“La parola delle donne” è un gran bel titolo (Internazionale 1233). Ma lo svolgimento del tema mi ha lasciato senza parole. Non è lo scandalo di Weinstein che ci ha fatto scendere in piazza. È perché siamo scese in piazza che Weinstein ha fatto scandalo. È grazie alla nostra presa di parola che ciò che è banalmente ormale comincia a essere giudicato scandaloso. Un alleato nella lotta al sessismo, quale credo Internazionale voglia essere, dovrebbe saper distinguere causa ed efetto. Le maree che hanno invaso le piazze in tutto il mondo non si stavano roteggendo dagli scandali, stavano proprio invadendo le piazze. Sono almeno due anni
che lo scandalo siamo noi, è un peccato che non vi siate accorti di qualcosa di così scandalosamente bello.
(Internazionale, 15.11.2017)
Ricordi, aneddoti, confessioni, interviste, di amiche e amici di Virginia Woolf che l’hanno conosciuta, amata, ammirata e ci restituiscono di lei e del suo mondo un’immagine dai mille riflessi.
Alessandra Bocchetti e Nadia Fusini dialogano con Liliana Rampellocuratrice del libro Virginia Woolf e i suoi contemporanei (il Saggiatore 2017).
di Cristina Gramolini
Presidente nazionale Arcilesbica
Dopo un anno di dibattito interno, l’8° Congresso Nazionale di ArciLesbica con una sicura maggioranza ha individuato il piano di attività per il prossimo futuro: promozione di una discussione a tutto campo su adozioni per single e coppie dello stesso sesso, lotta contro la lesbofobia, l’omofobia e la transfobia e rifiuto del modello di società neoliberale, con una opposizione netta alla maternità surrogata (Gpa) perché riduce a cosa sia chi nasce sia la madre che mette al mondo.
La recente legge sulle unioni civili ha dato una risposta incompleta alla richiesta di diritti delle coppie omosessuali ed ha messo al centro il desiderio di lesbiche e gay di essere riconosciuti come genitori. Tuttavia le lesbiche sono nella condizione di avere un/a figlia/o, mentre gli uomini devono trovare una donna che li renda padri. Per pareggiare questa differenza, quasi fosse un ingiusto privilegio da correggere creando pari opportunità per lo svantaggio maschile, il movimento Lgbt ha dato per scontato che tutti/e avremmo adottato il piano delle Famiglie Arcobaleno sulla maternità surrogata, che si può leggere nella Carta Etica sottoscritta insieme all’Associazione Luca Coscioni: “Noi pensiamo che la compensazione in denaro sia necessaria e auspicabile e che debba essere fatta all’interno di un sistema trasparente e legale, cioè tutelato dalle leggi dello Stato nell’interesse della donna stessa. Pensiamo che questo compenso debba essere equilibrato e proporzionato all’investimento psico-fisico della gestante […] 19.000 euro, che ci sembra una somma adeguata e non tale da indurre donne in buone condizioni economiche a scegliere la GPA come un mestiere e basta”. Invece questo approccio scontato non è.
Noi non condividiamo l’esternalizzazione della gravidanza, perché è antifemminista, coloniale, disumana. La versione propagandistica della madre surrogata autodeterminata che offre se stessa per fare un dono generoso (a sconosciuti committenti) cozza contro la realtà dei profitti delle agenzie di reclutamento di donne che mettono a rischio la loro salute per l’estrazione di ovociti o per la gravidanza e il parto in cambio di compensi, che tali restano anche quando vengono chiamati rimborsi.
All’interno di ArciLesbica, già dal 2012 contraria alla Gpa commerciale, nell’ultimo anno si è aperto il dibattito serrato sulla Gpa e più in generale sul senso della libertà femminile. Cosa significa libertà per una donna? Fornire servizi riproduttivi (e sessuali) è stato a lungo un obbligo femminile verso il pater familias, da cui ci ha liberato l’emancipazione. La Gpa oggi mette sul mercato il libero accesso al corpo materno. La libertà però non consiste nel vendere ciò che prima si doveva dare per forza, anzi la medesima coercizione si esercita ora tramite il denaro, che si riassoggetta il corpo materno come una materia prima.
Per il solo fatto di esprimere dissenso contro la rosea vulgata della Gpa, noi di ArciLesbica siamo oggetto da mesi di un’ostilità dilagante sui social e di un silenzio assordante dei nostri amici di Arcigay, ma per fortuna anche di sostegno da parte di gay e lesbiche che comprendono la nostra visione. Il travaglio di ArciLesbica per queste incomprensioni è diventato perciò quello della collocazione della nostra associazione nell’arcipelago rainbow: nella comunità Lgbt deve esserci spazio anche per il posizionamento femminista, altrimenti la comunità ne uscirà con un volto autoritario, intollerante e misogino, offrendo il fianco ai veri omofobi.
Noi siamo affettuosamente vicine ai bambini e alle bambine delle coppie arcobaleno, ma non faremo nostro il mercato della gravidanza né l’idea che la libertà umana sia quella di vendersi, perché in ultima analisi è lo statuto della natura umana che si abbassa se diventa commerciabile. Teniamo all’amicizia tra lesbiche e gay, è tempo di trovare parole di accettazione delle differenze e di dialogo sulle forme plurali per diventare madri e padri responsabili.
(Il Fatto Quotidiano, 13 ottobre 2017)
di Michaela K. Bellisario
Negli ultimi dodici mesi le ricerche su questa parola sono aumentate del 70 per cento. Il picco dopo la “marcia delle donne” a Washington, organizzata a gennaio dopo l’insediamento di Donald Trump. E sulla scia di #MeToo e del caso Weinstein.
La parola del 2017 è “femminismo”:lo ha decretato il dizionarioMerrian Webster, la storica casa editrice americana che dal 1800 pubblica dizionari. Nel 2017, spiega, le ricerche su questo concetto sono aumentate del 70 per cento. Il picco dopo eventi come la marcia delle Donne a Washington, organizzata a gennaio dopo l’insediamento di Donald Trump.
Una “vittoria” che sorprende per la sua portata simbolica, ma che non arriva inaspettata: Time nelle scorse settimane ha dedicato la copertina della “persona dell’anno” alle donne che hanno avuto il coraggio di rompere il silenzio sulle molestie sessuali sulla scia di #MeToo e del caso Weinstein, l’ex potente boss della Miramax.
Un anno “rivoluzionario” dunque. Per una parola che sembrava sepolta negli anni 70, quelli delle conquiste delle donne. La definizione è entrata per la prima volta nel dizionario Noah Webster nel 1841.
La parola “femminismo” negli Stati Uniti ha preso poi il volo anche dopo che in febbraio la consigliera presidenziale Kellyanne Conway ha rifiutato di autodefinirsi “femminista nel senso classico”, non essendo “anti-maschio e pro-aborto”*.
La Conway, peraltro, con la sua citazione “fatti alternativi” si è guadagnata il “premio” del 2017 nell’annuale elenco compilato dal bibliotecario di Yale, Fred Shapiro. Incalzata dalle domande di Chuck Todd di NBC, che le chiedeva perché Trump e i suoi continuassero a insistere su fatti falsi come il milione di persone all’inaugurazione, Conway ha spiegato che erano dei “fatti alternativi”.
Nella top ten delle parole 2017 sono entrati anche complicità, empatia e gaffe.
(Io Donna, 12 dicembre 2017)
* Qui c’era un grave errore di traduzione: “anti-aborto”, che abbiamo corretto.
L’ottavo congresso nazionale di Arcilesbica, che si è concluso a Bologna con l’elezione della nuova presidente Cristina Gramolini, ha ribadito il suo No al cosiddetto “utero in affitto”. «L’associazione – si legge in una nota – si proietta in un orizzonte femminista radicale, opponendosi risolutamente alla maternità surrogata in quanto riduzione a cosa di chi nasce e assoggettamento del corpo femminile sul mercato».
ArciLesbica rivendica «piena agibilità per i posizionamenti femministi all’interno del movimento lgbt» e si fa promotrice di «una fase di discussione a tutto campo sul nuovo scenario che si è aperto dopo la conquista della legge sulle Unioni Civili: adozioni per single e coppie dello stesso sesso, rifiuto del modello neoliberale della società, lotta agli stereotipi di genere». «Lottiamo contro la lesbofobia, l’omofobia e la transfobia» si legge nel documento approvato «e sottolineiamo che questi non sono concetti coincidenti: in particolare, la lesbofobia è ostilità verso le relazioni d’amore tra donne e si aggancia all’odio per le donne indipendenti».
L’associazione è già al lavoro per creare un appuntamento di rilievo internazionale a Firenze nel giugno prossimo sui temi di attualità del movimento delle lesbiche.
(ANSA, 10 dicembre 2017)
di Sarah Barberis
‘Gli uomini mi spiegano le cose’ è l’ultimo saggio della scrittrice femminista americana Rebecca Solnit: mentre Time sceglie come persona dell’anno il movimento #MeToo, questo libro illumina il continuum cha va dal mansplaining alla violenza e ai suoi effetti, tra i quali la paura e il silenzio. E ci dice però che non si deve rinunciare all’immaginazione e alla speranza, perché se questa è la malattia, tutte e tutti siamo responsabili della cura
Da piccola avevo ereditato da mia sorella un gioco che si chiamava “L’allegro chirurgo”. Su una tavola di cartone era disegnato un ometto panciuto con una lampadina rossa al posto del naso che aveva il corpo costellato da piccoli vani a forma di organi come il pomo d’adamo, il cuore o la milza. Lo scopo era quello di estrarre dal vano l’organo senza toccare i bordi metallici con il bisturi altrimenti l’uomo “strillava” di dolore e il naso diventava rosso.
Quello che avevo ereditato dalla mia scatenata sorella era un po’ scassato e quindi tre o quattro organi non rilevavano il contatto neanche se ci battevi sopra con il bisturi. Mi era venuto il dubbio che forse quegli organi funzionassero in quel modo, nel silenzio, salvo poi ovviamente vedere altri Allegri chirurghi a casa di amiche che confermavano il malfunzionamento del mio sensore di rilevazione del dolore.
Per me affrontare testi di femminismo significa molto spesso accorgermi che il mio sistema di rilevazione sensibile ha qualche malfunzionamento e che non sento dolore dove sarebbe normale sentirlo: che non sento più rabbia se il dottore mi guarda troppo a lungo il seno, che non mi irrita quando mi chiamano “bimba” o “bellezza”, che non mi urta vedere antologie di saggi in cui 3/4 degli autori interpellati sono maschi, che non mi infastidisce vedere quasi sempre uomini nei ruoli esecutivi mentre le donne abitano con grazia dimessa i propri ruoli ancillari, ad ogni livello e in qualsiasi azienda, soprattutto in Italia, (non penso ci fosse bisogno di sottolinearlo eppure penso ci sia comunque bisogno di sottolinearlo, prima di perdere davvero ogni sensibilità rispetto al problema), che per insultare un politico lo si chiama ladro mentre una politica donna la si definisce puttana, che sinceramente poi non me ne frega più niente di cambiare le cose perché tanto “loro sono sempre gli stessi” e “nulla cambia” e quindi “carine e colorate le marce femministe ma oltre a fare amicizia non servono a nulla”.
Rebecca Solnit, scrittrice californiana, femminista, attivista, autrice di diversi testi di non-fiction letteraria tra cui Gli uomini mi spiegano le cose mi direbbe che sono una cinica naive e che la disperazione è un lusso che non mi posso permettere.
Leggere Gli uomini mi spiegano le cose è stato come risvegliare alcuni vani del mio corpo fisico, emotivo e intellettuale che pensavo fossero ormai completamente desensibilizzati. Già il titolo tira una piccola scossa alla memoria personale, perché mi pone di fronte a certe domande: quante volte mi sono fatta spiegare dagli uomini delle cose senza neanche provare a darmi una spiegazione da sola? Quante volte ho ascoltato risposte per domande che non avevo posto? Quante volte ho posto domande o provato a dare risposte che non hanno ricevuto ascolto? Quante volte ho preferito astenermi dal domandare per paura di sentirmi stupida?Quante volte ho preferito tacere per non togliere al maschio il piacere di spiegarmi qualcosa o per paura di risultare isterica?
L’episodio che ispira il titolo si svolge nella casa di un “uomo importante” che, dopo aver saputo che Solnit ha scritto su Muybridge, un pioniere della fotografia in movimento, le suggerisce di leggere questo importantissimo saggio su Muybridge ed è talmente assorto nelle proprie parole da non rendersi conto che stanno provando ripetutamente a dirgli che è proprio Solnit autrice di quel saggio che lui, in ogni caso, non ha neanche letto.
Premetto che questo non è un libro preparato per far fare una figura meschina agli uomini, anche se ce la mettono davvero tutta per farla e Solnit non risparmia episodi e dati né prova a negare il fatto che la quasi totalità delle azioni criminali violente nel mondo è commessa dagli uomini. Ma lei stessa inizia e chiude questa raccolta di saggi ricordando che tra gli uomini ci sono preziosi alleati e che “gli uomini che comprendono il problema capiscono anche che il femminismo non è un complotto per defraudare i maschi, ma una campagna per la libertà di tutti”. Fatte le premesse però, si comincia sempre dal corpo delle donne, da questo “allegro paziente” assopito e assuefatto alle percosse.
Il richiamo alle cifre che la Solnit elenca nel secondo saggio con un ritmo implacabile è un risveglio brusco e spiacevole: 1 donna su 5 subisce una violenza sessuale nel corso della vita e il fatto che negli Stati Uniti si denunci uno stupro ogni sei minuti significa solo che in realtà la cifra effettiva è forse cinque volte maggiore, senza dimenticare che “le oltre 11.776 vittime di omicidi riconducibili a violenza domestica registrate tra l’11 settembre e il 2012 superano la somma del numero delle vittime di quel giorno e di tutti i soldati americani morti nella «guerra al terrore»”. Queste cifre ricordano che le donne sono in una guerra da cui non tornano mai a casa.
E ancora: “«In tutto il mondo le donne di età compresa fra i 15 e i 44 anni hanno maggiori probabilità di morire o di restare menomate a causa della violenza maschile che non a causa della somma complessiva di tumori, malaria, guerra e incidenti stradali» scrive Nicholas D. Kristof, una delle poche figure di rilievo a occuparsi della questione con regolarità”.
Il riverbero della percossa e della violenza è la paura, quella che mi chiude in casa la sera, mi allunga la gonna, mi copre il décolleté, mi serra la bocca, mi fa fare corsi di autodifesa e mi fa passare troppo tempo a pensare a come difendermi dalla violenza piuttosto che a fare qualsiasi altra cosa. Così come succede al movimento femminista oggi che conta i morti, tampona le emergenze e prepara piani di difesa piuttosto che prendersi tempo per l’immaginazione e l’incertezza e usare questa rabbia per creare altri mondi e altre relazioni sociali. Solnit spiega meravigliosamente cosa sia questo tempo oscuro nel saggio L’oscurità in Virginia Woolf – Abbracciare l’inesplicabile dove descrive una discussione con Sontag in cui “lei sosteneva la tesi che bisogna resistere per principio, anche se potrebbe essere inutile. Io avevo appena iniziato a portare avanti l’idea della speranza nella scrittura, e controbattei che non si può sapere se le nostre azioni saranno inutili, che non si possiede memoria del futuro; che il futuro è davvero oscuro, il che tutto sommato è la cosa migliore che possa essere”, proprio come sapeva anche la Woolf che decenni prima “portava avanti le sue istanze per la liberazione femminile non perché le donne potessero fare alcune delle cose istituzionali che facevano gli uomini (e che oggi fanno anche le donne), ma perché avessero piena libertà di muoversi, sia in senso geografico che con l’immaginazione”.
Questo è il potere che voglio anche io. Il potere di dire non lo so cosa sia una società femminista, ma sono disposta a rischiare di immaginarla. A questo proposito non so dire cosa sia il patriarcato, ma uno dei pregi di Solnit sia in questo libro che nelle interviste (se capite l’inglese andate su youtube, Solnit è una straordinaria oratrice) è di prestare ascolto a tutte le modalità con cui il patriarcato, che non è semplicemente “il maschio sciovinista”, impedisce un reale progresso nella società: “La liberazione femminile è stata spesso descritta come un movimento determinato a usurpare o portare via agli uomini il potere e i privilegi, come se, in uno squallido gioco a somma zero, il potere e la libertà potessero appartenere di volta in volta solo all’uno o all’altro sesso. Ma o si è liberi e libere insieme, o si è schiavi e schiave insieme”. (…)
(ci siamo fermate qui perchè ci siamo fermate allo scoglio dell’intersezionalità n.d.r.)
(www.cultweek.com, 9 dicembre 2017)
di Giordana Masotto
“Cominciamo a vedere nei diritti delle donne, in ciò che accade alle donne, qualcosa che riguarda tutti, come sempre è, ma come spesso è difficile percepire.” Silvia Niccolai (docente di diritto costituzionale) entra con tutta la sua autorevolezza nella vicenda della donna licenziata all’Ikea e ci aiuta a dare nuovo spessore teorico a questioni che ci premono.
Quando in Europa e anche in Italia sono state cancellate le norme speciali che riguardavano le donne (lavoro notturno, età della pensione, ecc) molti hanno sostenuto che così si combattevano gli stereotipi di genere. Ma in molte abbiamo notato che era una rincorsa al basso, uno dei tanti casi in cui prendere a modello il maschile non era affatto un guadagno di civiltà. Niccolai lo spiega bene: “Il fatto è che le norme protettive dettate per le donne tra Otto e Novecento racchiudevano un principio che non riguarda solo le donne: la vita umana, e la società, cioè le relazioni che ci tengono uniti gli uni agli altri e ci danno autonomia e libertà, hanno valore e per questo devono essere tutelate davanti alla logica del profitto che tende a espropriarle. Quelle tutele erano il cuore dello stato sociale, che voleva dire difesa della società davanti all’invadenza del mercato.” Insomma, con quegli interventi antidiscriminatori è accaduto il contrario di quello che in “Immagina che il lavoro” abbiamo provocatoriamente chiamato “portare tutto al mercato”, cioè condizionare la logica di mercato con “tutto il lavoro necessario per vivere”, quella complessità e molteplicità di piani che le donne vivono e a cui non vogliono rinunciare.
Il lavoratore neutro a cui tendono le norme antidiscriminatorie è un lavoratore che è costretto a cancellare l’irrinunciabile. Dice Niccolai: “Non si tratta di garantire alle mamme il recinto in cui accudire i bambini. Si tratta di tornare a chiarire che non deve essere la produzione a dominare ogni singola esistenza e dettarne le priorità.”
Ribadire le priorità dell’esistenza umana: bisogna riconoscere che questo è possibile oggi (per nulla facile, ma pensabile) perché le donne sono entrate nel mondo del lavoro con tutto il peso della loro libertà e materialità. Come conclude Niccolai, non si tratta di “incomprensibili privilegi che il mondo d’oggi non può più permettersi”. Le donne, quando prendono la parola, rendono più giusto il mondo. Io non so se molti lavoratori siano disposti a sentire che quelle battaglie sono giuste non perché sono disposti a difendere i diritti delle donne, ma perché un mondo a misura di donne e di uomini è più giusto e più libero per ogni essere umano.
È la relazione primaria con la madre che struttura la capacità di dare e di creare un mondo dove non prevalga la logica dello scambio, come dimostrano le società matriarcali. Alla Libreria delle donne di Milano l’incontro con la studiosa che per prima ha messo in evidenza il nesso che c’è tra la cura materna e il dono. Un modello sociale ed economico che può scardinare i pilastri del patriarcato.
di Luciana Tavernini
Genevieve Vaughan (a cura di), Le radici materne dell’economia del dono, con la collaborazione di Francesca Lulli, VandA.ePublishing, Milano 2017, pp. 347, Euro 19,50, EPUB, EURO 14,00.
Capita a volte che una propria visione della realtà incroci una riflessione che la conferma, la rafforza, l’apre a orizzonti più vasti. Si prova la leggerezza del non camminare da sole, di trovare già illuminati aspetti che si intuivano e altri impensati che balzano in evidenza. Così è stato per me conoscere i lavori di Genevieve Vaughan e conoscere lei stessa, la coerenza tra i suoi scritti e il suo modo di agire.
Genevieve Vaughan è la maggiore studiosa dell’economia del dono e delle sue origini materne: dagli anni Ottanta mette in luce una complessa e articolata concezione del mondo, collegando ma anche confliggendo con scoperte e interpretazioni dell’economia, sociologia, politica, biologia, neuro-scienze, linguistica, filosofia, antropologia, come dimostra il convegno di Roma del 2015 Le radici materne dell’economia del dono, da cui è nato il libro dall’omonimo titolo.
Sono arrivata a scoprire la teoria del dono e a incontrare Genevieve grazie alla pratica della Storia Vivente che dal 2006 porto avanti con le amiche della Comunità omonima: come abbiamo mostrato nel convegno dello scorso 11 marzo a Milano presso la Libreria delle donne (http://www.libreriadelledonne.it/category/approfondimenti/storia_vivente/). Si tratta di una pratica che fa dell’indagine dei nodi nella vita della storica il metodo per individuare aspetti della storia ancora rimasti invisibili, un’invisibilità funzionale al patriarcato e a una storia che valorizza i rapporti di forza e di potere. Districare questi nodi libera la soggettività femminile e mostra altre possibilità di leggere il mondo.
In questo lavoro avevo enucleato un nodo relativo al comportamento di mia madre che a volte mi irritava e infastidiva: lei mi pareva troppo generosa, non nascondeva però la nostra povertà ed era capace di esprimere giudizi senza infingimenti, senza bon ton. Leggendo questi comportamenti all’interno del sistema patriarcale e capitalistico li vedevo come dispendio, oblatività, rozzezza e non coglievo il nesso tra generosità e autorizzarsi a esprimere giudizi non condiscendenti. Quando, riflettendoci, nel 2010 scrissi per la rivista spagnola Duoda un saggio pubblicato l’anno successivo in DWF (“Gli oscuri grumi del disordine simbolico” in La pratica della storia vivente DWF, n.3 2012), individuai la categoria della munificenza, che non dipende dall’essere ricche o povere. Si può essere ricche e misere e invece povere e munifiche.
Avevo visto in mia madre e anche in mia nonna “modelli di autorità femminile per un altro modo di esserci”, come dice Chiara Zamboni (“La notte ci può aiutare” in a cura di Annarosa Buttarelli e Federica Giardini, Il pensiero dell’esperienza, Baldini e Castoldi Dalai, 2008), donne che non aspettano che il capitalismo finisca, ma qui e ora aprono altri spazi dove regna una sapienza femminile dei rapporti umani. Questa interpretazione mi rese capace di leggere diversamente anche comportamenti miei, di amiche, di mio marito e mio figlio, cosa che mi rese più libera e autorevole e spinse a cercare riflessioni simili anche in altri testi. Così da note nei libri, da siti internet (www.gift-economy.com e www.Economiadeldono.org) sono entrata in contatto con l’economia del dono di origine materna e con Genevieve Vaughan, l’autrice di Per-donare. Una critica femminista dello scambio (Meltemi, Roma 2005), di Homo donans. Per un’economia del materno (VandAePublishing, 2015), ma soprattutto ho avuto l’opportunità di invitarla alla Libreria delle donne di Milano per un confronto sul libro, frutto del convegno romano.
Nell’introduzione al libro Genevieve mostra la forza interpretativa della teoria da lei messa a punto e ricostruisce la rete internazionale che ha dato vita all’incontro e che dal 2001 ha sviluppato diverse iniziative in Norvegia, in Texas, nei World Social Forum d Porto Alegre, Nairobi, Bamako, Mumbai, ha partecipato a conferenze mondiali delle donne in diversi paesi, ha prodotto convegni specifici sull’economia del dono, ha intrecciato relazioni con i Moderni Studi Matriarcali, con le riflessioni di teorici della decrescita e con studiose di diverse discipline che, pur non essendo iscritte all’International Feminists for a Gift Economy, ne colgono l’importanza.
Vaughan nel suo saggio, che inaugura la prima parte intitolata Teoria, delinea sinteticamente il tema del dono. Non usa la parola munificenza ma economia del dono unilaterale di origine materna. Cogliendo il valore, anche economico, dell’esperienza, comune nei primi anni di vita a tutti gli esseri umani, del ricevere ciò che la madre, o chi per lei, dà, si può analizzare diversamente la società attuale. Si tratta di un’esperienza sottesa allo sviluppo delle prime capacità sociali: l’attenzione congiunta, la capacità di leggere le intenzioni altrui, le proto-conversazioni infantili universalmente diffuse. Il ricevere e dare a turno è all’origine ma anche struttura il linguaggio. Inoltre, come dimostrano gli studi di psico e neuro biologia, porta a riconoscersi e a sviluppare la propria soggettività in quanto connessi alla madre, vedendola “come me” e apprendendo dal suo comportamento ad agire nel mondo e a interagire con altre persone, interattività facilitata dai neuroni a specchio. È un’esperienza che struttura in tutti la capacità di donare, ma nella società attuale viene contraddetta dalla logica di mercato che impone uno spostamento di soggettività per i maschi. A partire dai 4 anni, essi imparano ad appartenere alla categoria opposta a quella della madre, dove l’opposizione viene intesa come non prendersi cura degli altri, dare solo per ricevere, e che le femmine devono adeguarsi a loro. Una situazione non naturale né inevitabile, dato che non avviene nelle società matriarcali, come riferiscono anche altri saggi nel libro.
Aver presente l’origine materna dell’economia del dono ci mostra che oggi sono presenti due economie e che quella di scambio è parassitaria della prima. Riconoscere il carattere economico della cura materna permette di individuare due paradigmi: quello di un materialismo maternalista di dono e quello dell’economia capitalista dello scambio e del mercato. Permette di cogliere ciò che mette in atto la logica dello scambio e che spesso non vediamo connesso: violenza e rappresaglia; attacco militare e contrattacco, giustizia come ripagare un crimine o vendetta; persino sentirsi in colpa è predisporsi a pagare un prezzo, solo per fare qualche esempio.
Il saggio è ricchissimo di spunti che mi hanno aiutato a liberare i miei comportamenti da letture svalutanti, dall’impiccio di cercare sempre un prezzo per dar valore a ciò che facevo, senza la libertà di far circolare il di più che avevo nelle relazioni, certa che ne può venire del meglio nel mondo in cui anch’io vivo.
Voglio accennarvi brevemente ad alcuni dei 27 interventi del libro sul convegno perché ciascuno amplia il discorso con prospettive inaspettate e un linguaggio che la necessità di sintetizzare ha reso chiaro e godibilissimo, mantenendo quasi sempre la vivacità dello scambio in presenza e nel contempo una scorrevolezza, dovuta all’attenta riscrittura dei testi da parte delle autrici ed anche all’accurato editing della casa editrice.
Nei saggi della prima parte dedicati alla Teoria, segnalo quello di Luciana Percovich, che molte di noi conoscono come femminista, saggista e curatrice della collana Le civette della casa editrice Venexia. Esso mette in luce, anche sulla scia delle ricerche pionieristiche di Marja Gimbutas, chiavi di lettura comuni per le sculture e pitture nelle grotte santuario del Paleolitico fino a giungere alle numerose Madonne del latte dipinte in Italia tra l’anno Mille e il Quattrocento. Ho trovato particolarmente interessanti quello di Francesca Brezzi, docente di Filosofia Morale all’università Roma 3, che ripercorre le teorie del dono ma soprattutto si sofferma sulla relazione placentare incrociando il pensiero di Luce Irigaray e le opere placentarie della fine degli anni Settanta della pittrice futurista Barbara; quello di Elena Pulcini, docente di Filosofia Sociale a Firenze, che, dialogando anche con altri teorici del dono, mostra come esso ci porti a una nuova concezione dell’essere, capace di accettare la costitutiva fragilità del soggetto e la necessità della relazione, una passione per l’altro da sé, proponendo dunque l’universalità della cura, facendo sì che le donne da soggette alla cura (e al dono) diventino soggetti di cura (e di dono); quello di Alberto Castagnola, ricercatore dello SVIMEZ (Associazione per lo Sviluppo del Mezzogiorno) e dell’ISPE (Istituto di Studi per la Programmazione Economica), sui contributi del pensiero della decrescita alle teorie del dono.
Penso anche all’analisi che Daniela Falcioni, docente di Etica Sociale in Calabria, fa della struttura del dono a partire dal romanzo del 2005 Slow man di Coeetze, premio Nobel nel 2003; alla denuncia dei tentativi di eliminazione della madre operati dal neoliberismo con il concetto di parità del femminismo liberale dell’Unione europea, la medicalizzazione della maternità, le tecnologie riproduttive, l’espropriazione delle competenze materne, come fa la ricercatrice che si muove tra Austria e USA Mariam Irene Tazi Preve; al saggio di Susan Petrilli, docente di Semiotica a Bari, che sintetizza i principali aspetti della teoria del dono applicata al linguaggio, delineata nel libro della Vaughan, per ora solo in inglese, The Gift in the Heart of Language: The Maternal Source of Meaning (Mimesis 2015): dal come lo apprendiamo, alla costruzione del mondo attraverso di esso, alla relazione tra chi scrive e chi legge, alla pratica della traduzione.
Nella seconda parte, intitolata Pratica, mi hanno colpito gli esempi di odierne società matriarcali come l’eco-villaggio Nashira in Colombia, di cui parla Angela Dolmetch, giurista che ha studiato tra la Colombia e la Gran Bretagna, oppure come la Pagoda Community, costituita da donne lesbiche a St. Augustine in Florida dal 1976 alla fine degli anni Novanta, e il Michigan Women’s Music Festival dal 1975 al 2015, di cui ricostruisce le storie l’attivista statunitense Lyn Daniels. Soprattutto mi ha fatto riflettere l’esame di Kaarina Kailo, docente e politica finlandese, su come nel suo paese le politiche neoliberali stiano distruggendo quel tipo di stato sociale, le cui caratteristiche possono leggersi come espressione del dono. Lei lo fa con casi precisi, a volte raccapriccianti come l’introduzione di animali meccanici per anziani o lampade per ricordare ai malati di Alzheimer di mettere in forno il cibo surgelato, il tutto nel tentativo di ridurre i costi dell’assistenza. Esempi che insieme alle sue riflessioni teoriche ci permettono di cogliere quello che anche da noi si sta tentando di fare, collegandolo tra l’altro agli obiettivi del recente Trattato di Lisbona dell’Unione Europea.
Inoltre mi ha colpito la resistenza in Italia alla medicalizzazione della maternità e della nascita, di cui un esempio è la creazione di madri peer to peer, nell’intervento di Elena Skoko, fondatrice tra l’altro dell’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica Italia (ovoitalia.wordpress.com); il modo diverso di utilizzare internet da parte delle donne di cui parla Anna Cossetta della facoltà di Sociologia a Genova.
La terza parte, Pratica nelle realtà non occidentali, inizia con un breve saggio Heide Goettner-Abendroth, che con il suo lavoro quarantennale di ricerca sul campo, ma soprattutto di comparazione tra le ricerche, in particolare di studiose e studiosi nativi, ha fornito il paradigma delle società matriarcali fondando i Moderni Studi Matriarcali. Nel suo libro Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo (Venexia 2012) ne ha messo in luce le caratteristiche a 4 livelli, sociale, economico, politico, spirituale/culturale, consentendoci di cogliere elementi comuni strutturali nella diversità delle attuazioni legate alle condizioni specifiche. Un piccolo assaggio che invoglia ad approfondire.
Segue la comunicazione di Francesca Rosati Freeman che col suo libro Benvenuti nel paese delle donne. Un viaggio straordinario alla scoperta dei Moso (XL edizioni 2010) e poi con il documentario Nu Guo. Nel nome della madre, girato con Pio D’Elia (Dharma production 2014) ci ha fatto conoscere il popolo Moso, un esempio vivente di società matriarcale. Sono circa 40.000 persone che vivono in Cina con un’organizzazione sociale matrilocale e matrilineare, dove figli e figlie vivono e producono nella casa e nella terra della madre, separando la vita familiare da quella amorosa: una ragazza giunta a maturità sessuale ha una stanza in cui accogliere il giovane scelto come amante, che il mattino successivo torna alla casa di sua madre.
Si pratica la maternità allargata per cui ogni componente della famiglia materna (madre, nonna, sorelle, fratelli, zie e zii materni) dona alla creatura le cure materne necessarie e alla genitrice libertà nel vivere la sua maternità. Le decisioni collettive vengono prese col metodo del consenso.
In questa società vi è assenza di violenza, di gelosia, non esiste abbandono di minori né di persone anziane. In questo saggio Freeman ci aggiorna su come il popolo Moso abbia organizzato i soccorsi per i villaggi colpiti dal terremoto del 2012 e su come nella situazione attuale sia in atto un attacco al modo tradizionale di vivere da parte di società e del governo cinese con quelle modalità capitalistiche che stanno diffondendosi in Cina, ma ci mostra anche come il popolo Moso abbia reagito, in modo pacifico senza rompere la solidarietà e salvaguardando la natura del lago Lugo, diventato zona turistica.
Ho dato più spazio ai lavori di Goettner-Abendroth e di Freeman perché ho potuto conoscerle personalmente e approfondire le loro scoperte, invitandole a Milano.
In questa parte segnalo anche il testo della scrittrice senegalese Coumba Toure sul tema dell’adozione in cui confronta le modalità occidentali con quelle di popoli dell’Africa Occidentale e quello dell’attivista canadese Diem Lafortune sulla compravendita di neonati di popolazioni native, mascherata da adozione.
Infine nell’ultima parte intitolata Spiritualità ho potuto constatare, grazie a Morena Luciani Russo fondatrice dell’Associazione Laima di Torino, il permanere di elementi matriarcali e di dono in riti praticati ancor oggi legati alla panificazione collettiva in Abruzzo, Campania e Sardegna. Mi ha colpito anche nel saggio della scrittrice statunitense Vicki Noble, che chiude il libro, la relazione tra la produzione naturale dell’ossitocina attraverso riti di guarigione contemporanei, soprattutto femminili, e le più recenti ricerche di neurobiologia che mostrano la funzione sociale e curativa di questo ormone.
Ho fatto questa carrellata personale e non esaustiva per darvi un’idea della ricchezza e dei legami internazionali legati all’economia del dono, infatti il libro offre molte indicazioni per piste di ricerca personali.
John Maxwell Coeetze, Slow man, trad. di M. Baiocchi, Einaudi, Torino 2006, pp.253, EURO 17,00.
Heide Goettner-Abendroth, Le società matriarcali. Studi sulle culture indigene del mondo, Venexia 2013, pp. 710, Euro 28,00.
Francesca Rosati Freeman, Benvenuti nel paese delle donne. Un viaggio straordinario alla scoperta dei Moso,XL edizioni 2010, pp.183, euro 15,00.
Francesca Rosati Freeman e Pio D’Elia, Nu Guo. Nel nome della madre, Dharma production 2014, Giappone- Italia 56’.
Luciana Tavernini, “Gli oscuri grumi del disordine simbolico” in La pratica della storia vivente DWF, n.3 2012.
Genevieve Vaughan, Per-donare. Una critica femminista dello scambio, trad. Francesca Buffo,Meltemi, Roma 2005, pp.503, Euro 25,00, VandAePublishing, EPUB, EURO 4,99.
Genevieve Vaughan, Homo donans. Per un’economia del materno, trad. di Nicoleugenia Prezzavento, VandAePublishing, Milano 2015, pp. 418, Euro 19,50, EPUB, EURO 14,00.
Genevieve Vaughan (a cura di), Le radici materne dell’economia del dono, con la collaborazione di Francesca Lulli, Genevieve Vaughan, Per-donare. Una critica femminista dello scambio, Milano 2017, pp. 347, Euro 19,50, EPUB, EURO 14,00.
Genevieve Vaughan, The Gift in the Heart of Language: The Maternal Source of Meaning (Il Dono nel Cuore del Linguaggio: la Fonte Materna del Signficare), Mimesis, 2015, pp. 486, EURO 28,00, EPUB, EURO 6,99.
Chiara Zamboni, “La notte ci può aiutare” in a cura di Annarosa Buttarelli e Federica Giardini, Il pensiero dell’esperienza, Baldini e Castoldi Dalai, 2008, pp. 480, Euro 20,00
Da questa collezione d’immagini affiora un significato di tipo allegorico, che non vuol dire nascosto, vuol dire che non si esaurisce nell’immediato e va oltre, in una profondità cui non si arriva con gli occhi.
Ai miei occhi le immagini mostrano donne che stanno forzando un blocco. Più letture sono possibili, ovviamente. Io credo però che le diverse letture convergano verso l’allegoria di donne che sfidano l’uomo per rompere il regime d’irrealtà che si è creato con la subordinazione del femminile al maschile. In parole storiche, io ci vedo un’allegoria del femminismo della differenza, quello che ha fatto della differenza sessuale il varco per la presa di coscienza che tutto comincia da dentro (come dicono in architettura), un dentro che racchiude il segreto della soggettività libera.
Subordinare gli altri a sé, a cominciare dalle donne, ha fatto credere alla più parte degli uomini di essere entità autosufficienti e di poter controllare e cambiare il mondo mettendolo in un’esteriorità oggettiva.
Con parole riprese dalla dottrina cristiana, le donne di queste immagini stanno forzando il blocco che impedisce la circolazione dello Spirito santo.
Non è nella dottrina cristiana che ho trovato la chiave di quest’allegoria, ma in un testo apparso nel 1980, intitolato Vai pure (ripubblicato nel 2011 da et al.)Si tratta di un testo registrato e trascritto, per volontà di una lei, di un dialogo tra questa lei, Carla Lonzi, e l’artista Pietro Consagra, che era allora il suo compagno di vita. Carla Lonzi è una delle iniziatrici del femminismo della differenza, tra gli anni Sessanta e Settanta del secolo scorso.
A un certo punto dello scambio lui le dice: tu, a differenza di me, “ti presenti con le esigenze nuove”. No, lo interrompe lei, sono mie esigenze e sono cose che le donne sanno ma vi hanno rinunciato molto spesso, “perché se non cedi spacchi la tua vita”. (AGGIUNTA POSTUMA: “Ovviamente per le donne la vita è sempre più facile se accettano la visione del patriarcato” (Daniela Danna, Maternità. Surrogata? 2017, p. 246) E spiega: io non ho intenzione di cedere ma capisco perché una donna possa farlo, “perché il bisogno di autonomia entra in un tale contrasto con il bisogno di amore, e il bisogno di amore è sentito così forte che prende il sopravvento”.
Segue, nella stessa pagina, come un lampo, la rivelazione del come sa amare una donna che non cede. Io, dice, ho accettato la tua contraddizione di uomo integrandola nel nostro rapporto, tu invece proponi delle soluzioni preconfezionate che, in questo modo, negano il senso del nostro rapporto. Sa bene, lei, che ne va della sua vita e della condizione femminile, ma non soltanto. “Quello che proprio mi scandalizza e che mi fa sentire estranea e ferita da questo mondo…” e parla della priorità che si dà, in questo mondo, alla produzione di cose, “a scapito dell’autenticità dei rapporti”.
Lui tenta di capire, fa delle domande, ed è a questo punto che la risposta di lei fa pensare allo Spirito santo: “Io per rapporto intendo una coscienza della realtà che scorre tra le persone, e che per me è indispensabile a rimuovere i punti morti di una cultura che viaggia solo sulla coscienza maschile. Questo per immettere me nel mondo, perché non vedo altra possibilità di una vita vivibile”. Poi aggiunge: anche l’uomo risente negativamente di “questa mancanza di una coscienza femminile” e chiede al suo compagno come sia possibile andare ancora avanti con l’impostazione unilaterale maschile, arrivati “a questo punto di crisi e di spaccatura”. Il discorso di papa Francesco all’Accademia per la vita, 5 ottobre 2017, sull’alleanza tra donne e uomini, le darà ragione: non è possibile.
In un testo precedente la stessa Lonzi aveva polemizzato con un certo modo di rivolgersi agli uomini “come se fossero dei bambini a cui le proprie verità bisogna porgerle adottando il linguaggio dei loro libri di lettura”. La questione ci riguarda. Ci adattiamo perché gli uomini capiscano, sarebbe la risposta, per restare cioè nella cultura comune. Ma è una trappola: la cultura comune, infatti, non offre alle donne il linguaggio per esprimersi come autonomi soggetti pensanti e desideranti. Qual è allora la pratica che farà deperire l’imprigionamento simbolico delle donne? Risposta: “fare tutti i gesti di espressione di sé e di riconoscimento dell’altra che aprono le porte del limbo in cui le donne cercano, senza trovarla, un’incarnazione reale”. Che, per le vecchie femministe come me, è un chiaro riferimento alla pratica dei gruppi separati di donne che, negli anni Settanta, ha dato inizio al movimento femminista dotandoci di una lingua per significare a noi stesse che esistiamo per noi stesse.
Molti, compresi uomini onesti e in buona fede, non hanno capito il significato di questo affronto della separazione, né la sua necessità. E hanno criticato il femminismo, i pretesti si trovano sempre nelle imprese umane, senza capire che la rivolta e la sfida erano il prezzo da pagare a causa della loro stessa, di uomini, negazione dell’altro con la a minuscola: la loro simile e differente. Se lei lascia perdere, lui non ci pensa e passa sopra.
Le immagini mostrano dunque donne che, uscite dal limbo dell’inesistenza simbolica, si trovano la strada sbarrata e lì restano impavide con un gesto che sostituisce parole che non ci sono ancora. Per trovarle, continua Carla Lonzi, il blocco va forzato in prima persona: questo è il passaggio necessario per la nascita della nostra soggettività, il presupposto di qualsiasi cambiamento. Lei così ha fatto ed è diventata un passaggio; da lì siamo passate e possono passare anche gli uomini.
Tra le immagini, colpisce quella della palestinese che va per la sua strada portandosi dietro due creature, ma un uomo in divisa, piegato sulle gambe, le sbarra la strada puntandole un’arma all’altezza del ventre. Per uno strano capovolgimento dei sensi, a me pare che lui le stia chiedendo l’elemosina, che una volta chiamavano la carità: lui le chiede la carità di riprenderlo con sé.
Non si arriva al senso libero della differenza sessuale che è parte integrante dell’essere umano, con meno del prezzo pagato da una Carla Lonzi. E da una Maria Celeste Crostarosa. Di lei parlerò tra poco. Entrambe sono donne che hanno affrontato il blocco creato da un ordine simbolico che era anche disordine, l’hanno affrontato nel modo giusto, pagando un prezzo ingiusto con la fermezza di chi non nutre risentimenti.
Per due secoli e mezzo la storia ha ignorato la figura di Maria Celeste e i suoi grandi meriti. Il 15 giugno 2016 L’Osservatore Romano ha dato l’annuncio che suor Maria Celeste, oltre che santa, è stata finalmente riconosciuta come fondatrice dell’Ordine religioso del Santissimo Redentore. È il felice esito di una vicenda che il giornale stesso chiama “enigmatica”. A dire il vero, una volta ricostruita, la vicenda non ha nulla di enigmatico, ma certo lo è il suo significato ultimo.
In breve: la Crostarosa, nata a Napoli nel 1696 da una famiglia del ceto medio, in tutta libertà si fece suora; il cielo le ispirò una grande impresa che lei si dedicò a realizzare, insieme a un amico e compagno di prim’ordine, Alfonso de’ Liguori. Ma disse no al comando di un superiore che andava contro la sua libertà spirituale. Alfonso, che aveva i mezzi e i motivi per difenderla, non capì che lei aveva ragione e la giudicò male (ma, a riprova della sua buona fede, conservò le prove storiche del proprio errore, il che ha permesso poi di correggerlo). La riprovazione di Alfonso fu la fine per lei. Privata di ogni credibilità, scrisse allora una dichiarazione in cui non rinnega niente ma rinuncia a tutto, tranne che a Dio che, però, nella “confusione degli abissi” (parole sue), non si faceva trovare.
La sua vita ne fu spaccata, come ha detto Carla Lonzi parlando di quelle che difendono la loro autonomia nelle circostanze più difficili, donne che aprono nella strada bloccata varchi di libertà da cui possono passare anche gli uomini che si arrendono, non dico alle donne, perché noi non chiediamo questo, intendo quelli che si arrendono allo Spirito santo… Chiamatelo come volete, purchè non lo confondiate con il vostro Ego o con qualche dottrina preconfezionata.
A proposito di dottrine. Per una fortuna così immeritata che mi sembrò una sfortuna, per alcuni anni ho fatto scuola a persone molto giovani. A scuola, come noto, si insegna che la Terra è rotonda, che non è propriamente una dottrina ma un fatto ricavabile, con il ragionamento, dall’esperienza. Un giorno mi parve che una mia alunna, una ragazzina di undici anni, non avesse chiaro che la Terra è rotonda. Interrogata sul come sappiamo con certezza che la Terra è rotonda, lei alzò il braccio destro e, con un gesto che oltrepassava i muri della scuola, disegnò l’arco della volta celeste. Poi, davanti al mio stupore, aggiunse: “Anche mia mamma la pensa così”.
Sbagliava, scolasticamente parlando, ma il suo era un errore che veicola un vero ancora indicibile. Io ho continuato a pensarci arrivando a quella tappa (di più non è) della ricerca che ho riassunto nella formula: tutto comincia da dentro.
Dicendo “da dentro” si pensa per opposizione a un fuori e non è sbagliato, perché dal dentro del luogo materno, si viene fuori, al mondo. Ma c’è un nascere ulteriore che viene grazie alla relazione materna man mano che s’impara a parlare, e allora si scopre che il dentro si ricrea ed è sconfinato. È come un’altra dimensione in cui le cose prendono senso, le lingue annodate in gola si sciolgono e quello che era muto, distante, minaccioso, diventa prossimo.
Donne Chiesa Mondo – L’Osservatore Romano, 1 dicembre 2017
Questo numero di “Donne chiesa mondo”, corredato dalle fotografie, sarà in vendita alla Libreria delle donne
di Vita Cosentino
Le donne sono dappertutto e tutto traballa. Sulla rivista Via Dogana abbiamo parlato a più riprese di Cambio di civiltà come posta in gioco del nostro tempo, comeorizzonte grande del nostro agire. Luce Irigaray nei suoi libri da decenni prefigura un mondo che sia veramente di uomini e donne. A mio modo di vedere negli ultimi mesi c’è stata un’accelerazione in questa direzione, siamo a una svolta. Alcuni accadimenti ne sono segni evidenti e riguardano sia le donne che gli uomini. Hanno a che fare con la parola, una parola che rompe con la complicità. Qualcosa è diventato intollerabile. In questione è il rapporto tra uomini e donne e lo svelamento del nesso tra sesso e potere. Si sapeva che in certi ambienti, come per esempio il cinema, ci fosse un sistema di abuso di potere da parte di uomini potenti che esigevano prestazioni sessuali in cambio di promesse di lavoro, ma tutto passava sotto silenzio. Ora non è più così. Hanno cominciato a parlare conosciute star di Hollywood in un gigantesco scandalo a carico di Weinstein, un noto produttore di film di successo. Da lì è cominciata un’onda che non accenna a fermarsi e travolge parlamenti (l’europarlamento e il parlamento inglese), partiti politici, come in Francia, mondo universitario, scientifico, sportivo e via e via ogni giorno si aggiunge qualche tassello a questo quadro.E finalmente anche in Italia qualcuna ha parlato. Si è amplificato sui social ( con l’hashtag #metoo anche io, è successo anche a me) ed è diventata una valanga.
Ho letto svariati articoli, anche di donne, che sottovalutano questi avvenimenti oppure criticano le attrici che, come Asia Argento, si decidono a parlare dopo tanti anni. Mi sembrano letture miopi che non colgono l’essenziale di quanto sta accadendo sotto i nostri occhi.
È cominciata una presa di parola di massa in tutto il mondo occidentale. Come dice Rebecca Solnit in un’intervista sul quotidiano La Repubblica: “Ad Hollywood, nella Silicon Valley, negli uffici, gli uomini si dicono: non possiamo continuare così. Lo stesso le donne: non possiamo più restare in silenzio”. (19 ottobre 2017). Sì è vero, qualcosa si è definitivamente rotto. E questo è già l’inizio di un nuovo patto tra uomini e donne.
Sono consapevole che è azzardato chiamare quanto sta accadendo autocoscienza, perché mancano le persone in carne ed ossa che si parlano e si confrontano. Sono consapevole che c’è un cascame di ipocrisie, di eccessi, di conformismi, ma tutto questo non può distoglierci dall’aspetto principale, soprattutto se si crede in una politica basata sulla parola. Parlare è già avviare la trasformazione del rapporto uomini donne, non o non solo nell’ambito dell’intimità, ma nella vita pubblica, in tutti quei luoghi dove troppo spesso gli uomini prevaricano. Sotto accusa c’è quell’intreccio sesso, denaro, potere, che abbiamo conosciuto con Silvio Berlusconi. Non era un’anomalia, era un sistema, come ha ben svelato Ida Dominijanni nel suo libro Il trucco. Era l’infrastruttura del potere maschile e sta saltando. Oggi vediamo quanto è estesa in ogni ambito della società e mentre negli Stati Uniti Weinstein viene cacciato dalla sua stessa Casa di produzione, è un vero scandalo che in Italia Berlusconi possa ripresentarsi sulla scena politica e tentare di candidarsi alla guida del paese nel silenzio generale.
C’è una richiesta di cambiamento della società nelle sue strutture profonde. È finito il tempo dell’attesa o delle lamentele da parte delle donne. Anche tra gli uomini molti dicono che è finita. È venuto il tempo di fare i conti. Il ripatteggiamento del rapporto uomini donne si fa dal vivo, luogo per luogo, situazione per situazione,con gesti di rottura, come stanno facendo quelle donne che hanno cominciato a parlare.
Siamo all’interno di un cambiamento così vasto e galoppante che si può parlare di rivoluzione culturale.Oggi le rivoluzioni non hanno caratteristiche di piazza, di spargimenti di sangue come ci insegna la storia, sono piuttosto rivoluzioni soggettive. Perché questo è il tempo delle soggettività. Non sappiamo quali sviluppi e conseguenze avranno questi fatti. Arrivano imprevisti e destabilizzanti. La questione principale è rendersi conto di quello che sta capitando. Farsi contagiare dall’onda e non rimanere alla finestra a guardare. Farsene attraversare. Clarice Lispector ha scritto: “Se progredisco nelle mie frammentarie visioni, il mondo intero dovrà trasformarsi perché io possa esservi inclusa”.
Le donne sono le maggiori protagoniste di questo cambiamento. Si tratta di esserci. Ciascuna come donna consapevole della propria presenza nel mondo.
Il libro ci restituisce una grande energia creativa, non solo per la vivezza delle forme che via via prende il dialogo tra una madre e sua figlia sulle parole inventate dalle donne per dire la loro esperienza, sul corpo pensante, sui luoghi creati per rispondere ai propri bisogni e desideri e sul lavoro, ma anche per le quasi cento fotografie che ci restituiscono la vitalità di un’epoca e per la varietà delle testimonianze di 58 femministe.
Sono testimonianze nate nel passato, testimonianze di un’esperienza di trasformazione ricca di invenzione la cui energia ha lasciato in chi parla una impronta che dura nel presente.
Non sono memorie di un periodo finito, ma mostrano una storia che continua ancor oggi.
Dato il mio amore per l’arte visiva mi soffermo sulle testimonianze di Paola Mattioli e di Marcella Campagnano, oggi due fotografe riconosciute e affermate. Le loro testimonianze ci dimostrano che dalle esperienze delle artiste femministe di quegli anni deriva un nuovo modo di pensare l’arte oggi. Le pratiche artistiche delle donne hanno cambiato il panorama dell’arte. Infatti il femminismo è il movimento politico del ‘900 che più l’ha influenzata.
Quella che io chiamo “la novità fertile” che le donne hanno portato nel mondo dell’arte è il fare interagire l’energia della creazione con l’energia dei rapporti.
Marcella Campagnano esordisce dicendo “non sono una fotografa”, nelle sue fotografie sperimentali sui ruoli che le donne incarnavano e che le imprigionavano, quello che le importava era l’incontro con le donne, lo stare insieme in relazione, da cui scaturivano le fotografie sui travestimenti.
Preferisco usare il termine pratica artistica, esprime meglio il lavoro artistico come azione trasformativa che innesca processi vitali e crea spostamenti che mettono in circolo energie creative che tutte e tutti possiedono.
Il femminismo è stata una grande creazione che sento agire nel mio presente: mi ha permesso di formarmi un po’ alla volta un pensiero mio sull’arte.
Ho sempre utilizzato l’arte in modo relazionale, ma ne ho avuto coscienza solo attraverso il femminismo. Per me comunicare attraverso immagini, ha sempre significato “arricchire il vivere insieme”, come ha detto Carla Lonzi parlando delle Preziose nel suo testo rimasto incompiuto Armande sono io!
Infatti la rivoluzione femminista, portando la vita al centro della cultura e della politica, ha modificato profondamente anche il rapporto con l’arte. Il nostro presente continua a nutrirsi di questo cambiamento.
Oggi continuo a pensare che fare arte significhi agire nella trasformazione in relazione.
(Nel libro vi è anche la testimonianza di Donatella Franchi “Un andirivieni necessario. Pratica artistica e vita quotidiana” in cui a partire dal un suo lavoro Progetto Clotilde, durato dieci anni, offre alcune riflessioni sul fare artistico.)
(www.libreriadelledonne.it, 7 dicembre 2017)
di Anna Lombardi
Riconoscimento della rivista americana alle donne che denunciano molestie e violenze personali. Sulla copertina Ashley Judd, Susan Fowler, Adama Iwu, Taylor Swift e Isabel Pascual.
ROMA – Time ha scelto: sono le “Silence Breakers”, le donne che hanno rotto il silenzio e denunciato le molestie sessuali – dal caso Harvey Weinstein in poi – la “person of the year”, la persona dell’anno 2017. E pazienza se, come in questo caso, si tratta di un intero movimento: quello delle tante donne che hanno trasformato l’hashtag #meetoo in momento catartico, “una sorta di resa dei conti collettiva: nata però come atto di coraggio individuale”, come ricordano a Time nella motivazione del riconoscimento
Sono cinque le donne che Time ha scelto di mettere in copertina, a rappresentanza delle tante altre che hanno trovato il coraggio di denunciare: l’attrice Ashley Judd, fra le prime a denunciare il potente produttore cinematografico Weinstein. E poi Susan Fowler, l’ingegnera di Uber la cui denuncia su un bloglo scorso agosto sul clima di molestie sessuali e misoginia nell’azienda portò al licenziamento del Ceo Travis Kalanick e di altri venti dipendenti. C’è Adama Iwu, la lobbysta di Visa che ha lanciato il sito “We said enough” per denunciare le molestie nel mondo del lavoro e della politica. Senza dimenticare la reginetta del pop Taylor Swift, che lo scorso agosto ha ottenuto la condanna in tribunale del dj David Mueller, che le aveva palpato il sedere durante un suo concerto a Denver nel 2013. E infine la raccoglitrice di fragole conosciuta come Isabel Pascual – ma non è il suo vero nome – che ha raccontato pubblicamente le minacce ricevute per aver denunciato molestie sul posto di lavoro.
“La galvanizzante azione delle donne che abbiamo voluto in copertina, insieme a quella di centinaia di altre e anche a quella di molti uomini hanno scatenato uno dei più veloci cambiamenti culturali dagli anni Sessanta ad oggi” ha detto il direttore della rivista Edward Felsenthal presentando la copertina in diretta al Today show su Nbc, sì, proprio il programma condotto fino a pochi giorni fa da quel Matt Lauer cacciato anche lui per molestie. “La scelta di quest’anno è particolarmente nello spirito della selezione della “person of the year” che Time fa fin dal 1927. Ci sono individui che ispirano il mondo e queste donne hanno spinto tutti a smettere di accettare l’inaccettabile”.
Per realizzare il numero appena arrivato in edicola Time ha fatto decine di interviste a donne e anche uomini che hanno subito molestie sul lavoro: compresa l’attrice Rose McGowan, anche lei fra le accusatrici di Weinstein e la giornalista Megyn Kelly che nel 2016 accusò di molestie l’amministratore delegato di Fox News, Roger Ailes. Ma anche di persone non celebri come Dana Lewis, cameriera al Plaza Hotel di New York che ha denunciato il celebre albergo per aver “normalizzato e banalizzato gli assalti sessuali verso le donne dello staff”.
Le donne hanno dunque battuto gli aspiranti maschi al prestigioso titolo di “persona dell’anno”: fra questi il presidente Donald Trump, già vincitore del 2016, protagonista nelle scorse settimane di un botta e risposta con il settimanale. Secondo lui, infatti, stavano per nominarlo di nuovo: “Mi ha chiamato Time per dirmi che sarei stato probabilmente nominato persona dell’anno di nuovo, ma che avrei dovuto rilasciare un’intervista e fare un servizio fotografico. Ho rifiutato”. Ipotesi negata dal magazine: “il Presidente sbaglia su come avviene la nostra scelta della persona dell’anno. Time non rivela la sua scelta fino alla pubblicazione del 6 dicembre”. Nella lista dei papabili, c’erano anche il fondatore di Amazon Jeff Bezos, l’atleta Colin Keapernick che ha lanciato le proteste del “Take a knee”, gli inginocchiamenti durante l’inno alle partite di football. e perfino il principe saudita Mohammed bin Salman protagonista della campagna anticorruzione del suo paese.
Immediate le reazioni postive alla scelta: fra le prime persone a retweetare il suo entusiasmo l’attrice italiana Asia Argento, anche lei fra le prime a denunciare, sulle pagine del New Yorker intervistata da Ronan Farrow, il produttore Weinstein.
(Repubblica, 6 dicembre 2017)
Vedi anche:
di Luigi Ippolito, corrispondente da Londra
La prima donna a guidare la celebre forza di polizia londinese.
«Sono la persona più fortunata del mondo», dice di sé Cressida Dick, la prima donna nella storia a guidare Scotland Yard, la polizia più celebre del pianeta. E non solo: ad aprile, quando ha assunto l’incarico, ha rivelato pubblicamente la sua omosessualità. Al suo anulare spicca una fede d’oro, segno del legame con la sua partner Helen, anche lei poliziotta.
Personaggio ragguardevole, Cressida. Forgiatasi nel reparto antiterrorismo, ha dovuto affrontare subito una stagione di sangue che ha visto gli attentati succedersi nella capitatale britannica. Il suo primo impegno pubblico è stato il funerale dell’agente ucciso nell’attacco a Westminster.
Quando mi alzo
Figurina minuta nella sua uniforme, solo lo sguardo penetrante sotto i capelli color del ferro lascia trasparire la sua determinazione inossidabile. Ma di fronte ai giornalisti stranieri nella sede di New Scotland Yard parla anche di questioni personali, anche se si schermisce dicendo che «preferirebbe di più rispondere sul terrorismo».
«C’è voluto molto tempo prima di riuscire ad avere una donna alla guida di Scotland Yard — ammette — ma abbiamo fatto molta strada e la cosa non stupisce più nessuno, anche se magari non è così in altri Paesi». Ormai nella squadra omicidi, rivela, oltre la metà delle poliziotte sono donne, in quella che fino a non molto tempo fa era una riserva maschile. «Ma quando faccio il mio lavoro non penso al fatto di essere donna — racconta — sono solo una persona che quando si alza dal letto la mattina è felice della sua professione. Il mio è il miglior lavoro del mondo e sento di poter fare la differenza».
Sessismo no
Cressida nega di aver mai subito sessismo o discriminazioni nella sua lunga carriera, ma riconosce di poter essere di «ispirazione per le ragazze più giovani, che possono dire: se lei è arrivata fin lì, posso farcela anch’io. Ogni persona di talento deve poter andare avanti, anche se ci sono ancora delle barriere da superare».
Cressida parla mentre fuori dalla vetrata scorre il traffico sul lungofiume: lei è orgogliosa del nuovo edificio di Scotland Yard, inaugurato pochi anni orsono, che con il suo ingresso trasparente rappresenta l’apertura al pubblico e alla società della polizia londinese: «Noi non siamo militari né spie», sottolinea. E spiega che i suoi agenti sono ben contenti di avere quasi tutti la telecamera installata sull’uniforme, che registra le loro azioni e quanto gli sta attorno: «Altrove forse sarebbe stato più difficile».
Tremila sospetti
Ma a Londra la polizia si vuole integrata nella società e specchio di essa. «Per questo i nostri agenti riflettono la diversità di questa città: ormai il 30 per cento delle reclute proviene da minoranze etniche. Londra è la vera capitale globale e noi siamo fortunati di poter servire una città così internazionale». Ma i valori del suo corpo di polizia sono rimasti gli stessi dal 1829, anno della fondazione: «Coraggio, compassione e integrità». E ancora oggi, nell’anno della massima sfida del terrorismo, il 90 per cento degli agenti è disarmato. In caso di manifestazioni di piazza, Cressida è convinta che il ruolo dei suoi uomini e donne sia quello di «facilitare il diritto legale a protestare». Chissà cosa penserebbero Putin o Erdogan di parole del genere.
Questo non vuol dire tenere bassa la guardia. «Abbiamo migliorato la capacità di risposta armata agli attacchi terroristici — spiega —. Ci sono unità mobili piazzate in punti strategici, piccole squadre in grado di rispondere nel giro di minuti», come è avvenuto nel caso del London Bridge a giugno. Per questo «Londra resta una città sicura», anche se la prevenzione totale è impossibile: «Abbiamo seicento inchieste in corso e seguiamo tremila sospetti, ma non possiamo e non vogliamo sorvegliare tutti: il nostro non è uno Stato di polizia».
(Corriere della Sera, 6 dicembre 2017)
di Antonella Crescenzi
Il 71% degli italiani dice no all’utero in affitto, il 48% di questi dichiarandosi assolutamente contrario a una legge che introduca e regolamenti la pratica in Italia in qualunque forma, e il 23% ritenendo ammissibile la surrogata unicamente se gratuita: sul Corriere della Sera, in un articolo di Monica Ricci Sargentini, i risultati del sondaggio Ixè di Se Non Ora Quando – Libere, RUA Resistenza all’Utero in Affitto, ArciLesbica Nazionale, UDI – Unione Donne in Italia, Resistenza Femminista e molte altre associazioni, nato in seguito a una partecipatissima raccolta fondi.
La gran parte della società italiana (71%) è contraria all’utero in affitto e ciò a dispetto delle non rare rappresentazioni mediatiche tendenti a “normalizzare” e “abbellire” la pratica della maternità surrogata vietata in Italia. Infatti, la maggioranza relativa del campione (48%) si dichiara nettamente contro una legge che introduca e regolamenti la pratica in Italia. Ma anche del restante 41% che si dichiara a favore il 23% la riterrebbe ammissibile unicamente se assolutamente gratuita, senza alcun compenso né rimborso spese. Poiché è noto – e non riconoscerlo è non volere prendere atto della realtà, ovvero dell’enorme giro di affari che ruota a livello internazionale intorno a questo business – che il ricorso totalmente gratuito riguarda solo una minima percentuale di casi, forse meno dello 0,1%, si può ben dire che prevalgono fortemente i “no”.
I cittadini contrari motivano la propria opposizione definendo l’utero in affitto una pratica disumana, un atto di compravendita e di mercato e di sfruttamento delle donne povere; mentre i favorevoli sono spinti dalla convinzione che si tratti di un atto di generosità. Tuttavia, anche una significativa parte dei favorevoli esprime preoccupazioni per la scarsa tutela del nascituro e i rischi per la salute della donna e del bambino.
Un altro risultato importante, che conferma l’estraneità della pratica nell’ambito della nostra società, è che, trovandosi nella condizione concreta di avere difficoltà a procreare, soltanto il 6% dei maggiorenni italiani ricorrerebbe all’utero in affitto (anche a pagamento) mentre il 61% si rivolgerebbe all’adozione e il 24% alla fecondazione assistita. Un significativo 19% rinuncerebbe del tutto ad avere figli qualora non venissero naturalmente.
di Giuliana Giulietti
Avere tra le mani e sotto gli occhi la nuova edizione di Virginia Woolf e i suoi contemporanei pubblicata dal Saggiatore, a cura di Liliana Rampello e con la traduzione di Lucia Gunella, immergermi nella lettura, guardare le tante foto (di Virginia, dei suoi parenti, delle amiche e degli amici) di cui è arricchita, è per me un piacere squisito. Ventisette persone sono qui convocate per restituire un ricordo personale di lei –Virginia zia, cognata, moglie, sorella, amica, editrice– anni dopo il suo suicidio. Quella morte –scrive Liliana Rampello nella sua bella introduzione– “che sembra aver steso sulla scrittrice e sull’opera un velo nero, cupo, che fa rivedere tutto alla disperata luce di quell’ultimo gesto”. Da qui l’immagine a lungo tramandata di una Virginia tormentata, depressa, infelice.
Ma la donna che ci viene incontro da queste pagine, con la sua risata beffarda, la sua lingua tagliente, il suo straordinario senso dell’umorismo, questa donna “curiosa della vita e forte, sensibile ma forte”, non ha nulla a che spartire con quella che l’amico e romanziere E.M.Forster chiama “la leggenda dell’invalida signora di Bloomsbury”. Sono dunque le persone che l’hanno conosciuta e che hanno condiviso con lei lavoro, pranzi, feste, conversazioni, passeggiate, vacanze, viaggi, a sollevare il velo nero gettato sulla sua vita e a mostrarci “la vivacità varia e scintillate di un’altra verità”.
Certamente c’è verità anche nel dolore, nella malattia e nella morte di Virginia Woolf. Ma queste due verità –osserva Rampello– si tengono insieme nella sua vita “e poco si capisce se l’occhio ne illumina una sola, se non si guarda con fervore ammirato alla contrastante e continua tensione fra le due, alla relazione fra due poli uno dei quali si affaccia di continuo con la prepotenza del desiderio, il desiderio di vivere fino in fondo ogni attimo della quotidianità”. Ed è lì, nella profonda materialità del quotidiano che Virginia intravede il miracolo, la sacralità dell’esistenza.
Ogni esperienza umana era interessante per lei – racconta Nigel Nicolson (figlio di Vita Sackville-West) –, la immagazzinava in fondo alla sua mente; poteva o non poteva saltare fuori anni dopo, in forma completamente diversa, da uno dei suoi dei suoi libri. “Le si dava un briciolo di informazione, opaco come un pezzo di piombo, e lei lo restituiva scintillante come un diamante”.
La scrittrice Elisabeth Bowen descrive Virginia come “una creatura di riso e movimento /…/ un riso contagioso, esagerato, come quello di un bimbo”.
In un saggio su Lewis Carroll, Virginia Woolf scrive che per ridere bisogna saper tornare bambini e stupirci di tutto e trovare ogni cosa talmente strana che niente ci sorprende. E lei – lo capiamo da alcune delle testimonianze che incontriamo leggendo – aveva quel dono. Sapeva tornare bambina, ridere, provocare, fantasticare e i suoi nipotini (Julian, Quentin, Angelica) e i figli di Vita (Nigel e Ben) l’adoravano. “Sta arrivando Virginia” –dicevano– “quanto ci divertiremo”.
Suo cognato, Clive Bell, la rievoca con affetto e ammirazione: “Per tornare a quella sciocca caricatura –Virginia la malinconica ipocondriaca– lasciatemi dire che era l’essere umano più allegro che abbia mai conosciuto e uno dei più amabili. Stavo per aggiungere, oltre ad essere un genio; ma di fatto queste qualità erano elementi del suo genio”. Del genio di Virginia parlano anche Janet Vaughan e Vita Sackville -West che, in una singolare coincidenza, ce ne offrono la medesima immagine. Un’immagine di coraggio e di audacia. Per Vaughan il genio di Virginia si esprimeva “nella qualità di saltare gli abissi” senza il bisogno di sostenersi a nulla. Saltava e via. “Ho sempre pensato” –dice Vita– “che il suo genio la portasse, attraverso qualche scorciatoia, a un punto essenziale che tutti gli altri avevano mancato. Non ci arrivava camminando: ci arrivava con un balzo”.
Scorrendo le pagine del libro ci imbattiamo ripetutamente nello spirito beffardo e canzonatorio di Virginia, nella sua lingua diabolica. Le piaceva prendere in giro le persone, costruire storie fantastiche su di loro, fare pettegolezzi. “Si divertiva a spremere tutti, ricamando insistentemente su ciò che le avevano detto”–ricorda Rosamond Lehmann che di Virginia elogia la bellezza, i grandi occhi melanconici, le mani squisite, la natura completamente poetica.
Ancora più arrabbiata di Clive Bell e di Forster con chi costantemente appiccicava etichette a Virginia (Regina di Bloomsbury, Intellettuale languida e distruttiva), Vita Sackville-West, che dell’amica aveva una conoscenza intima e profonda, prende la penna in mano per raccontare la sua verità: Virginia era “autentica, integra, raffinata, sulfurea, pura”. Una qualità, la purezza, che in Virginia risplendeva e affascinava chiunque la incontrasse. “C’era in lei” –afferma la scrittrice Rebecca West, “qualcosa di insolitamente pulito, puro”. “Era come una corrente d’acqua adamantina, pura e scintillante” –racconta la nipote Angelica Garnett– “trasparente, gorgogliante, austera e che da’ la vita”.
Virginia Woolf e i suoi contemporanei ci restituisce dunque il ritratto di una donna che amava appassionatamente la vita, Londra e la campagna, il buon cibo e il vino, i parenti e le amiche e gli amici sebbene di tanto in tanto uno spiritello maligno la inducesse a canzonarli, a metterli in ridicolo. Ma nessuno perdeva le staffe con lei o se la prendeva più di tanto. Non c’era mai una reale malevolenza in Virginia. Era fatta così. “Era come il bambino che mette il dito nell’anemone per vedere se si chiude”.
Tra le ventisette persone qui convocate ce ne sono di famose (scrittrici e scrittori, poeti e pittori) o persone comuni come Louie Mayer, cuoca a Monk’s House (la casa di campagna di Virginia e Leonard Woolf) dal 1934 al 1969 (anno della morte di Leonard) la quale ci informa che in cucina Virginia sapeva fare meravigliosamente una cosa: un bel pane. “Noi ci siamo sempre fatti il nostro pane” –le diceva. E tutte queste persone, dal grande T.S.Eliot a Louie Mayer sapevano che Virginia era completamente felice solo quando scriveva. “Amava scrivere” –dice E.M.Forster– “con un’intensità che pochi altri scrittori hanno mai raggiunto o anche solo desiderato”.
Il 19 giugno 1923 mentre era impegnata nella stesura di Mrs.Dallowy, Virginia Woolf confidava al diario: “Ora che ho ripreso la narrativa sento la mia forza che emana, schietta e ardente, da me nella sua pienezza /…/ il libero uso delle nostre facoltà significa felicità. Ora sono una migliore compagna, un essere più umano”. Ma il suo spirito beffardo e il suo enorme senso del divertimento erano sempre in agguato. Barbara Bagenal racconta che quando sua figlia Judith era bambina incontrò la scrittrice nella High Street di Lewis e Virginia le disse: “ Vieni con me da Woolworth a comprare una grande gomma?. Voglio cancellare tutti i miei romanzi”.
Virginia Woolf e i suoi contemporanei
a cura di Liliana Rampello
traduzione di Lucia Gunella
pag. 319 ill. col e b/n
brossura con bandelle
responsabilità grafica non indicata
tit. orig.: Recollections of Virginia Woolf by Her Contemporaries, Ohio University Press, Athens 1972
Il Saggiatore, Milano, 2017
Una tazzina di caffe, un cellulare acceso sulle notizie del giorno, il vasetto di marmellata,e una domanda: “Sei abbonata a Internazionale? Comincia la giornata con la newsletter […]“
Si tratta della campagna abbonamenti di Internazionale n. 1232, il settimanale di politica, informazione, cultura con articoli da tutto il mondo.
“Cerca la differenza” diceva un giochetto sulla Settimana enigmistica.
E noi l’abbiamo trovata: hanno scritto “abbonatA”!
L’internazionale si rivolge alle donne, prima di tutto (perché il femminile non è escludente), e su queste fonda la sua campagna abbonamenti.
Un bel salto simbolico.
Stefania Giannotti e Sara Gandini
di Massimo Lizzi
Sono, per me, molto ammirevoli le donne, che sull’onda del caso Weinstein, denunciano in pubblico le molestie maschili. Sfidano il pregiudizio sessista, affrontano la rivalsa degli uomini, ed aprono per tutte uno spazio di riscatto. Molte hanno fatto nomi e cognomi.
Gli uomini democratici ammettono il maschilismo diffuso, ma si dicono preoccupati per le generalizzazioni e la giustizia sommaria. Gli uomini, accusati senza prove, verrebbero messi alla gogna, rovinati nella reputazione e nella carriera, nonostante il principio della presunzione di innocenza.
Il garantismo, in effetti, è un principio importante. Insieme con altri: la libertà d’informazione, la tutela dei più deboli, il contrasto dei reati, specie quelli che prosperano nell’omertà. Il garantismo dev’essere il principio prioritario? Esso tutela l’individuo dallo stato. Tuttavia, in un rapporto di potere, il più forte può far valere le sue garanzie per neutralizzare la tutela pubblica del più debole.
In tal modo, si sono spesso garantiti gli uomini violenti, come è mostrato nel documentario “Processo per stupro” (1979), dove per garantire gli imputati loro assistiti, gli avvocati difensori trasformano in imputata la parte lesa, rovesciandole addosso la summa di tutto il loro maschilismo, e in particolare il teorema «se se ne fosse stata a casa, non le sarebbe successo». Una linea di difesa che esprimeva in pieno il rapporto di potere tra i sessi, e puntava a mantenerlo.
Il garantismo agitato dai progressisti è maturato nel dopoguerra, quando la magistratura era quella reclutata dal fascismo con una formazione inquisitoria; poi ancora negli anni ’70, contro la legislazione d’emergenza, che, in assenza della flagranza di reato, esponeva ogni sospettato all’uso della forza e al fermo di polizia. Fu un garantismo giusto, data la sproporzione repressiva e l’essere parte in causa dello stato, con il rischio di vanificare la separazione tra l’accusa e il giudizio. Esteso ad altre situazioni, dove gli accusati sono parte del sistema di potere, nel caso della mafia, della corruzione politica, della violenza maschile, l’assillo garantista diventa un ideologismo e può farsi strumento di impunità.
È il caso del garantismo opposto alle testimonianze delle donne molestate che, in sostanza, dice loro: siate riservate, denunciate subito alle autorità, oppure tacete per sempre. Ma le violenze private sono spesso indimostrabili; non tutti gli atti molesti hanno rilievo penale; e le vittime non hanno sempre un interesse effettivo ad aprire una causa giudiziaria che può diventare per loro una seconda violenza. Infatti, moltissime sono le donne che non hanno neppure nominato i molestatori nella loro denuncia pubblica sull’hashtag #metoo, per mostrare il carattere endemico del fenomeno e non in un’ottica giudiziaria o persecutoria.
In verità, sono gli uomini, gestori del potere mediatico, a trattare le testimonianze come accuse giudiziarie; a considerare lo schema di gioco del tribunale l’unico valido per regolare il dibattito pubblico. Così come sono uomini i gestori del potere nello spettacolo, nello sport, in politica, che decidono di espellere i colleghi accusati, magari dopo averli a lungo coperti, nella condivisione della stessa cultura sessista.
La gestione scandalistica e sanzionatoria delle testimonianze provoca un effetto censorio, perché trasforma le vittime in carnefici. Se dalla parola di una donna dipende la sorte di un uomo, qualcuna forse sarà tentata di diffamare, ma molte saranno indotte a tacere, per rifiutare una tale responsabilità. Tra le garanzie da salvaguardare, dunque, c’è in primo luogo la libertà delle vittime di testimoniare le violenze subite senza essere obbligate a prendere la via del processo.
(www.libreriadelledonne.it, 30 novembre 2017)
di Silvia Niccolai
Molti, anche esponenti politici, sostengono che una donna non dovrebbe essere discriminata in quanto madre, come sarebbe accaduto alla signora licenziata da Ikea qualche giorno fa.
È vero, ma dicendo questo non si coglie del tutto la posta in gioco.
Da quarant’anni il diritto antidiscriminatorio, dettato dalla Ue e interpretato dalla Corte di Giustizia, ripete che come genitori donne e uomini sono eguali.
Giustissima idea, che però è servita a dire che sono discriminatorie le norme nazionali che assicurano alle donne tutele ulteriori rispetto a quelle strettamente legate al fatto biologico della gravidanza e del parto.
Presupponendo un’inclinazione femminile al lavoro di cura, tali norme discriminano le donne in quanto ne assumono un’immagine stereotipata.
Perciò è stato considerato discriminatorio, nel 2008, che le pubbliche dipendenti italiane potessero andare in pensione prima degli uomini; così come, nel 1988, furono condannate norme francesi che anticipavano l’età pensionabile delle donne in relazione al numero di figli.
Per il diritto europeo, che condiziona quello italiano, nessuna donna può dire «sono stata discriminata in quanto madre» se un uomo nella sua stessa situazione sarebbe stato trattato allo stesso modo.
Se la condizione di genitore è considerata dal datore egualmente irrilevante nei confronti sia dei dipendenti, sia delle dipendenti, non c’è discriminazione. Una eguale irrilevanza delle condizioni di vita di chi lavora è l’ideale cui tende la tutela antidiscriminatoria.
Anni fa una signora inglese, Sharon Coleman, fu licenziata per le assenze cui la costringeva la disabilità del figlio. Vittima della discriminazione fu considerato il bambino, e la madre venne in rilievo quale persona a lui «associata».
In questo quadro, una donna licenziata perché si occupa di un figlio disabile (salvi tutti i possibili distinguo che nel caso Ikea andranno fatti, tenendo conto del contratto di lavoro, della legge 104 e di altre norme nazionali) può trovare giustizia solo se dimostra che il datore, essendo un individuo cattivo che odia i disabili, intendeva discriminare il bambino.
Nel caso Coleman fu provato che il datore aveva indirizzato al piccolo disabile parole antipatiche. Ma nel caso Ikea? Potrebbe essere una prova impossibile, e non resterebbe che sperare che l’azienda, per benignità o temendo un costo d’immagine, ci ripensi.
Elogiatissimo per la sua lotta progressista contro gli stereotipi di genere, il diritto antidiscriminatorio è servito alla Ue a smantellare le legislazioni protettive del lavoro, e a ridurre il campo delle ragioni che un lavoratore può opporre al datore.
Dopo che il divieto di lavoro notturno per le donne fu abolito perché discriminatorio. le condizioni del lavoro notturno sono diventate più gravose per tutti i lavoratori.
Il fatto è che le norme protettive dettate per le donne tra Otto e Novecento racchiudevano un principio che non riguarda solo le donne: la vita umana, e la società, cioè le relazioni che ci tengono uniti gli uni agli altri e ci danno autonomia e libertà, hanno valore e per questo devono essere tutelate davanti alla logica del profitto che tende a espropriarle.
Quelle tutele erano il cuore dello stato sociale, che voleva dire difesa della società davanti all’invadenza del mercato.
Le donne sono state il primo lavoratore «protetto»: denunciando come discriminatorie le norme protettive per le donne, la Ue ha demolito la legittimazione di ogni tutela nel lavoro e ha costruito il suo modello ideale: la persona che vive per garantire il soddisfacimento delle esigenze del mercato.
Non parliamo, dunque, di «diritti delle donne».
Non stiamo a un gioco nel quale è già pronta la risposta: quei diritti sono stereotipi che danneggiano le donne, oppure sono incomprensibili privilegi (non lo erano le tutele contro il licenziamento illegittimo abolite nel 2012?) che il mondo d’oggi non può più permettersi.
Cominciamo a vedere nei diritti delle donne, in ciò che accade alle donne, qualcosa che riguarda tutti, come sempre è, ma come spesso è difficile percepire.
Non si tratta di garantire alle mamme il recinto in cui accudire i bambini. Si tratta di tornare a chiarire che non deve essere la produzione a dominare ogni singola esistenza e dettarne le priorità.
(il manifesto 30/11/17)
Oggi Giovedì 30 novembre,il manifesto pubblica un numero speciale in vendita a 3 euroil cui ricavato andrà alla Casa internazionale delle donne di Roma, a rischio di sfratto dalla giunta Raggi, come tante altre realtà della capitale.
Tante volte nella sua lunga vita il manifesto ha chiesto aiuto ai lettori. Stavolta vogliamo offrirlo noi, insieme a voi, a una realtà importante per tutte e tutti. Questo giornale è tutto ciò che abbiamo. È intollerabile che la Casa venga cancellata.
Giovedì 30 incontreremo nelle edicole molte e molti che non sono d’accordo. Sarà un piccolo grande referendum politico contro la violenza maschile ma anche delle istituzioni. Perché, come dice la campagna partita nei giorni scorsi, «la Casa siamo tutte».
di Vivian Lamarque
Donne donne, basta brutte notizie: nel mare di presentazioni di libri che offre Milano, qualche sera fa una tutta al femminile, particolare, sia per qualità di libro che per regìa della serata, con un bel coup de théâtre finale.
Il libro era «La compagnia delle anime finte» di Wanda Marasco (edizioni Neri Pozza), terzo classificato quest’anno allo Strega. Presentato in primavera da Paolo Di Stefano e Silvio Perrella alla Galleria Lia Rumma, questa volta nella storica Libreria delle Donne, che, piccolissima ma con una grinta da far paura, la sua apertura era giunta il 15 ottobre 1975 a colmare un vuoto. Posizione miracolosa: via Dogana 2, spalle al Duomo, fermata Atm così vicina che dai finestrini del tram leggevi i titoli delle opere in vetrina, una sola, e due sole le pareti di libri. Nel 2001 si trasferì in via Pietro Calvi 29, piazza Cinque Giornate: oggi vetrine quattro e libri più di diecimila; più un importante fondo di prime edizioni, di titoli introvabili, miniera preziosa consultata da studiosi. Tante chiudono, lei eroica, resiste.
Wanda Marasco, già molto amata per «Il genio dell’abbandono», arriva da Napoli, la Sala Eventi del Circolo della Rosa è affollata, riconosci fondatrici e socie storiche, da Lia Cigarini, Giordana Masotto, Luisa Muraro a Laura Minguzzi, Silvia Motta, Renata Sarfati, impossibile qui nominarle tutte e ripassarne la storia (vedi sito www.libreriadelledonne.it e Fb – pagina e gruppo: Dialogo-libreria delle donne). Tra il pubblico anche diversi uomini, ci mancherebbe. La Sala Lettura (e film) è accogliente, scaffali, divani e divanetti, un lungo tavolo di noce. Wanda Marasco è presentata da Rosaria Guacci (già editor Tartaruga e Baldini & Castoldi) e Romana Petri (ultimo suo libro, «Il mio cane del Klondike»). La speciale lettura che Marasco fa di alcune sue pagine ci ricorda la sua passione per il teatro, il suo passato d’attrice. Terminato dialogo con relatrici e pubblico, dopo gli applausi la serata parrebbe finita.
Invece, in un baleno, appaiono dei tavoli ed è tutto uno sventolare di vere tovaglie, in quattro e quattr’otto la Sala Lettura è diventata una Sala da pranzo. Chi non sopporta le lungaggini tra fine eventi e lento trasferimento al ristorante, qui è a posto, w i tempi rapidi delle donne. I menu sono sempre studiati in onore dell’autore; nel caso di Marasco il tema è Napoli e la scrittrice Stefania Giannotti ha pensato a uno squisito sartù di riso, carciofi e mozzarelline fritte, budino al cioccolato e arance […]