di Clara Jourdan

Edoardo Botteri, in dialogo con la presa di posizione di tre uomini contro la violenza degli uomini sulle donne (Lui non ci sta. Messaggio di un uomo a Umberto Varischio, Pietro Grasso e Paolo Di Paolo, www.libreriadelledonne.it, 12 ottobre 2017), afferma: «Io mi sottraggo volentieri al senso di colpa, perché è un sentimento depressivo che mi opprime e limita il mio agire. La violenza che gli uomini fanno sulle donne non mi fa sentire corresponsabile, bensì responsabile di migliorare le cose». È vero che il senso di colpa fa problema, e non solo è depressivo, può anche essere pericoloso, può portare a odiare le persone che ce lo suscitano quando le abbiamo danneggiate senza volerlo. Pensiamo all’avversione che molti sentono per gli impoveriti del mondo che vengono da noi, verso quella ricchezza che l’Europa nei secoli passati ha loro sottratto e l’Occidente continua a prendersi e noi continuiamo a godere. Forse la parte di misoginia maschile che non dipende dall’invidia della potenza femminile può dipendere dal senso di colpa verso il torto storico del patriarcato sulle donne, i cui effetti continuano al presente e coinvolgono anche gli uomini di buona volontà. Allora è meglio che gli uomini si sottraggano al senso di colpa? No. Purtroppo le cose agiscono comunque nel profondo e il senso di colpa fa male ma serve alla presa di coscienza, ci avvicina alla verità del nostro stare in questo mondo. Dove essere responsabili significa sentirsi corresponsabili, cioè parte della storia che vogliamo cambiare, per poterla cambiare davvero.

Per questo mi è venuto un brivido a leggere la proposta di Edoardo: «Liberiamoci dai sensi di colpa, e non inculchiamone di nuovi in chi non ne ha, soprattutto nei giovani maschi, che non devono chiedere scusa per essere maschi, ma devono sentirsi liberi e forti per poter operare un cambio di civiltà». Io non mi fido di chi ha bisogno di non guardare a fondo dentro di sé per poter essere libero e forte. È troppo fragile. È come gli uomini di una volta, che per comportarsi bene avevano bisogno di essere protetti dalla verità, rassicurati dalle mogli e madri, dalle nostre madri, che al contempo mettevano in guardia noi dalla sessualità maschile. Un doppio registro che si è sgretolato con il femminismo. C’era in esso una complicità femminile con il patriarcato, non so se perché sentita necessaria per evitare mali peggiori o se perché viene naturale voler proteggere dalla verità le persone che amiamo. Comunque sia, non è più proponibile. Che anche gli uomini prendano coscienza della sessualità maschile, in cui si lega amore e violenza, come ricorda Botteri citando Lea Melandri, che non a caso è una donna. Che accettino di interrogarsi sul serio per conoscersi più di quanto li conosciamo noi.

(www.libreriadelledonne.it, 20 ottobre 2017)

di Resistenza Femminista

 

Abbiamo incontrato Rachel per la prima volta a Londra nel 2014 durante la conferenza “Feminism in London”. Da un paio di anni seguivamo il suo blog “The Prostitution Experience” dove scriveva usando lo pseudonimo FreeIrishWoman. La voce forte e libera di FreeIrishWoman che denunciava la violenza che le donne prostituite subivano nell’industria del sesso, facendo a pezzi i miti patriarcali della “prostituta felice”, dell’“escort di lusso” e della prostituzione come lavoro dal guadagno facile e sicuro e sessualmente appagante, adesso aveva un nome e un volto. Quando è uscito il suo libro “Paid For” abbiamo capito che eravamo di fronte a un momento storico decisivo per il movimento femminista abolizionista: Rachel insieme ad altre donne irlandesi fondavano il gruppo di sopravvissute all’industria del sesso SPACE international, gruppo che oggi arriva a comprendere donne provenienti da sette paesi. Le donne prostituite da sempre costrette a subire in silenzio le violenze di sfruttatori e compratori, come era già successo con il gruppo WHISPER (Women Hurt In The System of Prostituition Engaged in Revolt), prendevano parola, erano soggetti politici che denunciavano la violenza subita e chiedevano l’abolizione del sistema prostituente.

Per quelle di noi che sono sopravvissute alla prostituzione si apriva una possibilità di rompere l’isolamento, ritrovare sorelle con cui sembrava impossibile entrare in contatto perché l’industria del sesso, quando non ti uccide, ti costringe all’invisibilità, ti fa credere che tu ti sia cercata o meritata la violenza subita, perché alla fine è stata la tua “scelta”. È il solito trucco patriarcale: incolpare la vittima per far sparire il carnefice. Cancellare l’abuso facendolo diventare “scelta”.

La narrazione dei sostenitori dell’industria del sesso come tutte le narrazioni patriarcali funziona come un mondo alla rovescia dove dominano il paradosso e la mistificazione: gli abusi ripetuti sono “servizi sessuali”, lo sfruttamento sessuale sistematico e violento è “sex work” ovvero “lavoro sessuale”, l’abuso subito nell’industria del sesso è “un diritto umano da tutelare”, gli sfruttatori sono “sex workers”, “lavoratori sessuali”, in quanto “imprenditori” dell’industria del sesso, i bordelli “luoghi di lavoro sicuri”, perché “prostituirsi è sempre meglio che lavorare al McDonald’s”. Se non fosse che, come dice una sopravvissuta citata da Rachel, nel McDonald’s cucini la carne, ma nella prostituzione sei la carne.

Con grande precisione e lucidità Rachel analizza e smaschera le varie tattiche usate da chi tenta di normalizzare e sanitarizzare lo sfruttamento sessuale portando alla luce contraddizioni e falsità: come dice Taina Bien-Aimé, direttrice della Coalition Against Traficking in Women, questo libro è un’arma politica. Allo stesso modo tradurlo nella nostra lingua è un atto politico. Rachel lo dichiara nelle prime pagine: “Stupro a pagamento” non deve essere letto come un memoir, è qualcosa di più di una testimonianza, è un viaggio dall’inferno della violenza verso la luce della presa di coscienza. Dall’annientamento che l’industria del sesso impone ai corpi di servizio delle donne alla parola che rompe il silenzio, nomina la violenza e in questo modo ritrova la libertà di poter scegliere per la propria vita riappropriandosi di quel corpo che nella prostituzione si è state costrette ad abbandonare per resistere.

Rachel ci parla di rinascita e di lotta, di alleanza tra donne da un lato all’altro del mondo che si riconoscono e si sostengono. Il suo attivismo, il suo coraggio sono per noi una fonte d’ispirazione. Ha espresso un desiderio in questo libro: quello di vedere adottato il modello nordico nel suo paese. È successo proprio quest’anno grazie all’impegno costante di tutte le donne di SPACE e altri gruppi di sopravvissute e attiviste femministe nel mondo.

La lotta contro la violenza patriarcale continua come femministe, sopravvissute e precarie per cui la prostituzione esiste sempre come spettro evocato da chi ce la propone come soluzione al precariato, alla disoccupazione, gli stessi che vorrebbero risolvere la crisi economica riaprendo i bordelli e facendo pagare le tasse alle donne schiavizzate. In Germania, ci racconta Rachel, è già successo: alcune donne disoccupate hanno rischiato di perdere l’assegno di disoccupazione perché si rifiutavano di “lavorare” nei bordelli. C’è voluta una sentenza della Corte sociale federale tedesca per chiarire la questione. Tutto questo è accaduto come conseguenza diretta della regolamentazione che sancisce per legge che la prostituzione è un “lavoro” come un altro e come dice la tenutaria Tatiana Ulyanova: “Perché non dovrei cercare lavoratrici tramite il centro dell’impiego quando pago le tasse come tutti gli altri?”.

Ma noi come Rachel vogliamo poter vivere un giorno in un mondo diverso, più equo e giusto dove le ragazze e le donne possano avere “la possibilità di fare alcune di quelle ‛scelte’ di cui il mondo continua tanto a parlarci”.

 

Il libro di Rachel Moran “Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione” pubblicato da Round Robin è adesso in libreria! http://www.roundrobineditrice.it/rred/scheda.aspx?bk=9788898715671/Stupro+a+pagamento/

 

(www.resistenzafemminista.it, 6 giugno 2017)

di Silvia Guerini

Introduzione alla presentazione del libro “Fare un figlio per altri è giusto – Falso!” di Daniela Danna, 13 settembre 2017, Rovereto

 

L’utero in affitto, con la mercificazione della capacità riproduttiva della donna, con la compra-vendita di una bambina, con il diventare imprenditrici di noi stesse, si colloca perfettamente all’interno delle logiche neoliberali di questo sistema che mercifica e che si appropria di ogni dimensione. Questo mio intervento cerca di cogliere la complessità in cui si situano l’utero in affitto e la procreazione medicalmente assistita all’interno del paradigma e dell’operare del sistema tecno-scientifico, soffermandomi sulle tecnologie di riproduzione artificiale: la fecondazione in vitro e la diagnosi pre-impianto.

Gli sviluppi dei processi tecnologici che manipolano il vivente ci pongono su un piano differente, più profondo: non si tratta più solo di mercificazione, di sfruttamento, di gestione e di controllo. Benché tutti questi piani non scompaiano, ci troviamo anche davanti a una pervasività tecnologica totale, che penetra nelle dimensioni vitali, che nel mentre modifica il vivente e la materia – come accade per le modificazioni genetiche e nanotecnologiche – trasforma e crea anche una nuova realtà, una nuova percezione di noi stesse, del nostro essere e stare nel mondo e del mondo attorno a noi. Nello specifico, la riproduzione artificiale è la risignificazione e la conseguente metamorfosi della maternità, della procreazione, e un passo verso la metamorfosi dell’essere umano e dell’intero vivente. Un passo in quel processo che sta artificializzando il mondo: se il vivente diventa altra cosa, sia in seguito ai processi di ingegnerizzazione, sia nella percezione che di esso se ne ha, il vivente sarà totalmente inglobato dal sistema.

Dalla sperimentazione sugli animali, che sia effettuata in un laboratorio di vivisezione o in un allevamento ipermoderno industriale, lo sguardo si sposterà sempre sulle possibili applicazioni sull’uomo, che costituiscono in molti casi il vero scopo della ricerca intrapresa. Individuare l’origine delle tecnologie riproduttive è fondamentale per comprendere che si sono sviluppate per selezionare determinate caratteristiche e successivamente modificarle con l’ingegneria genetica.

La zootecnia è la storia della produzione di corpi docili attraverso la selezione di caratteristiche esteriori fisiche, produttive, comportamentali. Le tecnologie riproduttive hanno affinato tale selezione e, procedendo di pari passo con le acquisizioni nell’ambito della transgenesi e della clonazione, sono stati prodotti i primi animali transgenici per diversi scopi come aumentare la filiazione, diventare resistenti ad alcune patologie, estrarre molecole per la realizzazione di farmaci, xenotrapianti, modelli di ricerca – pensiamo all’oncotopa, topa modificata geneticamente per sviluppare il tumore al seno.

Il primo ricercatore che in Francia ha fabbricato la prima bambina in provetta non a caso si è prima cimentato sugli altri animali, nella fattispecie sulle mucche da latte per aumentare la loro produzione. Ritroviamo gli stessi fautori che si destreggiano nei diversi eppur simili laboratori.

Nella Gestazione Per Altri (GPA) gli ovuli possono essere della stessa donna che affitta l’utero o di un’altra donna. Esistono cliniche con enormi banche di ovuli di venditrici selezionate per le loro caratteristiche. Basta ascoltare le interviste di alcune donne che affittano l’utero alla Biotexcom a Kiev, interviste che si possono trovare sul sito internet della clinica (1), per renderci conto che per queste donne è meglio se gli ovuli provengono da altre donne, al fine di tentare di allontanarsi psicologicamente dalla bambina che nascerà, per tentare di non sentirla come propria: “noi dobbiamo prepararci psicologicamente a non provare un amore materno, […] so che quando li vedrò non mi somiglieranno, avranno i lineamenti di due persone a me estranee e per questo non potranno mancarmi”, spiega una donna in attesa di due figli avuti con ovuli di un’altra.

Se gli ovuli provengono da un’altra donna viene effettuata la fecondazione in vitro (FIV), che presuppone la diagnosi pre-impianto (DPI). Prima di impiantare gli embrioni nell’utero della futura madre che ha fatto ricorso alla Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) o della madre che ha affittato l’utero, vengono praticati dei test genetici su una decina di embrioni, per determinare i probabili tratti e la predisposizione a svariate patologie, al fine di selezionarne “i migliori”.

Nella scelta di questi caratteri resta sospesa una questione: per quanto tempo saranno ammessi degli “scarti”? Chi definisce i caratteri “migliori”, performanti? Ciò che sarà considerato anormale, deviante, non produttivo, non funzionale a questo sistema verrà semplicemente eliminato all’origine. L’eugenetica è imprescindibile da tali tecnologie. Come pensiamo di poter rimanere soggetti attivi in grado di gestire o controllare l’intero processo?

La FIV e la DPI hanno tutte le caratteristiche per diffondersi. Lo sviluppo della genomica, per un’analisi del DNA e un’interpretazione delle sue variazioni sempre più precisa, oggi è cruciale in ogni campo della medicina. Una medicina che sta diventando sempre più genomica, personalizzata e preventiva. Abbiamo già vari test genetici post-natali obbligatori per patologie metaboliche ereditarie (2) e la conseguente schedatura delle/dei neonate/i testate/i, in un secondo tempo il numero di questi test si amplierà a molte altre patologie, o presunte tali. Non sarà necessario che siano obbligatori anche gli interventi di prevenzione, basterà far leva sulla paura.

L’infinita possibilità delle nostre vite viene ridotta alla probabilità di un algoritmo e messa nelle mani di chi deciderà cosa definire normale o patologico in un riduzionismo genetico che rimane tale anche se personalizzato.

La previsione adesso arriva fino all’embrione. Non sono necessari investimenti specifici perché è l’intero settore della genomica che sta crescendo in questa direzione.

Anche per la FIV e la DPI, come tutte le altre tecnologie, per creare accettazione e per promuoverle, si fa leva sulla salute, nello specifico per i problemi di fertilità e per rintracciare patologie genetiche della futura/o nata/o. Ma l’analisi dei dati su chi fa concretamente ricorso alla PMA dimostra che sempre più coppie fertili e senza problemi di trasmissioni di patologie genetiche scelgono la fecondazione in vitro con il solo scopo di fare ricorso alla diagnosi pre-impianto unendovi la possibilità, ad esempio, di selezionare alcune caratteristiche fisiche come il sesso o il colore degli occhi. Questo è quanto avviene per ora negli Stati Uniti, ma è una tendenza significativa della direzione che sta prendendo.

Verrà creato e alimentato il desiderio di dare alla figlia che nascerà un’eredità genetica migliore di quella che potrebbero fornire i propri stessi gameti. Con la nuova tecnologia di ingegneria genetica CRISPR/CAS 9 è possibile praticare la correzione del genoma – l’editing del genoma – in modo più economico, rapido e preciso. Questa tecnologia si sta sviluppando per la modificazione di vegetali, di animali da allevamento e da laboratorio, per le terapie geniche, con un’attenzione particolare verso il potenziale uso per creare modificazioni nella linea germinale umana. Gli esperimenti vengono effettuati su embrioni scartati dalle cliniche di fecondazione assistita.

Tutto ciò che serve per la selezione umana è già presente o in fase di ulteriore affinamento o in fase di ricerca: l’estrazione degli ovuli, essere in grado di fecondarli e trapiantarli, la crioconservazione degli embrioni, i software per analizzare e comparare i risultati della sequenza genetica, nuove tecnologie di ingegneria genetica e le ricerche su cellule staminali per trasformarle in gameti.

Allo stato attuale, non si effettuano ancora manipolazioni genetiche al momento delle diagnosi pre-impianto, ma l’idea della fabbricazione della “bambina/o perfetta/o” sottende il mito dell’uomo perfetto, dell’uomo potenziato del transumanesimo.

Nel corpo delle donne avverrà una sperimentazione biotecnologica con conseguenze per le future generazioni. Le manipolazioni genetiche, così come le modificazioni della linea germinale, hanno conseguenze irreversibili. Forse si pensa che non si arriverà mai a tanto, che le manipolazioni genetiche si fermeranno alle monocolture agricole. Ma tutto ciò che è possibile fare tecnicamente verrà fatto socialmente e non esiste nuvola etica che possa impedirlo. E se anche non sarà possibile farlo tecnicamente, nel mentre avremo interiorizzato una precisa idea di vivente, un vivente imperfetto da modificare e migliorare.

Non sarà un dittatore visionario che imporrà l’eugenismo, ma progressisti democratici stanno aprendo la strada a una genetica liberale. Una volta che la procreazione medicalmente assistita sarà estesa a tutte e tutti si entrerà in un circuito in cui, in nome della libertà di scelta, si creerà un contesto in cui non si potrà fare altrimenti. In un domani non troppo lontano sarà definito prima irresponsabile e poi criminale mettere al mondo figlie/i senza ricorrere alle tecnologie di riproduzione artificiale garantite e gestite da un apparato medico e tecnologico.

Tanto più sono profonde e irreversibili le conseguenze di queste tecnologie, tanto più la nostra lotta dovrebbe essere radicale e dovrebbe andare in profondità, con la consapevolezza che nel nuovo mondo che si va costruendo, o de-costruendo, avremo sempre più a che fare con chimere e con figlie/i che, anche se resteranno tali, diventeranno dello Stato e del capitale tecno-industriale che ne rivendicherà la gestazione nel proprio grembo, il laboratorio, e il successivo controllo e gestione.

Stiamo consegnando nelle mani di tecno-scienziati, biotecnologi, cliniche della riproduzione la dimensione procreativa, quanto dobbiamo aspettare prima che i colossi come Bayer-Monsanto puntino su questo settore?

Le conseguenze vanno ben oltre la procreazione, così come per gli Ogm o le particelle nanotecnologiche rilasciati nell’ambiente le conseguenze vanno oltre la pur gravissima nocività per la salute e per l’ecosistema. Ci troviamo davanti a una nocività sistemica, l’intera società viene ristrutturata. Possiamo immaginare queste tecnologie come dei nodi in cui si intrecciano varie dimensioni creando una rete in cui si sviluppa il sistema tecno-scientifico, in cui si sta progettando e costruendo un mondo sempre più informatizzato, ingegnerizzato, nanotecnologico e artificiale.

 

  1. http://www.uteroinaffitto.com/dossier-di-rai-2-maternita-surrogata-presso-biotexcom/
  2. Legge 19 agosto 2016, n.167 Disposizioni in materia di accertamenti diagnostici neonatali obbligatori per la prevenzione e la cura delle malattie metaboliche ereditarie.

 

(www.resistenzealnanomondo.org, settembre 2017)

di Anna Lombardi

Il caso Weinstein ha riportato al centro dell’attenzione il tema della violenza sulle donne, dei silenzi e della difficoltà di denuncia che caratterizzano ancora la società in modo trasversale. La scrittrice americana affronta la questione femminile e dei diritti


“No, le molestie non sono solo questione di sesso. Il sesso è una delle tante forme usate per sottomettere le donne”. Rebecca Solnit, 56 anni, con i suoi scritti ha esplorato gli aspetti più diversi della realtà: dal modo in cui camminano i potenti in Storia del camminare fino a Un paradiso all’inferno su come reagiamo ai disastri. Solnit, però, è anche l’autrice femminista di saggi come Gli uomini mi spiegano le cose, appena pubblicato in Italia: dove affronta il fenomeno del ” mansplaining”, paternalistico modo di mettere a tacere le donne. Prende spunto da un episodio reale: quando a un party qualcuno cercò di spiegarle l’importanza di un libro da lei scritto, non credendo che l’autrice potesse davvero essere la donna che aveva davanti. Riscoperto in America dopo la vittoria di Donald Trump, da noi arriva nel pieno dello scandalo legato al produttore Harvey Weinstein.

Il suo libro è sempre attuale: ogni volta, purtroppo, in modo nuovo.
“Quando si parla di violenze sulle donne, se ne parla sempre come di fatti isolati. Ma basta sfogliare i giornali per capire che non è così. Non ci sono solo le attrici: ricercatrici denunciano i professori, infermiere i medici, soldatesse i commilitoni. Le molestie sessuali mettono tutte sullo stesso piano. Ognuna ha una sua storia: che è sempre la stessa storia. Altro che casi unici: la violenza sulle donne è un’epidemia, frutto di una cultura radicata. Per questo è fondamentale creare anticorpi nella società”.

Oggi tante denunciano. Dopo decenni di silenzio…
“La cultura dominante considera la parola delle donne meno credibile di quella degli uomini. Immaginano le cose, si dice. Sono vendicative. Per questo tante hanno taciuto così a lungo. Ora le cose stanno cambiando. Ad Hollywood, nella Silicon Valley, negli uffici, gli uomini si dicono: non possiamo continuare così. Lo stesso le donne: non possiamo più restare in silenzio”.

Non trova che le donne hanno una parte di responsabilità nell’aver accettato un modello culturale sbagliato così a lungo?
“È qualcosa su cui sto riflettendo, forse sarà il tema di un nuovo saggio. Sì, siamo tutte cortigiane. E non perché ci piaccia ma perché ci hanno inculcato che gli uomini vanno compiaciuti e rassicurati: sempre. Poche, compresa me, sfuggono”.

Si può cambiare?
“Certo. Quando sono nata io, nel 1961, le donne erano prive di diritti basilari e in tanti casi il matrimonio era una relazione serva- padrone, dove i mariti controllavano soldi e figli, le violenze domestiche erano cose private. Dobbiamo guardare al cambiamento, considerarlo nel lasso di tempo giusto. Poi, il nostro è il migliore dei mondi possibile? No. È migliore di quello che era? Sì”.

È ottimista?
“No. Ma ho speranza. Quella che mi spinge a scrivere per ricordare alla gente che agendo si cambiano le cose. Tutte queste donne che alzano la testa, questa solidarietà nuova: servirà a non tornare indietro. Perché sia chiaro: gli Harvey Weinstein sapevano cosa facevano, forti della capacità di colpire chi si ribellava. Tante hanno taciuto? Dal mio punto di vista hanno semplicemente resistito in ” surviving mode”, modalità di sopravvivenza. Per prevenire ciò che gli sarebbe costato troppo dolore: il linciaggio di quel mondo, dei giornali, di Twitter. Ora qualcosa si è rotto. E non ho dubbi: avrà conseguenze”.

Cosa intende?
“Quel che accade è parte di una rivoluzione femminista che sta mettendo in crisi il principio millenario che quel che vogliono gli uomini conta più di quel che vogliono le donne. Diciamocelo chiaro: sarebbe stato bello che una volta introdotta l’idea radicale che le donne sono persone con diritti inalienabili tutti avessero concordato e avremmo potuto occuparci d’altro. Invece le donne hanno continuato a sprecare energie nello sforzo di imporsi o di evitare ambiguità e molestie. E chissà quante scoperte, romanzi, inchieste giornalistiche abbiamo perso per questo motivo”.

Parla di rivoluzione femminista: ma non la colpisce che il maschilismo non ha colore politico? Weinstein, per esempio, è un democratico.
“Gli uomini di sinistra dovrebbero essere più femministi? Certo. E senz’altro molti si riconoscono in un sistema di valori che rispetta le donne. Per altri i “privilegi maschili” restano il valore più forte. È come il razzismo. Quanti, fra coloro che si proclama antirazzisti, poi non vogliono mettere in discussione i “privilegi dei bianchi”?”.

Si dice che anche Hillary Clinton sapeva. E ha taciuto.
“In America ormai è tutta colpa di Hillary Clinton. Chissà perché, si affibbia sempre alle donne la responsabilità dei comportamenti sbagliati degli uomini”.

Prossimo passo?
“È quello che le donne stanno già facendo. Tutto questo parlare: è già agire”.

(Repubblica, 19 ottobre 2017)

di María-Milagros Rivera Garretas

Nel 1938, durante la Guerra Civile spagnola, mentre andava in Francia verso l’esilio, morì il padre di María Zambrano in un appartamento che aveva allora la II Repubblica a Barcellona nella avenida Diagonal 600, dove oggi c’è la Plaza Macià. Cinquant’anni dopo, María Zambrano ricordava quei tempi tremendi in un’intervista a Pilar Trenas nel 1988: «Sì, persi mio padre, persi la patria, ma mi rimase la madre, la matria, la sorella, i fratelli. Mi rimase tutto, e perfino mio padre, che sentii che veniva con noi. Però che gioia, padre, che tu non debba soffrire le vicissitudini dell’esilio!» (traduzione italiana in Per amore del mondo 3, 2005, www.diotimafilosofe.it).

Che ne è stato della matria? Che ne è stato della casa comune della madre? La matria non ha territorio, né eserciti, né frontiere, né rapporti di forza come motore della storia. Ha sentire, relazioni, lingua materna, amore, larghezza, vita, apertura, sorellanza e fratellanza. È la politica previa e contigua alla polis; è la vera politica.

La matria è stata sopraffatta dalla patria. Patria viene da “pater”, padre. Il padre ha tolto alla madre (“mater”) la nazione, il luogo domestico (da “domus”, casa) e il meraviglioso fatto della nascita, il primo e principale fatto storico che vive e di cui è protagonista ogni essere umano: la propria nascita. E lo ha degradato, come fanno tutti gli -ismi. La nascita da madre è degenerata in nazionalismo. La preziosa matria che è stata la civiltà occitana medievale, quella della lingua d’Oc, che diceva “sì” con la parola “oc” (dal “hoc” latino, “questo”, “è questo”) venne distrutta ai primi del secolo XIII da una crociata patriarcale. È diventata allora il fantasma ricorrente di una perduta civiltà mediterranea femminile, spirituale e poetica, fantasma che continua a ossessionare, e a ragione, la nostra memoria, chiedendo riscatto e redenzione.

Nel nazionalismo ci sono molte donne, anche femministe. Molte anziane, nate durante la dittatura franchista, e molte giovani, educate sotto il principio patriarcale dell’uguaglianza o unità dei sessi. Tra le più significative si osserva disperazione e furia. Sarà per la perdita della matria? Nella patria non c’è libertà femminile; c’è omologazione con la libertà maschile, alienazione, esilio. Nella patria, la donna non è adorata ma sedotta e temuta, perché può rendersi conto dell’orrendo delitto commesso contro di lei e vendicarsi. Da lì la furia delle nazionaliste più potenti, che si sbagliano di nemico? Perché a cosa serve a una donna libera cambiare una patria con un’altra? «Come donna, non ho patria…» scrisse Virginia Woolf.

«La donna mai adorata si trasforma in nemesi, in Giustizia, che taglia la vita degli uomini», avvertì María Zambrano nel libro L’uomo e il divino.

Recuperiamo la matria. Aiuta la politica delle donne, che è pratica delle relazioni, e, in essa, aiuta molto la politica del simbolico, quella del senso della vita e delle relazioni (Lia Cigarini). Non aiuta la violenza, che non è nemmeno politica benché la si chiami così.

(Duoda, 13 ottobre 2017. Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan, www.libreriadelledonne.it, 19 ottobre 2017. Per l’originale vai a http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/1/200/)

di Paolo Di Paolo

Buongiorno, ho letto con interesse l’articolo di Botteri; una piccola precisazione. Scrive Botteri: «Di Paolo suggerisce che anche l’uomo più mansueto fa violenza sulle donne». No, non ho mai scritto né pensato questo. Ho invitato da essere umano di sesso maschile i miei simili a ragionare su eventuali episodi di violenza, anche solo psicologica, anche solo una voce alzata troppo. Non è esattamente la stessa cosa. 

Grazie mille.

(www.libreriadelledonne.it, 19 ottobre 2017)

A proposito del rapporto duale, di affidamento (di fiducia, di amicizia) che dà forza al desiderio femminile.

di Cristina Lacava

Magari non è necessario rinunciare a un rene per mostrare l’affetto a un’amica. Eppure la generosità di Francia Raisa, che ha donato il suo organo a Selena Gomez, ha colpito nel segno; la foto delle due ragazze in ospedale ha superato su Instagram i 9 milioni di like. E ora che è tornata a una vita normale, Francia mostra con orgoglio le cicatrici, e scrive di  essere grata a Dio per averle permesso di fare qualcosa che ha salvato una vita e cambiato la sua.
L’amicizia femminile è solidarietà, comprensione, presenza: quando Valeria Bruni Tedeschi ha vinto il David di Donatello per Il capitale umanoha ringraziato Valeria Golino, che la “sopportava”. Ma può anche lasciare cicatrici. Pensiamo alla relazione d’affetto, dolore e gelosia tra Elena e Lila in L’amica geniale, il bestseller mondiale di Elena Ferrante che ora  diventa una serie tv, diretta da Saverio Costanzo e prodotta da Hbo e Rai: le riprese della prima stagione (ne sono previste 4, come i libri), che vedremo l’anno prossimo, sono iniziate e alla sceneggiatura ha collaborato anche l’autrice.
Tra slanci e contraddizioni, il bello è che non esistono modelli perché, sottolinea la psicologia e scrittrice Silvia Vegetti Finzi (il suo ultimo libro è L’ospite più atteso, Einaudi), l’amicizia femminile è recente. «Non è mai stata contemplata, a differenza di quella maschile. Fino agli anni Cinquanta, le donne avevano solo rapporti di parentela o vicinanza».

Alessandra Appiano ha scandagliato il tema in 8 romanzi: nell’ultimo, Ti meriti un amore (Cairo editore), due ex compagne
d’università, Cinzia ed Emma, si rivedono dopo anni, in un momento drammatico (parte da un fatto di cronaca). «Mia madre e mia nonna non uscivano da sole con le amiche. Per me è normale» conferma la scrittrice. «Certo la quotidianità non è zucchero e miele, succede che ci si allontani, ma ci si riavvicina. Non è vero che quando si rompe è la guerra, questo succede solo tra teenager».
In un altro romanzo italiano appena uscito, Ci vediamo un giorno di questi, di Federica Bosco (Garzanti), il tema ritorna prepotente. Le protagoniste  Caterina e Ludovica, molto diverse, si sentono sorelle, si proteggono e si aiutano: «L’amicizia vera non è da grandi numeri; è trovare tempo per te anche se per me oggi è una giornataccia» sostiene l’autrice. «Devi dare ascolto, dedicarti. Come per un amore». Non potrebbe essere più d’accordo Drew Barrymore, che a proposito del suo rapporto con Cameron Diaz ha scritto: «Dobbiamo dedicare qualche momento delle nostre impegnatissime vite alle persone che amiamo. Uscire con la tua migliore amica ti fa sentire una persona intera» (ricordate “tu sei la mia persona” di Cristina a Meredith in Grey’s Anatomy?).

Solo noi donne sappiamo superare grandi prove (quanti uomini farebbero come Francia?). Eppure, siamo le prime a soccombere agli stereotipi. «Il peggiore: che gli uomini sanno fare amicizia mentre noi siamo in competizione. Ma non è  vero » smentisce Alessandra Appiano. «Anzi, siamo più portate alle relazioni disinteressate perché non le mediamo con il potere. Quando ero autrice di Passaparola non vedevo letterine farsi la guerra».
Non ne vuole sapere di luoghi comuni Silvia Vegetti Finzi. A suo parere, le relazioni si evolvono: «Nell’adolescenza, i rapporti tra ragazzine sono di coppia, e basati sull’essere; quelli maschili sono nel gruppo, e puntano sul fare. Ma quando cresciamo e non ci sentiamo più al centro del mondo, anche noi ci avviciniamo se c’è un progetto comune». Ed ecco i gruppi delle mamme, le vicine di casa, le compagne di palestra. «In questa fase l’amicizia femminile si avvicina a quella maschile, diventa meno legata all’io». Ma il meglio arriva poi: «Nella maturità, mentre gli uomini si rinchiudono in se stessi, le donne incrementano le relazioni con le amiche, che tornano a essere centrate sull’essere». È l’amicizia il miglior antiage.

(www.iodonna.it, 16 ottobre 2017)

di Paola Mammani

Nell’introduzione all’edizione del 1990 di Flying, In volo, Kate Millett scrive:

«…C’è un’intera generazione di giovani donne nelle cui mani voglio affidare questo libro…». E più avanti: «In effetti, In volo ha segnato il momento più divertente della mia attività di scrittrice – questo libro è la mia gioventù: trentacinquenne non avevo ancora scritto col mio registro. La politica del sesso era stata una tesi di dottorato, redatta con un linguaggio ufficiale e asettico, così da accattivarmi una commissione formata da professori di Letteratura inglese…».

Non ho notizia di come le giovani statunitensi degli anni ’90 del secolo scorso abbiano accolto la nuova edizione di Flying, il fitto racconto di anni ribollenti di ricerca, di sperimentazione di nuovi rapporti, di convivenze, di amori coniugali ed extraconiugali, etero e omosessuali. So che in Italia molte donne negli anni settanta e nei decenni successivi hanno letto voracemente le molte centinaia di pagine di quel testo, alla ricerca di esperienze, di parole per mettere in forma un nuovo modo di essere donna.

Forse ancora più numerose, però, furono quelle rimaste avvinte da Sexual Politics, La politica del sesso, trattenute da quel linguaggio solo apparentemente ufficiale e asettico che sembra invece imbrigliare a stento una forza quasi incontenibile e una dissacrante ironia.

È Millett che squaderna l’universo mondo e chiama a raccolta tutto quanto ha capito, tutto quanto ha studiato per dare forza e tenuta a ciò che ha “visto” bene, accuratamente e fino in fondo: il dominio del patriarcato sulle donne, sul loro corpo, sulla loro sessualità, sulla loro capacità riproduttiva.

Convoca tutte e tutti quelli che conosce, da Hannah Arendt a Virginia Woolf, a Charlotte Brontë, a Margaret Mead e Melanie Klein, e poi John Stuart Mill, Marx, Engels, Freud, Bachofen, Malinowski e decine d’altri, evocati dal passato più lontano fino ai suoi contemporanei, per portarli a testimoniare a suo favore o per metterli alla gogna.

Vuole mostrare minutamente e poderosamente gli effetti di oppressione, di schiacciamento, di proterva prevaricazione sessuale e culturale che il patriarcato esercita sulle donne, infilzando ad una ad una le categorie della classe, della razza, della minoranza oppressa, eccetera, a dimostrazione che al fondo e prima di tutto è in gioco il potere dell’uomo sulla donna.

Non è possibile dare l’idea, in breve, dell’enorme quantità di piani, di tematiche, di scenari storici che Millett affronta nel suo immenso affresco. Né pare rilevante annotare se e quando alcune sue interpretazioni appaiono forzate o parziali, perfino fuorvianti. È forse il caso di alcuni giudizi sulla psicoanalisi, sul ruolo della famiglia o della funzione materna.

Quel che è certo è che il suo testo ha rappresentato per moltissime donne una potente chiamata alla lotta, una grande spinta a sottrarsi al dominio maschile, l’innesco di un’esplosiva consapevolezza che il personale è politico, e ha determinato per molte una convinta adesione al movimento delle donne, ai temi che alcune chiamarono della liberazione sessuale.

Per molte è passata di lì la strada che ha portato poi ad intendere il valore della libertà, a saper ascoltare la voce di quelle che già avevano colto il senso della grandezza femminile, da sempre mai del tutto cancellata dalla storia.

In Italia La politica del sesso, il frutto pieno del pensiero e dello studio di una donna, non è disponibile sul mercato librario. È una mancanza che oggi si avverte più viva. Una riedizione de La politica del sesso potrebbe essere un degno atto di omaggio a Kate Millett, che è morta a Parigi lo scorso settembre, all’età di 83 anni.

(www.libreriadelledonne.it, 13 ottobre 2017)

di Luisa Muraro

La giornalista Ester Palma ha dato ampia notizia di un discorso fatto dal papa il 5 ottobre all’assemblea generale della Pontificia accademia per la vita. Ha fatto bene, si tratta infatti di un discorso notevolissimo che porta Bergoglio ai primi posti nella storica graduatoria degli amici delle donne. Nessuna se l’aspettava. Dirò tre punti salienti del discorso, punti non annegati in un mare di parole già dette. Al contrario, sono l’ossatura del discorso. Dirò infine il problema che secondo me resta aperto.

L’autore del discorso non usa la parola “coscienza evolutiva” ma ha chiara l’idea che siamo in un passaggio importante, un vero e proprio salto, nella consapevolezza umana di quello che è la vita. Elenca le circostanze di questo passaggio, specialmente quelle che lo rendono altamente rischioso. Non parla contro “la potenza delle biotecnologie”, ma segnala l’esistenza di un materialismo tecnocratico che ci può portare fuori strada.

Secondo punto. Ci sono due bersagli polemici più nettamente indicati. Uno è il narcisismo, che il papa chiama egolatria (culto dell’ego), con l’aggiunta mia che questa è una piega e piaga molto più maschile che femminile. L’altro bersaglio è la convinzione che neutralizzando la differenza sessuale si possa correggere le ingiustizie storiche contro le donne. Il papa indica l’alternativa in termini a me (e a una parte delle femministe) chiarissimi, ma buoni per tutte e tutti: “Un nuovo inizio dev’essere scritto nell’ethos dei popoli, e questo può farlo una rinnovata cultura dell’identità e della differenza”.

L’autore sa, terzo punto, che il nuovo inizio si deve alla rivoluzione femminista. Parla di rivoluzione e non usa la seconda parola, che però sottende la parte centrale del discorso, quella che ha attirato l’attenzione della giornalista. Comincia con l’alleanza dell’uomo e della donna, per dire che “va ben oltre il matrimonio e la famiglia”. Da sottolineare. Si tratta, dice il testo, di una vera e propria rivoluzione culturale che sta all’orizzonte della storia di questo tempo. Meglio di così non si poteva dire. Questa alleanza è chiamata “a prendere nelle sue mani la regia dell’intera società”: donne e uomini portano la responsabilità del mondo in politica, nella cultura, nel lavoro e nell’economia. La radicalità di questa visione detta le parole di critica al femminismo della parità (“non si tratta di pari opportunità o di riconoscimento reciproco”), e quelle che invitano la Chiesa cattolica a riconoscere onestamente i suoi ritardi e le sue mancanze.

Una domanda s’impone: eliminato il confinamento domestico delle donne e la loro subordinazione agli uomini, aperta la strada al senso libero della differenza sessuale, scartata la deprimente utopia del neutro, quali sono le nuove poste in gioco nei rapporti tra i sessi?

È la questione che apro: la sessuazione della vita, per cui questa si riproduce con l’incontro di due viventi tra loro differenti, quando arriva fino a noi esseri umani, crea squilibrio, un fecondo e ineliminabile squilibrio. E questo per una ragione leggibile nella storia umana. E cioè che l’uomo sa, vuole e mira a fare uno (Fare Uno è il titolo di un bel saggio sulla mistica al maschile) mentre le donne sanno farsi due nel corpo come nell’anima. Bisogna cominciare a dire qualcosa di concreto su questo punto; la differenza si salva accettando lo squilibrio della dissimmetria.

(www.libreriadelledonne, 13 ottobre 2017)

Una famiglia” film di Sebastiano Riso

di Stefania Giannotti e Rosaria Guacci

Un corpo di donna infelice e gravido di figli da vendere. Una donna bellissima abissalmente sola, subordinata, incapace di tutto, debole, uno scarto. Un maschio da horror. Un ginecologo affermato, insospettabile, ma corrotto. Una coppia di gay come acquirenti. Una coppia etero che ha già acquistato sullo sfondo. Un parto in un sottoscala, in piedi, da sola con cordone ombelicale e tutto. Forbici sporche di sangue. Cassonetti capienti. Sul finire una giovane che seguirà la sorte della prima. Abissalmente sola, subordinata, incapace di tutto, debole, uno scarto. Come la prima. Basta? Ah sì: tutto questo ambientato a Roma, la capitale. Proprio in Italia dove per legge “mater semper certa est”.

Nella sala del Centrale di via Torino a vedere “Una famiglia” di Sebastiano Riso siamo in sei spettatori. E tra questi noi due: Stefania e Rosaria.

Dopo, davanti alla pizza mezza Margherita e mezza Marinara, ci chiediamo “che cosa viene messo in scena?”

Una famiglia” è un film che ha coraggio ma non funziona. Ci dispiace dirlo: proprio noi due che come altre siamo contrarie senza mezzi termini alla compravendita di creature umane, alias Gpa.

Ravvisiamo che questa rappresentazione violenta dell’uso del corpo femminile, finisce con l’infierire sulle vittime stesse e costituire un’ulteriore violenza. Nulla ha a che vedere con la lotta per la libertà femminile.

Questo non è un bel film: ne escono male donne, uomini, relazione eterosessuale e omosessuale… tutti. E’ un insulto all’intera umanità e le prime a rimetterci sono proprio le donne; tutte, personagge secondarie comprese. Non c’è scampo né speranza per nessuno.

Possiamo capirne le buone intenzioni, pronunciarsi contro la Gpa e raggiungere un vasto pubblico, ma una scena così morbosa, un dolore così manipolato non può che respingere.

Sebastiano Riso, giovane regista gay, ha preso un sacco di botte da due machi che le darebbero forse anche a donne, poveri inermi, bambine/i e siamo sinceramente solidali con lui.

La deputata Cirinnà, che ha accusato il regista di omofobia, fa il suo giochetto politico e lo fa male (non è la prima volta). A noi sembra umanofobia.

Aspettiamo Riso al suo prossimo film: che sia migliore di questo!

(www.libreriadelledonne.it. 12 ottobre 2017)

di Daniela Danna

Sabato 7 ottobre ho partecipato a Chakra, una trasmissione a favore della Gpa. Non sapevo di essere l’unica voce contraria perché ad esempio la conduttrice non si era mai espressa del tutto a favore. Non sapevo che sarei stata continuamente interrotta, di persona dalla conduttrice o da filmati a senso unico che mostravano la felicità di una committente («Li ho partoriti io!» ha affermato senza vergogna) e delle lavoratrici che non si sentono schiave, però operaie della gravidanza lo sono. Non sapevo che Nichi Vendola, con il quale è stato deciso non da me di evitare qualunque contatto, sarebbe rimasto gradito ospite fino alla fine della trasmissione, tra sorrisi compiacenti e abbassamento di qualunque decenza nell’accettare sue peculiari espressioni quali «l’ovulo donato». Signor Vendola, a quanto ammonta il suo contro-dono in denaro alla “donatrice”? E perché progettare un figlio dall’origine frammentata, pagando poi la madre perché glielo consegni?

Molte amiche mi hanno chiesto come ho fatto a rimanere calma. Il fatto è che Michela Murgia mi è simpatica. Di più, ho stima di Michela Murgia. Ha scritto un libro bellissimo, Il mondo deve sapere, dove la protagonista che lavora alle televendite alle casalinghe del Kirby, macchina infernale aspira soldi prima ancora che aspirapolvere, pensa questo del suo capo: «Sarà difficile accompagnarlo al concetto che ci sono cose che non si fanno per soldi a questo mondo». E stava parlando della vendita di un elettrodomestico. I capi erano esperti di manipolazione emotiva sui loro sottoposti nonché sulle vittime della televendita. La vendita e l’organizzazione della stessa per un neonato non sono molto diverse. La pressione psicologica sulle fornitrici è addirittura formalizzata nelle sedute con la psicologa cui si devono sottoporre (nei paesi ricchi ovviamente – in quelli poveri sono dei contenitori e basta).

La retorica dei fautori dell’introduzione di questo commercio chiamato Gpa vede tutte le donne partecipi come volontarie e felici, ma ci sono tantissimi casi di dispute legali, e sono solo la punta dell’iceberg delle esperienze negative che fanno le donne chiamate, con violenza simbolica, “portatrici”: «Se te ne vai, non è perché ti dissoci e questo mondo ti fa schifo. No, ovviamente è perché non sei all’altezza del ruolo|. La frase è della protagonista de Il mondo deve sapere, ma anche alla portatrice che non ce la fa si dice (e lo scrivono le Famiglie Arcobaleno) che è colpa sua, non doveva firmare il contratto, ormai è troppo tardi: consegna il bambino! «Le scienze umane della psicologia sociale in mano a questa gente sono armi di distruzione di massa», scrive ancora Murgia a proposito del Kirby, che sempre più assomiglia alla Gpa: «Ci si convince che quello che si sta facendo non è una stronzata poco chiara, ma una cosa degna, che fa di noi delle persone con un ruolo nella società che è quello dei buoni, degli utili, dei positivi». Ci vuole molta autosuggestionabilità, una dote richiesta ai venditori del Kirby, anche per partorire, dire di non essere madre e consegnare ad altri una neonata. Ma in fondo non fanno che ripetere quello che dicono le leggi dei loro paesi: loro non sono assolutamente le madri dal punto di vista legale.

Il mercato della filiazione ha bisogno di regole per esistere. Una volta introdotta la validità del contratto in cui si compravende in astratto la filiazione (ma in concreto il neonato), le leggi poi non sono così tanto diverse da un paese all’altro come Murgia ritiene. Sapete qual è la differenza tra Gpa “commerciale” e “altruistica”? Quella tra la zuppa e il pan bagnato. Nel primo caso si può pagare qualunque somma alla madre retribuita, nel secondo solo “rimborsi spese”, “mancati guadagni”, risarcimenti per il danno biologico che subisce facendo una gravidanza senza nemmeno poi godere della presenza del bambino. Ci sono donne che ne sono morte, in India e negli Usa, perché di gravidanza e parto si può morire anche se è per altri.

In un altro libro, L’ho uccisa perché l’amavo (Falso!) che Murgia ha scritto con Loredana Lipperini, le autrici si interrogano sul significato stravolto che nei femminicidi si vuole dare a parole come amore, passione, violenza. Anche nella Gpa “amore” diventa la separazione tra madre e figlia, e la violenza di strappare i figli alle madri che vogliono recedere dal contratto è cancellata e negata. In Inghilterra i tribunali hanno separato una madre dalla figlia di 15 mesi “promessa ad altri”. I committenti diventano i padroni delle donne, e nessuno di loro pensa davvero che il bambino che attendono abbia invece, almeno prioritariamente, il diritto di proseguire la sua relazione con la madre. La gravidanza termina nella maternità, e la maternità deve essere autodeterminata, non eterodeterminata per denaro. Come è possibile volere mettere al mondo bambini che non sono desiderati dalle loro madri? Madre non è “colei che accetta di esserlo”, come ha scritto Murgia sull’Espresso, ma ogni donna che materialmente ha fatto un bambino. Anche nelle adozioni ci sono madri naturali, senza le quali le madri adottive non potrebbero esistere. Le donne possono benissimo scegliere di non essere madri: basta che non rimangano incinte o non portino a termine una gravidanza non desiderata. Di più nei miei due lavori in libreria: Fare un figlio per altri è giusto(Falso!) (Laterza 2017) e Maternità. Surrogata?(Asterios 2017), perché la questione della maternità e di come la viviamo e definiamo merita davvero ulteriori approfondimenti, da dibattere con pacatezza ma anche conoscenza.

(27esima.corriere.it, 12 ottobre 2017)

DANIELA DANNA SARÀ OSPITE DELLA LIBRERIA DELLE DONNE PER L’APERTURA DEL BOOK CITY, ALLE ORE 18 DEL 16 NOVEMBRE 2017, tema dell’incontro Dare alla luceFemminismo e maternità

di Sara Pero

SE IN AMORE vince chi fugge, in chirurgia vince chi riesce a instaurare un dialogo con il proprio paziente e a fare squadra con i colleghi. Una prerogativa maggiormente femminile, almeno a detta di chi è stato sotto i bisturi. A sostenerlo uno studio, condotto sulla provincia più popolosa del Canada, l’Ontario, e pubblicato sul British Medical Journal, che analizza i risultati post-operatori differenziandoli in base al sesso del medico. In sala operatoria il chirurgo è donna, nella fase della ripresa i pazienti se la caverebbe meglio.

Risultati. La ricerca, ricordano gli scienziati, non aveva come obiettivo di stabilire se in sala operatoria siano più bravi gli uomini o le donne, ma di seguire tutto l’iter che va dalla pre ospedalizzazione fino alle dimissioni. Dai dati è emerso che i pazienti di chirurghi femminili avevano meno probabilità di morire o di avere complicanze entro 30 giorni dall’intervento rispetto a quelli di chirurghi maschi. Differenza di genere? Quando si tratta di attenersi alle linee guida nel trattamento dei pazienti e al modo di approcciarsi a loro, sì: le donne col camice tendono a creare un dialogo maggiore con il proprio paziente, avendo inoltre un quadro clinico più completo.

“Se davvero crediamo che le differenze riscontrate tra i chirurghi in base al sesso di appartenenza siano vere, allora dobbiamo indagare maggiormente sui fattori alla base di queste differenze – sostiene Raj Satkunasivam, autore dello studio e assistente universitario di urologia presso lo Houston Methodist Hospital -. Una volta capiti, potremmo potenzialmente applicarli per addestrare meglio i chirurghi e inserire queste qualità in tutti loro per migliorare i risultati”. Il sesso, infatti, non dovrebbe essere un fattore decisionale del paziente per l’intervento chirurgico: “Si dovrebbe scegliere un chirurgo basandosi sul rapporto che si ha con lui o lei e su cosa consiglia il medico di famiglia”.

Studio. Condotto su un campione di oltre 104mila persone, lo studio si basa su un’analisi retrospettiva che va dal 2007 al 2015. Il campione di studio comprende pazienti che hanno subito in questo arco di tempo uno dei 25 interventi chirurgici (ad esempio appendicectomia, colecistectomia, resezione del colon o del fegato, craniotomia per tumore al cervello, sostituzione totale dell’anca, tiroidectomia totale, bypass coronarico o gastrico, riduzione del seno) da medici dell’uno o dell’altro sesso. La coorte intervistata è stata suddivisa prendendo in cosiderazione numerosi parametri per evitare eventuali bias: età, sesso, comorbidità del paziente, età e sesso del chirurgo, ospedale in cui è stato svolto l’intervento.

Altri studi. Nello studio, i ricercatori hanno confrontato un campione di pazienti operato da 774 donne e 2540 uomini e ora ricerche di questo tipo saranno ripetuti e indagati ancora più approfonditamente. Inoltre, non è la prima volta che si arriva a questa conlusione: un altro studio proveniente dalla Harvard School of Public Health pubblicato quest’anno aveva dimostrato come questa associazione riguardasse anche il caso dei medici internisti e l’attribuzione dei risultati, ance questa volta, era imputata alla capacità della dottoressa di comunicare e di impegnarsi con i propri pazienti, oltre alla loro capacità di collaborare con i colleghi e aderire alle linee guida inerenti il trattamento dei pazienti.

(Repubblica, 12 ottobre 2017)

di Edoardo Botteri

Tre uomini hanno di recente preso posizione contro la violenza degli uomini sulle donne: Varischio sul sito della Libreria delle donne, Grasso in TV e Di Paolo sull’Espresso. Il loro è un mea culpa unanime che si può riassumere in un concetto: ogni uomo è corresponsabile della violenza maschile sulle donne, anche se non la agisce in prima persona. Grasso chiede scusa a nome di tutti gli uomini per l’ennesimo femminicidio. Varischio scrive: “sono corresponsabile delle violenze agite da altri perché maschio”. Di Paolo suggerisce che anche l’uomo più mansueto fa violenza sulle donne.

Ogni uomo, quindi, è colpevole in quanto uomo? Io mi sottraggo volentieri al senso di colpa, perché è un sentimento depressivo che mi opprime e limita il mio agire. La violenza che gli uomini fanno sulle donne non mi fa sentire corresponsabile, bensì responsabile di migliorare le cose: riconoscendo i miei atti di violenza, interrogandomi sui motivi di quegli atti e cercando il confronto con uomini e donne per educarmi alle relazioni. Liberiamoci dai sensi di colpa, e non inculchiamone di nuovi in chi non ne ha, soprattutto nei giovani maschi, che non devono chiedere scusa per essere maschi, ma devono sentirsi liberi e forti per poter operare un cambio di civiltà.

La violenza è l’ombra della forza, e ogni uomo che voglia sentirsi libero deve lottare affinché l’ombra non prenda il sopravvento. E’ un conflitto interiore, più presente negli uomini che nelle donne, forse per biologia o per storia, o per entrambe. Ma non è gusto dire che io e uno stupratore siamo corresponsabili della violenza agita da lui, io e lui condividiamo il rischio di arrendersi all’ombra.

Grasso dice che il problema della violenza maschile sulle donne parte dagli uomini e solo gli uomini possono risolverlo. Io penso invece che non si possa fare a meno del coinvolgimento delle donne, non solo in quanto vittime di violenza e portatrici di esperienze e saperi imprescindibili, ma anche in quanto soggetti di ogni relazione uomo-donna, violenta oppure no. Mi trovo infatti d’accordo con Melandri quando scrive che la violenza c’entra con l’amore “[…] per tutte le ambiguità e contraddizioni che si porta dietro, così come c’entra una fragilità maschile che va interrogata alla luce della consapevolezza nuova che abbiamo oggi di un potere – dell’uomo sulla donna – innestato e confuso profondamente con le esperienze più intime, come la sessualità, la maternità, i legami famigliari. […] Possessività e paura degli abbandoni nell’amore non sono solo dell’immaturità maschile, ma di entrambi i sessi”. Parlare di intreccio fra amore e sopruso non significa fornire un alibi alla violenza maschile, ma significa andare alla radice del problema per affrontarlo in modo efficace. Uomini e donne insieme.

(www.libreriadelledonne.it, 12 ottobre 2017)

di Mariangela Mianiti

Intervista. Rachel Moran, autrice del libro «Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione» è in Italia per alcuni incontri pubblici. «La povertà è responsabile della capitolazione delle donne alla prostituzione, è la forza trainante della collusione femminile con il proprio sfruttamento, ma non è la principale causa»

Con un padre affetto da bipolarismo e una madre schizofrenica, Rachel Moran ha conosciuto presto la fatica di trovare un baricentro. Ma il peggio è arrivato quando, per sfuggire alla condizione di senza tetto, a 15 anni ha cominciato a prostituirsi nelle strade di Dublino. Da quel baratro è uscita sette anni dopo, si è laureata in giornalismo, ha avuto un figlio, ma il passato continuava a pesare. Doveva e voleva capire, così ha scritto. Ha impiegato più di dieci anni per raccontare in un libro che cos’è davvero la prostituzione. Pubblicato in Irlanda, Usa e Germania, sostenuto da studiose, femministe e personaggi come Jane Fonda e Jimmy Carter, Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione (Round Robin Editrice, pp. 390, euro 16 – traduzione di Ilaria Maccaroni e Chiara Carpita) è da poco uscito in Italia dove l’autrice arriva per presentarlo in due incontri organizzati da Resistenza Femminista: il primo domani a Milano presso la Casa dei Diritti, il 12 a Roma alla Casa Internazionale delle donne.
Senza fare sconti nemmeno a se stessa, Moran racconta che cosa significa essere usate a pagamento e attacca chi vorrebbe normalizzare e legalizzare la prostituzione. Da anni si batte perché sempre più paesi adottino il modello nordico votato in Svezia nel 1999, l’unico grazie al quale il mercato del sesso è diminuito perché punisce l’origine del problema, la domanda, ovvero i clienti.

Lei scrive: «Gli uomini compiono sempre violenza sessuale nella prostituzione e la maggior parte ne è consapevole». Come è arrivata a questa certezza?
L’ho capito sentendo il mio corpo usato come un oggetto masturbatorio da migliaia di uomini che, ovviamente, sanno che il sesso che acquistano è indesiderato, altrimenti non lo pagherebbero. L’utilizzo di contanti per comprare l’ingresso dentro il corpo di qualcun altro è un atto di violenza sessuale in sé e per sé. Lo so perché l’ho vissuto e visto succedere a molte altre, e non tutte sopravvivono. Ho l’obbligo di dire la verità sui danni che gli uomini fanno alle donne quando, per il loro egoismo sessuale, sono disposti a trattare altri esseri umani come bambole viventi e respiranti. Questi uomini sanno perfettamente il male che fanno. Per questo nessuno di loro desidera che le loro madri, sorelle e figlie entrino nei bordelli.
Tre le tipologie di clienti che  indica: quelli che preferiscono credere che lo stupro non sia stato commesso; quelli che ne sono consapevoli, ma non cambiano; quelli che lo sanno e se ne compiacciono perché traggono dallo stupro un enorme piacere sessuale. Fra queste categorie ce n’è una peggiore dell’altra?
L’ultima, ovvero gli uomini che calpestano la volontà di una donna, sono i più duri da affrontare per la semplice ragione che, emotivamente e psicologicamente, è più doloroso essere lese da qualcuno che ti danneggia deliberatamente. Tuttavia, a nessuno verrebbe in mente di chiedere a un muratore, per esempio, se lo ha ferito di più chi gli ha pestato i piedi, chi ha volontariamente messo in pericolo la sua sicurezza o chi gli ha dato un pugno in faccia.
Al contrario, queste distinzioni si applicano alla prostituzione. Siamo spinti dai lobbisti pro-prostituzione a pensare che questo sia un mestiere come un altro. La verità è che le donne prostituite hanno subito migliaia di incidenti di sesso indesiderato e hanno dovuto elaborare i traumi che ne conseguono. Questo spiega perché nella prostituzione i tassi di Ptsd (Disordini da stress post traumatico, n.d.r) siano più alti che fra i veterani di guerra.

Che ruolo ha il denaro?
Funge da silenziatore e chi ne è coinvolto ne è ben consapevole. Il denaro è il risarcimento del sesso indesiderato, e quando sei stato compensato per il sesso indesiderato non hai il diritto di lamentarti. Il sesso nella prostituzione non è solo abusivo, ma è abuso che per contratto si è obbligate a ignorare. Il denaro ha un ruolo simbolico, ma anche la funzione di ridurre al silenzio. In questo senso, la vergogna per la colpa si aggiunge alla lesione originale.

In Germania e Olanda la prostituzione è legalizzata. Che rischi ci sono in quei modelli?
La Germania è come un girone infernale. Lì ho incontrato donne così traumatizzate dalla prostituzione che non riuscivano nemmeno a parlare. Ho visto cartelloni sulle strade che reclamizzano «Una donna, una birra e una salsiccia al sangue». Le donne sono vendute insieme a pacchetti menù. I bordelli sono palazzi di dodici piani costruiti per ospitare mille uomini al giorno e offrono donne a prezzi ridotti per pensionati e disoccupati. Ci sono prostitute offerte e tasso fisso, l’equivalente di «Mangia quanto vuoi allo stesso prezzo», a tariffe forfettarie che permettono di usare tutte le donne che si vogliono quante volte si vuole, a «pacchetti banda» dove numerosi uomini arrivano insieme e usano il corpo di una o più donne come un branco di selvaggi.
Per quanto riguarda l’Olanda, il sindaco di Amsterdam ha chiuso metà del distretto a luci rosse per la criminalità rampante e incontrollabile. Le donne che vivono lì e nei dintorni dicono che camminare per strada è un’esperienza intimidatoria perché sono trattate come materie prime. È il risultato della riduzione di una classe di donne a oggetti sessuali e, inevitabilmente, colpisce tutte quante.

Come mai è così difficile eliminare la prostituzione?
L’egoismo sessuale maschile è responsabile della prostituzione che è più un’istituzione che un’industria. Il suo nucleo è la domanda di disponibilità sessuale femminile. La prostituzione è molto più vecchia del capitalismo, anche se il capitalismo l’ha facilitata. La gente dice che la povertà è responsabile della prostituzione. Non è vero. La povertà è responsabile della capitolazione delle donne alla prostituzione, è la forza trainante della collusione femminile con il proprio sfruttamento, ma non è la principale causa. I responsabili sono quegli uomini disposti a saziare il loro egoismo sessuale disumanizzando le donne come prodotti da comprare per i loro appetiti.

Perché in Svezia la legge ha funzionato?
Guido l’organizzazione Space International (Sopravvissute all’abuso della prostituzione che chiedono di illuminare l’opinione pubblica, n.d.r).
Chiediamo venga fatta luce sulla realtà perché sappiamo che se ciò non accade nulla cambierà. In Svezia la prostituzione è stata riconosciuta come forma di abuso sessuale commerciale e le persone, soprattutto le femministe, hanno fatto battaglie lunghe e difficili per ottenere la criminalizzazione dei clienti. La legge è neutrale dal punto di vista dei generi e una donna che acquista sesso è altrettanto colpevole ma, sorpresa, in 18 anni non ne è mai stata trovata una.
La legge lì ha funzionato e il mercato si è ridotto perché la prostituzione non è tollerata socialmente. I giovani oggi tendono a considerare l’acquisto di sesso come un comportamento perdente e questo ha reso la Svezia una società di genere più equa.

(il manifesto, 10 ottobre 2017)


Gentilissima presidente Monica Maggioni,
la trasmissione Chakra andata in onda su Rai3 sabato 7 ottobre alle ore 18,00 ha affrontato il tema della maternità surrogata sposando in toto le tesi di chi vuole rendere la pratica legale in Italia.
Da un servizio pubblico ci saremmo aspettate un’informazione imparziale e ad ampio spettro.
Invece Michela Murgia ha voluto presentare solo un lato della medaglia, di fatto mandando in onda uno spot pro-Gestazione per altri.
La conduttrice non ha mai chiesto a Nichi Vendola, il quale si è spinto addirittura a parlare di “produzione di vita”, quanto abbia pagato per l’acquisto degli ovociti e per la surrogacy negli Stati Uniti (il prezzo è circa 130mila euro), né ha dato conto delle numerose testimonianze di madri surrogate pentite che sono finite in tribunale per avere la possibilità di vedere i figli o per non dover abortire. Nessun accenno, poi, ai rischi per la salute, ormai più che documentati, che corrono sia le donne che forniscono gli ovuli che le madri surrogate.
Anzi. Murgia ha trasmesso un servizio tratto dal libro di Serena Marchi “Mio, tuo, suo, loro” in cui vengono intervistate solo portatrici che hanno felicemente portato a termine il loro “lavoro”. Eppure bastava fare una telefonata a Jennifer Lahl, di Stop Surrogacy Now, o mandare in onda parte del documentario Breeders (Fattrici) per dare allo spettatore un’informazione completa.
Tutti i filmati trasmessi sono stati pro-Gpa.
Murgia ha anche incredibilmente dimenticato di citare il fatto la Gpa è vietata in tutto il mondo, salvo che appena in una quindicina di nazioni, che il Parlamento Europeo ha definito la pratica gravemente lesiva dei diritti umani o che perfino Paesi come il Messico, la Thailandia e l’India l’hanno recentemente vietata agli stranieri.
Come se non bastasse la conduttrice si è dichiarata sfacciatamente a favore di una normativa che consenta l’utero in affitto in Italia arrivando persino a distinguere la gestazione dalla maternità e ha deriso le femministe contrarie definendole arroccate su posizioni di retroguardia.
L’unica voce critica, la sociologa Daniela Danna, è stata interrotta continuamente e ha potuto intervenire solo all’inizio della trasmissione senza che le fosse data la possibilità di commentare i servizi pro-maternità surrogata, mentre Nichi Vendola è rimasto in studio fino alla fine della trasmissione.
Ci aspettiamo quanto prima una trasmissione che riequilibri l’informazione sul tema.
La ringraziamo dell’attenzione

Arcilesbica segreteria Nazionale, ResistenzaFemminista, Rua – Resistenza all’Utero in Affitto, Se Non Ora quando Libere, Se Non Ora Quando Genova, Udi

Paola Bassino, Giovanna Camertoni, Rita Cavallari, Sara Del Giacco , Fabrizia Giuliani, Cristina Gramolini, Marisa Guarneri, Flavia Franceschini, Francesca Izzo , Silvia Magni, Alessandra Mandelli, Francesca Marinaro, Paola Mazzei, Pina Nuzzo, Rita Paltrinieri, Donatina Persichetti , Laura Piretti, Serena Sapegno, Monica Ricci Sargentini, Sara Rinaudo, Nadia Riva Cicip , Anna Maria Riviello , Simonetta Robiony, Paola Tavella, Marina Terragni, Vittoria Tola, Roberta Trucco, Roberta Vannucci, Stella Zaltieri Pirola, Lorella Zanardo

(Facebook, 10 ottobre 2017)


Riteniamo inopportuno aver fatto partecipare al programma un uomo politico che è andato all’estero per aggirare la legge italiana e in contrasto con le raccomandazioni dell’Europa, si poteva organizzare un confronto di idee a condizione che non ci fosse una presa di posizione da parte di chi ha stabilito il programma.

E siamo contrarie a programmi a priori  in funzione di suscitare contrasti e disaccordi in una guerra di parole.

La redazione del sito della Libreria

di Marcella Corsi

Non si presta solo ai ricchi, dice uno dei motti più famosi nella lotta alla povertà e all’esclusione finanziaria. A inventarlo è stata proprio Maria Nowak, madre della microfinanza in Europa

Nel corso degli ultimi trent’anni il mondo dello sviluppo internazionale è stato dominato da un movimento globale d’intermediari finanziari non convenzionali, conosciuto con il termine “microcredito” o “microfinanza”, impegnato nel migliorare l’accesso a prestiti, strumenti di risparmio, assicurazioni e altri servizi finanziari in scala ridotta per individui e comunità povere o a basso reddito.

Il settore della microfinanza in Europa coinvolge un’ampia varietà di attori sia dal punto di vista delle caratteristiche istituzionali, sia da quello dei modelli di business adottati. Il motto più celebre in Europa – “Non si presta solo ai ricchi” – è quello coniato da Maria Nowak, la fondatrice in Francia dell’Associazione per i diritti all’iniziativa economica (Adie), che ha raccontato la sua storia in un libro biografico scritto nel 2005[1].

Aveva 4 anni, nel 1943, quando i nazisti arrivarono in Polonia e deportarono la sua famiglia. Rifugiatasi prima in Gran Bretagna e poi in Francia, lì è poi rimasta per tutta la vita, salvo importanti esperienze di lavoro all’estero nel campo della cooperazione internazionale. Questo percorso, sia personale sia lavorativo, l’ha condotta a occuparsi dei soggetti più vulnerabili in ambito sociale: disoccupati, immigrati, ex-detenuti ecc.

Per dare credito a questi soggetti, non solo in termini finanziari, ha fondato l’Adie nel 1988, creando la prima vera istituzione di microfinanza europea, riconosciuta dalla Banca di Francia nel 1991.

Tanta strada si è fatta nel frattempo.

La promessa di perseguire gli obiettivi di lotta alla povertà e all’esclusione finanziaria in maniera sostenibile ha attirato l’attenzione di donatori internazionali, governi, organizzazioni non governative (Ong) e accademici sulle modalità operative e la gamma di prodotti e servizi offerti dalle istituzioni di microfinanza (MFI), alimentando il consolidamento di una vera e propria industria globale che a partire dai Paesi del Sud globale ha dato luogo a replicazioni e adattamenti anche nelle economie industrializzate. Questa duplice intrinseca missione della microfinanza ha tuttavia animato un dibattito riguardo ai potenziali conflitti tra sostenibilità e capacità di servire le categorie di beneficiari più svantaggiati. L’evidenza empirica disponibile, fondata essenzialmente sui dati forniti dal Microfinance Information eXchange (MIX) che includono istituzioni operative prevalentemente nel Sud globale[2], suggerisce l’esistenza di una gamma di opportunità e trade-offper le MFI variegata secondo il modello di fornitura di servizi di microfinanza, la tipologia di istituzione coinvolta, il grado di concorrenza sui mercati del credito e i fattori contestuali esogeni caratterizzanti il tessuto socio-economico locale (tra i quali gioca un ruolo cruciale il quadro regolamentare di riferimento).

La microfinanza europea – a cui Maria Nowak ha contribuito anche in veste di Presidente (dal 2003 al 2008) dello European Microfinance Network (EMN) – è già stata descritta su inGenere. I programmi di microfinanza monitorati attraverso un’indagine condotta con regolarità dall’EMN tra il 2006 ed il 2015 operano in 23 paesi dell’Unione Europea (Austria, Belgio, Bulgaria, Croazia, Estonia, Finlanda, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Irlanda, Italia, Lettonia, Lituania, Malta, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Romania, Slovacchia, Spagna, Svezia e Regno Unito), 5 paesi candidati all’ingresso nell’Ue (Albania, Bosnia Erzegovina, Macedonia, Moldavia e Serbia), e 2 paesi appartenenti all’EFTA (European Free Trade Association: Norvegia e Svizzera).

Un’industria della microfinanza è stata avviata in Europa orientale negli anni ’90 attraverso un sostegno tecnico e finanziario significativo della comunità dei donatori internazionali. Durante il processo di transizione all’economia di mercato, la microfinanza è stata promossa con il fine di offrire opportunità di autoimpiego ai lavoratori colpiti dai massicci piani di ristrutturazione industriale dell’epoca post-comunista e dal collasso del sistema bancario formale.

La maggior parte delle MFI basate nei paesi dell’Europa occidentale sono invece nate negli anni duemila nella cornice dell’Agenda di Lisbona, come uno strumento di promozione della coesione sociale e di lotta all’esclusione finanziaria dal settore del credito mainstream di categorie particolarmente svantaggiate di beneficiari.

(www.ingenere.it, 8 ottobre 2017)

di Giovanni De Mauro, direttore di Internazionale

L’ottimismo è solo mancanza di informazioni, ha detto una volta Heiner Müller, poeta e drammaturgo tedesco. Angela Davis di sicuro non la pensa così. Nel suo lungo dialogo con Ida Dominijanni, sabato scorso al teatro Comunale di Ferrara, ha ripetuto più volte che viviamo in tempi entusiasmanti, malgrado tutte le difficoltà.

“Non sappiamo mai quale sarà il risultato delle nostre lotte. Non abbiamo la sfera di cristallo per leggere il futuro. Non abbiamo garanzie. Negli anni sessanta lottavamo per trasformare il mondo in senso rivoluzionario. Ci battevamo per cambiamenti radicali, per cancellare il razzismo, pensavamo che presto il capitalismo sarebbe finito nei musei, avevamo sviluppato una coscienza femminista e volevamo sconfiggere la misoginia. E dove siamo nel 2017? Di sicuro non dove pensavamo che saremmo stati. Ma è molto importante farsi ispirare dal passato, mantenere viva la memoria. Tutte le lotte sono collegate tra loro. Le lotte del passato che non hanno raggiunto i loro obiettivi devono diventare le lotte del futuro. È per questo che oggi combattiamo il razzismo, cerchiamo di liberare il mondo dal sessismo, ci opponiamo al capitalismo. È un bene che le lotte continuino, che passino da una generazione all’altra. Spesso le persone mi chiedono se questo mi deprime, mi chiedono se l’impegno del passato non sia stato vano, e io rispondo di no, che il nostro impegno è stato fondamentale ed è per questo che non lo rimpiangerò mai. Anche perché vedo i ragazzi e le ragazze che oggi hanno ripreso quelle lotte e mi rendo conto che sono molto più capaci di noi, che hanno strumenti intellettuali migliori dei nostri. E penso che sia un periodo meraviglioso per avere vent’anni. E anche per essere vecchi”.

(Internazionale, 6 ottobre 2017)

di Alessandra Pigliaru

Novecento. Torna alla luce dopo settant’anni, grazie al lavoro storico di Anna Paola Moretti, il diario della giovane partigiana di Chiaravalle Magda Minciotti, deportata per lavoro coatto nei lager Siemens a Norimberga e Bayreuth

Lunghe e ordinate trecce corvine circondano un viso di ragazza, assorto verso un punto imprecisato. Ha circa quindici anni e i lineamenti, ingenui e perturbati, potrebbero somigliare a quelli di molte sue coetanee, trafitte di sogni davanti al mondo che si sta schiudendo. Sul volto di Magda Minciotti non aleggia però alcuna levità adolescente, piuttosto una postura adulta acquisita tra il 1944 e il ’45, nel periodo della sua prigionia in mano alle SS.

DELLA GIOVANE PARTIGIANA di Chiaravalle, deportata per lavoro coatto nei lager Siemens a Norimberga e Bayreuth, conosciamo il tratto biografico più doloroso grazie al diario di quei mesi pubblicato in un ottimo volume a cura di Anna Paola Moretti. Considerate che avevo quindici anni. Il diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione (Edizioni affinità elettive, pp. 314, euro 18 – collana di ricerche storiche dell’Istituto Storia Marche) è una testimonianza rara e accorata, sistemata da Moretti che va a confermarsi una delle più attente osservatrici sui temi della storia e memoria delle deportazioni femminili. Come nei volumi precedenti (per esempio La guerra di Mariulì, bambina negli anni Quaranta), al metodo rigoroso l’autrice affianca ipotesi e nessi originali di fonti e contesti, ponendosi non solo nell’ottica della ricostruzione meticolosa bensì della relazione responsabile e generosa di colloquiare con le esistenze scoperte. Non è un caso che la prefazione a questo ultimo contributo sia firmata da Luciana Tavernini che fa parte insieme a Marirì Martinengo, Laura Minguzzi e Marina Santini, della «Comunità di storia vivente» (fondata a Milano dieci anni fa proprio «a partire dall’affermazione di Marirì Martinengo» secondo cui c’è una storia vivente dentro ciascuno ciascuna di noi, i materiali sono consultabili nella sezione Approfondimenti del sito della Libreria delle donne di Milano – nel marzo scorso si è svolto un importante convegn).

Dopo settant’anni di silenzio sulla scrittura che l’ha accompagnata per lunghi mesi negli Arbeitslager nazisti, Magda Minciotti – poco prima della sua scomparsa – consegna i suoi appunti al figlio. Invitata a occuparsene, Anna Paola Moretti consulta quella sessantina di foglietti, il retro di ricevute scadute utilizzate dalla ragazza per cominciare il proprio diario, ricopiato in un quaderno dopo la sua liberazione.

SI APRE UNA VICENDA che cuce lo strazio spaesante della guerra a una strana speranza interiore che l’ha sostenuta. E il pensiero si fa subito grande, anche nello spazio angusto di una condizione di prigionia. A espandersi è un desiderio di sopravvivenza, preghiera terrena e ostinata contro l’ingiustizia e lo sfruttamento disumanizzante. L’ulteriore apparato critico e l’approfondimento delle altre carte private della partigiana danno il senso di una rappresentazione densa e inequivocabile che va a completare un passaggio novecentesco cruciale.

Da Ripe (in provincia di Ancona) quel 23 luglio del 1944, a sole due settimane di distanza dal suo arresto, Magda esordisce domandandosi che cosa ne sarà dei suoi sogni, convocando il destino «questa ruota implacabile che gira senza chiedere mai – Sei contenta? Soddisfatta del mio lavoro?». Quindi i viaggi per raggiungere la Germania, giorni di veglie frenetiche. E poi ancora i bombardamenti che arrivano a strattonare Karolinenstrasse nelle notti di una terra poco amata, insieme all’attaccamento per una minuta fenomenologia del quotidiano a ricordare quanto si possano trovare forme di conforto anche nello sfinimento. Come sottolinea Tavernini, centrale è «la scrittura di una ragazza che illumina l’esperienza della deportazione per lavoro coatto e nello stesso tempo le forme di resilienza femminile a situazioni di sradicamento». Da Norimberga a Bayreuth – dove arriva il primo febbraio del 1945 quando la Siemens sceglie di dislocare manodopera e macchinari in zone meno esposte – i racconti si dipanano tra le ennesime strategie di adattamento e la difficoltà del lavoro condiviso con altre donne provenienti da altri paesi. Infine il dispiacere per la morte di suo fratello Giorgio internato allo Stalag di cui però apprendiamo informazioni non dal diario (il secondo blocchetto di fogli è andato perduto) ma dalle testimonianze di altri compagni di detenzione.

IN QUESTA DIREZIONEConsiderate che avevo quindici anni restituisce un’esperienza che ha funestato l’Europa e al contempo è resoconto di una nuova intermittenza che da oggi non può più essere ignorata o rimossa. È il volto serio di Magda, lunghe e ordinate trecce corvine di ragazza davanti al mondo fuori di sesto.

(il manifesto, 17 agosto 2017)

di Paola Mammani

È morta a Parigi, il 6 settembre scorso, all’età di 83 anni, Kate Millett, autrice di Sexual Politics, La politica del sesso, testo pubblicato negli Stati Uniti nel 1969, edito in Italia nel 1971. Millett ottiene grandissima e immediata notorietà con questo primo lavoro, che è la sua tesi di dottorato presentata alla Columbia University di New York.

Si tratta di un’ampia illustrazione della capillare articolazione del potere e del dominio esercitato dal patriarcato sulle donne, attraverso una enorme quantità di esempi, analisi, riflessioni che coinvolgono il diritto, la storia, l’economia, l’antropologia, la psicoanalisi, e molte altre forme del sapere. Vi si mostrano i mille modi in cui le donne subiscono una grandissima pressione sessuale che tende a sottometterle e umiliarle.

Una notevole sezione del saggio è dedicata all’opera letteraria di D.H. Lawrence, Henry Miller, Norman Mailer e Jean Genet e, comunque, tutto il testo è fittamente intessuto di analisi di testi letterari. Da qui il ruolo grande di pioniera della critica letteraria “femminista”, che viene riconosciuto a Kate Millett per aver attraversato col suo sguardo critico immensi territori della letteratura anglo americana, alla ricerca del disvelamento più radicale dei rapporti intercorrenti tra i sessi nella inciviltà del patriarcato.

Quando pubblica Sexual Politics, Millett è già attiva nel movimento femminista, ed ha alle spalle importanti esperienze di studio e di insegnamento. Ha frequentato l’università del Minnesota, lo stato in cui è nata, ha proseguito gli studi ad Oxford, in Inghilterra, e in ultimo alla Columbia. Alla fine del 1968 viene allontanata dal Barnard College, dove insegnava, per aver appoggiato le rivolte studentesche.

Aveva anche soggiornato a lungo in Giappone nei primi anni sessanta per approfondire lo studio della scultura che continuerà a praticare. Incontrerà lo scultore Fumio Yoshimura che diventerà suo marito.

Tra i lavori successivi, due testi autobiografici, Flying, In volo, del 1974 (edito in Italia nel ’77) e Sita del 1976 (edito in Italia nel 1981). Si tratta di testimonianze del suo impegno personale a sperimentare e ricercare nuove forme di vita, di amore, di sessualità.

Più tardi, nel 1990, pubblicherà The Loony-Bin Trip, in italiano Il trip della follia, sottotitolo Cronaca di una sofferenza, la difficile storia del suo lungo periodo di malessere psichico, che avrà inizio con un episodio di ricovero in un ospedale psichiatrico nel 1973.

È abbastanza facile rintracciare in Internet la bibliografia completa del lavoro dell’autrice e gli interventi che The New York Times, The Guardian e The New York Review of Books le hanno dedicato in occasione della sua scomparsa.

Interessante la traduzione di Milena Sanfilippo, sul sito delle edizioni SUR, di un articolo di Maggie Doherty apparso sul New Republic lo scorso anno, in occasione della nuova edizione di Sexual Politics, ormai da tempo introvabile, a cura della Columbia University Press. È un nuovo riconoscimento al valore dell’opera di Kate Millett, agli anni fervidi di cui fu protagonista. La Doherty ci dice della ricorrenza del suo nome, dei temi e delle analisi da lei affinate, negli interventi delle intellettuali e studiose che animano il dibattito pubblico negli Stati Uniti.

Siti utili:

https://www.nytimes.com/2017/09/06/obituaries/kate-millett-influential-feminist-writer-is-dead-at-82.html

https://www.theguardian.com/world/2017/sep/07/kate-millett-obituary 

http://www.nybooks.com/daily/2017/09/29/kate-millett-sexual-politics-and-family-values/

http://www.edizionisur.it/sotto-il-vulcano/21-04-2016/kate-millett-la-politica-del-sesso/


(www.libreriadelledonne.it. 6 ottobre 2017)


Esprimiamo tutto il nostro affetto a Sebastiano Riso, regista del film “Una famiglia”, vittima di insulti omofobi e di percosse da parte di due sconosciuti.

Una famiglia” racconta con sensibilità il mondo infelice in cui si vendono e si comprano bambini, le donne sono corpi di servizio, i soldi sono l’unica misura e ogni relazione si degrada a partire dal disconoscimento del legame madre-figlio/a.

Qui la “madre per altri” Maria (Micaela Ramazzotti) vende figli concepiti naturalmente con il compagno sfruttatore: un mercato più povero e miserabile del business tecnologico e contrattualizzato dell’utero in affitto.

Ma la logica è la stessa, ben rappresentata dalle parole di lei alla coppia di committenti gay: “Voi siete fortunati perché potete comprare tutto”.

Per etero e gay Sebastiano Riso propone esplicitamente l’alternativa dell’adozione: battaglia che invece stenta a partire.

Leggiamo pertanto con sconcerto le dichiarazioni della senatrice Monica Cirinnà, secondo la quale lo stesso Sebastiano Riso, per aver dato voce ai moltissimi omosessuali silenziati che non approvano la pratica della Gpa, è sospettabile di omofobia:

Una famiglia” “è un film dannoso per chi combatte contro l’omofobia… Il film confonde tratta di bambini e gestazione per altri, che il regista nelle interviste odierne continua a chiamare utero in affitto, dimostrando la sua totale estraneità al dibattito culturale che faticosamente stiamo affrontando in tanti, soprattutto le stesse Famiglie arcobaleno i cui figli sono ancora esclusi da ogni tutela”.

Nel film” continua Cirinnà “ho ritrovato tutti i pregiudizi e gli stereotipi usati contro i gay, rappresentati come gente che vuole i figli per capriccio ed egoismo, e addirittura li compra togliendoli a una madre disperata, proprio gli argomenti che tutti gli omofobi usano regolarmente dentro e fuori il parlamento.

Penso che il cinema, come ogni altra forma di arte e cultura, debba inserirsi pienamente nel dibattito culturale che attraversa la società sostenendo sempre i cambiamenti positivi sui diritti e il riconoscimento delle nuove realtà.

Con dolore noto che questo non è accaduto con il film di Riso”.

Con queste parole, piuttosto sconcertanti anche alla luce del principio costituzionale di libertà dell’arte e della scienza, Cirinnà liquida come omofobica ogni critica al mercato delle donne e dei bambini: lo stesso Riso – gay dichiarato – è omofobico, grande parte del femminismo in tutto il mondo è omofobico.

Omofobico chiunque chieda il rispetto del principio universale mater semper certa, non accettato solo in una quindicina di Paesi nel mondo, e che sta al fondo del divieto di surrogazione in Italia, un principio civile che fa di ogni nuovo nato una persona con una sua origine e una sua storia.

Quanto al “dibattito culturale”: il film di Sebastiano Riso, problematico e non manicheo, ne fa parte a pieno titolo.

Paola Bassino, Giovanna Camertoni, Rita Cavallari, Cristina Gramolini, Francesca Izzo, Alessandra Mandelli, Francesca Marinaro, Silvia Niccolai, Donatina Persichetti, Monica Ricci Sargentini, Sara Rinaudo, Simonetta Robiony, Paola Tavella, Marina Terragni, Daniela Tuscano, Roberta Trucco, Stella Zaltieri Pirola

(facebook, 5 ottobre 2017)