di Lea Melandri
Nessuno sembra essersi accorto che se c’è uno stereotipo duraturo è proprio il femminismo, la rivoluzione delle coscienze che ha messo a tema il rapporto di potere tra i sessi e la cultura che lo ha trasmesso lungo una storia millenaria.
Effetto dell’ignoranza o di una volontaria messa sotto silenzio, la banalizzazione e gli storpiamenti che hanno subito le teorie e le pratiche del movimento delle donne, da cinquant’anni a questa parte, appaiono incomprensibili se messi a confronto con il profluvio di parole come gender, transgender, queer, lgbtq, che oggi occupano il dibattito pubblico e di cui sembra essersi persa l’origine.
Ho pensato perciò che non fosse inutile richiamare alcuni dei passaggi che hanno fatto della cultura femminista la critica più radicale alla politica tradizionalmente intesa, alla divisione sessuale del lavoro e a un modello di civiltà distruttivo nei suoi fondamenti, oggi più visibili che in passato.
Alla domanda «perché ha ancora senso dirsi femministe», risponderei così:
– Perché il salto della coscienza storica prodotto dal femminismo non si esaurisce con una generazione. Tutti sappiamo cosa vuol dire essere maschi o femmine, ma è come se ognuno/a singolarmente dovesse scoprirlo, partendo da una domanda che nasce dentro di sé, per rendersi conto che i ruoli e le identità di genere, il rapporto di potere tra i sessi, non appartengono alle leggi immutabili della natura, ma alla storia, alla cultura, alla politica, e come tali possono essere modificate.
– Perché il femminismo non è un’ideologia, legata a una fase storica particolare, ma un cambiamento nella consapevolezza che si ha di sé e del mondo, un modo diverso di pensare e agire nella vita privata e pubblica, un processo di liberazione da pregiudizi, schemi mentali, costruzioni immaginarie che abbiamo inconsapevolmente ereditato dalla cultura dominante.
– Perché è stato il primo e finora l’unico movimento di donne che ha mostrato l’inganno del dilemma, proprio dell’emancipazionismo, «uguaglianza/differenza»: omologazione al maschile o tutela/valorizzazione della differenza femminile, un dualismo conseguente alla divisione sessuale del lavoro, all’identificazione della donna con la madre e con gli interessi della famiglia. Da qui viene l’attualità del femminismo in quanto interprete dei cambiamenti a cui stiamo assistendo: presenza sempre più incisiva e critica delle donne nella sfera pubblica; la cura vista come responsabilità collettiva di donne e uomini; riscoperta del tempo di vita come valore rispetto alle logiche produttive e di mercato.
– Perché ha portato la riflessione e la presa di coscienza sul corpo, sulla sessualità, sulla violenza che si annida nei rapporti più intimi, sulla maternità, cioè sulle esperienze che, lasciate per secoli fuori dalla storia, conservano più a lungo l’eredità del passato.
– Perché ha legittimato le donne a «vivere per sé», a riconoscersi come persone, individui e non solo ruoli funzionali al benessere di altri.
– Perché ha fatto scoprire che era possibile una socialità tra donne non segnata dallo sguardo maschile che le ha tenute per secoli divise –madri di, mogli di, figlie di-, un’amicizia produttrice di intelligenza e creatività individuale e collettiva.
– Perché nonostante sia stato osteggiato, messo sotto silenzio, temuto e fatto oggetto di scherno, ha mantenuto la sua forza, la capacità di produrre pensiero, iniziativa, conflitti, di alimentare passioni durature, che ricompaiono di generazione in generazione.
– Perché dopo mezzo secolo, la generazione che vi ha dato avvio negli anni ’70 si è sentita dire al convegno di Paestum (ottobre 2012) dalle donne venute dopo, alcune delle quali molto più giovani: «siamo coetanee», «se siamo qui con voi è perché ci avete trasmesso molto».
(Corriere della Sera, 1 marzo 2017)
di Paolo Di Stefano
Cristina Carelli, coordinatrice della Casa di accoglienza delle donne maltrattate, a Milano, nella sede di Porta Romana. Ha studiato Matematica, poi ha scelto le scienze dell’educazione. Prima ha lavorato con i bambini disabili nelle scuole, poi in comunità con le donne che hanno subito violenze. La Casa è il primo centro antiviolenza in Italia
Cristina Carelli, coordinatrice della Casa di accoglienza delle donne maltrattate, a Milano, nella sede di Porta Romana. Ha studiato Matematica, poi ha scelto le scienze dell’educazione. Prima ha lavorato con i bambini disabili nelle scuole, poi in comunità con le donne che hanno subito violenze. La Casa è il primo centro antiviolenza in Italia
«C’è stato un fatto doloroso che mi ha messo in contatto con il dolore delle persone. Non mi va di raccontarlo, avevo 26 anni e sono cambiata». Cristina Carelli ricorda quella svolta con un sorriso malinconico che qua e là si accende di luce. «Ho cominciato a studiare matematica, ho fatto tanti esami, ero una ragazza con la testa tra le nuvole, ma sin da piccola sono sempre stata l’avvocata delle cause perse, era quella la mia prima aspirazione». Dall’astrazione della matematica al lavoro nel sociale il passo è lungo ma tutt’altro che impossibile. Infatti Cristina lo compie presto e di slancio: «Mi sono messa a studiare scienze dell’educazione per affiancare le persone nella quotidianità: ho iniziato dai minori disabili, con difficoltà di linguaggio o autistici». Per un decennio — erano gli anni Novanta — lavora in comunità e collabora ai progetti di integrazione delle scuole per l’infanzia: «I bambini mi hanno insegnato a creare dei ponti tra persone apparentemente separate da enormi barriere. Mi ricordo che in una classe c’era un bambino che muoveva solo le braccia e non riusciva a parlare ma aveva una vitalità eccezionale: con i suoi compagni, che avevano tre anni come lui, siamo riusciti a inventare delle incredibili strategie di gioco adagiandolo su un tappeto per il divertimento suo e degli altri». Oggi Cristina coordina la Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate, un luogo storico di Milano nato nel 1986, primo centro antiviolenza in Italia. La nuova sede, in Porta Romana, si affaccia sul cortile interno di un vecchio palazzo ben tenuto: Le parole non bastano, recita un manifesto appeso su una parete. Un lavoro politico, lo chiama, intendendo per politica l’impegno a cambiare la società attraverso le singole storie che incontra: «Non ho mai fatto pace con la violenza e credo che ogni percorso verso la libertà rimetta in equilibrio la terra».
La guida di nonna Lucia
Un papà dirigente d’azienda, una madre casalinga e «femminista ante litteram»; ma soprattutto è stata la nonna materna, Lucia, la sua guida morale: «Era molto povera, aveva fatto la quinta elementare, ha lavorato a Crema come sarta, riconosceva la poesia di un fiorellino nel cemento e mi portava con sé per andare a vederlo. Quando studiavo al liceo, mi chiedeva di parlarle di letteratura e di filosofia… Era una donna curiosa, giusta, accogliente, capace di ascoltare le confidenze delle nipotine: mie e di mia sorella». La vita di Cristina Carelli, che si definisce femminista della seconda ondata e rimane fedele al pensiero della differenza di genere, è per le donne: «Lavorare ai diritti e al rispetto, che non sono ancora riconosciuti, quando si parla di violenza sulle donne, se ne parla con troppe ipocrisie maschili». Per quattro anni ha affiancato nella quotidianità le madri ospitate nelle case a indirizzo segreto (oggi gli appartamenti della Casa sono 7): «Facevo assistenza alle donne con bambini, che spesso, se hanno subito violenza, non trovano abbastanza energia nel gestire la vita quotidiana, sono troppo concentrate sulla protezione fisica di sé e dei figli e dimenticano la cura, le relazioni eccetera. Erano giovani maltrattate in famiglia, dal padre, da un fratello o da un partner. È stata l’esperienza più dura, perché tendevo a giudicare le madri, ritenendole in qualche modo responsabili della sofferenza dei figli. Solo dopo ho capito che dovevo tenermi lontana dal giudizio». Accoglienza è una parola chiave. Cristina racconta che le ragazze, in genere, arrivano da sole o accompagnate da un’insegnante: «Con loro spesso diventi una specie di figura materna sostitutiva: le loro madri sono coinvolte nel silenzio, sono minacciate e temono per la vita propria e delle persone intorno. Ma il dato che emerge sempre più è che sono tanti i ragazzini violenti, dunque è importante fare un lavoro di prevenzione nelle scuole discutendo delle relazioni, dei modelli, degli stereotipi e della doppia morale diffusa: incontrando i ragazzi delle prime superiori e cercando di metterli in gioco, capisci però che sanno fare passaggi velocissimi».
Il patto di fiducia
Undici o dodici ore di lavoro al giorno. Cristina comincia alle nove del mattino e chiude in tarda serata con una lunga camminata per attraversare la città fino a casa. Dove ci sono i libri da leggere per piacere (ultimo il diario di Doris Lessing), la poesia (leggere, ma anche scrivere versi: «Una forma di libertà e di pulizia»). E il giorno dopo, di nuovo: le urgenze, le scuole, i progetti, la gestione della Casa con 11 dipendenti e 50 volontarie. Ci sono le telefonate a cui rispondere: «Sono tante le giovani che chiamano per chiedere se quello che stanno vivendo è violenza…». Il momento più difficile, spiega Cristina, in genere è il primo impatto: «Le donne che arrivano qui spesso non parlano, sono diffidenti, aggressive, hanno vergogna, temono di essere etichettate, sono preoccupate di proteggere le loro storie. Poi, quando si sentono più rassicurate e si è stabilito una specie di patto di alleanza, valutando insieme le possibili vie d’uscita e le soluzioni di sicurezza, la loro emotività si esprime nel pianto o nei malesseri psicosomatici: lo stomaco, gli arti, il mal di testa… Il corpo è lo specchio delle loro emozioni».
Gli amici generosi
Un lavoro che potrebbe fare anche un uomo? «Impossibile, neanche un uomo molto empatico e sensibile potrebbe mai: c’è una dimensione di genere che apre le porte in entrambe le direzioni. Ho incontrato uomini eccezionali, capaci di ascolto, ma più sono sensibili e più ammettono che non sarebbero in grado di capire fino in fondo una donna maltrattata. Ho diversi amici maschi, tre in particolare, con cui condividiamo la visione della vita, sono generosi e disponibili, con loro parlo tanto del mio lavoro, e si va sempre a finire lì…». Sorride di sé più che dei suoi amici che devono, dice, «sorbirsi le mie fissazioni». Non chiedetele della famiglia, perché la famiglia di Cristina è la Casa, dove «la vita è molto condivisa». Sente la continuità con la sua famiglia d’origine, ma si dice molto critica sul familismo italiano: «Odio la retorica dei rapporti familiari, l’iperprotettività nei confronti dei propri figli e il menefreghismo rispetto agli altri: è uno scandalo, uno scandalo da cui nasce anche la violenza. Io non riesco a essere spettatrice, anche se a volte, di fronte a certe situazioni mi chiedo: chissà come ha fatto questa donna a resistere, a uscirne e a riprendersi la vita…».
(Corriere della Sera, 27 febbraio 2017)
dal 09/02/2017 al 23/04/2017
VILLA MEDICI – ACCADEMIA DI FRANCIA
Viale Della Trinità Dei Monti 1 – Roma – Lazio
di Helga Marsala
Il perturbante. Aggettivo di freudiana memoria che ha in sé una sintesi ambigua, fortissima: ciò che è familiare e ciò che fa paura, in un’immagine sola. Da qui l’inquietudine. Attrazione e terrore, intimità e sgomento. E siamo in un territorio che potremmo definire l’estetica della soglia, del transito. Annette Messager (Berck, 1943), tra le maggiori artiste europee viventi, premiata nel 2010 col Leone d’Oro alla Biennale di Venezia, arriva a Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma, per il nuovo ciclo espositivo Une, a cura di Chiara Parisi.
E questa passione per l’inquieto, per l’enigmatico, per ciò che perturba, celando e rivelando a piacere, torna anche qui, come una costante del suo sguardo, del suo sentimento per l’esistenza.
“Per me è inquietante tutto quello che è ‘familiare’, tutti gli oggetti di cui ci circondiamo,
quello che succede nelle nostre vite, quello che succede nell’attualità”, ci dice. “Per me non esistono il surreale e l’immaginazione, la vita è più forte. (…) La vita, per me, è un turbamento permanente”.
Che non è paura, o non semplicemente. È lo stupore per una bellezza soverchiante, da cui si intravede l’inaudito, l’incomprensibile, e che però è anche un bastimento di memorie d’infanzia, di relazioni affettuose, di passioni e godimenti, di potenza laterale ed energia impetuosa. Come quella delle donne.
FRAMMENTI AMOROSI. STORIE DI CORPI, DONNE, ANIMALI
E sul femminile riflette spesso, Annette Messager. Della difficoltà d’essere artiste e di conquistare spazio, credibilità, autorevolezza. Le donne spaventano? “Quando ho cominciato il mio lavoro mi chiamavano la fattucchiera”, aggiunge. “La parola utero viene dalla parola isteria, e il sangue che cola ogni mese… Tutto questo può fare paura ancora oggi”. E allora piccoli uteri diventano la decorazione di una carta da parati, nell’ex atelier di Balthus, mentre in giardino una lunga chioma oscilla al vento, brandita dal Mercurio bronzeo del Giambologna. E ancora un’esplosione di serpenti di peluche è come acqua che zampilla dalla celebre Fontana della Loggia, mentre animali di foglie sono scolpiti tra le siepi. Tutto si mimetizza, tutto è frammento che sbuca e risuona, insinuandosi docilmente.
All’interno, la grande scalinata centrale è sovrastata da Eux et Nous, Nous et Eux (2000), una pioggia di creature bizzarre, animali impagliati ibridati con peluche, specchi, matite colorate, guanti neri: la poetica dei corpi per la Messager è sempre un fatto di smembramenti, accumulazioni, ombre sotterranee e fascinazione. Una “geografia amorosa”, la chiama lei, citando i frammenti di Barthes. Corpi a pezzi ma che non raccontano il dolore: piuttosto “la tenerezza”.
Chiude il percorso una grande installazione del 2004, Histoire de traversins: cuscini rigati, a evocare le divise dei prigionieri di Auschwitz, si fanno architetture morbide, enormi covi d’incubi e di meraviglie, da cui sbucano maschere e micro personaggi. Torna la malia del perturbante. Mentre dall’altra stanza, come un canto, risuonano parole scritte sul muro, con fili di pazienza a cui appendere giochi e vecchi pupazzi: jelousie, spasme, love. Lo spasmo, la gelosia e la passione. Ancora una volta la vita, a tenerci per le viscere e all’altezza del cuore.
Se non basta questa ovvia affermazione, le spiego come e perché
di Franca Fortunato
Cara Ministra Lorenzin, dopo l’assunzione con concorso pubblico di due ginecologi «da destinare al settore Day Hospital e Day Surgey per l’applicazione della legge 194/1978» all’ospedale San Camillo di Roma, per iniziativa del presidente della regione Lazio Nicola Zingaretti, ho letto che anche lei si è unita alle proteste dei vescovi e dell’Ordine dei medici romani che hanno gridato alla “discriminazione” dei medici obiettori e al tradimento della legge 194. Ma, mi scusi, la ministra della Salute qual è lei, non dovrebbe essere d’accordo con la finalità di quelle assunzioni, visto che suo compito primario è fare applicare la 194 negli ospedali pubblici? Lei ha o no l’obbligo di controllare, verificare, intervenire, al San Camillo di Roma come al Pugliese di Catanzaro, per rimuovere gli ostacoli che impediscono la piena applicazione della 194? È suo dovere o no garantire e fare garantire a tutte le donne che decidono di interrompere una gravidanza non voluta, quanto previsto dagli articoli 4, 5, 7, 8, 9 della 194? Articoli che le voglio ricordare, nel caso – come penso – li avesse dimenticati. Art. 4: «Per l’interruzione volontaria di gravidanza entro i primi novanta giorni, la donna (…) si rivolge a un consultorio pubblico o a una struttura socio-sanitaria a ciò abilitata dalla regione, o a un medico di sua fiducia». Qual è oggi lo stato dei consultori nel nostro Paese? Che cosa fa per rafforzarli? Art. 5: «…Al termine dell’incontro il medico di fiducia di fronte alla richiesta della donna di interrompere la gravidanza sulla base delle circostanze di cui all’art. 4, le rilascia copia di un documento, firmato anche dalla donna, attestante lo stato di gravidanza e l’avvenuta richiesta, e la invita a soprassedere per sette giorni. Trascorsi i sette giorni, la donna può presentarsi, per ottenere l’interruzione della gravidanza, sulla base del documento rilasciatole (…) presso una delle sedi autorizzate». Art. 8: «L’interruzione della gravidanza è praticata da un medico del servizio ostetrico-ginecologico presso un ospedale generale (…) può essere praticata anche presso case di cura autorizzate dalla regione, fornite di requisiti igienico-sanitari e di adeguati servizi ostetrico-ginecologici (…). Gli interventi di interruzione della gravidanza dovranno altresì poter essere effettuati, dopo la costituzione delle unità socio-sanitarie locali, presso poliambulatori pubblici adeguatamente attrezzati, funzionalmente collegati agli ospedali ed autorizzati dalla regione». Dove sono i poliambulatori pubblici collegati agli ospedali? In tutti gli ospedali pubblici è garantita l’applicazione della legge? No, e lei lo sa bene. Art. 9: «Il personale sanitario ed esercente le attività ausiliarie non è tenuto a prendere parte (…) agli interventi per l’interruzione della gravidanza quando sollevi obiezione di coscienza (…). Gli enti ospedalieri e le case di cura autorizzate sono tenuti in ogni caso ad assicurare (…) l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza richiesti. La regione ne controlla e garantisce l’attuazione». Il presidente Zingaretti, in quanto rappresentante della regione Lazio, ha fatto o no quanto previsto da quest’ultimo articolo: controllare e garantire l’attuazione della 194? E non è un modo di garantire l’applicazione della legge l’aver previsto nel bando di assunzione il licenziamento, nei primi sei mesi, dei medici assunti se si rivelassero obiettori? È garantita o no la libertà di un medico obiettore a non presentarsi a un concorso simile? Sgombriamo il campo dai diritti, l’un contro l’altro armato. Nella decisione di una donna che non vuole portare avanti una gravidanza indesiderata, non c’è nessun diritto all’aborto, ma una necessità e una scelta. Come non c’è nessun diritto all’obiezione di coscienza ma la libertà di una scelta, senza però – come prevede la stessa legge – mettere a rischio l’applicazione della legge stessa. Cosa questa che, invece, da anni avviene negli ospedali pubblici. E lei lo sa bene. Perché l’assunzione di medici non obiettori dovrebbe essere un “tradimento” della 194? Non è, invece, un “tradire” la legge quando in un ospedale gli obiettori di coscienza arrivano all’80% e a volte al 100%? Non è forse un “tradire” la legge quando, a causa delle lunghe liste di attesa, in questo paese si è tornati a parlare di aborto clandestino – a volte procurato da medici obiettori nel pubblico – e di viaggi all’estero per chi se lo può permettere? E lei che cosa fa, che cosa ha fatto, per evitare tutto questo? Niente. Oggi contesta l’operato di un presidente di regione che è intervenuto per rendere possibile l’applicazione della legge, mentre avrebbe dovuto e dovrebbe essere lei a sollecitare tutti i presidenti di regione a fare altrettanto, garantendo loro le risorse economiche necessarie. La 194 è stata voluta dalle donne – anche se c’era chi chiedeva la sola depenalizzazione dell’aborto – per eliminare il reato di aborto, togliere le donne dalla clandestinità e salvaguardare la loro salute quando decidono di interrompere una gravidanza non voluta. Difendere e applicare la 194 non è solo un suo compito ma prima di tutto un suo dovere. Se non se la sente, si dimetta.
(Il Quotidiano del Sud, 26 febbraio 2017)
Per le donne, oggi, la grande sfida è stare dappertutto secondo una propria misura, perché il mondo sembra impermeabile a questa misura. Da un lato si è sviluppata enormemente la disponibilità di esperienze, teorie, autocoscienza, pratiche, esercizi di sovranità, ricerche filosofiche e politiche, prove di governo femminile. Dall’altro molte si assumono responsabilità di governo senza avere acquisito consapevolmente il patrimonio di sapere e sapienza femminili, che permetterebbe loro di non essere incluse nella forma mentis di tradizione maschile, e di conservare la sovranità e la creatività della differenza femminile. Da qui l’idea di realizzare una Scuola per l’alta formazione di donne partecipi dell’autorità femminile, che intendono intraprendere un’esperienza di governo. Sarà l’inizio di nuove istituzioni che segnano la fine del tempo del neutro maschile? Ne parliamo con Annarosa Buttarelli, prima ideatrice, in dialogo con Sara Gandini e Laura Colombo.
È online e accessibile l’ultimo numero della rivista di Diotima “Per
amore del mondo” n.14 (2016) dal titolo “Il peso del mondo” al link
http://www.diotimafilosofe.it/edizione/numero-14-2016/
di Geraldina Colotti
Non una di meno, verso l’8 marzo. Il direttivo della Federazione Lavoratori della conoscenza CGIL accetta la sfida globale.
La marea verso lo sciopero globale. In tutta Italia, il movimento Non una di meno sta preparando le piazze tematiche, il concentramento, il corteo, con la consegna: Lottomarzo. Declinazioni molteplici e sguardi a tutto campo, di cui dà conto la pagina fb, spiegano come si prefigura un 8 marzo di astensione da ogni attività produttiva e riproduttiva per 24 ore: contro il patriarcato, la violenza di genere e il sistema che la produce. Non una di meno – un movimento inclusivo ma determinato quanto a percorsi e a orizzonti – ha chiesto a tutte le organizzazioni sindacali di aderire allo sciopero generale, nel settore pubblico e nel privato.
USB E COBAS (vedi articoli e interviste sul sito del manifesto) hanno aderito subito, e così Slai Cobas, Usi e il Sindacato Generale di Base (Sgb). Quest’ultimo ha anche accettato di convogliare lo sciopero della scuola, indetto per il 17 marzo, su quello dell’8, come richiesto dal movimento. Non una di meno fa breccia nel mondo del lavoro e del non lavoro (anche migrante e di cura).
IN QUESTI GIORNI è arrivata l’adesione della Flc Cgil, che ha indetto lo sciopero di 8 ore per quanto riguarda il comparto scuola, ricerca e università (quindi anche per gli enti di ricerca non pubblici). «Per educare alla parità di genere e sradicare la cultura della violenza sulle donne, la formazione riveste un ruolo centrale e strategico – scrive la Flc-Cgil -: dall’asilo nido all’università, l’educazione alle differenze deve essere una pratica diffusa che superi la cultura formale delle pari opportunità. Affrontare in modo critico il tema delle violenze di genere e far emergere le relazioni di potere che si instaurano attraverso gli stereotipi maschili e femminili deve essere obiettivo della scuola pubblica».
LA CGIL NAZIONALE, invece, fin’ora non ha risposto, ma la discussione va avanti nelle istanze del sindacato per la presenza di molte iscritte, attive in tutte le scadenze che il movimento si è dato finora. Neanche la Fiom ha finora dato segnali. Come mai? Dalle riunioni cittadine è ora partita la richiesta di un incontro con la Segretaria generale della Cgil, Susanna Camusso, che era in piazza durante la grande manifestazione del 26 novembre, a cui hanno partecipato oltre 200.000 donne. Il giorno dopo, in più di 1.500 hanno partecipato all’assemblea di Roma e in oltre 2.000 si sono ritrovate a discutere a Bologna, il 4 e il 5 febbraio, contenuti e iniziative degli 8 tavoli tematici: Lavoro e Welfare; Piano Legislativo e Giuridico; Educazione alle differenze, all’affettività e alla sessualità: la formazione come strumento di prevenzione e di contrasto alla violenza di genere; Femminismo migrante; Sessismo nei movimenti; Diritto alla salute sessuale e riproduttiva; Narrazione della violenza attraverso i media; Percorsi di fuoriuscita dalla violenza. La richiesta del movimento ai sindacati è quella di mettersi a disposizione della mobilitazione, consentendo la copertura e la più ampia partecipazione nei posti di lavoro.
SCRIVE NON UNA DI MENO a Camusso: «Sono moltissime le lavoratrici – dipendenti, precarie, autonome, disoccupate – che stanno organizzando lo sciopero nei posti di lavoro, nelle strutture sanitarie, nelle aziende private, nelle scuole. Lo sciopero, dunque, è lo strumento che il movimento femminista ha scelto e che si darà contemporaneamente in 40 paesi del mondo, perché la violenza di genere non è un fatto emergenziale ma strutturale, non si combatte con l’inasprimento delle pene, ma con una trasformazione radicale della società e delle relazioni, delle condizioni di vita e di lavoro».
INTANTO, il movimento ha pubblicato un vademecum per chi voglia scioperare. La copertura sindacale esiste, anche se nel luogo di lavoro non vi sono sindacati che abbiano aderito e anche se non si è iscritti a un sindacato. La comunicazione dell’astensione arriverà all’azienda direttamente dalla Commissione di Garanzia, dalla Regione o dalla propria associazione datoriale. La lavoratrice non è tenuta a dichiarare prima la sua adesione allo sciopero. Se il datore di lavoro nega di aver ricevuto l’avviso, si può mostrargliene copia, contattando https://nonunadimeno.wordpress.com/
(il manifesto 23 febbraio 2017)
Intervento al convegno Donne e popolo: la strana coppia in tempi di populismo, Verona 12 novembre 2016
di Luciana Tavernini
Ho pensato di contribuire all’idea di questa scuola di alta formazione, cogliendo l’invito di Annarosa Buttarelli a tenere insieme percorsi di donne che si intrecciano e dovrebbero lievitare. Sento che circola in varie forme l’esigenza di trarre dall’esperienza delle donne pensiero-teoria-simbolico (non formalizziamoci sui termini, se questi devono essere divisori) e mi vengono in mente tre letture che ho fatto in questo periodo.
Penso al libro di Vita Cosentino, Scuola. Sembra ieri, è già domani. L’autoriforma come trasformazione della vita pubblica, a cura di Marina Santini e Alessio Miceli (Moretti & Vitali, Bergamo 2016, pp. 282, E. 18.00), inserito nella collana, curata da Annarosa, legata al pensiero dell’esperienza; al libro di Luisa Pogliana sulle manager Esplorare i confini. Pratiche di donne che cambiano le aziende (Guerini Next, Milano 2016, pp.142, E. 17.00) e all’e -book di Franca Fortunato, intitolato Sai chi è Lina Scalzo? (e-Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne, Milano 2016, pp. 22, scaricabile gratuitamente).
Che cosa hanno in comune questi libri? Il metodo per creare simbolico e riflettere sulla complessità di un’esperienza lavorativa in un contesto specifico per vedere come la politica delle donne ha trasformato questo contesto e può trasformarne altri. Un metodo che fa del riflettere, parlare e scrivere del proprio lavoro con almeno un’altra un impegno politico per non restare nella narrazione già data.
Vita Cosentino ha lavorato sempre prioritariamente insieme ad altre, riflettendo e scrivendone per oltre venticinque anni. È riuscita così a mostrare come l’irruzione della soggettività femminile consapevole produce cambiamenti. Nel libro propone con brevi introduzioni e organizzandoli per temi, quei testi, scelti in relazione con due altri insegnanti, Marina Santini e Alessio Miceli, che mostrano della sua esperienza quanto è ancora valido oggi. Riesce così a farci cogliere, proprio per il preciso e appassionato lavoro simbolico, l’originalità e la forza della politica delle relazioni per tutte e tutti. Mi sembra che qui diverse abbiano proposto questa modalità di riandare e rivisitare l’esperienza del passato, penso all’intervento di Luana e di Oriella.
Luisa Pogliana, dirigente per tanti anni, si era resa conto che usava modalità diverse di dirigere, per questo aveva scritto libri sulla sua esperienza come Donne senza guscio, creando poi con altre l’omonima associazione (www.donnesenzaguscio.it). Tenendo contatti con le dirigenti di varie aziende ha proposto una pratica di riflessione sul loro modo di lavorare, mettendo in parole una teoria del management che mostra come alla base di soluzioni innovative vi sia una diversa concezione non solo del modo di dirigere un’azienda ma dell’azienda stessa. In quest’ultimo libro lo fa proponendo parecchie esperienze, scelte di volta in volta come esempio di attuazione di un criterio, di un orientamento. Spesso queste manager le hanno detto: “Tu mi fai vedere quello che io ho fatto, ma che non vedevo e che gli uomini intorno a me riducevano al buon senso della casalinga, senza cogliere la trasformazione dell’azienda”.
Il terzo libro è l’intervista a Lina Scalzo che ha lavorato per quarant’anni in ambito assistenziale con donne disabili e anziane e, attraverso la relazione con Franca Fortunato, è riuscita a vedere trasformazioni e contraddizioni di quest’ambito e le invenzioni di alcune donne per intervenire. È andata al cuore dei problemi che toccano la cura, indicando pratiche che mettono in discussione le modalità neutralizzanti e aziendalistiche che sembrano rendere i servizi più efficienti ma stanno pericolosamente disumanizzando “gli utenti”.
Oltre alla modalità di creare simbolico, nei tre libri vi sono alcune indicazioni comuni.
Tutte queste donne ci dicono che non sono importanti i ruoli ma le relazioni. Io non ho il ruolo di insegnante, ma ho la responsabilità dell’insegnante. So delle cose, dunque c’è una differenziazione tra me e alunne ed alunni, ma non ruoli stabiliti e rigidi. I ruoli vanno scardinati, il sapere si fa insieme: trovare le soluzioni ai problemi, come ha detto prima Luana, nasce dall’aprirsi al dialogo con altre e altri che sono lì. Non sono io la dirigente che impongo la soluzione, non sono l’insegnante che sa già tutto quello che va bene per te, non sono io l’assistente che sa quello che deve essere fatto per te, ma mi metto in dialogo. Così le altre mi insegnano, per esempio, come fare per rispettare l’altra, l’altro; non si tratta di avere davanti un utente, ma donne e uomini in carne e ossa.
Un’altra indicazione è che il desiderio di benessere personale non è un elemento separato da ciò che si fa nel proprio lavoro. Se io metto in gioco il mio benessere personale, trovo insieme ad altre e altri le soluzioni. Faccio solo un piccolo esempio: in ambito dirigenziale arriva un momento in cui se vuoi diventare mamma “o lo fai o non lo fai”. La logica aziendale impone l’aut-aut, tu devi essere per l’azienda. Una dirigente, non volendo rinunciare alla maternità, ha impostato con le persone a lei erano sottoposte un discorso sul lavorare insieme, sul generare sapere e soluzioni insieme, ha creato un senso di responsabilità condivisa, sviluppando e riconoscendo, anche economicamente, il contributo di ognuna. “Non sono io la dirigente che dirige e sa già tutto, ma ciascuna/o è in grado di fare scelte in modo che durante la mia assenza per maternità il gruppo di lavoro continui a lavorare e da casa io possa continuare a tenermi in relazione.”
C’è dentro anche un discorso di fiducia e riconoscimento. Questo è un altro elemento: si lavora non con una gerarchia rigida, ma con una circolarità dell’autorità che significa visibilità e riconoscimento. Il gruppo ha funzionato bene e, quando la dirigente è tornata, non le è stata tolta la scrivania, come succede spesso, ma le è stato chiesto di portare avanti questa modalità partecipativa all’interno dell’azienda. Vi è riuscita anche perché ha saputo nominare il cambiamento che aveva creato nella struttura aziendale.
Dunque la necessità, oggi più che mai forte, di riuscire a fare teoria – creare simbolico – mettere in parole il nuovo che le donne vedono e fanno nel mondo del lavoro.
Penso che la scuola di alta formazione si muova in questo senso.
(trascrizione a cura di Alessandra De Perini)
(www.libreriadelledonne.it, 23 febbraio 2017)
intervista di R. Ciccarelli
In Italia Uberpop è stata dichiarata illegale tre anni fa, come in altri paesi europei. La forza dirompente di Uber è stata in parte neutralizzata da una sentenza che ha dichiarato illegale una piattaforma che permette a chiunque di fare il tassista con la propria macchina. Con Tiziana Terranova, docente di sociologia dei processi culturali all’università Orientale di Napoli e tra le più apprezzate studiose di culture digitali a livello internazionale, indaghiamo le ragioni che hanno portato alla protesta dei tassisti contro l’emendamento Lanzillotta che liberalizza il settore delle auto a noleggio.
Protestano per il timore della concorrenza di Uber Black nelle auto a noleggio o c’è qualcosa di più profondo?
Sentono che dietro Uber c’è un modello di governo della vita che, in un modo o nell’altro, vuole diventare egemonico.
Di quale modello si tratta?
Quello della gestione logistica del lavoro attraverso le piattaforme digitali. Come nella scuola in Italia.
Esistono piattaforme digitali anche nell’istruzione?
Il Ministero dell’Università sta usando piattaforme a tutti i livelli per collocare la forza lavoro insegnante nelle scuole primarie e secondarie, per valutare la ricerca nell’università e per accreditare i corsi universitari. Ormai nell’istruzione pubblica si fa tutto attraverso queste piattaforme.
Quali sono le ragioni che hanno spinto un governo ad adottare questa tecnologia di controllo e governo?
Per centralizzare un nuovo tipo di comando sulle persone. Si tratta di un comando automatico. Al vertice non sembra esistere più un capo in carne ed ossa. C’è un algoritmo o un automa che decide sui conflitti, sulla valutazione, sull’organizzazione dei tempi di vita e di lavoro.
Cosa succede quando il capo è un algoritmo?
Innanzitutto il capo non è umano. E questo dà alla persona la sensazione di potere usare una piattaforma con la propria volontà. Ci si sente, anche se precariamente, in grado di poterla controllare.
Ed è proprio così?
Non proprio. Questo modello viene da una cultura che chiede alle tecnologie elaborate dalle aziende della Silicon Valley di automatizzare il mercato del lavoro e, in generale tutti i mercati in cui si muovono beni e servizi. Si è creato un sistema che cerca di disintermediare le relazioni e gestire grandi masse di lavoro con minimi investimenti.
In questa cornice qual è il ruolo dell’algoritmo?
Nel caso di Uber, come del resto in Airbnb e nelle altre applicazioni più diffuse, l’algoritmo stabilisce la valutazione dei servizi e la loro classificazione. Concretamente, l’algoritmo gestisce le tariffe e fa in modo che siano più basse di quelle dei taxi e dei servizi tradizionali. In questo modo stabilisce il prezzo migliore che permette di entrare sul mercato.
Dal punto di vista della gestione della forza lavoro, come si comporta la piattaforma digitale?
Queste piattaforme sono assolutamente centralizzate, possono decidere a discrezione dei loro proprietari la «disconnessione» di qualcuno dal sistema. I primi a essere eliminati sono gli scioperanti o chi chiede un diritto. È tutto arbitrario e automatico. Non c’è alcun limite.
L’algoritmo decide anche i compensi?
Stabilisce la tariffa competitiva rispetto al traffico e al mercato. La gara è tra chi fornisce il servizio più conveniente. L’autista di Uber è anch’esso un cliente della piattaforma. È lui che versa alla piattaforma una percentuale del servizio che ha reso al cliente. È come se il passeggero e l’autista fossero clienti della stessa piattaforma.
Anche Facebook è una piattaforma…
Uber è una piattaforma della sofferenza, Facebook è una piattaforma del piacere. È bella, liscia ed è legata ai suoi stessi meccanismi. Non avere un capo fisico, ma un automa come boss ha questi pro e contro.
(il manifesto, 22 febbraio 2017)
di Sara Gandolfi
«No al turismo di massa, Barcellona non è in vendita», «Basta scuse, accogliamo ora i rifugiati». Due slogan, due manifestazioni , una città che da sempre va fieramente controcorrente. Centinaia di migliaia di persone — 160 mila per la polizia, 500 mila secondo gli organizzatori — hanno partecipato sabato alla marcia di solidarietà che ha attraversato il centro della capitale catalana, reclamando il rispetto degli impegni presi dal governo di Madrid. In base all’accordo europeo raggiunto nel settembre 2015, la Spagna avrebbe dovuto aprire le frontiere a 17.337 persone; ne ha accolte finora appena 1.034. Pure la Catalogna, che ne ospita 471, aveva però promesso di accettarne 4.500. E sono in buona (anzi, cattiva) compagnia: secondo i dati diffusi dalla Commissione a inizio mese i Paesi Ue si sono suddivisi solo il 7% dei 160 mila richiedenti asilo arrivati in Grecia, Italia e Turchia.
La voglia di marcare la propria differenza da Madrid è un «vizio» storico di Barcellona, dai tempi della guerra civile degli anni Trenta al recente referendum I due cortei Nella foto in alto, la manifestazione del 28 gennaio sulla Rambla contro l’«invasione» dei turisti. Sotto, quella di sabato scorso, contro la chiusura del governo di Madrid ai rifugiati separatista. Ma se da un lato la piazza catalana spalanca le braccia ai derelitti del mondo, perché «nessuno è illegale», dall’altro si chiude verso chi arriva dalla «ricca» Europa, magari su volo low-cost, in cerca della movida della Rambla. Solo tre settimane fa, il più famoso «paseo» della città si è colorato di ben altri slogan e striscioni. Migliaia di persone hanno sfilato per «riconquistare le nostre strade», contro l’«invasione guiri», come son chiamati in Spagna i turisti. Affitti sempre più cari, antichi caffè sfrattati per far posto ai megastore dell’abbigliamento, ristoranti specializzati in paella decongelata e sangria annacquata. I motivi per ribellarsi sono tanti e a volte anche molto diversi: c’era chi urlava contro la costruzione dell’ennesimo hotel di lusso e chi difendeva il mercato di quartiere. Ma c’è un nemico comune: la «turistificación». La sindaca Ada Colau gongola. Ex attivista anti-sfratti, alleata di Sinistra Unita e Podemos, si è fatta paladina di entrambe le battaglie. «È molto importante che in un’Europa incerta dove cresce la xenofobia, Barcellona diventi la capitale della speranza», ha detto mettendosi alla testa della manifestazione prorifugiati. Con parole altrettanto decise ha dichiarato guerra al «turismo selvaggio». Dopo aver imposto uno stop a nuovi hotel in centro (in città ne aprono 1012 all’anno), il Comune sta studiando un sostanzioso aumento delle «imposte per i cittadini temporanei», ossia per quei 34 milioni di turisti (contro 1,6 milioni di cittadini permanenti) che ogni anno scelgono di visitare Sagrada Familia e Palazzo Güell. «Barcellona non sarà una nuova Venezia», ha avvertito la alcaldesa Colau.
(Corriere della Sera, 20 febbraio 2017)
di Claudia Durastanti
A uno scrittore non basta morire per essere canonizzato, soprattutto se per gran parte della sua vita è stato eretico. Eppure quando Angela Carter è scomparsa venticinque anni fa — lei che per tutta la carriera ha scritto di magia e ragazze dalla sessualità ferale e violenta recuperando generi negletti come la favola e il gotico in un periodo storico dominato dalle preoccupazioni austere dei vari Martin Amis o J. G. Ballard — l’Inghilterra si è inginocchiata subito per celebrare questa sorta di Dickens sotto psichedelici o di Salvador Dalí delle lettere, che una volta ebbe l’idea di proporre una tesi di dottorato con il titolo “De Sade: culmine dell’Illuminismo”. Non esattamente una figura
conciliante. Ma se critici, lettori e colleghi — fu molto amica di Salman Rushdie e fece da mentore a Kazuo Ishiguro — continuano a celebrarla, lo fanno per una ragione precisa: dotata di una fantasia massacrante e di una capacità unica di articolare le contraddizioni del desiderio, Angela Carter è sopravvissuta persino al mito di se stessa, stando al quale è una specie di strega benigna del fantastico.
Per capire come funziona il mondo di Angela Carter, basta leggere le prime pagine di Notti al circo, uscito ora Fazi nella brillante e laboriosa traduzione di Maria Giulia Castagnone: la protagonista Fevvers è una performer circense di fine Ottocento parzialmente ispirata a Mae West che, a differenza dell’attrice, ha due ali maestose sulla schiena. Fevvers è torrenziale, seduce principi, sottomette persino la Russia con il suo fascino. A guardarla più da vicino, tuttavia, questa donna-uccello dalla gestualità volgare e grandiosa «somigliava più a una giumenta da tiro che a un angelo» ed era un «capolavoro di squallore squisitamente femminile», piena di difetti che traspaiono sotto il trucco e la finzione. Fevvers è un miscuglio aberrante e bellissimo di tante cose, e, come spesso accade nella scrittura di Carter, in Notti al circo nessuna superficie resta intatta: ogni architettura rivela una crepa, e ogni crepa fa precipitare in un sotterraneo.
Ci sono scrittori che riportano il lettore dentro se stesso e a cui ci si affeziona per immedesimazione, perché i protagonisti sulla pagina somigliano tanto a chi legge. E poi ci sono autori che invitano il lettore ad andare contro se stesso, lo portano in posti in cui tutto è oscuro e liberatorio, e lo fanno innamorare dei suoi difetti potenziali invece delle cose che sa già. Angela Carter è una grande autrice che trascina il lettore proprio in questi spazi imprevedibili e iridescenti, in cui la realtà è solo una delle tante alternative a disposizione. Diventata famosa negli anni in cui impazzava il realismo magico, non amava molto questa definizione se attribuita ai suoi testi: «Non possiamo parlare di realismo magico ogni volta che succede qualcosa di strano in un romanzo », diceva.
Che Angela Carter costringa il lettore a smascherarsi e scoprire qualcosa di inedito su di sé, l’ho scoperto in prima persona quando mi sono trasferita in Inghilterra e ho conosciuto la mia proprietaria di casa, un’artista dai lunghi capelli bianchi che vive in campagna e indossa le scarpe di Dorothy nel Mago di Oz anche di inverno. Un giorno per fare conversazione le avevo chiesto quali fossero i sui libri preferiti. Erano La camera di sangue e Notti al circo di Angela Carter, ovviamente, informazione che mi diede prima di regalarmi una delle sue creazioni: una di palla di vetro piena di specchi deformanti e una foresta di fiamme. Quello era il motivo per cui non volevo leggere Carter: perché piaceva alle persone strane, che vivevano in un mondo parallelo in cui tutto, dal sesso alla neve imprevista ai furti al supermercato, venivano ridotti alle diavolerie di Vladimir Propp, e il destino aveva un peso specifico troppo ingombrante. In quegli anni preferivo leggere scrittrici che potevano prendere una virata lievemente futurista, come Jennifer Egan, ma lo facevano a partire da una base reale.
Era una lettura fuorviante e rischiavo di smarrire il fatto che due autrici così diverse stavano lavorando sul tema che mi interessava di più: la possibilità di reinventare se stessi, la malinconia data dallo scontro tra quello che pensiamo di essere e il modo in cui ci percepiscono gli altri, e l’occasionale gioia che proviamo quando ci rendiamo conto di essere riusciti a imporre la nostra versione preferita al mondo.
Negli ultimi anni, la versatilità di Angela Carter mi ha teso agguati ovunque: dalla Trilogia dell’Area X di Jeff VanderMeer (Einaudi), soprattutto per il lusso nelle descrizioni paesaggistiche e nell’architettura della stranezza — non a caso VanderMeer la riconosce come maestra e le ha dedicato dei saggi critici — a Boy, Snow, Bird di Helen Oyeyemi (Einaudi) che attraverso la favola di Biancaneve affronta questioni politiche come la segregazione razziale proprio come ne La camera di sangue Carter prendeva le favole non per farle diventare roba per adulti, ma per svelarne i contenuti latenti, la sensualità, la trasgressione e i pericoli che già contenevano.
Se Malamud diceva che la vita è una tragedia piena di gioia, per Carter «la commedia è una tragedia che succede agli altri» e nei suoi romanzi si è destreggiata con le varie complicazioni di quest’affermazione, con un brio e un piacere che il lettore oggi forse riscontra solo in Fato e furia di Lauren Groff (Bompiani).
Ma Angela Carter è anche nella Sara Taylor di
Tutto il nostro sangue (minimum fax), per il modo in cui affronta la disparità di genere: «Ho letto Carter — racconta — dopo un decennio e mezzo trascorso su testi scritti da uomini o per gli uomini o sugli uomini, in cui viene presentata una “mitologia” della donna che ho sempre sentito come inadegua- ta. La scrittura di Angela Carter mi ha mostrato che quella mitologia poteva essere sovvertita». Ed è impossibile non pensare ad Angela Carter durante
The OA, la serie controversa di Netflix che invece di raccontare la sindrome da stress post-traumatico di una ragazza rapita per sette anni con le armi convenzionali del realismo, lo fa attraverso la Russia kitsch, gli angeli, la danza.
Ma la cosa più bella che si impara dai racconti e dai romanzi di Angela Carter è proprio questa: ciò che la fantasia e l’immaginazione possono fare a una creatura ferita, per darle un’altra vita. Con la sua scrittura, ha sempre dato una seconda possibilità a una vittima: come se la vittima fosse un ruolo sfortunato e temporaneo, ma non definitivo. Interrogata sulla natura del suo lavoro, diceva: «Non scrivo mai della ricerca di sé. Non ho mai creduto che il sé fosse una bestia mitica che è stata intrappolata e deve essere restituita, in modo che una persona torni a essere intera. Io scrivo delle negoziazioni che facciamo per scoprire un altro tipo di realtà. Quando siamo nella foresta non andiamo alla ricerca di noi stessi, ma dell’altro».
Poco familiare, strana e sensuale, Angela Carter è una favolista nata che invita il lettore a seguirla nei boschi o nelle sue parodie circensi, per esporlo a una vera e propria crisi della presenza in cambio di qualcosa di molto più complesso e affascinante: una possibilità di perdere se stesso e trovare il mondo.
(Repubblica, 20 febbraio 2017)
Tra scienza e politica. Incontro con Elena Cattaneo, scienziata e biologa di fama internazionale, che dirige il Laboratorio di Biologia delle Cellule Staminali e Farmacologia delle Malattie Neurodegenerative. È anche senatrice a vita, nominata dal presidente Napolitano nel 2013 e in Parlamento si occupa di biotecnologie, Ogm, progetti di ricerca, diritto alla salute e molto altro. Del suo lavoro di scienziata e del suo impegno in Parlamento ha scritto nel libro Ogni giorno. Tra scienza e politica (Mondadori 2016). Sara Gandini e Laura Colombo ne parlano con l’autrice
di Vinzia Fiorino
ADDII. Se n’è andata Anna Rossi-Doria, storica e femminista che è stata protagonista della scena pubblica italiana
C’è una foto sui social network che la ritrae allegra e informale in un corteo femminista a Roma negli anni Settanta; le sono accanto Alessandra Bocchetti, Rossana Rossanda e Maria Luisa Boccia. Sullo sfondo, mosso dal vento, uno striscione ci lascia intravedere le parole «coscienza femminista». Sarà quella una stagione cruciale nella vita di Anna Rossi-Doria, che più tardi, studiosa anche di Hannah Arendt, non esiterà a definire un periodo di «felicità pubblica». Di quella stagione amava ricordare in modo particolare il suo impegno nei corsi per e con le lavoratrici e i lavoratori – le celebri «150 ore» – e gli insegnamenti da lei tenuti al centro Culturale Virginia Woolf – Università delle donne, fondato a Roma nel 1979.
Nel tempo Anna Rossi-Doria consolida l’interesse e l’impegno nella ricerca scientifica: farà parte infatti delle redazioni di due importanti riviste di storia contemporanea- «Movimento operaio e socialista» e «Passato e Presente» – sarà poi attiva presso l’Istituto nazionale e romano di storia della Resistenza, quindi docente di storia delle donne e di storia contemporanea nelle Università della Calabria, di Bologna e infine di Roma Tor Vergata.
La transizione dall’impegno femminista alla ricerca scientifica nel campo della storia delle donne è certamente il capitolo principale e più interessante della sua biografia intellettuale. Come spesso è accaduto a chi per primo si è addentrato in ambiti storiografici inesplorati, la curiosità di restituire figure del passato altrimenti destinate all’oblio ha rappresentato anche per lei una spinta molto forte. Le donne dei movimenti suffragisti – le suffragiste e non già le suffragette, come amava ribadire perché questo secondo termine restituiva il dileggio misogino di chi si era opposto al riconoscimento del diritto di voto alle donne – sarà il suo ambito di ricerca privilegiato. Sensibile ai temi della coscienza e dell’autonomia soggettiva, indagherà sui nessi tra rivendicazione del diritto alla rappresentanza politica e appropriazione di una nuova rappresentazione del sé, così come tra rivendicazione di un diritto universale (un universalismo a cui mai rinuncerà come orizzonte politico) e rivendicazione di una specificità di genere; prospettiva che le ha consentito di tematizzare i tanti significati che le donne hanno immesso nella costruzione della cittadinanza e della democrazia.
Negli anni ottanta, quando è forte il nesso tra femminismo e storia delle donne, Anna Rossi-Doria, oltre a far parte del Comitato di Redazione della rivista «Memoria» – prima e originalissima rivista di storia delle donne – e ad essere socia fondatrice della Società italiana delle Storiche, animerà a Modena un importante convegno (gli atti saranno pubblicati con il titolo La ricerca delle donne. Studi femministi in Italia da Rosenberg & Sellier nel 1987): vi prenderanno parte storiche, antropologhe e filosofe, ma anche psicoanaliste ed epistemologhe: la soggettività femminile è il tema centrale, lì però capace persino di rimettere in discussione l’oggettività delle scienze dure e di far intravedere una rottura epistemologica nella pratica storiografica.
Rossi-Doria, però, più incline alla letteratura che alla filosofia, non ha avuto un interesse particolare per le riflessioni teoriche; quando il dibattito internazionale sulla Gender History diviene sempre più sofisticato, teme che si sia smarrita l’antica adesione alle esperienze e alle scelte compiute dalle donne. Il suo è stato però un approccio concettualizzante: indagare sulla storia politica delle donne per lei ha significato interrogarsi su importanti nodi teorici riguardanti i sistemi giuridici, i discorsi scientifici (che hanno nella storia legittimato l’esclusione delle donne dai diritti politici), e da ultimo la possibilità di conciliare l’universalismo dei diritti umani con altre tradizioni culturali e con le specificità di genere. Questa resta la sua cifra, ben riconoscibile nella sua ultima fatica: Dare forma al silenzio. Scritti di storia politica delle donne (Viella, 2007).
Ci lascia un ultimo messaggio: attraverso il confronto con le riflessioni di Michel De Certeau e di Marc Bloch, in più luoghi ha ribadito il dovere morale di raccontare la storia di cui si è stati protagonisti: da qui alcuni suoi contributi sulla storia del femminismo, per lei ancora tutta da scrivere.
(il manifesto, 16 febbraio 2017)
di María-Milagros Rivera Garretas
Il 3 febbraio 2017, nell’Ospedale La Pace di Madrid, un uomo di 27 anni ha detto a sua moglie «Ti colpirò dove ti fa più male», ha preso la figlia, una bambina di un anno, e si è buttato dalla finestra con lei. La bambina e l’assassino si sono schiantati al suolo. Il 7 febbraio, a Súria (Barcellona), un uomo di 82 anni ha assassinato con un coltello sua moglie, di 79, mentre lei dormiva, e poi ha cercato di suicidarsi. Il primo avrebbe dovuto suicidarsi da solo, il secondo prima di uccidere.
Questo, i mass media non lo dicono. Gli annunciatori ammutoliscono come uomini e danno la notizia con lo stesso tono con cui trasmettono la previsione del tempo: cifra delle vittime a cui siamo arrivati nell’anno (sempre mal contate perché molte non entrano nel calcolo legale) e telefono di contatto «gratuito e che non lascia traccia nella bolletta». Sanno che, morta, non puoi chiamare, e sanno che tutte le vive sono a rischio. Ma si fermano lì, stereotipati come statue di sale. Sarebbe bene che si bagnassero un po’.
Sarebbe bene che, quando danno il numero di telefono, avvertissero anche che tutti gli assassini sono uomini, ribadendolo più e più volte. E aggiungessero che il primo rischio di morte violenta, per una donna dell’Occidente, è il suo assassinio per mano del marito o compagno, presente o passato.
Sarebbe bene che si interrogassero sui motivi che li portano ad aggredire, a uccidere, a suicidarsi, a tentarlo, a simularlo. A me piacerebbe saperne di più su come gli uomini di oggi vivono la fine del patriarcato. Perché i modi della violenza maschile contro le donne stanno nella storia: gli attuali sono diversi da quelli di vent’anni addietro.
È nuova la qualità della disperazione di quelli che uccidono. Non so se di quelli che aggrediscono, perché quasi nessuno dà conto di ciò che fanno in casa. Il volgersi contro se stessi dopo l’assassinio è un segno della fine del patriarcato. Si è ridotta l’arroganza del patriarca e, adesso, alcuni o molti non reggono quello che hanno fatto. Sanno di essere colpevoli e si castigano. La loro coscienza è cambiata, e la fine del patriarcato è una questione di coscienza, di presa di coscienza, non di leggi. Se gli uomini parlassero in coscienza come uomini, per loro sarebbe sicuramente possibile imparare a rendersi conto di ciò che fanno prima di commettere il delitto.
Perché la disperazione, come espressione di una sofferenza intensissima che sta diventando insopportabile, è una porta stretta nel cammino di perfezione della vita dello spirito, della coscienza intima di chi sono. Per questo si può approfittarne per conoscere e amare le proprie interiora, la loro grandezza e la loro bassezza, ciò che María Zambrano nei suoi libri ha chiamato, portandole alla storia della filosofia, le viscere. Tutti gli uomini dovrebbero leggerla e meditarla perché le viscere maschili sono (presumibilmente, come a loro piace dire) molto degradate.
Emily Dickinson, che non so se María ha letto, è maestra della vita delle viscere. Sulla disperazione come uno degli oscurissimi contrasti-guida dell’amore ha scritto questo, negli ultimi versi della poesia 706 (o 640):
Tu lì – Io – qui –
Con appena la Porta socchiusa
Che Oceani sono – e Preghiera –
E questo Bianco Alimento –
Disperazione –
(Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan, www.libreriadelledonne.it, 16 febbraio 2017. Testo originale in Duoda Universitat de Barcelona, 11/02/2017: http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/188/)
Mediterraneo Sociale annuncia: Oggi sul nostro sito troverete la seconda vignetta pubblicata in rubrica. Pat Carra è un’artista che ci parlerà, nel suo originalissimo modo, delle cose che ci interessano.
http://www.mediterraneosociale.it/index.php/sezione-pat-carra
dal 15 febbraio al 25 febbraio 2017
Corrado Levi. Arte come differenza
Milano, Galleria Ribot, via Enrico Noe 23. RIBOT è lieta di presentare la personale di Corrado Levi, una selezione di opere recenti realizzate in occasione della mostra. Inaugurazione mercoledì 15 febbraio ore 19. Sarà presente l’artista. Figura di riferimento dell’arte e dell’architettura contemporanee, protagonista poliedrico della cultura milanese, Corrado Levi espone gli esiti della sua più recente ricerca artistica, in un dialogo aperto con lo spazio della galleria. La mostra vuole testimoniare l’esperienza di una stagione culturale che Corrado Levi ha rappresentato anche attraverso la sua attività di critico d’arte, curatore, scopritore di talenti, agitatore di eventi culturali e promotore di impegno sociale. Accompagna l’esposizione una pubblicazione che raccoglie i contributi di artisti e curatori che nel tempo si sono occupati dell’opera dell’artista. Orari galleria: da martedì a venerdì / dalle ore 15 alle 19.30, sabato dalle ore 11.30 alle 18.30, anche su appuntamento.
dal 11 febbraio 2017 – 28 maggio 2017
Meret Oppenheim
Opere in dialogo da Max Ernst a Mona Hatoum
Museo d’Arte – LAC Lugano Arte e Cultura, Piazza Bernardino Luini 6
6900 Lugano +41 58 866 42 3
Meret Oppenheim (1913-1985) è una delle artiste più celebri del Novecento e autrice di opere divenute vere e proprie icone dell’arte del secolo scorso. Il suo straordinario fascino e la sua personalità si sono riflesse nella vita e nelle creazioni dei suoi amici e colleghi come Man Ray, Marcel Duchamp, Max Ernst, Alberto Giacometti, René Magritte e molti altri, facendone una figura centrale nella scena artistica degli anni Trenta. Attraverso più di cento opere, la mostra a lei dedicata documenta tutta la sua carriera, dagli esordi nella Parigi dei primi anni Trenta fino alle esperienze non figurative degli anni Settanta e Ottanta. Nel percorso espositivo le sue creazioni dialogano con quelle dei maggiori esponenti del movimento dada e surrealista e di affermarti artisti contemporanei come Robert Gober e Mona Hatoum.
dal 18 febbraio al 12 marzo 2017
“valigia d’artista” di Alberto Cerchi
Idea d’arte, studio di progettazione visiva, organizza ed espone al Ducale Spazio Aperto, dal giorno 18 febbraio al 12 marzo 2017, una mostra dal titolo “12 valige d’artista” . Le valige sono piccoli musei portatili della propria memoria, dell’arte come viaggio e dell’artista/progettista come viaggiatore in territori sconosciuti. Si collegano idealmente alla “Boite en valise” di Duchamp e quindi al concetto dadaista del ready-made, ma sono soprattutto giochi visivi “oggettivi” alla Munari, con modalità percettive, tattili, formali e strutturali. Dichiarano il loro nomadismo culturale, perché l’arte deve essere sempre pronta a partire, portandosi dietro quello che ci identifica. Noi circoscriviamo la ricerca alla comunicazione visiva, che però a sua volta ne racchiude altre, come in un gioco di scatole cinesi. I partecipanti a questo primo appuntamento sono
Alberto Cerchi, Coca Frigerio, Antonio Gambale, Simonetta Gherardelli, Carla Iacono, Dolores Lavezzi, Giovanna Lox, Rita Malaguti, Francesco Musante, Lucia Pasini, Carla Sanguineti, Luciana Trotta.
Al termine della mostra le valige sono pronte a partire su richiesta per altri luoghi e altre destinazioni
Inaugurazione venerdì 17 febbraio alle ore 17
di Antonietta Lelario
Lettera ad una professoressa
Cinquanta anni fa, la società tutta mise al centro la funzione emancipatrice della cultura, la possibilità di un’ascesa sociale dei più poveri, la scoperta dei dialetti e delle altre culture, prima fra tutte la cultura da cui si proveniva, quella contadina, contro l’arroccamento del potere nelle mani dei più ricchi e la selezione di classe della scuola.
Di questo, con lucidità e passione, parlava “Lettera ad una Professoressa” della Scuola di Barbiana curata da don Milani. Il libro, pubblicato nel ’67, è stato alla base della formazione di un’intera generazione di insegnanti. Le sue parole, scelte per andare dritto al cuore dei lettori, commuovono ancora oggi per la loro autenticità. Hanno fatto quindi una bellissima operazione gli e le insegnanti che hanno messo questo libro nell’itinerario delle quinte classi del Poerio di Foggia e la loro lungimiranza non a caso ha trovato anche espressione nella scelta di far misurare gli e le loro studenti con il linguaggio teatrale. E che teatro: il teatro degli oppressi!
Il 6 febbraio, un incontro con Edoardo Martinelli, uno degli allievi di don Milani, ha reso visibile questo percorso alla città e si è concluso con una bella performance degli studenti.
Altrettanto bene ha fatto la fondazione Banca del Monte a mettere a disposizione dell’evento la sua Sala del Vento, per sottolineare l’importanza di questo tema per tutta la città, come è stato detto da un collega e dalla dirigente scolastica, Enza Caldarella.
Tuttavia ci auguriamo che l’incontro sia seguito da altre occasioni di dibattito perché la riflessione sulla Lettera apre molte domande a cui è appassionante cercare, osare risposte.
Oggi
Infatti c’è una grande differenza fra cinquant’anni fa e oggi.
Oggi la funzione emancipatrice della cultura non c’è più. Avere una laurea non garantisce un lavoro corrispondente, né un lavoro qualsiasi. La possibilità occupazionale dipende dal mercato del lavoro, non dalla cultura. Avere le conoscenze per risolvere i problemi del nostro tempo non serve perché la soluzione è affidata al Potere istituzionale che, quando li affronta, non lo fa con l’arma della cultura, ma del compromesso e del malaffare, teso come si sta rivelando sempre più a mantenere sé stesso.
Quindi la cultura viene percepita per lo più come inutile o come strumento di perpetuazione del potere per circuire, per distrarre.
Attenzione, però. Tutto ciò sembra vero, se si rimane schiacciati in una visione economicista, perché invece la nostra vita ci dice altro. Nella nostra vita scopriamo che la cultura, quella che ci dice qualcosa, è meraviglioso “inutile” luogo di piacere. Inutile? E chi ha detto che il piacere è inutile? Quando lo si prova diventa la cosa più irrinunciabile che ci sia, ciò che inseguiamo per tutta la vita. E che strade ci apre questo piacere? Hannah Arendt ne “La vita della mente” dice che il pensiero è dialogo fra sé e sé. E questo rende più intelligenti anche le relazioni intorno e più libere e consapevoli le nostre scelte. Il punto su cui può convergere il nostro tempo è la consapevolezza che la cultura serve a nutrire questo dialogo. A nutrire pensiero.
Per questo Vita Cosentino, nel suo libro “Scuola. Sembra ieri è già domani. L’autoriforma come trasformazione della vita pubblica” (Moretti & Vitali, in vendita presso la libreria Ubik di Foggia), sostiene che «Il senso solo mercantile della scuola non può bastare. La scuola deve avere senso nel presente dei e delle ragazze, una scuola meno coercitiva e più gentile, in cui si insegna una cultura legata alla vita, una scuola in cui si diventa se stessi, se stesse, può apparire più sensata anche agli occhi dei giovani maschi in difficoltà».
Questa sottolineatura dei giovani maschi non è casuale. Lei si è chiesta perché la scuola di massa sia accompagnata da un senso di fallimento e le pare di vedere un esito differente per i ragazzi e per le ragazze. I ragazzi patiscono molto una scuola che rimane gerarchica e non mantiene la promessa dell’istruzione come mezzo per fare una scalata sociale, le ragazze invece si sono molto avvantaggiate della scuola di massa. La sua stessa vita come quella di tante di noi ne è testimonianza.
Certo non le sfugge che le trasformazioni che la scuola ha subito nel corso degli ultimi venti anni, attraverso un processo che l’ha appesantita burocraticamente e ha tentato di sottometterla a logiche aziendali, sono quanto di più lontano ci sia da ciò che serve al processo educativo.
E tuttavia, anzi proprio per questo, lei pensa che solo la spinta soggettiva ad essere sé stessa e a portare tutta sé stessa nel suo lavoro l’abbia salvata. E non solo lei.
Una scuola in cui si diventa sé stessi è una scuola in cui il piacere di insegnare e quello di imparare si riprendono il loro posto centrale.
Di questo piacere ogni buon insegnante ha esperienza, ma questo elemento, cancellato nei discorsi ufficiali sulla scuola, corre il rischio di essere cancellato anche da noi.
Il libro è il racconto di una insegnante femminista, ma che cosa significa per lei essere femminista? Lei dice:
«Potevo esserci nel mondo con i miei desideri più profondi senza rimandarli al futuro.
Potevo capire assieme agli altri qualcosa in più di me e del mondo e non applicare ciò che era stato pensato dagli organi dirigenti.
«[…] Ho imparato che è politica vivere dando un senso a quello che ci capita».
Il femminismo
Quindi femminismo per lei non significa sottolineare lo svantaggio femminile, né rivendicare diritti paritari, ma portare nel mondo il proprio desiderio e capire… capire se ciò che ci capita è nell’ordine della necessità o se la nostra libertà può aprire strade… E capire insieme ad altri, perché anche se le cose che ci capitano non sono quelle che vorremmo, capirne insieme il senso non è mai inutile.
L’autoriforma
Per questo insieme a docenti che hanno lo stesso amore per il proprio lavoro ha dato vita al movimento di autoriforma attivo dai primi anni ’90 che consiste nell’incontrarsi per discutere liberamente di ciò che avviene ogni giorno in classe, vedendo la quotidianità come esperienza preziosa e la differenza sessuale come un’occasione di pensiero “in più” per sé e per i propri e le proprie studenti.
Vita Cosentino è stata l’anima di questo movimento e, raccontando la sua esperienza, narra anche gli anni fertili dell’autoriforma. Io ne ho fatto parte insieme a tanti docenti, uomini e donne di Foggia.
Con l’Autoriforma noi volevamo dire una cosa molto semplice e che molti insegnanti già fanno: non c’è possibilità di cambiamento vero se non ci interroghiamo su cosa desideriamo e se, per realizzare i nostri desideri, non ci prendiamo tutta la libertà che possiamo prenderci, se non individuiamo gli ostacoli che vengono da fuori ma anche quelli che vengono da dentro di noi, da abitudini consolidate, da paure, da incertezze e queste non sono le stesse per uomini e donne.
Qualcosa di grandioso è ancora da fare, dice Vita Cosentino nel suo libro.
«C’è una rivoluzione culturale che, iniziata dalle donne, finisce per riguardare tutti e tutte.
Al mondo da sempre ci sono uomini e donne e questo va reso significativo.
Si apre un cammino, lungo, di immaginazione politica, di lavoro comune e scambi e ricerca e tentativi. E soprattutto un dibattito fuori dagli schemi e dalle posizioni precostituite, che parta dalla realtà mutata, che la veda, la capisca, la racconti».
I saperi
Ma i contenuti, quelli da cui si pensa che dipenda una solida formazione, sono inessenziali? Vita Cosentino, cercando le parole per dare senso alla propria esperienza, fa vedere l’arricchimento teorico avvenuto in questi anni grazie soprattutto alla scoperta o riscoperta di grandi pensatrici, avvenuta per merito del femminismo. Per cui a Pasolini, Fachinelli, Illich, Don Milani, Touraine, si affiancano, nel libro, V. Woolf, A.M. Ortese, Vandana Shiva, L. Muraro, C. Zamboni, C. Campo, M.C. Bateson. Mostra quindi che il monopolio maschile è finito, i contenuti vanno fortemente arricchiti attingendo alla ricchezza culturale prodotta dalle donne, oltre che dagli uomini e, soprattutto, ci fa riflettere su come sia cambiata la relazione con la cultura: una relazione che ha sottratto i saperi alla rigidità della tradizione e li ha approfonditi, ha chiesto risposte, li propone alle nuove generazioni come libro aperto, come luogo di scambio, non come canone prestabilito. Per tornare ad usarlo, il sapere. Con piacere e con libertà.
(l’Attacco, 9/2/2017)
“Woolf Works è in fondo proprio questo: un magnifico inchino a tempo di musica al genio di Virginia Woolf”. Così Elisa Bolchi conclude questo articolo, iniziando con “Non ci girerò intorno: Woolf Works è un capolavoro”.
Le righe di mezzo meritano il tempo che richiedono per essere lette. Non ci siamo sentite di mettere una diga ad un flusso di parole appassionate che sono scaturite spontanee, a poche ore dal termine dello spettacolo.
Fate un break e godetevi la lettura!
Non ci girerò intorno: Woolf Works (http://www.roh.org.uk/productions/woolf-works-by-wayne-mcgregor) è un capolavoro. Più ancora di questo, Woolf Works è unico perché è un lavoro artistico e critico al tempo stesso, un lavoro informato, competente, intelligente, appassionato. È il risultato di “molti anni di pensiero in comune” (citando Woolf) di professionisti eccellenti e artisti talentuosi. A partire da Wayne McGregor (http://waynemcgregor.com/), coreografo stabile alla Royal Opera House e genio dell’arte coreutica, che interpreta gli spazi scenici in modo vitale e lascia parlare i corpi dei suoi ballerini autonomamente, seppure in sintonia con ciò che li circonda.
Le musiche originali di Max Richter (https://it.wikipedia.org/wiki/Max_Richter) sono poi non solo il corrispettivo musicale del ritmo della prosa di Virginia Woolf, ma il risultato del medesimo processo mentale che l’ha portata alla composizione. McGregor e Richter riescono dunque non solo a reinterpretare, omaggiare e riscrivere, ma fanno appunto anche un lavoro critico, strutturale oserei dire, sull’opera di Woolf, e lo fanno con competenza assoluta. Lo spettacolo è un trittico ispirato a tre delle opere più note della scrittrice britannica: La Signora Dalloway, Orlando e Le
Onde. I titoli dei singoli balletti dicono già molto del lavoro fatto.
Il primo, I now, I then, gioca tutto sull’intreccio di presente e passato nella mente di Clarissa Dalloway, su ciò che lei è oggi – interpretata da una Alessandra Ferri di una bravura commovente – e da ciò che lei sente, ricorda di essere e di essere stata. Le coreografie di Ferri sono così fatte di tempi lunghi, respiri ampi, di trattenuti e sostenuti, com’è il tempo nella mezza età, quando inizia a dilatarsi e ogni gesto è frutto di riflessione e viene tenuto per una battuta in più, viene meditato e respirato più a fondo. Le giovani e bravissime Beatriz Stix-Brunell – Clarissa da ragazza – e Francesca
Hayward – Sally Seton – danzano invece su un ritmo più incalzante, sfiorando appena il palcoscenico tra un piccolo sbalzo e un glissé, e ci restituiscono l’idea della freschezza della giovinezza, che non ha tempo nemmeno per toccare davvero il suolo con tutta la pianta del piede. Genio è far ballare la Ferri una battuta dietro la Stix-Brunell, farle trattenere ogni passo mezzo tempo in più, per dare l’idea del tempo che è passato e della Clarissa cinquantenne che ricorda se stessa.
Anche Septimus riesce a esprimere col corpo tutto ciò che Woolf ha tanta faticato a mettere in parole (“la scena della pazzia mi snerva tanto”, annota Virginia nel diario). Il trauma di Septimus traspare da un potentissimo Edward Watson che lavora tutto sulla perdita di peso, perché Septimus ha perso il suo baricentro, cerca un equilibrio che non trova in un corpo che non gli appartiene più, e sembra più ingombrante di quanto non sia. L’unico sostegno lo trova nel ricordo dell’amico, che si fa appoggio fisico in un passo a due maschile di rara bellezza. Il primo atto si chiude con una magnifica scena corale, a richiamare la fine del romanzo, la scena della festa che Woolf aveva costruito con tanta cura affinché apparissero pian piano tutti i personaggi della vita di Clarissa, e che qui diventano un sentire, un respiro comune che si chiude su Clarissa, come il romanzo: “for there she was”.
Il secondo balletto è tratto da Orlando e ancora una volta il titolo è già dichiarazione di poetica: Becomings. Qui la parte più narrativa è abbandonata per giocare tutto su un livello più profondo che Max Richter spiega in un’intervista: è il noto che diventa impercettibilmente distonico per una piccola modifica che ci fa fermare a interrogarci. Non è quanto accade in Orlando?
Presentato come ‘biografia’ nonostante sia una favola fantastica di un uomo che diventa donna e vive tre secoli. E allora tutto qui è giocato sulla dissolvenza dei generi e i costumi diventano elemento chiave, perché capita che gli uomini siano in body e gonnellino e le donne in calzoni e giacca; i ballerini fanno piccoli sbalzi e adagi e le donne grandi sbalzi e sostenuti, e nei passi a due fatichiamo a capire chi è la donna e chi l’uomo in una coreografia androgina che rappresenta tutta la forza e la potenza della scrittura woolfiana e mette alla prova un cast di una bravura mozzafiato, che riesce a ballare in una battuta i passi che ne richiederebbero tre, tanto che l’occhio quasi fatica a mettere a fuoco tutti i movimenti che pure sono perfetti, puliti, solidi, come le parole di Virginia Woolf. Le musiche, poi, insieme alle luci, creano un amalgama temporale che passa dal rinascimento al novecento: così McGregor rende quel tempo impossibile che Woolf narra con leggera ironia.
Il terzo e ultimo atto, Tuesday, si spoglia della tecnica estrema per dare spazio allo stile, che come diceva Woolf “è solo ritmo”. Se nello scrivere Le onde lei ricercava il ritmo dell’onda, anche McGregor fa respirare i suoi ballerini su quel ritmo, che Richter rende con una sovrapposizione di sonorità anch’esse sinusoidi che si intrecciano e sovrappongono tra loro come le voci dei sei personaggi delle Onde. Qui le ballerine tolgono le scarpe da punta, Ferri lo fa fisicamente, in scena, e rimane scalza, proprio perché, come la scrittura di Woolf, la poesia non è tecnica ma ritmo.
Tutto quest’ultimo balletto è giocato allora su coreografie d’insieme in cui si inseriscono canoni appena accennati, e ciò che vediamo sono voci che parlano insieme ma con toni diversi. In breve ‘vediamo’ Le onde. La potenza fisica del secondo atto lascia spazio qui a grandi port de bras che a tratti ricordano quasi una révérence, la parte finale di una lezione di danza in cui ci si inchina a maestro e pianista a tempo di musica.
Woolf Works è in fondo proprio questo: un magnifico inchino a tempo di musica al genio di Virginia Woolf.
(oggettisolidi.wordpress.com, 9/2/2017)