di Barbara Bonomi Romagnoli

«Davanti al Grand Canyon, Thelma e Louise sono costrette a fermarsi. Alle spalle infinite macchine della polizia, di fronte il vuoto. Si guardano, sorridono, intrecciano le loro mani e le protendono verso l’alto, spingendo sull’acceleratore. L’ultima immagine è quella di loro due nell’auto sospesa nel vuoto. […] Muoiono perché quello che è mancato alla loro libertà è la costruzione di un nuovo ordine simbolico, una volta girate le spalle a quello maschile» [pag 13, Libere Tutte]. 

La mancanza come misura della libertà: è forse questa una delle possibili chiavi di lettura di «Libere tutte. Dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio» (Minimum Fax, 2017), volume molto agile e ricco, scritto a quattro mani da Giorgia Serughetti, ricercatrice torinese, e Cecilia D’Elia, attivista romana. La mancanza – variamente declinata – alla base delle diseguaglianze sociali ed economiche che fortemente colpiscono il genere femminile, con conseguenze dirette sulle scelte da fare, sulla possibilità di accedere ai propri diritti, sulla piena cittadinanza ad agire. A partire da qui, D’Elia e Serughetti hanno scelto di affrontare cinque temi in particolare (aborto, gestazione per altri, matrimonio, prostituzione e velo), tutti hanno a che fare con la «libertà» delle donne. Quella facoltà – ma anche un sentimento – così complessa e desiderata, respinta e inseguita, personale e collettiva, che le autrici hanno cercato di dipanare in una riflessione lontana dai soliti estremi del dibattito a cui siamo abituate: Non crediamo né al mito neoliberale dell’individuo proprietario di sé, né alla prescrizione paternalista di qualche bene superiore per le donne – affermano convinte – Potremmo anzi dire che tra il paternalismo dello Stato e il laissez-faire del mercato c’è di mezzo la libertà delle donne», con tutti i suoi dilemmi da sciogliere.

Iniziamo da una delle parole più ricorrenti nel libro, «donne», su cui – come dite anche voi ad un certo punto – è necessario intendersi: quando ad esempio scrivete «le donne hanno rotto l’argine che separava sfera privata e sfera pubblica, esigendo il controllo sul proprio corpo e sulla propria vita» non era forse il caso di specificare «femministe»? Non per escludere ma per riconoscere le differenze in campo?
«Il nostro è un libro femminista percorso da un continuo riconoscimento alle battaglie femministe di ieri e di oggi. Quindi, quando parliamo di conquiste delle “donne” spesso diamo per inteso che stiamo parlando di “femministe”; del resto è un uso comune, quando si parla di movimenti sociali, dire per esempio “precari” o “persone Lgbtq”, pur sapendo che a portare avanti le lotte è un’avanguardia militante. Però c’è anche un elemento in più da ricordare, e cioè che il femminismo ha prodotto effetti dirompenti ben oltre i confini dell’attivismo più o meno organizzato, trasformando non solo le vite delle donne, ma le donne stesse. Che poi le donne siano tra loro differenti, che ognuna si trovi ad agire a partire da una collocazione sociale, che ognuna sia condizionata da reddito, colore della pelle, nazionalità, orientamento sessuale, ecc. è cosa su cui riflettiamo a lungo proprio per evitare di ricadere in una visione indifferenziata del genere femminile».

Declinate la questione della libertà su alcune tematiche fondamentali: una su tutte la maternità, nella doppia faccia della medaglia…
«Ogni volta che menzioniamo la libertà di diventare madri, menzioniamo anche quella di non diventarlo, non solo nel senso della scelta di ricorrere all’interruzione di gravidanza ma anche in quello di non desiderare figli nella propria vita. Di più, riconosciamo una conquista essenziale della soggettività femminile libera la non coincidenza tra l’essere donna e l’essere madre. È senz’altro un punto fondamentale. Ma ogni tempo fa i conti con i propri dilemmi, e la questione degli ostacoli alla scelta di maternità (sia di natura economica e sociale, sia legati all’accesso alle tecnologie riproduttive) non si può eludere. Se è vero che ancora facciamo i conti con una forte pressione sociale verso il ruolo di madre, va detto che la pressione è verso un unico modello di maternità e genitorialità. L’abbiamo visto nella terribile legge che l’Italia si era data sulla procreazione assistita, come cura della sterilità di coppia eterosessuale, addirittura con il divieto di eterologa, o ancora sulla gestazione per altri».

Pensate anche voi che sarebbe il caso di avviare una seria riflessione sull’adozione – da aprire anche alle single – delle migliaia di bambine/bambini che potrebbero goderne? 
«Noi pensiamo che il desiderio inappagato di genitorialità non possa essere trattato con sufficienza né da chi è già genitore (con la sorta di pietà mista a disprezzo che leggiamo troppo spesso) né da chi genitore non lo vuole diventare. Perché non siamo tutte e tutti uguali, abbiamo desideri diversi. Detto ciò, noi sosteniamo che la genitorialità è cosa diversa dalla procreazione, e consideriamo la battaglia per le adozioni sacrosanta. Ricordando però che non elimina i dilemmi di cui abbiamo parlato».

Quali le reazioni al vostro testo dai diversi femminismi italiani? Voi in quale dei tanti vi riconoscete?
«Abbiamo letto o ricevuto commenti da donne diverse, sia appartenenti a gruppi femministi, sia esterne al movimento. Spesso ci è stato detto che è un libro “necessario”, e adatto anche a lettrici e lettori giovani. Per noi questa è la migliore ricezione possibile, perché “Libere tutte” discute questioni complesse ma cerca di farlo ricostruendo storie e scenari, spiegando i termini, facendo capire le posizioni in gioco, così da offrire un quadro di riferimento a chiunque sia interessata a questi temi. Noi due autrici abbiamo storie diverse da questo punto di vista, quindi ci sarebbe difficile definirci dentro un certo femminismo. Ma non è la prima volta che ci viene rivolta la domanda: quale femminismo sostenete? Quel che senz’altro possiamo dire è che per noi la battaglia di questo tempo è quella contro le diseguaglianze economiche e sociali, e pensiamo che un femminismo che non assuma in pieno questo problema si condanni a battaglie di facciata o vuote. Molte questioni “divisive” che trattiamo nel libro, pensiamo alla gestazione per altri o alla prostituzione, possono essere lette in un quadro di diseguaglianze globali. Pensare di intervenire invocando divieti penali anziché la lotta alle diseguaglianze e allo sfruttamento ci sembra profondamente sbagliato».

Perché secondo voi i movimenti progressisti misti ancora non assumono nella loro interezza le questioni legate alla «libertà delle donne»? All’assemblea promossa da Falcone e Montanari a Roma non spiccava certo la presenza femminista: sono i primi che non invitano le seconde o le seconde che non riescono a stare dentro certe cornici? Secondo voi è una scelta di libertà di sottrazione o una imposizione? 
«Che i movimenti o partiti misti assumano nella loro interezza le questioni legate alla libertà delle donne forse è impossibile. Ci sarà sempre uno scarto, un’asimmetria del femminismo rispetto alla scena politica data, di cui anche i progressisti, nelle loro varie componenti, fanno parte. Certo in Italia sembra esserci una difficoltà in più ad assumere il carattere sessuato dei conflitti. Noi lo denunciamo nel libro riguardo al modo in cui nel nostro Paese si è discusso della sconfitta di Hillary Clinton, in cui il suo essere donna, e da sempre una dichiarata sostenitrice dei diritti delle donne, è stato derubricato a dettaglio assolutamente ininfluente. E nel nostro campo progressista abbondano le leadership maschili, con conseguenti parricidi e i fratricidi, in un tempo in cui tutto sembra giocarsi nei conflitti tra gruppi dirigenti».

È evidente, ed è un pregio, lo sforzo di traduzione fatto per arrivare ad un pubblico vario, eppure avete scelto la forma saggistica, sembra quasi un manifesto di intenti: vi candidate a «guidare» un movimento? 
«Non ci pensiamo minimamente! Ma non ci pare nemmeno di aver fatto un libro manifesto. È un libro pieno di apparati critici, che mette a confronto posizioni diverse, prendendo sul serio tutte le parti, e solo alla fine prova a dare indicazioni per strade nuove da percorrere. Lo sforzo è stato quello di opporre al clima da tifoserie rivali che spesso si respira nel conflitto tra diversi femminismi una riflessione distesa, che lasci il tempo e anche la voglia di interrogarsi ancora. Più che una chiamata alla piazza, quindi, è un invito a pensare, rivolto ad un pubblico vario perché pensiamo che ci sia nella società più femminismo di quanto riesca a rappresentarsi politicamente e nello stesso tempo che il sapere e la riflessione femminista possano essere una risorsa per la società nel suo complesso».

Chiudete letteralmente con ottimismo: quali i passi da fare nell’immediato?
«Chiudiamo con lo sguardo ottimista di Mariella Gramaglia, amica alla quale abbiamo dedicato il libro, perché pensiamo che la libertà delle donne viva nel mondo. Che i conflitti in corso per controllare le scelte riproduttive femminili e rimettere le donne al loro posto, compresa la ferocia di molta violenza e i femminicidi, siano il segno di una guerriglia contro questa libertà. Donne diverse e in varie parti del mondo agiscono e quotidianamente negoziano i loro spazi di libertà. E ci sono uomini interessati a questa libertà femminile che libera tutti. Nell’immediato c’è però una cosa che ci preme: in Parlamento è ferma una legge sul cognome materno, e rischia di non essere discussa né approvata entro la fine della legislatura. Sembra che se ne siano dimenticati tutti quelli che ora chiedono di portare fino in fondo le leggi «di civiltà» che sono in sospeso. Riconoscere alle donne il diritto di trasmettere il proprio cognome ai figli è una misura di civiltà, che modifica rapporti secolari di potere tra i generi. Dovremmo fare pressione perché non sia lasciata cadere».

Il libro e l’appuntamento

Libere tutte. Dall’aborto al velo, donne nel nuovo millennio
di Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti,
(ed. Minimum Fax, 218 pp., 15 euro )

Dalla Polonia agli Stati Uniti di Trump, la libertà di scelta sull’aborto è sotto attacco. In tutto il pianeta la violenza di genere fa le sue vittime, portando le donne di nuovo nelle piazze. Su temi vivi e controversi che riguardano i corpi femminili – la prostituzione, la gestazione per altri, l’uso del velo islamico – si diffonde la tentazione di risposte repressive e punitive. Il femminismo del Novecento ha prodotto un cambiamento irreversibile, ma nel nuovo millennio le lotte delle donne non sono finite. La libertà femminile vive nel mondo, ma si scontra con resistenze e paternalismi di ogni sorta. Come riconoscere, difendere e promuovere l’autodeterminazione in un tempo in cui l’avanzata di forze conservatrici e integraliste mira a controllare la sessualità delle donne e la riproduzione, mentre il mercato cerca di trarne profitto? C’è ancora bisogno di femminismo. Questa parola, che alcuni hanno archiviato troppo presto, ritrova oggi il suo significato di battaglia per la libertà. Per tutte le donne. E per tutti gli uomini che vogliono camminare con loro.

Libere tutte sarà presentato martedì 27 giugno alla Casa Internazionale delle Donne di Roma

(27esimaora.corriere.it, 27 giugno 2017)

LE MONDE | 27.6.2017 | di Gaëlle Dupont


La procreazione medicalmente assistita oggi in Francia è riservata alle coppie eterosessuali la cui infertilità è accertata da medici.

È una rivoluzione. Nel suo parere sulle “richieste della società” in merito all’assistenza medica alla procreazione, reso pubblico martedì 27 giugno, il Comité consultatif national d’éthique (Comitato Consultivo Nazionale Etico, sigla CCNE) si è pronunciato a favore di un’apertura della procreazione medicalmente assistita (PMA) alle coppie di donne e alle donne sole che desiderano procreare senza un partner maschio grazie a un dono di sperma. La PMA è oggi riservata alle coppie eterosessuali la cui infertilità è stata accertata da medici.

 

Il CCNE è invece sfavorevole all’autoconservazione degli ovociti, che permette a una donna di rimandare una gravidanza nel tempo grazie al congelamento. Rifiuta anche la legalizzazione della gestazione per altri. «Il nostro parere non piacerà a tutti e provocherà un grande dibattito», riconosce Jean-François Delfraissy, il presidente di questa istituzione incaricata di fornire lumi al governo sulle questioni bioetiche.

 

I pareri del CCNE sono solo consultivi, ma questa posizione apre la strada a una trasformazione della legislazione. Durante la campagna per le presidenziali, Emmanuel Macron si era dichiarato «favorevole a una legge che apra la PMA alle coppie lesbiche e alle donne nubili». «Aspetterò che il Comitato etico nazionale abbia espresso il suo parere per poter costruire il consenso più ampio possibile», aggiungeva nella sua lettera aperta alle persone LGBT (lesbiche, gay, bisex e trans) del 16 aprile. I vicini della Francia (Spagna, Belgio, Gran Bretagna) offrono alle donne francesi queste tecniche a qualche migliaio di euro.

 

Scogli

 

Il testo del CCNE era atteso da lunga data. Il Comitato ha preso in carico la questione nel febbraio 2013, in pieno dibattito sull’estensione del matrimonio alle coppie omosessuali, mentre i cortei di La Manif pour tous esprimevano la loro ostilità in piazza. Ansioso di soffocare l’incendio, il governo socialista aveva subordinato la modifica legislativa a un eventuale via libera da parte dell’istituzione consultiva. La tematica, che è in cima alla lista delle rivendicazioni delle associazioni LGBT, è ancora estremamente “infiammabile”. I suoi oppositori, fra cui La Manif pour tous, sono ancora mobilitati contro quella che chiamano “la PMA senza padre”.

 

Logicamente è quest’argomento che ha provocato il maggior dibattito all’interno del CCNE. «I due terzi del Comitato si sono pronunciati a favore, mentre un terzo non va affatto nella stessa direzione», precisa Jean-François Delfraissy. «Questa richiesta di assistenza medica alla procreazione, nella fattispecie un’inseminazione artificiale con donatore (IAD), per procreare senza partner maschile, al di fuori di ogni contesto di infertilità patologica, si inscrive in una rivendicazione di libertà e di uguaglianza nell’accesso alle tecnologie [mediche] per rispondere a un desiderio di avere figli/e», è la considerazione dell’istituzione. «L’analisi del CCNE, basandosi sul riconoscimento dell’autonomia delle donne […], porta a proporre di autorizzare l’apertura della IAD a tutte le donne. Questa apertura può essere intesa come finalizzata a ovviare alla sofferenza indotta da un’infecondità risultante da orientamenti personali», prosegue.

 

Il comitato segnala tuttavia degli “scogli”, che spiegano l’opposizione di una parte dei suoi membri: «le conseguenze per il bambino o la bambina, l’accresciuto rischio di commercializzazione, le condizioni di fattibilità». Rileva il «rischio di provocare un allungamento dei tempi d’attesa legato all’attuale penuria di gameti o di uno strappo del principio di gratuità del dono». Suggerisce quindi che vengano «studiate e definite condizioni di accesso e di fattibilità che distinguano la diversa situazione delle coppie di donne e delle donne sole, preservando il principio vigente della gratuità del dono e studiando le modalità (copertura mutualistica esclusa o differita) perché la cassa malattia non debba sostenerne gli oneri finanziari».

 

Protocollo medico gravoso

 

Sull’autoconservazione degli ovociti, il parere del CCNE è con riserva. Mentre l’Académie de médecine si è espressa favorevolmente, in un parere pubblicato lunedì 19 giugno, in merito alla possibilità per le donne di congelare i propri ovuli in vista di una gravidanza posticipata, il Comitato etico mette l’accento sul «carattere molto costrittivo della procedura». In Francia questa è oggi riservata alle donne gravemente malate che devono sottoporsi a trattamenti che rischiano di comprometterne la fertilità, o alle donatrici di ovociti.

 

«Il protocollo è gravoso», precisa Delfraissy. «Comporta ripetute stimolazioni ovariche in donne giovani, anestesie, rischi di infezioni ed emorragie, senza nessuna garanzia di risultato, poiché il tasso di successo non supera il 60%.» Il CCNE mette in guardia contro i rischi di «pressioni sociali e professionali provenienti dalle persone vicine alla donna o dai datori di lavoro». In cambio ritiene «essenziale diffondere un’informazione seria sull’evoluzione della fertilità femminile», che declina dopo i trentacinque anni.

 

Quanto alla gestazione per altri, il Comitato si mantiene in continuità con gli orientamenti precedenti. È contrario alla sua legalizzazione, in ragione delle «violenze giuridiche, economiche, sanitarie e psichiche che si esercitano sulle donne reclutate come gestanti e sui bambini e bambine che nascono e sono oggetto di contratti stipulati tra parti in condizioni decisamente impari». Auspica anzi il rafforzamento degli strumenti di divieto a livello nazionale e internazionale.

 

(Le Monde, 27 giugno 2017 – traduzione di Silvia Baratella)

 

Le Comité d’éthique favorable à la PMA pour les couples lesbiens et les célibataires
La procréation médicalement assistée est aujourd’hui réservée aux couples hétérosexuels dont l’infertilité est médicalement constatée.

 

LE MONDE | 27.06.2017 à 11h20 • Mis à jour le 27.06.2017 à 14h24 | Par Gaëlle Dupont

 

C’est une révolution. Dans son avis sur les « demandes sociétales » de recours à l’aide médicale à la procréation, rendu public mardi 27 juin, le Comité consultatif national d’éthique (CCNE) se prononce en faveur d’une ouverture de la procréation médicalement assistée (PMA) aux couples de femmes et aux femmes seules qui souhaitent procréer sans partenaire masculin grâce à un don de sperme. La PMA est aujourd’hui réservée aux couples hétérosexuels dont l’infertilité est médicalement constatée.

 

Le CCNE est en revanche hostile à l’autoconservation des ovocytes, qui permet à une femme, grâce à la congélation, de tenter de décaler une grossesse dans le temps. Il rejette également la légalisation de la gestation pour autrui. « Notre avis ne va pas plaire à tout le monde et va provoquer un grand débat », reconnaît Jean-François Delfraissy, le président de cette institution chargée d’éclairer le gouvernement sur les enjeux bioéthiques.

 

Les avis du CCNE sont seulement consultatifs, mais cette position ouvre la voie à une évolution de la législation. Pendant la campagne présidentielle, Emmanuel Macron s’était déclaré « favorable à une loi qui ouvrira la PMA aux couples de lesbiennes et aux femmes célibataires ». « J’attendrai que le Comité national d’éthique ait rendu son avis pour pouvoir construire un consensus le plus large possible », ajoutait-il dans sa lettre ouverte aux personnes LGBT (lesbiennes, gays, bi et trans) du 16 avril. Les pays voisins de la France (Espagne, Belgique, Grande-Bretagne) proposent ces techniques aux Françaises, moyennant plusieurs milliers d’euros.

 

« Points de butée »

 

Le texte du CCNE était attendu de longue date. Le Comité s’est saisi du sujet en février 2013, en plein débat sur l’ouverture du mariage aux personnes de même sexe, alors que les cortèges de La Manif pour tous signifiaient leur hostilité dans la rue. Soucieux d’éteindre l’incendie, le gouvernement socialiste avait conditionné une évolution législative à un éventuel feu vert de l’instance consultative. Le sujet, qui figure en tête des revendications des associations LGBT est toujours extrêmement inflammable. Ses opposants, dont La Manif pour tous, restent mobilisés contre ce qu’ils appellent la « PMA sans père ».

 

C’est logiquement ce sujet qui a provoqué le plus de débats au sein du CCNE. « Les deux tiers du Comité se sont prononcés pour, alors qu’un tiers ne va pas du tout dans le même sens », précise Jean-François Delfraissy. « Cette demande d’aide médicale à la procréation, en l’occurrence une insémination artificielle avec donneur (IAD), pour procréer sans partenaire masculin, en dehors de toute infécondité pathologique, s’inscrit dans une revendication de liberté et d’égalité dans l’accès aux techniques [médicales] pour répondre à un désir d’enfant », estime l’institution. « L’analyse du CCNE, s’appuyant sur la reconnaissance de l’autonomie des femmes (…) le conduit à proposer d’autoriser l’ouverture de l’IAD à toutes les femmes. Cette ouverture peut se concevoir pour pallier une souffrance induite par une infécondité résultant d’orientations personnelles », poursuit-elle.

 

Le comité souligne cependant des « points de butée », qui expliquent l’opposition d’une partie des membres : « les conséquences pour l’enfant, le risque de marchandisation accrue, les conditions de faisabilité ». Il relève « un risque de provoquer un allongement des délais d’attente lié à la rareté actuelle des gamètes ou une rupture du principe de gratuité des dons ». Il suggère donc que soient « étudiées et définies des conditions d’accès et de faisabilité en distinguant la situation différente des couples de femmes et des femmes seules, en maintenant le principe actuel de gratuité des dons et en étudiant les modalités (remboursement refusé ou différencié) pour que l’Assurance-maladie ne supporte pas les charges financières correspondantes ».

 

« Protocole lourd »

Sur l’autoconservation des ovocytes, l’avis du CCNE est réservé. Alors que l’Académie de médecine s’est dite favorable, dans un avis publié lundi 19 juin, à la possibilité pour les femmes de faire vitrifier leurs ovules en vue d’une grossesse ultérieure, le Comité d’éthique
met en avant le « caractère très contraignant de la procédure ». Elle est aujourd’hui réservée en France aux femmes gravement malades qui subissent un traitement risquant de compromettre leur fertilité, ou à celles qui donnent leurs ovocytes.

« Le protocole est lourd, précise M. Delfraissy. Il entraîne des stimulations ovariennes répétées chez des femmes jeunes, des anesthésies, des risques infectieux et hémorragiques, pour une absence de garantie de résultat puisque le taux de succès ne dépasse pas 60 %. »
Le CCNE met en garde contre les risques de « pressions sociales et professionnelles émanant de l’entourage ou des employeurs ». Il estime en revanche « essentiel de délivrer une information sérieuse sur l’évolution de la fertilité féminine », qui chute après 35 ans.

Concernant la gestation pour autrui, le Comité se situe dans la continuité de ses avis antérieurs. Il est hostile à sa légalisation, en raison des « violences juridiques, économiques, sanitaires, et psychiques qui s’exercent sur les femmes recrutées comme gestatrices et sur les enfants qui naissent et sont objets de contrats passés entre des parties très inégales ». Il souhaite au contraire le renforcement des moyens de prohibition au niveau national et
international.

Concernant la gestation pour autrui, le Comité se situe dans la continuité de ses avis antérieurs. Il est hostile à sa légalisation, en raison des « violences juridiques, économiques, sanitaires, et psychiques qui s’exercent sur les femmes recrutées comme gestatrices et sur les enfants qui naissent et sont objets de contrats passés entre des parties très inégales ». Il souhaite au contraire le renforcement des moyens de prohibition au niveau national et
international.

di Daria Costanzo

[…] guardo parecchio porno. È un coming out dovuto.

Già sento la gente mormorare: una ragazza che guarda porno? Wow. Come se avessi scoperto i segreti mistici di un antico culto. Fra uomini, è tutto uno scambio di sorrisetti maliziosi il momento in cui colgo una battuta inerente al porno o faccio un riferimento al nome dei siti più famosi. Magari qualcuno si imbarazza, non sa cosa dire, rimane di stucco.

Insomma, c’è un pregiudizio che ancora aleggia nei confronti delle donne che ricercano il piacere anche in questo modo e che, soprattutto, non si vergognano a dirlo. Di porno le donne non devono parlare.

Indagare sui motivi che stanno alla base di questo tabù sarebbe un lavoro complesso. Sono ragioni che hanno radici così profonde da rendere praticamente impossibile la destrutturazione e l’analisi. Alla luce di quanto ho appreso durante tutti questi anni di femminismo militante, trovo assurdo che qualcuno ancora pensi che il porno e le donne siano due mondi opposti, nettamente separati.

Però a rifletterci bene, c’è un fondo di verità in questa affermazione. Perché in effetti il porno così come lo conosciamo, da quello tradizionale e analogico, in videocassette nascoste in una stanza semibuia del videonoleggio, a quello moderno e digitale, che basta inserire una parola chiave su Google per trovarlo, non è esattamente concepito per le donne.

Avete mai visto un porno lesbo? Pare che tutti rispettino certi particolari stereotipi: le protagoniste sono in genere due-tre ragazze dal fisico asciutto e glabro, almeno una fra le presenti ha i capelli rossi, le posizioni assunte ricordano acrobazie da circo più che un rapporto sessuale, tutte le ragazze ammiccano in camera e quello che succede sotto l’occhio dell’obiettivo è completamente impersonale e privo di sentimento.

Certo, direte voi, si tratta di un porno, non può esserci sentimento. Ma il coinvolgimento si può anche fingere, e il punto è che nel porno non ce n’è traccia, perché si pensa che alle persone a cui è destinato non importa che ci sia.

Il target principale del porno lesbo non si preoccupa se quello che sta vedendo è tanto innaturale che una donna nella stessa situazione avrebbe difficoltà a provare piacere. Tutto quello che conta è che le protagonista sia esposta, offerta agli occhi del pubblico, vittima sacrificale dello sguardo dello spettatore. In altre parole il target principale di questa categoria di porno è il maschio etero: è il male gaze a governare tutto.

Lo sguardo maschile che rende passive e oggetto. Esiste da che se ne ha memoria, lo si ritrova praticamente dappertutto. Gli uomini hanno creato questo mondo e se lo sono cucito addosso, stabilendone le regole. In quest’ottica, le donne in quanto spettatrici di porno non sono contemplate, non possono esistere. Un’idea abbarbicata che, in tutta probabilità, è anche il motivo per cui molte non si sentono a loro agio quando si tratta di pornografia e preferiscono starci lontano.

Ma che ne è di tutte quelle donne che invece hanno voglia di uno stimolo sessuale visivo che sia libero da certe imposizioni eterosessiste? E quelle che non sono interessate alla presenza maschile, nemmeno se presentata come punto di vista? Insomma, cosa rimane a noi povere donne che non ci accontentiamo?

Per diverso tempo ho vagato nei meandri del web, passando da sito a sito, con l’amara convinzione che non ci fosse niente che potesse rispondere alle mie esigenze. Femminismo e pornografia non sono fatti l’uno per l’altra, mi dicevo, meglio lasciar perdere. Guardavo i soliti video con gemiti e urla inverosimili e cercavo di accontentarmi.

Poi un giorno ho scoperto Ersties, una casa di produzione pornografica berlinese che dal 2010 si pone come obiettivo quello di mostrare il sesso per quello che è davvero. Non si tratta di video amatoriali. Quelli girati da Paulita Pappel, fondatrice di Ersties, sono video professionali in tutto per tutto, tranne per il fatto che i protagonisti sono persone comuni, gente che si potrebbe incontrare per strada o nel proprio condominio. Non ci sono canoni di bellezza imposti dall’alto, ma corpi erotici e sensuali nella loro naturalezza.

Esempi di questo tipo se ne possono trovare parecchi. Erika Lust è una produttrice svedese che ha messo su un sito in cui gli utenti possono confidare le proprie fantasie (non a caso il nome del sito è XConfession) per vederle poi rappresentate da attori professionisti.

Ma non c’è bisogno di andare troppo lontano, perché persino in Italia qualcosa si muove. Nel 2011 un gruppo di dodici registe italiane si sono riunite in un collettivo chiamato “Le Ragazze del Porno” con lo scopo di girare dieci cortometraggi porno, da cui poi trarre un film, che sovvertissero i meccanismi dello sguardo maschile. Due di questi cortometraggi sono stati presentati al Milano Film Festival e hanno riscosso un insolito successo, se si considera che viviamo in un paese in cui la liberazione sessuale è ancora ben lontana e le donne che amano il sesso e che ammettono di amarlo continuano ad essere stigmatizzate.

[…]

(Pasionaria.it, 25 giugno 2017)

di Liliana Rampello

Troppo sale è un libro raro. Raro per bellezza, intensità, per quella leggerezza che nasce dagli interstizi disseminati là dove gli strati del sentire sono veramente profondi.

La scrittura è scabra, scarna, controllata, ridotta all’essenziale perché il dolore sia detto, sia detta l’emozione, il sentimento, una sorveglianza continua che evita di scivolare, scadere nel sentimentalismo. È proprio questo esercizio saldo, sicuro, lento, che stupisce per una maestria linguistica per nulla frequente; sorprende infatti che un’autrice di pochi libri (ricordo solo il più importante, Zucchero a velo, La Tartaruga 1990) sia riuscita a fare un salto così deciso, senza passaggi intermedi, segno anche questo dell’urgenza autentica delle parole che leggiamo, della loro inesorabilità.

Il libro ha un innesco preciso e unico: la morte del figlio, quell’esperienza che indicibile, irrimediabile, lacera la carne e ci lascia mute. Ne conosciamo bene l’iconografia, l’immagine che tutte abbiamo visto mille volte, con poche varianti. È la Pietà, la madre con il figlio morto fra le braccia. La incontriamo, questa immagine, così come lei stessa la trova in un appunto di molti anni fa: “Della morte me ne intendo. Quando mi ritrovai mio figlio tra le braccia, venuto su dal mare bagnato e pallido, sentii Dio nel suo ultimo respiro. Nell’ultimo respiro, non nel primo vagito, che consegna e trascina alla vita, tra le cose sensibili di cui tutto vuoi sapere. È nell’ultimo respiro, che patisci e va, non sai dove…”

Con questo libro Stefania Giannotti dà parola a quell’immagine muta, a quella donna-madre, e racconta l’indicibile. Una sfida immensa, una sconfitta del tutto vinta, ha imparato a dire, e ora lo insegna a chi legge, a tutte e tutti. Ha camminato nel vuoto, nel silenzio o nel fragore della vita degli altri, sempre in equilibrio instabile (“Gira e rigira sono sempre in un instabile equilibrio. O in cucina”), proprio per imparare come si può raccontare l’estremo della vita, che non è la morte, ma la vita che resta. Il resto di vita, della vita, non la sopravvivenza. Quello che lei scopre, e ci fa scoprire, è “l’immensità dell’esistere”. La scoperta di quello che possono donare “mancanza, perdita e assenza”: l’eterno; e lo riporto come lo ha afferrato lei, perché ogni sua parola è momento di meditazione, “Trattare con rispetto e cura la mancanza, la perdita, l’assenza anche se con indifferenza prendono e non restituiscono mai nulla. Inutile è ribellarsi. Pericoloso tuttavia è farci l’abitudine. Eppure è irresistibile affondarci” […] È allora, quando nel loro mare affondi e dallo stesso riemergi, è allora che le tre alleate, mancanza perdita e assenza, mostrano e donano improvvise e impreviste rivelazioni. C’è un buco nel nulla e ci si può guardare attraverso. C’è qualche crepa da cui passano cose, quando la quotidianità inciampa e interrompe il suo ritmo arriva qualcosa, può essere piccola, può essere anche l’eterno”.

Questo libro che preme da tutte le parti si fa strada con la vita stessa, con l’urgenza delle cose che non mettono fretta perché sono inevitabili. Questo libro è necessario a lei e a noi, mostra cosa scopre il dolore, mostra la meraviglia intangibile e inaspettata di questa scoperta. (In questa stessa direzione si era inoltrato un altro magnifico libro, L’anno del pensiero magico, di Joan Didion.)

Troppo sale è diviso in tre parti ineguali, la prima è fatta di ventinove segmenti, è l’accadere dell’accaduto; la seconda è di sei segmenti, dice il lavoro da fare per “andare indietro senza restare indietro”; la terza è di soli due segmenti, uno è il dialogo divertentissimo con il dott. di Salle, l’altro è l’Ora, o l’adesso, l’ancora. Tutte le sezioni sono scandite da numerose ricette che non sono né un’aggiunta, una furbizia serva dei tempi, né una stravaganza, Stefania è un’ottima cuoca e ha tenuto a lungo un ottimo ristorante, né una fissazione eccentrica, se mai una libera fissazione. Le ricette rivelano “un passaggio di realtà”, perché nutrire si accompagna alla morte e alla vita e lei, in cucina, riesce a riconoscere la sconfitta, a resistere pacificamente (e fisicamente) all’accadere della vita. Le ricette allora, così inframezzate, diventano una vera e propria invenzione narrativa, sono il battito preciso dell’emozione, sono il battito dell’emozione che si calma (per lei e per noi). Questo battito tra le righe è il battito del respiro, del cuore, simile al levare in musica; le ricette sono una pausa necessaria per rallentare e ripartire. La stessa funzione che in questa scrittura ha la punteggiatura, se la seguiamo respiriamo diversamente.

Il tempo del libro è multiplo e sempre improvviso, scorre a partire dalla perdita irrimediabile, ma non segue la cronologia (di cosa poi?); va avanti e indietro, con continui, insorgenti anacronismi, all’inseguimento di un amore che è per sempre e di un nuovo modo di amare che ricomincia nell’amore indiviso. Scoprire che la massima povertà è ricchezza, che tutto si fa con poco, con il niente che comunque resta, che è il resto della vita.

Ecco, qui diventa chiara anche tutta la politica e il femminismo che abbiamo amato in questo libro. Raccontato da dentro e dal fondo del corpo di un’esperienza vissuta che ha sapientemente cercato e trovato le parole per dirsi. Slegandosi da ogni formula immiserente, da ogni vacua ripetizione. Partire da sé, per scoprire l’altrove, ascoltarsi per non tradirsi, accettare la paura del silenzio e del vuoto, lavorare duramente all’essenziale per poterlo riconoscere e saturare. Nelle pagine arrivano le donne, a Milano quelle del Cicip&Ciciap, quelle della Libreria, e poi tante altre che sono lì, sono la leva di forza di un’esistenza, non permettono la caduta ma ricostituiscono il senso, lo ricuciono facendosi mondo. Ecco un femminismo vivo e vitale, allegro e accogliente, severo ma capace di fare legame, di indicare i punti di appoggio. Stefania lo sa, lo riconosce, lo prende, lo usa e lo restituisce con molto amore, ora, qui, tutto. Alla fine il dolore diventa pacifico. Dà pace, si dà pace.

Un’ultima cosa non posso tacere, ed è il dono reciproco che questa madre e questo figlio si sono fatti, lo scambio di incommensurabile dolcezza che abita ognuna di queste pagine. Lei ha accettato la fatica sfiancante di questo scrivere e così lo sottrae alla sua morte, lo lascia adolescente per sempre nella vita che ogni lettore gli restituirà; lei ha trovato il suo rimedio all’irrimediabile, ha fatto la sua nekuia, è andata nel profondo del suo stesso inferno ed è ritornata in vita, alla vita, riportandone il figlio, incontrandolo di nuovo con parole ripulite, limate, oneste, fedeli. Lui le ha donato la verità della scrittura, quella verità che fa rara la scrittura, un dolore da non dissipare perché indica la potente libertà dell’esistere; lui ha fatto della madre una scrittrice.

(Leggendaria 123, maggio 2017)

 

Hanno fondato Roma, secondo l’antica leggenda, Romolo e Remo (o Remolo, nella versione berlusconiana).

Per quanto riguarda la Libreria delle donne di Milano, secondo il Corriere della sera, le fondatrici sarebbero Adriana Cavarero e Luisa Muraro (vedi p. 17 del Corriere di lunedì 19 giugno 2017). Questa non è una leggenda, questa è una notizia fasulla tipica del regime della post-verità. Non a caso: la troviamo nel profilo biografico di Adriana Cavarero che, su quella stessa pagina, mostra di sapere in che cosa consista il regime della post-verità, in teoria come in pratica.

Nel tradizionale regime della verità storica, che per molti e molte vale ancora, la Libreria si è aperta nel 1975 ed è stata fondata da un gruppo di femministe riunite nella cooperativa Sibilla Aleramo, fra le quali spicca il nome di Lia Cigarini, avvocata milanese che si ispirò all’esempio della Librairie des femmes della Rue des Saints-Pères a Parigi. Accanto al suo, ricordiamo i nomi di Elena Medi e Giordana Masotto. Vi compare anche quello di Luisa Muraro, una fra le altre.

Questo sia detto per più motivi. Primo, che da un giornale come il Corriere, che a Milano è nato e si pubblica, ci aspettiamo una migliore conoscenza della Libreria delle donne di Milano. Secondo, per segnalare che la Rete è una fonte sovrabbondante di notizie, ma non una fonte attendibile. Infine, per combattere la tendenza a sommare tutto intorno a pochi nomi, sempre gli stessi. Questa tendenza, cui corrisponde la pigrizia dell’informazione, calpesta una preziosa e potente caratteristica del movimento delle donne, che è la sua capacità di valorizzare le donne, tutte e ciascuna nella propria singolarità, indipendentemente dai criteri della scena illuminata. Senza lo strappo storico della rivolta delle donne e senza il pensiero femminile che si è sprigionato con la rivolta, non ci sarebbero un’adriana cavarero o una luisa muraro.

 

(www.libreriadelledonne.it, 23 giugno 2017)

di Mira e Luisa

In occasione della visita del papa a Barbiana, è apparsa una breve biografia, scritta da Alessio Niccolai, di una donna che, assieme a sua madre, ha vissuto accanto a don Milani quasi tutta la sua vita. Il testo è scritto da un uomo di buona volontà che non sa o non vuole interrogarsi a fondo sul destino obbligato dell’altro sesso.

Sì, perché a Barbiana (FI) le donne c’erano. Ci sono state fin dal primo giorno in cui don Milani fu mandato dal vescovo di Firenze in quel borgo sperduto fra i monti per punizione. Quelle donne erano Giulia e Eda, madre e figlia. Io, Mira, le ho conosciute, senza averle frequentate. Giulia e Eda, prima di finire a Barbiana, sono state per sette anni a servizio in una parrocchia dell’hinterland fiorentino dove don Milani, fresco di seminario, arrivò in qualità di cappellano e subito si distinse per la sua pastorale innovativa. Quando fu mandato a Barbiana, Giulia e Eda, che a lui si erano affezionate, l’hanno seguito. Ci chiediamo: morto il vecchio parroco, mandato a Barbiana il giovane cappellano, è forse stata data loro un’altra possibilità per campare? Se non andavano a Barbiana con don Milani, che ormai conoscevano bene, che altro potevano fare per vivere? Andare a servizio dove e da chi? Il testo di Alessio Niccolai dice che loro hanno seguito don Milani per affetto e che poi sono diventate “la colonna femminile dell’esperienza di Barbiana”. Belle parole di un risarcimento tardivo, è l’ovvio commento, al quale un altro può aggiungersi: meglio tardi che mai. Oppure un altro ancora: va bene, che bello, ma a che prezzo?

Il vero problema non è questo. All’Isolotto, dopo che è apparso il libro di Mira Furlani, Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei, una critica risalta tra le altre, che il pensiero della differenza sessuale cui l’autrice fa riferimento, non c’entra nulla con la storia dell’Isolotto e la figura del suo leader. Vi spieghiamo invece perché e come c’entra.

Le due donne che hanno seguito don Milani e hanno dedicato la loro vita alla comunità di Barbiana spendendosi nei modi che avevano a disposizione, hanno seguito un modello di femminilità imposto e senza alternative, o lo hanno fatto liberamente? Ci sono imprese che non hanno prezzo, ci sono esseri umani la cui generosità trascende il codice dei diritti e dei doveri, e questo è magnifico, aiuta l’umanità a migliorarsi. Ma a una condizione: che le persone protagoniste lo facciano liberamente, cioè che il loro comportamento sia consapevole e accettato; meglio se hanno delle alternative, ma a volte non ci sono, la condizione però resta e dice: che ci sia l’accettazione consentita internamente. E di più: dice che questo, in quanto è veramente spesa di sé liberamente consentita, faccia luce, sia riconoscibile, sia visibile alle persone, così da essere un esempio. Prima o poi.

Ecco la questione: per l’umanità femminile nella cultura patriarcale, com’è ancora quella della Chiesa cattolica, il modello di autorealizzazione femminile, giusto o sbagliato che sia, condivisibile oppure no, consentito o avversato da lei, in ogni caso è sostenuto da uomini e manca la condizione simbolica che abbiamo detto. Per cui non si sa se le parole di Niccolai siano furba retorica maschile o verità storica di cui un uomo sincero rende testimonianza. Manca, detto in poche parole, che lei possa dire Dio a partire da sé, consapevolmente e apertamente.

Ai suoi tempi don Milani non ha potuto incontrare il pensiero della differenza sessuale e non ha potuto capire quanto la Chiesa, per uscire dagli stereotipi culturali patriarcali, avesse bisogno della libertà femminile. A Barbiana il papa ha detto che “don Milani è figlio della Chiesa”. Che cosa ha voluto dire con queste parole se non dare nuovo senso e lustro a un sacerdozio in declino? Ora il pericolo è quello che anche di don Milani si faccia “un bel santino”, com’è stato scritto nella cronaca fiorentina del quotidiano La Repubblica. Proprio quello che don Milani, come anche don Enzo Mazzi, non avrebbero voluto diventare e avevano due volte ragione, perché di santini nella chiesa maschile, gerarchica e patriarcale ce ne sono fin troppi, ma di preti veri e donne amanti del Vangelo, consapevoli di sé, ce ne saranno sempre meno. Caro papa Francesco, pensaci!

(www.libreriadelledonne.it, 23 giugno 2017)


Eda Pelagatti: breve biografia di una donna che sapeva voler bene

di Alessio Niccolai

 

Eda Pelagatti è stata la colonna femminile dell’esperienza di Barbiana, la parrocchia di montagna dove Don Lorenzo Milani ha condotto la sua celebre scuola.

Nata il 20 aprile 1912 in una famiglia operaia di Calenzano, nei pressi di Firenze, in tenera età rimane, figlia unica, orfana di padre; cresciuta, contribuisce al mantenimento suo e della mamma Giulia, facendo qualche ora presso la parrocchia di San Donato a Calenzano retta da Don Daniele Pugi; nel 1947 arriva in parrocchia Don Lorenzo Milani in qualità di cappellano e Eda ha modo di ammirare l’abnegazione e il rigore di questo giovane prete che si spende per l’elevazione culturale e sociale dei contadini e degli operai del circondario.

Nel 1954 il vecchio parroco muore e contrariamente alle consuetudini Don Lorenzo non viene promosso parroco di San Donato, ma mandato a Barbiana. La decisione venne vissuta con grande sofferenza da parte di tutto il popolo, ma in particolare da Eda e sua mamma Giulia che in quei sette anni avevano avuto modo di prendersi cura di lui; ora erano di fronte alla drammatica scelta se lasciarlo andare da solo in un luogo sperduto della Toscana o seguirlo per rendergli la vita meno difficile; fecero prevalere l’affetto e raccolte le poche masserizie di casa, il 7 dicembre 1954 si trasferirono a Barbiana con lui. Durante il trasloco, nel freddo e sotto una violenta pioggia che aveva bagnato tutto, Eda era un’anima in pena che ripeteva a Don Lorenzo: «ma ha visto dove ci hanno buttato?!?». Solo lei e sua mamma sanno quanto hanno sofferto, ma l’attaccamento a Don Lorenzo le ha sempre sostenute e rese capaci di adattarsi alla nuova vita di montagna. Racconta Eda: «Io e lui eravamo come fratello e sorella senza interessi né di soldi, né di altro. Quando fu mandato a Barbiana, mandò in macchina me e la mamma quassù perché decidessimo liberamente se volevamo seguirlo oppure no. Io ho vissuto con lui in famiglia, non al suo servizio. Quando arrivò a Barbiana, don Lorenzo non pianse, o almeno io non l’ho visto piangere, poi non so se quando salì in camera sua pianse. Cominciò con la scuola il giorno dopo e i suoi ragazzi oggi sanno fare ogni cosa. Non voleva che i ragazzi stessero in ozio: “il tempo è prezioso”, diceva il priore. Lui non perdeva mai tempo e la sua vita era un insegnamento continuo. Era un vero cristiano. Ricordo che un giorno trattò male una persona e io, che amavo il quieto vivere, gli dissi: “Ma Priore, ora non tornerà più”. E lui: “Ha paura che non ci porti più la roba, Eda? Ma se non ce la porta lui, ce la porterà qualcun altro”. Perché a lui interessavano le anime e non le cose».

Nelle lettere alla mamma, don Lorenzo ha sempre messo in risalto il ruolo di quest’infaticabile donna, che senza mai fare un giorno di riposo o di vacanza, era madre di tutti i ragazzi che frequentavano la scuola e, in particolare, di Michele e Francuccio Gesualdi, i due fratelli orfani accolti in casa nel 1956. Precisa Eda: «Io ho vissuto con don Lorenzo in famiglia, non al suo servizio». Sempre attenta a ciò che succedeva, era sempre profondamente coinvolta in tutte le vicende della scuola, nei rapporti con le famiglie di Barbiana, nei contrasti che don Lorenzo aveva con la borghesia fiorentina e con la Curia. Da persona mite e più propensa a infliggere una sofferenza a stessa che agli altri, soffriva molto quando si apriva un nuovo fronte di scontro per don Lorenzo. Ogni volta cercava di convincerlo a smussare le posizioni, ma in cuor suo sapeva che don Lorenzo aveva ragione e verso l’esterno lo difendeva a spada tratta.

Nel 1961 Eda perde la mamma, ma il periodo più duro fu quello dal 1963 al 1967 quando il tumore che affliggeva don Lorenzo si conclamò in tutta la sua gravità. Don Lorenzo, sempre più debole e afflitto dai dolori, passava gran parte del suo tempo fra letto e poltrona pur continuando a fare scuola e a portare avanti i suoi insegnamenti di vita. È del 1965 la sua Lettera ai cappellani militari e del 1966 la sua Lettera ai giudici, per giungere alla Lettera a una professoressa scritta con i suoi allievi e pubblicata nel 1967 un mese prima della sua morte. Eda gli è stato sempre accanto per assisterlo e cercare di risparmiargli fatiche.

Eda muore a Firenze il 18 maggio 2002 all’età di 90 anni. È sepolta nel cimitero di Barbiana dove riposa accanto alla mamma Giulia e a don Lorenzo.

(http://blog.francescogesualdi.eu/miscellanea/item/45-eda-pelegatti, 16 aprile 2017)

di Lea Meandri

Tanti e essenziali interrogativi attorno alla gestazione per altri dovrebbero indurre all’ascolto reciproco evitando semplificazioni guerresche


Sulla gestazione per altri (Gpa) mi è stato difficile finora intervenire, perché il dibattito in corso, soprattutto sui social network, si muove su quelle che considero, in senso lato, «logiche di guerra»: fronti in opposizione che si scambiano le stesse accuse –«indegnità», «resa al neoliberismo», al patriarcato, ecc.-, e che usano, allo stesso modo, la posizione di vittime per legittimarsi l’aggressione. Il femminismo ha conosciuto conflitti, divergenze teoriche e pratiche, divisioni, ma non ricordo che si sia mai ricorso con tanta facilità all’insulto e alla diffamazione per contrastare idee che non si condividono.

La Gpa va riconosciuta come una delle questioni più complesse, legate a quella che chiamiamo con nomi e significati diversi: autodeterminazione, scelta, libertà. Penso che siamo tutte d’accordo che il corpo femminile, come corpo erotico e procreativo, è stato per secoli sottoposto al dominio del sesso maschile, per cui il processo di riappropriazione e di nascita di una individualità femminile restituita alla sua interezza -corpo pensante-si colloca in un tempo molto vicino a noi. Difficile anche negare che le donne hanno forzatamente dovuto fare propria l’unica visione del mondo che si è imposta nella storia, per cui la liberazione dai modelli incorporati è lenta e contrastata da adattamenti secolari, ambivalenze, difesa di poteri sostitutivi, come quello di rendersi indispensabili all’altro (marito, fratello, figlio, ecc.).

La conseguenza è quella che abbiamo oggi sotto gli occhi: l’emancipazione dei corpi in quanto corpi, delle donne in quanto donne, con i segni, le attitudini le risorse che sono state assegnate loro «per natura». Che altro sono i «talenti femminili» di cui avrebbe bisogno l’economia in crisi? Se sono diventate soggetto, questo non impedisce di continuare a farsi oggetto; se non sono più vittime, non è detto per questo che non siano tentate di volgere a proprio vantaggio i requisiti per cui sono state un tempo messe in quella posizione: sessualità e procreazione.

Tutto questo preambolo per dire che oggi si dovrebbe non avere paura di fare ragionamenti complessi, contraddittori, distinguere tra situazioni dove la costrittività e lo sfruttamento sono inequivocabili -vale per la tratta come per la Gpa rispetto a donne in condizioni di estrema indigenza-, e quelle, invece, dove sono le donne stesse a decidere di generare per altri/e. Le testimonianze in questo senso non mancano-, sia che una donna lo faccia per denaro o come dono. Della prostituzione, e ancora più della procreazione, penso che non possano essere considerate un lavoro come un altro. Voglio continuare a interrogarle per ciò che sono state: cancellazione della donna come singolarità, riduzione a natura, materia, corpo, sessualità finalizzata al piacere dell’uomo, maternità come obbligo procreativo.

Riappropriarsi del proprio corpo vuol dire , se andiamo alla radice del problema, svincolarlo dall’ alienazione che ne è stata fatta: un corpo a cui altri ha dato nomi e funzioni. Si può mettere al mondo un figlio e decidere di farlo crescere da altre persone. Una volta che è nato, possono darvi accudimento genitori biologici o non biologici, adulti di un sesso e dell’altro. Diverso è accettare una gravidanza alienando fin dall’inizio l’essere che ti cresce dentro e che ti modifica fisicamente e psicologicamente. Per non parlare delle complicazioni imprevedibili che possono nascere anche al di fuori degli accordi presi in precedenza. Di qui le perplessità, le obiezioni che faccio alla Gpa e che voglio poter esprimere senza per questo approdare alla criminalizzazione delle donne che scelgono di farla.

Sono abituata a distinguere tra opportunità di scelta – oggi ampiamente favorita dai progressi delle biotecnologie – e libertà di scelta, in quanto continuo a dare al secondo termine il significato di liberazione da modelli interiorizzati, e perché penso che, sotto questo aspetto, valgano le pratiche del femminismo e non le censure e i provvedimenti punitivi. Le leggi per tenere sotto controllo lo sfruttamento, nella prostituzione come per la Gpa, ci sono e dobbiamo batterci perché siano applicate. Ma non sono disposta a fare delle donne che prendono decisioni sulla base di una loro scelta – qualunque sia la mia opinione nel merito – delle vittime o delle criminali.

C’è chi pensa che la Gpa possa essere una via d’uscita dal determinismo biologico, dalla centralità che ha avuto finora la figura della madre nel destino di genere della donna. Ho dubbi anche su questo: segmentando il processo generativo e affidandone i passaggi necessari a persone diverse -semi, ovuli, embrione, utero, ecc.-si può avere come esito la moltiplicazione dei ruoli genitoriali, alimentare fantasie, confronti, conflitti imprevedibili. A ciò va aggiunto il fatto che dei nove mesi della gravidanza poco è ancora stato detto dalle donne per sapere quali pensieri, sentimenti, fantasie, desideri e paure passano dentro quello stato di «parziale indistinzione» o «co-identità», come la chiama Elvio Fachinelli, tra la madre e il feto, una relazione particolarissima dal momento che avviene quando l’ «altro» non è ancora «un altro».

Con lucida visionarietà, scrive Agnese Seranis nel suo libro Smarrirsi in pensieri lunari (Graus Editore, Napoli 2007): «Eravamo due o uno? Cosa è mai diventato il mio corpo? Il mio corpo contiene pensieri che non so il mio corpo sogna sogni che io non sogno? Io sono io oppure sono lui? Io sono due e dove comincio e dove finisco perché lui sia lui? Ma io sono più forte di lui io ho più potere perché se volessi potrei ucciderlo. Ma chi ucciderei: lui o un po’ di me?».

Tanti e così essenziali interrogativi, che ruotano intorno alla Gpa, dovrebbero indurre quanto meno all’ascolto reciproco e ad evitare le semplificazioni guerresche.

(il manifesto 20 giugno 2017)

di Alessandra Pigliaru

JANE AUSTEN. L’autrice di «Orgoglio e pregiudizio» ha incantato intere generazioni con l’ironia della sua scrittura. Tra biografia e critica: un numero della rivista «Leggendaria» e «Alla ricerca di Mr Darcy»Per il bicentenario della morte, numerose iniziative. E a luglio alla Casa Internazionale delle Donne di Roma

Lingua immortale, stile altrettanto imperituro, Jane Austen si è guadagnata il posto della «più perfetta artista fra le donne» – come ebbe a definirla Virginia Woolf. E da lì è difficile spodestarla, nonostante goffi tentativi di chi ancora – sempre meno, per fortuna – si incaponisce a immaginarla come una pausa leziosa e irrilevante all’interno della letteratura.

In realtà, i giuramenti di perpetuo amore e di aspra ritrosia che questa «signorina» produce sono così estremi perché è complicato misurarsi con la compiutezza; l’eternità, di linguaggio e stile, deriva in larga parte da questo dato inoppugnabile. «Ma alla fine, quello che davvero conta è che leggere Jane Austen è un piacere, rileggerla una felicità». Lo spiega bene Anna Maria Crispino nel nuovo numero della rivista Leggendaria di cui le prime trenta pagine sono dedicate interamente alla «magnifica Jane», «perché c’è qualcosa di inafferrabile nelle sue storie che chiama chi legge a entrare direttamente nel gioco del detto e del taciuto – o del solo accennato».
Biografia, critica letteraria e articoli a tema, il numero 123 di Leggendaria si distanzia dal mero omaggio e tiene il bandolo del percorso complesso che da più di due secoli unisce e divide appassionati lettori e lettrici.

IL 18 LUGLIO saranno infatti 200 gli anni che ci separano dalla scomparsa della brillante e appartata autrice di Orgoglio e pregiudizio (1813), mai sposata che pure con tanta sapienza scrisse a proposito del contratto matrimoniale. Per l’occasione si intensificano le iniziative per ricordarla (come a Roma, alla Casa Internazionale delle Donne, che all’interno della rassegna «La casa (S)Piazza» – dopo l’anteprima del 10 giugno – il 3, 6 e 17 luglio dedicherà tre serate alla scrittrice inglese). Eppure, folte schiere di «Janeites» (si chiamano così i seguaci di Austen) si sono già diffuse nel mondo intero, rappresentando al meglio la gratitudine verso la propria scrittrice del cuore: ardore amoroso per i suoi romanzi, le sue ragazze e finanche lei stessa. Hanno fondato società scientifiche di studi (Jasit è quella italiana), riviste, blog, organizzato raduni e viaggi.

È proprio nel doppio passo, incantevole e struggente, di una tale sporgenza che si colloca anche la pubblicazione di un volume tanto piccolo quanto denso, scritto da Giovanna Pezzuoli dal titolo eloquente Alla ricerca di Mr Darcy (iacobellieditore, pp. 115, euro 12). Quando Elizabeth Bennet, rinunciando al suo pregiudizio, ne sperimenterà l’intramontabile charme e lui, a sua volta, si libererà dal suo orgoglio per aprirsi a un amore appassionato, il capolavoro sarà concluso. Ma come mai, si chiede Pezzuoli, questo uomo di altri tempi ancora affascina generazioni intere? La risposta si dipana nei quattro capitoli del libro percorrendo la postura rattenuta e al contempo da «anti-seduttore» di questo signore con una rendita da diecimila sterline all’anno.

CON IRONIA talmente affilata da renderla inimitabile, nel gioco relazionale costruito da Jane Austen dal 1811, anno di Ragione e sentimento fino a Mansfield Park (1814), Emma (1815), (L’abbazia di Northanger e Persuasione verranno pubblicati postumi), la domanda che si impone è perché mai la piccola creatura cresciuta in un villaggio dello Hampshire susciti ancora oggi così grande consenso. Puntellata di consistenze è la fisionomia disegnata dalla scrittrice, dal tripudio dei sensi di cui racconta in un luogo simbolico d’elezione come il ballo, ai diletti della conversazione tra donne e tra donne e uomini fino alle stesse descrizioni dei riti sociali e della differenza di classe che precipitano o si equlibrano grazie alla moneta sonante e alla libera scelta. Se oggi elementi come il ballo, la sensualità, insieme alla indagine sulla felicità e l’economia delle relazioni, circolano accanto al nome di Jane Austen, lo dobbiamo a Liliana Rampello (di cui si può leggere un’intervista proprio nel numero di Leggendaria) grazie alla pubblicazione del suo decisivo Sei romanzi perfetti, edito per Il Saggiatore.

Sgranati alla luce della grande mole di lavoro di cui siamo ormai provvisti, gli articoli contenuti nella rivista sono bussole originali all’interno di un universo multiforme: dal contributo di Crispino a quello di Mara Barbuni, autrice di un altro recente e bel libro, Le case di Jane Austen (Flower-ed., pp. 180, euro 15) che ci porta da Chawton a Norland, a Barton Cottage, Pemberley, Kellynch Hall e altre residenze. Così Barbara Mapelli; e poi ancora Loredana Metta che assume il punto di vista musicale nei romanzi austeniani, Marina Vitale si concentra sul giudizio di Wystan H. Auden che scrisse di lei che al confronto Joyce era innocente come l’erba. O ancora Alessandra Quattrocchi e Daniela Matronola che si concentrano, seppure con diverse declinazioni, sull’attualità di Anne Elliot, protagonista di Persuasione. Infine la parodia del romanzo gotico, e non solo, tratteggiata con sapienza da Paola Bono. Classica e insieme icona pop a ogni latitudine, ad Austen si dedicano continuamente riscritture, film, serie tv e graphic novel, lo raccontano Sara Bennet e Maria Vittoria Vittori.

Tutto questo interesse è forse il risarcimento che l’universo desidera riconoscere a chi è stata oggetto di vari (e spesso imbarazzanti) giudizi di molti esimi colleghi a lei coevi e non solo? Oppure può essere per l’assoluta rispondenza di verità e leggerezza con cui le sue protagoniste si sottraggono alla sventura per restare tenacemente ancorate alla corposità della gioia?

CHI LEGGE OGGI Jane Austen, o la rilegge periodicamente trovando sempre aperto lo scrigno prezioso di quel divertimento della ragione e della sensualità intera, sa di poter bussare alla porta di una maestra di orientamento. Una maestra generosa che non bara. Dalla decifrazione della commedia umana, provvista di bagliori e chiaroscuri, fino alla intuizione della danza come superba allegoria della desiderabilità e della contrattazione tra i sessi, ad affiorare è la configurazione del godimento lontana anni luce dalla prestazione agonistica a cui sovente capita di essere condannati – già solo questo potrebbe essere un motivo più che valido per accostarsi ai suoi libri. Con maggiore precisione è però la misura a disporre nel futuro l’apprendistato al pungolo dell’intelligenza, insieme a quello per l’amore che non muore. Una cifra limpida e pulsante che mostra come la lingua sia capace di produrre già il simbolico che sostiene la narrazione.

INCONTRARE JANE AUSTEN non ci difende allora dalle ingiustizie contemporanee, non rimedia a fatti specifici, né chiarisce quale sia il patto che dobbiamo rinnovare ogni giorno davanti all’abominio della tragedia umana. Fa qualcosa di più grande, ci collega alla contezza di saperci viventi e disponibili alla vitalità – che è la stessa di quella figuretta di campagna mentre dalla cucina della sua casa teneva il mondo nel palmo della mano; ci congiunge lentamente all’alleanza suprema con la distrazione, la tramuta nella obliquità dello sguardo e nella estensione di un sorriso che a volte prorompe in una risata per il piacere senza inganni che genera. In questo senso, può entrare a pieno titolo nell’antidoto contro la deriva velenosa delle passioni tristi, quelle per cui dovremmo torcerci contritamente intorno al nostro ombelico per dire che no, non siamo noi inabili alla gioia e alla festa dell’altro – di chiunque altro – piuttosto è sempre il prossimo incapace a sollecitarla.

Ebbene, Austen risponderebbe probabilmente con una battuta beffarda e graffiante delle sue, chi fa ritorno ai suoi romanzi direbbe invece che ci si può semplicemente affidare, una volta tanto, a una visione di ampiezza senza prendersi troppo sul serio né farsi catturare dall’impero della miseria. Quella per cui celebrare la festa dell’altro – o essere una solennità per qualcuno – non arriva mai se non dopo ripetuti tentativi di subordinazione e sfinimento.

Lasciarsi trascinare da una scrittura che ci renda la stessa ironia di chi l’ha messa al mondo, comporterebbe invece fare i conti con la trascurata eppure acuminata ricerca di felicità di cui siamo impastati. Non la si trova mai per intero, tuttavia è pur vero che chi esagera con la diffidenza potrebbe non scoprirne mai nemmeno un pezzetto. È un filo esile, eppure tanto forte da intrattenerci ancora nel mondo.

(il manifesto, 17 giugno 2017)

di Silvia Aonzo

In mostra sino al 25 Giugno, nelle Sale al piano terra di Palazzo Reale a Milano, possiamo visitare gran parte di un’opera autobiografica che racconta insieme il vissuto di una donna di inizio secolo ‘900 e gli avvenimenti di quel periodo. Charlotte Salomon la definì “dramma con musica” o secondo un’altra traduzione “melodramma”, perché il dramma era per lei la forma d’arte più completa. L’intera opera è rappresentata da un lungo racconto pittorico integrato da dialoghi, poesia e musica, che si compone di ben 1325 documenti tra i quali la stessa autrice selezionò a suo tempo 800 tempere quali immagini del racconto definitivo. La parte esposte a Milano, 270 tempere sotto il titolo Vita? O teatro?, rappresenta una formidabile testimonianza della grandezza dell’impresa che l’Artista nella sua purtroppo breve vita è riuscita a compiere.

Nella prima sala della mostra veniamo accolti da un filmato che ci introduce nel mondo dei suoi affetti; nelle seguenti possiamo osservare le tavolette colorate dipinte a tempera, insieme a fotografie in bianco e nero, esposte con uno stratagemma originale: cinque assi di legno bianco a simulare un  pentagramma musicale, nel cui registro centrale sono collocate le tempere a guisa di note, ogni tavoletta sviluppa un tema a sequenze successive di fotogrammi, i personaggi si muovono ed interagiscono intercalati da frasi scritte e commenti a latere.

Particolarmente carica di pathos è la tavola nella quale l‘Artista si immagina al capezzale della madre: guardando  la sequenza da sinistra a destra si percepisce il movimento “dal distacco – al ricongiungimento” e viceversa guardando da destra a sinistra si legge il movimento opposto “dall’abbraccio – al commiato”; alle anime poste in alto sapienti espedienti pittorici sottraggono via via peso fino a renderle puro spirito.

Le tavole risultano tutte vive ed eloquenti grazie ad una tecnicalità pittorico-letteraria di grande suggestione e genialità che rende il racconto avvincente, a volte persino struggente, altre volte lieve ed allusivo; la loro sequenza ci fa intendere la particolarità dell’espressione artistica che Charlotte Salomon porta a maturazione: le figure, che nelle prime tavole erano ancora di carattere ritrattistico,  nelle ultime si assottigliano sino a farsi scrittura. Il racconto pittorico divenendo calligrafia fa sì che l’aspetto figurativo e quello semantico-narrativo appaiano la stessa cosa; di fatto una “pittura gestuale”, dove il gesto è il segno, e il segno assurge a simbolo. Il calligrafismo pittorico della Salomon può apparire anticipatore di alcuni aspetti della ricerca segnico-linguistica di artiste che, facendo riferimento al femminismo degli anni 70, intendevano liberare la loro arte da schemi precostituiti, abitudini, ritualità ed ideologie dominanti.

Il talento espressivo che la Salomon dimostra nel sapersi muovere trasversalmente ai cinque sensi ed esplorarli in tutta la loro potenzialità, la porta a travalicare il limite bidimensionale della pittura per condurci alla multispazialità dei concetti, alla razionalità ma anche alla loro radice inconscia. La concettualità della sua pittura ci rimanda al fermento artistico presente in Europa già dalla fine dell‘800 e al clima culturale che l’artista ha respirato nell’ambiente ebraico del primo 900; ricordiamo che in quell’ambiente prende vita e forza il lavoro di  grandi filosofe come Simone Weil, Hannah Arendt ed Edith Stein, anch’esse vittime in vario modo dell’atroce piega che aveva preso la storia. L’opera dell’artista come quella delle filosofe può apparire come un urlo che parte dalle viscere della storia rivolto alle coscienze, ma in grado di parlare all’inconscio di contemporanei e posteri con iconica immediatezza.

Senza mai cadere nell’autocelebrazione Charlotte Salomon mette in scena la sua esperienza, il suo profondo rispetto per l’umanità, per richiamare i contemporanei ad un altro ordine di priorità; possiamo dire che, come proprio le donne oggi che ci stiamo nuovamente involvendo in una drammatica crisi di civiltà, da mirabile prova di quella particolare sapienza ed amore femminile per il mondo cui è stato dato nome “primum vivere”. Nella sua elaborazione artistica dell’olocausto e del nesso tra il destino di morte toccato alla linea femminile della sua famiglia e l’ascesa del nazismo, non è difficile trovare un’interpretazione ante-litteram del tema della genealogia femminile, che emergerà nel pensiero e nelle pratiche politiche del femminismo qualche decennio dopo.

Charlotte Salomon costruisce quindi la superficie del suo racconto con estrema naturalezza ma riesce a far scorrere al di sotto, del tutto coscientemente, una elaborazione concettuale articolatissima. Se teniamo conto che questa è anche la grande sfida delle avanguardie di quegli anni, possiamo concludere che non solo c’è riuscita in modo magistrale ma dobbiamo anche riconoscerle il merito di aver dato prova che l’espressione artistica può essere disincagliata dall’estetismo, malattia endemica alla produzione maschile di ogni epoca.

Nella bella intervista su Rai 3, trasmissione “A3 il formato dell’arte” di sabato 1 aprile 2017 ore 10.50 possiamo ascoltare il curatore della mostra milanese Bruno Pedretti intervistato da Elena Del Drago, e l’intervista a Airin Faber conservatrice presso il  Museo Storico Ebraico di Amsterdam, che ci parlano di lei e della sua grandezza.

Charlotte Salomon nasce a Berlino il 16 aprile 1917 da una famiglia borghese ebrea molto colta e agiata. La madre era infermiera e pianista amatoriale; il padre medico universitario, si risposerà, dopo la sua morte,  con una famosa  cantante d’opera. La formazione di Charlotte è completamente immersa nella cultura e nell’arte, pertanto è naturalmente portata ad imboccare, dopo il liceo, la strada artistica. Frequenta dal 1935 al 1938, unica allieva ebrea ammessa, l’Accademia di Belle Arti di Berlino, ove sarà premiata e stimata. Nel 1939 lascia la Germania per rifugiarsi dai nonni materni a Villefranche-sur-Mer, vicino Nizza dopo la terribile “notte dei cristalli”. Qui, nel 1940, a seguito del suicidio della nonna, scopre che anche la madre, tempo addietro, e la giovane zia di cui aveva preso il nome, erano anch’esse morte suicide. La terribile rivelazione, insieme alla drammaticità degli eventi che gravavano sulla sua sorte di perseguitata la spinge a concepire e realizzare la sua grande opera autobiografica, “Vita o Teatro?”.Ultimato da pochi mesi l’immenso lavoro, a fine settembre 1943 Charlotte viene arrestata insieme al marito e condotta ad Auschwitz, dove il 10 ottobre 1943, incinta di alcuni mesi, giunge nel campo di sterminio dove incontra la morte. I familiari di Charlotte salvarono il grande lavoro e decisero di affidarlo dapprima al Rijksmuseum di Amsterdam. Successivamente, nel 1971, l’opera passò al nuovo Jewish Historical Museum della stessa città, dove è tuttora conservata a cura della Fondazione Charlotte Salomon, e dal quale parte periodicamente per esser esposto.

(https://eredibibliotecadonne.wordpress.com/  17 giugno 2017)

di Umberto De Giovannangeli

Intevista Huffpost a Mairead Corrigan Maguire, premio Nobel per la Pace nordirlandese

“Gaza sta morendo nel silenzio complice della comunità internazionale. Oltre 1.800 milioni di persone, il 56% minorenni, sopravvivono in una immensa prigione a cielo aperto, completamente isolata dal mondo. È una condizione disumana che nulla ha a che vedere con il diritto alla difesa invocato e praticato da Israele per giustificare un embargo che dura ormai da oltre dieci anni. Le punizioni collettive sono contrarie al diritto internazionale e alla stessa Convenzione di Ginevra. Faccio appello alle Nazioni Unite perché intervengano per porre fine all’embargo. Solo così Gaza potrà tornare a vivere e i suoi giovani a immaginare un futuro”. A parlare, in questa intervista esclusiva rilasciata all’Huffington Post, è Mairead Corrigan Maguire, Premio Nobel per la Pace nordirlandese, presidente della Nobel Women’s Iniziative, l’organizzazione composta dalle done che hanno ricevuto questo prestigioso riconoscimento. “Negli occhi dei bambini di Gaza – dice Maguire all’HP – ho visto dolore, smarrimento, paura. In tanti hanno conosciuto solo guerra, morte, distruzione. A questi bambini è stata rubata l’infanzia e a molti di loro la vita stessa. In questo contesto, come si può pensare di predicare il dialogo e scegliere la pace?”.

Le Ong che operano ancora a Gaza hanno lanciato un appello disperato: a Gaza manca tutto, l’elettricità, i medicinali, con l’arrivo dell’estate si fa sempre più immanente il rischio di epidemie di tifo…

“È una situazione disperata, prodotta in massima parte dall’embargo imposto da Israele e che dura ormai da oltre dieci anni. Dieci anni d’inferno, di guerre, di distruzione. Israele ha il diritto a difendersi, ma ciò che sta subendo la popolazione civile della Striscia Diga va ben al di là di un eccesso di legittima difesa. Siamo di fronte a punizioni collettive che vengono inflitte indistintamente a civili e miliziani, e che colpiscono soprattutto i più deboli: i bambini, gli anziani, i malati. A Gaza è razionata l’elettricità, le fogne sono a cielo aperto, negli ospedali comincia a scarseggiare il plasma e per i più piccoli il latte in polvere. Questo non è diritto di difesa, questo è un crimine contro cui ogni coscienza libera dovrebbe ribellarsi in nome dell’umanesimo che è un valore che appartiene a tutti e che tutti dovrebbero praticare, come più volte ha ripetuto Papa Francesco”.

Israele imputa ad Hamas la responsabilità di questa situazione.

“Sono da sempre fautrice della disobbedienza civile e della resistenza non violenta. Ho vissuto gli anni terribili della guerra in Ulster e la mia famiglia ha pagato un prezzo pesantissimo in quel conflitto. Ho imparato allora la potenza del dialogo, dell’unirsi per chiedere pace, perché l’altro da sé non venisse visto come un nemico ma come qualcuno con cui incontrarsi a metà strada. Ma Israele sta abusando della sua forza, e nel farlo commette un grave errore…”.

Quale?

“Quello di illudersi che la pace e la sicurezza possano essere garantite e preservata dalla forza militare. Non è così. La pace, per essere davvero tale, deve coniugarsi con la giustizia. Senza giustizia non c’è pace. E non c’è pace quando un popolo è sotto occupazione, quando viene derubato della sua terra o segregato in villaggi-prigione. Quello palestinese è un popolo giovane, e intere generazioni sono nate e cresciuto sotto occupazione, passando da un conflitto all’altro, senza speranza, con la sola rabbia come compagna. E dove c’è rabbia, dove la quotidianità è sofferenza, è impossibile che cresca la speranza”.

Lei ha visitato più volte Gaza e altre volte è stata respinta da Israele. Come ci si sente nei panni di “nemica d’Israele”?

“Quei “panni”, per usare la sua metafora, io non li ho mai indossati. Ho imparato sulla mia pelle cosa significhi discriminazione e odio. Io mi sento amica d’Israele e un amico vero è quello che prova a convincerti che stai sbagliando, che proseguendo su una certa strada finirai male. E’ questo che provo a dire agli israeliani: riconoscere il diritto dei palestinesi a uno Stato indipendente, al fianco del vostro Stato, porre fine all’embargo a Gaza e alle inumane punizioni collettive, è fare onore a voi stessi, alla vostra storia. È investire su un futuro di pace che non potrà mai essere realizzato con le armi. Lo ripeto: non si può spacciare l’oppressione come difesa. Questo è immorale. La colonizzazione non favorisce la pace, ma alimenta l’ingiustizia. Da tempo nei Territori vige un sistema di apartheid e denunciarlo non significa essere “nemica d’Israele” e tanto meno anti semita. Significa guardare in faccia la realtà”.

La questione palestinese sembra essere uscita dall’agenda dei leader mondiali, concentrati sulla lotta al terrorismo dell’Isis.

“È terribile il solo pensare che per “far notizia” si debba usare l’arma del terrore. E’ una cosa terribile, contro cui continuerò a battermi in ogni dove. La violenza è un vicolo cieco, un cammino insanguinato. Ma cinque milioni di palestinesi non sono diventati tutto ad un tratto dei “fantasmi”. Non si sono volatilizzati. Continuano a vivere sotto occupazione e sotto un’apparente “tranquillità” cresce la rabbia, la frustrazione, sentimenti sui quali possono far presa gruppi estremisti. Per questo occorre rilanciare il dialogo dal basso, favorire le azioni non violente, la disobbedienza civile, e in questa pratica unire palestinesi e israeliani, musulmani, cristiani, ebrei, come riuscimmo a fare noi in Irlanda del Nord, marciando insieme cattolici e protestanti. E poi c’è la diplomazia, la politica, che è fatta anche di atti simbolici che possono avere in prospettiva un grande peso”.

Un atto del genere quale potrebbe essere a suo avviso?

“Il riconoscimento dello Stato di Palestina. Un atto politicamente forte, che faccia rivivere l’idea di una pace fondata sul principio “due popoli, due Stati”. Sarebbe un bel segnale se fosse l’Europa, come Unione e non solo come singoli Paesi membri, a rilanciare questa prospettiva. In nome di una pace nella giustizia. La pace vera. Un mondo senza guerra e violenza è possibile”.

Huffpost, 17 giugno 2017

di DUODA

Sono disponibili in UBTV le registrazioni del Dialogo magistrale con María-Milagros Rivera Garretas Treinta años de docencia libre en Duoda (Barcellona, 5 maggio 2017) e del XXVIII Seminario pubblico internazionale di Duoda Soñar la casa y sus fantasmasSomiar la casa i els seus fantasmes, con Laura Mercader Amigó, La genealogía femenina de la casa natal; e Monica Farnetti, En la morada quieta, tejiendo y riendo. La casa en los recuerdos de infancia de las escritoras (Barcellona, 6 maggio 2017). Vai a:

http://www.ub.edu/ubtv/video/httpsvimeo-com217757489

http://www.ub.edu/ubtv/video/httpsvimeo-com217757736

http://www.ub.edu/ubtv/video/httpsvimeo-com217779702

http://www.ub.edu/ubtv/video/httpsvimeo-com217757222


(Duoda, 19 maggio 2017)

di Graziella Bernabò

 

Una rivoluzione tuttora in progress. Una fitta rete di relazioni – prima di tutto quella tra una madre e una figlia – e una pratica di scrittura condivisa sostengono il racconto di cinquant’anni di femminismo.

Marina Santini e Luciana Tavernini (a cura di), Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua, Il Poligrafo, Padova 2015, Euro 20.00

La storia di cinquant’anni di movimento delle donne raccontata dal di dentro e in una prospettiva di futuro è l’impostazione di Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua. Si tratta di un ampio volume che ha preso le mosse dalla mostra Noi utopia delle donne di ieri, memoria delle donne di domani, presentata alla Società Umanitaria di Milano nel 2006 ed esposta in varie città italiane ed estere.

Un libro ricco, documentato senza essere pedante, corredato da un centinaio di fotografie, quasi tutte inedite, che, come in uno spartito, intreccia la narrazione con la voce di femministe storiche, da Luisa Muraro a Bia Sarasini, da Lea Melandri a Letizia Paolozzi, da Lia Cigarini a Marisa Guarneri, oltre a quella di artiste, editrici, operaie, sindacaliste, insegnanti, scienziate, donne di ambiti e età diverse. Si tratta di testimonianze raccolte in parecchi anni di lavoro, piccoli racconti di esperienza che rivelano aspetti poco conosciuti del “femminismo della libertà”. Una rivoluzione che ha sostanzialmente cambiato sia l’immaginario sociale sia la vita concreta delle donne (e, di riflesso, anche quella degli uomini) in termini di libertà, agio e civile costruzione di vita.

Il libro non intende essere esaustivo e si differenzia in modo netto dai resoconti storici tradizionali. Nell’introduzione le curatrici precisano infatti di aver voluto evitare la sovrapposizione di un sistematico e asettico «censimento del femminismo italiano» alla storia concreta delle donne, perché il loro intento era piuttosto quello di ricostruirla attraverso il racconto, certamente parziale ma autentico e vivo, di donne e qualche uomo che hanno vissuto quelle vicende in prima persona.

Tutto parte dalla polemica di una figlia nei confronti di una madre da sempre attiva nel mondo delle donne, la quale decide di scriverle una lunga lettera in cui racconta la propria esperienza di femminista all’interno del movimento. A questo filo narrativo si intreccia, come già accennato, la variegata serie delle testimonianze e delle fotografie.

Il libro è suddiviso in quattro capitoli dai titoli molto significativi. Il primo, Le parole per dirlo, dal libro di Marie Cardinal, è dedicato al nuovo linguaggio per significare la realtà femminile senza tradirla con le stereotipie tradizionali. Il secondo, Noi e il nostro corpo, riguarda argomenti come la differenza tra liberazione e libertà sessuale, la contraccezione, il divorzio, la depenalizzazione e la legge sull’aborto, la violenza maschile contro le donne. Il terzo, Le tre ghinee, mette in evidenza i luoghi della libertà delle donne, dai collettivi all’imprenditoria femminile, al teatro, al cinema… Il quarto, Immagina che il lavoro, rinvia al titolo di un manifesto del 2009 – scritto a più mani e pubblicato dalla Libreria delle Donne di Milano – e tratta temi come la conciliazione tra lavoro e maternità, le esperienze delle “150 ore” per casalinghe e operaie, l’ingresso massiccio delle donne nella scuola e la pedagogia della differenza sessuale, le lotte delle operaie sui tempi, la salute, il part time e molto altro. Il discorso è dunque centrato su quattro temi essenziali: parola, corpo, luoghi, lavoro.

L’impressione determinata dal libro non è di nostalgia ma di forza e fiducia. A maggior ragione perché le testimonianze riguardano anche donne più giovani che mostrano di non aver disperso l’eredità delle loro madri, così come mostra di comprenderlo, strada facendo, la figlia a cui la madre indirizza il proprio racconto. A poco a poco capisce infatti che la qualità della propria vita – dalla libera scelta degli studi e della professione da intraprendere al controllo delle nascite alla collaborazione domestica con il partner, alla possibilità di un protagonismo anche al di fuori della famiglia – sarebbe stata ben diversa senza il femminismo; e sviluppa, interloquendo anche con un’amica della madre, un interesse sempre più vivo per l’azione delle donne, soprattutto nell’ambito del lavoro, perché è proprio in questo capitolo che è lei a prendere la parola. Si rende perciò progressivamente conto non solo dei risultati delle lotte femminili nei campi più vari, ma anche del significato che hanno avuto pratiche di gruppo, come l’autocoscienza, e duali, come l’affidamento con riconoscimento dell’autorità femminile. Percepisce quindi che la vera libertà di ogni donna non nasce da un percorso solitario, ma da una concreta e fattiva relazione con le proprie simili.

D’altra parte, alla base del lungo e articolato lavoro delle stesse curatrici, si intravede una pratica viva di relazioni, riguardante sia il loro rapporto con le molte donne da loro interpellate e con alcuni uomini– sia quello stesso legame di stima e affetto che le ha portate, in un reciproco affidamento, a una scrittura sempre condivisa. Da qui il tono fermo, ma caldo e cordiale, e il senso di apertura alla molteplicità delle esperienze che stanno alla base dell’intero libro e che contribuiscono a determinare, nel corso della lettura, sensazioni piacevoli di gioia e libertà. Un libro che permette di ripercorrere e di ripensare la propria storia e fornisce uno strumento di conoscenza a chi per età o per vicende personali non ha vissuto quegli anni, un ‘oggetto di mediazione’ che consente di aprire un’interlocuzione con le ragazze e i ragazzi su una rivoluzione che ha segnato il ’900 ed è tuttora viva.

(Leggendaria 122, marzo 2017)

di Stefania Tarantino

Recensione al libro di Tristana Dini, La materiale vita. Biopolitica, vita sacra, differenza sessuale, Mimesis, Milano 2016 (145 pp. 16 euro)

Partire dalla vita concreta, dalla fisicità dei nostri corpi, dalle contraddizioni dell’anima e dei nostri più intimi desideri. Pretendere da noi stesse finezza e acutezza di pensiero per distinguere con precisione ciò che si insinua subdolamente in ambiti che non gli competono, smascherare tutto ciò che non si sottopone al vaglio del pensiero critico femminista. Essere ironiche sempre, con noi stesse e con tutto ciò che ci appare pesante, grigio, monotematico, triste. Congedarsi da coloro che si presentano troppo sicuri di sé e che pretendono “ancora” di parlare al nostro posto perché, in fondo, sappiamo che non hanno mai fatto i conti con il sudore dell’intelligenza, con il tarlo del dubbio, con le incertezze che da sempre sono la linfa vitale di ciò che siamo e sappiamo. Chiedere che i libri trasudino di vita, che sprigionino quel qualcosa di vero che ci tocca l’anima e che a tratti sentiamo di poter toccare addirittura con mano. Fare in modo che le letture che ci nutrono ci trasformino e ci aprano altre possibilità, prima di allora impensabili e invisibili, e che ci rendano talmente forti e coraggiose da mantenere sempre alta la nostra capacità di aprire conflitti laddove l’uniformità ci schiaccia su modelli che ci tolgono il respiro e la libertà di essere pienamente noi stesse. Ecco, sono queste le prime cose che mi sono venute alla mente e al cuore nella lettura che ho fatto dell’ultimo libro di Tristana Dini. Un progetto lungo, faticosamente portato a maturazione, perché nato all’interno di una relazione interrotta dalla scomparsa improvvisa e prematura di Angela Putino, e che, nonostante questo, è riuscito a sprigionare quella forza femminile che, ad Angela, è stata sempre così cara. Questo libro fa ordine nei nostri pensieri in un momento di grande confusione e spaesamento, ci invita a fare esercizi di complessità e densità attraverso una ricognizione attenta delle varie produzioni femministe degli ultimi quarant’anni ma, allo stesso tempo, mettendole in relazione ai cambiamenti economici e politici che nel frattempo si sono imposti. La congiunzione sempre verde e sempre attuale – se solo pensiamo alla recente elezione di Trump che riporta alla ribalta l’immagine vincente dell’uomo bianco, ricco, proprietario – di “ordine sovrano, statale” e “ordine simbolico” mostra la difficoltà di voltare pagina e di trasformare il nostro modo di pensare e, direi anche, di cambiare la nostra stessa “forma” di vita. Ancora facciamo i conti con situazioni che sembravano superate, poiché esistono barriere profonde che ci obbligano a non abbassare la guardia e a fare un lavoro culturale, politico, istituzionale che sia capace di andare al cuore delle questioni. Ecco perché la differenza sessuale trova, in questo libro, un posto di assoluto rilievo. È a partire dal suo punto di avvistamento che l’autrice muove una critica serrata alla biopolitica e alla questione della sacralità della vita nella lunga tradizione teologico-politica dell’Occidente che conosciamo. La differenza sessuale, scrive Tristana Dini, è sì sempre partita dalla biologia ma per andare oltre. È, infatti, una questione che attiene al simbolico, al linguaggio, alla conoscenza, alla percezione che abbiamo di noi stesse/i. Riprendendo Ida Dominijanni, l’autrice fa sua l’idea che è il principio del non uno all’origine del soggetto a mettere al centro quella dis-unità incarnata che offre una nuova visione della soggettività. La rottura del principio dell’uno porta con sé la rottura del principio del due che non è altro che una contrapposizione speculare alla logica dell’uno. Si tratta allora di disinnescare l’opposizione binaria patriarcale per dare vita a un nuovo modo di pensare e di agire. Questo modo altro è il movimento che Tristana Dini riconosce al pensiero della differenza sessuale, un pensiero che ha messo radicalmente in discussione – certo non senza difficoltà – quella congiunzione di ordine sovrano e di ordine simbolico. Il taglio della differenza si riferisce all’eccedenza di una differenza che ha sempre cercato di sottrarsi a questa infelice congiunzione. L’autrice sa bene e lo scrive con grande chiarezza che c’è una linea sottile, terribilmente ambigua, che produce fraintendimenti, furti, sovrapposizioni e, direi anche, falsi amici (nel senso proprio della traduzione di alcune lingue neolatine molto vicine e similari). Sempre più spesso accade che l’operatività femminile, le sue più intime qualità (in senso arendtiano) siano fagocitate da qualcosa che ne distorce il senso e la portata, ma, nonostante questo, oggi come ieri, c’è sempre “un piccolo frammento di inaddomesticato” (Putino) che riesce a non farsi afferrare e che, nel corso del tempo, è stato letto come follia, isteria, eresia (Irigaray) dalle grandi strutture di potere repressivo ecclesiastiche e laiche. Tristana Dini riconosce che è ancora una volta nell’evento della libertà femminile che oggi si produce quel punto di attrito tra biopolitica e democrazia in cui al massimo dell’oggettivazione corrisponde un movimento di soggettivazione teorica e pratica che consente alle donne di non essere più legate alla funzione riproduttiva nel senso di un destino immutabile. Non ne va più di un destino, ma di una libertà. Ne va sempre della libertà femminile. E non è un caso che la peggiore politica maschile, soprattutto quando è in crisi, associ la difesa della sacralità della vita a un volgare e mediocre consumo del sesso femminile.

La genealogia femminile che oggi esiste e fa storia trasmette il senso di questo frammento, di questa intima eccedenza che consente di valicare i confini del sé, di scompigliare il simbolico dominante, di portare disordine in un ordine imposto con la forza. È quel felice sconfinamento che tempo addietro ha consentito alle donne di non stare più nel posto che era stato loro assegnato e che ha permesso di disobbedire sia alla legge del padre che a quella del potere.

Il potere usa giochi di prestigio, lavora su meccanismi psichici profondi e mette in atto veri e propri “trucchi” per citare ancora Ida Dominijanni, che ci imbrogliano facendoci credere che alcune cose siano interscambiabili, equivalenti, che siano la stessa cosa. Ma così non è. Solo attraverso un costante esercizio di autoriflessione su noi stesse, sul mondo, sulla pluralità di relazioni che viviamo ogni giorno, possiamo schivare il pericolo di ritrovarci in luoghi in cui non siamo e in parole in cui non ci riconosciamo (Lonzi). Anche in quelle che sembrano così vicine a noi come, ad esempio, alcune parole filosofiche maschili del Novecento che, troppo spesso, hanno metaforizzato la “differenza femminile”, per smantellare e criticare l’impianto tradizionale della filosofia occidentale. Qui Tristana Dini mette in luce come questa differenza sia stata proposta come posizione alternativa al logocentrismo maschile, come prospettiva decostruttiva rispetto ad essa, ma ripresentandola senza riferimento alle donne reali e ai loro corpi incarnati. Parlare dei corpi reali significa invece per l’autrice parlare di quel volto, di quella voce, di quello stile, di quel chi unico e irriducibile ad altro che ci sta davanti e che riconosciamo, sentiamo, vediamo.

Questo riguardo per la singolarità, la parzialità, l’unicità, scaturisce dal “semplice” fatto che la soggettività femminile è sempre dentro, visceralmente intrecciata, a una dimensione relazionale in cui la vulnerabilità è l’espressione massima della fragilità ontologica della creatura umana. Le donne hanno un sapere profondo della vita, della conformazione attiva e passiva della soggettività umana, delle sue luci e delle sue ombre. Ecco perché a questa indebita appropriazione si tratta di rispondere oggi rimettendo al centro le donne reali, il chi, il volto e la parola di donne in carne ed ossa, la portata enorme che la loro “materiale vita” può avere sul presente e sul futuro.

Ma stando sempre molto attente perché il punto critico è che è proprio questa materiale vita ad essere sotto attacco dalla biopolitica. La biopolitica, infatti, ha capito fin troppo bene il grande valore di questa soggettività relazionale e il profitto che da essa si può ricavare. Sempre più la biopolitica si insinua subdolamente nelle relazioni asimmetriche di potere ma pervertendo la portata simbolica, affettiva, che c’è dietro di esse. Se l’economia ha fatto leva sul lavoro implicito delle donne ma senza mai riconoscerlo come un lavoro in quanto tale, oggi, invece questo è pienamente riconosciuto e diventa addirittura marketing.

Il paradigma politico classico si è fondato su quella logica binaria che ha reso invalicabile il confine tra zoé e bios, tra una nuda vita senza forma e una forma di vita specificamente umana. La nuda vita ha rappresentato da sempre tutto ciò che l’essere umano aveva in comune con gli animali e che lo legava all’orizzonte della necessità e del bisogno di sopravvivenza, mentre la vita sacra era la sola vita degna di essere vissuta poiché era l’unica vita in grado di essere guidata razionalmente e di abitare lo spazio politico. Il pensiero femminista ha mostrato però che la dimensione della zoé non può essere scissa da quella del bios e che è da come imposteremo il rapporto tra queste due dimensioni della vita che potrà aprirsi un nuovo scenario per il futuro.

Ora, vorrei concludere con due riferimenti che hanno a che fare con un possibile nuovo scenario: il primo, seppur estraneo al libro, è relativo a un passo di Cristina Campo che dice che con un cuore legato non si entra nell’impossibile, non si scardinano i rapporti, gli ordini sovrani e patriarcali che ci tengono in pugno, perché il cuore è l’elemento fisico della percezione ed è la materia prima dell’esistenza, l’organo misterioso di presagi e corrispondenze. Il secondo riferimento è la conclusione dell’introduzione scritta a quattro mani da Angela Putino e Tristana Dini in cui leggiamo: “Spazzare via qualunque affinità tra la biopolitica e la maniera in cui la donna conduce il vivente per poter riconcettualizzare che cosa significhi da parte di una donna il discorso sull’amore, sull’eros e come questo costituisca in effetti la più reale alternativa alla dimensione programmata della cura del vivente proposta dalla biopolitica”.

La confusione svanisce, l’ambiguità si dissolve, il vicolo non è più cieco e il lavoro da perseguire ci sembra molto più chiaro.

(Singolarità, parzialità, unicità
(Leggendaria 122, marzo 2017)

di Umberto Varischio

La recente campagna elettorale per le amministrative non ha certo acceso passioni durevoli; nel giro di pochi giorni i risultati sono stati digeriti e accantonati, almeno sino ai ballottaggi.

La notizia che più mi ha rattristato è stata la non conferma di Giusy Nicolini come sindaca di Lampedusa e Linosa. Il panorama politico italiano vede penalizzata una delle figure che più si era mossa, non solo con dichiarazioni ma con pratiche politiche e amministrative, per l’accoglienza.

Ma se si vanno a leggere i risultati elettorali, un dato balza all’occhio: la sconfitta non è dovuta a una sostanziale perdita di consenso. Anzi, vista anche la diminuzione del 2,7% dell’affluenza, il giudizio positivo nei suoi confronti è rimasto sostanzialmente invariato (955 voti presi contro i 1005 del 2012). La causa sembra essere la redistribuzione degli altri voti che l’hanno condannata alla terza posizione nello scrutinio.

Non sono in grado d’individuare una ragione preminente per questa sconfitta: Nicolini la imputa a problemi interni al suo partito. Leggendo i numeri dell’elezione è molto probabile che abbia ragione. Lei si è ben guardata dal polemizzare e si e’ ritirata accettando la sconfitta immeritata.

Non voglio però perdere la speranza che le molte donne e uomini di Lampedusa, che le hanno confermato la fiducia e condividono le sue idee, la accompagnino verso una responsabilità nazionale in cui siano riconosciute e messe a frutto le sue innegabili competenze e capacità.

(www.libreriadelledonne.it, 15 giugno 2017)

di Valerio Cataldi

La legalità rende nervosi. Ascesa e sconfitta di una donna coraggiosa: Giusi Nicolini

L’isola dei conigli è il posto più bello del mondo, ma non è sempre stato così. C’era un tempo neanche troppo lontano in cui su quella spiaggia dove le tartarughe oggi indisturbate depositano le loro uova, c’era una folla di pulmini bar, di quelli che fanno panini, vendono asciugamani, sparano musica a tutto volume. La discesa a mare che ora si percorre su stradine in roccia curate nei dettagli, era devastata dalle macchine che facevano avanti e indietro. Un caos infernale e polveroso che nulla aveva a che vedere con quel paradiso che è oggi.

L’isola dei conigli è così come il mondo la conosce oggi solo grazie all’ostinata determinazione di una persona, una donna che si chiama Giusi Nicolini. L’ha difesa e ricostruita quella spiaggia, dall’invasione abusiva di straccivendoli che le contestavano il torto di preoccuparsi della “legalità” e non di loro che restavano disoccupati. Partivano minacce e attentati incendiari contro quella donna che si riempiva la bocca di legalità, questa parola ingiusta che rubava occasioni di lavoro.

La storia di Giusi Nicolini è legata a questo rimprovero che una parte dell’isola di Lampedusa le ha fatto nel tempo. Questa parola, la legalità, “ma perché deve essere così importante?”.

Era responsabile dell’area marina protetta all’epoca, e quella parola, che per alcuni non aveva valore, ha continuato a guidare le sue azioni, fino ad oggi.

Una delle ultime contestazioni riguardava il campetto di calcio. Un campo abusivo costruito senza nessun tipo di autorizzazione come buona parte delle case, costruite su quell’isola abusivamente, e poi condonate, “sanate” dice qualcuno come se davvero si potesse guarire la deturpazione di un luogo incantato come quell’isola. Quel campo il sindaco doveva “sanarlo” dicevano attribuendole poteri sterminati, e se non lo faceva era perché pensava ai clandestini invece che ai bambini di Lampedusa. Quella donna si riempiva la bocca di quella parola “legalità” che impediva di fare una cosa buona per i bambini dell’isola.

Un giorno i carabinieri, la guardia di finanza e la guardia costiera fecero una operazione di controllo sulle spiagge dell’isola. Era pieno di abusivi, gente che occupava le spiagge con decine di ombrelloni senza nessuna regola, senza rispettare alcuna regola. Le forze dell’ordine sequestrarono ombrelloni, denunciarono persone e si formò un capannello fuori dal comune. Gli abusivi pretendevano dal sindaco che ripristinasse il dis-ordine, la accusavano di aver mandato la polizia sulle spiagge. Atteggiamenti minacciosi, parole grosse. La mia telecamera registrò una esplicita minaccia di morte.

La legalità non è ben vista in certe occasioni, rende nervosi. E a volte porta sigilli. Sul municipio ad esempio, oggetto di lavori abusivi dell’amministrazione che ha preceduto Giusi Nicolini, che non è ancora stato possibile ripristinare.

Gli uffici del comune a Lampedusa hanno una sistemazione provvisoria. E adesso la stanza del sindaco è vuota, senza quei premi internazionali con cui il mondo ha voluto celebrare un simbolo di accoglienza e legalità. Giusi Nicolini si ritira in buon ordine, ha perduto le elezioni e con lei lascia quell’ufficio il sogno di una opportunità di giustizia e di legalità. Il sogno che restituiva dignità alle persone e che insegnava al mondo intero il significato della parola accoglienza dal centro del Mediterraneo. Gli annunci del nuovo sindaco Salvatore Martello detto Totò, fanno capire che si cambia rotta, che le parole d’ordine saranno altre, che quell’isola tornerà ad essere come era stata.

Una donna coraggiosa come Giusi Nicolini avrà certamente altre occasioni per fare cose importanti, ma io che sono di parte e sono orgoglioso di esserlo, mi sento già un po’ più povero.

Dalla finestra dell’ufficio del sindaco di Lampedusa, si può guardare crescere un piccolo prato d’erba battuta. È l’inizio del nuovo campo di calcio che la giunta Nicolini è riuscita ad ottenere. Un campo legale e legittimo, che rispetta le regole, sul quale giocheranno i bambini di Lampedusa. Magari insieme a qualche “clandestino”.

(www.articolo21.org, 12 giugno 2017)

 

 

In occasione della terza edizione di un ciclo intitolato “Meraviglie filosofiche” al Palazzo Ducale di Genova (novembre 2016)

Materialità della vita e nascita, neoliberismo e politica del simbolico, sessualità e mercato, organizzazione del lavoro e femminismo, partire da sé e impersonale.

Ne abbiamo parlato con Tristana Dini e Stefania Tarantino a partire da La materiale vita. Biopolitica, vita sacra, differenza sessuale di Tristana Dini (Mimesis 2016) e La teoria non è un ombrello. Dieci anni di AdATeoriaFemminista 2006-2016, curato da Stefania Tarantino, Tristana Dini, Nadia Nappo, Lina Cascella (Orthotes 2017). Introduce Laura Colombo

di Arianna Di Genova

Intervista. Un incontro con l’artista iraniana al Museo Correr per presentare la serie «My Home in My Eyes». «Sono una nomade anch’io. Quando sei un’immigrata, cerchi di far somigliare a casa ogni spazio dato, salvo poi tornare indietro e non riconoscersi più in quella società lasciata molti anni prima»

 

Quando ha visitato Baku per la prima volta, Shirin Neshat è rimasta colpita dalla forte somiglianza di quella città dell’Azerbaigian con l’Iran natale, così come lo ricordava dai tempi della sua infanzia, prima che la Rivoluzione islamica cancellasse identità, culture e tradizioni, cambiando i connotati del suo paese.
Oltretutto, Baku non è un luogo alieno dalla sua storia famigliare: madre e marito hanno radici ben salde in quella terra e a lei è stato chiesto, nel 2015, di inaugurare con una sua mostra personale lo Yarat Contemporary Art Centre – grande edificio dedicato ai talenti emergenti, situato vicino al porto, con un affaccio sul mar Caspio. Neshat allora colse subito la sfida e si mise al lavoro per la serie The Home of My Eyes, che oggi ritroviamo in Europa, al museo Correr di Venezia, in una teoria di ventisei ritratti fotografici (su cinquantacinque del progetto completo) emigrati in Laguna.

La mostra è un evento collaterale della 57a Biennale di Venezia – a cura di Thomas Kellein – e comprende anche il film Roja (parte della trilogia dedicata ai Dreamers), una visione onirica che diviene la scenografia inconscia dove consumare dolorosi esili esistenziali o riconciliazioni a lungo inseguite. Il disorientamento e lo sradicamento narrato dal video nascono da un sogno ricorrente in cui nel deserto, prima lontana poi sempre più vicina, appariva all’artista sua madre, rivelandosi poi una figura inquietante. «I sogni possiedono un potere indicibile. Quando li si sperimenta, siamo nudi e liberi. Sono sempre in contatto con la realtà, rimandano a luoghi a noi famigliari ma la loro logica è frammentata, poco sensata, condivide le paure dell’anima e della parte più oscura di ognuno di noi…».

In The Home of My Eyes, uomini, donne e bambini di Baku e appartenenti a differenti generazioni, circondano come una corona di sguardi ed emozioni una Madonna lignea del Trecento italiano che apre il suo manto facendosi corpo-architettura, dimora accogliente verso lo «straniero». Quell’arazzo di volti offerti al visitatore sono un crocevia tra Oriente e Occidente, essenzialmente ripercorrono la cartografia di un paese, l’Azerbaigian, che però si fa «mondo» intero.
Frontali, quasi icone bizantine, i soggetti tutti vestiti di nero – come d’altronde l’artista che negli anni ha mantenuto un’eleganza minimale, la sua esile fisicità e il magnetismo degli occhi sottolineati col kajal – sono immortalati in una posa rituale, compiono un gesto di preghiera ma anche di raccoglimento intimo. Qualcuno ha le mani congiunte, qualcun altro, come Malaksima, preferisce far scivolare le dita fino al cuore. Pochi accennano a un sorriso. Il momento è austero.

 

L’importante nel rendere ognuno testimone del proprio tempo era superare il disagio che coglie chi è sottoposto all’implacabile indagine dell’obiettivo e generare nuove empatie attraverso la pratica dell’ascolto e del rispetto.

«Ho volutamente fotografato i miei soggetti in maniera uniforme. Operai, nonne, studenti, persone di etnie diverse dovevano rispondere a una serie di domande sul concetto di casa», spiega Neshat. In senso personale e collettivo. «Sono una nomade anch’io. Quando sei un’immigrata, cerchi di far somigliare a casa ogni spazio dato, salvo poi tornare indietro e non riconoscersi più in quella società lasciata molti anni prima». La casa, allora, non è che un’utopia.
L’impronta da ricercare è quella di El Greco e delle sue tavole religiose, ammirate a Toledo, mentre l’idea per la galleria di ritratti era quella di esprimere una storia solo attraverso i gesti, le posizioni del corpo, l’ascendente dello sguardo: all’inizio, il progetto prevedeva una installazione con sole sette immagini, poi è diventato più corale, si è trasformato in una sorta di «coreografia», come ama definire il suo lavoro lei stessa.

 

Sulla pelle delle persone ritratte, leggerissime, scorrono alcune frasi, le parole «silenziate» dalle immagini. Sono brani di storia individuale, confessioni raccolte dall’artista mescolate ai versi di un poeta persiano, Jamal al-din Nizami Ganjavi (il rapporto strettissimo fra immagine e testi lo si può riscontrare fin dagli albori dei cicli di Neshat e conserva sempre il suo sapore resistenziale). Ma ci sono qui anche i frammenti «diaristici», che gli individui rappresentati hanno affidato all’interlocutrice liberamente nella loro lingua – azero, russo, armeno – e che lei ha tradotto in inglese e poi in farsi, per riconsegnarli in stampe ai sali d’argento sui volti, le braccia, le mani, sfocandoli nella lente della nostalgia.
Filmmaker oltre che artista (con il suo Donne senza uomini nel 2009 – basato sul romanzo proibito di Shahrnush Parsipur – vinse il Leone d’argento al festival del cinema di Venezia), Shirin Neshat vive a New York dalla metà degli anni Settanta, ma torna spesso in Iran, portando con sé il suo sguardo ormai di forestiera. Alle spalle ha una lunga carriera imperniata su una coerenza difficile da rintracciare altrove. Fin dalle sue Women of Allah – donne in chador che puntavano pistole e rimappavano i confini delle icone della sottomissione con un atteggiamento da guerrigliere – indaga il bilico tra tradizione e modernità, mettendo al centro del suo mirino il fondamentalismo islamico.
Lo fa da tempi non sospetti, preconizzando i drammatici risvolti ultimi della storia e spingendo il pubblico dentro un teatro degli opposti mai pacificato (di genere, religione, etnia). Disegna in modo smaliziato geografie sentimentali in perenne movimento e così riesce a sfuggire agli stereotipi, tenendo bene a mente anche Said.
Le sue fotografie prediligono il bianco e nero, colonizzano l’immaginario con la forza di quei due (non) colori e subiscono metamorfosi inaspettate. Come quando mutano pelle evolvendo in poesie visive e facendo scorrere in corpi-pergamene la trama letteraria (e politica) di un paese dalla cultura sterminata come l’Iran.

(il manifesto, 2 giugno 2017)

di Luisa Muraro

 

Sono d’accordo con il messaggio Ai Pride firmato da Francesca Izzo, Aurelio Mancuso e altre/i, tranne che in un punto, dove si dice: “non è stato finora possibile un reale dibattito culturale”. Secondo me, il dibattito sulla procreazione umana è in corso ed è reale, possiamo migliorarlo, certamente, così come intende fare il messaggio stesso, al quale, ripeto, io aderisco.

Nel dibattito che è in corso, il gesto di Cristina Gramolini dell’ArciLesbica, che ha rifiutato la sua adesione al Roma Pride ha un suo preciso valore. La sua è una presa di posizione dotata di autorità. Quando si parla di maternità, c’entra il corpo femminile e la parola delle donne ha una precedenza che gli uomini non possono non riconoscere.

I gay, che sono gli inventori del Pride, hanno lottato e ancora lottano per essere visibili, rispettati e non discriminati. A questo scopo, che trovo sacrosanto, hanno reclamato dei diritti. Il diritto di sposarsi tra uomini sarebbe indispensabile allo scopo? Ho dei dubbi, mi pare una forzatura controproducente. Ma che cosa dire sulla pretesa che hanno queste coppie di diventare feconde usando tecniche mediche che avevano altri scopi, e corpi femminili più o meno consenzienti? Questo non è un diritto. Qui siamo in presenza di una volontà maschile che minaccia diritti di donne e bambini. Questa volontà mi pare una versione postmoderna di quella volontà maschile che ha ispirato tante teorie sbagliate e tante leggi ingiuste.

La pratica di ingaggiare un corpo di donna per surrogare la gestazione, è stata criticata da uomini e donne, fra le donne anche e soprattutto da femministe, fra le femministe anche da lesbiche. Una parte del movimento gay, favorevole invece a questa possibilità e abituato ad essere sostenuto dalle femministe, specialmente se lesbiche, non l’ha presa bene. E ci attacca (tra chi si oppone a quella pratica ci sono anch’io). Alcuni sono arrivati a inserire il loro risentimento nei manifesti per la festa che riunisce le minoranze sessuali, il Pride, mescolando le giuste ragioni di questa festa con l’insofferenza per le critiche fatte da donne partecipi delle loro lotte, come Cristina Gramolini. Il messaggio Ai Pride ci invita a evitare la propaganda e a promuovere un vero confronto. Bene. Io aggiungo l’invito a familiarizzarci con l’idea dell’autorità femminile. Per cominciare.

Chi sono io per giudicare i gay? Sono una donna e come tale appartengo all’umanità chiamata a mettere al mondo donne e uomini, gay e papi compresi.

(www.libreriadelledonne.it, 9 giugno 2017)

 

Cristina Gramolini sulla decisione di Arci Lesbica di non partecipare al Pride

Alla richiesta di adesione ricevuta dal Roma Pride pubblichiamo la nostra risposta

Buongiorno,

il vostro documento parla di “una indegna alleanza tra le forze reazionarie e alcuni esponenti del mondo politico-culturale che rivendicano per sé anni di impegno sul fronte dell’emancipazione delle donne. È quanto accaduto, in particolare, con le polemiche riguardanti la gestazione per altri, alimentate da persone che se in passato hanno combattuto in difesa della libertà di autodeterminazione delle donne, al contrario oggi pretendono di limitarla, finendo con il tendere pericolosamente la mano a quello stesso patriarcato per anni avversato”.

Indegna e’ l’indifferenza per la messa al lavoro del corpo riproduttivo femminile su scala globale e neocoloniale, la celebrazione della nascita su commissione, il silenzio sulla lesbofobia che dilaga se una lesbica si esprime in contrasto con le aspettative della comunita’. Lesbofobia non sono solo le botte date a una lesbica perché ha una compagna, lesbofobia e’ anche il disprezzo e la degradazione riservatele come risposta alla sua indisponibilita’.

A nome di ArciLesbica Zami Milano non aderisco al Roma Pride e auspico una riflessione sulla deformazione neoliberale e cioe’ mercantile dell’idea di liberta’, se non si vuole che il movimento lgbt diventi pienamente organico al modello di societa’ sessista e classista in cui viviamo.

Cristina Gramolini
Presidente ArciLesbica Milano

30 maggio 2017

di Paola Mammani

 

Sono una lettrice che ha apprezzato l’ultimo libro di Valeria Parrella, Enciclopedia della donna. Un aggiornamento, e anche la nota che il 5 maggio scorso Luisa Muraro le ha dedicato su questo sito, che assumo e considero assunta da chi mi legge.

Non mi chiedo se è possibile incontrare la protagonista, Amanda, all’università, in un bar o in un’azienda. Lei c’è, esiste, sono io, siamo o siamo state in tante.

Amanda è chiara in quanto a sé, non è un uomo, è «proprio una donna donna, femmina». Io tendo a crederle.

È nata nel 1964, i suoi genitori sperimentano molto del sesso, proprio a partire da quegli anni.

A lei, al riguardo, è stata promesso che «… agli uomini e alle donne piace la stessa cosa: fare l’amore, toccarsi, baciarsi, venire. Allo stesso modo: vogliono tutti la stessa cosa, e siamo liberi». Dunque, dietro i peni, pardon, i cazzi, non ci sono falli, e le vagine non sono oscuri abissi né vasi da fecondare. Amanda vuole dire fica alla fica, parola che manca del tutto nell’Enciclopedia della donna, e pene al pene. Quando il corpo chiama vuole rispondere, «perché se non credi al corpo a cosa altro vuoi credere, nella vita?». Per Amanda non abbiamo un corpo, siamo il nostro corpo, e il potente stimolo sessuale che ci attraversa non va umiliato o negato, ma agito e goduto. Il percorso però è difficile, si rivela pieno di incognite, di trappole tese da uomini che di non essere un mito per la donna con cui fanno sesso proprio non possono accettarlo.

Molte sanno di che cosa si parla. Abbiamo giocato col sesso come fa Amanda, a volte solo eccezionalmente, o abbiamo coltivato per anni o addirittura per decenni l’inclinazione, certo è che in molte abbiamo pensato, notato e annotato ciò che Amanda registra: cioè che il mondo, gli uomini non tengono fede alla promessa.

Si può mantenere un godibile rapporto sessuale, continuare a giocare, solo se si rimane nel presente, senza ingannevoli promesse, senza ipotecare il futuro, con la consapevolezza che il desiderio sessuale prima o poi finisce, che ha una sua parabola discendente che nessun filmetto porno potrà interrompere, questo è un altro caposaldo nel mondo di Amanda. Allora è bene essere libere e pronte ad altri incontri quando il desiderio si spegne.

Nel divertente azzardo della sua vita sessuale, ad Amanda tocca analizzare, scegliere, scartare, più che consumare – la via è lastricata di consigli perché le neofite non restino irretite in spaventevoli e noiosi abbagli.

Spesso gli uomini rimangono amareggiati, disorientati di fronte al suo schietto desiderio di sesso che non si alimenta di facili ammiccamenti, che rifiuta di dispensare accorti apprezzamenti per fare da esca all’ego e al desiderio di lui.

Nell’Enciclopedia lei si batte per i rapporti cui aspira, che non tutte forse troverebbero auspicabili, o per i quali sarebbero disposte a spendere tanta energia, ma che lei desidera ed inventa.

Perché ancora non esiste un mondo in cui non devi cercarlo con il lanternino un uomo, come disse il filosofo e come Amanda sa bene. Non è facile individuare uno che semplicemente accetti di corrispondere per la pura forza del desiderio sessuale. Non è ancora possibile, con gesto libero, suggerito solo dalla gioia di vivere, chiedere e prendere quel che il corpo desidera. Richiede cura e sagacia farlo con leggerezza, senza patemi, poter almeno accarezzare l’idea che così possa avvenire, senz’altro rischio che la scoperta di quel che tu sei, di quel che veramente vuoi, dell’esserci o meno del piacere per te.

Così la nostra, nella sua impervia ricerca, cova sottotraccia un’ira allegra e contagiosa, s’inventa un gesto potente di scoperchiamento, di rivolta per la dabbenaggine di corpi incapaci di accedere a quel che potrebbe rivelarsi il più immediato dei rapporti e dei piaceri possibili. Descrive con graffiante ironia e sboccata comicità la varia umanità maschile che le capita a tiro e il testo appare un’ininterrotta invettiva che si articola in linguaggio e in invenzioni vivaci, godibili e colte.

Mi accodo allo scherzo salace:

 

S’i’ fosse Amanda, com’i’ sono e fui

torrei per me bei giovani e leggiadri:

e vecchi e laidi lasserei altrui.

 

Indossa «un bel vestito di lanetta e gli stivali alti senza calze» e cerca l’uomo. Lei c’è, e lui?

Leggere per credere, e anche rileggere, che spesso è uno sport rischioso. In questo caso il gusto si rinnova e si scoprono, a tratti, tesori di vera tenerezza.

(www.libreriadelledonne.it, 8 giugno 2017)