di Ester Palma

Nel discorso di Francesco alla pontificia accademia della vita l’invito a una «rinnovata cultura dell’identità e della differenza» e all’«alleanza fra i sessi sul senso della vita e sul cammino dei popoli».

No alla discriminazione delle donne, ma no anche all’«utopia del neutro»: sono da «contrastare le interpretazioni negative della differenza sessuale di chi vuole cancellare tale differenza». Papa Francesco ha parlato questa mattina alla Pontificia Accademia della Vita. E il suo è stato come sempre un discorso molto chiaro, preciso: «Le forme di subordinazione che hanno tristemente segnato la storia delle donne vanno definitivamente abbandonate. Un nuovo inizio deve essere scritto nell’ethos dei popoli, e questo può farlo solo una rinnovata cultura dell’identità e della differenza».

CONTRO LA MANIPOLAZIONE BIOLOGICA E PSICHICA

Francesco si schiera quindi con forza dalla parte delle donne e contro l’ideologia del gender: «L’ipotesi recentemente avanzata di riaprire la strada per la dignità della persona neutralizzando radicalmente la differenza sessuale e, quindi, l’intesa dell’uomo e della donna, non è giusta. Invece di contrastare le interpretazioni negative della differenza sessuale, che mortificano la sua irriducibile valenza per la dignità umana, si vuole cancellare di fatto tale differenza, proponendo tecniche e pratiche che la rendano irrilevante per lo sviluppo della persona e per le relazioni umane. Ma l’utopia del “neutro” rimuove ad un tempo sia la dignità umana della costituzione sessualmente differente, sia la qualità personale della trasmissione generativa della vita. La manipolazione biologica e psichica della differenza sessuale, che la tecnologia biomedica lascia intravvedere come completamente disponibile alla scelta della libertà – mentre non lo è! -, rischia così di smantellare la fonte di energia che alimenta l’alleanza dell’uomo e della donna e la rende creativa e feconda».

«UOMINI E DONNE, PER UN’INTESA VERA»

Il Papa ha aggiunto: «Questo è un invito alla responsabilità per il mondo, nella cultura e nella politica, nel lavoro e nell’economia; e anche nella Chiesa. Non si tratta semplicemente di pari opportunità o di riconoscimento reciproco. Si tratta soprattutto di intesa degli uomini e delle donne sul senso della vita e sul cammino dei popoli. L’uomo e la donna non sono chiamati soltanto a parlarsi d’amore, ma a parlarsi, con amore, di ciò che devono fare perché la convivenza umana si realizzi nella luce dell’amore di Dio per ogni creatura. Parlarsi e allearsi, perché nessuno dei due – né l’uomo da solo, né la donna da sola – è in grado di assumersi questa responsabilità – continua Bergoglio – Insieme sono stati creati, nella loro differenza benedetta; insieme hanno peccato, per la loro presunzione di sostituirsi a Dio; insieme, con la grazia di Cristo, ritornano al cospetto di Dio, per onorare la cura del mondo e della storia che Egli ha loro affidato. In tale prospettiva, si tratta anzitutto di riconoscere onestamente i ritardi e le mancanze».

L’«EGOLATRIA» E COME COMBATTERLA

Francesco ha voluto chiarire anche altri punti sulla società umana in questo inizio di millennio: come la «cultura ossessivamente centrata sulla sovranità dell’uomo» rispetto alla realtà, una sorta di egolatria». E da qui allo sfruttamento, secondo Francesco, di chi è debole o non ha risorse, il passo è, più che breve, quasi obbligato: «Non si tratta, naturalmente, – ha spiegato – di negare o di ridurre la legittimità dell’aspirazione individuale alla qualità della vita e l’importanza delle risorse economiche e dei mezzi tecnici che possono favorirla. Tuttavia, non può essere passato sotto silenzio lo spregiudicato materialismo che caratterizza l’alleanza tra l’economia e la tecnica, e che tratta la vita come risorsa da sfruttare o da scartare in funzione del potere e del profitto. Uomini, donne e bambini di ogni parte del mondo sperimentano le illusorie promesse di questo materialismo tecnocratico. Anche perché, in contraddizione con la propaganda di un benessere che si diffonderebbe automaticamente con l’ampliarsi del mercato, si allargano invece i territori della povertà e del conflitto, dello scarto e dell’abbandono, del risentimento e della disperazione. Un autentico progresso scientifico e tecnologico dovrebbe invece ispirare politiche più umane».

Corriere della Sera, 5 ottobre 2017

di Redazione italiana di Pressenza

Sr. Presidente del Governo di Spagna
Sr. Presidente della Generalitat della Catalogna

La Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà (WILPF nella sua sigla inglese) è l’organizzazione di donne per la pace più longeva del mondo. Fu fondata nel 1915, nel pieno della prima guerra mondiale, quando più di mille donne, provenienti sia da paesi in guerra che da paesi neutrali, si riunirono a L’Aja per cercare di fermare la guerra in corso. Mentre gli uomini dei loro paesi si ammazzavano tra loro, approvarono venti risoluzioni che stabilirono le basi di una legislazione internazionale capace di regolare i conflitti per mezzo della negoziazione e dell’arbitrato, e le portarono in delegazione sia ai capi di stato in guerra che a quelli neutrali, compresi il Papa e il presidente degli Stati Uniti. In senso profondo, furono le madri delle Nazioni Unite, giacché la loro filosofia nutrì i quattordici punti di Woodrow Wilson che posero fine alla prima guerra mondiale e diedero alla luce la Società delle Nazioni, che precorse le Nazioni Unite.
Noi donne della Lega Internazionale delle Donne per la Pace e la Libertà, riunite a Saragozza il 23 settembre 2017, ci siamo interrogate sui fatti accaduti in Catalogna negli ultimi tempi.
Siamo donne di origini geografiche e percorsi di vita diversi, unite da relazioni senza fine che configurano uno spazio di attenzione a ciò che succede, di scambio per comprendere e fare, intendendo la politica, come ci ha insegnato Simone Weil, come l’amore e la cura per il bene comune e l’arte di stare insieme. Un modo di intendere la politica che la unisce inseparabilmente alla pace come la intendiamo noi.
Da qui la nostra preoccupazione per la deriva degli avvenimenti nel conflitto politico catalano. Avvenimenti che mostrano ignoranza della politica e minacciano di privarla di qualsiasi opportunità.
Ci preoccupa che parole riferite alla cura del bene comune come dialogo, democrazia, legge, smettano di corrispondere alle cose, alla vita e al fare di donne e uomini e si usino nei discorsi per alimentare l’idea di un Altro visto come un nemico da sconfiggere.
Ci preoccupa che si agisca per fedeltà alle patrie invece di farlo con fedeltà alle relazioni incarnate nelle persone.
Ci preoccupa che si invochi la legge per giustificare atti di forza che hanno l’obiettivo di mettere a tacere voci e impedire espressioni collettive.
Ci preoccupa che si intenda la legge come una cornice inamovibile invece che come un accordo collettivo che è espressione di realtà e volontà che la precedono, e per tanto è soggetta a cambiamenti.

Ci preoccupa che si dilapidino il sapere della convivenza e l’arte di stare insieme che sostengono tutta la vita sociale.
Molte donne hanno espresso preoccupazioni simili in conflitti che non si sono saputi risolvere politicamente e hanno generato violenza. Sono state le donne ad offrire uscite creative a conflitti incancreniti. Qui due donne, leader di città che rappresentano le parti del conflitto e non condividono la stessa posizione, sono state le prime a farsi vedere insieme, dissolvendo i fantasmi del rancore con il loro linguaggio corporale e verbale e restituendo la possibilità della politica allo scenario del conflitto.
Restituire la possibilità della politica allo scenario del conflitto significa poter delimitare il campo del disaccordo, poter ascoltare con attenzione il desiderio e l’interesse dell’altro, intendere l’accordo non come cessione o imposizione, ma come modifica delle parti che permetta la creazione di nuovi scenari condivisi.
Noi donne di WILPF, raccogliendo fili di pensiero e di pratica che ci hanno lasciato in eredità donne del passato e del presente, vi interpelliamo perché vogliamo che scommettiate urgentemente sul ritorno della politica. Politica che è, ripetendo Luisa Muraro, ciò che interrompe il meccanismo delle relazioni basate sulla forza sia nel mondo che dentro di noi.

Liga Internacional de Mujeres por la Paz y la Libertad
Women’s International League for Peace and Freedom (WILPF)

(www.pressenza.com/it, 4 ottobre 2017)


Riportiamo la versione integrale della dichiarazione della sindaca di Barcellona Ada Colau riguardo agli atteggiamenti violenti e alla mancanza di dialogo del governo spagnolo.

Il governo del PP insiste nella sua grande menzogna. Continua a negare ciò che è evidente per la stampa internazionale e per tutti quelli che hanno visto le immagini delle cariche della polizia il 1° ottobre in Catalogna: che c’è stata violenza, brutalità e accanimento.

Da molto tempo la destra spagnola ha creato un’immagine falsa e distorta di quello che succede in Catalogna. Parlano di totalitarismo, di convivenza spezzata, di una popolazione intimidita da violenti “separatisti”. Nemmeno le parole che utilizzano sono neutre. “Sediziosi” e “separatisti” non sono termini descrittivi, ma hanno una carica legata a un immaginario perverso. Si comincia disumanizzando l’altro attraverso le parole… e si finisce ordinando di picchiare anziani sulla porta delle scuole e chiamando tutto questo “professionalità”, “proporzionalità” e “difesa della democrazia”.

Quando ci sono due versioni così differenti per spiegare la realtà, la cosa migliore è analizzare i fatti.

È un fatto che il 1°ottobre 844 persone sono rimaste ferite. Una di loro ha perso un occhio… Proporzionalità? Cos’ è proporzionale a un occhio? Cos’è proporzionale a spingere una donna giù dalle scale? Ad afferrare degli anziani per i capelli? Alla paura che hanno provato e che provano i bambini vedendo le loro scuole distrutte?

Io non sono indipendentista, non condivido la via unilaterale. L’ho detto molte volte e lo ripeto. Sono molto critica nei confronti del governo di Puigdemont e non mi piace come si sono fatte le cose. Però c’è qualcosa che sta al di sopra di quello che pensiamo e che dovrebbe unire tutti noi che crediamo nei diritti, nelle libertà e nella democrazia e li difendiamo: l’uso della violenza di stato contro una popolazione pacifica è inammissibile.

Oggi il portavoce del governo ha chiamato “nazisti” i catalani e le catalane che hanno manifestato contro la repressione della polizia. Di nuovo le parole … Nazisti? Il signor Hernando sa quello che hanno fatto i nazisti? Hanno manifestato pacificamente per anni reclamando il diritto di votare? Le famiglie naziste hanno difeso le scuole mentre centinaia di poliziotti le picchiavano? Sul serio sono “nazisti” le migliaia di anziani, donne, uomini, giovani, bambini e bambine che oggi hanno riempito le strade cantando “Siamo gente di pace”? Usare la parola “nazista” con questa leggerezza è un insulto alle vittime del nazismo . Dovrebbe vergognarsi.

Se ciò che scrivo riuscirà ad attraversare le barriere informative, se lo leggeranno tutte quelle persone al di fuori della Catalogna che vogliono sapere cosa sta succedendo, vi chiedo per favore di cercare di analizzare questo conflitto senza pregiudizi e di mettere in discussione quello che stanno dicendo i portavoce del governo, quello che stanno negando, o peggio ancora giustificando.

Ci troviamo davanti a una crisi di stato senza precedenti. Il blocco totale delle relazioni tra il governo catalano e quello spagnolo mi preoccupa, ma la cosa davvero triste sarebbe rompere i legami di fraternità e affetto che ci uniscono dal basso, come persone. Non possiamo permetterlo.

Ci hanno picchiato. Ci hanno fatto male. Non sarà facile dimenticarlo. Abbiamo bisogno del vostro appoggio.

Quello che è successo lede diritti e libertà fondamentali di tutti: catalani, spagnoli, europei. Oggi è la Catalogna, domani potrebbe capitare in qualsiasi luogo, se permettiamo che diventi normale e impunito. Se lo giustifichiamo siamo perduti. Perdiamo tutti. Perde la democrazia.

I nostri padri, madri, nonni e nonne che hanno lottato insieme per conquistarla non ce lo perdonerebbero.

Per loro, per l’eredità che ci hanno lasciato, uniamoci per salvare la democrazia, per cacciare chi ha ordinato questa assurdità ed è incapace di trovare una soluzione politica e pacifica. Chi ha responsabilità di stato deve ascoltare, rispettare la popolazione, fare proposte positive e offrire alternative. E non deve mai reprimere una popolazione indifesa.

ADA COLAU, sindaca di Barcellona

(Traduzione dallo spagnolo di Anna Polo, www.pressenza.com/it, 3 ottobre 2017)

di Dario Di Vico

Il modello produttivo che ha storicamente caratterizzato Milano, un modello concentrato, basato sulla grande impresa manifatturiera, ha ormai lasciato il posto alle moderne filiere. Ma non sono stati i colossi a rendere Milano pregiata, bensì l’essere diventata un laboratorio creativo. È qui che vengono gli operatori internazionali per imparare, e da Milano questo approccio si è esteso a tutto il made in Italy. Le energie e risorse sono state intercettate da una “borghesia delle competenze”, vitale protagonista di questa rinascita, che ha saputo rinnovarsi e che ha potuto agire tramite canali meno esposti, silenziosamente tessendo e consolidando reti internazionali di eccellenza – dalle università al design – che hanno consentito un’apertura al mondo di Milano, oggi città cosmopolita con un notevole “apporto di capitale umano dall’estero” all’attivo.

Sempre alla voce capitale umano va segnalato, infine, lo straordinario contributo delle milanesi, del ‘fattore D’ per dirla con il libro anticipatore di Maurizio Ferrera.

Una recente ricerca condotta da Roberto Cicciomessere e Lorenza Zanuso non solo ha messo in luce una grande partecipazione al mercato del lavoro delle donne nell’area metropolitana ma ha consentito di operare un paragone con due città europee simbolo dell’avanzata femminile come Stoccolma e Londra. Ebbene, mentre nel caso svedese la partecipazione al lavoro delle donne è rimasta comunque segregata per lo più nell’ambito delle occupazioni tradizionalmente femminili (sanità e scuola in testa), a Milano questa gabbia è stata superata e l’arco delle professioni che vedono impegnate le donne comprende largamente il terziario avanzato. Al punto che non risulta lunare una comparazione con la capitale inglese che il processo di valorizzazione del fattore D lo aveva iniziato molto tempo prima.

(Corriere della Sera, 2 ottobre 2017)

di Luisa Muraro

La notizia che associa il mio nome a quello dell’ex governatore della Puglia, Nichi Vendola, non è vera. È nata per un malinteso. Se volete dare la colpa a qualcuno o a qualcuna, niente polemiche, me la prendo io. Quando ho scoperto che anche Nichi  Vendola era stato invitato dalla Rai Tv 3 a parlare di nuove maternità, ho sentito che non potevo partecipare a quel programma.

Perché lo hanno invitato? Una risposta c’è, ovvia e molto criticabile.

Non ho niente da ridire sulle idee di questo personaggio, le rispetto e in parte le condivido, ma non tutto è rispettabile nel suo comportamento. C’è chi va all’estero per farsi fare le scarpe o il vestito. È un insulto ai poveri. Andarci per farsi confezionare un bambino, è un insulto ai poveri, alle donne e ai bambini. So che ci sono coppie infertili che questo lo fanno: non approvo il loro comportamento, ma so che hanno delle giustificazioni. Il caso di Nichi Vendola è ben diverso. Lui è un uomo politico ed è andato all’estero per aggirare la legge italiana, ha agito in contrasto con l’orientamento raccomandato dall’Europa e si è presentato all’opinione pubblica ignaro di essere nel torto anche verso l’ordine simbolico materno. Ha fatto della madre un mezzo per soddisfare un suo desiderio, che in sé era degno, ma non a queste condizioni.

Non si tiri fuori l’omofobia. A Nichi Vendola io accosto per un confronto quel sindaco socialista francese che ha detto: io, omosessuale, soffro di non avere bambini, ma lo accetto, e non chiederò né allo Stato né alla scienza di rimediare a una mancanza legata alla natura dell’omosessualità, lo faccio per rispetto di me stesso e per rispetto dei bambini (Le Figaro magazine, 29.3.2013).

 

(www.libreriadelledonne.it, 29/09/2017)

di Laura Marzi

Un’intervista con Liza Donnelly, vignettista del New Yorker dal 1982, vincitrice del «Premio per la satira politica» di Forte dei Marmi dove espone fino a domenica nella mostra «Trumpeide». In Italia pubblica con la rivista Aspirina. L’elezione dell’ultimo presidente Usa è stata uno shock per tutti e per me anche un’occasione di riflettere sul mio lavoro

«La satira può aiutare a vedere tutto più chiaramente, perché descrive le situazioni sinteticamente e te le mette davanti, così come sono. Poi, l’umorismo è un modo per condividere umanità».
Liza Donnelly è una vignettista del The New Yorker, dal 1982 che di recente è stata insignita a Forte dei Marmi del Premio per la satira politica. Le sue vignette, fino a domenica, sono in mostra al Museo della Satira e della Caricatura, nell’ambito di Trumpeide. Infine, una parte dei suoi lavori è visibile alla Libreria delle donne di Milano (ultima tappa del suo viaggio, il 19 settembre).
E all’Italia, in particolare a Roma, dove ha vissuto per un anno, è particolarmente legata. «Avevo sedici anni – racconta – e quindi ancora estremamente ricettiva, anche per ciò che riguarda la tecnica e lo stile.
È un paese gioioso, ricordo bene che quando vivevo qui trovavo alcuni personaggi davvero umoristici, li disegnavo, sono entrati nelle mie vignette; certo è sempre più facile fare dello humour quando si è una outsider perché si possono osservare i fatti con maggiore distacco. Traggo molta ispirazione dalle vignette e dai fumetti europei.

La vittoria di Donald Trump ha stimolato varie forme di espressioni artistiche e certamente quelle umoristiche, comprese le sue. Lei crede che si possa correre il rischio di rinforzare il suo bersaglio, invece di decostruirlo?
Quando Trump era in corsa per le elezioni, ho disegnato delle vignette piuttosto taglienti su di lui, come su Hillary Clinton e Bernie Sanders. La sua elezione è stata uno shock per tutti e per me anche un’occasione di riflettere sul mio lavoro. Quello che ho capito è che non dovevo in nessun modo fare dell’umorismo per cercare di ridicolizzare l’uomo, bensì devo cercare di colpire la sua politica: concentrarmi su un obbiettivo maggiore, sulle regole sociali e culturali che hanno portato alla vittoria di Trump. Se attacco la persona, poi, contribuisco coi miei disegni alla divisione del paese, aggravando una situazione già in atto.

Nel suo ultimo lavoro intitolato «No is not enough» Naomi Klein interpreta la vittoria di Donald Trump come l’esito di una strategia messa in atto da determinate lobbies per controbattere i diversi movimenti politici, uniti per un mondo meno ingiusto. Cosa ne pensa? In che misura secondo lei la vittoria di Trump può essere una reazione al successo di Bernie Sanders? 
Credo che la vittoria di Trump sia stata la reazione a molte cose, in primo luogo alla presidenza precedente. Certamente può essere collegata al contraccolpo del consenso ottenuto da Sanders, se si pensa che negli Stati Uniti la politica di Obama era considerata socialista, si può comprendere che quella di Sanders era percepita come troppo di sinistra.
Ritengo che la sua vittoria sia stata anche una reazione a Hillary Clinton, al suo essere donna e alla sua incapacità di creare una connessione con l’uomo medio, che invece è stato conquistato da Trump.

In Italia, collabora con la rivista online «Aspirina Rivista Acetilsatirica». Quando e come è cominciata?
Pat Carra mi scrisse una mail, mi parlò del progetto di una rivista umoristica, fatta solo da donne. Accettai subito, trovavo importante la possibilità di partecipare a un dialogo internazionale sui diritti delle donne. Così inviai i miei disegni, come continuo a fare per ogni nuovo numero, ormai.
L’esperienza del femminismo è per me molto importante. Non lo è stata fin da subito, perché all’inizio volevo solo disegnare e non mi importava tanto di farlo in quanto donna. Poi ho capito che il mio posizionamento contava e che attraverso i disegni potevo raccontare molto della vita delle donne, degli stereotipi e delle ingiustizie.
Le vignette sanno essere parecchio chiare e soprattutto rendono visibile ciò che non lo è, situazioni sommerse nel flusso della vita quotidiana che nascondono discriminazioni di genere, per esempio.

Nel nostro paese la violenza sulle donne, che vengono uccise e stuprate da mariti, famigliari o sconosciuti occupa la cronaca ogni giorno. La sensazione di impotenza, nonostante la grande indignazione, cresce. In questo contesto di morte, crede che la satira possa essere utile?
Un umorismo «ben fatto» mostra ciò che non funziona nei comportamenti individuali, che sono alla base di tragedie sociali come la violenza sulle donne. In questo modo l’umorismo può essere utile per illustrare un comportamento diverso da tenere nei rapporti tra i sessi. La satira può aiutare a vedere tutto più chiaramente, perché descrive le situazioni sinteticamente e te le mette davanti, così come sono.
L’umorismo è un modo per condividere umanità, è questo il suo aspetto più profondo. Certo, devi farlo in un determinato modo, non con lo scopo di abbattere la persona che hai di fronte o col solo fine di ridicolizzarla. La satira è uno strumento davvero potente e per questo credo che le donne dovrebbero farne maggiore uso, invece mi sembra che ne siano spaventate.

Perché secondo lei?
Prima di tutto perché spesso l’umorismo è utilizzato in modo negativo, violento. In secondo luogo, è una forma di potere. Quando si fa una performance, per esempio, a me è capitato in passato, davanti ad una sala che è lì per ascoltarti, hai il potere di farli ridere: è una forma di manipolazione molto forte, che per questo può essere anche terrificante. Credo che con la satira succeda un po’ quello che accade con gli articoli di fondo. Negli Stati Uniti sono pochissime le donne che li scrivono. Anche in questo caso si tratta di forme di potere, testi che esprimono un’opinione e hanno la forza di influenzare quella dei lettori. Da una parte le donne, quindi, sono spaventate dall’umorismo e dall’altra io credo che ne venga loro in qualche modo ostacolato l’accesso.

Però ci sono donne che fanno umorismo e satira…
Sì, certo, va assolutamente detto. Qualche anno fa ho fatto una ricerca per The New Yorker sulle fumettiste che ci avevano lavorato in passato. Ho scoperto una presenza che aumentava e decresceva a seconda del periodo storico e del conseguente ruolo che la donna aveva. Per esempio, dopo la depressione del ’29 c’è stato un boom di disegnatrici, che poi sono diminuite drasticamente negli anni ’50 e ritornate alla carica negli anni ’70 e ’80.

Secondo lei dagli anni ‘90 si è verificato una sorta di rigurgito conservatore?
Non sono una studiosa di politica, quindi rispondo come posso. So che adesso non ci sono soldi e molte ragazze e donne lavorano nel web o in piccoli giornali, che negli Stati Uniti, per esempio, sono considerati davvero periferici.

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COLLABORAZIONI ITALIANE

Nel marzo 2013 è rinata Aspirina, la rivista umoristica pubblicata su carta dalla Libreria delle donne di Milano dal 1987. Per la nuova edizione online la Rivista acetilsatirica ha una periodicità stagionale. La redazione è in parte composta da freelance con esperienza di programmazione web, grafica editoriale, lavoro redazionale e relazionale. Nel 2014 Aspirina ha inaugurato una collana di ebook in formato epub3, che sono acquistabili nello shop della rivista insieme ai pdf di Aspirina anni Ottanta. Nel sito http://www.aspirinalarivista.it sono archiviati
e sfogliabili tutti i numeri di Aspirina online

(il manifesto 28 settembre 2017)


«A nome di tutti gli uomini ti chiedo scusa. Finché tutto questo verrà considerato un problema delle donne, non c’è speranza. Scusateci tutte, è colpa nostra, è colpa degli uomini, non abbiamo ancora imparato che siamo noi uomini a dover evitare questo problema, a dover sempre rispettarvi, a dover sradicare quel diffuso sentire che vi costringe a stare attente a come vestite, a non poter tornare a casa da sole la sera. È un problema che parte dagli uomini e solo noi uomini possiamo porvi rimedio». Lo ha affermato il presidente del Senato, Pietro Grasso, in una dichiarazione al Tg1, dopo la morte di Nicolina, la quindicenne uccisa a Ischitella, in provincia di Foggia, dall’ex compagno della madre, e rivolgendosi idealmente a tutte le vittime di violenze.

«A quindici anni ricorda Grasso riferendosi a Nicolina si ha il diritto di andare a scuola con la testa piena di sogni. Avevi tutta una vita davanti, ma un uomo ha scelto di spezzarla con una violenza inaudita. Un enorme dolore per la tua famiglia, per i tuoi amici, per tutti noi. Purtroppo non sei la sola ad aver avuto questo terribile destino: tante, troppe donne sono morte o sono rimaste profondamente segnate da violenze, discriminazioni, molestie, stupri».

«Tutto ciò che limita una donna nella sua identità e libertà è una violenza di genere. Non esistono giustificazioni, non esistono attenuanti, soprattutto non esistono eccezioni. Finché tutto questo verrà considerato un problema delle donne – conclude Grasso – non c’è speranza».

Adnkronos, 21 settembre 2017

di Mira Furlani.

 

Vorrei si parlasse meno di stupri, femminicidi, violenza sulle donne, e di più di forza femminile. I due carabinieri di Firenze non se l’aspettavano d’essere denunciati per aver stuprato due studentesse americane, come mai? Ragioniamoci su.
Quante sono le donne che non denunciano di essere state stuprate e quante sono le denunce archiviate? Sono tantissime e loro, i due carabinieri, lo sanno benissimo. Loro, e non solo loro, fanno affidamento sull’immunità perché rappresentano l’Ordine con la “O” maiuscola, fanno parte del “potere”, mica sono immigrati. Sanno che possono contare sulla solidarietà maschile, quindi… io penso che una simile vicenda non sarà stata la prima e, forse, non sarà neppure l’ultima.
Però questa volta hanno fatto male i loro conti: le ragazze hanno avuto coraggio, li hanno denunciati con l’appoggio delle compagne della scuola che frequentano, compreso quello del Consolato Generale degli Stati Uniti di Firenze. E con le prove acquisite sarà dura uscirne con la solita frase: «ma loro sono state consenzienti». Questa volta il gioco sporco è stato scoperchiato e il “potere” dei due carabinieri si è sciolto come neve al sole.

Ringrazio le due studentesse, porgo loro tutta la mia solidarietà e le invito a non vergognarsi di Firenze e dell’Italia, bensì di tutti gli uomini che qui come negli Stati Uniti e altrove non rispettano le donne.

(www.libreriadelledonne.it, 26 settembre 2017)

Alla redazione di Internazionale

“La storia di Blessing” (Internazionale 1221) è una miniera di notizie dettagliate, quello che cercavo, sulla tratta di giovani donne, alcune giovanissime, dalla Nigeria all’Italia. Sono grata a voi e al giornalista Ben Taub che riferisce dal vivo la vicenda di una di loro. Nel corso del racconto, per ignoranza forse o per brevità, Ben Taub fa un’affermazione strana e fuorviante. Scrive: «La prostituzione non è un reato in Italia ma attira l’attenzione della polizia». Che cosa vuol dire? Secondo la legge Merlin, riassumo, non è reato la compravendita di servizi sessuali fra persone adulte e consenzienti. Tutto il resto, per quel che riguarda la prostituzione, è reato: organizzarla, sfruttarla, favorirla, coinvolgere minori… Senza essere un’esperta, vorrei aggiungere che, a mio giudizio, fra le tante leggi che in Europa e nel mondo cercano di regolare questa materia, nessuna che ci riesca, neanche questa, questa però mi pare la migliore. E vorrei che fosse conosciuta meglio da chi si occupa dell’argomento.

Luisa Muraro

(Internazionale, 15/21 settembre 2017, n. 1222)

di Clara Jourdan

 

Catania è una città molto viva culturalmente e politicamente, e in special modo per quella che nel movimento delle donne è stata chiamata politica “prima”, cioè cultura e politica che viene prima delle istituzioni, sta alla base della convivenza civile, è fatta di relazioni e di attenzione a quello che accade e non è delegata ai professionisti ma viene pensata e agita in prima persona da chiunque abbia a cuore il mondo in cui vive. A Catania questo avviene grazie a gruppi e associazioni di donne e di donne e uomini che si spendono in ambiti diversi ma sempre tenendo insieme politica e cultura, come La Città Felice, che da vent’anni anima la città con il senso della differenza sessuale promuovendo iniziative, per esempio i pomeriggi di bellezza in Piazza Federico di Svevia; o come la “Ragna-Tela: rete femminista catanese di donne e uomini affinché ogni violenza sessista abbia fine”, composta da numerose associazioni, comitati, circoli, impegnati sul tema della violenza, della tratta e dell’immigrazione.

Di recente ho incontrato una di queste realtà attive da tempo che ancora non conoscevo, il Comitato Popolare Antico Corso, che quest’anno ha contribuito a organizzare il Maggio dei Libri promosso dalla Città di Catania. Sono stata invitata a partecipare a uno degli oltre cento eventi del Maggio, una conversazione a partire da due libri: L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto di Luisa Muraro (La Scuola 2016) e Scienziate nel tempo. 75 biografie di Sara Sesti e Liliana Moro (Edizioni LUD 2016). La serata, dal titolo Quando c’è politica, era stata ideata e proposta al Comitato da Cettina Tiralosi, femminista di formazione matematica che lavora nei musei cittadini ed è lei stessa artista digital painter, che spiega così l’accostamento insolito dei due libri: «quello della Muraro come esempio di linee guida per affrontare politicamente con il taglio della differenza qualsiasi argomento di scienza o di altra disciplina che ci pone davanti una minaccia verso la relazione materna, l’altro della Sesti e della Moro come esempio di ricostruzione della genealogia femminile in ambito scientifico e in società». In effetti, è proprio la politica che ci permette di non lasciarci schiacciare dai cambiamenti scientifici e tecnologici come da quelli economici che ci sovrastano, e il ricostruire una genealogia femminile ci mette sulla giusta strada. Ma come camminare? «Svegliamoci e mettiamoci a pensare»! titola Luisa Muraro un capitoletto del libro L’anima del corpo: «Il punto non è d’impedire agli esseri umani di far cose meschine o crudeli, stupide o sbagliate. Il punto è di non accettarlo, di pensare a quello che facciamo, pensarci anche prima e non giustificare il malfatto né farci l’abitudine. Civiltà e umanità stanno appese al nostro non accettare di fare così o colà indifferentemente. E a ricordarci del malfatto e dei misfatti».

Questo incontro è stato davvero un’occasione per pensare insieme, e la discussione, a cui hanno contribuito tutte e tutti i presenti e che è poi continuata a tavola con il cibo preparato dalle amiche e amici del Comitato come è loro uso, si è sviluppata soprattutto sulle questioni della libertà e dell’indisponibile, temi che ci toccano in prima persona, e riguardano la civiltà in cui viviamo. Una civiltà che può essere compresa più profondamente con l’aiuto delle biografie di scienziate di epoche precedenti, al cui impegno per la libertà in contesti ostili alle donne e al cui lavoro per il progresso della scienza (l’«espansione del possibile», con parole di Luisa Muraro), dobbiamo molto: emblematica l’importanza di Ada Lovelace, la matematica che nel 1843 elaborò un algoritmo considerato il primo programma informatico della storia.

Sull’oggi, in particolare si è ragionato su due aspetti sottolineati nel libro di Luisa Muraro: la concezione neoliberista della libertà, che consegna la nostra libertà al mercato e alla tecno-scienza, viene veicolata con tutti i mezzi e ci fa credere che più possibilità di scelta abbiamo più siamo libere e liberi («Un equivoco madornale»). E la necessità di «accrescere la competenza simbolica così da imparare a discernere, nell’area del possibile, tra il disponibile e quello che tale non è», considerando «indisponibile quello che va tenuto a disposizione del di più che è la gioia del vivente. Fa parte di una nuova coscienza evolutiva imparare a rinnovare le barriere simboliche che proteggono l’essere umano in quanto destinato alla felicità», conclude questo libro la cui tesi sulla «riproduzione umana per interposta persona» è: «La madre è sostituibile ma non lo è la relazione materna».

Non ci troviamo davanti un compito facile ma è indispensabile impegnarci nel discernimento, e i vari interventi hanno articolato tale necessità. Perché si tratta di questioni che ormai ci si pongono concretamente. La situazione attuale di «espansione del possibile» ci porta nella vita di tutti i giorni esperienze inedite, come quella raccontata da Mirella Clausi dell’incontro con una bambina che esprimeva la sua rabbia per avere due papà e nessuna mamma. Come metterci in relazione con realtà come queste quando ci capitano?

Anche il luogo fisico in cui si è svolta la serata ha contribuito a ricordarci di stare in una dimensione problematica e storica: eravamo alle Officine GammaZ, una suggestiva piccola galleria d’arte in una ex officina di biciclette di un vecchio edificio a più livelli costruito sui ruderi di antiche costruzioni e rocce laviche attorno a un orrido in fondo al quale si scorge un pozzo dove secondo la leggenda si buttò una fanciulla (Gammazita) in fuga da uno stupratore.

(AP autogestione e politica prima, luglio/dicembre 2017)

di Marisa Caramella

In libreria, Tutti i racconti, di Flannery O’Connor pubblicati da Bompiani. Vi proponiamo un estratto della prefazione curata da Marisa Caramella, ringraziando l’editore per la gentile concessione.

Oltre che cattolica ortodossa, Flannery O’Connor è anche originaria del Sud degli Stati Uniti. Metto di proposito la questione in questi termini, come se avesse un connotato negativo, perché questa, della “scrittrice del Sud” è, tra le etichette che la critica ha appiccicato alla O’Connor, quella che più la irritava.

«La prima necessità con cui [lo scrittore] si trova a dover fare i conti è quella di dire cosa non sta cercando di fare, perché anche se oggi non esistono vere e proprie scuole letterarie in America, c’è sempre qualche critico che ne ha appena inventata una ed è pronto a infilarci le tue opere. Se sei uno scrittore del Sud, questa etichetta, e tutti gli equivoci che la accompagnano, ti viene immediatamente appiccicata addosso, e tocca a te disfartene come meglio puoi. Ho scoperto che non importa con quali scopi peculiari alle tue specifiche necessità drammatiche usi la scena del Sud, il lettore generico continuerà a pensare che tu stia scrivendo sul Sud, e a giudicarti in base alla fedeltà della tua prosa alla vita tipica di questa parte del paese.»

E tradizione letteraria del Sud significa “Southern Gothic”, significa “School of Southern Degeneracy”, altre etichette che la O’Connor definisce “entità mitiche”, e che tenta di staccarsi di dosso in più di uno dei saggi che scrive, facendo spesso uso proprio di quella qualità di ironia, di quella predilezione per il paradosso, che le viene rimproverata come eccessiva:

«Quando consideriamo buona parte della narrativa moderna seria, e particolarmente quella del Sud, vi troviamo una qualità che viene generalmente descritta, in senso peggiorativo, come grottesca. Naturalmente, ho scoperto che tutto quello che arriva dal Sud viene chiamato grottesco dal lettore del Nord, a meno che sia davvero grottesco, nel qual caso viene chiamato realistico.»

La scrittrice procede poi a spiegare come il suo sia il genere di letteratura che può essere chiamata “grottesca” a ragione, perché è tale nell’intenzione. La O’Connor usa un miscuglio di comicità e di orrore per rompere l’ostinazione dei suoi personaggi a considerare il mondo in modo convenzionale. La tecnica che adopera nei suoi racconti, per rendere visibile, oltre il livello superficiale (dell’azione), quello più profondo (del mistero), è la tecnica dello shock, della brutalità, della violenza. E tutto questo ha poco a che vedere con il fatto di essere una scrittrice del Sud. Le sue non sono rappresentazioni realistiche della scena sociale in cui è nata e vissuta, ma rappresentazioni del divino come appare a chi abbia una visione antropocentrica del mondo: i suoi personaggi lo vivono come una violenza, un’offesa, un intervento distruttivo che sconvolge l’equilibrio del mondo umano. A tal punto che la visione religiosa che si ricava dai racconti è spesso opprimente. Però, un secondo livello – quello che rispecchia il punto di vista della scrittrice – morte, sofferenza, disordine, sono invece i mezzi attraverso i quali un personaggio passa da una comprensione meschina, superficiale, dell’esistenza al mistero nel quale l’uomo vive e muore.
Ci sono moltissimi esempi di questa tecnica nei racconti della prima raccolta, nei quali è anche sempre presente l’elemento religioso della Redenzione, della figura di Cristo, rappresentato con immagini che sono spesso quelle della simbologia cristiana (il pavone, per esempio, che è il simbolo del Cristo Redentore).  “Ciò che io vedo nel mondo,” dice la O’Connor, “lo vedo nella sua relazione a questo”, e cioè al fatto che il significato della vita è centrato nella Redenzione.
Nei racconti della seconda raccolta, di dieci anni posteriore alla prima, Everything That Rises Must Converge (tradotta in italiano insieme alla prima in un unico volume dal titolo La vita che salvi può essere la tua, Einaudi, 1965), la tematica della O’Connor si evolve verso una concezione teologica più complessa: al dualismo sempre presente nelle storie precedenti, e risolto da epiloghi di morte-redenzione deipersonaggi-chiave, la scrittrice cerca una forma di risoluzione più sofisticata. Come fa intendere il titolo originale, una frase di Teilhard de Chardin, la O’Connor ipotizza, insieme al filosofo cattolico, che l’evoluzione umana non si fermi alla forma che conosciamo, ma tenda a progredire verso livelli di coscienza più alti, e che l’ultimo stadio di questo processo evolutivo sia la pura coscienza, l’Essere, Dio stesso, il punto di convergenza di ogni contraddizione e dualismo, individuali e sociali: quello che Teilhard de Chardin chiama il Punto Omega, il titolo italiano, per l’appunto, del primo dei racconti di questa seconda raccolta.

“Punto Omega” è la storia di Julian e di sua madre, in conflitto tra di loro e, ciascuno a modo suo, con il resto del mondo. La madre si ritiene superiore ai suoi simili, soprattutto a quelli di colore, per via della sua nobile ascendenza. Julian, intellettuale e progressista, la disprezza per questo atteggiamento, professa l’uguaglianza di bianchi e neri, ma la sua massima aspirazione è vivere in un aureo, orgoglioso isolamento. Sarà un episodio banale, il fatto che una donna di colore salga col suo bambino sull’autobus dove si trovano già madre e figlio, con in testa un cappello identico a quello indossato dalla signora bianca decaduta, a far precipitare la situazione. Julian osserva con un sorriso sardonico la madre trattare la donna e il bambino alla stregua di inferiori. L’offerta di una moneta, fatta al piccolo per ingraziarselo, scatena l’ira della donna nera, che colpisce quella bianca con una grossa borsa. Julian scende dall’autobus con la madre, la rimprovera con rabbia, e assiste stupefatto alla sua morte improvvisa. Sarà lo shock di questa morte a portare i due personaggi alla “convergenza”, tra di loro e con l’“altro”. La madre morente vede passare davanti agli occhi l’immagine dimenticata di una donna di colore che l’ha allevata, e si riempie di amore e nostalgia, nonostante il rifiuto ad accettare l’integrazione sociale con i neri. Julian sente rinascere dentro di sé, sconvolgente, accompagnato da un indicibile rimorso, l’amore sepolto per la madre. La presa di coscienza, la rivelazione improvvisa e traumatica della verità su se stessi: è qui il punto di partenza verso la convergenza auspicata da Teilhard de Chardin.

É stato detto, di questo racconto, che più che di una storia a sostegno della teoria del Punto Omega, si tratta della presa in giro dello stesso concetto da parte dell’autrice. E in realtà la O’Connor conduce il racconto sul filo di una pesante ironia, non perdendo occasione per sottolineare la cecità e l’ostinazione dei personaggi a considerarsi separati dal resto del mondo. Ma il finale, con la lancinante fitta di amore e rimorso di Julian davanti alla madre morta, e con la rivelazione dell’amore della morente per uno degli esseri che ha sempre considerato alla stregua di “scimmie”, segna senz’altro un momento cruciale nel processo di evoluzione dei due personaggi verso un modo di essere superiore.
E per una scrittrice tutt’altro che ottimista e facile come la O’Connor, questo è già molto.

Si è a lungo dibattuto sul fatto che dalle opere di narrativa della O’Connor traspaia in realtà un atteggiamento di più o meno conscio pessimismo riguardo alla possibilità di salvezza dell’uomo: atteggiamento che contrasta con le dichiarazioni di cui sono costellate lettere e saggi dell’autrice. E sovente, a spiegazione di questa contraddizione, è stato portato l’argomento della malattia ereditaria e incurabile che ha afflitto la scrittrice per gran parte della vita adulta, limitandone i movimenti e le possibilità e costringendola a fare i conti con la morte in età prematura.
Senza dubbio la malattia spiega i connotati sovente ossessivi della preoccupazione religiosa della O’Connor, la sua fede ortodossa professata con tanta sicurezza, e anche, in parte, la visione non certo idilliaca del mondo che la circonda. Ma è più difficile sostenere che dai suoi racconti e romanzi siano assenti la fede e la speranza che la scrittrice professa altrove. È semmai presente un’implacabile decisione a mostrare quanto difficile sia trovare la via della salvezza in un mondo dominato dal Male.
Ma l’affermazione della O’Connor sembra essere quella che proprio lo scatenarsi delle passioni umane, più che non il tentativo di controllarle per mezzo della ragione, porti su questa via. È vero che ci sono molti peccatori e pochi santi, nei suoi racconti, che nemmeno i bambini sono innocenti e che i vecchi sono spesso un concentrato di peccati capitali invece che di virtù cardinali, ma è altrettanto vero che proprio questi personaggi, la cui mente non è ancora, o non è più, dominata dalla ragione, sono quelli di cui si serve la grazia divina per manifestarsi e squarciare con lampi rivelatori la realtà superficiale, facendo intravedere la possibilità della salvezza, oltre che della dannazione eterna.

(www.osservatoriocattedrale.com, 21 settembre 2017)

di Laura Colombo

 

Immaginate una famiglia milanese. La piccola di casa ha iniziato la scuola materna in una zona semi centrale e molte delle creature che la frequentano sono figlie e figli di immigrati, dai quattro angoli della terra (Nord Africa, Latino America, Sud Est Asiatico).

Miguel (il nome è di fantasia) è figlio di una regina nera, mezzo cubana e mezzo brasiliana. Non conosciamo il padre, ma anche lui deve essere di pelle scura. Miguel diventa amico della piccola, che ne parla a casa. E così arriva la domanda: “ma Miguel, lui di dov’è?”. La piccola li guarda con aria interrogativa, non capisce la domanda. Poi risponde, con semplicità e stupore: “è di Milano!”.

Da giugno si discute della legge sulla cittadinanza, approvata dalla Camera alla fine del 2015 e da allora in attesa di essere esaminata dal Senato. Questa legge riguarda soprattutto i Miguel e le Aisha, bambine e bambini nati in Italia da genitori stranieri o arrivati in Italia da piccoli, che frequentano le nostre scuole e sono amici delle nostre figlie. Certamente c’è una complessità a livello giuridico e ci sono grosse questioni in gioco sul piano della politica, lo vediamo tutti i giorni. Tuttavia mi chiedo: perché non sentire e far propria la verità contenuta nello sguardo e nelle parole di una bambina? Forse si vedrebbe che il re è nudo e che questa legge è necessaria.

 

(www.libreriadelledonne.it, 21/09/2017)

di Alessandra Pigliaru

«Io non conoscevo nessuna fame e abitavo come una straniera tra gli affamati». A distanza di circa vent’anni la voce narrante dell’ultimo romanzo di Donatella Di Pietrantonio racconta la propria speciale vicenda: quella di essere, come recita il titolo del libro, L’Arminuta (Einaudi, pp. 176, euro 17,50) ovvero, nella lingua della comunità che la battezza, la ritornata. Da dove è presto detto. Nata alla metà degli anni Sessanta nella miseria, a sei mesi viene data dalla propria madre a una cugina benestante e senza figli che ne aveva fatto esplicita richiesta per poi restituirla alla famiglia di origine.

LA RAGIONE di questa riconsegna la si svela del tutto solo alla fine del romanzo, nel frattempo si assiste al tragitto di una ragazzina di 13 anni che vive in terra d’Abruzzo, arrivata al mondo senza averlo chiesto, nella condizione di una ricomparsa scompigliante. La nidiata sembra non la stesse aspettando, né desiderando. In effetti nessuno la attende, nessuno la pensa, questo almeno nella sua rappresentazione fatta di fantasticherie infantili sulla malattia della donna che l’ha allevata e perciò si è liberata di lei, sul nodo di una madre che si moltiplica e che solo così arriva a essere sufficientemente buona.

Nel guasto di interezza si scoprono notti insonni, percorse da feroci incubi di soppressione. Se è vero che chi ama non dorme, L’Arminuta è un romanzo di passioni tempestose proprio verso il luogo più sparuto e altrettanto caro che è la propria madre. Donatella Di Pietrantonio, al suo terzo romanzo, scandaglia ancora il nodo relazionale primario che abbiamo potuto incontrare anche nei suoi lavori precedenti: l’ottimo esordio di Mia madre è un fiume e Bella mia.

NEI PARAGGI dello sconquasso definitivo, chi ci mette al mondo non necessariamente aderisce alla figura di cura, per diverse e umane ragioni che però rimangono nel piano imperscrutabile dei «grandi» che decidono, dispongono, emettono sentenze di vita e di morte, fanno progetti capricciosi e astrusi. È nella ricerca di quel particolare cortocircuito filiale che Di Pietrantonio capisce si debba stare, di cui non ci si può disfare ma che chiede di essere guarito.

E UN GIORNO, nella distrazione di un ricordo puntuto, arriva la tregua: non esiste nessuna onnipotenza, bensì ciascuna e ciascuno fa quello che può nella più autentica imperfezione di sé. E sembra abbastanza per trasformarsi. Come una infinita domanda che non smette di ottenere risposte incomplete, su un piano di realtà, e che ciò nonostante è l’unico accesso alla felicità, ci si scopre indigenti d’amore e attenzione, insieme all’Arminuta, e il varco al simbolico che pone in relazione con se stesse, le altre e infine con il mondo, si schiude misteriosamente a un improvviso baratro di perdono e gratitudine.

LEI TRASCORRERÀ un anno intero ostinata intorno all’abbandono, a studiare per nutrire la propria intelligenza adamantina, nel fuoco di una determinazione che le è propria, è sua, e di cui nessuno intende privarla. Indesiderata eppure indimenticabile, come altre figure che compongono il romanzo: Adriana – la sorella minore – con cui si può costruire l’attaccamento ripagato da una fedeltà rara; Vincenzo – il fratello maggiore – che le fa sentire per la prima volta lo sguardo maschile. Infine la professoressa Perilli, algida e luccicante di ametiste brasiliane.

NON CONOSCEREMO MAI il nome della ragazzina, insieme a lei non ce l’ha né suo padre né la donna che l’ha messa al mondo. Gli altri sono governabili, loro invece percorrono solchi già sperimentati da altre scritture precedenti che, dietro l’apparente anonimato delle mere funzioni, consentono ben più viscerali mancanze e massime evocazioni. Ce lo ho hanno insegnato, per esempio, Paola Masino con la sua straordinaria e ineguagliabile massaia bambina e poi adulta, altrettanto Alice Ceresa e Dolores Prato.
Di Pietrantonio accoglie l’immaginario popolare, e contadino, tanto famigliare quanto attento ai dettagli della grande letteratura italiana scritta da donne per segnare l’orlo ambivalente di uno sconcerto, dove il linguaggio delle madri ha la sapienza di dialogare con le creature piccole.
Che siano arrivate per la prima volta, o che siano ritornate da un rimosso lontanissimo per dire che l’unico rimedio alla propria vulnerabilità è il desiderio di riconoscere quella altrui.

 

DAL 22 AL 24 AL PIGNETO PER IL PRIMO FESTIVAL DEDICATO ALLE SCRITTRICI

A Roma, al Pigneto, da venerdì a domenica si svolgerà «inQuiete», primo festival delle scrittrici nato dal desiderio di Barbara Leda Kenny, Viola Lo Moro, Francesca Mancini, Barbara Piccolo e Maddalena Vianello intorno all’esperienza di Tuba, libreria delle donne che da 10 anni è crocevia di progetti. Realizzata grazie all’associazione Mia, il programma è dedicato alla letteratura che sa tenere in quiete, dopo la fatica. Tra le ospiti: Liliana Rampello, Milena Agus, Donatella Di Pietrantonio, Maria Rosa Cutrufelli, Helena Janeczek, Rosa Mordenti e tante altre. Reading, presentazioni e cene con le autrici, tra i focus: Virginia Woolf, Joan Didion, Elena Ferrante, Anna Banti, Mary Shelley, Jane Austen (per maggiori informazioni http://www.inquietefestival.it). «InQuiete» ha nel titolo la complessità del presente, la corposità delle parole e del lavorio incessante di chi scrive. E a firma di donne si possono leggere oggi tra le cose più significative, a livello locale e internazionale. Un senso di festa che è, e rimane, la scoperta avviata dal movimento delle donne dipanandosi in quasi altri 40 anni di critica letteraria femminista. Se le scrittrici oggi godono di ottima salute, collocate con signoria fuori da un canone a cui non chiedere il permesso di agire l’esistenza, lo si deve soprattutto alla tessitura di alcuni spazi (la Società Italiana delle Letterate, riviste come Leggendaria, online LetterateMagazine e altre realtà tra librerie, biblioteche, collettivi e archivi). Ma ciò che è più importante è il desiderio politico che sa rinnovarsi, e quale migliore occasione dunque per incontrarsi al Pigneto? Inquiete e libere.

 

(il manifesto, 21/09/2017)

di Arianna Marchente


Ci sono persone che, fino a un certo punto della tua vita, non sapevi neanche esistessero. Poi, per una serie di coincidenze, ne scopri la storia e ti chiedi come hai fatto a vivere fino a quel momento senza conoscere le loro vite, la loro arte e il loro lavoro.
A proposito di coincidenze qualche settimana fa un’amica mi ha messo tra le mani un libro: il titolo era Scandalose – vite di donne libere, e l’autrice era Cristina de Stefano. Si tratta di una raccolta di brevi biografie di donne scandalose, che hanno cioè avuto il coraggio di tuffarsi di testa nella vita, facendosi male, ma trovando sempre la forza di rialzarsi. È così che ho conosciuto per la prima volta Niki de Saint Phalle, pittrice, scultrice (e moltissime altre cose) di origine francese.

Catherine Marie-Agnés Fal de Saint Phalle nasce a Neuilly-sur-Seine, in Francia, nel 1930. La sua è una famiglia numerosa (lei è la seconda di cinque figli) e particolarmente benestante: la madre è un’attrice statunitense, tanto bella quanto fredda e severa, mentre il padre è un ricco banchiere francese. Il crollo finanziario del ’29 costringe la famiglia a espatriare, e così Niki si trova a vivere a New York. D’estate torna però sempre in Francia, ospite al castello Filerval dei nonni, dove corre, gioca, si rotola nell’erba e familiarizza con la servitù – tutte cose giudicate troppo ribelli e “da maschiaccio”, per una bambina dei tempi.

Facciamo subito una premessa: la particolarità della vita di Niki è data dalla sua capacità di trasformare il dolore dato da un trauma esistenziale in creatività, di mettere la sua vita al servizio dell’arte. L’animo di Niki subisce infatti un colpo durissimo a soli 12 anni, quando suo padre abusa di lei. Come osserva Cristina de Stefano Niki troverà la forza di raccontare questo episodio solo moltissimi anni dopo, poco prima di morire:

L’estate dei serpenti fu quella in cui mio padre, il banchiere, l’aristocratico, mise il suo sesso nella mia bocca

Il primo canale di sfogo Niki lo trova nella letteratura: ha 13 anni quando inizia a scrivere poemi erotici che regala alle sue compagne. Parallelamente crescono dentro di lei la paura e la diffidenza: se la persona che l’ha messa al mondo è stata in grado di farle del male allora chiunque potrebbe rifarglielo. Così inizia a portarsi sempre in giro degli strumenti di difesa: soprattutto bastoni e coltelli.
Nel 1947 si diploma alla Oldfield School, nel Maryland, e l’anno successivo torna a New York, dove posa per Vogue e Harper’s Bazar. È proprio qui che, a soli 17 anni, conosce Harry Mathews, un giovane come lei, appartenente a una famiglia aristocratica che si aspettava da lui una carriera precisa e istituzionale, mentre lui amava una sola cosa: la poesia. Niki e Mathews si riconoscono a pelle, si innamorano, si sposano velocemente in comune e scappano insieme. Nel giro di pochissimo tempo mettono al mondo due figli e si trasferiscono a Parigi, vivendo di rendita. Ma Niki non sta bene, le sue ansie e le sue paure crescono ogni giorno e con l’appoggio del marito decide di farsi curare. Viene rinchiusa per due mesi in un ospedale psichiatrico, dove subisce diversi elettroshock. Tra le mura del manicomio l’unica cosa che le permette di sopravvivere è l’arte: utilizza qualsiasi materiale e qualsiasi colore, per tagliare, incollare e produrre opere. Ed è in questo momento così delicato che comprende la sua vocazione: essere un’artista.

Quando torna a casa nessuno la può più fermare. Inizia a creare, soprattutto sculture, ma non solo. Si integra perfettamente nell’ambiente culturale francese e conosce diversi artisti, tra cui Jean Tinguely, scultore svizzero, di cui si innamora. Nel 1957 divorzia da Mathews e si trasferisce a vivere con Jean. L’arte la aiuta a esorcizzare il trauma dell’incesto, ma non è ancora abbastanza: in lei continua ad abitare un bisogno viscerale di sfogare rabbia e violenza. Deve trovare un modo per incanalare questo bisogno nell’arte. Come fare? La risposta arriva per caso, un giorno del 1961, in cui Niki appende una camicia a un quadro e mette al posto della testa un bersaglio. Inizia a colpire questa figura con le freccette: chiunque sia vuole eliminarla. Capisce che questa è la strada giusta, sostituisce alle freccette una carabina e inizia a sparare alle sue stesse opere. Da qui nasce Tiri o Shooting paintings, un’esibizione durante la quale il pubblico o Niki sparano contro una serie di palloncini pieni di pittura, che una volta colpiti esplodono contro una superficie colorandola.

Nel 1961 ho sparato su mio papà, su tutti gli uomini, sui piccoli, sui grandi, sugli importanti, sui grossi, su mio fratello, la società, la chiesa, il convento, la scuola, la mia famiglia, tutti gli uomini, ancora su mio papà, su me stessa.

In breve tempo, con i Tiri, la sua fama diventa mondiale e l’immagine di una donna che imbraccia un fucile puntandolo contro le sue stesse opere diventa quasi iconica. Eppure questo è solo l’inizio. Grazie ai Tiri Niki ha potuto sfogare la sua rabbia, ora ha bisogno di crescere, ha bisogno di trovare un modo per onorare le donne, che le piacciono così tanto, e per far brillare quella che secondo lei è la dote principale della femminilità, che ha imparato sulla sua stessa pelle: la resilienza, nella sua forma allegra e gioiosa. Per farlo non può che partire dal corpo delle donne. L’idea le viene guardando il profilo di una donna incinta: è l’origine delle Nanas.

 

Le Nanas sono sculture femminili a grandezza naturale e sproporzionate. Sono donne con la testa piccola e il corpo grande, spesso formose e sempre coloratissime, capaci di assumere qualsiasi posizione. Ballano, combattono, stanno in equilibrio: qualsiasi cosa facciano le Nanas si divertono, sono sempre allegre e al tempo stesso erotiche. È questa la loro potenza, così dirompente che si inizia a parlare del Nana Power e tutte le gallerie d’arte ne vogliono avere almeno una. La più famosa Nana Niki la realizza però con l’aiuto di Jean per il Moderna Museet di Stoccolma, nel 1966. Si chiama Hon/Elle ed è una Nana lunga 28 metri, alta 6 e larga 9, sdraiata per terra in posizione da partoriente, quindi con le gambe divaricate. All’interno della Nana Niki posiziona un bar e un planetario (situato nel seno) a cui il pubblico può accedere passando attraverso la vagina.

Tra Niki e Jean nel frattempo le cose vanno sempre meglio, così, dopo aver ottenuto i rispettivi divorzi, decidono di sposarsi. La loro è un’unione forte, non solo sentimentale, ma soprattutto artistica, non a caso vengono soprannominati i Bonny and Clyde dell’arte. Insieme realizzano moltissimi progetti importanti, soprattutto fontane, come Le Cyclop di Milly-la-Foret o La Fontana di Stravinsky a Parigi. Ma soprattutto collaborano insieme alla costruzione del meraviglioso Giardino dei Tarocchi, a Capalbio, in Toscana: un’area fuori dal mondo, piena di statue incantevoli e mosaici colorati, ispirata al Parc Güell di Gaudì.

Donna con un fucile, capace di capire che la vera forza sta nella vulnerabilità e nella fragilità, madre, artista instancabile, compagna di vita e di lavoro, Niki è morta nel 2002, a causa di una malattia respiratoria. Nella sua vita ha amato tre cose: l’arte, i suoi figli e, in modo incondizionato, tutte le altre donne.

Gli uomini sono molto inventivi. Hanno inventato tutte queste macchine e l’era industriale, ma non hanno nessuna idea di come migliorare il mondo.

 

(freedamedia.it, 15/09/2017)

Intervista. Céline Alvarez, linguista e maestra, autrice del libro «Le leggi naturali del bambino», è in Italia ospite del festival Torino Spiritualità. ««Il mio approccio è aperto, senza metodi prefissati. In futuro, mi concentrerò sul rapporto con la natura e il gioco libero»

 di Arianna Di Genova


Si può essere felici a scuola? Secondo la linguista e maestra Céline Alvarez, divenuta un caso in Francia per il suo approccio educativo che coniuga insieme Montessori e neuroscienze, provare gioia imparando non sarebbe neanche tanto difficile. Sarebbe anzi la norma. Purtroppo, la vita fra i banchi dei più piccoli somiglia molto a uno spreco. Lei, però, nei suoi tre anni di sperimentazione nelle classi materne di Gennevilliers, luogo socialmente problematico, ha sparigliato la noia e sorpreso i genitori. «A casa, i loro bambini guardavano meno la televisione, volevano apprendere, aiutare i loro fratelli e sorelle o i loro cugini, leggere in continuazione», scrive nel suo libro Le leggi naturali del bambino (Mondadori, pp. 352, euro 20). Nonostante i suoi metodi siano stati considerati controversi dal sistema ufficiale e da diversi docenti, Alvarez ha vinto sul campo. Il problema è semmai per quanto tempo, dato che quegli stessi alunni, lasciate le materne per avviarsi verso altri gradi di istruzione, sono dovuti tornare nelle spire della scuola classica, quella che genera tristezza.
Ospite al festival Torino Spiritualità (sabato incontrerà il pubblico, alle 17, presso il Circolo dei lettori), Céline Alvarez è convinta che, siccome ogni bambino è programmato per imparare, ami profondamente farlo.Il suo libro evidenzia gli studi scientifici e quelli della psicologia cognitiva, rintracciando le leggi naturali di apprendimento. Eppure la scuola continua a essere inadeguata con le sue proposte…
L’esistenza di tali leggi è una constatazione scientifica. Alcuni principi universali guidano l’apprendimento e lo sviluppo umano. Da questi, derivano anche le grandi invarianti pedagogiche: l’importanza dell’autonomia, il sonno, la motivazione interiore, il gioco libero, l’impegno attivo, il legame sociale ed empatico tra i bambini di età diverse, etc. Sono invarianti che sono state intuite da educatori come Freinet, Montessori, Seguin, Pestalozzi, Pickler, Tolstoj, e diversi altri. Ma la scuola difficilmente le rispetta, col risultato che, alla fine, tutti soffrono: i bambini e gli insegnanti. Questi ultimi, nonostante la passione per il loro lavoro, non riescono ad aiutare i nostri figli e non raggiungono mai un esito soddisfacente.

Il suo percorso è cominciato con Itard, ha poi continuato con Séguin, per arrivare a Montessori. Come ha utlizzato le loro idee negli anni della sua sperimentazione?
Il mio lavoro si inserisce a tutti gli effetti nella linea concettuale di questi tre studiosi che hanno aperto la strada a un pensiero educativo scientifico e fisiologico. Il loro lavoro è stato un punto di partenza, che ho poi arricchito con i progressi nel campo della psicologia cognitivo comportamentale e, delle neuroscienze cognitive, emotive e sociali. Ho posto grande attenzione alla relazione sociale e allo sviluppo delle competenze esecutive. Ma è solo una partenza: il mio approccio è evolutivo, aperto, non contiene metodi già prefissati. In futuro, continuerò la mia riflessione espandendo parametri che gli studi indicano come fondamentali – per esempio, il rapporto con la natura o il gioco libero. L’esperienza di Gennevilliers è l’inizio di una lunga ricerca: il fine è creare ambienti educativi «fisiologici», adattati al funzionamento e all’esigenza di esseri umani nel pieno del loro sviluppo.Lei sostiene che trattare i bambini con affetto in classe non sia solo un’opzione educativa, ma qualcosa di più. Cosa può dirci al riguardo?
Leggendo molta letteratura scientifica mi sono resa conto che ciò che noi sappiamo grazie ai nostri cuori non è solo reale, ma anche scientificamente valido: per consentire all’essere umano di accrescere il suo potenziale cognitivo, morale, sociale e creativo, l’amore svolge una funzione essenziale. La fiducia. I legami in grado di dare un supporto. Un bambino che avrebbe potuto sfruttare condizioni favorevoli per il suo apprendimento – essere autonomo e attivo in un ambiente ricco e di qualità, circondato da altri bambini di età diversa – che si sente giudicato o isolato non potrà mai pienamente fiorire. Quando siamo stressati o ci si sente respinti, il cortisolo invade il nostro cervello e danneggia le strutture fondamentali, quali la memoria o le competenze cognitive più elevate. Al contrario, la relazione empatica e calda fa sbocciare le connessioni in queste stesse regioni. L’amore è ingrediente imprescindibile, il collante senza cui nulla emerge o prende forma.

Nel suo saggio, attribuisce grande importanza all’accuratezza del linguaggio: un vocabolario misero fa danni. Cosa pensa di internet, social network, tv, allora?
Quel che è negativo in tutte queste attività è l’assenza o la povertà di interazioni umane reali. Abbiamo bisogno di rapporti: la nostra intelligenza e la nostra lingua progrediscono in un ambito sociale.

Ha posto anche l’accento anche sul valore delle fantasticherie, rivalutando il «tempo vuoto» dei bambini…
Sì, quando viviamo le nostre esperienze quotidiane, il cervello umano crea costantemente nuove connessioni. Questi tempi apparentemente «riposanti» sono essenziali per consentirgli di fare in ordine fra tutte le esperienze, creando trame e rimandi. Così, quando crediamo di non fare «nulla», stiamo in realtà lavorando alacremente.

È possibile immaginare un’altra scuola?
Le persone imparano quando sono attive, non passive, se entusiaste e non demotivate. Quando sono circondate da altri individui che mostrano loro come operare e poi sanno fare un passo indietro per lasciarle libere di esplorare. Impara naturalmente chi si sente amato e non giudicato. Quando il mio libro è uscito in Francia, ho sentito dire: «Non c’è nulla di nuovo, sapevamo già tutto intuitivamente». È proprio così. Ma finché queste verità educative non saranno massicciamente applicate tanto da trasformarsi in routine, alcune generazioni di esseri umani si succederanno a vicenda per prendere il microfono e ricordarlo a tutti. La posta in gioco è immensa. Se ci impegniamo collettivamente a non calpestare più le leggi biologiche che condizionano lo sviluppo umano, probabilmente avverrà qualcosa di grandioso: la comparsa di individui con potenzialità cognitive, sociali, emotive e creative pienamente schierate, in grado di costruire con intelligenza, discernimento e altruismo, una nuova società.

(il manifesto, 21/09/2017)

di Lara Tomasetta

“Non può essere né comprato, né veduto da nessuno. Pensare che il filo dell’acqua possa essere di qualcuno è stupido e non è il motivo per il quale nasce. Il filo dell’acqua non ha nulla a che vedere con il mercato, ha origini ebraiche, è antico come il mondo, abbiamo 46 passi biblici che ne parlano”.

Queste parole arrivano a TPI direttamente da Chiara Vigo, candidata all’Unesco come Patrimonio dell’Umanità.

Ma cos’è il filo dell’acqua e perché è così prezioso?

Il filo del mare è l’espressione utilizzata per indicare la seta del mare, ovvero il Bisso Marino: il filo dorato con cui venivano create le vesti dei sacerdoti e dei faraoni e che viene prodotto dalla Pinna nobilis, un mollusco simile a una cozza che si trova nelle profondità del Mediterraneo.

Il Bisso viene raccolto in alcuni mesi dell’anno dalle profondità marine solo da chi lo sa maneggiare, con la maestria propria degli artisti rinascimentali. Chiara Vigo lo raccoglie immergendosi nel mare di Sant’Antioco, in Sardegna, per farne opere uniche che “non possono essere vendute, ma solo donate”.

Chiara Vigo ha 62 anni e con costanza si immerge per raccogliere i preziosi filamenti marini sotto il controllo della guardia costiera.

“La tradizione mi è stata tramandata da mia nonna”, spiega Chiara, “si chiama trasmissione orale diretta, molte arti in Sardegna vengono trasferite di nonna in nipote”.

Cosa significa saper lavorare il Bisso?

Non è qualcosa che si può spiegare a parole, bisogna venire qui, armati di pazienza e capire che non è un mestiere, ma un’arte. L’arte del tessere, di saper estrarre il colore dalle piante da fissare nel tessuto senza additivi chimici. Ci vuole pazienza e devozione.

L’arte della lavorazione del Bisso insegna anche l’arte della pazienza e della cura. Quanto occorre per completare un arazzo o un altro oggetto?

Ho fatto un coprimano da 7 centimetri per 28, ci sono voluti sette anni.

Un lavoro del genere deve avere un valore immenso. È noto che un commerciante giapponese le aveva proposto oltre 2 milioni di euro per un arazzo e lei si è rifiutata, perché?

Io non devo vendere niente perché quello che ho in mano sarà dei nostri nipoti, perché se mai penseranno di volerlo, io gli riconosco il diritto, ancora prima che quel pensiero nasca, di ritrovare intatto quello che io ho costruito. Questo è il concetto di maestria, poi il resto è altro.

Perché le persone vengono da lei e da dove?

Ci sono tanti ragazzi, vengono da Sidney, da Brescia, da Milano, Roma e Torino. Ma se un ragazzo viene da me con l’idea che guadagnerà tanti soldi è meglio che non venga, la mia arte fa diventare ricchi dentro, nella mia stanza si impara a tessere anima.

A chi può essere rivelato il segreto della tessitura del Bisso?

Il Bisso passa solo per discendenza matrilineare, è collegato al giuramento dell’acqua. Ha un rituale antico che non può essere insegnato a chiunque.

Quando mia nonna mi ha trasferito il formulario per la lavorazione ho capito nel frattempo cosa ero diventata: l’arazzo più bello che mia nonna avesse mai potuto tessere.

Non me ne ero accorta, ma lei, in quel modo, aveva tessuto dentro di me un arazzo che non si sarebbe disfatto mai. Il patrimonio gestuale, il patrimonio di trasmissione, non può essere descritto (…).

(www.tpi, 20 settembre 2017)


Gli «odierni spostamenti epocali di popolazioni, con le tensioni che inevitabilmente si generano», fanno di Francesca Saverio Cabrini «una figura singolarmente attuale». Lo scrive Papa Francesco nella lettera inviata a suor Barbara Louise Staley, superiora generale delle missionarie del Sacro Cuore di Gesù, in occasione del centenario della morte della santa patrona degli emigranti.

Unendosi spiritualmente alle religiose dell’istituto — riunite in assemblea generale dal 17 al 23 settembre a Chicago — il Pontefice ricorda la specificità della vocazione di madre Cabrini: «Formare e inviare per tutto il mondo donne consacrate, con un orizzonte missionario senza limiti, non semplicemente come ausiliarie di istituti religiosi o missionari maschili, ma con un proprio carisma di consacrazione femminile, pur in piena e totale disponibilità alla collaborazione sia con le Chiese locali che con le diverse congregazioni che si dedicavano all’annuncio del Vangelo ad gentes». Una consacrazione «limpidamente missionaria e femminile» scaturita in lei, sottolinea Francesco, «dall’unione totale e amorosa con il cuore di Cristo, la cui misericordia supera ogni confine».

Testimoniata dalla sorprendente messe di opere avviate in Italia, Francia, Spagna, Gran Bretagna, Stati Uniti, America centrale, Argentina e Brasile, l’«ansia evangelizzatrice» della religiosa si è concentrata su «quelle che oggi chiameremmo le periferie della storia». E così è nata la sua «dedizione totale e intelligente verso gli emigranti»: dedizione che si è nutrita di «attenzione alle situazioni di maggiore povertà e fragilità, come gli orfani e i minatori», ma anche di «una lucida sensibilità culturale, che, in continuo dialogo con le gerarchie locali, si impegna a conservare e ravvivare nei migranti la tradizione cristiana recepita nei paesi d’origine», offrendo al tempo stesso «le strade per integrarsi pienamente nella cultura dei paesi di arrivo».

In questo modo, ha osservato il Papa, «la vitalità umana e cristiana dei migranti diventa un dono per le Chiese e i popoli che accolgono». Visione ancora oggi di grande attualità se si considera che «le grandi migrazioni odierne necessitano di un accompagnamento pieno di amore e intelligenza come quello che caratterizza il carisma cabriniano, in vista di un incontro di popoli che arricchisca tutti e generi unione e dialogo e non separazione e ostilità». Da qui l’auspicio del Pontefice che l’istituto possa «ricevere un’abbondante effusione dello Spirito Santo, che ravvivi la fede e la sequela di Cristo secondo il carisma missionario della fondatrice; e spinga anche numerosi fedeli laici a condividere e sostenere la vostra azione evangelica nell’attuale contesto sociale». Auspicio unito all’assicurazione della preghiera, «sia perché — spiega Francesco — la figura di madre Cabrini mi è da sempre familiare, sia per la speciale sollecitudine che dedico alla causa dei migranti».

 

(l’Osservatore romano, 19/09/2017)

di Elena Mariani

 

[…]

Era il 2014 quando Karl Lagerfeld ha trasformato il Grand Palais di Parigi in una finta manifestazione in strada, dove modelle vestite Chanel e capitanate da una Cara Delevingne con tanto di megafono in mano, sfilavano in un corteo sventolando bandiere con slogan come Women’s Rights are More than Alright o feministe mais feminin (femminista ma femminile). Una messa in scena – una stupenda messa in scena – che ha diviso il pensiero del pubblico tra chi ci ha visto del buono e chi l’ha vista solo come una trovata pubblicitaria.

[…]

http://freedamedia.it/2017/09/indossare-o-non-indossare-le-t-shirt-femministe/

di Anna Turri Vitaliani

 

Intervenire a questo punto mi sembrava superfluo; solo l’incoraggiamento di alcune amiche e la pratica politica del partire da sé mi hanno fatto superare la ritrosia a espormi pubblicamente nel dibattito e a motivare la mia partecipazione e attenzione alla storia delle Comunità di base, dei Gruppi Donne Cdb e, in particolare, per lo scritto di Mira.

La pubblicazione del libro di Mira Furlani (Le donne e il prete, Gabrielli 2016), nel quale narra la sua esperienza all’Isolotto, ha suscitato, sin dalla presentazione che l’autrice ne fece al Convegno Gruppi donne Cdb del novembre 2016, un interessante dibattito, che è poi proseguito in vari ambiti: sul sito delle Cdb, su varie riviste, alla Libreria delle donne di Milano, con l’autorevole presenza di Luisa Muraro, al Centro Donna di Mestre, con un intervento della storica Alessandra De Perini che, ripercorrendo sinteticamente ma molto efficacemente la vicenda, ha evidenziato i motivi per cui l’Autrice si è risolta a narrarla.

Per comprendere le origini del mio interesse per tutto ciò ho dovuto ripercorrere la mia storia, andando a ritroso nel tempo, per cercare negli anfratti della memoria, dei ricordi, a volte nitidi, talora un po’ sfocati, per constatare come essa, a un certo punto si sia intrecciata con la storia delle Comunità cristiane di base italiane.

Tutto ha inizio più di tre decenni fa quando un familiare, a me molto caro, prete diocesano, venne inviato dalla Chiesa veronese, come Fidei Donum, in terre Latinoamericane. Seguendo da vicino la sua esperienza ho iniziato ad avere dei contatti molto intensi con le Comunità di base di quel continente, a quel tempo assai fiorenti, molto attive, ispirate dalla teologia della liberazione e da grandi teologi e ideatori come L. Boff, P. Freire, G. Gutierrez, come pure dai Gesuiti dell’UCA (Università del Centroamerica), questi ultimi purtroppo uccisi, come altri, perché scomodi e invisi a chi era abituato a dominare e non ammetteva che la gente comune desiderasse liberarsi dall’oppressione e dallo sfruttamento.

Sovente mi ero chiesta, nel decennio in cui ho vissuto a stretto contatto con le realtà ecclesiali di base del Continente latinoamericano, se non ci fossero realtà analoghe anche in Italia, ma inizialmente non ne avevo trovato traccia finché, tramite amicizie, venni a sapere dell’esistenza delle Comunità di base italiane e incominciai a interessarmene. Leggevo tutte le notizie che mi arrivavano per conoscerle meglio e, appena possibile, partecipavo alle conferenze di quei preti che erano le figure carismatiche delle rispettive comunità.

Osservai una diversità: mentre in America Latina le Comunità di base cristiane erano composte prevalentemente da laici e il prete era figura importante ma non sempre presente, data l’esiguità numerica di religiosi o di preti in tutto il continente (tanto che un vescovo brasiliano, in visita in Italia e invitato a un incontro di preti veronesi, aveva esclamato stupefatto come in tutto il Brasile non ve ne fossero, neppure lontanamente, tanti quanti quelli della sola Diocesi veronese!), in Italia mi sembrava che le Cdb facessero riferimento prevalentemente a un prete, che ne era l’ispiratore e animatore.

L’incontro con la Teologia della Liberazione mi aveva entusiasmato e fatto scoprire nuovi orizzonti. Avevo imparato, anche con l’aiuto di preti illuminati, che tornavano dall’esperienza latinoamericana, a leggere il Vangelo e a cogliere nella Buona Novella di Gesù di Nazareth il messaggio liberante. Lentamente iniziavo a liberarmi dai molti condizionamenti che avevo ricevuto negli ambiti cattolici parrocchiali, che fino ad allora avevo frequentato. La teologia della liberazione mi aveva aperto nuovi orizzonti e con questo bagaglio ero pronta a incontrare le esperienze delle Cdb italiane; così, poco alla volta, ho iniziato a conoscere le storie di Pinerolo, Verona, Firenze, Roma e le altre e a costruire relazioni con donne e uomini di quelle Comunità.

Nel 1994, grazie alle amicizie femminili che si andavano formando, sono approdata per la prima volta a un Convegno dei Gruppi Donne delle Cdb, nel veronese. Per parecchio tempo di quella prima esperienza con le donne ho avuto un ricordo vago, però ho continuato a frequentare i Convegni successivi, perché mi affascinava il pensiero delle donne, che avvertivo in sintonia con il mio sentire profondo. Sentivo parlare di Pensiero della differenza sessuale, di Autorità femminile, di Libertà femminile; inoltre si rifletteva su come fosse improrogabile per noi rielaborare, sia sul piano filosofico che teologico, il pensiero sul DIVINO, e costruire un simbolico femminile; abbracciavo quelle riflessioni perché comprendevo che quella era la strada che volevo percorrere.

In quel contesto ho iniziato a conoscere Mira, il suo modo di esprimersi schietto, lucido, la sua fermezza nel sostenere le proprie posizioni. Avevo seguito un po’ la storia dell’Isolotto e del suo Parroco don Enzo Mazzi, avendo letto qualche suo scritto; la figura era carismatica e interessante. Frequentando i Convegni dei Gruppi donne e i coordinamenti sentivo narrare qualche episodio della vita dell’Isolotto, ma erano sempre racconti isolati, parziali. Non riuscivo ad avere un quadro completo della storia; dall’insieme di quelle testimonianze avevo la sensazione che mi mancasse sempre qualcosa.

Quando Mira ci informò che stava scrivendo la “narrazione” della sua esperienza vissuta in quella Comunità, ne fui contenta. Compresi ciò che mi mancava: era la voce femminile di chi, di quelle vicende, era stata una protagonista. Non entro nel merito di quelle vicende. Non le ho vissute direttamente e non potrei farlo. Vorrei però mettere in evidenza un aspetto che mi sta a cuore: che la voce delle donne prenda corpo, e assuma una dimensione pubblica, politica. Troppe volte l’esperienza delle donne è caduta nel silenzio, se non nell’oblio.

Mira ha atteso a lungo prima di scrivere: la bloccava il timore di non essere compresa, di essere giudicata, come ha scritto nel suo libro. Solo l’incoraggiamento di alcune amiche, tra le quali la filosofa Luisa Muraro, che le hanno riconosciuto AUTORITÀ, ha fatto cadere le sue esitazioni. Nel libro Mira affronta alcuni nodi cruciali, uno dei quali è il mancato riconoscimento dell’Autorità femminile da parte maschile, ma anche da parte di molte donne che hanno come punto di riferimento il simbolico maschile.

L’incoraggiamento delle amiche l’ha autorizzata a scrivere, aiutandola a superare la soglia del silenzio. Così è venuto alla luce il suo libro, un testo che in un modo o nell’altro riguarda tutte noi, perché parla del rapporto pubblico/privato, di libertà femminile e di simbolico materno, partendo dalla propria verità soggettiva. Scrive Doranna Lupi nel suo bel “Primo Piano” del 16 maggio 2017: «Solo il superamento della dicotomia pubblico/privato ci ha permesso di riconoscere la politicità della vita personale. Tutto questo non sarebbe stato possibile se non fossimo partite dal dare valore alla verità soggettiva femminile. Oggi sono proprio le donne che si sentono parte attiva di questa storica evoluzione, donne che rispondono positivamente, e colgono appieno il senso di rivolta che il testo di Mira ha voluto trasmettere contro la cancellazione dalla storia dell’esperienza femminile».

Facendo appello, aggiungo io, a quel senso di libertà irrinunciabile, che permette di attuare le proprie scelte quando non temiamo i conflitti. Sappiamo che i conflitti fanno paura ma sono occasioni. Sono proprio questi gli aspetti per cui ritengo sia stato importante per tutte noi la pubblicazione del testo di Mira.

Più avanti, sempre nello stesso “Primo Piano”, Doranna ricorda le parole che la filosofa Chiara Zamboni ha pronunciato in occasione del Convegno Gruppi Donne Cdb e altri gruppi del novembre 2016 a Verona: «Siamo noi con la nostra scommessa simbolica a mostrare come il significato di avvenimenti, apparentemente secondari o visionari che ci hanno toccato, hanno un valore che occorre condividere con altri, sia donne che uomini. Si tratta di avere fedeltà nei segni che ci coinvolgono ma, in più, avere fiducia che con le nostre parole rendiamo condivisibile il significato di ciò che ci ha messo in movimento, perché lì c’è una verità implicita. Non importa se a prima vista questo ad altri possa sembrare di poca importanza o se il simbolico dominante non lo veda del tutto o lo consideri marginale o lo interpreti in maniera per noi stridente, inadeguata. Assumere autorità è sentire l’importanza di questo lavoro simbolico».

È da queste parole di Chiara Zamboni che il mio pensiero trova il coraggio di esprimersi pubblicamente. Per troppo tempo le parole di molte donne e i loro vissuti sono rimasti racchiusi «come in un bozzolo di silenzio». È tempo che vedano la luce, dispieghino le ali e prendano il volo, consapevoli dei rischi che il volo comporta, ma consapevoli pure di poter respirare in tal modo profumo di libertà.

(www.cdbitalia.it, sito delle Comunità Cristiane di Base, “Primo Piano”, agosto 2017)

di Franca Fortunato

 

Pubblichiamo un’anticipazione dal numero di settembre-ottobre 2017 della rivista online “Casablanca – Le Siciliane”

 

Giovedì 3 agosto, in uno dei giorni più caldi di questa torrida estate, io e Anna Di Salvo, Carmina Daniele, Giusy Milazzo di Città Felice di Catania e della rete delle Città Vicine – ci raggiungerà Serena Procopio da Catanzaro – ci siamo messe in viaggio verso Riace, noto come il “Paese dell’accoglienza” come troviamo scritto anche sui cartelloni che ci accolgono e ci accompagnano dalla marina su su fino al centro del borgo antico. Ci siamo andate come invitate alla settima edizione del Riaceinfestival (3-6 agosto 2017), dopo che alcune di noi ci sono state l’anno scorso per la prima volta con la mostra itinerante mail-art “Lampedusa porta della vita” (a cura di Anna Di Salvo e Katia Ricci delle Città Vicine e di Rossella Sferlazzo dell’associazione Color Revolution di Lampedusa). Siamo state invitate a presentare il nostro libro L’Europa delle Città Vicine (a cura di Anna Di Salvo, Loredana Aldeghieri e Mirella Clausi, Edizioni Mag 2017) da colei che da sempre è una delle più attive organizzatrici, Chiara Sasso, coordinatrice della Rete dei Comuni Solidali (Recosol), da sempre vicina all’esperienza di Riace, iniziata nel 1996 con l’arrivo di un centinaio di curdi e consolidatasi a partire dal 2001. Arrivate a Riace, la troviamo nella piazzetta ad accoglierci e ci sentiamo subito a casa.

Nei giorni del festival abbiamo goduto del privilegio di vedere come solidarietà e accoglienza nel piccolo borgo medievale siano divenute pratiche quotidiane di civile convivenza tra la popolazione del luogo e le straniere e gli stranieri arrivate/i da lontano dopo tante peripezie e sofferenze. Sono loro che, grazie al sindaco Domenico Lucano e alle donne e agli uomini dell’associazione Città Futura, hanno ridato vita a un borgo che – come tanti in Calabria – sembrava destinato all’abbandono e allo spopolamento. Un’esperienza, quella di Riace, che ha visto il recupero non solo di case abbandonate, per lo più di emigrati, ma anche di antichi mestieri e l’apertura di vecchi laboratori della lavorazione del vetro, della ceramica, della tessitura, del ricamo, delle confetture di marmellata, della produzione di olio nell’ultimo frantoio rimasto. L’arrivo delle bambine e bambini straniere/i ha salvato la scuola elementare e l’asilo. Un’esperienza che negli anni ha fatto da modello a tanti altri Comuni calabresi e italiani, del nord e del sud, come hanno documentato Chiara Sasso e Giovanni Maiolo nel libro Miserie e nobiltà. Viaggio nei progetti di accoglienza (Recosol 2016), presentato al festival, e come ha raccontato il regista Massimo Ferrari nel suo film documentario Dove vanno le nuvole.

Nel borgo, con grande gioia abbiamo visto rivivere antiche pratiche di buon vicinato delle donne calabresi, come sedersi sulla soglia di casa insieme alle amiche a chiacchierare e per cercare un po’ di frescura, oppure svegliarsi al mattino e sentire voci di donne che si salutano e si parlano dalle finestre, o salutare ed essere salutate con un sorriso, da tutti e tutte, mentre camminiamo per strada. È bello, fa bene al cuore, vedere ragazze e ragazzi passeggiare insieme, giocare al biliardino nella piazzetta, sorridere e chiacchierare tra loro con naturalezza e spontaneità, al di là del colore della pelle e della loro provenienza. È emozionante guardare giovani madri con le loro creature vestite all’occidentale ma con acconciature africane o ascoltare il ragazzo che racconta cantando come è arrivato dalla Guinea, dopo aver perso sua madre, morta prima di partire, e suo padre morto durante la traversata del Mediterraneo. Mi incanta una bimba nera bellissima che, con tante treccine e un cappellino in testa, nel piazzale del Comune sta con il fratellino accanto a sua madre, che tiene un passeggino con dentro un’altra creatura piccola, mentre si svolge una manifestazione contro il manipolo di fascisti che il 2 luglio scorso davanti al Comune aveva inscenato una protesta contro le immigrate e gli immigrati.

«Riace, questa è la nostra terra» sta scritto su uno degli striscioni esposti durante la manifestazione, che è stata l’occasione anche per inaugurare un poliambulatorio gratuito, grazie alla generosità e disponibilità di alcuni medici della Locride. L’Anfiteatro e la Mediateca per tutti i quattro giorni del festival si sono animati fino a tarda notte con dibattiti, concerti, spettacoli teatrali, film, cortometraggi, presentazione di libri, testimonianze di lotta contro la mafia in Calabria e in Sicilia e di resistenza nella Terra dei Fuochi e a Taranto.

Il Festival ha reso ben visibile quella che nel libro L’Europa delle Città Vicine, che raccoglie gli atti dell’omonimo convegno tenuto a Roma il 21 febbraio 2016 alla Casa Internazionale delle donne, l’Europa dal volto umano in opposizione all’Europa dal volto feroce, all’Europa senz’anima delle istituzioni e degli Stati europei, compreso quello italiano, che chiudono le frontiere, alzano muri e filo spinato, firmano accordi vergognosi per bloccare le/i migranti nei campi lager libici e respingerle/i al di là del deserto del Sahara – come hanno sottoscritto al vertice di Parigi di fine agosto Italia, Germania, Francia, Spagna con Ciad, Niger e Libia –, il tutto in un clima avvelenato di odio e di razzismo, di criminalizzazione di chi cerca di aiutare e salvare vite umane in mare o in terra, nel Mediterraneo o alle frontiere. Questo clima, dentro cui è maturata anche la violenza inaudita della polizia e il terrorismo di Stato nei confronti anche di bambine/e nei giorni dello sgombero a Roma delle/dei migranti dal palazzo di piazza Indipendenza, rende comprensibile e dà corpo alla preoccupazione espressa al festival dal sindaco Domenico Lucano, che ha parlato di «un’esperienza a rischio» per la messa in discussione da parte del Ministero degli Interni e della Prefettura di Reggio Calabria del sostegno finanziario dei bonus e delle borse lavoro, due pilastri di quella esperienza. I bonus consistono nell’invenzione di una moneta virtuale che consente alle migranti e ai migranti di poter acquistare presso gli esercenti locali, che l’hanno accettata sulla fiducia, per supplire, così, gli storici ritardi dei contributi pubblici. Le borse lavoro, invece, hanno consentito il riavvio del tessuto economico del borgo, dando la possibilità di lavorare a quelle famiglie di richiedenti asilo che intendevano fermarsi a Riace, costruire un futuro e un radicamento.

Nei giorni successivi al festival, la Rete dei Comuni Solidali ha lanciato una petizione, “Io sto con Riace”, con una raccolta firme, per salvare quella che oramai è divenuta un’esperienza conosciuta in tutto il mondo, visti i numerosi premi e riconoscimenti ricevuti. Nel 2008 il regista tedesco Wim Wenders ha girato il corto Il Volo. Per la «capacità di tenere insieme l’antico e il moderno» il sindaco Lucano nel 2010 è stato inserito dal World Mayor Prize fra i 23 finalisti del premio come migliore sindaco del mondo, classificandosi al terzo posto. Nel 2014 Riace è stato presentato sul sito di Al Jazeera, nel 2015 il sindaco è stato premiato dalla Fondazione per la Libertà e i diritti umani e nel 2016, «per il suo impegno in favore degli immigrati e del loro inserimento sociale», sul magazine americano Fortune è stato inserito al quarantesimo posto della classifica dei 50 leader mondiali più influenti. Nello stesso anno due giovani registe italo-francesi Shu Aiello e Catherine Catella, insieme a Serena Gramizzi, hanno prodotto il documentario Un paese di Calabria, visto e discusso in Francia e mai arrivato in Italia in quanto rifiutato da tutti i distributori. Infine, nel 2017 è stata girata una fiction con Beppe Fiorello nei panni di Lucano, che andrà in onda su Rai1 a gennaio 2018.

Tornando al festival, la regista Raffaella Cosentino ha raccontato la Calabria delle donne con il suo lungometraggio Terre impure (premiato dalla Fondazione Gianluca Congiusti), in cui ha ripercorso la parabola amministrativa di Elisabetta Tripodi e Carolina Girasole, la cui esperienza, insieme a quella di Maria Carmela Lanzetta e Annamaria Cardamone, resta una delle pagine più belle della storia delle donne calabresi. Un’esperienza che nonostante tutto – come ho avuto modo di dire durante il festival – non è stata fallimentare, le donne protagoniste non hanno fallito perché tutto quello che hanno fatto, a partire da sé e dal proprio desiderio di esserci per rendere “normale” il proprio paese, nessuno/a può cancellare e prima o poi altre donne, se ne avranno voglia, potranno prenderne il testimone. La Calabria delle donne è stata presente anche con la storia di Annamaria Scarfò – la ragazza di Taurianova che, come ho avuto modo di raccontare su queste pagine (“Casablanca”, luglio-agosto 2012), dopo essere stata violentata per anni ha trovato il coraggio di denunciare, mandare in galera e fare condannare i suoi aguzzini – rappresentata dall’attore Ture Magro con un monologo tratto dal libro Malanova di Anna Maria Scarfò e Cristina Zagaria (Sperling & Kupfer, 2010). Anna Maria, che era presente, nel prendere la parola a fine spettacolo con emozione ha confessato di essere finalmente una donna libera perché si è riappropriata della propria vita, nonostante viva in località protetta.

I giorni del festival ci hanno regalato forti emozioni, con momenti di convivialità serale alla taverna di Donna Rosa, dove volontarie e volontari, venute/i da ogni parte d’Italia, hanno preparato gustosi piatti. Un’esperienza indimenticabile, il festival, una realtà, quella di Riace, da sostenere e difendere per salvare la nostra civiltà e umanità in questo difficile passaggio d’epoca che stiamo attraversando.

(Casablanca – Le Siciliane, settembre-ottobre 2017)