Scusate l’orrendo neologismo ma sono un’a-facebookiano. Il mio utente Twitter è al servizio di un progetto sindacale collettivo e uso WhatsApp con cautela e cercando di non esagerare: non sono quindi un amante dei social network.
Frequento però con curiosità, pur se saltuariamente, il gruppo pubblico di discussione della Libreria delle donne di Milano; qui negli ultimi tempi mi sono imbattuto in una discussione sull’opportunità di una presenza maschile nei vari luoghi, virtuali e reali, della Libreria stessa e in generale del femminismo.
Una delle partecipanti alla discussione, Marina Terragni, negava con ardore la necessità di tale presenza. Prima mia reazione: fastidio. Ma oltre il fastidio cosa c’è? Leggo e rileggo i post di Terragni e la discussione che si sviluppa. Non per intervenire: proprio per le ragioni da lei esposte, non mi spetta, non sono autorizzato a entrare in una discussione che vuole essere solo tra donne.
E se Terragni avesse ragione? Se fosse vero, come lei sostiene, che: “Siamo sommerse dal fragore violento di quella differenza [maschile], da sempre”? Che cosa potrei fare io per diminuire il fracasso che generiamo?
Non posso d’altronde mettere in secondo piano il desiderio che esprimono alcune donne della Libreria, cui riconosco autorità femminile e con cui sono in relazione da anni, di un confronto in presenza, negli stessi luoghi del femminismo e in particolare in Libreria. Se queste donne valutassero un domani un venir meno a questo loro desiderio di relazione in questi luoghi, proprio per l’autorità che a loro riconosco, non avrei remore a farmi da parte.
Dilemma insolubile: come esserci senza esserci o almeno con meno “fragore”?
Per provare a darmi una risposta e per tentare di compiere e proporre un piccolo spostamento simbolico prendendo spunto da un pensatore francese: Maurice Blanchot.
Una parte non marginale della riflessione del filosofo francese s’inscrive in quel filone di pensiero novecentesco, inaugurato da S. Weil, della critica del concetto di persona fino arrivare, nell’elaborazione della pensatrice francese e in altre successive, a quello d’impersonale. Vorrei qui soffermarmi sull’esito politico che è stato dato a questa riflessione.
Blanchot cercò di individuare un linguaggio pubblico assonante e conseguente a una filosofia dell’impersonale; la conseguenza pratica (e programmatica) più evidente fu la cancellazione del proprio nome a favore di un’attività politica anonima e impersonale che, con assonanze weiliane, “parli a favore di chi non può parlare”.
Una proposta che mi sento di declinare e reinterpretare non nel senso di un anonimato quanto nella direzione di una diminuzione dell’io (anche questo tema weiliano), dell’individualità e della soggettività in direzione di una singolarità, che di contro alla neutralità e all’universalità del pensiero patriarcale, sia sessuata.
In questo risiede la mia proposta: il firmare questo intervento in modo impersonale ma connotato dalla differenza sessuale, da una differenza sessuale maschile.
Una singolarità maschile
(www.libreriadelledonne.it, 22/7/2017)
Eva Neklyaeva, Direttrice Artistica di Santarcangelo Festival, e Lisa Gilardino, Co-curatrice, commentano l’interrogazione a risposta scritta 4/17312 presentata da Massimiliano Fedriga (Lega Nord) il 13/07/2017 al Ministero dei Beni e delle attività culturali e del turismo in cui si chiede se il Ministro non ritenga di dovere “assumere iniziative per definire un sistema di vigilanza su eventi culturali realizzati da parte di enti […] che utilizzano finanziamenti statali […] che si qualificano come propaganda politica e di diffusione di ideologie totalmente scollegate dalla realtà e dai problemi di concreto interesse di cittadini” e a l’interrogazione a risposta scritta numero 4977 rivolta dal consigliere regionale Tommaso Foti (Fratelli d’Italia) in data 18/7/2017 all’Assemblea legislativa della Regione Emilia Romagna.
“La 47esima edizione di Santarcangelo Festival si è conclusa con un clamoroso successo di pubblico: la manifestazione è stata partecipata da oltre 22.000 persone, con un incremento del 45% sulla vendita dei biglietti rispetto all’anno passato, offrendo una programmazione per il 50% degli appuntamenti ad ingresso gratuito. La risposta del pubblico ha confermato il desiderio di una programmazione sperimentale e internazionale, che affrontasse importanti questioni politiche verso una società più inclusiva.
Il tema del corpo è stato al centro del programma del Festival: questo aspetto curatoriale ha suggerito che il corpo è un soggetto politico, e sollevato domande circa quali tipi di corpi abbiano il diritto di essere rappresentati nella società contemporanea, e quali corpi abbiano invece solo il diritto di annegare nel Mediterraneo; quali corpi abbiano il diritto di essere visti, ascoltati o considerati; quali il diritto di raccontare la sessualità, di parlare di diritti di riproduzione, razza, genere e uguaglianza. Questa edizione del Festival ha creato una piattaforma per i molti artisti che hanno partecipato, italiani e internazionali, per parlare del corpo politico da diversi punti di vista. Uno degli slogan del Festival è stato Freedom For Every Body, libertà per ogni corpo.
Tra gli altri, la performer canadese Dana Michel, recentemente insignita del Leone d’Argento per l’Innovazione nella Danza alla Biennale di Venezia 2017, ha portato il suo acclamato solo Yellow Towel al Festival, in cui sviluppa una riflessione sugli stereotipi riferiti all’identità black, con tre spettacoli tutti esauriti dal 14 al 16 luglio. Nella sua performance di debutto Ravemachine, la coreografa austriaca Doris Uhlich campiona e amplifica i rumori creati dalla sedia a rotelle del performer Michael Turinsky, mentre nell’irriverente performance R.OSA, sempre sold-out dal 7 al 9 luglio, Silvia Gribaudi esplora l’incredibile fisicità della performer Claudia Marsicano, in un solo ispirato da Botero e dagli anni ’80 di Jane Fonda. Fresco di debutto a Kampnagel ad Amburgo, The Olympic Games di Chiara Bersani e Marco D’Agostin è stato al Festival in un’anteprima tra il 7 e il 9 luglio, mentre Goodnight, peeping Tom (dal 9 al 16 luglio) vede la giovane coreografa italiana, affetta da una forma medio-grave di Osteogenesi Imperfetta, confrontarsi in una performance intima per un pubblico di 5 spettatori alla volta. Cock cock… Who’s there? dell’emergente performer finno-egiziana Samira Elagoz (14 luglio) è stato il racconto privato e toccante, tra intimità e violenza, di una giovane donna vittima di un duplice stupro: una performance che a causa dei contenuti espliciti abbiamo deciso di destinare ad un pubblico di soli maggiorenni, come segnalato dal catalogo e dai principali organi di informazione del Festival.
Gli attacchi al Festival si sono concentrati tuttavia essenzialmente sulle tematiche legate alle politiche di genere e alla sessualità, con l’obiettivo di colpire una seria ricerca compiuta da alcuni degli artisti invitati. Ne è esempio il Museum of Nonhumanity (Museo della Non-Umanità), creato dalle artiste finlandesi Terike Haapoja e Laura Gustafsson, che concentra il proprio sguardo sulla storia delle ineguaglianze all’interno della società, e su come il definire una persona “animale” sia stata premessa per giustificare oppressioni, come testimonia la storia della schiavitù o della discriminazione contro le donne. È proprio in questo contesto che è stata invitata al Festival l’ex-Ministro ed Europarlamentare Cécile Kyenge, per parlare della sua esperienza personale: essere stata definita un ”orango” da parte di un esponente di spicco di Lega Nord. Al Museo è stato anche invitato Egon Botteghi per parlare di diritti transgender, e Fran Stable per affrontare l’importanza del concetto di “consenso”, alla luce della crescente ondata di violenza contro le donne in Italia (il talk è stato poi sfortunatamente cancellato).
In Club Ecosex degli australiani Pony Express è stato creato uno spazio multisensoriale aperto: un’esperienza giocosa in simbiosi con fiori, piante e terra, da stimolare, annusare e sedurre. In diversi incontri, inoltre, alcuni dei temi affrontati riguardavano le questioni di genere connesse alla violenza o alla cultura popolare, come in GangGongGirls curato da Motus. Il fatto infine che alcune critiche si siano concentrate non sui contenuti dei lavori presentati al Festival, ma piuttosto sulla sessualità dei performer, come nel caso della musicista Baby Dee, è la manifestazione di un atto discriminatorio e sessista, che in Finlandia sarebbe qualificato come incitamento all’odio.
L’attenzione del pubblico verso questi eventi sottolinea l’importanza e la rilevanza di una ricerca artistica tesa verso queste tematiche, così come l’accoglienza positiva da parte della critica durante i giorni di Festival.
Santarcangelo Festival in quanto istituzione assicura uno spazio di libertà d’espressione, e il diritto agli artisti di affrontare temi che trovano rilevanti nella nostra società, così come garantito dalla Costituzione Italiana. La libertà dalla censura, così come l’indipendenza dal potere politico, è alla base di qualsiasi pratica artistica contemporanea. Riteniamo assolutamente inaccettabile che un potere politico si senta in diritto di interferire con questo lavoro, con giudizi circa ciò che è “vera cultura” o ciò che è “pseudocultura”. O anche solo limitando lo spettro dei temi possibili sui quali gli artisti si possono confrontare. Sfortunatamente questi attacchi, che provengono in più da chi non ha assistito ad un singolo spettacolo proposto, non fanno altro che confermare ancora una volta la rilevanza della nostra dichiarazione curatoriale: è vero che oggi, nel 2017, il corpo è un soggetto politico.”
Eva Neklyaeva, Direttrice Artistica Santarcangelo Festival
Lisa Gilardino, Co-curatrice Santarcangelo Festival
(zero.eu, 21 luglio 2017)
di Laura Minguzzi
«Dichiarazioni d’amore. Pratica della Storia vivente. Una occasione da cogliere: l’invenzione della vecchiaia. Differenza sessuale e genere tra biologia e libertà femminile. La via per dire no». Questi i laboratori-gruppi di lavoro al Seminario di Salecina cui ho partecipato dal 22 al 24 giugno 2017. Un ricovero per pastori del XVII secolo nelle Alpi Svizzere, trasformato e ristrutturato con arte dal gruppo fondatore, utilizzando materiali di pregio all’inizio del XX secolo. Oggi, e da quarant’anni, centro di vacanze e formazione politica aperta a tutte le diversità, autogestito dalle partecipanti. La comunicazione e lo scambio sono stati possibili grazie al lavoro delle traduttrici del collettivo di Lipsia InterpRISE e soprattutto di alcune giovani berlinesi di origine italiana. La lingua prevalente dello scambio è stata il tedesco in alcuni colloqui l’inglese. Ma rispetto allo scorso anno le numerose presenze di italiane e di studentesse tedesche che studiano la lingua italiana ed erano desiderose di parlare e fare conversazione hanno contribuito ad approfondire la conoscenza e a sciogliere dubbi o chiarire questioni per cui le possibilità di scambio proficuo si sono decisamente accresciute e ampliate. Con soddisfazione reciproca. Nell’insieme ho percepito una richiesta di capire la pratica. Per esempio nella discussione dopo il racconto della pratica della storia vivente, Bettina, interessata alla storia, voleva capire meglio come procediamo nel gruppo per arrivare alla scrittura, la metodologia passo passo. Nel gruppo «L’Invenzione della vecchiaia» Marirì ha voluto intenzionalmente porre l’accento, oltre che sulla novità dell’idea, sul metodo scelto, cioè anteporre la pratica collettiva di tre anni di incontri di parola al passaggio alla scrittura optando per la scrittura di dialoghi. Ha aggiunto che però non poteva leggerli, non essendo ancora pubblicati e appunto in quanto opera collettiva. Ho potuto notare durante il corso dei lavori che da più parti si cercavano connessioni di temi, di parole, di pratiche fra i gruppi che più hanno animato le giornate del seminario. Sarà forse stata l’eccezionale presenza di italiane di Milano e di tedesche di origine italiana a facilitare lo scambio nei colloqui, anche perché ci si ritrovava a seguire gli stessi, spinte dai medesimi interessi o in qualità di partecipanti o come proponenti un tema di discussione. Per esempio Eva, conduttrice del gruppo intitolato «Dichiarazioni d’amore», cui erano state raccontate la relazione e la discussione avvenute nel gruppo sulla Pratica della Storia vivente, mi ha chiesto un breve scritto per il notiziario sul Seminario perché ha sentito una risonanza con la sua pratica nel nostro modo di reinterpretare la storia a partire dal sentire, dai moti del cuore… per una storia che tiene in conto l’amore, e non si contrappone, non compete, non usa metafore di guerra, di conquista, fa parlare l’inconscio, l’immaginazione come chiavi interpretative. I fatti a volte divergono dalla verità. Così come Sara e Laura nella loro relazione sul corpo nella scienza hanno fatto parlare un corpo pieno di storia, incrocio di genealogie, di inconscio, di immaginazione, dove tutto si tiene, un “corpo pieno di mente” secondo una partecipante antropologa. Dicono Sara e Laura: «Nascere da una donna per una donna è differente che per un uomo. Il corpo a corpo con la madre comporta posizioni e problematiche differenti. I bambini e le bambine giocano spontaneamente separati senza fare nessun caso al colore della pelle. Il sesso viene prima, è quello che conta per giocare insieme». Ascoltare le viscere, il moto dell’anima, fa la differenza. Così nella scienza, dice Sara, seguendo una genealogia femminile e nuovi studi e ricerche dagli esiti ancora imprevedibili, quando si mettono insieme i dati biologici con i dati storico-culturali, i sentimenti, le passioni e la soggettività di chi conduce la ricerca scientifica e di chi è oggetto di studio in una relazione dinamica il quadro concettuale, il sistema dei riferimenti universali si trasforma e ancora non se ne conoscono i contorni precisi. I confini troppo rigidi sono un limite, una barriera che impedisce lo scambio. Nel gruppo sul tema proposto da Johanna, «La via per dire no», discutiamo sulle forme di potere nelle relazioni private e pubbliche e sulla necessità di spazi di negoziazione e di contrattazione in cui sia rispettata la volontà delle donne. Lei ci parla del capitolo di cui è autrice inserito in un libro collettaneo che nasce dopo la riforma in Germania del diritto penale sessuale del 2016. Come procedere. Occorre precisione nell’esplicitazione dei bisogni e dei desideri. Non pensare di sapere tutto dell’altro, come di sé stessi/e. È necessario distinguere fra aspettative e desideri. Le aspettative è giusto averle ma non confonderle con i desideri. Concordiamo sulla difficoltà di pronunciare dei “no” nelle relazioni duali e nelle relazioni pubbliche. Un “no” che non sia contrapposizione o rifiuto dell’altro ma che sposti su un altro piano la relazione, che sia apertura alla differenza. Per questo è importante la precisione nella contrattazione con l’altro/a e fra sé e sé. Spesso un no è più impegnativo di un sì perché richiede un percorso interiore di recupero della relazione, un cammino dopo avere detto un no, altrimenti c’è la fine della relazione. La precisione apre a qualcosa di nuovo, di imprevisto. Nel dibattito Johanna cita un esempio personale. In una relazione con un uomo lui ha rifiutato di accettare un suo invito a un evento pubblico sbottando che per lui sarebbe stato troppo! La mancata specificazione del motivo preciso del sottrarsi, del tipo: preferisco stare a casa a guardare un programma in tv che mi interessa, contiene un messaggio implicito: e anche tu faresti meglio a stare a casa, anche per te è troppo! Questo nell’ambito di una relazione duale. Un modo per colpevolizzarti e togliere spazio alla tua libertà.
(www.libreriadelledonne.it, 20/7/2017)
di Carlotta Cossutta
«Pensare, pensare dobbiamo. In ufficio, in automobile, mentre tra la folla osserviamo l’incoronazione, mentre passiamo accanto al monumento dei caduti, mentre percorriamo Whitewall, mentre sediamo nella tribuna riservata al pubblico della Camera dei comuni, dei tribunali, ai battesimi, ai matrimoni, ai funerali. Non dobbiamo mai smettere di pensare: che civiltà è questa in cui ci troviamo a vivere? Cosa significano queste cerimonie e perché dovremmo prendervi parte? Cosa sono queste professioni e perché dovremmo diventare ricche esercitandole?».
Queste righe de Le tre ghinee di Virginia Woolf, citate da Tristana Dini in La materiale vita, potrebbero segnare il tono di tutto il ricchissimo testo, che invita a pensare e ripensare agli intrecci tra biopolitica e differenza sessuale.
Questo libro prende le mosse – e il titolo – da un progetto iniziato da Tristana Dini con Angela Putino, che purtroppo non ha avuto il tempo di svilupparsi, ma di cui restano tracce importanti nell’impostazione del discorso e nell’approccio ai temi trattati.
Il centro del progetto è quello di analizzare insieme biopolitica e femminismo in un duplice senso: da un lato, infatti, si tratta di osservare la biopolitica con le lenti del femminismo, per metterne in luce aspetti che altrimenti rimarrebbero in ombra, dall’altro, viceversa, si osserva il femminismo a partire dalla biopolitica, per indagarne reazioni, resistenze e complicità.
Entrambi i termini che pervadono questo testo – femminismo e biopolitica – sono carichi di storia e di significati diversi. È bene precisare, perciò, che Dini utilizza femminismo con la consapevolezza della varietà di teorie e prospettive a cui rimanda, ma sceglie di fare riferimento soprattutto al “pensiero delle donne” e al “pensiero della differenza sessuale” che usa quasi come sinonimi per riferirsi alla libertà femminile che si inaugura asserendo che «ogni donna pensa», pur nell’unicità delle teorie e delle posizioni che scaturiscono da questo pensare.
Allo stesso modo anche biopolitica è ormai un termine saturo: nell’ultimo decennio si è affermato nel dibattito pubblico perdendo alcuni caratteri di specificità e finendo per indicare ogni momento in cui vita e politica si incontrano. Questo testo, però, affronta il tema della biopolitica a partire da un punto di vista molto preciso, che separa nettamente biopotere e potere sovrano, vedendo nella loro unificazione uno sguardo maschile che, non riconoscendo una frattura, rafforza il potere patriarcale. Al contrario, secondo Putino e Dini, la biopolitica sarebbe in relazione con una forma di potere materno, oblativo e di cura, di cui enfatizza e perverte molti dei tratti: «in questa chiave, della biopolitica in quanto cura, è possibile fornirne una lettura come derivazione dalla sfera delle competenze materne in opposizione al potere sovrano che rientra nell’ambito dell’ordine simbolico del padre (e si realizza nella sfera del diritto)» (p. 77).
La consapevolezza di questa derivazione materna del biopotere è un pensiero perturbante per il femminismo, ma proprio per questo è anche necessario indagarne a fondo le implicazioni.
Dini sviluppa questa indagine suddividendo il testo in tre parti: la prima intitolata La differenza bio-politica, la seconda Vita sacra e la terza Per una politica della vita materiale. La prima parte prende in esame la concezione della biopolitica di un’uguaglianza intesa come appartenenza dell’essere umano ad una specie; intesa in questo modo essa può essere vista come l’affermazione del sociale, in cui gioca un ruolo fondamentale più la norma che la legge. In questo quadro il femminismo svela l’astrattezza dell’universalismo e dell’uguaglianza che ne consegue: le donne mostrano la loro esclusione e tentano di sovvertirla, facendo dei tratti che le condannano ad essere fuori dalla scena politica degli elementi di valorizzazione – si pensi all’enfasi sulla maternità come ruolo politico che pervade le prese di parola delle donne nel XIX secolo. Questa strategia impiglia le donne in un paradosso doloroso – rivendicare l’inclusione proprio attraverso le forme grazie a cui si viene escluse – che viene scardinato dal femminismo della seconda ondata, capace, secondo Dini, di uscire da queste strette maglie grazie al pensiero della differenza.
Per mostrare questo movimento Dini sottolinea come la differenza sessuale sia da sempre presente nel pensiero occidentale: dapprima nella “retorica” della misoginia, poi come “metafora” utilizzata da tutti quei filosofi della differenza (vengono citati Derrida, Deleuze e Nancy) che fanno dell’essere donna un sinonimo del processo di decostruzione del logocentrismo.
Dini sottolinea come queste concezioni siano il cuore polemico della sovversione femminista, ribadendo che, al contrario, la differenza di cui parla il femminismo sia una differenza ancora tutta da realizzare e che emerge in diverse critiche mosse all’ordine simbolico del padre e al suo fondamento edipico. Inoltre, nel testo si mette in luce come questo gesto anti-edipico costituisca anche il punto di partenza per le teorie queer, quasi a suggerire un’alleanza con il femminismo della differenza spesso ritenuta impossibile nel dibattito italiano. Il pensiero della differenza femminista si caratterizza, in questo senso, per la consapevolezza della sessualità come di un luogo primario di potere spesso invisibile. Questa concezione, però, si intreccia con l’attenzione alla sessualità che caratterizza la biopolitica e che modifica la concezione della differenza in chiave biologica, mantenendo le differenze, ma nascondendone la dimensione di inclusione ed esclusione sotto una presunta naturalità. Proprio qui si mostra uno dei nodi del testo, che si interroga su come il femminismo possa reagire alla biopolitica pur condividendone alcuni luoghi: «in questa chiave Putino legge l’evento della libertà femminile all’epoca della biopolitica: sul piano propriamente biologico-politico, in cui la differenza funziona come segmentazione del continuum biologico e la differenza sessuale, insieme a quella etnica, dà corso a nuove gerarchie, impone funzioni, produce identità, si può sottrarre la teoria evoluzionista alle maglie del governo della specie e restituirla al rango di gai savoir» (p. 52).
La seconda parte del testo prende in esame il legame tra vita, sacro e politica, mostrando come una maggiore sacralità della vita corrisponda anche ad una sua maggiore esposizione ai rischi di morte: la tanatopolitica, infatti, non sarebbe altro che il reciproco della biopolitica. Dini passa in rassegna le teorie di Agamben, che legano biopolitica e sovranità, e quelle di Esposito, che enfatizzano la dimensione della comunità, per evidenziare come in entrambi si perda una specificità attribuita da Foucault alla biopolitica: la coimplicazione di questa con l’emergere della biologia come scienza, una convergenza non solo temporale, ma anche strutturale. Il testo poi analizza le riflessioni di Kristeva, Weil, Butler e Cavarero per mostrare modi diversi di illuminare aspetti diversi della nuda vita, del malheur o della vulnerabilità che caratterizzano il vivente e che possono ottenere come reazione due forme differenti di potere: quello sovrano basato sull’uccidibilità e il biopotere basato sulla cura. Ed è qui che si inseriscono le riflessioni di Putino sulla contiguità tra femminismo isterico e biopolitica a cui rispondere con la capacità di rimettere al centro il desiderio e l’eros, che permette una via d’uscita dall’amore come cura per aprire a pratiche differenti.
Questa invocazione a Eros ci introduce alla terza parte del libro, che approfondisce questo tema mettendo in luce come la biopolitica si caratterizzi per una forma di governo della specie che agisce tramite il desiderio e non attraverso la coercizione. In questo senso il femminismo è un luogo privilegiato, poiché allo stesso tempo spazio di possibile cattura, ma anche terreno di resistenza, grazie alla centralità che accorda al linguaggio, alla sessualità e al simbolico nella pratica e nella teoria politica. Ma perché la contiguità si trasformi in resistenza bisogna tenere presente che «nel momento in cui la governamentalità neoliberale espone il femminismo ad un pericolo insidioso perché, avendone assunto alcune istanze, rischia di neutralizzarne le pratiche e la presa teorica sul presente, occorre ritornare ai punti non assorbibili, non assimilabili, non addomesticabili del femminismo per rilanciarlo, e per smarcarsi in maniera chiara dalla convergenza con la traiettoria neoliberale» (p. 106).
Emerge, qui, un’ulteriore rischio: quello che il femminismo diventi strumento del neoliberismo, che si caratterizza per una costante valorizzazione delle soggettività e delle loro differenze.
Per scongiurare questo pericolo, Dini suggerisce di ripartire dalle zone d’ombra del neoliberismo, dal godimento che sfugge ad ogni logica prestazionale. Il testo riconosce la progressiva scomparsa della sessualità dal femminismo italiano, un movimento che troverebbe origine nella precauzione di non far coincidere politica delle donne e identità sessuale. Questa scomparsa, però, tende a rendere il femminismo stesso – forse sarebbe più corretto dire: una parte del femminismo – incapace di leggere in profondità l’attuale nesso tra potere e sessualità. Per reagire a questa incapacità La materiale vita ci spinge a tornare a domandarci cosa desideriamo, intendendo il desiderio come eccedenza e non come imperativo neoliberale al godimento. Si tratta, quindi, di un desiderio che non rimanda ad un’autenticità, ma ad una creatività del sé, ad una capacità di fare dell’etica una pratica.
Se il femminismo, quindi, può essere letto come una critica alla distinzione tra bios e zoè, che passa dalla messa in discussione della distinzione tra natura e cultura, Dini propone di stare nella contraddizione tra i due termini: una postura che potrebbe permettere di evitare le maglie strette dell’adesione totale alla tecnica o ai richiami arcaici all’autenticità. Alla fine del ricco viaggio che il testo propone, capace di una lucida analisi dei limiti del pensiero della differenza, rimane la consapevolezza che il femminismo non solo possa ancora essere un motore di resistenza, ma anzi, proprio per le sue contiguità con le forme di potere presenti, si riveli una pratica in grado di sovvertirne i meccanismi, mettendo al centro i corpi come luogo dell’inaspettato che sfugge le norme biopolitiche. Perché, però, questo sia possibile è necessario guardare ancora e di nuovo nell’abisso in cui si intrecciano tra femminismo e biopolitica: un gesto che ha poco di rassicurante ma può aprire a nuovi e imprevisti orizzonti.
Tristana Dini, La materiale vita. Biopolitica, vita sacra, differenza sessuale,
Mimesis, Milano, 2016, pp. 156
da About Gender Vol. 6 N° 11
di Arianna Marchente
Quando ero piccola ero fissata con le parole, di qualsiasi lingua fossero (antica o moderna) e in qualsiasi forma si presentassero (scritta o letta). Volevo fare il liceo classico, volevo leggere tantissime cose e volevo imparare a scrivere. Mio padre, dal canto suo, cercava invece di convincermi che il futuro stava dalla parte della scienza, che se avessi voluto coltivare la mia curiosità e capire davvero il mondo avrei dovuto scegliere di studiare matematica, fisica, medicina o qualsiasi altra cosa. Sono stata testarda e quindi ho deciso di seguire la mia strada, con il risultato che, però, verso la fine del liceo la matematica ho iniziato a capirla. Mi divertivo studiandola e c’è stato un momento in cui ho perfino considerato di sceglierla all’Università. In fondo – pensavo – non è poi così diversa dalla filosofia (l’altra mia grande passione).
Non ho studiato matematica alla fine perché non pensavo che sarei riuscita davvero ad arrivare in fondo, perché anche se ho avuto la fortuna di avere dei genitori che mi hanno sempre spinta a coltivare i miei interessi al di là del fatto che io fossi una donna e senza farmi ostacolare mentalmente dal mio genere, il messaggio subliminale della società, in quel momento era ancora molto standardizzato: le donne giocano con le parole e gli uomini con i numeri. Il risultato è che oggi mi sento fondamentalmente divisa in due: ho una laurea in una materia umanistica ma vorrei usarla per parlare di cose scientifiche. Va bene così. Questo pezzo però non è su di me, ma è sulla persona che, forse più di tutte le altre, mi ha spinto a pensare e credere che sia possibile per una donna parlare di scienza, e soprattutto di matematica, senza essere considerata meno credibile di un uomo. Una donna che, con precisione, calma e discrezione, è riuscita a raggiungere risultati incredibili. Si chiama Maryam Mirzakhani e se non avete sentito parlare di lei negli ultimi anni, quasi sicuramente avrete visto il suo nome sui giornali degli ultimi giorni, perché Maryam, ad appena 40 anni, è morta lo scorso 15 luglio, a causa di un tumore al seno.
Maryam nasce a Teheran, il 5 maggio del 1977, da una famiglia che la sprona a seguire i suoi interessi e le sue passioni, appoggiandola in modo incondizionato. Probabilmente a questo punto penserete che la matematica sia stata da subito la sua unica vocazione e che la sua sia la storia di un enfant prodige: sbagliato. All’inizio del liceo Maryam si innamora della letteratura e sogna di diventare una scrittrice, complice la biblioteca che si trovava davanti alla sua scuola e in cui passava i suoi interi pomeriggi. I suoi risultati in matematica – racconta in diverse interviste – erano piuttosto scarsi per il semplice fatto che i numeri non riuscivano ad affascinarla: li vedeva come qualcosa di poco interessante, di rigido, come una gabbia per la sua creatività. Perché? Perché non aveva capito che la matematica richiede tempo per svelarsi in tutta la sua magia. Abbandonata l’impazienza però Maryam inizia scorgerla quella magia: “senza l’eccitazione, la matematica sembra insensata e fredda. La sua bellezza si mostra soltanto a chi la segue con pazienza”. In un contesto non semplice (per tutti, ma soprattutto per le donne), come quello dell’Iran post Guerra del Golfo, Maryam trova la forza di credere in questa nuova passione, non solo grazie ai suoi genitori ma anche grazie alla preside del suo liceo, una donna determinata a far sì che i ragazzi e le ragazze potessero avere le stesse identiche possibilità di studio, formazione e carriera. Così, già durante gli ultimi anni del liceo, il talento di Maryam viene riconosciuto a livello internazionale: nel 1994 vince la medaglia d’oro alle Olimpiadi internazionali della matematica e nel 1995 è la prima studentessa iraniana a concludere le Olimpiadi con il punteggio massimo di 42/42. L’anno successivo si iscrive alla Sharif University of Technology di Theran, dove si laurea in matematica nel 1999, ed è solo l’inizio. Prosegue i suoi studi negli Stati Uniti, ad Harvard, dove consegue un dottorato sotto la tutela Curtis McMullen, matematico statunitense specializzato nella teoria dei sistemi dinamici complessi e nella geometria iperbolica. Due ambiti, questi, che Maryam riuscirà a unire e collegare, grazie al suo strabiliante approccio creativo alla disciplina. Tom Crawford, ricercatore di matematica a Cambridge, in diretta ieri alla BBC ha così descritto la ricerca di Maryam:
La geometria studia la forma, le dimensioni e la posizione degli oggetti, mentre la dinamica riguarda le forze che agiscono intorno a noi e il movimento che viene causato da queste forze. Maryam è stata in grado di collegare questi due ambiti di studio, non attraverso il mondo solido e visibile a occhio nudo, ma attraverso il mondo astratto delle superfici matematiche. Grazie alla sua immaginazione è riuscita a vedere questo mondo come nessun altro prima era stato in grado di farlo
Proprio per questa incredibile capacità di rappresentare l’astratto gli studi di Maryam sono stati spesso considerati, da chi non ha grande dimestichezza con la matematica, come qualcosa di esoterico, di quasi magico. Mentre i suoi colleghi l’hanno sempre guardata con stima per la bravura nell’unire precisione, creatività e innovazione.
Sviluppa la sua ricerca prima al Clay Mathematics Institute e poi a Princeton, dove insegna fino al 2008, anno in cui ottiene una cattedra nella prestigiosa Università di Standford. Nel 2014 i suoi studi e le sue ricerche le valgono la medaglia Fields, universalmente considerata “il Nobel della Matematica” e conferita ogni quattro anni dalla International Mathematical Union agli studiosi più meritevoli di età inferiore ai 40 anni. Ricevendola Maryam segna un doppio record: è allo stesso tempo la prima persona iraniana e la prima donna della storia a ricevere questo riconoscimento.
Frances Kirwan, matematica britannica con cattedra ad Oxford e membro della giuria, al momento della consegna della medaglia ha detto: “spero che questo riconoscimento sia d’ispirazione per le ragazze più giovani, che inizino a credere nelle proprie capacità e sperare di essere loro le vincitrici del futuro”.
In un mondo in cui scienza e tecnologia sono ancora fin troppo precluse alle giovani donne – che pure alla scienza sanno dare moltissimo – c’è bisogno di modelli a cui ispirarsi, di storie di donne che non si sono lasciate sopraffare dagli stereotipi, che hanno mostrato di avere la forza e la determinazione necessarie per credere nella propria passione. Maryam non è semplicemente uno di questi modelli: è IL modello per eccellenza. Matematica geniale, appassionata di letteratura, instancabile ricercatrice, moglie e madre: ha dimostrato non solo che le ragazze hanno il diritto di fare grandissime cose con i numeri, ma che ognuna di noi può essere tante cose diverse allo stesso tempo. L’importante è che ci sia qualcuno pronto e a ricordarcelo, e l’eredità di Maryam consiste proprio in questo: serve a ricordarci che possiamo farlo.
(freedamedia.it, 17/7/2017)
di Franca Fortunato
Come è potuto accadere che una frase delle destre xenofobe e razziste, italiane ed europee, come “Aiutiamoli a casa loro” è divenuta senso comune? Che sia così lo dimostra il segretario del Pd, Matteo Renzi, che, forse fiutando l’aria che tira, l’ha fatta sua nel suo libro “Avanti” e anticipata con un post dal suo partito, salvo rimuoverla frettolosamente, dopo le proteste suscitate sui social. Che cosa c’è dietro a quella frase? Xenofobia e razzismo? Ricerca del consenso da parte di chi è ossessionato dal voler tornare al governo? Fastidio, paura, insofferenza, ignoranza, impotenza, panico nel constatare che tutte le iniziative volte a fermare, bloccare, impedire le partenze di migliaia di esseri umani sono fallite e falliranno nel disonore, visto che l’unico risultato è stato l’aumento dei morti e dei dispersi nel deserto, come nel Mediterraneo (13mila negli ultimi tre anni e 1.851 nei primi mesi di quest’anno)?
C’è tutto questo, ma anche altro. In quella frase è riconoscibile lo sguardo dei colonizzatori con cui gli europei e l’occidente continuano a guardare l’Africa, da dove scappa la maggior parte di coloro che tenta di arrivare in Europa, attraverso l’Italia e la Grecia, dopo la chiusura vergognosa della rotta balcanica e l’accordo non meno vergognoso con la Turchia di Erdogan. La conferma di ciò viene dal cosiddetto “Compact of Africa” proposto dalla Merkel al G20 di Amburgo, con cui si assicurano capitali privati, investimenti massicci delle multinazionali straniere e finanziamenti tramite organismi finanziari internazionali, come il Fondo monetario internazionale, in cambio di ulteriori privatizzazioni di servizi e di beni, di rinnovo delle concessioni di sfruttamento delle miniere alle multinazionali, di commerci di nuove armi che inaspriranno i conflitti. Insomma si garantisce continuità a chi, da settant’anni a questa parte, depreda, devasta e desertifica il territorio, avvelena l’aria e l’acqua, causando abbandoni di territori e villaggi ed emigrazioni di massa. In Somalia, Sudan, Nigeria, Niger, Ciad, Camerun, Yemen – secondo l’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) – sono 27 milioni le persone minacciate da siccità e carestia, a causa dei cambiamenti climatici, e dalle guerre civili, che l’occidente sostiene con la vendita di armi a regimi repressivi. In Congo le miniere di coltan, utilizzato per fabbricare i pc e soprattutto smartphone, oltre che di uranio e plutonio utilizzati nelle bombe atomiche, sono in mano a multinazionali straniere, che sfruttano il lavoro anche di bambini. Le multinazionali del petrolio hanno ridotto il Niger – da cui proviene la maggior parte dei migranti – a un pantano immenso di bitume e scarti del grezzo di prima estrazione, che ha compromesso le falde acquifere costringendo alla fuga centinaia di migliaia di contadini nigeriani. Il Niger è il quarto produttore di uranio e questo – come scrive sul Manifesto del 07.07.2017 il vice direttore Tommaso Di Francesco – non ha arricchito la popolazione ma ha fatto della compagnia Areva – per l’87% di proprietà dello Stato francese – uno dei maggiori colossi di energia atomica. Il prezzo per le comunità e l’ambiente è elevatissimo. Il livello di radioattività nell’acqua (distribuita alla popolazione) supera i limiti ammessi dall’Organizzazione mondiale della sanità. La Francia di Macron – come l’Europa e lo stesso ministro Minniti, che lavora con i suoi pari per trasformare l’Africa in un campo di concentramento e la solidarietà in reato – non vuole i “migranti economici”, ma le loro ricchezze. Si continua, così, sulla vecchia strada coloniale anziché offrire cooperazione e sostegno ad attività economiche autonome e lasciare che siano le africane e gli africani a decidere come vivere, quale modello economico avere, come utilizzare le loro immense ricchezze, insomma come essere padroni/e in casa propria. Ma questo le forze economiche finanziarie della globalizzazione e coloro che la sostengono – compresi quelli che ripetono come un mantra “aiutiamoli a casa loro” – non lo permetteranno mai. Alcuni anni fa a Verona, in un convegno dal titolo La vita alla radice dell’economia, promosso dalla rete delle Città Vicine, dalla Mag di Verona e dalle Libere Università del Bene Comune e dell’Incontro, mi è capitato di ascoltare Babacar Mbow, guida spirituale e sociale in Senegal, che ha raccontato di come, tornato nel suo villaggio natale Sahel dopo essere stato in Francia per dieci anni per motivi di studio, è riuscito insieme alla moglie e alle donne e agli uomini del luogo, più donne che uomini, a risolvere i problemi di vivibilità del suo villaggio e di altri 15 per 8.000 persone, condannati all’abbandono a causa della siccità, della carestia per i cambiamenti climatici e della mancanza di servizi (scuole, ospedali, energia, acqua potabile). Molta dell’immigrazione verso l’Europa viene dalle regioni del Senegal. Dal suo racconto ho capito la forza delle relazioni tra le donne africane, che è parte della loro cultura, la dignità e la fierezza con cui donne e uomini chiedono agli occidentali di non essere aiutati = sfruttati = depredati, ma sostenuti nei loro progetti, nel loro desiderio di restare padroni della loro terra e delle sue ricchezze naturali e minerarie e di vivere in un’Africa decisa, progettata e costruita da loro e non dagli stranieri con la complicità di governanti corrotti. Col tempo, nel racconto di Babacar ho trovato una delle risposte possibili al perché sulle nostre coste arrivino per lo più uomini neri, anziché donne. Le donne sono quelle che più degli uomini danno credito alla possibilità di cambiare la propria vita, il proprio villaggio insieme alle altre, come dimostrano i dati sul microcredito a cui ricorrono e che riescono sempre a restituire, conquistando fiducia e affidabilità più degli uomini. Chi fugge lo fa perché costretto/a dalle circostanze. L’occidente e l’Europa sono in debito con l’Africa. Accogliere tutti quelli che scappano, prima che un dovere, è un atto di riparazione dell’in-civiltà e della violenza, con cui si continua a entrare, occupare e distruggere – anche militarmente – la loro casa. L’Africa.
(Il Quotidiano del Sud, 11 luglio 2017)
di Francesca Maffioli
Intervista. Un incontro a Parigi con Hélène Cixous, filosofa, scrittrice e drammaturga nata a Orano
Alla Maison Heinrich Heine, una delle case della Cité Universitaire, immenso campus situato all’estremità meridionale di Parigi, un convegno internazionale su Hélène Cixous, scrittrice, drammaturga e saggista francese, intitolato Hélène Cixous: corollaires d’une signature, si è sviluppato seguendo sei assi di ricerca differenti – Origini, Memorie, Differenze, Leggere, Scrivere, Arti e Scene. Ed è stato proprio attraverso queste linee di orientamento che si è cercato di elaborare una valutazione scientifica, che riguardasse il contributo offerto dalla studiosa e autrice alla letteratura e anche al pensiero francofono del XX e XXI secolo.
L’apporto di Hélène Cixous in quanto critica e scrittrice femminista si è spartito, infatti, tra alcuni capisaldi del femminismo della differenza, come Le Rire de la Méduse (1975) o i testi raccolti in Entre l’écriture (1986), ampliandosi in un ambizioso lavoro esegetico attraverso la rilettura delle opere di Joyce, Kafka, Cvetaeva, Lispector e Genet, fino alla sua stessa produzione personale, esempio creativo dell’écriture féminine.
Negli anni Sessanta è stata lei a contribuire alla fondazione dell’Università di Vincennes-St. Denis, attuale Paris 8, insieme a Gilles Deleuze, Michel Foucault e altri intellettuali francesi, invitando alla partecipazione studiosi come Jacques Derrida, Jean François Lyotard e molti altri. Nel 1974, nella medesima università, ha poi fondato il primo Centro di Studi femminili e di genere in Europa. Ed è proprio a partire da qui che vogliamo iniziare questa intervista.
Corollario come corona, ma anche come particolarizzazione rispetto a un enunciato di partenza. In tal senso, possiamo dire che il corollario è una figura della differenza. Il Centro di studi femminili e di genere dell’Università di Paris 8 può definirsi in questo modo?
Certamente, il Centre d’études féminines et d’études de genre di Paris 8 è un corollario, nella definizione floreale di questo termine: cioè corollario come petalo di un fiore. Uno dei miei libri si intitola Corollaire d’un vœu (Galilée, 2015, pp. 160, euro 26), a significare la potenza che attribuisco a questo termine. Ogni corollario non è solo la parte di un tutto, ma già di per sé costituisce uno dei tanti piccoli risultati che si diffondono attorno a un teorema centrale. Ognuno è come un petalo, e il petalo di per sé è già un fiore.
Nonostante la predominanza del francese, la sua opera può essere definita multilingue, quindi in grado di destabilizzare quella dominante. Allo stesso tempo, potremmo definire la sua scrittura come un’esperienza dell’erranza: potrebbe spiegarci come la «langue hospitalière» e l’altra, che ha le sue radici nell’esilio, possono trovare spazi di convivenza?
La mia opera è multilingue ma non babelica. Non si tratta, infatti, del babelismo di Joyce, anzi per essere più precisa, quello di The Finnigans Wake con le sue diciotto lingue; non è quella lingua così proteiforme e stratificata. La mia opera è scritta in francese, essendo la mia lingua «naturale», quella con cui discorro quotidianamente. Tuttavia questo idioma si mescola al tedesco e all’inglese: nella mia produzione, tutte le lingue si parlano tra loro, dialogano, diventando una sola «lingua poetica». Lascio che si intreccino, meticciandosi tra di loro, con estrema libertà – la stessa libertà del gioco.
Accogliendo lingue altre – oltre il francese – mi trovo d’accordo nel definire la lingua delle mie opere «ospitante»: questa definizione corrisponde al luogo simbolico ideale a rappresentarla. La mia non è però una lingua dell’esilio, se lo si intende come momento della dispersione, perché è piuttosto un idioma che ammette e dà asilo.
Lei ha affermato che «gli autori, anche viventi, sono già morti». Può spiegarci meglio cosa ha voluto intendere con questa sua dichiarazione?
«Scrittore vivente» è un’espressione idiomatica, usata frequentemente in francese. Non ci sono ragioni per qualificare uno scrittore come morto o vivente, poiché un autore è sempre morto. Morto rispetto al testo, che invece vive indipendentemente da te quando sei in vita e continuerà a esistere al di là di te, nei momenti successivi alla tua scomparsa. Il testo letterario ha delle temporalità indipendenti rispetto alla vita di chi lo ha scritto: può essere messo a riposo, ha infatti delle fasi di quiescenza o di resurrezione autonome. Anche nel momento in cui mi si pongono dei quesiti in presenza io mi trovo in difficoltà, poiché mi sembra impossibile dare una riposta che non sia «abusiva». É illusorio credersi «padroni» del testo, e in ogni caso tale illusione svanisce proprio grazie al testo: il testo è sempre più forte dell’autore, più libero, va altrove. Dove proprio non ti aspetti.
Peggy Kamuf, docente di letteratura comparata all’University of Southern California, ha definito la sua scrittura un tentativo di «lasciare aperta la piaga, di mantenerla in vita»…
Peggy Kamuf ha fatto allusione a un mio testo del 2011 su Jean Genet – Entretien de la blessure (Galilée, 2011, pp. 87, euro 19). Genet ebbe un’infanzia dolorosa: abbandonato dai genitori conosceva solo il nome della madre, Gabrielle. Entrò nella letteratura tramite la sofferenza e le lesioni, essendone ben consapevole. Da allora in poi ogni sua opera visse grazie a quella sua ferita originaria e venne alimentata nel tempo dal sangue versato e dal furto. Si pensi a Journal du voleur(1949). La sua opera risente di questa ferita originaria quando scrive ad esempio della decapitazione, dei condannati a morte. La ferita originaria è una miniera in cui scavare, per trasformare la piaga da cui tutto nasce nel beneficio della scrittura. Un altro esempio fondatore in tal senso è la «felix culpa», locuzione latina tratta da un’omelia di San Agostino. Secondo quest’ultimo, il peccato condurrebbe alla felicità, cominciando proprio dal peccato originale senza il quale non ci sarebbe né resurrezione né redenzione. La letteratura è parimenti una «felix culpa».
Parlando dello spettacolo «Le Dernier Caravansérail» del Théâtre du Soleil (con il quale Hélène Cixous collabora, ndr) lei ha asserito: «L’Europa che ha inventato il Rifugiato deve rendergli conto». Può dirci in che senso?
Tutto quello che abbiamo fatto da quando ho iniziato la mia collaborazione con il Théâtre du Soleil e Ariane Mnouchkineriguarda la questione dei rifugiati: all’inizio, si trattava dei cambogiani, poi degli indiani. Ci fu anche chiesto: perché non scrivete uno spettacolo su Sarajevo, sulle stragi dei Balcani? Io risposi che quando si scrive la storia di un popolo annientato si scrive quella di tutti i popoli annientati nel corso del tempo, a prescindere dalle contingenze. Le Dernier Caravansérail riguardava gli iraniani, gli iracheni, gli afgani. Ogni volta la scena si spostava e ancora si procede così, spostandosi. Ora è in Siria. La scena cambia di volto e la catastrofe ricomincia. Non conosco il volto che avrà tra vent’anni o cent’anni, ma la catastrofe avrà luogo. L’umanità funziona così, per massacri.
(il manifesto, 8 luglio 2017)
di Silvia Morosi
La studentessa 26enne chiede misure più stringenti contro il riscaldamento globale: «Voglio che la politica si impegni davvero per il futuro dei giovani neozelandesi, perché saranno loro a dover affrontare le conseguenze del riscaldamento globale»
In molti hanno già paragonato la sua battaglia a quella, epica, di Davide contro Golia. Perché la 26enne neozelandese Sarah Thomson, giovane studentessa di legge, ha deciso di sfidare il suo governo. In tribunale. Obiettivo? Far sì che il Paese faccia di più per il clima e adotti «misure più stringenti», come ha spiegato in una lunga lettera pubblicata sul sito The Spinoff. Il 26 giugno scorso alla Corte Suprema di Wellington la ragazza si è schierata contro l’esecutivo, colpevole di «aver preso misure inadeguate per contrastare il riscaldamento terrestre». Con l’accordo di Parigi del 2015, il Paese si era impegnato a raggiungere entro il 2030 un taglio delle emissioni pari al 30 per cento rispetto ai livelli del 2005. Per la studentessa questo obiettivo, e le modalità messe in campo per raggiungerlo, sono «illogici e irrazionali». Diversamente da quanto sostiene la ministra neozelandese responsabile del clima, Paula Bennett: «Il target – ha replicato – è equo e ambizioso, ed è stato fissato dopo un approfondito processo di consultazione».
«Smuovere le coscienze, soprattutto quelle dei giovani»
L’interesse di Sarah è rivolto soprattutto alla sua generazione: «Voglio che il governo prenda il tema ambientale sul serio e si impegni per il futuro dei giovani neozelandesi. Saranno loro a dover affrontare in futuro le conseguenze del riscaldamento globale». Un impegno nato dopo aver ascoltato un discorso di James Hansen, astrofisico e climatologo americano, dal 1981 a capo del Goddard Institute for Space Studies della Nasa, che in televisione ha paragonato il cambiamento climatico a «un asteroide che si avvicina alla Terra». Il primo, insomma, a denunciare la relazione tra il riscaldamento globale e l’attività umana. «Più a lungo aspettiamo ad agire, più sarà grave l’impatto», spiega Sarah. «Ho pensato: il governo deve salvarci dal fallimento imminente. Ma più il tempo passa, più mi sono resa conto della situazione e del fatto che non sempre la politica agisce nell’interesse della gente». La speranza è quella di smuovere le coscienze, soprattutto quelle dei suoi coetanei: «La maggior parte di noi sente che l’unico potere che ha per cambiare le leggi è il pezzo di carta inserito nell’urna ogni tre anni. C’è però un altro sistema, più vicino: quello dei tribunali». Una battaglia definita dall’ex primo ministro John Key «uno scherzo».
Il precedente in Olanda
Quello di Sarah non è il primo caso di impegno civile per una causa globale. Nel novembre del 2015 novecento cittadini, insieme a numerosi personaggi dello spettacolo, hanno chiesto al governo di intervenire contro l’effetto serra. La petizione ha portato la Corte Distrettuale dell’Aja a imporre al Paese di ridurre entro il 2020 le emissioni di almeno il 25 per cento, sostenendo che lo Stato non si fosse impegnato a sufficienza per risolvere il problema ambientale e per proteggere i suoi cittadini dai potenziali pericoli del cambiamento climatico. «Il governo dice che il nostro Paese è troppo piccolo per fare la differenza nella lotta globale contro le emissioni, ma siamo tutti responsabili», sottolinea la giovane. Essere un «semplice» cittadino non deve essere una barriera per ottenere giustizia. «C’è riuscita Kristine Bartlett con l’aumento dei salari, e Lecretia Seales che ha portato l’attenzione nazionale sulla questione dell’eutanasia e sul diritto di non essere soggetta a trattamenti crudeli o degradanti. Ci posso riuscire anche io, in campo ambientale», conclude ottimista Sarah. «Abbiamo ancora tempo per deviare il corso del clima. Ci vediamo in tribunale, Paula», ironizza, sfidando la ministra.
(Corriere della Sera, 5 luglio 2017)
di Maria Giovanna Piano
Negli antichi poemi epici, quelli che abbiamo studiato a scuola, viene sempre il momento in cui l’eroe è invitato a raccontare la propria travagliata storia. Lo fa davanti alla mensa imbandita in suo onore, l’onore che si rende all’ospite, allo straniero, anche quando nulla si sa di lui. Così Ulisse ad Alcinoo, così Enea a Didone: iubes renovare dolorem.
Anche Stefania Giannotti nel suo straordinario libro Troppo sale, un addio con ricette, edito da Feltrinelli, miscela cibo e doloroso racconto.
In questo caso però, a dispetto dei precedenti letterari che l’autorizzerebbero tutt’al più a piangere e raccontare insieme, lei racconta e insieme cucina.
Lo aveva già fatto in un saggio precedente: “La cucina è una fissazione”, in cui si allude a una storia che attende di essere narrata: “…dormivo con le foto sotto il cuscino di una mia pena che non racconto nei dettagli, perché ancora non ho trovato il modo” (Cuoche varie, Fuochi. La cucina di Estia, a cura di Liliana Rampello, Libreria delle donne, Milano 2014).
Un’attesa durata 25 anni, tanto ha preteso quella pena incommensurabile e incomunicabile che fin da subito trova nell’obbedienza che si deve all’irrimediabile, il suo senso profondo e, nel conseguente cammino, le parole per dirlo.
Un percorso sui generis, senza riverbero di retorica, che abbraccia d’istinto tutto ciò che dà misura.
C’è un coro di donne nella tragedia raccontata, e non è chiamato a dare consolazione, ma a salvare la vita. Primum vivere, mai risuona così irresistibile come in presenza della morte. E allora nessun corpo a corpo con il dolore, più semplicemente occorre non smarrirlo né perderlo di vista per troppa vicinanza. Serve una mediazione che restituisca la distanza giusta, una passione creativa, una cucina relazionale che si apra alla politica, una cucina della memoria, capace di fare spola mantenendo sempre lo stesso fuoco: il fuoco di Estia, attorno al quale è bello dissertare insieme “talvolta in accordo talvolta in disaccordo”.
Le portate espresse in 80 ricette sono la sosta utile al respiro di ogni sequenza narrativa, sono la stazione che ripara ciò che il ricordo potrebbe, per insostenibile lucidità, lacerare ancora. Per tenere insieme dolore della perdita e cibo bisogna avere una profonda cultura della trasformazione che riproponga nei gesti di una stessa esperienza i riti delle relazioni, soprattutto femminili, il passaggio antropologico dal crudo al cotto, la variazione delle combinazioni, e quel ripetuto portare alla bocca di ciò che ci attraverserà il corpo, diventando per decisiva alchimia, vita pura. È questa vita che abbiamo in sovrabbondanza, più di quanto possiamo sopportarne si potrebbe dire parafrasando Marilynne Robinson, è questa vita che deve vedersela con la perdita più dolorosa, quella che rischia di trascinarti giù giù e ancora giù nello stesso punto dell’abisso che ha crudelmente inghiottito la creatura amata. Cara agli dei, più cara alla madre.
Il titolo va preso alla lettera: Troppo sale. Troppo è quando qualcosa su cui non abbiamo potere si avventa su di noi, lasciandoci inermi, ferite/i, e sarebbe a morte se non fosse per la vita stessa. Da un 25 Agosto ormai lontano, ci arriva l’ansia di corpi bagnati di mare e l’immagine dell’adolescente deposto tra le braccia della madre ci restituisce per un istante una deposizione destinata chissà a immobilizzare per sempre quell’abbraccio in un unico blocco di sale. Troppo sale… sulla ferita, ma proprio dai cristalli di quel sale viene la scrittura perfetta, nitida e intensa che senza nulla concedere al lirismo, scansiona la vita in versi mostrando ciò che si può fare del dolore quando non si fugge il ricordo né lo si trasforma in simulacro.
Stefania Giannotti ci mostra per tutto il libro che è possibile riposizionare la morte nel luogo più soleggiato ossia più esposto alla vita, e che una donna può avere sufficiente forza e competenza di civiltà per sciogliere quel blocco e far rivivere ciò che rischiava di rimanere pietrificato. Lei del condimento conosce la giusta misura, che per il sale, come per la vita, è quanto basta.
(Facebook, 18 aprile 2017)
da unionesarda.it
La curatrice della Biennale, la francese Christine Macel, ha scelto questa quinta e queste parole, ad apertura del Padiglione dello Spazio Comune, «che riunisce artisti le cui opere si interrogano sul concetto del collettivo, sul modo di costruire una collettività che va oltre all’individualismo e gli interessi specifici». Girato l’angolo a sinistra, c’è la documentazione dell’intervento “Legarsi alla montagna”, quell’opera di arte pubblica e ambientale che nel settembre del 1981 ha visto un paese intero, Ulassai, attraversato da un nastro celeste di tessuto di 27 chilometri a legare simbolicamente abitanti, case, vie al Monte Gedili. C’era, a filmare questa avventura dello sguardo collettivo e femminile di Maria, il video artista Tonino Casula, il cui film, adesso, informa il consesso dell’arte mondiale sui fatti del 1981 a Ulassai, assieme alle belle foto in bianco e nero di Piero Berengo Gardin (fratello di Gianni), ritoccate da Maria col celeste sul nastro, in un gesto che ne fa opere, anch’esse custodite dall’operoso Archivio Maria Lai, supportato da Magazzino Italian Art di New York.
Un visitatore giapponese segue le peripezie di questo nastro celeste che corre per un paesino che non è semplice individuare sul mappamondo. Poi si volta e rimane immobile dinnanzi alla distesa di libri cuciti, dentro una lunga teca, come si fosse trovato di fronte alle tavole della legge di Mosé (in realtà qualcosa c’è, in comune). Poi osserva le “Geografie”, il “Lenzuolo” di pagine scritte con la macchina da cucire e il filo nero, la tovaglia per altare, realizzata da Maria quando si è sposata una pronipote, una forma che ricorda la croce, con pagine di velluto rosso cardinale che ricordano non i cardinali ma la passione, in tutta l’estensione del suo vasto significato.
Eccola Maria Lai. Ecco la passione e i significati, tutti, del suo passaggio, leggero e incisivo, alato e scavato, libero e freneticamente cucito a macchina, scritto e ribadito. Ecco il suo «passare leggero su questa terra». La gente gira attorno alle sue opere, l’Arsenale è immenso, contiene mondi immensi, c’è anche una casa di legno della Georgia in cui piove dentro, c’è una vasta porzione di soffitto che si riflette in un lago d’acqua sospeso su un intrico di tubi Innocenti, che ricordano le nostre città ancora transennate (è questa, del veneziano Giorgio Andreotta Calò, una delle opere più magiche de “Il mondo magico”, titolo del padiglione Italia – siamo sempre dentro all’Arsenale – curato da Cecilia Alemani, che comprende anche Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey).
L’Arsenale è immenso, contiene mondi, ma in apertura ti trovi Maria e quel visitatore giapponese si blocca davanti alle sue visionarie “Geografie”, fotografa i libri cuciti, che sono poesia, sontuosità, mistero, codici miniati, libri d’ore, che vengono dal nuragico o dal Monte Sinai, o dal Monte Gedili; fotografa, prende un taccuino, si siede spalle a una colonna e si mette a scrivere. Cosa scriva è un mistero, che attraversa quei caratteri, rimbalza nelle righe cucite di Maria e nell’acqua cheta di Calò, alla fine dell’Arsenale. Difficili da spiegare, i mondi magici toccano e poi però non scompaiono. Restano dentro. «Nell’arte si comincia a capire proprio quando non si capisce», ha scritto Maria.
da noidonne.org – Aperta ai Giardini e all’Arsenale la 57esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, diretta dalla francese Christine Macel
Sono maghe, streghe, sciamane, guaritrici. Consolano, curano, condividono, ma quando svelano ansie e minacce dei nostri giorni diventano perturbanti. Appaiono così le artiste presenti alla 57esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, aperta ai Giardini e all’Arsenale dal 13 maggio al 26 novembre 2017.
L’edizione 2017 della Biennale di Venezia, del resto, conta su una marcata presenza femminile. A cominciare dalla direzione artistica, affidata alla storica dell’arte parigina Christine Macel (n.1969), curatrice capo al Centre Pompidou, convinta che: “L’arte di oggi, di fronte ai conflitti e ai sussulti del mondo, testimonia la parte più preziosa dell’umanità, in un momento in cui l’umanesimo è messo in pericolo”. Nella sua mostra intitolata “Viva Arte Viva” (una programmatica dichiarazione di fiducia nel potere rigenerante dell’arte) Christine Macel ha inserito oltre quaranta artiste su un totale di 120 nominativi. Tra queste vi sono alcune figure leggendarie come Maria Lai (1919-2013), sarda, custode del bagaglio culturale della sua isola, autrice di poetici lavori incentrati sull’uso del filo. Qui è rievocata anche la performance collettiva “Legarsi alla montagna”, realizzata dall’artista con gli abitanti del suo paese, Ulassai, l’8 settembre del 1981, un esempio di come l’arte possa innescare un processo di partecipazione e condivisione. Singolare la coincidenza con il lavoro della coreografa americana Anna Halprin (n.1920), attiva dalla fine degli anni ’30, che nel 1981, in seguito allo shock provocato dall’assassinio di sette donne sui sentieri del Monte Tamalpais, vicino San Francisco, sviluppa una danza rituale di gruppo, per riconciliare la montagna con la comunità, poi divenuta la “Planetary Dance”, una danza per la pace che viene ripetuta annualmente ed eseguita in mostra nei giorni del vernissage.
Tra i tanti lavori esposti spicca ai Giardini la bella sala dedicata a Kiki Smith (n.1954), popolata di sculture e delicati disegni a inchiostro su carta nepalese, mentre all’Arsenale si segnalano la vivace installazione, fatta di balle colorate, dell’americana Sheila Hicks (n.1934), che ama definire le sue opere “tessiture senza pregiudizi” e il lavoro della polacca Alicja Kwade (n.1979), attiva a Berlino, una raffinata installazione che sfida le nostre capacità percettive.
Numerose sono anche le artiste chiamate a rappresentare il loro Paese attraverso progetti individuali concepiti appositamente per i rispettivi padiglioni nazionali, che quest’anno sono 86, sparsi tra i Giardini, l’Arsenale e il resto della città. Per il Padiglione della Germania, ad esempio, Anne Imhof (n. 1978) ha ideato “Faust”, un lavoro cupo sul tema del controllo e della sicurezza, col quale il padiglione tedesco si è aggiudicato il Leone d’oro per la migliore partecipazione nazionale. L’artista ha trasformato lo storico edificio ai Giardini in un bunker recintato e sorvegliato all’esterno da guardie accompagnate da cani feroci, mentre l’interno appare come un carcere, in cui un team di performer mette in scena episodi di arbitrio e autorità, resistenza e libertà. La sensazione di trovarsi in un luogo minaccioso si avverte anche nel Padiglione del Brasile (premiato con una menzione speciale), dove Cinthia Marcelle (n.1974) ha realizzato il progetto “Hunting Ground”, sostituendo al pavimento delle grate metalliche disposte secondo piani inclinati. Il Padiglione della Gran Bretagna appare invece invaso da sculture informi e colorate, festose e inquietanti, secondo il progetto “Folly” di Phyllida Barlow (n.1944). Kirstine Roepstorff (n.1972) vorrebbe al contrario rassicurare e dal Padiglione della Danimarca invita, tramite un’esperienza immersiva, ad accettare la precarietà, l’ignoto e la trasformazione come componenti naturali del processo di crescita. L’artista ha allestito un teatro nel quale il visitatore si impegna a trascorrere mezz’ora, al buio, in un’oscurità mistica evocatrice dell’utero materno, del cosmo o dell’aldilà, mentre una voce sussurra: “Hai tutto dentro di te, devi essere disposto a cambiare completamente dal vecchio sistema di orientamento al nuovo: l’oscurità è il vuoto gravido da cui sorge e nasce ogni cosa”. Tracey Moffatt (n.1960), la prima artista indigena a rappresentare l’Australia con una mostra individuale, presenta il progetto “My Horizon”, che attraverso fotografie, filmati e video affronta, tra realtà e finzione, il tema dei migranti e dello spaesamento quale condizione esistenziale. Tra l’altro si può vedere un vecchio filmato (Tracey Moffatt dice di averlo recentemente riscoperto) girato dai popoli indigeni australiani nel 1788, quando le prime navi della flotta britannica entrarono nel porto di Sidney. La Romania dedica per la prima volta a una donna, Geta Brătescu (n.1926), una mostra individuale, offrendo così l’occasione per conoscere il lavoro di quest’artista, che attraverso disegni, collage, fotografie, oggetti e film conduce una riflessione affascinante sulla soggettività femminile. Vale la pena ricordare, infine, Jesse Jones (n.1978) col suo progetto video “Tremble, tremble” per il Padiglione dell’Irlanda in cui recupera, con la straordinaria performer Olwen Fouéré, la figura della strega quale archetipo femminista ed elemento di rottura in grado di trasformare la realtà. Il titolo riprende lo slogan delle femministe italiane degli anni ’70 “Tremate, tremate, le streghe son tornate!” e invoca una trasformazione dei rapporti tra Chiesa e Stato nell’Irlanda di oggi.
Spesso anche la direzione artistica dei padiglioni nazionali è donna, come nel caso del Padiglione Italia, senza dubbio uno dei migliori di questa edizione. Da notare che la curatrice, Cecilia Alemani, ha voluto richiamare il tema della magia fin dal titolo della sua mostra – “Il mondo magico” (dal libro di Ernesto de Martino) – un tema che i tre artisti invitati (Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey) hanno declinato magnificamente, ciascuno a suo modo.
Su proposta di Christine Macel, inoltre, il Leone d’oro alla carriera è andato quest’anno all’americana Carolee Schneemann (n.1939), pioniera della performance femminista fin dagli anni ’60. “Schneemann – si legge nella motivazione – ha utilizzato il corpo nudo come forza primitiva e arcaica in grado di unificare le energie”.
Come sempre, durante la Biennale, sono innumerevoli gli eventi organizzati in città, ma sulle artiste si segnalano in particolare: la piccola mostra-dossier sulla pittrice surrealista danese Rita Kernn-Larsen (1904-1998), una riscoperta promossa dalla Collezione Peggy Guggenheim (fino al 26/6); l’esposizione “The Home of My Eyes”, che presenta 26 fotografie e il toccante video “Roja” (2016) dell’iraniana Shirin Neshat al Museo Correr (fino al 26/11); i raffinati progetti site specific realizzati da Marzia Migliora, in collaborazione con la Fondazione Merz, per le sale di Ca’ Rezzonico (fino al 26/11) e da Elisabetta Di Maggio (fino al 24/9) e Maria Morganti per gli spazi della Querini Stampalia. Da non perdere, infine, la mostra collettiva “Intuition” a Palazzo Fortuny (fino al 27/11), che spazia da Hilma af Klint a Marina Abramovic, e “Future Generation Art Prize@Venice 2017” a Palazzo Contarini Polignac (fino al 13/8). In quest’ultima spiccano la misteriosa installazione rituale dell’artista sudafricana Dineo Seshee Bopape, vincitrice di questa quarta edizione del premio istituito dal mecenate ucraino Victor Pinchuk, e la fiabesca opera multisensoriale “Mutumia” (donna in Kikuyu) dell’artista kenyota Phoebe Boswell, vincitrice del premio speciale.

Tracey Moffatt, Madre con bambino, dalla serie Traversata, 2017, Padiglione dell’Australia, Giardini, 57. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia (Photo courtesy the Artist, Australia Council for the Arts).
| Marzia Migliora protagonista della mostra più sussurrata e forte a Venezia. Dove si prende in esame la storia e il destino della città lagunare, scavando a fil d’acqua | ||||
Quella di Marzia Migliora, più che una mostra, è un’intrusione in casa d’altri. La si sente aggirarsi con calma, curiosità, determinazione. Ca’ Rezzonico è ricca, piena di quadri, di mobili, di luci, alle quali si aggiunge quella che, attraverso lo specchio del canale, si riflette in facciata. Seguire il profilo dei canali, in modo che gli edifici siano ortogonali all’acqua, è l’invenzione dell’urbanistica veneziana. E Migliora mette una pagina argentata tra la copertina e l’inizio del catalogo (hopefulmonster editore, a cura di Beatrice Merz), mentre il doppio ingresso dal canale e dalla terraferma caratterizza il prestigio dell’architettura.
Ca’ Rezzonico è stata completata nel Settecento e in quello stesso secolo Canaletto “anticipa” la funzione della luce nel definire l’inquadratura. Ci vorrà circa un secolo perché la fotografia trasferisca nell’obiettivo questo elemento.
Marzia Migliora analizza il corredo di presenze sociali e artistiche che fanno parte del Museo del Settecento Veneziano.
Il titolo è Velme e già qui s’intuisce che non è tutto oro quel che luccica. “Velma” è, infatti, lo strato fangoso che emerge dal fondo della laguna, quando c’è bassa marea. Marzia ha cercato tra i pavimenti, le stanze, i quadri, i lampadari, la velma che si deposita sotto le maschere del potere, delle invenzioni, degli affetti, delle subalternità.
Lo stemma di famiglia segna l’ingresso da terra: come d’abitudine, anche i Rezzonico usano il motto del potere Si Deus Pro Nobis, ma a questa frase manca un pezzo non da poco. Nella Lettera ai Romani, San Paolo diceva: Si deus pro nobis, quis contra nos? Espungerla significava nascondere la domanda cruciale su chi la pensa diversamente. E sappiamo quanto queste parole dimezzate di Dio abbiano pesato. Migliora “scrive” su due specchi del palazzo Quis contra nos. Non c’è punto di domanda, ma la constatazione che chi è contro si riflette su chi guarda.
Allude al passato? No. È la velma limacciosa di chi in ogni epoca impugna solo la prima parte della sentenza di San Paolo: dall’Isis alla volontà di potenza individuale. Succede anche a Ca’ Rezzonico
Marzia ci avverte appena si entra. Mette faccia al muro, alla distanza di un’asta metrica angolare di un metro, le meravigliose statue dei guerrieri etiopi del Brustolon che adornano il salone d’ingresso al primo piano. La funzione di porta vasi (sostituiti dall’artista con un blocco di salgemma), la posa atletica, le catene, sono il prototipo della giustificazione della superiorità razziale.
Il Settecento a Venezia significa Goldoni e la sua ironia che spesso migra nei proverbi. Perché el can, el vilan, el gentilomo venesian no sera mai la porta? El can perché nol ga le man, el vilan perché el xe vilan, el gentilomo venesian perché ga el moreto. (Perché il cane, il villano, il gentiluomo veneziano non chiude mai la porta? Il cane perché non ha le mani, il villano perché è villano, il gentiluomo veneziano perché ha il moretto). Una battuta che non riduce la durezza del comando sulla servitù.
La luce dell’ironia, dell’intelligenza, della pittura, porta con sé l’ombra della fine. Venezia non è più la padrona del mare, con un ultimo slancio di grandeur trasferisce nella terra ferma la grana formale del potere, nascono ville grandiose come quella Pisani di Stra che aveva per modello Versailles e tante altre. La festa continua, ma qualcosa si è rotto.
Il suo “mondo nuovo” è quello del lavoro. Colloca nel Portego (la sala che collega la porta d’acqua a quella di terra) La fabbrica illuminata: una fila di banchetti da orafo, con una lampada incorporata, sormontati da un blocco di salgemma. L’oro bianco che ha fatto nascere Venezia. Durante le invasioni del IX secolo, solo gli estrattori del sale sapevano orizzontarsi nell’intrico di barene, canali, maree; erano gli ultimi “cives” della Decima Regio, la miniera dell’oro bianco dell’Impero Romano. Le luci dei banchetti interferiscono con il simbolo della preziosità. La storia è intricata e la velma ogni tanto affiora. Con agilità Marzia sceglie di abbinare l’oro bianco al lavoro salariato e proietta il riflesso della sua attuale precarietà (i banchetti da orafo provengono da un’industria andata in fallimento) e della velma che soffoca l’ambiente.
Il passato del Settecento e quello del Novecento non sono accostati con un criterio evoluzionistico, ma sul principio di contraddizione tra cambiamento e disparità. Ce lo ricordano ancora Tiepolo, i Mori del Brustolon, Pietro Longhi, Francesco Guardi.
Nelle scene di Carnevale, che questi ultimi dipingono, compare una ragazza con una maschera nera che evidenzia il suo perfetto ovale. Non ha l’usuale cordicella di sostegno, ma una mordacchia nascosta, da stringere tra i denti per far aderire al viso la maschera. Si chiama morèta. Ritorna il gioco di parole sul colore della pelle, e non è un caso, visto che la libertà delle fanciulle mascherate aveva come controcanto la sentenza goldoniana: che la tasa, che la piasa, che la staga in casa (che taccia, che piaccia, che stia a casa). Marzia ne fa una sul calco del suo volto, la chiude in una scatola trasparente e la sospende in un boudoir di Ca’ Rezzonico, in modo che sia visibile fronte/retro, compresa la mordacchia. La maschera dell’esclusione delle donne abita anche tra il Secolo dei Lumi e le glorie di Venezia: negli occhi di Migliora diventa un’immagine di ribellione e di libertà e, con buona pace di Goldoni, la intitola: Taci anzi parla in onore a Carla Lonzi.
Francesca Pasini
Lettera aperta a Letizia Paolozzi
di Luisa Muraro
La buona notizia è il sospirato arrivo alla Libreria delle donne della rivista Leggendaria n. 123 con l’inserto “mamma NON mamma” del Gruppo del mercoledì, che aspettavo da tempo.
Adesso, la cattiva notizia: la tua cultura unita a quella del tuo intervistato Nichi Vendola non è arrivata a capire il significato di omopatriarcato. Eppure altri avevano capito subito, come Cristiano Lanzano in una discussione promossa da Ida Dominijanni sul mio testo Una di meno: “il prefisso omo- indica spazi e istituzioni esclusivamente maschili da cui le donne sono escluse, e non ha a che fare con l’omosessualità”. Non ha a che fare con l’omosessualità vissuta da una minoranza di uomini e di donne, ma con quella sostanziale che lega gli uomini tra loro nell’amore del potere. Una femminista come te questo lo sa, nei nostri discorsi lo abbiamo detto tante volte.
Perciò non posso scusare la tua interpretazione del mio pensiero. Scrivi: “l’omosessualità come una delle radici del patriarcato”. Una? Io ho scritto che è “il fondamento simbolico del patriarcato” e davanti a queste parole tu non potevi sbagliarti: parlavo in generale degli uomini. La tua interpretazione è tendenziosa e induce l’intervistato a formulare una serie di sciocchezze velenose in uno stile di finta dolcezza: spero sinceramente… mi auguro… Se tu, intervistatrice, non lo avessi portato fuori strada, forse lui non si sarebbe così ridicolmente esposto. Ironia del titolo della tua intervista, La cura delle parole!
2 luglio 2017
Cara Luisa,
Sarà stata la mia domanda ad aver portato “fuori strada” Vendola, piegando in modo sbagliato la parola “omo-patriarcato”.
A mia scusante c’è il tentativo di farmi capire dai lettori (vecchio vizio giornalistico) che porta a semplificazioni talora rozze. Certo, il termine “omo” è foriero di ambiguità dal momento che conduce all’ “uguale”, al “medesimo”: ma di chi si parla realmente mentre è in corso uno scontro politico che per tanti aspetti investe anche la dignità delle persone omosessuali e del mondo glbt?
Benvenga dunque il tuo chiarimento.
Spero che, nel frattempo tu legga con altrettanto interesse anche gli altri pezzi dell’inserto di Leggendaria “mamma/non mamma”.
Ti abbraccio
Letizia
(www.donnealtri.it, 3 luglio 2017)
di Franca Fortunato
Il 14 giugno scorso la maggioranza alla Camera ha approvato, con il ricorso alla fiducia, la modifica del codice penale, dentro cui hanno infilato un articolo che prevede l’estinzione del reato di stalking non aggravato con la riparazione in denaro, e affida alla discrezionalità del giudice stabilire se l’offerta è congrua, al di là di ciò che pensa la donna offesa. (1) Questo vuol dire che la donna che ha presentato querela, che in base alla legge vigente può ritirarla all’interno del processo, dovrà accettare, senza opporsi, il risarcimento che il giudice deciderà essere congruo per estinguere il reato. Denaro in cambio di libertà femminile e di dignità personale.
È questa la questione centrale che pone quell’articolo che, se non fosse stato per tre donne, Loredana Taddei della Cgil, Alessandra Menelao della Uil e Liliana Ocmin della Cisl, che se ne sono accorte dopo la sua approvazione, sarebbe passato sotto silenzio, con il beneplacido delle donne e degli uomini che l’hanno votato. Data la notizia, su internet si è immediatamente scatenata la rabbia e l’indignazione delle donne. Molti/e esponenti del Pd si sono affrettati/e a smentire quelle che hanno definito “bufale” e “false notizie”. Il sottosegretario alla Giustizia Gennaro Migliore si è spinto oltre, dichiarando: «Sta circolando in queste ore un ingiustificato allarme, diffuso dai responsabili di Cgil, Cisl e Uil, di depenalizzazione dello stalking. È una notizia falsa che, mi auguro, venga immediatamente ritirata da chi la sta irresponsabilmente facendo circolare».
Il ministro alla Giustizia Andrea Orlando, dopo aver dichiarato che le notizie «risultano non fondate secondo le interpretazioni degli uffici», il giorno dopo ha dovuto ammettere che le donne avevano ragione, che la notizia era vera e che si era trattato di un errore a cui era stata trovata una soluzione tecnica. Che figuraccia!!! Nessuno/a ha chiesto scusa alle donne, neppure il sottosegretario Migliore che nella sua enfasi offensiva ha cancellato le donne della Cgil, Cisl e Uil, facendole diventare “degli esponenti”. Il Ministro Orlando non solo non ha chiesto scusa ma non ha neppure spiegato come e perché sia stato fatto quello che lui ha definito un errore. Ci dica signor Ministro, di che cosa si è trattato? Di insipienza, furbizia, arroganza, superficialità, ignoranza, supponenza, mala fede, irresponsabilità? Deputate e deputati che quella legge avete votato, davvero pensavate che le donne non se ne sarebbero accorte e non avrebbero protestato? Ma quando votate sapete cosa state votando? Leggete prima quello che votate? Con chi vi siete confrontate/i? Non certo con le donne, neppure con tutte quelle che, al tavolo della Presidenza del Consiglio e del Ministero delle Pari Opportunità, insieme ad alcuni uomini, stanno collaborando da mesi alla stesura di un Piano nazionale contro la violenza maschile sulle donne.
Che senso ha, mi chiedo, collaborare a un Piano antiviolenza quando si viene ignorate se si tratta di modificare una legge – come ha fatto la maggioranza alla Camera – che riguarda la libertà e la dignità di una donna che subisce violenza? Su questioni che riguardano il corpo delle donne nessuna maggioranza, nessun Parlamento, può decidere senza di loro. È il messaggio che gli uomini e le donne delle istituzioni, in primis, avrebbero dovuto imparare anche dall’irruzione sulla scena mondiale di quel grande protagonismo e forza femminile che, a partire dalla manifestazione delle polacche del 3 ottobre 2016 contro il divieto di aborto, ha dato vita alle grandi manifestazioni contro la violenza maschile sulle donne del 24 novembre 2016, dell’8 marzo 2017, alle grandi assemblee di Bologna e di Roma del movimento Non Una Di Meno che sin dall’inizio, con le donne dei Centri antiviolenza, lavora a un “Piano femminista contro la violenza”.
(Il Quotidiano del Sud, 2 luglio 2017)
(1) Si tratta dell’art. 162-ter (Estinzione del reato per condotte riparatorie), inserito nel codice penale dalla legge 23 giugno 2017 n. 103, Modifiche al codice penale, al codice di procedura penale e all’ordinamento penitenziario, pubblicata in GU il 4 luglio 2017 (Ndr).
Consigli di lettura di Rosaria Guacci e Liliana Rampello
Itinerario nella nostra lingua madre (leggere fa bene)
di Rosaria Guacci
Molte delle migliori autrici italiane presenti oggi nel mercato librario mostrano una chiara filiazione rispetto ad alcune grandi scrittici del nostro recente passato letterario. Sopra tutte, fanno da modello per trame, stile, ispirazione, anche invenzioni Elsa Morante e Anna Maria Ortese. Madri riconosciute, vengono prima – sono venute prima – e il legame con loro istituisce una genealogia. Di Morante e di Ortese e delle eredi letterarie più prossime, da Donatella Di Pietrantonio, Wanda Marasco e altre ancora, passando da Fabrizia Ramondino per arrivare a Elena Ferrante, il breve scritto a seguire traccia una bibliografia essenziale. Sarà possibile nel mese di luglio acquistare alla Libreria delle donne i loro libri, non facilmente trovabili altrove, con lo sconto del 10%.
Due fra i maggiori premi letterari italiani, il Campiello e lo Strega, ci segnalano che cinque scrittrici, finalmente, ce l’hanno fatta. I loro romanzi vengono messi a conoscenza dei lettori più attenti e segnalati come i migliori tra i pubblicati dell’ultima stagione letteraria. Teresa Ciabatti (La più amata, Mondadori) e Wanda Marasco (La compagnia delle anime finte, Neri Pozza) sono state selezionate nella cinquina che corre per il Premio Strega; Alessandra Sarchi (La notte ha la mia voce, Einaudi), Laura Pugno (La ragazza selvaggia, Marsilio) e Donatella Di Pietrantonio (L’arminuta, Einaudi), in quella del Campiello. Da tempo si sa che all’interno di un pubblico di lettori scarno come quello italiano sono le donne le lettrici più forti. Così come sono sempre le donne che scrivono a essere le più acquistate, ma nel rush finale mancavano, o quantomeno scarseggiavano, i premi a pregiarle. Ora, con buona evidenza la tendenza è cambiata. Come libraie della Libreria delle donne di Milano non possiamo che essere contente di questo risultato che ha un valore simbolico e un altro ben concreto. Significa aumento di visibilità anche nei termini di vendita e acquisto: ne beneficiano sperabilmente i libri delle donne in generale per l’aumentata circolazione di interesse. E torno a tre delle scrittrici che ho nominato. Ciabatti, Moresco, Di Pietrantonio, in compagnia di altre ancora tra le migliori del panorama letterario italiano, mostrano una chiara filiazione rispetto a madri eccellenti. Un riconoscimento presente nelle trame dei testi, nello stile, senz’altro nell’ispirazione, alle opere di alcune grandi di metà Novecento. Quelle che sono venute prima; sopra tutte Elsa Morante e Anna Maria Ortese.
In Morante la lotta fra immaginario e il reale è un tema chiave; l’altro presente in entrambe, in ognuna declinata a suo modo, è la passione per il mito. Con in più, in Ortese, la presenza di un territorio d’origine misterioso e fatale che influenza, con la sua oscura necessità, i personaggi. La storia di Edipo, la cui nascita è avvolta nel segreto, ci racconta che, uomo fatto, potrà conoscersi solo tornando alla sue prime radici: il futuro ripercorre le orme del passato e il tempo del mito è il tempo ciclico della ripetizione. È questo il meccanismo narrativo di L’isola di Arturo, Aracoeli, L’Iguana, riproposto anche in La più amata di Teresa Ciabatti. Chi sei tu, padre, e come posso afferrarti sottraendoti al mistero che ti avvolge? La domanda battente dell’io narrante, una giovane donna, che è poi il vero pregio del testo, avvicina il romanzo al morantiano L’isola di Arturo (ma qui siamo a Orbetello, e non a Procida) e volendo tener buona l’analogia troveremmo lo stesso ansioso interrogativo del bambino Arturo sull’identità paterna.
Donatella Di Pietrantonio introduce una variante del mito e la centra sulla figura materna; qui, del mito, muta la classica rappresentazione ma non la potenza. Cambia anche il paesaggio che è quello del mare e dei monti d’Abruzzo. Nel romanzo l’enigma dell’identità sconvolge la vita a una ragazzina di tredici anni, riconsegnata senza un chiaro motivo dalla famiglia adottiva alle sue miserabili origini. Stesso scenario, ugualmente violento, nella Compagnia delle anime finte di Wanda Marasco. Qui la storia s’incentra sul legame tra una figlia e una madre detentrice di una grande potenza immaginaria in contrasto con la sua miseria reale. L’ambiente è quello guasto e disperatissimo di Napoli, descritto col dialetto dei suoi “bassi” che è una lingua con leggi sue proprie. Siamo di nuovo in presenza dei temi forti di Morante e Ortese: la mezz’ombra tra ciò che si sogna e ciò che è vero, la narrazione dell’infanzia, la capacità di agganciare la propria vicenda personale alle sorti collettive. Si dovrebbero rileggere queste due grandi apripista ricostruendo i nessi che conducono dall’una all’altra, e da entrambe forse al meglio della letteratura italiana femminile. Su questa strada incontriamo Fabrizia Ramondino arrivando fino a Elena Ferrante. Un pensiero, e la necessaria citazione, vanno ancora alle grandi dimenticate dal canone letterario del nostro Novecento italiano: «scrittrici del calibro di Paola Masino, Alba de Céspedes, Anna Banti, Gianna Manzini, Dolores Prato» come ricorda sull’Huff Post del 22/7/2016 l’italianista Annalisa Andreoni. «E bisognerebbe scrivere, finalmente, una storia del romanzo italiano del secondo Novecento che segua le fila dei percorsi narrativi femminili in una prospettiva d’insieme e definisca il ruolo dell’ottima letteratura che le donne hanno dato all’Italia.» Di queste e molte altre autrici abbiamo in Libreria i romanzi difficili da trovare altrove. Nel mese di luglio potrete acquistarli con lo sconto del 10/%. Ne do qui una bibliografia essenziale. (Rosaria Guacci)
Bibliografia:
Teresa Ciabatti, La più amata, Mondadori
Wanda Marasco, Anime finte, Neri Pozza
Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta, Einaudi
Laura Pugno, La ragazza selvaggia, Marsilio
Alessandra Sarchi, La notte ha la mia voce, Einaudi
Elsa Morante, L’isola di Arturo, Einaudi
-, Menzogna e sortilegio, Einaudi
-, Aracoeli, Einaudi
-, Il mondo salvato dai ragazzini, Einaudi
-, Lo scialle andaluso, Einaudi
-, La storia, Einaudi
-, Pro e contro la bomba atomica, Adelphi
-, Menzogna e sortilegio, Einaudi
Anna Maria Ortese, L’Iguana, Adelphi
-, Alonso e i visionari, Adelphi
-, Il Cardillo addolorato, Adelphi
-, Il porto di Toledo, Adelphi
-, L’infanta sepolta, Adelphi
-, Il mare non bagna Napoli, Adelphi
-, Poveri e semplici, Vallecchi
-, La lente scura, Adelphi
Fabrizia Ramondino, Storie di patio, Einaudi
-, Althenopis, Einaudi
-, Passaggio a Trieste, Einaudi
-, Taccuino tedesco, Nottetempo
Elena Ferrante, L’amica geniale, quadrilogia, e/o
-, L’amore molesto, e/o
-, I giorni dell’abbandono, e/o
-, La frantumaglia, e/o
Anna Banti, Artemisia, Se Studio editore
-, Quando le donne si misero a dipingere, Abscondita
AA.VV., Alba De Cespedes, Il Saggiatore
Gianna Manzini, Autoritratto involontario, La Tartaruga
-, Cielo di Pistoia, Via del Vento
Dolores Prato, Giù la piazza non c’è nessuno, Quodlibet
-, Sogni, Quodlibet
-, Scottature, Quodlibet.
Breve itinerario americano
di Liliana Rampello
Per l’estate propongo questo itinerario fra le scrittrici americane, romanzi e racconti di ottima scrittura, di diverso stile, di tempi e di aree geografiche che molto ci fanno intendere delle differenze e dei contrasti di questo grande paese, e ci aiutano a capire, attraverso le loro atmosfere e i loro personaggi, anche il clima culturale attuale.
Flannery ‘O Connor, Tutti i racconti
-, Il cielo è dei violenti
Josephine Johnson, Ora che è novembre
Eudora Welty, Una coltre di verde
Carson McCullers, La ballata del caffè triste
-, Riflessi in un occhio d’oro
Vivian Gornick, Legami feroci
Willa Cather, I racconti di Pittsburgh
-, Il mio nemico mortale
-, La mia Antonia
Mavis Gallant, Piccoli naufragi
-, Al di là del ponte e altri racconti
-, Varietà di esilio
Susan Glaspell, Una giuria di sole donne
Joan Didion, Prendila così
-, Run river
-, Miami
Joyce Carol Oates, Il giardino delle delizie
-, Una famiglia americana
Alice McDermott, Il nostro caro Billy
-, Qualcuno
Sara Taylor, Tutto il nostro sangue
Siri Hustvedt, Quello che ho amato
-, L’estate senza uomini
- M. Homes, Jack
-, Musica per un incendio
-, Los Angeles
Marylinne Robinson, Le cure domestiche
-, Lila
Lucia Berlin, La donna che scriveva racconti
Emma Cline, Le ragazze
Anne Tyler, Elizabeth Strout, Alice Munro… qualsiasi cosa.
(www.libreriadelledonne.it, 1° luglio 2017)
di Antony Gormley
Intervista con la filosofa, ospite a Bologna per parlare del ruolo critico delle università nell’epoca di Trump
«È tempo che i movimenti sociali si coalizzino per formare un movimento forte, che abbia idee molto chiare sull’uguaglianza, sull’economia, sulla libertà, la giustizia, e questo significa avere ideali e piattaforme separate dalla politica di partito. Solo a questo punto un movimento sociale è nella posizione di negoziare». A partire dalla pubblicazione di Gender Trouble (1990), uno dei testi fondativi della teoria queer, la riflessione di Judith Butler – docente presso il Dipartimento di Letteratura comparata e il Programma di Critical Theory dell’Università della California, Berkeley e la European Graduate School/EGS – ha provocato un ampio dibattito che ha coinvolto tanto il femminismo quanto, più in generale, la teoria critica, facendo di lei una delle più influenti intellettuali nel panorama internazionale contemporaneo.
Muovendosi tra la filosofia, la psicoanalisi e la letteratura, Butler è intervenuta su alcuni dei principali eventi che hanno scosso il presente globale, dall’11 settembre alle Primavere arabe. Tra le sue ultime pubblicazioni, Senses of the Subject (New York, 2015) e Notes toward a Performative Theory of Assembly (Harvard, 2015, tradotto in italiano con il titolo L’alleanza dei corpi, Nottetempo, 2017).
La filosofa è stata in Italia, a Bologna, per promuovere la conferenza internazionale «The critical tasks of the University» e per partecipare alla Summer School «Sovereignty and Social Movements» organizzata dall’Academy of Global Humanities and Critical Theory (Duke University, University of Virginia, Università di Bologna), fino al 7 luglio. L’abbiamo raggiunta per qualche domanda.
Come pensa che il ruolo critico delle università, la loro opposizione alle politiche di deportazione di Trump, sarà colpita dai suoi progetti di riorganizzazione dello Stato e dall’azione sempre più arbitraria della polizia?
È molto importante che le università dichiarino lo status di «santuari». Manda un segnale forte al governo federale. Il programma di Trump non è ancora effettivo, ma i funzionari dell’immigrazione possono agire autonomamente in modo più aggressivo, perché non c’è una politica federale chiara, il presidente dice una cosa, le corti di giustizia vanno in un’altra direzione, cosicché i funzionari decidono in modo discrezionale di andare nelle scuole o nelle case per cercare le persone senza documenti.
Le università però possono decidere di consegnare i nomi di quelli che non hanno documenti oppure resistere alle richieste dei funzionari. Hanno il potere di bloccare l’implementazione dei piani di deportazione e questo significa che possiamo diventare parte di un più vasto network che resiste all’applicazione delle politiche federali. […]
(Il manifesto, 30 giugno 2017. La versione integrale di questa intervista è pubblicata su www.connessioniprecarie.org)
di Una città
È uscito il numero 240, a questo link il sommario:
www.unacitta.it/newsite/sommari
Perché la possibilità di por fine alla propria vita con il suicidio assistito o con l’eutanasia non può essere negata grazie alla diffusione, per altro fondamentale, delle cure palliative. Che cos’è la sedazione profonda? Il passo avanti del progetto di legge in discussione dove alimentazione e idratazione artificiali sono riconosciute come cura a tutti gli effetti e quindi nella potestà del malato di rifiutarle. L’importanza delle “conversazioni di fine vita” e, quindi, della preparazione dei medici a “mettersi a fianco”, in una situazione in cui, molto spesso, la preoccupazione più angosciante del malato è quella di non aver tempo per “sistemare le cose”. A parlare è Luciano Orsi, medico anestesista e rianimatore, vicepresidente della Società italiana cure palliative.
Si può leggere l’intervista qui: www.unacitta.it/newsite/intervista
(Una città, 30 giugno 2017)
di Stefania Tarantino
Intervento di Stefania Tarantino, invitata dalla Città Felice di Catania, all’incontro L’Altro vertice in opposizione al G7 di Taormina, tenutosi al cinema King di Catania il 27 maggio 2017.
Vengo da Napoli, la città che, come immagino sappiate, è stata recentemente sotto i riflettori mediatici per la contestazione al comizio di Matteo Salvini. Una contestazione portata avanti non solo dai centri sociali e dalla sinistra più radicale, ma anche dai tanti movimenti, dalle tante associazioni e dalla gente comune antifascista e antirazzista della città e dal sindaco in persona che ha cercato di dislocare altrove il comizio del leader leghista. Quando tutto sembrava risolversi nel verso giusto, il Ministro Minniti ha invece riassegnato la sede originaria appellandosi alla libertà di espressione sancita dall’articolo 21 della Costituzione. Di tutta risposta è stata organizzata una manifestazione terminata, come da copione, in guerriglia urbana, con scontri, feriti e qualche arresto. Ecco, se sono partita da Napoli e da ciò che è successo è perché è questo “copione” che dobbiamo sforzarci di modificare. La pratica politica del femminismo e il pensiero delle filosofe che studio mi hanno insegnato che, per dare vita ad una politica che sia veramente altra rispetto a quella vigente, è necessario rompere questo copione che vede schieramenti contrapposti in una dinamica che è essenzialmente tutta interna a una politica solo maschile. In quel momento sarebbe stato sicuramente più spiazzante, ancor di più se indetta direttamente dalla voce del sindaco, invitare la cittadinanza tutta a riunirsi per una grandissima festa della città, colorata, multietnica e interculturale, per ribadire le ragioni di una contestazione legittima. Contraria alle parole e agli slogan di un esponente politico che nulla ha a che fare con il sud. In più, la festa sarebbe stata l’occasione per far esibire dal vivo alcuni musicisti napoletani (Terroni uniti) che avevano scritto un brano ad hoc “Gente do sud”, che narra della capacità di accoglienza e di solidarietà che hanno le donne e gli uomini del sud.
Sono partita da questo fatto che è successo a Napoli perché oggi c’è una necessità, un’urgenza, di dare vita a lotte politiche che siano capaci di spostare, di dislocare diversamente la rabbia, il proprio sentimento di giustizia e di verità e di non ridurlo a parole e azioni “contro”. Questa politica “altra” che agiamo nella nostra vita quotidiana è ciò che va sostenuto e moltiplicato nelle nostre relazioni politiche e non. È vero che è difficile scalzare quel potere mostruoso e punitivo che si muove e che agisce come un carro armato, che spiana ciò che faticosamente giorno dopo giorno tutte e tutti noi cerchiamo di seminare, eppure, non è mettendosi su un piano meramente contrappositivo che le cose cambiano. In questo, il Novecento è stato un banco di prova importante che ci dice molto.
Oggi siamo qui per ragionare insieme sul mondo che vorremmo e sulle priorità che investono il senso stesso delle nostre vite. Non siamo “grandi”, non siamo “potenti”, non siamo i leader-padroni della terra, ma siamo reali, siamo coloro che portano sulle loro spalle la durezza ma anche tutta la bellezza del reale. Questa è una forza preziosa e irrinunciabile. Attraverso la filosofia e la politica, nei miei lavori di ricerca mi sono molto soffermata sul pensiero di alcune filosofe deI secolo scorso. Ho imparato molto in un senso vitale e creativo. Ecco perché sono qui oggi a parlarvi di Simone Weil. Non per farvi una lezioncina su una filosofa lontana nel tempo, ma per condividere sue intuizioni che sono necessarie a delineare un percorso comune. Come molti di voi sapranno, Simone Weil è stata una donna geniale che ha avuto una vita lampo. Nei suoi 34 anni di vita ha cercato, con una coerenza e con un amore per la verità senza pari, di cogliere quei meccanismi che spingono l’essere umano verso gli istinti più bassi e egoistici. Ha cercato di avere una visione precisa di ciò che opprime le anime e i corpi, che ha cancellato storie, altre civiltà, che ha annientato altri esseri umani, che ha saccheggiato e portato a esaurimento le risorse della terra. Ha intuito il punto di non ritorno che oggi è sotto gli occhi di tutti e ha scritto fiumi di parole per capire quali strategie, quali punti di rottura dobbiamo innescare per cambiare direzione. Lei stessa non contenta di un’analisi a distanza è andata nei luoghi dello sradicamento per capire sulla propria pelle ciò che stava accadendo. Oggi lo sradicamento che viviamo è sicuramente diverso da quello da lei vissuto, ha cambiato aspetto, ma non sostanza. Ecco perché quello che ci ha consegnato deve essere messo in pratica adesso perché non c’è davvero più tempo. Il sistema neoliberale in cui ci troviamo a vivere fa sì che le vite costino e così vengono messe al mercato. La soggettività così tanto desiderata nella sua piena libertà e “fioritura” è diventata ancora di più un privilegio per pochi e per poche. E, da che mondo è mondo, i privilegi non sono per tutti, così come la ricchezza è per qualcuno a scapito di molti, troppi. Il femminismo, che ha una storia di ingiustizia alle spalle lunga millenni, un’ingiustizia che ancora si propaga incidendo in forme diverse dappertutto nel mondo, ha mostrato la radice malata di un sistema che ha bisogno nella sua intima ragion d’essere di escludere buona parte dell’umanità dalla vita. C’è molto da eccepire su questo perché, come è stato messo in luce negli interventi che mi hanno preceduta, sfruttamento di un territorio e di forza lavoro non significa ricchezza per le popolazioni locali ma sempre una moltiplicazione a dismisura della povertà. Le ricchezze sono portate altrove, quasi sempre nei paesi dei “grandi” esponenti delle “democrazie” occidentali. Non c’è alcuna equità, ma una logica di rapina. Come da più parti è stato fatto notare, le logiche delle multinazionali funzionano come le modalità della camorra e della mafia. È il sistema di funzionamento mentale per cui ciò che vale per me non vale per te. Nonostante questo sono moltissime oggi le soggettività in campo che, a partire dai loro territori e attraverso azioni efficaci, cercano di smantellare questo sistema e cercano faticosamente di ricomporre i pezzi disarticolati che lascia alle sue spalle sotto forma di resti, rifiuti, scarti.
Simone Weil è così presente oggi in questa mia riflessione perché ha pensato a partire da questi scarti (umani e non) e ha costretto la filosofia a cambiare di segno, a scendere dalla torre d’avorio per assumere una dimensione politica e vitale inedita. Simone Weil ha puntato verso una diminuzione massima dell’ingiustizia attraverso la consapevolezza che il pensiero raziocinante dell’Occidente non ci mette al riparo da nulla, al contrario. In questo suo andare alla radice dei meccanismi politici e psichici comprese che è da una idea di gestione “proprietaria” che ci dobbiamo separare. Viene a noi una impostazione che concepisce le cose del mondo gerarchicamente (della terra, delle risorse, degli altri esseri umani).
La sua analisi lucida fu portata avanti con molta intelligenza. L’intelligenza che intende ciò che tiene insieme mente e cuore e non una razionalità astratta e senza presa su ciò che è e accade. Simone Weil ha cercato di afferrare cosa veramente sostiene il mondo e ha trovato il bandolo della matassa. Più volte ci ricorda che la verità non è qualcosa a cui si arriva previo ragionamento, ma è ciò che letteralmente ci si “pianta” nell’anima. La verità, come il senso di giustizia, non è un processo intellettuale, ma è qualcosa che sentiamo e basta. La forza del suo pensiero si nutre di questo “sentire”.
La politica deve essere critica e creativa come lo è stata lei. Provocare dei punti di arresto in quegli ingranaggi che continuano a falsificare la realtà, come le copertine patinate di quei resort in luoghi paradisiaci che però fuori dai cancelli presentano tutt’altro aspetto. L’ingranaggio si rompe con la propria generosità e con la propria creatività, nei casi più fortunati con la propria genialità, così come è successo, ad esempio, con quel ragazzo, Boyan Slat, che ha ideato un sistema per ripulire gli oceani dalla plastica. Ecco, l’auspicio, è lavorare insieme criticamente e creativamente. È necessario liberarsi da tutti i “legami slegati” che non portano a nulla (come quelli che stanno rappresentando a Taormina?) e creare legami vitali che abbiano a cuore questa realtà così minacciata. Per farlo dobbiamo aprire spazi mentali nuovi che siano radicati nel tempo, un tempo fatto di presente, di memoria e di futuro. Un’altra filosofa a me cara, Maria Zambrano, diceva che, guardando alla storia, si vede bene l’accanimento con cui si è proceduto a distruggere il meglio dell’umano e di ciò che ci circonda. Questo “meglio” non può forse più tornare nella sua condizione originaria ma, anche se sepolto, distrutto, può essere l’orizzonte su cui è possibile ricostruire un nuovo modo di stare a questo mondo. Ciò non sarà possibile se prima non ci liberiamo dalle false promesse e dai falsi accordi perché l’apertura di spazi mentali significa la decolonizzazione delle nostre rappresentazioni e dei nostri privilegi.
Il mondo dei “grandi”, infatti, non è l’unico possibile e noi siamo qui a riflettere insieme proprio per ricordaglielo e rappresentarlo. Non viviamo soltanto una crisi, ma un pericolo che ci fa apparire davanti agli occhi la morte dentro una guerra assurda per noi, ma non per chi l’attraversa nei luoghi dove armi, gas, “effetti collaterali”, nutrono una realtà disperante. L’umanità che varca deserti e mari nella speranza, nell’illusione che la realtà occidentale ha trasmesso loro, è un implacabile nuova guerra mondiale di cui prendere coscienza. Creare una rete per tenere insieme le maglie di vite diverse e comunque umiliate e offese da questa realtà. Non è cosa da poco, certo, ma mi sembra il solo orizzonte di pensiero e di vita, di azione politica che possiamo nominare.
Grazie per la vostra attenzione.
(www.libreriadelledonne.it, 30 giugno 2017)
di Simonetta Patanè
L’Europa delle Città Vicine, a cura di Loredana Aldegheri, Mirella Clausi e Anna Di Salvo, Edizioni MAG, Verona 2017
Leggendo il libro che raccoglie gli atti del convegno “L’Europa delle Città Vicine”, svoltosi alla Casa Internazionale delle donne di Roma, il 21 febbraio 2016, e pubblicato dalla MAG, mi è stato possibile cogliere aspetti che lì mi erano sfuggiti e, soprattutto, vedere meglio il senso complessivo del lavoro fatto insieme. Ciò che nella lettura si è delineato in maniera molto chiara è il significato della politica femminista intesa come quella politica non solo fatta da donne ma fatta a partire dall’essere donne; soprattutto, si staglia con evidenza come questa politica faccia la differenza rispetto ad altri approcci nel modo di intendere le modalità con cui far entrare in conflitto le due facce dell’Europa sulle quali avevamo invitato a ragionare nel convegno: quella della politica delle istituzioni di Bruxelles e l’altra, che nel documento di invito avevamo definito come quella delle pratiche e delle realtà in lotta che presentano una natura costituente di quelle nuove istituzioni “destinate a discernere e a eliminare tutto ciò che nella vita contemporanea schiaccia le anime sotto il peso dell’ingiustizia, della menzogna, della bassezza”, che già negli anni Quaranta del secolo scorso Simone Weil ci invitava ad inventare. Le parole per descrivere il primo volto dell’Europa, quello istituzionale, che attraversano quasi tutti gli interventi, sono ancora più dure di quelle dei documenti di presentazione e, alla fine il giudizio è estremamente severo: L’Europa è andata configurandosi esclusivamente come un “dispositivo di potere” che con le sue politiche di colonialismo, genocidio e da “maschio bianco” (Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi) produce condizioni di vita sempre più ingiuste e disumanizzanti. Un’Europa che si rifiuta di prendere coscienza dei suoi “quattro secoli di orrore” e che usa i “diritti e la democrazia come strumenti strategici per incrementare il proprio potere” (Giacomo Sferlazzo), che umilia la Grecia dove ha invece le sue radici, incapace di ritrovarle nella storia “che viene da lontano” perché occulta le “antiche e fondamentali civiltà come quella orfico-pitagorica” (Maria Luisa Gizzio), che pur comprendendo il Mediterraneo, al centro della sua cultura per molto tempo, oggi lo lascia ai margini del suo sviluppo. Un’Europa, inoltre, succube degli USA, senza una sua propria politica estera ed economicamente fragile perché incapace di investire nell’economia reale e succube delle decisioni delle istituzioni finanziarie internazionali (Loretta Napoleoni). Le politiche europee sono viste come inefficaci, vecchie, riduttive, scollegate con i bisogni reali delle comunità, disumanizzanti: non solo “mortificano e scoraggiano l’intraprendenza di chi vuole e tenta di reagire alla crisi economica”, ma creano “una cappa che toglie l’ossigeno” (Loredana Aldegheri) ponendosi come vero e proprio ostacolo a tutti quei tentativi di innovazione creativa economica e sociale di quelle realtà che pure stanno mostrando una “resilienza”, una capacità di tenuta che andrebbe sostenuta e incoraggiata. Insomma, in luogo dell’Europa che ci era stata “promessa” – spazio di libera circolazione, di pace, giustizia, libertà, superamento dei nazionalismi, individualismi, razzismi e totalitarismi – abbiamo oggi, un “simulacro svuotato” (Giusi Milazzo). Il contrasto e la distanza di questa Europa da quell’altra, quella degli e delle abitanti delle città che con passione e fatica mettono mano quotidianamente ai problemi generati dalla crisi, in ascolto con i bisogni e i desideri, cogliendo possibilità o creandole con molta creatività, è ben visibile anche nelle singole città. A Vicenza come a Lampedusa è netto il contrasto tra “la città militare e il lavoro quotidiano di cura, privo di riflettori ma tenace e continuo”, così come in molte altre città si innalzano muri reali o invisibili al proprio interno che creano le gated communities, siano esse di lusso come le City Life, con cancelli e telecamere di sorveglianza, o i ghetti delle periferie (Bianca Bottero). Ancora più marcatamente e macroscopicamente questi due volti dell’Europa si mostrano di fronte alla migrazione: da un lato, la militarizzazione “ipocrita, perché fatta passare come maggior impegno per scopi umanitari e per il mantenimento dell’ordine” che crea solo “luoghi dove la vita non ha più valore” che rifiuta i migranti e si chiude con i muri e il filo spinato e dall’altro, i “luoghi dove l’Europa sembra aver ritrovato la propria anima” (Anna Di Salvo), quella dei “lembi di terra” in cui si è più accoglienti probabilmente perché “l’impatto dei corpi, il vedere la tragedia, il sangue, il dolore, con gli occhi e con l’anima” (Mirella Clausi) spinge a rispondere nell’immediatezza. Nei diversi interventi risulta molto chiaro come L’Europa che accoglie sia profondamente consapevole del fatto che la migrazione non è un problema da risolvere ma un fenomeno di totale trasformazione della civiltà e, da questo punto di vista, il senso stesso dell’accoglienza non si esaurisce nell’aiutare le persone che arrivano sulle nostre coste ma comporta l’accogliere un’idea di cambiamento anche dentro di noi. I migranti, che non vedono la terra ma “una sottile striscia di futuro” (Simonetta De Fazi) possono venire a riempire di speranza questa Europa in cui tutto è ormai vecchio, rinnovando la vita e rompendo il guscio dell’egoismo e dell’apatia, aumentando la biodiversità umana e quindi le possibilità per tutti e tutte (Mirella Clausi). Accogliere, significa anche rispettare le origini culturali degli altri e delle altre di cui spesso ci dimentichiamo a causa dell’occidentalizzazione forzata di molte parte del mondo (Maria Luisa Gizzio) e, ancora, fare il primo passo, “compromettersi nelle relazioni con gli stranieri” (Laura Colombo), raccontarsi per farsi raccontare (Nunzia Scandurra) e così conoscere le storie di chi può far paura creando in questo modo “un ponte tra i bisogni di quelli che arrivano e di quelli che stanno qui” (Antonella Cunico). Soprattutto significa ricordarsi della complessità della persona umana: “se vogliamo avere uno scambio reale dobbiamo sempre tenere presente che ogni uomo e ogni donna è di più di quello che ci appare e che riconosciamo, c’è sempre dell’altro” (Adriana Sbrogiò). Più di ogni altra cosa, forse, è capire che “il dramma dei migranti ci appartiene e non è una storia alla quale accostarsi per senso di giustizia o solidarietà: non solo è la storia delle nostre generazioni passate e di quelle giovani che emigrano ora, ma anch’io potrei svegliarmi una mattina nella condizione di migrante” (Gisella Modica).
Già di fronte alla migrazione si può cogliere il taglio della differenza, non tanto nel modo di confrontarsi con l’arrivo dei migranti ma nello sconcerto e nel disorientamento maschile rispetto a ciò che viene individuato come una trasformazione del lavoro politico. Scrive, infatti, Gian Andrea Franchi: “il disorientamento che viviamo noi, diventati nostro malgrado operatori di strada, va accolto come un terreno esistenziale e politico da percorrere, ci si deve gettare nella situazioni anche se privi di ideologia, di nozioni e immagini già pronte. Esistenza e politica diventano tutt’uno, sul terreno della nuda vita, non più trattenuto da recinti ideologici”. Si vede bene come gli uomini “abituati a modalità politiche meno personali” (Lorena Fornasir, Gian Andrea Franchi) patiscano un disagio trovandosi trascinati su un terreno che sembrava superato nella modernità e che oggi non riguarda solo i migranti ma anche tanta popolazione europea fortemente impoverita. Le donne, invece, che non hanno subìto ma scelto di radicare la politica nei bisogni e nei desideri della “nuda vita” nella consapevolezza che esistenza e politica siano un tutt’uno, si trovino decisamente più a loro agio in una pratica politica fatta di relazioni. Ma dire questo non basta. La questione che si pone è invece che malgrado la “consapevolezza che la politica sia anche un impegno relazionale, faccia a faccia, corpo a corpo” (ancora Franchi) non ci si intende fino in fondo – fra donne e uomini e fra donne che partono da sé e donne che si orientano con le modalità della sinistra tradizionali e neutre – sul modo di far entrare in conflitto questi due modi di costruire e vivere l’Europa, affinché la “nuova Europa che stiamo costruendo attraverso nuove relazioni diventi egemone rispetto all’altra” (Franca Fortunato). Quindi, anche nel modo di intendere il conflitto con le istituzioni europee mi pare che si possa parlare di due volti dell’Europa. C’è, infatti un modo, di tradizione maschile e marxista, in cui “Se si vuole salvare il progetto europeo va condotta una lotta per l’eliminazione dei Trattati liberisti, se il capitalismo sopravvive è grazie alla dispersione dei suoi antagonisti e da qui ne deriva la necessità dell’unità delle forme disperse e di forme organizzate di conflitto” (Aldo Ceccoli). Ci sono poi le donne, quelle che partono dall’essere donne e che attingono dalla relazione fra donne e da una genealogia femminile e femminista gli strumenti e l’ispirazione per guardare al presente e al futuro, per le quali la consapevolezza di essere andate già molto “oltre” le forme politiche della modernità è chiara e forte. Scrive, per esempio, Rita Micarelli: “nessuna delle strategie usate in passato sembra più praticabile né in termini di ribellione di massa, né in termini di disobbedienza tecnologica, economica, informatica, da contrapporre alle dinamiche schiaccianti in atto”. Ancora, dice Stefania Tarantino: “l’Europa è piena di errori ed orrori ed è da tempo che non può più pretendere di parlare per nessuno, men che meno può indicare come dobbiamo vivere”. E, inoltre, Rosetta Stella: “l’Europa che non è ancora immediatamente sotto i nostri occhi non è una faccenda che si risolve istituzionalmente”. A me sembra che a fare la differenza rispetto alle modalità tradizionali di confronto e scontro diretto con il potere e con le istituzioni attraverso un’organizzazione unitaria o di resistenza dal basso, sia una grande fiducia in ciò che già è stato raggiunto dalle pratiche di relazione, come quella delle Città Vicine – “luogo di confine e di contatto” per cui ciò che accade nella tua città mi riguarda – e in quelle nuove istituzioni che, proprio a partire da scambi e relazioni, già esistono. Una fiducia che, unita al necessario riconoscimento dei limiti, percorre quasi tutti gli interventi. Per quanto riguarda i limiti, infatti, occorre “prendere coscienza dell’indipendenza del mondo, cioè di quello che non dipende da noi” (Stefania Tarantino), “sostare nella tragedia del potere senza farsi appiattire dalla rappresentanza: fare quello che dipende da sé” (Nadia Nappo) e avere “l’umiltà di sapere che noi non dobbiamo fare tutto ma che dobbiamo anche saper sostare, per accertarci di non procedere da sole” (Antonietta Bergamasco), sapendo rinunciare ad “essere il centro del mondo” per stare in “un altrimenti potere che non è rinuncia all’azione” (Concetta Sala). L’agire a partire dall’accettazione dei propri limiti permette di “prendersi sul serio e di tirare fuori tutta la straordinaria forza e potenzialità” della libertà femminile (S. Tarantino). Solo questa fiducia intrecciata alla consapevolezza dei limiti permette di “tenere insieme la critica radicale e l’energia generativa” (Donatella franchi) e rispetto all’agire il conflitto con il potere delle istituzioni europee esso si configura come un rovesciamento delle pratiche tradizionali: né resistenza, né rivendicazione, né scontro ma l’assumersi l’autorità per ri-orientare la politica sapendo di poterlo fare e che “abbiamo la responsabilità di risolvere questa crisi” (Napoleoni). Ciò significa “valorizzare le nostre competenze nella formulazione di proposte, nell’avanzamento di progetti, nell’elaborazione di leggi. Impadronirsi della guida della ricerca in tutti i campi, sorvegliarla, dirigerla o ri-dirigerla [perché] solo l’articolazione competente di questi contenuti può rappresentare il canovaccio concreto della costituente dell’Europa che vogliamo” (Bianca Bottero). Chiedere “al potere di ridursi” (Concetta Sala) sembra estremamente difficile ma può rendersi possibile se si traduce nel “portare questa prassi piena di significati alle istituzioni, fare il movimento inverso a quello canonico: non attendere la chiamata all’azione dall’altro ma chiamare noi semplicemente con la vita quotidiana” (A. Bergamasco). In altri termini, agire una pressione cercando sostegno ai propri progetti mediante “incontri con chiunque e il confronto diretto con gli amministratori” (Maria Castiglioni), insomma, occorre “far interferire la politica prima con quella seconda perché sempre più donne delle istituzioni traducono nel loro amministrare le parole che nascono nei movimenti” (Sandra Bonfiglioli). Ancora, significa muoversi nello spazio “tra” le organizzazioni per ripensare le attività economiche e i lavoro e collegarsi non per fare “co-working”- che rischia di intrappolarci in legami deboli che non ci nutrono – ma per creare spazi per lavorare insieme attraverso una vera cura delle relazioni (Valeria Verga). Occorre anche riprendersi e riaffermare il “tempo lungo” della politica, necessario alle relazioni e alla cura, per “fare più cose insieme e meno contemporaneamente” e contrastare così la tendenza della politica istituzionale ad essere “schiacciata sul presente”, perché “la velocità necessaria a mettere all’incasso le azioni è nemica del cambiamento” (Simonetta De Fazi). E, infine, farci sempre orientare dalla bellezza sapendo che “la bellezza dei luoghi è complessità” (Nappo) ma anche “un bisogno dell’anima”: “quale smentita dell’utilitarismo capitalistico, ne rappresenta l’oltre più assoluto, mentre ci indica il guadagno più importante di benessere a cui possiamo aprire le nostre vite” (Luciana Talozzi). Cercare bellezza nella progettazione delle spazio – “la bellezza di una città è felicità espressa” – significa ri-pensarlo “cercando il filo conduttore con il preesistente del territorio, la sua autenticità” (Angela Cattaneo) che ne sani le ferite cos’ come si fa con il filo d’oro per ricucire le ferite delle ceramiche giapponesi. Nell’arte del Kintsugi la riparazione, con filo d’oro o d’argento, rende l’oggetto più bello di prima: la rottura segnala la storia dell’oggetto, la ricucitura un confine che è ponte, un’unione che crea nuova bellezza (Katia Ricci). Se la bellezza è un bisogno dell’anima, lo è anche la porosità dei confini che va ripristinata perché quando i confini “perdendo la loro naturalità esasperano le loro funzioni diventando strumento di violenza fisica, o di invecchiamento/implosione mortale per tutti i contesti in essi racchiusi”; al posto di dighe, muri e fili spinati possono esistere confini che creano “ecosistemi dove avvengono scambi e arricchimenti evolutivi che potenziano le differenze tra i viventi che vi si incontrano” (Rita Micarelli). Ma così come occorrono quelli che Micarelli definisce “attrattori evolutivi” in modo da rendere “seducente l’evoluzione”, occorre, non possiamo negarcelo, anche rendere seducente e attrattiva la politica delle donne soprattutto per quelle giovani molto impegnate in attività di tutela dell’ambiente, di mantenimento della pace, nella cura dei beni comuni, o nell’esperire nuove forme di economia “niente sapendo però che le questioni per le quali si spendono con passione hanno origine dai saperi delle donne, dalla loro umanità e dal loro amore per la vita, le relazioni e la civiltà” (Anna Di Salvo). In molti interventi viene espressa la consapevolezza di non essere riuscite a trasmettere la “radicalità assoluta della differenza” tanto che questa viene percepita come “un ruolo prescrittivo” facendoci apparire “moderate, compatibili con il sistema, poco attraenti, incomprensibili” (Daniela Dioguardi) o addirittura “aliene” e occorre porsi il problema di “scalfire il muro di estraneità che a volte la politica della differenza può creare” (Giusi Milazzo). È necessario allora non rinunciare a parlare con queste donne e anche con gli uomini che condividono con loro l’impegno politico, utilizzando sempre un linguaggio sessuato “in modo da segnalare che si mettono in relazione corpi di donne e di uomini” (Anna Di Salvo) (Laura Minguzzi) e mostrare come ci sia “bisogno della cultura della differenza che non si basa su forme dicotomiche del pro e del contro, ma sull’individuare e proporre pratiche culturali in merito a come si possa vivere il conflitto senza uccidersi e di come si possa parlare di problemi culturali senza cadere nel pregiudizio e nel razzismo” (Antje Schrupp).
(AP autogestione e politica prima, n.2, aprile/giugno 2017)
di Marina Terragni
Due chiacchiere con un ragazzo gay ftm fidanzato con un uomo biologico gay. È nato donna ma è transitato a identità maschile omosessuale: insomma, è attratto sessualmente dai maschi, ma non da donna com’è nata. Gli piacciono in quanto uomo, identità acquisita.
Mi dice che fa fatica a stare fra le donne perché la cosa gli «causerebbe disforia di genere», riprecipitandolo in una certa confusione. Precisa di sentirsi estraneo alla questione “gay contro lesbiche” che sta dividendo nel mondo Lgbt. Per lui sono una cis-, ovvero una persona che sente il proprio il genere coerente con il proprio sesso di nascita. In quanto trans lui non ha niente contro i cis-, tutt’altro. Sono i queer che disprezzano i cis-, e in particolare le cis-, in quanto “supinamente accettanti” la conformità tra sesso biologico e identità di genere.
Il caleidoscopio mi frastorna. Mi tengo a quello che sento: la sua sensibilità, la fatica della sua esperienza umana, il mio rispetto. E la mia incapacità di trovare le parole, la mia incompetenza simbolica nel rappresentare questa vita in transito.
Però non mi soddisfa nemmeno lo sminuzzamento identitario, l’etichettatura frenetica e pulviscolare.
Gli dico che ogni persona è un unicum, «una piccola folla», come diceva Jung. È a questo che ci si dovrebbe attenere, senza ansia di stampigliare il codice a barre.
E vorrei abbracciarlo, per quello che è.
(Avvenire, 27 giugno 2017)