Grazie a tutte e tutti voi che avete partecipato e contribuito con generosità alla riuscita della Festa dell’Economia del Buon Vivere tenutasi a Verona in Piazza San Zeno il 7 e 8 ottobre.
Sono stati due giorni intensi e vitali, coronati da un cielo splendido e dalla bellezza dell’Abbazia, che grazie anche ai vostri laboratori, esposizioni, giochi per bambine e bambini, colori, musica, tamburi e quanto altro, hanno generato un’energia positiva che ancora circola.
È stata l’occasione per le realtà partecipanti di intrecciare relazioni, far nascere nuove progettualità, sinergie e collaborazioni; è stato anche un momento per stare insieme in amicizia e serenità e rivedere soci e socie storici, amici e amiche della rete MAG e “dintorni”.
Molte e significative sono state le presenze ai seminari del sabato, dedicati alle Azioni di contrasto all’impoverimento, all’Impresa sociale di beni e servizi per la vita, e alla Sperimentazione UE per imprese fra persone con fragilità, come anche le riflessioni e gli interventi esposti.
Tutto è stato possibile grazie all’impegno generoso di molte e molti, socie e soci della struttura Mag, e delle imprese sociali collegate.
Maria Teresa Giacomazzi e altre/o
(MAG Soc. Mutua per l’Autogestione, 9 novembre 2017)
di Luisa Muraro
La vendetta di Marilyn Monroe non è finita. L’affare Weinstein si allunga e si allarga, cresce il numero di quelle che parlano. Ci sono anche dei precisi sviluppi positivi tra gli uomini e tra le donne. Tra i primi viene meno l’antica complicità e alcuni cominciano a capire. Le risposte delle donne, tutt’altro che riducibili a una reazione unanime, alcune caute, fin troppo, altre baldanzose, esplorano i fatti per misurare l’entità del cambiamento.
Segnalo, tra quelle che ci riescono meglio, un articolo della giornalista inglese Laurie Penny su Internazionale 1229. Lei pensa, come noi qui, che l’affare Weinstein segni una svolta importante nei rapporti uomo/donna. Ma… c’è un ma, afferma l’autrice. Vediamolo.
L’articolo, piuttosto lungo, si fa notare fin dal titolo, che sembra made in Italy: L’orizzonte del desiderio. Non vi viene in mente niente? Il testo non è da meno. Io credo di indovinare che si rivolga specialmente alle donne più giovani, senza far loro la predica. A tutte trasmette questo messaggio: alziamo le nostre pretese. In che senso, lo dice bene il finale: “é importante che gli stupratori abbiano nuovamente paura delle conseguenze delle loro azioni”, ma (ecco il ma!) questo non è il modo di chiudere la faccenda: “per il bene di tutti, per i nostri corpi, le nostre vite e per le nostre relazioni, dobbiamo fare di più”.
Il fare di più si riassume in due imperativi: superare la cultura dello stupro; sviluppare una cultura del consenso. La spiegazione è tutta incentrata su due racconti fatti nel tipico linguaggio del partire da sé. Una lei racconta in prima persona le confidenze di un amico che si tormenta un po’ per il suo passato disordinato nei confronti delle donne e così si consola: “Tecnicamente non ho violentato nessuna”. Chiarissimo! Lei commenta: con queste parole siamo ancora nella cultura dello stupro. Secondo racconto. La stessa lei (l’autrice) si trova a fare sesso con un tale che poi commenta con una certa sorpresa e senza simpatia: “Ti è veramente piaciuto, godevi davvero!” Non si può ancora parlare di cultura del consenso – l’analisi di questo episodio porta a concludere – se il desiderio attivo femminile scoraggia quello maschile.
Il testo passa poi alle conseguenze politiche, che riporto per esteso. È impossibile che ci sia un vincitore nella vita sessuale. L’erotismo infantile degli uomini frustrati di oggi vede la sessualità come una battaglia combattuta sui corpi delle donne, un atto di dominio e conquista, da cui uscire trionfanti. Ma l’idea della battaglia dei sessi è fuorviante perché ci nasconde che, nella vita sessuale, o vincono tutti o non vince nessuno. Per capirlo, dobbiamo ripensare il consenso. Non è una cosa che si dà una volta per tutte, non è l’assenza di un no nè un contratto che può essere falsificato e discusso in tribunale. È ben di più, è qualcosa di continuo e negoziabile, e di più ancora, è la possibilità di un sì reale, è la presenza di un agire umano, è l’orizzonte del desiderio. Da qui, il titolo.
Un articolo da leggere. Da discutere, in caso; su alcuni punti si può dissentire, ma l’essenziale c’è e mi fa dire che l’affare esploso con lo scandalo della vita sessuale di un maschio, vita sporca quanto lui potente, sta diventando per le donne un buon affare. Potrebbe esserlo anche per gli uomini, molto dipenderà da loro.
(www.libreriadelledonne.it, 9 novembre 2017)
Apprendiamo e chiediamo di diffondere:
Una notizia gravissima: il Comune di Roma ha inviato una lettera di sfratto alla Casa Internazionale delle Donne di Roma.
Non dobbiamo permetterlo! La Casa Internazionale è il luogo di tutte noi, parte incancellabile della nostra storia:la storia del movimento delle donne in Italia e delle donne di tanti altri paesi che come noi l’hanno vissuta, con i loro incontri, le loro iniziative.
di Francesca Pasini
C’era una volta a Milano una grande casa affrescata da Giambattista Tiepolo e Alessandro Magnasco: il Palazzo Archinto di via Olmetto. Quasi completamente distrutto nel 1943 e ricostruito negli anni Sessanta, è sede dell’Azienda Servizi alla Persona (ASP) Golgi Redaelli e dell’Archivio IPAB (l’Istituto Pubblico di Assistenza Benefica), uno dei segni delle attività benefiche che dal XIV secolo fanno parte della civiltà sociale meneghina.
Per recuperare risorse verrà dato in affitto e tutto è stato spostato in viale Bande Nere dove si trova l’ospedale geriatrico Golgi Redaelli. Sono rimasti solo i ritratti dei benefattori. Come mostrare questo patrimonio pittorico? Come raccontare questa straordinaria storia che qui aveva uno sportello per distribuire ai poveri medicine, cibo, soldi? Le città sono in affanno rispetto alla povertà di oggi.
Così l’associazione “Art City Lab”, fondata da Rossana Ciocca e Gianni Romano, ha scelto questo momento di passaggio per tendere un filo d’Arianna tra quadri antichi e opere contemporanee. E fino al 30 novembre 2017, quando verrà presentato il catalogo della mostra, potremo vedere questo “Palazzo dell’Accoglienza” prima che diventi altro.
Tutto inizia con l’artista Sophie Usunier: insieme a Rossana Ciocca propone al Geriatrico Golgi Redaelli, in occasione del lancio di Milano Attraverso e con il coordinamento di Non Riservato, un progetto che aveva sperimentato in una casa di riposo in Francia. Una serie di post it gialli vengono appesi alle pareti con delle frasi che servono da invito ad altri messaggi. In breve tempo un lungo corridoio si è completamente riempito di migliaia di pensieri, richieste, critiche, brevi racconti di sé. L’accoglienza ha bisogno di spazio e voci, affetto, cultura. Questo progetto che induce la creazione collettiva apre le porte di Palazzo Archinto e accoglie la mostra “Andar per porte”, un titolo che allude a quest’incontro e alla reciprocità di chi dà e chi riceve in beneficienza e nella vita.
Sophie Usunier, “Ospedale Geriatrico Golgi Redaelli”, 2017
Avviene un nuovo Miracolo a Milano: gli artisti e le artiste sono in prevalenza italiani, cosa non usuale negli spazi pubblici e privati non solo di Milano, ma d’Italia.
Si respira un’affettività che toglie alla selezione il contrappeso dell’esclusione. Come in un labirinto si scovano le opere contemporanee tra i quadri antichi e i vuoti sulle pareti, alcune sono in dialogo diretto, alcune si accomodano, altre sono indipendenti.
Tante voci per partecipare alla trasformazione dell’edificio. Le stanze sono 53 e le opere oltre cento, bisogna scoprirle curiosando tra una parete e l’altra, parlare con gli artisti, leggere le didascalie. Ci vuole tempo, è un bene.
Le opere sono in vendita, saranno fatturate all’artista o alla galleria e una percentuale, valutata di volta in volta, viene lasciata all’associazione “Art City Lab”. Il fund raising si prefigge di mettere a punto un sistema mobile per intervenire in quegli spazi della città che possono trovare nella collaborazione con l’arte la possibilità di riprendere temporaneamente vita. Penso a Palazzo Dugnani, ma ce ne sono molti altri. È questa la funzione di associazioni culturali in dialogo con gli spazi pubblici.
Restano negli occhi le opere che ognuno avrebbe portato lì. Le artiste sono tantissime: è la realtà di questi anni. Oltre a Sophie Usunier con la sua montagnola di 100 giorni circa (2017) di Corriere della Sera, dal 2012 al 2014, ridotto in coriandoli, avverte del momento in cui “i quotidiani non hanno più lo scopo di informare, ma diventano materia da trasformare”.Margherita Morgantin: un flash indimenticabile. In un piccolo light box di color rosso variegato, come in un tramonto, campeggia la scritta SIAMO SOLE (2017), il gioco di parole è intimo e propositivo allo stesso tempo. Come nel testo composto, colorando leggermente alcune lettere di una vecchia tastiera di computer dimenticata negli uffici, sillabandole, leggiamo: i limiti dell’infinito sono le parole per descriverlo.
Fausto Gilberti, Lost control, 2012
E poi Bruna Esposito che protegge con una scopa-rastrello una circonferenza di specchio rotta e ri-assemblata: una dedica a questo spazio, ma anche alla vita quotidiana di tutti (Scopa, 2014). Eva Marisaldi impavesa un soffitto con una fila di nove bandierine disegnate e colorate (Settembre 2017), un segnale di posizione e di augurio. Paola Mattioli, ricompone una Mezzaluna (2001) con 5 foto di questo strumento, simbolo di un taglio necessario per un buon aroma. Allegra Martin, Che del suo pingue patrimonio fece erede il povero, 2017, una delle foto che ha realizzato dentro il palazzo in cui una coppa di cristallo ha come sfondo un particolare di un quadro. La preziosità domestica, la coppa poggia su un centrino di pizzo, si appropria dell’aulicità della pittura.
Ma sono tantissime le artiste, di tante età, da Irina Jonesco, Tomaso Binga a Alice Guareschi, Claudia Losi, Monica Carocci, Pipilotti Rist, Deborah Hirsch, Agne Raceviciute.
Fausto Gilberti con Lost control, 2012, ci fa percepire il travolgimento di una decisione difficile da prendere, una quantità di disegni su china accartocciati sono gettati sul pavimento. Mentre Vittorio Corsini con segatura e inchiostro scrive sul pavimento Perché siamo qui? (2017), rischia di essere calpestata come succede alle domande a cui nessun’altro può rispondere al di fuori di se stessi.
C’è il graffio di Maurizio Cattelan: accanto al quadro di un condottiero armato davanti a un fuoco dipinto da Attila Szucs (Fire 2016), campeggia un suo neon rosso; Fotti. Un abbinamento ustionante. E poi Gabriele di Matteo, VedovaMazzei, Igor Eskinja, Luca Pozzi, Gianluca Codeghini, Diango Hernandez fino a Ylbert Durishti con un ghirigoro sottile di luce blu dentro un bagno buio. Mentre Domenico Antonio Mancini, ci riporta a una contraddizione grande come il mare: Avviso ai naviganti, opera in progress dal 2013. Su vari fogli traccia una mappa del Mediterraneo in cui con una miriade di punti sono segnate le profondità, in un tratto i punti diventano fitti e rossi: segnano l’abisso dei naufragi. La superficie, a prima vista pacifica, mostra la sua contraddizione.
Francesca Pasini
A Palazzo Archinto, tra i vari ritratti, troverete l’opera di Umberto Lilloni Ritratto di Sofia Gervasini, danneggiata. A proposito di crowdfunding, se volete contribuire al restauro l’Art bonus vi consente un credito di imposta, pari al 65 per cento dell’importo donato…
(exibart.com, 8/11/2017)
Nel mio contributo intitolato Papa Bergoglio: un discorso magistrale (www.libreriadelledonne, 13 ottobre 2017) parlo di un bel saggio dedicato alla mistica maschile e intitolato “Fare Uno”. Non credo che un saggio simile esista e, anche fosse, io avevo in mente e volevo citare il saggio (in realtà una raccolta di articoli) che s’intitola Pensare l’Uno, di Werner Beierwaltes, effettivamente un bel libro, tradotto da Maria Luisa Gatti, edito da Vita e Pensiero di Milano nel 1992 (seconda edizione). I saggi riguardano precisamente la filosofia neoplatonica e i suoi influssi. Il mio errore è meno grande di quello che può sembrare; direi che è un lapsus per il quale chiedo la vostra indulgenza. (Luisa Muraro)
(www.libreriadelledonne.it, 7 novembre 2017)
di Giovanni De Mauro
Mansplaining è una parola inglese che indica l’atteggiamento paternalistico di un uomo quando spiega a una donna qualcosa di ovvio, o di cui lei è esperta, con il tono di chi parla a una persona stupida o che non capisce. È un neologismo composto da man, uomo, e explain, spiegare. Ha cominciato a circolare nel 2008, ispirato da un articolo di Rebecca Solnit, scrittrice e femminista statunitense, intitolato “Gli uomini mi spiegano le cose”.
Nell’articolo, uscito all’epoca anche su Internazionale, Solnit raccontava che anni prima a una festa il padrone di casa, un ricco pubblicitario, si era fermato a parlare con lei e le aveva detto: “Ho sentito che ha scritto un paio di libri”. “A dire il vero ne ho scritti molti”, aveva risposto Solnit. E lui, con il tono di chi “incoraggia una bambina di sette anni a raccontargli come vanno le lezioni di flauto”, aveva aggiunto: “E di che parlano?”. A quel punto lei aveva citato il suo ultimo libro, sul fotografo Eadweard Muybridge. E sentendo quel nome l’uomo l’aveva interrotta chiedendole se conosceva un importante lavoro su Muybridge appena uscito, senza rendersi conto che era proprio il libro di Solnit.
Nel 2015 Rebecca Solnit ha raccolto l’articolo insieme ad altri in un volume pubblicato ora in Italia da Ponte alle Grazie con il titolo Gli uomini mi spiegano le cose. “Gli uomini spiegano le cose a me, e ad altre donne, anche quando non sanno di cosa stanno parlando. Alcuni uomini. Le donne sanno a cosa mi riferisco. A quella presunzione che a volte ci mette in difficoltà, che ci impedisce di esprimerci e di farci ascoltare, che condanna le più giovani al silenzio insegnandogli, come fanno le molestie per strada, che questo non è il loro mondo. E che ci abitua a dubitare di noi stesse, ad autolimitarci, e allo stesso tempo rafforza negli uomini un’ingiustificata tracotanza”.
(Internazionale, 3/11/2017)
Con sorpresa facile da immaginare abbiamo letto nel NYT del 28-29 ottobre, la notizia del Failure of Italian feminism. C’è stato un fallimento del femminismo italiano? E le femministe italiane non si sono accorte di nulla! Anche noi che firmiamo siamo femministe, curiamo il sito della Libreria delle donne di Milano, aperta nel 1975, e tra noi alcune ci lavorano dagli inizi: tutta una vita!
La lettura dell’articolo ha fatto chiarezza. Si tratta di un pezzo di folklore giornalistico, dove non mancano né la mafia né Maria Goretti, scritto da una italiana che, volendo fare delle critiche, ha ceduto al gusto tipicamente italiano dell’autodenigrazione e della esterofilia. Forse c’era in lei qualche risentimento, sicuramente c’è una buona dose d’ignoranza delle differenze tra il femminismo Usa (oggetto delle sua filia) e quello italiano. Differenze che, lo si dice spesso ma in questo caso è ben vero, sono una ricchezza. Bisogna però saperle.
Quello che ci fa meraviglia e un po’ rabbia, cara redazione del NYT, è la vostra faciloneria nel dare spazio a una serie di affermazioni a metà fra il giudizio offensivo e la falsa notizia. Non avete sospettato niente? Forse sì, infatti avete pubblicato l’articolo nella sezione detta Opinion. Ma questo ci pare, scusate molto, un espediente ipocrita: le opinioni sono libere, d’accordo, ma riguardano fatti assodati; nell’articolo da voi pubblicato ci sono invece non poche informazioni distorte.
Onestamente parlando, un articolo come quello lo avreste lasciato passare se avesse riguardato, non diciamo il Regno Unito, ma semplicemente la Svezia?
Vi chiediamo, in sostanza, un’attenzione verso il femminismo italiano che sia degna della fama del vostro giornale. Oppure il silenzio. Grazie.
La redazione del sito della Libreria delle donne di Milano
(www.libreriadelledonne.it, 3 novembre 2017)
Libreria delle Donne editorial office, November 3, 2017
You can imagine our surprise upon reading in the NYT of October 28-29 the news of the Failure of Italian feminism. Italian feminism has failed? Without Italian feminists even realizing it?! We the letter-writers are feminists too. We run the website of the women’s bookshop La Libreria delle Donne, in Milan. The bookshop first opened in 1975 and some of us have been working here right from the beginning – practically a lifetime!
Things became a little clearer upon reading the whole article. It’s a piece of journalistic folklore, complete with predictable mentions of both the mafia and Maria Goretti; and it was written by an Italian woman who wanted to make a criticism, but has surrendered to that typically Italian taste for self-denigration and passion for all things foreign. Perhaps she feels some resentment, but she certainly displays a remarkable amount of ignorance of the differences between north American feminism (the object of her xenophilia) and that of Italy. Differences which, while it sounds like a cliché but in this case is actually true, are a form of wealth. One must, however, be aware of them.
What astounds us and angers us somewhat, dear editors of the NYT, is the cavalier attitude with which you give column inches to a series of statements that are somewhere between offensive judgment and fake news. Didn’t you have your suspicions? Perhaps you did, and indeed you published the article in the Opinion section. But, and you will forgive us, this seems to us a hypocritical workaround: opinions can be freely expressed, of course, but they concern established facts; whereas the article you published contains a series of distorted news.
Quite honestly, would you have let such an article slip through the net if it had been about Sweden, let alone the United Kingdom?
Essentially, what we are asking you is to treat Italian feminism in a manner worthy of the reputation of your newspaper. Otherwise, silence would be preferable. Thank you.
Website editorial team, La Libreria delle Donne, Milan, Italy
(www.libreriadelledonne.it, November 3, 2017)
di Francesca Carmellino
Gentilissime, vi scrivo in merito ad una manifestazione che si svolgerà nei mesi di dicembre e gennaio a Trieste. La Biennale internazionale donne è stata ideata con la speranza di coinvolgere sia istituzioni pubbliche che realtà private nell’esplicazione di quello che è un mondo femminile che si rapporta con il lavoro e con l’arte. Mi piacerebbe, per questa ragione, coinvolgervi e capire se per voi fosse possibile portare un po’ della vostra realtà anche a Trieste. Sperando di fare cosa a voi gradita vi allego qui sotto un po’ della documentazione per rendervi partecipi dei dettagli del progetto. Rimango in attesa, cordialmente
La visita dell’atelier ‘residenziale’ di Dolores De Giorgi è stata preceduta da diversi incontri ‘creativi’ che ci avevano già consentito di conoscerne il ricco e vario bagaglio di esperienze e soprattutto la notevole tempra artistica. La sua partecipazione al progetto ‘Il Segno Femminile’ si è rivelata da subito in perfetta sintonia con i pensieri che di volta in volta venivano messi a tema; in occasione delle mostre allestite da Eredibibliotecadonne nella stagione 2016/2017 dedicate alla ‘Nascita’ e alla ‘RiNascita’ Dolores ha proposto due opere che rappresentavano con sorprendente efficacia il mettere e rimettersi continuamente al mondo connaturato alla condizione femminile: un bassorilievo raffigurante una donna a pezzi tenuti insieme da filo di rame, una statua composta da tronchi orizzontali di un corpo femminile che emergeva trionfante sulle pelli dismesse di precedenti vite. Abbiamo intuito subito che l’artista insieme alla sua visione dell’universo femminile ci offriva anche la plastica rappresentazione della sua biografia, il suo mettersi/rimettersi al mondo come artista e come donna.
Nel corso della visita ci ha infatti raccontato con sorprendente vivacità ed efficacia le sue molte vite: l’esordio con la grafica e la pittura nelle terre nordiche del Veneto e del Piemonte, poi la discesa a Savona anzi ad Albissola e la scoperta della ceramica, l’approdo alla tecnica raku; nel contempo l’attività didattica, come insegnante di educazione artistica, intrecciata naturalmente al ‘lavoro’ di mamma e di nonna e alle altre occupazioni familiari. Che anche in arte abbia avuto diverse vite lo testimonia il fatto che nel suo atelier non ha più lavori grafici o pittorici da mostrarci, ci dice che li ha venduti tutti e noi pensiamo che si tratti di un capitolo chiuso, di una vita passata. Risulta invece molto ben documentata la sua nuova vita con la terra. Dolores dichiara “tornando a lavorare la creta sono tornata alla terra”, intendendo a nostro avviso sia l’elemento primario da cui ha origine ciò che vive nel pianeta sia la gestualità infantile ed ‘innocente’ dell’impastare e manipolare la materia, perché –lei aggiunge- “la creta è di più che una tecnica”.
In effetti la sorprendente esposizione che parte dal garage e sale nella sua luminosa casa in collina ci fa capire in che cosa consista il ‘di più’ di cui l’artista parla: gli oggetti prendono forma e ‘identità’ proprio in virtù del materiale con cui sono costruiti dimodoché il particolare dinamismo espressivo che i suoi lavori presentano appare connaturato alla terra nella sua consistenza e nelle infinite possibilità plastiche che essa offre alla mano e alla creatività dell’artista; l’anima stessa dei soggetti rappresentati, siano essi umani, naturali o immaginari traspare proprio grazie al respiro e al calore che emana dalla materia. Le teste di donne dagli scaffali metallici catturano infatti il nostro sguardo e ci fanno entrare nel loro ‘mondo’ in virtù di pochi energici tratti impressi sulla creta; ci colpisce particolarmente un busto che la mano dell’artista come un colpo di vento ha saputo trasformare da scura massa statica a movimento puro, cosa che del resto avevamo già avuto modo di apprezzare in occasione di una mostra in un’imponente quadro raffigurante la rosa dei venti.
Il prosieguo della visita ci fa capire che se la tradizione ceramica ligure costituisce la trama del suo mondo artistico, una coraggiosa sperimentazione ne rappresenta l’ordito; la tela che viene fuori rivelando impreviste ed inedite sorprese ci presenta la potenza creativa di Dolores nella sua radicale originalità. Il processo raku cui vengono sottoposti gli oggetti appare interpretato con un’arte del tutto personale di stendere gli ossidi a pennello, tale che l’argilla risulta rivestita ma non snaturata nella sua grezza costituzione. La sperimentazione si spinge fino alla combinazione di materiali, che di per sé sembrerebbero incompatibili con la terracotta, con relativa invenzione di tecniche per farli stare insieme; l’accostamento col plexiglass provoca un vero e proprio choc all’occhio di chi guarda per via del contrasto tra l’avveniristica levigatezza e trasparenza di questo e l’ancestrale materialità della creta mentre quello con il ferro, forse il preferito dall’artista, generando anche grazie ad una sapiente declinazione di colori una ‘illusione ottica’ di continuità tra i due elementi, ci regala un primordiale senso di terrena e naturale armonia.
Se ciò che abbiamo visto nel garage ci ha dato una chiara idea della genialità artistica di Dolores, salendo in casa abbiamo avuto testimonianza di come la sua forza inventiva si sposi con una inconsueta abilità tecnica: dagli oggetti d’uso che appaiono sculture alle soluzioni d’arredamento che in modo decorativo disegnano lo spazio racchiudendolo e sottraendone allo sguardo la funzionalità alla singolare intallazione nell’androne del palazzo che nasconde un’antiestetica macchia (esempio di arte condominiale).
Le opere a soggetto femminile rivelano un approccio ‘confidenziale’ di Dolores col tema ed il pensiero che anima la sua azione artistica ci appare in questo caso particolarmente decifrabile se non addirittura familiare. La postura delle teste, la torsione dei busti, ma soprattutto le pelli accasciate come corazze abbandonate dopo una battaglia o che si sollevano trionfanti ci raccontano degli stereotipi con cui dobbiamo quotidianamente combattere, delle molte sconfitte che incontriamo vivendo ma anche della nostra forza e della capacità di affrontare le difficoltà senza soccombere ma emergendo dalle avversità rigenerate proprio grazie alla forza creativa che ci appartiene in quanto donne. Un originalissimo arcangelo Gabriele che sorregge la Madonna mentre allatta il bambino, presentando una inconsueta rappresentazione del presepe, ci rivela come lo sguardo e la mano dell’artista sia in grado di regalarci nuove interpretazioni di soggetti ormai abusati e svuotati traendo inediti significati dai misteri fondanti della nostra cultura.
Le parole di Dolores confermano il legame con l’esperienza femminile che abbiamo visto nella sua arte: come la vita va vissuta giorno per giorno ‘senza programmi’ ma con apertura verso ‘tutto ciò che può capitare’, così l’arte nasce vivendo, dalla capacità di ‘accogliere e tramutare ciò che capita’.
(eredibibliotecadonne.wordpress.com, 2/11/2017)
di Alberto Leiss
Il significato della parola catastrofe è ben noto nel paese dei terremoti, e nei tempi che hanno visto due guerre mondiali, la fine di alcuni grandi imperi, il crollo delle Twin Towers e molti altri eventi che parlano di un male senza rimedio. Il termine viene dal greco katá (giù, in basso) e stropheo (volgere): un rivolgimento che è un vero capovolgimento.
Catastrofe però è anche il momento risolutivo (certo in genere radicalmente negativo) della tragedia greca. La scienza moderna ha ragionato – per quel poco che ne capisco – sulla «normalità» degli eventi catastrofici e sulla leggibilità di elementi di autorganizzazione nei sistemi instabili quando perdono il loro equilibrio precario e devono assestarsi in un contesto nuovo.
La parola mi è venuta in mente osservando gli effetti di propagazione tellurica globale dello scandalo Weinstein. Dopo gli anni di Clinton-Lewinsky, del nostro Berlusconi, del caso Strauss-Kahn, delle discussioni sul vetero-machismo di Trump, ognuno con le proprie specificità su cui non indugio, la vicenda del grande produttore cinematografico democratico e molestatore – se non peggio – seriale sembra aver colmato la misura. Segnato quello spostamento sistemico che trasforma un equilibrio precario in catastrofe. Ora, l’equilibrio maschile è stato reso sempre più instabile da quando, alcuni decenni fa, le donne hanno deciso di rompere con il sostegno al patriarcato, hanno inventato il femminismo, il separatismo, si sono prese la loro libertà. Ma finora ai picchi della «crisi maschile» nel senso comune e nelle storie personali è sempre seguito un qualche fenomeno di «riassestamento».
In fondo il mondo va più o meno così da sempre, le donne qualche diritto l’hanno conquistato, anzi forse ora se ne approfittano!… E le «nuove» sensibilità maschili fanno presto a scolorare in comportamenti eternamente narcisistici e vittimistici. Oltre che in un sempre più grottesco, quando non tragicamente violento, attaccamento al potere.
Non credo però sia sufficiente recitare – cosa che avviene con numerose voci maschili – un pur doveroso «mea culpa». O chiudersi in una sorta di rassegnato mutismo abulico (con la consolazione di fare, forse, meno danni?)
Ho letto che si deve all’autore del «Signore degli anelli», Tolkien, l’invenzione del neologismo eucatastrofe: quel prefisso che significa «bene» si augura che il capovolgimento traumatico abbia effetti positivi. Di questa possibilità credo di avere una esperienza personale, maturata in decenni di scambi con uomini che si interrogano sul senso del proprio desiderio e sulla relazione con altre e altri, senza pretendere di indicare modelli o di rappresentare qualche diversità encomiabile, ma un’altra ricerca di libertà.
Una cosa buona mi é sembrato il «manifesto» reso pubblico da donne e uomini della sinistra «insoumise» di Mélenchon (su Le Monde del 26 ottobre). Vi si afferma che la presa di parola coraggiosa, pubblica e «di massa» delle donne contro molestie e violenze originate dalla sessualità maschile – al di là di ogni ammiccamento su tempi e modi di questa presa di parola – è un fatto «eccezionale» che non può restare senza conseguenze per una società che, a parole, si richiama ai valori dell’uguaglianza e della libertà. Si chiedono anche politiche efficaci di prevenzione, denunciando che l’austerità alla Macron non lascia troppa scelta nei bilanci pubblici.
Ma mi è piaciuta soprattutto la qualità del linguaggio: un discorso fatto da donne e uomini, che della questione vede tutta la rilevanza immediatamente politica. Nelle nostre relazioni personali, e nel l’agire pubblico che in tanti modi diversi perseguiamo.
Chissà se la sinistra nostrana se ne accorgerà, o se deve prima rileggersi la saga del malefico anello del potere.
(il manifesto, 31 ottobre 2017)
di Laura Minguzzi Il Collettivo che ha tradotto Non credere di avere dei diritti in francese ha lanciato una serie di trasmissioni mensili dal Campus dell’Università di Digione sul femminismo italiano. Si tratta di un audioblog dal titolo «Si je retrouve mon corps» [Se ritrovo il mio corpo]. Il nome della rubrica è divertente e le conduttrici spiegano in poche battute come è venuto loro in mente. Nel corso di poco più di mezz’ora leggono brani ben calibrati del Non credere e del Sottosopra verde, sull’affidamento, sulla disparità, citando Marguerite Yourcenar a proposito della differenza sessuale in relazione al lavoro. Le scelte musicali sono ottime e l’ascolto dell’insieme molto molto piacevole e intelligente.
Pot-pourri, brainstorming, élaboration théorique et envie instinctive, que peut bien signifier ce titre détonnant… Les femmes, leurs corps, celui qu’on leur arrache, celui qu’elles tyrannisent ou qu’on leur modèle. Parler depuis son corps, depuis ses émotions, depuis ce qui n’a pas encore de mots, c’est le pari qu’ont fait les vagues de féminismes qui nous ont précédées, c’est celui que reformulent les femmes en lutte aujourd’hui. La politique n’est plus seulement question de mots, mais aussi de corps !
Musiques : Las Aves – N.E.M. ; Majed AlEsa – Hwages ; La Femme – Le blues de Françoise ; Tami T – I Never Loved This Hard This Fast Before ; La Femme – Si un jour
Extrait audio : Marguerite Yourcenar « Les femmes rêvent d’être des hommes, cette idée me laisse froide » ; Delphine Seyrig « Sur les femmes » ; Carole Roussopoulos, extrait de « Une femme à la caméra » ; Lectures Sottosopra vert « Plus femmes qu’hommes », 1974 ; « Ne crois pas avoir de droits », Librairie des femmes de Milan 1987, éd. La Tempête, 2017
(www.libreriadelledonne.it, 30 ottobre 2017)
di Pinella Leocata
Può esistere un’altra Europa? Un’Europa più vicina alle vite, ai bisogni e ai desideri delle persone? Sì, secondo la rete delle «Città Vicine» creata nel 2000, su proposta de «La Città felice» di Catania. Un gruppo di ricerca che si basa sul pensiero della differenza sessuale e sull’idea che questo forma e informa le azioni e le pratiche politiche. Se ne è discusso, venerdì scorso, nella città etnea, in un incontro sul saggio L’Europa delle Città Vicine curato da Loredana Aldegheri, Mirella Clausi e Anna Di Salvo. Secondo Elisa Varela, storica dell’università di Girona-Catalogna, bisogna innanzitutto distinguere tra l’Europa dei governi e l’Europa delle persone. «L’Europa dei governi è in guerra con i migranti. Una verità non detta, sotterranea. In Spagna, per esempio, il governo di destra non ha voluto accogliere neppure i migranti per i quali aveva preso impegni precisi, eppure a Barcellona e in altre città ci sono tante scritte di cittadini che dicono “vogliamo accogliere”. L’Europa non può restare in guerra con i migranti. È stata terra di passaggio per tutte le civiltà. Siamo il risultato di movimenti di popoli dalla preistoria ad oggi. E noi spagnoli, al tempo della guerra civile, siamo stati accolti ovunque. Come possiamo negare agli altri l’accoglienza di cui noi abbiamo usufruito?». Un’accoglienza, sostiene, tanto più necessaria in una Europa che invecchia come popolazione e come civiltà e in cui è sempre più necessario «fare un’Europa delle persone e non della finanza e dei G7 che certo non pensano ai cittadini e ai loro bisogni». A suo avvio anche lo scontro tra Catalogna e Spagna «si può vedere come uno scontro di potere dietro il quale c’è una cosa ancora più pericolosa: la corruzione. La corruzione che coinvolge tutta l’Europa, non solo quella meridionale. Nei Paesi di cultura protestante c’è la corruzione finanziaria, ancora più pericolosa perché i suoi protagonisti non hanno volto». Della vicenda catalana, Elisa Varela sostiene che Madrid ha avuto la capacità di giuridicizzare uno scontro politico e che i governanti della Catalogna «non hanno rispettato le leggi della democrazia occidentale, hanno agito da populisti giocando con i sentimenti della gente, con il desiderio di politica. Uno scontro tra poteri, tra governanti che dovrebbero lasciare la politica per andare dove devono andare, in prigione». «Il 25 ottobre scorso – aggiunge la filosofa Maria Concetta Sala della Biblioteca delle donne dell’Udi di Palermo – il Parlamento europeo ha varato il sistema del controllo elettronico delle frontiere per registrare tutti i viaggiatori non comunitari, ma nessun giornale italiano ne ha parlato». Un ulteriore tassello di quanto sta avvenendo in Europa e non solo. «Stanno trasformando il mondo in un unico immenso campo profughi con alcune fortezze di cittadini con i diritti, gli Stati murati, ma non si può fermare chi ha bisogno. Un bambino che nasce, cresce, studia in Italia è italiano. E, invece, si continua a negare cittadinanza a queste persone, a negare la loro appartenenza, mentre la coesistenza esiste già. Oggi la patria è dove trovi pace e rifugio, è dove ti puoi fermare, è quella che rende una convivenza civile. Abbiamo bisogno di una nuova idea di cittadinanza e, invece, siamo arrivati a ridurre in schiavitù gli africani, i rumeni…». Maria Concetta Sala è convinta che cambiare rotta è possibile a partire dall’impatto con i corpi. «Come hanno fatto gli abitanti di Lampedusa e di Lesbo di fronte ai corpi martoriati dei migranti, ai corpi ripescati senza vita, corpi che parlano della comune fragilità». Ed è possibile, a suo avviso, anche cambiare le regole dell’economia, oggi sacralizzata, a cui è stato consentito di colmare il vuoto lasciato dalla politica. Ma per fermare i potentati economici è necessario sforzarsi «di trovare i concetti per interiorizzare le esperienze che viviamo senza registrarle, senza capirle. Noi vediamo la continua sopraffazione dell’umano, ma è come se non lo vedessimo. Questo momento è già stato vissuto dall’Europa tra gli anni Venti e gli anni Trenta del Novecento. Come diceva Musil nel 1922, nel libro L’Europa inerme: “prima eravamo borghesi, ora siamo diventati assassini, omicidi, ladri, ma non possediamo i concetti per interiorizzare il vissuto”. Concetti che noi possiamo trovare a partire dall’esperienza che viene dal mondo delle donne storicamente oppresse e che portano con sé un corredo di gesti di cura. Noi abbiamo molto da insegnare. Se non potremo prenderci cura del mondo come di un ambiente domestico, il mondo resterà dei potenti e dei corrotti».
(La Sicilia, 29 ottobre 2017)
di Livia Turco
«Al lavoro e alla lotta», il libro di Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli: il glossario è una «lezione vivente», per ricordare che il discorso politico non si riduce a un tweet
Raccontare un grande partito come fu il Pci facendo «un glossario» delle parole che usava per definire la sua strategia e la sua pratica politica: è l’idea geniale che hanno avuto Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli e che hanno concretizzata in un libro originale, bello, coinvolgente, utile, che si legge tutto d’un fiato: Al lavoro e alla lotta. Le parole del Pci (Harpo editore, pp. 240, euro 16).
Scrivono le autrici: «Questo lavoro nasce da un idea di Franca, per lei le parole sono sempre state importanti. E dal 2004, quando, si fa per dire, è andata sotto un treno, sono diventate essenziali. Ma anche Fulvia, avendo scelto la politica, ha lavorato molto con le parole. Abbiamo cominciato per gioco a far rivivere il lessico del Pci cercandone le parole più in uso, quelle che ci piacevano e quelle no, quelle che ancora ci parlano e quelle che invece non significano nulla oppure indicano tutt’altro nel presente. Le abbiamo scritte in ordine alfabetico e confrontate con amiche e amici (pochi) e a un certo punto ci siamo rese conto che questo piccolo glossario poteva avere un senso e persino raccontare un pezzetto della storia di quello che, secondo noi, è stato ’il partito comunista più bello dell’Europa Occidentale’» .
AVERE A CUORE la memoria. Così il lavoro si è fatto più serio. Mentre il linguaggio della politica diventa sempre più scarno e freddo abbiamo capito che noi continuiamo a preferire un «discorso politico» che non si riduca a un tweet».
Al «glossario» seguono dieci interviste a protagoniste e protagonisti di quella storia, con domande che partono dal vissuto personale – perché ti sei iscritto, su quali libri ti sei formato – per scandagliare sulla base dei ricordi la pratica politica di quel partito, la sua dimensione umana oltreché politica. Franca e Fulvia anticipano la critica che può essere loro rivolta – «siete nostalgiche» – e mentre rivendicano il valore di questo sentimento dichiarano con grande schiettezza il punto di vista politico e culturale che orienta la loro ricerca. «Una storia è finita. Ma anche le mummie quando le abbiamo ritrovate ci hanno detto cose che non sapevamo e che ci sono servite».
DUNQUE, ATTRAVERSO il glossario e le interviste le autrici ci propongono di ricercare se nella «mummia» del Pci ci sia qualcosa che non solo va conosciuto – perché la memoria storica è fondamentale per non essere fragili ramoscelli – ma se per caso in quella storia non vi risieda «una vivente lezione» importante e utile per questo nostro tempo. Seguo pertanto il punto di vista proposto da Franca e Fulvia e leggo i materiali contenuti in questo libro per capire se la «mummia» Pci ha qualcosa da dire che non sapevamo e, soprattutto, se ha qualcosa da dire alla società di questo nostro tempo, ai suoi giovani in particolare.
Il glossario inizia con una parola che non conoscevo, l’unica, «abatino» e si conclude con «vigilanza». Abatino, «piccolo abate, il dirigente della Fgci che decideva di restare nell’organizzazione giovanile anche quando aveva superato i 25/30 anni rinviando al più tardi possibile il suo passaggio al partito. Rispetto all’organizzazione giovanile il partito era percepito come più rigido, meno divertente e piuttosto diffidente verso i giovani».
LA VIGILANZA era invece un luogo speciale del Pci e le autrici lo descrivono in modo molto efficace. Io, come loro, lo ricordo come il luogo di cui non potevi fare a meno. Erano un gruppo di compagni molto affiatati tra di loro. Quando entravi al Bottegone ti guardavano dalla testa ai piedi per essere sicuri che tutto era a posto, se eri accompagnato, per cortesia , dovevi lasciare loro in modo accurato le generalità della persona che ti stava accanto, ti passavano con gentilezza le telefonate, ti accompagnavano nei viaggi a volte lunghi, erano sempre discreti e affettuosi. Con loro a volte parlavo di politica, mi veniva ogni tanto di sfogare le mie arrabbiature ma lo facevo con discrezione per timore che riferissero ad altri i miei pensieri.
Ricordo una mattina, ero da poco arrivata a Roma da Torino e non avevo famigliarità con il Bottegone. Dovevo andare a prendere un treno, avevo prenotato un passaggio alla stazione. Il treno partiva alle 9 arrivai alle Botteghe Oscure alle 6! Che ci fai a quest’ora qui? Mi sembrava che fosse un po’ buio, ma l’ansia di arrivare in ritardo e di ricevere il rimbrotto di quegli uomini così rigorosi mi incuteva soggezione. Quando glielo confessai si fecero una grande risata, mi accolsero nella loro stanza e mi coccolarono con caffè e biscotti.
LA LETTURA DEL GLOSSARIO di Franca e Fulvia racconta la storia del Pci dall’inizio alla fine. Molte parole, scritte in modo accurato, si riferiscono alla strategia politica: alleanze, alternativa, compromesso storico, austerità, ceti medi, classe sociale, classe operaia, doppiezza, egemonia, eurocomunismo, miglioristi, solidarietà nazionale, scissione, svolta, Bolognina, Cosa 1 Cosa 2, Quarta Mozione, ecc.
Ma le parole più intriganti sono quelle che si riferiscono alla vita concreta del partito, al modo con cui i militanti vivevano e facevano la politica. Sono intriganti perché non sono usuali, esprimono l’appartenenza a un «corpo» che si sentiva diverso ma che aveva l’ambizione di «aderire a tutte le pieghe della società», di rendere protagonista il suo popolo.
«ASSEMBLEA, AGIBILITÀ, al lavoro e alla lotta, allestimento, amici e compagni, attacchinaggio, battaglia delle idee, campagna di massa, casa per casa, comizio, comizio volante, compagno di strada, corteo, forme di lotta, fraterno, il corpo del partito, magliette a striscia, militanza, musica del Pci, passione, politica della fontanella, popolo, radicamento sociale, qui e ora, rivoluzionario di professione, scuola di partito, sensibilizzare, sezioni, servizio d’ordine, spirito di servizio, territorio, tessera, ufficio elettorale nazionale, vigilanza, Unità».
Sono parole intriganti perché raccontano il modo di fare politica, il modo con cui si sprigionava la passione politica di un popolo che era plurale. Tra gerarchie, rituali fortemente codificati e sperimentazione di cose e parole nuove, apertura a nuovi soggetti. Ciò che rivelano quelle parole è la ricerca da parte di quel «corpo» formato da dirigenti e militanti di un rapporto con le persone per renderle protagoniste.
L’ambizione di coniugare l’idea di società, la società socialista con il «qui e ora» per risolvere subito i problemi delle persone. La ricerca del legame umano, l’essere compagni significava anche volersi bene, essere amici, stare bene insieme. Di qui, l’attenzione a quelle che sembravano attività minori come l’attacchinaggio, i comizi volanti, l’allestimento degli eventi sapendo riconoscere le singole autorità nelle varie materie, come il mitico compagno Zucconelli che riusciva a rendere qualunque evento del partito bello e ben organizzato. Quella Politica delle Fontanelle in cui tutti dovevano fare lavoro manuale e insieme studiare, avere pensieri lunghi e nello stesso tempo preoccuparsi di rendere più belle e umane le nostre comunità «partendo dal mondo e arrivando alle fontanelle».
ll senso, il valore e la passione per quella politica popolare è sintetizzata in modo drammatico nelle ultime parole di Enrico Berlinguer nel giugno del 1984 sul palco di Padova quando sta per cadere: «E ora, compagne e compagni, impegniamoci tutti, lavorate tutti, casa per casa, azienda per azienda, strada per strada, dialogando con i cittadini». Un testamento, ma anche l’esplicitazione e la conferma di quella che era l’essenza del Pci.
QUELLA CHE HA LASCIATO nel cuore di migliaia di militanti e iscritti, e dei suoi dirigenti i ricordi più belli come testimoniano le interviste a protagonisti e protagoniste di quella storia contenute nel libro. Diversi tra loro per estrazione sociale, formazione – a conferma che il Pci era realmente un partito di massa e plurale – le dieci personalità che si raccontano nella loro militanza politica e nella loro vita nel partito fanno tutti, non casualmente, riferimento alla sezione quale luogo in cui si viveva la politica autentica perché, come scrive Lia Cigarini, «ricordo che le sezioni del Pci erano un luogo di incontro di diversa provenienza sociale, di diversa generazione e, infine, di donne e di uomini.
Ad esempio, nella mia sezione nel Centro storico di Milano c’era l’ambulante e il primo violino della Scala, la portinaia, l’intellettuale, l’artigiano e il bancario. Cioè luoghi di relazione e di amicizia».
Oppure Emanuele Macaluso: «Penso che la migliore pratica fosse quella che si faceva sul campo, nelle sezioni, nelle fabbriche, nei quartieri. Ritengo un fatto enorme che quel partito abbia dato modo a tanti giovani, uomini e donne di ogni classe sociale, di fare esperienza nel sindacato, nei consigli comunali, nelle cooperative, nelle sue riviste e giornali».
Luciana Castellina ci racconta il suo lavoro politico con le ragazze delle borgate romane, dove tante volte per convincerle a uscire di casa costruiva un’alleanza con le mamme condividendo le incombenze quotidiane del lavoro famigliare, compreso lavare insieme i piatti.
Le parole del Glossario e quelle delle interviste mi confermano che la «mummia Pci» ci lascia una vivente lezione, non solo attuale, ma necessaria per far rinascere la democrazia e ridare senso alla sinistra: la necessità di una moderna politica popolare.
(il manifesto, 29 ottobre 2017)
Presentazione del libro di Liliana Di Ponte e Daniela Simi, Il mio paese adesso sono due, Ed. ETS, 2017 a cura di Laura Minguzzi, della Comunità di Storia vivente.
Nell’introduzione Catia Sonetti (direttrice dell’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Livorno) definisce le due autrici “raccoglitrici sensibili di racconti.” Le storie che raccontano sono di venti badanti provenienti da tredici paesi diversi di età comprese fra i ventisei e i settantuno anni, «Vengono da lontano per riparare i buchi del nostro welfare». Il territorio è quello di Lucca e provincia. Gli incontri sono stati organizzati con l’aiuto di varie mediazioni spesso informali, come amiche, conoscenti o la Caritas. Tutte le donne intervistate sono state contente che qualcuno/a potesse interessarsi alle loro vite. Le domande erano semplici e dirette. Perché sei qui? Cosa ti ha spinto a partire? Chi hai lasciato per venire qui? Come vivi nella nostra città? Che progetti hai?
Il termine “badante”: l’Accademia della Crusca ha accolto nel 2002 il nuovo termine che in origine indicava il lavoro di chi accudiva animali bisognosi di cure continue come vacche e vitelli. Sta proprio in quella necessità del sempre, in quest’avverbio (ho pensato subito che in amore si dice “ti amerò per sempre”), lo spartiacque fra tutto ciò che non siamo più in grado di assicurare e coloro che lo garantiscono per noi. Nelle ricerche che ho consultato nel sito di In genere si usa il termine “assistenti familiari” o “lavoratrici domestiche”.
L’Italia è il paese con il più alto numero di lavoratrici domestiche e di cura. Ci sono circa 900.000 lavoratrici domestiche quasi totalmente straniere. Le due autrici, che non sono specialiste di metodologia di raccolta di testimonianze orali, hanno scoperto a loro spese che le confidenze più significative sono arrivate quando l’intervista era finita e il registratore spento «perché nonostante tutto lo strumento inibisce». Ma l’ascolto sensibile messo a disposizione da Liliana e Daniela ha fatto sì che l’intervistata si aprisse fiduciosa. Una qualità rara e preziosa quella dell’ascolto attento. Anche nella comunità di Storia vivente ricordo che Marirì Martinengo chiese che non si registrasse per esercitare il massimo di ascolto e attenzione alle parole dell’altra, valorizzando la presenza, la parola in presenza, la fiducia nell’ascolto dell’altra. La percezione colloca questo lavoro prezioso di cura o manutenzione della vita in un passato molto remoto, quasi secolare, cioè prima della fine della famiglia patriarcale. C’è una generale svalutazione e non riconoscimento di questo lavoro soprattutto femminile.
Mi ha colpito la scelta linguista delle autrici, cioè si citano fedelmente frasi delle donne intervistate che s’inventano parole che suonano molto espressive, per esempio “la manchezza”. Soma dello Sri Lanka dice: «Quando torno a casa, sento la manchezza…», «Qui mi manca “mi respiro” perché qui mi sento proprio strinta vita», oppure parlano un misto fra la lingua d’origine e l’italiano, come Ramona che in Ritratto di signora definisce il rapporto con l’assistita “un tribolo”.
Il libro è diviso in sette parti con una breve introduzione e una cartina geografica del mondo con le rotte di provenienza che conducono queste donne dai luoghi più disparati al territorio di Lucca (Albania, Ecuador, Bulgaria, Senegal, Romania, Ucraina, Filippine, Brasile, Russia, Sri Lanka, Perù, Marocco ecc.). Le autrici hanno scelto un metodo molto efficace scomponendo e ricomponendo i racconti in base a tematiche simili e inserendo brani autobiografici. Quella del racconto mi è sembrata una scelta felice; in Francia è appena uscito un libro di racconti di badanti che Guido Lagomasino mi ha consigliato.
Particolarmente toccante anche la scelta di introdurre ogni capitolo con una poesia di una poetessa straniera su tematiche di migrazione. Natalia Bondarenko scrive:
Mi prendi in giro tu
per come parlo la tua lingua,
per come sfuggo alle sue regole
per come la maltratto (per forza
di cose), ma è soltanto
un fatto di abitudine, trasmesso
da madre a figlia, dal seno al sangue,
dalla radice all’albero che combatte
la sete e non muore […].
Partono col sostegno della famiglia che spera in benefici, ma a volte con l’ostilità di uno o più parenti. Ma in ogni caso giocano un ruolo da protagoniste in quel contesto, un ruolo attivo che spezza la visione di donna che accetta il proprio destino e dà vita a nuovi possibili orizzonti. È un riposizionarsi nel mondo. Diventano soggetti che portano reddito a tutta la famiglia. La difficoltà maggiore è rappresentata dalla lingua. «Non capire le cose, non comprendere le richieste crea disagio, è una barriera». Usano soprattutto la TV per imparare o in alcuni casi le stesse assistite o parenti, una ha la figlia maestra, insegnano loro l’italiano. Io ho avuto la netta impressione di vedere attraverso il racconto di queste vite pararsi davanti ai miei occhi lo svolgersi della storia europea, e non solo, dopo la caduta del muro di Berlino e soprattutto le ultime vicende delle guerre di confine in Georgia e in Ucraina dove c’è di mezzo la questione della Nato. Nelle parole di due giovani amiche, Galina e Tamara, partite appena ventenni dalla Georgia, si comprende la crisi economica e politica di questo paese dopo l’intervento della Russia del 2008 per impedire l’ingresso di questa repubblica nella Nato. Così come per l’Ucraina sappiamo che la questione dell’accettazione in Europa è causa del conflitto permanente nelle regioni del Donbass, confinanti con la Russia, che vogliono l’indipendenza e continuare a gravitare nell’orbita della Russia. Oltre l’Europa ho conosciuto le vicende della guerra civile nello Sri Lanka nei racconti dei badanti, una giovane coppia di quel paese che ha lavorato e abitato presso i miei suoceri per alcuni anni, accompagnandoli verso la morte.
Il titolo esplicita la caduta del senso di appartenenza, lo stare in bilico, un equilibrismo faticoso ma che può portare a scelte di libertà o a ricadute nello sradicamento sofferente se non si lavora sul senso del lavoro, sulle implicazioni e le potenzialità innovative di questa particolare esperienza relazionale.
Qui in Libreria abbiamo ascoltato un esempio portato da un’artista, Donatella Franchi, del tipo di lavoro simbolico che aiuta a dare un senso alla relazione fra badante, assistita e parente dell’assistita – in questo caso la madre centenaria di Donatella – la relazione madre e figlia e le diverse badanti con cui nel tempo Donatella ha costruito una relazione, facendo emergere la creatività nascosta di ognuna di loro e scoprendone gli aspetti umani, le storie familiari, la realtà politica del paese di provenienza, tessendo una rete di significati che ha riscattato e sollevato dalla pura materialità contrattuale il lavoro di cura («Donne con le ali», non a caso, s’intitola il suo lavoro creativo fatto di poesie, installazioni, libri d’artista).
Difficoltà di accasarsi nella lingua, nel paese di adozione, dovuta forse al fatto di avere ancora in mente il modello di famiglia ideale che non esiste più. Molte delle testimonianze ritengono che valga la pena affrontare i rischi, i pericoli del Gran Viaggio (le mafie degli intermediari, delle agenzie)! Ne parlano Galina dalla Georgia, Anastasia dall’Ucraina, Flor dalla Bulgaria: c’è il pericolo di essere derubate durante il viaggio di ritorno, ma ne vale la pena soprattutto per i figli. Dalle macerie nascono nuove scelte di vita oltre il machismo e le violenze dei mariti che bevono. Ma la prima vera trasformazione investe loro stesse. In un articolo su Italiaoggi ho letto recentemente della difficoltà del ritorno perché soprattutto nei paesi dell’Est c’è la continua richiesta di reddito e le badanti sono una fonte sicura. Rivestendo il ruolo di capofamiglia non riescono a sottrarsi alle richieste. Anche Paula dell’Ecuador dice: «Sono stata tentata dai soldi pensando che qui incontravo il paradiso… però non è così, è duro. Mi mancano tanto i miei figli… Oggi per me non c’è motivo per restare…». Ma dov’è allora la libertà femminile? Anche nell’impostazione, nella struttura del welfare italiano c’è ancora una forma mentis legata alla vecchia famiglia tradizionale. Non si vedono i cambiamenti? Ranija, filippina, racconta invece di una felice esperienza. Gestisce da tre anni un bed & breakfast, perché lei dice di sé che pensa positivo e ha affrontato l’ignoto con questo pensare positivo. Anche Vera, albanese, si è felicemente stabilita in Italia e Tamara ha un lavoro regolare in una casa di cura di suore e un ottimo rapporto con loro ed è soddisfatta della sua scelta di vita.
Nella recensione di questo libro, in Leggendaria n° 123 dal titolo La catena internazionale della cura, la giornalista Francesca Caminoli pone questa domanda: perché le autrici del libro s’interrogano sul confine poroso tra privato e pubblico, sulle famiglie e sui modelli di welfare?
Anche le ricerche pubblicate di recente come Viaggio nel lavoro di cura di Sara Picchi, Ediesse 2016, rilevano il carattere usurante e complesso di questo lavoro in quanto non esiste mansionario e si distingue solo fra assistito/a autosufficiente o non autosufficiente… Un progetto di ricerca del Comune di Milano del gruppo CuraMI, condotto da Soleterre e dall’Istituto di Ricerca Sociale (IRS) nel 2015, ha tracciato un percorso sperimentale con un gruppo di una quarantina di donne. Un lavoro di parola di decontaminazione dal lavoro totalizzante al fine di migliorare la vita e la relazione con le/i pazienti attraverso uno scambio di parola e di auto aiuto. La sperimentazione è stata guidata da una psicologa, un’antropologa e una consulente del lavoro. Guadagnare tempo per sé, alla fine questa è stata la conclusione, migliora anche la relazione con l’assistita/o. Il punto di vista adottato era dalla parte delle lavoratrici e non come di solito succede dalla parte della famiglia italiana che richiede garanzie del servizio prestato.
Libreria delle donne – mercoledì 27 settembre 2017
di Massimo Lizzi
La violenza maschile capita per responsabilità diretta dei suoi autori e per responsabilità indiretta degli uomini assenti, silenti e indulgenti. Mentre le donne, che la violenza la subiscono, tentano di sottrarsi con strategie individuali e associate e con il femminismo, l’iniziativa maschile resta esigua, spesso di tipo professionale. Perciò, ha senso sollecitare gli uomini a considerare la violenza come una questione maschile. Lo ha fatto il presidente del senato Pietro Grasso. Un fatto nuovo, di grande valore; una novità che apre un conflitto e provoca resistenze.
La grande maggioranza degli uomini ancora rifiuta di assumersi le sue responsabilità e resiste in silenzio. Invece Edoardo Botteri, più coraggioso, parla e rappresenta in modo aperto questo spirito resistente: si sottrae al senso di colpa e rifiuta la corresponsabilità con tutti gli uomini, perché secondo lui limita e deprime la forza e la libertà dei giovani maschi nell’operare un cambio di civiltà.
Ma la giovane età non fa l’uomo nuovo: la maggioranza delle violenze fuori dalle mura domestiche è commessa da giovani maschi, spesso minorenni. E una colpa rimossa limita e deprime molto di più di una colpa riconosciuta.
In quanto uomo, io sento la colpa nei confronti delle donne. Così come la provo in quanto occidentale verso il resto del mondo, perché, a prescindere dai miei atti e dalla mia volontà, fruisco lo stesso dei profitti del colonialismo e dell’imperialismo. Nella relazione con le donne, tuttavia, pesano anche atti e volontà: non ho mai picchiato e violentato, ma ho commesso forzature e prevaricazioni, significative per il loro intento di controllare e subordinare. A questo aggiungo un immaginario di dominazione che si mescola con l’immaginario sessuale.
Con o senza i sensi di colpa, l’importante è ammettere la nostra colpa storica di uomini e la sua attualità. Perché questo ci orienta nella relazione con le donne, a partire – come sottolinea Umberto Varischio – dal riconoscere il primato della soggettività femminile nel definire la violenza. Nella relazione con gli uomini, una conseguenza di questa ammissione è la rottura della gerarchia e della solidarietà cameratesca. Come corresponsabili riconosciamo di essere associati ai violenti, ma lo riconosciamo per iniziare a dissociarci.
(www.libreriadelledonne.it, 26 ottobre 2017)
di Silvana Panciera
Il Belgio è il paese che attualmente conta il maggior numero di beghinaggi storici che si sono sviluppati nelle Fiandre medioevali. Dal 1998, 13 di essi sono stati riconosciuti dall’Unesco come patrimonio mondiale dell’umanità (vedi sito http://whc.unesco.org/en/list/855). Come sempre, per apprezzare i tesori storici, una guida è di grande aiuto. Allora eccone una speciale: vi presento il signor Graham Keen. Britannico, abita in Belgio da circa 40 anni e al momento del suo pensionamento, circa cinque anni fa, ha scoperto i beghinaggi e ne è stato conquistato al punto da diventare un appassionato conoscitore dell’argomento. Organizza conferenze che illustra con le sue 300 foto e propone gratuitamente visite guidate ai vari beghinaggi, chiedendo in chiusura solo una birra. Il 18 novembre, in collaborazione col beghinaggio di Béthel, ha previsto una visita ai beghinaggi di Malines (Mechelen). Chi volesse unirsi al gruppo, potrebbe scrivere a Graham: grahamfranciskeen@gmail.com o telefonargli al (00)32- (0)478 104.341. Grazie, caro Graham per questa presenza carica di passione. Segnalo inoltre altre guide molto esperte:
Buone visite ben guidate quando se ne presenterà l’occasione.
FRANÇAIS
La Belgique est le pays qui actuellement compte le nombre le plus important de béguinages historiques tels qu’ils se sont développés dans les anciennes Flandres. Depuis 1998, 13 d’entre-eux ont été reconnus par l’UNESCO comme patrimoine mondial de l’humanité (voir le site http://whc.unesco.org/fr/list/855). Comme toujours, pour bien apprécier les trésors historiques, un(e) guide est le bienvenu(e). Alors en voilà un spécial : je vous présente Monsieur Graham Keen. Ce britannique qui habite la Belgique depuis 40 ans, au moment de sa retraite, il y a de cela cinq ans, a découvert les béguinages et depuis lors il est devenu un grand passionné compétent du sujet. Il donne des conférences à l’aide de ses 300 photos et propose des visites bénévoles dans divers béguinages. Il demande juste une bière après avoir longuement parlé. Le 18 novembre, en collaboration avec le béguinage de Béthel, il a prévu une visite aux béguinages de Malines (Mechelen). Vous pourriez bien sur vous joindre à ce groupe en lui écrivant à : grahamfranciskeen@gmail.com ou en lui téléphonant au (++)32- (0)478 104.341. Merci cher Graham pour cette présence passionnée. Je signale aussi d’autres guides bien expérimenté(e)s:
Bonnes visites bien guidées lorsque l’occasion se présentera.
ENGLISH
Belgium is the country that currently has the largest number of historical beguinages just as they developed in the old Flanders. Since 1998, 13 of them have been recognized by UNESCO world heritage of humanity (see http://whc.unesco.org/en/list/855). As always, in order to appreciate any historical treasure, a guide is welcome. So here there is a special one: I introduce you Mr. Graham Keen. This British man who has been living in Belgium for 40 years, when he retired 5 years ago, he discovered beguinages and since then he has become a great enthusiast of this subject. He gives lectures using his 300 photos and volunteers for visits in various beguinages. After his talk, he’s just asking for a beer. On 18 November, in collaboration with the Beguinage of Bethel, he has planned a visit to the beguinages of Malines (Mechelen). You could join this group by writing to: grahamfranciskeen@gmail.com or by calling (++) 32 (0) 478 104.341. Thank you, dear Graham, for your passionate presence. I also indicate below other very experienced guides:
Mrs. Debby Van Linden <debby_van_linden@hotmail.com> for various beguinages (on remuneration). I wish you good guided tours when the opportunity will come.
(Beguines, 24 ottobre 2017)
Il diario di Magda Minciotti, quindicenne deportata in Germania come lavoratrice coatta, scoperto grazie al cerchio di fiducia creato dalla storica Anna Paola Moretti, rivela la bellezza di una scrittura necessaria e le forme originali della resilienza femminile. Come ricostruire una biografia femminile, aprendo squarci inediti sull’educazione di ragazzi e ragazze in una famiglia mazziniana, sulla partecipazione femminile alla Resistenza, sulle modalità della prigionia e sul lavoro coatto di donne e uomini in fabbrica, sulla rimozione del dopoguerra e le sue ragioni? Il rapporto tra sviluppo industriale e forme di sfruttamento della manodopera, caratteristico della Siemens nell’economia di guerra, può darci elementi per riflettere sule migrazioni di oggi? L’autrice del libro Considerate che avevo quindici anni. Il diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione (Affinità elettive 2017) ne parla con Marina Santini e Luciana Tavernini.
di Marisa Guarneri
Quando sono arrivata alla Montedison di Linate nel 1970 avevo 22 anni. Sono diventata rappresentante della CGIL dentro il Consiglio di Fabbrica alle prime elezioni dei delegati.
Cosa strana per me in quel periodo accesa extraparlamentare. Questo ha voluto dire stare dentro una Sezione Sindacale di Fabbrica CGIL, e successivamente anche in un direttivo Nazionale della Filcea. Nella mia fabbrica c’erano 1.500 persone, donne e uomini che lavoravano nei reparti di produzione – pericolosi e nocivi – e qualche centinaio di ricercatori nelle palazzine del Centro ricerche.
C’era un lungo viale fra l’entrata (cancello) principale e le palazzine del Centro Ricerche e si doveva allungare il passo per andare a timbrare nel gabbiotto dopo la mensa degli “impiegati”, separata da quella degli operai.
Ho sempre avuto problemi ad arrivare in orario e quella lunga camminata era un tormento, mi passava sempre accanto in bicicletta il mio amico Mario che dai reparti di produzione si spostava per qualche compito da svolgere al Semiscala, luogo di sperimentazione dei tipi di produzione in corso. Dopo qualche tempo, sia operai che impiegati mi salutavano. Alcuni ironicamente, altri in modo affettuoso.
Ero l’unica donna nell’esecutivo del C.d.F., cosa ancora non consueta.
L’arrivo in massa di nuove delegate ricercatrici avvenne alcuni anni dopo.
Ci sono alcune cose che non potrò mai dimenticare e che sono nel mio cervello nitide come se tutto fosse accaduto qualche mese fa.
Lo scoppio che – per fortuna – avvenne nell’intervallo di pranzo e la paura subito chiara che portava la notizia: era saltato un reparto. Insieme ad altri del CdF corremmo verso i reparti. Non mi lasciarono entrare. Ci fu un morto. Una manifestazione spontanea e furiosa, che cercammo di condurre fuori dalla zona di produzione. Poteva succedere davvero di tutto.
L’altro ricordo è bello, nella sua drammaticità: un lungo tavolo dove pranzavamo al sole tutti insieme. Davanti al cancello di entrata. Eravamo in occupazione!
Terza situazione la diossina. Che arrivò dopo l’esplosione a Seveso. Era agosto ed ero praticamente la sola rappresentante sindacale in fabbrica. Richiamai tutti gli operai che avevano avuto a che fare con la diossina per fare analisi di controllo.
Sarebbe troppo lungo raccontare tutta la vicenda successiva. Lo farò, ma non qui.
Mi preme dire che il punto forte di questa esperienza fu la denuncia contro Montedison per aver disatteso alla legge di parità nel numero di donne messe in cassa integrazione, superiore a quello degli uomini. Per il dispiacere a molte donne si bloccarono le mestruazioni. Avevano lottato per quel lavoro (nel Centro Ricerca) ci tenevano, non volevano essere espulse, e “tornare a casa ad occuparsi della famiglia” era per loro intollerabile. Il processo andò in sostanza bene e non potendole far lavorare, ma dovendole pagare lo stesso diventò più favorevole per l’azienda richiamarle.
I corpi delle donne hanno sempre contato per me, e dopo anni di trattative per gestire cassa integrazione e trasferimenti mi permisi di andarmene. Ho portato con me il ricordo di lotte grandiose delle donne: il movimento delle delegate che unitariamente lottarono perché il sindacato prendesse posizione a favore dell’aborto. La formazione alla differenza di delegate bancarie e poi di responsabili della CGIL nazionale.
Già viveva la Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate.
Fu molto doloroso vedere la struttura della Montedison di Linate scomparire un pezzo alla volta e finalmente nel 1985, accettai la proposta delle donne dell’UDI di Milano e andai con loro a costruire il Centro di formazione professionale e reinserimento per le donne, DonnaLavoroDonna.
E qui comincia un’altra storia.
Nonostante le divergenze, le lotte di schieramento, i conflitti, i congressi vissuti sempre dalla minoranza e molte altre cose positive, quando passo davanti alla Camera del Lavoro di Milano, mi sento a casa mia.
Un amore, che mio figlio, oggi delegato CGIL, mi dice che ormai ha poco senso e che tutto è molto diverso dagli anni ’70 e ’80.
Ma io penso che il primo amore non si scorda mai.
(www.libreriadelledonne.it, 20 ottobre 2017)
di lm
Come il faraone Tutankhamon ha fatto morire quelli che violarono la sua tomba, così Marilyn torna a colpire i comportamenti maschili che hanno saccheggiato la sua femminilità. Marilyn non giudica nessuna e non perdona a nessuno. Dopo i Kennedy, ora tocca a Hollywood. Leggiamo: si sapeva, hanno sempre fatto così. Rispondiamo: viene il momento in cui non si farà più così. È venuto. (lm)