di Claudia Luise

Rientrare al lavoro o rimanere a casa con il proprio bambino? Per le mamme, e in alcuni casi per i papà, che hanno appena avuto un figlio è una scelta complicata, ma sempre più spesso si arriva alla decisione di lasciare l’impiego e rimanere con il neonato in attesa di tempi migliori per dedicarsi alla propria carriera. È quanto emerge dai dati forniti dall’Ispettorato nazionale del lavoro relativi al Piemonte e a Torino. La legge prevede che tutti i genitori con figli minori di tre anni debbano compilare un questionario che certifica la scelta di lasciare volontariamente il lavoro e le dimissioni vanno convalidate negli uffici dell’ispettorato.

I DATI

I dati più aggiornati sono quelli relativi al 2016, mentre per il 2017 ci vorrà ancora tempo prima di conteggiare le domande pervenute. In Piemonte, in un anno, i casi di dimissioni legate alla nascita di un bimbo sono stati 2590. Tra questi, a Torino ne sono stati registrati più della metà, ben 1454. Un dato pesante, che riguarda soprattutto le donne. Ma il numero di uomini è in aumento e non va sottovalutato: nell’intera regione sono stati 596 papà a presentare richiesta (a fronte di 1994 mamme). La legge tutela in particolar modo i genitori che decidono di dimettersi entro il primo anno di vita del bambino garantendo loro l’assegno di disoccupazione e l’indennità di mancato preavviso. Per tutti è necessario confermare che si tratta davvero di dimissioni volontarie e non forzate.

LE CAUSE

Tra le cause più frequenti indicate dalle mamme c’è «l’incompatibilità tra occupazione lavorativa e assistenza al neonato per assenza di parenti di supporto» (468 persone hanno indicato questa motivazione). Sono 250, invece, le mamme che si sono licenziate perché i pargoli non hanno trovato posto al nido e 108 quelle che sono rimaste a casa per «l’elevata incidenza dei costi di assistenza al neonato». Tra gli altri motivi, 185 lo hanno fatto perché l’organizzazione e le condizioni di lavoro erano particolarmente gravose o difficilmente conciliabili con le esigenze della prole. Nella maggior parte dei casi si tratta di donne tra i 26 e i 35 anni (1252 casi) e quasi tutte (1061) sono italiane. Pochissime le cittadine Ue, 125, e ancor meno le extracomunitarie, appena 66 in tutto il Piemonte. Anche analizzando il tipo di mansioni che si lasciano emerge chiaramente il problema dei costi che vanno a incidere troppo sullo stipendio. Oltre 1130 sono le impiegate, 743 le operaie, 92 hanno la qualifica di apprendista, 21 sono quadri e appena 8 sono dirigenti. Proprio sui dati sulle figure professionali più retribuite incide maggiormente la percentuale di coloro che si licenziano perché hanno avuto nuove opportunità lavorative e che comunque rientrano nelle statistiche perché devono ottenere la convalida dall’ispettorato. Invece è tristemente semplice fare i conti se si ha uno stipendio che a stento raggiunge i 1000 euro al mese: così diventa complicato spenderne in media 500 tra nido e baby sitter per stare via da casa più di 7 ore al giorno. 

(La Stampa, 6/1/2018)

di Luisa Muraro

 

Bellissimo il titolo dell’articolo di Nadia Lamlili su “Jeune Afrique”, e coraggioso. La nostra cultura viene da una religione del dio incarnato per cui a noi sfugge l’audacia di accostare la grandezza divina e quella umana, per l’islam incommensurabili. Ed è così che sentiamo che la donna fa una differenza: lei può… Buono anche il testo, nella sua semplicità senza pretese. Secondo me, c’è da imparare sia dalla sua scrittura sia dalla lettura che ci dà della realtà.

Per cominciare, ci insegna che, se vogliamo scrivere, meglio avere qualcosa da dire. E dirla!  Senza perderla di vista e senza ripeterla piattamente. Il titolo, quando è buono, la farà risuonare. Nei testi brevi, meglio non perdere tempo con tanti giri di parole, e Lamlili non lo perde. Il suo incipit è una costatazione generale d’impatto forte (nei paesi arabi le cose cambiano favorevolmente per le donne), non messa lì tanto per cominciare; segue un ma ed ecco l’annuncio di quello che ha da dire, richiamato nel finale. Di mezzo, viene tutto quello che serve a sostanziare, documentare e, in caso, chiarire.

Quanto alla lettura della realtà, la giornalista parla chiaro: le buone leggi non sono sufficienti, deve cambiare anche una certa cultura maschile dominante nelle classi popolari e per cambiarla ci vuole anche l’azione convergente di quelli che hanno responsabilità educative.

Senza riscrivere l’articolo, che parla da solo, attiro l’attenzione sullo snodo principale del ragionamento. Nadia Lamlili è consapevole che l’accettazione di sé, passaggio fondamentale nella lotta delle donne, trova aiuto in un’immagine sociale di valore, che va promossa da persone in posizione di farlo. Cosa che, nei paesi dei quali sta parlando, in particolare nel suo che è il Marocco, chiama in causa anche l’autorità religiosa.

Qui la nostra lettura rischia di sbandare. Improvvisamente sentiamo l’esigenza di darle ragione o torto. Sentiamo il brutto richiamo dello schieramento. Nella cultura di sinistra il valore delle differenze e della pluralità, è moneta corrente a parole, ma in pratica?

Anni fa, prima che si costituisse l’Isis, in Emilia (se ben ricordo), durante una manifestazione di lavoratori alcuni partecipanti scandirono slogan con  il nome di Allah. Il giornalista del manifesto trovò da ridire e Valentino Parlato intervenne a difendere quei manifestanti spiegando che la laicità non è un credo e non va imposta come se lo fosse. Giusto, ma la saggia posizione di Valentino Parlato poteva bastare a valorizzare l’uomo che, nella difficile condizione d’immigrato straniero e sfruttato, cercava dignità e forza invocando il suo dio? I fatti succeduti in seguito, suggeriscono che no, non bastava.

La nostra lettura rischia di sbandare, secondo me, a causa di opposti pregiudizi che abbiamo noi. Avrete notato anche voi che la denuncia femminista degli stereotipi che ingabbiano l’immagine sociale delle donne, porta degli esempi che sono… sempre più stereotipati! È evidente che la denuncia riguarda i presunti stereotipi degli altri nella perfetta ignoranza dei propri.

Nadia Lamlili assegna all’autorità religiosa un compito notevole nell’educazione del popolo. Vuol dire che si tratta di paesi arretrati? Ma lei, di fatto, respinge una proposta di cultura laica che viene propagandata da paesi ex coloniali, nel suo caso la Francia. Vuol dire allora che dobbiamo darle ragione? No, né l’una né l’altra cosa: il dilemma rispecchia i nostri pregiudizi. Infatti, la giornalista di Jeune Afrique in questo passaggio del suo discorso non fa ragionamenti sociologici o storici; lei sostiene semplicemente che bisogna tenere in conto tutto quello che può favorire la libertà femminile. Punto.

La politica delle donne domanda una spregiudicatezza sui generis, speciale e intuitiva al tempo stesso. Questo articolo ne è un esempio.

Nel Piano delle femministe che hanno un piano contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere, si nota una costante preoccupazione di laicità obbligatoria in tutte le proposte che vengono avanzate. Mi domando: è realistico in un paese in parte cattolico, che ospita molte comunità mussulmane destinate a diventare italiane? Ed è necessario? A me pare che sia un caricarsi di pre-giudizi che hanno una loro storia e un loro senso, ma che vanno lasciati indietro, nella convinzione che, senza, la libertà delle donne camminerà più veloce. Una volta ho coniato questo titolo: Partire da sé e non farsi trovare. Ora aggiungo: neanche dai propri pregiudizi, e vi chiedo: è possibile?

 

(www.libreriadelledonne.it, 5 gennaio 2018)

di Giordana Masotto
E se stesse finendo la carica identitaria dell’orgoglio gay? Adesso c’è chi sente stretta quell’etichetta. Qualcosa che sta perdendo la sua forza allegra e dirompente, ma piuttosto marginalizza. «Non voglio essere chiamato gay, perché sono un uomo. Mi sembra incredibile che ancora oggi si usi questo termine: sono biologicamente un maschio. Lo stesso vale per una donna, che è una donna punto e basta, al di là di tutto. La parola gay è stata inventata da chi ha bisogno di etichettare e io non voglio essere identificato in base alle mie scelte sessuali». Così si esprime Stefano Gabbana (noto imprenditore della moda, Dolce & Gabbana, in coppia anche nella vita per 20 anni) in una recente intervista sul Corriere della Sera (17 dicembre 2017).

Dunque: qui abbiamo un essere umano di sesso maschile, pubblicamente noto per la sua omosessualità, che nel momento in cui vuole essere compreso in tutta la sua umanità afferma di volersi dire uomo e ritiene che lo stesso valga per le donne. Umanità è: donne e uomini liberi/e. Liberi/e anche nelle loro scelte sessuali che certo non devono discriminarli/e, ma che neppure possono esprimere pienamente e riassumere la loro soggettività.

Guardiamo la cosa dall’altro punto di vista: dirsi uomo, dirsi donna non sono più rigidamente connotati dalla storia patriarcale, ma possono essere usati per indicare una nuova comune umanità, singolare e plurale.

È un segnale interessante, credo, per tutti gli uomini che vogliono ragionare sul proprio essere uomini, che abbiano relazioni omosessuali e/o etero.

È un segnale che va a rinforzare quello che Cristina Gramolini dice da tempo, a costo di conflitti laceranti. Nel congresso di Arcilesbica dell’8-10 dicembre è stata eletta presidente: anche questo un segnale da non sottovalutare. Dice Gramolini con lucida ironia: «La nostra collocazione è nel movimento delle donne. (…) La parola dell’anno è femminismo. E il femminismo non è un pranzo di gay». E precisa: «È  vero che la femminilità ha delle incrostazioni culturali ma non si riduce solo a questo, non è una finzione: la donna esiste. (…) Non è che sotto il genere non ci sia nulla, la differenza esiste».

Mi preme sottolineare questi segnali perché gettano un po’ di luce su quello che ritengo un nodo importante del presente: l’inganno identitario. Ci stiamo immersi. Etichette e appartenenze invadono le vite e lo spazio pubblico, si sedimentano nelle relazioni e nella politica, dai profili dei social alle rivendicazioni nazionaliste. Offrono ancoraggi disperati in tempi di incertezze assolute.

A scuola, tanto tempo fa, mi hanno insegnato che è un errore dire “sono insegnante”, “sono impiegata”, è corretto dire “faccio l’insegnante”, “faccio l’impiegata”. Mi pare una buona regola, anche se giustamente lottiamo per poter aderire a quello che facciamo. Era così anche nel femminismo degli anni ’70: nei gruppi di giovani donne che eravamo allora si parlava moltissimo di sessualità, volevamo andare oltre gli schemi culturali e storici imposti al nostro essere donne. La radicalità non faceva certo difetto, anzi era nello spirito del tempo: si facevano esperienze in molte direzioni, ma non veniva in mente di farsi definire da quelle scelte e da quelle scoperte. Questo non vuol dire che tutto andasse liscio, c’erano problemi e tensioni certo – i piccoli gruppi possono essere anche molto normativi – ma le definizioni identitarie non erano attraenti. Niente è sufficiente a definirci una volta per tutte.

Oggi io vedo segnali di questo inganno identitario anche in campo femminista.

Mi riferisco in particolare al testo di Non Una Di Meno “Abbiamo un piano”. Il testo, frutto di una complessa e ricca scrittura collettiva, afferma di basarsi sui principi del femminismo e del transfemminismo. Dunque lotta contro il “binarismo di genere” come prodotto storico – cioè violenza del maschile che si impone come neutro universale per controllare il corpo femminile e la sua “spaventosa” capacità generativa – ma intende anche cancellare il maschile/femminile per educare invece a “una pluralità, potenzialmente infinita, di differenze”. Da qui la necessità di moltiplicare le sigle delle preferenze sessuali (LGBT*QIA+…) che diventano così inevitabilmente etichette identitarie con relativa rivendicazione di diritti e regole del politicamente corretto.

Al contrario, io credo che possiamo radicarci nelle nostre esperienze, nei punti di vista che ne scaturiscono, nelle pratiche politiche che scegliamo, ma non in etichette identitarie. Possono darci forza per combattere discriminazioni e ingiustizie, ma non oltre. Quello che sta dentro i nostri armadi (da cui il coming out) e quello che vogliamo di volta in volta portare in giro fa parte di una contrattazione continua: teniamoci stretta questa libertà e questa sfida. Siamo andate/i oltre: partendo dalla presa di parola, mettendo in discussione i destini legati a identità sessuali forgiate da secoli di rapporti di potere, possiamo dirci donne libere e uomini liberi che cercano relazioni con donne e uomini. Sessualità e politica sono incontri liberi di soggetti radicati nei propri corpi sessuati. Moltiplicare i sessi all’infinito non rende più aperta e vitale la società, al contrario spegne le dinamiche del desiderio e del conflitto, mette argini e binari a ciò che deve correre libero.

Quando noi parliamo di differenza sessuale non parliamo di identità. Lo ha ribadito di recente Luisa Muraro nell’articolo Possiamo chiamarlo il piano femminista della libertà? commentando “Abbiamo un Piano”.

Voglio solo aggiungere che la “perenne negoziazione” della differenza sessuale ha sì bisogno di agire politico e di conflitto, sia nelle relazioni che nel modificare lo spazio pubblico a tutti i livelli – simbolico e materiale – ma non di trasposizione sociale in quanto tale. Lascio la parola a Judith Butler che lo dice meglio di me: «Questo umano non sarà “uno”, in verità, non avrà una forma definitiva, ma sarà impegnato nella perenne negoziazione della differenza sessuale, secondo modi che non hanno un effetto naturale o necessario sull’organizzazione sociale della sessualità. Nel sottolineare che questa rimarrà una questione persistente e aperta, intendo suggerire di non avere alcuna fretta di dare una definizione inconfutabile di differenza sessuale, e che preferisco lasciare la faccenda aperta, problematica, irrisolta, e promettente» (J.B., Fare e disfare il genere, Mimesis 2014).

Noi diciamo “il senso libero della differenza sessuale”. Frase importante perché, a volerla capire fino in fondo, ci dice anche che la libertà non può essere ridotta ad autodeterminazione, ma è sempre in relazione. E questo apre un altro capitolo.

(www.libreriadelledonne.it, 5 gennaio 2018)

di Anna Bravo

«A sentire loro, sarei scappata dalla Germania con la bomba atomica nella borsetta», aveva detto Lise Meitner a proposito delle insistenze della Metro-Goldwin-Mayer perché collaborasse a un film sulla sua vita, «avrei preferito passeggiare nuda sulla Broadway».

La sua era una storia complicata, a volte avventurosa, cruciale. Quell’anziana signora viennese dallo sguardo vago dietro le lenti da miope era un genio della fisica, che, esule in Svezia in quanto ebrea, aveva scoperto il meccanismo della fissione nucleare, vale a dire il passaggio chiave per la costruzione della bomba atomica. Nel dopoguerra la chiameranno «Madre della bomba». Ovvio che a Hollywood fossero interessati a lei.

Era nata il 7 novembre 1878 in una colta e benestante famiglia ebraica di profonde convinzioni liberali; amava la musica, la natura, e la matematica, la fisica, la chimica. Suonare il pianoforte e passeggiare nei boschi poteva; accedere a una formazione scientifica no perché era donna, e all’epoca nell’Austria imperiale le donne erano escluse dagli studi superiori.

Eppure lei ci riesce: la famiglia le paga lezioni private, alcuni (rari) corsi la accettano come uditrice, e a fine secolo iniziano le proteste delle associazioni femministe contro le discriminazioni. Il primo febbraio del 1906 ottiene il dottorato in fisica a Vienna. Ma non ha sbocchi professionali. Si propone a Marie Curie, che non ha posti disponibili. Mentre insegna senza grande interesse in una scuola femminile, cerca ancora, oscillando fra la coscienza del proprio valore, le insicurezze, la ritrosia a farsi avanti, l’imbarazzo di dover dipendere dalla famiglia.

Finché, forte delle tre ricerche svolte autonomamente, si presenta a Berlino da Max Planck, che la accetta come allieva e poi come assistente. Ma la aspetta un semi-apartheid: deve entrare da un ingresso secondario, se ha bisogno della toilette deve usare quella di un ristorante di fronte, i colleghi sono tutti indisponibili a dividere il laboratorio con una donna. Tranne il giovane e brillante Otto Hahn che la accoglie all’Istituto di chimica, registrandola come “ospite non pagata”: lavoreranno insieme 31 anni. Strano team, lei costretta a fuggire con 10 marchi in tasca, lui impegnato nei laboratori del terzo Reich.

Lungo gli anni ottengono insieme fama e risultati in un campo affollato di ottime menti, la fisica delle particelle. Spesso è Lise a dare una svolta. Quella decisiva avverrà alla vigilia della guerra, mentre i massimi fisici sono impegnati a individuare il nuovo elemento che sono convinti si debba formare con il bombardamento dell’uranio. Non lo trovano, si ostinano a cercarlo. Esule, lontana da Hahn, Lise decide invece che se il prevedibile continua a non realizzarsi, bisogna riconsiderare l’impossibile. E intuisce, detective eccelsa, che è lo stesso nucleo dell’uranio a spaccarsi nel processo che chiamerà fissione, e da cui si sprigiona una quantità di energia enormemente maggiore di quella liberata dalla semplice radioattività. È quel che scrive in una lettera alla rivista «Nature», testata scientifica ma non specialistica, rompendo – fatto inaudito – la prassi di prudenza e segretezza in vigore nella comunità professionale. Resa pubblica la scoperta, anche altri si rendono conto della spaventosa distruttività di una reazione nucleare a catena.

Ma all’orizzonte c’è Hitler, e tutti, persino il pacifista Einstein, caldeggiano la costruzione di un’arma fondata su quel principio. Solo lei rifiuta di partecipare, anzi augura ai colleghi di fallire; e abbandona gli studi sulla fissione.

Quando nel luglio del 1945 gli uomini del progetto Manhattan festeggiano con una danza di gioia la prima esplosione sperimentale, il primo vagito dell’ordigno-figlio lungamente covato, la Madre è assente. È in Svezia, sola, che si chiede perché andare avanti, e pensa ai milioni di persone per le quali la domanda è stata stroncata da una morte orribile – gas, fame, torture, epidemie.

Lise verrà esclusa dai massimi riconoscimenti, a cominciare dal Nobel, assegnato a Otto Hahn. Fra guerra fredda e delirio di onnipotenza degli scienziati, non è tempo per capire che il suo ripudio è importante come la sua scoperta, e forse più difficile. Lo riconoscerà anni dopo uno degli apprendisti stregoni: anche quando l’impresa aveva perso la sua impellenza – la Germania sicuramente lontanissima dall’ottenere la bomba, il Giappone allo stremo – l’eccitazione rimaneva tale che nessuno era stato sfiorato dall’idea di sospendere, ritardare, riconvertire, perché «smetti di pensare, semplicemente smetti». Lise no.

Dopo decenni di quasi oblio, sulla sua storia oggi si sa di più, grazie a documentari, un film, pièces teatrali, libri, compresi testi per l’infanzia. Giustamente. Si parla tanto di coscienza del limite, e ben prima che fosse teorizzata Lise Meitner l’aveva vissuta, praticata, sbattuta in faccia al mondo. E ne aveva pagato il prezzo.

Ma nei lunghi decenni di quasi oblio, a renderle onore era stato solo Isaac Asimov, il grande della fantascienza, l’illustre studioso e divulgatore, l’uomo angosciato nel vedere che «la scienza raccoglieva conoscenze più velocemente di quanto la società raccogliesse saggezza».

(Osservatore Romano, 2 gennaio 2018)

di Nadia Lamlili

In tutti i paesi del mondo arabo, le cose si stanno muovendo in favore delle donne. Ma gli educatori, gli stati e soprattutto gli imam devono accompagnare questo vento di cambiamento.

L’anno 2018 potrebbe annunciarsi positivo dopo le buone notizie che il 2017 ha portato nei paesi arabi in materia di diritti delle donne.

La Tunisia, in questo storicamente pioniera, è il paese che più si è distinto: ricordiamo la decisione annunciata dal Presidente Beji Caid Ebessi in agosto sulla riforma delle leggi mussulmane sull’eredità per permettere l’eguaglianza uomo/donna nella successione dei beni, e un mese dopo gli uffici della Presidenza hanno annunciato l’abrogazione di tutte le disposizioni che impedivano il matrimonio delle tunisine con un non-mussulmano.

La forza del vento del cambiamento ha soffiato anche sui paesi più retrivi del mondo in materia di diritti delle donne: il 26 settembre un editto reale ha autorizzato le donne saudite a guidare l’auto! Ne possiamo sorridere, ma è una rivoluzione in un regno in cui ogni donna vive ancora sotto la tutela di un uomo della famiglia.

La Giordania e il Libano non sono da meno. Seguendo il modello della Tunisia, hanno abolito la possibilità che lo stupratore possa evitare la pena del carcere sposando la sua vittima.

Dunque, nel mondo arabo le cose cambiano davvero a favore delle donne. Ma solo a livello delle leggi. Nel quotidiano delle donne infatti continua a prosperare un grande flagello, quello delle molestie e delle aggressioni sessuali.

Le immagini delle aggressioni che ci sono venute dal Marocco (tra le quali quella di un tentativo di stupro collettivo di una ragazza su un bus), l’aggressione sessuale di ragazze da parte di forze di polizia tunisine (la foto in prima pagina riprende la manifestazione di protesta a Tunisi), le continue aggressioni contro donne e ragazze egiziane anche in pieno giorno: tutto questo ci riporta alla realtà della violenza maschile contro le donne nelle strade.

In Egitto, considerato uno dei paesi più pericolosi per le donne, un avvocato conservatore ospite di una trasmissione televisiva molto popolare è arrivato a dire che la ragazza che cammina per strada con un jeans strappato “merita di essere violentata” – “è un dovere nazionale molestarla e violentarla”. Gli altri invitati inorriditi, in seguito è stato condannato a tre mesi di carcere.

Queste dichiarazioni violente, criminali ci ricordano che il corpo delle donne ancora non appartiene loro, malgrado le buone intenzioni dei politici. Nei paesi arabi la produzione di maschi alfa continua a pieno regime. Ogni giorno dai social, in rete piovono fiumi nauseabondi contro le donne e i loro corpi, le affermazioni e l’istigazione alla violenza dell’avvocato egiziano non sono isolate.

Riflettiamo: le posizioni riformiste non possono affermarsi soltanto con le leggi e qualche lezione impartita da una scuola spesso carente. È tempo di utilizzare lo strumento che più largamente parla alla gente, alla strada: la religione. Per lunghi decenni le moschee hanno spesso reclutato jihadisti e spacciato discorsi oscurantisti alla gioventù araba. È tempo che si trasformino in porta-parola della nuova società che vogliamo costruire. Tutti i venerdì invece di diffondere visioni manichee basate su ciò che è permesso e ciò che è vietato (“halal” e “haram”) gli imam devono re-insegnare alle persone le regole di base del vivere civile: è vietato molestare una donna per strada, le donne hanno diritto allo spazio pubblico come gli uomini, lo stupro è un crimine agli occhi di Allah.

Va da sé che questo cambiamento sarà più facile nei pesi in cui lo Stato esercita un controllo sul culto. Nel Marocco, il re, prima autorità religiosa del paese, ha potuto avviare una vasta riforma, anche se questa avanza timidamente per la resistenza dei conservatori. Lo stato tunisino, che quest’anno ci ha piacevolmente sorpreso, potrebbe pure favorire questo cambiamento, almeno nelle moschee che sono sotto la sua ala (alcune sfuggono ancora al suo controllo).

Nel momento in cui la parola si libera un po’ dovunque nel mondo per la spinta dello scandalo Weinstein, poche sono le donne arabe che dichiarano gli atti di aggressione che hanno subito. Quelle che osano farlo e si sono unite al movimento ‘METOO’ appartengono alla classe media, sono istruite, da tempo impegnate nella lotta per la loro emancipazione. Ma la grande maggioranza, quelle che non parlano, quelle che non si fanno sentire nascondono le loro ferite nel limbo del silenzio e della vergogna.

Quando queste vedranno che le parole di Allah cambiano nelle moschee e che gli uomini cominciano a guardarle come essere umani e non come “aoura” (tentazione) allora potranno vivere senza vergognarsi della loro femminilità.

È chiaro che nei paesi arabi non basta emanare leggi per ottenere dei diritti. È necessario educare il popolo.

(Traduzione italiana, wwww.libreriadelledonne.it, 2 gennaio 2018)

 

Originale pubblicato su Jeune Afrique:

Allah est grand, la femme aussi…

par Nadia Lamlili

Dans tous les pays du monde arabe, les lignes sont en train de bouger en faveur des femmes. Mais les éducateurs, les États et surtout les imams doivent accompagner ce vent de changement.

L’année 2018 s’annonce prometteuse après le lot de bonnes nouvelles que 2017 a apporté dans les pays arabes en matière de droit des femmes. C’est la Tunisie, historiquement pionnière, qui s’est le plus illustrée, avec deux actions « coup de poing ». Le 13 août 2017, à l’occasion de la journée de la femme tunisienne, le président Béji Caïd Essebsi a décrété vouloir réformer les lois musulmanes sur l’héritage afin de permettre l’égalité successorale. Un mois après, l’entourage présidentiel a annoncé l’abrogation de toutes les circulaires interdisant le mariage des Tunisiennes avec des non-musulmans.

De quoi hérisser la barbe des gardiens du temple orthodoxe, dont ceux de la prestigieuse institution Al-Azhar, qui ont désavoué ces réformes, les qualifiant de « contraires à la charia ».

Mais c’était compter sans la force de ce vent de changement, qui a soufflé même sur les pays les plus régressifs du monde en matière des droits des femmes. Le 26 septembre, un décret royal a autorisé les Saoudiennes à conduire. On peut en rire, mais c’est une révolution dans un royaume où chaque femme vit encore sous la tutelle d’un homme de sa famille. La Jordanie et le Liban n’ont pas démérité non plus. Suivant le modèle tunisien, ils ont aboli la possibilité pour un violeur d’échapper à la prison s’il épouse sa victime.

Dans le monde arabe, les lignes sont bel et bien en train de bouger en faveur des femmes. Mais uniquement au niveau des lois. Car leur quotidien pâtit encore d’un fléau majeur, appelé harcèlement sexuel.

Les images d’agression qui nous sont venues cette année du Maroc, dont celles d’une tentative de viol collectif d’une jeune fille dans un bus, nous ont rappelé la réalité violente de la rue. En Égypte, pays considéré comme le plus dangereux pour les femmes, un avocat conservateur, interviewé par une chaîne de télévision locale, en est arrivé à dire que la fille qui marche dans la rue avec un jean déchiré « mérite d’être violée ». « C’est même un devoir national que de la harceler et la violer », avait-il vociféré sous le regard horrifié des autres invités. Il a depuis été condamné à trois ans de prison.

Ces déclarations violentes, pour ne pas dire criminelles, viennent rappeler que le corps de la femme, malgré les bonnes intentions des politiques, n’appartient toujours pas à celle-ci. Dans bien des pays arabes, la fabrique du mâle alpha tourne à plein régime. Tous les jours, les réseaux sociaux dégagent des effluves aussi nauséabonds que l’appel à la violence de cet avocat égyptien.

Résultat: le discours réformiste ne peut plus passer uniquement par les lois et les quelques leçons dispensées par un enseignement public défectueux. Le temps est venu d’utiliser l’instrument qui parle le plus à la rue: la religion. Pendant de longues décennies, les mosquées ont servi à embrigader les jihadistes et à vendre un discours des plus obscurantistes à la jeunesse arabe.

Il est grand temps qu’elles se transforment en porte-voix de la nouvelle société que nous voulons édifier. Tous les vendredis, au lieu de décréter leur vision manichéenne du halal et du haram, les imams doivent réapprendre aux gens les règles basiques du savoir-vivre: qu’il est interdit de harceler une femme dans la rue, qu’elle a droit à l’espace public autant que l’homme, que le viol est un crime aux yeux d’Allah…

Il va sans dire que ce changement sera plus facile à mener dans les pays où l’État exerce un contrôle sur le culte. Au Maroc, le roi, première autorité religieuse du pays, a pu lancer une réforme d’envergure, même si elle avance timidement en raison de la résistance des conservateurs. L’État tunisien, qui nous a agréablement surpris cette année, pourrait aussi insuffler ce changement, du moins dans les mosquées qui sont sous son aile (certaines échappent encore à son contrôle).

Au moment où la parole se libère un peu partout dans le monde dans le sillage de l’affaire Weinstein, rares sont les femmes arabes qui ont déballé les actes d’agression qu’elles ont subis. Celles qui ont osé dire #metoo sont généralement issues de la classe moyenne, instruites et engagées depuis longtemps dans la bataille de leur libération. Mais le plus gros du bataillon – celles qui ne parlent pas, qu’on n’entend pas – a refoulé ses blessures dans les limbes du silence et de la hchouma (« honte »).

Lorsqu’elles verront que le discours d’Allah a changé dans les mosquées et que les hommes ont commencé à les regarder comme des êtres humains et non comme une aoura (« tentation »), les femmes pourront alors exister sans avoir honte de leur féminité.

Dans les pays arabes, on l’aura compris, il ne suffit pas d’édicter des lois pour arracher des droits. Il faut aussi éduquer le peuple.

 


(www.jeuneafrique.com, 27 decembre 2017)

di Bia Sarasini

 

La vicenda di Francesco Bellomo è nota: il magistrato, membro del Consiglio di stato (il supremo organo della giustizia amministrativa), è stato accusato di molestie sessuali e di aver costretto le borsiste dei corsi di formazione da lui diretti a firmare un contratto con cui si impegnavano, tra altre cose, a presentarsi vestite con minigonna e tacchi e a non sposarsi. Ha dato avvio alla vicenda la denuncia di persecuzione presentata dai genitori di una studentessa. Il consigliere è indagato per estorsione, atti persecutori e lesioni personali gravi dalle procure di Piacenza e di Bari, insieme al suo complice Davide Nalin, pubblico ministero a Rovigo, accusato di aver fatto da tramite con le ragazze e ora sospeso dal Consiglio Superiore della Magistratura. A Bellomo attualmente è vietato l’insegnamento ed è stato destituito dalla sua posizione dal consiglio disciplinare: la decisione per diventare definitiva ha bisogno del voto dell’Adunanza generale del Consiglio di stato, previsto il 10 gennaio 2018 (N.d.r.).

 

[…]

Incredibile che una scuola per preparare giovani di entrambi i sessi al concorso per entrare nella magistratura, diventi un luogo di selezione di belle ragazze a cui imporre comportamenti, modo di vestire, relazioni sessuali. Ragazze ricattate con la minaccia di rovinare loro la carriera.

Incredibile che, nonostante la denuncia del padre di una delle ragazze, Bellomo sia ancora al suo posto nel Consiglio di Stato. In effetti a seguito della denuncia il 27 ottobre scorso il consiglio disciplinare aveva votato, ci furono sette voti a favore della destituzione di Bellomo, ma sei contro. Un precedente inquietante, per la votazione del Consiglio di Stato del 10 gennaio 2018, che dovrebbe dare il giudizio definitivo per una storia che va avanti da quasi quattro anni. Nel frattempo il Consiglio superiore della magistratura ha sospeso il procuratore di Rovigo.

È sperabile che il muro della complicità maschile si sia spezzato, una volta per tutte.

Una delle tentazioni più insidiose è considerare il tutto una deriva perversa, il caso di una classica mela marcia. Si tratta invece di una storia esemplare dell’uso maschile del potere di intimidazione sessuale nei confronti delle donne. […]

Che tutto questo succeda nel mondo di una professione ad alto livello di responsabilità come quella di magistrato, chiarisce una volta per tutte che le molestie sessuali, le aggressioni alle donne non hanno confini. Che il mondo dello spettacolo, il caso Weinstein, le attrici che per prime negli Usa hanno preso parola, hanno aperto la porta che ha spinto tantissime a rompere il silenzio nel mondo del lavoro. È molto significativo che Time magazine abbia scelto le Silence breakers come persona dell’anno.

O che il Merriam-Webster, il più importante dizionario statunitense, abbia indicato come parola dell’anno “femminismo”. Sono indicazioni dal fatto che è stato colto un nesso, un segno forte di cambiamento. Che la manifestazione del 21 gennaio 2017, con i grandi cortei nelle diverse città che avevano in testa pussy hat rosa contro Trump, lo sciopero dell’otto marzo, le manifestazioni contro la violenza in tutto il mondo, nel 2016 come nel 2017, gli scioperi delle donne polacche che sono le uniche ad avere la forza di opporsi a un regime reazionario e autoritario, nell’insieme sono un unico, grande movimento. Che non è costume, è politica.

[…]

Purtroppo in Italia non si esce dalla replica infinita del confronto aperto già ai tempi di Berlusconi.

Un’incapacità di capire quanto succede. La difficoltà di comprendere che la denuncia delle donne affronta direttamente un pilastro del potere neocapitalistico nelle sue forme contemporanee, quel pilastro patriarcale che entra nella vita di tutti. Che la destra reazionaria rimanga impermeabile a questi ragionamenti non sorprende. Che a sinistra ci sia una sordità quasi totale è forse la spiegazione migliore dello stato di frantumazione in cui si trova.

(Caso Bellomo, non la mela marcia ma un anello del sistema italico, il manifesto, 31 dicembre 2017)

di Sara Gandini

 

(in fondo intervento di Silvia Niccolai)

 

 

Quando vedo una madre alle prese con la ricerca di libertà della figlia, insisto perché si riconoscano le capacità e le qualità che si intravvedono nella figlia, perché la si sostenga, anche se imperfetta, anche su aspetti che, in una società come la nostra a misura maschile, potrebbero sembrare difetti o potrebbero portare ad essere persone non di successo. Io sono figlia di una femminista che ha lottato per la sua libertà e si inorgogliva anche a veder crescere la mia. Ho acquisito col tempo la consapevolezza della forza interiore che quella certezza mi dava e che mi permetteva di dire: il mondo è migliore se ci provo pure io, e i progetti che metto in piedi riescono a farcela anche quando io non potrò esserci, se do fiducia alle donne che se ne faranno carico.
Perché dico questo?

Perché le donne della mia generazione raramente si alzano in piedi per far sentire la loro voce. C’è ancora un diffuso senso di inadeguatezza femminile che non credo si possa più attribuire solo alla storia patriarcale. Le donne della mia generazione che vogliono fare politica spesso si riparano all’ombra delle madri, delle donne che hanno fatto il femminismo.

Eppure grazie al femminismo il mondo è cambiato. Le eccellenze femminili non fanno più notizia, ci sono grandi donne in ogni ambito, dall’economia alla scienza, spiccano e sanno esserci con intelligenza. Le donne hanno imparato a lottare per sé, per poter emergere e arrivare a posizioni di potere, e hanno imparato a lottare per poter vedere riconosciuta la propria personale autorità. Questo non è poco, ma non basta.

In generale le figlie e i figli degli anni ’70 non hanno fiducia nella possibilità di poter incidere, di poter contare qualcosa, di poter far accadere eventi importanti nel mondo: hanno scarsa fiducia nelle proprie potenzialità politiche. Rispetto alla generazione precedente, che a 20 anni pensava di poter cambiare il mondo, soprattutto le donne non si sentono mai abbastanza preparate, e le ragioni sono varie. Due sono quelle cruciali.
Innanzitutto le vite delle 40-50enni sono senza spazi. Nella mia esperienza, dalla impiegata nel settore pubblico, alla dirigente universitaria, alla ricercatrice in settore privato, alla negoziante creativa, le figlie degli anni 70 sono alla sopravvivenza, anche se non mollano. Arrancano nel lavoro, per reagire al costante mobbing e alla retorica della crisi che rende le loro vite ricattabili. Strappano il tempo con le unghie dalle proprie vite, per non ridursi ad esser solo casa e famiglia. Resistono perché nel mondo ci sia libertà e intelligenza femminile ed essere fiere delle loro vite. Eroine le chiamo. Sono donne che lottano lontano dai riflettori, perché qualcosa di nuovo possa accadere, non solo per se stesse.

L’altro motivo è che l’autorità femminile fatica a circolare. Raramente si vede un genuino riconoscimento del valore dell’altra da parte di chi ha acquisito autorità. Credo che si tratti di un difetto di attenzione, di amore, di sogno da parte delle madri biologiche o simboliche verso le donne che vengono dopo. D’altra parte le donne della generazione di mia madre hanno dovuto lottare con se stesse, prima di tutto, per non ricalcare il modello materno della madre sacrificale e oblativa. E’ stata una conquista interiore essenziale quella di mettere al centro il proprio desiderio, le proprie personali ambizioni, il proprio protagonismo.
Ma per creare società femminile ci vuole un altro ingrediente. Per far circolare autorità tra donne ci vuole il lievito dell’amore per l’altra. Come madre, non solo biologica, penso sia fondamentale assumersi questa responsabilità: restituire alle donne venute dopo di me uno sguardo che renda loro giustizia sulle capacità di poter agire con intelligenza sul mondo, perché sono convinta che questo inneschi un circolo virtuoso unico.
La madre (o chi per essa), che sa vedere la bellezza di sé nella figlia, che è fiera della libertà che ha saputo mettere al mondo, invita ad andare nel mondo senza paura e il mondo cambia di conseguenza. Faccio riferimento a quel circolo virtuoso di piacere dello scambio-amore-autorità circolante delle relazioni genealogiche tra donne prima di tutto, perché sono convinta si apra a spirale per arrivare anche agli uomini e alla società tutta.

 

 

PS Qualche giorno dopo avere pubblicato questo mio intervento ho incontrato il commento di Silvia Niccolai pubblicato nel libro Gestazione per altri. Pensieri che aiutano a trovare il proprio pensiero. Lo riporto di seguito perché penso illumini il mio testo e al tempo stesso allarghi lo sguardo politicamente:

 

 

Il problema di fondo – mi sono interrogata su questo – è mancanza di amore tra donne, questo è il punto, che è un punto di politica delle donne. Mi viene da dirla così: c’è troppo poca omosessualità femminile, omofilia femminile potrei dire. Quando ero giovane e iniziavo a conoscere il pensiero della differenza, facevo l’assistente universitaria, quindi seguivo questi tutti maschi in fila dietro il professore, e una mia amica mi fece notare: “Ma lo vedi i maschi come si piacciono fra di loro”, non per forza sono omosessuali sessualmente o affettivamente, ma c’è un forte senso di solidarietà, ammirazione, sostegno, emulazione. Non è per dire male degli uomini, al contrario, è per dire che questo senso di amore per il proprio sesso mi piacerebbe vederlo circolare di più, più fiducioso, tra le donne. Penso che invece sia sempre all’opera, nelle donne, l’idea che le donne in fondo siano degli interlocutori deboli, anche politicamente, rispetto agli uomini, e quindi ci si appoggia a un interlocutore che si ritiene più forte. Che ci sia anche un po’ di docilità femminile in gioco? In ogni caso è un conto pesante da fare, è un bilancio un po’ pesante, poco amore delle donne per le altre donne, l’amore che può spingerti ad avere cura di cercare le soluzioni, usare le parole che valorizzano le donne, e non il contrario.

Io non faccio il giudice, ma penso per esempio che se mi fossero capitate cause come quelle con le coppie lesbiche che vogliono adottare avrei cercato, proprio per amore delle donne e del mio essere donna, di differenziare, di far presente che si stava parlando di coppie di donne, di argomentare il meno possibile in termini neutri e antidiscriminatori, di evitare trappole linguistiche come “genitorialità” o “progetto di genitorialità”, che annullano l’esperienza e la differenza femminile. Avrei cercato di valorizzare la presenza della madre, il suo consenso. Lì c’era una mamma che dava il suo consenso all’adozione dei figli da parte della partner, e quello andava valorizzato, se la madre dà il consenso l’interesse del bambino deve essere considerato sussistente per definizione, tranne evidenze contrarie. È diverso dire che a quella certa creatura fa bene stare con la mamma che sua madre ha scelto, e dire che per ogni bambino sono sempre preferibili “rapporti di genitorialità più compiuti e completi” dell’avere la madre sola. Si può fare tanto se si punta a valorizzare l’esperienza femminile come tale, nominandola come tale. Non è che nel diritto manchino i modi per trovare le argomentazioni che direttamente o indirettamente valorizzano le donne, il problema è che spesso c’è una sorta di solidarietà a riconoscere, ancora oggi, più potere ai maschi e a prescegliere sistematicamente parole e argomenti che non valorizzano le donne.

(Intervento di Silvia Niccolai alla discussione del V Incontro sulla gestazione per altri al Circolo della rosa di Verona, 25 novembre 2016, pubblicato in Aa Vv, Gestazione per altri. Pensieri che aiutano a trovare il proprio pensiero, a cura di Morena Piccoli, VandAePublishing, Milano 2017, pp. 208-210.)

Le donne Tamimi ancora in carcere. La figlia 16enne, la nipote 21enne e la madre.

Ahed, minorenne, è famosa per le sue provocazioni: ora è accusata di avere schiaffeggiato i soldati israeliani che erano venuti a sequestrare il suo pc. Infatti la nuova resistenza palestinese ora si gioca anche in rete. I loro video sono virali perché diffondono i metodi dei soldati israeliani nei villaggi Palestinesi.
E poi d’altronde, si sa, una ragazzina che schiaffeggia e spinge un soldato mette a dura prova la sua forza e la sua virilità, per cui c’è ampio dibattito nella società israeliana sul reagire o meno…

Haed è famosa anche perché, quando era poco più di una bambina, aveva morso la mano del sodato israeliano che arrestava suo fratello.

Quando ne aveva 9, nel dicembre 2009 il suo villaggio ha deciso di iniziare una serie di proteste simboliche contro l’occupazione militare e per ottenere l’accesso libero ad una fonte d’acqua, minacciata dalla vicina colonia.

Da allora Ahed è sempre stata al centro delle manifestazioni del suo villaggio, con il protagonismo, la grinta e la determinazione che la contraddistinguono.
Sara Gandini

Ahed Tamimi: 16 anni, è il simbolo della nuova resistenza popolare in Palestina

La storia di Ahed Tamimi, arrestata a soli 16 anni per opporsi all’occupazione, sta diventando il simbolo della nuova resistenza popolare in Palestina, dopo l’annuncio di Trump di riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato di Israele.

Sono trascorse quasi tre settimane da quando Trump ha annunciato la volontà di trasferire l’ambasciata statunitense a Gerusalemme, in tal modo riconoscendo di fatto questa città quale capitale dello stato di Israele.

Le reazioni a livello internazionale sono state tanto numerose, quanto limitate nelle conseguenze concrete. Mentre l’Europa continua nel suo silenzio assordante, alle Nazioni Unite è stata votata dall’Assemblea Generale una risoluzione di condanna della scelta di Trump, mentre un provvedimento più efficace da parte del Consiglio di Sicurezza è stato bloccato per l’ovvio veto da parte degli Stati Uniti. Purtroppo anche questa rimarrà l’ennesima risoluzione dell’Assemblea Generale rispetto al conflitto mediorientale priva di conseguenze reali, basti pensare che la prima relativa a Gerusalemme (la 2253) è del 1967, ed è di ferma condanna all’occupazione israeliana.

Sul campo, l’impressione che si può trarre è che la questione ha generato proteste generalizzate e determinate, che in molte occasioni hanno determinato feriti, arresti e anche morti, se ne contano dieci dal 6 di dicembre ad oggi. Le esecuzioni si sono verificate sopratutto nella Striscia di Gaza dove i palestinesi si sono più volte spinti a manifestare fino al confine della prigione a cielo aperto in cui sono rinchiusi, incontrando il fuoco dell’esercito israeliano.

Tuttavia sembra mancare una visione organica e un piano di azione coordinato che possa fare intuire che le proteste generalizzate potrebbero portare ad una sollevazione generalizzata, che è appunto il significato originale della parola araba intifada.

Sullo sfondo sicuramente le dinamiche di potere tra Hamas e la ANP la fanno da padrone. Sembra infatti a tutti chiaro che gli accordi a cui erano giunti Fatah e il partito islamico sono ormai carta straccia.

Nel frattempo Abu Mazen continua nelle sue dure dichiarazioni nei confronti degli USA, affermando di non riconoscere più un ruolo di mediazione verso la pace, ma sono evidentemente dichiarazioni prive di conseguenze immediate, e qualcuno potrebbe pure intenderle come una richiesta indiretta di tornare ad avere un ruolo nel cosiddetto “processo di pace”, ormai in stato vegetativo da anni.

In Palestina ha suscitato molto clamore la storia di Ahed Tamini abitante del villaggio di Nabi Saleh. Ahed è stata arrestata il 19 dicembre, accusata di aver spinto un soldato fuori dal cortile di casa sua. Ahed è una ragazza di 16 anni. Quando ne aveva 9, nel dicembre 2009 il suo villaggio ha deciso di iniziare una serie determinata di proteste contro l’occupazione militare e per ottenere l’accesso libero ad una fonte d’acqua, minacciata dalla vicina colonia. Da allora Ahed è sempre stata al centro delle manifestazioni del suo villaggio, con protagonismo, grinta e determinazione che la contraddistinguono.

Il suo arresto ha scatenato una serie di pesanti reazioni a catena da parte di Israele, che hanno messo assieme il razzismo contro la popolazione palestinese con un violento sessismo nei confronti di Ahed. Naftali Bennet, ministro dell’Educazione del partito di estrema destra “Jewish Home” ha detto che Ahed dovrebbe passare la vita intera in carcere. Un ex membro della Knesset, Ynigon Magal, ha detto che sente la mancanza di Elor Azaria il soldato conosciuto per essere stato processato per aver ucciso un palestinese ad un check point. Nel frattempo molti commentatori televisivi si sono dimostrati preoccupati dal fatto che il soldato che Ahed ha spinto fuori casa non abbia reagito, e quindi quasi impressionati e addolorati dal ferimento della “mascolinità” del proprio eroe, davanti alla reazione della ragazzina palestinese.

Come sempre sessismo e potere statale riescono ad intrecciarsi per determinare maggiore violenza e controllo, e il caso di Ahed lo dimostra ancora una volta.

Il 23 dicembre il giudice ha deciso che Ahed dovrà rimanere in carcere ancora 5 giorni.

Siamo tutte e tutti con lei, #FreeAhed!

di Federica Castelli


[…]

Un caso particolare: le donne di Game of Thrones

 

Proprio perché è una serie complessa, e spesso molto controversa, Game Of Thrones è un ottimo modo per mettere alla prova quanto detto. Le donne di Game Of Thrones alcune le amo, altre le detesto. Alcune rispecchiano qualcosa di me (che mi piace), altre qualcosa di me che però non mi piace per niente. Ma, forse, questo è proprio uno dei motivi per cui queste donne sono interessanti, perché danno voce a esperienze diverse, alcune delle quali non riconosciamo, o addirittura ci ci spaventano. Dare voce anche a questo è aprire uno spazio di possibilità. Non tanto perché se un giorno vogliamo torturare qualcuno, essere spietate o dar fuoco a una città intera abbiamo una sorta di legittimazione nell’immaginario. Ma perché, invece, queste donne, spesso controverse, ci permettono di interrogare dimensioni socialmente inaccettabili, chiederci se e come agiremmo, e dare così una risposta vera alla domanda sul perché scegliamo di agire in un modo e non in un altro. Ci si conosce anche nella messa a distanza, e queste donne (o alcune di loro, almeno) nominano anche quel qualcosa che non riconosco come mio, e mi permettono di metterlo a tema, fino a capire perché quell’agire non mi appartiene. E, soprattutto, mettono questa riflessione sul piano soggettivo e non quello astratto del genere: sono io che (forse) non agirei in un certo modo, non è il mio genere a impedirmelo. Quante volte ci siamo pensate come donne deboli perché così ci è stato detto? Quante volte, invece, abbiamo pensato di non poter mai fare del male a qualcuno, perché “le donne sono buone per natura”? Non sto dunque sostenendo che queste donne ci devono far sentire autorizzate ad essere delle carnefici, ma sostengo invece che possono darci la consapevolezza per scegliere autonomamente di non esserlo.

Ovviamente, sto per mettermi nei guai. Lo so benissimo. E i motivi per cui la mia lettura viaggia pericolosamente sul filo del rasoio sono essenzialmente tre:

  1. Il rischio di essere smentita: la serie, anche se ben avviata verso la sua conclusione, è tutt’altro che finita.
  2. Il rischio di essere incompleta: i personaggi e le personagge di Game of Thrones sono un’infinità assoluta e non posso dunque che essere parziale e incompleta nel mio ragionamento.
  3. Il rischio del suicidio: un’operazione del genere, nel contesto di una serie che produce accanite tifoserie, è praticamente un suicidio sociale.

[…]

 

https://aldiladeglistereotipi.wordpress.com/2017/12/21/di-violenza-e-sorellanza-le-donne-di-game-of-thrones-tra-centro-e-margine-potere-e-privato/amp/


(aldiladeglistereotipi.wordpress.com, dicembre 2017)

 

di Luisa Muraro

 

Si rimprovera all’autrice di Le donne e il prete il ritardo con cui ha raccontato certi fatti che hanno al centro un uomo da molti ammirato com’è stato e rimane Enzo Mazzi, fatti che, in parte, non gli fanno onore. E, soprattutto perché raccontarli ora che è morto e non può dire la sua, non può rendere conto di sé a quelli che custodiscono la memoria del suo nome?

La prima domanda che viene da porsi è proprio questa. Perché Mira Furlani, che è stata una protagonista nella storia dell’Isolotto, come fu evidente nel celebre processo del 1971 che la vide unica – e combattiva – donna tra i nove imputati per la rivolta dei fedeli di don Mazzi contro il diktat del vescovo Florit, perché ha aspettato tanti anni, quasi cinquanta! a darci il racconto di fatti che riguardavano la sua partecipazione a una storia che appassionò molti e che non pochi ancora ricordano?

Non so la risposta, ma di questo sono piuttosto sicura: ha scritto non prima di aver trovato la misura giusta per raccontare. Il tanto tempo trascorso da allora le è stato necessario per trovarla e forse ci voleva tutto…

Ho fatto la conoscenza di Mira Furlani su un treno che riportava lei a Firenze, me a Milano, entrambe di ritorno da un convegno femminista romano. Erano gli anni Ottanta, anni buoni per il femminismo in Italia. Nel corso della conversazione, in piedi nel corridoio, quasi subito lei mi parlò del suo impegno nel progetto delle case-famiglia dell’Isolotto, una vicenda che mi risultò oscura. Conoscevo la storia di Enzo Mazzi, prete progressista e conciliare, perseguitato dal vescovo reazionario di Firenze e difeso dai cattolici del dissenso, oltre che dai suoi parrocchiani, con il seguito delle messe celebrate in piazza, fino al processo terminato con l’assoluzione di tutti. Ma di case-famiglia non sapevo nulla. Mi colpì che era proprio questa la faccenda che stava a cuore alla mia interlocutrice, era lì che lei voleva portare la mia attenzione.

Chi ha letto Le donne e il prete, riconoscerà che anche nel libro c’è questo spostamento di attenzione rispetto ai racconti correnti sull’Isolotto. Ma nel libro viene esposto con una fermezza di sguardo che non c’era nel racconto del treno. “Racconterò i fatti così come li ho vissuti”, leggiamo nel primo dei capitoli dedicati a questa parte della narrazione, che non a caso sono quelli centrali nel libro. Va detto che ci troviamo in presenza di un’autrice che, senza avere speciali titoli di studio né passate pubblicazioni, scrive bene e sa raccontare, abbreviando e allungando secondo le esigenze della narrazione.

Il significato dello spostamento da lei operato, ci ho messo del tempo a capirlo.

Come risulta dalla lettura del libro (e risultò al processo), Mira ha vissuto e ricorda l’intera, appassionante vicenda di quel quartiere. Questo era in costruzione quando lei, giovanissima, ci arrivò, nel 1955. Dunque, l’attenzione preferenziale che lei porta sulla nascita delle case-famiglia, è deliberata. Devo dire che, ascoltandola la prima volta, di ciò mi resi conto, sì, ma l’ho interpretata nel peggiore dei modi, come sintomo deteriore di un soggettivismo tipicamente femminile. Mi parve una storia di “donne che non vanno d’accordo” e ciò mi diede fastidio. Dentro di me ho cercato di scusarla, nient’altro.

La lentezza della mia mente gravata da pregiudizi misogini interiorizzati, cosa che capita anche a una femminista, c’entra. Insieme ad altro, però, che riassumo alla buona: non è facile per una donna vedersi e farsi vedere come personaggio storico anche quando lo è al cento per cento. Pensate a Hillary Clinton.

Quello di Mira Furlani è un caso tutt’altro che unico ma per certi versi esemplare della dis-crepanza tra la verità soggettiva e la versione che diventerà storica, quando si tratta di protagonismo femminile. Le donne sono presenti e attive nella storia umana, chi più chi meno e a vario titolo, ma per tutte c’è una crepa che si apre al momento della ri-presentazione, similmente a quello che può capitare quando si secca un manufatto d’argilla o, peggio, si raffredda il bronzo fuso.

I libri di storia sono pieni di uomini perché l’esperienza di “lei” non fa testo, letteralmente. Dunque, se un testo per finire appare, come questo che ci racconta un tratto importante della storia italiana, dalla ricostruzione al movimento femminista, c’è da rallegrarsi, prima di qualsiasi critica. E poi da capire che cosa faccia ostacolo alla rappresentazione del mondo dal punto di vista femminile.

In tutti i libri che raccontano l’Isolotto – così comincia il capitolo 4 di Le donne e il prete – l’argomento delle case-famiglia è stato presentato frettolosamente. Come mai? L’autrice risponde con poche parole sulle quali bisogna fermarsi: “la nascita delle case-famiglia per bimbi orfani e abbandonati è stata sempre liquidata frettolosamente, col timore che parlarne più di tanto significasse intaccarne il privato” (io sottolineo). Se si presta un ascolto attento, qui si sente il punto cieco di una sofferenza. Sarebbe sbagliato, secondo me, imputare la reticenza esclusivamente a chi scrive. Chi legge deve fare la sua parte.

Mi sono chiesta: il progetto delle case-famiglia obbediva a scopi di propaganda? Mira Furlani non è sfiorata da un pensiero simile, e lei c’era. Il progetto, dice, era per l’Isolotto un concreto impegno di carità evangelica, e per i tempi di allora fu un passo avanti nel superamento degli istituti di assistenza ai minori.

Ma c’è dell’altro, mi pare evidente dalle parole citate. Forse, nell’ideazione del progetto o nella sua realizzazione, l’intensa amicizia tra Enzo e Mira conobbe un salto di qualità che non fu accettato, non dico: da lui o da lei, perché si tratta di una relazione ed è troppo difficile fare le parti – senza tuttavia ignorare che, in quel contesto, lui aveva un’autorità superiore a quella di lei. Forse, il nuovo non fu accettato perché la comunità non lo avrebbe accettato. E fu in questa direzione che si arenò lo slancio trasgressivo che animava tutta l’impresa dell’Isolotto.

Ecco il significato dello spostamento di attenzione che ho già segnalato. È un problema non da poco! Riguarda il senso di quel che può capitare a esseri umani e la direzione in cui procedere per il meglio desiderato e desiderabile. Si tratta di far emergere la verità soggettiva, di farla risaltare nel quadro generale, di farla lavorare simbolicamente per avere una rappresentazione più vera della realtà storica. Non dico soltanto al passato ma soprattutto al presente-passato/futuro, ossia man mano che la realtà stessa si pro-duce: viene avanti.

Nel racconto storico, in questo caso e in generale, la presenza delle donne, quale che sia il loro contributo, si usa ormai dire che viene messo ai margini. Non è esatto, sarebbe più giusto dire che la presenza viene obliterata, e il contributo mangiato, cioè “lei” resa illeggibile e il suo contributo assimilato, tutto in vista di una rappresentazione unitaria, senza le complicazioni di una alterità irriducibile.

Apro una parentesi. La cultura femminista ha tanti meriti ma ha anche tanta strada da fare. La sparizione delle donne dai libri di storia, non è l’effetto della loro discriminazione dalla scena pubblica, ma, al contrario, di un’integrazione che arriva alla consumazione, e non si può dire che sia finita.

Sulle pagine di Testimonianze non è tempo perso, spero, aggiungere che, in conseguenza di questa semplificazione unitaria, tutto ne viene offuscato, non escluso il sentimento religioso, che si forma malamente senza un forte senso della differenza dell’altro. Quando un uomo dice “io sono solo un uomo”, troppo spesso sottintende che il suo altro sarebbe Dio. Non dovremmo consentirci quest’abbreviazione, ne va di Dio, che per me non è cosa da poco.


(“Testimonianze”, n. 514, dicembre 2017, pp. 98-100)

di La Città Delle Mille


La Città Delle Mille è il fondo librario di MILLE LIBRI scritti da MILLE AUTRICI, che prenderà forma nella città di Bergamo grazie alle donazioni di tutte quelle e tutti quelli che vorranno partecipare.

L’aspirazione che lo anima è diventare uno strumento di conoscenza e di diffusione del pensiero delle donne, a disposizione di tutta la città.

Chiediamo di donare libri che abbiano significato e importanza per chi sta donando. Libri e autrici che abbiano smosso il pensiero, confermando o stravolgendo convinzioni, aprendo nuove prospettive, mutandone di vecchie, e che abbiano lasciato un segno. Libri come esperienze da condividere e dai quali a volte è forse anche difficile separarsi!

Chiunque può presentarsi al CSC – Centro Socio Culturale di via Borgo Palazzo 25 negli orari di apertura per donare un libro o consultare quelli già presenti nel fondo.

A chi dona è richiesto di scrivere il proprio nome, il nome dell’autrice e il titolo del libro, la data della donazione e il genere letterario più indicato su un foglio apposto all’armadio dei libri.

Per ora questo progetto non è inserito in alcun sistema bibliotecario.

Esistono delle guardiane di questi libri e sono le ragazze promotrici di La Città Delle Mille: Francesca Bolazzi, Adele Pappalardo e Greta Riva.

Il progetto di raccolta è reso possibile grazie al supporto e alla collaborazione di altre donne: Cristiana Capelli responsabile del CSC di Borgo Palazzo, della dottoressa Adamaria Rossano e di Alessandra Gabriele dell’Associazione La Terza Piuma.

A sostenere il progetto ci sono la forte convinzione che le pratiche di relazione, di dono e di cura siano molto più importanti e rivelatrici di quelle che reggono le economie “tradizionali” del profitto e ancora, che il pensiero differente delle donne sia la vera risorsa per determinare significati nuovi, prospettive comuni e altra civiltà.

 

INFORMAZIONI e CONTATTI

La Città delle mille è su facebook @bergamodellemille #bergamodellemille e su Instagram: cittadellemille (instagram.com/lacittadellemille/).
Pubblicheremo spesso aggiornamenti e sviluppi.
Potete scrivere a Francesca, Adele o Greta per ogni informazione o nuova idea.
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Il Centro Socio Culturale si trova a Bergamo in Via Borgo Palazzo al civico 25. Troverete Cristiana nei seguenti orari: Lun-Mer-Gio dalle 14:30 alle 18:30, Mar-Ven dalle 8:30 alle 12:30

I libri possono anche essere inviati per posta da tutta Italia, da tutto il mondo!

 

(www.libreriadelledonne.it, 29 dicembre 2017)

di Laura Milani


«Vediamo un fatto italiano, ancora lo scandalo di quel magistrato, gran porco, che, come si sa, adesso finalmente è nel mirino della stessa magistratura». Così Enrico Mentana (al TG la 7 del 18 dicembre) ha introdotto il servizio su Francesco Bellomo, il magistrato e consigliere di Stato che avrebbe costretto le sue studentesse a presentarsi ai corsi vestite con minigonna e tacchi, e che per questo è indagato dalla procura di Bari (LaPresse).

Qualcuno ha commentato l’espressione di Mentana definendola colorita e tagliente, qualcun altro ha notato una mancanza di aplomb e una postura fuori le righe ma, allo stesso tempo, ha riconosciuto che quello che Mentana ha detto è il commento che chiunque avrebbe potuto fare da casa. Altri invece hanno sostenuto che non avrebbe dovuto prendersi la libertà di giudicare prima di una sentenza.

Il video ha fatto il giro del web e ha raccolto l’approvazione di molti, donne e uomini. La coloritura delle sue parole mostra l’insofferenza di un uomo per il comportamento di un suo simile: lui ha semplicemente voluto affermare che non ci sta ed è bastata una parola per dirlo. Quando gli uomini intervengono per scheggiare la complicità maschile, per dire che non ci stanno, qualcosa accade. Ed è un buon giorno per tutti.

(www.libreriadelledonne.it, 29 dicembre 2017)

di Vincenzo Vita


Nei giorni scorsi l’ordine dei giornalisti del Lazio ha promosso un seminario di grande interesse su «Il Manifesto di Venezia: come raccontare il femminicidio».

Quanto mai opportuna un’iniziativa tesa a mettere in discussione il maschilismo imperante nella semantica e nei comportamenti. Tanto più che nella normativa e nella stessa cultura di massa italiane (e non solo) i reati contro le donne sono stati considerati a lungo meno rilevanti, se è vero (lo ha ricordato Silvia Garambois) che fino al 1981 erano ancora in vigore gli articoli del codice Rocco, con tanto di «delitto d’onore», e che si dovrà aspettare il 2013 per vedere finalmente legiferato il “femminicidio”. Solo negli ultimi anni si avranno le convenzioni di Istanbul e di Lanzarote.

Tuttavia, a fronte di un quadro giuridico meno aberrante, permane un’inclinazione profondamente sbagliata nel racconto della violenza, come hanno messo in luce le relazioni del seminario, a partire dalle introduzioni di Paola Spadari, Silvia Resta, Alessandra Mancuso e Luisa Betti Dakli. Si tende ad amplificare taluni particolari raccapriccianti, raddoppiando così il disagio della donna colpita: oggetto spesso di una narrazione del dolore e di una «vittimizzazione» strumentali, con il fine dell’audience o di qualche copia venduta in più. Serafina Strano, recentemente aggredita al pronto soccorso di Catania, ha confermato -con l’incisività del dramma vissuto direttamente-l’urgenza di un racconto non viziato dal voyeurismo o dai luoghi comuni, con il pannicello caldo delle interviste con il viso coperto: a mo’ dei pentiti di mafia. Mentre andrebbe compresa l’enorme difficoltà delle donne a denunciare, a parlare, a superare la tragedia che colpisce gli strati profondi, indisponibili dell’identità della persona. Vittima quattro volte, ha detto la procuratrice aggiunta di Roma Maria Monteleone: degli aggressori, di certi comportamenti delle forze dell’ordine, dei sistemi sanitari, dei media. Non stupisce, quindi, che le denunce non superino il 10/15% dei casi e che, mentre diminuiscono gli eventi meno gravi, aumentano i femminicidi.

Un quadro dei dati è stato offerto da Linda Laura Sabbadini, con riferimenti utili alla comprensione di un fenomeno tanto sottovalutato quanto mediatizzato. La presidente di «Differenza donna» Elisa Ercoli ha evocato la necessità di un approccio nuovo, come la criminologa Luana Conte, e in sintonia con la dirigente penitenziaria Antonella Paloscia. Quest’ultima ha descritto i «sex offenders», vale a dire gli uomini violentatori. La punta estrema e deviante dell’universo maschile, colpevole di sovente – però – di violenza simbolica, anche se non fisica. Verrà istituito un Premio, intitolato alla giovane giornalista scomparsa giovanissima, che molto scrisse sull’argomento, Tania Passa.

 

(il manifesto, 27 dicembre 2017)

di Marco Tarquinio

Non hanno nemmeno fatto lo sforzo di schierarsi e votare a viso aperto per dire “sì” o “no” allo ius culturae e allo ius soli temperato. Hanno fatto mancare il numero legale in aula: appena 116 senatori presenti, pochi per procedere, abbastanza per affossare una legge attesa da sedici anni e invocata come urgente dalla società civile, associazionismo cattolico in prima fila, da almeno otto. Far mancare il numero legale è scelta da politica in fuga. Ieri in fuga dall’ultima responsabilità di legislatura. Una mossa da ignavi e, al tempo stesso, rivelatrice. Rivelatrice di una ostinata mancanza di comprensione: della posta in gioco con la nuova legge sulla cittadinanza in un Paese che invecchia, non sostiene come merita la famiglia e allontana tanti suoi figli. E di una ostentata mancanza di rispetto: per i giovani italiani con genitori stranieri che alcuni politici e opinionisti, pronti ad aizzare sentimenti e risentimenti, vogliono risospingere ai margini della comunità nazionale e raccontano come alieni. Che tristezza. Temevamo una «fine ingloriosa» di questo Parlamento che, nel bene e nel male, molto ha fatto. La registriamo ora.

 

Cittadinanza. Ius culturae, politica in fuga

(Avvenire, 23 dicembre 2017)

Gentile Amica e Amico,

in questa vigilia natalizia, proprio mentre lavoravamo ad una iniziativa sulle migrazioni, ci siamo imbattuti in un libro straordinario: Donatella Di Cesare, Stranieri residenti, Bollati Boringhieri, 2017. È una riflessione sul significato ultimo del migrare, tra il polo del radicamento e della proprietà del territorio da parte dei “nativi” cristallizzato dallo Stato-nazione e il polo dello “straniero residente” favorito, per una “schiuma della terra” di senza patria sempre crescente, da culture e politiche di inclusione e di cittadinanza universale.

Ad Atene (“il mito dell’autoctonia”) e a Gerusalemme (“la Città degli stranieri”) l’Autrice dedica pagine bellissime, che ci permettiamo di sottoporle, suggerendo vivamente la lettura dell’intero volume: clicca e scarica Donatella Di Cesare Modelli di città e di cittadinanza.pdf

Queste cose, per noi, c’entrano moltissimo col Natale, punto di arrivo della storia degli uomini per i quali, in una prospettiva escatologica, è preparata la salvezza, ma anche ripartenza in ogni momento della nostra esistenza per rendere questo mondo più ospitale ed amico.

L’iniziativa sulle migrazioni, promossa insieme a una Parrocchia del centro storico bolognese (Santa Maria della Carità), si svolgerà tra gennaio e febbraio. In pratica sono tre incontri con uno spiccato carattere informativo e formativo: clicca e scarica la locandina programma MIGRANTI/ Locandina Programma.pdf

Buon Natale!

(Istituto De Gasperi Bologna, 23 dicembre 2017)

di Chiara Calori

Non posso evitare di parlare suonando preoccupata, allarmata e drammatica oltre ogni ragionevole misura, di fronte alla vicenda che ha coinvolto l’autorità sanitaria statunitense Center for disease control and prevention (CDC), la quale si è trovata assurdamente limitata dall’amministrazione Trump nella sua libertà di espressione, nella forma di un elenco preciso di termini da non utilizzare nelle richieste di finanziamenti per il 2019, le quali verranno rispedite al mittente “per correzioni” se contenenti le parole incriminate, evidentemente non gradite da esecutivo e Congresso. Un’operazione sottile, quasi raffinata, come dev’essere quando si vogliano introdurre limitazioni in una società democratica. Vediamo dunque le parole (già trattandosi dell’amministrazione Trump un’idea ce la si può fare, ma, anche qui, si è andati oltre ogni “ragionevole” aspettativa): diversità, diritto, vulnerabilità, transgender, feto, basato sulla scienza e basato sull’evidenza. Già l’insieme delle parole rivela una precisa scelta politica, diretta a colpire gli ambiti che vivono di quei termini e le relative politiche, quella delle donne in primis, e si potrebbe scrivere un articolo a parte per ciascuna di quelle espressioni. Invece di fare quello però, mi porrei piuttosto qualche domanda. Che cosa ha in mente un’amministrazione che vieta (o che sconsiglia caldamente, è uguale) l’utilizzo di un certo tipo di linguaggio? Perché poi farlo in sordina, quando ha ormai ben dimostrato di non voler fare un tipo di politica discreto e dialogante, bensì esplicito, fatto di slogan populisti e di eliminazione delle riforme democratiche dei suoi predecessori? Mi vengono in mente due risposte: o sperava che il tutto passasse inosservato, senza polveroni, o si è accorta che i diritti civili (tra cui il diritto alla salute per tutti) sono uno scoglio troppo saldo per pensare di travolgerlo con aperte riforme. Meglio lavorarlo alle fondamenta, di nascosto possibilmente.

Ogni tentativo di razionalizzare l’evento suona però falso e non riesce a cancellare l’impressione di fondo, che rievoca immagini, conosciute – almeno per le generazioni occidentali più recenti – solo leggendo libri, di stati totalitari che si ingeriscono nella vita e nella mente delle persone al punto di ridefinirne il vocabolario e la memoria. In 1984 si parla di “neolingua”, un inglese manipolato per servire gli scopi ideologici del regime, e di una storia collettiva che viene riscritta ogni giorno per renderla coerente con la narrazione statale o meglio, per costruirla. Perché è così: ciò che è raccontato esiste, e ciò cui viene negata la possibilità di essere detto viene privato della possibilità di esistere. Parafrasando Carla Lonzi, “quello che lui non dice non esiste”. Il linguaggio non è solo comunicazione. Il femminismo ne è ben consapevole, dal momento che proprio quello strumento ha reso possibile un riscatto delle donne, l’affermazione della loro pretesa di esistere (a modo loro) in questo mondo che è uno, la costruzione di una rete di riferimenti simbolici che funge da mappa per definirsi come identità uniche nel rispetto della propria singolarità (radicata nel genere). Qualsiasi attacco al linguaggio è un attacco all’essere umano e alla sua possibilità di esistere. Teniamo gli occhi e le orecchie aperti. Chissà quali potrebbero essere le prossime parole vietate…

(www.libreriadelledonne.it, 22 dicembre 2017)

di Luisa Muraro

Dei tanti moti, movimenti e rivolte che hanno dato una scossa al mondo, mezzo secolo fa, uno soltanto è arrivato fino a noi, il femminismo. Lo hanno chiamato ondata ma le ondate si ritirano, questa invece no, è rimasta e si è ancor più alzata in questi ultimi anni, in Italia come in tante altre parti del mondo. Femminismo è la parola dell’anno 2017, secondo lo storico dizionario Merrian Webster. Una vittoria sorprendente ma non inaspettata, è stato il giusto commento.

Ciò si deve anche a una nuova generazione di donne che al femminismo si sono richiamate per dare un nome alla loro lotta, parlo, per l’Italia, delle autrici e ispiratrici di Abbiamo un piano. Piano femminista contro la violenza maschile sulle donne e la violenza di genere. La loro mobilitazione, la loro proposta e la loro scelta di appartenenza sono per tante come me una provocazione gratificante con la quale vale la pena di misurarsi.

Comincio dal titolo. Trovo che sia buono: ha la forma di un annuncio, sta sospeso fra il promettente e il minaccioso, e risveglia l’attenzione. Il sottotitolo è necessario a completare il senso del titolo, ma gli fa ombra. Sembra quasi che ci siano due forme di violenza, quella di uomini contro donne e un’altra, imprecisata, violenza di genere. Avete uno o due piani? So, sappiamo tutte che la violenza maschile contro le donne non esaurisce la violenza associata alla sessualità. Io lo avrei detto così: Piano femminista contro la violenza sessuale e sessista.

Non difendo il mio sottotitolo, voglio invece capire la preoccupazione che traspare dal loro sottotitolo. L’Introduzione offre questa spiegazione: sì, il nostro piano riguarda due tipi di violenza, quella di uomini su donne e quella che si esercita “contro le soggettività LGBT*QIA+”. Ma io obietto, primo, che questo uso di “soggettività” è puramente convenzionale (la parola ha un altro significato), e poi che le lesbiche (L) sono donne, così come i gay (G) sono uomini. Sia chiaro che critico la spiegazione come tale, non il significato della formula LGBT*QIA+ nel suo insieme, compresa la sua tendenza ad allungarsi, che fa ridere ma ha un preciso significato, come dirò.

La lettura di Abbiamo un piano mostra in che cosa consista la preoccupazione che dicevo. C’è una parola che fa problema: sesso. C’è un’idea che si vuole respingere: i sessi sono due. C’è una posizione femminista da cui si vuole prendere le distanze, quella della differenza sessuale, che risale a Carla Lonzi, cioè agli inizi dell’ondata che non si ritira.

Partiamo da qui. La differenza sessuale non è tra uomini e donne: nel tra le differenze sono tante, di natura culturale e perciò mutevoli. La differenza sessuale è in, cioè nella singolarità del singolo, e lo collega alla grande storia della vita. Infatti, appare nel momento evolutivo in cui la vita si biforca, inventa il due per riprodursi dalla combinazione di due viventi tra loro differenti che portano ognuno/ognuna l’impronta del suo essere uno di due. I sessi sono due. Si chiama sessuazione ed è un’invenzione della vita stessa per riprodursi con più opportunità di durare, insegna la biologia.

L’invenzione del due arriva, per via evolutiva, anche alla specie umana. Ma non prendiamola come l’invenzione matematica dei numeri, è un’invenzione affidata alla natura e la natura fa le cose come vengono, un po’ per caso e molto per necessità. È a questo punto che accade quello su cui stiamo ragionando. L’essere umano nasce che può imparare a parlare e parlando diventa consapevole di sé per cui sa di non essere uno… Lascio la parola a Judith Butler che su questi temi ha molto riflettuto e scritto: “Questo umano non sarà uno, non avrà una forma definitiva, ma sarà impegnato nella perenne negoziazione della differenza sessuale”. Quest’ultima costituisce così “il luogo in cui si formula e riformula l’interrogativo concernente la relazione tra il biologico e il culturale” (dal nono capitolo di Undoing Gender, 2004).

Forse per trovare una risposta definitiva a questo interrogativo o per bisogno di conformarsi alla natura credendola perfetta, forse per qualche altra ragione, esempio la volontà maschile di disporre della fecondità femminile, in passato l’invenzione evolutiva dei due sessi dal cui incontro la vita può riprodursi, è stata interpretata come una legge di natura, una legge che doveva valere in assoluto, come la forza di gravità (tanto per intenderci). Non è così e basterebbe a dimostrarlo il fatto che la natura stessa non obbedisce a questa sua presunta legge. Ma c’è ben di più ed è il fatto della libertà umana.

Se è vero, come penso, che la differenza sessuale non è tra un individuo chiamato donna e uno chiamato uomo, ma in, se è vero, come si pensa comunemente e scientificamente, che siamo il risultato di un’evoluzione, creature desideranti, parlanti, agenti, consapevoli di sé, che si differenziano tra loro, singole e originali, bisogna bene che quella differenza venga assunta e interpretata liberamente.

Sono arrivata al punto: quell’elenco di sigle LGBT*QIA+ che si allunga indefinitamente, si è formato per dare voce alle minoranze sessuali, ossia a coloro per i quali quella presunta legge di natura era una forzatura e si traduceva spesso in qualche violenza, anche gravissima.

In questo come in altri casi, dobbiamo costatare che le minoranze, spesso pagando di persona, sono lì a segnalarci l’ottusità delle maggioranze che si cullano in dottrine che veicolano pregiudizi e violenze. Nella lista di sigle, insomma, oltre all’espressione di una unione fra diversi che rivendicano i loro diritti, a me pare di vedere anche una raffigurazione della ricerca del senso libero della differenza sessuale che ci riguarda tutti, tutte, compresi quelli che optano per l’in-differenza. È la “perenne negoziazione” di Butler. Socialmente, il risultato sarà sempre una sistemazione provvisoria, cerchiamo che sia la meno costringente possibile. Ma, umanamente, nella soggettività e nelle relazioni che la costituiscono, si tratta di quella ricerca mai finita per diventare quello che siamo, in carne e ossa e in prima persona. Carla Lonzi la chiamava autenticità. Possiamo chiamarlo il piano femminista della libertà?

(www.libreriadelledonne.it, 21 dicembre 2017)

di Marina Terragni

Alla notizia il Corriere della Sera dedica un “francobollo” quasi invisibile, Repubblica la oscura del tutto (paginate, invece, sulle salme dei Savoia). E invece la sentenza della Corte Costituzionale in merito a un caso di utero in affitto richiederebbe tutta l’attenzione, a maggior ragione da parte dei quotidiani più diffusi e del servizio pubblico televisivo, che sul tema continua a latitare.

La sentenza segna un punto fermo e irreversibile riguardo alla pratica, che «offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane» costituendo un disvalore assoluto: giudizio che riguarda tutte e tutti, non solo i possibili “utenti del servizio”, perché tiene all’orizzonte un’idea di civiltà che riconosce nella relazione materna un fondamento irrinunciabile e inviolabile dal mercato.

Risuona nella sentenza il giudizio del Consiglio d’Europa che classifica l’utero in affitto tra le più gravi violazioni dei diritti umani. Il che è di grande conforto per tutti quelli, e in particolare quelle, che hanno resistito con grandi difficoltà alla narrazione mainstream secondo la quale questo orribile mercato sarebbe solidarietà, generosità, dono.

Ma anche in questa sentenza, come quasi sempre nel discorso pubblico sull’utero in affitto, di fatto la creatura scompare. Paradossalmente, dico, perché il superiore interesse del minore è più volte menzionato. E’ proprio in base a questo superiore interesse, infatti, che “la verità biologica della procreazione“, che “costituisce una componente essenziale dell’identità personale del minore“, va bilanciata con altre componenti.

Detto alla buona: vero che in assenza di legami genetici non puoi pretendere di essere registrato tout court all’anagrafe come genitore di un bambino nato all’estero da utero in affitto. Ma se si intraprende un iter legale e nel frattempo quel bambino lo stai crescendo -data la tempistica media degli iter legali- e quindi si è prodotto un attaccamento, è senz’altro nel suo interesse poter continuare a vivere con te e non esserti tolto e posto in adozione.

Il paradosso è qui: che come in molte sentenze dei Tribunali, si finisce per sancire come superiore interesse del minore il fatto essere stato brutalmente separato in cambio di soldi dalla donna che l’ha messo al mondo, e che per lui è senza alcun dubbio sua madre.

Ergo: l’utero in affitto è sì una pratica indegna e un disvalore assoluto. Ma se dello stigma non ti importa un granché e il figlio te lo fai ugualmente confezionare, in Ucraina, in Canada, in California (o molto peggio), alla fine un modo di aggiustare le cose si troverà e i Tribunali, pur stigmatizzandoti, una via d’uscita te la indicheranno. In buona sostanza: la sentenza della Suprema Corte avrà effetti scarsi o nulli sul turismo procreativo per Gpa, e il numero di bambini compravenduti da parte di cittadini italiani non smetterà di crescere. […]

(www.marinaterragni.it, 20 dicembre 2017)

di Viviana Mazza ed Elena Tebano

Francesca Donner, direttrice del «progetto gender» del New York Times che ha tirato fuori lo scandalo Weinstein: «Le donne hanno sempre denunciato, ma ora si è iniziato a credere alle vittime»

«Le storie su cui stiamo scrivendo erano segreti di pulcinella e in alcuni casi erano state rivelate pubblicamente in passato, ma la gente non prestava attenzione, mentre adesso lo fa». Francesca Donner, è la direttrice della gender initiative (il «progetto sul genere») del New York Times, che ha deciso di raccontare il ruolo che le differenze (e le disparità) tra uomini e donne rivestono nella politica, nell’economia e persino nella cronaca. Il Times è il giornale che (insieme con il New Yorker) ha tirato fuori lo scandalo del produttore molestatore seriale – e finora impunito – Harvey Weinstein, iniziando un dibattito sugli abusi sessuali sul lavoro che è diventato presto mondiale e ha scatenato una valanga di denunce in tutti i continenti. «Quello che ha fatto la differenza è che adesso l’opinione pubblica crede alle vittime, e che stiamo assistendo ad alcune conseguenze immediate – in particolare a dei licenziamenti».

[….]

Perché Doug Jones ha vinto le elezioni speciali per il Senato in Alabama? Quanto ha contato il movimento “Me Too”?
«Il voto afroamericano è stato cruciale per portare Doug Jones alla vittoria. Secondo un sondaggio della Cnn, il 30% dell’elettorato era afroamericano e il 98% delle donne nere ha appoggiato Jones. Perciò in particolare il voto afroamericano femminile ha aiutato Jones a vincere. Penso che #MeToo sia stato un fattore, sì, ma uno fra tanti».

Quando la senatrice democratica Kirsten Gillibrand ha menzionato, oltre agli scandali di Trump, quelli di Bill Clinton, è stata criticata da altri nel suo partito. Non è necessario guardare al di là delle appartenenze di partito per affrontare questo problema?
«Al New York Times, cerchiamo di seguire la questione da ogni angolo, individuale, comunitario e nazionale (politico). Dobbiamo essere accurati nella copertura delle notizie, facendo luce su ogni livello: dai gradini di potere più elevati a quelli più bassi, dalle denunce importanti a quelle anonime e senza voce. Dobbiamo anche esaminare settori diversi. Stiamo facendo in modo che i potenti non possano passarla liscia, ma dobbiamo anche analizzare da vicino quello che succede in ambiti lavorativi meno prestigiosi e alla moda, negli impieghi di media amministrazione, nell’industria dei servizi come ristoranti e hotel, fabbriche e così via».

I molestatori sono dinosauri di un’altra era? C’è un cambiamento di atteggiamento negli uomini può giovani?
«Per la prima volta da lungo tempo — forse da sempre – la gente sta davvero prestando attenzione a come si comporta e ponendo domande sulle ripercussioni dei propri atteggiamenti non solo su se stessa, ma anche sugli altri. Penso che molti uomini siano rimasti scioccati nello scoprire le situazioni che molte donne si trovano ad affrontare. La parola che continuiamo a usare è: resa dei conti. Sembra davvero una resa dei conti. Abbiamo risposto lanciando una newsletter “The #MeToo Moment” finalizzata ad aiutare i lettori ad orientarsi attraverso la valanga di notizie».

Dopo il caso Weinstein, le è capitato di avere conversazioni con uomini che non capiscono la differenza tra fare un complimento e molestare? O che temono che gli scandali sulle molestie segneranno la fine dell’erotismo?
«Non posso dire nulla su questa idea dell’erotismo, perché questa non l’avevo sentita! Ma certamente ho spesso conversazioni con colleghi maschi e femmine sulle molestie sessuali. Una delle domande che emergono più spesso è: dov’è il confine? C’è un confine? E viene definito dal luogo di lavoro? Il pericolo di tracciare dei confini è che non vengono “vissuti” allo stesso modo da tutti. In altri termini: due donne che subiscono le stesse molestie possono reagire diversamente: una non preoccupandosene troppo, l’altra rimanendo traumatizzata con conseguenze pesanti per la sua carriera».

Che cosa pensa delle reazioni alla storia di Asia Argento in Italia?
«Penso che queste situazioni siano sempre più complicate di quel che sembrano. Ciò che rende queste storie così difficili da capire è che sono sfumate, sono sottili. Può essere difficile enumerare tutti i fattori in gioco, alcuni dei quali sono invisibili. Perciò i giudizi generici sulle persone non sempre sono utili».

Cosa pensa della scelta della rivista Time di riconoscere le “Silence Breakers”, le donne che hanno rotto il silenzio sulle molestie, come “persone dell’anno”?
«Applaudo il loro lavoro! Quel che rendeva la loro copertina davvero interessante era un paradosso che sta alla sua radice: in molti casi le donne non erano state affatto silenziose. Semplicemente nessuno le ascoltava quando parlavano. La mia collega Jessica Bennett ha scritto proprio questo in una recente newsletter e sono assolutamente d’accordo con lei. Questo ci mostra ancora una volta quanto siano complesse queste questioni».

Alcune delle donne che da tempo accusavano Donald Trump di molestie sono tornate a denunciarlo adesso. Pensa che ci saranno delle conseguenze anche per il presidente?
«Il New York Times diede questa notizia nel 2016, e continueremo a seguirne ogni sviluppo».

(La Ventisettesima Ora, 19 dicembre 2017)

di Cristiana Campanini

 

Passeggiando di fretta o anche sfrecciando in auto con le luci della sera, qualcosa d’inconsueto cattura il nostro sguardo da una vetrina di via Pietro Calvi. Ci suggerisce di rallentare la corsa e i pensieri per aguzzare la vista.

Non propone alcun prodotto. Solo tre legni da carpentiere piantati in verticale. Ciascuno fa da sostegno ad altrettanti disegni, delineando una scacchiera. Alcuni sono rivolti alla strada, altri ci danno le spalle per guardare dentro il negozio. È un’installazione di Marzia Migliora e siamo alla libreria delle donne che, a partire da un’idea di Corrado Levi nel 2001, dà alla quarta vetrina campo libero alla sperimentazione d’artista (donna, ovviamente, più spesso giovane). E quest’ultimo episodio, con mezzi poverissimi e l’eleganza della sintesi, riesce a catturare la nostra attenzione spingendoci a sfiorare il vetro con la punta del naso per indagare i disegni, oltre i riflessi.

Ma soprattutto a entrare. «C’è una grande libertà d’interpretazione in questa piccola cornice», spiega la curatrice Francesca Pasini, motore di una frenetica accelerazione di vetrine d’artista, o meglio vere e proprie mostre a misura di vetrina, una ventina in soli due anni, che hanno visto avvicendarsi Alice Cattaneo, Margherita Morgantin, Goldie Chiari, Liliana Moro. Ciascun episodio è inaugurato da un incontro con l’artista e accompagnato da un multiplo in 10 esemplari in vendita a 150 euro in libreria a sostegno del progetto. «A ogni mostra mi accorgo che il lavoro delle artiste è un universo da indagare — spiega la curatrice con voce calda, spegnendo una sigaretta dopo l’altra — Sono molte, anzi moltissime. E sono brave, mi appassionano sempre di più. Potrei andare avanti così altri dieci anni. Quando ho iniziato a fare il critico, negli anni Novanta, ricordo che i collezionisti, prima d’investire su un’artista, si chiedevano: ma se si sposa e poi ha figli? È cambiato, certo. Ma c’è ancora molto lavoro da fare».

Libreria è una definizione impropria, per questo luogo, che è un’istituzione del femminismo milanese e italiano. Fondata nel 1975 in via Dogana. Circolo culturale, laboratorio di pratica politica per generazioni di femministe, finanziava il suo esordio proprio con l’arte, dalla vendita di opere donate da artiste del movimento, come Carla Accardi, Dadamaino, Nanda Vigo. Lo spazio è scandito da tre stanze: una sala per i libri, una per gli incontri e un’altra con cucina, per i momenti conviviali (moltissimi). «Più che una vetrina, è un vetro.

Non c’è alcun fondo a chiudere lo spazio. E l’artista lavora a tutto tondo. L’arte scende in strada, ma anche in libreria dove l’aspetta una platea partecipativa, allenata a discutere. La sfida è interessante». E Marzia Migliora, artista torinese con una vocazione per i temi universali, come il rapporto dell’uomo con il lavoro e la terra, risponde con le sue chine su collage, delicate composizioni che mimetizzano frammenti dalle illustrazioni dell’Encyclopédie di Diderot e D’Alembert, tasselli di un ingranaggio da cui innescare libere associazioni oniriche. Il tema? La maternità.