Incontro con Breanne Butler, coordinatrice della Women’s march, la marcia
delle donne (e uomini) contro Trump. Introducono Giordana Masotto,
Valentina Orazzini (FIOM internazionale) e Michela Spera (Segreteria
nazionale FIOM).

di Aurelio Mancuso

È lecito che si possa per contratto tra adulti decidere preventivamente che un bambino nasca senza madre? È questa, a mio avviso, la domanda di fondo su cui fronti contrapposti si scontrano in tutto il mondo sulla maternità surrogata. Senza reticenze dirò immediatamente che a quella domanda io rispondo di no. Ancor prima di discutere sulla questione della “commercializzazione” della gravidanza o, come sostengono i fautori della surrogacy, del “dono”, respingendo l’accusa di sostenere la compravendita di un soggetto autonomo, è necessario affrontare appunto il nodo della decisione che viene assunta a monte.

Coppie eterosessuali (la stragrande maggioranza di chi accede alla surrogata) e coppie omosessuali, decidono di avere un figlio, grazie ad un’offerta molto attiva in alcuni paesi e, attraverso agenzie specializzate che si avvalgono di cliniche private, possono scegliere la donna che porterà in grembo il bambino, solitamente con l’utilizzo dello sperma prelevato da uno dei contraenti, e gli ovuli di una donna differente rispetto alla portatrice. Il tutto è stabilito con minuziosità con un apposito contratto tra le parti dove sono enucleati i diritti dei futuri genitori e i divieti (molti e stringenti) che dovrà rispettare la madre surrogata. A chi racconta questo passaggio come una normale transizione tra persone libere e consenzienti, che altro non è che la realizzazione di un legittimo diritto a veder concretizzato il desiderio alla genitorialità, pongo un ulteriore quesito: si sono tenuti presenti i diritti inalienabili del nascituro? Solitamente a questa domanda si risponde, che nessun diritto è negato, che il bambino potrà giovarsi dell’amore di genitori che lo hanno fortemente voluto, che il legame con la donna gestante sarà in qualche modo garantito, oppure (nel caso della coppia di uomini) che potrà crescere con intorno diverse figure femminili (nonne, zie, amiche, etc.). Nulla di tutto questo però risponde alla questione decisiva sulla liceità (di moralità è bene non parlare per non incorrere agli strali potenti sui social) che il bambino nato sia a tutti gli effetti “orfano” di madre, perlomeno di quella genitrice, di cui legami neuropsicologici sono piene le ricerche scientifiche del pianeta.

Solitamente si ondeggia tra la sollecitazione all’emozionalità pubblica mettendo in primo piano la positività della nascita di un nuovo essere, che altrimenti sarebbe stata impossibile, o liquidando il tutto come un protocollo neutrale di pratiche mediche predisposto per raggiunte l’obiettivo. Le carte internazionali dei diritti del bambino (e la Carta dei diritti della UE è tra le più precise) condannano la compravendita. Le associazioni pro surrogacy rispondono con propri documenti europei dove l’utilizzo del denaro è contemplato come normale necessità per ottenere la nascita. In questo turbinio di leggi nazionali che consentono, divieti che sono aggirati, status giuridico dei bambini precario, a volte inesistente, rimane che i bambini subiscono fin dal concepimento scelte pesanti operate dagli adulti.

Insomma i loro diritti non sono posti al centro e, siccome si afferma sempre più, anche in Italia, perlomeno il giusto diritto per loro di conoscere le proprie origini, c’è seriamente da porsi il tema (anche per chi è strenuamente a favore della surrogata) di quali e quante tutele siano precluse al bambino. Nel ribadire, che una volta nati questi bambini devono poter contare su tutta la normativa a loro protezione, compresa la certezza delle figure genitoriali, bisogna però fermare questa pratica, non solo vietandola nei paesi dove ancora è lecita, ma mettendo in campo strumenti efficacemente dissuasivi in Italia e di contrasto internazionale in particolare nei luoghi più poveri del mondo, dove si assiste al proliferare di strutture di sfruttamento delle donne indigenti, il più delle volte costrette dai parenti maschi ad affittare il proprio utero.

Si sa che intorno alla Gpa (ovvero nei paesi dove sono in vigore normative certe) fiorisce un mercato potente, alimentato da organizzazioni internazionali che dispongono di molti appoggi politici e finanziari. Le associazioni delle famiglie che intendono utilizzare o hanno già avuto accesso alla surrogacy, hanno anche nel nostro paese, una capacità di influenza robusta, organizzano convegni con università, corsi di preparazione, hanno il sostegno di molti opinion leader e di tanti politici. Per ora tutti i tentativi per far schierare le istituzioni europee a favore della maternità surrogata sono falliti, perché un ampio trasversale schieramento di parlamentari si è opposto, così come in Italia, nella situazione data, non esiste una maggioranza parlamentare che possa calendarizzare la legalizzazione.

Ma il futuro è ben più incerto e, tra il timore di apparire moralisti e contro la modernità e l’incapacità di approfondimento e conoscenza dei temi di cui è malata la classe politica italiana, non si possono escludere campagne e azioni per tentare la via legislativa. La via giudiziaria è già in pieno svolgimento da alcuni anni e, tende, attraverso giuste sentenze che riconoscono la tutela dei bambini, di costruire una giurisprudenza positiva nei confronti della surrogata, scrivendo dispositivi cui sono presenti affermazioni gravi e, naturalmente dove il diritto del bambino rispetto alla relazione con la gestante è annullato. Rimane che per chi si oppone alla surrogacy un bambino non si può né vendere né acquistare e per chi invece la sostiene si tratta di una strada che rispetta i diritti di tutti e garantisce una famiglia ai bambini. Da questo evidente e potente conflitto si svilupperà nel prossimo periodo, speriamo, un confronto pubblico duro, che attiene a come si possono conciliare oppure no, desideri e diritti.

(huffingtonpost.it, 7 aprile 2017)


(…) Molte donne potrebbero avvantaggiarsi di possibilità e stratagemmi simili. Ma le grandi questioni che vorrei affrontare non si risolvono tollerando lo status quo. E non credo che avere pazienza possa essere una scelta, anche se probabilmente i cambiamenti saranno graduali. Se consideriamo che le donne britanniche hanno il diritto di votare da appena un secolo, dovremmo congratularci per la rivoluzione che è avvenuta da allora. Ma, se le strutture culturali profonde che legittimano l’esclusione delle donne sono quelle che ho descritto, un approccio graduale richiederà troppo tempo. Dovremmo rilettere invece su cosa è il potere, e a cosa serve. In altre parole, se nella nostra percezione le donne non trovano pienamente posto all’interno delle strutture del potere, forse è il potere che ha bisogno di essere ridefinito, non le donne.

(…) Ma questo significa ancora considerare il potere come una questione elitaria, abbinata al prestigio, al carisma individuale della cosiddetta leadership , e spesso, anche se non sempre, a un certo grado di celebrità. Significa anche considerare il potere in un’accezione ristretta, come qualcosa che solo pochi – per lo più uomini – possono esercitare. Da un potere così, le donne in quanto genere – non come singoli individui – sono escluse per definizione. Non è facile inserire le donne in una struttura che è già codificata come maschile. Bisogna cambiare la struttura. Questo significa concepire diversamente il potere: bisogna separarlo dall’idea di prestigio, ragionare in termini di collaborazione, pensare al potere della base e non solo dei leader. Significa vedere il potere come un attributo o perfino un verbo, non come qualcosa da possedere: il potere è la capacità di essere efficaci, di fare la differenza nel mondo, e il diritto di essere presi sul serio.

(Internazionale, 31 marzo 2017)

di Marirì Martinengo

Il Convegno ha messo in moto energie: i racconti di storia vivente, presentati da alcune di noi appartenenti alla Comunità, organizzatrice della giornata di studio, hanno suscitato attenzione, accompagnata da vivissimo interesse.

La sala del Circolo della rosa era zeppa di amiche, conoscenti, estranee e estranei, venute da ogni parte dell’Italia e dalla Spagna, tanto che abbiamo dovuto chiedere a prestito delle sedie, l’atmosfera era calda, gioiosa, vibrante, corporea.

La prima considerazione che sono costretta a fare è che le due relazioni introduttive, molto ricche di spunti per una discussione, sono state un po’ trascurate: le storie erano più coinvolgenti! Nel dibattito successivo al primo giro di racconti non è mancata l’osservazione secondo cui noi corriamo il rischio di non fare storia e di scivolare nell’autocoscienza, vecchia cara autocoscienza!

Non c’è da stupirsi. Occorre fare uno sforzo e dimenticare i parametri storiografici maschili. La storia vivente propone una radicale rivoluzione: la storia a partire da sé: la storia della propria storia , segnata dal tempo, dal luogo geografico in cui si nasce e si vive, dalla classe sociale di appartenenza, dal livello culturale, dal credo religioso, che sono dati storici. La radice della nostra pratica è l’autocoscienza degli anni settanta, che aveva un suo progetto politico, la storia vivente ne ha un altro; il metodo, la pratica, è quello di andare a fondo dentro di sé fino ad individuare il nucleo, il nodo profondo che ha fatto di ciascuna di noi quello che è diventata: il narrarlo e lo scriverlo ne è la storiografia. L’esposizione, prima orale, poi scritta di quanto viene fuori, va contestualizzata e legata saldamente con i fatti di cui dicevo sopra. Occorre rifuggire dallo psicologizzare e mantenersi saldamente ancorate,i al terreno della politica.

La nostra cultura, nella quale siamo immersi, è così aliena dall’immaginare che le donne possano raccontare e scrivere la loro storia, che alcune chiamano con altri nomi, presi a prestito da movimenti politici del passato femminista, è così prigioniera del concetto e della definizione di storia e di storiografia maschili, che non riconosce – non sa vedere – i modi innovativi e inventati della storia e della storiografia femminili.

Forse nel dibattito, sia della mattina sia del pomeriggio, è rimasta implicita un’affermazione essenziale: estrarre dalla propria interiorità l’esperienza femminile e darle parola e poi scrittura, significa narrare la storia dei condizionamenti violenti imposti alla vita delle donne dall’organizzazione simbolica e sociale patriarcale, acquistarne consapevolezza e contemporaneamente studiare il modo di mettere al mondo le vie per sottrarvisi, avviando un movimento politico e storico in cui vi sia libertà e autorità femminili. Proponiamo una storia a partire da sé – valida per donne e uomini – da un sé profondo, che la filosofa Maria Zambrano e la storica Maria Milagros Rivera Garretas chiamano le viscere,“forse l’universale come mediazione”. Far parlare le viscere è anche un modo di canzonare l’“oggettività” della storia tradizionale; raccontare la propria storia a partire dal corpo, da sé, dal proprio inconfessato vissuto, è un modo di fare storia indubbiamente non oggettiva. Noi della Comunità di storia vivente commenteremo fra di noi a lungo i guadagni ottenuti, valuteremo e assaporeremo il rilancio ricevuto, terremo conto dei dubbi emersi l’11 marzo, pubblicheremo un resoconto ragionato con le relazioni introduttive e i nostri racconti scritti in questi dieci anni di attività, ma al momento mi piace notare e mettere in evidenza che la giornata è stata appassionante, rallegrata da un buffet straordinario, allestito nel fresco del giardino, che ha giustamente soddisfatto e ritemprato, ristorandole, le viscere di quante e quanti hanno partecipato al Convegno.

(www.libreriadelledonne.it, 6 aprile 2017)

Il Convegno si svolgerà presso:
Casa Sacro Cuore
Suore S. Francesco di Sales o Salesie
Via  Rina, 2
35038 TORREGLIA (PD)
Tel.  049/5211667 – 5212537

CONVEGNO – 27-28 Maggio 2017

DONNE E UOMINI RESILIENTI

nel mondo che accade

Le nostre pratiche politiche tra cura, conflitto e trasformazione

 

Viviamo un tempo di grandi cambiamenti

La crisi produce paura, chiusura e violenze, ma anche spinte liberatrici e la ricerca di nuovi modi di vita. Il femminismo, la differenza e l’identità sessuale sono declinati in modi diversi. Al centro restano la qualità delle relazioni, il desiderio, la capacità di scambio. E di reggere il conflitto, concepito come una sfida che fa crescere.   Ma per “dire” di questo tempo, non bastano le parole usate in passato.   Serve un nuovo vocabolario?

(Alberto Leiss, Letizia Paolozzi)

 

La relazione è il luogo primo della politica.  

Politica come pratica di relazioni non strumentali, e non come luogo di appartenenze, come amore per la comunicazione sincera, dove lo stare in relazione avviene attraverso il riconoscimento delle differenze, per creare una convivenza in cui prevalga l’amore e la valorizzazione di ognuna/ognuno per quella/quello che è. Agire questa politica vuol dire cercare idee nuove, comunicarle come possibili soluzioni innovative dei problemi emergenti, attivando una rete di relazioni per affrontarli, mettendo a frutto la competenza e l’originalità delle nostre diverse esperienze.

(Adriana Sbrogiò, Marco Cazzaniga)

 

La pratica delle relazioni è già impresa politica  

La politica delle relazioni è in sè un progetto politico, ma le relazioni sono condizionate anche da una infinità di elementi che hanno a che vedere con la sfera affettiva, psicologica, emotiva e carnale.     Questi elementi, nostro malgrado, hanno grande influenza nelle relazioni, talvolta positiva perchè ampliano e approfondiscono la relazione, altre volte prevalgono gli aspetti irrazionali, fuori dal progetto condiviso.

(Gabriella Cimarosto)

 

La vera politica

In molti gruppi vi sono donne e uomini che esprimono una particolare e doppia competenza. Da una parte hanno una visione d’insieme della trama delle relazioni e dall’altra hanno la capacità di valorizzare le singole soggettività all’interno di un comune orizzonte di senso. Essi/e sono spesso preziosi per ristabilire un clima positivo e di reciproca fiducia. Questa è per me la vera politica.

(Gianni Ferronato)

 

… Il nostro non saperci fare vuol dire qualcosa.

Il femminismo ha dato un grande contributo a creare relazioni tra donne o a migliorarle, ma non ha ancora affrontato il problema che pongono le relazioni tra singole/i o gruppi di donne e uomini vivamente impegnate/i nel femminismo della differenza, quando diventano relazioni politiche al quadrato: più strette, potenzialmente più feconde ma anche e di conseguenza più difficili. E quasi direi di natura diversa dalle relazioni ordinarie.

(Luisa Muraro)

 

Vulnerabilità politica dei corpi

E’ necessario riflettere sulla Vulnerabilità politica dei corpi. Ogni corpo umano esiste come centro di relazioni biologiche, affettive e sociali e, in quanto tale, è intrinsecamente relazionale e perciò esposto agli altri,   precario e vulnerabile. Da ciò scaturisce il carattere politico del corpo come fonte primaria di diritti. Una prima fascia di diritti è relativa alla protezione e all’accudimento.   Una seconda fascia di diritti scaturisce dal carattere di esposizione agli altri del corpo, da cui deriva ciò che Hannah Arendt chiamava il diritto di apparizione in uno spazio pubblico, cioè il diritto di fare politica: il corpo è intrinsecamente politico.

(Gian Andrea Franchi)

 

Io e la resilienza

Come tornare alla vita dopo aver subito un trauma? E’ possibile affrancarsi da esperienze dolorose fino all’indicibile? La capacità di resilienza esiste e può diffondersi. Spesso sono i bambini, le donne, i più poveri ad esserne artefici. La resilienza è legata alla possibilità di creare uno spazio mentale che permetta al soggetto ferito di non sentirsi più completamente prigioniero di una situazione senza scampo, fino a cominciare di nuovo a parlare e anche a scrivere e a trasformare la propria storia.   La resilienza riesce a ridare vita al mondo interiore di questi feriti, facendo passare uno stesso avvenimento dalla vergogna all’orgoglio, dall’ombra alla luce (cfr. B. Cyrulnik).

(Tilde Silvestri)

 

Quella passione per l’altra e l’altro

Passione che mi muove da dentro e si trasforma in un   prendermi cura. È impegno di vita per stare con le altre e gli altri, in particolare modo con le ultime e gli ultimi, con le/i più bisognose/i. In tale pratica politica mi sento gioiosa. Siamo geneticamente strutturati per vivere in relazione! D’altra parte veniamo dal Divino …   È quella nostalgia, quella passione, quella inquietudine che ti prende quando incontri l’altro/a perché hai   intravisto il suo cuore, la sua anima, il suo vivere. Te ne innamori e scopri una beatitudine nuova: è quella stessa affinità d’anima che ti si è svelata a trovare in sé la risorsa (resilienza) per costruire di fatto, mediante un lungo processo di disciplina e di creatività, la relazione, le relazioni che ci fanno essere, sentire, stare insieme, e durano nel tempo.

(Natalina Zanatta)

 

Hanno partecipato alla ricerca, alla raccolta dei testi ed alla compilazione del presente Depliant:   Marco Cazzaniga, Gabriella Cimarosto, Donatella De Pieri; Gianni Ferronato, Donatella Franchi, Francesca Galdo, Emanuela Gastaldi, Carlo Marchiori, Marco Sacco, Adriana Sbrogiò, Marisa Trevisan.

Per informazioni: Laura Colombo – dracena@tiscali.it Marco Sacco – marco_sacco@live.it Adriana Sbrogiò – adriarca1@gmail.com

Sito: www.identitaedifferenza.it

 

(www.libreriadelledonne.it; 4 aprile 2017)

30 marzo – 25 giugno 2017

Palazzo Reale, Piazza Duomo, 14 – MilanoMILANO – Arriva a Palazzo Reale di Milano la mostra Charlotte Salomon Vita? o Teatro?, a cura di Bruno Pedretti, dedicata alla giovane ebrea berlinese Charlotte Salomon. Prima di morire ad Auschwitz, Charlotte affida il racconto di tutta la sua vita a centinaia di tempere, raccolte sotto il titolo Vita? o Teatro?

Dagli anni Sessanta le tempere di Charlotte Salomon sono state esposte in forma antologica in alcuni importanti musei ma sino ad oggi mai in Italia: al Centre Pompidou e al Museo Ebraico di Parigi, alla Whitechapel Art Gallery e alla Royal Academy di Londra, al Museo Ebraico di Berlino e in varie altre città tedesche, a Bruxelles, Tel Aviv, Chicago, New York, San Francisco, Tokyo…

Nelle Sale al piano terra di Palazzo Reale, l’esposizione presenta circa 270 tempere, insieme a decine di fotografie storiche che illustrano la vita di Charlotte e gli avvenimenti del suo contesto, in parallelo alle scene rappresentate nel suo poema autobiografico e ad un filmato che introduce il visitatore nel mondo dei suoi affetti.

La figura di Charlotte Salomon è anche protagonista del romanzo scritto del curatore della mostra milanese, Bruno Pedretti: Charlotte. La morte e la fanciulla (prima ed. Giuntina, Firenze 1998; ed. francese Robert Laffont, Parigi 2006; nuova ed. Skira, Milano 2015).
La mostra è promossa e prodotta dal Comune di Milano | Cultura, Palazzo Reale e Civita Mostre, in collaborazione con il Jewish Historical Museum di Amsterdam.

L’inferno della Shoah restituisce un sorprendente poema allo stesso tempo pittorico, teatrale, narrativo e musicale. Charlotte Salomon è una giovane ebrea berlinese che va incontro ad un tragico destino. Prima di morire ad Auschwitz, Charlotte affida il racconto di tutta la sua vita a centinaia di tempere, raccolte sotto il titolo Vita? o Teatro?

Miracolosamente sopravvissuto alle persecuzioni e alla guerra, questo lascito artistico si rivelerà un autentico canto del destino, che vede proiettata la biografia di Charlotte sullo scenario più tragico del Novecento.

Dagli anni Sessanta le tempere di Charlotte Salomon sono state esposte in forma antologica in alcuni importanti musei ma sino ad oggi mai in Italia: al Centre Pompidou e al Museo Ebraico di Parigi, alla Whitechapel Art Gallery e alla Royal Academy di Londra, al Museo Ebraico di Berlino e in varie altre città tedesche, a Bruxelles, Tel Aviv, Chicago, New York, San Francisco, Tokyo.

La mostra, a cura di Bruno Pedretti, è promossa e prodotta dal Comune di Milano | Cultura, Palazzo Reale e Civita Mostre, in collaborazione con il Jewish Historical Museum di Amsterdam. Nelle sale al piano terra di Palazzo Reale, l’esposizione presenta circa 270 tempere, insieme a decine di fotografie storiche che illustrano la vita di Charlotte e gli avvenimenti da lei vissuti, in parallelo alle scene rappresentate nel suo poema autobiografico e ad un filmato che introduce il visitatore nel mondo dei suoi affetti.

Sull’opera di Charlotte esistono ormai numerosi libri, filmati e naturalmente cataloghi che ne hanno accompagnato le esposizioni, tra cui anche alcune edizioni integrali delle tempere, a cui si sono recentemente aggiunti altri tributi a questa figura eccezionale, di genere sia letterario, sia operistico, sia filmico.

La figura di Charlotte Salomon è anche la protagonista del romanzo del curatore della mostra milanese, Bruno Pedretti: Charlotte. La morte e la fanciulla (prima ed. Giuntina, Firenze 1998; ed. francese Robert Laffont, Parigi 2006; nuova ed. Skira, Milano 2015).

Informazioni su Charlotte Salomon e la sua opera sono reperibili nel sito del Jewish Historical Museum – Museo Storico Ebraico di Amsterdam.

270 tempere, insieme a decine di fotografie storiche che illustrano la vita della giovane ebrea berlinese che prima di morire ad Auschwitz affidò il racconto della sua vita alla pittura, raccogliendo le sue opere sotto il titolo Vita? o Teatro?

La vita e l’opera di Charlotte Salomo

Figlia di Albert e Franziska Salomon, Charlotte nasce a Berlino il 16 aprile 1917.

Medico universitario il padre, musicista amatoriale la madre e celebrata cantante d’opera la matrigna Paula Lindberg, la formazione di Charlotte imbocca dopo il liceo la strada artistica. Frequenta, infatti, dal 1935 al 1938, unica allieva ebrea ammessa, l’Accademia di Belle Arti di Berlino. Nel 1939 lascia la Germania per rifugiarsi dai nonni materni a Villefranche-sur-Mer, vicino Nizza. Qui, nel 1940, a seguito del suicidio della nonna, scopre che anche la madre e la giovane zia di cui aveva preso il nome erano morte suicide.

La terribile rivelazione, insieme alla drammaticità degli eventi che gravavano sulla sua sorte di perseguitata e profuga, la spinge a concepire e realizzare la sua grande opera autobiografica, Leben? oder Theater? (Vita o Teatro?). Si tratta di un lungo racconto pittorico integrato da dialoghi teatrali, intersezioni letterarie e indicazioni musicali che si compone di ben 1325 documenti tra tempere, veline, annotazioni, varianti pittoriche e altre prove, con una scelta di quasi 800 tempere selezionate dall’autrice quali immagini del racconto definitivo. Ultimato da pochi mesi l’immenso lavoro, a fine settembre 1943 Charlotte viene arrestata dalla Gestapo insieme al marito Alexander Nagler e condotta ad Auschwitz. Il 10 ottobre, incinta di alcuni mesi, Charlotte giunge nel campo di sterminio, dove con ogni probabilità viene uccisa il giorno stesso.

La sua opera è sopravvissuta. Consegnata prima dell’arresto al medico di Villefranche-sur-Mer, pervenne in America alla dedicataria Ottilie Moore, che dopo la guerra la donò al padre di Charlotte, fortunosamente sopravvissuto alla guerra e allo sterminio degli ebrei con la fuga in Olanda. Vita? o Teatro? venne affidata dapprima al Rijksmuseum di Amsterdam, sino a quando nel 1971 l’opera passò al nuovo Jewish Historical Museum della stessa città, dove è tuttora conservata a cura della Fondazione Charlotte Salomon.

Segnaliamo anche il testo di Katia Ricci   “Charlotte Salomon. I colori della vita”  (Palomar, 2006), che  dell’opera di Charlotte Salomon ha dato un’ avvincente lettura nel segno della differenza?

da doppiozero.com

Paola Mattioli appartiene a una generazione che è anche la mia, che si è nutrita dei saperi delle precedenti contestando però radicalmente quanto di autoritario c’era nella nozione stessa di “maestro”. Nel tempo e mentre la storia sconfiggeva molti nostri progetti senza smentirli, donne come Paola, come ha ben mostrato Cristina Casero nel bel libro che le ha dedicato (Paola Mattioli. Sguardo critico di una fotografa, Postmediabooks, Milano 2016, € 16), sono diventate punti di riferimento nel loro costante approfondimento di una ricerca i cui presupposti sono sorti negli anni fra il ‘68 e i ‘70.
Paola Mattioli ha una formazione filosofica, sviluppata nell’ambiente che intorno ad Enzo Paci e alla rivista “aut aut” ha introdotto in Italia la fenomenologia e ha applicato il suo metodo anche allo studio del marxismo: con una forzatura potremmo dire che una nozione centrale della fenomenologia sta anche al centro della sua pratica. La parola fenomeno ha un doppio senso per via dell’essenziale correlazione fra l’apparire e ciò che appare, per cui la conoscenza afferra le apparenze, gli atti di coscienza e al tempo stesso l’oggettualità di quelle apparenze in una continua tensione.

Casero sottolinea anche il fondamentale apprendistato con Ugo Mulas, con cui Paola ha in comune, in piena autonomia, una caratteristica peculiare di cui spiegherò il carattere. La sua fotografia – come era stato per Mulas – si immerge nelle realtà sociali senza mai diventare reportage, è estranea sia all’idea del “momento decisivo”, la cui importanza simbolica si riassume in un contenuto; sia all’estetizzazione dello scatto, la cui “bellezza” non va colta nell’istante ma nella sequenza con un prima e un dopo in cui si colloca uno sguardo che comprende e perciò costruisce l’oggetto. Mattioli renderà esplicito questo punto di vista nei dittici, presenti nella sua opera fin dagli anni ‘80.

Nel corso degli anni questa pratica si è realizzata su e con oggetti diversi ma con una continuità che il volume ha il merito di rendere evidente. Evocherò allora alcuni momenti di questa continuità.

Dopo le prime immagini scattate nelle manifestazioni del movimento milanese nel ‘69, nascono – con una eccezionale felicità di ripresa in un’artista giovanissima – alcuni ritratti fra cui spicca quello di Giuseppe Ungaretti, che Paola ricorda avere egli stesso “messo in scena”, attraverso le diverse espressioni, la molteplicità della sua esperienza. Dunque fotografie in cui attraverso la sequenza e attraverso il contesto entrano la storia e l’impegno sociale, e ritratti che nascono da un incontro, da un dialogo – come osserva acutamente Fiorella Cagnoni – caratterizzano fin dall’inizio il suo lavoro

Una tappa importante è rappresentata da una serie fotografica realizzata insieme ad Anna Candiani, “Le immagini del No”, esposta alla galleria Il diaframma alla fine del ’74 e pubblicata in volume, che rappresenta la campagna per il No al referendum abrogativo della legge sul divorzio. Ci sono state allora e ci sono ancor oggi in sede di ricostruzione storica due diverse interpretazioni di quel risultato: semplice, indispensabile secolarizzazione della società italiana; o momento di una fase di trasformazioni e conquiste sociali più ampie e coinvolgenti. Le “immagini del No” attestano senza dubbio questa seconda interpretazione, con la diffusione per tutta la città di scritte che evocano drammi e conquiste dei movimenti e coprono i monumenti del centro di Milano come i grandi scenari degli edifici del Gallaratese, un momento importante, oggi purtroppo rimosso, di una vera e propria utopia urbanistica di creazione di spazi comunitari nei quartieri popolari.

L’incontro di Paola Mattioli col femminismo è stato certamente decisivo per la sua vita, per la sua sensibilità ma innanzitutto ha segnato una fase del suo lavoro artistico che è iniziata a metà dei ’70 e i cui caratteri continuano a emergere nel suo sguardo critico. Cristina Casero non entra nelle divergenze e nelle tensioni fra i femminismi che hanno segnato quei decenni, ma coglie nel segno nell’indicare questa centralità. Formatasi in una famiglia della borghesia intellettuale milanese accanto alla madre Luisa Mattioli Peroni, avvocata e attiva nelle istituzioni, e alla zia Piera Peroni, fondatrice di “Abitare”, conquistate e acquisite le faticose certezze della parità, Paola è stata fra le protagoniste di quel femminismo della differenza che ancor oggi si esprime nella Libreria delle donne di via Calvi a Milano, nelle cui pratiche artiste e critiche d’arte, a partire da Carla Lonzi, hanno avuto tanta importanza. Anche per le donne che hanno scelto allora di restare nei gruppi politici, soprattutto a distanza di decenni, quella esperienza si rivela nella sua creativa persistenza un momento di interlocuzione necessario per chiarire le proprie vite e il proprio operare. Partire da sé, affidarsi a sorelle maggiori e madri simboliche, ripercorrere il proprio corpo non (solo) come specchio del desiderio maschile ma come fonte di esperienza creativa, sprofondarsi nella propria specificità senza la quale il genericamente umano rimuove il suo separarsi in due sessi

Questi aspetti, cui si può qui solo accennare, investono il lavoro fotografico di Paola, a partire da una ricerca condotta con Anna Candiani, Carla Cerati e Giovanna Nuvoletti che definire “sul lavoro delle donne” o “sulle donne al lavoro” sarebbe molto riduttivo eppure non del tutto privo di senso. Non sono però foto di denuncia di un lavoro femminile ancora privo di sostegno in un welfare adeguato – anche se tali problemi non sono certo rimossi – ma immagini di donne al lavoro, ognuna delle quali è un ritratto in cui le peculiarità individuali emergono da inquadrature come quella bene evocata dal volume, di una donna al lavello di cucina, forse uno dei meno gradevoli lavori di cura, il cui volto è rappresentato e catturato da uno specchio. Questa ricerca sul ritratto in situazioni che per altri fotografi sarebbero occasioni di reportage sociale è una peculiarità su cui torneremo. In questa seconda metà degli anni ‘70 la nascita della figlia Toni – oggi storica della violenza fascista, innovatrice con altri della sua generazione di quella storiografia particolarmente ricca in Italia – suggerisce a Paola una riflessione sul corpo e sul confronto fra i corpi femminili senza ansia di prestazione ma con la gioia dell’esplorazione, come nel ritratto a due “Sara è incinta”. Proprio all’inizio degli anni ‘80 Paola è anche protagonista di un’esperienza che oggi difficilmente un editore oserebbe. Si tratta della rivista “Grattacielo. Occhi di donna sul mondo”, diretta da Anna Maria Rodari, nella cui redazione fra tante altre troviamo anche Ida Farè e Francesca Pasini, importanti protagoniste dell’innovazione femminista nelle proprie discipline. Un mensile di “politica, cultura e attualità” che si rivolgeva a un pubblico ampio non necessariamente solo femminile o militante, che ha realizzato l’ambizione di un “femminismo diffuso” che rendesse quotidiano il punto di vista delle donne e che ha prestato molta attenzione alle immagini e all’iconografia.

Cristina Casero dedica ampio spazio ad approfondire il tema “del guardare”. Con lo spiazzamento della fotografia attraverso un cellophane che permette di scegliere il lato dell’ostacolo da cui osservare in cui, come scrive Casero, l’ostacolo diventa «una metafora dei limiti dello sguardo, dell’ambiguità del suo rapporto col reale» (p. 56 del volume). Con il ritorno a immagini che evocano anche sofferenza e denuncia come quelle al carcere di san Vittore. Con l’estensione del tema del ritratto alla fotografia delle immagini femminili già “messe in scena”, come nella serie delle statuine e delle immagini femminili pubblicate in un contesto legato alla moda, su “Amica”.

Viste in sequenza, le “Madonne” che rievocano esplicitamente i ritratti cinquecenteschi con le perle a cingere la fronte non sono meno solenni e “autorevoli” delle “signares”, le donne senegalesi dall’ambiguo statuto di “mogli coloniali”, le cui discendenti Paola Mattioli ha scoperto nei suoi viaggi in Africa, alcuni anni dopo, insieme a Sarenco, artista e profondo conoscitore del continente. In questi viaggi ha anche incontrato e fotografato la scultrice Seni Camara, “leggenda vivente” capace di un percorso artistico che evoca sia l’emancipazione sia il partire da sé, dalla propria specificità culturale.

Poco dopo, già nel nuovo secolo, si situa un’avventura di conoscenza e di produzione di immagini che ho condiviso con Paola Mattioli e con altre e altri diventati nel tempo importanti amici e interlocutori. Una mia ricerca sugli operai della Dalmine e la Fiom completata da un capitolo di testimonianze orali è stata l’occasione di una ricerca fotografica di Paola che riattualizzava aspetti costanti del suo lavoro. La ricerca si è sviluppata con gli operai della Landini/McCormick di Fabbrico e con quelli della Dalmine, alle porte di Bergamo, con la mediazione essenziale, in entrambi i casi, delle camere del lavoro di Reggio Emilia e di Bergamo. Si tratta di due realtà molto diverse. A Fabbrico la cultura operaia profondamente intrecciata con quella bracciantile e mezzadrile ha per lunghi decenni prolungato la sua egemonia dai luoghi del lavoro al territorio. L’antifascismo militante delle “bande di pianura” era ancora un’esperienza attuale che aveva portato operai e contadini a ruoli istituzionali, e in ogni momento essenziale della vita – persino la tomba – la falce e martello non erano una forzatura ideologica ma l’attestazione dell’appartenenza a una comunità scelta. Il paesaggio è quindi presente come un protagonista di quell’esperienza sociale.

A Dalmine, un territorio politicamente conservatore, con un mondo contadino a lungo subalterno a quel conservatorismo, le grandi fabbriche sono state a lungo isole di conflitto, di socializzazione politica e di identità: le storie dei militanti della Fiom, della Flm bergamasche rappresentano momenti importanti della storia nazionale dei conflitti sociali del secondo dopoguerra. Invece dei paesaggi, insieme ai ritratti operai vediamo foto che rappresentano i processi lavorativi, le emozionanti fusioni, gli strumenti di lavoro.

Insieme al lavoro fotografico, questa ricerca articolata in due volumi ha compreso saggi storici e una ricerca organizzata da Francesco Garibaldo ed Emilio Rebecchi sulla percezione – da parte di operai ed impiegati della Dalmine – del rapporto fra il loro essere lavoratori e il loro essere cittadini. Queste importanti ricerche, pubblicate entrambe in due bei volumi di Skira, sono state ideate ed eseguite in tempi ben lontani dalle foto di manifestazioni o di donne al lavoro degli anni ’70, quando si decretava da tante parti l’obsolescenza della soggettività della classe operaia.

Nel lavoro di Paola Mattioli gli operai sono presenti come un movimento che – con significative analogie col movimento femminista che i teorici dell’operaismo hanno colto – partiva da sé, dai propri interessi e conflitti per comprendere e trasformare la società. Sconfitte politiche, arretramenti sociali non rimuovono questa feconda unilateralità e Paola, come per tutti i soggetti sociali su cui ha posato il suo sguardo dialogico, li ritrae nella loro individualità che si connette con la loro dimensione collettiva in un gesto, in un atteggiamento… Altri progetti ha in corso che attestano la continuità cui si accennava all’inizio: la società raggiunta attraverso un percorso e non in momenti “esemplari”, il ritratto che sorge da un dialogo e da un confronto, il rifiuto della estetizzazione – delle sontuose signares come degli strumenti di lavoro e delle macchine – e una bellezza che nasce dalle emozioni e dalle riflessioni di chi guarda.

http://www.doppiozero.com/materiali/un-ritratto-di-paola-mattioli per le foto

dal 14 al 27 aprile

Presso Associazione Apriti Cielo!, Via Spallanzani 16 Milano Porta Venezia

Inaugurazione mostra ” In Dialogo” Silvana Giannelli e Giò Marchesi

L’associazione Apriti Cielo! è lieta di presentare due artiste in dialogo con il loro lavoro. Entrambe fanno parte dell’Associazione OndedurtoArte di Vigevano

 

SILVANA GIANNELLI 

L’incontro con l’arte non è mai fortuito. L’incontro con l’arte è una predestinazione. E’ il frutto di un disegno superiore (che l’autore di tale disegno lo si chiami Dio, Allah, Buddah, Fato eccetera non ha alcuna rilevanza) al quale non si può sfuggire. E’ un incontro che può essere posposto, rimandato, procrastinato, ma non ignorato, non cancellato, non soppresso. Può, è vero, essere cercato, organizzato, perseguito anche in mancanza della predestinazone, ma la differenza tra le due situazioni è netta, sostanziale. Una differenza che può essere avvertita anche dagli osservatori meno esperti: nel secondo caso, il risultato dell’operare artistico dei soggetti che hanno ritenuto possibile dedicarsi all’arte senza averne la “spinta genetica” è quasi sempre privo di interiorità, di calore; tecnicamente spesso ineccepibile, ma privo di sincerità. Forzato.

Ben altri traguardi raggiunge colei (o colui) al quale la fortuna ha concesso di avere l’arte nel dna. Nel sangue. Di avere, congenite, non la tecnica, non la padronanza del gesto, bensì l’anima, il cuore, la sensibilità necessarie all’esercizio dell’arte. La forza emotiva, la rabbia indispensabili per riuscire a trasporre su un supporto fisico, concreto le proprie emozioni, i propri sentimenti. La capacità di restituire visivamente quanto, per natura, è destinato a essere astratto, virtuale, dando a questo coacervo di elementi spirituali il senso del “vero”, del “reale”.

Per Silvana Giannelli tutto questo è naturale, spontaneo. Non sono gli studi – che pure ha seguito, – non è il bagaglio, peraltro notevole, di esperienze artistiche ed esistenziali accumulate nel suo cursus vitæ, a dare al suo operare artistico sostanza e contenuti. In lei gli elementi che fanno di un individuo non un artigiano, non un mestierante, ma un artista, un vero artista, sono innati. Una spiritualità profonda, unita a un complesso lirismo (non a caso è anche sensibile e delicata autrice di poesie) e a una estrema capacità di confronto con i sentimenti umani primari, le permette di esprimere con grande efficacia il suo sentire artistico. L’uso, nel tempo, di diverse tecniche, di stili e stilemi diversi, evidenzia una continua evoluzione, libera da forzature e da preconcetti, e dunque in toto interiore, legata in esclusiva alla progressione della quotidianità che la circonda, della quale sa rappresentare, con rari vigore, potenza ed energia, ogni sfaccettatura.

 

Fa parte  del Consiglio Direttivo di Ondedurto.Arte,tesserata AIAPI (Associazione Italiana Arti Plastiche Italia),presente nella Collana Arte e Artisti Contemporanei diretta da Francesca Folino Gallo di prossima pubblicazione.
Mostre tra le più recenti:
personale presso spazio espositivo “Spazio all’arte”- Vigevano marzo 2017
collettiva ondedurto .arte presso Palazzo Merula – settimana letteraria -Vigevano  ottobre 2016
collettiva ondedurto.arte Ottaviano (Caserta) maggio 2016
collettiva ondedurto.arte “Pensieri in libertà” a cura di Leonilde Carabba presso Alveare -Milano novembre 2015
Guadalajara Mexico: “Transeoceanica” con Ondedurto.Arte giugno 2015
collettiva nell’ambito dell’evento  “Le Bussole del Tempo “- Vigevano  settembre 2013

 

GIO’ MARCHESI

Nasce e vive a Vigevano. Entra nei gruppi artistici d’avanguardia vigevanesi e partecipa attivamente alla vita del gruppo artistico “Il Sagittario” seguendone lo sviluppo sino alla sua scission. Nel 1971 entra in contatto con il gruppo di “Nuova Verifica” e prende parte con viva partecipazione alle varie iniziative pittorico-culturali tra le quali “Itinerario inchiesta Fabbrica-Scuola” e “Proposta per un Dialogo” iniziative socio-culturali in cui si intendeva verificare quali potevano essere i legami di comprensione instaurabili fra l’Arte Moderna e la cultura dominante fra il pubblico di visitarori comuni. Nell’anno 2000 entra nella formazione D’ARS Milano con cui partecipa a mostre collettive e personali che la portano ds avere il suo nome e le sue opere su riviste d’arte, giornali nazionali  ed internazionale e sulla prestigiosa “Enciclopedia dell’Arte Italiana” in cartaceo e sul web. (www.enciclopediadarteitaliana.eu cerca marchesi gio) Nell’anno 2014 è firmataria del  “Manifesto” che origina l’associazione ONDEDURTO.ARTE nella quale ricopre la carica di Presidente. Tra le varie mostre si ricordano le più recenti:

New Yor: Secret Garden c/o Onisi Gallery-Montecarlo, Monaco: Beach Hotel con Ondedurto.Arte, invitate da sua eccellenza l’ambasciatore Antonio Morabito a rappresentare l’arte Italiana – Guadalajara Mexico: Transoceanica, con Ondedurto.Arte, scambio culturale con gli artisti d’oltre oceano – Vigevano: “Le bussole del Tempo” evento sviluppato in 19 location con mostre ed eventi – Vigevano: nell’ambito della Settimana Letteraria in due spazi di via Cairoli, per la rivalutazione della via stessa, con Ondedurto.Arte, mostre permanenti unitamente ad eventi – Milano: “Sguardi d’autore” presso Museo d’Arte e Scienza – Milano “Pensieri di Libertà” collettiva di Ondedurto.Arte presso Alveare, a cura di Leonilde Carabba.

di Caterina Ricciardi

Esce da Crocetti un’antologia, «La zavorra dell’eterno». La poesia di Anne Sexton (1928-’74) è segnata dalla metafisica di un lutto autoreferenziale

«Il mio lavoro sono le parole. Le parole sono come etichette, / o monete, o meglio, come uno sciame di api», scrive Anne Sexton in «Disse il poeta all’analista», una delle sue prime poesie da A Bedlam con parziale ritorno, la raccolta con la quale esordisce nel 1960, cedendo a un titolo premonitore del nodo contorto che unisce vita e scrittura: Bedlam è il noto manicomio di Londra. Una voce che arriva dunque dall’«asettico tunnel / dove i morti che camminano ancora parlano / di spingere le ossa contro l’urto / della cura. E io sono regina di questo albergo estivo / o ape ridente su uno stelo // di morte» («Tu, Dottor Martin»). No, non è una voce confortante quella di Anne Sexton, come non lo era stata la voce dell’amica Sylvia Plath, anche lei – Sexton lo ricorda in «La morte di Sylvia» –, cultrice di «api». Ma è già terapeutico (anche se non bastò) che ella scelga le parole come lavoro, senza temere troppo l’«urto», pur coltivando l’ansia di vedersi presto su uno stelo di morte.
Nasce nel 1928 da famiglia agiata, ma traballante, nei pressi di Boston, e si forma alla scuola di Robert Lowell, in un corso da lui tenuto alla Boston University nel 1957, in cui il più nobile discendente di una genia di Puritani (WASP) ebbe il privilegio di battezzare diversi aspiranti poeti, oggi canonici, nella vena comunemente chiamata «confessionale», con l’io esposto in tutti i suoi anfratti. Una reazione alla teoria dell’«impersonalità» di T. S. Eliot – così nella declinazione della storia letteraria –, in realtà segno di un malessere generazionale rispetto all’aria ambigua di metà secolo, e senza distinzioni di gender, sebbene i disagi delle donne furono, lo sappiamo, più deleteri nel determinare lo scompenso con la realtà e il peso culturale del passato.
Esaltazioni eccentriche
Traumi adolescenziali in famiglia (si mormora di abusi subìti), salute malferma per disturbo bipolare, ripetute cadute nella depressione, le ossessioni e le manie (esaltazioni eccentriche), e poi soggiorni ospedalieri, analisi psicanalitiche, isteriche performance su sfondi di musica rockeggiante, infine il suicidio definivo (ne aveva tentati altri) nel 1974, l’anno del divorzio dal marito Alfred Sexton. Con indiscutibili problemi personali e istintive doti per la pratica poetica, Sexton è anche frutto degli anni in cui vive: i conservatori anni Cinquanta e, con un sobbalzo, i movimentati Sessanta. Questi ultimi – in fin dei conti – traumatici per una certa generazione, vessati come furono da tragedie pubbliche, un’altra guerra (il Vietnam), lo sfascio della famiglia e le sovversioni dell’avventura Hippie: la controcultura. Soprattutto, ella aveva assimilato malamente il carico dell’imposizione di un modello femminile domestico che negava l’accesso a emancipazioni, inclusa la parola (lo dice in termini di scrittura lirica: «Mi devo sempre scordare di come una parola / ne trova o ne plasma un’altra, finché / ho qualcosa che avrei potuto dire … / ma non ho detto») e che, come pare il suo caso, in quel territorio così vicino a Salem, la cittadina dove, quasi tre secoli prima, si era data la «Caccia alle streghe», costringeva a risvegliare mascherature di madri ataviche: «Sono uscita, strega invasata, / a infestare le tenebre, più audace di notte; / sognando malefici, ho fatto i miei incantesimi» («Come lei, Her Kind»: la strega, contro-mito locale, non la menade). Sexton colloquiava con entrambe le sfere: angeli diafani e angeli caduti, drammi acuti e fiabe mistificanti (in Trasformazioni), soprattutto: inferno e paradiso.
Sette raccolte in Italia
A oggi, ben sette raccolte di sue poesie sono state pubblicate in Italia, dal 1989 al 2010. Rosaria Lo Russo, in particolare, ne ha seguito benemeritamente tematiche ritagliate (sull’amore, su Dio, per le edizioni Le Lettere e Crocetti), discorsi isotopici che si perdono nell’ampiezza dei Complete Poems (1999). Nonostante il lavoro già fatto, non si può non dare il benvenuto alla nuova scelta curata da Cristina Gamberi in La zavorra dell’eterno (Crocetti, pp. 499, € 18,00), forse la raccolta più ricca, più sfaccettata e cronologicamente più rappresentativa, quella che si propone anzitutto come un invito a distanziare biografia e scrittura, a riscattare la vittima dagli sguardi profani di stereotipe letture, cosa che si continua a chiedere anche per Sylvia Plath. Ma è difficile rompere certe convenzioni o liberarsi dei contesti. La «zavorra dell’eterno» – un verso della lirica «The Earth» – si riferisce al peso sopportato da Dio in Paradiso, invidioso dei piccoli piaceri godibili in terra (fumarsi un sigaro o avere un corpo). Un irriverente sberleffo – naturalmente – un po’ alla Emily Dickinson quando, nella sua doppia voce, la reclusa di Hartford vuole essere impudente nella sfida all’eterno promesso dal suo Dio più severo. Ma può voler anche dire che l’io ironico che parla in «La terra» non intende ereditare, post mortem, un’effimera zavorra.
Diversamente dalla poesia di Sylvia Plath, quella di Sexton è segnata, più che dalla malattia o dalla morte, dalla metafisica di un lutto permanente, un lutto autoreferenziale, vissuto come in una vita postuma, libera da tutte le zavorre, commentato da un’anima, direbbe James Hillman, che predilige l’esperienza della morte «per introdurre la trasformazione». L’immortalità che insegue Sexton non è nelle labili «nove vite» di Plath, né nel misticismo incredulo di Dickinson, ma nella coazione del lutto che è ciò che fa convergere parole sotto il segno della mutazione, spingendo all’evoluzione in altra entità, essenza, coscienza. In questo senso il suo poetare è decisamente costruttivo.
La lettura della propria morte muove la ruota mondana di Sexton, una sfera su cui si volge la filatura della metamorfosi. E quale figura più appropriata per tali rivoluzioni dell’anima se non un uccello? (per le api, invece, bisognerà fare un discorso a parte): «Il lavoro delle parole mi tiene sveglia – scrive in «L’uccello dell’ambizione» – Sto bevendo cioccolata, / la calda mamma marrone. // Vorrei una vita semplice / ma di notte / metto via poesie in una lunga scatola. // È la mia scatola dell’immortalità, / il mio piano di investimento, / la mia bara. // Per tutta la notte ali scure / afflosciate nel mio cuore. / Ognuna è un uccello dell’ambizione. // L’uccello vuole essere lasciato cadere / da un luogo alto. // L’uccello vuole accendere un fiammifero / e immolarsi. // Vuole volare nelle mani di Michelangelo / e uscirne dipinto sul soffitto. // Vuole forare l’alveare del calabrone / e uscirne con una lunga divinità. (…) // Vuole prendere congedo fra gli estranei / distribuendo pezzi del proprio cuore come antipasto. // Vuole morire cambiandosi d’abito / e sfrecciare verso il sole come un diamante» (da Il libro della follia, con un ammiccamento a Erasmo e al Libro dei morti).
È forse l’uccello sul ramo d’oro quello che Sexton cerca nel corteggiare il lutto di se stessa, la sua agognata caduta, visionata in spirali di transustanziazioni? Vuole conquistare per sé l’uccello metafisico che eternizza lo spirito in arte, rivolgendosi, addirittura, al possente Michelangelo della Cappella Sistina? O penetrare il segreto del nido dorato del calabrone? Diventare un diamante? Può darsi. È un’ambizione che muove spesso i poeti di vigore.
Sexton, tuttavia, non sa svestirsi del tutto dell’abito cristiano che ha ricevuto dagli avi e faticosamente prova a cercare anche la «grazia». Lo fa con il volo in «Frenesia»: «Oh angeli, / lasciate aperte le finestre / che io possa arrivarci (…) / come un’ape che punge il cuore tutto il mattino»; o con una finale remata verso Dio («La fine del remare»): «Ormeggio la barca a remi / al porto dell’isola chiamata Dio. Il porto è a forma di pesce». Ma prima che arrivarci a quel porto sicuro dalla forma cristologica, guardiamola mentre rifinisce la sua «bara» dell’immortalità, lo scrigno di parole transustanziate che con umiltà leggiamo.

(il manifesto, 2 aprile 2017)

di Giordana Masotto



[ndr:In arrivo dagli Usa, sabato 8 aprile sarà presente alla Libreria delle donne di Milano Breanne Butler, una delle coordinatrici dell’imponente manifestazione Women’s March to Washington del 21 gennaio 2017. In vista dell’incontro può essere utile condividere alcune riflessioni che avevo pubblicato sul sito 27ora partecipando a un dibattito in vista delle manifestazion dell’8 marzo (Giordana Masotto)]

Dalle molte analisi seguite alle stupefacenti manifestazioni statunitensi (e non solo) del 21 gennaio 2017 emerge un elemento forte che va correttamente interpretato: le donne hanno esercitato leadership, hanno potuto trascinare e riunire le forze sparse dell’opposizione a Trump, perché vengono da una storia articolata e ricca di differenze. Non: nonostante le loro differenze.

In quel contesto si usa spesso il termine intersectional, concetto che viene da lontano. Nel 1989, quando è stato creato, serviva a connettere i due paradigmi razza/gender nella condizione delle donne nere: infatti il problema era che potevano difendersi dalla discriminazione o come donne o come nere, ma non come donne nere. Da allora il concetto ha continuato a lavorare per connettere le diverse anime femministe che si sono sempre scontrate nella storia Usa. Ed è quindi tornato particolarmente utile per uno scopo preciso: dare una risposta quanto più forte, visibile e trasversale al trauma della vittoria di Trump. Che rappresenta un duro colpo anche (ma non solo) a quel femminismo diffuso cui ha fatto appello nella sua campagna Hillary Clinton. Negli Usa il femminismo è un trend forte che attraversa contesti e consapevolezze diverse: espressione di una società in cui, ad esempio, le donne single sono diventate una maggioranza. Come ha scritto Rebecca Traister, siamo nel tempo del potere delle donne single, molto corteggiate dalla politica e più ancora dal marketing che, com’è noto, è più svelto a reagire.

Dunque proprio le molte anime del movimento delle donne sono state lo strumento migliore per raccogliere la protesta antiTrump, antimisoginia e antirazzismo.

Io credo che in questa trasversalità si radichi il vigore perdurante del femminismo. È una forza che si nutre dell’inesauribile processo della presa di libertà delle donne.

Ma se le donne non sono una categoria omogenea (l’intersectionality delle statunitensi; in Italia abbiamo lavorato sul concetto di differenza che attraversa le singolarità) è importante continuare a lavorare sulle conseguenze politiche di quel concetto. Continuando ad andare oltre l’eccezionalità della risposta antiTrump e di altre necessità eccezionali che si manifestano in massa, come sta accadendo.

Una politica che duri e che è durata in tutti questi decenni richiede che si preservino le diversità, si vedano senza timori le disparità, si cresca nella capacità di gestire conflitto e contrattazione. E si portino queste capacità in tutti i luoghi: lavoro, cultura, istituzioni, relazioni.

Per questo alla domanda “fino a che punto siamo disposte a superare le differenze, le tensioni, le distanze tra noi pur di restare un corpo unito?” rispondo che le differenze – le donne lo sanno sulla propria pelle – non sono mai un prezzo da pagare per mantenere l’unità. Sono ricchezze da illuminare e da mettere al lavoro. Come? Con una pratica che è di natura politica non perché vuole smussare, accontentarsi per il bene superiore dell’unità, ma perché vuole interpellare anche tutte quelle singolarità che “si fanno avanti” (il Lean-In della Sandberg), fa aumentare la consapevolezza, crea connessioni inedite, non si sottrae al confronto serrato, affronta e gestisce i conflitti, dà strumenti per far mettere radici ai cambiamenti e alle conquiste individuali. E questo avviene già, in generazioni diverse, nelle aziende e nel sindacato, nel lavoro autonomo, tra le donne che hanno passione politica e vogliono dare a donne e uomini strumenti nuovi per una – inedita – società di pari-differenti.

(27esimaora.corriere.it, 7 marzo 2017)

di Clara Jourdan

Ho partecipato al convegno internazionale Maternità al bivio: dalla libera scelta alla surrogata. Una sfida mondiale organizzato da “Se non ora quando-Libere” il pomeriggio del 23 marzo scorso a Roma presso la Camera dei deputati. Snoq-Libere, come ha ricordato Francesca Izzo nella sua introduzione, viene dal movimento “Se non ora quando?” che aveva convocato la grande manifestazione del 13 febbraio 2011 (contro l’allora presidente del consiglio e la tolleranza verso il suo modello di relazione tra uomini e donne). Un convegno dunque promosso da femministe in un luogo istituzionale, a indicare che oltre dibattere si voleva anche proporre una presa di posizione dell’Onu contro la maternità surrogata. All’incontro erano state invitate femministe e studiose (compresi due uomini) impegnate sulla tematica e donne parlamentari e di governo. Tutte, per come ho ascoltato io, hanno parlato da donne e da femministe, portando gli argomenti contro la surrogazione che si possono leggere anche nei contributi pubblicati sul sito della Libreria delle donne – mercificazione del corpo femminile e dei suoi frutti e distruzione a della relazione materna – ma che non suonavano ripetitivi perché ciascuna li declinava secondo la propria sensibilità e con sincero coinvolgimento. Un convegno riuscito. Perciò mi ha sorpreso che, tranne l’attento resoconto di Monica Ricci Sargentini subito uscito sulla 27esimaora e a cui rimando (Dall’Italia raccomandazione all’Onu «L’utero in affitto reato universale», 23 marzo 2017), non ho quasi trovato articoli o servizi sull’evento, ignorato dalla maggior parte dei media. Immaginavo che essendosi svolto a Montecitorio, e su un tema così importante, avrebbe avuto risonanza. Non l’ha avuta: forse perché non c’è stato scontro tra le diverse forze politiche? Forse perché era un convegno femminista e dunque fuori luogo nella Sala della Regina della Camera? Forse perché è un argomento “sensibile”? L’altra cosa che mi ha colpito della ricezione mediatica, è che chi ne ha parlato ha dedicato quasi tutto lo spazio agli interventi di deputate, senatrici, ministre, sia per valorizzare la trasversalità delle posizioni, sia per criticarle (come Andrea Maccarrone su www.prideonline.it, 24 marzo 2017). Fa eccezione avvenire.it che prima dell’incontro ha intervistato la costituzionalista Silvia Niccolai (Lucia Bellaspiga, Utero in affitto. Oggi l’Italia ha l’occasione per dire no alla maternità surrogata). Al convegno infatti c’erano importanti relatrici come la filosofa e femminista francese Sylvaine Agacinski che ha parlato di «una questione di civiltà», la ricercatrice indiana Sheela Saravanan che ha riferito della pesante situazione in India («può essere fermato tutto questo?»), la scrittrice Susanna Tamaro che ha raccontato una storia, lo psicanalista Fabio Castrioti che citava Winnicott, «Il bambino non esiste senza sua madre»… Insomma, un’occasione di riflessione ricca e articolata, niente a che vedere con una passerella di politiche di professione. Peccato non informarne adeguatamente.

C’è tuttavia un punto critico che riguarda questo convegno ma non solo, tutta la discussione pubblica sul tema. In generale, come si è visto, gli argomenti portati a Roma contro la pratica della surrogazione sono quelli che circolano nel movimento delle donne, variamente approfonditi. Ma c’era una questione sottaciuta che è emersa solo alla fine dell’incontro e che non è stata segnalata in nessuno dei commenti che ho letto. La questione posta dalla differenza sessuale, che, paradossalmente, sembrava non essere importante, anzi: tranne Silvia Niccolai, che è stata la penultima relatrice e ha precisato che il «principio giuridico millenario mater semper certa è espressione della differenza qualitativa che ricorre tra donne e uomini anche e specialmente nel campo della generazione», da cui la differenza delle «coppie lesbiche», riconosciuta da alcune legislazioni europee, chi nominava le «coppie sterili» si affrettava a precisare, «indipendentemente che siano etero o omosessuali». Certo la differenza sessuale che tutti vedono pone problemi giuridici non ancora risolti, a partire dal principio costituzionale del «senza distinzione di sesso». Ma l’evitamento nel parlarne è perché fare la differenza tra coppie omosessuali di donne e coppie omosessuali di uomini provoca conflitti. Proprio alla fine del convegno, quando hanno potuto intervenire le partecipanti programmate, Cristina Gramolini, la presidente di Arcilesbica di Milano, ha detto che si è aperto un conflitto importante con uomini gay con cui avevano condiviso tante battaglie in passato: ora loro le considerano delle traditrici perché si oppongono a una pratica che invece i gay sostengono. Queste donne hanno deciso di fare la differenza.

(www.libreriadelledonne.it, 31 marzo 2017)

di Sara Gandini

Michela Murgia, durante la trasmissione “Quante storie” su Rai 3, ha presentato il libro Cara Ijeawele, Quindici consigli per crescere una bambina femminista di Chimamanda Ngozi Adichie, una scrittrice nigeriana diventata famosissima con un intervento pubblico negli USA (TED talks) dal titolo “tutti dovremmo essere femministi” (pensate che ha avuto più di due milioni di visualizzazioni su YouTube). Ed io non posso che gioire del fatto che il femminismo e la lotta contro il sessismo stiano diventando di moda o mainstream.
Murgia cita e sostiene Adichie che spiega nel suo manifesto: “Sono femminista perché voglio vivere in un mondo in cui nessuno dica mai a una donna che cosa può o non può fare, che cosa deve o non deve fare, solo perché è una donna”. Giustissimo, né cultura né biologia devono determinare il mio futuro, le scelte delle donne. La libertà femminile viene così declamata al mondo.
Ma poi Murgia aggiunge “Essere nata femmina non è mai una buona ragione per le scelte che si fanno” e di fronte a queste parole mi sono bloccata, e poi interrogata. Capisco che le donne non vogliano essere eterodeterminate da una cultura maschilista, ma davvero chiediamo alle donne che nelle loro scelte debbano prescindere dal fatto di essere nate femmine?
In realtà io insegno a mia figlia che questo semplice fatto, essere nata femmina, conta. Vorrei che ci pensasse a questo fatto, a come vuole significarlo, liberamente, soggettivamente, nella sua vita. Perché lei è femmina come sua madre, e come sua nonna. Tutte siamo segnate dalla storia di patriarcato da dove veniamo, tutte lottiamo per la nostra libertà, per la libertà femminile e perché la ricchezza delle donne possa emergere e possa migliorare questo mondo. Infatti questo semplice fatto, essere nata femmina, è in realtà un’ottima ragione per le scelte che faccio nella mia vita.
Quando sento la Murgia mi chiedo se la lotta contro gli stereotipi e il sessismo non porti con sé anche il rischio di cancellare la differenza sessuale. E mi chiedo perché si stia diffondendo così rapidamente questa cultura che insegna a non dare importanza alla differenza sessuale.

(www.libreriadelledonne.it, 31 marzo 2017)

di Antonio Gramsci

Ho pensato se era il caso di spedirvi questo scritto di Gramsci che mi ha mandato la fidanzata di mio figlio. Lei dice, nello spedirmelo: «Dopo 100 anni alcune obiezioni si possono muovere anche a Gramsci, però in linea di massima la parte finale sulla nascita come merce è ineccepibile».

Un abbraccio, Clelia Mori

«Secondo una comunicazione fatta all’Accademia di medicina di Parigi, il professore Laurent è riuscito a sostituire il cuore di Fox con quello di Bob, e viceversa, senza che i due innocenti cani abbiano troppo sofferto, senza turbare per nulla la vita del viscere delicato. Da questo momento il cuore è diventato una merce: può essere scambiato, può essere comprato. Chi vuol cambiare il suo cuore logoro, sofferente di palpitazioni, con un cuore vermiglio di zecca, povero, ma sano, povero, ma che ha sempre onestamente palpitato? Una buona offerta: c’è la famiglia da mantenere, l’avvenire dei figli preoccupa il genitore; si cambi dunque il cuore per non apparire di esserne sprovvisto.

Il dottor Voronof ha già annunziato la possibilità dell’innesto delle ovaie. Una nuova strada commerciale aperta all’attività esploratrice dell’iniziativa individuale. Le povere fanciulle potranno farsi facilmente una dote. A che serve loro l’organo della maternità? Lo cederanno alla ricca signora infeconda che desidera prole per l’eredità dei sudati risparmi maritali. Le povere fanciulle guadagneranno quattrini e si libereranno di un pericolo. Vendono già ora le bionde capigliature per le teste calve delle cocottes che prendono marito e vogliono entrare nella buona società. […] La vecchia nobiltà aveva indubbiamente maggior buon gusto della classe dirigente che le è successa al potere. Il quattrino deturpa, abbrutisce tutto ciò che cade sotto la sua legge implacabilmente feroce.

La vita, tutta la vita, non solo l’attività meccanica degli arti, ma la stessa sorgente fisiologica dell’attività, si distacca dall’anima, e diventa merce da baratto; è il destino di Mida, dalle mani fatate, simbolo del capitalismo moderno.»

(Avanti, 6 giugno 1918)

di Francesca Pasini

In Milano centro, Paola Di Bello collega la costruzione dello sguardo al centro della città. Applicando alle vetrate della Sala Fontana del Museo Del Novecento i particolari delle foto di Piazza Duomo, stampati su pellicole trasparenti, attira il Duomo stesso dentro l’edificio. Si crea un montaggio mobile tra le luci del neon di Fontana, l’architettura reale che appare attraverso il vetro e quella ritratta da Di Bello, visibile in trasparenza. Esterno e interno convivono simultaneamente attraverso la fotografia.

La sincronicità, che Di Bello mette in scena, crea però uno sfasamento. Perché applicare alle finestre delle immagini di ciò che è comunque visibile attraverso le finestre stesse? Tutto quello che guardiamo richiede una messa fuoco dei continui aggiustamenti di quanto emerge mentre ci muoviamo interiormente e, oggi, anche tecnologicamente. Come dice Paola di Bello, la questione non è “cosa si guarda, ma come si guarda”.

Lo sfasamento che ritrae è un punto di svolta decisivo: riduce la “sacralità” dell’immagine a favore della sincronia nella relazione. Prima di tutto tra giorno e notte, che Paola Di Bello realizza sovrapponendo in un’unica lastra l’esposizione diurna e notturna. Piazza Duomo viene pervasa da una luce che a prima vista sembra un effetto speciale, ma i lampioni accesi, non separabili dalla luce del sole, svelano l’enigma dell’ora, come direbbe De Chirico. Luce e ombra non hanno più una dinamica contrapposta, una slitta sull’altra.

Cosa significa? È immediato pensare alla coscienza (di giorno guardiamo, di notte sogniamo) e all’esperienza quotidiana, affettiva, lavorativa. E la domanda diventa: come posso creare un montaggio che faccia dello sfasamento un centro del mio sguardo? Come posso pensare a un centro senza fissa dimora?

Le fotografie di Paola Di Bello sono infatti un centro sincronico vivibile solo nello spazio percettivo. Restituiscono lo sfasamento tra il tempo dello spazio, quello dell’occhio della macchina e di chi scatta. Chi guarda l’immagine si posiziona al centro di questa molteplicità, che a sua volta fa scattare la sincronicità con lo sguardo dell’altro.

È un centro da assimilare più che descrivere, bisogna usare “la lettura della mente” che – come scrive Massimo Ammaniti ( Noi. Perché due è meglio di uno, il Mulino 2014) – “si acquisisce prima della lettura di testi”, cogliendo i significati negli sbalzi espressivi, nei movimenti, nella temperatura, nei colori di cose e persone. La conoscenza che ne deriva, e che definirei emotiva, si sviluppa predisponendo momenti sincronici tra sé e l’altro nel momento in cui “vediamo”. Nell’arte è un processo verificabile, indipendentemente dall’epoca alla quale appartiene.

Già nel 1972 John Berger, in Modi di vedere (ora Bollati Boringhieri 2015), dichiara che “il vedere viene prima delle parole” e così legge la storia dell’arte. “La convenzione della prospettiva, propria dell’arte europea, e comparsa agli inizi del Rinascimento, fa del singolo occhio che osserva il centro del mondo visibile, in esso ogni cosa converge come nel punto di fuga all’infinito. Il mondo visibile si dispone per lo spettatore così come, un tempo si credeva, l’universo dovesse disporsi per Dio”. Da qui, secondo Berger, nasce la contraddizione intrinseca a quel tipo di prospettiva. “Essa, infatti, strutturava tutte le immagini del reale in modo che si indirizzassero a un unico spettatore, il quale, a differenza di Dio, poteva trovarsi in un solo luogo alla volta”. L’invenzione della macchina fotografica rese evidente questa contraddizione e “distrusse l’idea che le immagini fossero senza tempo: rivelò che ciò che vedevi aveva a che fare con la posizione che occupavi nel tempo e nello spazio. Non era più possibile immaginare che tutto convergesse nell’occhio umano come nel punto di fuga all’infinito. […] Ogni disegno o dipinto che si serviva della prospettiva suggeriva allo spettatore che egli era l’unico centro del mondo. La macchina fotografica – e più specificamente – la macchina da presa dimostrarono che il centro non esiste”.

Nell’arte, la lettura della mente è lo strumento per intonare lo sguardo e interpretare il visibile che ha preso corpo lì, in quell’opera. Ed è uno sfasamento rispetto alla tradizionale ipotesi di realtà oggettiva. Succede anche con le parole, quando ci fanno provare/immaginare una dilatazione rispetto al loro specifico valore semantico.

Mentre la critica alla “convenzione della prospettiva” di Berger contribuisce alla lettura che si stacca dalla contraddizione di cui lui parla, diventando il perno per organizzare la percezione contemporanea del visibile quotidiano. Ed è cruciale per elaborare l’uscita dall’iconografia cristiana. La fotografia, la pittura, la scultura non sono più legate a una dimora stabile (chiese o regge aristocratiche), la direzione con Dio è interrotta. Siamo dunque a faccia a faccia con la necessità di organizzare un centro in grado di ruotare attorno alla reciprocità dello sguardo e non alla sua fuga verso l’infinito.

Consapevoli che anche quando ci sentiamo al centro di quell’immagine, non è una percezione stabile, ma una relazione tra due soggetti (l’opera e l’osservatore), che muta in base al tempo, allo spazio, ai sentimenti, come avviene tra le persone. Concordo con l’idea di Berger, “non esiste un centro”: purché si veda nell’opera un soggettoche non sta di fronte a un altro soggetto, ma interviene in modo attivo nella costruzione di uno sguardo reciproco, come già aveva detto Duchamp, e quindi permette la percezione di un centro dove incontrarsi.

È una lettura “trasparente”, come avvertono le fotografie di Paola Di Bello. Da un lato rende visibile il distacco dall’iconografia cristiana, nonostante il Duomo; dall’altro evidenzia l’indipendenza dalla convenzione prospettica rinascimentale e rende possibile la lettura storica della mente in base alla conoscenza che si sviluppa nella dinamica soggetto-soggetto. Paola Di Bello usa l’occhio fotografico per potenziare quello umano, rendendo così possibile la sincronicità di due momenti effettivamente distanti. Non è la soluzione di un enigma che ci era sfuggito, né la semplice potenzialità tecnica contemporanea. È la svolta che permette di “vedere” la sincronicità. È diverso dalla mail che affido al mio computer con la fiducia che sarà letta in tempo reale nonostante l’ora diversa, perché mantiene “fisicamente” la sincronicità di due momenti distanti, sia quando li osservo “dal vero”, sia quando li vedo riprodotti.

La prospettiva “finita”, della molteplicità dello sguardo dei viventi, è in atto.

Paola Di Bello

Milano Centro

a cura di Gabi Scardi

Milano, Museo del Novecento, 14 dicembre 2016-2 aprile 2017

di Umberto Varischio

Ciao maschio. Non stiamo parlando dell’omonimo film girato negli anni ’70 da Marco Ferreri ma del titolo dell’ultima puntata di “Presa diretta”, il programma televisivo di Rai Tre condotto da Riccardo Iacona.

Puntata che si è per gran parte occupata di un tema d’interesse particolare per noi uomini: quello che alcuni ricercatori chiamano la progressiva “femminilizzazione degli uomini”, cioè che “ i maschi non sono più maschi” dal punto di vista fisiologico.

Questa femminilizzazione si evidenzia attraverso un aumento della sterilità maschile (ormai il 50% – 60% dei casi d’infertilità è riconducibile a un problema degli uomini), causata da una forte diminuzione del numero e della vitalità degli spermatozoi e da un abbassamento del livello di testosterone nell’organismo.

Tutto ciò sarebbe imputabile ad alcune sostanze chimiche (chiamate ‘interferenti endocrini’) assunte dall’ambiente in generale e in particolare dall’alimentazione, dai cosmetici e dagli indumenti.

Il destino preconizzato da queste ricerche sembra il finale del film di Ferreri: una donna e sua figlia che, dopo che i maschi sono morti, giocano da sole su una spiaggia. Un destino che ci mette di fronte al fatto che noi uomini potremmo benissimo scomparire senza che questo significhi l’estinzione dell’umanità: potremmo, infatti, essere sostituiti da scorte di spermatozoi conservati e magari ‘clonati’.

L’interesse della puntata non si ferma a questo: alcuni ricercatori sostengono che non di “femminilizzazione degli uomini” si tratta ma di “fallimento biologico della maschilizzazione”. Uno di loro, Richard Sharpe, dichiara: “Noi siamo tutti programmati per essere di sesso femminile. Se non succedesse qualcosa durante lo sviluppo del feto saremmo tutte femmine. È il programma di base. Diventare maschio significa modificare questo programma. Il maschio diventa maschio grazie al cromosoma Y che permette che si sviluppino i testicoli invece che le ovaie. Sono i testicoli che producono il principale ormone maschile, il testosterone, che modifica il programma di base”.

L’affermazione non è una novità in campo scientifico ma fatica a farsi strada nell’informazione e nel senso comune; forse perché crea a noi uomini qualche problema di autostima? Dopo un primo colpo al nostro orgoglio maschile, rappresentato dalla ormai scarsa necessità della presenza di un uomo in carne ed ossa nel processo di fecondazione, ora siamo proprio a un cambiamento di paradigma comparabile solo alla rivoluzione copernicana. Il sesso maschile non è all’origine della vita e al primo posto della creazione. Non sono le donne a essere nate da una nostra costola, ma al contrario, siamo noi che rappresentiamo una variazione al programma di base, che è invece femminile.

La morale che traggo da questa interessante visione è che per noi uomini non si tratta solo di difenderci dalle sostanze che diminuiscono la virilità e negano la differenza sessuale indirizzandoci, come suggerito dalle autrici del programma televisivo (Lisa Iotti e Irene Sicurella), verso un destino unisex. Se vogliamo assumerci le nostre responsabilità e affrontare a fondo i danni che il patriarcato ha prodotto e continua a produrre (non ultimi quelli riguardanti l’ambiente che garantisce le condizioni per la vita), si tratta soprattutto di dedicare un maggiore impegno a congedarci definitivamente dallo stesso come sistema economico, sociale, culturale e simbolico.

(www.libreriadelledonne.it, 27 marzo 2017)

di Marta Malo e Amador Fernández-Savater



Si percepiscono da lontano le vibrazioni che il movimento delle donne in Argentina sta generando. Per questo abbiamo deciso di avvicinarci e saperne di più. Lo abbiamo fatto tenendo una mano amica: abbiamo conosciuto Verónica Gago e Natalia Fontana dalle onde che ha prodotto un’altra esplosione argentina, in quel caso l’insurrezione del dicembre 2001 che vissero all’interno del 
Colectivo Situaciones. A quel tempo, da questa parte dell’Atlantico, ci chiedevamo con altre donne: qual è il nostro sciopero? Quale gesto collettivo al femminile interrompe la macchina binaria della produzione e riproduzione (questa fu la domanda iniziale dello spazio di ricerca-azione Precarias a la Deriva)? Adesso la domanda si ripresenta, con un’intensità e dimensione inedite, nel movimento argentino delle donne, legata al terremoto che grida in tutto il continente latino-americano “Non una di meno! Ci vogliamo vive!”. Come nasce l’idea dello sciopero nel movimento argentino delle donne? Che cosa si vuole fare di uno strumento che è nato e cresciuto in un altro mondo (tra fabbriche, uomini e sindacati)? Come viene tessuto un ragionamento collettivo che connette la violenza contro le donne alle questioni di precarietà, territorio et comunità? Di che materiali è fatto il femminismo latino-americano, qual è la sua mistica?

 Con la complicità di un’amicizia intessuta attraverso l’oceano e il tempo, alimentata da ricerche condivise, abbiamo posto queste domande a Vero e Nati due giorni prima dell’8 marzo, dello Sciopero Internazionale delle Donne. Era un piacere vederle durante l’intervista per skype. La luminosità e la vitalità che irradiavano parlavano (anche al di là delle parole) della potenza dell’esperienza che sta vivendo il movimento argentino delle donne. Nati e Vero vi hanno partecipato a tutti i livelli, pensando e facendo, organizzando assemblee e momenti di riflessione, a partire da un percorso precedente che permette loro di essere perfettamente in accordo con quello che succede. Vero ci ha già raccontato la giornata del 19 di ottobre. Nati partecipa al movimento delle donne anche dal luogo specifico che è il sindacato dell’aviazione, per il quale è responsabile della comunicazione. 

 

Le foto della manifestazione dell’8 marzo a Buenos Aires sono di Constanza Niscovolos.


http://effimera.org/lo-sciopero-quelle-non-possono-scioperare-intervista-veronica-gago-natalia-fontana-amador-fernandez-savater-marta-malo/

 dal 6 Aprile al 24 Giugno 2017

Galleria Arte 92  Via Moneta 1/A 20123 Milano – Italy
A cura di: Paolo Bolpagni

Il titolo della nuova personale di Gabriella Benedini, nella Galleria Arte 92 di Milano, è indicativo di due diverse letture, perché due sono le sale che accolgono questa mostra. La prima, “Leggere frammenti”, è un’installazione che consiste in una vera e propria biblioteca, i cui libri, enigmaticamente chiusi, si offrono al visitatore per essere scelti e consultati. Un ripiano sulla destra invita alla consultazione di questi misteriosi oggetti artistici; alcune colonnine sostengono i libri già aperti, mentre a terra cinque secchi contengono i “frammenti” (vetri, poesie, spartiti etc.) dalla cui elaborazione concettuale e manipolatoria derivano i contenuti della biblioteca.

La seconda sala, “Ascoltare silenzi”, inizia con l’esposizione di quindici sinuosi spartiti, sui quali Gabriella Benedini ha scritto una musica di segni e di stelle. Nel corridoio è tutto un alternarsi di piccole sculture a parete, che suggeriscono il riferimento ad ancestrali strumenti musicali, mentre nel salone campeggiano le “Arpe” bianche in vetroresina, che invitano a un ascolto che richiede silenzio.

Le opere di Gabriella Benedini possono essere percepite come presenze arcane e ancestrali, vestigia di civiltà lontane, ma al contempo sono calate nell’attualità, parlando di inquietudini moderne, seppure non contingenti. Si pongono insomma come oggetti “di confine”, e sfuggono a precise definizioni statutarie, collocandosi tra la scultura, la pittura, la grafica, l’installazione, l’assemblaggio. Molteplici sono anche i materiali impiegati e le procedure che li trasfigurano in funzione espressiva, sempre alla ricerca della tridimensionalità e del non-banale. Il tempo, la memoria, la poetica del frammento, la presenza costante dell’elemento musicale (benché spesso rivolto, oppositivamente, nel silenzio) sono i tratti distintivi del modo di fare e pensare arte di Gabriella Benedini, che trova in questa nuova personale un’ulteriore conferma di un’originalità che la rende unica nel panorama contemporaneo.

Accompagna la mostra un catalogo bilingue, in italiano inglese, con un testo introduttivo di Paolo Bolpagni, le riproduzioni a colori delle opere esposte, ambientate negli spazi della galleria, apparati bio-bibliografici e un’intervista all’artista.

Tel: +39 (0)2 8052347
Email: arte92@arte92.it

da rollingstone.it

In arrivo una rassegna interamente dedicata a una delle figure più controverse e affascinanti dell’arte contemporanea, capace con le sue opere di conquistare maestri come Mirò, Duchamp e Warhol

Ci sono alcuni nomi nel mondo dell’arte che forse al grande pubblico non dicono molto, ma che in realtà rappresentano vere e proprie leggende. Ora non voglio dire che Louise Bourgeois sia una perfetta sconosciuta, ma se uscite per strada e fate il suo nome a 100 persone sono pronto a scommettere che meno di un quarto vi saprà dire chi è. Eppure, la Bourgeois è una pietra miliare dell’arte del ‘900, una artista tra le più celebrate nei musei del mondo.

Il 24 marzo allo Studio Trisorio di Napoli inaugura una mostra a lei dedicata, con decine di disegni e una manciata di statue in bronzo. Oltre a questo, il Museo Madre proietterà Louise Bourgeois: The Spider, the Mistress and the Tangerine, film sulla sua vita delle registe Marion Cajori e Amei Wallach. Come se non bastasse, sabato 25 al Museo di Capodimonte sarà inaugurata la mostra Incontri sensibili, a cura di Sylvain Bellenger e Laura Trisorio, dove verrà esposta per la prima volta in Italia l’opera Femme Couteau.

E allora questa è una buona occasione per raccontare qualcosa dell’incredibile vita di questa donna nata nel 1911, in uno dei boulevards che corrono sulla rive gauche della Senna, da una famiglia che economicamente se la passa bene. Borghesi di nome e di fatto. Il padre la odia fin dalla nascita, voleva un maschio, e questa cosa avrebbe segnato indelebilmente la sua vita e il suo lavoro. Lei cresce tra le umiliazioni del padre e la rassegnazione colpevole di una madre che non fa nulla per difendere la figlia, ma nemmeno se stessa. Tace persino quando il marito assume come “bambinaia” dei figli la sua amante per averla in casa, sempre a disposizione.

Il 14 settembre 1932 la madre Josephine muore. Nonostante tutto, un colpo durissimo per Louise, che cade in una depressione così forte da indurla addirittura a tentare il suicidio. Per fortuna non riesce a togliersi la vita, ma a stravolgerla completamente sì: lascia l’università e inizia a frequentare gli studi di molti artisti a Montmartre e Montparnasse, i cuori pulsanti del fermento culturale europeo. A Parigi abita proprio sopra ad André Breton, grande scrittore e critico d’arte, ideatore del surrealismo. Inizia a studiare arte e a lavorare come assistente di alcuni Maestri.

Disegna e dipinge, e fin dai suoi primi lavori emerge la sua attenzione per il corpo e per la memoria. I traumi famigliari sono ancora freschi e si tramutano perfettamente in sfoghi sulla tela nei riferimenti a un padre che mortificava lei e la madre e che nel suo caso, continua a farlo. Si sposa con lo storico dell’arte Robert Goldwater e insieme si trasferiscono a New York. Diventa amica di Mirò e soprattutto di Duchamp, che sostituisce nella mente di Louise la figura del padre.

Diventa mamma a sua volta, ma questo non le impedisce di lavorare e continua con la produzione di tele e disegni, nel segno della memoria dell’infanzia, della casa, del corpo della donna. Viene fuori un lato combattivo della Bourgeois, in particolare nella serie Femme-Maison, straordinarie opere raffiguranti figure femminili completamente nude, le cui teste sono sostituite da un’abitazione. Con Femme Maison, che significa “donna di casa”, lei si ribella al luogo comune, anticipando di decenni le lotte femministe che avrebbero imposto una nuova visione, libera e autonoma, della donna.

Non riesce a sfondare, ma le sue sculture arrivano agli occhi di Alfred Barr, potentissimo direttore del MoMA, che acquista un lavoro per la collezione permanente del Museo. Passa gli anni successivi a fare il giro di tutti gli psicanalisti della grande mela e la depressione le impedisce di lavorare per oltre 15 anni. Negli anni ’60 inizia a sperimentare materiali organici per le installazioni, come plastica, lattice, gomma, gesso e vetro. Sono gli anni in cui nelle sue opere compaiono espliciti riferimenti ai genitali maschili e femminili. I suoi lavori, sempre più spinti dal punto di vista sessuale, fanno piovere sulla Bourgeois una valanga di critiche. Lei non si scompone, anzi si avvicina ai movimenti femministi e inizia a diventare un punto di riferimento anche dal punto di vista politico.

Louise Bourgeois vede riconosciuto il proprio lavoro molto tardi, infatti la vera consacrazione arriva solamente nel 1982, quando il MoMA di New York le dedica una grande retrospettiva. La prima mostra personale interamente dedicata a una donna per il tempio sacro dell’arte internazionale. È qui che dedica ancora lavori alla sua famiglia e decide di non nascondere più nulla, creando addirittura un’opera che narra il rapporto del padre con la sua amante, l’insegnate di inglese di Louise e le sue sorelle. La mostra farà il giro di America ed Europa, e Louise viene acclamata ovunque. Continua incessantemente a lavorare, creando il ciclo di opere che probabilmente resterà il più famoso nell’immaginario collettivo: giganteschi ragni di metallo, alti oltre 10 metri, che ancora una volta sono il prodotto di una mente che cerca riferimenti continui nei primissimi anni di vita. Quel ragno, infatti, non è altro che la raffigurazione della madre, che Louise vede come instancabile tessitrice delle loro fitte trame familiari. Ancora la sua infanzia, irrisolta, è protagonista

Gli Stati Uniti scelgono proprio lei per rappresentarli alla Biennale di Venezia del 1993 e Bill Clinton in persona le consegna la Medaglia Americana per le Arti. Gli ultimi anni vedono ancora una fitta produzione di opere, oltre a incontri continui con le nuove generazioni di artisti, mostre nei più importanti Musei del Mondo e i più prestigiosi riconoscimenti istituzionali.

Dunque vale la pena fare un giro a Napoli per vedere le sue opere allo Studio Trisorio, ma anche al Museo di Capodimonte. Vale la pena perché questa meravigliosa artista dovrebbe essere celebrata di più, soprattutto per il fatto che il mondo dell’arte l’ha tenuta da parte per 70 anni prima di renderle omaggio. Certo lei non si è fatta scoraggiare e ha saputo aspettare, decidendo di andarsene a quasi 100 anni pur di vedersi riconosciuti i giusti tributi. Infatti Luoise Bourgeois è morta nella sua casa di New York il 31 maggio del 2010, all’età di 98 anni. Ed è curioso sapere che pochi anni fa, su una bancarella di un mercatino di Parigi, sia stato ritrovato un diario che perse su un treno nel 1923, all’età di 12 anni.

È soprattutto questo Louise Bourgeois: il diario smarrito della sua infanzia e il capolavoro di una vita a tentare di riscriverlo.

23 marzo, ore 17, MUSEO MADRE – Film, Talk
24 marzo, ore 19, STUDIO TRISORIO – Inaugurazione Mostra
25 marzo, ore 11, MUSEO DI CAPODIMONTE – inaugurazione Incontri sensibili
info@studiotrisorio.com
www.studiotrisorio.com


 

Incontro con Milton Fernandez scrittore, regista, editore, dal 2011 direttore artistico del Festival della Letteratura di Milano ha raccolto nel suo volume Donne. Pazze, sognatrici, rivoluzionarie (Rayuela Edizioni 2015) trentaquattro storie di donne che attraversano le epoche e i paesi del mondo. Milton Fernàndez è un uomo che con profondo rispetto, gratitudine e stupore si dedica a raccontare le donne per quello che ovunque hanno sopportato e superato. È il suo modo per esserci. Perché le relazioni tra i sessi sono un mondo da scoprire, tutto meno che scontate. Introducono Sara Gandini e Laura Colombo, incuriosite da come si pone davanti alla grandezza e alla sofferenza femminile.

di Lucia Bellaspiga

 

Intervista a Silvia Niccolai sull’incontro internazionale che si tiene oggi a Roma con l’obiettivo di chiedere all’Onu la condanna di una pratica «lesiva dei diritti di donne e bambini»

 

Sia chiaro: il no all’utero in affitto «non è un divieto dato alle donne ma a chi vuole stabilire diritti sul loro corpo, o retoriche fallaci sulla maternità». È un no che «alle donne garantisce la signoria del generare senza essere sottoposte a prescrizioni, divieti, obblighi e permessi», i vincoli cui le costringono i contratti della “maternità surrogata” o “gestazione per altri” (Gpa). Così la costituzionalista Silvia Niccolai, alla vigilia dell’incontro internazionale «Maternità al bivio: dalla libera scelta alla surrogata, una sfida mondiale», promosso oggi a Montecitorio da «Se non ora quando-Libere» contro il commercio illegale (ma impunemente attuato) di neonati.

Seconda importante tappa dopo il consesso internazionale organizzato il 2 febbraio 2016 al Parlamento francese dal Collettivo femminista Corp, culminerà oggi nella richiesta alle Nazioni Unite di considerare l’utero in affitto «una pratica lesiva dei diritti umani delle donne e dei bambini». Ma già ieri non sono mancate le polemiche, dopo che la presidenza della Camera ha negato il patrocinio al convegno: «L’istituzione non mette il timbro su iniziative che appoggino una parte», spiega una nota della presidenza, eppure la “parte” oggi a Montecitorio difende una legge vigente nell’ordinamento italiano. «La stessa scelta – conclude la nota – naturalmente sarebbe stata fatta se il patrocinio fosse stato chiesto da chi è a favore della maternità surrogata», che però è un reato…

 

Professoressa Niccolai, da giurista vede percorribile la via del riconoscimento di reato universale, così che non si vada a fare all’estero ciò che qui è vietato?

Penso che il divieto sia sempre difficile da brandire in queste tematiche, nel diritto è importante prima mettere a fuoco i diversi aspetti e suscitare una riflessione. L’attuale divieto alla maternità surrogata serve però in quanto fa emergere il valore del millenario principio mater semper certa, che difende la primazia delle donne nel generare. Al contrario, la Gpa è sempre un modo per dire alle donne cosa devono fare, come devono partorire, come si devono comportare durante tutta la durata del contratto… Insomma, il no alla Gpa è un no a ogni forma di usurpazione e precettistica sulla maternità.

 

Lei è invitata a parlare come esperta…

A forza di pensarci sono arrivata a capire che questa “madre surrogata” è il modo per proporre alle donne un nuovo “ideale” femminile, di una donna separata dalla sua esperienza, che sa staccarsi dal bambino dopo il parto, che sa essere razionale, che è generosissima, che sa da subito che suo figlio non è suo e non è sua neppure la gravidanza… Si coltiva una sorta di pedagogia che insegna alle donne che l’esperienza vissuta nel loro corpo non è loro, così non si affezionano al bambino, non si toccano la pancia, eccetera: è una mortificante pedagogia di sudditanza e un ideale molto distante dalla vita umana.

 

È preferibile normare ulteriormente o lasciare che sia la sola legge 40 ad arginare la Gpa?

Non lo so e me lo chiedo davvero. Tanti sarebbero i nodi: il doveroso riconoscimento dei bambini già nati all’estero, le terribili clausole dei contratti imposti alle madri, il carattere commerciale, il diritto del bambino alla sua identità e a sapere chi è sua madre… Certamente l’idea di un regolamento “soft” è argomento fallace: la surrogazione la si va sempre a fare dove è più facile, quindi se legiferiamo ammettendo la Gpa ma introducendo piccole garanzie tipo “dopo il parto la madre lo può tenere con sé tre mesi” o “può partorire come vuole”, gli acquirenti del bambino andranno all’estero dove questi limiti non esistono, e ci andranno legittimati. È vero che il divieto è aggirabile, ma almeno è una scelta molto chiara. La peggior cosa che potremmo fare sarebbe una leggina a metà strada. Facciamo allora il paletto più forte, che è il divieto, poi le eccezioni le vedremo nei singoli casi.

 

Nessuna donna partorisce per altri gratis. Ma se anche fosse vero, resta il diritto di ogni essere umano a non essere venduto né regalato…

La Gpa “altruistica” è il vero paradosso, è il modo per dire alla donna cosa può fare, e per di più che lo può fare non per soldi. L’interesse è sempre l’accordo, la consegna del “prodotto” dopo il parto: in ogni sua forma la Gpa non fa altro che dare prescrizioni alle donne, e attraverso loro a tutta l’umanità. Prima ancora dello scambio del bambino, si fa scambio della relazione con lui, si contrattualizzano i rapporti umani. Ma la relazione materna sta lì a ricordarci che non siamo legati sempre a un “do ut des” ma a qualcosa di gratuito e impalpabile, che è ciò che ci rende umani. L’attuale tempo di scontri va visto con occhio positivo, perché dopo 40 anni dall’esordio della Gpa possiamo riscoprire ognuno il proprio punto di vista e ricostruire una coesione civica. Da giurista dico che con l’autoritarismo non si risolve nulla, io voglio interagire con la capacità riflessiva dell’umanità, anche dividerci, ognuno con la propria verità. Ciò che temo è solo il sofisma, il nascondersi dietro le parole, e il silenzio della politica che diserta il dibattito: fa come quelle coppie che non litigano… e così non parlano dei problemi.

(www.avvenire.it, 23 marzo 2017)