di Monica Ricci Sargentini

 

La sala della Regina alla Camera dei deputati era stracolma. Oltre alle personalità politiche di diversi schieramenti, femministe, rappresentanti del movimento Lgbt, del Forum delle Associazioni Familiari, costituzionalisti, medici e donne, tante donne che si sono messe in fila alle due del pomeriggio per superare i rigidi controlli di sicurezza e partecipare al convegno «Maternità al bivio: dalla libera scelta alla surrogata. Una sfida mondiale» organizzato da Se non ora quando-Libere (Snoq-L). Cinque ore di dibattito in cui tutti e tutte hanno chiesto la stessa cosa: trovare un modo per fermare il mercato della maternità surrogata. Come? Con un bando universale. «Portiamo le nostre ragioni alle Nazioni Unite perché quella è la sede giusta, è importante che l’opinione pubblica cambi» ha detto la deputata Pd Fabrizia Giuliani aprendo i lavori.

L’associazione ha cominciato oggi una raccolta di firme per presentare all’Onu una raccomandazione «per il divieto della pratica della maternità surrogata in quanto incompatibile con il rispetto dei diritti umani e della dignità delle donne». Nell’introduzione Francesca Izzo di Snoq-L ha parlato del valore della maternità: «Se non si diffonde la consapevolezza tra gran parte delle donne, soprattutto delle giovani generazioni, che la maternità non è un peso di cui liberarsi ma una potenza da affermare politicamente e socialmente, nessuna politica davvero innovativa si farà». La creazione e la cura degli esseri umani è una questione di libertà, non un’esperienza che penalizza le donne. «La Gpa, al contrario – ha sottolineato Izzo – postula una concezione della maternità che ne distrugge il senso di atto liberamente umano».

Per la ministra della salute Beatrice Lorenzin: «L’utero in affitto è una schiavitù in una delle sue forme più crudeli. Perché come donna e come madre prima ancora che come ministro non riesco a pensare a qualcosa di più crudele che privare una madre dei propri figli e convincere tante ragazze nel mondo occidentale che privarsi dei propri figli sia un dono. È qualcosa di aberrante, l’ultimo subdolo inganno consumato sulla nostra pelle». Ma il divieto italiano non basta perché «senza un analogo impegno internazionale – ha sottolineato la ministra – quello che esce dalla porta rientra dalla finestra». Un concetto che è stato ribadito da un’altra rappresentante di Snoq-L, Francesca Marinaro, ex senatrice: «I nostri cittadini vanno all’estero e comprano i bambini. Quando arrivano in Italia la giurisprudenza si attiene a un solo punto che è quello dell’interesse del minore. E trascura il fatto che c’è una mamma da qualche parte. Bisogna riconoscere un fatto essenziale: questi bambini nascono da una donna e hanno una mamma e la giurisprudenza ne deve tener conto perché è la Convenzione Onu del 1989 sull’infanzia che testualmente dice che il bambino ha diritto a sapere chi è sua mamma».

Le deputate e senatrici che ci rappresentano al Consiglio d’Europa, tra cui Elena Centemero (Forza Italia) e Milena Santerini (Demos-Cd), hanno ricordato la battaglia (vinta) contro il rapporto De Sutter che mirava a dare un parere favorevole ad una regolamentazione della Gpa (Gestazione per altri). Mara Carfagna, portavoce alla Camera del gruppo «Popolo delle Libertà-Berlusconi presidente» ha parlato di «un’aberrazione contro la quale abbiamo il dovere di alzare la voce e di mobilitarci. Non esiste fronte politico». Mentre la senatrice del Pd Emma Fattorini ha sottolineato come «questa sia una battaglia di avanguardia e non di retroguardia».

Anna Finocchiaro, ministra dei rapporti con il Parlamento, ha parlato «di partire da un terreno comune nel quale donne diversissime tra di loro, per paese, cultura, esperienza di vita si possano ritrovare». «La maternità surrogata rappresenta lo sfruttamento del corpo femminile e rende merce di scambio i corpi dei bambini. Credo che rendere commerciabili i corpi dei bambini sia in contrasto con un valore universale, la dignità dell’essere umano. Il commercio riguarda i corpi dei bambini, quelli che non sono difettosi, perché per gli altri ci pensano le assicurazioni o i contratti redatti dagli avvocati».

Non solo italiane. Al convegno erano presenti diverse rappresentanti di altri Paesi. In prima fila la Francia che il 2 febbraio 2016 aveva ospitato all’Assemblea Nazionale l’Assise per il bando universale della Gpa. La filosofa e femminista Sylvaine Agacinski ha parlato di «una questione di civilizzazione». «Dobbiamo salvaguardare la dignità della persona umana. Un embrione non diventerà mai un bambino senza che il corpo di una donna, tutto intero, gli dia la luce. Io sono il mio corpo, la mente e il corpo non sono staccati».

A ricordarci la ribellione nei Paesi dove le donne sono più sfruttate è stata la ricercatrice Sheela Saravanan dell’università di Heidelberg. Recentemente India, Messico, Thailandia e Nepal hanno vietato la maternità surrogata agli stranieri. «In India le donne venivano detenute in strutture – ha raccontato – e costrette ad allattare il bambino per poi separarsene. In casi di aborto naturale non c’era pagamento e se il committente non prendeva il bambino quello veniva abbandonato per strada».

Sul fronte giurisprudenziale la costituzionalista Silvia Niccolai ha affermato che «la surrogazione di maternità è un fenomeno contrario alla libertà femminile e alla libertà di tutti. Il principio mater semper certa est ci ricorda che la vita umana non è regolata di termini astratti ma da un principio positivo di libertà. Il divieto di surrogazione è un divieto a chi voglia acquisire diritti sul corpo della donna».

Ma la presidente di Arcilesbica di Milano Cristina Gramolini non è convinta che basti il bando internazionale: «Io l’appello all’Onu lo firmo ma qui siamo in Parlamento e il divieto previsto dalla legge 40 non basta. Servono politiche dissuasive: chi va all’estero e torna con un figlio deve subire una sanzione amministrativa».

(27esimaora.corriere.it, 23 marzo 2017)

dal 24 Marzo al  26 Aprile, 2017

Monica Bonvicini  – Our House

Galleria Raffella Cortese
via a. stradella 7 – 1 – 4
inaugurazione alla presenza dell’artista giovedì 23 marzo, h. 19.00 – 21.00 24 marzo | 26 aprile 2017 martedì – sabato h. 10.00-13.00 | 15.00-19.30 e su appuntamento
Galleria Raffaella Cortese è lieta di presentare la prima mostra di Monica Bonvicini nelle tre sedi espositive. Saranno presenti opere concepite e prodotte appositamente per l’esposizione.
Monica Bonvicini è conosciuta soprattutto per le grandi installazioni scultoree, tuttavia la sua è un’attività complessa e completa che include media diversi, dal disegno alle installazioni video passando per la fotografia. Ha studiato arte a Berlino ed alla Cal Arts negli Stati Uniti e dal 2003 è Professore di Arti Performative e Scultura all’Accademia di Belle Arti di Vienna. Vive e lavora a Berlino. La sua ricerca si è sempre sviluppata attorno all’idea di architettura e della sua storia come un linguaggio in grado di unificare problematiche politiche, economiche e sociali. Dagli anni Novanta ha affrontato l’architettura da un punto di vista legato alla teoria di genere, con l’acume tipico dei suoi lavori.
Nella serie di grandi disegni in bianco e nero presentati per la mostra Our House, l’artista si è concentrata sulle catastrofi naturali causate dalle azioni umane facendo riferimento ad alcune teorie sul Capitalocene di Donna Haraway, esponente del pensiero femminista che studia il rapporto tra scienza e identità di genere. Le immagini sono prese da testate online nelle quali si dichiara apertamente che i disastri, dagli incendi agli uragani, sono il risultato del riscaldamento globale e di altri comportamenti ecologicamente scorretti perpetrati dall’uomo. Insieme ai disegni, nello spazio principale della galleria, sono presentate le sculture Diener e il video Slamshut. Prodotti nel 2017, i Diener sono readymade rivestiti che diventano oggetti reminiscenti di servi muti. Queste sculture di dimensioni domestiche, curiosamente appoggiate al muro, sono in origine puntelli per pareti di cemento. Per la mostra in galleria, i Diener sono stati appositamente prodotti a Milano e dintorni, abbracciando così la tradizione di artigianato radicata in una delle città del design più di tendenza e sperimentale d’Europa. Il materiale edile viene quindi trasformato in un oggetto di design eccettrico ma addomesticato.
In via Stradella n.1 sarà presentata un’altra serie a muro, quattro stampe su telaio liberamente ispirate dal libro Testo junkie. Sexe, drogue et biopolitique di Beatriz Preciado. I lavori, insolitamente colorati per gli standard di Monica Bonvicini, sono costituiti da vari ritagli d’immagini di parti del corpo prese da tabloid e riviste scandalistiche. Ne risulta una composizione dove qualsiasi riferimento sessuale viene impoverito per dare risalto ad una analisi del piacere e dell’uso del corpo come materiale di scambio voltato al profitto. Seppure i lavori siano singoli, ognuno riporta una porzione della frase “I like to stand with one leg on each side of the wall” scritta con spray di colore rosa veneziano e ripresa dal testo The German Issue di Heiner Müller.
Bonvicini è recentemente tornata ad esplorare la sociologia legata all’abitare che, in questa mostra, abbraccia strutture sia private che istituzionali. L’artista ha iniziato a lavorare utilizzando elementi architettonici fin dai suoi giorni da studentessa a Cal Arts, ed ha prodotto opere come il grande intervento I Muri (1991), verbrauchte nostalgie (1993), e Wallfuckin’ (1996), per nominarne solo alcuni. Allo spazio n.4 di via Stradella, una parete espositiva di grandi dimensioni è appesa al soffitto sollevata da un lato con una catena. Structural Psychodrama # 3 (2017), questo il titolo dell’opera, è un intervento minimale nello spazio effettuato attraverso l’uso di materiale da costruzione. La drammatizzazione e l’estraniamento derivati da questo intervento confondono il codice di comportamento prestabilito associato alla funzione dell’architettura della galleria, luogo dove esporre arte e, al contempo, luogo dove osservarla e comprenderla. Bonvicini ha vinto diversi premi, tra cui il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia (1999), il Preis der Nationalgalerie für junge Kunst, dallo Staatliche Museen zu Berlin (2005), ed il Rolandpreis für Kunst per l’arte pubblica dalla Foundation Bremen, Germania (2013). I suoi lavori sono stati presentati in molte illustri biennali, tra cui Berlino (1998, 2003, 2014), La TriennaIe Paris (2012), Istanbul (2003), Gwangju (2006), New Orleans (2008), e Venezia (1999, 2001, 2005, 2011, 2015). Ha presentato mostre personali presso Palais de Tokyo, Parigi (2002), Modern Art Oxford, Inghilterra (2003), Secession, Vienna (2003), Staedtisches Museum Abteiberg (2005, 2012), Sculpture Center (2007), Art Institute of Chicago (2009), Kunstmuseum Basel (2009), Frac des Pays de la Loire (2009), Kunsthalle Fridericianum, Kassel (2011), Centro de Arte Contemporaneo de Malága, Spain (2011), Deichtorhallen Hamburg (2012), Kunsthalle Mainz (2013), BALTIC Center for Contemporary Art (2016/17).

di Pinella Leocata

L’esperienza dell’associazione Penelope «Scuola, tirocini e accoglienza in famiglia»

Sono sempre di più e sempre più giovani, costrette in strada a fare le prostitute con linganno, con la violenza, obbligate dagli sfruttatori, usate e abusate dai clienti. Se fino a qualche anno fa avevano dai 22 ai 24 anni, e arrivavano in aereo, con documenti falsi, ora le donne vittime di tratta hanno 16-17 anni, e sempre più spesso 15. Sono soprattutto africane,

provenienti dalla Nigeria e adesso anche dal Ghana, e arrivano con i barconi, «gestite» da organizzazioni criminali che le «accompagnano» dal loro Paese allItalia dove poi le smistano nelle varie piazze.

La storia che le ragazze raccontano alle volontarie dellassociazione Penelope segue lo stesso

«copione». Sono giovani povere, poverissime, le cui famiglie accettano

di «venderle» per bisogno, perché contribuiscano al sostentamento della famiglia, convinte – o desiderose di farlo – di andare a fare un lavoro normale.

Oriana Cannavò, responsabile della sede catanese dellassociazione – che nei giorni scorsi ha tenuto un incontro su questo dramma alla Camera del Lavoro, promosso da Cgil e dalla rete La Ragna-Tela – racconta che quasi sempre si tratta di ragazze analfabete che vengono ingannate facilmente e sottomesse alle madame e alle organizzazioni criminali con un doppio cappio: il debito e la magia nera, cioè i riti voo-doo o jù-jù con i quali vengono minacciati gravi

danni a loro e ai loro familiari se non rispettano gli accordi. Inoltre lammontare del debito è enorme, ma le ragazze non conoscono il valore delle monete straniere e i criminali, per convincerle che si tratta di una cifra irrisoria, giocano sullassonanza tra il nome della moneta locale e quello delleuro pronunciato in inglese. Poi, arrivate in Italia, scoprono che è una cifra

enorme. Nel frattempo sono state costrette a capire: durante il viaggio sono violentate e costrette a prostituirsi nei territori di transito. E anche quando finiscono di pagare il debito molte di loro, prive di documenti e di riferimenti diversi da quelli del circuito nigeriano, continuano a prostituirsi perché non sanno fare nientaltro.

Una situazione difficile che sembra senza vie duscita, eppure gli strumenti per sottrarsi ci sono, anche se difficili da utilizzare. Ed è questo limpegno dellassociazione Penelope, ente accreditato per la realizzazione di programmi di protezione sociale volti ad aiutare le vittime di tratta ad emanciparsi.

La prima fase di questo processo – che si basa sulla capacità dinstaurare un rapporto di fiducia – è quella dell«aggancio», dellemersione, ed è condotta attraverso l«unità di strada». Le operatrici fanno una sorta di mappatura delle zone in cui le ragazze sono costrette a prostituirsi, lungo le strade extraurbane di giorno, in alcune aree urbane di notte. Ci vanno, si presentano, con discrezione, consapevoli di entrare in «territorio altrui» e del fatto che le ragazze sono controllate e che rischiano. Le volontarie fanno in modo di far conoscere la sede in cui operano, in via Sardo 20, e si dicono disponibili ad ascoltare i loro bisogni e a informarle sui servizi cui hanno diritto. Il principio che seguono è quello della riduzione del danno, e cioè

fare conoscere alle vittime di tratta quali sono i loro diritti e fornire loro gli strumenti necessari a dare risposta ai loro bisogni di salute, sicurezza e libertà. In ufficio le operatrici spiegano che si possono rivolgere ad un ambulatorio sanitario, che possono chiedere una visita ginecologica e ricorrere allinterruzione di gravidanza, che possono rivolgersi a centri specializzati per curare le malattie a trasmissione sessuale e che possono contare su di loro se

vogliono essere accompagnate. Spiegano che possono mettere a loro disposizione un avvocato, che possono aiutarle nella richiesta dei documenti e che possono aiutarle a uscire dalla tratta, con laiuto della Procura e della squadra mobile della Questura. Un percorso

difficile perché implica la denuncia degli sfruttatori e, nei casi necessari a tutela della loro incolumità, il cambio di città e di regione. «Per chi sceglie di liberarsi dalla schiavitù comincia la complessa fase dellinserimento che – spiega Oriana Cannavò – significa innanzitutto insegnare loro la nostra lingua, farle studiare, e dunque iscriverle a scuola, e cercare altre coetanee con cui possano fare conoscenza.

E poi occorre che apprendano un lavoro. Noi offriamo dei tirocini formativi, delle borse-lavoro, grazie ai fondi messi a disposizione dalla Chiesa Valdese per un progetto temporaneo che ci ha consentito di fare lavorare alcune ragazze nei ristoranti. Alcune sono rimaste lì, altre hanno trovato altri lavori. E ci sono anche famiglie che decidono di accogliere queste ragazze

vittime di tratta. Per alcune di loro è molto importante vivere in famiglia, mentre per altre vanno meglio le strutture. Dipende. I casi di accoglienza in famiglia sono rari, ma ci sono. E speriamo che aumentino. E del resto anche lufficio affidi del Tribunale dei minori – oltre a nominare un tutore per tutti i minorenni non accompagnati – per queste ragazze comincia a dichiarare ladottabilità e ci sono famiglie che le prendono in affido».

Un lavoro complesso, delicato, difficile, che richiede grande professionalità e sensibilità. Un impegno prezioso e indispensabile che le operatrici di Penelope fanno da precarie e che possono portare avanti solo concorrendo ai progetti nazionali e ai fondi banditi dal dipartimento Pari opportunità della Presidenza del Consiglio del Ministri e contando sul sostegno di privati, come la Chiesa Valdese. Eppure da questo lavoro – condotto in sinergia con la Procura e la Questura – dipende la vita e il futuro di centinaia di ragazze.

(La Sicilia, 22 marzo 2017)

di Liliana Rampello

Esplorare il «tempo dissestato» è l’obiettvo di Animatine, luogo, spazio, serie di appuntamenti alla Galleria di Arte Moderna e contemporanea di Roma in cui i protagonisti della cultura contemporanea indagano le arti come lettura del contemporaneo. Tra filosofia e stili di vita. Il terzo appuntamento, venerdì 24 marzo, con il titolo
«Il tempo dell’immagine verbale. Virginia Woolf» è una lezione magistrale di Liliana Rampello di cui anticipiamo qui alcuni stralci (oltre a una chiacchierata su Radio27)


Virginia Woolf ha attraversato un intero secolo senza perdere il suo smalto, ha interpretato il suo tempo, lo spirito del suo tempo con una originalità che va oltre la sua arte e interpella, come sempre la vera arte, la riflessione critica e filosofica di quell’epoca e della nostra.

Se pensiamo all’inizio del Novecento, nel campo della letteratura la questione del tempo si è posta in modo inevitabile per via di un rivolgimento radicale della sua percezione (e di quella dello spazio), conseguenza diretta di molte scoperte scientifiche che modificarono la vita quotidiana (qualche esempio disordinato: luce elettrica, telefono, fotografia, cinema, automobile, ferrovie, aerei, radiotelegrafia, raggi X ecc. ecc.). Freud scopre l’inconscio, Einstein la relatività, l’arte si fa avanguardia, e poi Cézanne, Picasso, tutto precipita verso mutamenti radicali. È evidente che anche la costruzione classica della narrazione ottocentesca non ha più scampo, incrinata già da Flaubert, è definitivamente scossa da Proust, Kafka, Musil, Joyce, Conrad, Hemingway, Gertrude Stein e Virginia Woolf. Ognuno di questi autori ingaggia e risolve a modo suo (tra affinità e differenze) proprio questa questione, ovvero come si porta a rappresentazione, attraverso il linguaggio, con le sole parole, quanto sta capitando nella vita di tutti: se cambia la percezione della realtà come possono non cambiare le nostre emozioni?

(È quanto sta capitando anche adesso, a noi, per via della nuova rivoluzione tecnologica…)

 

Intanto non dobbiamo immaginare che si sia messa a “pensare” il tempo, non è certo questa la via che la porta alle sue scoperte, direi che il suo pensare è se mai un concepire: accogliere l’esperienza sul piano istintivo, intuitivo, ideare, immaginare, e stare a questa esperienza quasi alla lettera, per come lei stessa la formula in modo esplicito, quasi sempre nelle sue meravigliose lettere (3.800) o nei suoi diari (6 volumi).

La consapevolezza di Virginia Woolf, di come e quanto sia cambiato l’intero panorama espressivo della sua epoca, è rintracciabile con particolare chiarezza nella Lettera a un giovane poeta, del 1932, una lettera indirizzata a un poeta e amico, John Lehmann, al centro della quale sta la chiave musicale stessa di questa somma arte del linguaggio, ovvero il ritmo, ma dalla quale ora rilevo una sola citazione, in linea con quanto sto dicendo:

 

«Tutto è tumultuoso e transitorio… Ciò che bisogna fare oggi è affacciarsi alla finestra e lasciare che il senso ritmico (l’istinto del ritmo è il più intimo e primitivo degli istinti per lei… fino ad Anon) si apra e si chiuda, si apra e si chiuda, coraggiosamente e liberamente, finché una cosa si confonda con l’altra, finché i tassi comincino a ballare con i narcisi, finché si possa fare un tutto con questi frammenti separati».

La rottura, lo shock…

Virginia Woolf “pensa per scene”, lo ripete spesso, ovvero pensa uno spazio, vede qualcosa situato nello spazio (forse «ogni nostra prima impressione della poesia è visiva», annota) e deve tradurre la visione in espressione, deve portarla ad espressione, tenendo insieme il contenuto della visione e la sua forma. La scrittura è un teatro (mai dimenticare che Virginia Woolf è inglese, e che la sua lingua è impastata fin nelle più intime fibre di Shakespeare), un teatro che ha bisogno di un tempo che dia profondità alla scena, le parole allineate in una frase e le frasi che si rincorrono una dietro l’altra hanno bisogno di una messa in prospettiva, e la prospettiva della scena della scrittura non può essere che il tempo. Di questo aveva bisogno Virginia Woolf all’inizio del ’900, di un indice della temporalità nuovo, per scrivere della realtà cambiata, lo ha trovato e, da “vero genio dell’essenziale”, lo ha modulato in molte forme diverse in tutte le sue scritture. È la concezione del tempo che cambia il racconto stesso. Addirittura in ognuno dei suoi romanzi. A partire dalla Camera di Jacob, e poi con Mrs Dalloway e Al faro, Le onde, Gli anni, fino all’ultimo, Tra un atto e l’altro, sempre la sua immaginazione reinventa questa stessa temporalità che, incidendo la nuova forma, asseconda una ricerca che non si acquieta mai. La prospettiva temporale è il suo taglio, è la risposta originale e smagliante che dà a una ricerca comune del suo tempo.

La sua scoperta è il senso presente della vita che le sue protagoniste (La signora Dalloway e la signora Ramsay) incarnano. Per Virginia il “tempo presente” significa che ciò che accade accade sempre prima dell’esperienza di senso che noi possiamo farne e, quindi, l’emozione, questo denso rapporto fra corpo e mente, non si compie, non si esaurisce, nell’attimo dell’accadere, ma nel qui e ora dell’esperienza presente.

Noi sentiamo al presente il nuovo farsi di quell’emozione passata, che ora si compie in un presente che era (per il passato) un tempo futuro. I tre tempi che conosciamo, passato, presente, futuro, non si svolgono più secondo l’asse agostiniano che svuotava il presente, rendendolo un semplice ponte trasparente del momento che non è più o non è ancora, ma si intrecciano in solo punto, o punctum, per dirla con il Roland Barthes della Camera chiara, quel punctum che, nella fotografia, colpisce irrazionalmente, con un semplice dettaglio, l’emozione dello spettatore… Si tratta dell’attimo, che brilla assoluto ma non intemporale: incassato nel qui e ora fa la spola fra senso del passato e senso di un presente che assorbe il futuro raggomitolato in quel passato incompiuto, mai definitivamente compiuto.

Torniamo ora all’inizio, a quella scrittrice che si sapeva un’outsider e che ha fatto di questa sua posizione dissestata nel mondo la leva formidabile per l’invenzione di un tempo proprio della donna che lei era, lo ha rappresentato nell’immagine verbale, lo ha donato alle sue protagoniste e alle sue lettrici. Lei, la scrittrice, ha attraversato, oltrepassato, raffigurato una realtà che non è possibile circoscrivere alla sua descrizione, che sfugge alla presa, ha reso definitivo tutto quanto “rimane una volta gettata al di là della siepe la buccia vuota del giorno”. Lei, che sapeva che il tempo è intrattabile, che la vera “realtà estrema” è la vita, con l’intuizione del tempo presente ha messo tutto il mondo in una sola immagine, l’universale nel particolare, Dio nel dettaglio.

L’appuntamento

Il tempo nell’immagine verbale. Virginia Woolf
venerdì 24 marzo, ore 18 – 19.30
Sala delle Colonne, Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma
viale delle Belle Arti, 131

(27esimaora.corriere.it,17marzo 2017)

di Giovanni De Mauro

Il 18 febbraio 160mila persone sono scese in piazza a Barcellona per protestare contro le politiche sull’immigrazione. Chiedevano al governo nazionale di rispettare gli accordi con l’Europa e di accogliere più rifugiati. A venti mesi dall’insediamento della nuova giunta della sindaca Ada Colau, due ricercatori britannici, Oscar Reyes e Bertie Russell, su Open Democracy hanno riassunto in otto punti la sua esperienza di governo.

  1. Per combattere in modo efficace la xenofobia bisogna affrontare le ragioni reali delle difficoltà economiche dei cittadini e proporre soluzioni altrettanto reali.
  2. Ada Colau è la prima donna a guidare la città. È una delle fondatrici della piattaforma cittadina Barcelona en comú (BComú) ed è portavoce della campagna contro gli sfratti. Guida un gruppo di undici consiglieri comunali, di cui sette sono donne. Rivendica uno stile politico che esprime apertamente contraddizioni e dubbi.
  3. BComú è nato attraverso un processo capillare e continuo di ascolto dei cittadini in incontri pubblici insieme a gruppi tecnici e di esperti.
  4. Il tentativo è trasformare i cittadini da destinatari passivi di scelte politiche ad agenti attivi nel cambiamento della città. È un percorso complicato e imperfetto, scrivono Reyes e Russell, ma per governare bene bisogna sperimentare nuovi processi che rispondano ai bisogni delle persone.
  5. BComú non è espressione locale di un partito nazionale, ma non rifiuta i partiti, e anzi amministra Barcellona insieme a Podemos e ai verdi catalani.
  6. Prendere il potere nelle istituzioni non basta se non c’è anche il potere che viene dai movimenti di base.
  7. È importante costruire una rete di relazioni con esperienze politiche di altri paesi.
  8. Nella gestione dei servizi essenziali la scelta non è solo tra privato e pubblico. C’è una terza possibilità: risorse e servizi trattati come beni comuni e controllati, prodotti e distribuiti dai cittadini in base ai loro bisogni.

(Internazionale, 16 marzo 2017)

Umberto Varischio



Forse speravamo che l’8 marzo di quest’anno passasse come al solito tra riti, elogi all’indispensabilità e alla grande forza morale delle donne e dichiarazioni del Presidente della Repubblica, per poi tornare alle nostre pratiche quotidiane. Purtroppo per noi (uomini) non è stato così: ancora una volta le donne ci hanno spiazzato.

Ammettiamolo pure, uno sciopero indetto e promosso dalle donne e per le donne ci provoca sconcerto e un’insopportabile irritazione. E non lo dico da testimone esterno: fino a qualche anno fa questa scelta ‘separatista’ mi avrebbe causato un impeto di rabbia a malapena reprimibile.

Il breve articolo scritto da Dario Di Vico per le pagine online della 27esimaora del Corriere della sera, intitolato Otto marzo. Perché lo sciopero «per le donne» è stato un errore e pubblicato di gran fretta nella stessa serata dell’8 marzo, rappresenta bene questo stato d’animo.

Intendiamoci, il pezzo è tutt’altro che gridato, usa ragionamenti pacati e ben formulati ammiccamenti alla difesa dei più deboli, identificati immediatamente con le donne.

Certo, gli obiettivi dello scritto sono più di uno: lo sciopero come strumento serio ma un po’ “spuntato” e in fondo minoritario, il facile populismo giornalistico sui disagi per i servizi ecc. ma qui non importa dare un giudizio su questi aspetti. A un certo punto il perno dell’articolo appare in tutta la sua pregnanza: «ha senso oggi coltivare ancora la separatezza delle donne?» e non usare la loro autorevolezza ben altrimenti, per salvare noi e il mondo dai disastri che abbiamo fatto e continuiamo a compiere? Questa dovrebbe essere la loro principale incombenza!

Ha ragione Di Vico: togliamoci subito il dente (e per un anno non ne parliamo più). Anche se il dolore rimane. Diciamocelo: quello che ci dà più fastidio è la lievità, la leggerezza pensante con cui le donne scelgono altro da noi. Ci dà fastidio che scelgano prima di tutto se stesse e le altre.

(www.libreriadelledonne.it, 16 marzo 2017)

di Erika Dellacasa

A Genova raccolte oltre centomila firme contro la storia di un ragazzino dall’identità sessuale «fluida» raccontata da Giuliano Scarpinato e tratta dal libro di Lori Duran

GENOVA — Oggi alle sei e mezza di sera Michele Degirolamo si vestirà con la coroncina da principessa e con la maschera da supereroe, sarà un po’ uomo e un po’ donna o meglio un po’ bambino e un po’ bambina perché lo spettacolo che andrà in scena a Genova nella sala del teatro della Tosse di questo tratta: di un bambino «fluido», maschio di lunedì e femmina di martedì.

La parola, gender, è di quelle che sollevano polemica. E polemica è stata. «Fa’ afafine, mi chiamo Alex e sono un dinosauro», spettacolo diretto da Giuliano Scarpinato e tratto dal libro di Lori Duran, madre di un bambino «non conforme», è stato osteggiato, boicottato, minacciato fino a far annullare alcune date in cartellone. Per questo la rete dei teatri genovesi a partire dai Giardini Luzzati ha deciso di invitare «Fa’ afafine» (la parola definisce nelle isole Samoa chi si sente insieme uomo e donna) per una rappresentazione gratuita come «segno di tangibile protesta contro il tentativo di censura in atto». Chi più chi meno (le finanze dei teatri sono sempre nella burrasca), con il Teatro Stabile di Genova in testa, tutti hanno contribuito a finanziare la messa in scena di questa sera.

Su input di Generazione famiglia, da gennaio sono state raccolte oltre 100 mila firme contro lo spettacolo sotto una petizione che inizia con le parole «Allarme rosso!» e termina con un appello a nonni e genitori a impedire che le scuole portino i bambini ad assistere allo spettacolo. Ci sono state manifestazioni e striscioni (di Forza nuova) davanti ai teatri o agli istituti scolastici in alcune città, a Potenza lo spettacolo è stato annullato, a Bologna è stato presidiato dai carabinieri. Generazione famiglia chiede che il ministro dell’ Istruzione vieti agli insegnanti di portare i ragazzi a vedere «Fa’ afafine», al contrario una lettera firmata da 43 parlamentari a cominciare da Monica Cirinnà e Gianni Cuperlo chiede di difenderne la messa in scena.

Il Comune di Genova ha dato il suo patrocinio all’ iniziativa. «Non cado in queste trappole – dice il consigliere regionale di Fratelli d’ Italia Matteo Rosso -, come Regione abbiamo cancellato i finanziamenti della giunta Burlando agli insegnamenti “arcobaleno” nelle scuole e abbiamo aperto uno sportello per le famiglie e anti gender, questa è la nostra risposta».

(Corriere della Sera, 16 marzo 2017)

di Brahim Maarad

Sconcerto tra la comunità islamica italiana per la decisione della Corte Europea di approvare il bando del hijab. La consigliera comunale: «Alimenta l’intolleranza». L’educatrice: «Lo uso per insegnare i colori ai bambini». In programma manifestazioni e campagne mediatiche.

Una doccia fredda. Quella sentenza della Corte di Giustizia Europea, con cui si autorizzano i datori di lavoro a vietare il velo islamico, proprio non ci voleva. Già il dibattito sugli indumenti sportivi prodotti dalla Nike per le musulmane si stava facendo molto acceso, ora c’è il rischio che si trasformi in uno scontro tra fazioni.

A esprimere la totale contrarietà in prima linea ci sono le donne musulmane ben inserite nella società, che ogni giorno si recano al posto di lavoro con il capo velato. Sumaya Abdel Qader, consigliera comunale a Milano nella maggioranza di Sala, commenta la sentenza uscendo dalla commissione Pari opportunità: «Sinceramente la notizia mi ha sconcertata perché pone molte preoccupazioni. Mi chiedo prima di tutto se questa neutralità tanto ricercata non vada alla fine a beneficio degli intolleranti, di chi non vuole avere a che fare con persone di altre culture. Inoltre, anche economicamente, mi chiedo quante persone rischiano ora di essere licenziate con questo precedente, considerato che riguarda anche ebrei, sikh e altre fedi. Quando si parla di velo purtroppo ancora non si coglie la differenza tra il simbolo religioso e l’atto di fede».

Sul velo Takoua Ben Mohamed ha pubblicato un libro, il fumetto «Sotto il velo». Lei è una giovane vignettista romana che gira l’Italia proprio per raccontare, con i disegni, gli stereotipi sul hijab. E questa sentenza di spunti ne ha forniti tanti: «Credo che questo sia un duro colpo a quelle che sono le libertà delle donne, i loro diritti e purtroppo anche alle lotte per la parità di genere». Per l’artista si tratta dunque di una «sconfitta che viola la basilare libertà della donna di decidere il proprio abbigliamento, anche in ambito lavorativo. Una incredibile retromarcia nel periodo in cui siamo tanto impegnati per il pieno riconoscimento del ruolo femminile nella società».

Non è da meno la presidente dei Giovani musulmani d’Italia, Nadia Bouzekri, che definisce il provvedimento «quanto di più discriminatorio e ingiusto a pochi giorni dalla Giornata internazionale contro il razzismo e le discriminazioni». Questo perché «in una situazione critica, in cui le donne che indossano il velo difficilmente vengono assunte, studentesse che faticano a trovare aziende per stage, questa norma legittima pratiche discriminatorie già in atto da anni». La leader dei giovani musulmani obietta anche sulle motivazioni che avrebbero portato alla decisione di Strasburgo: «Si pretende di liberare queste donne dalla sottomissione e dall’oppressione di un velo negando loro la possibilità di lavorare, di emanciparsi e contribuire alla crescita e allo sviluppo del proprio Paese. È questa l’Europa della tutela dei diritti?». L’associazione è al lavoro per organizzare manifestazioni e campagne mediatiche per sensibilizzare l’opinione pubblica. «Vogliamo coinvolgere anche i non musulmani perché siamo convinti che questa sentenza sia un passo indietro per la libertà di tutti».

A Bologna, la Comunità islamica si è invece già mossa con un comunicato ufficiale. Firmato anche da Rassmea Salah, islamologa e ricercatrice: «Troviamo che sia un precedente gravissimo che lede fortemente le libertà e i diritti delle donne europee musulmane alle quali questo divieto costituirebbe un ostacolo al loro naturale inserimento sociale e lavorativo nella comunità europea – spiega -. Crediamo che sia fuorviante e quanto più ambiguo vestire tale discriminazione religiosa con l’abito della libertà dei datori di lavoro di assumere e licenziare dipendenti secondo questo criterio che non tiene conto né delle competenze né tanto meno della formazione delle donne interessate».

È una musulmana di Bologna anche Amina Ennouri. Fa l’educatrice nelle scuole materne e primarie. Ogni giorno si presenta agli alunni con un velo colorato. «Oggi ad esempio abbiamo imparato il color tortora – sorride -. I bambini non hanno mai avuto diffidenza nei miei confronti, al massimo tanta curiosità». Qualcuno ad esempio le chiede se ha i capelli e di colore li abbia. «Ho sempre risposto mostrandoli direttamente a loro». È meno facile invece con genitori e altri insegnanti. Anche se spesso è solo questione di tempo. «L’anno scorso delle colleghe mi hanno regalato abiti adatti al velo». Sulla sentenza non ha dubbi: «Noi a scuola insegniamo la diversità, quella invece è una decisione di chiusura. E più si chiude e più si fa spazio agli estremismi. Solo pochi giorni fa celebravamo i diritti della donna e oggi le viene tolto il diritto di scegliere la propria personalità».

(L’Espresso, 14 marzo 2017)

di Simonetta Sciandivasci

La filosofa Luisa Muraro, commentando la notizia della paternità riconosciuta di una coppia di gay, ha scritto: “La donna che ha partorito è una madre di meno”. Ed è scoppiata la polemica

La donna che ha partorito, grazie a fecondazione assistita, i gemelli dei due papà ai quali, a fine febbraio, la Corte d’Appello del Tribunale di Trento ha riconosciuto la piena paternità, è «una madre di meno». Per averlo scritto, con la accorata lucidità che le è propria, Luisa Muraro, filosofa femminista, negli ultimi anni impegnata a elaborare un’opposizione di senso all’utero in affitto (o gpa o surrogacy: non c’è accordo su come chiamarla – «se non riesci a convincerli, confondili», diceva H.S. Truman) si è attirata l’accusa di seminare odio verso gli omosessuali. Di essere «ormai solo una cattolica». Una «nuova Miriano». Un’omofoba che ha tradito la sua storia. In un intervento (sul sito della Libreria delle Donne di Milano) sulla sentenza di Trento, salutata coram populo come atto fondativo della rivoluzione che ci farà capire che «quando un figlio lo cresci, lo curi, lo ami: allora sei padre, madre, genitore» (ha scritto Vendola), Muraro guasta la festa dei diritti omogenitoriali e ricorda che il “grande passo” si è compiuto marciando sul corpo di una donna.

La scorsa settimana, i femminismi sono scesi in piazza contro un sacco di cose: il patriarcato, innanzitutto. Poiché le pratiche di surrogacy ottemperano perfettamente, secondo Muraro, al patriarcato, il caso di Trento le è servito per esemplificare quello che ritiene il suo «fondamento simbolico» cioè «l’omo-patriarcato». Un passaggio che Gay.it ha così tradotto: «secondo la femminista, gli omosessuali sono l’essenza del patriarcato», immolando il senso all’effetto e creando un nemico, una controparte a cui togliere voce, diffamandola. Luisa Muraro riflette sulla differenza sessuale da anni: per lei, senza differenza sessuale, non c’è possibilità di libertà femminile. «La parità è un concetto mutilante», scrive nel suo ultimo libro («L’anima del corpo», La Scuola): la tradizione di pensiero cui appartiene ha mostrato (si veda «Il contratto sessuale» di Carole Pateman) che, poiché al contratto sociale su cui si è costruita la società moderna dei diritti e delle libertà, le donne arrivarono già dentro la soggezione del contratto sessuale, quei diritti e quelle libertà li decisero gli uomini. Per questo, il carattere delle libertà civili ha in sé qualcosa di intrinsecamente discriminatorio: l’equiparazione non lo corregge e, in certi casi, lo rafforza.

Quando una madre scompare dai documenti anagrafici di un figlio che è pagata per mettere al mondo, si perpetra quel patriarcato che fu precedente a quello del contratto sociale, dove la libertà fu disegnata sugli uomini ma offerta universalmente: quello del contratto sessuale, al cui interno una donna è un corpo la cui funzione fa l’uso. A Trento è successo che l’anagrafe italiana non ha registrato i due gemelli, poiché non risultava la madre, estromessa dai documenti rilasciati da quella canadese (i bambini sono nati in Canada). Scrive Muraro: «Le impiegate hanno obiettato che per fare un bambino ci vuole una madre, mentre le giudici, avendo studiato filosofia, hanno detto sì, quello che conta nella generazione di un essere umano è l’amore, il corpo è secondario, anzi surrogabile». È omo-patriarcale quella pratica che separa la maternità dal corpo della madre e la trasferisce fuori di lei. È omo-patriarcale il “diritto” avocato a due uomini di azzerare una relazione materna, affittando il corpo nel quale s’instaura. Da questo nuovo tipo di contratto sessuale, stipulato per soddisfare un desiderio (non esiste il diritto di fare figli, bensì il desiderio di averne) la donna è assente: l’uomo fa la legge. Questa è la denuncia di Luisa Muraro che Gay.it liquida con la pubblicazione di uno status di Facebook, raccolto da un redattore, appartenente a un “insegnante attivista”, secondo il quale Muraro ormai è «esplicitamente cattolica» e fa parte di quei turpi figuri che discutono del gender per disseminare omofobia : un fronte compatto che intende relegare la donna nel ruolo di «madre, moglie, compagna sottomessa». Al Foglio, Luisa Muraro ha affidato una breve replica: «Voglio bene agli omosessuali e ancor più alle loro mamme: non fatele sparire».

(Il Foglio 14 marzo 2017)

di Sara Gandolfi

«Sono pronta a una nuova battaglia con il governo se Theresa May non rispetterà la sovranità del Parlamento». Gina Miller non si arrende. La premier aveva rifiutato di consultare i deputati prima di avviare il negoziato con Bruxelles; lei l’ha costretta a passare da Westminster. Businesswoman di successo, co-fondatrice del Fondo d’investimento Scm Private, attivista e filantropa, Miller è stata la capofila del ricorso all’Alta Corte di Londra che in dicembre ha fermato la corsa della May. Ora i parlamentari hanno votato, bocciati gli emendamenti dei Lord, la legge per il divorzio dall’Europa è pronta, Miller incalza: «Terrò gli occhi bene aperti: se la premier non mantiene fede all’impegno di far approvare ai Comuni l’accordo che raggiungerà con Bruxelles, tornerò a chiedere la verifica della Corte».
Qual è lo scenario peggiore? E quale il migliore? Teme una «hard Brexit»?
«Sono molto preoccupata. Nessuno sembra capire quale sia il piano della premier, perché la verità è che non ha un piano. Il governo non ha le risorse e soprattutto non ha abbastanza tempo per metterlo a punto. Visti gli imminenti appuntamenti elettorali in Europa, i 18 mesi che hanno per negoziare con l’Unione Europea si riducono, realisticamente, a non più di nove. Impossibile ottenere un buon risultato. Nel migliore scenario possibile, potrebbe verificarsi un periodo di transizione, sempre che tutti gli Stati membri dell’Ue lo concedano».
Lei una volta ha detto: «Noi donne siamo più forti degli uomini quando si tratta di avere buon senso per prendere le decisioni difficili». Vale anche per Theresa May?
«Non capisco cosa abbia in mente in questo momento, penso abbia a che fare con il potere. Non è stata eletta e vuole essere sicura che nessuno la critichi, e credo che questo offuschi le sue scelte decisionali. May è sicuramente una gran lavoratrice, molto determinata. Vedremo cosa accadrà, ma in questo momento il suo programma non è chiaro. Non dà spiegazioni, nessun dettaglio. Ed è circondata da uomini molto aggressivi, da leader fanatici. Si trova in una situazione davvero molto complicata».
L’ex premier Tony Blair spinge per un nuovo referendum sulla Brexit. Cosa ne pensa?
«Una pessima idea. È un tema troppo complesso per un referendum. Non avrebbero dovuto indire neppure il primo. È stata una scommessa politica irresponsabile. Il Regno Unito non è una democrazia diretta. Quando alzi le aspettative delle persone, chiamandole al voto in questo modo, alimenti la sfiducia nel sistema politico».
Lei denuncia una crescente intolleranza nel Regno Unito…
«È un virus che sta circolando in tutto il mondo occidentale e che non è iniziato all’improvviso, ha avuto un lungo periodo di incubazione. La colpa è di governi irresponsabili che non hanno ascoltato quello che stava accadendo nella società, quali problematiche stavano emergendo come l’invecchiamento della popolazione, la crisi del sistema educativo, la perdita del lavoro… il mondo politico era distratto. Quello che mi fa davvero paura è che ogni volta che, storicamente, quando si diffonde il populismo poi si impongono le autocrazie o governi molto elitari».
In questo vuoto della politica, lei è diventata un simbolo della lotta alla Brexit, più del leader dell’opposizione laburista, Jeremy Corbyn…
«Io credo nello stato di diritto. Ma come può funzionare la democrazia se non c’è un’opposizione che funziona? E lo dico da sostenitrice del Labour. E il problema va ben oltre Corbyn».
Mai pensato di entrare in politica?
«Non sopravviverei. Soprattutto in Gran Bretagna, dove la politica è dominata dagli uomini. Ti costringe a scendere a patti con quella cultura, a essere fedele alla linea del partito. Non lo farei mai, preferisco seguire la mia coscienza. Ma resterò vigile».
Ha ricevuto minacce pesanti dopo il ricorso. Come ci si sente ad essere «la persona più odiata del Regno», come ha detto lei stessa?
«Sono sconvolta. È difficile essere donna nella City, ma non avevo mai subito attacchi con un così alto tasso di odio e di razzismo. Forse è sempre stato lì, latente, ma negli ultimi quarant’anni la società era riuscito a renderlo inaccettabile. Ora c’è gente che si sente autorizzata a comportarsi e a parlare in un certo modo, come se gli fosse stato dato il permesso. I politici e anche i media hanno contribuito a creare questo clima».

Corriere della Sera, 14 marzo 2016)

dal 1 all’8 marzo 2017

Dea Madre una mostra  di Pina Massarelli e Wanda Delli Carri

presso Palazzo Dogana Foggia

Un incontro inevitabile e felice quello che ha portato Wanda Delli Carri e Pina Massarelli a esporre insieme le loro opere. In momenti diversi, Pina l’anno scorso e Wanda poco prima di Natale, avevano esposto le loro opere al Museo Civico di Foggia grazie alla direttrice, Gloria Fazia, che ha molto apprezzato le opere di entrambe, tanto è vero che ha acquistato un’opera di Pina per il Museo e ha scritto la presentazione sul catalogo di W. Delli Carri. Pina ha visto le opere di Wanda, ha riconosciuto oltre alla loro qualità artistica una ricerca affine alla propria e le ha chiesto di organizzare insieme una mostra perché sarebbe stato un modo per rafforzare il discorso che sta a cuore a entrambe: ricercare e rielaborare riti e culti che appartenevano a una cultura e a una civiltà antiche.

Questa cultura, che in seguito è stata cancellata o dimenticata, o si è ritirata in piccole nicchie del mondo, consisteva in una visione magica del mondo che è stata sottovalutata, considerata primitiva e la magia una filosofia semplicistica. Sia studiose, Marija Gimbutas tra tutte, che studiosi l’hanno riscoperta e studiata. Robert Graves per esempio, osservando i miti religiosi antichi riconosce che si riferiscono alle società matriarcali conosciute nell’area mediterranea e in Europa prima dell’arrivo degli invasori dell’Est e del Nord. Svela inoltre che l’Europa antica non aveva divinità maschili e si venerava solo la Grande Dea, immortale, onnicomprensiva e onnipresente, incarnazione della natura terrestre e cosmica; la luna e il sole erano i suoi simboli. Gimbutas dimostra che nel Paleolitico e nel Neolitico le donne erano sacerdotesse e veneravano dee. Nei 3.000 siti che ha analizzato, ha trovato 30.000 sculture di dee, donatrici di vita e fertilità, morte e rigenerazione, che portano inciso o dipinto sulla superficie delle statue una sorta di codice cifrato che ha chiamato il linguaggio della dea. Tutte le prove dimostrano che nell’Europa antica la cultura era caratterizzata da una profonda religiosità verso la dea e dalla centralità sociale delle donne come fonte di vita. Gli uomini hanno funzione di stimolo e impulso ma non hanno potere. Gimbutas descrive questa cultura come matrilineare, matrilocale e matrifocale, egualitaria e pacifica in netto contrasto con la successiva fase indoeuropea che ha avuto un carattere patriarcale e che ha distrutto l’antica cultura. Insomma, la cultura della guerra non è nata in Europa, ma vi è stata portata dalle invasioni di uomini a cavallo provenienti dalle steppe russe. Fin qui il mito, che poggia su ricerche e studi accurati, come è raccontato, tra le altre/i da Heide Göttner-Abendroth nel suo libro Le società matriarcali, Venexia editrice, 2012.

Quello che sappiamo con sicurezza e di cui abbiamo esperienza è che noi tutte e tutti siamo nati e siamo figli di questa cultura occidentale, quella che Vandana Shiva chiama monocultura della mente, che riduce tutto a uno, un tipo di società, un tipo di economia, ecc. e crea modelli fissi, eliminando tutto ciò che non si omologa, che è diverso, eliminando l’alterità o riducendola a uno stereotipo.

La storia sarebbe continuata così se il femminismo non avesse operato una rottura di questa visione monolitica e sviluppato la critica nei confronti dell’idea che il pensiero, il logos fosse uno, universale e neutro. Uno dei pilastri del dominio patriarcale era, infatti, proprio l’idea di una sua presunta universalità ed eternità. Per questo acquistano particolare valore gli studi sul matriarcato che, attenzione, non significa potere delle donne sugli uomini, ma indica l’origine, il principio femminile, perché la parola arché in greco significa anche principio.

La mostra Dea madre, che riflette su queste questioni, fa emergere l’autorità femminile che si basa sulla pratica di stimare e ammirare un’altra donna perché dall’ammirazione si può ricavare un potenziamento per sé e per tutte le altre. Le opere hanno come soggetto la riflessione, avviata ormai da tempo dalle due artiste, sui riti arcaici in onore della Dea Madre e di altre divinità femminili presenti nel territorio della provincia di Foggia, l’antica Daunia. Insieme alle rielaborazioni di immagini della Dea Madre diffuse in tutto il Mediterraneo, Pina Massarelli rivisita, infatti, l’Idoletto di Passo di Corvo e la Stele di Castelluccio. Wanda Delli Carri, con una pittura che imita la scultura, si ispira alle Danzatrici di Ruvo, all’Antefissa e alla Testa di Medusa di Arpi, alla Stele daunia femminile e alle figure degli ex-voto dalla Stipe del San Salvatore di Lucera.

Le opere di Wanda Delli Carri sono attraversate da un filo rosso che dando continuità le tiene insieme come facessero parte di un racconto unico. Il filo rosso rimanda a tante connotazioni appartenenti al corpo e al grembo femminile, dal cordone ombelicale al sangue mestruale. È anche il segno della passione amorosa, dei ricordi, degli affetti e dei legami familiari, ma è soprattutto il simbolo di una ricerca che parte dagli arcaici culti misterici di società pacifiche ed egualitarie che non conoscevano il senso del potere, del dominio e dell’avidità. Il filo rosso si snoda ricucendo simboli, un capitello, una spirale, uno spicchio di luna, le ali di un angelo, i capelli di Medusa, ecc. attraverso tempi e luoghi diversi. A volte è presente una sottile ironia come nell’opera Arche-tipa, in cui la Dea indossa disinvoltamente jeans e scarpe rosse con il tacco. Così come l’altra Arche-tipa che si ispira all’ex voto del III-II sec. a.C. della stipe di San Salvatore di Lucera che sfoggia un rossetto rosso sulle labbra carnose e sensuali. L’ironia è impiegata per allontanare il sospetto che l’artista voglia riproporre una memoria consolatoria dei tempi antichi. Qui e là fa capolino la figura di una donna dei giorni nostri, forse la stessa artista consapevole del proprio impegno di affidare all’arte il compito di ritrovare e far emergere la bellezza e l’incanto del nostro territorio, che non è oggetto di cura e di attenzione come dovrebbe.

Con Wanda dialoga Pina Massarelli, anche lei impegnata nella ricerca e costruzione di una genealogia femminile che la porta alle origini della civiltà della Dea Madre per ritrovare una nuova civiltà. Ma oggi come si può declinare il mito e come possiamo servircene perché abbia significato nel tempo attuale e ci aiuti, donne e uomini, a ritrovare una strada sensata e a mettere in connessione lo spirito antico con quello odierno? Come può un culto così arcaico offrire suggerimenti per arginare le crisi del mondo? Naturalmente sono domande aperte, la cosa importante è non adagiarsi in un atteggiamento consolatorio che non modifica il modo di rapportarsi alla natura e non trasforma la realtà. Però ci sono segnali molto positivi del cambio di civiltà con invenzioni in ogni parte della terra: tante donne e uomini si stanno interrogando sul rapporto con la terra e con i suoi beni e dando vita a pratiche e gesti simbolici e trasformativi.

La mostra di Massarelli e Delli Carri stimola la domanda su che cosa le donne possono apportare come contributo originale alla ricerca e alla riflessione sulla sacralità della terra che ha bisogno di attenzione e cura perché è nello stesso tempo un corpo con le sue fragilità. Non è un caso che Pina Massarelli dia alle sue dee titoli come Accoglienza, Conoscenza, Accudire il mondo. Alcune figure femminili ricordano nella postura donne che si possono incontrare sulla soglia delle case dei nostri paesi.

Pina Massarelli come ceramista, attraverso la manipolazione dell’argilla, uno dei primi materiali usati dalle donne nella preistoria per creare manufatti, ha ripercorso antiche tecniche, accostandosi alla cultura materiale e artistica del territorio di origine, la Daunia, esaminandone la decorazione cosiddetta geometrica e riconoscendovi i simboli della Dea Madre e cogliendone i segni della persistenza nel corso del tempo. Il riferimento ai gesti di cura e di accoglienza che appartengono al mondo femminile e che sono presenti nelle sue opere suggeriscono che non si tratta di un’operazione nostalgica nei confronti di una mitica età dell’oro, ma di una ricerca che riguarda il presente.

Ripensare l’atteggiamento che i popoli antichi avevano nei confronti della Madre Terra significa porsi il problema di proteggere la terra, i suoi doni e i suoi frutti. Capire il senso profondo della vita, l’interconnessione che esiste nella natura se vogliamo ritrovare una nuova civiltà basata sulla ricerca di armonia tra donne e uomini e con il mondo naturale.

Wanda Delli Carri (wandadellicarri16@gmail.com), artista di Foggia, dove vive e opera, si è dedicata fino al 2010 all’insegnamento dell’educazione artistica nelle scuole medie, dopo aver frequentato l’Accademia di Belle Arti di Foggia. Da alcuni anni ha intrapreso l’attività espositiva, ottenendo lusinghieri successi e riconoscimenti.

Pina Massarelli (giusyama@gmail.com) per oltre trent’anni ha lavorato la ceramica nel laboratorio Terra e Fuoco di Foggia, svolgendo un’intensa attività in corsi di ceramica con studenti di varie scuole di Foggia. Dopo essersi dedicata allo studio e alla rielaborazione di forme e decorazioni della ceramica daunia, da alcuni anni si è concentrata sulla scultura in ceramica con immagini che si riferiscono al culto della Dea Madre, secondo le ricerche di Marija Gimbutas

 

È disponibile in formato pdf la versione aggiornata al 2016 (170 pagine – 2,7 MB) della Bibliografia degli scritti di Luisa Muraro, a cura di Clara Jourdan. Il file sarà inviato gratuitamente a chi ne farà richiesta a info@libreriadelledonne.it

dal 14 al 31 marzo 2017
SBLU_spazioalbello Via Antonio Cecchi 8, Milano Inaugurazione ore 18.00

SBLU_spazioalbello propone la personale di una delle artiste contemporanee più significative per ricerca e soluzioni tecnologiche adottate. LeoNilde Carabba, classe 1938, ha attraversato la seconda parte del Novecento con autorevolezza, ha esposto con i nomi più rappresentativi: Lucio Fontana, Bruno Munari, Agostino Bonalumi, Getulio Alviani, Enrico Castellani. Nel 1975 è cofondatrice della Libreria delle Donne di Milano, l’anno successivo con Carla Accardi, e altre artiste, fonda la cooperativa Beato Angelico per discutere e indagare cosa significa essere donna nel mondo dell’arte.
Tutto il lavoro di LeoNilde Carabba ruota intorno alla ricerca del Significato. Si potrebbe definire la sua l’arte Sacra dell’Origine. L’esoterismo dei simboli della Cabala e dei Tarocchi sono il suo linguaggio quotidiano. Capace di destreggiarsi nei più profondi meandri dell’iniziato, la sua pittura ci parla un linguaggio talmente arcaico che ci ammalia, anche quando fatichiamo a comprenderlo. Le sue opere alludono alla trasformazione, e come in alchimia, aspirano allo stadio successivo in continua evoluzione. La tecnica che usa è complessa e avanzata.
Già nel 1966 comincia gli esperimenti sulla rifrazione della luce giungendo ad ottenere, mediante l’uso di microsfere di vetro, una superficie a intensità luminosa variabile secondo l’angolo di visuale del fruitore, senza l’utilizzo di mezzi meccanici. Da qualche anno, oltre alle microsfere, utilizza pigmenti che reagiscono alla luce nera (o di Wood) e ci offrono una visione dell’opera diversa secondo la fonte luminosa che la illumina. Per la mostra allo SBLU_spazioalbello, oltre ad alcuni lavori di grandi dimensioni, ha preparato due nuove installazioni e una serie inedita di trittici e dittici su carta.
——-
20146 Milano Via Antonio Cecchi 8 Telefono 02.48000291

E.mail spazioalbello@esseblu.it     www.sblu.it

La mostra prosegue dal 15 al 31 marzo 2017: dal lunedì al venerdì su appuntamento tel 02 48000291 / 333 6121941
Sono previste aperture straordinariatutti i sabato dalle 15.00 alle 19.30

LeoNilde Carabba, nasce a Monza il 28 novembre 1938, risiede attualmente a Milano. Ama definirsi “una pittrice ed una viaggiatrice che ama esplorare territori e varcare confini”. Nel 1961 tiene le sue prime mostre personali; da allora espone in numerosi luoghi in Europa e negli Stati Uniti, oggi, con regolarità, in Italia e Germania.
Opere di LeoNilde Carabba in Collezioni pubbliche Pinacoteca di Termoli – Museo d’Arte di Corciano – Museo di Verrucchio Pinacoteca d’Arte di Soncino – Pinacoteca di Bossico, Bergamo – Pinacoteca di Civitanova Marche – Pinacoteca di Bari – Italian-American Museum, San Francisco Museo di Città Bolivar, Venezuela – Maison de la Culture, Namur, Belgio – Oud Hospital Muzeum, Aalst, Belgio – Museo d’Arte di Montecatini – Primo Museo d’Arte Moderna, Asyla, Marocco – Museo de Arte Contemporaneo, Ibiza, Spagna
Scritti sulle Opere di LeoNilde Carabba Writings about LeoNilde Carabba’s Works. Pier Giuseppe Agostoni, Donatella Airoldi, Marina Barla, Riccardo Barletta, Enrico Bay, Rolando Bellini, Carlo Belloli, Mirella Bentivoglio, Emilio Benvenuto, Berenice, Silvia Bollino Bossi, Enrico Bonerandi, Rossana Bossaglia, Silvia Bottaro, Dino Buzzati, Domenico Cara, Franco Paolo Catalano, Christo, Jeanne-Claude Christo, Chiara Cinelli, Alfio Coccia, Jacques Collard, Anna Corio, Roberto Crippa, Giuseppe Curonici, Giancarlo Gabelli, Tino Dalla Valle, Alessandra D’Elia, Salvatore di Giacomo, Geroges Fabry, Elda Fezzi, Luigi Paolo Finizio, Antonio Fomez, Lucio Fontana, Giovanna Galli, Greg Gatemby, Patrizia Gioia, Maddalena Gregori, Ami E. Herskovits, Hsiao Chin, Luciano Inga-Pin, LinoLazzari, Valeria S. Lombardi, Marialuisa Magagnoli, Corrado Marsan, Armanda Mavilla, Rollo May, Marino Mercuri, Berto Morucchio, Cristina Muccioli, Italo Mussa, Sandra Orienti, Clizia Orlando, Aldo Passoni, Simonetta Panciera, Valentina Tovaglia, Gianni Pozzi, Mario Radice, Elisabetta Rasy, Pierre Restany, Marcus Roher, Gualtiero Schönenberger, Maria Torrente, Lorenza Trucchi, Alberto Veca, Franco Verdi, Lea Vergine, Lara Vinca Masini, Francesco Vincitorio, Mariano Vitale, Valentina Tovaglia, Pino Zanchi ed altri.
http://artscore.it/leonilde-carabba-luce-arte-ongaretti/
SBLU_spazioalbello è uno spazio libero per esporre bellezza, con la finalità di diffondere cultura visiva, di provocare dubbi e muovere domande nell’ambito della ricerca del bello, per recuperare la capacità di costruire un’etica della bellezza. SBLU_spazioalbello nasce da un’idea di Susanna Vallebona, visual designer, titolare di Esseblu, che da oltre 30 anni opera nel campo della comunicazione visiva, del design e dell’arte, ed è curatrice dello spazio

di Marina Terragni
Ci sono differenze sostanziali tra la sentenza di Trento, che ha riconosciuto formalmente come padre un uomo che non ha legami né biologici né adottivi con i gemelli avuti dal compagno via utero in affitto, e la sentenza di Firenze che ha riconosciuto anche in Italia l’adozione di due bambini da parte di una coppia gay (l’adozione era avvenuta nel Regno Unito dove la coppia risiede da anni).

Nel primo caso i bambini sono stati messi al mondo da una donna che è stata pagata per condurre la gestazione, partorire e levarsi di torno. Nel secondo caso c’erano dei minori che si trovavano già in stato di abbandono e quindi di adottabilità.

Nel primo caso un atto mercantile e di egoismo assoluto: separare i bambini della madre per mettere in scena un’impossibile omofecondità. Non è stato a causa di un accidente della vita, cioè, che quei bambini non avevano una madre: la “disgrazia” è stata precostituita e pianificata con un contratto di mercato (un enorme mercato). Nel secondo caso un atto di generosità: offrire un nucleo familiare a bambini che per una disgrazia capitata si trovavano a non averlo.

Nel primo caso l’obbrobrio di far coincidere il superiore interesse del minore con la separazione dal corpo della madre, quando ogni consapevolezza in materia di psicologia neonatale, dalla teoria dell’attaccamento a tutto il resto, indica come esclusivo interesse della bambina e del bambino il corpo-a-corpo con la madre con la quale l’appena nata-o si sentirà per lungo tempo un unico corpo. Nel secondo caso un miglioramento oggettivo della situazione di quei bambini, che da una vita in istituto o in comunità -una volta constatate le capacità genitoriali dei richiedenti seguendo l’abituale iter per l’adozione- sono passati a un’esistenza affettivamente più piena e degna.

Nel primo caso si produce un vulnus, nel secondo si cura una ferita.

Nel primo caso un atto di ingiustizia e di discriminazione: per ragioni meramente ideologiche, a un uomo che non è padre né genetico né adottivo è stata consentita l’iscrizione allo stato civile come padre tout court, fatto inaudito e che resta precluso a qualunque altra cittadina o altro cittadino italiano. Un padre del terzo tipo, l’ho definito, che ha semplicemente usurpato il posto della madre, cancellando la donna che ha messo al mondo quei bambini e spalancando le porte al riconoscimento della legittimità dell’utero in affitto, pratica che nel nostro Paese –e praticamente in tutta Europa- è vietata e sanzionata. Nel secondo caso un atto umano e giusto, per la coppia che ha accettato di assumere il rischio genitoriale –per evidenti ragioni, più elevato quando si adotta che con i figli biologici: le creature che hanno vissuto storie di abbandono spesso, anche se non sempre, richiedono una particolare attenzione e dedizione- e soprattutto per i bambini che in una logica di riduzione del danno hanno visto migliorare la propria condizione.

Chiudo con qualche rapida considerazione: un figlio nasce sempre e soltanto da una donna e da un uomo, di qualunque orientamento sessuale siano, fatto che non può essere cancellato e surrogato con leggi, sentenze, opinioni, egoismi, rivendicazioni di diritti.

Non esiste parità riproduttiva tra gli uomini e le donne. Nessuno può impedire a una donna di avere un figlio se lo vuole –o obbligarla ad averlo, se non lo vuole- e sulla scelta di maternità ogni parola pubblica è destinata a restare lettera morta. In fatto di procreazione, l’autodeterminazione femminile non può che essere piena. Viceversa, senza la mediazione di un mercato dove acquistare ovociti e affittare uteri, di una medicina che metta in atto queste pratiche, di una legge che le consenta, nessun uomo può diventare padre cancellando la donna. Una diseguaglianza sostanziale che qualche volta il diritto prova a rappresentare: come in Spagna e in Germania, per esempio, dove una donna può accedere a inseminazione artificiale, mentre un uomo non può ricorrere a utero in affitto. Parlare in generale di omogenitorialità sia per le donne sia per gli uomini è ideologico, perché occulta questa diseguaglianza originaria e inaggirabile. Per questo dico che l’omogenitorialità è degli uomini, e quella delle donne è maternità, da sempre e per sempre. Perché la differenza sessuale esiste. 

Per finire: è sconcertante che i legislatori, ovvero i parlamentari, continuino a ignorare le bio-problematiche e a ficcare la testa sotto la sabbia per evitare di bruciarsi le penne e di rischiare posto ed emolumenti, delegando le decisioni ai tribunali. Un laissez-faire profondamente antidemocratico perché è solo attraverso le loro voci di rappresentanti eletti –e non via sentenze spesso in contraddizione tra loro- che i cittadini possono fare sentire la propria.

Ammesso che sia vero. Ammesso che i rappresentanti non rappresentino solo se stessi e il proprio interesse personale.

(www.marinaterragni.it, 10 marzo  2017)

di Modesta Raimondi

Pensano insieme e leggono insieme. Si trasmettono esperienze e senso delle cose. Si scambiano i punti di partenza emotivi per leggere un’opera d’arte, che si trasformano poi in approcci rinnovati all’esistenza. Sono uno straordinario esempio di comunità (o forse famiglia) intellettuale, che resiste agli urti del tempo, e sa trasformare i conflitti in crescita personale, in modalità inedite per ricominciare. Senza stancarsi mai di allargare gli ambiti del sapere. Rigorosamente insieme.

Sono le donne e gli uomini della Merlettaia, piccola élite intellettuale e femminista che ha la sua sede in via Arpi e che, da anni, si occupa attivamente di riflessione culturale e azione pratica, soprattutto nell’ambito della scuola.

I loro ultimi incontri hanno per tema “Concepire l’Infinito” e partono da testi e autori cari, che vengono poi allargati e ridefiniti in un flusso ininterrotto di conversazione e meditazione sul reale e sul personale. “Il grande momento storico del femminismo ci ha cambiati”, racconta Antonietta Lelario. “E da allora mi scopro talvolta a riflettere partendo da una frase nuova, dal ‘mio femminismo’, da ciò che quegli anni hanno rappresentato per me, in termini di crescita personale oltre che collettiva”.

Gli incontri sull’Infinito, che accanto agli uomini e alle donne della Merlettaia, hanno visto presto la partecipazione delle Amiche di Celeste, si svolgono nel Circolo di via Arpi, dalle 18 alle 20 di qualche pomeriggio al mese. Si è cominciato a ridosso delle vacanze estive e si sta continuando. Sono poco meno di 20 persone che si uniscono in un appuntamento che va ben oltre il circolo di lettura, le terapie di auto aiuto, i cenacoli culturali, l’amicizia profonda, il pensiero collettivo filosofico esistenziale, che si snoda in mille rivoli che da collettivi si restringono nel personale, per confluire poi nuovamente nel collettivo.

Gli incontri nascono dallo stimolo di Gianpiero Bernard che, dopo un momento di pausa, ha sentito di voler ricominciare a pensare insieme, partendo da una riflessione sulla vita quotidiana, di cui vuol riscoprire il valore rivoluzionario. Giacché è lì, in quel quotidiano, che esiste quel “di più” che lui non sa nominare. “Concepire l’infinito”, quindi, parte dal suo bisogno di nominare quel “di più”, che alcuni chiamano Dio, altri Luce, Vita, Relazione, Essere.

“Il testo di Chiara Zamboni, La Notte ci può aiutare, è il primo su cui abbiamo lavorato”, racconta Antonietta Lelario. “Le pratiche di cui la Zamboni parla sono quella del cibo, quella del rimettere i debiti e quella di mantenere una contiguità con l’inconscio, attraverso la frequentazione dei sogni e della notte”, spiega, facendo riferimento all’esigenza di un percorso che unisca il personale e l’impersonale.

Riguardo al testo di Luisa Muraro, il gruppo sta lavorando sulla conflittualità, che sembra essersi spostata nella vita quotidiana, dove uno degli elementi di conflitto è il tempo, che colpisce soprattutto le donne. Il rapporto con il cibo è stato analizzato in termini di accoglimento e cura, concentrandosi sulla pratica del rimettere il debito. Un tema che abbraccia la non pretesa, e quindi lo stare nelle relazioni in atteggiamento di riconoscenza. Una posizione esistenziale che offre molta libertà, solleva dalla pretesa e apre alla relazione, con gli altri e con se stessi, mettendo silenzio e perfino vuoto, come nella pratica delle mistiche.

Il gruppo ha poi lavorato anche sul silenzio, che legge in maniera opposta al mutismo. “Il silenzio è un cercare le parole, ascoltarle, lasciare che le cose sedimentino, in una sorta di accettazione del vuoto, inteso come rinuncia a ciò che ci rassicura, alla pretesa di controllare tutto”, spiegano.

Da qui il gruppo si è poi riallacciato al silenzio notturno, simbolico del rapporto con l’inconscio di cui ha scritto Chiara Zamboni. “Nell’ultima riunione è emerso che molte di noi, le cose più importanti se le dicono in quel dormiveglia che precede o segue il sonno”, racconta la Lelario, che chiama illuminazioni i pensieri della notte e dell’alba. “È un aspetto che ci induce a pensare come sia diventato più forte nelle nostre vite, quel linguaggio non razionale ed esplicativo riguardo ad ogni cosa. Un linguaggio che procede per illuminazioni, in cui ti sembra di cogliere delle verità da cui ti lasci guidare. Quindi se noi siamo uno specchio del mondo, vuol dire che anche nel mondo l’epoca dell’illuminismo sta cedendo il passo ad un’epoca nuova, in cui la verità si fa strada in modi diversi”, afferma.

Il testo di Luisa Muraro si concentra sull’impreparazione di Maria, e il gruppo si è soffermato sulla iniziale impreparazione della Muraro di fronte ad un argomento poco frequentato, quello delle mistiche, così simile all’impreparazione di Maria. “Certe cose si fanno proprio quando si è impreparati”, ha commentato Gian Piero Bernard. “E in uno dei nostri incontri ci siamo interrogati proprio sull’ impreparazione, quella che non blocca l’azione. Anche noi, come la Muraro, abbiamo messo al centro il tema dell’Annunciazione, partendo da un quadro di Antonello da Messina in cui non si vede l’Angelo. È un modo di trasmettere il messaggio divino che ha implicato la libera scelta”.

Concepire l’infinto si interroga dunque sull’evoluzione del pensiero femminile occidentale e sulla direzione in cui va la (presunta) verità. Dal percorso necessario alla donna nuova, al modo in cui masticare la realtà. In osservazione di quell’attimo di felicità a cui fa seguito lo sgomento dell’impreparazione.

PS

Sono soprattutto quattro i testi che hanno fatto da base alla riflessione sull’infinito del circolo La Merlettaia insieme alle Amiche di Celeste.

La notte ci può aiutare, di Chiara Zamboni, che riflette sullo scarto tra “quello che sono nel giorno e quello che appaio nella notte” e su come e quanto i pensieri rarefatti dell’inconscio possano venire in aiuto alla crescita individuale nella sua totalità.

Concepire l’infinito di Luisa Muraro, che medita sullo stimolo rappresentato dalla impreparazione, nell’ottica di due impreparazioni femminili, una che si può e l’altra che non si può colmare.

John Berger. L’Infinito qui e ora, di Gianluca Solla, il ritratto di un intellettuale critico poeta disegnatore e narratore, che rivoluzionò il modo di leggere i fenomeni e le opere d’arte, in uno scritto nato a pochi giorni dalla scomparsa di Berger.

La lettera di Rosa Luxemburg a Sonja, la moglie di Karl Liebknecht, scritta dal carcere femminile di Breslavia.

Gli Aforismi sull’Indistruttibile di Zurau di Franz Kafka, oltre che il commento di Roberto Calasso, Lo splendore velato.

(L’Attacco, 8 febbraio 2017)

di Ida Dominijanni

Mentre Donald Trump, e con lui i suoi fans di destra e purtroppo anche di sinistra, fantasticano un’improbabile de-globalizzazione, spunta (o rispunta) un movimento femminista che ha tutte caratteristiche di un movimento globale. Mentre i media mainstream capovolgono l’elezione di Trump nella sconfitta del femminismo perché il famoso tetto di vetro non è stato infranto neanche stavolta, spunta (o rispunta) un movimento femminista che mette il tetto di vetro suddetto all’ultimo posto della sua agenda, e al primo la vita. Mentre l’egemonia del capitalismo neoliberale vacilla ovunque sotto i colpi di una crisi ormai decennale, e ovunque ripropone per tutta risposta le sue ricette fallimentari senza trovare a sinistra ostacoli rilevanti e aprendo a destra vie di fuga razziste e fascistoidi, spunta (o rispunta) un movimento femminista che si riappropria della centralità femminile nella produzione e nella riproduzione sociale, ne fa una leva sovversiva e chiama tutti, donne uomini e altri generi di ogni paese e di ogni colore, a unirsi a questa spinta sovversiva. Sono i colpi d’ala che solo la politica delle donne è capace periodicamente di inventarsi, gli scarti imprevisti dall’agenda politica e mediatica del presente che solo la politica delle donne è capace periodicamente di produrre. E che fanno dell’8 marzo di quest’anno una giornata diversa dal solito, inedita, irrituale, inaugurale.

Ma non estemporanea. Lo sciopero delle donne dal lavoro e dalla cura dichiarato per oggi in una quarantina di paesi del mondo – in Italia dalla rete “Non una di meno”, con l’adesione dei sindacati – arriva a coronamento di un anno che ha visto i movimenti femministi al centro, e alla guida, di mobilitazioni straordinarie, su un’agenda ben più ampia e articolata di quella “di genere”. L’inizio fu il Black Monday polacco, il 3 ottobre dell’anno scorso, quando un’imponente manifestazione sotto la pioggia e gli ombrelli bloccò la legge che voleva proibire l’aborto, prima azione politica contro i governi reazionari che si sono succeduti in quel paese. Poi il Mércoles Negro contro la violenza sessuale in Argentina il 17 ottobre, convocato dalla rete NiUnaMenos, sigla migrata in Italia con la manifestazione contro la violenza del 26 novembre, tanto sorprendente per quantità e qualità quanto ignorata da giornali e tv, all’epoca troppo impegnati nello sfornare sondaggi sulla rimonta del sì al referendum costituzionale poi stravinto dal no. Infine l’immensa Women’s March del 21 gennaio a Washington e ovunque nel mondo, in risposta alla misoginia suprematista di Trump, tre milioni di donne e uomini in piazza negli Usa e due nel resto del pianeta, altro che protezionismo e de-globalizzazione: America first, ma in tutt’altra direzione da quella neopresidenziale.

Vengono infatti da quella marcia, e sono vistosamente marcate dal lessico politico radicale americano, le due parole-chiave, inclusive e intersectional, che orientano la giornata di oggi. Inclusivo, perché l’organizzazione e la regia della mobilitazione è femminile ma apre a chiunque ne condivida le intenzioni, lasciandosi il separatismo alle spalle. Intersezionale, perché il dominio di genere si intreccia con altri dispositivi di dominio e di esclusione, di classe e razziali in primis, e domanda in risposta “l’alleanza dei corpi”, per dirlo con il titolo dell’ultimo libro di Judith Butler, di tutte le soggettività interessate.

Perché allora l’8 marzo, e perché le donne al centro e al timone? Si possono dare due risposte. La prima è che le donne e il femminismo sono state e sono l’oggetto privilegiato della rivoluzione neoliberale, e non stupisce che ne diventino il soggetto antagonista di prima fila. L’egemonia neoliberale deve molto della sua presa al modo in cui ha cercato di trascrivere la libertà politica e la padronanza sul proprio destino guadagnate dalle donne nel femminismo in autoimprenditorialità e libertà di consumo, nonché al modo in cui ha “valorizzato”- nel senso dell’estrazione capitalistica di valore – il lavoro produttivo, il lavoro di cura, l’intera vita delle donne. Non a caso la pratica di lotta scelta stavolta è quella dello sciopero: per sottrarsi a questo sfruttamento, e per mostrare – per sottrazione, appunto – quanto il lavoro femminile – visibile e invisibili, contato e non contato nelle statistiche, retribuito e gratuito – sia tanto cruciale per far girare la macchina produttiva e riproduttiva quanto sottostimato e sottovalutato, in tutti i sensi del termine.

La seconda ragione è politica, ed è tutta inscritta nella genealogia e nella memoria del femminismo. In una stagione come quella di oggi, in cui la politica ufficiale di opposizione, orfana delle sue appartenenze e strutture storiche, sembra non trovare vie diverse dalla ripetizione del passato da un lato e dalla demagogia populista dall’altro, il femminismo conosce l’arte della tessitura di un “noi” che si costruisce non malgrado ma in forza delle sue differenze e molteplicità costitutive. E’ l’arte della tessitura di relazioni libere ma non per questo volatili, che consente al movimento delle donne di andare e venire dalla ribalta della cronaca, ma di tornare sempre, imprevisto, quando e dove occorre. Non a caso si chiude con un richiamo a Carla Lonzi il testo di Non Una di Meno che convoca lo sciopero di oggi: “Il Soggetto Imprevisto ha fatto nuovamente irruzione nella politica e nelle nostre vite. Riconosciamo a noi stesse la capacità di fare di questo attimo una modificazione totale della vita”.

(Internazionale, 8 marzo 2017)

di Gisella Modica

Un spettro, anzi un corteo di spettri – proiezioni immaginarie, fraintendimenti, false attribuzioni – si aggirano per l’Europa e “fanno visita”, in tempi di dissesto e di patriarcato morente, al femminismo, per ridurne la valenza fino a farlo scomparire, ridurlo a sua volta in spettro.

Lo scrive Ida Dominijanni nel testo a più voci Femminismo Fuori sesto, della comunità Diotima, di recente pubblicazione. «I fantasmi affollano sempre le rivoluzioni, e ancor di più le loro evocazioni», scrive.

Lo conferma un articolo del 2 marzo sul sito della libreria delle donne in cui un uomo, Umberto Varischio, riferendosi allo sciopero globale dell’8 marzo afferma che il fantasma dello sciopero delle donne turba profondamente l’universo maschile fin dai tempi di Aristofane.

Uno spettro apparve a Dominijanni, in tutta la sua evidenza, la notte di capodanno, a Colonia, “incarnato” nell’uomo nero che attenta alle donne bianche. A pagarne le spese fu però il femminismo, aggiunge la giornalista, chiamato in causa perché “si materializzasse”, a meno che non fosse morto, e le femministe chiamate a schierarsi in nome dei diritti e delle libertà concesse dalla civiltà occidentale.

Ma il corteo è lungo, e di spettri se ne aggirano molti altri.

Per esempio la nuova forma di neutro agita dal neoliberismo per indebolire la differenza sessuale, matrice di tutte le altre differenze per cui, resa indifferente la prima le altre seguono, trasformate in identità “molteplici e statiche” prive di radici corporee e quindi interscambiabili. Pronte per essere messe al lavoro. Lo scrive Chiara Zamboni ricordando che «il femminismo è un movimento politico-simbolico», è «vigilanza ostinata» nel quotidiano affinché la tua esistenza abbia significato corrispondente ai tuoi desideri; non separa la riproduzione della vita dalla ricerca di senso della vita stessa. Non è insomma un movimento “sociale”, l’altro fantasma individuato da Zamboni, il cui termine «circola come una parola passe-partout per interpretare realtà molto diverse tra loro». Non è un movimento di tutela di un gruppo minoritario, ma riguarda tutti, e non cerca riconoscimenti. Anzi, di fronte all’estensione del sociale sui corpi, la sessualità, la riproduzione, «ha indicato un’altra via» perché non tutto può essere portato nello scambio sociale. La pensa così anche Dominijanni. Citando Muraro, scrive che il femminismo della differenza «non sta nei termini posti dal paradigma della modernità. Non gli è nemmeno esterno o contrario» ma apre dal suo interno a quel suo di più «muto e taciuto», il privato, il corpo, la sessualità, l’inconscio per renderlo visibile, ma «senza accedere a una politica della visibilità accecante» in quanto irriducibile a qualsiasi rappresentabilità.

Altri spettri li segnala Alessandra Allegrini: uno è la pervasività della tecno-scienza, «l’immersione pressoché totale della vita umana negli oggetti tecnologici», il suo utilizzo illimitato per «rigenerare la vita stessa» con le ricadute che questo comporta nell’ordine simbolico. L’altro è il concetto di gender – e in seguito di post-gender/queer e il transgender – che «in quanto scindibile dal sesso», mette il sesso in ombra facendolo diventare qualcosa di cui fare a meno. Entrambi si configurano come un grosso pericolo di ri-appropriazione da parte maschile della differenza, rimuovendola. Espugnandola dalla sua ri-significazione simbolica, concorda Dominijanni.

Fa bene ritornare su concetti e acquisizioni che si danno per scontati di fronte alla «perdita di radicalità», scrive Annarosa Buttarelli: agli scivolamenti del femminismo «in risposta al crollo delle evidenze su cui è poggiata la nostra comune civiltà». Ma anche in risposta al protagonismo femminile nella vita pubblica che spesso si presenta senza una genealogia.

Se femminismo è nome comune, ma va assunto in nome proprio; è parola a disposizione ma non è indifferente, come scrive Diana Sartori nell’introduzione; se «ha il suo centro ovunque e la circonferenza da nessuna parte»; se è uno scarto che «opera mediante forza d’attrazione»; se provoca dissesto, ma non risponde ai richiami di riassesto in un presente dissestato e in un tempo fuori di sesto, come fare a catturare gli spettri che si aggirano?

Come fare a creare connessioni «tra il femminismo inchiodato dalle categorie dell’oppressione, impigliato nella rivendicazione, e il pensiero della differenza sessuale che sottovaluterebbe le incidenze dell’ordine sociale?» Si chiede Livia Alga. Come farsi portatrici di un desiderio che non sia mimetico al maschile, ma capace di creare «una spiralità fra le invenzioni nell’ordine simbolico e in quello sociale?».

Lucia Bertell porta a esempio il femminismo che trova accoglienza in alcune pratiche e stili di vita e di lavoro, definite riduttivamente “economie diverse”, che hanno in comune l’amore per la terra. Ponendosi in un ordine sociale altro, soprattutto simbolico, in quanto parla un’altra lingua: relazionale, «aderente al dispiegarsi delle vite» e come tale conflittuale con il sistema dominante del capitale: una lingua materna.

Buttarelli, riprendendo l’insegnamento di Carla Lonzi, scrive che se il femminismo non riguarda la vigilanza sui diritti né l’uguaglianza di trattamento economico, ma il conflitto tra forme della mente, è su questo che bisogna intervenire «usando una forma mentis sapienziale». Senza sottrarsi al conflitto tra donne.

La proposta di Livia Alga è quella di tentare «di comporre alcune pratiche del pensiero della differenza con la percezione delle contraddizioni sociali patite». Vivere nel tempo presente gli scarti dell’ordine sociale, le sue fratture (occupati e disoccupati, giovani e anziani, immigrati e nativi) e di risignificarli a partire da sé in relazione con altri/e. Rivedere la propria storia in rapporto alla storia globale e non viceversa, senza ricadere nella protesta. Leggere il reale come risultato della relazione tra l’ordine sociale e ciò che non vi è previsto (Zamboni) «perché è qui che si può esperire un’eccedenza». E porta a esempio l’invenzione dei lenzuoli operata da alcune donne a Palermo dopo l’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino. Pendevano dai balconi delle case con la scritta No MAFIA «mettendo in relazione lo spazio pubblico col privato». Operando un passaggio da simbolo della deflorazione macchiato di sangue o di morte violenta a simbolo di una collettività in opposizione alla mafia. Ma anche, aggiungo io, l’invenzione del digiuno in piazza Castelnuovo, con i piattini di carta sul petto con la scritta “ho fame di giustizia digiuno contro la mafia». Un messaggio di sottrazione non solo alla alternativa imposta: o contro lo stato o contro la mafia, ma anche come ritiro della delega alla rappresentanza dei partiti, delle istituzioni in favore di una assunzione di responsabilità individuale nel quotidiano.

Ciò che serve, chiude la sua introduzione Sartori, è un di più di femminismo.

In la 27esima ora, giornale on line del corriere della sera, del 2 marzo si legge che in vista dello sciopero globale dell’8 marzo «in questa fase minacciata da forme di democrazia illiberale» alcuni osservatori chiedono al femminismo «di porsi come testa e cuore di un’idea progressista rispetto a tanti leader, partiti, coalizioni tradizionali». Come da prassi.

La convocazione dello sciopero globale indetto dal movimento femminile internazionale non una di meno, mutuandolo dallo sciopero degli ombrelli delle polacche e assunto «come vera e propria pratica femminista» è una sfida inusuale, provocatoria, che nell’intento delle organizzatrici vuole essere una risposta che non ha precedenti, all’altezza della situazione che viviamo. Non per niente è stato coniato il termine «femminismo intersezionale» (razza, classe, genere) di derivazione statunitense e nordeuropea.

Ho letto i documenti di convocazione dello sciopero ma non riesco a trovare rappresentate in essi tutta la ricchezza, la creatività, la forza, le invenzioni, le differenze, insomma quel “di più” che il movimento ha saputo e sa esprimere invece nelle piazze. Può essere un problema di linguaggio “cristallizzato”? «Della scelta delle parole» per dirla con Buttarelli, che nel suo saggio auspica un cambiamento di linguaggio, «una fuoriuscita… persino dal gergo del femminismo».

Un linguaggio, quello dei documenti, che risponde, per dirla con Zamboni, allo spettro del sociale. Ma c’è molto nella vita umana – ed è sulla vita delle donne nel suo complesso che lo sciopero, nelle intenzioni, vuole riportare l’attenzione, non solo sul lavoro o sulla violenza – che nel sociale non trova posto, che sta oltre. E chiede di essere raccontato.

Sulle forme di comunicazione verbale, non solo sui contenuti, penso quindi bisognerebbe soffermarsi di più, trattandosi di un linguaggio che persiste, ereditato da una forma mentis hegeliana, che vede la donna in posizione antitetica all’uomo. In rapporto dialettico con l’universo maschile. Scriveva di questo Carla Lonzi in Sputiamo su Hegel e auspicando quel «muoversi su un altro piano» asimmetrico rispetto al maschile in modo profetico, aggiungeva: «questo è il punto, per cui difficilmente saremo capite, ma è necessario insistervi».

Diotima, Femminismo Fuori sesto Un movimento che non può fermasi

Liguori Editore, 2017, 102 pag. euro 12,99


(Letterate Magazine, 7 marzo 2017)


 

Vi invito a cercare con me (Luisa Muraro) e Beppe Pavan (del gruppo Uomini in cammino di Pinerolo) una risposta ad alcune delle domande che spuntano come aghi dal libro di Mira Furlani, Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei (Gabrielli, 2016). Il libro ha fatto scandalo anche tra persone oneste, legate al ricordo di Enzo Mazzi.Mazzi, personaggio ormai storico, era un prete ribelle dei gloriosi anni Sessanta, parroco nel nuovo quartiere dell’Isolotto a Firenze: ribelle non tanto ai suoi superiori ecclesiastici ma all’intero sistema di potere, un “sovversivo”, come sarebbe stato al suo posto papa Francesco.

La rivista “Testimonianze” di Firenze, in un prossimo numero dedicherà parecchio spazio al libro di Mira Furlani. Lo ha recensito anche “Micromega”. Mira Furlani era l’unica donna tra i nove imputati del processo dell’Isolotto (1971) e in tribunale fu lei a raccontare la storia del quartiere, che conosceva meglio di tutti. Perché non ne ha mai scritto prima? Perché soltanto ora, a distanza di oltre quarant’anni?

Nel programma del Circolo della rosa (Libreria delle donne), si parla di “rivolta nellarivolta”. Che cosa significa? Le donne e il prete è un racconto autobiografico che va, veloce quasi volando, dalla ricostruzione postbellica (il padre di Mira abitava nel cantiere di via Legnano, a Milano, con la famiglia) fino al movimento femminista, passando per l’alluvione di Firenze, la rivolta dell’Isolotto, il terremoto nella Valle del Belice. Ma nel suo punto più alto il volo sembra precipitare a terra, per una faccenda difficile, mai raccontata prima. Era la cosa scartata, che non c’entrava…Secondo me, quando si sviluppa una rivolta, qualcosa viene sempre scartato e accade che lo scarto si riveli essere (o poter essere) il fondo della vera rivolta. Pensate al femminismo tra gli anni Sessanta e Settanta… Che cosa si nasconde in questo paradosso? Luisa Muraro.

di Luisa Muraro

Mentre partecipavo a un incontro in vista dell’Otto marzo prossimo, che sarà in difesa dell’umanità femminile dalle violenze maschili, ho sentito una parola nuova per me: l’etero-patriarcato.

Giusto! Ecco una parola che ci voleva. Esiste infatti un omo-patriarcato, ed è il fondamento simbolico del patriarcato. L’obbligo dell’eterosessualità non è l’essenza del patriarcato, come credono le americane, è solo una maschera perbenista che i privilegiati si mettono e si tolgono, a seconda, l’obbligo è per il popolo. Pensate al mondo di Virginia Woolf, per esempio, o leggete Il libro e la fratellanza di Iris Murdoch. E risalite all’antica Grecia, fonte della nostra civiltà.

L’omo-patriarcato non è finito.

Senza tante letture, basta la recente sentenza delle giudici di Trento che si sono pronunciate in favore dell’assoluta paternità di una coppia gay. I due, come noto, si trovavano in Canada (guarda caso) e lì hanno avuto in regalo (si fa per dire) due gemelli, frutto della maternità di una tale. L’anagrafe, nel paese di lei funziona regolarmente, non è la Siria, voglio dire. Ma non l’ha registrata come tale, cioè madre dei due gemelli, l’ha semplicemente ignorata accettando la tesi squisitamente platonica che il frutto del ventre di lei fosse generato dall’amore di due uomini.

Di ritorno in Italia, questi due, per il bene delle creature nate dal loro amore (non senza una certa somma di denaro nota soltanto al fisco del Canada, che platonico non è) hanno chiesto di trascriverle nella nostra anagrafe. Ma si sono scontrati con l’incredulità delle impiegate dell’anagrafe di Trento, dovuta forse a scarsa fantasia o ignoranza, per non tirar fuori quel populismo che oggi si va purtroppo diffondendo.

Non possiamo trascriverli, hanno obiettato le impiegate, per fare un bambino ci vuole una madre. Le giudici, invece, avendo studiato filosofia, hanno detto sì, quello che conta nella generazione di un essere umano è l’amore (detto anche eros) e la disposizione spirituale; il corpo è secondario. Anzi, in questo caso, surrogabile.

Morale della favola: una madre in meno. La Cassazione casserà, già lo prevedo e mi chiedo: chissà che cosa ci avremo guadagnato noi donne.

(www.libreriadelledonne.it, 3 marzo 2017)

di Monica Ricci Sargentini

«Cari compagni gay vi invitiamo a non festeggiare la cancellazione della madre». Inizia così un appello promosso dalla sociologa dell’Università di Milano, Daniela Danna, esponente della comunità Lgbt ma autrice di un libro sulla maternità surrogata dal titolo inequivocabile: «Contract children» . Cosa c’è che non va nella sentenza di Trento? «Le tre giudici hanno giustamente riconosciuto il secondo e il terzo genitore ma non dovevano cancellare la prima. La genitorialità che deriva dalla cura e dalla responsabilità esercitate sono una cosa, i certificati di nascita che non riportano nemmeno l’anonimato della madre sono un’altra, inaccettabile. Significano che quella donna non ha mai potuto avere una chance di continuare la sua relazione materna con il o i neonati. Le donne non sono macchine da gravidanza».

Nel nostro ordinamento la madre è colei che partorisce. Ma le giudici negano questo principio.
« Nel nostro ordinamento la madre è colei che partorisce. Ma le giudici negano questo principio. Appunto la cancellazione significa che la relazione materna non è più riconosciuta dalla legge italiana. Non possono esserci primi e secondi genitori senza una madre: saranno sempre i secondi e i terzi perché la gravidanza e la nascita sono già un rapporto intimo, stretto, imprescindibile nella riproduzione umana tra la futura bambina e sua madre. Se questa non vuole essere nominata, che rimanga anonima (per quanto si vada sempre più affermando un diritto a conoscere le proprie origini biologiche richiesto dai figli dei “donatori” così come dagli adottati) ma che non venga fatta sparire con un colpo della bacchetta “magica” della legge e dei giudici. Questa bacchetta magica non funziona, e l’origine materna di ognuno di noi rimane un fatto inevitabile».

Nella sentenza si parla di Gpa altruistica, lei da sociologa hai studiato a fondo il fenomeno. Esiste una maternità surrogata non commerciale?
« Ci sono Paesi come il Canada, l’Australia, la Gran Bretagna che chiamano “altruistica” la loro Gpa per fingere che sia un’alternativa alla “Gpa commerciale”. In entrambi i casi le donne vengono retribuite con un salario per la gravidanza, solo che là si chiama “rimborso spese”. Ovunque le donne dicono che lavorano e che sono professionali nel non affezionarsi ai figli e cederli ai committenti. Tutti sanno che non ci sono donne disponibili a fare una Gpa se non sono pagate, a nessuno dei partecipanti a questo gioco conviene confessarlo e quindi si parla di altruismo, quando invece una donna che non compare nemmeno sul certificato di nascita non ha avuto nemmeno una chance di essere effettivamente altruista, perché alla nascita i genitori erano già degli altri. Questo è aberrante».

C’è una narrazione che mira a “vendere” la Gpa come un atto di amore? I media la veicolano?
«Sì, ma l’amore non può essere pagato. Tutte queste donne, ripeto, sono retribuite. I media non fanno altro che camuffare l’introduzione di un nuovo mercato, con i bambini che diventano merci».

La comunità Lgbt appare divisa ma la sensazione è che le voci contrarie alla Gpa si levino con un certo timore anche a sinistra. Non c’è una sorta di sudditanza delle donne agli uomini?
«Mi stupirebbe il contrario, visto che viviamo in una società a misura di uomo. Ci sono anche i sensi di colpa per poter essere in grado di generare, mentre gli uomini non possono farlo. E’ ironico che quello che è stata la maledizione del sesso femminile ora diventi una facoltà così ambita».

Il 23 marzo ci sarà a Roma un incontro internazionale di Se non ora quando Libere per chiedere all’Onu la messa al bando della Gpa. Secondo lei è l’unica strada percorribile? O serve una legge che metta dei paletti?
«Sono d’accordo con la richiesta femminista a tutti gli Stati che hanno introdotto l’istituto giuridico della Gpa di cancellarlo. In California è stato presentato un ricorso alla Corte Suprema per inconstituzionalità fatto da una donna che il committente voleva costringere ad abortire (cioè a “ridurre selettivamente”) due dei quattro embrioni che avevano attecchito. Nessun paletto può funzionare perché il concetto è proprio quello che il suo nome dice: la gravidanza è “per altri”, non è quella della donna, la donna si aliena dal proprio corpo e dal rapporto con il nascituro, mentre l’autodeterminazione delle donne l’abbiamo richiesta per avere delle maternità responsabili grazie al diritto di abortire. Persino questo diritto diventa di pertinenza dei committenti, perché nella Gpa la gravidanza è appunto “per altri”».

(Corriere della Sera, 2 marzo 2017)