di Milena Garavaglia

La Germania è antesignana nel progettare coabitazioni in Cohousing che soddisfano i bisogni abitativi delle differenti fasce di popolazione. Gli insediamenti in Cohousing oltre ad avere prezzi contenuti e destinati a cittadini con reddito medio, prevedono che i residenti (cohousers) partecipino attivamente nella progettazione e nella scelta del proprio vicinato. Le abitazioni private, che rimangono un inviolabile spazio di privacy sono completate da aree comuni che incoraggiano l’interazione sociale e abbracciano più destinatari: anziani, coppie, giovani, singles, famiglie monoparentali a cui è data particolare attenzione a madri sole con figli. Al Forum tedesco per le abitazioni comunitarie – Forum Gemeinschaftliches Wohnen e.V. Bundesvereinigung (http://www.fgw-ev.de) concorrono innumerevoli proposte abitative e per le donne vi è un macro progetto che offre case accoglienti e la possibilità di coltivare buoni rapporti tra vicini. All’interno di questo progetto vi è un secondo disegno abitativo più specifico nel dare un significato profondo alla vita condivisa. Nel sottoprogetto, oltre alla solidarietà verso il prossimo, predomina l’interesse per la stabilità personale, la libera volontà e soprattutto il desiderio di comunità su scelta elettiva declinato nella quotidianità dal fervore spirituale. Dal movimento femminista in poi, molte donne trovano interessante l’idea delle abitazioni comunitarie;1 il loro principio base è sostenere che “Una donna può cercare altre donne con ideologie affini”. Negli ultimi decenni donne più attente alle loro esigenze, quali l’indipendenza, la libertà, hanno avviato ricerche storiche sulle beghine medioevali percorrendo le tracce rimaste nei centri urbani o analizzando i manoscritti pervenuti sino a noi. La scoperta di un tesoro nascosto che esiste, agli inizi della civiltà europea, costituito da secoli di ricerca mistica e da una serie di splendidi testi,2 testimonia verso la fine del secolo XII la presenza di numerose donne dedite alla ricerca di Dio senza essere religiose in senso stretto, che aderivano alla vita comunitaria e lavorativa a stretto contatto con la società. Nel Brabante erano chiamate Beghine, in Lombardia Umiliate e nel resto dell’Italia Bizzocche. Gli studi recenti documentano maestria di queste donne anche nell’organizzazione degli interventi sociosanitari, nelle attività produttive, in alcune iconografie artistiche e testimonianze in architettura, oggi riconosciuti patrimonio dell’umanità, ad esempio: il beghinaggio di Bruges.

Il movimento beghinale è laico, è ricco di varie storie di vita e offre alle donne uno statuto di autonomia.3 Ogni beghina deve avere una propria abitazione ed essere in grado di mantenersi economicamente. Non era assente in loro la critica, che muovevano alle istituzioni religiose e ai loro rappresentanti. Le beghine si sentivano forti della loro integrità di vita, della loro preparazione culturale e della loro pratica mistica. Questa particolarità, la diversità dei modi di vita e del pensiero femminile, creava sospetto e inquietudine sia nella società civile sia in quella religiosa. Per questi motivi saranno guardate e additate come eretiche.

C’è una storiografia che ha cancellato e impedito la possibilità di narrare un sapere e un fare tipicamente femminile, ma la ricomposizione genealogica sta riportando alla luce l’originalità della vita beghinale, in cui le donne tedesche hanno potuto rispecchiarsi e adattarla all’oggi per rispondere a necessità di aiuto, sostegno e esigenze di alloggi. Ciò ha stimolato sperimentazioni di nuove coabitazioni al femminile con la denominazione Beginenhof-beghinaggio.

Nella regione nord ovest della Germania, la Bassa Renania, ho potuto visitare la zona, con un gruppo di ventitre donne tedesche, di cui tre italiane, alla ricerca dei resti dei beghinaggi medioevali e la conoscenza di quelli moderni. Le abitanti dei beghinaggi di Bochum, Colonia e Bocholt ci hanno accolte e guidate per la loro comunità e descritto come si gestiscono nello stare insieme. La vita delle beghine moderne avviene come per qualsiasi altra donna che ambisce alla propria

indipendenza e autonomia. La loro spiritualità è vissuta attraverso la “mistica del mondo”1 nel rispetto delle religioni, nella responsabilità verso il creato e chi ne fa parte. Ogni beghina moderna deve assolvere a due doveri relazionali, fondamenta nella pratica spirituale. Il primo valore è rivolto alle compagne della comunità beghinale e il secondo è collante nelle interrelazioni con la società civile. Per l’impegno tra le pari, le beghine vogliono sviluppare la cultura femminista, sperimentarla e diffonderla. Concretamente, applicano la relazione della “Pratica dell’Affidamento”2 tra donne. L’Affidamento è una pratica a livello simbolico sociale esercitata all’interno di una relazione di reciproca fiducia fra due donne adulte. Riferendosi una all’altra, ognuna di loro conferisce all’altra l’autorità di poter spaziare nelle sue particolari sfere di pratica politica, riconoscendole i suoi desideri, le sue competenze e le sue differenze. Questa pratica di riconoscimento implica un impegno di una verso l’altra3. Invece, il senso civico è inteso nelle azioni a favore della collettività, nella relazione d’aiuto al prossimo e la partecipazione a progetti sociali. L’intento è essere presenti “come forza riparatrice”4 al Welfare e credere che “fare del bene fa bene”5.

Sta accadendo che siano le beghine stesse a decidere, di comune accordo, quale orientamento spirituale intraprendere, e il culto professato è molto variegato e non manca l’apertura a pratiche spirituali e introspettive giunte dall’oriente rivolte al corpo e alla mente.

Un beghinaggio prima di tutto e soprattutto è uno spazio vitale e protettivo per donne. Gli uomini sono sinceramente i benvenuti. Non possono però stipulare alcun contratto di affitto o acquisto nel beghinaggio. In Germania nel 1985 è fondato il neomovimento delle beghine tedesche, attualmente i beghinaggi moderni ospitano circa 500 donne, oltre ai bambini che vivono con loro. Le più grandi città tedesche possiedono un beghinaggio e in alcuni casi, è l’Ente regionale che finanzia la pianificazione dei progetti.

(Tratto dall’ebook Cohousing al femminile. Abitare nei beghinaggi moderni, di Milena Garavaglia, maggio 2017)

1 A cura di Marina Santini, Luciana Tavernini, Mia Madre femminista, Edizioni Il Poligrafo, 2015.

2 Luisa Muraro, Le amiche di Dio. Margherita e le altre, Orthotes Editrice, Napoli 2001, p. 103.

3 Silvana Panciera, Alla scoperta del movimento beghinale, Ischia – Rete delle donne CELI, 25-27 ottobre 2013, p. 1.

4 “Cosa è una Beghina” da Arbeitspapier: “Was ist eine Begine?” Materiale distribuito da Brita Lieb durante il Pellegrinaggio Beginenreise 2014.

5 Il termine “Pratica di Affidamento” è esercitato e teorizzato dal gruppo della Libreria delle Donne di Milano negli anni ottanta. Libreria delle Donne di Milano, Non credere di avere dei diritti. La generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne, Ed. Rosenberg & Sellier TO, 1987. In Germania la parola “Affidamento” non è stata tradotta in tedesco, ma utilizzata regolarmente nella lingua italiana.

6 Alex Martinis Roe, Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Una storia dal Circolo della Rosa. Racconto illustrato di una Pratica di Affidamento, Libreria delle Donne – Circolo della Rosa Milano, Supplemento al n. 111/2014 di Via Dogana, trimestrale, p. 5.

7 Case per Beghine, Beghinaggi. p.2 (Beginenhauser, Beginenhöfe, Zeichen der Zeit 2013, Was unterscheidet ein Beginenhof von einem generationsubergeifenden Wohnprojeckt? Brita Lieb).

8Ibid., p.2

(www.libreriadelledonne.it, 7 giugno 2017)

di Giovanna Pezzuoli

Non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare: è in estrema sintesi il messaggio che diciotto centri anti-violenza lombardi sul totale di 29 accreditati lanciano alla Regione con un doppio, articolato «no» alla cosiddetta schedatura delle donne vittime di maltrattamenti e a una gestione scorretta dell’Albo regionale.

Tutte le associazioni di D.i.Re (Donne in rete contro la violenza, che oggi conta 80 adesioni in Italia), da Bergamo a Casalmaggiore, da Lodi a Mantova, da Lecco a Sondrio e a Pavia, concordano con la presa di posizione della Casa di Accoglienza delle donne maltrattate di Milano, dichiarando l’intenzione di battersi contro il progressivo impoverimento delle pratiche anti-violenza, «in antitesi con quanto stabilito dalla Convenzione di Istanbul e dall’Intesa Stato -Regioni del novembre 2014». E sottoscrivono una lettera aperta alla Giunta regionale, discussa ieri mattina in un incontro pubblico nella sede di via Piacenza 14. Spiega l’avvocata Manuela Ulivi, presidente di Cadmi: «Al tavolo regionale anti-violenza siamo state ascoltate molto poco, più che altro ci hanno buttato addosso le loro decisioni. I responsabili della Regione sono andati a Roma al Ministero, elencando i 29 centri lombardi e chiedendo i fondi, più di 3 milioni. Ma da dare a chi? Il 28 aprile, nonostante le nostre obiezioni, hanno deliberato che all’Albo regionale, oltre ai centri storici, possono iscriversi enti o associazioni in grado di dimostrare di avere operatori (al maschile!), che abbiano maturato un’esperienza almeno triennale (addio ai 5 anni richiesti da noi) nella gestione di centri anti-violenza o sedi decentrate». E prosegue: «Questo significherebbe accreditare non luoghi bensì persone, messe sullo stesso piano dei centri storici. E svalorizzare tutto quello che abbiamo fatto, smentendo peraltro l’intesa del 2014 che contemplava una metodologia di accoglienza basata sulla relazione fra donne».

La seconda contestazione riguarda la raccolta dei dati, che è sicuramente importante, anzi indispensabile, ma non dovrebbe prevedere la tracciabilità del percorso di sostegno, un «fascicolo donna», comprensivo del codice fiscale. «Su questo punto non cederemo mai – insiste Manuela Ulivi –, che fine farebbe infatti il fascicolo? Mettiamo che una donna in un momento di grave depressione ricorra all’alcool, agli psicofarmaci o commetta atti di autolesionismo, per noi si tratta solo di una condizione temporanea, ma se inserisco questi dati nel fascicolo, verrebbero poi utilizzati dai servizi sociali, dal medico curante, dai tribunali, con un serio pericolo per le donne. Da 30 anni le ascoltiamo, cercando di garantire loro riservatezza e anonimato. Questo sarebbe solo un modo per screditarle, soprattutto se ci sono figli che potrebbero venire affidati al coniuge maltrattante…». Dunque nessun pregiudizio contro la raccolta dei dati, attività che i centri hanno sempre svolto. Ma individuando codici alternativi all’identificazione tramite il codice fiscale, una soluzione per preservare la riservatezza delle donne al tempo stesso garantire le informazioni necessarie. Nel 2016 sono stati forniti alla Regione dai centri D.i.Re lombardi dati su 5.224 donne, là dove molti enti e ospedali non l’hanno ancora fatto.

Di diversa opinione Alessandra Kustermann, responsabile del Soccorso violenza sessuale della clinica milanese Mangiagalli, che è d’accordo sulla questione dell’anonimato ma non ritiene che venga violato inviando i dati in Regione: si tratta di una pratica, usata anche per i dati sanitari, che infatti non vengono divulgati. «C’è la tendenza a rendere il maltrattamento un problema sanitario – denuncia Mimma Carta del Ca.do.m, Centro aiuto donne maltrattate di Monza -, ma anche se la donna è diventata debole, fragile, non per questo deve essere trattata a livello psichiatrico». Una strategia che secondo Marisa Guarneri, presidente onoraria di Cadmi, è in atto da qualche anno: fare diventare i centri-antiviolenza simili alle Asl, un po’ come è accaduto per i consultori svuotati dai contenuti originari ma poi rimessi in piedi «con parole nostre ma altri obiettivi». «Per fortuna la Regione è più chiara: l’accoglienza diventa “presa in carico”, segretezza e anonimato sono spariti. E il piano nazionale anti-violenza? Forse non lo vedremo mai, visto che svanisce per l’ennesima volta a causa delle nuove elezioni. La strategia del governo non è di lotta alla violenza, ma di contenimento».

Significativi i dati che riassume Gabriella Sberviglieri dell’Associazione E.O.S. di Varese: la violenza costa allo Stato 17 miliardi all’anno, ma le risorse messe a disposizione a livello nazionale sono state 20 milioni per il biennio 2015/16 e una seconda tranche di 19 milioni per il 2017/18. Il trasferimento di risorse dallo Stato alle Regioni prevedeva un 10% ai centri anti-violenza, un altro 10% alle case rifugio, il 30% destinato alla creazione di nuovi centri e il rimanente 50% a progetti di sostegno regionali. «La Regione Lombardia utilizza i nostri fondi per politiche progettuali e poi li vincola – osserva Gabriella -. Inizialmente il sistema ORA (Osservatorio Regionale Anti-violenza) non aveva incontrato obiezioni ma adesso se non si ricorre a professionalità specifiche, dal legale allo psicologo, rischia di andare perduta tutta la fase dell’accoglienza e dell’ospitalità. Ancora più pericolosa è la creazione dell’Albo, con l’anti-violenza che potrebbe diventare un business per alcuni che vogliono solo ricevere finanziamenti».

(27esimaora.corriere.it, 7 giugno 2017)

di Mariangela Mianiti

Habemus Corpus. Benvenuti nel difficile mondo dell’educazione sentimentale che oggi è molto più complessa di un tempo, semplicemente perché una volta non se ne parlava proprio e i figli dovevano arrangiarsi a costruire da soli un proprio percorso, con relativi errori

Da una conversazione fra una madre e una figlia decenne. «Ma tu, mamma, hai mai amato qualcuno oltre papà?». «Uhmmmm…sì». «Ah, e lui lo sa?». «Certo. E comunque anche lui ha amato qualcun’altra prima di me». «Ma hai amato amato? Da pensare di sposarlo?». «Beh, in certi casi sì». «In quanti casi?». «Un paio». «E come fai a essere sicura, adesso, che non ricapiterà?». Pausa e poi: «Uhmmmm… non posso esserne sicura al cento per cento, anche se, quando scegli da adulta, sei molto più sicura di quello che fai, rispetto a come puoi scegliere da più giovane». «Quindi non c’entra nulla il sentimento. Non ti reinnamorerai solo perché sei vecchia». Da notare che la suddetta è attorno ai quaranta.
I commenti delle amiche della madre sono stati: «Ha ragione lei. La tua risposta sa di naftalina. Tua figlia ha una logica ferrea. Sei sicura che da adulte si sceglie meglio?». E la madre, accortasi dello scivolone, ha risposto alle amiche: «Lo so. È un po’ quando le spiegai che gli zombie sono dei morti che si risvegliano dalle tombe e lei se ne uscì con un “Quindi Gesù è uno zombie”. D’altra parte, penso che un genitore non debba comportarsi come un amico dei figli e che non debba raccontare tutti i propri segreti e il proprio passato».

Benvenuti nel difficile mondo dell’educazione sentimentale che oggi è molto più complessa di un tempo, semplicemente perché una volta non se ne parlava proprio e i figli dovevano arrangiarsi a costruire da soli un proprio percorso, con relativi errori. Oggi, chi ha abituato i pargoli a parlare di tutto, chi non ha decretato che certi argomenti sono tabù, chi ha sempre risposto alle domande più scomode si trova a dover gestire interrogatori e interrogativi che riguardano il proprio vissuto e lì la faccenda si complica.
Bisogna porre dei paletti o no? Si deve essere sinceri su tutto o stabilire dei confini? Si devono dichiarare errori, debolezze ed esperienze o tacerne una parte per salvaguardare l’autorevolezza genitoriale? Posto che la verità rende liberi, penso che non esistano risposte assolute e che ogni caso vada valutato con un gigantesco «Dipende». Dipende dall’età del figlio, da cosa lo si vuole proteggere, dal momento in cui si ritiene necessario, se è necessario, svelare qualcosa, da quanto ci si sente pronti per affrontare nuove domande. Ma, soprattutto, penso che ognuno di noi abbia una sfera di intimità che non va spiattellata ai quattro venti, nemmeno a figli, mariti o amanti, e che c’è un vissuto che deve restare patrimonio personale.

È ammessa una sola deroga, quella della letteratura perché lì si è riparati dal transfert su un personaggio e dall’invenzione, si trasporta l’esperienza in un racconto e in un altrove che permettono di eludere l’autobiografia dichiarata. Poiché non tutti sono romanzieri, possono mettersi a scrivere un’educazione sentimentale o darla da leggere ai figli per motivi di età, a molti genitori resta il dilemma della risposta. Nella mia modesta esperienza, ho trovato che la strada migliore è stata quella di dichiarare apertamente che ci sono dei limiti oltre i quali non si vuole raccontare non per nascondere qualcosa, ma perché ci sono vissuti che si vogliono tenere solo per sé. Perché ognuno impara facendo, perché l’esperienza è personale e non imitabile, perché genitore e figlio non sono un tutt’uno ma persone distinte, perché le emozioni e i desideri non si possono insegnare ma solo provare, e pazienza se nel frattempo si fa qualche errore. Ciò di cui un figlio ha davvero bisogno è sapere che c’è qualcuno che sarà sempre disposto ad ascoltarlo, se vuole parlare. Per il resto, tanti auguri.

(il manifesto, 6 giugno 2017)


Un abbandono in tenera età, il primo incontro con il celebre padre nell’adolescenza, romanzo familiare che narra il disagio esistenziale di una figlia naturale. Non potremmo pensare che Giancarla Dapporto scrive per svelare un segreto e per dare statuto alla verità? A partire dal libro Massimo Carlo ed io. Metamorfosi affettive (Araba Fenice 2016) Laura Lepetit e Antonella Nappi ne parlano con l’autrice.

 

Presentazione di Antonella Nappi

 

È un romanzo appassionante quello di Giancarla, ci mostra fatti e contesti, lascia a noi immaginare i sentimenti e le riflessioni dei personaggi. Nel sottotitolo, Metamorfosi affettive, suggerisce le difficoltà della sua crescita, ma non ce le dice e questo raccontare per immagini è molto coinvolgente.

Attraverso momenti della sua biografia infantile e giovanile, di quella della madre e del padre ci porta nell’Italia della guerra e del dopoguerra, così differenti dall’oggi, e nel fascino del ricordo e della scoperta delle nostre madri, per noi anziane, e della nostra infanzia.

Gli incontri in libreria stimolano a leggere bei libri e sollevano un confronto e una discussione, il mio apporto è ricordare il contesto di quegli anni e un percorso che le femministe dovettero fare e che è necessario continuare.

 

Le donne nate prima della guerra e subito dopo, pur nelle grandi diversità, sono state oppresse o addirittura trasfigurate da un abisso di denigrazione che anche noi anziane ci stiamo dimenticando. Solo gli uomini avevano valore, la donna a loro doveva rendersi utile e bisognava farlo per avere un marito senza il quale non si era socialmente riconosciute.

 

Non sembra credibile, oggi, provare l’adesione al proprio misconoscimento che io e le mie amiche provavamo. Qualcuna dice di non aver subito svalorizzazioni nel suo contesto familiare ma io ricordo che tutte le donne che frequentavo da bambina e da adolescente erano convinte di essere di molto inferiori agli uomini, quello era allora il senso della diversità dagli uomini, e chi voleva valorizzarsi li doveva imitare (di qui la pretesa d’essere pari).

Anche da femminista, negli anni ’70 e ’80, pur sentendo la forza che mi veniva dal movimento sentivo anche la debolezza delle donne, la mia forza e la mia debolezza assieme, e mi sentivo molto sola nel mondo degli uomini.

Ho imparato con il primo femminismo a credere in quello che io vedevo e pensavo, a sapere che vedevo di più di quello che vedevano gli uomini nei molti ambiti in cui mi applicavo con loro; mi sono sentita più giusta di loro in molti pensieri contesti culturali e sociali. Lavorando all’università, ad esempio, la critica che veniva dall’esperienza delle donne e dal movimento femminista la valutai importantissima e rivoluzionaria, la applicai, ma in realtà mi sentivo ancora sola.

Non avrei mai immaginato, fino ad anni recenti, che tutte le donne valessero più degli uomini, solo con il tempo è diventato ai miei occhi del tutto vero.

Ora tutte le donne sanno che i loro pensieri sono diversi da quelli degli uomini e cominciano ad esprimerli, tutte iniziano a chiedersi se non sia il caso di dare proprio a questi il valore e la prevalenza che possono avere nella vita pubblica e rigettare quelli ereditati dalle esperienze dei soli maschi.

Oggi risulta meno credibile anche per noi il passato che abbiamo dovuto rigettare e rivoltare, io allora non avrei mai immaginato che le donne fossero capaci e appassionate ad ogni lavoro, anch’io le credevo capaci di fare solo le madri e pensavo che la maternità impedisse ogni altro interesse, il contrario di ciò che mi hanno mostrato: la potenza femminile di avere cura di se e degli altri è la stessa che ci porta ad osservare e agire in ogni campo.

 

Un altro aspetto del passato era il timore che mi infondeva un rapporto con gli uomini che non fosse ossequioso, pensavo fosse impossibile per loro non essere messi su un piedestallo. Avevo paura di scatenare la loro violenza se mi fossi messa alla pari, il separatismo mi permetteva di sfidarli tenendomi in una posizione protetta.

Invece, la più recente scoperta è che anche loro ce la possono fare, alcuni o molti sanno accettare di mettere in discussione la loro supremazia o addirittura questa li spaventa e se ne sottraggono.

Ora c’è da togliere il piedistallo aprioristico che mettiamo sotto la cultura pubblica maschile e sotto le attività che gli uomini compiono in ogni campo, non più soltanto riguardo al rapporto uomo/donna, ma proprio rispetto al procedere nella vita politica ed economica, questa è una sfida attualissima: ambiente, scienza, economia sono un’altra cosa se le donne estendono la loro ottica e la loro azione.

 

Ma ancora, l’incontro tra i due padri di Giancarla, quando lei è piccola, mostra qualche cosa di quella che è stata l’esperienza affettiva degli uomini e il loro simile senso di responsabilità verso le donne. L’investimento prioritario nel lavoro artistico allontana il padre dalla figlia, ma lui paga la sofferenza di perderla per molti anni, quando il marito della donna che lui non ha sposato lo pretende; questi, avendo scelto di averle vicine, vuole essere marito e padre senza interferenze. Invece la madre di Giancarla e lei stessa recuperano anni dopo l’interesse che il padre naturale può dar loro, sia come rapporto, sia come consapevolezza del rapporto che c’è stato. Tutti mostrano dunque quanto il riconoscimento delle esperienze affettive sia necessario alla propria realizzazione: siamo figlie e figli dei nostri genitori, la relazione tra loro che ci fa nascere e le loro aspettative nei nostri confronti, quelle tra di loro fanno parte della procreazione, contano per tutti e di più per i figli, ci pesano addosso tutta la vita e fanno grossa parte delle nostre forze e debolezze. La genitorialità è fatto profondo: sentimenti, carnalità, comunicazioni interpersonali, differenze di personalità, sono sembrate per decenni discorsi futili di donne, anche oggi sembrano preoccupazioni minori ma sappiamo che sono scienza umana, possiamo privilegiarla rispetto a quella tecnica.

Invece le scienze umane continuano ad essere meno importanti di quelle tecniche e l’adeguamento delle donne alla società maschile è continuamente in atto proprio attraverso le prassi che la tecnica ci fa condurre, per ogni umanizzazione che conquistiamo c’è in agguato una deresponsabilizzazione, una spersonalizzazione.

 

Oggi è più difficile che in passato scorgere i conflitti perché il contesto in cui si cresce è più simile, i consumi avvicinano le persone e sembrano risolverle.

Le nonne e madri di chi è più giovane, noi, si sono formate in un mondo più ricco di natura, questa si contrapponeva ad ambienti urbani caratterizzati a loro volta da differenti storie sociali; la relazione tra soggetti umani differenti erano intense e le opportunità di iniziativa personale maggiori; ora l’esperienza demandata alla tecnica sembra soddisfare impoverendo le capacità di autonomia e la critica, a mio avviso; adegua ad un mondo più maschile che femminile. È dunque importante la volontà di studiare, capire, leggere le critiche al potere ancora, per scoprire e scegliere di nuovo quello che davvero ci sta a cuore.

(www.libreriadelledonne.it, 6 giugno 2017)

di Laura Marzi

FEMMINISMO. «Libere tutte», di Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti edito da minimum fax

In un passato molto recente, a occupare una parte dello spazio di riflessione pubblica sul tema della libertà delle donne e delle differenze di genere, è stata la cosiddetta teoria del gender. Di difficile definizione, perché lungi dall’essere una reale elaborazione teorica su un oggetto di ricerca definito, essa ha avuto fin da subito l’effetto di generare grave diffidenza nei confronti delle questioni etico-politiche che riguardano, volente o nolente, il corpo e i destini sociali delle donne.

Aleggiando nel dibattito socio-politico come una nuvola temibile e nera, la teoria del gender ha svolto la funzione di catalizzare i timori atavici suscitati dalla libertà di scelta delle donne. Nel testo Libere tutte edito da Minimum Fax (pp. 218, euro 15), attraverso una rassegna precisa e approfondita, le autrici Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti evidenziano, infatti, come al centro dei temi sociali più complessi e urgenti si trovino, esattamente, la libertà e il corpo femminili che «sembrano servire a marcare il confine simbolico delle identità collettive, che siano etniche, nazionali, religiose, sociali».

Senza mai indulgere in una visione libertaria o vittimista, le autrici analizzano i temi di attualità e di storia delle donne che, come recita il sottotitolo, spaziano dall’aborto al velo, partendo dal dato di materialità delle esistenze, in primo luogo le loro: l’elaborazione del testo si è sviluppata, infatti, anche attraverso la loro pratica politica femminista.
L’obiettivo di libertà individuato da D’Elia e Serughetti è quello di non cadere nella trappola del (corto)circuito binario. Le vite delle donne, inserite in un contesto storico-politico e di relazioni, si definiscono, infatti, attraverso scelte complesse e plurali che non ha senso giudicare con la prospettiva del dualismo patriarcale, che in questo caso si declina tra «l’individuo proprietario di sé» e una visione paternalistica che prevede l’esistenza di un bene superiore per le donne, a cui aspirare.

Questa libertà di sguardo è perseguita dalle autrici nel corso di tutto il testo, che affronta, fra altri, il tema dell’aborto, della maternità surrogata, del burkini, della prostituzione e/o sex work; riflette sulla questione del velo, ma non dimentica di ragionare su come possa essere percepito, da chi non è occidentale, l’obbligo di conformarsi a una certa misura estetica.

Tutti argomenti che trovano attenzione da parte della cronaca, ma spesso strumentalizzati e distorti in nome di posizioni politiche varie. In Libere tutte l’analisi è svolta, invece, a partire da una bibliografia ampia e varia, che comprende testi capitali dei femminismi europei, statunitensi e di quelli arabi, considerando anche la letteratura grigia e autrici contemporanee. Il risultato è che le lettrici e i lettori sono appunto liberi di sviluppare una prospettiva critica su questioni gravi e complesse, perché ci sono temi su cui è meglio sapere e meditare che essere liberi di straparlare.

(il manifesto, 2 giugno 2017)

di Marirì Martinengo

Care amiche,

vorrei che sul sito apparisse un ricordo di Shara Ponti – mia amica da lunga data e molto vicina alla politica della differenza – morta una decina di giorni fa.

Negli anni settanta Shara ha fatto parte del gruppo di autocoscienza che si riuniva prima al Club Turati e poi negli anni successivi nelle case private; negli anni ottanta aveva partecipato alle discussioni preparatorie del Catalogo giallo, Le madri di tutte noi, con la ricerca, condotta insieme a Mariolina De Angelis e a me, sulle sorelle Brontë, studio sofferto e durato a lungo tanto che, per celia, eravamo state soprannominate “le sorelle Brontë”; negli anni novanta aveva fatto parte del gruppo insegnanti denominato Magistra, impegnato nel progetto sulla pedagogia della differenza; era presente in alcuni incontri di fine settimana a Monforte d’Alba; appena pensionata, aveva chiesto di fare dei turni di vendita in Libreria, richiesta non accolta, perché al momento non ce ne era bisogno; poiché conosceva bene l’inglese era stata coinvolta nella preparazione dell’incontro in Libreria con la regista Alex Martinis Roe, nel 2015; non mancava le discussioni politiche della Libreria.

(www.libreriadelledonne.it, 2 giugno 2017)


Si parla poco della proposta ddl della dirindin. Ma questa senatrice mi sembra una delle poche politiche pensanti e in ascolto. Concordo con lei che per riconquistare fiducia nella scienza e creare le condizioni perché l’autorità delle istituzioni faccia ordine, è necessario puntare sull’ascolto di tutte le figure coinvolte, dai medici ai genitori, e sulla ricerca indipendente. Mi riferisco a quella ricerca scientifica indipendente dagli interessi di mercato e di potere, quindi orientata ad un altro ordine simbolico. Perché esiste, nonostante tutto, e va sostenuta.
(Sara Gandini)

Arriva il DDL Dirindin: «Vaccini, niente obbligo, sì a prevenzione e vaccinovigilanza»

La senatrice Nerina Dirindin (Art.1-MdP) ha depositato un disegno di legge che imbocca un’altra strada rispetto al decreto vaccini del governo: niente obbligo, investimenti su prevenzione, corretta informazione e vaccinovigilanza. Scarica il testo del DDL.

È Barbara Gobbi a parlarne diffusamente su Il Sole 24 Ore  , in un articolo che illustra il contenuto del disegno di legge della senatrice Nerina Dirindin.

Vi riportiamo l’articolo. Il testo del DDL, al momento assegnato ma di cui non è ancora inizata la discussione  , è scaricabile in fondo all’articolo.

«Imporre un obbligo vaccinale per l’ingresso a scuola potrebbe apparire semplice, ma siamo sicuri che sia la strada giusta per ridurre lo “scetticismo vaccinale”?». È questo dubbio amletico la cifra distintiva del disegno di legge “Disposizioni in materia di malattie infettive prevenibili con vaccinazioni”, prima firmataria la senatrice Nerina Dirindin (Art. 1-MDP), che approccia il tema vaccini con tutt’altra ratio, rispetto a quella adottata dal Governo nel decreto legge, varato due settimane fa dal Consiglio dei ministri, che introduce l’obbligo vaccinale a scuola per 12 profilassi. Pena l’impossibilità di iscrivere il bambino a nidi e materne e sanzioni salatissime, per le famiglie inadempienti: potenzialmente fino alla perdita della potestà genitoriale e al pagamento di 7.500 euro di multa.

Nei suoi 8 articoli, il Ddl Dirindin riparte in pieno da prevenzione e informazione, guarda alla sinergia con Regioni e genitori, ripensa la stesura del Piano nazionale vaccini, rilancia una farmacovigilanza strettissima, basata sui dati raccolti e inviati costantemente per via telematica dalle Regioni, prevede interventi d’urgenza e di coercizione “con il bisturi”, cioè solo in caso di emergenza effettiva e certificata, abroga le precedenti norme sull’obbligo vaccinale, relative ad antidifterica, antipolio, anti epatite B e antitetanica. Ricordando come questa attenga, tra l’altro, a una malattia che non è contagiosa e per la quale, quindi, non ha senso prevedere imposizioni.

La premessa al Ddl è assolutamente pro vax: «Le vaccinazioni – si legge nell’introduzione all’articolato – costituiscono uno degli interventi più efficaci e sicuri a disposizione della Sanità Pubblica per la prevenzione delle malattie infettive (e non solo)». Peccato però che «nell’attuale dibattito sulle vaccinazioni sembrano purtroppo prevalere fattori (pseudo)culturali, economici e di appartenenza che rischiano di aver più peso delle evidenze scientifiche. Negli ultimi mesi, abbiamo infatti assistito a un susseguirsi di dichiarazioni, anche contrastanti e prive di robuste motivazioni, provenienti da soggetti che per il loro ruolo dovrebbero sentirsi invece tenuti, soprattutto su un tema così delicato, alla massima obiettività, evitando facili slogan, guerre ideologiche e inutili allarmismi. Il presente disegno di legge si propone quindi di riportare il dibattito entro i confini delle evidenze e del buon funzionamento dei servizi di sanità pubblica».

A mancare, secondo gli estensori del testo, sarebbero gli stessi presupposti epidemiologici: «i dati riportati nel Piano vaccini 2017-2019 – scrivono – non fotografano una condizione di eccezionale emergenza per tutti i vaccini e in tutto il territorio nazionale». Né sarebbero state indagate le motivazioni alla base della reticenza dei genitori a vaccinare. Mentre «è solo riflettendo sulle motivazioni di tali comportamenti che può essere condotta una valutazione seria delle misure (…) che possono essere adottate per contrastare con efficacia la mancata adesione alla pratica vaccinale». La ricetta? «Ascoltare i genitori, produrre informazioni facilmente comprensibili, oggettivare i benefici e i rischi delle vaccinazioni». Ingredienti che, sottolineano i senatori, «non possono essere trascurati né tanto meno improvvisati». «Buoni risultati» si otterrebbero invece con un approccio «che favorisca l’adesione consapevole e responsabile al programma vaccinale, evitando per quanto possibile un approccio prescrittivo e sanzionatorio». La Regione Veneto ne sarebbe testimone, a dieci anni dall’abolizione dell’obbligo vaccinale.

Da qui la scelta di intervenire con l’obbligatorietà solo se questa si rivela effettivamente necessaria, «con strumenti proporzionati e utili rispetto agli obiettivi di prevenzione delle malattie infettive che tutti condividiamo». L’articolo 5 regola le «situazioni conseguenti a eventi eccezionali o di difetto di copertura vaccinale, prevedendo un ruolo di stimolo e all’occorrenza di supllenza da parte del Governo, che adotta i provvedimenti necessari o nomina un commissario ad acta». In caso di emergenze locali su tassi di copertura o situazioni epidemiologiche per determinate malattie, può intervenire il sindaco su segnalazione della Asl, in base al ruolo che gli è già attribuito dalla legge.

Nel frattempo, la fiducia delle famiglie si riconquista a suon di informazione, che è vero e proprio “tempo di cura”, e grazie alla definizione di standard di qualità delle attività vaccinali da parte del ministero della Salute. Mentre efficaci politiche di sorveglianza e di contrasto degli eventi avversi deriverebbero dalla sinergia Aifa-Regioni. Con tanto di indennizzi equi, per danni irreversibili da vaccino.

(Terra Nuova, 2 giugno 2017)

di Marta Serafini

Siria. Ayse Deniz Karacagil sarebbe caduta sul fronte di Raqqa. Il fumettista italiano aveva ritratto la giovane in Kobane Calling, volume dedicato alla lotta dei curdi contro Isis 

La ragazza con il cappuccio rosso o con la sciarpa rossa. Era questo il nome di battaglia di Ayşe Deniz Karacagil, attivista di Gezi Park. La giovane, secondo quanto riportano  i canali di informazione curdi e turchi sarebbe morta vicino al confine tra la Turchia e la Siria, martedì mattina.

Ayşe Deniz Karacagil, 24 anni, militante di sinistra, proveniente da Antalya in Turchia, quando era poco più che ventenne era stata arrestata durante le proteste di Gezi Park. Aveva aderito al Mlkp, il partito marxista leninista turco. E all’epoca proprio quel suo foulard rosso era stato presentato come prova della sua appartenenza a un’organizzazione terroristica. Sebbene la procura nel 2014 avesse chiesto per lei oltre cento anni di prigione, il giudice decise di rimetterla in libertà vigilata; ma quel foulard rosso non le era stato più restituito,

Ma è stato durante i mesi trascorsi in un carcere di massima sicurezza che Deniz ha preso la sua decisione. Così dopo aver studiato curdo, ha « preso la via per le montagne», come si dice in gergo di chi aderisce alle milizie curde dello Ypg impegnate nella campagna contro Isis. In particolare Deniz  si era unita allo Ypj, divisione femminile delle milizie curde, impegnata al pari degli uomini nella liberazione di Raqqa, la capitale dello Stato islamico e nella difesa della regione autonoma del Rojava arruolandosi nel Freedom International Battalion.

Non si hanno ulteriori dettagli sulla sua morte, né conferme ufficiali. Ma molti i compagni  di lotta e gli attivisti che in queste ore la stanno ricordano su Twitter e sui social. Tra loro anche il fumettista italiano Michele Rech, in arte Zerocalcare, che l’ha ritratta in «Kobane  Calling», volume dedicato alla liberazione della città curda caduta sotto il controllo di Isis e poi riconquistata.   «Aveva scelto di andare in montagna unirsi al movimento di liberazione curdo invece di trascorrere il resto della sua vita in galera o in fuga. Da lì poi è andata a combattere contro Daesh in Siria e questa settimana è caduta in combattimento», ha scritto sulla sua pagina Facebook Rech.  In questi ultimi anni sono stati centinaia i giovani volontari provenienti da tutto il mondo — alcuni anche dall’Italia — che si sono uniti alle milizie curde per combattere contro i miliziani di Isis. Tra loro Paolo Pachino che ricorda così la compagna di lotta «Era sempre con il sorriso sulle labbra, era molto conosciuta e disponibile con tutti. Ci siamo conosciuti il 7 marzo durante la commemorazione per ricordare la morte di una compagna tedesca Ivana Hoffman, morta il 7 marzo 2015».

(Corriere della Sera, 1 giugno 2017)

Un intervento per l’incontro di Torreglia 2017

di Umberto Varischio

Nel “laboratorio politico” rappresentato dall’annuale incontro di Torreglia anche quest’anno, come in tutte le scorse edizioni, la politica è al primo posto. Si tratta di una scelta, meditata da chi l’incontro organizza o collabora a organizzarlo, che è strettamente legata alle loro pratiche e alle loro riflessioni.

Parlando di politica mi è venuto il desiderio di riprendere alcuni testi del passato, più o meno recente. In particolare mi riferisco a quello presentato, purtroppo per procura, a un seminario di Diotima del 2006: si tratta di Impersonale della politica di Angela Putino.

Come già avvertiva S. Weil, quando si parla d’impersonale non ci si riferisce a un essere disincarnato. L’impersonale può essere rappresentato da “lui”, da un “egli”, da quell’uomo (o donna) specifico, che ha quel viso, quella testa, quel corpo e non certo da un “noi” che, al pari dell’”io”, va rifiutato. Nelle parole di Weil: “Chi è penetrato nell’ambito dell’impersonale vi trova una responsabilità nei confronti di tutti gli esseri umani. Quella di proteggere in loro non già la persona, bensì ogni fragile possibilità nell’impersonale che la persona ricopre”.

Weil non concepisce l’impersonale come un’anti-persona e inoltre compie una rotazione di punto di partenza della politica: da un riferimento ai diritti della persona a quello di giustizia e di obblighi nei confronti di tutti gli esseri umani.

Anche in questo caso non ci si riferisce alla giustizia con la G maiuscola, quella che troneggia nei tribunali e nelle istituzioni come dea bendata che non guarda in faccia a nessuno e bilancia i meriti e i torti, ma di quella molto più umana che permette ad Antigone di ribellarsi a dettami della legge della città e permettere la sepoltura di suo fratello; anche se si tratta di un nemico della città stessa.

Qui si scompagina una logica guerresca che stabilisce lo schierarsi su due fronti contrapposti: come nella guerra di Troia (altro luogo frequentato sia da Weil sia da Putino) in cui chi non è amico è per forza nemico. Tertium non datur.

E invece non c’è solo o qui o lì senz’altra soluzione: si tratta di comprendere come si muove Pentesilea nel dramma di Kleist, dove Putino individua una scommessa, uno spazio per la differenza, che è presto soffocata dall’autore, forse spaventato dal seguire un percorso diverso che trasforma “una strada insolita in una macchina suicida e dilaniante”.

Pentesilea, forse.” (è sempre Putino che s’interroga) regina delle Amazzoni, che scompagina le fila dei Troiani ma anche degli Achei, non accetta e ribalta le scelte precostituite, i procedimenti calcolati, le dicotomie. Una scommessa soffocata, ma che per chi l’ascolta ha un ritmo “che sovrasta qualsiasi epilogo e non credo che vi possa essere una lettrice che non provi un fremito gioioso al primo veloce comparire di una Pentesilea che aggira le postazioni degli eserciti schierati”.

Lei, Pentesilea, è la regina di una razza di donne guerriere ma senza Stato.

Le Amazzoni per Putino, inscindibilmente donne e guerriere, mostrano in questo il loro provenire da altrove, da un luogo al di fuori degli Stati e della logica di guerra tra Stati: sono al di fuori dello schema che, come i pezzi su una scacchiera, le assegna già un ruolo, una regola di movimento e un valore, un’identità sessuale ben definita: “Pentesilea usa altra misura”.

Prima suggestione e domanda per me come uomo: se dovessi seguire Pentesilea, come potrebbe fare Achille che l’ama, non metterei in discussione il mondo simbolico che la vuole da una parte, opposta ad Achille (che comunque si schiera da un’altra)? Ricostruirei una polarità (o di qui o di là) che è quello che Pentesilea e le Amazzoni (e Putino con loro) non vogliono.

Putino gira anche intorno al concetto giustizia, lo manipola come argilla a e lo ritrasforma, senza fargli perdere la sua materialità, la sua fonte d’origine: parla di una legge non scritta che scaturisce dalla politica.

E racconta, spiazzando i miei schemi mentali, di un modo di azione che rimanda a un passato che parla di combattimento e di guerre, ma non di eserciti rigidamente organizzati: come le Amazzoni, un esercito senza Stato. Parla di un essere militante e femminista che rimanda all’evento iniziale di questa politica, all’impersonale.

Una politica che genera un’idea di giustizia che fa scaturire la libertà femminile, un evento e un accadere in cui si riconosce chiaramente una giustizia limpida e chiara: “che ogni donna pensa, è capace di pensiero”. E quello che pensa una donna, il pensiero, non è interesse di parte bensì un pensiero per tutti.

Qui non siamo, infatti, nell’ambito delle cose personali, nel dominio dei diritti che presto scadono in una rivendicazione di privilegi. Se non è politica per i diritti e a partire dai diritti che cosa mai potrà essere? Weil a questi interrogativi una risposta la fornisce; ma è una risposta che non posso riportare direttamente su di me. È troppo dipendente da un trascendente che non mi risponde, troppo dipendente da un dualismo tra bene e necessità che richiederebbe una ricerca religiosa che non è parte della mia singolarità.

Forse bisognerebbe continuare a scavare nella sostituzione che lei compie dei diritti con gli obblighi per scoprire se ci potrà essere una strada alternativa che, invece che dal trascendente, parta dall’immanente, dal qui e dall’ora.

L’indicazione finale di Putino è un rimandare alla ricerca teorica, un lascito che per quelle che lei aveva scelto come interlocutrici o che vengono dopo di lei è sicuramente entusiasmante e intrigante: ma per me, che un teorico non sono e che sono un uomo? Certo lei mi lascia un’altra indicazione: “Le teorie hanno sempre a che fare con i modi stessi con cui scegliamo di vivere e con le soluzioni che mettiamo alla prova, e non restano perciò nel parlamentarismo delle opinioni”.

Due indicazioni ne posso comunque trarre, anche se forse non sono risposte agli interrogativi che le amiche e gli amici riuniti quest’anno a Torreglia hanno posto e pongono: ripartire dalla mia singolarità incarnata e sessuata, ripartire dalla “condizione necessaria” che mi fa essere uomo e non mi permette di sostenere di non esserlo verso “una libertà che è assunzione di questa necessita”. E l’esplorare, a partire dal mio sesso, l’azione impersonale, un’azione (che prevede anche una restrizione del mio io ma non della mia singolarità) che consente un rinnovamento, che mi permette di stare dalla parte della vita senza essere fuori di essa; che è come la freccia scoccata da un arco senza che l’arciere vi applichi la sua volontà.

Testi utilizzati:

S. WEIL, La persona e il sacro, Milano, Adelphi, 2012.

A. PUTINO, Donna guerriera, in DWF, Roma, n.7, 1988 pp. 9-14.

A. PUTINO, L. MANGIACAPRE, Androgina/Amazzone, in “Manifesta. Il diverso della scrittura”, Napoli, Le Tre ghinee – Nemesiache n.1, 1988, pp. 1-3.

A. PUTINO, La funzione guerriera nella sua originaria forma femminile, in AA.VV. Filosofia Donne Filosofe – Atti del Convegno internazionale di Lecce 27-30 aprile 1992, Lecce, Edizioni Milella, 1994, pp. 181-190.

C. CAPOBIANCO, Intervista a A. Putino, in Interpreti e protagoniste del movimento femminista napoletano 1970-1990, Napoli, Le Tre ghinee – Nemesiache, 1994.pp. 113-126.

A. PUTINO, L’impersonale nella politica, in Esercizi di composizione per Angela Putino. Filosofia, differenza sessuale e politica a cura di, a cura di S. TARANTINO e G. BORRELLO, Napoli, Liguori, 2010, pp. 108-111.

(www.libreriadelledonne.it, 01 giugno 2017)


Festival di Cannes: eccellenza delle donne, il Premio alla Regia a una donna

A Sofia Coppola il Premio Miglior Regia (competizione ufficiale), in 70 anni assegnato a una donna solo una volta nel 1961. Jasmine Trinca vince il Premio Miglior Attrice per il suo ruolo in ‘Fortunata’

Il Festival di Cannes, pur avendo premiato nei suoi primi 70 anni tante attrici e qualche regista donna (in passato erano obiettivamente in numero minore le donne che si dedicavano alla regia) aveva concesso ad una sola regista, in tanti anni di kermesse festivaliere, uno dei Premi più importanti, quello alla Regia, assegnato solo una volta, nel lontano 1961, alla russa Yuliya Solntseva per il suo film Chronicle of Flaming Years. Quest’anno è stato di nuovo rotto il tetto di cristallo con la vittoria di Sofia Coppola, per la regia del film ‘The Beguiled/L’inganno’, grazie a cui la Coppola entrerà nella storia come seconda donna vincitrice di questo Premio.
In un discorso letto da Maren Ade, attrice e regista membro quest’anno della Giuria del concorso, l’artista tedesca ha ringraziato Jane Campion – la grande regista autraliana autrice di film quali
Lezioni di Piano, Un angelo alla mia tavola – come modello d’ispirazione per tutte le donne registe, unica autrice ad aver vinto una Palma d’Oro a Cannes (Premio Miglior Film nel 1993).
Fra le donne, selezionate e premiate all’interno della Competizione del Festival, un altro riconoscimento importante è stato quello attribuito a
Lynne Ramsay, con il Premio per la Miglior Sceneggiatura, quella del film “You were never really her”, anche se in ex aequo con il greco Yorgos Lanthimos. Il film della Ramsay, girato come un thriller duro e poetico al tempo stesso, racconta in forma indiretta, attraverso il vissuto del protagonista/giustiziere, storie di pedofilia, violenza ed abusi verso donne e bambine.
Altro premio attribuito quest’anno all’opera prima di una donna, è la
Caméra d’Oro – premio dedicato a particolari forme di espressione visiva o narrativa, trasversale a tutte le sezioni del Festival comprese quelle parallele – è stato assegnato a Léonor Serraille per il suo primo lungometraggio, Jeune femme.
Infine due premi già ‘al femminile’, per la Miglior Attrice nella sezione
Un Certain Regard e nella Competizione, sono stati assegnati il primo alla nostra brava Jasmine Trica, per la sua interpretazione di una giovane parrucchiera di Tor Pignattara in cerca d’identità, protagonista del film ‘Fortunata’ di Sergio Castellitto; il secondo, ambito Premio Miglior Attrice nel Concorso, è andato a Diane Kruger, ottima attrice tedesca (fra i suoi tanti ruoli la ricordiamo protagonista in ‘Bastardi senza gloria’ di QuentinTarantino), per la sua performance nel film ‘In the Fade’ diretto dal regista e sceneggiatore Fatih Akin, autore turco/tedesco reso noto dalla pellicola ‘La sposa turca’, premiata a Cannes nel 2004. Diane, che per la prima volta recita nella sua lingua madre, il tedesco, offre nel film la potente intepretazione di una donna che, dopo aver perso la sua famiglia a seguito di un attentato di stampo neo-nazista, cercherà giustizia con mezzi legali e non, tra dilemmi morali e desiderio di vendetta.
La Kruger ha partecipato anche ad una delle conversazioni del movimento festivaliero “
Women in Motion”, dedicato alle donne, che ha preso vita quest’anno, dove ha parlato della necessità e specificità dell’occhio femminile e dei ruoli delle donne nella cinematografia attuale.
Last but not least, il Premio Speciale del 70esimo anniversario di Cannes, è stato assegnato a
Nicole Kidman, con due film in competizione, oltre ad un’altra pellicola e ad una serie TV presentate in altre categorie del Festival, in omaggio alla sua straordinaria carriera.

(www.noidonne.org, 29 Maggio 2017)

dal 1 giugno al 6 settembre 2017
PALAZZO MORANDO | COSTUME MODA IMMAGINE
via Sant’Andrea 6 – Milano

Comune di Milano | Cultura, Direzione Musei Storici,
presenta la mostra

OBIETTIVO MILANO
200 fotoritratti dall’archivio di MARIA MULAS
a cura di Maria Canella e Andrea Tomasetig
con Antonella Scaramuzzino e Clara Melchiorre

1 giugno – 6 settembre 2017
conferenza stampa mercoledì 31 maggio, ore 11
inaugurazione mercoledì 31 maggio, ore 18

Uno spaccato di storia milanese dagli anni Settanta ad oggi in un
racconto fatto di personaggi, volti ed espressioni

Dal 1° giugno al 6 settembre 2017, le sale espositive di via
Sant’Andrea 6 di Palazzo Morando | Costume Moda Immagine ospitano la
mostra promossa da Comune di Milano | Cultura, Direzione Musei Storici
e organizzata in collaborazione con l’associazione Memoria & Progetto,
“OBIETTIVO MILANO. 200 fotoritratti dall’archivio di MARIA MULAS”, a
cura di Maria Canella e Andrea Tomasetig con Antonella Scaramuzzino e
Clara Melchiorre.
L’esposizione si inserisce nel palinsesto della Milano Photo Week in
programma dal 5 all’11 giugno: una settimana di mostre, incontri,
visite guidate, laboratori, progetti editoriali, opening o finissage,
proiezioni urbane dedicati alla fotografia.

Maria Mulas è una tra le più importanti fotografe italiane
riconosciuta a livello internazionale che con la sua macchina
fotografica ha saputo immortalare il mondo, dalle architetture ai
personaggi dell’entourage artistico e culturale. Schiettezza, empatia
e verità del soggetto sono i ‘cardini’  su cui si muove la sua ricerca
e ampiamente illustrati nella selezione dei 200 ritratti in mostra a
Palazzo Morando.

Fil rouge dell’esposizione è Milano, la sua intensa storia culturale,
la continua trasformazione che si traduce nell’essere costantemente al
passo con i tempi: Milano è uno specchio che riflette le tendenze
internazionali in ogni ambito della società, dell’innovazione, della
ricerca. Maria Mulas descrive con naturalezza ed empatia i diversi
volti di Milano a cui è particolarmente legata, catturando i ritratti
di artisti, galleristi, critici, designer, architetti, stilisti,
scrittori, editori, giornalisti, registi, attori, intellettuali,
imprenditori e amici che con questa città hanno intessuto un
particolare rapporto.

Fra le numerose personalità italiane e internazionali immortalate da
Maria Mulas si annoverano per il mondo dell’arte Marina Abramovic,
Salvatore Ala, Louise Bourgeois, Alik Cavaliere, Jonh Cage, Christo,
Francesco Clemente, Philippe Daverio, Gillo Dorfles, Gilbert & George,
Keith Haring, Alexander Iolas, Anish Kapoor, Jannis Kounellis, Mario
Merz, Gina Pane, Andy Warhol, accanto a protagonisti indiscussi
dell’architettura e del design quali Gae Aulenti, Mario Botta, Achille
Castiglioni, Bruno Munari e Giò Ponti. Nella teoria di personaggi non
mancano i rappresentanti della moda fra cui Giorgio Armani, Gianni
Versace, Miuccia Prada e dello spettacolo come Valentina Cortese, Luca
Ronconi, Giorgio Strehler, Liz Taylor, Ornella Vanoni. Un’attenzione
particolare è inoltre dedicata all’ambito della scrittura e
dell’editoria con Rosellina Archinto, Natalia Aspesi, Jorge Luis
Borges, Umberto Eco, Inge Feltrinelli, Lawrence Ferlinghetti, Dario
Fo, Gunter Grass, Allen Ginsberg, Nanda Pivano, Andrej Voznesenskij e
molti altri.

Sette sezioni scandiscono il percorso espositivo della mostra: la
prima, “Coda rossa” con macchina fotografica, accoglie autoritratti e
fotografie scattate all’artista dai fratelli Ugo e Mario Mulas e dal
pittore e scrittore Emilio Tadini; seguono nelle sale successive i
fotoritratti di Amici artisti, La città del design, Il mondo della
moda, Le arti dello spettacolo, I borghesi sono gli altri e Scrittori,
giornalisti, editori.
Completano la rassegna fotografica disegni, dediche, cartoline,
scritti e documenti che testimoniano i profondi legami intessuti da
Maria Mulas con le personalità da lei ritratte.

Che si tratti di ritratti posati o di scatti rubati, nelle fotografie
di Maria Mulas si legge una spiccata inclinazione a coltivare
relazioni e incontri, una complicità con il soggetto che trapela dalle
immagini. Nelle opere emerge l’abilità nel cogliere la naturalezza o
l’artificiosità, le espressioni, gli atteggiamenti, le abitudini, i
caratteri, gli stili di vita, in un continuo dialogo tra quotidianità
ed eccezionalità, tra realismo e ironia.

Il progetto di allestimento è a cura di Leo Guerra e Cristina Quadrio
Curzio nell’ambito di una sponsorizzazione tecnica della mostra da
parte di Fondazione Gruppo Credito Valtellinese.

La mostra è realizzata con il sostegno di
Archivio Maria Mulas   –   Libreria Galleria Andrea Tomasetig   –
Fpe d’Officina.
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MERCOLEDÌ 31 MAGGIO 2017

CONFERENZA STAMPA E INAUGURAZIONE
Palazzo Morando | Costume Moda Immagine, Sala Conferenze

ore 11: conferenza stampa
Saluti:
Filippo Del Corno, Assessore alla Cultura, Comune di Milano
Claudio A. M. Salsi, Direttore Area Soprintendenza Castello, Musei
Archeologici e Musei Storici, Comune di Milano
Presentano la mostra:
Maria Mulas, fotografa e artista
Maria Canella e Andrea Tomasetig, curatori della mostra

ore 18: inaugurazione
ingresso libero
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SCHEDA MOSTRA
“OBIETTIVO MILANO. 200 fotoritratti dall’archivio di MARIA MULAS”
a cura di Maria Canella e Andrea Tomasetig
con Antonella Scaramuzzino e Clara Melchiorre

Palazzo Morando | Costume Moda Immagine
via Sant’Andrea 6 – piano terra
1 giugno – 6 settembre 2017

Orari: martedì-domenica, ore 9-13 e 14-17.30
T. +39 02 884 65735 – 46056 | c.palazzomorando@comune.milano.it |
www.civicheraccoltestoriche.mi.it

INGRESSO LIBERO
____________________________

COMUNE DI MILANO | CULTURA
Ufficio Stampa | Elena Conenna
T. +39 02 884 53314
elenamaria.conenna@comune.milano.it
www.comune.milano.it/cultura

Direzione Musei Storici | Ufficio Comunicazione
Simonetta Andolfo, Francesca Tamanini
T. +39 02 884 45924 – 48135 – 63298
c.palazzomorando@comune.milano.it – www.civicheraccoltestoriche.mi.it

UFFICIO STAMPA MOSTRA
IBC Irma Bianchi Communication
Tel. +39 02 8940 4694 – mob. + 39 328 5910857 – info@irmabianchi.it
testi e immagini scaricabili da
http://www.irmabianchi.it/mostra/obiettivo-milano-200-fotoritratti-dall%E2%80%99archivio-di-maria-mulas

di Letizia Paolozzi

“Raccontare una storia tristissima. So che si può ma non so come e sono venticinque anni che ci penso”. Inizia così Troppo sale Un addio con ricette” di Stefania Giannotti, rendiconto di una terribile sottrazione, quella del figlio, ragazzo diciassettenne che “faceva domande alla madre per diventare grande”.
Ma grande non lo è diventato.
Il libro scava nella presenza e nell’assenza, nella fisicità e nel vuoto attraverso una storia segnata dal lutto e tuttavia immersa nella materialità delle cose. Non di bizzarria si tratta giacché, al fondo, quando si scrive, sempre di vita si sta parlando. “Perdo te e mi resta soltanto il mondo. Perdo te, amore vivo compiuto reale finito e non posso averne un altro, solo l’infinito mi resta….Hanno strappato dal mio cuore l’adolescente e hanno piantato al suo posto l’adolescenza”.
Il filo di una esistenza breve, ardente, tagliato di netto. Da chi? Non saprai mai se da un dio troppo distante, dalla fatalità, dal mare. Certo, la tragedia personale ti si precipita addosso. Può cambiarti; farti perdere il gusto di vivere. Oppure spingerti – magari contemporaneamente – ad andare avanti: “E così da quando te ne sei andato ragazzo mio, mi è difficile distinguere, in questo procedere, tra vita e morte. Hai visto? L’ho chiamato procedere perché faccio fatica a dire vivere, ma lo è. E non mi è più facile dire morire”.
L’autrice, una bella signora, dotata della qualità di saper ascoltare con attenzione le voci delle altre, degli altri, da quel 25 agosto del 1990 continua a interrogarsi su un sentimento – l’amore – che non si da mai in assenza di rischi. Quei rischi sono imprevedibili. Perciò ignoriamo i giorni che mancano o, al contrario, quelli che restano al momento della catastrofe. Impossibile intuire l’ultima volta per quel bacio leggero, per la carezza distratta lanciata nell’aria.
In Troppo sale riconosciamo l’intrusione di un avvenimento assolutamente estraneo alle circostanze della vita e privo di qualsiasi relazione con esse: d’altronde, la morte è impossibile da addomesticare in modo da renderla confortevole.
Eppure succede e questa è la straordinarietà della situazione, che “la natura morta o vita ferma” si animi quando la realtà riprende forza. Anzi, ruba alla nuda precarietà chi – una madre – supponeva di possedere ormai soltanto lacrime. “Non ho inveito contro di te e neppure contro un dio che non conoscevo, e ora un po’ meglio. Non ho trovato il tempo di giudicarlo. Il pianto non è diventato lamento”.
Non è diventato lamento il pianto grazie a “mille stratagemmi”, fondanti e centrali: un luogo come il CiCip&CiCiap, circolo politico dove le donne intessevano relazioni; la Libreria delle donne di Milano che per Stefania Giannotti ha rappresentato l’incontro con una libertà non solo individuale bensì “valore imprescindibile del femminismo”. Vedete bene quanto sia incommensurabilmente importante quel “campo relazionale”, l’intreccio di legami e rapporti e voci che impedisce di soccombere.
Ma se tutto questo ha funzionato e funziona “è anche per via della cucina alle sue spalle”.
Perché sì, il nutrimento si rivela capace di riparare la morte “per procedere nella vita quando si fa troppo salata”. La cucina garantisce accoglienza; soddisfa bisogni rinviando all’orizzonte del bene comune. Non sempre, evidentemente. Non dove il cibo è merce, eccesso di dolce, salato, amaro, disinteresse per la preparazione, trappola per allocchi in vena dispendiosa.
Il piccolo gruppo femminile nel quale si muove Stefania “si alterna o collabora ai fornelli” di un universo insieme privato e pubblico (la Libreria delle donne, appunto). Un universo nel quale la cura del cibo e la produzione d’intuizioni politiche procedono appaiate. Lì ci si mette in connessione con storie, memorie, culture per aiutare la convivialità. La cucina, oltre a essere un piacere, riesce a essere una risposta sommessa alle preoccupazioni della crisi economica, alle difficoltà sociali.
Nessuno chef che cammini sottobraccio ai media ma cinque donne che hanno preso il nome di Estia dalla dea del focolare, risoluta nell’abbandonare la tavola dell’Olimpo per scendere tra gli uomini.
Un gruppo depositario di competenze antiche, tramandate, ricreate come dimostra la “Pausa cucina” inserita nel testo.
Una pausa vera che placa la tensione grazie alle ricette ispirate dalle nonne, accumulate in ambito famigliare, raccolte inseguendo l’infinita immaginazione delle regioni italiane, oppure riadattando il ricettario di Apicio (primo secolo d.C.) e quello rinascimentale.
Alla Libreria delle donne si replica e si innova. Servono gli utensili, le materie prime, gli ingredienti scelti e, in Troppo sale, la scrittura impone il sapore. Sono frasi concatenate, acciuffate per riprendere slancio e poi immergersi in un ritmo improvvisato. Spesso, l’autrice usa la prima persona singolare: “Aggiungo, unisco, tagliuzzo, impasto” invece della seconda persona plurale che impone: “Dosate, diluite, sbattete”.
Linguaggio prezioso di un libro dolente che pure mostra la possibilità di tenere in vita un ragazzo scomparso. Attraverso il nutrimento delle parole.

Stefania Giannotti
Troppo sale Un addio con ricette
Feltrinelli 2017
pp. 182 euro 16

 

(Alfabeta2, il 26 maggio 2017)

di Giordana Masotto

Il giorno 20 maggio 2017, circa alle ore 16, a Milano, nei dintorni del Castello, ho fatto esperienza di quello che spiega Judith Butler nel suo ultimo libro L’alleanza dei corpi (nottetempo, 2017). La strada e la piazza erano colme di donne e uomini che partecipavano alla manifestazione “Insieme senza muri”. Allegria e forza saturavano l’aria. Le diversità – di storia, di cultura, di soldi, di pelle, di speranze – erano indossate ed esibite con tranquilla determinazione. Dunque si percepivano bene le abissali distanze – e le disuguaglianze – che separavano quei corpi vicini. Eppure si sentiva una possibilità di incontro. I costumi di peruviane e cinesi all’improvviso prendevano senso, superando qualsiasi rischio di spettacolarizzazione esotica. Il ballo scatenato di giovani africani – che esibivano i teli dorati da salvataggio come fossero preziosi costumi rituali – a sorpresa me li rendeva più normali, più veri e meno stereotipi.

Lo spazio comune della piazza creava davvero quella possibilità di senso e di incontro, vagheggiato magari, ma che rimane sempre, poco o tanto, difficile, astratto, temuto.

La manifestazione, la piazza, da questo punto di vista, non sono il gesto funzionale al raggiungimento di un obiettivo. La piazza non la si prende per dare visibilità all’obiettivo, per esibire/misurare la forza dei simili. Andare in piazza può essere agire politico se ogni soggetto è lì a partire da sé per connettersi agli altri. È questa intenzione che crea la possibilità di politica. Con un gesto ad alto valore simbolico, come sanno bene le donne che hanno creato spazi separati proprio per poter ritornare da soggetti nello spazio pubblico. Lo spazio pubblico – piazza e strada certo, ma anche il lavoro e più in generale le mille forme di interazione che sperimentiamo – è per eccellenza lo spazio in cui non possiamo scegliere con chi convivere. Anzi: come dice Butler rifacendosi ad Hannah Arendt, «se non esistesse quella pluralità che non possiamo scegliere, non ci sarebbe libertà»; e quindi «la prossimità indesiderata e il carattere non-scelto della coabitazione sono precondizioni della nostra esistenza politica». D’altra parte, veniamo al mondo senza il permesso di nessuno e da quel mondo, che non ci ha autorizzato, dipendiamo per tutta la vita. (Aggiungo questa nota perché ne parla Butler e sorprendentemente in piazza un giovane inalberava un cartello che più o meno diceva: «quando mia madre mi ha messo al mondo non avevo il permesso di soggiorno»). Mi piacerebbe che di queste “prossimità indesiderate”, di ogni tipo, con cui possiamo agire politica, continuassimo a ragionare insieme.

(www.libreriadelledonne.it, 26 maggio 2017)

di Massimo Lizzi

È nato un nuovo equivoco: il «femminismo punitivo». Con il quale si valuta in modo sprezzante quella parte del movimento delle donne che propone di sanzionare i clienti della prostituzione o di vietare l’utero in affitto. Tali proposte sarebbero in continuità o presterebbero il fianco al «populismo penale»: una strategia del consenso, che inasprisce le pene, introduce nuovi reati, limita le libertà individuali, in nome di decoro, ordine pubblico, sicurezza.

Nel «femminismo punitivo» posso rientrare anch’io. Condivido l’opposizione alle politiche securitarie e proibizioniste. Al tempo stesso, senza avvertire incoerenza, mi sento favorevole alla sanzione dei clienti. La domanda maschile di sesso a pagamento è all’origine della tratta e della prostituzione. Essa però, rimane nell’ombra ed è nominata con una parola socialmente accettabile «cliente», mentre ad essere stigmatizzate sono le prostitute. In Spagna, per definire i clienti è stata coniata la parola prostitutore. Spostare lo stigma dalla prostituta al cliente penso abbia un grande valore simbolico. Inoltre, mi sento favorevole al divieto dell’utero in affitto, così come posso sentirmi favorevole ad una norma che vieta di comprare, vendere, donare un essere umano.

Vedo queste posizioni in continuità con l’abolizione della schiavitù e dei contratti di servitù volontaria. Molte femministe che le sostengono si definiscono, infatti, abolizioniste. Il loro principio è diverso dalla morale, dal decoro, dall’ordine pubblico: riguarda invece la liberazione dal dominio e dalla violenza patriarcale. Il loro bersaglio è diverso dal comportamento «deviante» di tossicodipendenti, alcolizzati, piccoli delinquenti, migranti irregolari, e delle stesse prostitute: riguarda invece la violenza ordinaria e strutturale degli uomini rispettabili, una violenza che si fa potere, industria e mercato. La lotta di questo femminismo, a differenza dei populismi, vuole formare l’opinione pubblica e ha difficoltà ad ottenerne il consenso.

Altri punti di vista rivendicano la libera scelta nella prostituzione o nella maternità surrogata; oppure promuovono un lavoro esclusivamente educativo e riflessivo nei confronti degli uomini e rifiutano ogni ipotesi di sanzione. Voglio provare a comprendere e rispettare questi orientamenti diversi dai miei; e voglio anche tenere presente che si può approvare una norma e non l’altra: personalmente, sono contrario a vietare il velo e, in generale, a tutte le norme che penalizzano le vere o presunte vittime; molti (e io stesso) sono favorevoli al reato di omofobia, mai citato tra gli esempi punitivi, repressivi o proibizionisti.

Ogni orientamento è esposto alla strumentalizzazione. Quello che sostiene i diritti delle sex worker può essere preso a pretesto da chi vuole riaprire i bordelli, creare ghetti a luci rosse, registrare e tassare le prostitute. Ogni orientamento libertario può essere fagocitato dal neoliberismo. Se in questo vedo contiguità oggettive e prescindo dalle motivazioni, dai significati e dalle aspettative di chi quegli orientamenti sostiene, posso anch’io intendere una cosa per l’altra, contrapporre equivoco ad equivoco, in una dinamica nella quale la provocazione attira molta attenzione, ma poi diventa un ostacolo alla comunicazione.

(www.libreriadelledonne.it, 25 maggio 2017)

di Arcilesbica nazionale

COMUNICATO STAMPA

Inizia la straordinaria stagione dei Pride 2017 che in Italia porterà i colori del Rainbow a sfilare o essere presenti in oltre 20 città. Grandi e piccoli capoluoghi del nostro paese saranno attraversati dalla festa dell’Orgoglio lgbtiqa, che racconta quanti passi in avanti si siano fatti lungo gli ultimi decenni, soprattutto con l’emersione dalla clandestinità sociale di milioni di persone.

I Pride sono per chi vi partecipa anche percorsi di riflessione e elaborazione prima della sfilata finale. Da sempre la comunità lgbtiqa produce obiettivi che ci accomunano, come pure differenze di opinione, in particolar modo su temi di conflitto politico e culturale.

Abbiamo letto che sulla Gestazione per Altri in alcuni documenti approvati dai Comitati organizzatori dei Pride si esprime una forte critica nei confronti di chi è contrario/a all’utero in affitto, mettendo in dubbio la coerenza di chi ha difeso negli anni passati la autodeterminazione delle donne.

Si tratta di giudizi e soprattutto di pregiudizi che suscitano stupore, soprattutto perché non è stato finora mai possibile un reale dibattito culturale, che tenendo presenti tutte le opinioni in campo, chiarisse i veri termini del conflitto.

Liquidare in poche battute una questione che trasversalmente sta provocando confronti appassionati, preclude la possibilità che il libero pensiero continui ad essere una delle caratteristiche fondanti del movimento e della comunità lgbtiqa italiana.

Nel dichiararci parte integrante della comunità lgbtiqa e/o del movimento delle donne e coerentemente avversari/e dell’assoggettamento, sia tradizionale sia neoliberale, della vita umana, ribadiamo che la maternità non può essere mercificata, né un figlio può essere donato, se non ledendo il diritto preminente delle bambine e dei bambini di mantenere, là dove c’è, una relazione stabile con la madre.

Siamo come sempre disponibili a confronti pubblici aperti e approfonditi sul tema.

Francesca Izzo per Se non ora quando – Libere

Aurelio Mancuso presidente Equality Italia

Gianpaolo Silvestri responsabile Diritti Civili dei Verdi

Marina Terragni per la rete RUA (Resistenza all’utero in affitto)

Roberta Vannucci presidente nazionale ArciLesbica

Se non ora quando – Libere (Francesca Marinaro, Francesca Izzo, Fabrizia Giuliani, Annamaria Riviello, Serena Sapegno, Rita Cavallari, Antonella Crescenzi, Licia Conte, Donatina Persichetti, Simonetta Robiony, Sara Ventroni)

di Ivan Cavicchi

Vaccini. La sensazione è quella di un dibattito che ha subito in queste settimane una indebita accelerazione e una pericolosa deformazione soprattutto causata dalla polemica politica

Dopo aver letto il decreto approvato venerdì dal governo che sancisce l’obbligatorietà per ben 12 vaccini, colpiscono molte cose a cominciare proprio dallo strumento del decreto.

Colpiscono le sanzioni economiche, pesantissime, fino a prevedere la possibilità di sospendere la patria podestà ai genitori inadempienti, come se ci trovassimo nella peste del 1630 di manzoniana memoria.

A monte del decreto, poi, si è svolto un dibattito chiuso dentro uno spazio istituzionale quasi blindato (istituto superiore di sanità, governo, federazione degli ordini medici), e caratterizzato da un forte conformismo più che scientifico politico, cioè quasi una adesione alle tesi di un establishement che nei suoi argomenti, si mostra pressoché privo di incertezze e di dubbi proponendoci di fatto una discussione dogmatica.

La questione vera non è vaccini sì/vaccini no perché è ovvio che i vaccini debbono essere usati, ma è come organizzare una seria campagna di vaccinazione senza fare allarmismi e per correggere una tendenza, che non possiamo trascurare, e che è il calo della copertura vaccinale a scala europea, soprattutto per i vaccini obbligatori.
Mettiamoci nei panni dei genitori che ne sentono di tutti i colori, bombardati da ogni sorta di notizia, minacciati da tante insidie (alimentari, ambientali, sociali), comprese quelle che potrebbero derivare dalle cure mediche e quindi dai vaccini.

A questo paradosso apparente i giovani genitori ragionano come Jonas, che, nei confronti dello sviluppo crescente della scienza e della tecnica, invocava il principio della responsabilità.
Ma veramente c’è qualche imbecille nel governo disposto a credere che i genitori, in questa società post moderna, siano degli irresponsabili fino a mettere a rischio la vita dei loro figli e financo il mondo mandandoli a scuola a infettare gli altri?

Cosa chiedono i nostri giovani genitori? Non di essere obbligati a sottoporre i loro figli a trattamenti sanitari di cui non conoscono e temono i meccanismi, ma di essere sicuri, di avere anamnesi accurate, un vero sistema di farmaco vigilanza, medici attenti, cautela clinica, informazioni garantite. Chiedono cioè di essere protetti dal disease mongering cioè dalla commercializzazione sfrenata dei loro bisogni di salute, di essere garantiti dagli episodi che speculano su di loro arrivando, come recentemente è avvenuto a Parma, a falsificare persino i protocolli di ricerca. Chiedono attenzione per loro e per i loro figli non obbligazioni. Ma allora se è così perché questo decreto?

La mia sensazione, soprattutto se rileggo le posizioni sui vaccini del Pd di qualche tempo fa contrarie all’obbligatorietà, è quella di un dibattito che ha subito in queste settimane una indebita accelerazione e una pericolosa deformazione soprattutto causata dalla polemica politica.

Quando nello scontro politico si usano i vaccini come ha fatto Renzi in modo ossessivo contro Grillo si va a finire male. È in relazione a tale scontro che si è deciso di fare un decreto. È innegabile che esso, a parte le sue ovvie intenzioni profilattiche, finisce per mettere in difficoltà il M5S che per non passare per l’untore di turno è costretto a dichiarare con Di Maio «noi siamo per la massima copertura vaccinale in questo Paese, quindi ben venga se il decreto mira a dare la massima copertura». Il M5S per quello che ne so e a parte le strumentalizzazioni di Renzi non è mai stato contro i vaccini ma si è sempre battuto contro il loro uso coercitivo. Ora se l’obiettivo anche per M5S diventa solo la massima copertura e null’altro, la vittoria politica di Renzi sarebbe indiscutibile. Resta il rammarico che per prestarsi ad usi politici il decreto ne sia uscito come un testo molto poco sereno destinato probabilmente a creare più problemi che soluzioni. Su tali questioni sono sicuro prenderà forma un nuovo contenzioso sociale. Siamo in una società dove certi obblighi non passano così facilmente.

C’è tuttavia un’altra faccenda che secondo me ha condizionato la stesura poco meditata del decreto e che è passata completamente sotto silenzio. Nell’ambito del Global Health Security Agenda, un po’ di giorni fa l’Italia è stata designata quale capofila per i prossimi cinque anni delle strategie e campagne vaccinali nel mondo. La ministra Lorenzin a questo proposito ha dichiarato che «sul tema della salute dobbiamo rafforzare la cooperazione internazionale (…) perché il nostro Paese si trova al centro dell’area mediterranea e le molte crisi internazionali hanno portato a nuovi imponenti flussi migratori. È necessario rafforzare i controlli nei confronti di malattie endemiche riemergenti come polio, tubercolosi, meningite o morbillo». Anche se fino ad ora non abbiamo evidenze tali da confermare un rischio di epidemie causate dai migranti.

Per me, senza dimenticare che dietro ai vaccini vi sono interessi miliardari, resto convinto che essi dovrebbero essere considerati obblighi morali da far rientrare nell’ambito del dovere alla salute della persona e che per questa ragione dovrebbero essere oggetto di una vasta campagna di formazione sociale perché il problema non è obbligare ma convincere.

(il manifesto, 21 maggio 2017)

di Marco Revelli

Un mare di persone, colorato festoso e accogliente. «Il mare a Milano» si presentava così ieri a chi arrivava alle due del pomeriggio a Porta Venezia, con il grande striscione ufficiale giallo «Insieme senza muri», a segnare il denominatore comune del grande mosaico. E poco distante l’altro, bianco a lettere nere, a far chiarezza per tutti sul comune sentire: «No one is illegal», con vicino, a colori, quello ancor più grande con la traduzione, «Nessuna persona è illegale».

Affermazione perentoria che ritornerà in mille cartelli, magliette, adesivi zizzagando lungo tutto il serpentone del corteo. Intorno tanta, tanta gente di ogni etnia, di ogni età, di ogni paese che s’incrociava, incontrava, mescolava con accenti diversi, vestiti diversi, storie diverse, appartenenze diverse, ma tutti trascinati nel ritmo amico della grande festa tranquilla. E tutti coinvolti nella comune consapevolezza che si stava, insieme, sul versante di uno spartiacque che sta decidendo del futuro del mondo e del mondo del futuro, rispetto al quale non si può più dilazionare il momento della scelta. Se non ora quando?

Si è discusso molto sulle linee di frattura che organizzano oggi il campo del conflitto politico e sociale. Quella che divide Destra e Sinistra, dichiarata da più parti obsoleta e stracca. Quella che contrappone Alto e Basso, emergente e turgida, capace di disegnare lo scenario dei nascenti populismi. Quella tra Conservazione e Innovazione, con tutto il carico di ambiguità che entrambi i termini contengono. La linea di frattura rispetto alla quale si è schierata ieri Milano (e a Milano l’Italia) è la linea che separa e contrappone Umano e Inumano. Linea d’ombra estrema, in qualche modo terminale, che conduce le comunità alle questioni ultime: essere o non essere ancora capaci di riconoscersi l’un l’altro, e il Noi nell’Altro.

Chi ha sfilato ieri ha sentito il bisogno di dire molto semplicemente, che voleva «restare umano». Non girare lo sguardo di fronte all’immagine di un uomo che muore, di un bambino che affoga, di una donna che partorisce su una spiaggia e poi spira. Una scelta potente (con una carica di energia positiva forte), perché quando l’Umano scende in campo con tutta la sua forza, gli argomenti del Disumano svaniscono, come i fantasmi di un romanzo gotico: lo si vedeva bene ieri dove, nella «sua» Milano Matteo Salvini sembrava una misera ombra, irreale e grottesca, evocata solo da qualche cartello irridente (uno recitava + Salvati /- Salvini).

Ma il 20 maggio milanese ha detto anche un’altra cosa. Un calmo, pacato ma fermo No all’ipocrisia politica. Alle finzioni e ai giochi doppi o tripli. I cartelli gialli con su scritto «No Minniti e Orlando» che costellavano il corteo in tutti i suoi segmenti, dalla coda alla testa, non erano espressione di una posizione «di parte». E nemmeno di una vocazione «divisiva».

Nella loro rizomatica pervasività esprimevano un sentimento diffuso e condiviso d’intransigenza su questioni di fondo quali sono quelle dei diritti e del rispetto della vita: non si può ridurre la nuda vita a minaccia del «decoro urbano». Non si possono creare corsie veloci e preferenziali per le espulsioni a scapito dei giusti gradi di giudizio. Non si può trattare con stati canaglia e tribù affinché respingano a crepare nel deserto coloro che non si vuole veder approdare sulle nostre spiagge… Semplicemente non si può. Chi lo fa, magari di nascosto, dietro il paravento dell’ipocrisia diplomatica, si colloca sul versante del disumano.

(il manifesto, 21 maggio 2017)


 

“Questo non è un libro sul femminismo, questo è un libro femminista” è l’incipit dell’ultimo libro di Diotima Femminismo fuori sesto (Liguori, 2016) nell’introduzione a firma di Diana Sartori. Da femministe ne esploreremo i paesaggi e le prospettive tratteggiate, in particolare il discorso sulla tecnoscenza e la differenza, in dialogo con Alessandra Allegrini e Diana Sartori. Introduce Laura Colombo

di redazione dwf

Oltre 40 anni fa eravamo Dalla parte delle bambine[1], nello svelamento di quella costruzione culturale e sociale che le educava alla subalternità femminile. Oggi, a distanza di decenni, dopo la rivoluzione sessuale e il movimento femminista, ci troviamo Dalla parte delle eroine. Non più solo fate o streghe, ma guerriere; non più tremebonde giovinette in attesa del principe azzurro ma donne consapevoli, alleate con le proprie simili, con le nostre sorelle e madri.

Cosa è cambiato nella rappresentazione mainstream del femminile? Qual è l’immaginario su cui si costruisce oggi il cammino/destino di bambine e bambini nel percorso di crescita? Il numero che vi presentiamo parte da queste domande per arrivare, come sempre più spesso ci accade, a scoprire molto di più di quello che immaginavamo.

Due anni fa, in un numero di DWF dedicato ai fumetti che è andato esaurito – A tratti femminista. Il (di)segno delle donne (105-106) 2015 – abbiamo mostrato quanto l’arte della graphic novel fosse potente nel veicolare i messaggi del femminismo, anche quando non si definisce tale. Oggi guardiamo alle protagoniste di film, serie tv, cartoni animati e videogiochi come alle figure simboliche dal futuro, che molto ci dicono del presente.

La prima piacevole scoperta è che sono cambiate molte cose anche rispetto a soli dieci anni fa quando Loredana Lipperini, nel suo libro Ancora dalla parte delle bambine[2], metteva in guardia dai modelli di eroine a cui eravamo esposte: belle, alla moda, sexy, famose, ciniche oppure impegnate contro la degenerazione del mondo al punto di non permettersi di cedere ai sentimenti.

Le nostre autrici, che alla chiamata di DWF hanno risposto con entusiasmo, passione e pensiero, ci raccontano un’altra storia. Quello che emerge non è tanto il ruolo sempre più centrale delle protagoniste femminili, ma gli spostamenti e gli strumenti che portano con loro sulla scena le eroine in quanto donne[3]. Sembra saltata definitivamente la dicotomia uomo-forte, invincibile e sicuro di sé VS donna-debole, gentile, delicata, perché queste sfere di esperienza si intrecciano senza escludersi, e scavalcano gli stereotipi.

Ci troviamo infatti di fronte a eroine che non cercano il potere per il potere (Russi), che partono da sé e stringono alleanze con le altre (Travagliati), che sovvertono e scompaginano il modello d’agire dell’eroe tradizionale (Castelli, Chiricosta, Leiss). Quella che si intravvede per il futuro è una prospettiva che ci parla dei mutamenti del nostro quotidiano, nuove forme di alleanza, nuove sorellanze. In un clima in cui l’eroismo tanto bene si sposa con la società neoliberale individualista – sii imprenditrice di te stessa, performativa, pronta a tutto e se ci riesci salva il mondo – queste figure spostano sulla relazione tra donne ridefinendo il significato stesso dell’agire eroico.

Ma non vorremmo che si pensasse a un entusiasmo trionfalistico. Siamo consapevoli dei limiti e delle problematicità di questo posizionamento. Sappiamo che si tratta di donne eccezionali, una (due, tre) su milioni, così come sappiamo che di mezzo, in molti casi, c’è proprio il mercato, che come sempre intuisce gli spostamenti sociali e ne fa marketing. Questa consapevolezza non impedisce però il rilancio, la ripresa in termini imprevisti e femministi, a partire da noi e dalle storie che scriviamo/leggiamo con le nostre pratiche condivise.

Quella fantasia delle donne, il supplemento critico del femminismo ai rapporti di potere, irriducibile a un principio di realtà (Bonacchi) e allo stesso tempo in grado di indagare il rapporto tra spazio, ordine sociale e dinamiche di controllo dei corpi (Borghi), di cui leggerete in Poliedra.

C’è un’intenzione politica dietro la scelta di questo tema, che parte dalla consapevolezza che la raffigurazione non è cosa da poco. Guardare alle donne della fantascienza può essere un atto fondativo di nuove genealogie femminili (Castelli, Chiricosta, Leiss), che partono da una soggettività già consolidata e costruiscono reti tra donne, con cui sostenersi reciprocamente e non soltanto riconoscersi, con cui dare e darsi forza nella lotta contro gli imperi e nelle battaglie quotidiane, dove la sorellanza diventa reciproca responsabilità e l’alleanza si fa politica (Squillante). Genealogie che si trovano nel futuro ma corrono verso di noi sotto forma di figure animate, streghe alate, combattenti arciere e guerriere stellari. Se l’angelo della storia di Benjamin[4] ha il viso rivolto al passato dove vede «una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi», le figure che noi vediamo potrebbero essere intuizioni del futuro, che molte volte la fantascienza ha avuto, o forse sono già lì ad aspettare quello che oggi stiamo costruendo.

Oltre ad essere un atto fondativo di nuove genealogie, occuparsi e raccontare delle donne della fantascienza è un lavoro sugli stereotipi, poiché rimodella e ridefinisce le possibilità di immaginari inediti, che per bambine e bambini saranno (forse) genealogie. Oggi, su molteplici piani, dalla narrativa ai film, dai videogiochi alle serie tv, si stanno fondando quelli che saranno i riferimenti del futuro: «Uno spazio mitico, insomma, che fonda logoi, narrazioni reali, concrete e situate, in cui le bambine e i bambini possono dare corpo a modelli, aspirazioni, avventure, ma anche trovare un senso a vicende quotidiane, acquisire parole e modi per dire paure, speranze, aspirazioni. In una parola, si tratta qui di Mitopoiesi» (Chiricosta).

Chiunque lavori all’apertura di spazi “liberati” nell’immaginario, contribuisce ad aprire varchi di libertà concreta e quotidiana nelle vite che verranno. E se è vero che l’immaginario collettivo passa ormai da tempo per il grande schermo, è altrettanto vero che molto lavoro per l’educazione di bambine e bambini si sta facendo oggi attraverso narrazioni testuali e albi illustrati che scardinano gli stereotipi, nel tentativo di liberare i sogni e i desideri dei futuri adulti senza costrizioni e costruzioni sociali, lasciandoli liberi di comporre la propria identità (Scosse). Ci troviamo davanti, in questo senso, a operazioni politiche e di civiltà che fanno dell’approccio pedagogico l’unico vero strumento di prevenzione della violenza di genere e delle discriminazioni (Martinelli/Di Martino).

Le ‘cantastorie’ citate da Simonetta Spinelli nel numero di DWF Aliene Quotidiane (1991, n. 13/14) ci danno la possibilità di chiudere con una suggestione: «Le scrittrici di fantascienza che hanno attraversato, personalmente o storicamente il femminismo […] mi sembrano assumere la funzione essenziale di ‘cantastorie’. Circolando in un pubblico di massa, sono portatrici di un racconto che è singolare e collettivo, e che ha la possibilità – proprio perché della narrazione popolare ha la suggestione, il ritmo, l’apertura tematica, l’aggancio con il quotidiano – di trasmettere assonanze, visioni, linguaggio, di delineare ipotesi che non appartengono, almeno esplicitamente, alla speculazione filosofica o all’azione politica. Cantastorie in un mondo dove la tradizione orale si è perduta, utilizzano l’ironia, raccontano il ‘mondo possibile’ riscoprendo e descrivendo i mondi possibili dell’immaginario delle donne» (p. 63).

E proprio a Simonetta, redattrice di DWF per anni, scomparsa lo scorso febbraio, dedicheremo il prossimo numero della rivista.

(fc e tdm)

 

[1] Elena Gianini Belotti 1973, Dalla parte delle bambine, Milano, Feltrinelli

[2] Loredana Lipperini 2007, Ancora dalla parte delle bambine, Milano, Feltrinelli

[3] Un testo di riferimento è: F. Giardini (a cura di) 2011, Sensibili guerriere. Sulla forza femminile, Roma, Iacobelli.

[4] Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia, tesi n. 9. (L’immagine è una rielaborazione da P. Klee, Angelus Novus, 1920)

Per acquistare questo numero scrivi a redazione@dwf.it

MATERIA

 

Star Wars: carsiche genealogie e nuove figure della Forza

Federica Castelli, Alessandra Chiricosta, Gaia Leiss

 

Hunger GAMES. 13 tributi all’utopia di Katniss Everdeen

Daria Squillante

Eva Kant, la grazia criminale

Valentina Russi

Destini intrecciati: streghe e principesse nelle nuove fiabe

Anna Travagliati

Un altro immaginario è possibile. Bambine e bambini negli albi illustrati

Elena Fierli, Giulia Franchi e Sara Marini – SCOSSE

Senza stereotipi. Intervista a Monica Martinelli, Settenove edizioni

Teresa Di Martino

MMM Vs MMM Mitopoiesi della Madre Morta Vs Mulan, Merida, Maleficent

Alessandra Chiricosta

 

POLIEDRA

Il corpo indegno

Rachele Borghi

Fictio legis e disforie del femminile. Lo scompiglio del gender

Gabriella Bonacchi

 

SELECTA

Recensioni: Cavallo, Favilli/Caporaso; Di Bella, Pistone/Lamboglia

 

(DWF, 19 maggio 2017)

di Vita Consentino

A volte uno spettacolo teatrale può essere un modo, forse migliore di altri, per porre una questione e discuterne pubblicamente. Soprattutto se si tratta di fatti e cambiamenti recenti che vanno ancora raccontati, perché non sono stati ben registrati nella società. È quello che è capitato venerdì 12 maggio, alla scuola T. CIRESOLA con l’incontro Lettera DI una professoressa, organizzato da Diana De Marchi, Vita Cosentino, Nicola Iannaccone, Alessio Miceli, Marina Santini.

La serata è cominciata con la rappresentazione di un Dialogo immaginario tra un ragazzo di Barbiana e una professoressa (curato dell’associazione DireFareDare) a cui è seguito un dibattito su Ripensare una scuola pubblica di tutti e di tutte.

È stato un ricordo anomalo di Lettera a una professoressa. A 50 anni dalla sua pubblicazione, l’ha rievocata, ha fatto risuonare oggi la voce e le parole dei ragazzi di Barbiana di allora e del loro maestro don Milani, mettendola però in tensione con quel tanto che è capitato all’altro polo della relazione: la professoressa.

È la prof ora a parlare e a far luce su un complesso di questioni che interessano l’attuale sistema didattico. Racconta una nuova storia di tante, tantissime donne e riconosce alla scuola pubblica il merito di avere promosso l’istruzione femminile. Per le ragazze la scuola è stata uno dei fattori principali di libertà e crescita personale.

Don Milani è stato un grande educatore di giovani maschi poveri, a cui ha dato molto di più che un’istruzione. Ha dato loro la parola: poter portare un proprio punto di vista sul mondo. L’importanza che ha dato alla parola (che lui scriveva con la P mauscola) e la sapienza con cui ha fatto scuola arrivano fino a noi.

Ma c’è una questione di fondo in cui ha mancato. Il cardinal Martini l’ha chiamata “la strana assenza” delle donne. In una sua conferenza del 1983 riguardante Esperienze pastorali e ripubblicata in questi giorni dalla rivista “Vita e Pensiero”, il cardinale, a fronte della grande presenza delle donne nella chiesa di cui don Milani non fa nessun conto, insiste su questo punto e dice: “Si ha quasi l’impressione che per lui il problema pastorale sia solo quello di come portare gli uomini in Chiesa, come portarvi i ragazzi. Vi è una concentrazione esclusiva, di carattere pedagogico su questo elemento, mentre non trova spazio l’attenzione ai problemi sul posto della donna nella cultura, nella Chiesa, nella società. È una lacuna che denota una certa carenza di concretezza nei confronti di ciò che costituiva un aspetto fondamentale dell’esperienza sociale e umana, destinato a così profonde e rapide trasformazioni negli anni successivi.”

Nel dibattito il tema di questa assenza è stato ripreso per mostrare come in don Milani quella mancanza provochi un punto di arresto nel pensiero. E questo perché non vede l’altra, irriducibile sia ai pierini che ai gianni, quella piccola Maria o Concetta che non è andata fisicamente alla scuola di Barbiana. Ma soprattutto che era assente dal suo pensiero. Come lo è dal pensiero di molti intellettuali di allora e di oggi.

Il dibattito ha mostrato come oggi si debbano e si possano riaprire le questioni perché viviamo in un tempo a cui le donne hanno dato l’impronta più viva, con il cambiamento della condizione femminile e del rapporto tra i sessi.

Nei 50 che ci separano da don Milani la scuola si è femminilizzata e questo viene spesso ancora percepito come una svalorizzazione, una dequalificazione del mestiere. È una visione miope e fuori tempo. Le moltissime donne che hanno scelto l’insegnamento vi hanno portato una rinnovata passione e una vivacità intellettuale inedita. Le più consapevoli e impegnate hanno messo massimamente in luce l’importanza della relazione e del “come ci si parla” nel processo educativo. Ora si vede bene che in classe ci sono ragazzi e ragazze con un corpo e con una storia e non vasi vuoti da riempire a piccole dosi con un sapere neutro. Queste esperienze rompono con l’uniformità, con le prove standardizzate, con il controllo.

Viviamo in un tempo che va incontro alla differenza e uscire dall’uniformità e orientarsi in modo differente può dare un grande impulso all’educazione. Soprattutto in una scuola che ormai è molto segnata da presenze straniere.

In sala anche uomini di associazioni come Maschile Plurale che hanno mostrato di accogliere e interloquire con le idee e le trasformazioni concepite da donne in questi anni. Altre voci – femminili – hanno rimarcato le criticità della scuola del nostro tempo e delle relazioni tra colleghe e con le mamme e i papà.

Il contributo femminile non può essere visto nei termini di un’aggiunta o di un andare a pari con gli uomini. Non basta per intendersi nell’insegnamento della letteratura del ‘900 inserire le scrittrici che tuttora mancano, senza riflettere sul canone e su tutto il resto. La migliore cultura femminista questi problemi li ha posti da tempo, quella che è mancata è la ripresa da parte della politica della sinistra.

Non basta inserire l’educazione alle differenze vicino a tutte le altre educazioni, quella stradale, quella alla legalità, alla cittadinanza e quant’altro. Anzi non serve, perché quella che stiamo scrivendo è la Lettera DI una professoressa, non di una sola, ma di molte moltissime prof e maestre.

(www.libreriadelledonne.it, 19 maggio 2017)