di Bia Sarasini
Non perdere niente e nessuna, nessuno, questa è la sfida davanti a NonUnaDiMeno, il movimento che dopo lo sciopero globale dell’otto marzo si è riunito a Roma lo scorso 22-23 aprile per una nuova assemblea nazionale.
Una sfida raccolta e rilanciata, tra approfondimenti e discussioni, compresa la capacità di includere orientamenti e punti di vista differenti. Tra gruppi di lavoro e plenarie centinaia di donne, ragazze – anche ragazzi, pur se meno numerosi rispetto agli altri appuntamenti – hanno messo al centro di tutto l’elaborazione del piano femminista antiviolenza, contro la violenza maschile e di genere. Tema trasversale. Ma più che i contenuti del piano, che appare già piuttosto ricco, il vero punto di discussione investe il movimento nel suo insieme.
Si tratta o non si tratta? Il Dipartimento Pari Opportunità è un interlocutore o no? Insomma il piano, e il movimento, sono autonomi, o si inseriscono in un quadro di compatibilità? Non è una domanda inutile, e la risposta non è ovvia. Ribadire l’autonomia femminista delle proprie risposte non è scontato. E soprattutto è significativo che la scelta venga dal confronto, dall’inclusione. Perché non manca il pragmatismo e il piano femminista vuole essere uno strumento di lotta, ma anche ottenere risultati.
Non è un caso che nella plenaria di domenica, tenuta all’aperto sotto il sole nel bel cortile della scuola Di Donato, tra le portavoci dei gruppi di lavoro del giorno precedente sia stata ricorrente la parola “faticoso”. Faticoso ascoltare voci diverse, non cedere alle contrapposizioni, entusiasmante procedere.
Le differenze sono molte, ci sono età, esperienze, tradizioni, culture politiche. Eppure la forza originaria tiene e spinge in avanti. La forza è il punto di vista, l’analisi acuta e tagliente, puntuale e nello stesso tempo inclusiva. Cioè essere partite dalla violenza sulle donne, dal femminicidio. E averla ribaltata. Non più vittime designate, oggetto di una violenza patriarcale speciale e settoriale, separata e distinta da qualunque altra, oggetto di rappresentazione compiaciuta e ricorrente nei media – messa al loro posto delle donne e offerta di un’identità agli uomini, fossero anche salvatori – insomma totalizzazione di un conflitto, raccontato come unico e universale.
La violenza contro le donne è sistemica, dicono i documenti di NonUnaDiMeno, ma non perché naturale rovescio delle relazioni d’amore, la violenza è il volto feroce del neoliberismo e del neocapitalismo che affonda nella vita quotidiana. Il pilastro dello sfruttamento del lavoro e dell’economia, che mascherano la violenza del dominio con la vita soft del consumatore povero deprivato di scelte autentiche. È il filo che lega i diversi temi dei tavoli, dalla violenza alla salute, al diritto, a narrazioni e comunicazione, ai femminismi migranti. A lavoro e welfare.
In effetti una forza enorme di cambiamento, avere un punto di vista comune che guarda il mondo e lo interpreta. Permette di rovesciarlo, non accettarne l’ingiustizia, la struttura del potere. Naturalmente è un processo.
Come è stato per lo sciopero. Una conoscenza che avviene mentre si procede, in quel lavoro – faticoso, parola trasformativa – di tenere insieme, comporre un disegno che non ha una forma precostituita con tasselli tutti necessari e tutti differenti. È proprio quello che manca ai movimenti, alle campagne, per non parlare delle forze politiche più o meno alternative. Una lettura comune, idee comuni che creino uno spazio comune.
L’assemblea di NonUnaDiMeno ha dedicato tempo anche al come organizzarsi, al come decidere, su come coordinarsi, decidendo alla fine che città, ai territori facciano le loro scelte. Il calendario e è molto fitto, mobilitazione in ottobre, 26 novembre, giornata del 27 settembre accogliendo l’invito delle argentine. Tra l’altro attenzione alla legge di stabilità, per intervenire sul welfare. Presidio della sanità pubblica. Mobilitazione sulla pace.
La marcia di NonUnaDiMeno continua.
(il manifesto, 25 aprile 2017)
dal 18 al 27 maggio 2017
segnalato da Laura Minguzzi
(traduzione fatta con Traduttore Google scusate alcuni termini inconsueti)
La Showroom presenta Become Two , una nuova installazione cinematografica dell’artista berlinese Alex Martinis Roe che deriva dal suo impegno continuo con le comunità femministe internazionali e le loro pratiche politiche.
Oltre sei film per diventare due tracce le storie di sei diversi, ma collegati, gruppi femministi dagli anni ’70 ad oggi che hanno costruito comunità in Europa e in Australia. Tra queste figurano la cooperativa della Libreria delle donne di Milano; Psychanalyse et Politique, Parigi; Studi femminili presso l’Università di Utrecht; Una rete a Sydney, comprese le persone coinvolte nelle Cooperative Filmmaker di Sydney, i Femministi Film Workers e il Dipartimento di Filosofia Generale dell’Università di Sydney; E Duoda – Centro di investimenti di Mujeres e Ca La Dona a Barcellona.
Utilizzando vari metodi come l’osservazione dei partecipanti, l’intervista di storia orale e la ricerca d’archivio, Martinis Roe offre proposte su come affrontare la società contemporanea attraverso le metodologie femministe. Per il film finale, la nostra rete futura (2016), Martinis Roe ha istituito una nuova rete per esplorare queste storie e ciò che può essere trasferito in metodi per il lavoro collettivo, che ha portato allo sviluppo di venti proposizioni per le pratiche politiche collettive femministe.
Alla Mostra, il progetto si evolverà ulteriormente con un programma di eventi e workshop condotti da Martinis Roe per estendere le proposte di Our Future Network per le pratiche collettive femministe secondo le esigenze, i desideri ei contesti di coloro che partecipano.
Design in collaborazione con Fotini Lazaridou-Hatzigoga. Serie Poster in collaborazione con Chiara Figone. Diventare due è stato prodotto con il sostegno del curatore Susan Gibb.
Programma:
Giovedì 18 maggio, ore 7-9: Introduzione a Bec Become Two
Alex Martinis Roe presenta il progetto in conversazione con Helena Reckitt, docente di curatrice all’oro dell’Università di Londra e partecipante alla nostra rete futura .
Venerdì 19 / Sabato 20 / Martedì 23 Maggio, ore 6-9: Laboratorio a tre parti
Durante tre sessioni, i partecipanti intraprenderanno una serie di esercizi che si espanderanno sulle proposte generate nel progetto Our Future Network per sviluppare ulteriori proposte per nuove pratiche politiche femministe. Questi workshop si concluderanno in occasione di un evento pubblico sabato 27 maggio, dove i partecipanti adotteranno le loro proposte collettive.
I laboratori si adattano a coloro che hanno interesse a pratiche politiche collettive e / o femminismo, ma non è necessario partecipare a una conoscenza approfondita della storia o della teoria femminista. I partecipanti devono poter contribuire a tutti e tre i workshop e l’evento finale, nonché alcune discussioni e corrispondenze con l’artista nelle prime due settimane di maggio.
Per partecipare, si prega di trasmettere espressioni di interesse a Eva Rowson, Coordinatore Programmatico entro Domenica 30 Aprile 17 (vedi dettagli sotto).
Lunedì 22 maggio, ore 6-9: sessione aperta
Un workshop unico per coloro che desiderano apprendere di più il progetto. I partecipanti esploreranno alcune delle pratiche politiche narrate nell’installazione del film attraverso esercizi basati sulla discussione e esperimenti collettivi.
Per partecipare alla sessione aperta, si prega di inviare espressioni di interesse a Eva Rowson, coordinatore del programma entro Domenica 14 maggio ore 17.00 (vedi dettagli sotto).
Sabato 27 maggio, ore 2-6: Salone pubblico
Un salone pubblico dove saranno presentate le proposizioni di nuove pratiche femministe durante i workshop presso The Showroom. Queste proposizioni partiranno dalle pratiche storiche esplorate nella serie Become Two , estese e adattate dai collaboratori del workshop in base alle loro esigenze e contesti.
Partecipazione workshop: espressioni di interesse
Per partecipare al workshop e all’evento finale: inoltrare espressioni di interesse a Eva Rowson, Coordinatore Programma eva@theshowroom.org , domenica 30 aprile alle 17.00.
Per favore includere:
• Conferma di impegnarsi in tutte le date e disponibilità per intraprendere discussioni preparatorie e corrispondenza con l’artista nelle prime due settimane di maggio.
• Breve biografia (100 parole)
• breve dichiarazione di motivazione per la partecipazione (150 parole)
Per partecipare all’officina aperta: inoltrare espressioni di interesse a Eva Rowson, Coordinatore Programma eva@theshowroom.org , domenica 14 maggio ore 17.00.
Includere una breve motivazione di partecipazione (150 parole)
Alex Martinis Roe per diventare due è co-commissionato da ar / ge kunst (Bolzano); Casco – Ufficio per l’Arte, Design e Teoria, (Utrecht); Se non posso ballare, non voglio essere parte della tua rivoluzione (Amsterdam) e The Showroom (Londra). I corsi di accompagnamento e le prestazioni sono co-commissionati dalla Fondazione Keir. Il progetto è stato realizzato con il sostegno del Graduiertenschule der Universität der Künste Berlin e del governo australiano attraverso il Consiglio australiano per le arti e il suo finanziamento e consiglio di arti.
Il progetto sarà presentato da Badischer Kunstverein (Karlsruhe) dal 8 settembre al 26 novembre 2017.
Design in collaborazione con Fotini Lazaridou-Hatzigoga. Serie Poster in collaborazione con Chiara Figone. Diventare due è stato prodotto con il sostegno del curatore Susan Gibb.
Una pubblicazione per diventare due , pubblicata da Archive Books, sarà pubblicata durante la mostra.
Grazie a Ismail Ali: Project ALCHEMY, Mercedes Vilardell, Paddington Development Trust, Chiesa di San Paolo e Centro Comunale, Chisenhale Gallery, Gasworks, Galleria Lisson e Matt’s Gallery per il supporto espositivo presso The Showroom.
Credo d’immagine: Alex Martinis Roe, la nostra rete futura , film ancora della proposizione Produttivi rifiuti , sviluppato in collaborazione con Helena Reckitt, 2016.
- Artista
Alex Martinis Roe
Alex Martinis Roe b. 1982 (Melbourne, Australia) è un artista con sede a Berlino. I suoi progetti attuali si concentrano sulle genealogie femministe e cercano di promuovere relazioni specifiche e produttive tra le diverse generazioni come un modo per partecipare alla costruzione delle storie femministe e dei futures.
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Alex Martinis Roe: diventare due
Una nuova installazione cinematografica dell’artista berlinese Alex Martinis Roe che deriva dal suo impegno continuo con le comunità femministe internazionali e le loro pratiche politiche.
di Luisa Muraro
Differenza di genere e differenza sessuale s’intitola il libro più recente, una raccolta di saggi, sulla svolta storica che ha aperto l’orizzonte di una possibile civiltà futura – sottotitolo: Un problema di etica di frontiera (a cura di Carmelo Vigna, Orthotes, Napoli 2017). La differenza sessuale, da sempre una messa alla prova per la specie umana, con la rivolta femminista è diventata un punto di leva per chi non vi inciampa.
Ci sono scoperte che non finiscono mai, s’intitolava una Via Dogana cartacea, riferendosi alla differenza sessuale, paragonata alla scoperta dell’America. “Ci hanno scoperti” dice il Selvaggio vedendo arrivare le tre caravelle di Colombo. Si dice “scoperta”, in effetti, ma che cosa vuol dire? Chi scopre che cosa?
La fabbrica del sesso, il saggio più notevole che io conosca sulla storia del corpo sessuato in Occidente, autore Thomas Laqueur (1990), ci risponde con due tesi sorprendenti ma ben documentate. La prima dice che, fino a pochi secoli fa, esistevano a tutti gli effetti uomini e donne, ma erano visti come realizzazione più/meno perfetta di un unico ente sessuato: l’Uomo, la donna essendo considerata un uomo imperfetto, e come lei tutta una serie di minoranze, quelle, per intenderci, che oggi ritroviamo in LGBT… La seconda tesi, ancor più sorprendente, ci informa che la scienza che si basa sull’osservazione dei fatti arriva a dire la sua, ma è seconda, terza, dopo che sono cambiate altre cose, per esempio la scoperta scientifica delle cellule femminile/maschile (ovulo/spermatozoo) è venuta largamente dopo che la cultura si fu convinta che i sessi sono due. Due, asimmetrici, incomparabili e… uguali. Da lì, problemi e discussioni che arrivano fino a noi, non senza esiti confusionari. Uno per tutti, che il termine “genere”, che doveva affiancare criticamente la metonimia sessuale, ne ha preso invece il posto, diventando una specie di nube metaforica.
Insomma, la differenza sessuale resta un cantiere aperto, dove neanche i fatti hanno l’ultima parola.
La domanda che può orientarci è semplice da formulare e, grazie agli studi storici, abbiamo sufficienti elementi per affrontarla: qual era la posta in gioco? E qual è ora?
Dal mondo classico fino a Hegel, la ragione dichiarata è sempre stata il fare Uno; la dava per buona anche quell’ottimo uomo di mio padre (che non faceva niente senza l’accordo di sua moglie), per giustificare il suo titolo di Capofamiglia. Avevano dei buoni argomenti, da Aristotele fino a mio padre, ma non dicevano tutto. Secondo Laqueur, il modello classico del patriarcato si è sviluppato intorno a una segreta domanda: che senso ha l’uomo, quello con la u minuscola? Darwin, nei termini suggeriti dalla sua stessa dottrina, avrebbe detto: perché ci vuole un individuo a sé stante per veicolare lo spermatozoo? Sono sprazzi di un’ancora incipiente consapevolezza, quella della differenza maschile che affiora fuori dal neutro universale, e vuole parlare per sé stessa, come si sente in questo titolo che per me riassume la domanda d’aiuto di un’intera civiltà centrata sul maschile: “L’homo erectus non si regge da solo”.
La posta in gioco, oggi, non è più l’Uno e va incontro alla differenza, in particolare quella maschile. Si tratta infatti, oggi, di dare vita a un nuovo circolo della mediazione tra l’essere corpo e l’essere parola, l’uno che interpreta l’altra e viceversa, ma senza rispecchiamento e tanto meno coincidenza, così che ci sia posto per il senso libero della differenza sessuale.
Il libro che ho citato in apertura a questo mio discorso, va in questo stesso senso, con la convergenza dei suoi diversi saggi circa l’impossibilità di azzerare la differenza sessuale e di liquefare il Gender, come si legge nella prefazione.
Tra i diversi contributi segnalo quelli di Riccardo Fanciullacci (La generazione della libertà femminile e la tessitura dell’universale) e di Stefania Ferrando (Oltre i paradossi della differenza: la pratica politica del simbolico). Li segnalo per la loro profonda conoscenza del pensiero della differenza sessuale, al quale non solo danno contributi notevoli e originali, ma anche l’impostazione indispensabile alla sua lettura storica. Ed è che la sua scaturigine coincide con il rigetto dell’offerta neutralizzante di emancipazione, fatta alle donne dalla borghesia e dal socialismo, respinta dalle prime femministe ai tempi di Carla Lonzi, nell’atto di una presa di coscienza e di parola a partire da sé. Fu l’apertura del cantiere per chi non ha paura del lavoro del pensiero, e l’invito a un nuovo tipo di agire politico, relazionale.
(www.libreriadelledonne.it, 21 aprile 2017)
Di fronte ai femminicidi ci spaventa l’idea che molte vittime avessero denunciato violenze e minacce.
Negli ultime settimane ha fatto parlare il caso siciliano di Lidia Vivoli, sopravvissuta ad un tentativo di femminicidio da parte del suo ex convivente che sta per uscire dal carcere: lei ora vive nel terrore di morire da qui a poco poiché lui l’aveva minacciata di vendicarsi.
Partecipando in collegamento ad una delle trasmissioni che l’hanno ospitata per raccontare la sua storia ho avuto la netta sensazione che al pubblico a casa il messaggio che arrivasse prepotentemente fosse Se denunciate vi mettete in pericolo.
Ricordo che durante un incontro sulla violenza di genere in una scuola superiore una ragazza mi disse che di fronte a un fidanzato possessivo e ossessivo l’unica strada è «cercare di deluderlo e farsi lasciare, perché lo Stato non c’è, nessuno ti difende».
Mi parse allora come mi pare adesso inaccettabile che una ragazza di 17 anni si rassegni al vuoto istituzionale e al fai-da-te.
Il messaggio che ci arriva dai media è che la denuncia ci metta in pericolo scatenando nell’uomo violento il gesto estremo.
Ma è proprio così? E come salvarsi?
UN LUOGO DI LIBERTÀ
Mi dice Titti Carrano, presidente della rete D.i.Re dei centri antiviolenza: «I casi di femminicidio di cui leggiamo riguardano donne che non si erano rivolte ai centri antiviolenza, e questo è un elemento che ci dice quanto il coordinamento tra forze dell’ordine, servizi sociali e centri sia fondamentale».
Nel riconoscimento della violenza e nella valutazione del rischio il centro antiviolenza ha infatti un ruolo specifico e basilare, ma è importante sottolineare che è anche un luogo che accoglie, senza giudicare.
«È innanzitutto è un luogo di libertà dove le donne riprendono in mano la propria vita, con le difficoltà che ci sono e vanno riconosciute. Noi vediamo le donne ogni giorno, 365 giorni l’anno, ci portano il loro vissuto drammatico e noi ci poniamo nei loro confronti in una relazione alla pari; il nostro non è un approccio diagnostico, sappiamo bene che la violenza maschile contro le donne ha una radice patriarcale e non ha nulla a che vedere con la malattia».
Sono tantissime le donne che ce la fanno e che riescono a ricostruirsi una vita insieme ai propri figli: «La violenza non è un destino e gli uomini, se si agisce con competenza, si fanno da parte», chiarisce la presidente di D.iRe.
Nell’immaginario comune il centro antiviolenza è un luogo dove rivolgersi unicamente quando vi sono gravi problemi di violenza fisica, mentre le operatrici sono preparate ad accogliere tutte le forme di violenza, quella psicologica, economica, sessuale e lo stalking. È luogo comune pensare che subiscano violenza donne deboli o poco istruite e che una donna forte e determinata non abbia bisogno di aiuto. Non è così: la violenza è trasversale e ci coinvolge tutte, e spesso è proprio la forza femminile che destabilizza uomini incapaci di stare in relazioni paritarie.
LE STORIE INVISIBILI, FATICOSE MA CON UN LIETO FINE
È bene ricordare che ci sono anche le storie finite bene. Se penso a quelle che in questi anni ho incontrato personalmente in vari luoghi d’Italia si sono risolte tutte positivamente. Come quella di Sara, 45 anni, italiana con un marito italiano ossessionato dal controllo. Lei aveva un ottimo stipendio ma non poteva scegliere autonomamente nemmeno di comprarsi un vestito, doveva consegnargli anche gli scontrini della spesa. Sara aveva subito violenze fisiche in un paio di occasioni e si era rivolta a un centro antiviolenza per capire come comportarsi nel chiedere la separazione, sapendo che lui non l’avrebbe accettata e temendo per l’equilibrio dei tre figli. Grazie al coordinamento tra centro antiviolenza, servizi sociali e forze dell’ordine questa donna era riuscita ad ottenere la separazione. Il marito, messo al corrente dalle forze dell’ordine delle conseguenze dello stalking aveva compreso la situazione e accettato la scelta di Sara di trasferirsi in un’altra città dove aveva dei parenti, mantenendo una buona relazione con i propri figli. Nella seconda città aveva proseguito il suo percorso con un nuovo centro antiviolenza per circa due anni, garantendo a se stessa e ai suoi figli il mantenimento di una situazione equilibrata e serena.
Penso ad Asha, 19 anni, indiana, che dopo l’esame di maturità aveva all’orizzonte un matrimonio combinato dalla famiglia e come alternativa al suo rifiuto un viaggio in India probabilmente senza ritorno. Non avendo mai subito violenze fisiche ed essendo maggiorenne si era sentita rispondere dai servizi sociali che nessuno avrebbe potuto intervenire per aiutarla ma grazie al consiglio di una prof si era rivolta ad un centro antiviolenza e a distanza di sei mesi aveva un lavoro part-time e una casa che divideva con altre due ragazze in una Capitale europea.
Penso a Sofia, 27 anni, albanese, con un convivente italiano che la teneva quasi segregata in casa insieme al loro bambino di quattro anni. Poteva uscire solo per andare e tornare dalla scuola materna, della spesa si occupava lui. Era molto bella Sofia e non poteva nemmeno affacciarsi alla finestra perché lui era ossessionato dalla gelosia che altri uomini potessero suscitare il suo interesse. Si era presentata al centro antiviolenza con 30 euro in tasca messi da parte in qualche mese; era di ritorno alla scuola materna. Sofia e il piccolo erano stati trasferiti in una casa rifugio, in un luogo segreto anche alle forze dell’ordine.
Certo, non era stato facile ricominciare tutto da capo, ma a distanza di tre anni Sofia lavorava e manteneva il suo piccolo in un piccolo appartamento in affitto e quell’uomo aveva smesso di cercarli.
Penso a Erika, 35 anni, italiana con un marito italiano, succube da otto anni del controllo del compagno e della suocera che aveva le chiavi del suo appartamento e vi entrava ed usciva quando voleva perché Erika non era abbastanza brava a stirare, a cucinare, ad accudire un compagno che tanto ringraziava la madre di essere invece perfetta e di abitare al piano di sotto. Qualche schiaffo tra i due, quando Erika alzava la testa durante i litigi in una coppia dove lei dipendeva economicamente da lui lavorando senza contratto (con una laurea in Legge in tasca) nella piccola azienda di famiglia fondata dal suocero. Al centro antiviolenza Erika si era rivolta per cercare di capire, senza mai nominare la parola violenza, come imporre il proprio desiderio di staccarsi dall’invadenza della suocera senza far perdere il controllo a un marito che quando si infuriava le diceva «se dici ancora una parola ti disfo». Il dubbio di subire violenza lei ce l’aveva, ma non riusciva a nominarlo, attribuendo al marito un carattere particolare e concentrando la responsabilità su quella suocera onnipresente. Nel percorso intrapreso Erika aveva imparato a dare un nome alle cose, aveva messo insieme i tasselli di un rapporto in cui la violenza era ovunque, anche nel dover accudire due cani che lui aveva portato a casa senza prima consultarla, anche in una vita sessuale vissuta per lo più con l’obiettivo di soddisfare lui e rinunciare al proprio piacere se lui raggiungeva l’orgasmo in troppo poco tempo. Oggi ha un altro uomo a fianco che ogni giorno le dimostra la differenza tra amare e possedere, lavora in uno studio legale e sta pensando di diventare mamma.
A 17 ANNI COME A 50
Ci tengo a sottolineare che la violenza non riguarda dei mostri e delle sprovvedute, ma uomini che ritengono normale esercitare un controllo sulla partner e donne che confondono inizialmente quel controllo con attenzione.
Sono infatti spesso meravigliosi, prototipi del principe azzurro che ci ricopre di fiori e carinerie quegli stessi uomini che si trasformano lentamente in carnefici e noi donne per prime ne sottovalutiamo i comportamenti, a partire dalla violenza psicologica che si manifesta con alcuni elementi inequivocabili quali lo svilimento delle nostre qualità, l’umiliazione e un lento isolamento dalle altre nostre relazioni amicali e familiari. Un uomo non si improvvisa violento, prima delle violenze fisiche ci sono sempre quelle psicologiche che tendono a manipolarci e limitare la nostra libertà.
È importante sapere che al centro antiviolenza -come al numero 1522 – ci si può rivolgere anche nel dubbio di subire violenza, proprio perché all’interno di una relazione sentimentale non sempre è facile distinguere il confine tra amore e non-amore e più si è coinvolte nei sentimenti più si tende a giustificare quei comportamenti del partner che feriscono o gli eccessi di gelosia che opprimono.
La violenza non è «troppo amore», la violenza è controllo, è esercizio di potere.
E la solitudine è l’ambito in cui la violenza si rafforza. Rivolgersi al centro antiviolenza ben prima di arrivare alla violenza efferata può salvarci la vita. L’operatrice ci aiuta a comprendere anche i nostri stati d’animo, le nostre paure. Ci aiuta a conoscerne i meccanismi permettendoci di non sottovalutare i comportamenti e i segnali – una frase, una scenata, uno schiaffo – decodificandoli ed evitandoci di prendere coscienza della situazione solo a distanza di anni.
E in caso di pericolo attiva la rete intorno a noi al fine di proteggere la nostra incolumità e il nostro diritto di uscire definitivamente da una relazione, salvaguardando anche il benessere dei figli ove ci siano.
Un altra grande competenza che hanno le operatrici dei centri è infatti la valutazione della violenza assistita dai bambini, elemento spesso sottovalutato o addirittura sconosciuto in altri ambiti di intervento.
LA TRAPPOLA DELL’ULTIMO APPUNTAMENTO
Una raccomandazione che ci arriva dai centri antiviolenza è quella di non fidarsi del cosiddetto ultimo appuntamento, quello chiarificatore, quello per rimanere amici.
È infatti durante questo ultimo incontro che molte donne o ragazze sono state uccise, anche nel caso di Lidia Vivoli (che invece è viva) è stato così: l’aveva lasciato, si erano rivisti in una giornata in cui lui era stato meraviglioso e le aveva chiesto di fermarsi a dormire da lei, per un’ultima volta. Si erano addormentati abbracciati, come due persone che chiudono definitivamente una relazione con tenerezza.
Poi quell’uomo affettuoso ha cercato di ucciderla massacrandola con una padella e delle forbici, e per tre lunghissime ore Lidia, sequestrata e gravemente ferita, ha contrattato la propria sopravvivenza.
Il raptus non esiste, esiste la premeditazione lucida e spietata di chi ci attrae in una trappola rassicurandoci con atteggiamenti concilianti e amichevoli.
Un uomo possessivo che si rivela nuovamente dolce e conciliante, talvolta supplichevole, non deve tranquillizzarci, e qui non si tratta di essere più o meno ingenue, si tratta di essere informate del fatto che anche ragazzi e uomini dal carattere mite e gentile possono trasformarsi in assassini quando il loro maschilismo ha il sopravvento e il maschilismo in questo Paese investe ogni relazione, ogni persona. Se si desidera accettare un invito, per evitare altre insistenze o per scongiurare azioni più violente pensando di poter controllare la situazione, è bene presentarsi all’incontro con familiari o amici, possibilmente più di uno, mai da sole.
Per conoscere il centro antiviolenza qualificato nel proprio territorio si può accedere al sito D.i.Re o al sito Telefono Rosa o rivolgersi al numero antiviolenza 1522. Va ricordato che caratteristica dei centri è la garanzia dell’anonimato.
(Elle, 19 aprile 2017)
Tutti credevano di conoscere Valeria Parrella. Ed ecco la sorpresa: un romanzo che sembra uscito dalla penna del marchese de Sade.
Luisa Muraro incontra Valeria Parrella per discutere del suo ultimo romanzo: Enciclopedia della donna – Aggiornamento (Einaudi 2017). Partecipa Chiara Valerio. Conduce Rosaria Guacci.
di Stella Zaltieri Pirola
Da adolescente fino ai 20 anni ho fatto la modella. I miei genitori trovavano fosse un’opportunità unica e io decisi di compiacerli. Avevo da redimermi per il mio precoce dichiarato lesbismo e sfilare significava l’occasione di mostrargli che dopotutto ero normale. La mia identità di ragazzina si costruì a partire dagli sguardi luridi degli uomini che stavano fissi a guardarmi, facendomi sentire una piccola preda impotente di fronte a un branco di lupi affamati. Il loro sguardo mi ha consumata dal di dentro fino ai muscoli e alla pelle. Sotto un regime di perfezione estetica le privazioni alimentari delle mie compagne di carpet erano quotidiane; un’insalata semplice era considerata un pasto completo. Ci volle poco tempo prima che arrivassero le proposte sessuali. Agenti, presentatori, giornalisti, uomini di ogni età si avvicinavano a noi raccontando delle possibilità che avevano da offrirci e quello che volevano in cambio era chiaro. Conobbi ragazze che accettarono, una volta o di più, per soldi o in cambio di raccomandazioni. Avevano 17, 18 anni come me, erano ambiziose e persuase che il compromesso era necessario. Tacevano la loro scelta, sembravano spavalde e sicure di sé, ma mi era perfettamente visibile sul loro volto il prezzo altissimo che pagavano. Un ricordo che mi sovviene alla mente è quello di una ragazza che si massaggiava bruscamente le cosce con una patata cospargendole poi di lacca per nascondere la cellulite, toccandosi con un distacco e una materialità tale che mi indusse a pensare a un calzolaio che lucida una scarpa, a un chirurgo che pulisce i suoi strumenti. Il loro corpo era il loro strumento e più le guardavo e più mi parevano delle donne perse, spezzate nella loro identità, ossessionate dal loro corpo, dal desiderio morboso di essere belle secondo il gusto degli uomini, per piacergli, per essere scelte da loro ancora e ancora. Libertà di autodeterminarsi, di essere imprenditrici di se stesse, la chiamano alcuni. Mentre altri fanno uso delle donne senza troppo preoccuparsene. Sbocciò in me un desiderio che in breve tempo si trasformò in un irrimediabile fuoco femminista e da un giorno all’altro, in conflitto con la mia famiglia, rifiutai di continuare a sfilare. La mia sola presenza in quell’ambiente mi faceva sentire una complice sporca di un sistema che mi odiava e mi riduceva a oggetto. Non c’è alcuna libertà nella scelta di vendersi, le donne che lo fanno si considerano di meno valore dei tacchi che portano e credono di non poter chiedere di meglio per se stesse; di questo io sono sicura. Non si può pensare che una donna possa ricevere del denaro in cambio di una prestazione sessuale credendo che questo non abbia riflesso sulla sua integrità, sulla sua anima. La riduzione di sé a cosa non è senza conseguenze, non è come vendere il proprio cervello al lavoro intellettuale o le proprie braccia alla fabbrica. Delle libertà di chi stiamo parlando? Delle donne di vendersi? No, degli uomini di comprarci. La solita storia dunque, che dopo l’emancipazione sessuale femminile ci viene meschinamente offerta come una nostra libertà, di una libera preda in un libero branco di lupi.
(www.libreriadelledonne.it, 20 aprile 2017)
Video: La biblioteca delle donne “Mauretta Pelagatti”, fondata a Parma nel 1979
La città non dice il suo passato, lo contiene come le linee d’una mano, scritto negli spigoli delle vie. Noi abbiamo cercato le linee della storia femminile, e le abbiamo raccontate… La città delle donne è un cammino in questa storia.
Tramite QRcode, dieci paline diffuse in città consentiranno di accedere a una webApp da cui scaricare immagini, video, testimonianze e approfondimenti sulla storia delle bustaie di fine ’800, delle prime donne elette in consiglio comunale nel 1946, delle sovversive durante il regime fascista o delle femministe degli anni ’70, delle partigiane o delle donne che negli anni ’80 fondarono il Centro antiviolenza.
Cerca le paline, scarica la App QRcodeReader, inquadra il QRcode e… buon cammino!
csmovimenti.org/lacittadelledonne
di Alessandra Pigliaru
Narrativa. «Troppo sale. Un addio con ricette» di Stefania Giannotti, edito da Feltrinelli. Un memoir che riannoda i fili di un tempo improvvisamente mutato, con la morte di un figlio 17enne
«Bisogna lasciarlo fare il mondo. Non mi risparmierà niente, ma se taccio potrebbe raccontarmi quello che ancora non so e farmi vedere dove non vedo». È una commossa gratitudine ciò che scuote dopo la lettura di Troppo sale. Un addio con ricette, appena pubblicato da Stefania Giannotti per Feltrinelli (pp. 182, euro 16). Memoir esperienziale, fortemente spirituale, una preghiera alta e meravigliosa che racconta di bagliori e cadute, attraverso una scrittura poetica – e politica – su di sé e sul mondo.
AL CENTRO LA SCOMPARSA del figlio dell’autrice nel mare di Carloforte, in Sardegna, 25 anni fa. Il ragazzo, diciassettenne e amatissimo, è il «tu» che nella narrazione riannoda i fili di un tempo franto e improvvisamente cambiato di segno, da reinventare.
Nelle pagine consegnateci da Giannotti, quel «tu» diventa sineddoche di amore indiviso, di madre che sopravvive al dolore più grande e che, rivolgendosi alla propria mancanza, domanda di poter vivere ancora e lo fa.
Vive ancora, Stefania, nonostante un vuoto di deserti e che riesce a mutare in tavola da imbandire anche per chi se n’è andato.
Sullo sfondo, la luce imprevista dell’obbedienza al cielo, di un dio minuscolo che si comincia a scrivere in altro modo per farselo amico, infine il chiaroscuro di uno strappo che se dapprima imponeva silenzio, ora trova sponde, le parole per riferire di cose irreparabili, imponderabili, e che vanno prese in carico, con cura. Una speciale trama di relazioni, di affetto e di sostegno ha ricevuto Stefania Giannotti, a partire da quelle interne al femminismo, un modo per scalzare il «nulla» che ha accompagnato tutto il «dopo».
Insieme però c’è una presenza, nella insostenibile e incredula trafittura che da congedo diventa mancanza incolmabile, emerge soprattutto la forza di una donna che sceglie di restituire la narrazione di sé con una libertà del vivere che colpisce nel profondo.
CAPIRE, RASSEGNARSI, rinunciare alla propria vita, abbandonarsi allo scorrere dei giorni? Che fare, esattamente di quel che resta dei giorni? Stefania Giannotti decide di cucinare, o meglio di continuare a cucinare e tenere con sé, anche dopo la scomparsa del figlio, questo «campo relazionale» che è sempre stato il cibo per lei, osservato, maneggiato e preparato per fare da alimento; per sé e gli altri: «è il rito beato della trasformazione calcolata, della materia che cambia fino a diventare commestibile, appagante, piacere, nutrimento, distrazione».
Se il reale è capace di ghermire e procurarci strazi che mai ci saremmo aspettati di vivere, il reale del cibo è infatti quella materia – il dato prima opaco e spesso inespugnabile – che segue il verso della mano, perché si pensa, e si sente, anche con le mani. Si piega, la materia, alla vividezza sensuale di un consenso all’esistere. E si entra in contatto con gli altri e le altre, si innesca non la competizione culinaria a cui siamo abituati ma la dedizione al condividere.
UNA MEMORIA che non dice il piacere del consumo ma l’infinito intrattenersi della preparazione – come in una tessitura – con centinaia di ingredienti e abbinamenti che, in calce ai paragrafi e in appendice, raccontano in Troppo sale uno spazio che è casa ovunque. In un ristorante, in un luogo privato, al Cicip&Ciciap, o alla Libreria delle donne di Milano insieme alle cuoche di Estia: «la cucina allora è metafora della vita. Come lei prepotente pretende una partecipazione attenta e assorbe completamente la mente e il corpo. Non ci si può distrarre, rimandare, perdere la misura».
E la perdita diventa quasi accessibile, per uno strano catechismo della gioia di cui bene ha raccontato Cristina Campo. O per il ringraziamento stupito che si deve a chi non si ama, di cui ha scritto Wislawa Szymborska. «Perdo te e mi resta soltanto il mondo», sembra rispondere loro Stefania Giannotti. Un mondo stupefacente che come il cielo non finisce, dotato di una consistenza imperfetta e di cui il dolore e il desiderio di vivere sono parti che non possono essere espunte.
SCHEDA
Stefania Giannotti è architetta, la cucina è più di una passione; i suoi libri precedenti sono «Zucchero a velo» (La Tartaruga, 1990); «Fuochi» (Libreria delle donne di Milano), insieme ad altre autrici cuoche varie. Oggi, a Milano, nell’ambito di «Tempo di Libri» (16.30 – Sala Optima, pad. 4), la prima presentazione di «Troppo sale». Dialogherà con l’autrice Liliana Rampello.
(il manifesto, 20 aprile 2017)
di Chiara Calori
Le elezioni presidenziali americane dello scorso novembre hanno risvegliato in me un’esigenza particolare. Alle tre di notte ero sveglia per assistere ai dibattiti in tv perché mi piaceva vedere lei, sentire lei, Hillary Clinton, che senza paura e con grande competenza rispondeva alle domande dell’anchorman o ribatteva a Donald Trump. Non c’è ingenuità in quello che dico, sono consapevole del carattere di Hillary a tratti ambiguo, poco trasparente e governato più da personali ambizioni di potere che da spirito di servizio: non è perfetta, certo, ma avrei comunque voluto lei a rappresentare gli Stati Uniti.
L’ho desiderato come se fosse una novità assoluta, senza precedenti, dimenticandomi di altri validi esempi, Germania e Regno Unito, tanto per citarne due. Questi però non sono entrati nel mio quotidiano e nelle mie viscere come l’incompiuta esperienza americana.
Il fatto è che Merkel e May sono silenziose, corrette e composte, perfette servitrici dello Stato. È un fatto senz’altro positivo, ma una figura in quella posizione vorrei si notasse anche per altri motivi. Non mi si fraintenda, ammiro chi ricopre una carica pubblica con sobrietà, rivolto al lavoro e non ai riflettori, ma quando una donna arriva dove Hillary ha provato ad arrivare, io voglio sentire una voce squillante e vibrante e chiara come la sua che mi parla e che mi ispira. Ancora di più ora, in quest’epoca di personalismi, giusti o sbagliati che siano, io vorrei sentire qualche voce femminile emergere tra le voci maschili che perennemente monopolizzano microfoni e spettatori.
A questo punto ci si potrebbe chiedere: perché bisogno di tanta esuberanza? Semplice: ho bisogno di una paladina della femminilità che abbia risonanza a livello mondiale e che, quando un certo signore firma decreti decidendo del corpo femminile, e lo fa circondato da soli uomini senza che vi sia una singola donna a rappresentare gli interessi di quel corpo, mi spieghi che lo fa perché vuole subdolamente dire “State tranquille signore, gli uomini ora sono al potere e si prenderanno loro cura di tutto”, per rigettare ancora una volta le donne nella passività e nell’irrilevanza da cui vogliono tirarsi fuori. Questo non può passare sotto silenzio: servono una voce e una mente vigili che denuncino queste prevaricazioni e tengano aperto lo spiraglio della verità sulle donne, liberi esseri umani anch’esse, e non materia fagocitabile dal sistema senza che si levino voci a contraddirlo.
Mi rendo conto che può sembrare una debolezza affermare un bisogno di questo tipo eppure così stanno le cose. Svegliarsi ogni giorno e sentire il bisogno di una parola, di un libro, di un’immagine che mi ricordi di non abdicare mai alle responsabilità del pensiero e della vita. È camminare su un filo sottile, è faticoso, a tratti frustrante, e dunque voglio un aiuto: sapere che c’è una donna, una Hillary, tenace e sferzante, che dall’altra parte dell’oceano dà filo da torcere a chi si sveglia al mattino sicuro e tranquillo delle proprie prerogative – non vorrei generalizzare dicendo “i maschi” – mi farebbe decisamente piacere e mi darebbe l’energia per iniziare bene la giornata.
(www.libreriadelledonne.it, 20 aprile 2017)
Nell’ambito di «Tempo di Libri» (Sala Optima, pad. 4), la prima presentazione di «Troppo sale». Stefania Giannotti dialoga con Liliana Rampello
Care amiche, amici e conoscenti di Rosetta Stella, il 20 aprile prossimo il Comune di Martano, dove Rosetta era nata ed è sepolta in attesa della resurrezione (lei ci credeva e anch’io voglio crederlo), desidera ricordarla e ci invita a partecipare di persona all’incontro, se possiamo.
Possiamo farlo anche con i nostri personali ricordi, chi non ne ha? Lei frequentava le persone più diverse e faceva le cose più imprevedibili, ma nei molti anni in cui l’ho frequentata, è sempre stata fedele alla causa della libertà femminile, a cominciare dalla sua. (E mi ha voluto un gran bene.) Luisa Muraro.
L’incontro si terrà nella Sala Consiliare del Comune di Martano (Lecce) alle ore 18.30 di giovedì 20 aprile 2017
Per altre informazioni, contattate pure Gaia di Roma: gaialeiss@gmail.com
di Franca Fortunato
La presentazione del libro L’Europa delle Città Vicine (Edizioni Mag, Verona 2017) svoltasi a Catanzaro il 6 aprile scorso nella sede della Legacoop Calabria, per iniziativa mia, di Serena Procopio e Lina Scalzo, come Città Vicine e Donne della Differenza di Catanzaro, in collaborazione con la presidente regionale della Legacoop, Angela Robbe, è stata un’occasione di conoscenza reciproca, di confronto, di scambio e di dialogo con alcune imprenditrici e cooperatrici, che con le loro imprese hanno aperto anche in Calabria nuove vie, creato “nuove istituzioni” per un’Europa più vicina alle vite, ai bisogni e ai desideri. Un’Europa di cui come Città Vicine abbiamo parlato al convegno del 21 febbraio 2016 a Roma alla Casa Internazionale delle donne e di cui il libro, a cura di Loredana Aldegheri, Mirella Clausi e Anna Di Salvo, edito Mag Verona, raccoglie i contenuti e le testimonianze.
Nella mia relazione sono partita dal fare conoscere le Città Vicine, la storia, il percorso, le pratiche, i guadagni personali e collettivi, gli spostamenti di sguardo dalla città all’Europa, dall’“altra città” all’“altra Europa”, gli incontri e i saperi nati in uno spazio relazionale, divenuto nel tempo uno spazio europeo, che ci porta oggi a parlare di un’Europa delle città, o per meglio dire di un’Europa delle cittadine e dei cittadini che abitano le città europee. Una realtà questa in fieri, perché le cittadine e i cittadini europei – come è stato detto nel convegno di Roma – non hanno ancora sottoscritto alcun patto sociale, non c’è una Costituzione europea. Parlare dei contenuti del libro a partire dai due volti dell’Europa, quello duro e spietato di un’Europa senza anima e quella dell’accoglienza e dell’umanità, è stato un modo per dire del cambio di civiltà che sta accompagnando la costruzione di un’altra Europa, di cui fanno parte anche le imprenditrici presenti all’incontro.
Donne di Calabria, protagoniste – come ha detto Serena Procopio nel presentarle – «di una trasformazione del modo di pensare e di creare impresa e lavoro, o per meglio dire di nuove forme di esistenza, perché in molti casi il tempo e lo spazio di lavoro, così come i valori e gli intrecci relazionali, coincidono con quelli della vita». Roberta Caruso, Anna Laura Orrico, Deborah De Rose, Rosa Ciacci, Anna Corrado, Raffaella Conci, Angela Forti, Alessandra Grassi, Ingrid Musciacchio, sono loro le imprenditrici che hanno portato all’incontro la loro esperienza, i loro progetti, i loro desideri e i sogni realizzati. Donne diverse tra loro, per età, consapevolezza e percorsi professionali, ma tutte animate dalla passione e dalla volontà di cambiare la Calabria a partire da sé, dai propri desideri e dalla volontà di cooperare, collaborare, condividere saperi, esperienze, spazi.
Angela Robbe, la presidente della Legacoop Calabria, ha ricordato il suo impegno ventennale nella cooperazione e il coraggio di tante donne calabresi che hanno scelto di lavorare in cooperativa anche in contesti difficili, come quelli in cui vi è una forte presenza della ‘ndrangheta. A raccontare di una di queste esperienze è stata la giovane Raffaella Conci della cooperativa “Terre Joniche – Libera Terra”, nata nel 2013 con sei persone che non si conoscevano, che avevano partecipato a un bando pubblico per costituire, dietro richiesta dell’associazione “Libera” di don Ciotti, una cooperativa a cui assegnare i terreni confiscati alle cosche di Isola Capo Rizzuto e di Cirò, in provincia di Crotone. I mafiosi – come ha raccontato Raffaella – reagirono da subito con violenza, minacce e intimidazioni, danneggiando la casa che sorgeva sui terreni confiscati. Ristrutturata, oggi, è una struttura di “turismo responsabile” dove ogni estate arrivano giovani da tutta Italia, «più dal nord che dal sud», per le «Estati libere», durante le quali condividono il lavoro con i soci e partecipano a incontri, corsi sull’antimafia e sulla legalità. I terreni confiscati e assegnati alla cooperativa producono prodotti biologici e, con il marchio “Libera Terra”, arrivano anche nella grande distribuzione grazie alla rete delle cooperative riunite nel Consorzio “Libero Mediterraneo”. Raffaella si è detta convinta che la cooperativa ha sì un valore d’impresa ma soprattutto ha un valore sociale, quello di comunicare una possibile alternativa e cioè che anche in Calabria si possa fare impresa in maniera legale, utilizzando un bene confiscato e facendo dell’antimafia sociale. «Altro non vogliamo fare – ha detto – che gli imprenditori nella nostra terra per non essere costretti a scappare».
È per non essere costrette a scappare, o per poter tornare, che tre giovani donne di Cosenza, Roberta Caruso, Anna Laura Orrico, Deborah De Rose, legate tra loro da rapporti di amicizia, stima e fiducia, la cui forza si chiama passione, determinazione, creatività, entusiasmo, costanza, desiderio, che si sono inventate il lavoro, con uno sguardo all’Europa ed oltre. È il lavoro del co-working , del social eating che sbarca con loro in Calabria,e che si fonda sulla condivisione di spazi, esperienze, saperi, sapori, relazioni, convivenza, solidarietà, fiducia. Valori, tradizionali di una terra accogliente e solidale qual è la Calabria, declinati in un modo nuovo di pensare e di creare impresa e lavoro.
Roberta Caruso a Montalto Uffugo, a pochi chilometri da Cosenza, ha creato con la sua famiglia l’impresa “Home for Creativity” con cui ha trasformato la casa dei suoi genitori in una “casa condivisa”, in un’attività di co-living. Figlia unica, dopo aver studiato fuori della Calabria ed essersi laureata in filosofia, è tornata nella sua terra dove da subito si è trovata a far i conti con la casa su cui i suoi genitori – come molti altri – avevano investito «tutte le proprie energie e risorse economiche». Una casa isolata, in piena campagna, lontana dalla città, che per un certo tempo era stata una zavorra. Come trasformarla in un’impresa sociale? Roberta guarda a esperienze fuori dalla Calabria e dall’Europa, ed ecco l’idea che si trasforma in progetto e questo in realtà. Aprire la propria casa, per una giornata o per un tempo più lungo, all’accoglienza di perfetti sconosciuti e alla condivisione di tutti gli spazi interni ed esterni (orto, frutteto, uliveto), condividere il piacere della buona tavola in un ambiente familiare, condividere gli strumenti di cui dispone la casa, eventi culturali e formativi. Roberta ha come obiettivo – come lei stessa ha raccontato – di aprire le porte in maniera assolutamente gratuita, non nel senso economico ma «nel senso di non aspettarsi che l’altro risponda ai nostri criteri o alle nostre aspettative». Aprire casa a gente che viene anche per una notte e poi va via, non crea paura, né a lei né ai suoi genitori, perché – dice – «abbiamo sperimentato che la fiducia se compresa restituisce fiducia».
Fiducia, condivisione di spazi e di esperienze sono alla base anche della creazione del co-working (condivisione di un ambiente di lavoro) di cui ha parlato Anna Laura Orrico, una delle socie fondatrice di “Talent Garden”, il primo spazio word sull’innovazione digitale, l’unico che fa riferimento alla rete dei Talent Garden di tutto il sud d’Italia. Il Talent Garden di Cosenza è uno dei 18 spazi digitali distribuiti in Italia e in Europa. In uno spazio di 400 mq convivono 24 professionisti che lavorano tutti nell’ambito del mercato digitale, nel mondo delle nuove tecnologie, dove cadono frontiere e limiti perché «nel mercato digitale l’unica infrastruttura che serve è un collegamento a internet e un Pc, pertanto uno sviluppo web che sta a Cosenza, compete con uno sviluppo web che sta a Milano, senza alcun tipo di differenza se non la maggiore o migliore competenza e capacità di riuscire ad avere più fette di mercato». «Abbiamo fatto questa scelta – ha detto Anna Laura – perché il potenziale del digitale ci permette di inventarci un lavoro, di fruire di nuove forme d’impresa, restando in Calabria, e di portare ricchezza e valore sul nostro territorio». Nella sua impresa ha coinvolto molti diciottenni con il progetto di sperimentazione “Giovani e futuro comune”, nel quale viene chiesto loro di riprogettare la valorizzazione dei beni comuni che «rappresentano quel patrimonio culturale, sociale, ambientale e paesaggistico, dal quale ripartire per costruire un nuovo modello economico, sociale, quel modello di cui l’Europa ha bisogno».
Deborah De Rose, avvocata e docente di diritto all’Accademia di moda a Cosenza, dal 2014 ha creato “Interazioni creative”, un progetto di condivisione dello spazio del suo studio legale (48 mq), messo a disposizione della creatività, del saper fare e del talento. A 28 anni, con uno studio legale avviato, fa un viaggio in Sicilia in un centro d’arte contemporanea, e qui la svolta. Incontra una donna, Maria, la cui casa era stata trasformata in uno spazio di arte contemporanea, pur continuando a viverci dentro. Tornata a Cosenza, vuole fare lo stesso con lo spazio del suo studio, mettendolo a disposizione e sostenendo chiunque voglia mettersi in gioco, voglia condividere idee, progetti, sogni «anche quelli che possono sembrare insignificanti». «Noi attiviamo i progetti non li creiamo, diamo gli strumenti per realizzarli e mettiamo a disposizione tutta la rete di professionisti che hanno segnalato la loro volontà di fare sul territorio», dice Deborah e aggiunge: «Io metto lo spazio, nessuno mette un euro, io incoraggio. La fiducia chiama fiducia». Tra i tanti laboratori creati, Deborah racconta di un laboratorio di ceramica per opera di una ceramista che stava per fallire, a causa dell’alto costo delle bollette energetiche, dovuto all’uso continuo del forno. Nel laboratorio la donna ha avviato un corso a cui hanno partecipato ex ceramiste, che avevano chiuso i loro laboratori e insieme, condividendo l’infornata e la relativa bolletta di energia elettrica, hanno ripreso a vendere e forse riapriranno il loro laboratorio. “Intersezioni creative” è divenuto, dopo un anno e mezzo, quello che Deborah ha definito «un reticolato dove ognuno entra ed esce e dove si creano relazioni creative».
Quattro donne, tutte calabresi, nel 2014 a Roma, dove risiedono, si inventano un lavoro e creano la società cooperativa “Ecoplanner” che organizza eventi ecosostenibili per privati, aziende ed enti. Federica e Rosa Ciacci, Marta Veltri e Claudia Minniti sono i loro nomi. Rosa, invitata all’incontro, è rimasta bloccata da impegni a Roma e così è venuta Federica, la sorella, che oggi sta portando avanti un progetto in Brasile. Federica ha raccontato di come è nata la società in un pomeriggio piovoso. «Spinte dal fatto che dovevamo fare qualcosa per il nostro futuro ci siamo sedute a pensare e abbiamo provato a buttare giù qualche idea partendo da ciò che ci interessava di più, come: il rispetto dell’ambiente, il riuso, il riciclo, il consumo consapevole. Ed ecco Ecoplanner». Progettano e realizzano eventi sostenibili; hanno creato una rete sempre più estesa di partner tra produttori di tutti i tipi, stilisti, artigiani. Donne coraggiose che non hanno dimenticato la loro terra dove sono tornate con Ecoplanner nel 2016 a Soverato, a pochi chilometri da Catanzaro, chiamate da un gruppo di donne, che avevano preso in gestione una fabbrica dismessa e abbandonata, per arricchire il loro palinsesto con un programma green che comprendeva una mostra di arte contemporanea, una fiera, una sezione cinema, una fiera con la prima edizione di Greenexpo, la presentazione di diverse realtà calabresi sostenibili.
Anna Corrado, tornata in Calabria da Milano, vent’anni fa è entrata da volontaria nella cooperativa “Agorà Kroton” dove oggi è vicepresidente e amministratrice contabile. La cooperativa è nata trent’anni fa per occuparsi del recupero di tossicodipendenti e dal 1998, con l’arrivo dei primi migranti provenienti dal Kosovo, “accompagna” – come ama dire Anna – i rifugiati e i richiedenti asilo, attraverso la gestione di due Centri Sprar (sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) in collaborazione col Comune di Crotone. La cooperativa favorisce anche l’integrazione attraverso corsi di formazione finalizzati all’occupazione. «Si cerca di trovare sempre l’azienda o l’impresa che possa assumerli per il lavoro che sanno fare». Nel suo lavoro di contabile della cooperativa, Anna mette in gioco se stessa perché «ho capito che dietro al numero, ai bilanci, ci sono le persone». Dover fare quadrare il bilancio in una cooperativa sociale, che non deve produrre profitti, per lei vuol dire cercare di soddisfare i bisogni delle persone che si accolgono, il bisogno di un minore che arriva e in cui «rivedi i tuoi figli». «Faccio quello che faccio per rendere la società migliore anche per le mie figlie».
Angela Forti a Reggio Calabria 22 anni fa e altre nove giovani donne, tutte insegnati, decisero di creare la “Cooperativa Sofia” per realizzare un’idea, che lievitava da tempo nella loro testa, cioè aprire una scuola nella quale «venissero messe in atto le più innovative metodologie psico-pedagogiche e che nello stesso tempo venisse ad essere un servizio per le famiglie del territorio». Fu un successo. Partirono con una struttura di 120 mq (due aule grandi, una più piccola, un cortile da ristrutturare) con un nido e una scuola per l’infanzia, oggi si ritrovano con una villa liberty padronale del primo Novecento, acquistata e ristrutturata con prestiti della Banca Etica e di Coopfondi. Angela ha raccontato come la loro scuola sul territorio ha sempre cercato di andare incontro ai bisogni delle mamme lavoratrici con un orario prolungato (dalle 7 alle 20) e spezzato per le donne che lavorano nel commercio. «Per molte donne del territorio – ha detto – è stato veramente avere la possibilità di tenere, trovare e mantenere un’occupazione». Dopo tanti anni Anna si è detta ancora contenta del suo lavoro perché, lei e le sue amiche insegnanti credono ancora in quello che fanno.
A credere nel suo lavoro è anche Ingrid Musciacchio, giovane ingegnera, della società cooperativa “Activa” di Castrolibero in provincia di Cosenza, che si occupa di studi di architettura e ingegneria e sta effettuando il monitoraggio di tutti corpi idrici della Calabria. Ingrid si è detta contenta dell’ambiente in cui lavora non solo perché la maggior parte sono donne ma, soprattutto, perché la società è andata sempre incontro alle esigenze di ognuna medianti “semplici accorgimenti” come: lavori part-time, telelavoro e flessibilità dell’orario di lavoro.
L’incontro si è concluso in un clima di entusiasmo e di condivisione di emozioni. Tutte e tutti hanno sottolineato la bellezza del dialogo, del confronto e dello scambio che c’è stato tra donne così diverse tra loro, ma accomunate dal desiderio e dalla curiosità di conoscersi, di conoscere e raccontare l’altra Calabria, quella che è già cambiata grazie alle donne. Alcune – come l’imprenditrice e vicepresidente della Confcooperative Calabria, Iolanda Cerrone di Cosenza – hanno espresso il desiderio di ripetere l’incontro nella propria città.
(www.libreriadelledonne.it, 19 aprile 2017)
da exibart.com
Sono andata per la prima volta a Istanbul nel 1970. Vivevo a Padova. Sergio Bettini, il grande storico dell’arte medievale, organizza un viaggio di studio esteso ai laureandi. “Vedo” l’influenza di Costantinopoli/Bisanzio/Istanbul sulla cultura dell’Occidente, su Venezia e San Marco. Un’impareggiabile “lezione dal vivo” e un viaggio di formazione che ancora ricordo.
Quando ho letto Istanbul di Orhan Pamuk, ho capito che la lezione di Bettini mi aveva così colpito, perché mi aveva ricongiunto alla città dove ero nata, così come fa Pamuk con la sua Istanbul, combinando le tracce dei suoi ricordi familiari e quelli dei tanti che hanno raccontato e studiato questa città simbolo.
Grazia Toderi mi aveva trasportato a Istanbul tra i vapori dell’aereo che si alza in cielo in uno dei suoi primi video Terra, 1997. Ora Toderi e Pamuk creano insieme “Words and Stars”, ovvero il loro incontro nel “Cielo sopra Istanbul”.
Sotto traccia c’è Il museo dell’innocenza, e il desiderio di Pamuk di arricchirlo con l’infinito che ha visto nel video di Grazia, Orbite Rosse (2009), alla Biennale di Venezia. Una storia eccezionale che poteva succedere solo a Istanbul: la città simbolo dello “Stato nascente” dell’Occidente.
A Bisanzio, infatti, durante la dinastia Comnena (XI-XII secolo) è avvenuta la copiatura dei codici greci che hanno salvato la tragedia, la letteratura, la filosofia della culla della civiltà dell’Occidente. Anche questa è una memoria dei miei studi universitari. Mi era sembrato straordinario che un programma di ricerca scientifica, ante litteram, fosse stato scelto per rappresentare il potere di una dinastia e la supremazia di una città.
Anche Roma antica aveva avuto un occhio di riguardo per le statue greche, ma ero sorpresa dall’attenzione politica per il pensiero scritto.
Istanbul è per me una lunga scia che, dalla Basilica dei Dodici Apostoli, da Santa Sofia, dalla Cisterna Bim-Bir-Derek (le mille colonne), dal Bosforo, arriva a Venezia dove sono nata. Forse, l’emozione che ho provato nelle varie volte che sono andata alla Biennale di Istanbul, dipende da questo intreccio tra il mio luogo d’origine e l’inizio dei miei studi artistici, tra i quali ricordo la bellissima lirica bizantina sulle luci di Santa Sofia. La luce di Istanbul, accesa dal riflesso del cielo sull’acqua, concorre in modo decisivo alla percezione materiale, urbana.
Grazia è maestra nell’inserire stelle vere e immaginarie nelle sue “luci pulsanti”, come spesso le chiama, che tutti riconosciamo, ma che non sempre sappiamo inserire nell’osservazione quotidiana. E oggi dal “cielo sopra Istanbul” compie un nuovo passaggio. Le luci che si addensano in un magma fisico – motivo firma di molti suoi video, in particolare Rosso Babele (2006) – qui si diradano, lasciano intravedere la moschea di Solimano, la sinuosa struttura tra il mare e il Bosforo, le colline che fanno da sfondo, qualche ammasso della sua stratificata architettura. In questa galassia brillano, si eclissano, ricompaiono le stelle del cielo e quelle di Grazia. La notte s’illumina di “Words and Stars”, cadenzata dalla grafia delle parole di Pamuk.
L’opera è stata presentata per la prima volta, durante Artissima 2016, a Palazzo Madama e al Planetario di Torino dove, allungati sulle poltrone, abbiamo visto il primo video in bianco e nero. Sopra di noi il cielo e una città intera. Come anomali astronauti, abbiamo assistito al suo respiro di notte, al suo dilatarsi e condensarsi in un percorso senza soluzione di continuità, con il quale Grazia ritrae lo spazio urbano e l’invisibile presenza dei suoi abitanti. In tutti i suoi video, le città non sono vuote: anche se non si vede chi le abita, si sente la temperatura della vita.
Ora, al Mart di Rovereto (fino al 2 Luglio, catalogo Electa), Gianfranco Maraniello, ha raccolto l’intero lavoro, “Words and Stars”, composto di tre installazioni: Monologo, Dialogo, Conversazione.
C’è un risucchio dentro la rotazione del mondo, messa a fuoco su una porzione umana specifica: Istanbul. L’evocazione del globo è intuibile. Si passa dal bianco e nero del Monologo, una proiezione in un unico schermo; al blu-turchese del Dialogo, una doppia proiezione; al rosso della Conversazione, cinque proiezioni su cinque schermi che si dispongono circolarmente nella stanza. Una trilogia potente e intima.
Dire che è un viaggio cosmico è quasi tautologico, la diversità delle riprese e dei colori evidenzia, piuttosto, un viaggio attraverso i linguaggi classici della composizione artistica.
Abbino il bianco e nero all’origine della fotografia e alla scrittura, il blu al cielo, il turchese all’acqua, il rosso alle lampade ai vapori di sodio, che da tempo Grazia usa nella sua “tavolozza”. Il senso pittorico è definito dai colori e dalla riconoscibilità più esplicita di alcune zone della città.
Le parole di Pamuk, che richiamano gli amanti de Il Museo dell’Innocenza, sono il timbro del loro reciproco progetto, ma non creano quella vibrazione che normalmente accade nella lettura. Scivolano sulla galassia di Toderi e, purtroppo, non trovano il punto di pulsazione con le luci, i colori, la densità di questa Istanbul vista da Grazia e voluta da ambedue: non ricongiungono il mio vecchio viaggio di formazione. Peccato.
di Carmen Palma
Il 20 aprile uscirà nelle sale di tutta Italia Libere, il nuovo docufilm scritto e diretto dalla regista Rossella Schillaci. Distribuito da Lab 80 film in occasione della festa della Liberazione, Libere è un racconto sull’emancipazione femminile durante la Resistenza, un ritratto di un’epoca apparentemente lontana che ha ancora molto da insegnarci.
Il documentario raccoglie storie di ogni genere: i momenti di battaglia, il rapporto delle donne partigiane con la società, frammenti di vita quotidiana.
Questo film ha una particolarità: non vedrete volti narrare le vicende che segnarono l’Italia durante il conflitto, non vedrete sguardi segnati da rughe profonde perdersi in ricordi di un tempo lontanissimo. Libere è fatto di tante voci fuori campo, voci flebili e sottili ma cariche di intensità. Niente volti, niente nomi. Solo limpide voci di donne che accompagnano immagini e video d’epoca. Due mani frugano tra le fonti conservate presso l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza, recuperando metri e metri di pellicole, vecchi articoli di giornale, fotografie, cinegiornali, documenti personali. Sono le mani della storia, che dispiegano frammenti di vita sotto ai nostri occhi come tanti piccoli quadri. Quadri da ammirare per la loro incredibile bellezza, ma soprattutto quadri che fanno riflettere. La sola presenza di voci e video non rende la cosa meno intima e più impersonale, ma suggerisce l’idea che non sono importanti i nomi, i titoli, le onorificenze. Ciò che resta sono le azioni, le parole, i sentimenti e il profondo messaggio che queste cose portano dentro di loro.
E soprattutto resta l’idea che queste donne erano donne qualunque, operaie, donne di casa, donne di piccoli paesi, donne di grandi città. Donne che hanno messo da parte tutto non solo per la patria, ma soprattutto per rispondere a una grande sentimento di ribellione che nasceva dentro il genere femminile durante quegli anni. Donne che alla domanda «Perché l’hai fatto?» rispondono: «Perché volevo essere libera».
Rossella Schillaci, con questo documentario, accetta la sfida lanciata da Ada Gobetti ad un convegno del Comitato di Liberazione Nazionale nel 1965. Giornalista, insegnante, traduttrice e partigiana, la voce di Ada Gobetti riecheggia nei primissimi minuti del docufilm. Il suo invito al Comitato fu quello di parlare delle donne e di far luce sulla condizione femminile, ma soprattutto che a farlo fossero tutti, senza distinzione di sesso.
Le storie raccontate in Libere sono le storie di donne che hanno trovato nella vocazione partigiana la strada per la libertà. Libertà da una società fortemente sessista, una società dove le donne potevano aspirare al solo ruolo di moglie e madre. Loro, le partigiane, non si sono arrese.
Come racconta la voce della scrittrice e partigiana Giuliana Gadola Beltrami, il movimento partigiano corrisponde al primo momento di risveglio del movimento femminile in Italia. Le rivendicazioni portate avanti dalle femministe durante gli anni Sessanta, sottolinea la partigiana, rappresentavano la stessa rivoluzione che nacque all’interno di quel piccolo mondo che si nascondeva tra i monti e scendeva in battaglia. Di quelle “piccole rivoluzioni” non se ne parla mai, eppure queste diedero avvio a una presa di coscienza, un aumento di consapevolezza del proprio ruolo nella società.
I momenti raccontati nel docufilm sono tanti. Il semplice atto di fumare una sigaretta in compagnia degli uomini, un momento di parità tra uomo e donne. La reazione dei loro famigliari alla decisione di unirsi al movimento partigiano. Il modo libero di vivere il sesso e l’amore con i compagni. Soprattutto, la difficoltà incontrata durante il Dopoguerra.
Come emerge dal film, la vera battaglia per le donne partigiane cominciò dopo il conflitto. Non c’erano armi da impugnare, ma solo voglia di rimboccarsi le maniche e di riappropriarsi del proprio ruolo. Un ruolo che non doveva essere necessariamente quello di donna di casa. Alcuni racconti hanno dell’assurdo: ad esempio, donne costrette dai propri mariti a rimanere a casa e non presentarsi alle urne per il voto nel 1945. Ancora, donne costrette a lasciare il proprio posto da operaie perché riconosciute come partigiane e, in quanto tali, pericolose. Una donna che si ribella è scomoda e non piace a nessuno.
Alcune di loro si sono arrese, altre hanno portato avanti i propri ideali e la propria sete di libertà diventando così un modello.
Un esempio per tutte le giovani donne di oggi che hanno ancora tanto da combattere.
www.artspecialday.com, 17 aprile 2017
In un libro di Stefania Giannotti
di Lucetta Scaraffia
Oggi siamo assediati dai cuochi e dai libri di cucina: ci perseguitano in mille programmi televisivi, ci sorridono invitanti dalle edicole, in una dura competizione fra di loro perché è in palio un business molto ricco, il successo mediatico, e pure l’ambita attribuzione all’inserimento nella categoria dei creativi, cioè le persone più oggetto di ammirazione nella nostra società. Invece la cucina come momento di relazione umana, di scambio affettivo, come cuore di quell’accoglienza di cui tutti gli esseri umani sentono profonda necessità, sembra sprofondata nel nulla. Muoiono le bisnonne, e le nonne — la pubblicità lo insegna — ti accolgono con i quattro salti in padella e altri cibi pronti.
Non facciamo l’errore di confondere il libro di Stefania Giannotti (Troppo sale, un addio con ricette, Milano, Feltrinelli, 2017, pagine 192, euro 16) con questo mondo alla moda, perché è veramente tutt’altra cosa. E, benché si parli di un addio, e di un addio terribile — la morte dell’unico figlio diciassettenne in un incidente — non è neppure la storia dell’elaborazione di un lutto. Proprio per questo è un libro sorprendente e bellissimo.
Perché l’autrice non vuole elaborare un bel niente, non vuole dimenticare neppure un attimo del suo dolore: non vuole dimenticare perché «questa possibile dimenticanza mi fa paura, mi si porterebbe via nel nulla». E parla anche di «un dolore che devo dosare per non dissiparlo. Penso a te finché posso, poi mi distraggo con mille stratagemmi».
Nel baratro del dolore, tante scoperte: «l’evento è luttuoso, ma non è la morte che non dà tregua, è la vita. Scopri la sua prepotenza. Diventa più intensa, più piena, più forte, vita donata, partecipata, da godere, vita libera, immensa. In una parola vita d’amore assoluto. Persino Dio l’invisibile si manifesta».
Questa potenza dell’esistere, che la meraviglia fin dal primo momento, trova la sua manifestazione più alta e più intensa in quella che è stata sempre la sua grande passione, la cucina. Perché, scrive ricorrendo al verbo nutrire — verbo che non è amato dai nuovi cuochi — «nutrire si accompagna bene con la perdita, ristabilisce un legame con la realtà che sfugge». Per Stefania cucinare è nutrire, entrare in un fecondo contatto con gli altri, «preparo il cibo per il corpo degli altri, lo nutro, cerco di dargli piacere, trasformo la materia senza pensare ad altro». Ma è anche qualcosa di più profondo: «mettersi ai fornelli può essere una modalità di resistenza pacifica, è riconoscere la sconfitta senza soccombere, è opporre al nulla un movimento, lasciando vuoto il nulla che non si può riempire».
È un modo per convivere con le amiche che la soccorrono, con le persone che le stanno intorno cercando di aiutarla, che però «non sanno obbedire al cielo, che non è una decisione da prendere ma un’esperienza improvvisa».
E qui nel libro, fra una ricetta e l’altra, fra la storia del dolore e la storia di un ristorante sui navigli, compare — in fondo non inaspettata — una riflessione su Dio: «Di Dio non me ne intendo ma ne ho esperienza. Lo trovo nell’assenza, nella mancanza, come se stesse proprio nel non esserci, nelle cose che non sono, nel non sapere. E fra tutte le mancanze la più grossa, l’assoluta, l’irrimediabile, la morte. Della morte me ne intendo. Quando mi ritrovai mio figlio fra le braccia, venuto su dal mare bagnato e pallido, sentii Dio nel suo ultimo respiro. Nell’ultimo respiro, non nel primo vagito, che consegna e trascina alla vita, tra le cose sensibili di cui tutto vuoi sapere. È nell’ultimo respiro, che patisci e va, non sai dove…».
È quasi impossibile scrivere una recensione a questo libro, con gli occhi appannati di lacrime, e al tempo stesso con l’intenzione di annotarti con segnalibri le ricette che vuoi provare a cucinare per prime. È difficile soprattutto perché non si può riassumere, non si può rinunciare alla forza delle parole che l’autrice ha scelto, con potenza assoluta, per illuminare il dolore. Oggi scrive, dopo venticinque anni, che il dolore è cambiato. «Mi tocca riconoscerlo, è più gentile. Ha trovato un suo posto piuttosto riservato e ha preso altre forme. È più gentile ma non gli basta niente. E nulla basta a me».
Per concludere che «il dolore può accompagnare l’esistenza e a cercare di farlo fuori o di sconfiggerlo si resta soli». I suoi lettori, sicuramente numerosi, sono tutti con lei. Magari ai fornelli.
(L’Osservatore Romano, 14 aprile 2017)
da arengario.net
Negli spazi dell’associazione Apriti cielo, in un cortile della vecchia Milano, Libera Mazzoleni ha presentato venerdì pomeriggio, dopo essersi esibita nella performance “L’ombra della differenza”, il suo libro illustrato “Lilith & la nonna”.
Apriti cielo è una realtà propositiva di dieci donne, animate da una grande voglia di fare, che sfocia in una serie di attività condivise con chiunque desideri avvicinarsi a questo progetto. Dall’arte figurativa ai laboratori teatrali, a quelli di scrittura e di poesia, dai corsi di informazione e formazione, ai gruppi di discussione: diverse ed eterogenee sono le forme espressive e di interscambio culturale proposte dall’associazione, come le occasioni di confronto sulle tematiche che pongono al centro dell’attenzione l’universo femminile.
“L’uomo è misura di tutte le cose”. La voce di Riccardo Longoni declama la celebre tesi di Protagora, filosofo itinerante dell’antica Grecia, che sosteneva l’importanza della soggettività nella percezione della realtà. Ha inizio così, con questa interpretazione, la performance che con gesti solenni e intrisi di significati rappresenta la dimensione corale del movimento femminista.
“L’uomo è misura di tutte le cose”. La massima viene declamata nuovamente con enfasi crescente, divenendo protagonista assoluta dello spazio e rivelando così il significato assunto attraverso i secoli: benché infatti in età antica il termine uomo indicasse l’intero genere umano, per troppo tempo nella nostra società ha sotteso solamente gli individui maschili.
Mentre risuona la massima del filosofo, la figura di Libera Mazzoleni si staglia contro il quadrato non completamente inscritto nel cerchio, che l’artista aveva poco prima tracciato con vernice nera su un telo bianco. E’ una dinamica citazione dell’uomo vitruviano di Leonardo da Vinci, quella inscenata davanti ad un pubblico di quasi sole donne, ma che qui rimanda alla sopraffazione avvenuta per secoli ai danni dell’universo femminile, e l’equilibro cui si allude, con il gioco geometrico assume una valenza del tutto negativa. L’uomo, inteso come soggetto maschile, è stato ed è tuttora al centro e a capo della nostra società di stampo patriarcale, oggi dominata dalla potenza tecnologica distruttrice e da quella logica numerica che è la finanza.
La performance, così carica di pathos, coinvolge poi il pubblico femminile, che dà voce ai versi più toccanti della poesia “Credo di una donna”, composta nel 1996 da Robin Morgan, femminista statunitense, impegnata fin da giovane a favore dei diritti delle donne e delle classi più deboli.
Ma le donne raggiungono nell’opera di Libera Mazzoleni, come nella società, una dimensione collettiva, che viene abilmente rappresentata con la raffigurazione, ad opera dell’artista, delle loro ombre generate sul telo bianco.
I movimenti femministi appartengono ormai al passato e al mito, e chi vi ha aderito constata oggi con amarezza che i risultati raggiunti si discostano, purtroppo, da quelli sperati. E’ in questa fase storica contemporanea che viene ambientato il libro scritto dall’artista e presentato venerdì al termine della performance. “Lilith & la nonna”, precisa l’autrice, è un lavoro iniziato nel lontano 2008, poi lasciato riposare, come a volte accade in campo artistico, quindi ripreso e infine concluso. E’ un libro incentrato sul movimento femminista letto dagli occhi di una ragazzina, Lilith, che, molto curiosa e vivace, mentre è in vacanza con la nonna, trova in un vecchio baule manifesti e fotografie relativi a quel periodo. E’ questo l’inizio di una percorso di conoscenza e di impegno sociale per la piccola, di un momento di speranza per la nonna e di un’occasione di riflessione, per tutti, sulla condizione femminile nella storia e ai giorni nostri.
Come illustrano le parole introduttive di Graziella Longoni, “Prende avvio così il racconto che richiama alla memoria la straordinaria esperienza corale di molte donne determinate a denunciare la violenza del patriarcato e ad affermare una specifica soggettività femminile, portatrice di una differenza ontologica e culturale da declinare non più come subalternità, ma come valore e diritto alla libera autodeterminazione di sé”.
Lilith, affascinata e incuriosita, interroga la nonna e le sue amiche sulla complessa tematica e, quando viene invitata a ritirarsi nei suoi spazi per svolgere i consueti compiti, si chiude con il cane Moka nella biblioteca della nonna a studiare la storia dei movimenti emancipativi femminili. Il coinvolgimento nella lettura è così grande che quando la bimba si addormenta sogna di compiere un viaggio nella storia delle violenze subite dalla donna attraverso i secoli: in campo politico-religioso con le inquisizioni, in ambito culturale con l’attribuzione della colpa nella cacciata dal Paradiso terrestre e ai giorni nostri con la violenza perpetrata sul corpo femminile, sia nell’imposizione del burqa orientale, sia nella morbosa esibizione occidentale.
Il sogno appena concluso rappresenta per la fanciulla il culmine di un iter formativo molto importante: dopo le letture nella biblioteca della nonna e le visioni oniriche le è finalmente chiaro tutto ciò che prima non poteva capire e adesso Lilith può impegnarsi attivamente per i diritti delle donne. Appena sveglia, infatti, la ragazzina torna dalla nonna e dalle sue amiche, reggendo tra le mani un cartello con quello slogan così emblematico e per lei in precedenza del tutto incomprensibile: “Io sono mia”.
La rivoluzione femminista non termina oggi, perché solo apparentemente le donne hanno raggiunto quell’emancipazione per cui intere generazioni hanno lottato. La strada è ancora lunga, ma la speranza è nelle figure come Lilith, che al termine del suo sogno e del suo percorso di crescita, testimonia alla nonna e alle sue amiche la sua determinazione nel proseguire autonomamente il cammino tracciato da loro.
Libera Mazzoleni è un’artista eclettica, formatasi ai tempi dei movimenti studenteschi. Non ha partecipato attivamente a quelli femministi, ma sull’argomento si è a lungo documentata facendo proprie le istanze del movimento. Ha sviluppato nel tempo verso questi temi una grande sensibilità, che è estremamente visibile in tutta la sua carriera compositiva e risulta fondamentale nel suo percepirsi come donna nella dimensione dell’arte. Libera Mazzoleni si esprime inizialmente attraverso la scultura e in un secondo momento si dedica alla performance, ma nella raffigurazione non si è mai cimentata.
In “Lilith & la nonna” invece a narrare sono proprio le figure, che acquisiscono maggiore definizione man mano che il lavoro progredisce in questa esperienza che per l’artista rappresenta un vero e proprio percorso di apprendimento. E dietro la raffigurazione, dichiara Libera Mazzoleni, si nasconde sempre un cammino compiuto dall’autore che, come sosteneva Hannah Arendt, non è mai visibile. Il processo è percepibile in altre forme espressive, risulta chiaro nella danza oppure nel canto, ma nell’arte figurativa, invece, ciò che appare è solo il risultato finale.
di Luciana Tavernini
Insegnare, prendersi cura, dirigere un’azienda. Esperienze di vita, di lavoro e di cambiamento – personale e relazionale – che cercano una forma di scrittura per dire e dirsi:
Vita Cosentino, Scuola. Sembra ieri, è già domani. L’autoriforma come trasformazione della vita pubblica, a cura di Marina Santini e Alessio Miceli, Moretti & Vitali, Bergamo 2016, pp. 282, euro 18,00
Franca Fortunato, Sai chi è Lina Scalzo?, e-Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne, Milano 2016, pp. 22, scaricabile gratuitamente da www.libreriadelledonne.it
Luisa Pogliana, Esplorare i confini. Pratiche di donne che cambiano le aziende, Guerini Next, Milano 2016, pp.142, euro 17,00
Sempre più donne creano libri “su misura” per dire ciò che hanno scoperto o vanno scoprendo: prendono dai generi letterari quelle caratteristiche che possono mettere in luce le loro pratiche, come facciamo quando ci vestiamo per essere al meglio, senza la pretesa che le nostre scelte divengano delle divise.
Così possiamo leggere libri che ci sorprendono non solo per quello che dicono ma anche per le sfaccettature della loro composizione.
In Scuola. Sembra ieri, è già domani incontriamo dapprima un’autobiografia politica – non a caso intitolata “Incontri che trasformano. Una storia non singolare” perché in essa ritroviamo passaggi delle nostre esistenze degli ultimi cinquant’anni – in cui Vita Cosentino indica ciò che per lei ha prodotto cambiamento, inducendoci al confronto: dal trasformare i divieti paterni in occasioni per salvare l’essenziale (l’amore per la scrittura e la cura di chi è più debole), alle sperimentazioni personali e collettive del ’68, alla scoperta del piacere dell’insegnamento, al femminismo per lei più fecondo di invenzioni e di possibilità di azione politica dal 1980 in poi. Se in questo primo testo le possibilità che si sono aperte sono indicate in un linguaggio limpido e sintetico, nel resto del libro vediamo come sono state giocate in vari momenti storici e che cosa hanno prodotto.
Il libro infatti prosegue con sei raccolte di testi, scritti in più di venticinque anni dall’autrice, alcuni con altre e altri per riflettere su esperienze condivise, testi scelti insieme a Marina Santini e Alessio Miceli, due insegnanti che li hanno selezionati “sulla base di quanto risuona nel presente”. E così ci troviamo di fronte a un punto essenziale di questo modo di intendere la politica: riesco a dire ciò che faccio soprattutto in relazione con un’altra e anche con un altro, se non ha la pretesa che la sua sia la sola visione possibile del mondo. Nei testi veniamo sempre a conoscenza degli intrecci di relazioni che hanno generato i cambiamenti.
Inoltre non è la cronologia che ordina, anche se di ogni saggio nella essenziale nota iniziale viene presentato il contesto e quando è stato reso pubblico (un convegno, una rivista, un libro…), ma il desiderio di offrire alcune di quelle scoperte che hanno cambiato il modo di intendere e di fare politica. Essendo l’autrice un’insegnante che ha lavorato dagli anni Settanta in poche scuole sempre di periferia, le esperienze da cui nasce questo sapere hanno al centro la scuola. Diverse volte i saggi si illuminano di racconti emozionanti: infatti è in atto una ricerca che parte da interrogativi veri, mossi da un’attenzione amorosa verso le creature piccole e tutti i soggetti che vivono loro attorno.
Illuminare l’esperienza
Come dice il titolo della collana, diretta da Annarosa Buttarelli, in cui il libro è inserito, Pensiero e pratiche di trasformazione, è leggendolo che possiamo incontrare il venire alla luce di parole che illuminano l’esperienza. E, come ogni nascita, richiede attenzione non solo da parte di chi scrive ma anche da parte di noi che leggiamo. Qui dunque posso solo fare brevi accenni. Innanzi tutto Vita Cosentino sa vedere cosa produce l’irruzione della soggettività, quella femminile, l’imprevisto storico del nostro tempo: sa nominare i cambiamenti nel modo di essere insegnanti in classe e nelle relazioni con altre colleghe, come, ad esempio, trovare e proporre figure femminili perché ragazze e ragazzi possano modificare il loro immaginario e inventare modalità in cui nel corpo sessuato, visto come unicum, le varie aree corporea, affettiva, cognitiva siano attivate insieme.
Quello che le permette di continuare a inventare pratiche trasformative e a metterle in parola, superando la semplice narrazione di un’esperienza, è il rapporto costante con la Libreria delle donne di Milano e una politica della libertà che le corrisponde. Lei può esserci da subito nel mondo con i suoi desideri più profondi, senza rimandarli a dopo “la presa del potere”; capisce con altre qualcosa in più di sé e del mondo senza voler applicare una teoria generale, pensata da altri; può agire instaurando rapporti personali, dando credito a “un cambiamento di sé” nel presente nelle relazioni in cui ci si trova; sa così inventare pratiche di vita sottratte al potere, mettendosi in gioco, avendo e dando fiducia, grazie alla forza trasformativa della lingua.
Infatti nella parte finale dal suggestivo titolo Tutto è lingua viene sottolineato come il dare forma propria a ciò che si sente, l’espressione di sé, in particolare con la scrittura, è un bisogno fondamentale di ogni essere umano. L’autrice allora può polemizzare con alcuni aspetti della scuola di Barbiana di Don Milani o con Le 10 tesi per un’educazione linguistica democratica, riuscendo ad andare oltre proponendo, ad esempio, “una pratica di scrittura relazionale, non solitaria ma interlocutoria”.
Nota come le nuove generazioni cerchino il riferimento nelle figure adulte e come sia importante trovare strumenti per esprimere giudizi: infatti punizioni o terrorismo verbale sono percepiti come poveri e quindi, invece di legare autorità e potere al ruolo o alla materia da insegnare, occorre assumerli con la parola dove la misura dell’esattezza del discorso non è data una volta per tutte ma dal non falsificare la realtà aprendo alla libertà dell’altra/o, dando consapevolezza ad allieve e allievi della loro capacità di usare una lingua viva.
Nel libro si ragiona su cos’è movimento politico, mostrando esperienze come il Seminario di Pedagogia della differenza di Milano all’inizio degli anni Novanta, o l’autoriforma gentile, dove donne e uomini hanno sperimentato il pensare insieme, riuscendo a dire e fare iniziative, fuori dal coro delle istituzioni della sinistra, sulle “riforme, maledette riforme”, tenendo viva “la felicità di insegnare”. Vita Cosentino ha saputo cogliere la politicità delle lotte delle maestre per la difesa del tempo pieno o di quelle per opporsi agli aspetti disumani degli sgomberi dei campi rom, mostrando il “valore in più” che sanno dare alla vita di tutta la società, grazie al loro saper stare vicino alle creature piccole. Ecco allora scorrere diverse esperienze dal convegno Le maestre e il professore, al film L’amore che non scordo, alle assemblee contro il cosiddetto “maestro unico”, all’attenzione per le pratiche delle maestre e delle mamme di via Rubattino a Milano, alle modalità di un’osservazione, seguita dalla conversazione con la maestra della classe osservata, e altro ancora.
Il libro ci ripropone documenti degli ultimi venticinque anni e ci aiuta a ripercorre momenti in cui le e gli insegnanti hanno aperto un confronto sul tipo di società in cui desideriamo vivere, mostrando il modo relazionale con cui sono riuscite in alcuni casi a far tornare sui suoi passi il Ministero, come nel caso del concorsone per dare aumenti ad alcune/i, perché hanno saputo mettere in luce che ciò che rende buona la scuola non è la conoscenza – da parte dell’insegnante e poi delle classi – del massimo di nozioni e neppure il saper strutturare una lezione dove tutto passa secondo programmazione, ma il saper progettare con l’apertura all’imprevisto, suscitando “domande vere”, quelle di cui non sappiamo già le risposte.
Nominare i cambiamenti
Con l’entrata in massa delle donne nel mondo del lavoro diviene sempre più urgente l’impegno a osservare e nominare i cambiamenti prodotti. Mi pare che in questa direzione si siano mossi alcuni recenti libri che mi hanno dato la sensazione del diradarsi della nebbia delle interpretazioni stantie.
Accennerò a Sai chi è Lina Scalzo? di Franca Fortunato e a Esplorare i confini. Pratiche di donne che cambiano le aziende di Luisa Pogliana.
Il primo è un e-book in duplice formato e-pub e pdf, che inaugura la collana di Quaderni elettronici pubblicati dalla Libreria delle donne di Milano. Si tratta di un’intervista introdotta però dall’autobiografia di un’amicizia politica quarantennale tra l’autrice e l’intervistata, senza la quale non sarebbe stato possibile mettere in luce le trasformazioni e le contraddizioni aperte nelle istituzioni assistenziali.
Il racconto di Lina Scalzo, che prende slancio dalle domande di Franca Fortunato, ci mostra come dal 1943 alcune donne, mettendosi in gioco interamente abbiano inventato pratiche all’origine del welfare state. Ripercorrendo momenti salienti della sua esperienza lavorativa e non solo, Lina va al cuore dei problemi che toccano la cura, indicando alcune pratiche che mettono in discussione le modalità neutralizzanti e aziendalistiche che sembrano rendere i servizi più efficienti ma stanno pericolosamente disumanizzando “gli utenti”. Ci mostra come è necessario il rispetto della soggettività dell’altra, persino quando non è più viva, di come sia possibile la costruzione di un ambiente familiare, in cui ricoverate e assistenti lavorino insieme e abbiano così il senso di poter contribuire, ciascuna a modo suo, al benessere di tutte. Anche qui non troviamo protocolli, ma leggiamo racconti che ci aiutano a evitare l’ordinaria, e forse inconsapevole, disumanizzazione nell’efficienza e neutralità, oggi predicati. Anche qui il sapere non è tutto da una parte ma si costruisce insieme, dando spazio alla soggettività dell’altra. È infatti dall’ascolto di alcune ricoverate che si possono imparare gesti di rispetto come entrare nella stanza salutando, chiudere la porta, smettere di parlare tra assistenti mentre si lava e si veste una donna, alzare il lenzuolo quello che basta rispettando il pudore del corpo, lasciare sui comodini gli oggetti personali, tanto per fare degli esempi. Inoltre ci confrontiamo con le riflessioni sui cambiamenti, conseguenza della legge sulla parità del 1977. In modo pacato il libro mostra le contraddizioni dei reparti misti: dagli operatori che faticano a imparare dalla competenza femminile maturata negli anni; alla perdita, nel rapporto con gli uomini, di intimità e libertà delle donne ricoverate; alla loro difesa dalla prepotenza e aggressività di alcuni. Problemi da tener presente per dare giorno dopo giorno soluzioni. E poi invenzioni come la pratica del ricostruire le storie personali, andando nei luoghi d’origine delle ricoverate, incontrandovi le persone rimaste nei ricordi: una modalità che non separa corpo, affettività, apprendimento, che tiene insieme passato e presente. Una pratica che crea consapevolezza di come in diversi casi, alla base di un disturbo psichico vi sia stata una violenza maschile taciuta, che ora siamo in grado di svelare, senza colpevolizzare la donna che l’ha subita, anzi liberandola, seppure siano passati tanti anni.
Un libro breve e intenso che non è solo utile nei corsi professionali e universitari, compresa medicina e psichiatria, ma aiuta tutte le persone che si prendono cura di chi ha bisogno di aiuto perché riesce a darci orientamenti che rendono più felice la nostra vita. Un libro, anche questo, dove si vede in atto l’importanza della politica del simbolico, quella politica che, riuscendo a mettere in parole l’esperienza, grazie alla relazione almeno con un’altra, ci rende consapevoli della direzione del nostro agire in una situazione e ci dà maggiori energie per continuare ad impegnarci.
Il testo di Luisa Pogliana Esplorare i confini. Pratiche di donne che cambiano le aziende, suddiviso in brevi capitoli e paragrafi, intervallati dal racconto puntuale di situazioni precise, mette in discussione il modo di concepire il management volto alla ricerca di risultati a breve termine da portare agli azionisti dell’azienda, imponendo le scelte attraverso una gerarchia rigida e ruoli predefiniti e controllandone l’esecuzione. Promotrice dell’associazione donnesenzaguscio, l’autrice, discutendo con le altre dell’associazione, con Giordana Masotto e Lia Cigarini, e coinvolgendo diverse manager, ha mostrato come alla base di soluzioni innovative vi sia una diversa concezione non solo del modo di dirigere un’azienda ma dell’azienda stessa.
Le manager di cui vengono presentate parecchie esperienze, scelte di volta in volta come esempio di attuazione di un criterio, di un orientamento, invece di imporre modelli, programmi e procedure, cioè norme e procedure stabilite prima, propongono metodi, progetti, processi cioè un cammino per tendere a una meta, andando avanti. Esse gestiscono il presente, progettano nella realtà creando situazioni di controllo e responsabilità diffusa, non temendo di svalorizzarsi perché “la responsabilità, come la conoscenza o un sentimento, è qualcosa a cui non si rinuncia nel momento in cui si condivide”. Si tratta di imparare a scoprire e coltivare le potenzialità di chi si dirige, creando però sistemi premianti sia con una retribuzione materiale che immateriale. Le donne, soggetti complessi che nel lavoro portano tutta la complessità della vita, creano modalità di riconsiderare il tempo – sia, ad esempio, con il part time sia con il lavoro agile – ma fanno in modo che queste modalità non portino alla maggiore precarizzazione e a una perdita di professionalità. Non solo: la maternità ma anche la paternità, delle dirigenti e delle e dei dipendenti diventano stimolo per soluzioni che portano innovazioni e profitto alle aziende, invece di essere trattate come inciampi. Tante le pratiche proposte non usando il linguaggio specialistico, anche se l’autrice lo conosce bene e lo cita quando vuol farci cogliere meglio la diversità dell’approccio proposto anche nel caso di quei termini come accountability o smart-working che sembrano avvicinarsi.
Questi tre libri, pur nella varietà dei contesti presentati e in cui sono nati, hanno in comune alcuni aspetti che li rendono interessanti per tutte e tutti. Sono esempi della necessità per le donne, dopo decenni di attività in un ambito lavorativo, di mostrare i cambiamenti prodotti soprattutto da loro, a partire dall’idea stessa di cambiamento: Cosentino parla di metamorfosi (non si è più come prima senza avere la pretesa di aver distrutto ciò che c’era prima), Pogliana parla di esplorare i confini, riuscendo a spostarli. Viene usata consapevolmente la lingua materna al posto dei linguaggi tecnici del campo lavorativo su cui riflettono. Vi è una capacità tutta politica di vedere criteri e orientamenti che guidano i cambiamenti prodotti da alcune donne senza ridurli a racconti estemporanei di buone soluzioni valide per quelle situazioni specifiche e senza pretendere che diventino ricette. Si tratta di una capacità che matura nella relazione di attenzione e dialogo con almeno un’altra, per condividere innanzi tutto con lei il sapere che l’esperienza raccontata genera e poi con il mondo attraverso l’impegno della scrittura.
(Leggendaria n. 121/2017)
di Enrico Franceschini

Un sorriso, specie nell’era digitale, può risultare anche più potente. Lo scatto con cui un fotografo ha ripreso l’altro giorno Saffiyah Khan, giovane inglese di origine pachistana, mentre sorrideva in segno di sfida a un militante dell’English Defence League (Edl), movimento di estrema destra britannico, durante una manifestazione islamofobica a Birmingham, è diventato virale sul web, postato e condiviso decine di migliaia di volte sui social network, ripreso dai siti di tutti i giornali del regno, quindi di tutto il mondo. Ieri Saffiyah è stata intervistata dalla Bbc e da giornalisti di ogni paese, per sapere cosa esattamente era accaduto e che significato dare all’ineffabile sorriso con cui ha affrontato un aggressivo attivista xenofobo.
L’Edl non è nuovo a controversie. Nato 7 anni fa con l’obiettivo di ristabilire la “cristianità” della Gran Bretagna di fronte alla presenza della minoranza musulmana (2 milioni di persone su 67 milioni di abitanti), è stato spesso accusato di violenze. Tanto che il suo primo leader, Tony Robinson, si è dimesso nel 2015, citando segnali di “pericolosa deriva estremista”. Domenica il movimento ha organizzato una dimostrazione a Birmingham, la città con la maggiore presenza islamica in Inghilterra e da dove proveniva l’attentatore dell’attacco del 23 marzo sul ponte di Westminster. All’appuntamento hanno preso parte appena 300 persone, ma sono bastate a creare tensione. Saffiyah, che è laica, era presente per difendere i valori di tolleranza e diversità culturale di “un luogo straordinario, in cui uomini e donne di colore e religione differenti convivono felicemente”.
(la Repubblica, 12 aprile 2017)
di Sara Gandini
Il mondo virtuale accorcia le distanze e questo è eccitante. Ci sembra di poter essere ovunque e di avere occasioni di scambio con realtà lontane che altrimenti non incontreremmo. Paradossalmente questa vicinanza, se non esce dai limiti del virtuale, in realtà rischia di dividere. C’è l’illusione che la rete e la sua velocità permettano a tutti di dire la loro, ma in realtà questo avviene a spese dell’ascolto degli altri. Il narcisismo digitale e la personalizzazione di fatto restringono gli orizzonti creando un mondo autoreferenziale. In questo modo la politica spesso si riduce a denuncia, indignazione e scontro. Un’esaltazione compulsiva alimenta botta e risposta in crescendo, con relativa spettacolarizzazione della comunicazione e dei conflitti. Lo so per esperienza.
Il mezzo potenzia questa dimensione, ma alla base a me pare di vedere l’attitudine mentale della politica maschile, dalla politica partitica alle guerre: ci si appassiona alle discussioni solo quando ci si deve schierare, contrapporre e far fronte a nemici da combattere. E se ti sottrai a questa dinamica, se cerchi mediazioni con la controparte, e non stai ai giochi previsti, diventi anche tu una potenziale nemica.
Che senso ha aprire conflitti con chi non stimi o con persone a cui non riconosci la dignità di essere un valido interlocutore? Il conflitto non può servire solo ad alimentare la convinzione che si è nel giusto e ad annientare l’avversario; il conflitto è fecondo se serve ad alimentare il pensiero, a trovare le parole che permettano di fare mediazioni, a trovare pratiche che sappiano far capitare qualcosa, in noi prima di tutto.
Ho nominato la politica maschile perché impostata sul far fuori il nemico, ma quello che più mi manda in crisi in realtà sono le aggressioni da parte delle donne. La violenza tra donne mina la fiducia che ho nelle pratiche politiche femministe, le sento sfuggire di mano quando non ci sono i corpi e l’altra sparisce dietro al video.
Quando mi è capitato di essere presa in quel vortice di aggressioni, la violenza virtuale e lo spettacolo delle aggressioni femminili contro altre donne mi hanno provocato un senso di vergogna. Quello che capitava mandava nell’insensatezza le mie parole, come se le pratiche politiche che puntano sulle relazioni, sui conflitti non distruttivi, sull’autorità circolante lì avessero le armi spuntate. Così ho scelto di sottrarmi dal luogo più critico. Ho dato le “dimissioni” da amministratrice del gruppo Facebook della Libreria delle donne, che avevo creato una decina di anni prima e che ora conta migliaia di iscritte e iscritti.
Ho fatto un passo a lato lasciando uno spazio vuoto, perché altre potessero farsi carico del progetto, con altre relazioni e altre parole. Sottrarmi a quelle dinamiche perché altro possa capitare ed io possa trovare il mio modo di starci, soprattutto grazie alla possibilità di tenere insieme confronti in presenza e scambi online, narrando cosa accadeva sul web a chi quel luogo non lo vive. Ed è capitato che coloro che preferiscono non stare sui social hanno cominciato a partecipare ai desideri, alle esperienze, ai problemi delle altre.
Non è stata quindi una rinuncia. La politica sul web è la sfida della nostra epoca e io ci voglio essere, portando sia rabbia che desiderio. Il web rappresenta uno spazio che permette di esserci con la propria soggettività, può tirare fuori il peggio di noi, ma è anche uno spazio che offre molte più possibilità di esprimersi liberamente rispetto ai media mainstream, riservati ai pochi che ci lavorano e soggetti alle linee editoriali.
Si tratta di una grande sfida per cui c’è bisogno di imparare competenze relazionali che permettano di fare i conti con la velocità di informazioni, il surplus di immagini, la brevitas della scrittura.
Ma l’assenza dei corpi? Un amico mi fa notare che la dimensione virtuale delle relazioni via web ha una sottile continuità con l’attitudine maschile a rimuovere l’ingombro del proprio corpo, a superarlo, a prescinderne. Proiettare questa cosa nella rete per gli uomini è facile. Ma cosa succede se a stare nel web sono le donne e vogliono portarci le loro pratiche di relazione e la loro differenza sessuale? Il mio amico mi fa notare che sono state proprio le donne, poco più di due secoli fa, a prendere al volo l’occasione offerta dalla nascita del romanzo moderno e a fare di quella realtà virtuale uno spazio di libertà e di ricchezza simbolica.
Per non cadere nell’insensatezza e nel neutro partiamo dalle narrazioni delle esperienze. La mia mostra l’importanza di aggrapparsi alle relazioni in carne ed ossa, appena è possibile: stare sul web ma aggrappate alle relazioni con la stessa determinazione con cui agli alberi si aggrappano i koala.
(www.libreriadelledonne.it 11/04/2017)
di Manuela Vigorita
Sarà perché sono morti dei bambini, tanti. Sarà perché ci si capisce poco di cosa sta veramente succedendo in Siria. Dove sono piovuti milioni di dollari americani e tonnellate di armi per combattere Assad, contrario alla proposta far transitare in Siria il gasdotto del Qatar verso la Turchia e quindi in Europa, togliendo supremazia alla Russia. Ed è interessante leggere la “gaffe” con cui Joe Biden, vice di Obama, ha ammesso che dollari e armi sono finiti nelle mani degli estremisti della Jihad (http://edition.cnn.com/TRANSCRIPTS/1410/07/ctw.01.html) .
Sarà perché quella bambina tra le braccia del padre, in una immagine che fa il giro del mondo, ha i capelli scuri come mia figlia. E le “armi chimiche”, usate fuori da regole e codici di comportamento congrui – come se poi in una guerra ci fossero davvero – evocano qualcosa di mostruoso. Come ti difendi? Come puoi provare a sfuggire, a salvare i tuoi cari? Armi chimiche che diventano la giusta causa per usarne altre non chimiche, ma similmente devastanti, contro i paesi che le detengono, o così si presume, e i civili che ci vivono. Come in Iraq. Come in quella famosa guerra preventiva, oggi spazzata via come polvere sotto il tappeto. E ripeto: “preventiva”, quasi fosse una cura, quasi con la morte fosse possibile curare la vita.
Sarà perché quella immagine me ne ricorda un’altra, apparsa qualche giorno fa dopo il raid aereo a Mosul, per il quale gli Usa si sono scusati (230 civili uccisi e molti minori, ma meno indignazione).
Anche lì c’era una bambina con il capo riverso tra le braccia di un uomo, forse era il padre.
Sarà che questa guerra sembra terribile, come tutte le guerre. Ma diversa. Se ne parla, si fanno inchieste, trasmissioni televisive, dichiarazioni, denunce, e più se ne parla meno capisco, meno la vita, le singole mi sembrano contare: “effetti collaterali” amano chiamarli i morti.
Adesso quello che appare prioritario è capire se veramente gli aerei di Assad hanno bombardato con armi chimiche, come sostiene la Turchia, l’Europa e gli Stati Uniti, per intenderci quelli interessati al gasdotto del Qatar. Oppure se quegli aerei hanno bombardato una fabbrica di armi chimiche dei ribelli, gli stessi (pare) sostenuti da armi e dollari americani, come ha affermato la Russia prendendo le parti di Assad. O ancora, come molti ipotizzano sul web, se non si tratti addirittura di un attacco orchestrato appositamente per far ricadere su Damasco la responsabilità di usare armi chimiche e dare così valido motivo agli Usa di rompere gli indugi con la Siria. Trump ne sta parlando in queste ore.
Lo so, è tutto così complicato che è difficile parlarne, capire quale sia la realtà.
Eppure le immagini di quelle bimbe con le braccia penzolanti, strette al petto dai padri, a me non parlano di questo.
Cosa ci manca? Cosa ci sta mancando per dire, capire, contare? Per fermare quegli aerei che assieme ai civili bombardano la nostra illusione di essere protetti, sicuri, lontani, nel giusto. E innocenti.
Leggo, mi informo, a volte colgo sintesi più interessanti di altre, ma è tutto così confuso e assurdo. Sembra che da una parte ci sia l’amata vecchia Europa, i grandi Stati Uniti dai verdi pascoli che spargono guerre nel mondo in nome della libertà e della democrazia, trovano appoggi in Israele, Turchia, Qatar, Arabia Saudita, armano miliziani che poi non sanno controllare. Dall’altra Damasco, la Russia, l’Iran, interessato a costruire un gasdotto diverso fino in Siria, e la Cina che pone veti alla richiesta delle Nazioni Unite di compiere indagini sugli ultimi movimenti aerei siriani. E in mezzo i mostri del terrorismo, quelli che bruciano e sgozzano la gente, che armati da una parte combattono l’altra e nel contempo fanno attentati ovunque, collegati e diretti non si sa da chi non si sa da cosa. E quelle bimbe che sembrano dormire, addormentate a forza da questa follia.
Ma chi sono? – chiedeva una cara amica parlandone – Chi sono questi soldati che bombardano i civili, che usano armi chimiche? Chi sono questi uomini che decidono dal cielo? E cosa significa oggi essere un soldato? Ha ancora il significato di difendere, proteggere, essere pronti a dare la vita per qualcosa di più grande della propria? Un paese, una civiltà, una storia?
Non so, a me mancano i termini, i parametri, gli schemi etici, filosofici per capire o interpretare i fatti. Come se tutto fosse oltre la mia, la nostra portata. Come se la verità fosse qualcosa di ormai inesorabilmente inafferrabile.
Eppure quelle immagini, quelle piccole mani abbandonate e gli occhi di quei padri, che le tengono a sé tra le braccia, sospesi in un tempo infinito, mi dicono altro. Mi parlano di qualcosa che io conosco bene, che so. Posso rimuovere, dimenticare, far finta di non vedere. Ma io lo so quanto costa una vita. So quanto corpo, quante cellule, quante persone e soldi e tempo, quanta fatica ci vuole per costruirla e far crescere un bimbo, una bambina. Una piccola mano, un sorriso, un vestitino, del latte, un pigiama e parole, tante parole. Quanto ci vuole ogni giorno per spazzolarle i capelli, nutrirla, proteggere i suoi passi e anche i suoi pensieri. Accompagnare le sue scoperte, fiutare pericoli e dolore. So quanto serve a volte farsi indietro o da parte, usare mani e saperi, insegnare, lodare, sgridare. E so che non sono l’unica a saperlo.
Forse, bisogna dirlo. Forse bisogna imparare a ricordarlo e ricordarlo, ricordarlo. In ogni luogo, in ogni mezzo, in ogni tempo. E fare decine e decine di film, centinaia di trasmissioni televisive, scrivere milioni di romanzi e saggi e poesie, fare telegiornali e inchieste, summit e conferenze, corsi universitari e tavole rotonde, giornate intere di discussioni parlamentari, e manifesti pubblicitari, quadri e sinfonie, concerti e opere architettoniche immortali per ricordare quanto costa. Quanto costa una vita. Una singola vita.
(www.libreriadelledonne.it, 08/04/2017)