamento, si scegliesse deliberatamente il peggio della nostra storia e del presente. Rispetto a questa narrazione delle alternative, ho subito sentito l’esigenza di svincolarmi per discutere se questa riforma fosse auspicabile e adeguata; io non ci ho creduto: né nella sua genesi priva del necessario ampio consenso, né nella finalità di privilegiare la governabilità rispetto alla rappresentanza, né negli obiettivi specifici né nelle soluzioni tecniche. Anzi l’ho reputata dannosa.

Ma non basta perché, con un certo uso delle parole, un altro forte vincolo hanno aggiunto i riformatori: non mi dilungo e sintetizzo con la frase da tanti e tante ripetuta che “se non si approva la riforma, andiamo a casa”. Come dici, alcuni/e, non tutti/e, hanno quindi votato con l’ulteriore vincolo del non far cadere il governo (o del farlo, invece, cadere). Ancora un tertium non datur, per scelta e responsabilità del governo promotore della riforma, e un ulteriore vincolo tra alternative così costruite: o votare sì per la stabilità e la governabilità o votare no rischiando di gettare il paese nel caos politico e finanziario.

Alzare la posta in gioco abusando del linguaggio, così descrivo questa operazione. Lo scenario poi non si è mostrato vero; non solo, ma non lo hanno praticato nemmeno i sostenitori: come altamente prevedibile, il Pd ha un ruolo nel governo, Renzi ha subito dato le dimissioni rilanciando di fatto i numeri della sconfitta e giocandoli sul piatto del suo futuro in politica, molti e molte strenui sostenitori della riforma sono ancora nel governo e nelle istituzioni e non sono certo “a casa”. Previsto e prevedibile perché appunto quelle affermazioni erano scommesse verbali, irrealistiche e frutto d’azzardo da giocatori. Fatte in spregio della lingua e della comunità politica che la parla.

Allora per me tertium datur: c’è stata e ho praticato con altri e altre un’altra possibilità, quella di votare o no in base ad altre motivazioni e con un pubblico discorso in campagna referendaria che provasse, pur nella confusione e nelle enormi difficoltà, ad esprimerle e spiegarle, nei discorsi e negli incontri pubblici.

Il tertium datur è stato per me provare a costruire con altri e altre, nei mesi precedenti al referendum, lo spazio per un discorso in cui i termini e le alternative non fossero ingessate per come venivano presentate, ma discusse con attenzione agli accadimenti passati e presenti, alle attese e alle aspirazioni nostre.

Non mi turbava votare come Berlusconi, Salvini o altri: è nelle cifre della democrazia rappresentativa che una minoranza – e ahinoi, per scelta del governo, il sì era proposto come governativo e “di maggioranza” – una minoranza con cui pure si può non condividere molto, giochi un ruolo ed esprima una posizione che è a beneficio di tutti e tutte. È il miracolo della democrazia rappresentativa – per chi ci crede, pur criticandola anche da un punto di vista femminista – e proprio per scegliere che forma di democrazia rappresentativa si votava. Se quindi sul tema del referendum posso ben comprendere il senso del nobile non voto anarchico, per me invece era irrinunciabile votare, votare no, partecipare alla costruzione di quel discorso politico molto complesso che è stato questo passaggio politico, sfilare le trame dei discorsi del potere e di quelli contro il potere che entrambi si costruivano su sé stessi occultando la realtà.

Il tertium datur era sfilare la trama delle affermazioni che l’Italia sarebbe di colpo del tutto cambiata quel 4 dicembre, segnando sì in senso trionfalmente progressivo e segnando no in senso irrimediabilmente regressivo. Il tertium datur era partecipare a quella pubblica discussione prima e immaginare il dopo, il dopo del no che chiamavamo costituente e il dopo in cui ricucire gli strappi di una campagna referendaria in cui tutti e tutte, e no, ci sentivamo minoranza, un po’ schiacciati, soverchiati dagli altri. E questo clima claustrofobico e da fame d’aria è responsabilità politica di chi ha promosso una riforma costituzionale in solitaria, sopravvalutando le sue forze e incurante del danno a tutti/e noi. Qui prendeva il suo senso il mio segnare no in cabina elettorale.

Nell’esito del voto sono confluiti tanti motivi e tante parti. Sarei un’illusa se pensassi, per esempio, che col No ha vinto la mia idea che questa riforma troppo poco garantiva un adeguato controllo del potere esecutivo schiacciando il ruolo delle minoranze parlamentari, delle autonomie locali e rischiando di far nominare alla maggioranza di governo gli organi di controllo (Presidente della Repubblica, Corte Costituzionale, Csm). C’è stato anche questo nel no, ma insieme a molto altro.

Posso dire che mi è dispiaciuto per gli elettori e le elettrici che hanno provato la delusione della sconfitta di una riforma in cui avevano creduto. Ma per me i due esiti non erano equivalenti: se la riforma fosse stata approvata sarebbe stato ben più che un dispiacere, sarebbe stato un peso sul cuore, per i motivi cui ho accennato. E il passaggio del voto referendario non l’avrebbe resa più digeribile. Come saltare nel cerchio di fuoco e uscirne vivi non rende innocenti. Era legittimo sì, ma non tutto quello che è legittimo è opportuno, non tutto quello che è legittimo è giusto. E se la riforma fosse stata approvata, la sconfitta dei no sarebbe stata più indigeribile di quella dei , perché la riforma nasceva escludente a partire dai promotori fino ai contenuti.

Il successo del No non ha espresso un governo alternativo a Renzi, non avrebbe potuto. Ma la vittoria del No non è solo di partiti, movimenti e pezzi di partiti, ma di tantissimi cittadini e cittadine, organizzati e non, che hanno votato numerosi. Ha vinto un No che non ha eletto un governo, anzi forse una crisi di governo si sarebbe aperta: in questo senso, il No ha scartato dal diktat della governabilità e della stabilità, dei timori per le reazioni dei mercati e delle agenzie di rating. In questo tentare un’altra strada da quella battuta negli ultimi anni, il No, che in tanti/e abbiamo votato non a cuor leggero, è stato coraggioso e ha cercato un cambiamento, anche se non quello stesso cambiamento che voleva chi ha votato : ha scelto e chiesto un cambiamento che non era quello della riforma. Si può pensare che da questa complessità e forse confusione venga un’indicazione politica? Io penso di sì, penso che, almeno in parte, abbia vinto un No politico in senso pieno, che riapre la discussione su ciò che ci accomuna: dalle regole del gioco alle politiche che vogliamo per i prossimi anni. Adesso ancora una volta tertium datur e tocca a noi, che abbiamo scelto il e il no, ricucire gli strappi prodotti dalle scelte altrui. E guardare oltre.

Natalia Milan


Sono d’accordo su molti punti ma: a me pareva che poco o niente nella situazione reale giustificasse una così grande scommessa in favore del no.

Lo dico con il senno del poi?

No, l’ho pensato oscillando tra il sì e il no come tanti/e altri che non trovavano ragioni per votare così o colà.

Chi vedeva nel votare no la possibilità di un oltre, ora ha la possibilità e il compito di farlo vedere. Se ci provate, ci sarò anch’io.

Luisa Muraro

(www.libreriadelledonne.it, 2 febbraio 2017)


Cecilia Robustelli e libro edito nella collana di Repubblica: «Sindaco e sindaca: il linguaggio di genere»

Sono trascorsi quasi 40 anni da quando Alma Sabatini scrisse le sue “Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua” (1987). Molta acqua è passata sotto i ponti e, seppur con lentezza, la declinazione al femminile di mestieri e cariche è sempre più largamente condivisa. Mentre ministre e sindache sono al lavoro insieme a tante ingegnere, la pressione dei movimenti delle donne sul piano politico non si è mai arrestata e ha accompagnato l’elaborazione teorica di cui l’ultimo libro di Cecilia Robustelli è ottima espressione. Pubblicato nell’ambito della collana del quotidiano ‘la Repubblica’ dedicata al linguaggio (l’Italiano. Conoscere e usare una lingua formidabile), “Sindaco e sindaca: il linguaggio di genere” è il quarto di un ciclo di quattordici volumetti che hanno esaminato l’evoluzione della nostra lingua e l’uso di neologismi in relazione a vari ambiti tematici. Il gruppo L’Espresso non a caso ha affidato il compito di scrivere il libro a Cecilia Robustelli, docente di Linguistica italiana all’Università di Modena e Reggio Emilia, studiosa del linguaggio di genere e, per la materia, collaboratrice con l’Accademia della Crusca, con il Dipartimento per le Pari Opportunità presso la Presidenza del Consiglio e con il Miur. Il libro è andato esaurito rapidamente ed è stato molto apprezzato anche a Montecitorio. Infatti il Direttivo dell’Intergruppo donne della Camera dei deputati si è autotassato e lo ha regalato per Natale a tutti i deputati e le deputate: un’esplicita sollecitazione a superare le resistenze al cambiamento per un uso non sessista della lingua.
In 6 agili capitoli, l’autrice spiega in modo chiaro i termini fondamentali della questione e fornisce alcuni elementi essenziali conducendo chi legge negli antri della lingua e nei passaggi logici che determinano i cambiamenti. Dalla ‘sfida dei diritti’ con il loro impatto anche nella lingua, fino alle inevitabile modifiche che conquistano spazi pubblici e condivisi, arrivando ad interrogare persino il linguaggio delle istituzioni. E se non c’è imbarazzo ad usare poltronismo o fotodepilazione bisogna domandarsi quali sono le ragioni che impediscono di usare assessora e avvocata.
Nella sostanza, però, il libro non intende essere “un decalogo o un’imposizione, ma un contributo alla riflessione” ha scritto nella postfazione Claudio Marazzini, presidente dell’Accademia della Crusca, rilanciando un concetto affermato dall’autrice, che scrive “la lingua non si modifica a comando, occorrono decenni perché nuove forme e usi si radichino e secoli perché modificazioni più profonde prendano piede”. La cosa importante, sottolinea Robustelli, è lavorare per accrescere “la consapevolezze dell’importanza degli effetti che il linguaggio può avere nella lotta alla discriminazione e costruzione dell’identità di genere”.

Professoressa, dalla pietra miliare che pose nel 1987 Alma Sabatini, il processo di cambiamento è stato lento ma i frutti cominciano ad arrivare. Solo qualche anno fa sarebbe stato impensabile, ad esempio, un impegno così importante da parte di un grande gruppo editoriale. Quali riflessioni si sente di fare?
Dopo l’esplosione di interesse dovuta alla pubblicazione del lavoro di Alma Sabatini (che a dire il vero fu cavalcato dalla stampa anche con toni ironici!) l’attenzione al possibile impatto discriminatorio nei confronti delle donne legato all’uso del linguaggio in effetti è rallentata. A partire dal Duemila, però, ho notato che è rimasta, anzi, è addirittura cresciuta, in un ambito forse inaspettato: quello istituzionale. Province e Comuni, anche piccoli, che erano impegnati nell’operazione di “semplificazione linguistica” raccomandata da Direttive e campagne nazionali, hanno inserito in quegli anni nel lavoro di aggiornamento della loro documentazione anche l’attenzione al “linguaggio di genere”. Di questo ho esperienza diretta perché ho personalmente condotto molti corsi di formazione e di aggiornamento sul tema: ricordo i Comuni di Pisa, Livorno, Firenze, Trento, Trieste, Cervia, Modena, Aosta, Bologna, Cuneo, Grosseto, Latina, Lucca, Parma, Siena, Torino. E nell’ambito del progetto Genere e linguaggio promosso da Comune di Firenze e Accademia della Crusca, con cui collaboro da molti anni, ho redatto le prime Linee guida per l’uso del genere nel linguaggio istituzionale. Da lì l’attenzione è cresciuta, anche per il diretto impatto con la cittadinanza che avevano i documenti “rivisti”. La stampa locale si è interessata a queste iniziative e ha ripreso la riflessione allargandola all’uso discriminante del linguaggio giornalistico. Con l’Accademia della Crusca ho condotto alcuni incontri sul tema per l’Ordine dei Giornalisti, e poi nel 2014 ho pubblicato Donne Grammatica e Media, una vera e propria guida pensata per giornalisti e giornaliste, promossa dall’Associazione G.i.U.L.i.A. Nel 2016 la stessa Accademia ha aderito all’incontro sulla lingua italiana Petaloso sarai tu, organizzato insieme al quotidiano la Repubblica, che ha previsto anche una discussione sul linguaggio di genere tra Gianrico Carofiglio, Filippo Ceccarelli e la sottoscritta. Ed è intervenuta più volte in rete e sulla stampa, anche attraverso il presidente dell’Accademia Claudio Marazzini e prima con Nicoletta Maraschio, oggi presidente emerita. Anche la presidente della Camera Laura Boldrini ha preso posizione. I tempi evidentemente erano maturi per una iniziativa ad ampio raggio sul tema ma più in generale sulla lingua italiana: ed è così che è nata l’iniziativa editoriale L’italiano. Conoscere e usare una lingua formidabile, di Accademia della Crusca e Repubblica, che ha previsto una serie di volumetti dedicati ciascuno ad approfondire un aspetto dell’italiano. Credo che sia veramente significativo l’aver deciso di dedicarne uno, il quarto, al rapporto tra lingua e genere, inteso in senso socioculturale e grammaticale: significa riconoscerne l’importanza per l’uso della nostra lingua e quindi per la comunicazione. E io vorrei che servisse anche a far chiarezza su questioni che periodicamente vengono alla ribalta, come “le nuove forme sono brutte”; “si può usare il maschile come neutro”; “non so se questa forma è corretta”, ecc, e a far capire che si tratta di una questione seria, che ha alla base riflessioni di tipo linguistico e culturale. Poi se ne può parlare anche al bar, ci mancherebbe. Ma con cognizione di causa!

Come spiega le resistenze che permangono nell’uso del femminile per alcuni mestieri o cariche pubbliche, anche da parte delle donne; quale impatto ritiene possa avere un’affermazione come quella fatta recentemente dal presidente Giorgio Napolitano?
L’uso del genere femminile per i termini che indicano ruoli istituzionali e professioni ritenute di prestigio è nato quando se ne è presentata la necessità, cioè quando le donne hanno cominciato e a ricoprirli e a svolgerle. Ma la loro diffusione è stata lentissima, perché esiguo era il numero delle donne che raggiungevano le posizioni che li avrebbero richiesti. Inoltre il concetto di “parità” tra uomo e donna è stato a lungo interpretato come adeguamento al modello maschile: essere definita con un titolo maschile significava il riconoscimento della parità con l’uomo, mentre quello femminile suonava inferiore. Per tutto questo è rimasta l’abitudine a usare le forme maschili: direi quindi che si tratta spesso di una questione generazionale che spiega, e addirittura parzialmente giustifica, l’atteggiamento di rifiuto da parte di donne “grandicelle”. Del resto è l’uso che fa la lingua, non la si può certo imporre. Per questo mi permetto di allargare questa interpretazione anche alle parole del presidente emerito Giorgio Napolitano. Quando si tratta di persone giovani, invece, dobbiamo chiederci se ciò non dipenda da una scarsa conoscenza del funzionamento della lingua italiana e del suo lessico, e anche di una insufficiente educazione al concetto di genere. C’è poca consapevolezza di ciò che si lega all’uso del linguaggio: i testi scolastici, per esempio, dovrebbero essere in questo senso più adeguati, e anche chi insegna dovrebbe avere maggiori possibilità di aggiornamento sul tema. Per fortuna il c. 16 dell’art, 1 della legge 107/2015 ‘La buona scuola’ contiene l’impegno a promuovere “nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni”, e nelle Linee guida elaborate dal Tavolo tecnico promosso dal Miur, di cui ho fatto parte, si sottolinea la necessità di usare un linguaggio adeguato a questo fine: mi auguro che esse vengano diffuse quanto prima e che da ciò scaturiscano iniziative concrete al riguardo.

Accanto alle spiegazioni tecniche, nel libro lei pone molta attenzione anche alle espressioni in cui si annidano offese per le donne: dai proverbi alle ‘gallinelle’. Sembrano innocue, e talvolta persino affettuose, quindi sono ancora più difficili da interrompere…
Il modo con cui si parla delle donne risente, anche se spesso inconsapevolmente, di stereotipi che implicano il riferimento a modelli culturali nei quali l’uomo è la figura dominante. All’uomo forte e sicuro si contrappone la donna debole, incerta, al maschio che dà protezione la donna che la chiede, e se per il primo si sprecano i toni trionfalistici per la seconda (e non a caso uso quest’ordine, da dominante a dominata!) se ne adottano di tenui, sfumati, Quasi se si dovesse essere gentili anche con il linguaggio verso queste “povere donne”: ma ciò conferma la loro considerazione come esseri subalterni rispetto all’uomo e a volte anche una ripartizione di ruoli ancora pesantemente tradizionale, inaccettabile nella società di oggi. Per esempio, proprio il cortese apprezzamento del lavoro di cura delle donne verso le persone anziane, la casa, i bisogni della famiglia, implica il riconoscimento che si tratta di una loro responsabilità, di una serie di doveri e ruoli che si sommano a quelli già assunti magari in ambito professionale o istituzionale. E anche l’elogio che ricevono per attività che ancora, sotto sotto, vengono considerate maschili, nasconde il riconoscimento della loro straordinarietà perché vedono protagonista una donna. Dettagli sull’età, lo stato civile, le caratteristiche fisiche, o l’uso del solo nome di battesimo, ricorrono nelle descrizioni di attività professionali o istituzionali solo quando la protagonista è una donna: a prima vista sembrano informazioni innocue, anzi, segni di ammirazione o addirittura complimenti, ma in realtà spostano l’attenzione verso la sua vita personale. Anche in questi casi quindi, e non solo nell’uso del genere maschile anziché del femminile, il linguaggio testimonia la difficoltà ad accettare i nuovi ruoli delle donne. Ma, come sempre, confidiamo nelle nuove generazioni…

(www.noidonne.org, 31 Gennaio 2017)

di Michela Tamburrino

Suona come uno schiaffo in faccia la dichiarazione del procuratore generale di Napoli. Almeno alle orecchie di Bruno Mazza, un padre suicida, 11 anni di carcere e oggi attivo nell’associazione «Un’infanzia da vivere» che, nell’hinterland napoletano, aiuta i bambini in difficoltà com’era lui. In occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario a Castel Capuano, il pg Luigi Riello ha sostenuto che per recuperare i giovani inseriti fin da piccoli in un contesto criminale bisogna considerare l’ipotesi «di sottrarre i minori alle famiglie in cui li si induce e insegna a delinquere, previa limitazione della potestà genitoriale se padre e madre sono incapaci di indirizzare il figlio al rispetto delle regole e a tutelarlo».

Una dichiarazione di buon senso, no?

«Assolutamente no. In questo modo si andrebbe ad aggiungere orrore a orrore. Ed è pazzesco pensare che la soluzione invece sarebbe molto più semplice di quanto invece non si pensi».

E quale sarebbe questa soluzione ? E perché non sarebbe stata attuata?

«Spesso le soluzioni più semplici contrastano con gli interessi economici di chi lucra lasciando la situazione inalterata. Mi lasci prima spiegare qualcosa di me che forse può chiarire».

Mi dica. «Avevo 14 anni quando mio padre è morto suicida. Abitavo in una zona di Caivano, Parco Verde, sorta dopo il terremoto del 1980, con case parcheggio che sarebbero dovute durare il tempo del riassestamento. Da 35 anni non sono mai state sostituite. Io avevo problematiche legate alla mio vissuto e non ero il solo. La scuola allontanò me e i miei compagni perché eravamo rumorosi. Eravamo quattordici amici, dodici sono morti, nessuno ci insegnava la legalità».

Allora è giusto togliere i bambini a queste situazioni di degrado.

«Al Parco Verde siamo 8000 abitanti, solo il 3% vive nell’illegalità da più di vent’anni. l’11% lo fa per fame, per mancanza di alternative. Il 35% di disoccupati e il 20% che delinque. Perché non si interviene offrendo lavoro? Quanto costa militarizzare un quartiere? Perché non spendere gli stessi soldi per dare occupazione e aprire scuole in grado di preparare i giovani al lavoro?»

Perché secondo lei?

«Perché non conviene, perché il sistema legalità ha bisogno del sistema illegalità. La mia detenzione costa cara al contribuente e garantisce più poliziotti, più divise, più commissioni, più armi e c’è di più».

Che cosa?

«Le guerre dei clan si fanno per la droga. Ma la droga, quella che rende, eroina e cocaina, non si produce a Napoli. Arriva dall’America del Nord e del Sud. Quante dogane farà? Al minimo tre. Possibile che non si riesca a fermare prima che sbarchi? Perché non controllano le frontiere? Invece no, non conviene. Tanto a Napoli ci si arrangia da cinquecento anni. Altro che strappare i bambini alle famiglie difficili, incentiviamole invece a non delinquere con il lavoro. Togliere la potestà genitoriale equivale a dare il colpo finale, così perdono tutto, sono condannati a vita».

Lei con la sua associazione che cosa fa?

«L’associazione nasce nel 2008, io ero uscito dal carcere da poco e vedevo i bambini fare le stesse cose che facevo io alla loro età. Da noi a 4 anni ne dimostri 7. A 7, 14. Non hai giochi, non hai nulla per esercitare il tuo diritto all’infanzia. Abbiamo creato un centro sportivo che mancava da 30 anni, in posti strappati alle piazze di spaccio, abbiamo formato dei laboratori culinari per entrare nel mondo del lavoro. Ci siamo costituiti cooperativa sociale per la manutenzione del verde e siamo impegnati in un protocollo di risanamento nella Terra dei fuochi».

Aiuti alle famiglie e poi?

«Soprattutto una scuola che sappia essere accogliente anche con chi ha problemi».

(La Stampa, 29 gennaio 2017)

di Chiara Pasetti

Cosa si può rispondere a una figlia che, stanca e irritata per le assenze della propria madre, la quale partecipa e organizza convegni, assemblee, convinta che il femminismo sia «una rivoluzione che continua, un cambiamento costante di sé che riesce a modificare il mondo», a un certo punto si domanda, e le domanda sbuffando: «ma doveva proprio capitarmi una madre femminista?». Questo lo spunto da cui prende le mosse l’appassionante volume Mia madre femminista, a cura di Marina Santini e Luciana Tavernini. Dalla volontà di dare una risposta alla provocazione iniziale nasce la necessità di raccontare, «partendo da sé», la storia di cinquant’anni di movimento delle donne. Sorretto da una ricca documentazione che comprende anche molti, in gran parte inediti, materiali fotografici, e soprattutto numerose testimonianze rese alle curatrici dalle protagoniste del cosiddetto «femminismo della libertà», il filo narrativo, condotto con una scrittura limpida, concreta, mai banale e profondamente affettiva si intreccia così alla voce di femministe storiche come Lea Meandri, Luisa Muraro, Lia Cigarini, Carla Lonzi, e di sindacaliste, insegnanti, operaie, artiste, scienziate; donne attive negli ambiti più diversi, a cui si aggiungono anche le voci di uomini da sempre vicini al movimento e capaci di coglierne il valore, la ricchezza, la «necessità». Senza alcuna pretesa di esaustività che, tra l’altro, siglerebbe «la morte di ciò di cui si parla», il testo si divide in quattro grandi capitoli, che annunciano a partire dai titoli i punti essenziali del femminismo: le «parole» (che prende spunto da un libro di Marie Cardinal che tanto successo ebbe negli anni Settanta), il «corpo» (che tratta i grandi temi della differenza tra emancipazione e libertà sessuale, della contraccezione, del divorzio, dell’aborto, ecc.), i «luoghi» (quelli della libertà delle donne) e il «lavoro». Man mano che le «voci» del libro prendono la parola, non solo quelle delle «madri storiche» del femminismo ma anche quelle di donne più giovani, le quali mostrano di non aver dissipato l’eredità di chi le ha precedute, la figlia scettica e apparentemente distante sembra interessarsi sempre di più all’azione delle donne, soprattutto nell’ambito del lavoro. E acquista la consapevolezza che la vera libertà di ogni essere umano si nutre «delle differenze e della reciproca dipendenza che tutti abbiamo, in forme diverse, lungo il corso della vita» (così Giordana Masotto); la libertà non nasce da un percorso solitario ma da una stretta e continua collaborazione e relazione, e solo così «si può immaginare di cambiare l’economia, il lavoro, la politica». Un racconto polifonico orchestrato con sapienza ma anche con calore dalle curatrici, che non lascia un’aria nostalgica bensì una forte traccia di fiducia e speranza che risuona tanto più alta e necessaria ora, quando episodi di violenza, fisica e psicologica, continuano a colpire le donne. Un testo che andrebbe letto dalle madri e (con) le figlie, le quali nell’esergo di Luce Irigaray, filosofa da sempre legata al movimento delle donne, vengono invitate a «esporre in tutte le case e i luoghi pubblici belle immagini (non pubblicitarie) di coppia madre-figlia»; ma che andrebbe letto anche, e forse soprattutto, dagli uomini. Per capire come mai, al termine dell’intenso dialogo epistolare intrecciato idealmente tra una madre e una figlia, quest’ultima non solo non ne colpevolizzi più le assenze in nome di una «rivoluzione», ma si chieda invece, magari pensando di portarla avanti a sua volta: «Sono forse diventata femminista?».

Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua, a cura di Marina Santini e Luciana Tavernini, Il Poligrafo, Padova, pagg. 256, € 20

(Il Sole 24 Ore domenica, 29 gennaio 2017)

di Valeria Palumbo

Lei sostiene che fu una coincidenza (vedi intervista video sotto): andò a fotografare Giuseppe Ungaretti e il grande poeta morì 15 giorni dopo. Il ritratto fece il giro del mondo. E continua a girare. Paola Mattioli è una delle pioniere della fotografia femminile in Italia (siamo arrivate un po’ in ritardo e la decana, Tina Modotti, ha lavorato in Messico). Ma anche una donna instancabilmente autoironica: di quel ritratto celeberrimo di Ungaretti ricorda soprattutto che le chiesero di presentarsi in minigonna «e io ovviamente arrivai in pantaloni»; e che quella fama improvvisa dovuta al successo del ritratto del poeta le fece apparire tutto facile, «dopo ho capito che dovevo ancora cominciare».

Della madre la prima sentenza firmata da una donna

Ora la vicenda professionale di questa orgogliosa figlia di partigiana (la madre, Luisa Mattioli Peroni è anche l’autrice della prima sentenza firmata in Italia da una donna) è riassunta in un volumetto di Cristina Casero, Paola Mattioli. Sguardo critico di una fotografa (postmedia books), che ricostruisce la sua formazione, gli esordi e le sperimentazioni più recenti. Ma si sofferma, in particolare sul suo lavoro di fotografa femminista delle donne e sulla partecipazione al “Gruppo del mercoledì” che riunisce fotografe e artiste che riflettono proprio sull’immagine della donna nella società italiana di quegli anni e su come se ne possa creare una nuova, non più basata sullo sguardo e gli stereotipi maschili.

Dall’analogico al cellulare senza pregiudizi

A raccontarla oggi, quella vicenda, Paola Mattioli ci scherza anche su: dopo sono venute molte altre cose e soprattutto molte sperimentazioni, molti lavori d’avanguardia. Oggi, nella sua casa vicino alla Triennale di Milano, in cui domina il bianco, il laboratorio si mischia alla vita quotidiana. Il ricordo di anni molto diversi sia per quanto riguarda l’impegno politico sia per la vivacità delle gallerie milanesi, sia, infine, per gli incontri con intellettuali di tutto il mondo, non la rende meno curiosa del mondo di oggi. Ha sempre lavorato in analogico, si è avvicinata al digitale e oggi scatta con il cellulare: «La polaroid di oggi, senza tirature, solo con la firma, da regalare agli amici».

(La Ventisettesima Ora, 30 gennaio 2017)

video: Paola Mattioli: così Ungaretti lanciò la mia carriera di fotografa

A cura di Federica Lavarini

Lo Stato sociale, considerato il grande pilota del progresso sociale post-bellico, è oggi visto come uno sperpero di ricchezza e di impresa. Viviamo sotto la dittatura del capitalismo finanziario e prevale la tirannia del profitto. La medicina è diventata oggi complice dell’errata aspirazione a cercare soluzioni tecnologiche all’eterno problema esistenziale posto dalla finitezza della vita e dall’ineludibilità della sofferenza.

Iona Heath, già medico di base e per molto tempo presidente del Royal College of General Practicioners, ha guidato tra il 2004 e il 2009 il comitato etico del British Medical Journal. Da sempre impegnata nel condannare la progressiva privatizzazione dell’assistenza medica, nel suo ultimo breve saggio, Contro il mercato della salute, compie un’analisi sulla condizione dei sistemi sanitari nei paesi sviluppati, con una particolare attenzione alle disuguaglianze nella salute e nell’accesso alle cure. Da anni punto di riferimento di un’idea di salute che contrasta l’overdiagnosis e le politiche sanitarie discriminatorie, Iona Heath ritiene che il sistema sanitario sia la soluzione tecnica che la politica propone a un problema soprattutto sociale.

Le abbiamo rivolto alcune domande sul ruolo dei determinanti sociali della salute e delle politiche sanitarie, e su quanto influiscano sulla qualità della vita e sul benessere degli individui.

Quali sono oggi i più importanti determinanti sociali della salute?
La povertà, direi, è il principale: tutti i determinanti sociali della salute sono in stretta relazione con condizioni di povertà, non solo di tipo economico. C’entrano anche la quantità e la qualità del lavoro, l’accesso alla educazione. Qualsiasi tipo di privazione si possa pensare quando si parla di povertà, alla fine tende a ridursi in povertà finanziaria, inasprita talvolta da fattori come il razzismo, la discriminazione di genere (e non solo), e l’intolleranza religiosa. Credo che oggi sia molto importante dare alle persone la possibilità di una migliore distribuzione di risorse e di opportunità rispetto a quanto vediamo accadere tutti i giorni. È fondamentale per ogni individuo avere la possibilità di vivere in modo produttivo e appagante, per dare un senso alla propria vita. Anche questi, a mio parere, sono da considerarsi fattori essenziali per una condizione di benessere. Kenneth Calman , uomo di medicina e ricercatore scozzese, ha definito la qualità della vita come il divario tra aspettativa ed esperienza. Ecco, in fatto di salute, credo che le aspettative di rado corrispondano all’esperienza. La definizione dell’OMS di completo benessere psicofisico rimuove la dimensione della qualità della vita suscitando delusione, e anche rabbia, nelle persone e senso di frustrazione nei medici. La salute non corrisponde a uno stato di perfezione ed è costruita socialmente all’intersezione fra biologia e cultura. La sua definizione, a seconda del momento storico e del contesto in cui si vive, può cambiare.

Da che cosa dipende l’attuale disattenzione verso i determinanti sociali della salute?
In molti paesi le élite politiche stanno facendo sì che i ricchi diventino ancora più ricchi, trascinando i poveri a essere ancora più poveri, e permettendo nuovi depauperamenti socio-economici. Ora, se si collega questo trend al tema della salute lo scenario che si propone è il seguente: è il singolo cittadino, con i propri mezzi, che deve provvedere alla propria salute. Ciò significa avallare una sorta di modernizzazione dei determinanti sociali della salute che vengono così spogliati del loro vero significato e alla fine ignorati. Lo Stato sociale, considerato il grande pilota del progresso sociale post-bellico, è oggi visto come uno sperpero di ricchezza e di impresa. Viviamo sotto la dittatura del capitalismo finanziario e prevale la tirannia del profitto. E se questo è il contesto, difficile parlare di care (l’insieme di attenzione, sollecitudine, condivisione e dedizione) sacrificata per lo più alle procedure mediche. La medicina è diventata oggi complice dell’errata aspirazione a cercare soluzioni tecnologiche all’eterno problema esistenziale posto dalla finitezza della vita e dall’ineludibilità della sofferenza.

Come accedere alle cure in una situazione in cui i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri?
Le classi benestanti traggono vantaggio da questa situazione di crisi economica. È incredibile come le persone più ricche ottengano di più di quanto abbiano realmente bisogno. Sembra andato perso l’enorme capitale di solidarietà sociale che si è visto nel mio Paese e in tutta Europa immediatamente dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Penso ci sia stato un grande impegno per rendere la società più equa e per dare ai bambini maggiori opportunità durante il corso della loro vita. Credo che tutto questo sia lentamente venuto meno. La situazione oggi in Europa è paradossale: il potere dei ricchi si basa sulle tasse che pagano le classi meno agiate, mentre quelle più abbienti che hanno modo di condizionare l’opinione pubblica, distolgono l’attenzione da loro (e dai veri problemi) per rivolgerla a gruppi minoritari come i rifugiati, chiamati migranti, nonostante provengano dalle più drammatiche situazioni di guerra. Un modo per distrarre. Parole come “profughi”, “rifugiati”, “migranti” e “richiedenti asilo” vengono spesso usate (soprattutto dai media) come sinonimi o come termini sovrapponibili: in realtà indicano situazioni tra loro legate, ma di certo non coincidenti.

A livello mediatico, si insiste molto sulla promozione della propria salute. Con quale obiettivo?
Questo era ciò che intendevo quando parlavo di focalizzazione sull’individuo. Le persone sono sottoposte a una valanga di informazioni mediche, hanno mille paure legate alla propria condizione di salute, sono in cerca di consigli su che cosa dovrebbero o non dovrebbero fare per restare sane. Una sorta di pensiero ossessivo. Nessuno si preoccupa di verificare se queste stesse persone abbiano un lavoro appagante, se sono in grado di gestire determinate situazioni della propria vita, se guadagnano abbastanza per procurare il sostentamento alla propria famiglia… Tutti determinanti della salute molto più incisivi che l’andare dal medico al primo sintomo, o sottoporsi a ogni sorta di screening diagnostico per prevenire presunte malattie, alimentando il fenomeno dell’overdiagnosis che ci trasforma tutti in sani ammalati. Quasi trent’anni fa David Metcalf , un medico, ha messo in guardia i colleghi invitandoli a evitare “l’esuberanza diagnostica o diagnostica del singolo caso che rende ciechi di fronte al bisogno di libertà e dignità dei pazienti”.

Qual è la responsabilità dei media in questo contesto?
La maggior parte dei media mainstream dei paesi ricchi, e probabilmente anche dei paesi poveri, sono controllati dai poteri forti – credo che l’Italia stia fornendo un esempio da questo punto di vista – e quindi non sono interessati a porre l’attenzione sui determinanti sociali o ad assumere un atteggiamento critico. Inoltre i media prediligono le storie delle cure miracolose che trasmettono un messaggio di onnipotenza della scienza medica. In ogni caso storie che fanno leva sul pathos e che tendono a esagerare i benefici della medicina, tralasciando marcatamente i temi legati ai determinanti socio-economici della salute. La retorica medica contemporanea dei Paesi ricchi ha sviluppato un’idea distorta di che cosa significhi essere sani. La maggior parte delle persone vive più a lungo e in condizioni di salute migliori che in passato, eppure trascorre la vita sentendosi malata e preoccupandosi per la propria salute. La medicina contemporanea insiste ad attribuire a un numero sempre maggiore di individui l’etichetta di malato o di persona con il rischio di ammalarsi. I miei colleghi francesi parlano di “knockizzazione” della società, riferendosi all’opera teatrale di Jules Romains del 1923, intitolata Knock, o il trionfo della medicina. Una antesignana esplorazione dei potenziali interessi privati dei professionisti della salute: Knock terrorizza tutti gli abitanti di una cittadina rurale circa il proprio stato di salute, mettendoli in guardia sulle minacce occulte cui potrebbero essere esposti. Nel giro di pochi mesi ha un numero talmente alto di pazienti che l’albergo della cittadina viene convertito in un lucroso ospedale. Oggi l’interesse personale opera in tutti i campi della sanità.

In Inghilterra, dove è nato il sistema sanitario pubblico, si sta virando verso il privato. Pensa potrebbe accadere anche in Italia?
Non saprei dove andremo a finire in realtà, perché le società private che forniscono servizi sanitari ora sono meno entusiaste. Fornire servizi sanitari di emergenza richiede moltissimi soldi e nessuna di queste compagnie private ha ancora proposto di tassare i cittadini in via indiretta per sostenere le spese sanitarie. I principi del National Health Service (NHS) reggono ancora, nonostante la presenza dei privati. Penso che la maggior parte dei governi di destra in Europa stia facendo pressione per smantellare il sistema sanitario pubblico e rimpiazzarlo con un sistema basato sulle assicurazioni a danno dei più deboli e dei più vulnerabili, ma credo che non ci siano ancora di fatto riusciti.

Il ruolo della World Health Organization (WHO) in fatto di determinanti della salute?
Penso che la WHO faccia davvero tantissima fatica a tenere in agenda i determinanti sociali della salute. Al momento ha un problema reale: non ha sufficienti finanziamenti da parte degli Stati membri e per questo entra in relazioni poco trasparenti e conflittuali con aziende “for profit”. Purtroppo, e mi ripeto, il sostegno alla salute basato sulla solidarietà sta subendo una forte erosione.

Il futuro dell’Europa rispetto ai determinanti sociali della salute?
Penso ci sia bisogno di una generazione di politici che siano davvero sensibili al benessere della popolazione e credo che non ne avremo a breve in gran parte degli Stati europei. Quanto ci vorrà perché le cose migliorino? Non lo so, ma prima o poi succederà. Voglio essere ottimista.

Federica Lavarini, Master in comunicazione della scienza alla SISSA (Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati) di Trieste

Bibliografia

Iona Heath. Contro il mercato della salute. Torino: Bollati Boringhieri, 2016.
Downie RS and Calman KC, Healthy Respect. Ethics in Health Care, Oxford Medical Publications. Oxford University Press, 1994, Oxford.
David Metcalf. William Pickles lecture 1986. The crucible. J R Coll Gen Pract 1986 ;36(289):349-54.
Jules Romains. Knock ou le Triomphe de la médecine, Gallimard, Paris 1924 (ed. italiana Jules Romains, Knock o il trionfo della medicina (Commedia in tre atti), Liberilibri, Macerata 2007.

(http://www.saluteinternazionale.info, 14 dicembre 2016)

di Laura Beggiora

Potremmo definirlo braccialetto anti stalking, ed è l’uovo di colombo, finalmente. Mirano: se lui si avvicina a lei suona l’allarme in questura. Il provvedimento riguarda un imbianchino che nel passato ha aggredito l’ex moglie.

E pur di avere la sicurezza di non essere più molestata dall’ex marito, ha accettato anche lei di indossare un braccialetto elettronico, in modo che se l’ex coniuge, accusato di comportamenti persecutori, si dovesse avvicinare, l’allarme suonerà nella sala operativa delle forze dell’ordine facendo scattare i soccorsi. Il dispositivo finalmente permetterà di rispettare l’ordinanza di: “… non avvicinarsi a meno di…”.
E’ uno dei primi casi in Italia, come riporta il Gazzettino, complimenti al giudice di Venezia Irene Casol.

All’imputato, un imbianchino di 48 anni residente in un comune del Miranese, era già stato applicato il braccialetto elettronico un paio di settimane fa in modo da controllare che non lasciasse gli arresti domiciliari disposti dopo l’ennesima aggressione ai danni della donna. L’episodio avvenne nel luglio scorso e costò l’arresto all’uomo da parte dei Carabinieri di Mirano.

Dopo sei mesi il legale ha presentato un’istanza per ottenere per il suo assistito una misura cautelare meno gravosa, quella del divieto di avvicinamento alla ex moglie e ai luoghi che lei frequenta. Il giudice ha accolto la richiesta ma, per evitare rischi, considerando che già in passato l’imbianchino ha violato il divieto di avvicinamento, ha ottenuto dalla donna la disponibilità a indossare un braccialetto elettronico ‘gemello’.

I due dispositivi sono stati tarati in modo da attivare l’allarme se dovessero avvicinarsi a meno di 250 metri. All’uomo è stato anche vietato di comunicare con qualunque mezzo con la ex moglie.
Fondamentale la volontà della donna di indossare anche lei il braccialetto, come fosse lei ‘controllata’, per sentirsi finalmente al sicuro.

(La Voce di Venezia, 26 gennaio 2017)


Il femminismo, come tutto ciò che è vivo, nasce e rinasce tante volte. È come un serpente che cambia pelle, si trasforma, nella ostinazione a creare e portare a maturazione gli squilibri, perché lì c’è emergenza di reale. Non ha mai teso a una differenza sessuale armonizzante. Gioca piuttosto nello scarto tra l’uno e il due, tra ricerca di sé e apertura all’altro, facendo leva sulle asimmetrie simboliche, non pacificanti, sul dissesto, come pertugio per cui può avvenire altro. È così che sa tracciare nuove vie. È un movimento che non viene realizzato da politiche definite, progetti a breve o lungo termine. È eccedente. Allo stesso tempo la scommessa femminista non può fare a meno della politica.

(Libreria delle Donne di Bologna, 25 gennaio 2017)

di Ilaria Boiano

La Corte di cassazione ha confermato la condanna di un uomo accusato di maltrattamenti nei confronti della sua convivente.

La donna, nel corso della sua relazione, aveva tenuto un diario per contenere la sua rabbia e la sua sofferenza causata dalle violenze psicologiche cui era costantemente sottoposta dal compagno, a volte anche violento fisicamente. Nel suo diario, che è divenuto elemento probatorio come in altri processi, la donna raccontava come l’alternarsi di violenza e pentimento da parte del compagno le rendeva difficile decidere di interrompere la relazione con lui, fino a quando non ha temuto per la sua incolumità e per quella di sua figlia, determinandosi a chiedere aiuto all‘associazione Differenza Donna che l’ha sostenuta durante il suo percorso di uscita dalla situazione di violenza.

La Corte di Cassazione ha confermato il principio per il quale non sono necessari testimoni oculari delle violenze domestiche, ma bastano per ottenere la condanna le dichiarazioni della donna ove risultino intrinsecamente attendibili.

La Cassazione ha inoltre confermato il giudizio di pericolosità emesso nel novembre 2013 dal Tribunale di Roma, sezione I collegiale che non ha concesso il beneficio della pena sospesa.

(www.studiolegalemanente.it, 25 gennaio 2017)

di Maria G. Di Rienzo

Nel mezzo di dimostrazioni assai più grandi questa, sul ponte che collega El Paso – Usa e Juárez – Messico, è passata quasi inosservata. Mentre il nuovo Presidente statunitense prestava giuramento, lo stesso uomo a cui piace “prender le donne per la passera” e che ha promesso di costruire fra i due paesi “un grande bellissimo muro”, circa 50 donne americane e messicane hanno creato un potente simbolico gesto di resistenza e forza collettiva: intrecciando insieme i loro capelli.

Capelli bianchi e capelli neri, biondi e rossi e castani, in un’unica treccia e chi li aveva corti si è drappeggiata una sciarpa sulla testa per legarla alla capigliatura di un’altra donna.

Xochitl Nicholson di “Boundless Across Borders” (“Sconfinate attraverso i confini”), una delle organizzatrici, lo ha spiegato così: “Volevamo qualcosa che si riferisse direttamente alle donne, ma che convogliasse anche un messaggio sul nostro retaggio e sul nostro retroterra, che sono comuni.”

“Nessun gesto è troppo piccolo. – ha aggiunto Marisol Diaz, una giovane partecipante – Il cambiamento avviene tramite queste azioni.” Altre donne presenti hanno attestato di stare sul ponte in rappresentanza di chi non poteva esserci: le persone senza documenti, le persone le cui terre sono state occupate, eccetera.

Le trecce hanno una lunga storia nelle mitologie e nei simbolismi del nostro pianeta. Poiché hanno bisogno di tre ciocche tessute insieme diventano per esempio significanti dell’unione di corpo, mente e spirito o di presente / passato / futuro: chi le porta, i suoi antenati, i suoi discendenti. Anticamente, in Finlandia, si credeva che chi era molto abile nel fare trecce fosse anche in grado di domare i venti. Guardate queste donne: sono pronta a scommettere che non c’è vento contrario che non possano imbrigliare.

(https://lunanuvola.wordpress.com, 25 gennaio 2017)

di Luisa Cavaliere

Migliaia di donne di tutte le età, uomini e ragazzi di tutti i colori, bambini e bambine portati per mano anche dalle nonne «guerriere» che hanno dissotterrato l’ascia per l’occasione, sfilano per le strade della capitale simbolica dell’ «impero» d’Occidente. Immagini di una maratona che non sarà, lo dicono i cartelli che compongono un’allegra pinacoteca, una corsa e che, promettono, sfiderà giorno per giorno la misoginia e l’ ignoranza di un presidente che rappresenta il peggio dell’America. Pura forza materiale e simbolica che somiglia tanto a quella che negli anni ‘60 sostenne il sogno di Martin Luther King o si oppose alla guerra in Vietnam. Somiglia come sempre il presente ricorda il passato, ma, non è quella. E non è quella perché ad indirla sono state le donne che hanno messo in scena una forza che parla al mondo e parla a ciascuna e a ciascuno di noi. Anche qui, anche in Campania dove sembra archiviata qualsiasi riflessione collettiva, qualsiasi antagonismo organizzato, qualsiasi cultura capace di rompere conformismo e rassegnazione (quando non complicità) con l’ ineluttabilità di ciò che accade. Per le strade delle città americane (un dato che sembra sfuggire anche a «prestigiosi» commentatori nostrani), le donne hanno dichiarato che lo scettro (quello che Trump promette di restituire al popolo e di cui si fa sinistro e arbitrario mediatore in nome di una investitura che i voti popolari gli hanno negato) non lo cederanno. Non consentiranno l’azzeramento delle tante e faticosissime conquiste che Obama ha radicato pur tra mille impedimenti e incomprensioni.

Le donne mostrano l’intenzione consapevole e politicamente feconda di assumersi la responsabilità di invertire il senso e il corso degli eventi. Resistono allo scoramento e accendono la scintilla che può bruciare la prateria. Mostrano il loro modo di prendersi cura della democrazia e delle sorti del loro Paese (e non solo). Costruiscono un protagonismo che nei giorni prima della manifestazione, ha giustiziato differenze, interessi di parte, separatismi. Guardano al bene comune come sempre fa chi con la politica desidera cambiare in meglio la vita di tutti e di tutte, il mondo. Aprono la strada e si preparano ad accoglierli, ad altri antagonismi, ad altre responsabilità.

Sta qui il valore dirompente e, in parte, inedito di quel meraviglioso fiume colorato che ha invaso le città del potere americano. Un valore quasi di metodo. Sta qui il lavoro necessario perché quel valore si espanda come un potente virus anche a Napoli e in Campania dove regnano incontrastate disoccupazione e precarietà; declino di culture di impresa e iniqua distribuzione del reddito; disfacimento progressivo e ineluttabile della coesione sociale, controllo della criminalità organizzata di grandissime aree.

Senza enfasi, che non è più il loro tempo, credo che con il sano realismo che non rinuncia alla speranza collocata nella storia e non usata come inutile sedativo, bisogna imparare rapidamente la lezione americana. Impararne tutti i capitoli. Coglierne tutte le implicazioni. Sottolinearne tutte le antiche novità come quella dell’età di chi ha pensato quella manifestazione. Una «ragazza» di sessant’anni, una pensionata che ha convinto le giovani dando loro il tempo. Volutamente immemore di una distanza generazionale che sembrava impedire scambio e reciprocità di esperienze e di pensieri. Contro questa destra vecchia e misogina che sembra dilagare, è necessario organizzare tessere relazioni produrre culture. Occorre non rassegnarsi e accendere scintille anche… sotto il Vesuvio. Intrecciando vecchie e nuove modalità. Senza innamorarsi dei sogni che pure rendono bella la vita.

(Corriere della Sera, 24 gennaio 2017)

di Alberto Leiss

Morire quanto necessario, senza eccedere./ Rinascere quanto occorre da ciò che si è salvato.

Sabato scorso alla Casa Internazionale delle donne di Roma Fulvia Bandoli ha citato questi versi di Wislawa Szymborska chiudendo un incontro – voluto dalle femministe del Gruppo del mercoledì – per ricordare Rosetta Stella, che ci ha lasciato nel maggio scorso. Va citato anche il titolo e il contenuto della poesia: Autotomia, che è la capacità di alcuni animali di amputarsi parti del corpo che poi ricrescono forse meglio di prima. Szymborska inventa una metafora parlando dell’oloturia (una specie di pesce-alga che sembra un cetriolo) animale che «in caso di pericolo… si divide in due: da un sé in pasto al mondo, con l’altro fugge».

La vita e la fuga imprevista di Rosetta sono state invece per molti versi eccessive – come quasi tutte le voci che l’hanno ricordata sabato hanno detto – ma è vero che era animata da un inquieto desiderio di darsi «in pasto al mondo».

Una energia che l’ha portata a attraversare sempre battagliando la vita dell’Udi, l’elaborazione del femminismo tra Roma e Milano (come documentano gli articoli sulle riviste DWF e Via Dogana), la ricerca teologica (culminata nel suo ultimo libro, Divagazioni sul tema del Noli me tangere, con una «elevatezza che mi lasciava positivamente esterrefatto», parole del vescovo Agostino Marchetto). E poi la partecipazione ai gruppi femministi Balena e del mercoledì, fino all’ultima esperienza di gruppo, la Scuoletta per un uso politico della teologia.

La sua era una «originalità radicale e spiazzante» (Bianca Pomeranzi), era una donna «vitale, imprevedibile, feroce e misericordiosa» (Rinalda Carati), «né cielo, né inferno, ma carne dubbiosa» (Stefania Giorgi).

Impegnata a scrivere un discorso pronunciato dalla Madonna (Febbre di Maria, citato da Maria Rosa Cutrufelli) come un intervento a favore del distacco più netto dell’Udi dal Pci, anche rinunciando al finanziamento elargito dal partito (Paola Masi).

Valutava appieno il valore materiale e simbolico del denaro: una sua donazione facilitò l’uscita della seconda serie della rivista della Libreria delle donne di Milano, Via Dogana.

Una «passione politica senza aggettivi» (Maria Luisa Boccia) che produceva anche «distanza», «squassava le relazioni», ma realizzava «un’intesa di tipo unico: una con cui baruffavo e ridevo spregiudicatamente» (Luisa Muraro).

Una sua frase (ricordata da Lia Migale): «Dio c’è, anche se non esiste…» forse spiega un poco la sua passione per le dimensioni del sacro, per il valore profetico che vedeva anche nel linguaggio dissacrante di Carla Lonzi (Gabriella Bonacchi), la sua ricerca sulle “possibilità di accadimento” nel presente, «nominando ciò che è già cambiato» (Claudio Vedovati).

Rosetta avrebbe apprezzato tanti apprezzamenti lusinghieri su di lei, ma non avrebbe voluto essere retoricamente esaltata.

Maria Starnone ha citato un vecchio libro sulle suore, Le casalinghe di Cristo, con un suo intervento poi rinnegato. «Mi mancherà – ha detto Letizia Paolozzi – il suo stare di traverso, anche insopportabile. E il fatto che non è mai stata rivendicativa». Rosetta, inoltre, «non era diffidente rispetto al sesso maschile».

Questo l’ho saputo anch’io conoscendola, e apprezzando l’esperienza della Scuoletta: per un anno e mezzo donne e uomini ci siamo ritrovati in uno scambio intenso. Un equilibrio difficile, retto grazie alla sua presenza.

E rotto ora che lei non c’è più. Un altro interrogativo da indagare nella sua eredità molteplice.

(il manifesto, 23 gennaio 2017)

di Bia Sarasini

Washington, la Women’s march

Sono centinaia di migliaia le manifestanti che, insieme a tantissimi uomini, si sono riversate per le strade di Washington, rispondendo all’appello della Women’s march contro Donald Trump. Si sono superate così le più rosee previsioni della vigilia, che stimavano 200.000 persone. Mentre altre centinaia di migliaia si sono radunate in altre città degli Stati Uniti, come Boston, ma anche nel resto del mondo. Una marcia che è stata caratterizzata da un programma politico inedito, che dai diritti delle donne si allarga e include tutte le minoranze.
Tutti coloro che sono oggetto di ingiustizie sociali minacciati dal feroce populismo di Trump.

Un atto esemplare della politica femminista di nuova generazione, che forte di una mobilitazione femminile travolgente parla a tutte e tutti. La marcia, dice il testo «è un movimento guidato da donne che porta nella capitale persone di ogni genere, razza, cultura, appartenenza politica, per affermare la comune umanità e un messaggio di resistenza e auto-determinazione».

«Raccogliamo l’eredità – prosegue l’appello – dei movimenti suffragisti e abolizionisti, dei diritti civili, del femminismo, dei nativi americani, di Occupy Wall Street», si riconoscono, tra le altre, leader come bell hooks, Gloria Steneinem, Betha Caceres, Audre Lourde, Angela Davis.

Al centro le differenze economiche, le differenze tra le donne di colore e quelle bianche, le disparità economiche tra razze e sessi. E si sostiene la libertà riproduttiva, e la libertà di scegliere il genere, e i diritti lgbtq.

Ma non solo. «Riconosciamo – scrive il documento – che le donne di colore sostengono il maggior peso del lavoro di cura, in patria e nel mondo globale. Sosteniamo che il lavoro di cura è lavoro, un lavoro quasi tutto sulle spalle delle donne, in particolare donne di colore».

Inoltre il testo sostiene un’economia giusta, trasparente e equa. E sostiene che tutti i lavoratori, compresi i lavoratori domestici e i contadini, hanno il diritto di organizzarsi e di lottare per un salario equo, compresi gli immigrati senza documenti.

«Crediamo – scrivono – che migrare è un diritto umano e che nessun essere umano è illegale».
Un programma ampio, complesso, che è una grande novità politica. Dal classico «i diritti delle donne sono diritti universali», si fa programma politico generale che guarda a tutta la società e propone un’alleanza a tutte le minoranze minacciate dal nuovo presidente. In tutto il mondo.
Il contrario del radical chic. Hanno partecipato attrici come Scarlett Johansson, Ashely Judd, ma anche una delle madri del femminismo come Gloria Steinem, il super-attivista Michael Moore.

E non è mancata l’irriverenza femminista, il pussy-hat (pussy sta per vagina), il cappello rosa sfoggiato dalle manifestanti, che è servito a raccogliere i fondi necessari.

(il manifesto, 21 gennaio 2017)