di Umberto Varischio

Le violenze sessuali sulle donne, gli stupri che subiscono, sono una responsabilità mia, nostra come maschi.

Non dobbiamo mai scordarci di ripeterlo e affermarlo in tutti gli ambiti: nelle nostre riflessioni, nelle relazioni amicali e in quelle pubbliche, sul lavoro, nei luoghi di studio e nella comunicazione, pubblica e privata.

I recenti episodi di violenza sessuale di Rimini (compiuta da stranieri) e di Firenze (agita da italiani, oltretutto carabinieri) ripropongono la questione maschile e il legame tra maschilità, violenze sessuali e immigrazione.

Sulle violenze contro le donne non posso permettermi di addurre scusanti o distinguo: ma cercare di capire non significa né giustificare né avallare.

Il pensiero è fondamentalmente un modo per capire e la mancanza di pensiero, come c’insegna Hannah Arendt, genera mostri.

Sul legame tra violenze sessuali sulle donne e immigrazione mi ritrovo quindi completamente nel testi scritti, subito dopo i fatti di Capodanno 2015 a Koln, da TK Brambilla (che si può leggere qui), Laura Colombo e Sara Gandini (consultabile qui) e in quello successivo di Giordana Masotto (qui riprodotto da Inchiesta n.191)

Ma come uomo non posso minimizzare le violenze agite da migranti e italiani e, tantomeno, cercare delle giustificazioni o anche delle spiegazioni che solo le donne, se lo ritengono necessario, possono elaborare: come hanno fatto in passato e continuano a produrre anche oggi.

Ogni altro discorso che potrei fare ora avrebbe probabilmente un retrogusto di giustificazione oppure quello, altrettanto inaccettabile, del cambiare d’argomento perché “questo non è il vero problema”.

Non posso quindi che sentirmi responsabile delle violenze, sessuali e non, che i miei simili agiscono sulle donne.

Poco importa che non sia io l’attore di queste violenze sessuale e fisiche o di altre forme di violenza: e di queste ultime attore lo sono stato.

Tra le tante cose che imparato dalle donne una è questa: se una di loro afferma che io sto esercitando una forma di violenza su di lei, indipendentemente da quello che posso pensare io, quella è violenza.

E sono corresponsabile delle violenze agite da altri perché maschio, per il tanto di potere che il patriarcato ha messo nelle mie mani e che io non ho rifiutato fino in fondo.

Un dato di fatto è innegabile: le violenze dei maschi continuano e sono strutturali e trasversali.

Essere maschio mi rende corresponsabile, tacere mi fa diventare connivente e simbolicamente co-autore.

(www.libreriadelledonne.it, 15 settembre 2017)

di Gemma Albanese

 

Lavoro quotidianamente con i cosiddetti migranti economici: vengono da paesi africani, dall’Est Europa, più di rado dal Sud America o dal Sud-Est asiatico.

Lavoro allo sportello di microcredito di Mag Verona da 6 anni: accogliamo e accompagniamo quanti hanno bisogno di un piccolo prestito per un’emergenza economica o per avviare un’impresa, sviluppando insieme a loro riflessioni su bilancio familiare e gestione del denaro personale. Il nostro lavoro si fonda sull’ascolto e sulla relazione con queste persone, che molto spesso sono migranti.

Non si tratta di migranti dell’ultima ora, ma di persone arrivate in Italia mediamente dieci anni fa, quando un lavoro ancora lo si trovava. Si rivolgono a noi perché stanno vivendo una difficoltà economica, molti sono degli habitués dei servizi sociali: non sono più poveri di molte famiglie italiane che pure ho incontrato, ma si fanno meno remore a chiedere aiuto, anzi conoscono bene il sistema degli aiuti da parte di Stato, Comune e Associazioni, che considerano una parte fissa delle loro entrate.

Queste sono le persone che incontro ogni giorno e l’esperienza ha portato il mio sentire sui temi dell’immigrazione a maturare.

Tradizionalmente il dibattito sulla questione migranti si divide in due filoni principali, ossia tra quanti sono pienamente a favore dell’accoglienza, perché vedono i migranti come soggetti deboli da supportare e tutelare, e quanti invece – perlopiù movimenti populisti – rifiutano lo straniero portatore di diversità e di problemi che si fatica ad affrontare.

Io da sempre mi annovero nella prima categoria, ma negli anni e con l’esperienza allo sportello di microcredito ho messo a fuoco delle sfumature: sono per l’accoglienza ma sono stanca di inutili buonismi.

Perché noi apriamo le porte ai migranti, ma poi è vero che l’integrazione è poca, con tutto ciò che ne consegue: ghettizzazione, contrasti, ostilità reciproca.

Questo però per responsabilità di entrambe le parti: c’è sicuramente una mancanza di politiche adeguate da parte dello Stato, come anche un clima spesso ostile verso i migranti che certo non crea buone basi per un dialogo, ma dall’altro lato ci sono spesso anche migranti per cui integrarsi semplicemente non è importante. Ad una parte rilevante degli stranieri che incontro non interessa imparare seriamente l’italiano, nemmeno dopo dieci anni di vita qui, né interessa particolarmente conoscere la cultura italiana. Sono piuttosto i figli, la seconda generazione, quelli più propensi a “mischiarsi” con gli Italiani.

Serve quindi a mio parere un’accoglienza che si preoccupi di una sincera integrazione, chiedendo a chi accoglie, ma anche a chi viene accolto di fare la propria parte.

 

Integrazione che per me passa in primis dal riconoscere i migranti come un soggetto attivo. Ad oggi, ad esempio, sono sempre oggetto dei discorsi sull’immigrazione, ma molto di rado interlocutori attivi, quasi mai vengono chiamati ad esprimersi nelle discussioni che li riguardano. Questo li lascia fuori in partenza dalla relazione con la comunità che li accoglie.

Allo stesso modo, l’impostazione assistenzialista del nostro Stato sociale li rende oggetto di aiuti unidirezionali e non protagonisti della relazione di aiuto. Gli interventi di stampo assistenzialista, infatti, si preoccupano di dare supporto senza chiedere una reciprocità, il che in alcuni casi va bene – penso a chi è in difficoltà estrema –, ma in molti altri deresponsabilizza, legittimando chi riceve l’aiuto a pensare che non sia obbligatorio fare la propria parte.

Mi pare quindi importante trovare modalità concrete per rendere i migranti soggetto attivo e non oggetto, perché questa è la premessa per un passo ulteriore: spingerli ad attivarsi nella comunità che li accoglie, all’interno di una relazione paritaria e reciproca.

Personalmente mi piacerebbe che più migranti cercassero di conoscere meglio la comunità in cui vivono e che si chiedessero non solo cosa quella comunità può fare per loro, ma anche come dare un loro apporto. Credo che questo farebbe cadere anche molte ostilità nei loro confronti.

Questo nuovo approccio improntato all’attivazione si sta fortunatamente già diffondendo: sia enti privati e associativi, come quello in cui lavoro, che enti pubblici stanno superando l’idea di assistenzialismo, chiedendo un’attivazione all’interno della relazione di aiuto.

Ad esempio, nei percorsi di bilancio familiare che io e i miei colleghi seguiamo, puntiamo tutti i giorni su questa dimensione: invitiamo le donne e gli uomini migranti (e non) che incontriamo a raccontare le loro abitudini familiari, culturali ed economiche e li incoraggiamo a mettersi in gioco in prima persona con piccoli cambiamenti per migliorare la loro situazione economica.

Il secondo passo però, ossia l’attivazione spontanea verso la comunità di accoglienza, non è certo conseguenza immediata e scontata. Nella mia esperienza, ad esempio, ho preso come un successo la richiesta di un gruppetto di signore nigeriane di imparare le basi della cucina italiana.

Sono perciò consapevole che la strada verso la “reciproca integrazione” è ancora lunga, serviranno tempo e un lavoro dedicato (sia a livello di azioni individuali, che di progetti, che di politiche locali e nazionali), ma sono convinta che in questa direzione si debba perseverare per una risposta finalmente matura e costruttiva sui temi dell’immigrazione.

(www.libreriadelledonne.it, 8 settembre 2017)


La lingua è la casa, il mondo, un’avventura e un enigma. Eppure perlopiù viviamo dimentichi nella lingua come fanno i pesci nell’acqua. Non ce ne diamo pena.

L’amore per la lingua è quando la sentiamo nel cuore e questo è già uno scarto, uno scatto in più rispetto al nuotare immemori. Il disagio per la lingua maltrattata ne viene di conseguenza.

La sofferenza per il brutto uso oggi della lingua è molto diffusa. È un dolore personale e politico perché dietro certa terminologia imposta c’è il tentativo di uniformare attraverso il linguaggio la vita collettiva. Prendiamo, ad esempio, i linguaggi burocratici, per i quali noi siamo un utente, un numero, una variabile di sistema. Nelle aziende pubbliche (ospedali, scuole, enti) i lavoratori non sono più nominati così, bensì risorse per la produzione, capitale umano. L’ufficio che se ne occupa si chiama non a caso “delle risorse umane”. Con questa terminologia viene suggerito che gli esseri umani sono solo cose a disposizione. I linguaggi tecnici (sempre in inglese) nascondono dietro sigle e acronimi incomprensibili la storia da cui provengono e le finalità che perseguono. Nelle vita pubblica le falsificazioni degli accadimenti sono tragiche, ridicole, pericolose.

La sofferenza che proviamo è condivisa. È un sentimento politico, perché segnala che è qualcosa che riguarda l’intera vita collettiva. È dunque come atto politico che proponiamo una rivolta linguistica, invitando a sottrarci all’indifferenza prodotta dall’assoggettamento. Affinché abbia efficacia occorre che le “cose”, le “risorse umane” tornino a parlare tra loro con questa intenzione. Non tanto per lamentarsi, quanto per legare quel che diciamo alle nostre esperienze di vita, di lavoro con le parole giuste. Non temiamo di entrare in conflitto con i linguaggi che ci allontanano dalla realtà vissuta e dalla possibilità di comunicarla. Dire pane al pane, si diceva un tempo. Ma si tratta anche di innovare e in caso di trasgredire, sapendo e dicendo il perché, come si fa nella vita pubblica.

In questo le donne hanno una loro specifica competenza e una storia. Dante l’ha riconosciuta, questa competenza, Margherita Porete l’ha praticata, la letteratura giapponese la illustra… Il femminismo stesso è nato grazie a una pratica di ricerca e invenzione del come dire le cose, e ha generato libertà.

 

Bibliografia:

Eva-Maria Thüne (a cura di), All’inizio di tutto la lingua materna, Rosenberg&Sellier, 1998.

Luisa Muraro, Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia, ed. il manifesto, 2017.

Marie Cardinal, Le parole per dirlo, Bompiani, 2001.

Federica Giardini, L’alleanza inquieta. Dimensioni politiche del linguaggio, Le Lettere, 2011.

Andrea Camilleri e Tullio De Mauro, La lingua batte dove il dente duole, Laterza, 2013.

 

Il seminario inizia il 6 ottobre (2017), che è un venerdì, alle 17,20 per poi continuare con il seguente calendario fino a venerdì 10 novembre.

 

Venerdì 6 ottobre, ore 17,20 aula 2.3:
Wanda Tommasi – Parla come mangi

 

Venerdì 13 ottobre, ore 17,20 aula 2.3:
Elisabeth Jankowski – La nostra brutta bella lingua

 

Venerdì 20 ottobre, ore 17,20 aula 2.3:
Maria Livia Alga – Per la libera circolazione delle lingue

 

Venerdì 27 ottobre, ore 17,20 aula 2.3:
María José Gil Mendoza – La lingua che non scordo

 

Venerdì 3 novembre, ore 17,20 aula 2.3

María Milagros Rivera Garretas – Né inglese né spagnolo. Tradurre la poesia di Emily Dickinson

 

Venerdì 10 novembre, ore 17,20 aula 2.3:
Federica Giardini e Anna Simone – Ripensare il materialismo. Il linguaggio neoliberale tra misura e dismisura

 

Il seminario si tiene all’Università di Verona, Area Studi Umanistici, via San Francesco 22.

Vale come crediti F per le studentesse e gli studenti di Filosofia.

(www.libreriadelledonne.it, 7 settembre 2017)

di Ginevra Bompiani


Nell’epoca che stiamo vivendo, l’esilio è diventato la condizione naturale di milioni di esseri umani. Le guerre, le occupazioni, le intolleranze, gli abusi, le violenze stanno rendendo la nostra terra inabitabile a intere popolazioni costrette alla fuga. Oggi la patria è dove trovi pace e rifugio, è quella che rende possibile una convivenza civile. La patria è dove ti puoi fermare.

È in questa luce che l’idea di cittadinanza cambia aspetto e dal diritto di sangue si apre al diritto del suolo, è così che un paese ritrova se stesso riconoscendosi nel suo prossimo. Siamo tutti figli della confusione fra patria e esilio.

È una nuova idea di cittadinanza, che corrisponde al nostro tempo e alla storia comune, un’idea che ha fatto l’America e sta facendo l’Europa.

Il nuovo principio dice che un bambino che nasce e cresce in Italia, che parla italiano e studia italiano, è italiano. È il vivere insieme e parlare una stessa lingua che ci rende ‘concittadini’.

Se manteniamo un atteggiamento di paura e rifiuto, ci aspetta un mondo di ‘campi’, ufficialmente provvisori, in realtà perpetui, chiusi da muri che dividono uomini e donne per sempre estranei, e i nostri paesi saranno abitati da sconosciuti senza diritti, mortificati e scontenti.

Ma se accettiamo di guardarli in faccia, vedremo persone che rimodellano con noi una vita comune.

Perché il mondo è cambiato – e anche noi abbiamo contribuito a cambiarlo – e non abbiamo altre opzioni che incontrarci o farci la guerra, affratellarci o terrorizzare ed essere terrorizzati.

Oggi si tratta di dare la cittadinanza a circa 800.000 bambini, per non ritrovarli ragazze e ragazzi senza alcun diritto.

E di imparare dai bambini a giocare e crescere insieme.

Per questo chiediamo agli Italiani di essere saggi, generosi e lungimiranti e di sostenere la legge che concede la cittadinanza per Ius soli, diritto del suolo.

Vi chiedo anche di farmi avere la vostra risposta (sì, lo firmo, no, non lo firmo) al più presto possibile, in modo che possiamo pubblicarlo a metà settembre.

Ogni giorno è prezioso.

Grazie, Ginevra Bompiani (bompiani@gmail.com)”

Firmato da:

Silvia Baratella, Laura Colombo, Gaia Del Negro, Renata Dionigi, Sara Gandini, Stefania Giannotti, Laura Giordano, Rosaria Guacci, Clara Jourdan, Massimo Lizzi, Silvia Motta, Luisa Muraro, Tahereh Toluian, Umberto Varischio

(www.libreriadelledonne.it, 7 settembre 2017)

 

lettera di Eugenia Bonetti

 

Caro direttore,

vorrei far giungere a lei, ai suoi colleghi e a tutti gli amici lettori di “Avvenire” una breve riflessione che ho elaborato in questi giorni circa un recente, drammatico avvenimento che come donna mi ha fatto riflettere molto, ma mi ha anche indignata. Scrivo di getto e quasi di corsa, e perciò chiedo perdono per la forma di questo scritto. Ma temo che le mie parole, altrimenti, diventino troppo vecchie.

Mi ha molto colpito come su giornali e tv si sono succedute notizie e informazioni, e si sono accumulati commenti, sullo stupro di branco compiuto a Rimini, dove la notte del 25 agosto una coppia di fidanzati polacchi e una persona transessuale sono stati rapinati e violentati sulla spiaggia della famosa località turistica. Ciò che mi ha maggiormente ferita e indignata è stato il fatto che nelle ultime cinque trasmissioni del telegiornale delle ore 20 il caso e i suoi sviluppi sono stati la prima notizia. Ogni volta, per oltre cinque minuti d’orologio, in tantissimi abbiamo visto ripetersi scene, luoghi, persone e altri dettagli di quel vergognoso stupro di branco, a cominciare dal fatto che gli stupratori erano tutti stranieri e alcuni di loro persino minorenni. Se si voleva far passare ai telespettatori un messaggio orientato alla paura del diverso, dello straniero, del rifugiato, temo che ci sia proprio riusciti. Se si voleva far aprire gli occhi sulle violenze sessuali che accadono ogni notte (e non solo di notte) anche nella nostra Italia, si è mancato gravemente l’obiettivo.

Ieri sera, insomma, dopo l’ennesimo, lungo servizio televisivo, sono stata travolta da un’onda di delusione e di amarezza e da un senso di ribellione. È stato davvero doloroso e insopportabile constatare quanta povertà e superficialità è stata messa in campo dai mezzi di comunicazione, e in più di un caso quale volontà di indottrinamento. E ho incominciato a fare paragoni tra quel terribile e straordinario misfatto e i tanti invece ordinari e altrettanto terribili misfatti che ogni notte avvengono sulle nostre strade con ragazzine straniere che subiscono stupri “a pagamento” da “clienti”, magari benpensanti, ai quali nessuno sta chiedendo conto delle loro azioni… Come mai questo non fa mai notizia e non suscita scalpore? Come mai anche noi italiani, e soprattutto noi donne, non ci scomponiamo affatto nel vedere le tante ragazzine, anche minorenni, che ogni notte vengono comprate e vendute, schiavizzate e violentate da cinici sfruttatori e da migliaia e migliaia di “clienti”? Chi pensa a loro? Chi si preoccupa di denunciare le migliaia di stupri sistematici e organizzati che avvengono nelle nostre città, non lontano dalle nostre case, nell’indifferenza di chi vede e passa oltre, proprio come nella parabola del buon samaritano?

Sono una suora della Consolata, e nella mia lunga vita missionaria, esattamente dal 1993, dopo 24 anni di servizio in Kenya, mi sono trovata a vivere una nuova forma di missione nel mio stesso Paese, così spesso per la sua grande storia definito “cristiano” e “cattolico”, a contatto con migliaia di ragazzine straniere, particolarmente nigeriane che vengono costrette a mettere in vendita il loro giovane corpo per soddisfare l’ingordigia di soldi dei trafficanti e le voglie e la povertà morale di “clienti” in stragrande maggioranza italiani, e al 90% battezzati, molte volte con moglie e figli. Quali valori si vivono e si propongono, oggi, in questa nostra società che consuma tutto, e tutto, anche le donne, riduce all’usa e getta?

Ricordo, caro direttore, una ragazzina assai minuta di 19 anni che un giorno, parlandomi della sua storia, mi disse: «Sister, ma tu sai che in una notte io ho avuto 13 clienti…». Ne fui scossa e le chiesi come fosse stato possibile. Lei mi rispose: «Ero richiesta e usata perché ero molto piccola e giovane e ai clienti piacciono le minorenni…».

Già, perché si spera che le persone più giovani non abbiano e non trasmettano malattie sessuali… Già, anche se quelle ragazzine potrebbero benissimo essere le figlie di tanti di loro… Che squallore! In una notte, quella giovanissima, piccola donna ha subìto 13 stupri, e chi se ne è accorto? Chi ha denunciato tale crimine? Chi ha visto il “branco” in azione e l’ha fermato, chi ha portato il misfatto sulle prime pagine dei giornali e nei titoli di testa dei tg? Il mio augurio, caro direttore, a chi opera nei mezzi di comunicazione è che possa lavorare per far emergere sempre e solo il coraggio della verità.

(Avvenire, 7 settembre 2017)

 

La rivista Internazionale oggi in edicola (8/14 settembre 2017, n. 1221) ha come storia di copertina «La tratta delle ragazze nigeriane in Italia. L’inganno, il viaggio disperato, le violenze sessuali, i ricatti. Un’inchiesta del New Yorker sulle vittime dei trafficanti.»

di Massimo Lizzi

Essere amici delle donne, dopo gli stupri di Rimini commessi da maschi nordafricani, significa dover diventare xenofobi?

Lo stupro è un crimine odioso, equiparabile al tentato omicidio. Chi lo commette va condannato e messo nelle condizioni di non nuocere; essere straniero non è un’aggravante, ma neppure un’attenuante. Come ogni violenza sulle donne, lo stupro chiama in causa la cultura patriarcale e la sessualità maschile, non per relativizzare la responsabilità di uno o di un branco, ma per coinvolgere la responsabilità di tutti gli uomini. Ci chiama in causa subito, nell’assumere il contrasto alla violenza come priorità, non come lunga marcia da collocare sullo sfondo di altre priorità.

Dal femminismo abbiamo imparato che la violenza sulle donne è il dispositivo maschile per avere ragione e potere nel conflitto tra i sessi: in forza della sua efficacia intimidatoria, tutti gli uomini traggono vantaggio dalla violenza sulle donne. Gli uomini patriarcali sfuggono alla lettura del conflitto tra i sessi e collocano la violenza sul terreno di altri conflitti: tra le classi, le religioni, le culture, le nazioni; per violare le donne dell’altro o per difendere le proprie donne dall’altro. Nella visione difensiva, l’uomo violento è una deviazione dalla buona norma maschile: l’ignorante, il povero, il tossico, l’acolizzato, il diverso, lo straniero. Il maschio in sé è buono e salvo. Anzi, il vero uomo è colui che combatte le deviazioni e nel combatterle si erge a tutore delle donne. Se le femministe stanno al conflitto tra i sessi, altre donne stanno al conflitto tra maschi e in esso si schierano. Per quanto sia deludente, anche una femminista può aderire agli schemi del conflitto tra maschi, perché nessuno è immune da pregiudizi, fobie sociali, rassegnazione; a chiunque può capitare di esserne orientato, magari con l’idea di dover scegliere il male minore.

D’altra parte, questi schemi sembrano plausibili, perché poggiano su dati verosimili o parzialmente veri. È falso che vogliamo rendere i migranti intoccabili e invitiamo a tacere se responsabili di reati. Ma è vero che di fronte al reato di uno straniero ci troviamo in imbarazzo, perché temiamo il razzismo. È una reazione normale; la stessa che avremmo di fronte al peggiore degli assassini di pelle bianca esposto al linciaggio della folla. Nel contesto di un linciaggio la prima cosa che ci viene in mente non è la condanna dell’assassino.

Anni fa, una manifestazione di donne contro la violenza chiedeva di uscire dal silenzio. Si riferiva all’opacità della violenza maschile perpetrata da parenti, amici, colleghi di lavoro; una violenza velata, salvo caso efferati nei quali comunque valeva una certa empatia con il violento. Nei blog e sui social si formarono pagine di rassegna della violenza sulle donne, per dare conto della frequenza e della quantità del fenomeno. Ora, questo lavoro è caduto in disuso. La violenza maschile nei luoghi pubblici, quella del maniaco o dell’uomo nero, è sempre stata un tema allarmante ed eccitante della cronaca nera, sempre raccontata. Lì si tratta di uscire dal chiasso, per informare e orientare in modo corretto. Si può nominare, ovvio, la nazionalità del reo; altro è scegliere di enfatizzarla, evidenziarla come causa o predisposizione, elevarla a questione: non più questione maschile, ma questione straniera.

Sembra plausibile la presunta prevalenza straniera nella criminalità. Pur in assenza di prove, siamo disposti a crederla vera, nonostante gli immigrati siano aumentati di sei volte in vent’anni ed i reati più gravi siano rimasti stabili o persino diminuiti. Il dato sugli stupri dice di un 40% di stupratori stranieri a fronte di una popolazione straniera dell’8%. In proporzione, dunque, gli stranieri stuprerebbero più degli italiani. Il dato però si basa sulle sole denunce: appena il 7% delle violenze. Quali siano le proporzioni nel restante 93% lo ignoriamo. Tra le violenze possiamo includere o escludere varie situazioni. Alcuni di noi pensano che la prostituzione sia uno stupro a pagamento. I milioni di clienti italiani come li consideriamo? E le decine di migliaia di prostitute straniere? La domanda investe le proporzioni tra le vittime. Così come è stata oscurata la trans peruviana tra le vittime degli stupri di Rimini da parte di chi voleva ribellarsi al silenzio buonista, così è oscurato il probabile primato straniero nella condizione della vittima, perché non serve per costruire l’immagine negativa dello straniero. Tornando alle sole denunce di stupro, il 32% delle vittime è straniera. Di nuovo, molto di più dell’8% della popolazione. In proporzione, le straniere sono più vittime delle italiane.

Il pregiudizio negativo nei confronti dello straniero è il presupposto della scelta arbitraria di mettere a confronto italiani e stranieri. L’esito del confronto non è una giustificazione, è solo un’autoconferma, agganciata ad un presunto difetto culturale: gli stranieri provengono da regioni dalla cultura più patriarcale della nostra, quindi sarebbero più propensi ad abusare delle donne. Un simile criterio culturale ci induce a credere che in Italia, siciliani e calabresi siano più propensi all’abuso di lombardi e piemontesi e che gli uomini dell’Europa latina siano più abusanti degli uomini dei paesi scandinavi. Eppure, secondo le statistiche, la violenza contro le donne primeggia nel Nord Europa, mentre l’Italia sta sotto la media europea. Inoltre, come osserva Marzio Barbagli, i migranti sono culturalmente molto diversi dai loro connazionali rimasti in patria. Resta poi il fatto che il primato degli stupri tra gli stranieri spetta, non ad una nazionalità africana o mediorientale, ma ad una nazionalità europea: i romeni. Infine, ad insegnare come si trattano le donne, più che le tradizioni religiose e tribali, è la moderna pornografia industriale, unica fonte di educazione sessuale per i nostri adolescenti. Un prodotto culturale tutto occidentale.

Dati due gruppi di uomini si potrà sempre mostrare che un gruppo stupra più dell’altro. Metropolitani e provinciali; settentrionali e meridionali; colti e ignoranti; laici e religiosi, ricchi e poveri. Per ciascuna categoria duale possiamo stabilire quale sia il gruppo peggiore, per pochi o tanti punti. Ma in genere non lo facciamo. Si dirà, che per il confronto italiani-stranieri i punti di distacco sono tali da giustificarlo; abbiamo già visto che non possiamo dire di saperlo. Esiste di certo una categoria duale nella quale i punti di distacco sono notevoli, quella tra giovani e adulti o anziani. Il dato è del ministero della giustizia: il 25% degli stupratori condannati è minorenne (in rapporto a meno del 5% della popolazione). Dei quattro stupratori di Rimini, tre sono minorenni, il quarto ha 20 anni. Il colpevole di un reato è spesso un giovane maschio, senza che ciò induca a fobia e intolleranza nei confronti dei giovani. Il dato generazionale può spiegare molto più del dato culturale o sociale, perché gli stranieri (forse) delinquono più degli italiani: gli stranieri sono in proporzione molto più giovani degli italiani. Per converso, le giovani sono le principali vittime; le straniere sono in proporzione più giovani delle italiane.

La condizione delle vittime straniere mostra quanto sia fuorviante contrapporre donne e migranti. Oltre al fatto che il razzismo e il sessismo crescono insieme, come mostrano i tanti indignati per gli stupri di Rimini che augurano a Laura Boldrini di essere stuprata, c’è che le politiche di chiusura penalizzano le donne più degli uomini. Vero o falso che nel casermone dei rifugiati sgomberato a Roma ci fosse un postribolo, è certo che la mancata regolarizzazione delle donne le rende più vulnerabili ed esposte al ricatto e allo sfruttamento. Tante sono le donne che muoiono nella traversata del mare e del deserto, perché le politiche di chiusura impediscono loro di raggiungere legalmente l’Europa. Tante quelle che subiscono abusi e stupri nei campi di concentramento voluti dagli europei e anche dagli italiani, per smistare rifugiati e migranti economici in Africa. È perciò insensato criminalizzare i migranti per essere amici delle donne. Il razzismo oltre a rimettere le donne bianche sotto la tutela del maschio, condanna le donne nere.

(massimolizzi.it 4 settembre 2017)

di Manuela De Leonardis

«Paola Mattioli. Sguardo critico di una fotografa» una densa monografia di Cristina Casero

«Imboccare, agitare, frullare, solarizzare»: quando l’angelo del focolare fa la fotografa di professione versa il fissativo nella vaschetta, nella camera oscura, osserva attentamente i provini, tira fuori la carta fotografica emulsionata, però deve fare i conti anche con l’altra faccia della quotidianità. C’è da cucinare, apparecchiare la tavola, imboccare la figlia e magari tenerla in braccio, mentre la piccola socializza con la macchina fotografica con il suo dito grassottello.

IN QUESTI SCATTI in bianco e nero realizzati da Carla Cerati nel 1974 (Professione fotografa), conservati presso il CSAC, Centro Studi e Archivio della Comunicazione di Parma, la protagonista è Paola Mattioli (Milano, 1948) che fin dai tempi dell’università (studia filosofia con Enzo Paci laureandosi con una tesi sul linguaggio fotografico) si appassiona all’analisi dell’utilizzo del mezzo fotografico in chiave fenomenologica «sulla scorta del pensiero di Benjamin, di Sartre e soprattutto di Merleau-Ponty», come scrive l’autrice Cristina Casero nelle prime pagine della monografia Paola Mattioli. Sguardo critico di una fotografa (Postmedia Books, pp. 128, euro 16).

TEORIA E PRATICA – tanto più che per Mattioli fotografare è un atto critico, terreno di riflessioni e interrogazioni sul visibile (frutto anche degli stimoli nati dalla frequentazione, giovanissima, dello studio di Nini e Ugo Mulas), nonché presa di coscienza rispetto al contesto socio-culturale e politico più che rappresentazione di una presunta realtà – percorrono strade parallele.
Di questa interprete che si allontana dalla sudditanza all’unicità dell’attimo, del singolo episodio, che saprà adeguarsi ai tempi fotografando con la stessa disinvoltura sia con l’Hasselblad che con lo smartphone, sottolineando – piuttosto – l’importanza della sintesi (ne sono un esempio gli scatti che ritraggono Giuseppe Ungaretti, prima esperienza professionale rilevante per Paola Mattioli – il poeta nel 1970 aveva 82 anni e la fotografa 22 – che restituiscono «la variazione continua di una permanenza. È allegria e senso di morte») non sfugge la coerenza nel cogliere il dettaglio assecondandone il valore simbolico. È così già dai tempi di Immagini del no, realizzate con Anna Candiani ed esposte alla galleria «Il Diaframma» nel novembre 1974, che traducono visivamente l’inquietudine che attraversava la società civile nella Milano pre-referendum sull’abrogazione della legge sul divorzio.

Una narrazione «polifonica» per Arturo Carlo Quintavalle, autore di testo nel volume pubblicato da Scheiwiller che Martin Parr ha selezionato e rieditato nel cofanetto The protest box (Steidl, 2011). Ma tra i tanti momenti che attraversano il lavoro della fotografa, interprete innovativa anche della fotografia di moda e ritrattista di grande sensibilità (intensi i dittici dedicati alla scultrice senegalese Seni Camara dove il volto è associato alle sculture, così come quelli delle bellissime eredi delle Signares del periodo coloniale, oggetto anche del libro Mémoires d’Afrique, ultima tappa di una serie di viaggi in Africa fatti insieme a Sarenco) sicuramente il capitolo più entusiasmante è quello della sua militanza femminista.

NELL’INQUADRARE e ripercorrere la nascita e affermazione dei movimenti femministi (vengono citati Carla Lonzi, il gruppo Demau, Rivolta Femminile, Anne-Marie Sauzeau Boetti, Romana Loda e altre artiste come Marcella Campagnano, Valentina Berardinone, Elisabeth Scherffig e quelle del Gruppo del mercoledì: Bundi Alberti, Diane Bond, Mercedes Cuman, Adriana Monti, Esperanza Núñez e Silvia Truppi) è centrale la ricerca di un gruppo di fotografe (con Mattioli ci sono Anna Candiani, Carla Cerati e Giovanna Nuvoletti) che sarà oggetto della mostra milanese Dietro la facciata.
Paola Mattioli fotografa una donna di spalle, in cucina, mentre allunga il braccio per mettere il piatto nello scola piatti: «il suo volto riflesso nello specchio che diventa il punctum dell’immagine», scrive Cristina Casero, «Questo oggetto vezzoso diventa un segno e libera la donna – attraverso l’apparire della sua individualità determinata dalla specificità del viso – dalla categoria sociale della casalinga, che la imprigiona. Un riflesso, quindi, che apre una breccia nella superficie del reale».

(il manifesto, 26 agosto 2017)

di Danilo Taino, corrispondente da Berlino

La leader della Cdu cerca di tenere il più basso possibile il tono della campagna elettorale e non risponde mai agli attacchi degli avversari politici. I sondaggi la premiano con un vantaggio tra i 14 e i 16 punti

La zuppa di patate à la mode di Angela Merkel è riapparsa nella campagna elettorale in corso in Germania. Era già entrata nella competizione del 2009 ma questa volta la cancelliera ha svelato qualche segreto su come la prepara. Poveri tedeschi, potrebbero pensare italiani e francesi, abituati a ben altre ricette…e a ben altre campagne elettorali. In realtà, gran parte di chi andrà a votare il 24 settembre sembra soddisfatto della rivelazione.

In un’intervista al settimanale femminile Bunte,Merkel ha confidato che, innanzitutto, usa tuberi del suo orto. Poi che li passa lei stessa allo schiacciapatate ma ne lascia alcuni piccoli grumi. Questa expertise in uno dei piatti nazionali del Paese — per gli anziani come per i giovani — naturalmente la fa sembrare donna del suo popolo, nonostante sia regolarmente fotografata con Trump, Putin, Erdogan, Macron. Ma soprattutto è uno dei tanti modi che la leader usa per tenere il più basso possibile il tono della campagna elettorale, per dire che grandi proclami e grandi programmi non servono in una Germania soddisfatta di sé, per affermare senza urlarlo che nell’urna la scelta non è sulle promesse ma sulla certezza che si chiama Angela Merkel. Patate, non grandi visioni. Così banale? No: la tattica è raffinata.

I politologi l’hanno definita «smobilitazione asimmetrica». Significa che la cancelliera non risponde agli attacchi che le vengono portati dagli avversari politici. Il suo sfidante diretto, il socialdemocratico Martin Schulz, la critica per nome in ogni comizio e intervista, solleva temi sociali e chiede il ritiro delle armi nucleari americane dal territorio tedesco, la accusa di non volere il bene dell’Europa. Lei non risponde e nemmeno quasi mai lo cita. E quando lo cita perché sollecitata è per dire che lo stima. Ogni attacco che le viene portato finisce così nella sabbia, ogni critica smontata, lo scontro polemico svanisce e Frau Merkel rimane imperterrita nel suo vantaggio che i sondaggi danno tra i 14 e i 16 punti. Irritato, Schulz è arrivato a definire questa tattica «un attacco alla democrazia». In verità, la leader tedesca sembra esperta nell’approccio orientale all’arte della guerra.

Alcuni commentatori hanno avvicinato il suo modo di fare all’aikido, l’arte marziale giapponese nella quale non si tratta di contrastare la forza e l’energia dell’avversario ma di incanalarle verso il vuoto, di lasciarle sfogare e annullare da sé. Frustrante per chi la deve sfidare. Fatto sta che la campagna elettorale tedesca sembra andare avanti così, senza scontri e senza una vera discussione su cosa fare nella prossima legislatura, da qui al 2021. In un’intervista via YouTube, per dire, Merkel fa sapere che il suo emoticon preferito è lo smiley, in certi casi con gli occhiali da sole, magari seguito da un cuore.

È che la cancelliera ha una capacità straordinaria di raggiungere pubblici diversi. Naturalmente parlando di politica. Ma non solo: è anche curiosa, colta e non trascura le passioni. Pochi giorni fa, durante un’intervista pubblica con il direttore del quotidiano finanziario Handesblatt, è entrata nella sala affollata e ha immediatamente riconosciuto il brano di Beethoven che accompagnava il suo ingresso. Pochi giorni prima era stata, come ogni anno, al festival di Bayreuth, a rendere omaggio a Wagner, il compositore che più ama. Durante l’intervista, ha detto di essere rimasta affascinata da una biografia di Shostakovich.

Quando è stata paragonata a Bismarck, che governò per 19 anni (Merkel arriverà a 16 se sarà rieletta), ha rifiutato l’accostamento: «Non sono sicura che Bismarck comprendesse il significato di win-win», ha detto riferendosi al fatto che a suo parere la globalizzazione può avvantaggiare tutti, mentre la geopolitica del Cancelliere di Ferro era un gioco a somma zero, dove se uno vince l’altro perde. Pochi capi di governo hanno questa capacità di parlare della zuppa di patate, di musica, di storia, di interessarsi alla tecnologia che sta dietro ai videogame e magari spiegare che la loro eroina è Marie Curie (e non banalmente un Kennedy o un Adenauer). In qualche modo, la sua è la Bildung dei grandi tedeschi: le formazioni intellettuale e umana armonizzate e da coltivare.

Il problema, però, resta. Quanto è sana una campagna elettorale con un candidato unico?

(Corriere della Sera, 26 agosto 2017)

di Bia Sarasini

Immigrazione. Il papa mette la sua autorità simbolica e la rete diplomatica del Vaticano a un’idea di convivenza umana che non è la più popolare oggi nel pianeta. E la rivista dei gesuiti mette all’indice Nixon, Bush, Trump e Bannon.

Parla al mondo, il messaggio che il papa ha rivolto alla giornata dei migranti e dei rifugiati del gennaio 2018. Con una nettezza a cui è impossibile sfuggire dice che le migrazioni sono il fatto epocale che cambierà il modo di vivere e di pensare.

Non dà cifre, non elenca dati, il Papa. Ne ricordo uno, per comprendere di cosa si parla: nel 2016, i migranti, cioè tutti coloro che si spostano sulla superficie del pianeta, sono stati 244 milioni, circa il 41% in più del Duemila.

Il messaggio di Bergoglio va dritto al cuore duro della politica e della convivenza contemporanea, con un linguaggio semplice e chiaro, e molto concreto.

Questo è il punto di svolta: papa Francesco non si limita a esortare, a sollecitare, con notevole realismo indica nel dettaglio cosa è necessario e possibile fare. E questo è insostenibile, quasi per tutti i politici. Perché nel breve testo è contenuta una carta, scritta con consapevolezza del diritto internazionale, per affrontare senza isteria e strumentalizzazioni la trasformazione – o metamorfosi come forse è più preciso dire – del nostro mondo.

I quattro “comandamenti” che sono alla base del messaggio, già enunciati in altre occasioni, ovvero «accogliere, proteggere, promuovere e integrare», vengono declinati in azioni concrete, limpide, come: «programmi di sponsorshipprivata e comunitaria», «corridoi umanitari per i rifugiati più vulnerabili», «visti temporanei speciali» per chi fugge da zone di guerra.

E naturalmente ciò che ha fatto più clamore: la cittadinanza sicura per chi nasce dovunque nasca, oltre che il diritto alla propria cultura.

L’effetto è così sorprendente da essere spiazzante. E non penso alle diverse destre, in Italia e nel mondo, ai Salvini che gridano all’ingerenza, «se li prenda a casa propria», «bene, ha deciso di farli tutti cittadini del Vaticano». Le agenzie internazionali della paura come chiave del consenso elettorale, non possono che essere colpite nel vivo da chi ammonisce che i principi evangelici non sono buoni sentimenti, ma ispirazione per la vita pratica.

Colpiscono le reazioni della sinistra.

Di quella di governo non c’è da meravigliarsi. Il punto è che nessuno, certamente in Europa, è in grado di fare propria la carta ispirata ai quattro comandamenti di Francesco. E il fatto di averla stesa, messa nero su bianco senza possibilità di equivoci, è perlomeno imbarazzante.

Ci sono poi le reazioni anti-clericali, quelle ostili a-prescindere, perché si tratta di un Papa e del Vaticano, quindi non bisogna fidarsi comunque. Eppure non si tratta di fidarsi, e neppure considerare “buono” tutto quello che fa e dice papa Francesco.

Il punto è che lui, questo Papa e non altri, mette a disposizione la sua autorità simbolica e la considerevole terrena rete diplomatica del Vaticano a un’idea di convivenza umana che non è la più popolare oggi, nel pianeta.

È un passaggio che va analizzato con tutta l’attenzione possibile, e non solo dai credenti che vengono sollecitati alle “opere”.

Un segnale forte è stato dato dall’editoriale dalla rivista dei gesuiti Civiltà Cattolica dello scorso luglio, a firma del direttore Antonio Spataro e di Marcelo Figueroa, pastore presbiteriano e direttore dell’edizione argentina de L’Osservatore Romano. Una critica diretta e chiara del «sorprendente ecumenismo» che viene dall’alleanza negli Usa tra il fondamentalismo evangelico e il fondamentalismo cattolico

. Del tutto inedito in un testo che comunque viene letto in Vaticano, è che vengono fatti dei nomi di politici ispirati a queste idee, da Steve Bannon e Trump, passando per Nixon e Bush. Ne sono nate controversie aspre e forti, anche se in Italia hanno curiosamente una scarsa risonanza.

In ogni caso alle dimissioni di Bannon, qualcuno ha commentato. “Francesco ha vinto”. E questo è il punto.

È riduttivo pensare che papa Bergoglio intenda entrare nella vita politica corrente degli Stati, sia la piccola Italia o la grande potenza degli Stati Uniti. Il peso che Francesco mette in gioco è sugli orientamenti, le linee di fondo. E nel visibile smarrimento contemporaneo si pone come caposaldo di una controtendenza, rispetto sia alle scelte della politica e sia ai più diffusi sentimenti dei popoli.

Tutto il resto, compreso il pensare che siano possibili accordi con politiche di respingimenti, è assurdo o pretestuoso. Basta leggere e ascoltare.

(il manifesto, 26 agosto 2017)

di Alessandra Pigliaru

A partire da «Donna di parola», un saggio di Antonella Fimiani sulla scrittrice olandese

«Sono affidata a me stessa e dovrò cavarmela da sola. L’unica norma che hai sei tu stessa, lo ripeto sempre. E l’unica responsabilità che puoi assumerti nella vita è la tua. Ma devi assumertela pienamente». Quel 21 di ottobre del 1941 Etty Hillesum annotava in poche righe una delle grandi lezioni che avrebbe consegnato al Novecento, nell’Europa flagellata dal nazismo che da lì a poco più di due anni l’avrebbe condotta alla morte in un campo di sterminio. Di quell’affidamento a se stessa, lei che se n’è andata sulla soglia dei trent’anni, conosceva ogni singolo interstizio insieme a tutti i pericoli. Nonostante la solitudine sperimentata nei recessi materiali e spirituali di cui la condizione umana è provvista, sono state grandi e nitide le genealogie della scrittrice olandese, ebrea e poeta rara, che ha vissuto e perlustrato l’umano fin dentro la profondità del suo guscio fragile e sensuale, di bene e male.

MOLTO ERA IL MALE, conosciuto prima nell’anno a Westerbork e poi ad Auschwitz, esiziale l’odio e la furia assassina con cui – ne aveva piena contezza – da lì a poco si sarebbe consumata l’ecatombe. Eppure a leggere i suoi Diari(insieme alle Lettere sono editi da Adelphi), scritti nei tre anni precedenti il congedo definitivo dalla desolazione terrestre, a sollevarsi è una parabola del bene. Per niente paradossale, né un’apologia della bontà, questa fame di bene poggia su una forza instancabile di parole luminose, sull’istante abbacinante dell’aver pacificato il tormento di sé, a scansare il lutto di un «mondo inospitale». Senza riparo per il disastro, il compito a cui si autorizza Etty Hillesum è di raccontarne la realtà fenomenica per arrivare alla parte umbratile, meno visibile. Questo il centro della scrittura come tentativo supremo di mettere ordine anzitutto in se stessa e nel mondo che la frastornava.
Un’ostinazione lancinante, la sua; poi il corpo a corpo con la pratica della preghiera su un tappeto di cocco, insieme ai baci e alla breve nausea che la coglieva quando non riusciva a esprimere ciò che intendeva fermare sul foglio. Donna di parola. Etty Hillesum e la scrittura che dà origine al mondo (Apeiron, pp. 159, euro 12) di Antonella Fimiani è un interessante modo per fare ritorno a quel potente apprendistato. Con ferma dedizione, Fimiani consegna in cinque agili capitoli i temi principali della parabola di Hillesum.

L’AMORE, l’audacia di pensare il proprio tempo, la cova silenziosa di un indicibile che va tuttavia registrato e testimoniato. Da Dostoevskij a Rilke e Hannah Arendt, il corredo di colloqui era architettura di chi accetta il dolore eppure non vi si sa rassegnare. È in questo solco che incontriamo «la scoperta di un dio non relegato nella solitudine ma tracciato dalla relazione concreta con l’umano».
Così la scrittura «è un altro modo di possedere, di attirare le cose a sé con parole e immagini». Una questione di insaziabilità, non di altruismo, in cui arriva l’assunzione piena della responsabilità. Magistero semplice, dettato dall’intuizione formidabile che senza sporgersi verso gli altri e le altre si rimane nella cecità di un io autocentrato, drammaticamente inutile. È fame di bene il divenire «un cuore pensante» in un’epoca scellerata, complessa traiettoria resa da un’altura – prima ontologica che etica – per molte e molti irraggiungibile.

SCOPRIRSI VEDENTI nella ineluttabilità di una sorte, svettarne i confini materiali, toccarli tutti per tenere l’umano con sé e ammettere uno statuto ulteriore che quella realtà sia in grado di espandere; si potrebbero chiamare strategie di sopravvivenza, per Etty Hillesum erano la stoffa stessa del suo stare nel mondo.
Non c’è bisogno di superare se stessi, basterebbe accogliere ciò che si è, con grazia spiega anche questo Antonella Fimiani, seguendo il tragitto della scrittrice.
L’attaccamento primordiale alla relazione è il primo tassello ineludibile.

PRIMA DI CAPIRE l’impossibilità di amare un solo uomo, la mano di Julius Spier era ciò che le sosteneva le giornate. Grande e generosa, la sua mano non era solo un secondo volto – come prometteva la chirologia di cui si occupava il bizzarro psicologo junghiano – quando le carezzava i capelli o la stringeva a sé, era l’abbraccio di chi aveva deciso di crederle, certo meno ipnotico della bocca indisponente eppure esperta nel tessere i sogni di una donna della metà dei suoi anni. Come dalla mano di Dio da cui Etty immaginava di «rotolare melodiosamente», anche la mano dell’amante era sapientemente mobile. Disegnava giravolte e proiezioni, infinite e perturbanti; Spier, (S., così nominato nei Diari), era in fondo l’altra parte di Dio, perfetto congiungimento in un mondo altrettanto vulnerabile.

«E ORA CHE NON VOGLIO più possedere nulla e che sono libera – ammette, risolta – ora possiedo tutto e la mia ricchezza interiore è immensa». Un’interiorità così carnale che è difficile non cadere innamorati o perlomeno commossi, dalla prima all’ultima parola della giovane scrittrice olandese, stando davanti allo specchio in frantumi di un Novecento che custodisce tra i nomi più scintillanti quello di Etty Hillesum.

(il manifesto, 24 agosto 2017)

di Cristina Obber

Dialogo con Asha, 20 anni, una ragazza indiana cresciuta in Italia: «La religione non c’entra, l’Isis trova terreno fertile in un terra di mezzo di odio e solitudine. Io me lo ricordo bene».

Il più piccolo tra le vittime a Barcellona aveva tre anni. Il più giovane degli autori della strage 17. Mio figlio ne ha 16. Lo guardo e mi chiedo come possa un ragazzo provare tanto odio, essere così spietato e con un cuore di pietra. Me lo immagino quel 17enne tra i banchi di scuola, in mezzo alle platee che incontro quando vado nelle aule magne a parlare di violenza. E penso ad Asha, 20 anni, arrivata in Italia a otto anni e cresciuta nella campagna lombarda. Dopo un incontro nel liceo che frequenta, come spesso mi accade, mi aveva scritto un pomeriggio raccontandomi il suo disagio di ragazza indiana, di serie B. Con il suo sguardo dolce e una timidezza esagerata, quando ci siamo incontrate mi ha detto: «Io i terroristi li capisco».

SE IL CONFRONTO SOSTITUISCE L’INTEGRAZIONE
Una frase che mi ha sconcertato e di cui ho cercato di farmi spiegare l’origine; non li giustificava ovviamente, anzi ne condannava le gesta, ma, diceva: «Quell’odio lo capisco perché è stato anche mio». In India Asha veniva picchiata con il bastone dalle maestre perchè non capiva le operazioni e i colpi erano così forti che si faceva la pipì addosso e veniva mandata a casa a cambiarsi. L’Italia le sembrava un paese meraviglioso: una maestra amorevole, le strade pulite, una casa con il water su cui sedersi, dei vicini gentili. Il paradiso. Una felicità che svanisce in un paio d’anni, durante i quali la sua vita di bimba diventa un continuo confronto: «Le mie amiche collezionavano Pony amica del cuore, io non potevo avere nemmeno una bambola; mio padre diceva Non serve, e liquidava ogni mia richiesta così, che fosse lo zaino per la scuola o una maglietta».
«Qualche volta andavo a fare i compiti a casa di una mia compagna, ma poi ho smesso perchè le mamme mi trattavano in un modo strano, anche se in buona fede; se mi offrivano un succo di frutta mi chiedevano se sapessi cos’era, e io pensavo ‘Certo che so cos’è, non vengo da Marte’; mi chiedevano sempre ‘Come mai siete venuti qua?’, e io mi vergognavo a rispondere che in India eravamo così poveri da non riuscire a mangiare tutti i giorni». Le sue amiche dormono in graziose camerette mentre lei dorme in un divano letto in salotto con la sorella e un fratellino da accudire.
La casa che inizialmente le sembrava meravigliosa diventa motivo di vergogna. «Sognavo una stanza tutta mia, non ho mai fatto venire nessuna amica perchè mi ero inventata di averla». La famiglia frequenta unicamente connazionali, la madre non parla italiano e questo diventa un motivo di scherno alle riunioni a scuola: «Mi ricordo come la guardavano, le risatine, mi vergognavo anche dei suoi vestiti colorati».

LA FRUSTRAZIONE CHE GENERA IL TERRORE
Asha non accetta nemmeno le prime tracce di violenza domestica che le si svelano: «Mia madre era sottomessa, mi dispiaceva quando mio padre la zittiva, soprattutto in presenza di amici; le chiedevo perchè ma lei rispondeva con dei sorrisi, non mi spiegava niente ed io sapevo solo che non era giusto».
Intanto arrivano ‘Indiani di merda’ e altre espressioni che Asha sente su di sé insieme agli sguardi che instillano le prime gocce di rancore: «Sono sguardi che ti sminuiscono e ti mettono continuamente alla prova. Finisce che detesti la tua famiglia e detesti chi non ti accetta, e non appartieni a nessuno, ti ritrovi in un territorio di mezzo. A 13 anni non ne potevo più e sognavo di tornare in India». È in quel limbo di solitudine e odio che Asha riconosce le origini del terrorismo: «Ogni volta che sento di un attacco terroristico ritorno a quei tempi, a quella frustrazione tutti i giorni: per loro (i terroristi) è rimasto tutto così; ti senti figlio di nessuno e il primo che ti fa sentire nuovamente figlio, ti prende».
Un terrorismo che raccoglie orfani, di speranza e di identità.

VOLER VINCERE
«Se cerchi di vivere come i tuoi amici italiani le famiglie ti rifiutano, ti considerano un traditore, una traditrice. È giusto conoscere le proprie tradizioni, non dimenticare da dove vieni. Ma le famiglie sbagliano: integrarsi non vuol dire imparare l’italiano e non puoi condannare i tuoi figli all’isolamento, a sentirsi diversi».
Quel sentirsi diversi diventa pericoloso: «Se ti senti uno che ha sempre perso, è il bisogno di vincere che ti fa sentire vivo. ‘Vinco io’ pensa un terrorista, e più se ne parla più si sente gratificato. Sono tanti signori Nessuno che hanno improvvisamente il mondo in mano».
Oggi Asha non tornerebbe in India, non rinuncerebbe al suo paesino che ama, alle sue relazioni e a una casa con il water. Non tornerebbe in un paese dove la sottomissione femminile e la violenza contro le donne raggiungono livelli inauditi. La sua condanna al terrorismo è netta eppure le sue parole mi fanno orrore: «Io mi vergognavo, mi sentivo ignorante, brutta, con i capelli troppo neri, la pelle troppo scura, mai all’altezza. Io sono io, lo so adesso, ma allora avrei fatto qualsiasi cosa per una rivincita, per dare un senso alla mia esistenza imbarazzante, per sentirmi figa anche solo per un giorno, per scoprire cosa si prova a sentirsi fighe. Mi rendo conto che ero perennemente sballata emotivamente. Allah non c’entra, c’entra l’infelicità».

(…)

continua su:
http://letteradonna.it/315268/attentato-barcellona-terrorismo-cause-integrazione-solitudine-odio/

di Farian Sabahi

«L’Occidente vincerà la battaglia contro il radicalismo islamico soltanto quando si dissocerà dall’Arabia Saudita che esporta questa ideologia violenta. Finora gli Stati Uniti e l’Europa non fanno che discutere di pace, sicurezza e diritti umani, dimenticando di essere complici dei sauditi da cui acquistano petrolio e a cui vendono armi». Esordisce così Ani Zonneveld, fondatrice e presidente di Muslims for Progressive Values, un’associazione di musulmani progressisti con oltre diecimila membri. Vive a Los Angeles dove guida la preghiera del venerdì (per uomini e donne), celebra matrimoni interreligiosi, eterosessuali, omosessuali e persino tra transessuali. Figlia di un diplomatico, Ani Zonneveld è nata 54 anni fa in Malesia, un Paese multiculturale e multireligioso, e ha vissuto in Germania, in Egitto e in India, per poi trasferirsi negli Stati Uniti per frequentare il college e dedicarsi alla musica (ha vinto un Grammy). Personaggio trasgressivo ed eclettico, venerdì 22 settembre sarà ospite di Torino Spiritualità.

I terroristi hanno colpito Barcellona. Perché prendono di mira i luoghi pubblici, affollati?
«I terroristi che hanno colpito Barcellona sono esseri spregevoli, vogliono fare notizia uccidendo degli innocenti. Cercano obiettivi facili: mercati, gelaterie, caffè, dove c’è una dimensione gioiosa. Continueranno a colpire l’Europa, ma il loro modo di agire non ha nulla a che vedere con l’Islam. Il fatto che a essere uccisi siano i civili, degli innocenti, contraddice gli insegnamenti di Maometto secondo cui in tempo di guerra i civili e i credenti (inclusi cristiani ed ebrei) non devono essere presi di mira, è vietato avvelenare le fonti d’acqua e calpestare l’erba destinata al pascolo».

Eppure i terroristi prendono a pretesto le scritture dell’Islam…
«Interpretano il Corano a modo loro, imbastardendolo, e questa loro interpretazione si sta diffondendo come un cancro. In un post sui social media il sospetto Moussa Oukabir ha scritto che “bisogna uccidere gli infedeli e risparmiare soltanto i musulmani praticanti”. Affermazioni assurde, perché il termine infedele non sta a indicare il non musulmano quanto colui che nasconde il vero significato di Dio. A mio parere, a essere kafir (chi non crede, ndr) sono questi assassini e i loro imam. Noi musulmani progressisti lavoriamo dal 2004 per sfidare queste interpretazioni dell’Islam radicale».

Vi siete mobilitati anche per i recenti eventi di Charlottesville che hanno messo in primo piano l’estremismo di destra?
«Sì, la nostra associazione si pone come obiettivo contrastare le ideologie radicali sotto la bandiera dell’Islam, ma non percepiamo alcuna differenza tra gli integralisti musulmani e gli estremisti bianchi. Le ideologie non si esauriscono con la distruzione o la rimozione dei monumenti, sarebbe opportuno seguire l’esempio del Sud Africa, dove il Museo dell’Apartheid e the Slave Lodge ricordano gli orrori del passato senza rendergli gloria».

Torniamo in Europa, dove assistiamo al ritorno dei cosiddetti foreign fighters dalla Siria e dall’Iraq. Come si può affrontare il problema?
«È necessario sradicare l’ideologia che anima questi giovani, lavorando con i leader religiosi musulmani affinché questi ragazzi scelgano una strada diversa rispetto al radicalismo. La questione è però dove trovare gli imam in grado di portare avanti questo compito. In ogni caso è un problema che devono risolvere i musulmani stessi, mobilitandosi per sradicare le interpretazioni radicali dei loro testi sacri».

Queste interpretazioni radicali portano con sé una buona dose di misoginia. Secondo lei, perché nei secoli l’Islam è diventato così aggressivo con le donne?
«Non è colpa dell’Islam in sé, quanto di quei musulmani che hanno imbastardito la nostra religione. Mi arrabbio quando penso a tutte le ingiustizie che le donne musulmane hanno dovuto subire, laddove 14 secoli fa la Rivelazione ci aveva permesso di ottenere diritti. Penso a Maria, la madre di Gesù, a cui è dedicato un intero capitolo del Corano e che è tenuta in palmo di mano dai musulmani, segno del valore che l’Islam dà alle donne, ben diverso dall’atteggiamento di quegli uomini che stanno monopolizzando la nostra religione. Nel Ventunesimo secolo, dobbiamo ancora lottare per poter frequentare le scuole, per decidere per noi stesse. Confrontandoci con concetti assurdi come la tutela da parte di un guardiano, le differenze di genere in ambito ereditario, la questione dell’onore».

A proposito dei diritti delle donne nell’Islam, in che cosa consiste la vostra iniziativa #ImamsForShe?
«Lavoriamo con gli imam di sesso maschile, con gli studiosi e le studiose delle scritture dell’Islam, con tutti coloro che promuovono i diritti delle donne e delle bambine. Nel nostro programma ci sono workshop, campi sportivi per le ragazzine in cui teniamo anche corsi sulle interpretazioni liberali dell’Islam per dare a queste giovani gli strumenti per rispondere — con le armi della religione — alle imposizioni e difendere i propri diritti. Sarebbe bello se aderisse anche Malala (attivista pachistana vincitrice del Nobel per la pace, ndr)».

(La 27esimaora, 19/08/2017)

Intervista. La sindaca: «Dai barcellonesi una risposta imponente e immediata. La manifestazione ha trasmesso la convinzione che il terrorismo non vincerà. In questo momento massima unità e collaborazione sono imprescindibili»
La sindaca di Barcellona Ada Colau dopo l’attacco
di Luca Tancredi Barone
Ada Colau risponde al manifesto rubando un momento alla giornata più complicata dall’inizio del suo mandato due anni fa, giusto poco prima di andare a visitare i feriti sparsi nei nosocomi della città. «Non ho voluto farlo ieri per non disturbare i medici. Nei primi momenti dell’emergenza è meglio lasciarli lavorare in pace. Ma la situazione ora si è stabilizzata, e ci tengo a passare e a portare loro l’abbraccio dei barcellonesi».
Sindaca, non si è risparmiata: non ha smesso di rispondere ai giornalisti fin dalle prime ore del mattino.
In momenti così difficili, penso che sia importante trasmettere un messaggio di tranquillità. Il lavoro dei mezzi d’informazione è molto importante in questi frangenti, e noi dobbiamo fare uno sforzo in più per aiutarvi.
Tecnicamente, lei questa settimana è in vacanza.
Sì, era l’unica settimana di vacanza che avevo con la famiglia. Ma appena saputa la notizia mi sono ovviamente precipitata a Barcellona.
Che si sente in quei momenti?
È stato un colpo durissimo. Mi sono arrabbiata, indignata. Ma bisogna reagire, dare un messaggio di forza. Queste sono le situazioni in cui dobbiamo dare davvero il meglio di noi stessi. Lo hanno fatto i pompieri, la polizia, i medici, i servizi sociali: fin dai primissimi istanti e con grandissima coordinazione si sono spesi per aiutare ciascuno come poteva. E i cittadini di Barcellona sono stati generosissimi, hanno aperto le loro case, hanno donato il sangue, hanno cercato di aiutare in ogni modo. Io sono loro molto grata, non mi stanco di ripeterlo.
Come reagisce una città quando accade un fatto così grave?
La manifestazione di stamattina (ieri, ndr) è stata molto importante. Ci tenevo a convocarla subito, è stata impressionante la risposta. Imponente, immediata. Ha trasmesso la determinazione, la dignità di una città e la convinzione che il terrorismo non vincerà. Noi barcellonesi abbiamo rivendicato il nostro modello di convivenza, la nostra diversità. Nella sua storia, Barcellona si è mobilitata molte volte. Per le lotte sociali, per la pace, per i rifugiati con un’enorme manifestazione alcune settimane fa. Siamo una città aperta, accogliente, che difende la convivenza. È la nostra forza. Ci hanno fatto molto male, ma con la testa alta diciamo: difenderemo i nostri valori e la nostra identità.
Dietro le parole di circostanza, c’è davvero collaborazione? Rajoy e Puigdemont hanno impiegato un giorno intero per farsi vedere assieme.
Ma lo hanno fatto, e sapevano che dovevano farlo. Io ho parlato con tutti e due in un paio di riunioni. Ho detto loro che la massima unità e la collaborazione sono un’esigenza imprescindibile in questo momento. Non ci sono alternative, siamo al servizio dei cittadini. Dobbiamo imparare da loro, dalla loro reazione, da quella dei medici e dei pompieri, dai messaggi di solidarietà che ci sono arrivati da tutto il mondo. Se vogliono alimentare le differenze avranno il rifiuto sociale unanime.
(Il manifesto, 18/08/2017)

FEMMINISMO. A trent’anni di distanza, uno dei testi classici del pensiero della differenza sessuale italiano viene tradotto in Francia. Un’intervista con il collettivo di donne che ci hanno lavorato e hanno fondato le edizioni La Tempête di Bordeaux

di Francesca Maffioli

Non credere di avere dei diritti è il titolo di un libro della Libreria delle donne di Milano, pubblicato da Rosenberg & Sellier nel 1987 e ristampato nel 2016 dalla stessa casa editrice. A trent’anni di distanza esce in Francia Ne crois pas avoir de droits, la prima traduzione del volume ad opera di un collettivo di giovani traduttrici e fondatrici delle edizioni La Tempête di Bordeaux (pp. 266, euro 14).

L’ottimo lavoro di traduzione agevola la scoperta dei fatti, delle idee che ruotano attorno alla Libreria delle donne di Milano dal 1966 al 1986 insieme alla scoperta di un luogo, di un movimento e di un’autorialità plurale.
Nella prefazione al volume il collettivo sottolinea che la rilevanza di questo testo risiede nella messa in discussione della «positività del diritto» e nel ripensamento della nozione di libertà femminile attraverso il recupero e l’esaltazione delle «referenze simboliche femminili».

 

Da dove è nato il desiderio di leggere «Non credere di avere dei diritti» e di tradurlo in francese? A chi è rivolto il vostro progetto?

Partendo dalla nostra partecipazione a diversi movimenti sociali e di lotta in Francia, ci siamo tutte interessate alla storia dell’autonomia e, in particolare, a quella che attraversa l’epoca del libro. La nostra curiosità a proposito dei numerosi cambiamenti che aveva sollevato all’interno dello stesso movimento ci ha dato un primo slancio per intraprendere la traduzione: questo libro ci trasmetteva forza nei confronti delle nostre esperienze e circa le questioni che attraversano i diversi collettivi. Il progetto si rivolge a tutte e tutti coloro che, come noi, lottano in una prospettiva d’autonomia rispetto ai poteri (istituzioni, ambito medico, giustizia e altri campi), ma forse anche a chiunque sappia trovare qui delle parole sulle esperienze personali, troppo spesso condannate al silenzio o al margine.

 

Nel libro la «pratica della differenza» rappresenta un antidoto alla natura identitaria della democrazia. In che modo tale pratica può ancora risultare efficace per «fare esplodere» dinamiche che tentino di integrare le esperienze di soggetti plurali?

Oggi ci fanno credere che la differenza sia la benvenuta a condizione che si integri. Il liberismo pretende di essere in grado di rispondere a tutti i desideri e la democrazia di integrare tutte le opinioni. Tutti coloro che non trovano la loro felicità vengono «rinviati» alle loro debolezze personali, al fatto che certamente c’è «qualcosa» di sbagliato in loro.
La scommessa del libro consiste nel dare fiducia a quel «qualcosa» che resiste, che non vuole integrarsi, che non trova il suo posto – per rendere ciò che è estraneo l’espressione di una differenza e un contenuto di lotta politica. Oggi tutte e tutti coloro che non sono integrati, ma anche tutto ciò che ognuno sente di estraneo in se stesso è costantemente umiliato dai potenti. La politica della differenza ci ha dato la sensazione di essere in grado di affrontare questa umiliazione, rendendoci fiere delle nostre differenze e in grado di difenderle.

 

Perché la pratica dell’«affidamento», che voi traducete con «confiance», costituisce ancora una leva per preservare un rapporto di comunicazione tra donne? 
Negli anni Settanta le femministe della Libreria delle donne hanno constatato che, dietro la quasi assenza delle donne nella sfera pubblica, esprimersi pubblicamente non significava altro che comunicare e interagire con parole che non erano loro. In altri termini che non avevano una sfera simbolica per esprimersi. L’«affidamento» era una forma di risposta a tutto ciò: i legami, le relazioni di fiducia e gli scambi si rendevano visibili, fornendo loro un contenuto politico.
Se abbiamo sentito molto meno la difficoltà di affermarci pubblicamente, resta il fatto che abbiamo dovuto molto spesso sposare i modi di fare degli uomini attorno a noi, convinte che non ce ne fossero altri. «Sposare» le vie degli uomini vuole dire entrare in concorrenza con le donne accanto a noi che fanno la stessa cosa, cioè avanzare in parallelo senza mai incontrarsi. La pratica dell’affidamento permette a queste traiettorie parallele di incrociarsi e di sperimentare politicamente insieme.

(il Manifesto, 18/08/17)

Cronaca di Laura Minguzzi del tour di presentazioni con Silvia Baratella, in marzo 2017, a Parigi e a Rennes con il collettivo delle traduttrici della casa editrice La Tempete.

Interviste. La regista palestinese racconta il suo primo film di finzione «3000 Nights»
di Giovanna Branca
Nel cuore della notte, a Nablus, la polizia irrompe a casa di Layal (Maisa Abd Elhadi) e la arresta: l’accusa è di aver nascosto nella sua macchina un ragazzo sospettato di un attentato terroristico. Siamo a Nablus nei primi anni Ottanta, e per scampare alla prigione Layal – una maestra sposatasi da poco – deve mentire in tribunale e dire che ha accolto il ragazzo nella sua macchina perché minacciata. La protagonista di 3000 Nights (che ha debuttato a Toronto nel 2015 ma è arrivato in Italia solo di recente) della regista palestinese Mai Masri non è coinvolta nella lotta politica, ma davanti ai giudici israeliani risponde all’appello della sua coscienza invece che alla paura, e si rifiuta di mentire. Le «3000 notti» del titolo sono, quindi, quelle che passerà in un carcere israeliano – «abbiamo girato in una vera prigione, che conferisce un maggiore realismo alle immagini», dice Mai Masri – dove scopre anche di essere incinta, e contro i consigli della sua famiglia tiene il bambino che cresce dietro le sbarre insieme a lei e alle sue compagne di cella, tutte prigioniere politiche.
Sono gli anni del massacro di Sabra e Shatila, la cui notizia irrompe nel carcere portando rabbia e disperazione, e completando tragicamente la presa di coscienza di Layal che, nelle sue compagne, aveva cominciato a scoprire la dedizione alla lotta politica per la causa palestinese. La sua è infatti una storia di prigionia ma soprattutto di formazione, sia individuale che politica. Entrata in prigione da timida maestra, Layal scopre proprio in quelle celle la sua forza e determinazione, che incute rispetto perfino nelle guardie e le detenute israeliane – interpretate anche loro da attrici palestinesi. «Alcune sono state in prigione – spiega la regista – e quindi hanno potuto contribuire con la loro esperienza diretta. La maggior parte ha comunque parenti e amici in carcere, o che ci sono stati in passato, e prima di girare hanno incontrato alcune delle ex carcerate che avevo intervistato durante la ricerca per il film. Volevo restare il più possibile fedele alla memoria e alla Storia».
«3000 Nights» è ambientato in un momento preciso della storia palestinese…È così?
Il film è basato sulla vera storia di una donna che ho conosciuto durante la prima intifada, che ha avuto un figlio in una prigione israeliana. Ci sono molti eventi risalenti a quel periodo che pensavo fosse importante raccontare. Il movimento dei prigionieri per esempio, che con i suoi scioperi della fame ha ottenuto delle grandi conquiste, come un importante scambio di prigionieri: 5000 detenuti palestinesi e libanesi in cambio di sei soldati israeliani. Pur facendo un lavoro di finzione volevo essere il più possibile fedele ai fatti, quindi era importante che il film venisse collocato nella giusta epoca storica. Penso che
3000 Nights parli in qualche modo anche di oggi, ma ci sono molti elementi specifici di quei tempi. Come il fatto che i prigionieri politici palestinesi fossero tenuti nelle stesse carceri riservate ai criminali «comuni» israeliani. Un altro motivo per cui ho voluto ambientare il film durante gli anni ’80 è che rappresenta la cronaca di una storia non scritta – come gran parte della Storia palestinese – e in questo modo custodisce la memoria di un passato di cui non esiste una narrazione ufficiale.
Come ha lavorato alla ricerca per il film?
La storia della donna che aveva partorito in prigione mi ha molto colpita, così ho iniziato a intervistare altre ex detenute, tra le quali c’erano anche altre donne che avevano avuto dei figli in carcere. E anche i personaggi israeliani sono basati su persone reali. La mia formazione come documentarista ha poi definito il modo in cui mi sono rapportata alla storia: sentivo di dover essere fedele alla realtà, non volevo incorrere in degli stereotipi o rappresentazioni manichee. Ho anche vissuto personalmente alcuni degli eventi che racconto, come quello relativo a Sabra e Shatila: parte del materiale d’archivio che si vede nel film l’ho girato personalmente negli anni ’80. Sono eventi di cui ho esperienza diretta, e inoltre la prigione è una metafora della vita di qualunque palestinese, che sia stato in carcere o meno.
La storia è raccontata interamente da una prospettiva femminile.
Pensavo che fosse importante concentrarsi sulle prigioniere, che sono poco rappresentate rispetto agli uomini. Facendo ricerca ho scoperto che per le ex detenute la prigione, oltre alla sofferenza, ha rappresentato anche una grande esperienza di solidarietà. Nel film, il figlio di Layal ha molte madri: tutte le sue compagne di cella.

È una scelta simbolica, e anche molto intima e potente. C’è tanto da esplorare in quell’universo femminile, compresi i torti che le donne hanno subito non solo a causa dell’occupazione ma anche dalla società. Le palestinesi sono molto coinvolte nella lotta politica così come sono attive nel tessuto sociale, che tengono coeso nonostante i danni fatti dall’occupazione: rappresentano un’àncora del senso di identità e di appartenenza.
Per Layal l’esperienza del carcere rappresenta anche una presa di coscienza.
Ho scelto di concentrarmi su una donna che non era direttamente coinvolta nella lotta perché pensavo che così sarebbe stato più interessante essere testimoni della sua esperienza anche oltre la politica: delle sue scelte in quanto essere umano. Che è il motivo per cui viene condannata alla prigione: per una presa di posizione umana, l’idea di aiutare qualcuno che ha bisogno. Volevo che chiunque potesse identificarsi con lei, tutti noi potremmo dover affrontare una scelta del genere.
In un altro film palestinese uscito di recente e che racconta la vita nelle prigioni israeliane, «Ghost Hunting» di Raed Andoni, si trova un tema molto forte anche in «3000 Nights»: l’immaginazione, la vita interiore, come unico strumento di sopravvivenza.
Ho sempre pensato che l’importanza dell’immaginazione fosse uno dei temi portanti del film. È qualcosa che ho cercato di rappresentare senza dipendere esclusivamente dal dialogo, affidandomi alle immagini per mostrare come il mondo interiore sia uno spazio di libertà all’interno della bruttezza di un luogo come la prigione.
In carcere , nasce anche una solidarietà fra le detenute palestinesi e una prigioniera israeliana.
Credo che il mio sia il primo film ad affrontare questo argomento, che non è stato documentato ma che ho riscontrato nel corso della mia ricerca. Non è un fenomeno diffuso ma c’è stato più di un episodio di solidarietà tra palestinesi e israeliane in prigione. Alle volte persino le guardie sono toccate dalle carcerate, dalla loro causa: le rispettano.
Il film è ambientato in un’epoca molto buia, ma ha un forte messaggio di speranza. Valido oggi come allora?
La situazione ora è peggio che mai. Non c’è legge internazionale che venga applicata contro l’occupazione, per proteggere i palestinesi. Ma il movimento civile di resistenza deve continuare, e l’arte e la cultura sono delle componenti determinanti perché rappresentano un modo di raccontare la nostra storia, di raggiungere più persone possibile e aumentare la consapevolezza di ciò che accade, sottolineando l’importanza di un dialogo che porti al cambiamento. La resistenza è l’unica via possibile per ogni palestinese. Non posso fare a meno di conservare la speranza, e penso che le donne possano avere un ruolo sempre più importante. È questo in fondo il messaggio del film, la disperazione e la rassegnazione sono il nemico principale: Layal non si arrende e non viene sconfitta.
(il Manifesto 12/08/17)

di Marina Terragni

Leggo con molto interesse il testo firmato “una singolarità maschile”.

Voglio replicare, e non solo perché vengo menzionata. Avrei desiderio di interloquire in ogni caso, la questione l’ho molto a cuore.

Intanto mi spiace per il “fastidio”: l’avevo messo in conto, ma non parlavo con l’intenzione di procurarlo. La cosa mi era indifferente. Parlavo, quando ho parlato, come se “lui” e altri uomini non ci fossero.

Ribadisco alcune cose già dette nel corso di quella discussione. Come tante sono stata vivamente interessata a un femminismo “con gli uomini”, diciamola così, o a una politica di differenza. Ho osservato con attenzione, ho anche partecipato a iniziative che assumevano la differenza sessuale maschile. Poi è capitato qualcosa.

Un percorso – quello di Maschile Plurale – messo brutalmente alla prova dai fatti, e da un fatto in particolare. Dall’altro lato, certi nuovi femminismi che subiscono una fortissima pressione maschile: gli uomini vogliono esserci, nelle manifestazioni, nelle riunioni, ai tavoli di lavoro, vogliono partecipare alla definizione di issues e agende politiche, fino alla – decisiva – scelta del lessico. Non a latere o in coda, ma al centro, nella più classica delle posture maschili.

Dove c’è un uomo in mezzo alle donne, l’impulso a “fare ordine” e ad ammaestrare, quando non a dominare, si mostra in tutta la sua irresistibilità (un tratto della differenza maschile).

Un femminismo per tutti, ma che non è il tutti di Carol Gilligan quando parla dell’«estendersi della causa del femminismo, dalla liberazione delle donne al rendere liberi tutti». Si tratta piuttosto di un tutti che impone la neutralizzazione e l’indifferenziazione sessuale.

In alcune realtà, negli Usa in particolare, rivendicare spazi riservati alle donne è diventato scorretto e discriminatorio: perfino i “Vagina Monologues” non possono essere più rappresentati. Ma se la differenza femminile non può (più) essere detta, cade ogni presupposto per provare a dire quella maschile. Si può dire solo il neutro (maschile). Cioè sono io a dovermi cancellare, una nuova figura fenomenologica per la solita vecchia storia di sempre.

Nel femminismo anglosassone, in particolare tra le cosiddette RadFem, è ripartita una vigorosa lotta neo-separatista. La si può leggere come un passo indietro, a mio parere si tratta di un passo necessario in attesa di tempi migliori. E i tempi migliori non sono certo questi in cui tutto, a cominciare dal mercato, spinge furiosamente in direzione del neutro o meglio, come lo chiamava un uomo – Ivan Illich – del neutrum oeconomicum.

L’alternativa al chiasso prodotto dalla differenza maschile che è il mondo così come lo conosciamo non può certo essere la grancassa del mercato neutralizzante: siamo abbastanza forti da sapergli resistere, dove ci mettiamo lì insieme nel femminismo, uomini e donne?

Io dico di no.

Poi lasciami dire, caro Maschile Singolare, la delusione di certe “introduzioni” maschili ai nostri incontri, e lasciami dire anche che se io, per mia natura, ho sufficiente baldanza da saper rischiare di infastidirti, altre invece questa baldanza non ce l’hanno, magari dicono una parola in meno o nessuna parola, o temono il giudizio, evitano di dispiacere, talora si spingono perfino a compiacere.

Ti ho risposto in poche righe: troppe per un testo online, poche per mettere a fuoco la questione della scomparsa del genere, che sempre l’uomo Illich definisce «un cambiamento della condizione umana che non ha precedenti».

Mi sento, di fronte a questa sfida, molto più vicina alle scelte politiche delle RadFem che a quelle di alcune amiche della Libreria.

Ma va bene, i conflitti sono vitali.

(Libreriadelledonne.it, 02/08/2017)

Cinema. Addio a Jeanne Moreau. Voce inimitabile, broncio seducente era un’icona dell’immaginario. Da «Ascensore per il patibolo» di Malle a «Jules e Jim» di Truffaut ha attraversato il cinema della modernità

di Cristina Piccino

Di sé rivendicava soprattutto «l’indipendenza»: «Oggi questa espressione forse non è più di moda ma questo non significa che dobbiamo modificarla. E poi le parole contano poco, vale ciò che si fa, come si vive, con che libertà si affronta il mondo, questo sì che è importante». E lei, Jeanne Moreau non era mai cambiata, questa libertà, questo «io sono libera» che aveva sempre mostrato nella sua vita e nelle sue scelte artistiche non li aveva messi da parte. Magnifica attrice, la voce roca anche di sigarette, tante, sul set e fuori – non c’è quasi un ritratto che la mostri senza fumare – e una bellezza «difficile da inquadrare» l’avevano resa subito un’icona della modernità; lo sguardo malinconico nella Parigi in bianco e nero di Louis Malle (Ascensore per il patibolo), la risata sotto ai baffi dipinti e la maglietta a righe mentre corre insieme ai suoi due amanti in quel capolavoro che è Jules e Jim, sono immagini che hanno attraversato generazioni di sogni cinefili e non solo. Decenni dopo la ritroviamo davanti alla macchina da presa che canta rimpianti e desiderio: «Each man kills the thing he loves», sussurra nel bordello di Querelle, l’ultimo film di R.W. Fassbinder, arrivato al pubblico che lui era già morto. E intanto si lascia scivolare tempo e inganni sul viso sempre bellissimo tra marinai e marchette pieni di muscoli, iperrealismo di carne sangue e spudoratezza che, era l’inizio degli anni Ottanta, sembrano svaniti dalla pellicola (digitalizzata) e dalla realtà.

Libera Jeanne Moreau quando firmava nel 1971 il manifesto delle 343 in favore della legalizzazione dell’aborto, dicendo con quella sua ironia sempre elegante di non essere femminista – «Amo gli uomini e mi danno fastidio gli ‘ismi’ di qualsiasi segno». O quando, nel 2013, si è schierata accanto alle Pussy Riot chiedendone la liberazione. E ancora quando, quasi novantenne, rispondeva alla domanda sulla relazione con Miles Davis – passion folle – con un: «Non c’è bisogno di andare a letto con un uomo per amarlo».

Era nata nel 1928 a Parigi, Jeanne Moreau, il padre era un ristoratore francese, la madre inglese, una danzatrice. Lei era cresciuta in mezzo a questa coppia e ai loro litigi, il padre l’aveva destinata a un marito e ai figli, pensare che voleva un maschio, l’avrebbe chiamato Pierre. Però da ragazzina, insieme alle amiche Jeanne si infila in un teatro, sono gli anni della guerra, Parigi è occupata (li racconterà nel suo secondo film da regista L’Adolescente, 1978) e quell’Antigone in scena la folgora: «Mi sono dedicata alla recitazione con lo stesso trasporto con cui si aderisce a una fede religiosa» racconterà.

Il debutto avviene nel 1947, sul palcoscenico di Avignone, nel 1949 arriva al cinema, il film è Dernier Amour di Jean Stelli a cui seguono altri piccoli ruoli – con Henri Decoin, Marc Allégret, Becker.

La rivelazione arriva però con Ascensore per il patibolo, che fa di lei una star. La tromba sublime di Miles Davis accompagna l’erranza del personaggio di Moreau tra le strade parigine che la nouvelle vague sta reinventando. Raffinata, le labbra piene e quella voce unica, è il corpo di una seduzione lunare, misteriosa, melanconica accordata al tempo e alle sue cicatrici interiori, le stesse che ritorneranno nei personaggi pensati per lei da altri grandi registi del cinema moderno: Peter Brook (Moderato cantabile, dal romanzo di Duras), Michelangelo Antonioni (La notte, ancora un classico dello spaesamento e della crisi di coppia), Jean-Luc Godard (un cameo in Une femme est une femme), Orson Welles (Il processo), Buñuel (Il Diario di una cameriera), Jacques Demy (La Baie des anges, il diamante nero del regista in cui Moreau affronta con fierezza spavalda l’azzardo del potere). E ancora Joseph Losey (Eva, l’oscurità della seduzione).

Jules e Jim, il racconto dell’amore a tre, dal romanzo di Henri-Pierre Roché (Catherine era ispirata alla madre di Stéphane Hessel) svela un’altra Moreau: Truffaut lascia fuoricampo l’aura «noir» per liberarne l’allegria, una spensieratezza irriverente, la risata gaia con cui attraversa il Tourbillon – come recita la canzone di Rezvani – degli amori e dell’esistenza.

Dopo un incontro con Jean Renoir per Le Petit Théâtre (1969), film a episodi in cui uno, La cantante, è costruito su di lei che canta Quand l’amour meurt, Moreau lavora con Paul Mazurski, Carlos Diegues, in Francia la chiamano i nuovi registi del momento: André Téchiné la vuole per il suo esordio, molto bello, Souvenirs d’en France senza dimenticare Nathalie Granger di Marguerite Duras, riferimento questo della scrittrice che torna spesso nella sua carriera. L’attrice è tra le predilette di Welles (Falstaff, Il processo, Una storia immortale) a cui la lega una profonda amicizia, con Losey gira Mr. Klein accanto a Alain Delon, è in Gli ultimi fuochi di Kazan.

Il tempo passa, Moreau nel segno dell’indipendenza accetta scommesse sempre nuove e diverse. Ma anche questo appartiene a una grande interprete quale era, giocare e mettersi alla prova, personaggio dopo personaggio. Ecco che allora da L’amante di Annaud succede di trovarla con Ozon (Il tempo che resta) e Manoel De Oliveira (Gebo e l’ombra). O accompagnare Amos Gitai tornando a Avignone in La Guerre des fils de lumière contre les fils des ténèbres, la voce, sì ancora quella, appena più velata di raucedine tra le macerie di un’utopia; e in due film, Désengagement e Plus tard tu comprendras. Pronta sempre a ricominciare.

La Merlettaia

 

Gian Piero Bernard ci manda una raccolta di frasi che vengono dal lavoro di quest’anno alla Merlettaia di Foggia sul tema Concepire l’infinito e che hanno accompagnato la mostra di Mail Art sull’infinito.

 

 

…la vita quotidiana è un processo, nonostante la sua ripetitività, e proprio perciò non può essere limitata in qualcosa di tutto rappresentabile e determinato. Di finito (Chiara Zamboni).

 

…il movimento delle donne ha cercato la modificazione del proprio rapporto con il mondo, interrogando la vita nella sua quotidianità del giorno per giorno. Portandone a consapevolezza sentimenti, desideri, il lato inconscio. E scommettendo che nell’interrogazione dell’aspetto più quotidiano della vita ci fosse la potenzialità di una apertura di modificazione del reale soggettiva e impersonale assieme (Chiara Zamboni).

 

L’impreparazione di chi ama fa nella siepe il buco da cui passa l’infinito, come una volpe (Luisa Muraro)

 

Parlo di qualcosa che riguarda anche altre, parlo di uno sguardo che oltrepassa le mete e le misure sociali per sporgersi oltre, e far avvenire qualcosa, farla ad-venire qui. Parlo di un desiderare altro senza farne l’oggetto di un’appropriazione ma, al contrario, lasciandosi toccare da esso e arrendendosi così alla soggezione della soggettività. Parlo di una non autosufficienza incolmabile, di un non bastarsi originario e del prezzo che le donne hanno pagato per averlo scelto … (Luisa Muraro).

 

Esistono pensatori che sono come Sherazade: sono voci che tengono sveglio il mondo, che lo tengono aperto rispetto alle immense domande che lo attraversano in ogni tempo. Ci sono pensatori la cui voce è una colonna del tempo. È già essa una forma di giustizia. Di resistenza contro quella che – parlando di Hieronymus Bosch, Marcos e della Guerra Fredda – Berger chiamava la grande disfatta del mondo. Sono rari e tanto più preziosi, questi pensatori. Ancora di più in un momento in cui è la vita stessa a sembrare così invivibile ed è facile perdere di vista le cose essenziali. Il loro canto è coraggioso senza arroganza. Si leva in alto perché sa stare vicino alle cose in basso. E per questo è la memoria del mondo. È un canto della perdita, perché solo lì può sorgere qualcosa di nuovo. È una canzone che porta nel riso il suo seme. È una mescolanza di durezza e tenerezza, le cui modulazioni ci sono entrambe così essenziali, come l’aria o la luce. È una benedizione.

John Berger appartiene indubbiamente a questa compagnia. Lo dobbiamo anche al suo canto se, malgrado tutto, riusciamo ancora a immaginare di stare in contatto con una realtà che o ci travolge o ci sfugge. È questo pensatore dell’infinito, di un infinito laico, umile, dimesso, ma non senza un suo singolarissimo coraggio, che oggi salutiamo e ringraziamo. Della sua capacità sorprendente di farci vedere come quest’infinito non è altrove, ma qui e ora (Gianluca Solla).

 

In teoria vi è una perfetta possibilità di felicità: credere all’indistruttibile in noi e non aspirare a raggiungerlo (Franz Kafka).

 

…tutto il mondo era per Kafka «una falsa credenza» – e di questo si parlava nei suoi scritti: degli enormi, inesauribili, tortuosi sviluppi di quella falsa credenza. Originata da che cosa? Da un fatale equivoco intorno ai due alberi che crescono al centro del paradiso. Gli uomini sono convinti di essere stati cacciati da quel luogo perché hanno mangiato il frutto dell’Albero della Conoscenza del bene e del male. Ma questa è un’illusione. Non era quella la loro colpa. La loro colpa sta nel non aver ancora mangiato dall’Albero della Vita. La cacciata dal paradiso era un pretesto per impedirlo. Noi siamo nel peccato non perché siamo stati cacciati dal paradiso, ma perché quell’espulsione ci ha resi incapaci di compiere un gesto: mangiare dall’Albero della Vita (Roberto Calasso).

 

Di tanto in tanto si sente, cupo, lo sferragliare di un treno che passa in lontananza: oppure, più vicina, proprio sotto la finestra, la guardia che si schiarisce la voce e per sgranchirsi le gambe fa lentamente qualche passo con i suoi stivaloni. La sabbia stride in modo così disperato, sotto quei passi, che nella notte scura e umida si sente risuonare tutta la desolazione e lo sconforto dell’esistenza.

Me ne sto qui distesa, sola, in silenzio, avvolta in queste molteplici e nere lenzuola dell’oscurità, della noia, della prigione invernale – e intanto il mio cuore pulsa di una gioia interiore incomprensibile e sconosciuta, come se andassi camminando nel sole radioso su un prato fiorito. E nel buio sorrido alla vita, quasi fossi a conoscenza di un qualche segreto incanto in grado di sbugiardare ogni cosa triste e malvagia e volgerla in splendore e felicità. E cerco allora il motivo di tanta gioia, ma non ne trovo alcuno e non posso che sorridere di me. Credo che il segreto altro non sia che la vita stessa; la profonda oscurità della notte è bella e soffice come il velluto, a saperci guardare. E anche nello stridere della sabbia umida sotto i passi lenti e pesanti della guardia risuona un canto di vita piccolo e bello, se solo ci si presta orecchio (Rosa Luxemburg).

 

«Ci sono sconnessioni tra vita interna ed esterna e questo richiede una serie di piccole, grandi invenzioni per trovare ponti tra queste due sponde» (Chiara Zamboni). Così tra l’esperienza e l’infinito che lì traluce. La lingua con la sua capacità di narrazione e di traduzione dall’uno all’altra è uno di questi ponti (Antonietta Lelario).

 

Concepire l’infinito?

inconcepibile il finito (Donata Glori).

 

Questa composizione e ricomposizione continua dell’unità corpo-mente-sentimenti-pensiero, questo sincretismo continuo e dal risultato sempre diverso, in sostanza questa tensione a cercare chi si è, in un certo luogo e in un certo tempo, questa tensione a relazionarsi con sé … sarà qui l’infinito?? Non lo so. Forse, ma se proprio vogliamo cercarlo consiglierei di non andare troppo lontano! (Rosaria Campanella)

 

Mentre l’Infinito era lì a disagio con se stesso, il Puntino cominciò la sua vita autonoma; prima si scrollò di dosso un po’ di Infinito, poi incuriosito si guardò intorno. Dov’era capitato si domandò, che ci faceva lì? La stessa domanda gliela fece l’Infinito. Il Puntino, con grande disappunto dell’Infinito, non sapeva proprio cosa rispondergli, ma sapere di essere stato chiamato Luce gli diede un’idea improvvisa che si affrettò ad esporre ad un Infinito sempre più insofferente.

“Caro Infinito”, cominciò, “ma non sei tu quello che si arrovella perché non ha nessuno con cui confrontarsi? Dai, soffermati un attimo. Ah già un attimo non significa nulla per te! Insomma, pensaci un po’ e rifletti sul fatto che forse sei stato proprio tu a crearmi. Questo continuo rimuginare, queste tue implosioni hanno prodotto una crepa nel tuo infinito ed ora eccomi qui. Che cosa farò mi domandi? Ancora non lo so, ma sento di essere molto importante per te. Tu mi hai chiamato Luce, il che non mi dispiace perché potrò illuminare il mio stesso cammino, ma per andare dove? Quello che serve a me, ma soprattutto a te, perché tu capisca la tua stessa portata è definire il Quando e il Dove, due cose di cui sei infinitamente carente. Non dispiacerti, quindi, ma io preferisco chiamarmi l’Oggi (Rosa Serra).

 

Era una cosa – solenne – mi dissi –

Essere – una donna – vestita di bianco –

E indossare – se Dio lo consentiva –

Un irreprensibile mistero –

 

Una cosa consacrata – deporre una vita

Nel pozzo di porpora –

Senza scandaglio – senza ritorno –

Fino – all’eternità –

 

Meditai su cosa fosse la beatitudine –

E se l’avrei sentita così vasta –

Se l’avessi raccolta nella mano –

Come nel suo librarsi – visto – tra la nebbia –

 

E poi – le dimensioni di questa “piccola” vita –

I Sapienti – la chiamano piccola –

Si allargarono – come Orizzonti – nella mia veste –

E risi – piano – “piccola”!

 

Emily Dickinson n. 271 (scelta da Adele Longo)

 

 

C’è una solitudine di spazio,

una solitudine di mare,

una di morte, ma

faranno lega tutte quante

a paragone con quell’eterno punto,

quella polare ritrosia

di un’anima ammessa a se medesima.

Finita infinità.

 

Emily Dickinson n. 1695 (scelta da Anna Potito)

 

(www. libreriadelledonne.it, 31 luglio 2017)

di  Flavia Matitti

 

Aperta ai Giardini e all’Arsenale la 57esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, diretta dalla francese Christine Macel

Sono maghe, streghe, sciamane, guaritrici. Consolano, curano, condividono, ma quando svelano ansie e minacce dei nostri giorni diventano perturbanti. Appaiono così le artiste presenti alla 57esima Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia, aperta ai Giardini e all’Arsenale dal 13 maggio al 26 novembre 2017.
L’edizione 2017 della Biennale di Venezia, del resto, conta su una marcata presenza femminile. A cominciare dalla direzione artistica, affidata alla storica dell’arte parigina Christine Macel (n.1969), curatrice capo al Centre Pompidou, convinta che: “L’arte di oggi, di fronte ai conflitti e ai sussulti del mondo, testimonia la parte più preziosa dell’umanità, in un momento in cui l’umanesimo è messo in pericolo”. Nella sua mostra intitolata “Viva Arte Viva” (una programmatica dichiarazione di fiducia nel potere rigenerante dell’arte) Christine Macel ha inserito oltre quaranta artiste su un totale di 120 nominativi. Tra queste vi sono alcune figure leggendarie come Maria Lai (1919-2013), sarda, custode del bagaglio culturale della sua isola, autrice di poetici lavori incentrati sull’uso del filo. Qui è rievocata anche la performance collettiva “Legarsi alla montagna”, realizzata dall’artista con gli abitanti del suo paese, Ulassai, l’8 settembre del 1981, un esempio di come l’arte possa innescare un processo di partecipazione e condivisione. Singolare la coincidenza con il lavoro della coreografa americana Anna Halprin (n.1920), attiva dalla fine degli anni ’30, che nel 1981, in seguito allo shock provocato dall’assassinio di sette donne sui sentieri del Monte Tamalpais, vicino San Francisco, sviluppa una danza rituale di gruppo, per riconciliare la montagna con la comunità, poi divenuta la “Planetary Dance”, una danza per la pace che viene ripetuta annualmente ed eseguita in mostra nei giorni del vernissage.
Tra i tanti lavori esposti spicca ai Giardini la bella sala dedicata a Kiki Smith (n.1954), popolata di sculture e delicati disegni a inchiostro su carta nepalese, mentre all’Arsenale si segnalano la vivace installazione, fatta di balle colorate, dell’americana Sheila Hicks (n.1934), che ama definire le sue opere “tessiture senza pregiudizi” e il lavoro della polacca Alicja Kwade (n.1979), attiva a Berlino, una raffinata installazione che sfida le nostre capacità percettive.
Numerose sono anche le artiste chiamate a rappresentare il loro Paese attraverso progetti individuali concepiti appositamente per i rispettivi padiglioni nazionali, che quest’anno sono 86, sparsi tra i Giardini, l’Arsenale e il resto della città. Per il Padiglione della Germania, ad esempio, Anne Imhof (n. 1978) ha ideato “Faust”, un lavoro cupo sul tema del controllo e della sicurezza, col quale il padiglione tedesco si è aggiudicato il Leone d’oro per la migliore partecipazione nazionale. L’artista ha trasformato lo storico edificio ai Giardini in un bunker recintato e sorvegliato all’esterno da guardie accompagnate da cani feroci, mentre l’interno appare come un carcere, in cui un team di performer mette in scena episodi di arbitrio e autorità, resistenza e libertà. La sensazione di trovarsi in un luogo minaccioso si avverte anche nel Padiglione del Brasile (premiato con una menzione speciale), dove Cinthia Marcelle (n.1974) ha realizzato il progetto “Hunting Ground”, sostituendo al pavimento delle grate metalliche disposte secondo piani inclinati. Il Padiglione della Gran Bretagna appare invece invaso da sculture informi e colorate, festose e inquietanti, secondo il progetto “Folly” di Phyllida Barlow (n.1944). Kirstine Roepstorff (n.1972) vorrebbe al contrario rassicurare e dal Padiglione della Danimarca invita, tramite un’esperienza immersiva, ad accettare la precarietà, l’ignoto e la trasformazione come componenti naturali del processo di crescita. L’artista ha allestito un teatro nel quale il visitatore si impegna a trascorrere mezz’ora, al buio, in un’oscurità mistica evocatrice dell’utero materno, del cosmo o dell’aldilà, mentre una voce sussurra: “Hai tutto dentro di te, devi essere disposto a cambiare completamente dal vecchio sistema di orientamento al nuovo: l’oscurità è il vuoto gravido da cui sorge e nasce ogni cosa”. Tracey Moffatt (n.1960), la prima artista indigena a rappresentare l’Australia con una mostra individuale, presenta il progetto “My Horizon”, che attraverso fotografie, filmati e video affronta, tra realtà e finzione, il tema dei migranti e dello spaesamento quale condizione esistenziale. Tra l’altro si può vedere un vecchio filmato (Tracey Moffatt dice di averlo recentemente riscoperto) girato dai popoli indigeni australiani nel 1788, quando le prime navi della flotta britannica entrarono nel porto di Sidney. La Romania dedica per la prima volta a una donna, Geta Brătescu (n.1926), una mostra individuale, offrendo così l’occasione per conoscere il lavoro di quest’artista, che attraverso disegni, collage, fotografie, oggetti e film conduce una riflessione affascinante sulla soggettività femminile. Vale la pena ricordare, infine, Jesse Jones (n.1978) col suo progetto video “Tremble, tremble” per il Padiglione dell’Irlanda in cui recupera, con la straordinaria performer Olwen Fouéré, la figura della strega quale archetipo femminista ed elemento di rottura in grado di trasformare la realtà. Il titolo riprende lo slogan delle femministe italiane degli anni ’70 “Tremate, tremate, le streghe son tornate!” e invoca una trasformazione dei rapporti tra Chiesa e Stato nell’Irlanda di oggi.
Spesso anche la direzione artistica dei padiglioni nazionali è donna, come nel caso del Padiglione Italia, senza dubbio uno dei migliori di questa edizione. Da notare che la curatrice, Cecilia Alemani, ha voluto richiamare il tema della magia fin dal titolo della sua mostra – “Il mondo magico” (dal libro di Ernesto de Martino) – un tema che i tre artisti invitati (Giorgio Andreotta Calò, Roberto Cuoghi e Adelita Husni-Bey) hanno declinato magnificamente, ciascuno a suo modo.
Su proposta di Christine Macel, inoltre, il Leone d’oro alla carriera è andato quest’anno all’americana Carolee Schneemann (n.1939), pioniera della performance femminista fin dagli anni ’60. “Schneemann – si legge nella motivazione – ha utilizzato il corpo nudo come forza primitiva e arcaica in grado di unificare le energie”.
Come sempre, durante la Biennale, sono innumerevoli gli eventi organizzati in città, ma sulle artiste si segnalano in particolare: la piccola mostra-dossier sulla pittrice surrealista danese Rita Kernn-Larsen (1904-1998), una riscoperta promossa dalla Collezione Peggy Guggenheim (fino al 26/6); l’esposizione “The Home of My Eyes”, che presenta 26 fotografie e il toccante video “Roja” (2016) dell’iraniana Shirin Neshat al Museo Correr (fino al 26/11); i raffinati progetti site specific realizzati da Marzia Migliora, in collaborazione con la Fondazione Merz, per le sale di Ca’ Rezzonico (fino al 26/11) e da Elisabetta Di Maggio (fino al 24/9) e Maria Morganti per gli spazi della Querini Stampalia. Da non perdere, infine, la mostra collettiva “Intuition” a Palazzo Fortuny (fino al 27/11), che spazia da Hilma af Klint a Marina Abramovic, e “Future Generation Art Prize@Venice 2017” a Palazzo Contarini Polignac (fino al 13/8). In quest’ultima spiccano la misteriosa installazione rituale dell’artista sudafricana Dineo Seshee Bopape, vincitrice di questa quarta edizione del premio istituito dal mecenate ucraino Victor Pinchuk, e la fiabesca opera multisensoriale “Mutumia” (donna in Kikuyu) dell’artista kenyota Phoebe Boswell, vincitrice del premio speciale.

Eccola Maria Lai. Eccola assurta al cielo della Biennale di Venezia, che, nella moltitudine delle biennali d’arte nel mondo, rimane la Biennale di Venezia. Perché quella città non presta la sua scenografia all’arte: quella città è l’Arte.

Dopo i Giardini coi padiglioni delle nazioni, l’Arsenale, industria navale veneziana dal XII secolo, è il mondo in una «stanza che non ha più pareti», ma che è un continuum di visioni, intervallate da colonne di mattoni corrosi, intonaci delabré e odori che arrivano dal medioevo.

Arriva da Cardedu, invece, il viatico per chi varca l’ingresso dell’Arsenale. Quattro grandi teli bianchi pendono dall’alto, ingrandimenti di pagine di quaderni delle elementari con scritte le cose che scriveva, tesseva e diceva Maria, in quell’unica e univoca voce che è stata la sua arte. Parole come “mondo”, “isola”, “infinito”, “immenso”, “ago”, frasi in lingua dell’Ogliastra.

Tracey Moffatt, Madre con bambino, dalla serie Traversata, 2017, Padiglione dell’Australia, Giardini, 57. Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia (Photo courtesy the Artist, Australia Council for the Arts).

Lettera di Sara Gandini

 

care e cari di Salecina,
nella lettera che mi scrivete ponete un problema importante. Voi scrivete che avete deciso di “utilizzare il più possibile nella scrittura dei documenti un linguaggio inclusivo che, oltre alla forma maschile e femminile, comprenda altre possibili identità di genere. La stellina * nella scrittura, con i suoi raggi, mette in evidenza l’esistenza di più forme di genere e può così rendere giustizia alla realtà”.

Questo uso dell’asterisco (la stellina), che risponde al desiderio di essere inclusivi e politicamente corretti, rinuncia a rappresentare la realtà attraverso la lingua, a pensare un modo di indicare la differenza sessuale e le identità di genere, quasi fossero un fatto da nascondere, irrilevante, o meglio, problematico, e questo è un passo indietro.
Un passo indietro perché il patriarcato era impostato sull’idea che esistesse un solo punto di vista, un solo modo di fare politica, di lavorare, di amare… quello degli uomini, che includeva anche quello delle donne. Una sorta di “neutro universale“: si parla al maschile per significare sia uomini che donne. Tuttora il maschile, usato come se fosse un neutro, indica spesso la posizione di valore nella società e viene usato per le professioni più qualificate: mettere al femminile notaia, medica, architetta a molte/i non piace. Mentre il femminile di segretaria, infermiera, cameriera non crea problemi.

Il rischio, con l’asterisco, è di ritornare a un neutro che evita il conflitto con una impostazione misogina. Si sorvola, con un trucco, su un aspetto importante della realtà. Dover pensare a come rappresentare nel linguaggio la differenza sessuale obbliga a riflettere su cosa la differenza sessuale fa capitare nel mondo e a fare delle invenzioni, alimentando creatività linguistica.

Molte donne usano il femminile con orgoglio perché desiderano che la libertà e l’autorità femminile possano emergere ed essere rappresentate, e pensano che questo porti ad un cambiamento di civiltà. Il femminile permette di raccontare pratiche politiche nate nel femminismo che sottostanno a un simbolico differente da quello patriarcale. Una scelta linguistica che vuole far emergere la ricchezza del sapere delle donne, per mostrare un altro modo di governare.

Ovviamente nascere di sesso femminile in sé non garantisce nulla, tuttavia, come raccontavamo io e Laura Colombo durante il “Seminario delle donne, queer e femminista” di Salecina di quest’anno, forse dovremmo ascoltare maggiormente le bambine e i bambini. Per loro non ha nessuna importanza se gli amici di gioco sono di colore, indiani o musulmani, ma ha molta importanza il sesso: il modo di giocare, di litigare, di rapportarsi, tra di loro o con le maestre, è differente tra maschi e femmine. Infatti il fatto di essere dello stesso sesso della madre, o meno, conta: lei è il primo oggetto d’amore per tutti, ma la relazione con lei cambia se siamo maschi o femmine, e la relazione con lei influenzerà gli altri incontri importanti della nostra vita. Il vissuto e l’immaginario che si crea sul corpo della madre in qualche modo entreranno nella relazione con le maestre da bambini, nella sessualità da adulti, nella scelta di fare figli o meno…

Lesbiche, gay, trans, etero, tutti nasciamo da una donna e tutti in qualche modo riflettiamo, fin da bambini, su che donne e uomini desideriamo essere, partendo dalla nostra origine, dal nostro primo oggetto d’amore: la madre.
L’asterisco cancella tutto questo, e molto altro.

(www.libreriadelledonne.it, 23/7/2017)