Sul
Corriere della sera del 13.5.17, a p. 41, nella rubrica Tempi liberi, è apparso un articolo che non ha a che fare con il tempo libero, anzi. È rivolto alle donne del doppio sì, quelle cioè che intendono essere presenti nel mondo del lavoro senza rinunciare al desiderio di maternità. Ma non è come i soliti articoli sulla cosiddetta “conciliazione”. Giudicate.

 

 

Non ce n’è più una sola. La mamma si moltiplica

di Angela Frenda

 

«Lo sai, vero, che non sei ancora diventata mamma? Ci vorrà del tempo…». Di tutte (e sono state tante) le frasi che ho ascoltato dal giorno in cui ho partorito, questa è stata forse quella più utile. L’ho ripetuta spesso, come un mantra, nei primi nove anni di vita di mio figlio. Vivendo le tante fasi di un unico processo verso la mamma che saremo. Perché va sfatato il mito in base al quale da quando te lo piazzano in braccio ti trasformi nella Mamma Perfetta. No. Non va così. Ma soprattutto parte la ricerca di chi sei, come madre. Ce lo chiediamo tutte (anche quelle che non lo confessano), avendo sempre in testa dei modelli spesso fuorvianti perché tendenti all’efficienza. E all’autosufficienza. «Ce la devo fare da sola» è la frase che tante ci diciamo. Come se chiedere aiuto fosse un peccato mortale. Avremmo dovuto leggere Chimamanda Ngozi Adichie e il suo libricino Cara Ijeawele. Nel quale scrive: «La maternità è un dono fantastico, ma evita di definirti solo in termini di maternità. Sii una persona completa. In queste prime settimane da neo mamma sii gentile con te stessa. Chiedi aiuto. Pretendi aiuto. Non esistono le Superdonne».

Quel che c’è da accettare, forse, è che anche per ragioni di cambiamenti di ruolo la maternità è necessariamente diversa dal passato. La condividiamo magari non più con i familiari (spesso lontani) ma con le persone che ci aiutano in casa, con i papà che sono cambiati nel frattempo, con famiglie amiche. Non esiste più una sola Madre, unica tenutaria del ruolo. Ma ne esistono diverse parti che si intersecano tra loro. A questo scopo, per chiarirsi le idee, può essere interessante la lettura dell’ultimo romanzo di Leila Slimani, Ninna nanna (Rizzoli), vincitrice del Premio Goncourt. È la storia di una mamma che dopo il secondo figlio, sprofondata nella piena depressione per la mancanza di quello che lei ritiene un ruolo sociale, ritorna a fare l’avvocato atempo pieno e affida, come spesso accade, i bimbi a una bambinaia apparentemente perfetta. Il finale non ve lo svelo, per evitare lo spoiler. Ma il senso del romanzo è che molte madri vivono in uno stato di eterna sospensione tra quel che sono e quel che vorrebbero essere. Affrontando una condivisione del loro ruolo che se da un lato le alleggerisce, dall’altro le priva anche dell’importanza di una figura in passato molto più centrale.

Dunque: chi siamo noi? Ma soprattutto: funzioniamo davvero? In realtà, i risultati di alcune ricerche ci dicono di sì. L’inchiesta lanciata da La 27 Ora sugli uomini quest’anno, ad esempio, rivela che sono proprio le madri le vere ispiratrici della crescita, con percentuali quasi bulgare: il 75 %. Una consolazione, quella di pensare che i nostri figli maschi, al di là dei conflitti e delle fatiche, guardino ancora a noi come un punto di riferimento. Nonostante le nostre paure, i nostri sensi di inadeguatezza e perenne rincorsa di quel che dovremmo fare ed essere. Nonostante questo, continuiamo a crescere degli uomini (quasi) mammoni. Comunque madre-riferiti. Ma così come anche le bambine sembrano coltivare le madri come loro figura primaria.

Funzioniamo, tutto sommato. Resta da chiederci se, come diceva Lea Melandri, ci sia poi convenuto perdere (o comunque limitare) il ruolo centrale di madri per guadagnare qualche centimetro sul lavoro. Ma sarebbe un altro articolo.

(Corriere della sera, 13 maggio 2017)

 

In questo articolo ci sono due discorsi che fanno a pugni tra loro. Uno alza il prezzo simbolico da pagare per il doppio sì. Chi troppo vuole… La donna occupata dal lavoro extradomestico, si faccia aiutare a fare la mamma; in cambio perderà il posto centrale nel ruolo materno.

Secondo discorso: le madri che lavorano non perdono il posto centrale, non in Italia almeno, restano infatti il riferimento principale dei figli, maschi o femmine: lo dice “l’inchiesta lanciata da La 27 Ora”. E allora, di che cosa stiamo parlando? Provate a indovinare e mandateci le vostre risposte, che confronteremo con le nostre.

Ci sarebbe un’altra domanda: in Italia, le madri che lavorano, in mezzo alle difficoltà di un mondo del lavoro senza fair-play, come fanno a salvaguardare il primato della relazione materna? Siamo un paese arretrato?

(la redazione del sito www.libreriadelledonne.it, 18 maggio 2017)

di Doranna Lupi

 

Anche se è passato un po’ di tempo, anzi forse proprio perché è passato il tempo necessario per rifletterci su e osservare le diverse reazioni dentro e fuori le comunità di base, sento l’urgenza di riprendere il discorso iniziato dalla Comunità dell’Isolotto sul nostro sito www.cdbitalia.it, in occasione della riflessione di Beppe Pavan sul libro Le donne e il prete di Mira Furlani.

Il nodo, che vorrei riprendere e tentar di dipanare, si trova in queste righe del loro Primo Piano dell’11 dicembre 2016: «A questo proposito vogliamo sottolineare come i ricordi di un passato, peraltro in questo caso così lontano, siano sempre fortemente connotati a livello soggettivo e dall’emozione personale, che è quella che tiene in vita il ricordo, per cui gli stessi eventi che Mira ha vissuto nel modo riportato nel libro, da altre/i di noi sono ricordati in modo diverso, con altri particolari, altre situazioni, altre emozioni. Riteniamo sia importante tener conto di questo e considerare lo scritto di Mira relativo non solo al contesto di quel momento storico, ma anche alla personalità di Mira: una delle tante voci possibili, appunto, come recita il sottotitolo, raccontato da lei».

Sta proprio qui il punto cruciale, nel liquidare la memoria soggettiva come qualcosa di non oggettivo, di relativo, non valido per tutti. Ma su questo la politica delle donne ha da dire qualcosa di molto importante. Si tratta della pratica politica del partire da sé, dalla propria esperienza soggettiva, proprio per parlare delle cose da loro ritenute storicamente importanti, di valore politico/simbolico per entrambi i sessi. La pratica del partire da sé consiste nel trovare le parole per dire il reale, tornando ai vissuti, ai desideri, ai sentimenti e alle contraddizioni in cui ci dibattiamo. Questa pratica, adottata dal femminismo degli anni ’70 nei gruppi di autocoscienza, ha eliminato la separazione tra pubblico e privato, tra personale e politico.

Da tale presa di coscienza molto è cambiato nella società e non soltanto sul piano della legge e dei diritti. Soprattutto è cambiato l’ordine simbolico maschile che all’epoca dell’esperienza di Mira imperava, soprattutto nella chiesa. Perché le società, in ogni epoca, sono mosse da precisi ordini simbolici e il vero cambiamento, avvenuto in quegli anni, è stato lo sgretolarsi del patriarcato come ordine simbolico. E proprio dietro il concetto di “famiglia” venivano scaricati su noi donne i ruoli dove si nascondevano, nel privato, tutte le esperienze umane fondamentali, come la sessualità e la maternità, considerate cose “non politiche”.

Solo il superamento della dicotomia pubblico/privato ci ha permesso di riconoscere la politicità della vita personale. Tutto questo non sarebbe stato possibile se non fossimo partite dal dare valore alla verità soggettiva femminile, dentro le relazioni familiari, coniugali, come in quelle sociali e comunitarie, soprattutto nel campo della sessualità, della salute del nostro corpo, dalla gravidanza al problema dell’aborto, tutte cose allora considerate molto private.

Ci fu immediatamente, soprattutto da parte maschile, una grande disapprovazione sociale per questa irriverente sfacciataggine femminile. Ma oggi io e Carla Galetto, autrici della prefazione al testo di Mira Furlani, come Mira stessa e tantissime altre donne, possiamo esprimere un sapere e una coscienza di noi che ha le sue radici in una grande e storica comunità femminile che attraverso pratiche di pensiero innovative e pratiche di relazioni efficaci, ha trasformato l’intera società.

Oggi sono proprio le donne che si sentono parte attiva di questa storica evoluzione, donne che rispondono positivamente, cogliendo appieno il senso di rivolta che il testo di Mira ha voluto trasmettere contro il silenzio e la cancellazione dalla storia dell’esperienza femminile.

Giuseppina Vitale, nel suo articolo su Micromega di gennaio 2017, mette in risalto il rapporto conflittuale e critico con l’autorità religiosa, ancora non libera dai suoi condizionamenti clericali. Mariangela Mianiti, sul Manifesto del 26 aprile 2017, nella sua interessante recensione, entra nel merito del dibattito tenutosi il 4 marzo scorso alla Libreria delle donne di Milano, in cui Luisa Muraro ha parlato di “una rivolta nella rivolta” poiché, anche in una stagione rivoluzionaria, è possibile “scartare” percorsi femminili di libertà, perché inediti e dirompenti. Inoltre non mancheranno, prossimamente, altri preziosi contributi attualmente in cantiere.

Al nostro ultimo convegno “Gruppi donne Cdb”, tenutosi a Verona nel novembre 2016, la filosofa Chiara Zamboni ha detto: «Siamo noi con la nostra scommessa simbolica a mostrare come il significato di avvenimenti, apparentemente secondari o visionari, che ci hanno toccato hanno un valore che occorre condividere con altri, sia donne che uomini. Si tratta di avere fedeltà nei segni che ci coinvolgono ma, in più, avere fiducia che con le nostre parole rendiamo condivisibile il significato di ciò che ci ha messo in movimento, perché lì c’è una verità implicita. Non importa se a prima vista questo ad altri possa sembrare di poca importanza o se il simbolico dominante non lo veda del tutto o lo consideri marginale o lo interpreti in una maniera per noi stridente, non adeguata. Assumere autorità è sentire l’importanza di questo lavoro simbolico».

Le storie sono storia: raccontiamole: questo era il titolo di una rubrica di Via Dogana, storica rivista femminista della Libreria della donne di Milano. In effetti la storia raccontata da LEI assume un diverso spessore. Quando le donne sono libere e consapevoli della propria differenza tirano in ballo ciò che è sempre stato fuori dalla narrazione maschile, ristabilendo una verità dei fatti e riconsegnando alla storia i vissuti femminili. La loro presenza inedita mette in scena qualcosa di completamente nuovo. Ma il loro operato spesso è anche un attacco frontale al simbolico patriarcale e l’immagine maschile ne risente, uscendone un po’ ammaccata, diseroicizzata. È un lavoro che aggiunge qualcosa che non c’è e toglie qualcosa di illusorio. Queste narrazioni non hanno lo scopo né la necessità di infangare figure maschili autorevoli che oggi non sarebbero in grado di controbattere: mettono invece in evidenza la necessità, ancora molto attuale, di una seria autocoscienza maschile.

Narrando la propria storia, le donne restituiscono un contesto storico arricchito da una differenza sessuale rimossa. Serve alle donne che possono rispecchiarsi in una narrazione che le comprende, dando giusto valore alla parzialità maschile, cosa necessaria in una società di pari-differenti.

Si tratta di un percorso dinamico e trasformativo che richiede la disponibilità ad attraversare i conflitti in maniera non distruttiva, rimettendosi continuamente in discussione.

(www.cdbitalia.it, 15 maggio 2017)

di Giordana Masotto

Articolo tratto dall’intervento pronunciato al convegno “La politica è una professione?” in occasione dei 90 anni di Aldo Tortorella, Milano, Casa della Cultura 23/11/2016

Sono qui per parlare del rapporto tra politica e femminismo. Perché oggi non si può rispondere alla domanda che dà il titolo a questo incontro – “La politica è una professione?” – se non si tiene conto della pratica politica agita dal movimento delle donne da oltre quarant’anni. Se, cioè, non si riconosce che il femminismo è stato ed è un laboratorio di politica di cui – nel vortice delle epocali trasformazioni cui stiamo assistendo – dobbiamo ancora capire pienamente la portata. Più normale e accettata è invece la percezione dell’esito di quella pratica politica, cioè la diffusa presenza pubblica delle donne: con sottolineature diverse, infatti, tutti vedono bene che oggi le donne sono dappertutto e ci sono in un modo totalmente inedito nella storia dell’umanità.

Questa rivista, e la sua direzione, da tempo nutrono attenzione politica, scambio e interlocuzione con il movimento delle donne: ricordo tra l’altro gli interventi di Lia Cigarini e Luisa Muraro nei primi numeri della “nuova serie” di Critica Marxista, nel ’92, e poi di altre, così come i contributi di Aldo Tortorella su Via Dogana, la rivista della Libreria delle donne di Milano.

Scelta particolarmente interessante, perché di questo ha bisogno il pensiero delle donne: di uomini che pensano e si mettono in gioco, più che di solidarietà. Se poi sono anche – come Tortorella – autoironici, meglio ancora.

Il concetto su cui mi voglio soffermare è questo: le donne cambiano il panorama non solo perché sono tante e visibili anche in contesti culturali diversissimi, e perché si stanno tendenzialmente sottraendo al controllo maschile, ma perché cambiano (possono cambiare) l’idea di politica e questo non sappiamo ancora bene che conseguenze avrà. In altre parole: c’è un nesso importante tra la venuta al mondo di questi nuovi soggetti che sono le donne e la necessità di ripensare il discorso sulla politica.

Due osservazioni sul primo punto, cioè che le donne cambiano il panorama.

Si fa un gran parlare delle donne in posizioni apicali, nei diversi ambiti, sia per sottolineare le conquiste sia per evidenziare le difficoltà. Meno noto è un altro dato, molto interessante, che fa luce sulla capillarità e forza del processo di autonomia delle donne: nel 2009 la percentuale di statunitensi sposate è scesa sotto al 50%. Quindi il numero delle donne mai sposate, vedove, separate o divorziate ha superato quello delle sposate. Quando va bene, il matrimonio si ritarda: tra le donne sotto i 34 anni il 46% non è mai stato sposato.

Guardiamo all’Inghilterra: nel 1990 la percentuale di mai sposate tra i 18 e i 49 anni era 18%. Nel 2015, un quarto di secolo e una generazione dopo, la percentuale è il 43%. Insomma: le single oggi sono tante, molto corteggiate dalla politica e più ancora dal marketing che, com’è noto, è più svelto a reagire.

La seconda doverosa osservazione riguarda le reazioni violente e le contraddizioni aperte da questo processo. È bene non dimenticare che il percorso di autonomia delle donne determina anche un inasprimento della misoginia che si manifesta in svariate forme e luoghi: forse non tutti sanno che, anche nella civilissima Europa, il record degli abusi va ai Paesi dove le donne lavorano di più e hanno più parità (Danimarca 52%, Finlandia 47%, Svezia 46% e Olanda 45%); misoginia e soppressione di parola delle donne emergono dove forse non te le aspetti, dal parlamento norvegese alla Silicon Valley, come testimoniano ricerche e analisi. È importante dare la corretta valutazione di tutto ciò, senza vittimismo e senza falsi trionfalismi: quando le donne si sottraggono al controllo maschile si genera un conflitto politico perché si incrina la struttura patriarcale e si mettono le basi per una – inedita – società di pari-differenti.

Libertà in azione

Ma veniamo a quello che dal mio punto di vista è il punto chiave di questo incontro. Le donne cambiano (possono cambiare) l’idea di politica.

Libertà è una parola base sia nella politica delle donne sia nella complessa esperienza ed elaborazione politica di Aldo Tortorella. Il quale, nel panorama del marxismo italiano, libera l’idea di libertà dal dominio capitalistico (individualismo possessivo e competizione assoluta) e la rimette in gioco. Non solo “libertà da” e non solo “libertà di”. Ma, si chiede, “libertà per cosa”, introducendo un importante paradigma etico. La sua libertà si realizza nel rapporto con l’altro, attraversa il limite e aspira a costruire rete.

Per le donne la libertà è stato come scoprire che si poteva respirare senza scafandro.

Una piccola divagazione autobiografica, che forse aiuta a capire. Esperienza personale, ma condivisa. Io stavo all’università nel ’68, fucina politica per eccellenza, come sappiamo. La politica si respirava a tempo pieno, nelle assemblee, nei controcorsi, nelle aule e nei chiostri della Statale. Era bello starci: io ascoltavo. Scoprivo mondi e pensieri. Anni voraci, forti e confusi, pieni di cose che mi si depositavano dentro. Ma io rimanevo silenziosa.

Anche la città si trasformava ai miei occhi con tutto quel camminare al centro delle strade invece che sui marciapiedi. Era un vedere insieme lontano e vicino. Mi muovevo in libertà, ma restavo silenziosa.

Poi nel ’71 il mio primo gruppo di autocoscienza con altre donne della mia generazione ed esperienza: e finalmente ho incominciato a sentire che stavo davvero lì dove stavo. Non ero più silenziosa. E tutto ha cominciato a prendere forma. Per qualche anno è stato un crescendo: pensare, scrivere, sentire, vivere. Condividere il tempo, tutto il tempo, attraversando insieme vita e lavoro.

Ecco: finalmente capivamo che cosa poteva essere la politica. Un fare che era potentemente pubblico, perfino quando accadeva nelle nostre case. Non c’era dubbio: ognuna di noi era lì e insieme eravamo al centro della scena sociale. Questo era politica.

In sintesi: prendendo la parola a partire da noi stesse e mettendolo in comune con altre, dandoci parola e ascolto, eravamo diventate soggetti politici. Avevamo inventato la “politica delle pratiche agite in proprio dai soggetti” incrinando in modo irreversibile la politica conosciuta fino ad allora.

Il partire da sé è questo. Ed è un processo irreversibile, che non finisce mai. Ora so che l’eccezionalità di quella esperienza – per nulla facile – stava, se ho capito bene, in una compresenza di materiale e simbolico, era questo che trasformava in politica le nostre vite.

Oggi, anche se l’autocoscienza come pratica specifica in un piccolo gruppo non è così diffusa, il partire da sé, il pensare con altre donne rimane una modalità consolidata e diffusa.

Per questo voglio dire, in colloquio con le posizioni di Aldo Tortorella, che la libertà delle donne così come è politicamente venuta alla luce, non ha bisogno di essere moderata/indirizzata dall’etica. Corre, questo sì, il gravissimo rischio di essere svuotata dall’imperativo neoliberale, dall’individualismo, dal consumismo. Come per tutti. O dalla chiusura nel recinto felice, e anche dalla debolezza femminile nel non volersi assumere la grandezza di questo disegno.

Non ha bisogno di paradigmi etici perché la libertà delle donne ha questo di peculiare: ha alla sua origine l’esigenza di stare nel mondo a misura della propria complessità. Ci vogliono le donne non perché gli uomini hanno fallito nel costruire spazi adeguati di libertà, ma perché sono necessarie.

Che cosa è accaduto infatti? Si è aperto un conflitto di civiltà da quando le donne hanno preso il controllo sul proprio corpo e sono uscite sulla scena pubblica con una parola autonoma. Anche l’entrata nel mercato del lavoro, di per sé non nuova, cambia di segno a partire dagli anni ’70: proprio perché le donne si sono riappropriate del corpo e della sessualità, fatto inedito nella storia dell’umanità.

È questo che le rende soggetti imprevisti. E complessi. La presa di parola pubblica e autonoma delle donne infatti mette in discussione la secolare divisione sessuale del lavoro e più in generale la dicotomia anima/corpo, polis/oikos, padrone/schiavo, libertà/necessità, soggetto/oggetto che è alla base di tutto il pensiero, l’economia, la politica da Socrate/Aristotele in poi. Materia deriva da madre: le donne/corpo controllate da un padre padrone, donne naturalizzate e, come la natura, territorio vivo e fertile da possedere e sfruttare. La libertà delle donne, che si manifesta in modi e misure diversi alle più diverse latitudini e longitudini della terra, cambia alla radice i paradigmi della convivenza umana. Infatti tutte le forme sociali, politiche, relazionali hanno condiviso per secoli un assunto di fondo: il controllo degli uomini sui corpi femminili, intesi come sessualità, riproduzione, forza lavoro.
Le donne
invadono lo spazio pubblico come soggetti inediti nella storia. E oggi non si può affrontare alcuna politica se non la si pensa a misura di quei soggetti complessi che sono le donne. Le donne, per fortuna, non possono e non vogliono separarsi dai propri corpi, che facciano o non facciano figli. Conoscono la vulnerabilità degli umani lungo tutto l’arco dell’esistenza. L’intreccio vita/lavoro è diventato qualcosa di radicale. La ricomposizione del lavoro, produttivo e riproduttivo, si fa a partire dalle donne il che incide a sua volta sulla nozione stessa di soggetto, dal momento che tutti e tutte possiamo riconoscerci come soggetti interdipendenti e vulnerabili.

In sintesi: le donne sono soggetti politici che vengono al mondo con una pratica politica nuova che ha come ragion d’essere la ricerca di libertà tra sé e nel mondo, una libertà non conclusa, ma dinamica, in divenire, volendo mantenere viva e aperta una complessità che diventi paradigma.

Politica prima e politica seconda

Tutto molto interessante, ci viene spesso detto: questo ci sollecita, dobbiamo certamente cambiare la cultura politica. Però – si obietta – non possiamo eliminare il fatto che all’attività politica e alla partecipazione al governo della cosa pubblica sia connessa una professione. Possiamo “solo” e non è poco, evitare che la professione scada a mestiere o peggio.

Mi pare che si tenda ad attribuire in modo univoco il degrado/delegittimazione dei partiti e la corruzione alla vittoria della controrivoluzione neoconservatrice, che nasce di fronte a quello che fu definito “l’eccesso di domande” della democrazia già negli anni ’70 del secolo scorso.

Questa valutazione io credo non sia sufficiente. Se è vero che i partiti e le organizzazioni di massa assolvevano a una funzione importante di educazione, è indubbio che rappresentavano anche un mezzo potente di trasmissione di potere a livello locale. Le due cose, consapevolezza della propria posizione sociale e partecipazione al potere, erano profondamente intrecciate. Questo è connaturato ai partiti. Ha funzionato finché ha funzionato e ha dato risultati positivi. Ma finiti i gloriosi trenta, il sistema si è rotto. Eppure, come ha detto una donna parlando del fordismo, noi non portiamo il lutto, quel lutto non è il nostro. E credo che questo oggi lo sentano anche molti uomini.

Quello che voglio dire è che il maggiore livello di cultura, libertà, consapevolezza diffusi, rende quantomeno possibile oggi dire che distinguere la politica dalla pur necessaria gestione del potere e ripensarne i nessi è un punto di non ritorno. Questo mette in discussione anche il ruolo dei partiti così come li conosciamo nella tradizione italiana. Non credo che ci sia da rimpiangere o da immaginare la rinascita dei partiti come organizzazioni di massa. Perché sono cambiati i soggetti e il loro potenziale di partecipazione alla vita pubblica. La politica istituzionale non ha raccolto la sfida della politica agita dai soggetti e si è arroccata, svuotata di rappresentanza, chiusa nei meccanismi di casta, specchiata nella propria rappresentazione televisiva.

È importante chiarire anche che il discorso del MS5 – senza entrare nel merito e tenendo conto che a livello locale il MS5 raccoglie anche esperimenti interessanti – riguarda una critica alla gestione del potere. Non dice nulla di interessante sulla pratica politica. È un sistema di formazione del consenso attraverso altre vie, ma non mi fa fare passi avanti su libertà e politica. Mette insieme tutto in maniera confusa: prende una diffusa crescita di libertà individuale e la travasa senza articolazioni nel governo della cosa pubblica e nel vuoto mestierante della crisi dei partiti.

Altri sono i segnali a cui dobbiamo guardare e ce ne sono molti.

Il nodo rimane: il rapporto tra governo/gestione del potere e l’agire politico dei soggetti.

Per affrontare questo nodo teorico il femminismo della differenza ha creato una nuova figura, e cioè il concetto di politica prima e politica seconda. La politica prima è quella – originariamente messa in atto dalle donne – che realizza incontri, scambi e iniziative diverse che hanno questo in comune: il partire da sé, la produzione di nuovo simbolico, il contaminare. Generare un punto di vista sulla realtà, dare nome a ciò che accade avendo come misura e come scopo mettere i soggetti in grado di agire la propria libertà in relazione con altri/e. Questa invenzione politica, viva da decenni, continua, mettendo in campo pratiche e percorsi differenti, che si connettono senza organizzazione né portavoce. Non possiamo chiamarla professione, dunque, perché può attraversare la vita di tutti e di tutte e benché possa mettere in gioco continuità, sapienza, competenze, autorità.

E la gestione del potere e del governo? Per conseguenza è stata definita politica seconda. Questa invenzione teorica è stata interessante, non perché risolva il problema della democrazia e della sua attuale crisi, cioè del rapporto tra soggetti e governo, ma perché afferma che quella agita in prima persona dai soggetti è politica.

Possiamo chiamarla cultura, come in genere si fa, ma noi la chiamiamo politica. Non propedeutica alla vera politica. Se ripartiamo di qui, si schiudono oggi strade inedite.

Segnali

Da quando l’abbiamo detto, una ventina di anni fa, sono cambiate molte cose, in meglio e in peggio. Ma io credo che oggi – sempre di più – non si possa ripensare la seconda, cioè ripensare rappresentanza politica e governi (e quindi più credibilità e più professionalità, ma anche più limiti), senza pensare i nessi con la prima. Solo per questa via impervia si può immaginare una democrazia globalizzata.

Il che vuol dire, ad esempio, che anche la misura del governo, soprattutto a livello locale ma non solo, non andrebbe presa solo sul raggiungimento degli obiettivi di programma, ma sulla ricerca attiva di nuovi nessi e risignificazione delle numerose espressioni politiche di base. Come hanno sottolineato recentemente in un manifesto congiunto le sindache di tre grandi città europee, Ada Colau, Manuela Carmena e Anne Hidalgo (Barcellona, Madrid, Parigi), siamo di fronte a un cambio epocale ed è in queste comunità che si manifesta capacità di cooperazione e innovazione.

Immaginare e desiderare di poter agire politica nella propria vita è un sentimento emergente e diffuso: e una politica viva non può che raccogliere questa sfida. Imparando dalle donne: è possibile fare la spola tra necessità e libertà, smuove più cose l’autocoscienza del pensiero critico, l’azione più che la reazione, il conflitto relazionale più che la guerra di annientamento del nemico.

(Critica Marxista 1/2017)

Intervista a Antonio Silvio Calò
realizzata da Paola Sabbatani, Lelia Serra

La straordinaria storia di una famiglia del trevigiano che di fronte alle tragedie del Mediterraneo decide di raddoppiare, da sei a dodici, il numero degli abitanti della loro casa; l’incredulità dei funzionari delle istituzioni e, poi, l’ostilità iniziale del vicinato; i sei giovani “rifugiati” che non bighellonano mai, che vanno a scuola e al doposcuola pomeridiano, che aiutano i vicini nel sabato, che fanno un tirocinio lavorativo; un “modello” che funziona. Intervista ad Antonio Silvio Calò.

 

An­to­nio Sil­vio Ca­lò, in­se­gnan­te di scuo­la me­dia su­pe­rio­re, spo­sa­to con quat­tro fi­gli, vi­ve a Ca­ma­lò, in pro­vin­cia di Tre­vi­so. La sua espe­rien­za di ac­co­glien­za è di­ven­ta­ta fa­mo­sa an­che ol­tre i con­fi­ni na­zio­na­li.

Ci pia­ce­reb­be che rac­con­tas­se dal­l’i­ni­zio co­me la vo­stra fa­mi­glia è ar­ri­va­ta a pren­de­re que­sta de­ci­sio­ne di ac­co­glie­re ri­fu­gia­ti.
Nel 2015, mar­zo, apri­le, si so­no ve­ri­fi­ca­ti una se­rie di even­ti mol­ti tra­gi­ci uno die­tro l’al­tro; il 18 ce n’è sta­to uno mol­to dram­ma­ti­co a Lam­pe­du­sa con cen­ti­na­ia di mor­ti. Di fron­te a que­ste im­ma­gi­ni, ma an­che al­le pre­ce­den­ti, de­vo es­ser sin­ce­ro, quel gior­no, il 18, lo ri­cor­do co­me fos­se ades­so, ho det­to no, ba­sta, dob­bia­mo fa­re qual­co­sa. Ora non è che noi ab­bia­mo tan­te co­se. Ab­bia­mo la ca­sa. Ho pro­po­sto, met­tia­mo a di­spo­si­zio­ne la no­stra ca­sa. Mia mo­glie era d’ac­cor­dis­si­mo, ho con­sul­ta­to an­che tut­ti i fi­gli per­ché non avrei mai pre­so una de­ci­sio­ne di que­sto ge­ne­re, che com­por­ta­va un ta­le cam­bia­men­to nel­la con­di­vi­sio­ne de­gli spa­zi del­la ca­sa, sen­za il lo­ro con­sen­so.
Il 20 apri­le o il 21, non ri­cor­do, pri­ma di re­car­mi in pre­fet­tu­ra ho det­to a mia mo­glie: “Ve­drai che ci sa­ran­no al­tre fa­mi­glie che han già fat­to que­sta scel­ta quin­di po­tre­mo crea­re una re­te, ci po­tran­no con­si­glia­re su co­sa fa­re e non fa­re”. Quan­do so­no sta­to da­van­ti al fun­zio­na­rio del­la pre­fet­tu­ra su­bi­to c’è sta­to un qui pro quo: lo­ro pen­sa­va­no che noi aves­si­mo una se­con­da o ter­za ca­sa in cui ospi­tar­li. Quan­do ho chia­ri­to che sa­reb­be­ro ve­nu­ti a sta­re a ca­sa no­stra, la ri­spo­sta è sta­ta: “Ma lei è fuo­ri com­ple­ta­men­te!”. E quan­do ho det­to: “Ma ci sa­ran­no al­tre si­tua­zio­ni co­me la no­stra…”, l’i­spet­tri­ce mi ha ri­spo­sto: “No, guar­di, non c’è nes­su­na si­tua­zio­ne di que­sto ge­ne­re, né qui né a Tre­vi­so o nel Ve­ne­to… Io cre­do che lei sia il pri­mo in Ita­lia che fa que­sto ti­po di ac­co­glien­za”. A quel pun­to ci so­no ri­ma­sto an­che ma­le, ave­vo im­ma­gi­na­to una si­tua­zio­ne ben di­ver­sa. An­che per­ché quel­lo vo­le­va di­re che non c’e­ra nep­pu­re una le­gi­sla­zio­ne in ri­fe­ri­men­to al­l’ac­co­glien­za fa­mi­lia­re.
C’e­ra­no i cen­tri di ac­co­glien­za ma non c’e­ra la pos­si­bi­li­tà di ac­co­glie­re im­mi­gra­ti per i pri­va­ti?
Per i pri­va­ti so­lo in ca­so di emer­gen­za, co­me in quei gior­ni, poi è di­ven­ta­to tut­to mol­to più dif­fi­ci­le. Ci do­ve­va­mo ap­pog­gia­re a qual­cu­no. Su­bi­to mi ven­ne in men­te una coo­pe­ra­ti­va di un ex pro­fu­go ma­roc­chi­no, ora ita­lia­no, ve­nu­to in Ita­lia 23 an­ni fa, che in quel mo­men­to sta­va co­min­cian­do a far ser­vi­zio pres­so la pre­fet­tu­ra per i pro­fu­ghi. Que­sta per­so­na, un ca­ris­si­mo ami­co con cui ab­bia­mo fat­to tan­te espe­rien­ze in­sie­me, com­pre­so un viag­gio in Ma­roc­co, mi ha det­to su­bi­to che ci sa­rem­mo po­tu­ti ap­pog­gia­re a lo­ro, man­te­nen­do la mas­si­ma li­ber­tà per fa­re quel­lo che ci sem­bra­va più op­por­tu­no. Que­sto è sta­to ad apri­le. Poi a mag­gio il no­stro par­ro­co ha aper­to la pro­pria ca­no­ni­ca a tren­ta­due ra­gaz­zi. Era una si­tua­zio­ne di emer­gen­za e mia mo­glie an­da­va pra­ti­ca­men­te tut­ti i gior­ni a in­se­gna­re un po’ di ita­lia­no. Io an­da­vo ap­pe­na po­te­vo, so­prat­tut­to la se­ra, per ca­pi­re com’e­ra or­ga­niz­za­ta la co­sa. Di­scu­te­vo con lo­ro, cer­ca­vo an­che di com­pren­de­re so­prat­tut­to le mo­ti­va­zio­ni ma an­che le aspet­ta­ti­ve che li spin­ge­va­no a in­tra­pren­de­re que­sti viag­gi in­cre­di­bi­li. E quel­lo ci è ser­vi­to mol­to.
Co­sì ab­bia­mo da­to la di­spo­ni­bi­li­tà al­la pre­fet­tu­ra da due a un mas­si­mo di sei per­so­ne. Ri­cor­do che mia mo­glie dis­se che a quel pun­to, vi­sto che ci era­va­mo de­ci­si a quel sal­to, po­te­va­mo of­fri­re la pos­si­bi­li­tà al­le ra­gaz­ze so­prat­tut­to, per­ché le ra­gaz­ze, co­me pur­trop­po si sa, pa­ti­sco­no co­se non di po­co con­to. Ag­giun­se: “Guar­da, an­che se ar­ri­va­no già in­cin­te, le pren­dia­mo lo stes­so per­ché in fa­mi­glia è tut­ta un’al­tra co­sa ri­spet­to a cer­ti cen­tri d’ac­co­glien­za”. A Tre­vi­so, pe­rò, in quei me­si, di ra­gaz­ze non ne so­no pro­prio ar­ri­va­te. L’8 giu­gno del 2015 la pre­fet­tu­ra mi ha te­le­fo­na­to per dir­mi che ave­va­no bi­so­gno dei po­sti che ave­va­mo of­fer­to per­ché ar­ri­va­va­no sei ra­gaz­zi. La chia­ma­ta era sta­ta ver­so le 12, al­le 19 di se­ra era­no già tut­ti qua. Quin­di ab­bia­mo do­vu­to pre­pa­ra­re tut­to: i let­ti, che so­no ar­ri­va­ti con­tem­po­ra­nea­men­te a lo­ro, e tut­to il re­sto. È sta­to ve­ra­men­te un mo­men­to par­ti­co­la­ris­si­mo: la no­stra stra­da, co­me ave­te vi­sto, è chiu­sa e ci si è in­fi­la­ta que­sta cor­rie­ra che pro­ve­ni­va dal­la Si­ci­lia, con 50 per­so­ne, die­tro c’e­ra la po­li­zia, e ne so­no sce­si que­sti sei con il lo­ro sac­chet­to ne­ro del­l’im­mon­di­zia do­ve ave­va­no un cam­bio. È sta­to un mo­men­to par­ti­co­la­re. Tut­to il quar­tie­re si era af­fac­cia­to, gli sguar­di di gran par­te di lo­ro era­no un po­co tru­ci, osti­li…
Di do­ve era­no i ra­gaz­zi? E co­me è sta­to l’im­pat­to?
I pri­mi sei, di­co pri­mi e do­po spie­ghe­rò per­ché, era­no due dal Gam­bia, due dal Gha­na, due dal­la Ni­ge­ria. Sì, l’i­ni­zio non è sta­to fa­ci­le per nien­te. Per­ché ab­bia­mo avu­to mi­nac­ce, of­fe­se pe­san­ti dal quar­tie­re e i pri­mi 15 gior­ni i ra­gaz­zi so­no ri­ma­sti chiu­si in ca­sa, non si so­no nean­che af­fac­cia­ti al­l’u­sci­ta. E chia­ra­men­te pe­rò è ini­zia­ta tut­ta una or­ga­niz­za­zio­ne del­la ge­stio­ne per­ché era giu­gno, e io e mia mo­glie co­mun­que do­ve­va­mo in­se­gna­re, i miei fi­gli an­da­va­no a scuo­la, chi an­da­va a la­vo­ra­re, qual­cu­no do­ve­va re­sta­re qua. Al­lo­ra ab­bia­mo pen­sa­to a una si­gno­ra, Va­len­ti­na, che ave­va­mo in­con­tra­to in par­roc­chia du­ran­te quel­l’e­spe­rien­za di ac­co­glien­za, una vo­lon­ta­ria, che tra l’al­tro ave­va per­so il la­vo­ro da po­co, mam­ma di due fi­gli. Io ho chie­sto al­la coo­pe­ra­ti­va che ve­nis­se as­sun­ta a tem­po de­ter­mi­na­to con tut­ti i san­ti cri­smi.
Que­sto pe­rio­do che va da giu­gno ad ago­sto è sta­to co­me un tem­po in­ter­me­dio, una fa­se per po­ter gua­ri­re le fe­ri­te, spes­so gra­vis­si­me. E cer­ca­re an­che di far ca­pi­re ai ra­gaz­zi do­ve era­no, in che mon­do era­no ar­ri­va­ti, co­sa vo­le­va di­re vi­ve­re a Tre­vi­so, in pro­vin­cia, e in Ita­lia. Te­ne­te pre­sen­te che gli afri­ca­ni han­no mol­tis­si­mi dia­let­ti e non riu­sci­va­no a co­mu­ni­ca­re nean­che fra di lo­ro. La se­ra, che era il mo­men­to in cui ci tro­va­va­mo tut­ti, ve­ni­va an­che da ri­de­re per­ché per riu­sci­re a co­mu­ni­ca­re tra di noi po­te­va­mo met­ter­ci an­che mez­z’o­ra so­lo per di­re una co­sa a tut­ti.
Co­mun­que l’i­ni­zio, co­sì dif­fi­ci­le per tan­ti ver­si, è sta­to an­che in­te­res­san­te per­ché, per al­tri ver­si, spon­ta­nea­men­te ci si so­no af­fian­ca­te al­tre per­so­ne per dar­ci una ma­no: un gior­no si è pre­sen­ta­to un ex gior­na­li­sta che non co­no­sce­vo di­cen­do: “Vo­glio fa­re qual­co­sa per voi, non vo­glio nul­la”.
Ave­va in­se­gna­to per tan­ti an­ni ita­lia­no in Ame­ri­ca, co­sì si fer­ma­va qua per ore al po­me­rig­gio con i ra­gaz­zi per in­se­gna­re lo­ro la lin­gua ita­lia­na, ma an­che per in­tro­dur­li al­la vi­ta, ai co­stu­mi e al­le tra­di­zio­ni ita­lia­ni. È sta­to uti­lis­si­mo l’a­iu­to di Gio­van­ni. Un pen­sio­na­to che abi­ta qui vi­ci­no, Val­ter, mi ha det­to: “Pro­fes­so­re, mi per­met­te di fa­re qual­co­sa?”, “Guar­di, qual­sia­si co­sa può es­se­re uti­le”, e co­sì ha mes­so su in po­co tem­po, in­sie­me ai ra­gaz­zi, un or­to straor­di­na­rio nel giar­di­no.
I sei ra­gaz­zi so­no sem­pre ri­ma­sti gli stes­si?
In­tor­no ad ago­sto ho mes­so avan­ti una que­stio­ne. Gli ho det­to che se vo­le­va­no sta­re qua con noi c’e­ra un pro­get­to da ri­spet­ta­re. Sta­re qua sen­za sen­so, no, non ci an­da­va be­ne. A mag­gior ra­gio­ne vi­sto che il con­te­sto è quel­lo di una fa­mi­glia. Al­la de­scri­zio­ne di que­sto pro­get­to tre han­no ri­spo­sto su­bi­to con en­tu­sia­smo, e tre han­no co­min­cia­to a nic­chia­re, a pren­de­re tem­po. A quel pun­to gli ho da­to una da­ta per sa­pe­re la lo­ro ri­spo­sta. La psi­co­lo­ga, Giu­lia, di gran­dis­si­mo aiu­to fin dal­l’i­ni­zio, mi ave­va già se­gna­la­to che c’e­ra­no al­cu­ne que­stio­ni tra di lo­ro, non tan­to sul fat­to di sta­re in fa­mi­glia. Tre di lo­ro era­no cat­to­li­ci e tre mu­sul­ma­ni e due di lo­ro, i ni­ge­ria­ni, ave­va­no un at­teg­gia­men­to un po’ pre­po­ten­te e di do­mi­nio nei con­fron­ti de­gli al­tri afri­ca­ni, qua­si di su­pe­rio­ri­tà, del ti­po: “Noi sia­mo noi e voi sie­te al­tro”. Un at­teg­gia­men­to che si ri­per­cuo­te­va nel­la col­la­bo­ra­zio­ne. La psi­co­lo­ga stes­sa mi con­si­gliò di “an­da­re al dun­que” con lo­ro, per­ché quel­le per­so­ne sa­reb­be­ro po­tu­te di­ven­ta­re un gra­ve ele­men­to di di­stur­bo, ad­di­rit­tu­ra di­strut­ti­vo.
Co­sì quan­do è ar­ri­va­to il gior­no sta­bi­li­to, lo­ro mi han­no det­to che non ac­cet­ta­va­no di re­sta­re, che era tro­po im­pe­gna­ti­vo e che pre­fe­ri­va­no tor­na­re ai cen­tri di ac­co­glien­za.
Ma in co­sa con­si­ste que­sto pro­get­to?
Il pro­get­to è quel­lo che è sta­to chia­ma­to mo­del­lo “sei più sei”. In­tan­to da set­tem­bre c’e­ra l’ob­bli­go del­la scuo­la. Ho det­to ai ra­gaz­zi che non po­te­va­no re­sta­re in que­sto pae­se sen­za la co­no­scen­za del­la lin­gua, as­so­lu­ta­men­te. Quin­di l’ob­bli­go del­la scuo­la, ma ob­bli­go ve­ro, non che uno va un gior­no e l’al­tro no. Que­sta è la pri­ma co­sa. Poi ave­vo or­ga­niz­za­to tut­ta la set­ti­ma­na e co­sì è sta­to: lu­ne­dì, mar­te­dì, mer­co­le­dì e gio­ve­dì quat­tro ore di scuo­la, dal­le 9 al­le 13.
Que­sto do­ve?
Al­la scuo­la me­dia di Tre­vi­so. So­no sta­ti in­se­ri­ti a va­ri li­vel­li per­ché due di lo­ro era­no anal­fa­be­ti. In quan­to mu­sul­ma­ni ave­va­no fre­quen­ta­to le scuo­le co­ra­ni­che, ave­va­no im­pa­ra­to a me­mo­ria le su­re del Co­ra­no ma non era­no in gra­do di scri­ve­re in ara­bo. Era pro­prio tut­to im­pa­ra­to a me­mo­ria, una di­men­sio­ne oran­te co­me d’al­tron­de è oran­te la lo­ro lin­gua. Non è che esi­sto­no i vo­ca­bo­la­ri dei sin­go­li dia­let­ti o del­le lin­gue in Afri­ca. E quin­di lo­ro fa­ce­va­no quat­tro ore di scuo­la, di cui una di geo­gra­fia e sto­ria, una di ma­te­ma­ti­ca, una di in­gle­se e una di ita­lia­no. Il lu­ne­dì e il mer­co­le­dì, al po­me­rig­gio, ve­ni­va sem­pre Gio­van­ni, l’in­se­gnan­te di cui ho par­la­to pri­ma, che ri­pren­de­va le que­stio­ni sco­la­sti­che, ri­met­te­va in mo­to un po’ tut­to e ap­pro­fon­di­va. Poi il mar­te­dì po­me­rig­gio ave­va­no cin­que ore con la psi­co­lo­ga. Tre ore di te­ra­pia di grup­po e due ore per i sin­go­li, poi lei si fer­ma­va qua a ce­na­re con noi e co­sì è di­ven­ta­ta una di fa­mi­glia, com’è suc­ces­so an­che con Gio­van­ni.
Poi ab­bia­mo pen­sa­to che fos­se im­por­tan­te iscri­ver­li an­che ad at­ti­vi­tà spor­ti­ve, quin­di il gio­ve­dì po­me­rig­gio due fre­quen­ta­va­no gli al­le­na­men­ti del­le squa­dre di cal­cio do­ve gio­ca­va­no an­che i miei fi­gli, men­tre due fa­ce­va­no pa­le­stra qua. Il ve­ner­dì mat­ti­na li ho sem­pre la­scia­ti an­da­re in mo­schea, per­ché poi i tre ra­gaz­zi cri­stia­ni (i due ni­ge­ria­ni e un ter­zo) se n’e­ra­no an­da­ti via, e lo stes­so gior­no la Que­stu­ra ce ne ave­va man­da­ti al­tri tre, mu­sul­ma­ni an­che lo­ro.
Quin­di ora so­no sei mu­sul­ma­ni…
E il grup­po da al­lo­ra è ri­ma­sto lo stes­so, dal­l’a­go­sto del 2015.
Il ve­ner­dì po­me­rig­gio e il sa­ba­to lo­ro era­no a di­spo­si­zio­ne del­la fa­mi­glia per tut­ta una se­rie di at­ti­vi­tà ca­sa­lin­ghe, ma an­che a di­spo­si­zio­ne del­le fa­mi­glie del­la co­mu­ni­tà del quar­tie­re, nel sen­so che se c’e­ra bi­so­gno di spo­sta­re mo­bi­li o an­da­re a ta­glia­re la le­gna, o aiu­ta­re per il giar­di­no; qua ci so­no tan­te sa­gre, bi­so­gna met­te­re su i ca­pan­no­ni e lo­ro so­no ra­gaz­zi gio­va­ni e for­ti… La do­me­ni­ca in­ve­ce ri­po­so per tut­ti.
Que­sto ha si­gni­fi­ca­to ac­com­pa­gnar­li ed è sta­to ve­ra­men­te straor­di­na­rio. Noi sia­mo di­ven­ta­ti fa­mi­glia nel sen­so più glo­ba­le del ter­mi­ne: i miei fi­gli con­di­vi­do­no tut­to con lo­ro, ve­sti­ti, mu­tan­de, scar­pe, giac­che, cra­vat­te, tut­to. Vi­ven­do co­sì in­sie­me, han­no ac­qui­si­to un mi­ni­mo di lin­gua, an­che se non al­lo stes­so mo­do. Tre di lo­ro par­la­no ab­ba­stan­za be­ne l’i­ta­lia­no, e si fan­no ca­pi­re, al­tri tre han­no più pro­ble­mi, cer­ta­men­te, pe­rò, in­som­ma, ades­so ci ca­pia­mo, la lin­gua co­mu­ne è pro­prio l’i­ta­lia­no. Ma poi la co­sa bel­la è che du­ran­te una set­ti­ma­na co­sì or­ga­niz­za­ta, il vi­ci­na­to pra­ti­ca­men­te non li ve­de­va mai. E non li ve­de­va so­prat­tut­to bi­ghel­lo­na­re, ma­ga­ri con il cel­lu­la­re in ma­no, im­ma­gi­ni che spes­so e vo­len­tie­ri so­no mo­ti­vi di gran­de po­le­mi­ca. Que­sti ra­gaz­zi non han­no mai bi­ghel­lo­na­to. Que­sto se­con­do me è im­por­tan­tis­si­mo.
Poi in que­sto an­no sco­la­sti­co chia­ra­men­te so­no ve­nu­te fuo­ri tut­te le lo­ro pro­ble­ma­ti­che e la pri­ma è pro­prio il per­ché so­no ve­nu­ti qua. La ri­spo­sta è per la­vo­ra­re. Le fa­mi­glie se­le­zio­na­no quel­lo che ce la può fa­re. Lo man­da­no in que­sta av­ven­tu­ra co­sì du­ra, e una vol­ta che è ar­ri­va­to qui lo­ro de­ve la­vo­ra­re e man­da­re i sol­di a ca­sa. Se tor­na in­die­tro sen­za un la­vo­ro può ad­di­rit­tu­ra ve­ni­re ri­fiu­ta­to dal­la fa­mi­glia; que­sti ra­gaz­zi ven­go­no vi­sti ma­lis­si­mo, per­ché su di lo­ro so­no sta­ti in­ve­sti­ti tut­ti i ri­spar­mi.
Quin­di a giu­gno, quan­do è fi­ni­ta la scuo­la, ci sia­mo ado­pe­ra­ti per ga­ran­ti­re lo­ro un fu­tu­ro la­vo­ra­ti­vo. Com’è giu­sto che sia, nei con­fron­ti di tut­te le per­so­ne.
Apro una pa­ren­te­si, lo di­co con tri­stez­za qui nel mio pic­co­lo stu­dio, ma cer­ta­men­te pen­so e cre­do di aver ra­gio­ne: l’a­fri­ca­no si sen­te in­fe­rio­re al bian­co. Do­po cin­que­cen­to an­ni di schia­vi­smo, co­lo­niz­za­zio­ne po­li­ti­ca, eco­no­mi­ca, l’a­fri­ca­no nei con­fron­ti del bian­co ha uno sguar­do di­ver­so, non si sen­te al­la pa­ri. In que­sti due an­ni ab­bia­mo cer­ca­to sem­pre di far ca­pi­re lo­ro che so­no ugua­li a noi e che tut­ti noi ab­bia­mo do­ve­ri e di­rit­ti, tut­ti noi dob­bia­mo agi­re in un cer­to mo­do, as­so­lu­ta­men­te, ma c’è una gran­dis­si­ma dif­fi­col­tà. Que­sto per­so­nal­men­te mi ha fat­to ri­flet­te­re mol­to. È sta­ta ed è un’in­cre­di­bi­le espe­rien­za di ti­po so­cia­le, cul­tu­ra­le, an­tro­po­lo­gi­co. Io la di­ver­si­tà la ve­do co­me una ric­chez­za, noi tut­ti qua la vi­via­mo co­me una ric­chez­za, pe­rò la di­ver­si­tà c’è e ha dei vol­ti mol­to par­ti­co­la­ri. Per esem­pio, nel con­cre­to, lo­ro so­no an­che ca­pa­ci di fa­re cer­te co­se, ma le fan­no ap­pun­to al­l’a­fri­ca­na. Im­ma­gi­na­re di in­se­ri­re un’o­pe­ra­ti­vi­tà di ti­po afri­ca­no in un con­te­sto “nor­de­st tre­vi­gia­no”, sen­za te­ner con­to del­le di­ver­si­tà, vor­reb­be di­re fal­li­men­to si­cu­ro e im­me­dia­to.
Quin­di mi so­no mes­so in te­sta che ci do­ve­va es­se­re un pe­rio­do di al­me­no sei me­si in cui lo­ro po­tes­se­ro fa­re un ti­ro­ci­nio pro­fes­sio­na­liz­zan­te e ho cer­ca­to un en­te cer­ti­fi­ca­to­re. Ho tro­va­to l’A­scom, l’as­so­cia­zio­ne com­mer­cian­ti, che è sta­ta gen­ti­lis­si­ma, si è ado­pe­ra­ta e ci ha ga­ran­ti­to que­sto cer­ti­fi­ca­to. Noi, da par­te no­stra, sia­mo an­da­ti al­la ri­cer­ca del­le azien­de. An­che qua il par­ro­co e gli ami­ci, tut­te le per­so­ne che ci han­no ac­com­pa­gna­to di vol­ta in vol­ta nel­la no­stra espe­rien­za, ci han­no da­to una gros­sa ma­no. Ab­bia­mo mes­so due con­di­zio­ni fon­da­men­ta­li al­le azien­de. La pri­ma è che quel ti­ro­ci­nio non an­das­se a por­ta­re via al­cun ti­po di pos­si­bi­li­tà a un ita­lia­no. Se ac­cet­ta­va­no il ti­ro­ci­nan­te no­stro era per­ché non c’e­ra nes­sun ita­lia­no che avreb­be po­tu­to o vo­lu­to far­lo. E la se­con­da co­sa fon­da­men­ta­le, che quel ti­ro­ci­nio non an­das­se a oc­cu­pa­re spa­zi con­ve­nien­ti a quel­l’a­zien­da, del ti­po cas­sin­te­gra­ti, di­soc­cu­pa­zio­ne, co­se di que­sto ge­ne­re. E co­sì nel gi­ro di po­chis­si­mo tem­po, nel gi­ro di un me­se, tut­ti i ra­gaz­zi so­no par­ti­ti con un ti­ro­ci­nio. An­che qui apro una pa­ren­te­si mol­to im­por­tan­te: ci so­no tan­tis­si­mi la­vo­ri che gli ita­lia­ni non vo­glio­no fa­re as­so­lu­ta­men­te. Que­sto va sot­to­li­nea­to per­ché tan­te vol­te sen­tia­mo di­re che ci por­ta­no via il la­vo­ro. No, non è ve­ro. Due di lo­ro so­no sta­ti im­pie­ga­ti co­me la­va­piat­ti e non si tro­va­va un la­va­piat­ti da nes­su­na par­te. Tre, in­ve­ce, so­no sta­ti ac­cet­ta­ti al­l’in­ter­no di una coo­pe­ra­ti­va bio­lo­gi­ca or­ti­co­la, e an­che là, spor­car­si le ma­ni con la ter­ra, pie­ga­ti ot­to ore, con il fred­do e com­pa­gnia bel­la, non tro­va­va­no nes­su­no. Quin­di, an­che qui, li han­no pre­si più che vo­len­tie­ri. E un al­tro, in­ve­ce, è en­tra­to in una fa­le­gna­me­ria: que­sto ti­po di la­vo­ro era un po’ co­me sta­re a una ca­te­na “di mon­tag­gio”, per ta­glia­re tut­ta una se­rie di pez­zi par­ti­co­la­ri e oc­cor­re­va es­se­re pre­ci­si, pe­rò era un po’ ri­pe­ti­ti­vo, e an­che là non c’e­ra nes­su­no che lo vo­les­se fa­re.
So­no sta­te tut­te espe­rien­ze mol­to bel­le, tol­to quel­la del­la fa­le­gna­me­ria per­ché poi c’è un sta­to un con­flit­to, c’e­ra qual­cu­no del­l’a­zien­da che non ac­cet­ta­va pro­prio la pre­sen­za di uno di co­lo­re e lui, da par­te sua, è sta­to trop­po ri­gi­do e in­ca­pa­ce di adat­tar­si. Pe­rò tut­te le al­tre cin­que espe­rien­ze so­no fi­ni­te co­sì be­ne che quan­do è ter­mi­na­to il ti­ro­ci­nio pro­fes­sio­na­liz­zan­te gli han­no ri­la­scia­to un cer­ti­fi­ca­to in cui si at­te­sta­va­no le com­pe­ten­ze ac­qui­si­te e han­no an­che det­to che li avreb­be­ro as­sun­ti mol­to vo­len­tie­ri.
In cin­que han­no ora un con­trat­to di la­vo­ro?
Sì, ma an­che il se­sto per­ché nel frat­tem­po ave­va­mo tro­va­to la di­spo­ni­bi­li­tà di una ti­po­gra­fia den­tro una coo­pe­ra­ti­va. Co­sì an­che il ra­gaz­zo che ave­va la­scia­to la fa­le­gna­me­ria si è in­se­ri­to be­ne e do­po è sta­to as­sun­to. Al mo­men­to tut­ti e sei so­no sot­to con­trat­to di la­vo­ro a tem­po de­ter­mi­na­to.
Ma se­con­do lei quin­di è un mo­del­lo che si può dif­fon­de­re?
Il no­stro ten­ta­ti­vo è far ca­pi­re che l’I­ta­lia po­treb­be ela­bo­ra­re un mo­del­lo di ac­co­glien­za che poi è espor­ta­bi­le in tut­ta Eu­ro­pa e che non di­co ri­sol­ve­reb­be il pro­ble­ma, per­ché non vo­glio es­se­re pre­sun­tuo­so, ma cer­ta­men­te con­tri­bui­reb­be no­te­vol­men­te a ri­sol­ver­lo. La fa­mi­glia è l’ec­ce­zio­ne che con­fer­ma la re­go­la. E la re­go­la so­no dei nu­clei di sei per­so­ne che ven­go­no in­se­ri­te in mo­do tra­spa­ren­te nel tes­su­to di un pae­se e di una cit­tà (per l’I­ta­lia la pro­po­sta è sei per ogni cin­que­mi­la abi­tan­ti). Se noi pen­sia­mo che poi que­sti sei si in­se­ri­sco­no nel­la so­cie­tà e la­scia­no l’ap­par­ta­men­to in cui pos­so­no an­da­re a vi­ve­re al­tri sei, e co­sì via, vien da chie­der­si: “Si­gno­ri, do­v’è l’e­mer­gen­za?”. Avrem­mo tut­ta una strut­tu­ra per­fet­ta ca­pa­ce di es­se­re pron­ta per l’ac­co­glien­za e per l’e­mer­gen­za. Quan­do poi il fe­no­me­no sto­ri­co vie­ne me­no si di­smet­to­no le va­rie strut­tu­re, ed è fi­ni­to.
La do­man­da che fac­cio è: co­sa vo­le­te fa­re di que­ste per­so­ne? Una vol­ta che li ave­te ac­col­ti nel­la fa­se di pri­ma ac­co­glien­za co­sa vo­le­te fa­re? Do­man­da sem­pli­cis­si­ma, ma nes­su­no mi ha mai ri­spo­sto.
Quin­di lei pro­po­ne un mo­del­lo ti­po ca­sa fa­mi­glia?
Sì, sa­reb­be ti­po ca­sa fa­mi­glia, con un’é­qui­pe che se­gue i sei ri­fu­gia­ti -psi­co­lo­go, me­di­co, un av­vo­ca­to, l’as­si­sten­te so­cia­le, e de­gli ope­ra­to­ri/me­dia­to­ri, un in­se­gnan­te- esat­ta­men­te co­me ab­bia­mo fat­to noi.
Pe­rò io ho im­ma­gi­na­to che un’é­qui­pe di que­sto ge­ne­re pos­sa fa­re ser­vi­zio a sei nu­clei.
6×6 per un to­ta­le di 36 per­so­ne…
Esat­to. In que­sto mo­do su un pia­no eco­no­mi­co, l’e­qui­pe si au­to­so­stie­ne.
Un’e­qui­pe a tem­po pie­no, che si oc­cu­pa di sei real­tà e i cui com­po­nen­ti so­no sti­pen­dia­ti, ov­via­men­te re­go­lar­men­te, dal­le sei real­tà…
Que­sta è la pro­po­sta che ho fat­to e che ho pre­sen­ta­to al Par­la­men­to ita­lia­no ed eu­ro­peo. Mi so­no ac­cor­to, cioè, che i sol­di che ar­ri­va­no so­no suf­fi­cien­ti per po­ter­lo fa­re e lo di­mo­stro con le ci­fre e i fat­ti.
Im­ma­gi­nia­mo che sia­mo di fron­te a un bi­lan­cio mol­to sem­pli­ce da fa­re, per­ché so­no tren­ta eu­ro a per­so­na, al gior­no. Tren­ta per sei per­so­ne, per tren­ta gior­ni, to­ta­le: 5.400 eu­ro. Ora, io il bi­lan­cio di sei per­so­ne ce l’ho già in ca­sa: io, mia mo­glie e quat­tro fi­gli. E io non ho 5.400 eu­ro al me­se, per­ché noi sia­mo due in­se­gnan­ti, e quan­do ar­ri­via­mo a 1.750 eu­ro a te­sta è già tan­to. Par­lia­mo­ci chia­ro e non pren­dia­mo­ci in gi­ro: ci so­no mar­gi­ni per fa­re tut­ta una se­rie di ope­ra­zio­ni per ar­ri­va­re al­l’op­ti­mum in tut­ti i sen­si. Al­lo­ra noi ab­bia­mo di­vi­so: mil­le eu­ro van­no per le spe­se ali­men­ta­ri. Cioè per la sus­si­sten­za vi­va. Per­ché in­tan­to so­no gio­va­ni, que­sti, e man­gia­no, ec­co­me se man­gia­no. Se poi la­vo­ra­no… Quin­di, mil­le eu­ro van­no di si­cu­ro per il ci­bo. Di­vi­si in tren­ta gior­ni so­no cin­que eu­ro al gior­no a per­so­na, che mi sem­bra una ci­fra mi­ni­ma, in­fat­ti ab­bia­mo mes­so a bi­lan­cio tra i mil­le e i mil­le­due­cen­to eu­ro al me­se.
Lei sta fa­cen­do un bi­lan­cio sul­le sei per­so­ne?
Sì. Per­ché do­po io pos­so ap­pli­ca­re le ci­fre al mo­du­lo e mol­ti­pli­car­lo per sei.
Lei di­ce che co­sì si crea an­che la­vo­ro…
Noi ab­bia­mo un’o­pe­ra­tri­ce, Va­len­ti­na, ve­nu­ta fin dal­l’i­ni­zio, che ha fat­to un la­vo­ro straor­di­na­rio e ha cu­ra­to tut­ta la que­stio­ne giu­ri­di­ca e quel­la sa­ni­ta­ria. Pa­ren­te­si: so­no sta­ti ac­cu­sa­ti di es­se­re por­ta­to­ri di ma­lat­tie par­ti­co­la­ri, ad­di­rit­tu­ra. Non po­te­va­no nean­che usci­re di ca­sa per­ché ci avreb­be­ro de­nun­cia­ti. Ab­bia­mo fat­to tut­ta la pro­fi­las­si pos­si­bi­le e im­ma­gi­na­bi­le, tut­te le vac­ci­na­zio­ni del ca­so, og­gi so­no più sa­ni di noi.
Quin­di c’è una si­gno­ra che c’è sta­ta per tut­to il pri­mo an­no tut­ti i gior­ni, poi quan­do i ra­gaz­zi han­no co­min­cia­to il ti­ro­ci­nio pro­fes­sio­na­liz­zan­te, chia­ra­men­te era­no fuo­ri per mol­te ore du­ran­te il gior­no e non ave­va più sen­so che stes­se qui tut­to il gior­no. Que­sta per­so­na era pa­ga­ta 1.400 eu­ro al me­se, che co­pri­va­no an­che i con­tri­bu­ti. Quin­di era pro­prio re­go­la­re. Tra l’al­tro, al­la fi­ne del­l’e­spe­rien­za che ha fat­to nel­la no­stra ca­sa è sta­ta as­sun­ta a tem­po in­de­ter­mi­na­to nel­la coo­pe­ra­ti­va per­ché mol­to bra­va e que­sto m’ha fat­to un enor­me pia­ce­re.
Poi 450 eu­ro van­no per la pa­ghet­ta, per­ché 2,5 eu­ro al gior­no ven­go­no da­ti ai ra­gaz­zi. Ades­so non ri­ce­vo­no più nien­te per­ché nel mo­men­to in cui ven­go­no as­sun­ti esco­no fuo­ri dal si­ste­ma. Ma fin­ché ci so­no den­tro, ri­ce­vo­no 2,5 eu­ro al gior­no (dei fa­mo­si tren­ta eu­ro). Noi, per una que­stio­ne di cor­ret­tez­za, ab­bia­mo sem­pre pen­sa­to di dar­gli 25 eu­ro ogni die­ci gior­ni, in mo­do ta­le da dar lo­ro la pos­si­bi­li­tà di fruir­ne al me­glio. Te­ne­te pre­sen­te, pre­ci­sa­zio­ne fon­da­men­ta­le, che noi non ab­bia­mo mai ri­ce­vu­to sol­di di­ret­ta­men­te. I sol­di ar­ri­va­no tut­ti al­la coo­pe­ra­ti­va. Que­sto bi­so­gna dir­lo. Noi non li ab­bia­mo mai ri­ce­vu­ti. Io va­do ogni vol­ta in coo­pe­ra­ti­va, al­l’i­ni­zio del me­se, e di­co, ho bi­so­gno di que­sta ci­fra. Di so­li­to oscil­la tra i 2.000 e i 1.500 eu­ro.
Tut­to il re­sto lo pa­ga­no di­ret­ta­men­te lo­ro, è un rap­por­to tra la coo­pe­ra­ti­va e le per­so­ne che of­fro­no que­sti ser­vi­zi.
As­so­lu­ta­men­te. Al­lo­ra, 450 eu­ro van­no in pa­ghet­ta. L’u­ni­ca co­sa che la fa­mi­glia ha chie­sto è che le ven­ga pa­ga­to il rad­dop­pio del­le bol­let­te. Di fat­to, il co­sto di lu­ce, ac­qua, gas, im­mon­di­zia, si è rad­dop­pia­to pro­prio. Ab­bia­mo chie­sto so­lo que­sto. Lo­ro nel bi­lan­cio han­no mes­so 450 eu­ro che van­no per bol­let­te e spe­se nel­la ca­sa. Poi, 300 eu­ro van­no al­la coo­pe­ra­ti­va per l’or­ga­niz­za­zio­ne, il com­mer­cia­li­sta, le que­stio­ni, di­cia­mo co­sì, bu­ro­cra­ti­co-am­mi­ni­stra­ti­ve. Poi ci so­no 300 eu­ro che van­no per le spe­se sa­ni­ta­rie straor­di­na­rie, cioè lo­ro, co­me tut­ti i cit­ta­di­ni ita­lia­ni, han­no una co­per­tu­ra x, e do­po pe­rò cer­te spe­se se le de­vo­no pa­ga­re, pro­ble­mi con i den­ti o al­tro. Co­me suc­ce­de a noi. Poi c’è un’as­si­cu­ra­zio­ne, poi ne­ces­si­tà di va­rio ti­po, tra que­ste an­che l’at­ti­vi­tà spor­ti­va, che, al­la fi­ne, per quat­tro per­so­ne co­sta co­me mi­ni­mo 1.200, 1.500 eu­ro al­l’an­no. Quin­di vuol di­re sol­di. Iscri­zio­ne in una squa­dra di cal­cio, e la tu­ta, ecc., e que­ste so­no spe­se che se­con­do me pe­rò so­no im­por­tan­ti per­ché lo sport è im­por­tan­te. Poi 200 eu­ro van­no per l’u­so del­l’au­to e la ben­zi­na. Noi ab­bia­mo mes­so a di­spo­si­zio­ne una mac­chi­na no­stra, in più pa­ga­va­mo Va­len­ti­na che li por­ta­va in gi­ro da tut­te le par­ti. Era im­pen­sa­bi­le fa­re l’ab­bo­na­men­to al pull­man per sei, una spe­sa enor­me, quin­di li ve­ni­va a pren­de­re in mac­chi­na. Poi c’e­ra­no 500 eu­ro che an­da­va­no al­l’in­se­gnan­te, a Gio­van­ni, nei 500 eu­ro ci so­no i sol­di ef­fet­ti­vi e chia­ra­men­te an­che i con­tri­bu­ti per­ché an­che lui era as­sun­to in re­go­la (poi lui non ha vo­lu­to un sol­do, ma que­sta è un’al­tra sto­ria). Stes­sa co­sa per la psi­co­lo­ga. Dal bi­lan­cio ve­ni­va­no mes­si 700 eu­ro per lei, pa­ga­ta co­me pro­fes­sio­ni­sta e quin­di in re­go­la. Ri­ma­ne­va­no 300 eu­ro. Ab­bia­mo im­ma­gi­na­to che po­tes­se­ro es­se­re uti­liz­za­ti in va­ri mo­di. Ci so­no le spe­se per l’av­vo­ca­to, pur­trop­po bi­so­gna pa­ga­re an­che quel­lo, con tut­te que­ste cau­se, ri­cor­si, ec­ce­te­ra. Even­tual­men­te, se re­sta qual­co­sa, lo met­tia­mo via per quan­do se ne an­dran­no, quel pic­co­lo aiu­to che ma­ga­ri gli pa­ga due o tre af­fit­ti di ca­par­ra. Que­sto è. Se fa­te i con­ti so­no 5.400 eu­ro.
Ha ra­gio­ne, ma ci do­vreb­be­ro es­se­re sei real­tà co­sì…
Lei pro­vi a pen­sa­re, 6+6+6; quan­ta gen­te po­treb­be la­vo­ra­re! Com’è pos­si­bi­le che non si ac­col­ga que­sta idea? Vi ren­de­te con­to, tut­ta gen­te gio­va­ne, o che per­de il la­vo­ro, che ha fa­mi­glia, che ha bi­so­gno… pos­sia­mo fa­re tan­to, qua! Eh, io poi di­ven­to fu­rio­so quan­do ve­do dei ra­gaz­zi co­me lo­ro che mi chie­do­no i sol­di da­van­ti ai su­per­mer­ca­ti. Sa­pen­do be­ne, per­ché poi pur­trop­po lo so, che que­sti so­no den­tro una strut­tu­ra che ha i sol­di. Ma nes­su­no li im­pe­gna in nul­la.
So­no par­cheg­gia­ti…
È uno scan­da­lo, non ho pau­ra di dir­lo. Ec­co co­me ho co­min­cia­to a ca­pi­re che c’e­ra un im­bro­glio o co­mun­que un van­tag­gio a non far­gli fa­re nul­la. Ag­giun­go un al­tro aspet­to che non è un par­ti­co­la­re da po­co, so­prat­tut­to se ri­fe­ri­to a un ter­ri­to­rio di un cer­to ti­po. Tut­te le spe­se che an­da­va­mo a fa­re le ab­bia­mo fat­te con im­pre­se a chi­lo­me­tro ze­ro.
Quin­di ab­bia­mo mos­so l’e­co­no­mia in­tor­no a noi. Cioè, uno ven­de for­mag­gi, sia­mo sem­pre an­da­ti da lui, lo stes­so per il ver­du­ra­io e per il frut­ti­ven­do­lo, e vi ga­ran­ti­sco che ogni vol­ta che an­dia­mo so­no cen­ti­na­ia di eu­ro. An­che que­sto è muo­ve­re l’e­co­no­mia. Al­lo­ra io mi do­man­do: per­ché un si­mi­le mo­del­lo non si può esten­de­re non so­lo in Ita­lia ma an­che in Eu­ro­pa? Si cree­reb­be­ro cen­ti­na­ia di po­sti di la­vo­ro, al­tro che “por­tar­ne via”.
Ades­so co­me so­no con­si­de­ra­ti lo­ro giu­ri­di­ca­men­te?
Ades­so il pro­get­to per me è con­clu­so per­ché ar­ri­va­re a un la­vo­ro vuol di­re au­to­no­mia. Pur­trop­po pe­rò c’è la que­stio­ne giu­ri­di­ca, che è gra­ve. Io mi ap­pel­lo a Min­ni­ti, al Pre­si­den­te del­la Re­pub­bli­ca per­ché non è pos­si­bi­le che per­so­ne co­me lo­ro (e io con­fi­do che ce ne sia­no tan­te al­tre che han­no fat­to co­mun­que un per­cor­so di­cia­mo di buon li­vel­lo, che so­no qua per va­ri mo­ti­vi, da due o tre an­ni), per­so­ne su cui si so­no im­pe­gna­ti tan­ti sol­di per sal­var­li, giu­sta­men­te, su cui si è in­ve­sti­to per ac­co­glier­li, giu­sta­men­te, sui qua­li si so­no in­ve­sti­ti tan­tis­si­mi sol­di per pro­va­re a in­se­rir­li al­l’in­ter­no di una strut­tu­ra, do­po tre an­ni pren­dia­mo e li ri­spe­dia­mo via? Ma che sen­so ha tut­to ciò?
Vi di­co que­sto per­ché, pur­trop­po, at­tual­men­te so­lo uno dei miei ra­gaz­zi ha avu­to fi­nal­men­te una “uma­ni­ta­ria”. Sa­pe­te che c’è la “po­li­ti­ca”, l’”uma­ni­ta­ria”, e la co­sid­det­ta “eco­no­mi­ca”. “Eco­no­mi­ca” è re­spin­gi­men­to, tra vir­go­let­te. L’”uma­ni­ta­ria” dà la pos­si­bi­li­tà di sta­re due an­ni, nel­la “po­li­ti­ca” ci so­no va­ri li­vel­li, da tre a cin­que an­ni. Que­sto ra­gaz­zo fi­nal­men­te ha ot­te­nu­to l’u­ma­ni­ta­ria, do­po un an­no e mez­zo fi­nal­men­te è sta­to ascol­ta­to da una com­mis­sio­ne. Il col­mo dei col­mi è che poi que­sta com­mis­sio­ne non sta a Tre­vi­so, ma da tut­t’al­tra par­te (nel no­stro ca­so a For­lì). Va beh, non vo­glio en­tra­re nel me­ri­to per­ché sa­reb­be lun­ga la co­sa, ma al­me­no uno dei miei ra­gaz­zi ora ha un ri­co­no­sci­men­to giu­ri­di­co e può par­ti­re con un suo per­cor­so che sa­rà lun­go, pe­rò con si­cu­rez­ze com­ple­ta­men­te di­ver­se. Uno è sta­to re­spin­to e quin­di de­ve fa­re il pri­mo ri­cor­so. Gli al­tri so­no già sta­ti re­spin­ti an­che nel pri­mo ap­pel­lo e ades­so han­no l’ul­ti­mo.
Ma ades­so che han­no un la­vo­ro?
Sì, pe­rò il la­vo­ro lo han­no so­lo da mar­zo. Pri­ma sta­va­no fa­cen­do un ti­ro­ci­nio pro­fes­sio­na­liz­zan­te, che è di­ver­so. Ades­so man­ca an­co­ra uno, che do­po un an­no e mez­zo non è sta­to an­co­ra chia­ma­to, e spe­ro che sia chia­ma­to per il pri­mo in­con­tro in com­mis­sio­ne. Nel mo­men­to in cui do­ves­se­ro es­se­re re­spin­ti con l’ul­ti­mo ap­pel­lo, lo­ro di­ven­te­reb­be­ro clan­de­sti­ni o ir­re­go­la­ri, e a quel pun­to avreb­be­ro un me­se o ven­ti gior­ni di tem­po, di­pen­de da co­me vie­ne for­mu­la­ta la co­sa, per an­dar­se­ne via au­to­no­ma­men­te. Non è che noi li pren­dia­mo e li por­tia­mo in­die­tro. Ora, spes­so e vo­len­tie­ri, que­sto va det­to, die­tro a que­ste per­so­ne non c’è uno Sta­to, non han­no nes­su­no die­tro, non c’è un’am­ba­scia­ta, non c’è un con­so­la­to, non ci so­no dei rap­por­ti giu­ri­di­ci che per­met­ta­no di di­fen­der­li. Nes­su­no si in­te­res­sa a lo­ro. Ma se que­sti pro­fu­ghi fos­se­ro fran­ce­si, te­de­schi, spa­gno­li, un­ghe­re­si, noi ci com­por­te­rem­mo co­sì? Que­sta è una do­man­da che do­vrem­mo far­ci. Ci com­por­te­rem­mo co­sì? Non cre­do pro­prio! Quin­di ap­pro­fit­tia­mo del fat­to che que­sti non han­no nul­la. E poi co­sa fac­cia­mo, pren­dia­mo que­sta gen­te e la ri­man­dia­mo nel nul­la? Ec­co, que­sto è il di­scor­so che con one­stà do­vrem­mo fa­re. Quin­di la que­stio­ne giu­ri­di­ca è com­ples­sa, ma non c’è sta­to nes­su­no sfor­zo, da par­te del­l’I­ta­lia, di da­re va­lo­re a una co­sa che po­treb­be aiu­ta­re sul pia­no uma­no. Io so­no con­tro la di­stin­zio­ne del pro­fu­go in se­rie A, B, C, uno è pro­fu­go e ba­sta, inu­ti­le pren­der­si in gi­ro. E quan­do ar­ri­va gli do­vrem­mo fa­re una pro­po­sta se­ria al­l’in­ter­no di un pro­get­to uni­co che va­le per tut­ta Ita­lia. Non può es­se­re che se ven­go­no da me vi­vo­no nel­l’in­fer­no e se van­no da un al­tro vi­vo­no nel pa­ra­di­so. Ci vuo­le un pro­get­to uni­co che poi chia­ra­men­te si può adat­ta­re se­con­do le si­tua­zio­ni, pe­rò è uni­co. E lo si pre­sen­ta a que­ste per­so­ne. Chi ac­cet­ta fa un per­cor­so che è quel­lo che ab­bia­mo de­scrit­to. Un mo­del­lo del ge­ne­re è sta­to te­sta­to, si è rea­liz­za­to, è fat­ti­bi­le.
Per­ché non è pre­so in con­si­de­ra­zio­ne?
Per gli in­te­res­si in gio­co. Guar­da­te che sul bu­si­ness de­gli im­mi­gra­ti c’è gen­te che ci fa af­fa­ri. Io non ho più pau­ra, cer­te co­se le di­co fuo­ri dei den­ti, le ho scrit­te. Se tu le ve­di, non puoi sem­pre vol­tar­ti dal­l’al­tra par­te. Ho scrit­to a Ren­zi quand’e­ra pre­mier, ho scrit­to al­la Ser­rac­chia­ni, al­l’An­ci, quan­do c’e­ra Fas­si­no, nes­su­no mi ha ri­spo­sto. In­ve­ce mi han­no ri­spo­sto Schul­tz, Jun­ker e la Mer­kel. So­no an­da­to a par­la­re al­l’I­sti­tu­to ita­lia­no di Stra­sbur­go di que­sto mo­del­lo e quan­do so­no tor­na­to qual­cu­no mi ha an­che det­to: “Lei non può per­met­ter­si di an­da­re a par­la­re in gi­ro di que­ste co­se”. Io non pos­so par­la­re? Ma stia­mo scher­zan­do?
Un mio ami­co gior­na­li­sta mi ha an­che det­to un’al­tra co­sa: “Pro­fes­so­re, lei e la sua fa­mi­glia rom­pe­te. Ha ca­pi­to? ”. “Per qua­le mo­ti­vo?”, ho chie­sto: “Lei rom­pe per­ché fun­zio­na”. Ec­co, io pen­so che ci stia­mo bru­cian­do una pos­si­bi­li­tà.
Ma co­sa do­vreb­be fa­re il go­ver­no?
Sem­pli­ce, il go­ver­no, con una for­te do­se di co­rag­gio, lo am­met­to, per­ché in bal­lo ci so­no sem­pre i vo­ti, fac­cia un de­cre­to leg­ge che im­pon­ga ai co­mu­ni in­fe­rio­ri ai 5.000 abi­tan­ti, che so­no la stra­gran­de mag­gio­ran­za de­gli 8.000 e pas­sa co­mu­ni ita­lia­ni, di ave­re so­lo sei ri­fu­gia­ti. At­ten­zio­ne, ogni 5.000 so­lo sei per­so­ne. Quel­li che han­no 10.000 abi­tan­ti, ne avran­no do­di­ci, e avan­ti co­sì in pro­por­zio­ne. Noi ri­te­nia­mo che il mo­del­lo 6+6 sia il più va­li­do per­ché es­sen­do po­chi, il bi­lan­cio è mol­to sem­pli­ce e non dà mar­gi­ni se non per gua­da­gna­re one­sta­men­te, per crea­re po­sti di la­vo­ro an­che, ma non per ar­ric­chir­si. E c’è an­che la pos­si­bi­li­tà quin­di di un con­trol­lo e di una tra­spa­ren­za as­so­lu­ti.
Ci di­ce­va che ha un al­tro pro­get­to. Per­ché è scon­for­ta­to?
No, no, pro­prio in for­za di que­sto. È lo stes­so pro­get­to ma che si apre ul­te­rior­men­te. C’è una gran­de so­li­tu­di­ne nel mon­do di og­gi e ci vor­reb­be­ro luo­ghi che per­met­ta­no di in­con­trar­si, di con­di­vi­de­re un per­cor­so, una stra­da in­sie­me ad al­tre per­so­ne. Le più di­spa­ra­te, non sol­tan­to i pro­fu­ghi. Ci so­no due ele­men­ti fon­da­men­ta­li nel­la so­cie­tà di og­gi, l’e­goi­smo e la so­li­tu­di­ne. Com­bat­te­re que­sti due ele­men­ti lo pos­sia­mo fa­re so­lo ri­crean­do uno spi­ri­to co­mu­ni­ta­rio. E il pro­get­to sa­reb­be que­sto, crea­re dei luo­ghi do­ve po­ter con­di­vi­de­re e dar­si una ma­no. Tan­tis­si­ma gen­te è pro­prio so­la, ab­ban­do­na­ta da tut­to e da tut­ti. E far ca­pi­re che c’è un qual­cu­no che ti ac­co­glie co­mun­que e sem­pre, non è una co­sa da po­co.

(a cu­ra di Pao­la Sab­ba­ta­ni e Le­lia Ser­ra)

(UNA CITTÀ n. 239 / 2017 maggio)

di Marina Terragni

Bello «come un dio greco, disteso sul fondo del gommone» in una sfolgorante giornata d’agosto. Un’immersione finita male all’inseguimento di qualche pesce favoloso. Un figlio giovinetto che anziché nascerne muore nella schiuma di un mare azzurrissimo, come in un mito alla rovescia.
È stata, dice sua madre, l’ultima volta che ha avuto paura: «Ora posso vivere o morire». Stabat mater. Troppo sale di Stefania Giannotti (Feltrinelli) è il racconto non retorico del corpo a corpo quotidiano e meticoloso con il dolore più
grande che ci sia, quello delle sette spade nel cuore. A cominciare dalla scoperta sorprendente che «non è la morte che non dà tregua, è la vita… È la potenza dell’esistere che mi meravigliò e mi si attaccò addosso».
In L’anno del pensiero magico (Il Saggiatore) la scrittrice americana Joan Didion racconta di essersi messa a pulire il suo studio dopo la perdita improvvisa del marito, «un passo verso il primo giorno del resto della mia vita».
Un contatto fisico con la realtà che ostinatamente sopravvive, e che Giannotti incontra nella matericità del cibo.
In Troppo sale la memoria di quei giorni di agosto si allenta in serene “pause cucina”. Ottime ricette-tregua, zuppe di carciofi e gattò di scarola.
Nutrire l’altra e l’altro per restare prossimi al senso vero del nostro essere al mondo. È la prima ricetta da mandare a memoria.

(da Avvenire, 11 maggio 2017)

di Nadia Lucchesi

Il nome “PREZIOSE” evoca un’avventura, un’esperienza straordinaria iniziata in Francia da Catherine de Vivonne, marchesa di Rambouillet, che nel 1618 aprì la sua camera da letto, la “camera azzurra”, alle libere conversazioni con le amiche, donne tra i venti e trent’anni che da lì coltivarono il dialogo e l’amicizia tra loro per tutta la vita. Si chiamavano l’un l’altra “ma précieuse” e durante i loro incontri nominarono i legami fortissimi di stima, ammirazione e affidamento che esistevano tra loro, sperimentando una forma di scambio tra donne in cui ognuna era riconosciuta “sovrana” dall’altra. Insieme crearono un laboratorio del saper stare al mondo che orientava con la forza delle parole quello che accadeva a corte, a Parigi, nella vita politica della Francia, attraverso il piacere e l’autenticità della libera conversazione. Eredi della domna, la sovrana della civiltà cortese del XII secolo, le Preziose ragionavano sui fondamenti di una nuova civiltà dei rapporti, affinavano la capacità di esporre il proprio pensiero, di giudicare i costumi, le decisioni del governo. Gli uomini ammessi alla loro frequentazione erano chiamati ad adottare una lingua senza volgarità e a praticare la “galanteria”, “l’amore da lontano”, cioè senza incontro sessuale. Queste donne geniali indicarono la possibilità di realizzare un nuovo ordine sociale e simbolico, mettendo nelle relazioni, al posto della volgarità, della sciatteria, dell’avidità, della crudeltà, della furbizia, gioia e onestà, verità soggettiva e rispetto dell’altro/dell’altra, affinità spirituale e senso della bellezza. Di fatto, afferma Annarosa Buttarelli nel suo libro Sovrane. L’autorità femminile al governo (Il Saggiatore 2013), le Preziose “governavano stando a casa propria” con l’autorità e la sapienza delle relazioni. Il loro fu un vero movimento che dalla Francia si sviluppò in tutta Europa tra gli anni 50 e 60 del secolo XVII, portando cambiamenti profondi e generali nei costumi, nelle abitudini di vita, nel linguaggio, nell’educazione, nella rappresentazione dei sentimenti, a partire dalla consapevolezza del valore che l’essere donne costituiva per tutte loro.
Le parole delle Preziose precedono la presa di coscienza femminista e sono giunte fino a noi, restituendoci intatta la loro forza trasformativa.
Sono tantissime oggi, in ogni parte del mondo, le donne che possono essere chiamate “preziose”: preziose l’una per l’altra, per la città e il territorio in cui abitano, per l’ambito culturale e lavorativo in cui operano. Sono donne che esercitano autorità femminile, pensano in grande, scrivono e prendono la parola pubblicamente, affrontano in modo non distruttivo i conflitti tra i sessi e tra le generazioni, inventano forme inedite di governo che rendono migliore, più felice l’esistenza comune. La forza di questi gesti, politici nel senso più alto, viene loro innanzitutto dall’essere in relazione con un’altra donna, dal riferirsi alle parole e ai gesti delle loro contemporanee, dal valorizzare le genealogie femminili del passato.
Di fronte all’evidente crescita del protagonismo femminile nella vita pubblica italiana e mondiale si ripresenta, tuttavia, una domanda cruciale: le donne saranno veramente capaci di trasformare il mondo, di realizzare quella che Carla Lonzi, una “madre” di tutte noi, indica come “eterna istanza del femminismo”, cioè la lotta incessante per sottrarsi all’assimilazione e impedire lo sfruttamento e il pervertimento delle loro ragioni?
Quando nel 2013 è uscito il libro di Annarosa Buttarelli, la sua analisi ha offerto nuovi strumenti a molte donne – io ero una di loro – che nella nostra città si stavano interrogando proprio su questa questione. Se una crisi profonda dei principi democratici crea un grave problema per la convivenza civile, non basta che alcune volonterose propongano di risolverlo con una “cura” di rappresentanza femminile, scriveva Buttarelli; l’unica via percorribile è quella di sostenere con radicalità e coraggio una conversione trasformatrice, di invitare le donne a fare “un passo avanti d’autorità” nel mondo che le vede protagoniste, di convincere gli uomini ad abbandonare l’esclusività della loro tradizione, cosicché trovino finalmente nel grande pensiero femminile, soprattutto quello del Novecento, indicazioni e orientamento per la fuoriuscita dalle innumerevoli crisi che li travolgono, insieme alle loro istituzioni.
Già dopo il convegno femminista di Paestum del 2012, tra la “Consulta delle Cittadine” di Venezia – Mestre – luogo di partecipazione democratica, di cui facevano parte più di quaranta associazioni e gruppi e alcune donne, che da anni agivano in città la loro autorità e competenza nei diversi ambiti della società e delle istituzioni, si è aperto uno scambio che mirava a superare le divisioni legate ai modelli stereotipi della politica maschile (partiti, sindacati, appartenenze ideologiche e religiose) e a ritrovare la forza di una comunità di intenti. L’idea di una “sovranità femminile” sosteneva lo sforzo di mettere in parola alcune pratiche che vengono dalla politica delle donne, un “vademecum” di preziose indicazioni e misure, utili sia per quelle che stanno nelle istituzioni sia per quelle che si impegnano nella vita sociale, familiare e lavorativa, sia per gli uomini che sanno riconoscere l’efficacia dell’azione e del pensiero femminili. Si trattava di mostrarne l’eccellenza, là dove si manifesta, di nominarla, farla conoscere come forza generativa di nuove realtà. Tutte noi eravamo consapevoli che il protagonismo generale delle donne ha necessità di essere ricondotto a una fondazione, una genealogia, perché molto spesso si presenta senza radice e sconta il fatto che non è avvenuta una trasformazione soggettiva profonda che valorizzi la differenza sessuale. Dopo un percorso che è durato tre anni, nei quali si sono organizzati momenti alti di confronto pubblico e di discussione con moltissime donne della nostra e di altre città italiane, è maturata l’idea di dare vita ad una nuova associazione, per tener insieme e far dialogare diverse realtà, creando così una rete di relazioni e di progetti ampia e articolata a livello nazionale. Raccogliendo la scommessa politica di Annarosa Buttarelli, l’abbiamo chiamata “Preziose”, fedeli all’esperienza della civiltà della conversazione del XVII secolo, ma anche alla straordinaria radicalità di Carla Lonzi, che sulla “preziosità” molto ha ragionato e che già nel 1970 (Sputiamo su Hegel, Scritti di Rivolta femminile, Milano 1974, p. 61) scriveva: «Noi diciamo all’uomo, al genio, al visionario razionale che il destino del mondo non è nell’andare sempre avanti come la sua brama di superamento gli prefigura. Il destino imprevisto del mondo sta nel ricominciare il cammino per percorrerlo con la donna come soggetto».
Nei molti anni che sono passati da allora, si è sviluppata esponenzialmente la disponibilità di esperienze, teorie, pratiche, forme di sovranità, ricerche filosofiche e politiche, prove di governo femminile: un’eredità di enorme valore, cui tutte le donne possono attingere e che anche gli uomini più attenti sanno riconoscere.
Le finalità dell’associazione sono molteplici: la prima è promuovere la fondazione di una “Scuola di alta formazione per donne di governo”, proprio perché quel tesoro che in tante abbiamo elaborato e custodito diventi patrimonio comune. Oltre a ciò, le “Preziose” intendono favorire, valorizzare e diffondere le pratiche dell’autorità femminile a vantaggio di donne e uomini che si impegnano nel governo dei beni pubblici, delle istituzioni, dell’economia e del vivere civile; promuovere reti di relazione sull’intero territorio nazionale per uno scambio politico alto sulle pratiche messe in atto nei diversi contesti di vita sociale, culturale, lavorativa ; curare la connessione in rete delle realtà che, a livello nazionale ed internazionale, si prefiggono obbiettivi simili; dare vita a una “comunità pensante” che elabori, ricerchi e studi le forme della politica generative di autorità femminile.
Già sono operanti le Preziose di Ravenna che hanno organizzato l’anno scorso un’esperienza inedita di “scuola di politica a radice femminile”, mentre a livello locale abbiamo pensato di avviare delle “accademie”per offrire strumenti, riferimenti di pensiero, esempi pratici che aiutino le più giovani, quelle che si affacciano ora al femminismo a capire come sia possibile agire, in ogni ambito della società e della politica, restando fedeli alla propria genealogia.
Sarà però la Scuola di alta formazione per donne di governo, prima nel suo genere, che a livello nazionale, e non solo, saprà offrire un percorso per acquisire le competenze politiche, amministrative e professionali necessarie per evitare i pericoli dell’inclusione e sviluppare il radicamento nel sapere e nel merito femminile, là dove una donna occupa un posto decisionale. Sarà compito della Scuola favorire le condizioni soggettive e relazionali perché la differente esperienza femminile generi nuove istituzioni per la convivenza. Questa Scuola sarà aperta anche a uomini che intendano formarsi alle pratiche politiche proposte dalla genealogia femminile di governo.
Si è costituito a Roma il 20 ottobre 2016 un Comitato le cui presidenti sono Luana Zanella (ex-deputata e attuale presidente dell’Accademia di Belle Arti di Venezia) e Tiziana Coccoluto (magistrata e vice capo gabinetto del Ministero dei Beni Culturali) con il compito di costituire il fondo economico necessario per realizzare la Fondazione della Scuola. Possono aderire al progetto, anche con donazioni, associazioni, singole, singoli, aziende, sindacati, enti locali, chiunque desideri che la Scuola diventi realtà.
Siamo convinte che le donne sapranno comprendere il valore di questa impresa e la sua necessità: adesso occorre collocarsi, oltre la vigilanza sui diritti e la pretesa di uguaglianza di trattamento economico, sul piano del conflitto tra differenti ordini simbolici.
Sappiamo ormai dove le istituzioni di origine maschile stanno conducendo l’intera umanità. I rimedi, allora, non possono che essere radicali, perché non è sufficiente “contenere il danno”, come spesso le donne sono chiamate a fare. Questo è il momento di una generale “conversione”, di una trasformazione irreversibile, grazie alla capacità di agire con efficacia, propria della sapienza femminile, che ha una valenza cosmologica, come si impara dalle opere di Ildegarda di Bingen, di Anna Maria Ortese e di tutte quelle donne consapevoli che la condizione umana è solo una parte dell’energia che ci abbraccia e ci sostiene.

(www.donnealtri.it, 10 maggio 2017)


Francesca Lolli
   videoartista e performer, fa della performance, provocatoria e sempre originale, il suo metodo espressivo più significativo.

di Susanna Garavaglia

Attrice, classe 1976, si diploma alla scuola di recitazione “Teatro Arsenale”di Milano diretta da Marina Spreafico secondo la linea teatrale di Jacques Lecoq , lavora nella Compagnia del Teatro e contemporaneamente si laurea in scenografia all’Accademia di Brera. Tra le più interessanti performer italiane contemporanee, fa dell’atto performante la summa di una tensione tesa a trovare dentro di sé e a stimolare nel fruitore il senso di questa esistenza, cogliendone la drammaticità nel contrasto tra i limiti del corpo e la immensità della mente, come già la grande Marina Abramovic. Una delle sue prime performances forse ancora involontaria, è stata, nel 2007, quando si è sposata con se stessa nella Chiesa Rossa a Milano, celebrando con tutti i crismi forse il primo automatrimonio. Da lì in avanti ha sempre usato il suo corpo o quello di chi ha lavorato con lei come strumento principale di espressione, “ mezzo pulsante e ricettivo dei mali (e dei beni) dell’epoca in cui mi è dato vivere”.

I temi che affronta sono quelli più legati al quotidiano e nascono da un bisogno fisico, potremmo dire urgente, di condividere immagini in gestazione dentro di lei che chiedono ossessivamente di venire alla luce, intuizioni improvvise che fatica a trattenere dentro di sé. Dall’orrore nei confronti dell’allevamento intensivo degli animali, alle ossessioni del corpo, alle ossessioni del potere o della giovinezza,  al dolore che si fa preda e predatore,  alla ricerca della identità personale così facilmente condizionabile. Gli aspetti più evidenti della energia del Femminile in lei sono Intuizione e Creatività mentre, lacerata tra attimi di Compassione e attimi di chiusura in se stessa, sostiene di ritrovarsi sempre tra Eros e Thanatos. Fondamentale la sua denuncia dei retaggi patriarcali che ancora ci fanno vivere il corpo della donna come qualcosa che di per sé non ha valore ma che trova la sua dimensione soltanto quando é in funzione di quello che i media, il mondo maschile, la moda, il consumismo vogliono che sia.  Una donna coraggiosa e amante della sfida, pronta ad affrontare ogni esperienza a spada tratta, sia nella sua vita personale che in quella artistica. Desiderosa di succhiare la vita e di intingervisi dentro senza fare nessuno sconto, Francesca Lolli vuole capire e mostrare al mondo la nuda realtà come appare, come é, come potrebbe finalmente vederla chi decidesse di svegliarsi dal suo lungo sonno e di aprire finalmente gli occhi.

*Da dove nasce la performance come tuo linguaggio?
La performance come esigenza è nata lentamente, silenziosamente si è fatta sempre più spazio nel mio modo di creare. All’inizio c’era il teatro e con il teatro un corpo a servizio, il mio. In seguito il rigetto di quel corpo, il silenzio. Il linguaggio del video che piano piano è diventato sempre più importante, l’utilizzo del mio corpo all’interno del video ed infine la performance, che io ritengo essere l’assenza di pensiero che si raggiunge quando si è al culmine del pensiero stesso, uno stato di Grazia, l’assenza della carne nella sua amorosa negazione e, per questo, il più sublime dei paradossi.  

*Ci spieghi la differenza tra installazioni, performance e video art? Le installazioni sono opere tridimensionali, vivibili, percepibili come spazi in cui il fruitore è anche il protagonista. La performance vive espressamente del qui ed ora, è influenzata ed è influenzabile, è il momento di sospensione perfetto, è poesia e lacerazione. La video arte è la rappresentazione di un concetto in movimento. Siamo così tanto bombardati da immagini che fruirne in maniera profonda è molto molto difficile.

*Essere un’artista e fare arte oggi..che senso ha per te?
Le frustrazioni sono sempre dietro l’angolo, così schiaccianti ed incredibilmente forti, a volte, da farti perdere il fiato, da farti rimettere in discussione tutta la tua ricerca. Più di una volta mi sono sentita dire di smetterla, che quello che facevo non aveva una valenza artistica

*E come reagisci di fronte a chi non capisce?  Noi tutti cerchiamo riconoscimento, inutile negarlo ma nel tempo ho imparato che la cosa più importante è il viaggio. Per questo ho deciso di andare avanti lo stesso, di continuare a camminare perché non posso farne a meno. Se poi quello che faccio sia arte o meno non lo so e paradossalmente non mi interessa. Quello che so per certo è che sento un’urgenza ed un bisogno di materializzare alcune idee per cercare di renderle universali. Questo mi basta. Devo comunque dire che, oggi, ci sono delle persone straordinarie che sostengono me e la mia ricerca.

*Quali sono i tuoi maestri?
ll primo fra tutti Jacques Lecoq, che con il suo insegnamento (tramandato da Marina Spreafico, la mia insegnante di recitazione) mi ha aiutata a trovare il mio luogo: il mio corpo. Vito Acconci (il primo e più importante amore degli anni dell’ Accademia di Belle Arti), Pier Paolo Pasolini, Andres Serrano (che ho avuto il piacere di conoscere e seguire per un documentario tra l’Italia e la Francia), Lars Von Trier, Marcela Lagarde (accademica, antropologa, femminista e politica messicana), mio padre. La cosa strabiliante è che ogni giorno se ne aggiungono altri.

* L’essere donna orienta la tua arte verso una particolare direzione o credi che faresti arte nello stesso modo anche se tu fossi un uomo? L’essere donna orienta la mia arte fin dal midollo, è imprescindibile, sono nata e vivo in questo corpo di donna e tutte le esperienze che accumulo sono filtrate dall’essere donna. Se fossi uomo? Cambierebbero sicuramente moltissime cose, prima di tutto lo sguardo. Questa è una cosa alla quale ho pensato molto nel tempo, mi piacerebbe poter provare.

*Il tuo corpo è uno dei mezzi attraverso cui ti esprimi nell’arte. Questo condiziona il rapporto che hai con il tuo corpo nella tua vita privata?
Stranamente no. il rapporto che ho con il mio corpo nella mia vita è qualcosa di diverso, di doloroso. Usandolo a servizio ho imparato ad ascoltarlo di più e, spesso, ad ignorarlo più consapevolmente.

*Spesso nelle tue azioni artistiche usi il nudo come mezzo di comunicazione. Perché? Ho sempre cercato di utilizzare il mio corpo come una tela, come un mezzo neutro. In fondo il mio corpo è il primo mezzo che ho a disposizione, il più immediato. Nella mia video performance “Un nodo” la prigione del corpo diventa carcere dello spirito. 

*Parli di concetto patriarcale del corpo della donna. Cosa intendi? Il corpo delle donne è stato (ed è tutt’ora) considerato come un “corpo in funzione di”.
Il corpo viene letto a partire dal sociale ed i mass media hanno un ruolo fondamentale nella creazione identitaria del corpo femminile. In uno dei miei ultimi video “in Uterus – following patriarchal beauty standards since 1976” mi metto un rossetto rosso sott’acqua. Questo a simboleggiare il fatto che prima ancora della nostra nascita subiamo condizionamenti di bellezza che derivano da retaggi patriarcali. Purtroppo non tutti (non tutte nel caso specifico e questo mi addolora) capiscono che nessuno vuole mettere al rogo chi si depila o usa strumenti di seduzione legati all’immaginario maschile. Non ti rende meno femminista mettere un reggiseno imbottito ma metterlo non ti rende più femmina. Sono ancora troppe le persone che credono che il femminismo sia la rivendicazione dell’azzeramento delle naturali e meravigliose differenze tra uomo e donna!

*Ci sono difficoltà per una donna che voglia oggi avere successo nel mondo artistico?
Inutile negare che per le donne non esistano ancora, purtroppo, una lunga serie di difficoltà (non solo nel mondo artistico). Troppo spesso ancora una donna viene considerata ed osservata per il suo aspetto fisico, la sua età, la prestanza e la mancanza di rughe prima di tutto. E questo non è vero solo per chi non sa guardare.

*Sono tanti i condizionamenti creati dal sistema mediatico?
I media ci condizionano in maniera così profonda da fondersi con il nostro DNA. é spaventoso il tipo di inquinamento che ne deriva, soprattutto quando agisce in maniera inconscia. Nessuno di noi ne è escluso. Quello che ci differenzia gli uni dagli altri è il grado di consapevolezza di questo condizionamento.

*Nelle tue performances il silenzio predomina sulla parola. Cosa significa il silenzio per te?
Ho sempre concepito il silenzio come attesa, come un momento di sospensione tra il prima e quello che avverrà poi. Le parole mi fanno molta paura, da sempre. Sono il più grande limite nei rapporti interpersonali. Oggi ancora di più perché mai come ora, a mio avviso, c’è un abuso di parole. Per quanto mi riguarda la parola mi interessa solo se supportata dal gesto, se nasce da esso ma fino ad ora non ne ho mai sentito la necessità.

*Uno dei temi della tua azione artistica è l’indifferenza. Verso chi e verso cosa?
Il mondo che abbiamo contribuito a costruire è un mondo indifferente, distaccato, freddo, disinteressato. I social media ci hanno aiutato a sviluppare sempre di più questo nostro lato insensibile, noncurante. Più che l’indifferenza credo che uno dei miei temi sia la conseguenza dell’indifferenza.

*Come nasce un tuo progetto artistico? Sempre da un’intuizione. A volte nasce spontaneamente, con un’immagine. Altre volte ha bisogno di un periodo più lungo di gestazione. Ma nel tempo mi sono accorta che forzare il processo creativo serve solo a riempirmi di frustrazione, molto meglio lasciare che faccia il proprio corso. Quando l’intuizione si sviluppa in immagini precise è il momento di accendere la telecamera.

Ci vuoi parlare delle tue opere che più ti sono rimaste nel cuore?
Tutte, ognuna a suo modo, sono parte di un percorso importante. Parlerò di una delle ultime: una performance che sto per trasformare in un’installazione. The Red Ritual: si tratta di una performance che dura nel tempo durante la quale cucio una coperta gigante formata da assorbenti con un filo rosso, simbolo del Sangue che unisce le donne di tutti i Paesi, generazioni, culture ed età e che rende possibile la vita stessa.

*Come mai questo tema?
Il ciclo mestruale costituisce ancora motivo di vergogna, di imbarazzo e addirittura in alcune culture di peccato. Recenti ricerche antropologiche hanno evidenziato come il ciclo mestruale e il corpo femminile fossero centrali nell’approccio alla vita tanto da venire considerati sacri; il sangue mestruale stesso era ritenuto generatore e rigeneratore di vita (oltre ad essere considerato un ottimo fertilizzante). Le culture patriarcali, invece, hanno contribuito a condizionare l’espressione del femminile nelle sue varie manifestazioni e al ciclo mestruale è stato trasmesso il senso di sporco e di vergogna, creando così il tabù delle mestruazioni. Ci risulta così più semplice accettare come naturali la sessualizzazione e pornificazione della donna che il processo naturale del ciclo mestruale.

*Collabori più volentieri con persone della tua generazione e quindi della tua età o ti piace anche lavorare con persone che hanno più anni di te?
Ho avuto, negli anni, la fortuna di poter collaborare con alcune persone straordinarie, che si sono affidate completamente. Tra queste quelli che amo definire i miei “alter-corpi”: prima di tutto Giulia Riccardizi, la Make Up Artist che, con i suoi effetti speciali, rende possibili le tante modificazioni  al mio corpo durante le video performances. E poi Francesca Sebastiani, Alice Spito, Domitilla Colombo, Francesca Interlenghi, Alice Massarente e Anna Maria Dammiani. Sorellanza? Assolutamente si. Non avrei mai potuto collaborare con così tante persone meravigliose se il mio più caro amico Paolo Stoppani non mi avesse spronata fin dall’inizio ad intraprendere e ad amare questa mia ricerca. Da diverso tempo ho il forte desiderio di lavorare con persone anziane. Vorrei immensamente avere la possibilità di girare con loro. Vorrei raccontarle in maniera diversa dal modo in cui troppo spesso vengono descritte (soprattutto in Italia a mio avviso). Io vorrei parlare, attraverso i loro corpi, delle infinite possibilità che l’essere umano ha sempre a disposizione, solo in maniera diversa (e questo vale per ogni età della vita). *E’ vero che vorresti coinvolgere tua madre in una tua performance? Mi piacerebbe moltissimo! Mia madre è sempre stata la mia prima e più importante sostenitrice. Per ora sono riuscita a coinvolgerla solo in una piccola video performance ma sono fiduciosa.. in fondo non si dice sempre “il meglio deve ancora venire”?

*Ti aspettiamo al varco, provocatoria Francesca dal cuore morbido morbido!

Monica Ricci Sargentini, inviata a Madrid

Kelly Martinez si aggira per le strade di Madrid con lo sguardo sperduto e la speranza di rivedere i due maschietti che ha partorito nel 2016 per una coppia spagnola. «Li ameranno abbastanza? Quando sono nati erano perfetti, due bambini bellissimi. Eppure i genitori li hanno guardati a stento. Non hanno legato, lo so». La sua missione ora è mettere in guardia le altre donne: «Non credete a quello che vi dicono le agenzie o i genitori intenzionali. Non c’è nessuna protezione per noi surrogate. Io mi sono sentita usata e poi buttata via. È solo una questione di soldi. A me hanno mentito. Per questo oggi parlo. Voglio avvisare le altre. Se solo potessi tornare indietro».

Americana, 32 anni, capelli lunghi neri, la donna, che vive in Sud Dakota, è venuta in Spagna accompagnata dal marito Jay con cui ha tre figli di 15, 13 e 5 anni. Lui le sta accanto con dolcezza mentre lei racconta delle tre gravidanze surrogate e di come ha rischiato di morire. «Credevamo di fare la scelta giusta – dice l’uomo – e invece si ė rivelato un incubo. L’ho convinta io a venire in Spagna perché volevo che si liberasse di questo peso».

Le motivazioni

Kelly è venuta a Madrid con Stop Surrogacy Now, il movimento internazionale fondato dall’americana Jennifer Lahl: «Ero disperata, ho scritto su google “Chi aiuta la madri surrogate?” E mi è comparso il suo nome». La ragazza ripete la sua storia nei minimi dettagli senza stancarsi. Va nel Parlamento spagnolo. Incontra deputati pro e contro. Rilascia interviste. «Perché l’ho fatto? Per i soldi sicuramente ma anche perché volevo che tutti fossero orgogliosi di me. Vengo da un’infanzia tragica: mio padre è morto quando avevo 13 anni, mia madre quando ne avevo 17 e mio fratello quando ne avevo 20. Le agenzie mi avevano convinto che era come se compissi un miracolo per queste coppie. Ho pensato che era il mio modo di guarire dalle ferite». Eppure tutte e tre le esperienze sono state negative. Ognuna a suo modo. «La prima gravidanza è stata nel 2005 per una coppia gay di Parigi che sembrava molto coinvolta. Sono venuti tante volte a trovarci». Ma dopo il parto è scattato il ricatto: «Siccome la maternità surrogata è proibita in Francia mi hanno costretto ad andare in consolato a Chicago e dichiarare che avevo avuto una storia con uno di loro due e che ora, per salvare il mio matrimonio, la mia unica possibilità era di spedire i gemelli con il padre biologico in Francia». Kelly e il marito si arrabbiano ma l’alternativa è tenere con sé i gemelli: «Come potevamo farlo? Avevamo già due bambini di uno e tre anni». Così la ragazza si presta al gioco: «È stata un’umiliazione terribile. Ero davanti alla console con uno dei neonati in braccio, loro parlavano solo in francese, lingua che non conosco, poi mi guardavano e, spesso, ridevano. Alla fine ho firmato dei documenti su cui non so nemmeno cosa ci fosse scritto».

La seconda coppia

Kelly va in crisi e ricorre all’aiuto di uno psicoterapeuta che, paradossalmente, per curarla le propone di fare un’altra maternità surrogata per un uomo e una donna che sta seguendo. «Pensavo che non ci sarei cascata più ma mi sono innamorata di questa coppia dello Iowa. È nata una bambina bellissima, però poi loro hanno divorziato e sono finiti in tribunale per la custodia della piccola. Mi si spezza il cuore perché io l’ho fatta nascere e se non fosse per me non sarebbe in questa situazione».

L’attaccamento

Quello che colpisce, parlando con Kelly, è il suo attaccamento per i bambini nati «su commissione». «Sì, lo so che ti dicono che è un lavoro e non devi affezionarti, ma io non ci riesco. Comunque io ho sempre messo in chiaro che volevo rimanere in contatto, sapere come stavano i bambini».

Gli spagnoli

L’ultima gravidanza, quella per la coppia madrilena, è stata la peggiore. «Non sono più la stessa – dice la donna -, mentalmente mi hanno distrutto. I due genitori intenzionali sono andati letteralmente in tilt quando hanno saputo che aspettavo due maschi invece di un maschio e una femmina. Da allora si sono disinteressati dei bambini. Non telefonavano più, non rispondevano ai messaggi. Ossessionavano il medico per sapere come mai i due embrioni maschio e femmina impiantati non avevano portato al risultato voluto e per il quale, ho scoperto dopo, avevano lautamente pagato. Ho chiesto alla madre intenzionale se avevano scelto il nome e loro mi hanno detto di no: «Sono baby A e baby B». Eppure avevano già una personalità, si muovevano. Una volta le ho scritto: «Mi sa che giocheranno a calcio. E lei ha risposto: sono ancora due maschi? A un certo punto ho pensato che non sarebbero venuti a prenderli ed è lì che ho cominciato ad attaccarmi ai piccoli».

La malattia

Il parto è prematuro. Kelly va in gestosi e rischia la vita. «Mi sono ammalata, ho preso 9 chili in una settimana. Avevo i piedi gonfi. Subito dopo Natale non riuscivo a infilarmi le scarpe. Non potevo respirare, il mio fegato era in sofferenza e anche i reni. La coppia però non si preoccupava di me, quando stavano per farli nascere, il padre mi ha scritto che io non li rispettavo e li stavo stressando. Doveva essere uno sforzo di squadra. Noi abbiamo fatto di tutto per farli diventare genitori, loro non hanno fatto nulla». Si preoccupa, invece, Madison, la figlia di Kelly che allora ha 12 anni. «Mi ha chiesto se rischiavo di morire, era un pensiero che non mi aveva mai sfiorato, l’ho chiesto all’agenzia, loro mi hanno risposto: sono casi rari».

Il parto

I bambini nascono alla 30sima settimana. «Nella sala parto lei era con me, non mi sembrava una mamma, non aveva emozioni. I bambini erano molto piccoli ma hanno subito pianto. Erano le nove di sera, i genitori alle dieci avevano già lasciato la clinica. Il giorno dopo sono andata a vederli. Loro alle 11 di mattina non c’erano ancora, gli infermieri li cercavano. Li avevano lasciati soli. Mi si è spezzato il cuore. I bambini appena hanno sentito la voce di Jay si sono mossi e l’infermiera ci ha detto che non si erano mai mossi così tanto».

L’epilogo

Appena si ristabilisce Kelly lascia la clinica per assistere a una recita della figlia ma vuole notizie dei bambini: «Mi hanno mandato delle foto in cui non c’era alcuna emozione. Sembravano degli oggetti. Sono impazzita per questo».

Il 17 febbraio 2016 la coppia spagnola se ne va con i bambini senza dirlo né a Kelly né all’agenzia: «Dovevamo restare in contatto, rimanere amici. Era questo il patto. Invece loro hanno lasciato le spese mediche da pagare, hanno insinuato che io avessi partorito in anticipo di proposito per prendere i soldi e si sono arrabbiati perché mi sono fatta chiudere le tube. I miei figli non sono riusciti a vedere i bambini e io non ho potuto salutarli. E quella è l’ultima volta che ho saputo qualcosa di loro».

(27esimaora.corriere.it 6 maggio 2017)


È uscito il n. 52/2017 della rivista DUODA che ha come tema monografico: Els úters de les dones ni es venen ni es lloguen / Los úteros de las mujeres ni se venden ni se alquilan. Con articoli di Barbara Verzini, Marta Ausona, Alessandra Allegrini, Cristina Faccincani, Pilar Babi Rourera, vignetta di Pat Carra. Vedi l’indice: http://www.ub.edu/duoda/web/es/noticias La rivista di studi della differenza sessuale del Centro di ricerca Duoda dell’Università di Barcellona è scritta in spagnolo e in catalano e si può ordinare scrivendo a duoda@ub.edu

(Duoda, 4 maggio 2017)





DUODA
Estudis
de la Diferència Sexual
Estudios
de la Diferencia Sexual

Escrits
Editorial: Els úters de les dones ni es venen ni es lloguen /  
Los úteros de las mujeres ni se venden ni se alquilan
Barbara Verzini, De viaje con Fillette . Del sexo de Jean-Luc Nancy
a la Gran Madre de Massimiliano Gioni
Marta Ausona, Lactancias maternas como afirmaciones
de libertad femenina
Duoda, Parlar com a dones, una elecció
Alessandra Allegrini, La gestació per a altres: ni un dret,
ni tan sols un mercat
Cristina Faccincani, El cuerpo ausente
Pilar Babi Rourera, Gestació en una altra. Està succeint
Patrícia-Victòria Martínez i Àlvarez, Tejido con palabras de cuatro
mujeres: sobre contratos y el cuerpo femenino
Projecte d’artista: Laura Delgado Miqueo

Vinyeta: Pat Carra
www.ub.edu/duoda

Universitat de Barcelona


Liliana Rampello prende posizione sin dal titolo del suo saggio uscito dal Saggiatore: i romanzi di Jane Austen sono perfetti. Con lei a Tempo di libri abbiamo ripercorso alcune tappe di questo studio sulla scrittrice inglese morta duecento anni fa: la capacità di declinare al femminile il romanzo di formazione strutturandolo come trasformazione di sé, il prevalere del tema sulla trama, il talento per i dialoghi che attinge alla lezione shakespearia, la critica della società patriarcale. A sorpresa tra quelli di Austen il romanzo preferito di Liliana Rampello è Persuasione. Guardando l’intervista scoprirete perché.

Liliana Rampello, critica letteraria e saggista, ha insegnato Estetica all’Università di Bologna. Vive e lavora a Milano come consulente editoriale. Tra le sue pubblicazioni, La grande ricerca. Saggio su Proust (Pratiche, 1994) e Il canto del mondo reale. Virginia Woolf. La vita nella scrittura (il Saggiatore, 2005). Per il Saggiatore ha curato anche la raccolta di saggi di Virginia Woolf Voltando pagina. Saggi 1904-1941 (2011).

www.letteratura.rai.it

dal 5 maggio – 8 ottobre 2017

 

Pirelli Hangar Bicocca Via Chiese 2
20126 Milano    T (+39) 02 66 11 15 73
F (+39) 02 64 70 275

 

Presenta la mostra personale di Rosa Barba “From Source to Poem to Rhythm to Reader”, a cura di Roberta Tenconi, un progetto espositivo che raccoglie quattordici opere realizzate dal 2009 a oggi, tra film in 35 e 16mm, sculture cinetiche e interventi site specific.
La mostra, allestita nello spazio dello Shed di Pirelli HangarBicocca, crea un serrato dialogo tra il display delle opere e l’anima industriale della struttura espositiva che le ospita. I cinque film presentati sono ancora inediti in Italia, tra cui The Empirical Effect (2009) – un’indagine sul paesaggio del Vesuvio, per Rosa Barba una metafora delle complesse relazioni tra società e politica in Italia – e i due ultimi lavori dell’artista: Enigmatic Whisper (2017), film girato all’interno dello studio dell’artista Alexander Calder, e From Source to Poem (2016), una narrazione audiovisiva densamente stratificata, in cui, come in un rumore bianco, ogni elemento si sovrappone e si condensa progressivamente. Il film è stato realizzato nel centro di conservazione audio-video della Library of Congress a Culpeper, Virginia, il più grande archivio multimediale al mondo.

Rosa Barba (Agrigento 1972, vive e lavora a Berlino), vincitrice di numerosi premi e presente in mostre e rassegne internazionali, ha fatto del film il suo mezzo espressivo privilegiato. Da anni Barba porta avanti un lavoro di ricerca e sperimentazione che attraversa il linguaggio cinematografico e scultoreo, riflettendo sulle qualità poetiche del paesaggio naturale e umano, sui luoghi come archivio della memoria e scardinando il concetto di tempo lineare. Immagini dall’esito potente, ritratti di architetture obsolete e paesaggi naturali, riprese di deserti remoti ricorrono costantemente nel suo lavoro, uniti a frammenti di testi e a scenari in cui passato e presente si intrecciano.

Attraverso i miei film intendo esprimere l’idea che il tempo sia fatto di storie di individui e di piccole comunità, e che sia un fenomeno flessibile e malleabile. Nei miei film ci sono diverse linee temporali che corrono parallele. Utilizzo un punto di vista da osservatore esterno, senza pregiudizi. Ritengo che la realtà sia un’invenzione, generata dall’interpretazione individuale di eventi reali. I miei film giocano con l’idea che ogni scena possa avvenire nel futuro così come nel passato, in un tentativo di manifestarsi come una soluzione utopica.
(Rosa Barba in conversazione con Mirjam Varadinis e Solveig Øvstebø, in “Time as Perspective”, Hatje Cantz, Ostfildern 2013).

Rosa Barba è nata ad Agrigento nel 1972. Ha studiato all’Academy of Media Arts di Colonia e alla Rijksakademie van Beeldende Kunsten di Amsterdam; attualmente vive e lavora a Berlino. Numerose istituzioni le hanno dedicato mostre personali, tra cui: Secession, Vienna; Malmö Konsthall, Malmö (2017); NBK, Berlino; CACP musée d’art contemporain de Bordeaux; Schirn Kunsthalle, Francoforte (2016); MIT List Visual Arts Center, Cambridge, MA; EMPAC, Rensselaer Polytechnic Institute, Troy, US (2015); Bergen Kunsthall, Bergen (2013); Kunsthaus Zürich, Zurigo; Jeu de Paume, Parigi (2012); MART Museo d’Arte Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto, Rovereto (2011); Tate Modern, Londra; Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, Madrid (2010).
Rosa Barba ha partecipato a diverse rassegne internazionali, tra cui tre edizioni della Biennale di Venezia (2015, 2009, 2007), la Biennale di San Paolo (2016), la Biennale di Sydney e di Berlino (2014) e la Biennale di Liverpool (2010). Nella primavera del 2016 il MoMA PS1 di New York le ha dedicato una serata speciale di proiezioni e performance.
I suoi film, installazioni e sculture hanno vinto numerosi premi, molti dei quali presso diversi festival cinematografici come il Curtas Vila do Conde International Film Festival, Ann Arbor Film Festival (2016) e CPH:DOX Copenhagen (2015), al PIAC Prix International d’Art Contemporain della Fondation Prince Pierre de Monaco (2015), al Nam June Paik Award (2010).
Oltre alla personale in Pirelli HangarBicocca, a maggio 2017 è prevista l’inaugurazione di un progetto speciale per il Palacio de Cristal, Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía di Madrid

dal 7 – 13 maggio 2017

DRAWINGS FROM LIGHTNING
Artists book / collection of drawings

Inaugurazione domenica 7 maggio 2017 a partire dalle ore 11.00

Biblioteca civica d’arte Luigi Poletti Palazzo dei Muse

i Piazza Sant’Agostino, 337  -41121 Modena – Tel. 059 2033372

A seguire, ore 12.00: Public Talk / Conversazione con le Artiste
‘Il Disegno in Mostra’
Barbara De Ponti, Debora Hirsch, Laura Santamaria
con un approfondimento di
Chiara Pergola

DRAWINGS FROM LIGHTNING
Artists book / collection of drawings
Drawings from Lightning è un libro d’artista formato da una serie di opere ispirate dai cosiddetti Upward Positive Leaders (fulmini ascendenti).  Si tratta di un raro fenomeno naturale che accompagna talvolta i temporali e che consiste nella propagazione di un fulmine dalla terra verso il cielo, al contrario di quello che solitamente avviene.

Nelle opere che compongono il libro alcuni tra i più rilevanti artisti italiani che utilizzano la tecnica del disegno stati chiamati ad interpretare questo fenomeno che diviene metafora  del desiderio e della necessità di lavorare insieme, cercando così di ripensare anche il ruolo dell’artista nell’età contemporanea. Il libro, pubblicato nel 2016 in 250 esemplari, è stato esposto nel 2016 presso la Fonderia Artistica Battaglia di Milano e allo spazio  Choisi-One at  the Time di Lugano;  nel  2017 presso la Galleria Madeinbritaly di Londra.
Paola Alborghetti, Matteo Antonini, Susanna Janina Baumgartner, Marco Belfiore, Maurizio Bongiovanni, Sergio Breviario, Pierpaolo Campanini, Gianni Caravaggio, Daniele Carpi, Arianna Carossa, Jacopo Casadei, David Casini, Giuseppe Costa, Carl D’Alvia, Valentina D’Amaro, Alessandro Di Giampietro, Barbara De Ponti, Enza Galantini, Daniele Girardi, Paolo Gonzato, Michele Guido, Debora Hirsch,  Pesce Khete, Giulio Lacchini, Maria Morganti, Chiara Pergola, Marta Pierobon, Josephine Sassu, Laura Santamaria, Giovanna Sarti, Kristian Sturi, Marcello Tedesco, Luca Trevisani, Lucia Veronesi.

Orari biblioteca: 
lunedì 14.30-19.00
dal martedì al venerdì 8.30-13.00/14.30-19.00
sabato 8.30-13.00

Il 23 marzo scorso è manca MIRELLA BENTIVOGLIO sembra strano ma non è stata ricordata adeguatamente lo ha fatto con il testo che vi proponiamo (la Redazione del sito)

da letteratemagazine.it

Il 23 Marzo ci ha lasciate Mirella Bentivoglio (Klagenfurt 1922-Roma 2017) poeta, artista visiva e inesauribile promotrice di cultura che per più di cinquant’anni ci ha parlato, con il suo lavoro, dell’impronta femminile del mondo. Anche il suo impegno critico e curatoriale, infatti, volto alla ricerca e alla valorizzazione della produzione estetica delle donne, ha accompagnato fin dagli anni ’70 la sua produzione artistica, in un percorso chiaramente segnato dal femminismo.

Siamo lontane, tuttavia, da un’idea di arte portatrice di messaggi ideologici o dalla mera rivendicazione di una maggiore presenza femminile nel mondo dell’arte; piuttosto il suo lavoro -curatoriale ed artistico- ha gettato luce, in modi nuovi ed originali, su questioni politiche ed estetiche che, a partire da quegli anni, hanno attraversato in particolar modo l’arte delle donne e di cui l’artista, nel corso del suo lungo impegno intellettuale, è stata espressione.

Nasce poeta, tuttavia, Mirella che nel 1943 pubblica il suo primo libro di poesie1, ma presto sente l’urgenza di un’espressione diversa, polimorfa, capace di andare oltre la parola, verso la visualizzazione del linguaggio…….segue

per il testo completo con anche le foto seguire il link: http://www.letteratemagazine.it/2017/04/26/luovo-universale-mirella-bentivoglio/

Edition La Tempête, 2017, Bordeaux.

Breve cronaca di Laura Minguzzi

Come mai tradurre in francese adesso Non credere di avere dei diritti, uscito in Italia nel 1987 e ristampato nel 2016 da Rosenberg &Sellier? La domanda è legittima e intrigante. Di ritorno dal tour de force di incontri, presentazioni e dibattiti a Parigi e a Rennes, dove Silvia Baratella ed io siamo state invitate dal collettivo di traduttrici e traduttori, provo a rispondere. Sono un gruppo di varie provenienze geografiche e hanno fondato una casa editrice, La Tempête. Julie è di Digione, Louise dell’Aveyron, vive in campagna e ha un bimbo piccolo, Maria è italiana ma vive in Francia da tempo. Perché collettivo? Un’altra domanda. Solo nomi propri per ora, il collettivo non ha ancora scelto come nominarsi.Loro sono antagoniste/i… Hanno sì una casa editrice, dove Gabrielle, Jacques e Chiara lavorano, ma fanno parte dell'”autonomia diffusa. Samo appena arrivate e già siamo ammirate alla vista della grande casa, che abbiamo subito ribattezzato le château, dove vivono in comunità all’Ile-Saint-Denis. Julie, che delle quattro con cui daremo inizio al tour (le altre sono Gabrielle, Louise e Maria) ha la stoffa di chi si autorizza di più, dice di non essersi mai sentita femminista. In Francia la parola evoca parità, uguaglianza, diritti, non libertà e autonomia femminile. «Quando ho scoperto Non credere, il partire da sé, le relazioni, la disparità, l’affidamento, la genealogia, ecco mi sono detta, questo mi riguarda, mi piace, è la mia politica, mi sento di esserci». Hanno rotto con la categoria Donna, con l’universale, e lottano contro il neoliberismo che si appropria della differenza femminile. «Dobbiamo rifuggire il pericolo che tutto sia metabolizzato, fagocitato, tutto divenga merce, usa e getta» dice Gabrielle. Il pensiero, la pratica del femminismo delle origini interessano e molto anche la moltitudine di giovani dei movimenti antagonisti, impegnati nel territorio di Rennes e Nantes, che abbiamo conosciuto alla Maison de la Grève di Rennes, dove siamo andate in macchina con Louise e Maria, attraversando un magnifico paesaggio bretone. La ZAD, acronimo burocratico che loro hanno tradotto in zone à défendre (“zona da difendere”), è il teatro di una rivolta nata negli anni settanta contro l’allargamento di una base militare ad opera di agricoltori e gruppi di estrema sinistra e che continua oggi contro la costruzione di un aeroporto nella piana del Larzac, a nord di Nantes. Siamo nella regione Pays de la Loire, a Notre-Dame-des-Landes, poco distante da Rennes. Le giovani e i giovani che ci hanno accolto sono interessati a conoscere le nostre pratiche. Un gruppo ristretto di una decina di donne in particolare, che hanno letto il libro e con cui abbiamo fatto un incontro preliminare attorno a un tè e a un’ottima torta, preparata nella bella cucina al piano di sotto della Maison de la Grève, ci hanno posto dei punti da discutere che a loro stanno a cuore. Marianne dice che non conoscono molto del femminismo della differenza. Da loro ha avuto più corso il femminismo materialista. Ma come costruire autorità femminile senza separarsi? Dalla lettura del Ne crois pas avoir de droits hanno compreso che alcune risposte lì ci sono. Per esempio la mixité (lo stare in situazioni miste, di donne e uomini) che loro praticano tende allo scivolamento verso la neutralizzazione. Non ci vogliono rinunciare ma vogliono capire come fare per rendere visibile, segnare simbolicamente la loro differenza, e hanno compreso che figure come la genealogia e la disparità portano loro guadagno simbolico. Temono di essere schiacciate dall’ universale che non riconosce la differenza femminile. Vogliono fare il salto, significare la differenza. Di formazione marxista e lacaniana e nutrite di studi sociologici sono sia sensibili alle tematiche sociali, sia attente al simbolico. Una di nome Blanche sostiene che teme di cadere nel neutro, nelle modalità maschili di fare politica, di staccarsi dalla vita, dal vissuto. “La politica continua a restare maschile, anche se la politica che esiste è quella femminile”. Questa questione ritorna anche nel corso del dibattito alla Librairie Petite Egypte a Parigi, dietro il Forum des Halles. Dopo la visione di un frammento di un documentario sul MLAC (Mouvement pour la Libération de l’Avortement et de la Contraception) di Aix-en-Provence, un gruppo di auto-aiuto che praticava aborti prima della legalizzazione, la moderatrice del dibattito pone la questione del rapporto fra sociale e simbolico e della relazione fra pratiche autonome e legge. Il focus è la questione della legge sull’aborto e la depenalizzazione, posizione sostenuta all’epoca dalla Libreria delle donne di Milano. Una giovane interviene sulla questione del debito simbolico. Un giovane obietta che è arbitrario perché lui non ha chiesto di venire al mondo. Héloïse risponde che il riconoscimento del debito alla madre e ad altre donne che l’hanno fatta crescere rende più libere. Anche qui sala piena.

Molte, molti hanno letto il libro. Una giovane donna chiede se la Libreria esiste ancora, forse ha visto la data della pubblicazione del Non credere in Italia, esattamente trent’anni fa. Racconto brevemente com’è nata la Libreria nel 1975, l’entusiasmo con cui è stata sostenuta anche economicamente dalle donne, la rilevanza simbolica di vendere libri scritti da donne negli anni settanta. Il senso del osiddetto Catalogo giallo, Le madri di tutte noi, per trovare, come rabdomanti scrive Lia Cigarini, le parole per dire la differenza. La miseria simbolica riguardava tutte le donne, veniva prima di ogni contraddizione di classe. Chiedono spiegazioni sul partire da sé, la pratica dell’autocoscienza, la pratica dell’inconscio. Ha colpito la modalità di una politica che è capace di inventare passo passo nuove pratiche ogni volta che incontra un ostacolo, uno scacco. Julie ci racconta un aneddoto divertente. In un dibattito a Grenoble hanno illustrato la figura della donna muta, la femme muette. Uno capisce “mouette” (gabbiano) e chiede che significato avrebbe la donna-gabbiano? Tutti a ridere! Anche Jacques è sollecitato da questa figura dal suo senso, dal silenzio, come sottrazione alla rappresentanza, alla delega, una critica radicale a una politica che non ascolta la singolarità del sentire di una donna, non s’interroga sulla libertà femminile e sul desiderio femminile.

Alla Librairie Michèle Firk a Montreuil, dintorni di Parigi, centro politico-culturale autogestito con piccola cucina e un bel cortile esterno, affollato, una donna chiede alle traduttrici cosa è cambiato nelle relazioni con gli uomini dopo la traduzione del libro. Louise accenna al suo non sentirsi più separata corpo e mente, ma intera. Già a Rennes aveva risposto efficacemente a una lettrice intervenuta sostenendo che nel libro si prospettava un sistema binario fra i sessi, che non si può giocare con le parole quando ci sono i corpi di mezzo. E che comunque non vedeva contrapposizione fra transgender e differenza sessuale.

Alla Librairie Petite Egypte abbiamo incontrato Nadia Setti, docente all’università Paris VIII, sorpresa e ammirata dell’accoglienza inaspettata e a lungo attesa della traduzione del Non credere… Ha invitato Gabrielle, una sua ex-allieva, che, ricordava, le aveva espresso questo desiderio anni fa. Gabrielle e Julie hanno presentato il libro al Seminario Gradiva, organizzato da lei all’Institut d’Etudes Hispaniques della Sorbona. Era visibilmente emozionata e contenta che finalmente in Francia si potesse parlare di lingua materna e di ordine simbolico della madre senza essere accusate di essenzialismo. Un evento memorabile. I tempi sono veramente cambiati. E noi ne siamo molto felici! E abbiamo brindato dopo il seminario con la mente rivolta a un altro progetto che Nadia Setti ha proposto a Julie, Gabrielle e alla nostra amica Stefania Ferrando, invitata alla nostra ultima tappa del Grand Tour!

 

Milano, 5 aprile 2017

di Rosaria Guacci

“Enciclopedia delle donne – Aggiornamento”, appena uscito in libreria per Einaudi, non è un estratto della “Grande enciclopedia della donna” pubblicata a fascicoli dal 1962 al 1966 dai Fratelli Fabbri editori, ma un romanzo che l’autrice ha voluto ‘politicamente scorretto’ per liberare il corpo dallo scandalo che esso comporta. Già il sottotitolo o il semi- titolo, “Aggiornamento”, ci dice l’intenzione programmatica di chi scrive, il suo ‘statement. Dopo i veramente belli “Tempo di imparare”, “Lo spazio bianco” e soprattutto ” Troppa importanza all’amore” del 2015, per contenuto più vicino a questo di nuova pubblicazione, lei si batte per la legittimità della sua idea personalissima di cosa sia il desiderio sessuale. E lo fa con un linguaggio esplicito di grande crudezza.  “Il mio nuovo romanzo è un’educazione sessuale e anche una risposta femminile a tanta letteratura erotica maschile di questi anni, come ‘La separazione del maschio’ di Francesco Piccolo o ‘Candore’ di Mario Desiati.

Amanda, la protagonista del romanzo, una docente di architettura, ha cinquant’anni e non le piacciono i toy boy. È libera, è una donna che sceglie. Non ha inibizioni, dà fuoco a qualsiasi stereotipo possa essere appiccicato a una donna. Ma è un’ antiborghese, non una fricchettona. Il suo rapporto con il sesso diventa rivoluzionario perché le fa attraversare il mondo con  libertà. Una conquista che passa prima per la mente, poi per il corpo.” Così racconta

Valeria Parrella in un’ intervista su Repubblica – Napoli. E via via argomenta. Ma la questione che a me sta a cuore è perché mi sia così interessato favorire la presentazione di questo romanzo, preso a scatola chiusa, alla Libreria delle donne di Milano. E perché Parrella e insieme Chiara Valerio, altra autrice della stessa generazione e di uguale, buona fama letteraria, a sostegno dell’amica abbiano chiesto  di avere un preciso confronto sul testo con Luisa Muraro. Che come in molti sappiamo è filosofa, di chiara fama, della differenza sessuale, autrice di un testo non prescindibile come “L’ordine simbolico della madre”, e raramente disposta a parlare di letteratura se non quando lo decida lei. A lettura ultimata del romanzo, mi pare di poter ipotizzare che  Muraro sia stata convocata come autorità in vita fra le tante ‘auctoritates’ letterarie che il libro riporta a sostegno della tesi della scrivente: da Platone col suo “Simposio” a Levi Strauss, da Henry Miller al Marchese de Sade, da Bernardo di Cluny coi suoi “nuda nomina” a Umberto Eco dello “Stat rosa pristina nomine” da cui ha preso il titolo il suo ” Nome della rosa” (però c’è anche un pornodivo famoso per la (centi)metratura del suo organo.) C’è soprattutto, in un capitolo nodale, la Carla Lonzi di “Sputiamo su Hegel. La donna clitoridea e la donna vaginale e altri scritti” del 1978, con il successivo e  crescente fino ai nostri giorni ‘buono’ scandalo,  per più versi produttivo, che senz’altro Parrella si augura per sé. Altra domanda, non so quanto  consapevole, che a mio parere verrebbe sottoposta a Muraro è quella sulla misura politica,  sul peso specifico di quanto scritto nel romanzo. Come il soldato che ai tempi in cui gli oracoli padroneggiavano le vite andò a consultare la Sibilla Cumana – ricordate L'”Ibis redibis non perieris in bello”? –  noi lettrici e lei scrittrice siamo ancora  ben consapevoli di trovarci all’interno di una  guerra dei sessi tutta da interrogare. In una pagina dell’ “Enciclopedia” si parla appunto del” riposo del guerriero”, termine messo in uso in alcune sue pagine da Simone de Beauvoir per definire il riposo (l’afflosciarsi?) maschile post-coitale. A protagonismo sessuale invertito, visto che qui a venir meno dopo il piacere è Amanda, alter ego dell’autrice. Ai tempi del responso della Sibilla (riportato, per chi ne sia incuriosito e in tema con le citazioni del testo, dal Chronicum sull’origine del mondo di un monaco del 1200) il  destino del milite questuante era appeso a una virgola (bel calembour, questo che ormai tutti grazie al diffondersi del latinorum siamo in grado di capire, e a prova di colpo apoplettico: “Non tornerai, morirai”. Oppure: ‘”Tornerai, non morirai”). Come allora anche oggi il destino di chi scrive sta in buona parte appeso alla letteratura. E/o alla politica delle donne che alcune mettono in cima ai propri progetti: se ho visto bene e bene inteso, la  domanda di Valeria Parrella è degna di rispetto. Tornando ai nuda nomina, cioè al romanzo in sé e al suo contenuto, non è strano che la sfera sessuale entri in maniera così esplicita nella letteratura contemporanea. C’è in molte, molti che scrivono la ricerca di un linguaggio potente e sovversivo. Sovversivo nel senso che a volte è l’unico mezzo per rivelare che la vera oscenità sta altrove, al di là della facciata di certi sentimenti o modelli convenzionali, prestabiliti, ostentati. E c’è, insieme, la fantasia, come scrive in un suo saggio sulla pornografia Ballard, di “fare del corpo umano una macchina ideale, che può essere manipolata per ottenere il massimo delle sensazioni”. Un corpo che, come nelle opere di de Sade, vuole essere rappresentato con una  modalità di pensiero e di rappresentazione concrete, refrattarie alla metafora e alla simbolizzazione, in cui temi ripetitivi fino all’ossessività trovino una loro sistemazione, anzi sistematizzazione. L'”Enciclopedia della donna- Aggiornamento” ha un’ orchestrazione fredda, non è un’opera  composta di getto ed è attraversata anche da un’ironia graffiante. Una partita a scacchi con mosse previste fin dall’inizio, come sa chi vuol vincere la partita e come recita appunto uno dei capitoli meglio riusciti (“Matto del barbiere”). Quello di Amanda e di Parrella è un no preciso alla seduzione, che  in genere predilige la dissimulazione, mentre un rapporto sessuale nudo e crudo, nella sua descrizione, (“est rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”, titolo già citato, in due spezzoni, di un altro bel capitolo del libro) potrebbe essere invece vicino all”‘iperrealismo” (“tutto è troppo vicino, troppo vero” – e qui seguo la lezione del Baudrillard di “Della seduzione” come  in tutti i successivi virgolettati). Potremmo dire che Amanda, la protagonista, si conferma come soggetto pur avvicinandosi estremamente all’oggetto: la descrizione della sua ricerca del piacere, in alcuni passaggi del testo, rischia  la stereotipia con cui  viene rappresentato assai spesso il desiderio maschile  .

Nelle descrizioni di Parrella siamo lontano dall’oscenità e dalla pornografia. A tenerla  lontana è il fatto che l’oscenità  “brucia e consuma il proprio oggetto di trasgressione, di provocazione, di perversione” mentre la pornografia, a sua volta, in un certo senso “neutralizza l’oscenità”, “ne è la “sintesi artificiale”. Del sesso la pornografia è “il festival” e non la festa. Parrella con la sua messa in scena totale del corpo vuole la festa.

(www.libreriadelledonne.it, 28 aprile 2017)

di  Umberto Varischio

Tsultrim Allione è una donna statunitense, ma è anche un lama, cioè secondo i buddisti tibetani un essere con qualità straordinarie; una maestra di Dharma, termine sanscrito che indica gli insegnamenti del Buddha storico. Ha fondato il centro di meditazione Tara Mandala in Colorado (USA) e insegna il buddismo sia negli Stati Uniti sia in Europa.

Seguendo sentieri impervi (una serie di trasmissioni di Radio Tre sul Tibet, terra degli dei pacifici e irati, e altri miei percorsi personali) l’ho incontrata attraverso due libri che ha scritto: Donne di saggezza. Una via femminile di illuminazione (1984) e Nutri i tuoi demoni: Risolvere i conflitti interiori con la saggezza del Buddha (2008).

Il primo contiene sei biografie di altrettante “donne di saggezza” tibetane, vissute in quella terra remota e misteriosa dal dodicesimo secolo fino all’invasione cinese; il secondo un metodo psicologico-buddista per affrontare i demoni personali che ci ostacolano durante la vita quotidiana.

Sia il primo sia il secondo libro s’inspirano agli insegnamenti di una maestra buddhista dell’XI secolo, Machig Labdrön. Le date della sua vita sono incerte e variano secondo le fonti, ma molti studiosi ritengono che sia nata nel 1055 e che visse felicemente fino a novant’anni. La sua pratica spirituale era chiamata Chöd (da pronunciare “ciöh”), che significa “recidere”. Sviluppò questa forma di meditazione, inusuale anche alla sua epoca, ottenendo dei risultati così strabilianti da far diventare tale pratica molto famosa e diffusa in tutte le scuole del buddhismo tibetano e non solo.

Fino a qui nulla di particolare, mi si potrebbe obiettare, tutto all’interno di una delle più importanti religioni orientali: quello che mi ha incuriosito leggendo i testi sopra accennati è il suo riferimento a quello che si potrebbe senza dubbio definire una “genealogia femminile”.

Uso qui il termine genealogia riferendomi al pensiero di Angela Putino che distingue nelle donne una genealogia di provenienza (o di appartenenza) da una di discendenza: la seconda porta a un rapporto con la propria madre che Putino definisce un «luogo di necessità da cui non possiamo prescindere» e senza il quale ogni «movimento di libertà è precluso».

La prima genealogia invece è quella che conduce alla scoperta delle proprie radici ideali, ma non per questo meno concrete, in cui ritroviamo tutte le resistenze delle donne, il loro riaffermarsi, il loro sapere e il trasmetterlo da una all’altra.

Sono due movimenti, quello della discendenza e dell’appartenenza, che si distinguono pur intersecandosi: è però la genealogia d’appartenenza che introduce salti nella linearità della discendenza e che determina uno spezzarsi dell’appiattimento all’interno di un genere e alla complementarietà o alla subalternità al maschile.

Per tornare a Tsultrim Allione, in Nutri i tuoi demoni dedica il testo alla «mia preziosa madre, Ruth, radioso esempio di compassione e amore incondizionato della mia vita» (genealogia di discendenza) ma afferma anche che «Machig diventò un faro nella mia ricerca della saggezza in un mondo difficile, una visione del potenziale femminile. […] La storia di Machig e le cinque biografie delle mistiche tibetane che trovai in seguito costituirono il soggetto del mio primo libro, Donne di saggezza. […] Per trovare una via che effettivamente conduca alla liberazione, la donna deve ispirarsi ad altre figure femminili che l’abbiano raggiunta» (la genealogia di appartenenza).

Tsultrim ragiona anche sugli ostacoli che una donna deve superare lungo la via dell’Illuminazione, un percorso che reca ancor oggi l’impronta inequivocabile della sua nascita nel mondo maschile. E afferma, come il femminismo fa da cinquant’anni, che le storie delle donne non sono state narrate e senza storie l’esperienza non si articola. Senza storie, quando arriva a dover prendere le decisioni importanti della vita, la donna si sente smarrita: non impara a stimare le sue lotte, a celebrare il suo potere, a comprendere il suo dolore. Senza storie è alienata dalle esperienze più profonde di se stessa e del mondo, esperienze che sono state chiamate spirituali o religiose; resta chiusa nel silenzio.

Se è pur vero che Tsultrim è nata come donna occidentale e quindi si è aperta, anche inconsapevolmente, alle suggestioni dei femminismi contemporanei, questo percorso dimostra quanto la libertà femminile sia stata capace (e lo sia tuttora) di viaggiare e raggiungere anche angoli impensati nell’esperienza delle donne emergendo anche negli ambienti più remoti. Anche sul “tetto del mondo”! Si potrebbe quindi ben dire con Amleto, osservando l’operare del femminismo e la sua capacità di scuotere la “crosta terrestre” del nostro presente: «Ben detto, vecchia talpa! Puoi scavar nella terra così presto? Un bravo zappatore!» (W. Shakespeare, Amleto, atto I sc. 5).

(www.libreriadelledonne.it, 27 aprile 2017)

di Elena Tebano

 

Quando ieri la giornalista ha chiesto Angela Merkel, sul palco del G20 delle donne di Berlino, «lei si considera una femminista?», la prima cancelliera della Germania (e le donna più potente del mondo) ha reagito con una smorfia di perplessità. La sala è scoppiata a ridere.«Ho alcune cose in comune con la storia del femminismo, e altre che mi differenziano – ha risposto dopo un attimo di riflessione -. Non posso pretendere un titolo che non mi sono guadagnata. Ci sono donne che hanno fatto battaglie molto pesanti, come Alice Schwarzer (la femminista più nota della Germania, ndr). Non posso arrivare io ora, gloriarmi del loro successo e dire “sono femminista”. Comodo no? Però non ho paura se voi dite che sono una femminista. Semplicemente non posso farmi bella con piume prese a prestito». La giornalista ha subito allargato la domanda a tutte le donne del panel: «Chi di voi si considera una femminista?». La ministra degli Esteri canadese Chrystia Freeland e la direttrice del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde hanno alzato la mano senza esitazioni. Ivanka Trump ha alzato la mano a metà, poi l’ha riabbassata, poi l’ha alzata di nuovo. Applausi dalla platea.

 

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Però nel frattempo qualcosa si è perso come dimostra la mano alzata, esitazioni comprese, di Ivanka Trump: c’era nel femminismo degli Anni 70 una parte «antisistema» che non c’è nel femminismo «d’élite» o del «self-empowerment» (come lo si voglia chiamare) alla Sheryl Sandberg. Solo la Merkel lo prende sul serio e per questo riconosce di avere delle cose in comune ma di non aver preso che i frutti di quella storia. Lagarde e Trump ne assumono invece solo la parte «digeribile» e per questo Ivanka può permettersi di alzare la mano quando solo pochi mesi fa c’è stata negli Stati Uniti la più grande manifestazione delle donne da decenni. Contro il governo di suo padre, per il quale lei fa da consulente.

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(La 27esima Ora, 26 aprile 2017)

di Mariangela Mianiti

Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei di Mira Furlani edito da Gabrielli

Ha poco più di cento pagine, ma più si procede nella lettura, più scotta fra le dita, scatena desiderio di ribellione, muove empatia. Ci sono voluti quasi 50 anni perché Mira (contrazione di Casimira) Furlani, quasi 80 anni, si desse il diritto di scrivere Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei (Gabrielli editore, pp. 112, euro 12). La prosa scorre e avviluppa, capace di narrare con quella verità emotiva che solo un, in questo caso una, protagonista diretta sa dare.
Il punto di partenza è la nascita dell’Isolotto di Firenze, quartiere popolare dove nel 1968 sorse la prima Comunità cristiana di base (Cdb) italiana e nella cui parrocchia Mira fondò e gestì, nel 1959 e con un’amica, la prima casa famiglia per bambini e bambine orfani e abbandonati.
Molto si è scritto sull’esperienza dell’Isolotto e della comunità che, attorno alla figura di don Enzo Mazzi, diede vita a pratiche comuni di condivisione e accoglimento che portavano avanti istanze di lavoratori, studenti, credenti e non.
Fu un’esperienza rivoluzionaria, prima appoggiata dal vescovo cardinale Elia Dalla Costa e poi osteggiata, in modo anche feroce, dal suo successore monsignor Ermenegildo Florit che non esitò ad appoggiarsi alle forze più reazionarie della città, compreso il partito fascista del Msi.
Fino a questo libro di Mira, quella stagione non era mai stata raccontata da uno sguardo femminile. Fa differenza? Ne fa, e tanta, perché per la prima volta Mira narra la sua esperienza di donna dentro quella rivolta svelando, come ha detto Luisa Muraro, una rivolta nella rivolta. Ciò rende questo libro necessario.
Qual è la rivolta di Mira e perché ci ha impiegato così tanto tempo prima di decidersi a narrarla? Se lo svelassi nel dettaglio, toglierei al lettore il piacere di scoprirlo da solo, ma soprattutto sminuirei l’emozione palpabile e la verità con cui Mira ripercorre le sue battaglie, le fatiche, le gioie, le scoperte, le delusioni e i dolori di quel periodo.
Però una cosa va detta: la rivolta riguarda don Mazzi non tanto nel suo ruolo pubblico, ma rispetto al modo con cui costruì e governò la relazione con Mira. Non si tratta di relazione amorosa e carnale, ma umana e sociale e riguarda l’impegno che Mira si assunse soprattutto nella casa-famiglia, il riconoscimento che fu negato al suo ruolo e alla sua figura, il non ascolto del suo pensiero. Questo scarto non soppresse l’affetto e la stima fra lei e don Mazzi, ma le rese impossibile far finta di niente.
Era stato don Mazzi a chiederle di assumersi il compito di madre affidataria, e ufficiosa, di quei bambini. Mira non aveva mai pensato né aspirato a quel tipo di impegno, anzi, prima di conoscere don Mazzi non era nemmeno interessata alla religione, era iscritta alla Cgil e al Pci e non andava in chiesa da anni. Il grande desiderio di verità, il riconoscersi nelle parole del Vangelo cambiarono radicalmente la sua vita. Quando don Mazzi le propose di dirigere la casa-famiglia lei accettò e svolse il suo lavoro con dedizione totale, aggiungendolo all’impiego che già aveva in una società di trasporti.
Ciò nonostante, don Mazzi non riconobbe mai a Mira, né pubblicamente né nel privato, quel ruolo faticoso e impegnativo sia fisicamente che psicologicamente. Più volte Furlani si ribellò a questa ingiustizia, ma invano, tant’è che scrive di essersi sentita considerata come una serva.
Rendersi libera è stato il lavoro che Mira ha sempre fatto d’istinto, ma per lei è diventato consapevolezza e pratica quotidiana quando, negli anni Settanta, ha incontrato il femminismo dell’autocoscienza e della differenza.
«L’autorità femminile – scrive – è una forza propulsiva che scaturisce dal profondo del pensiero della differenza sessuale, il cui apparire ha rivoluzionato ogni visione maschile patriarcale di paternità assoluta e piramidale, compresa quella gerarchica e sacrale della chiesa cattolica. Oggi non possiamo più discutere se rendere la società e le chiese più o meno democratiche: bisogna invece alimentare una pratica politica di autocoscienza maschile che possa rompere la scala gerarchica del potere assoluto del padre».

(il manifesto, 26 aprile 2017)

di Rosita Copioli

Due volumi ricostruiscono la complessità del pensiero di santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), una delle figure più straordinarie non solo del Medioevo

Escono da Pistoia due ottimi libri su santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), una delle figure più straordinarie non solo del Medioevo, dichiarata Dottore della Chiesa nel 2012. Ildegarda si distingue per complessità e bellezza della sua opera tra poesia, teologia, arte, per la sua fisionomia personale e storica d’immenso fascino e rilievo. Il libro di Michela Pereira (Ildegarda di Bingen, Gabrielli, pagine 176, euro 15,00) è fondamentale per la sua conoscenza, anche sul versante dell’innovazione teologica dell’esperienza femminile; l’altro di Giordano Frosini (Ildegarda di Bingen,Edb, pagine 268, euro 23,80) lo è per il suo inquadramento negli ambiti storici della teologia, anche postconciliare.

Nata a Bermesheim sul Reno da una famiglia feudale, entrata a otto anni nel monastero benedettino di Disibodenberg, Ildegarda possedeva dall’infanzia il dono della lucida visione, all’«ombra della luce vivente»; ma solo a quarantadue anni, divenuta badessa, ubbidì alla voce che le imponeva di scrivere al modo dei profeti, manifestando un’autorità indiscussa anche presso papi e sovrani, da Eugenio III a Federico I Barbarossa, che fustigò quando insisteva con i suoi antipapi.

Era sempre fragile e malata. Eppure affrontò continui viaggi per predicare, e vincendo dure opposizioni, fondò un grande monastero sul Ruperstberg. Verso la fine della vita manifestò ancora la sua natura di Antigone fedele solo alla legge divina, quando disubbidì ai prelati di Magonza che le intimavano di disseppellire dal Rupertsberg il cadavere di un gentiluomo scomunicato.

Illustrati da miniature meravigliose lo Scivias (“Conosci le vie”, 1147-1151), il Liber vitae meritorum (“Il libro dei meriti della vita”, 1158-1163), il Liber divinorum operum (“Il libro delle opere divine”, 1163-1174) si intrecciano alle opere naturalistiche e mediche, al Liber subtilitatum diversarum naturarum creaturarum (“Le sottili differenze delle diverse nature delle creature”), alla rappresentazione sacra Ordo virtutum (“L’ordine delle virtù”, 1141-1151), alle liriche musicate, la Symphonia harmoniae caelestium revelationum(“ La sinfonia dell’armonia delle rivelazioni celesti”, 1151-1158), a esegesi e agiografie, alle splendide epistole in un sistema che corrisponde alla concezione unitaria dell’universo creato dall’Amore di Dio-Trinità: uovo cosmico, poi ruota mossa dallo Spirito infuocato, con al centro l’uomo nella sua duplice forma maschile e femminile.

Sebbene protesti di essere « paupercula » e conoscere solo i Salmi e i Vangeli, Ildegarda fonde tutta la teologia platonico- cristiana: gli stoici, Plotino, Agostino, Dionigi l’Areopagita, Giovanni Scoto (dal Libro sulle nature dell’universo Ildegarda mutua l’homo- omnis, unità ontologica tra uomo e universo, il microcosmo descritto nel Libro delle opere divine), la scuola di Chartres con Guglielmo di Conches, Ugo di San Vittore con De archa Noe, fonte del “pensare visivo” del XII secolo.

Ildegarda si fa specchio ed eco della bellezza sinfonica dell’incarnazione trinitaria di Amore, regolata da Discrezione: vuole combaciare con Carità-Chiarità che è sposa di Dio e Sapienza, lo Spirito Santo che per la verde forza di vita germinante (viriditas) è anima del mondo, e dal seno della Vergine Aurora, trae la luce di zaffiro del Cristo che riconduce all’unità dell’Eden, luogo della prima e ultima intimità con lui.

Michela Pereira è tra i maggiori studiosi di filosofia medievale e alchimia, nonché tra i massimi di Ildegarda, e ne curò con Marta Cristiani Il libro delle opere divine (Mondadori 2002). La sua profonda competenza matura dal 1980, prima dell’exploit storiografico della badessa, sicché il suo saggio è aggiornato ed esaustivo. Espone per quadri il pensiero e le opere con grande ricchezza di documenti, fra cui stralci degli scritti di diversa tipologia, lettere rilevanti a san Bernardo da Chiaravalle e ad altri religiosi, per la prima volta tradotte. Ildegarda, scrive, riconosce la trascendenza nell’esperienza femminile: «l’aspetto femminile del principio divino (…) si esprime nel creato, manifestandosi nella bellezza luminosa della materia vivificata dallo spirito, che in essa si cela e attraverso essa si lascia intravedere».

Nella sua ricca esposizione, monsignor Frosini dispiega la vasta conoscenza teologica di studioso e insegnante, di pastore al cuore della ricerca ecclesiale odierna, perfezionata in anni di opere e pubblicazioni considerevoli, anche nell’ambito della comunicazione. Dalla dotta esegesi storiografica che illustra anche l’eccezionale contesto del XII secolo, emerge la passione per un rinnovamento spirituale che fonde la sostanza delle origini con il messaggio del pensiero simbolico di Ildegarda, basato sulla «concezione integrale dell’uomo». La sua teologia della creazione parla di un Dio che crea per amore: genera come la donna desidera il figlio, ed è un padre «che parla, che ascolta, che ama»: un Dio Persona, immanente e trascendente. Sebbene condivida della propria epoca apocalissi e severità (si veda la condanna dei catari esposta da Pereira), crede in un Dio di misericordia: il rapporto con la morte non è solo punitivo. Anticipa il panenteismo, l’ecologia che santifica la materia vivente; sa che il peccato dell’uomo si ritorce su di lui e il castigo è un’autodistruzione inerente all’atto stesso. Indica la cooperazione dell’uomo nel progetto di Dio, la Chiesa come mistero nella storia, il giusto rapporto fra la Chiesa e il Regno.

Prima mistica a personificare l’Amore divino in una creatura femminile, Ildegarda dà alla luce germi vitali nel linguaggio simbolico della conoscenza profetica, che Pereira accosta alla conoscenza carnale femminile: il calore di gioia nelle viscere «quando ogni sinfonia del cielo» risuona di Maria. La vergine madre, prima materia lucente della creazione, anticipa la “quintessenza” (il paragone, ricorda Pereira, è di Mary Daly) che nutrirà il sogno alchemico di riportare la terra alla purezza del “ Fiat”: virgo/viriditas ha «radici nel sole / e, luminosa e serena / risplende nella ruota / che nessuna altezza sulla terra / racchiude».

(Avvenire, 25 aprile 2017)

di Arnaldo Di Salle e Luisa Muraro

Sento la necessità di ritornare al testo di Marina Terragni Il “padre” di Trento e l’adozione gay di Firenze: niente in comune tra le due sentenze (www.marinaterragni.it, 10 marzo  2017): in particolare le argomentazioni riguardo la cosiddetta “omofecondità” mi hanno indotto a pormi molte domande, a farmi sentire, ancora una volta, il bisogno di approfondire davvero il senso che si attribuisce a “parole” usate continuamente senza che vengano “spiegate” (spiegate proprio, come se fossero lenzuola da stendere al sole).

Omofecondità è parola suggestiva, e anche surreale, se riferita a una impossibile riproduttività omosessuale maschile; ma come nasce una simile richiesta da un maschio, da una coppia di maschi? Qui va collocato il vero vulnus, secondo me: perché questa ricerca di “omofecondità” maschile? cosa rappresenta questa richiesta posta da due maschi che fanno coppia? La maternità, intesa come complessiva relazione fra madre e il figlio da lei nato, ha un corrispettivo nei maschi “padri”? È possibile parlare di “istinto paterno” come se fosse omologo e commensurabile all’“istinto materno”?

Sono convinto di no; ma bisogna pur ammettere che, di regola, è presente nei maschi un forte desiderio di “riproduzione”; e io ritengo che questo desiderio sia esacerbato (esagero?) dal percepire, più o meno chiaramente, che la potenza riproduttiva, e di relazione con la prole, è competenza delle donne; ed è ancora in questo stesso ambito che il patriarcato gioca le carte del controllo, raccontandosi un “sentimento”, la paternità, e l’esercizio della paternità, che in realtà ha le caratteristiche di una creazione culturale, basata su stereotipi accettati acriticamente e basata, soprattutto, su istanze difensive, di rivendicazione, di riparazione: voglio essere padre per rivendicare un ruolo, per riparare un danno antico, per sfuggire all’angoscia di morte.

Si può aggiungere, io penso, che non soltanto non esista “parità riproduttiva”, ma addirittura che si mettano in moto meccanismi di competizione, per alcuni proprio di invidia, riguardo alla potenza generatrice del femminile.

A questo, almeno in parte, può essere riportato l’esercizio della violenza, sottintesa o esplicita, sulle donne, spesso estesa anche ai figli: come se per poter pareggiare i conti e ristabilire una simmetria, l’unica maniera sia annientare e sopprimere l’altra; e non soltanto perché si sottrae al “possesso”, ma anche perché detiene un potere che non sarà mai realmente esercitabile da parte dei maschi, né mai potrà essere davvero condiviso: il potere di riprodurre se stessi.

Arnaldo Di Salle

 

Caro amico, il suo interessante discorso m’incoraggia a sottoporle un’intuizione da me esposta nell’Ordine simbolico della madre (1991) e cioè che i bambini maschi, quelli che si vedono attribuire correttamente il sesso maschile, verso i due-tre anni si rendono oscuramente conto di non essere dello stesso sesso della madre e di essere estromessi dal continuum materno, per cui diventano insicuri e si arrabbiano. Ebbi questa intuizione nelle ore di tirocinio che passavo con le mie alunne in una scuola materna. Ora la presento a lei come una ipotesi per capire la sofferenza, a volte purtroppo insopportabile, degli uomini che vengono lasciati dalle loro compagne. Che lei sappia, accade qualcosa di simile anche nelle coppie maschili?La cronaca non ne parla. Anche le donne (alcune) soffrono quando sono abbandonate, ma molto raramente uccidono l’altro. Grazie.

Luisa Muraro


(www.libreriadelledonne.it, 25 aprile 2017)