di Paola Rizzi

Sfratto scongiurato per l’associazione Lucrezia Marinelli che custodisce un importante archivio di film di girati da donne registe. Ieri il vicensindaco di Sesto San Giovanni Gianpaolo Caponi e l’assessora alle associazioni Angela Tittaferrante  hanno incontrato la presidente Nilde Vinci, assieme ad altre due  realtà storiche di Sesto sotto sfratto, Le Malandre e 20mila leghe (che organizza viaggi della memoria) annunciando la sospensione dell’atto fino a che l’amministrazione non troverà sedi alternative. Verrà così annullata la lettera che intimava lo sgombero entro il 6 dicembre. «Il vicesindaco ha detto che della scadenza non sapeva nulla – dice Vinci – Speriamo si trovi una soluzione, a noi in fondo serve poco. Ora occupiamo solo 13 metri quadri».

di Giovanni De Mauro

Il ritorno di Silvio Berlusconi somiglia alla scena finale di un film dell’orrore in cui il mostro cattivo sembrava fuori gioco e invece dà un’ultima zampata facendo urlare tutti per lo spavento. Avviene nel momento in cui in tanti paesi del mondo c’è un movimento di donne che prendono la parola per denunciare aggressioni, molestie sessuali e stupri compiuti da uomini di potere.

Ida Dominijanni, giornalista e teorica femminista, ha scritto nel 2014 un saggio fondamentale, Il trucco (pubblicato da Ediesse), in cui rilegge la fine di Berlusconi alla luce del ruolo avuto dalle donne, tre in particolare: Sofia Ventura, Veronica Lario e Patrizia D’Addario. “È stata la parola femminile”, scrive Dominijanni, “ad aprire una crepa nella narrazione della realtà e nel regime del dicibile e dell’indicibile berlusconiani, crepa che a sua volta ha aperto la strada alla pensabilità e alla possibilità della sconfitta del premier”.

E proprio come succede oggi con le donne che denunciano le molestie, anche allora furono in pochi – almeno in Italia – a “mettersi in ascolto della loro verità senza creduloneria né pregiudizi, respingendo l’onere del ‘supplemento di credibilità’ che, soprattutto ma non solo da parte maschile, viene richiesto alle donne e solo alle donne in una sfera pubblica in cui agli uomini è consentito dire e contraddirsi in continuazione senza onere alcuno, perché la parola maschile conta per definizione mentre quella femminile non conta, o conta di meno, o conta solo a certe condizioni, prima fra tutte l’irreprensibilità della parlante”.

Berlusconi non l’aveva portato la cicogna, dice Dominijanni: “Niente di quello che il suo ventennio ci ha somministrato era inevitabile, perché tutto veniva da più lontano”. La sua vittoria nel 1994 parlava di noi, di quello che eravamo diventati e stavamo diventando. E potrebbe essere vero ancora oggi.


(Internazionale, 24 novembre 2017)

di Daniela Finocchi

RICORDI. All’età di 82 anni scompare una delle protagoniste del femminismo italiano, vulcanica e attenta a sostenere i talenti delle donne

Aida Ribero colpisce attraverso la parola scritta, così come faceva di persona, per la vivace intelligenza, la lucidità di pensiero, la lungimiranza e l’incredibile modernità. Si è spenta a Torino all’età di 82 anni senza smettere mai di impegnarsi a favore delle donne.
Inizia lontano la storia di Aida, da quel paese chiuso tra le Valli Grana e Maira (la famiglia era originaria di Caraglio) da cui presto prenderà il volo, grazie agli studi e all’impegno politico. Nei primi anni aderisce all’Udi e al Pci (partito che lascerà dopo i fatti d’Ungheria), partecipando alle lotte per i diritti civili e realizzando quindi la sua autentica vocazione attraverso l’emancipazione, ma soprattutto la liberazione della donna.

UN VULCANO DI IDEE, un’indomita pensatrice e una donna estremamente generosa, capace di donare e condividere saperi e cose, soprattutto con le giovani perché – come scriveva – «temo la smemoratezza e voglio che le mie figlie e le loro amiche sappiano perché e per chi sono così diverse dalle loro madri». Docente, giornalista, saggista (ha collaborato con La Stampa, La Repubblica, Noi Donne), si è impegnata nella divulgazione dell’opera del compagno, filosofo e partigiano, Pietro Chiodi.

Ma soprattutto Aida ha fatto parte dei primi gruppi di autocoscienza ispirati al pensiero di Rivolta Femminile e proprio dalla collaborazione con quelle donne è nata nel 1995 una delle esperienze che più l’aveva coinvolta: il Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile di cui è stata presidente per otto anni e quindi anima ispiratrice di fini e di metodi.

Qui ha dato vita a tanti incontri, laboratori, convegni, programmi, quali la collana Donne del Piemonte (Seb27) o il progetto Nati da donna. La mia genealogia femminile. È stata parte attiva nel Coordinamento Giornaliste del Piemonte, nella Casa delle Donne di Torino e quindi nel Gruppo di studio del Concorso Lingua Madre ed ha concorso a fondare il Coordinamento contro la Violenza e il Telefono Rosa di Torino. «La relazione e l’affidamento sono dati costitutivi del modo di procedere nel mondo delle donne – scriveva – una forza che, per ciò che mi riguarda, mi autorizza a pensare, progettare, realizzare».

A lei si deve la prima preziosa ricostruzione del femminismo degli anni Settanta con il volume Una questione di libertà (1999), un quadro dove le differenti correnti all’interno del movimento trovano spazio e danno luogo a una sintesi inedita. Tra i suoi libri più noti, anche Glossario. Lessico della differenza (2007) che ha rivisitato criticamente termini ricorrenti, dalla «A» di autostima alla «V» di violenza. Altrettanto prezioso, Procreare la vita, filosofare la morte (2011), un viaggio alla ricerca di un nuovo possibile paradigma del materno.

AIDA aveva una qualità unica: promuoveva le donne. Aveva un fiuto speciale per scovare il talento di ciascuna e creare contesti in cui quel talento potesse scaturire dal’opacità dell’inconsapevolezza o dal buio del silenzio. Grazie a questo sono nati tanti volumi collettanei. Tra questi 100 titoli.Guida ragionata al femminismo degli anni Settanta (1998) curato insieme a Ferdinanda Vigliani, o Il simbolico in gioco (2011), curato con Luisa Ricaldone, scritto insieme a Pinuccia Corrias e tante altre, sulla lettura situata di alcuni dei più noti romanzi della letteratura del Novecento.

Profondo e suggestivo insieme di scrittura e immagini sono poi state le mostre Con forza e intelligenza e Dall’uguaglianza alla differenza, così come Il corpo imprigionato sulle costrizioni e le violenze inferte alle donne nelle diverse epoche storiche, culture e paesi.
Questo e molto altro ci ha lasciato in eredità Aida Ribero, un pensiero scintillante per tutte le donne, per «chi vuole fondare il proprio sapere nel terreno di una memoria che ci ha dato una nuova identità».

(il manifesto, 24 novembre 2017)

dal 26.11 al 31.12.2017

presso l’Associazione Alveare di Via Ferrera , 8 in Milano,

FRAMES rappresenta, nel percorso artistico di Giuse Iannello, il tentativo di creare una sintesi formale, mettendo in risalto soprattutto il concetto che vuole comunicare. La cornice diventa quindi uno spazio “sacro” che enfatizza e separa, dove l’idea diventa forma.

Su invito di LeoNilde Carabba.

“Io veleggio in galassie sconosciute, Giuse si confronta col reale…attraverso la sua opera complessa e incisiva…l’opera “Bebay 2039-Choose your baby” mi ha veramente colpito perché è un feroce attacco, che condivido pienamente, a questo indegno uso del Corpo della Donna rappresentato dall’operazione utero in affitto.”

Questa è parte dell’inrtroduzione al catalogo della personale di Giuse Iannello FRAMES, curata da Ondedurto.arte presso Spazio Alveare di Milano.

Silvana Panciera – Centre Européen de Rencontre et de Ressourcement




ITALIANO
Hanno di solito nomi di persone i tornado che regolarmente investono gli USA e i Caraibi, ma il tornado Asia è di un altro tipo ed è molto benefico. Con la sua denuncia per molestie sessuali al produttore cinematografico Harvey Weinstein pubblicata dal The New Yorker il 10 ottobre e la successiva  lista delle 92 altre donne da lui molestate, Asia Argento ha messo fuoco alle polveri superando l’atavica reticenza di tantissime donne che per tante ragioni non hanno osato e non osano denunciare.  Grazie al suo coraggioso esempio, tante altre hanno finalmente osato parlare e fare nomi consegnandoli all’hashtag #MeToo. Ne è nata una valanga virale che secondo Euronews a fine ottobre cifrava già più di 1,7 milioni di tweet. Sono cadute teste “eccellenti” come l’attore Sylvester Stallone, il procuratore repubblicano Roy Moore, il senatore democratico Al Franken e persino George W. Bush accusato da almeno 8 donne. Citiamo gli Stati Uniti, ma il fenomeno è mondiale e trasversale alle classi sociali. La Segretaria Generale dell’European Women Lobby Joanna Maycock afferma:” Le molestie sessuali non sono solo un problema a Hollywood. Sono una delle più diffuse forme di violenza contro le donne nell’Unione Europea. In molti casi rimangono invisibili, ancor più spesso non rilevate e banalizzate“. Per non parlare poi di quanto accade in altri paesi e continenti. Nella Giornata mondiale del 25 novembre dedicata alla lotta contro la violenza sulle donne, vogliamo ringraziare Asia e tutte quelle che hanno osato e rallegrarci del fatto che anche questa omertà è finita.


FRANÇAIS

On les appelle en général par des noms de personnes les tornades qui frappent régulièrement les USA et les Caraibes, mais le tornade Asia est d’un autre type et très bénéfique. Par sa plainte pour harcèlement sexuel adressée au producteur cinématographique Harvey Weinstein publiée dans The New Yorker le 10 octobre et la successive liste des 92 autres femmes qu’il a molestées, Asia Argento ha mis le feu aux poudres en surmontant l’ancestrale réticence de très nombreuses femmes qui pour diverses raisons n’ont pas osé et n’osent pas porter plainte. À la suite de son courageux exemple, beaucoup d’autres ont enfin osé dire et faire des noms à travers l’hasthag #MeToo. Il en est suivi une avalange virale qui, d’après Euronews,à fin octobre comptabilisait plus de 1,7 million de tweet. Des têtes “excellentes” sont tombées comme par exemple l’acteur Sylvester Stallone, le procureur républlicain Roy Moore, le sénateur démocratique Al Franken et même George W.Bush, accusé par au moins 8 femmes. Nous évoquons les USA, mais le phénomène est mondial et traverses les classes sociales.  Joanna Maycock, Sécretaire Générale du Lobby européen des femmes écrit: “L’ harcèlement sexuel n’est pas un problème seulement à Hollywood. Il s’agit d’une forme de violence envers les femmes parmi les plus répandues dans l’Union Européenne. Dans bien des cas il reste invisible, encore plus souvent il non pointé ou banalisé“. Sans parler de ce qui se passe dans d’autres pays ou continents. À l’occasion du 25 novembre, Journée mondiale contre la violence envers les femmes, nous voudrions remercier Asia et toutes celles qui ont osé parler et nous réjouir du fait que cette omerta est aussi terminée.


ENGLISH

The tornadoes that regularly invest the US and the Caribbean are usually called with human names , therefore  the Asia tornado is of another type and very beneficial. With her report of sexual harassment to film-maker Harvey Weinstein published by The New Yorker on October 10 and the next list of the 92 other women who have been harassed by him, Asia Argento has blown up the atavistic reticence of many women who for so many reasons have not dared and still dare not denounce. Thanks to her brave example, many other women have finally dared say and make names by delivering them to the #MeToo hasthag. There was a viral avalanche that according to Euronews at the end of October already numbered more than 1.7 million tweets. Famous heads felt down like actor Sylvester Stallone, Republican procurator Roy Moore, Democratic senator Al Franken and even George W. Bush, accused of at least 8 women. We quote the United States, but the phenomenon is global and transversal trough the social classes, as the European Women’s Lobby General Secretary Joanna Maycock states: “Sexual harassment is not just a problem in Hollywood, it is one of the most common forms of violence against women in the European Union. In many cases it remains invisible, even more often unrecognized and trivialized. ” So let’s not talk about what’s happening in other countries and continents. On November 25, Mondial day dedicated to the fight against violence on women, we want to thank Asia and all those who have dared and rejoice that even this omerta is over.

 

(centroeuropeo.info, 23/11/2017)

di Franca Fortunato

 

La storica Anna Paola Moretti da anni, con l’Istituto di Storia Contemporanea della provincia di Pesaro e Urbino, si dedica alla storia e alla memoria delle deportazioni femminili, con tutto il rigore della ricerca storica che la contraddistingue e l’amore per le donne che la orienta e la mette in una posizione relazionale di ascolto dell’altra e di dialogo da donna a donna. È quello che fa anche nel suo ultimo libro Considerate che avevo quindici anniIl diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione dove una bambina, con le trecce nere e lo sguardo profondo, (ci) parla attraverso il suo diario, che scrisse nell’arco di un anno (1944/45) quando giovane partigiana, figlia e sorella di partigiani, il 23 luglio 1944 a Ripe (in provincia di Ancona) nelle Marche, venne arrestata dai tedeschi in ritirata e deportata nei lager di Norimberga e Bayreuth per lavorare nell’industria bellica della Siemens. Il diario è un documento preziosissimo perché apre una pagina poco conosciuta, poco indagata, poco ricercata dalla storiografia, quella della deportazione per lavoro coatto il cui “emergere può disegnare una nuova mappa storica e contribuire a ripensare la storia del Novecento, in quell’intreccio di memoria e storia”. Magda era consapevole del valore storico e umano di quello che stava capitando a lei e alle sue compagne e compagni e voleva lasciarne memoria. “Quando un giorno – scrive nel suo diario – ritorneremo, se ritorneremo (…) bisognerà raccontare la nostra Odissea” e più volte, con l’uso del voi, si era rivolta ai futuri lettori. Ma quando tornò dalla prigionia, per lunghissimi anni, non raccontò nulla né del diario né della sua esperienza. Moretti, nell’interrogarsi su quel silenzio, condiviso con tantissime donne e uomini sopravvissuti ai lager, ricostruisce il contesto storico del dopoguerra che impose quel silenzio. Magda si limitò a ricopiare il suo diario su un quaderno con la copertina nera dai bordi rossi, perché si stava deteriorando. Tuttavia non abbandonò mai dentro di sé il desiderio di fare arrivare a noi la sua storia. Desiderio profondo che, a 70 anni di distanza dagli eventi e a 37 dalla sua morte, Anna Paola Moretti ha riconosciuto nel gesto del figlio Giorgio che, fidandosi della storica e della donna, le ha affidato il diario della madre che glielo aveva dato poco prima di morire. Oggi anche noi, grazie a lei, possiamo leggerlo e conoscere la sua storia nei lager, come lei voleva. Una storia dolorosa, fatta di violenze, orrori, fame, angosce, paure, che la protagonista affida giorno dopo giorno alla scrittura del suo diario, suo amico e confidente, su minuscoli blocchetti di ricevute scadute, trovate per caso. Pagina dopo pagina, giorno dopo giorno, Magda ci porta dentro il viaggio della sua deportazione, nell’inferno delle fabbriche, nel degrado degli alloggiamenti comuni, sotto i bombardamenti e ci rende partecipi dei suoi sentimenti di solitudine, nostalgia, sconforto e dolore per il distacco e poi la morte del fratello, Giorgio, che si era fatto deportare per starle accanto. Nel buio della tragedia, personale e collettiva che si stava consumando nel cuore dell’Europa, vediamo splendere il desiderio di Magda di sopravvivenza, scopriamo con ammirazione nelle pagine del suo diario, la forza e il coraggio di una ragazzina di quindici anni – la stessa età di Anna Frank – costretta a crescere troppo in fretta. Una costante guida e un conforto fu per lei – come scrive nella prefazione Luciana Tavernini della “Comunità di Storia Vivente” di Milano – l’amore di e per la madre e il pensiero della nonna e delle amiche, che la tennero al riparo dalla disumanizzazione del mondo dei lager e le permisero di aprirsi a nuove relazione e alla speranza del ritorno. Un libro prezioso, bello, utile, imponente, puntuale nella ricostruzione della biografia di Magda e delle vicende storiche che l’hanno accompagnata, dall’8 settembre 1943 fino agli anni Cinquanta, in un intreccio tra memoria e ricerca storica, che ha il pregio di fare conoscere una delle tante vite femminili oscure e sconosciute che Virginia Woolf chiedeva di portare alla luce. Un libro da leggere e studiare in tutte le scuole.

Anna Paola Moretti, Considerate che avevo quindici anni – Il diario di prigionia di Magda Minciotti tra Resistenza e deportazione, collana di ricerche storiche dell’Istituto Storia Marche, Ed. affinità elettive, pp.313, € 18,00.

(www.spettacoliamo.it, 22 novembre 2017)

di Annalisa Camilli

 

“Oggi mi si apre il cuore perché il testimone del femminismo italiano è passato a donne giovani e preparatissime: è uno di quei casi in cui le figlie non hanno avuto bisogno di distruggere le madri”. Paola Mastrangeli, del Centro Alma Sabatini per l’uso non sessista della lingua, con il suo intervento ha chiuso la presentazione del primo Piano contro la violenza maschile e la violenza di genere presentato dal movimento Non una di meno alla Casa internazionale delle donne di Roma il 21 novembre, ed elogia la capacità di dialogo e di coesione che hanno saputo esprimere le diverse generazioni di femministe italiane.

Balza all’occhio, infatti, il carattere intergenerazionale della proposta elaborata dal movimento femminista italiano per contrastare la violenza di genere, così come colpisce il pluralismo delle posizioni e delle sigle che hanno dato vita al progetto. “Non so nemmeno dire quante mani hanno scritto questo libretto”, spiega Marina Montanelli, una delle relatrici, mentre la sala Carla Lonzi della Casa internazionale delle donne scoppia in un applauso.

“A partire dalle loro differenze, ma anche dalle relazioni che hanno saputo costruire, queste giovani donne hanno fatto un lavoro enorme. E hanno riscoperto la passione e la rabbia costruttiva della lotta per l’autodeterminazione. Ma io non avevo dubbi sul fatto che questo sarebbe successo”, aggiunge Mastrangeli e le donne in sala sventolano il libretto fucsia di 57 pagine che contiene la proposta da presentare alle istituzioni, dopo un lungo processo durato un anno. Il piano è stato presentato contemporaneamente a Roma e a Milano.

Cosa prevede il piano
La proposta è stata elaborata nei lavori di decine di assemblee che si sono svolte su tutto il territorio nazionale e si basa sul presupposto che “la violenza maschile contro le donne non può essere superata nell’ottica dell’emergenza” perché è strutturale: “Ogni giorno è esercitata sui corpi e sulle vite di milioni di donne”.

Le accuse a Harvey Weinstein, e la campagna #metoo che ne è seguita, hanno mostrato l’estensione del fenomeno delle molestie sessuali e fisiche subite dalle donne di tutto il mondo sul posto di lavoro e in ogni momento della vita, ma ha anche aperto uno spazio politico di denuncia e di solidarietà, secondo le femministe di Non una di meno.

Il piano antiviolenza prevede dodici capitoli e articola delle proposte per superare le discriminazioni e le violenze di genere in tutti gli ambiti in cui avvengono a partire dal mondo del lavoro, ma anche nel linguaggio o nell’istruzione, fino ad arrivare a settori come la salute. Ecco i punti principali del piano.

-Reddito di autodeterminazione per le donne che decidono di uscire dalla violenza.
-Nessun obbligo di denuncia nei pronto soccorso senza il consenso della donna.
-Più fondi per i centri antiviolenza.
-Garanzia d’indipendenza e laicità dei centri antiviolenza.
-Politiche per la genitorialità condivisa come l’estensione dei congedi di paternità a tutte le tipologie contrattuali, non solo nel lavoro subordinato e non solo in presenza di un contratto di lavoro.
-Investimenti sulla formazione e su percorsi di educazione nelle scuole e nelle università che mettano in discussione e superino il “binarismo di genere” e gli stereotipi di genere.
-Formazione nel mondo del giornalismo e dell’informazione per smettere di rappresentare la violenza di genere come una “emergenza” o un “problema di sicurezza e ordine pubblico”, di indicare le donne come “vittime” e gli uomini maltrattanti come “presi da un raptus”.
-Eliminazione dell’obiezione di coscienza per l’interruzione volontaria di gravidanza (ivg) negli ospedali pubblici, che permette al 35 per cento degli ospedali italiani con un reparto di ginecologia e ostetricia di non praticare gli interventi.
-Sostegno dell’aborto farmacologico nei consultori.
-Apertura delle case pubbliche della maternità per evitare la violenza ostetrica durante il parto.
-Finanziamenti ai consultori per garantire l’accesso alla contraccezione, all’informazione e alla prevenzione delle malattie sessualmente trasmissibili.
-Il riconoscimento della protezione internazionale per le donne di origine straniera che si sottraggono a ogni forma di violenza come per esempio la tratta degli esseri umani.
-Creare una banca dati sulle molestie nei posti di lavoro.
-Creare una banca dati per monitorare le differenze di retribuzione salariale.
-Creare una banca dati sull’applicazione della legge 194/78 che regolamenta l’interruzione volontaria di gravidanza.

Una questione economica
Nel piano antiviolenza hanno un ruolo fondamentale l’ambito lavorativo e le politiche sociali. “La violenza domestica e quella sul posto di lavoro possono essere prevenute solo se si mette in discussione un modello anche economico basato sullo sfruttamento e sulla precarietà di cui pagano il prezzo soprattutto le donne”, spiega Marina Montanelli di Non una di meno.

“Le donne sono quelle che si trovano più spesso in situazioni di disoccupazione o di precarietà lavorativa che le costringono a tornare a svolgere lavori domestici e di cura anche per far fronte ai tagli al welfare degli ultimi anni”, continua Montanelli. Le proposte articolate da Non una di meno rivendicano un salario minimo universale europeo, come risposta ai tagli allo stato sociale che pesano soprattutto sulle donne, ma anche per affrontare la disparità salariale tra uomini e donne che in Italia è molto alta.

Non una di meno chiede che il welfare sia ripensato proprio a partire dalle donne

Le femministe propongono delle misure economiche di sostegno alle donne che denunciano la violenza: “Spesso, infatti, le donne che subiscono molestie, minacce e violenze sul posto di lavoro si scontrano anche con la difficoltà materiale di denunciare, perché hanno paura di essere licenziate. Nel caso delle donne disoccupate o precarie che subiscono violenze dai mariti e dai compagni esiste lo stesso problema”. Infine Non una di meno chiede che il welfare sia ripensato proprio a partire dalle donne.

“Siamo contrarie al reddito d’inserimento appena varato dal governo, perché oltre a essere una misura irrisoria che riguarderà pochi beneficiari, è una misura basata sul modello familistico, cioè possono accedere a questo tipo di misura solo le famiglie, ma questo comporta dei problemi proprio per le donne e la loro autonomia”, conclude Montanelli. Le femministe della rete Non una di meno presenteranno il piano antiviolenza nella giornata mondiale contro la violenza sulle donne il 25 novembre, quando è prevista la manifestazione nazionale del movimento a Roma.

(Internazionale, 22 novembre 2017)

di Anna Alberti

 

Filosofia per bambini. La storia di Talete che guardando le stelle cade in una buca e viene sbeffeggiato dalla servetta di Tracia. Quella di Eraclito, che osservando l’acqua di un fiume capisce che tutto scorre, proprio come nella vita. E poi temi come la paura, l’amore, la guerra, l’esperienza, l’esistenza dopo la morte, passando per una caduta dalla sedia: sono gli argomenti affrontati da Lola, Marta, Tito, Margherita, Arianna, Lea, Sasha, Fosca, Anita, Milo – età compresa tra gli 8 e gli 11 anni – all’Accademia delle Piccole Filosofe, condotta da Luisa Muraro alla Libreria delle donne di Milano (il secondo anno “accademico”, appena iniziato, in realtà è aperto anche ai bambini). Solo una delle sempre più numerose occasioni dedicate ai baby pensatori, tra percorsi didattici, festival e laboratori organizzati un po’ ovunque in Italia per andare incontro alla più spontanea tra le attitudini dei ragazzini: quella di fare domande.

«All’inizio qualcuno ci guardava con una certa indulgenza. Grande errore, perché i bambini sono dei filosofi nati: non si vergognano a chiedere perché. Sono curiosi, fanno di ogni cosa – per quanto piccola e banale – argomento di speculazioni ingenue eppure profonde. Proprio come i grandi pensatori», racconta Luisa Muraro, docente di Filosofia teoretica all’Università di Verona. «E io che di solito sono tormentata, nervosa, con loro mi sento a mio agio: sono affascinata e spiazzata dalla loro naturalezza e spontaneità, che spesso da grandi perdiamo. Nei nostri incontri, che conduco insieme alla giovane Lola – la bambina che ha immaginato e voluto questa accademia -, non abbiamo alcuna pretesa di arrivare a una risposta. Anzi, la prima scoperta che abbiamo fatto è proprio che per ogni quesito ci sono molte possibili risposte. Per esempio a proposito della vita “dopo”, Tito dice che si vive una volta, poi si rinasce, e si rinasce ancora (in pratica la metempsicosi). Ma la risposta più filosofica che ho sentito è arrivata da Milo, dopo lunga riflessione: “La vita dopo la morte? Strano…”. Trovo che sia davvero la sintesi di tutto ciò che si può dire, credenti o no».

Che la filosofia finisca per diventare una materia in più tra le tante che affollano i pomeriggi dei bambini, gravati da compiti su compiti?, si chiede già qualcuno. «Nessun pericolo», assicura Francesco Mapelli, fondatore insieme a Ilaria Rodella, dei Ludosofici, promotori di molti eventi junior tra cui gli Stati generali di filosofia per bambini. «I nostri laboratori esulano da scuola e lezioni in senso classico: gli strumenti per ragionare sono, a seconda dell’idea con cui vogliamo confrontarci, foglie, conchiglie, colori, scatole, cartoni, pezzi di cemento, gomme vecchie, musica, opere d’arte… Perché è dal fare, dal vedere, dal toccare, che nascono le riflessioni che poi diventano pensiero. Come diceva Seneca, “facere docet philosophia, non dicere”, ovvero la filosofia insegna ad agire, non a parlare. E i bambini con noi pensano facendo, rendendo visibile l’invisibile».

Qualche esempio pratico? «C’era una volta una tigre che mangiava una gazzella… Ma se fosse la gazzella a mangiare la tigre?!». Ecco uno dei tanti temi lanciati nel corso del festival milanese A spasso con Sofia (realizzato a Milano la primavera scorsa in sei location diverse, e già previsto per il maggio 2018), racconta ancora Francesco Mapelli. «In quel contesto ci siamo divertiti a tessere nuove ipotesi sulla storia della gazzella, incrociando il possibile con l’impossibile e la realtà con nuovi sviluppi fantastici. In un altro abbiamo provato a costruire la città ideale facendo incontrare Tommaso Moro con Godzilla. Poi siamo andati a caccia di idee, che secondo Platone stanno tutte insieme oltre la volta celeste, e per Aristotele invece si possono costruire da sé. E il tempo? Un concetto difficile, tant’è che anche Sant’Agostino diceva che quando cercava di spiegarlo non ci riusciva. Per questo abbiamo tentato di ragionare insieme per scoprire come mai una giornata a giocare passa più veloce di quella trascorsa a casa ammalati: non sarà che l’orologio a volte non funziona tanto bene? Alla fine la cosa più importante che abbiamo capito è che anche se non riusciamo a rispondere a tutte le domande, non dobbiamo smettere di provarci».

Ma c’è un’età giusta per cominciare tutto questo? Alla Fondazione Collegio San Carlo di Modena – che ha partecipato all’ultimo Festival della Filosofia di Modena – sono convinti che le grandi domande comincino sin dall’asilo, e che i giochi del “fare finta” siano già dei minilaboratori filosofici. Della loro esperienza con i bimbi delle scuole di infanzia modenesi Carlo Altini – direttore scientifico della Fondazione – insieme ad altri autori ha scritto in Piccole Ragioni. Filosofia con i bambini, ed. Franco Cosimo Panini): «Come Socrate, immaginiamo di voler costruire da zero un paese giusto in cui vivere bene. Oppure immaginiamo isole disabitate, mondi pieni di cose sconosciute, case da inventare, navi per viaggiare… Sospesi tra il mondo quotidiano e i mondi immaginati, coinvolti senza saperlo in esempi e metafore della filosofia, bambine e bambini di quattro e cinque anni parlano del bene e del male, del mondo che esiste ai loro occhi e di altri mondi possibili».

Niente di nuovo del resto: già negli anni 60 Matthew Lipman e Ann Margaret Sharp parlavano di Philosophy for Children (conosciuta come P4C) per migliorare la capacità logica attraverso i dialoghi filosofici: un’avventura formativa e un esercizio di umanità. Rifacendosi a quell’idea, Silvia Bevilacqua e Pierpaolo Casarin hanno introdotto nuove pratiche nelle scuole elementari genovesi, trevisane e milanesi (queste ultime raccontate in Philosophy for children in gioco – Mimesis Edizioni). Anche qui niente cattedra, ma un solo obiettivo: imparare col gioco a esercitare la dialettica, a non accontentarsi di idee già pronte. Per imparare a ragionare in modo autonomo sin da piccoli. E non smettere più.

Prossimi appuntamenti Per tutto novembre – mese che l’Unesco dedica alla filosofia, celebrandone la Giornata Mondiale il 16 di ogni anno – i Ludosofici organizzano laboratori gratuiti per le scuole primarie e secondarie a Milano, Napoli, Vicenza. Gli incontri dell’Accademia delle Piccole Filosofe avvengono invece a Milano ogni terza domenica del mese: il prossimo è previsto per il 26 novembre alla Libreria delle donne.

(Marie Claire, 22 novembre 2017)

 

 

Pat lives in Milan where she draws comics that talk about politics, work, feminism, sexuality, war. Among her latest exhibitions: “Punto e a capo” at the Victorian of Rome and ” Donne e primedonne ” at La Fenice Theater in Venice. Among her books ” La Bella Addormentata fa il turno di notte”, “Sex of humor.” She is one of the animators of ”Aspirina”, the satiric magazine published by the Women’s Bookstore in Milan. (www.patcarra.it) 

This talk was given at a TEDx event using the TED conference format but independently organized by a local community. Learn more at https://www.ted.com/tedx

di Giuliana Giulietti

Il discredito della parola femminile, la cultura dello stupro e la rivoluzione femminista sono i temi affrontati da Rebecca Solnit nella raccolta di saggi Gli uomini mi spiegano le cose. Saggio sulla sopraffazione maschile. Come Cassandra, la giovane donna che diceva la verità e non veniva mai creduta (questo in conseguenza di una maledizione che le aveva lanciato il dio Apollo perché si era rifiutata di fare sesso con lui) ed era considerata dalla sua famiglia pazza e bugiarda, così generazioni di donne «sono state bersagliate di accuse: di essere deliranti, confuse, manipolatorie, maligne, delle intriganti, di avere una innata tendenza alla disonestà». Ogni qual volta una donna mette in discussione un uomo – scrive Solnit – in particolare un uomo potente, specialmente se ha qualcosa a che fare con il sesso, l’uomo si difende gettando discredito su di lei e sul suo racconto. Da mezza svitata, ipocrita e sgualdrina fu trattata nel 1991 Anita Hill che di fronte alla commissione di giustizia del Senato americano riportò una serie di episodi in cui Clarence Thomas (nominato giudice della Corte Suprema da Bush senior e allora suo superiore) l’aveva costretta ad ascoltarlo mentre descriveva dei porno da lui visionati e le sue fantasie sessuali. Il medesimo schema denigratorio fu utilizzato contro Nafissatou Diallo, la cameriera nera, immigrata, che nel 2011 accusò uno degli uomini più potenti del mondo, il presidente del Fondo Monetario Internazionale, Dominique Strauss-Kahn, di averla violentata nella stanza di un lussuoso albergo a Manhattan. Strauss-Kahn indusse i suoi avvocati a diffamare Diallo che fu raffigurata come una bugiarda e una prostituta. Ragionando su alcuni dei molti scandali sessuali scoppiati negli USA e su altri innumerevoli casi di abusi e stupri, ciò che Solnit porta a evidenza è la stretta parentela che intercorre tra violazione del corpo delle donne e delegittimazione della parola femminile. La pretesa maschile di spiegare le cose alle donne, indipendentemente dal fatto che sappiano o no di cosa stanno parlando, non è che una delle forme usate per zittirle. «Un uomo – osserva Solnit – agisce sulla base della convinzione che tu non hai diritto di parlare e che non riuscirai a descrivere ciò che ti sta accadendo. Ciò può significare che verrai interrotta mentre dici la tua a una cena o a un convegno; potrebbe anche voler dire che ti verrà detto di stare zitta, o che sarai minacciata se aprirai bocca, o che verrai picchiata perché hai parlato, o che verrai ammazzata per farti tacere per sempre». Nel 1963 Betty Friedan pubblicò La Mistica della Femminilità, un libro che per Solnit rappresenta una pietra miliare nella lotta delle donne con gli uomini che ti spiegano le cose e che vogliono, con le buone o con le cattive, ridurti al silenzio. Il manifesto di Friedan fu il primo segnale del profondo malessere che serpeggiava tra le donne americane e che è all’origine della rivolta femminista negli anni Settanta del Novecento. La presa di parola delle donne sulla scena pubblica fece saltare il confine fra pubblico e privato; assestò un colpo al dominio maschile sulla sessualità, sulle scelte procreative femminili e portò allo scoperto i maltrattamenti e le violenze dando loro un nome. L’espressione “sexual harassment” (molestie sessuali) – ad esempio – fu coniata negli anni Settanta, usata per la prima volta nel sistema giuridico negli anni Ottanta, ottenendo status giuridico da parte della Corte Suprema nel 1986. Oggi lo stupro, la violenza sessuale coniugale, le molestie sessuali sono reati penalmente perseguibili, ma di certo non scomparsi dalla faccia della terra. La violenza sulle donne ha radici profonde, attecchisce in quasi tutte le culture del mondo, in moltissime istituzioni, nella maggior parte delle famiglie del pianeta. Ma Solnit non si scoraggia. Fedele al motto “sperare nel buio” perché l’azione senza la speranza è impossibile, lei ci invita a considerare i sorprendenti cambiamenti ottenuti nel giro di quattro o cinque decenni. Quando Rebecca è nata, nel 1961, le donne erano prive di diritti basilari e le violenze domestiche erano faccende private. Il fatto che non tutto sia cambiato in maniera permanente, definitiva, irrevocabile non è un fallimento.

La strada è lunga – dice – forse mille miglia, e la donna che la percorre non ha coperto neanche il primo miglio. Ma so che, nonostante tutto, non tornerà indietro. Ci vuole tempo, la strada è fatta di tappe intermedie, e sono in tante oggi a percorrerla, chi arriva prima, chi si ferma e poi riprende. «Accade nella vita di ognuno di noi: arretriamo, falliamo, insistiamo, ritentiamo […] e certe volte facciamo un grande balzo, troviamo cose che non sapevamo di cercare». Soltanto mezzo secolo fa le donne non avevano una lingua per articolare l’esperienza femminile del mondo. E neppure genealogie femminili cui riferirsi. La narrazione del patriarcato si è infatti costruita sulla cancellazione e l’esclusione delle discendenze matrilineari (bisnonne, nonne, madri, figlie). Un argomento che Solnit affronta nel bellissimo capitolo La nonna ragno. La storia del femminismo è sempre stata e ancora è una lotta per dare un nome alle cose, per parlare ed essere ascoltate. Anita Hill è stata la prima, negli Stati Uniti, a uscire dal silenzio e a inaugurare la battaglia contro le molestie sessuali nell’ambiente di lavoro. È stata offesa, derisa, ma ha aperto la via. E oggi – osserva Solnit commentando in una intervista il caso Weinstein – sono tante le donne che parlano, che danno del filo da torcere agli uomini di potere e a quelli comuni, affrontando a testa alta i feroci attacchi della misoginia maschile e femminile ai quali rispondono colpo su colpo. Ma ci sono anche uomini – precisa Solnit – che si lasciano coinvolgere nel femminismo perché hanno capito che lì la posta in gioco è la libertà di tutte e di tutti. E non è un caso, mi viene da pensare, che negli Usa (in particolare dopo la vittoria di Trump) siano le donne, femministe o no, a guidare i grandi movimenti (pacifista, ambientalista, antirazzista, per i diritti delle lesbiche, dei gay, delle persone transgender) in cui sono attive. Quando non abbiamo le parole per un fenomeno, un’emozione o una situazione non se ne può parlare, il che significa che oltre a non riuscire a riferirci a quella cosa, non riusciremo neppure a cambiarla. Per questo e in perfetta sintonia con la sua scrittrice più amata, Virginia Woolf, alla quale dedica uno dei saggi contenuti nel libro, Rebecca Solnit dice: le parole sono le nostre armi.

(www.libreriadelledonne.it, 17 novembre 2017)

dalla rivista Flash Art 50

Che responsabilità ha avuto una rivista d’arte come Flash Art nelle rimozioni ai danni di artiste che dagli anni Settanta in poi si sono confrontate con le idee e le pratiche femministe? Paola Mattioli e Raffaella Perna riflettono sulle possibili motivazioni della mancata ricezione dell’arte delle donne.

Raffaella Perna: Se sei d’accordo, riprenderei il discorso dal punto in cui lo abbiamo interrotto l’ultima volta, in occasione dell’intervista pubblicata su OperaViva, per tornare a riflettere sulle possibili ragioni della mancata ricezione da parte del sistema dell’arte italiano delle nuove istanze politiche, culturali ed estetiche sollevate negli anni Settanta dal femminismo e sulla rimozione operata dalle istituzioni, dal mercato e dalla critica ai danni delle artiste che all’epoca si sono confrontate con le idee e le pratiche femministe. In quell’occasione notavi, acutamente, come nessuno dei “soggetti rimuoventi” si fosse ancora fatto avanti per provare a chiarire le ragioni di questa rimozione. Oggi Flash Art, rivista d’arte tra le più autorevoli e per molti aspetti coraggiose, fa un primo passo in questa direzione: nel numero speciale dedicato ai cinquant’anni di attività della rivista, costellata da importanti e indubbi successi, la redazione sollecita una riflessione sulle criticità e le lacune che ne hanno segnato la politica culturale. Come giudichi questa “presa di coscienza”? Quali sono a tuo parere i motivi per cui negli anni Settanta Flash Art – insieme alla stragrande maggioranza delle riviste d’arte italiane – non ha prestato attenzione a esperienze come la tua o a quella di artiste come Tomaso Binga, Libera Mazzoleni, Lucia Marcucci, recentemente “riscoperte”?

Paola Mattioli: Mi fa molto piacere che Flash Art abbia pensato a un passo in questa direzione, e lasciami immaginare che la mia definizione di “soggetti rimuoventi”, che tu hai appena ricordato – un po’ provocatoria, sulla quale ho avuto anche molti dubbi – abbia fatto la sua piccola parte.
I miei dubbi si riferivano al rischio di un atteggiamento “lamentoso-richiedente” (purtroppo disastrosamente diffuso nella vulgata) che però non è mai stato una cifra del femminismo per il semplice motivo che la libertà non si può chiedere, magari gentilmente, bisogna proprio prendersela con un gesto di rottura, come hanno fatto le studentesse di Berkeley inventando il separatismo.

RP: Oggi sarebbe ingenuo pensare di poter colmare il tempo perduto, limitandosi unicamente a includere all’interno della narrazione ufficiale le storie di artiste rimaste ai margini. Se il recente recupero di esperienze come quelle del “gruppo del mercoledì” o della Cooperativa del Beato Angelico sono un passaggio salutare e doveroso, tuttavia ritengo utile tenere a mente le parole di Griselda Pollock sul rischio di aggiungere l’ennesimo “ismo” a una storia dell’arte fondata su canoni patriarcali, senza uscire dal perimetro rassicurante dei modelli storico-artistici tradizionali, che sono all’origine stessa della rimozione dell’arte delle donne. Credo che occorra interrogarsi a fondo sulle metodologie con cui è stata raccontata la storia dell’arte italiana per provare a esplorare strade diverse, non necessariamente affini a quelle percorse dalle studiose anglosassoni.

PM: Sono d’accordo con te. L’opposizione di Pollock all’ennesimo “ismo” ci avvisava e ci avvisa che il rischio è grave, da molti punti di vista… Per il piano metodologico – che tu indichi – si potrebbe provare a passare dal “salvataggio del rimosso” (artiste, testi, pubblicazioni, mostre) alla riscrittura di una storia dell’arte del dopoguerra capace di usare categorie comprensive di tutti gli avvenimenti e le sfaccettature del secondo Novecento, e che avrebbe il vantaggio, non secondario, di far emergere nessi inediti e collegamenti straordinari.
L’invenzione politica del separatismo era precisa per quanto concerneva le riunioni, ma non riguardava necessariamente anche la vita quotidiana e le relazioni personali, che mostravano molti aspetti di porosità. Per esempio, mentre Carla Lonzi registrava e trascriveva Vai pure (1980) cosa stava facendo esattamente Pietro Consagra? O mentre Anne-Marie Sauzeau metteva insieme il sesto volume del Lessico Politico delle Donne dedicato a cinema, letteratura, arti visive (1979) quali erano le sue relazioni principali nel mondo dell’arte, quali artisti/e guardava o gallerie frequentava? Ricostruendo questi nessi forse potremmo capire qualcosa di più sui “soggetti rimuoventi”. Erano i fratelli che ci facevano fuori? O era il potere? Certo il cono d’ombra poteva essere provocato da una ritorsione determinata proprio del separatismo

RP: Mi chiedo se la parola tutti possa essere per certi aspetti fuorviante, perché l’attività storico-critica implica necessariamente scelte di ambito e di metodo, con inevitabili esclusioni. Il problema nasce quando chi scrive e interpreta la storia dell’arte, del presente come del passato, evita di “posizionarsi” e di rendere esplicito il proprio punto di vista, con il risultato di proporre una narrazione che, sebbene parziale e soggettiva, viene presentata come neutrale e oggettiva. Per tale ragione troviamo ancora mostre, libri, articoli sull’arte italiana degli anni Settanta (e oltre) in cui i lavori delle artiste si contano sulle dita di una mano o sono confinati in stanzette, senza che i curatori e le curatrici si sentano in dovere di motivare tali scelte.
Non so se il separatismo, in sé, abbia provocato ritorsioni da parte delle istituzioni, forse per molti soggetti attivi nel sistema dell’arte è stato difficile fare i conti con le questioni sollevate dal femminismo, che implicano un ripensamento profondo non solo delle relazioni all’interno della sfera professionale, ma anche sul piano degli affetti, della vita privata, dell’esistenza nella sua totalità. In questo senso la vicenda di Carla Lonzi, che hai appena ricordato, è emblematica; studiosi e studiose come Laura Iamurri, Lara Conte, Vanessa Martini, Francesco Ventrella, Giorgio Zanchetti sono partiti proprio dalla sua figura per rileggere l’arte italiana degli anni Settanta. Un contributo importante all’analisi dei rapporti tra arte e femminismo in Italia proviene, ad esempio, dal recente libro di Giovanna Zapperi Carla Lonzi. Un’arte della vita (DeriveApprodi, Roma, 2017), in cui l’autrice mette in discussione la tradizionale cesura tra una Lonzi prima del femminismo e una Lonzi dopo il femminismo.

PM: Federico Ferrari e Jaen-Luc Nancy nel loro Iconografia dell’autore (Sossella Editore, Roma, 2006) mostrano come l’occhio del romanziere sia “anche sempre uno sguardo critico sul proprio operare”. E aggiungono: “In questo lo sguardo femminile è il più enigmatico degli sguardi autoriali, poiché ciò che esso vede e fa vedere è la ricerca infinita e paradossale di un’identità fondata su una differenza”. Procedendo nel loro discorso i due autori attribuiscono allo sguardo di Ingeborg Bachmann il superamento del “doppio legame, nato dalla volontà di uno sguardo simultaneo”, da una parte verso il fantasma del femminile e dall’altra verso i modelli di scrittura maschili. “Amore impossibile […] che disassa gli occhi e spezza la scrittura”.
Leggero strabismo che – volendolo leggere in parallelo – si può riscontrare anche nella pratica visiva delle autrici degli anni Settanta, le quali hanno poi però proceduto nella direzione di Bachmann.
Forse oggi i “soggetti rimuoventi” di allora potrebbero seguire con maggior curiosità le vicende delle artiste che di lì sono partite, accompagnati dalle parole di Ingeborg: “Verrà un giorno in cui gli uomini avranno occhi di oro rosso e voci siderali, le loro mani saranno fatte per l’amore, e la poesia del loro sesso sarà ricreata
Probabilmente noi non abbiamo avuto abbastanza sostegno, come invece hanno avuto le americane, e per parte nostra forse non abbiamo avuto abbastanza coraggio per imporci. Ma – si sa – il mancato riconoscimento istituzionale tende a rendere fragili.

RP: Non credi che ponendo l’accento sulla fragilità delle artiste italiane nel rivendicare spazio e visibilità si corra il rischio di deresponsabilizzare chi all’epoca era parte integrante di quel sistema e che, in molti casi, ha continuato a operare anche nei decenni successivi ignorando la domanda di cambiamento avanzata dal femminismo? Non vorrei che passasse l’idea, tutto sommato pacificatoria, secondo la quale la marginalità delle artiste italiane sia stata in fondo causa loro, delle loro scelte radicali o, peggio, della loro incapacità di gestire il lavoro in termini sufficientemente professionali e competitivi. Numerose artiste ricordano invece di non avere trovato interlocutori e interlocutrici attenti e disponibili al dialogo. A questo proposito mi vengono in mente le parole scritte da Ketty La Rocca a Lucy Lippard nel 1975: “Ancora, in Italia almeno, essere donna e fare il mio lavoro è di una difficoltà incredibile”. Qual è stata la tua esperienza

PM: Dopo il libro Immagini del no (Scheiwiller, Milano, 1974) in cui presentavo il femminismo milanese come protagonista – insieme alla sinistra radicale – della mobilitazione per l’introduzione del divorzio in Italia, nel 1978 il “non rimuovente” – dunque coraggioso – Gabriele Mazzotta pubblicava Ci vediamo mercoledì, gli altri giorni ci immaginiamo (Mazzotta, Milano, 1978). Era questo un libro collettivo delle sette autrici che si erano costituite nel “gruppo del mercoledì”: doppie pagine visive, ironiche, molto inventive, poco spiegate, in cui convivevano disegni, fotografie, vignette e alcuni brevi testi. L’accoglienza non fu delle migliori, passò quasi nel silenzio. Un personaggio importante del mondo della fotografia mi disse: “ma cosa perdi tempo a fare libri così, invece di fare un vero libro delle tue fotografie?”. Un altro personaggio, altrettanto rilevante, mi disse: “Sei troppo femminista!”, come se si potesse dire a qualcuno di essere troppo marxista!
Oggi però quel libro è diventato un libro di culto su cui si fanno seminari universitari e articoli scientifici (penso, in particolare, alle ricerche di Cristina Casero).
I colleghi, i colleghi…
Dopo la partecipazione a “Iconocittà” (Palazzo Massari, Ferrara, 1979) – due autrici/sedici autori – e alla mostra della “Fotografia Italiana Contemporanea” di Venezia ’79 (Magazzini del Sale, Venezia, 1979) – sei/trentotto – non avevo potuto partecipare per motivi personali a “Viaggio in Italia” (1984) – due/diciotto – pur essendo stata calorosamente invitata da Luigi Ghirri. Ho ricordato le cifre di partecipazione delle fotografe a queste mostre non per promuovere le quote rosa, sulle quali sono in totale disaccordo, ma per far vedere che allora la selezione era fortissima e che condivido le parole di Ketty La Rocca.
Se ricordo bene, più o meno a partire da quel momento, ogni mostra, ogni pubblicazione, soprattutto se internazionale, sulla fotografia italiana ha escluso scientificamente le donne dalla ristretta rosa dei partecipanti, tranne rare e discontinue eccezioni. Sarebbe bello fare una ricerca precisa in proposito e capire il perché di tanta determinazione.
Quindi vorrei dire che la rimozione di cui stiamo parlando non ha riguardato solo il periodo degli anni Settanta e le autrici coinvolte nella tematica femminista, ma che c’è anche stata una rimozione, o quanto meno una forte penalizzazione, di autrici importanti da parte di una specie di “friatrìa” che ha preferito compattarsi escludendo. Forse le riviste come Flash Art si sono un po’ allineate a questa posizione, senza interrogarsi troppo…
Ma ora vorrei chiedere a te: siamo così sicure che oggi non avvenga spudoratamente lo stesso?

RP: Mostre come L’altra metà dell’avanguardia di Lea Vergine (1980) e libri come Contemporanee di Emanuela De Cecco e Gianni Romano (Costa & Nolan, 2000, ristampato da Postmedia Books, Milano, 2002) hanno segnato una frattura profonda, ponendo domande su cui è importante continuare a interrogarsi per individuare modelli di storicizzazione e di racconto del presente che facciano i conti con le differenze di genere, e non solo. Nel campo della fotografia la situazione mi sembra meno rosea: sono fin troppo numerosi i casi di pubblicazioni e mostre, anche recentissimi, dove la disparità tra fotografi e fotografe è imbarazzante. La logica delle quote rosa mi è estranea, ma quando la percentuale delle donne si avvicina allo zero risulta evidente che persiste un grave problema culturale.

PM: La mia posizione attuale è quella di voler partecipare a mostre di sole donne soltanto quando si tratta di una mostra storica (come la tua sugli anni Settanta, “Altra misura”, alla Galleria Frittelli a Firenze nel 2016); in tutti gli altri casi penso non ci convenga affatto essere relegate nella stanzetta delle donne: si tratta di un separatismo a rovescio, furbo, che permette ancora di escludere il confronto diretto, con una piccola mossa risarcitoria davvero poco interessante.

Paola Mattioli è una fotografa. Tra le serie fotografiche e le pubblicazioni principali, si ricordano: Ungaretti, Lettere a un fenomenologo (Scheiwiller, Milano, 1972); Immagini del no (All’insegna del pesce d’oro, Milano, 1974); Ci vediamo mercoledì, gli altri giorni ci immaginiamo (Mazzotta, Milano, 1978); “Cellophane” (1979); “Statuine” (1987); Donne irritanti (24 Ore Cultura, Milano, 1995); Dalmine (Skira, Milano, 2008); Una sottile distanza (Mondadori / Electa, Milano, 2008).

Raffaella Perna è storica dell’arte e della fotografia. È autrice del libro Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta (Postmedia Books, Milano, 2013) e co-curatrice con Ilaria Bussoni del volume Il gesto femminista (DeriveApprodi, Roma, 2014). Ha curato alla Triennale di Milano la mostra “L’Altro sguardo. Fotografe italiane 1965-2015”con le opere della Collezione Donata Pizzi (catalogo Silvana Editoriale, Milano, 2016).

http://www.flashartonline.it/article/ri-muovere-il-femminismo/

di Marta Equi

Un gruppo di galleriste, artiste, curatrici, direttrici di musei, insegnanti e altre figure professionali del sistema dell’arte internazionale (tra cui artiste del calibro di Laurie Anderson, Cindy Sherman, Barbara Kruger e Jenny Holzer e galleriste come Sadie Coles e Barbara Gladstone) si presenta in questi giorni con la campagna L’abuso di potere non soprende (Abuse of power comes as no surprise)1. Nella lettera aperta, pubblicata dal The Guardian, le circa 7000 donne annunciano che non staranno più in silenzio rispetto agli abusi esperiti in questo mondo e perpetuati da artisti, galleristi, collezionisti, direttori etc.2

Non trovo sconvolgente l’accusa rivolta al mondo dell’arte – sono cose che noi sappiamo. (Appunto, no surprise.) Piuttosto, cioè che mi sembra interessante è questo: il cambio di registro. Mi spiego. È un momento di successo, si potrebbe dire, per il femminismo nel mondo dell’arte contemporanea; mi riferisco a importanti mostre internazionali, sezioni dedicate a fiere d’arte e acquisizioni consistenti nei musei di arte femminista o di arte prodotta da artiste.

Eppure, le firmatarie scrivono che si tratta di istituzioni e di individui di potere che beneficiano, finanziariamente e simbolicamente, dal riferimento al femminismo, senza cambiare in realtà i comportamenti sessisti e degradanti, tacitamente accettati in questo mondo.

Secondo la mia lettura della campagna, il punto chiave è che queste donne non chiedono (più) maggiore riconoscimento delle opere delle artiste o altre operazioni di visibilità nel sistema, ma si espongono in prima persona nel dire e chiamano a responsabilità gli altri soggetti coinvolti. Questo passaggio è importante perché indica come non sia più sostenibile l’idea di una autonomia astratta dell’opera (e di tutto ciò che le è connesso, il Sistema dell’Arte) rispetto alla persona che ne è a diverso titolo coinvolta (produzione, curatela, critica etc.).

L’arte, per me, è quel prezioso ambito del nostro stare dove una possibilità di senso, poeticità e libertà è sempre a disposizione, nella sua fragilità.

Ma non si può più credere nell’opera in assenza di una presa di responsabilità personale – ce lo insegna Carla Lonzi. In questo senso la critica femminista, sempre contemporanea, non distrugge, ma semmai pone le basi perché quel prezioso ambito del nostro stare sia vero e abitabile.

1 L’espressione cita un’opera d’arte degli anni ottanta di Jenny Holzer, facente parte della serie “Truisms” (verità inconfutabili / ovvietà)

2 Leggete qui la lettera mandata al The Guardian (Lunedì 30 ottobre) 

Qui il sito dove si possono leggere i nomi delle firmatarie e seguire l’iniziativa sui canali social


(www.libreriadelledonne.it, 16 novembre 2017)

di Giovanni de Mauro

Il documentario Processo per stupro, di cui si parlava qualche settimana fa, ha una storia che merita di essere raccontata. Siamo nel 1978. Alla radio si ascolta Una donna per amico di Lucio Battisti e Triangolo di Renato Zero. In libreria esce Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino. Al cinema danno Ecce bombo e Grease. Al governo c’è Giulio Andreotti. Il campionato lo vince la Juventus. Il referendum che chiedeva l’abrogazione del divorzio è stato respinto appena quattro anni prima.
Nell’aprile del 1978 c’è un convegno sulla violenza sessuale organizzato dalla Casa delle donne di Roma, che all’epoca si trovava in via del Governo vecchio. Nasce lì l’idea di proporre alla Rai di filmare un processo per stupro. Massimo Fichera, direttore della seconda rete, accetta e, un anno dopo, alle 22 del 26 aprile del 1979 il documentario diretto da Loredana Rotondo va in onda. Racconta il processo contro quattro uomini accusati di aver violentato a Nettuno una ragazza di diciott’anni, Fiorella, dopo averla invitata a discutere una proposta di lavoro per un posto di segretaria. Nell’arringa conclusiva Tina Lagostena Bassi osserva come le donne finiscano sempre per diventare le vere imputate, costrette a difendersi dalle accuse di chi le ha violentate (“Vi siete messe voi in questa situazione. Se questa ragazza fosse stata a casa, se l’avessero tenuta presso il caminetto, non si sarebbe verificato niente”, dice uno degli avvocati difensori).
Il documentario fu visto da più di tre milioni di persone. “Gli italiani hanno capito che cosa è uno stupro”, scriverà in prima pagina il Corriere della Sera. Replicato a ottobre in prima serata, fu visto da nove milioni di persone. Vale la pena di cercarlo su Youtube, perché è un documento straordinario, che testimonia tra l’altro il coraggio e la vitalità della Rai di quegli anni. Oggi la Casa delle donne di Roma rischia di chiudere. E a deciderlo potrebbe essere la prima amministrazione cittadina guidata da una donna.


(Internazionale, 16 novembre 2017)

di Lorenzo Bernini

Elementi di critica omosessuale di Mario Mieli, già stampato nel 1977 e poi nel 2002, è stato ristampato da Feltrinelli e presentato l8 novembre alla Libreria Antigone di Milano. Sono stati invitati a parlare Lorenzo Bernini, Corrado Levi, Elisa Virgili. Qui uno stralcio del testo di Lorenzo Bernini

[…] Delle tesi di Mieli, a cui comunque non dobbiamo fare sconti, occorre tuttavia saper cogliere l’ironia, la provocazione, l’energia della gioventù. Dobbiamo cogliere in esse la forza dirompente dei movimenti di liberazione gay. La loro rabbia in anni in cui l’omosessualità veniva assimilata alla pedofilia, in cui ancora in Italia non esisteva una legge che consentisse il cambio del genere sui documenti, in cui ancora non erano emersi i movimenti transgender. E in cui, tuttavia, la smania delle minoranze sessuali di assimilarsi alla maggioranza eterosessuale era già presente, forte e chiara.

In questa energia ironica risiede, a mio avviso, l’attualità degli Elementi: è questo che spero alimenti la curiosità delle nuove generazioni di studiosi, studiose e militanti. Questo, e non il carattere iconico del marchio Mario Mieli. Perché dopo decenni passati a chiedere i matrimoni per ottenere le unioni civili, in questo nostro tempo di familismo e perbenismo, della potenza rivoluzionaria di Mieli e dei movimenti di cui faceva parte abbiamo un gran bisogno, come di una boccata d’ossigeno.

Le teorie queer contemporanee chiamano ‘omonormatività’ il desiderio di inclusione delle lesbiche e dei gay nelle società eterosessuali e neoliberali. ‘Omonormatività’ è anche il nome che viene dato al processo attraverso cui nei movimenti lesbici e gay, sulle istanze rivoluzionarie dei movimenti di liberazione sessuale, hanno prevalso le richieste dei soli diritti matrimoniali: rivendicazioni di eguaglianza giuridica, che prescindono dalle questioni della diseguaglianza economica e dell’ingiustizia sociale. ‘Omonormatività’ è infine il nome che viene dato alla leadership che spesso maschi gay cisgender, bianchi, normodotati e benestanti detengono in quei movimenti che dagli anni novanta hanno preso a utilizzare l’acronimo GLBT, poi LGBT, oggi LGBTQIA+… Questi movimenti dovrebbero idealmente rappresentare tutte le soggettività nominate nell’acronimo, ma la leadership dei maschi gay cisgender, bianchi, normodotati, benestanti di cui sopra fa sì che essi trascurino i bisogni delle persone transgender, intersex, queer, asessuali, migranti, razzializzate, povere, disabili – nonché delle donne e delle lesbiche.

Gli Elementi contengono appunto una critica radicale a quella che abbiamo in seguito imparato a chiamare ‘omonormatività’[…]

(www.libreriantigone.com, 15 novembre 2017)

di Bia Sarasini

Casa delle donne. I servizi offerti valgono 700mila euro all’anno

Una gran folla di donne di tutte le età ha riempito ieri la Casa Internazionale delle Donne di Roma, per dire che “La Casa è di tutte”. Anche alcuni uomini per la verità, consapevoli delle ricchezza culturale e politica che la Casa mette in circolo. Una folla che non entrava nella pur grande sala intitolata a Carla Lonzi, la critica d’arte che ha elaborato una via originale al femminismo.

Una folla che si è riversata al pianterreno per seguire dal video, che è arrivata fino in strada, in via della Lungara, dove è collocato l’antico edificio del Buon Pastore di cui la Casa occupa una parte, insolitamente intasata di auto in disperata ricerca di un parcheggio.

È un gran bel posto, la Casa Internazionale delle donne. Ora che il Comune di Roma chiede gli arretrati degli affitti non pagati, circa 800.000 euro, e lo fa con parole inequivocabili, si intende «procedere al recupero del credito», se necessario anche attraverso «il recupero del bene», questa bellezza sembra una colpa. La peggiore, in questi tempi rancorosi e sospettosi. Perché quelle donne, quelle signore devono avere a disposizione quel bel palazzo, senza pagare nulla?

Allora serve avere qualche informazione, e capire perché tutta Italia, a partire dalla presidente della Camera Laura Boldrini, si è mobilitata, per sostenere che quella deve continuare a essere là Casa delle donne.

Tutto comincia con il movimento, con un’occupazione. Era il 1983. L’idea era che nella città degli uomini, con istituzioni tutte maschili, ci voleva un posto dove le donne fossero a casa. Il Buon pastore era un edificio abbandonato, era stato un istituto dedicato alle fanciulle in difficoltà, da recuperare. Nel 1985 una delibera del Comune, il sindaco era Vetere, stabilì che l’edificio sarebbe stato destinato alle attività delle donne. Nel 1999 ci fu la convenzione con il Comune, sindaco Rutelli, e il palazzo venne restaurato dal Comune con i fondi del Giubileo.

Successivamente, con la giunta Veltroni, nel 2003, fece un accordo sul debito, che è composto di varie parti. Quello dovuto degli anni delle occupazioni, è stato pagato in buona parte. La quota relativa agli anni dal 1995 al 2003, è coperta circa per la metà.

C’è poi l’affitto, anno per anno. 87.000 euro all’anno. È facile fare i conti. Quest’anno fino a ottobre sono stati versati comunque 25.000 euro. A fine anno saranno 30.000.

Mancano all’appello i 50.000 euro che la presidente Francesca Koch e il direttivo della casa, insieme a tutte le associazioni che nella Casa hanno sede, fanno fatica a mettere insieme.

E questo è il punto delicato della trattativa con il Comune, oggi ci sarà un incontro con l’assessora al patrimonio Rosalia Alba Castiglione. Occorre far valere il valore sociale e culturale della casa. Far valere il valore del lavoro volontario su cui la Casa si regge.

Sono trentamila le donne che ogni anno frequentano la casa, sono centinaia le donne che ci lavorano. In forma gratuita, spesso, a prezzi bassissimi, come accade per i quattro mesi estivi, spettacoli e incontri di alta qualità per i quali si chiedono tre euro di sottoscrizione.

Del resto, da una ricerca del Comune sono stati valutati 700.000 euro all’anno i servizi che la Casa offre alle donne della città. Ma il segreto è che la Casa è internazionale. Un centro di incontro, fulcro di una rete di relazioni accumulate negli anni.

È davvero un privilegio mantenere per decenni un luogo ai livelli di cura che l’edificio innegabilmente offre? Non ci sono arricchimenti, in chi si occupa e lavora per la Casa. Anzi. Il motore è la generosità, il mettersi a disposizione. Caratteristiche rare, nel mondo contemporaneo. Per questo preziose e da difendere. Per questo in tante di mobilitano, si emozionano. La cosa non si tocca. Si spera che la prima sindaca che Roma abbia mai avuto comprenda la storia speciale. E non tolga alle donne la loro Casa.

 

(il manifesto, 13 novembre 2017)

di Amira Hass

Quattro mani e un orecchio

Con la mano destra sto scrivendo un articolo sulle nuove limitazioni agli spostamenti degli abitanti della Striscia di Gaza. D’ora in poi per rilasciare un permesso di uscita le autorità israeliane impiegheranno tra i 50 e i 70 giorni lavorativi. Fino al 2015 ne bastavano 14 e in seguito 24. Dall’inizio del 2017 più di 14mila richieste di permesso sono rimaste inevase. Nella prima metà dell’anno sono stati concessi in media 6.300 permessi al mese, su una popolazione di due milioni di abitanti.

Con la mano sinistra sto scrivendo dell’omicidio di Mohammed Musa, un palestinese di 27 anni. È stato ucciso la settimana scorsa dai soldati di guardia a un avamposto illegale dei coloni. La sorella Latifa era in macchina con lui ed è rimasta ferita e traumatizzata.

Con la terza mano sto scrivendo all’amministrazione civile israeliana (un organismo ibrido, in parte civile e in parte militare). Non posso svelare il contenuto della richiesta, ma i miei interlocutori palestinesi sono rimasti molto turbati quando gliene ho parlato.

Con la quarta mano sto fissando una serie di appuntamenti al telefono per discutere di alcune questioni: la creazione di un’amministrazione municipale dei coloni a Hebron (spaventoso), la difficoltà di raggiungere i terreni oltre il muro di separazione (esasperante) e la possibilità di una riconciliazione palestinese (complicata). Con una delle mie orecchie sto invece ascoltando le notizie in ebraico. Sembra quasi che gli israeliani vivano su un altro pianeta.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

 

(Internazionale, 13 novembre 2017)

di Franco Velcich


Eccola la novità di TripAdvisor, una novità di cui la società che vive di recensioni su alberghi e ristoranti avrebbe fatto volentieri a meno. Un banner che in un linguaggio piuttosto oscuro mette in guardia i turisti dal prenotare in alcune strutture.  Perché? Perché, si legge nel banner, “TripAdvisor è venuto a conoscenza di recenti eventi o notizie diffuse dai media riguardanti questa struttura che potrebbero non essere riportate nelle recensioni di questo profilo. Pertanto, ti consigliamo di cercare ulteriori informazioni su questa struttura”.
Il fatto è che la campagna “me too” (anche io), che vede in America molte donne trovare il coraggio di denunciare abusi sessuali di cui sono state vittime, è arrivata a toccare anche TripAdvisor provocando martedì 7 novembre un terremoto in Borsa: a Wall Street il titolo ha perso in un solo giorno il 23%, ovvero oltre 1 miliardo di dollari di capitalizzazione. Nella sua storia mai TripAdvisor aveva registrato un ribasso così violento.
A fare cadere le quotazioni è stata una di quelle casualità contro le quali non c’è molto da fare: nello stesso giorno, la società ha annunciato risultati del terzo trimestre deludenti e il quotidiano Usa Today è uscito raccontando di come per anni TripAdvisor abbia sistematicamente cancellato i post con cui una signora americana, Kristie Love, voleva raccontare la sua terribile esperienza in un albergo messicano, dove è stata violentata da un addetto alla sicurezza della struttura turistica.
Le cose sono andate così: nell’ottobre 2007 Kristie Love era in vacanza nello Yucatán a Playa del Carmen, nell’albergo Paraíso Maya della catena Iberostar. Una notte che era tornata tardi in albergo dopo una serata in discoteca con amici, non riesce a rientrare nella stanza: la chiave elettronica non funziona. Si incammina verso la reception e nel percorso incontra un addetto alla sicurezza, con tanto di divisa, al quale racconta il suo problema. L’uomo si offre di accompagnarla, ma anziché puntare verso la reception la guida in giardino e incomincia a chiederle di fare sesso. La malcapitata cerca immediatamente di allontanarsi ma a quel punto l’uomo passa alle vie di fatto e per la signora l’esperienza diventa terribile.
Quando la poveretta si riprende e arriva a fatica alla reception, si trova in una situazione da incubo: in piena notte nella hall ci sono solo addetti alla sicurezza, tutti con la stessa divisa che lei ha toccato troppo da vicino. Racconta la sua esperienza, chiede di chiamare la polizia, ma non ottiene nulla, un muro di gomma. Al massimo le offrono di chiamare un taxi per andare in ospedale, visto che ha un braccio sanguinante. Il colloquio con il direttore la mattina dopo non sortisce effetti migliori. Ancora sotto shock, Kristie Love decide di abbandonare il Messico e di tornare a casa, a Dallas, il prima possibile.
Tre giorni dopo ci ripensa. È di nuovo in Messico e con grande fatica denuncia l’accaduto a poliziotti che non sembrano assolutamente impressionati. Soltanto il responsabile locale della polizia turistica prende seriamente il caso, inizia le indagini, ma, racconta il quotidiano Usa Today, la Iberostar, società proprietaria dell’albergo, rifiuta qualsiasi collaborazione. Due mesi dopo, quando Kristie Love viene a sapere che il capo della polizia turistica è stato assassinato, perde ogni speranza di ottenere giustizia. “A quel punto – racconta – il mio problema era fare qualcosa per evitare che anche altre donne potessero finire violentate a Paraíso Maya”. Da qui l’idea di raccontare la sua terribile esperienza su TripAdvisor. Ma in sette anni di continui tentativi il suo post non è mai apparso sulla piattaforma se non per pochi minuti, prima di venire sistematicamente rimosso.
Solo dopo la denuncia del quotidiano più diffuso in America TripAdvisor ha pensato di dovere una risposta alla signora Love, che in questi anni ha tempestato la società di mail senza mai ottenere una replica. Con un comunicato stampa, il Ceo Stephen Kaufer si è scusato per l’accaduto dando come spiegazione il fatto che l’algoritmo che controllava i post escludeva automaticamente tutto ciò che esula da un linguaggio adatto alle famiglie (“family friendly”), come potevano essere le parole “stupro” e “violenza sessuale”. Adesso, ha annunciato Kaufer, non solo l’algoritmo è stato cambiato, ma la società ha anche costituito un comitato di persone in carne e ossa che esamineranno tutti i post che contengono notizie di molestie sessuali verso i clienti e in quei casi scatterà la pubblicazione del banner.
I primi tre banner sono stati pubblicati mercoledì 8 novembre su tre resort messicani, fra i quali ovviamente anche il Paraíso Maya della Iberostar, dove nel frattempo un’altra giovane donna statunitense (19 anni) è stata violentata sempre da un addetto alla sicurezza: i suoi genitori, titolari di un’agenzia di viaggi nel Wisconsin, raccontano di utilizzare molto TripAdvisor non solo per la scelta delle loro vacanze personali, ma anche per l’attività professionale.
Un altro albergo messicano bollato con il banner è il Grand Velas Riviera Maya, dove una turista ha ricevuto molestie sessuali mentre si faceva fare un massaggio nella spa.
Una volta resa nota la storia di Kristie Love, TripAdvisor rischia di venire travolta dai “me too”. Improvvisamente, i giornali americani riportano decine di casi di turisti che non sono riusciti a pubblicare sulla piattaforma le loro denunce di esperienze terribili vissute in pluristellati resort messicani (sempre il Messico). Ad esempio, il Milwaukee Journal Sentinel ha riportato il caso di una donna che lo scorso luglio chiedeva sul sito consigli se prenotare o no una vacanza col marito al Riviera Maya. Su TripAdvisor sono arrivate 55 rispote, ma dopo poco ne sono rimaste pubblicate solo 28, tutte con giudizi favorevoli. Interpellata dal quotidiano, TriAdvisor si è rifiutata di fornire il contenuto dei post rimossi.
“Una delle nostre regole è di non pubblicare ciò che appare come una diceria”, si difende il portavoce Brian Hoyt. Una linea difensiva sul filo del rasoio, dato che tutti sanno che TripAdvisor, per sua stessa ammissione, non effettua controlli sui contenuti delle recensioni.
Il fatto è che negli ultimi anni TripAdvisor ha progressivamente spostato il suo business da semplice sito di recensioni, che vive di pubblicità, ad agenzia di viaggi online che incassa commissioni dalle prenotazioni che vengono effettuate tramite la sua piattaforma. Quindi, se gli alberghi sono clienti, ecco che scatta il conflitto di interessi su cui la senatrice del Wisconsin Tammy Baldwin ha chiesto alla Federal Trade Commission di indagare, dicendosi preoccupata che TripAdvisor possa privilegiare “la ricerca del profitto, invece di fornire un forum aperto e trasparente sulle esperienze dei viaggiatori”.
In questo quadro, non sarà facile per il Ceo Kaufer ribaltare l’andamento di Borsa di TripAdvisor, che negli ultimi 12 mesi ha perso il 50%, sopraffatta dalla concorrenza di Booking.com, di Airbnb e del servizio di recensioni delle Local Guides di Google Maps.

(https://it.businessinsider.com 12 novembre 2017)

 

di Alessandra Pigliaru

La giunta interrompe le trattative e dà il tempo di 30 giorni per onorare il debito. Laura Baldassarre: «Paghino gli 833mila euro. Non sulle spalle dei cittadini»

La raccomandata che lunedì la Casa internazionale delle Donne di Roma si è vista recapitare dal Campidoglio contiene una richiesta piuttosto scarna, oltre che chiara: il pagamento della «morosità accumulata» pari a 833mila euro, in caso contrario, tempo 30 giorni «si procederà all’attivazione, senza ulteriore comunicazione, sia della procedura coattiva; in sede civile, per il recupero del credito, sia della procedura di requisizione del bene in regime di autotutela». L’avviso di sfratto piomba come un fulmine a ciel sereno guastando, sia nel clima che nelle migliori intenzioni, l’interlocuzione avviatasi tra le donne di via della Lungara e l’attuale amministrazione. «Anche la Casa – si legge in un comunicato diffuso ieri – corre ora il pericolo di chiusura cui sono andate incontro tante associazioni e realtà sociali di Roma. Il debito che ci viene attribuito dall’Amministrazione non tiene conto del valore dei servizi che vengono offerti».

Già nel 2013, due anni prima che l’allora sindaco Ignazio Marino stilasse la controversa delibera 140 per «preservare» il patrimonio cittadino «anche ai fini della valorizzazione delle iniziative socio-culturali svolte da Organismi senza fine di lucro di interesse pubblico in ausilio dell’amministrazione», era stata intrapresa una trattativa, frutto di un lavoro paziente di confronto; si stava giungendo a un accordo che avrebbe consentito «il riconoscimento del ruolo svolto dalla Casa delle Donne e di parte del debito» – come si legge in una nota delle consigliere capitoline del gruppo Pd Michela Di Biase, Valeria Baglio, Ilaria Piccolo e Giulia Tempesta. Le «Linee guida per il riordino, in corso, del patrimonio indisponibile in concessione», delibera 19/2017, discussa il 22 febbraio dall’attuale giunta, è nata proprio dall’esigenza di precisare meglio il destino di spazi fondamentali. A tal proposito, emblematico è stato il caso della decisione della Corte dei Conti di smentire il proprio procuratore (Guido Patti, ndr) che pochi mesi fa si era accanito al grido del «danno erariale» dando il via ai «canoni sociali».

Eppure la relazione tra la Casa delle Donne e l’Amministrazione comunale non è esattamente interna a questo processo, seppure inesorabile perché segue l’andatura di una mentalità più generale; quella relazione arriva da molto più lontano, almeno da quando – nel 1992 – il comparto di via della Lungara è stato compreso tra le opere di Roma Capitale con approvazione del Comune.
Dal 1987, anno dell’occupazione di parte del Buon Pastore grazie al Movimento femminista romano, le donne hanno risignificato di felicità e lotta l’angusto reclusorio femminile che era stato in passato. Un affitto, le spese vive e la ristrutturazione dell’immobile così come il suo mantenimento e miglioramento sono state sempre curate della gestione della Casa che in questi anni ha inteso il grande senso politico, che essa stessa aveva inteso tessere, come una responsabilità verso l’intera collettività, mostrando che quando la scommessa è radicale corrisponde sempre un guadagno di civiltà per tutte e tutti.

Di questa risorsa enorme che Roma ha il privilegio di ospitare e che dovrebbe tenere cara, insieme ai servizi gratuiti offerti (sociali, sanitari, psicologici, culturali etc.), nessuno vuole privarsi.

Né le 30mila presenze annue che la Casa registra, né chi segue la vicenda della sua infaticabile attività ormai da 30 anni. Nelle reazioni di sostegno e vicinanza che si susseguono da ieri, da Sinistra Italiana alla Cgil a tante donne (e uomini) che si dicono pronte a manifestare in tutti i modi possibili il proprio dissenso per una situazione che può trasformarsi velocemente in uno sfratto esecutivo, c’è un dato di irremovibile ostinazione davanti a una tendenza, che non appartiene solo alla giunta pentastellata romana, di mettere a reddito – e con una certa urgenza – spazi cittadini, ignorando del tutto il valore e la forza che già da soli producono, inestimabile, di accoglienza, lavoro e impegno.

Rispristinare tariffe legalitarie, al prezzo di mercato, sgomberare luoghi irrinunciabili per il territorio e le reti che si sono costruite intorno, suona come il requiem definitivo al vuoto politico di un paese intero che non capisce la differenza tra un’ottima prova di ragioneria e una visione di intelligenza politica. Qualcuno lo chiama «bene comune». Altre la Casa che amiamo abitare. Tutte e tutti. L’Assemblea Cittadina è fissata per lunedì 13 alle ore 18.00.

(il manifesto, 10 novembre 2017)

di Giuliana Giulietti

 

La prima cosa che mi è venuta in mente leggendo del caso Weinstein è il Sottosopra rosso della libreria delle donne di Milano, È accaduto non per caso, pubblicato nel 1996 e che annunciava la fine del patriarcato. Vale a dire la fine del silenzio-assenso femminile al dominio maschile. Che oggi le donne parlino – e quando ne parla una poi parlano tutte a valanga come all’epoca del Berlusconi-gate – non è infatti un caso, ma il frutto di mezzo secolo di femminismo, della messa in scacco della distinzione tra pubblico e privato, dell’irrompere della soggettività femminile. Fine del patriarcato non significa certamente fine della pretesa maschile di dominare le donne, una pretesa sempre più violenta, convulsa, disordinata. Ma le cose sono cambiate, le donne non stanno più zitte – a Hollywood, nella Silicon Valley, a Wall Street – e gli uomini traballano, cominciano ad avere paura hanno paura, la pacchia è finita. E proprio perché è finita la loro reazione si fa più rabbiosa e sfoderano la vecchia arma con cui si sono assicurati, di generazione in generazione, il monopolio della narrazione della realtà: gettare discredito sulla parola femminile. La violenta campagna mediatica che si è scatenata in Italia contro Asia Argento è una replica di quella che si scatenò contro Veronica Lario, Patrizia D’Addario e le altre testimoni del Berlusconi-gate. Perché lo si sa, le donne che osano mettere in discussione il potere e la sessualità maschile svelandone “trucchi” e misfatti sono tutte instabili, pazze, bugiarde,manipolatrici, vendicative. Ma la campagna diffamatoria non è soltanto maschile. Alcune donne (opinioniste, giornaliste, blogger) si sono associate alla canea mediatica contro Asia Argento. E non poteva mancare, in tale contesto, l’attacco al femminismo. Il 26 ottobre il New York Times, cioè il giornale che ha fatto scoppiare lo scandalo Weinstein, ha pubblicato un pezzo di una certa Guia Soncini intitolato Il fallimento del femminismo italiano. Un articolo senza capo né coda, sconclusionato e menzognero dietro al quale – osserva Anna Maria Crispino – ci sta un meccanismo vecchio come il cucco: io scredito altre donne così mi accredito presso gli uomini. C’è da dire che qui in Italia (Rebecca Solnit dice che è così pure negli USA) dichiarare a ogni piè sospinto il fallimento, la scomparsa, la morte del femminismo è ormai una coazione a ripetere. Una nevrosi, una patologia. A ogni evento che chiami in causa le relazioni tra i sessi, la tiritera puntualmente ritorna sempre identica a se stessa. C’è un bellissimo saggio di Ida Dominijanni, Spettri del femminismo, pubblicato nell’ultimo libro di Diotima, Femminismo fuori sesto (Liguori) che mette a tema questi tentativi inesausti di liquidare, esorcizzare, spettralizzare il femminismo. Ne consiglio vivamente la lettura.

(www.libreriadelledonne.it, 10 novembre 2017)