Siamo la Rete denominata 1° ottobre formata da associazioni, gruppi e singole personalità che intendono far valere il rispetto di principi fondativi della nostra civiltà: la integrità della persona delle donne, la procreazione come atto libero non soggetto al mercato e la salvaguardia dell’umanità del bambino che non può essere oggetto di compravendita. La pratica della maternità surrogata, in qualsiasi forma venga presentata, contravviene all’insieme di questi principi. La Corte costituzionale in una recente sentenza lo ha ribadito sostenendo che la maternità surrogata “offende in modo intollerabile la dignità delle donne e mina nel profondo le relazioni umane”. D’altra parte la maggioranza del popolo italiano, come un recente sondaggio ha rilevato, si è dichiarata contraria a tale pratica.
Vi chiediamo pertanto di impegnarvi a rispettare il divieto di tale pratica previsto dal nostro ordinamento, di assumere misure per impedirne l’aggiramento e di agire a livello internazionale perché tale pratica venga progressivamente abolita.
Noi saremo impegnate, nella prossima campagna elettorale, a valutare la coerenza dei programmi e delle candidature. Faremo campagna invitando a non votare candidati o candidate che manifesteranno posizioni contrarie al mantenimento del divieto.
Ascoltiamo questa intervista che ci presenta il pensiero della differenza concepito da uno spirito libero nel cuore della Svezia, uno dei paesi più avanzati nel femminismo di Stato. Lei ci dice che insistere sulla parità è a rischio di ideologia, e va anche più avanti perché combatte gli stereotipi diffusi dal femminismo stesso. Non ha paura di mettere in campo il corpo, la natura, che sono parole proibite per la cultura postmoderna.
Ascoltiamola tenendo presente che forse ci sono problemi di traduzione, a cominciare da quel “liberale” che traduce male in italiano il suo “liberal” (in inglese significa “progressista”). E che da alcune domande e risposte traspare una non conoscenza della realtà italiana, sia delle nostre leggi (da quasi un secolo abbiamo lunghi congedi di maternità) sia del femminismo (noto nel mondo come femminismo della differenza). Lei è scusata, il giornalista no, lui incarna il femminismo finto dei media mainstream che immaginano l’Italia in preda agli elementari problemi di giustizia paritaria. Anche per questo l’intervista è di grande interesse, mostra le difficoltà in cui si trova a muoversi un pensiero di libertà femminile oggi. (Clara Jourdan della redazione del sito della Libreria delle donne di Milano)
Tra le poche voci europee di quello che definisce “femminismo liberale”, Charlotta Stern, sociologa dell’Università di Stoccolma, ha presentato all’Istituto Bruno Leoni di Milano un suo studio anticonformista sulle differenze di genere nel mercato del lavoro.
Professoressa, è vero che per lei la maggior parte delle ricerche fin qui condotte si soffermano ideologicamente sulle costruzioni sociali tralasciando il dato biologico?
«Fattori come la personalità e il livello di competizione, che sempre più gli psicologi sottolineano, vengono ignorati confondendo la realtà dei fatti».
Quali differenze tra uomo e donna andrebbero approfondite?
«Quelle ormonali. Gli uomini sono biologicamente portati a essere più aggressivi, competitivi e a correre dei rischi. Le donne si prendono cura, sono gentili e aperte. L’evoluzione ci porta a questo, invece molte donne si sentono pressate a raggiungere obiettivi inadatti a loro».
Dire questo oggi è un tabù?
«I miei studi nascono per questo. Una persona normale può anche cascarci, ma uno scienziato sociale vuole vederci chiaro. La resistenza a questo tipo di ricerca è ideologica, perché c’è una specie di utopia che vorrebbe uomini e donne impegnati nello stesso lavoro e a occuparsi ugualmente dei figli».
Da dove viene questa ideologia?
«Dalla confusione tra ineguaglianza e diversità. Quando si parla di differenze si finisce spesso per scambiarle per ingiustizie».
La maggior parte delle donne è d’accordo con questa interpretazione?
«In Svezia molte donne pensano di essere discriminate sul mercato del lavoro, ma spesso questo sentimento nasce da un luogo comune femminista di sinistra, il cui obiettivo è erodere qualsiasi tipo di differenza tra i sessi».
Questo suo discorso, forse adatto alla Svezia, potrebbe suonare strano in Italia, dove le donne fanno fatica a vedere rispettati i loro diritti.
«Sono culture molto diverse, in Svezia le donne lavorano molto, ne sono felici e quando hanno dei figli prendono lunghi congedi parentali e spesso hanno la possibilità di lavorare part-time».
E allora cosa manca?
«La libertà di scegliere lavori o orari meno impegnativi senza essere giudicate cedevoli dalle femministe estremiste».
Ci sono delle regole che le donne potrebbero osservare per essere davvero libere?
«Ognuna deve potere darsi le proprie. Per esempio trovo sbagliato fissare nel 50 per cento il tempo che una mamma deve passare con i figli rispetto al marito. Può succedere, ma non è obbligatorio. Vediamo poi donne che eccellono in ingegneria o negli sport: bene, non dico che tutte non ne siano capaci, ma magari non vogliono e non devono essere giudicate per questo».
Come si può ribilanciare il rapporto tra disuguaglianza e diversità?
«C’è un femminismo liberale, che nasce negli Stati Uniti e si trova anche in Europa, per cui la realtà si può analizzare adogmaticamente».
La società scandinava è considerata all’avanguardia nei diritti. Quali riforme suggerisce in particolare?
«L’asilo pubblico, con molto tempo al pomeriggio, è fondamentale per aiutare i genitori».
È vero che il difetto del vostro sistema sta invece nell’omogeneità sociale creata dall’eccesso di sussidi pubblici?
«Purtroppo sì, bisogna togliere un po’ di regole per liberare la società».
Ma se le donne potranno lavorare meno o scegliere impieghi più leggeri come potranno guadagnare come gli uomini e essere indipendenti?
«Guardi, io sono la tipica donna svedese, voglio lavorare, ma già ora non si raggiungono certe posizioni, e lo stato deve darmi la possibilità di essere indipendente per poter dire al mio compagno se non lo amo più: “Vattene a quel paese!”».
(La Stampa, 16 gennaio 2018)
Antonella Mariani
Stupro pagato o lavoro? Il dubbio che divide le donne. Un libro ripropone con forza la questione dell’abuso che si cela in ogni mercificazione del corpo
«Voglio vedere molte altre donne strappare la verità dalle loro viscere su ciò che la prostituzione gli ha fatto e su ciò che continuerà a causare alle altre donne e ragazze, finché il mondo non prenderà coscienza della pura e semplice immoralità di tutto questo». Rachel Moran oggi ha 42 anni. Ne aveva appena 15 quando, dopo un’infanzia segnata dalla povertà e dal disagio mentale dei genitori, iniziò a vendersi per strada nella sua città, Dublino. L’esperienza devastante della prostituzione è durata 7 anni, fino al 1998, poi Rachel riuscì a venirne fuori, si rimise a studiare, e ora è giornalista e dal 2011 attivista femminista anti prostituzione.
La sua vicenda è raccontata in un libro crudissimo, di forte denuncia, che non risparmia nulla al lettore. Fin dal titolo: Stupro a pagamento: la verità sulla prostituzione(Round Robin, pagg. 384, euro 16). Pagina dopo pagina Rachel descrive le umiliazioni subite dai clienti, la lenta devastazione della sua personalità, il sentirsi uccidere interiormente a ogni rapporto, ed espone la sua teoria sulla prostituzione: non si può tollerare la compravendita del corpo femminile, perché alla base dello scambio sesso-denaro c’è una relazione diseguale. La prostituzione è sempre «abuso sessuale pagato», così come è insita in essa la distruzione della personalità della donna, disumanizzata e ridotta a cosa. E questo riguarda tutte coloro che vendono il proprio corpo, anche chi si trova, per così dire, negli scalini più alti della scala gerarchica e anche chi è convinta di esercitare una “professione” per libera scelta: la “squillo”, la “escort”, la “prostituta d’alto bordo”… sono vittime di una «mistificazione che fa comodo agli uomini che pagano per fare sesso», scrive Moran. L’umiliazione subita ogni giorno è uguale per tutte e in tutti i segmenti di mercato.
Moran in questi mesi sta girando l’Europa per presentare il suo libro e l’associazione che ha creato nel 2012, Space International, che lotta perché la prostituzione sia riconosciuta come «sfruttamento sessuale radicato nell’abuso» e, di conseguenza, per la criminalizzazione della richiesta di rapporto sessuale a pagamento, cioè dei clienti. Space international (Survivors of Prostitution Abuse Calling for Enlightenment – Sopravvissuti agli abusi sessuali che chiedono una via di uscita dalla loro condizione) ha sede in Irlanda, dove è nata, e sportelli negli Stati Uniti, in Francia, Danimarca, Germania, Canada, Sud Africa, Australia e Regno Unito. Le attiviste difendono il modello nordico “proibizionista” che dalla Svezia, dove è stato introdotto nel 1999, si è diffuso in Norvegia (nel 2009), in Islanda (2009) ed è attualmente in discussione in Irlanda, Israele, Gran Bretagna, Finlandia e Francia.
Dopo aver letto Stupro a pagamentonessuno potrà più dire a cuor leggero che quello sessuale è un lavoro come tutti gli altri e che prostituirsi può anche essere una scelta. Perché anche se lo fosse – e nel «mercato» attuale lo è in una percentuale irrilevante – come documenta Moran nel suo libro, non c’è prostituzione senza abuso. In quale lavoro l’abuso sessuale fa parte del contratto? L’espressione asettica inglese sex work, usata soprattutto nelle agende politiche di chi sposa il modello della regolamentazione della prostituzione «alla tedesca», nasconde ciò di cui si tratta veramente: mercificazione del corpo femminile.
Per quanto riguarda l’Italia, l’elaborazione del pensiero femminile e femminista sulla prostituzione è debolissimo, e forse anche per questo il dibattito politico, come si è visto in questi primi giorni di campagna elettorale, è incapace di andare oltre la promessa di riapertura delle case chiuse, mentre diversi sindaci, da Rimini a Firenze, fino a Ferentino, emanano ordinanze – anche se talvolta pasticciate – per punire i clienti. Una parte consistente del mondo femminista, pur di rimanere fedele allo slogan «Il corpo è mio e lo gestisco io», sembra essere incapace di cogliere quanta ingiustizia, discriminazione, sopraffazione e sfruttamento ai danni delle donne ci sia nella prostituzione, oggi come ieri. O perfino di più. La ‘geografia’ della prostituzione in pochi decenni è profondamente cambiata: ora sulle strade ci sono le giovanissime, prima dell’Est Europa, poi africane. Tra le 50 e le 70mila ragazzine, secondo la Caritas, quasi tutte minorenni e quasi tutte schiavizzate. Difficile parlare di scelta, come ha scritto mercoledì 17 gennaio su queste stesse pagine don Aldo Buonaiuto della Comunità Papa Giovanni XXIII. Di fronte alle proposte di riaprire le case chiuse, si chiedeva don Aldo, «dove sono le donne per le donne?».
Coincidenza, sabato 20 gennaio la Casa internazionale delle donne di Roma ospita un incontro dal titolo «Sex work is work» (senza nemmeno un punto interrogativo, a seminare qualche dubbio), a cura del collettivo Spazioincontro, con l’obiettivo di «interrogare i femminismi sulla reale capacità di inclusione verso tutte le differenze che li attraversano e verso realtà sociali e umane che necessitano di un riconoscimento». Tra gli interventi previsti c’è quello di Pia Covre, che nel 1982 insieme a Carla Corso fondò il Comitato per i diritti civili delle prostitute e ancora si spende, a 70 anni, per l’abolizione della legge Merlin e la riapertura delle case chiuse. Covre sarà accompagnata dalle «sex workers» di Ombre Rosse, che nell’ottobre scorso contestarono duramente, sempre alla Casa internazionale delle donne, la posizione di Rachel Moran, invitata a presentare ‘Stupro a pagamento’.
La linea di Spazioincontro è condivisa da un’altra grande realtà emergente del mondo femminista, il movimento NonUnadiMeno, che nei mesi scorsi ha elaborato un corposo Piano «contro la violenza maschile sulle donne». Il documento contiene una enorme contraddizione: da una parte una giusta preoccupazione per le vittime della tratta delle donne, dall’altra la rivendicazione del diritto delle «sex workers» di ottenere «strumenti di informazione, di prevenzione e di cura che sappiano tutelarne l’autodeterminazione e la libertà di scelta». Lo sfruttamento del corpo femminile, insomma, per le donne di NonUnadiMeno non è un male in sé, anzi può diventare un’espressione di libertà (Quale libertà, se a essere messa in vendita è la propria personale, intima dignità di donna?).
Uno scenario che non ha nulla di progressista e che oggettivamente è fonte di imbarazzo nel mondo femminista. Laura Piretti, una delle due neosegretarie dell’Unione donne italiane, la più gloriosa e storica tra le sigle femministe italiane, ad Avvenire spiega che «l’Udi non potrebbe mai accettare la definizione di sex workers». Detto questo però, nessuna presa di posizione unitaria contro la prostituzione. «Abbiamo bisogno di parlarne più a fondo», ammette Piretti. Ancora più difficile la posizione di una cooperativa sociale impegnata nella lotta alla tratta delle donne come Be Free, che aderisce alla Casa Internazionale delle donne, all’Udi e a NonUnadiMeno: come si concilia l’idea che «sex work is work» con l’assistenza, tutti i giorni, a decine di ragazze schiavizzate dai “papponi” e usate dai clienti per un corrispettivo di 7 o 10 euro a rapporto? Non si concilia, appunto, tanto che la stessa Oria Gargano, responsabile di Be Free, che collabora anche con Slaves no more (Mai più schiave) della missionaria della Consolata Eugenia Bonetti, ammette: «Sulla prostituzione c’è una serie di sfumature; abbiamo evitato di affrontare il tema in profondità perché il movimento rischia di spezzarsi».
In questo arcipelago di sigle e di posizioni, ma in fondo anche di reticenze, è nettissima la posizione di Arcilesbica: il «sex work» è prostituente. Senza se e senza ma, così come è di «cattivo gusto» organizzare un incontro per celebrare la prostituzione alla Casa delle donne proprio nella sala dedicata a Carla Lonzi, fiorentina, scomparsa nel 1982, una delle colonne del movimento femminista, che scrisse questa frase divenuta celebre: «Il femminismo mi si è presentato come lo sbocco tra le alternative simboliche della condizione femminile, la prostituzione e la clausura: riuscire a vivere senza vendere il proprio corpo e senza rinunciarvi». Arcilesbica ha avuto il coraggio di dirlo chiaramente, e gliene va dato merito. In fondo la battaglia contro la prostituzione ha la stessa matrice di quella contro l’utero in affitto. In nome della dignità della donna, contro ogni sfruttamento.
(Avvenire 19 gennaio 2018)
24-25 febbraio 2018
Napoli
Il programma:
24 febbraio
Sede: Santa Fede Liberata/Bene Comune
Via San Giovanni Maggiore Pignatelli 2 – Napoli
ore 15-19.30 Convegno delle Città Vicine
ore 20 cena a Santa Fede
ore 21.30 concerto di Ardesiaband “Di donne incandescenti e trasversali”.
25 febbraio
Sede: Casa delle donne di Napoli/Bene Comune
Rampe San Giovanni Maggiore Pignatelli 12 – Napoli
ore 10-13.30 Convegno delle Città Vicine
ore 14 pranzo alla Casa
ore 15.30 Conclusione e saluti
Per informazioni logistiche e sul convegno mandare una mail a:
studifemministi@gmail.com
Due giorni a Napoli per discutere, confrontarci, tessere e nutrire nuove e antiche relazioni all’insegna di ciò che significa oggi aprire nuovi varchi alla conoscenza e alla politica a partire dalla recente pubblicazione del libro L’Europa delle Città Vicine (a cura di Loredana Aldegheri, Mirella Clausi e Anna Di Salvo, Mag edizioni, Verona 2017). Nei luoghi del nostro abitare, si iscrive la memoria di una storia che troppo spesso è rimasta sconosciuta e che possiamo far affiorare ricucendo le storie singolari alle storie collettive e accogliendo le voci di coloro che hanno desiderio di un altro tipo di civiltà. Se la memoria risponde al nostro bisogno di radicamento, allora interrogare l’altro volto dell’Europa e le potenzialità in atto che molte città in questo momento presentano con le loro scelte, offrirebbe una riflessione anche per chi governa Stati e Nazioni. Assumere tali potenzialità come punto di riferimento imprescindibile, pur nelle diverse letture che ne diamo, significa riconoscere che si tratta di esempi concreti di tessitura per un mondo altro. Vorremmo riflettere altresì su tutti quei luoghi resi “comuni” per ripensare le forme di governo, le modalità di amministrare e di prendersi cura di ciò che appartiene a tutte e a tutti.
Abbiamo scelto Napoli perché vi si sperimentano nuove forme di gruppi e associazioni in spazi da troppi anni abbandonati e ora trasformati in una preziosa risorsa. In questa città si è infatti aperto uno spiraglio che ha consentito, e consente tuttora, di ricomporre una trama che rende vitale lo spazio urbano. Ci concentreremo su quelle esperienze e pratiche politiche fondative che stanno rendendo protagoniste molte città e reti di città, sulle forme di governo intraprese e sulle modalità relazionali e condivise nell’amministrare. Città con nuovi volti e sempre più spesso amministrate da donne come, ad esempio, Barcellona con la sua sindaca Ada Colau. È possibile occupare la scena del mondo con la forza del proprio entusiasmo e del proprio desiderio. La potenza viva e trasformatrice di queste pratiche ci mostra importanti espressioni di creatività, di forme di convivenza e di governo coraggiose e inedite. Così come ci mostra il profondo senso innovativo e politico dell’arte (street-art e public art, per citarne solo due) che, in alcune città, ha consentito di dare vita a veri e propri centri, teatri e scene privilegiate di questa espressione di cambiamento. Tali esperienze aprono dei varchi di grande originalità nel processo culturale e politico che hanno bisogno di essere condivise e riconosciute perché testimoniano di ciò che sta accadendo nella vita collettiva e relazionale.
Siamo altresì convinte che l’Europa, per ritrovare se stessa e la propria radice, debba ripartire dal suo mare. Il Mediterraneo delle due rive, congiunzione tra Oriente e Occidente, è una questione di luce e l’Europa non può perderla definitivamente a favore di un’oscurità che ha già segnato negativamente e dolorosamente la sua storia. Ecco perché la trasformazione del tessuto politico, sociale ed economico non è più demandabile e la dobbiamo prima di tutto a noi stesse/i. Ma per fare questo è necessario tirare fuori tutta la nostra radicalità e il nostro coraggio. Come quello, alquanto esemplare, del sindaco di Riace, Domenico Lucano che ha messo in atto un tipo di accoglienza e di interazione delle/dei migranti assolutamente inedita e di grande lungimiranza con il validissimo sostegno di Chiara Sasso, organizzatrice del Riaceinfestival. Se l’ordine economico attuale, per quanto si dispieghi come “razionalità politica”, è disordinato, crea condizioni caotiche e ingiuste che accrescono diseguaglianze tali da produrre danni irreparabili al mondo intero e alla nostra stessa psiche, si tratta allora di affinare i nostri pensieri alfine di scalzare questa egemonia, di indebolire al massimo la “presa” razionale e patriarcale sul mondo cui ci chiedono di conformarci silenziosamente. Sentiamo l’urgenza non di definire, ma di dibattere, di confrontarci su tante questioni durante questi due incontri. Una di queste è: come si può pensare ciò che è impensabile e governare ciò che appare ingovernabile? Un’altra è: come si possono tenere insieme i due termini di contraddizioni di per sé insolubili, la libertà e la necessità, la soggettività e la comunità, l’esistenza e l’economia, la vita del nostro pianeta e la vita di chi lo abita in Europa come in Africa, in Asia e negli altri continenti? E ancora: a quali pensieri e pratiche attingere energia per disfare e non distruggere, per tessere pratiche creative di trasformazione del mondo nel dissesto e disordine attuali?
Una prima indicazione potrebbe essere quella di ricercare nella storia passata pratiche politiche ispirate a uno spirito comunitario e oggi, in tempi di neoliberismo globale e di militarizzazione diffusa, pratiche di reinvenzione proprio a partire dalla politica dei Beni Comuni osservando, narrando e mettendo a confronto ciò che ci giunge da diverse città europee e non solo. A partire dal mondo concepito come un ambiente domestico (Ina Praetorius) potrebbe essere sensato mettere a fuoco le forme di Economia Circolare (Ellen MacArthur) che, se accolte, sostituirebbero quelle di economia lineare degli ultimi due secoli: varrebbe la pena di confrontarsi a questo proposito su pratiche e interventi in atto che trasformano modi di pensare e di vivere nelle nostre città e, quindi, provare a riflettere sui mutamenti che questo altro modello di economia, cui aderiscono molte imprenditrici anche italiane, sta producendo. La nostra conoscenza dell’ambiente domestico ci aiuta a riflettere su come fare gestione partecipata e diretta da un rinnovato senso dell’autonomia politica, dal superamento di una sempre più ingessata rappresentanza, dall’invenzione di usi civici non esclusivi ma condivisi nella relazione e nella partecipazione. La scommessa sta nel concepire pratiche e forme altre del vivere collettivo e di ripensare l’umano sempre dentro un processo d’interdipendenza e mai in un processo autoreferenziale e solitario perché il mondo lo si cambia in e nella relazione, cambiando innanzitutto noi stesse/i e il nostro sguardo sulle cose e su ciò che ci circonda.
(lecittavicine.wordpress.com 13 gennaio 2018)
di Carlo Formenti
Il recente dibattito interno al femminismo, testimoniato anche dall’Almanacco di Filosofia di “Micromega”, apre uno spazio per la ripresa delle correnti anticapitalistiche del femminismo, aiutandole a ricavarsi un ruolo egemonico nel movimento delle donne e a contenere l’influenza delle correnti “emancipazioniste” e dell’estremismo “genderista”, che funzionano da vie di penetrazione dell’immaginario neoliberista nel movimento
Sull’ultimo numero del 2017, nel suo Almanacco di Filosofia, “MicroMega” ospita la dura polemica che ha opposto, da un lato, lo storico Vojin Saša Vukadinovič e Alice Schwarzer (direttrice di EMMA, rivista storica del femminismo tedesco), dall’altro, la filosofa statunitense Judith Butler e la sociologa tedesca Sabine Hark[i]. Prendendo spunto da letture dissonanti del noto episodio della notte del 31 dicembre 2015, allorché una folla di immigrati musulmani invase il centro di Colonia esercitando molestie sessuali nei confronti delle cittadine tedesche che festeggiavano il capodanno, i due fronti si sono scambiati accuse di razzismo (Butler – Hark contro Vukadinovič – Schwarzer) e di un relativismo culturale giustificatorio, se non complice, nei confronti delle pulsioni maschiliste dell’islamismo (Vukadinovič – Schwarzer contro Butler – Hark). Al netto della virulenza verbale (con insulti reciproci degni di una rissa fra stalinisti e trotskisti), il confronto sollecita una riflessione in merito a ciò che mi pare caratterizzi buona parte del dibattito teorico, tanto nel campo femminista “ortodosso” quanto in quello dei gender studies, vale a dire una sorta di oscillazione fra cattivo universalismo e cattivo relativismo.
Cercherò di argomentare quanto appena affermato commentando, oltre che i testi sopra citati, la beffa architettata da Peter Boghossian e James Lindasy ai danni delle derive postmoderne negli studi di genere[ii], alcuni passaggi di un recente libro di Judith Butler[iii], un’intervista rilasciata dalla filosofa Luisa Muraro nel 2016[iv], infine un articolo di Nancy Fraser pubblicato su “Micromega” online[v].
Parto dall’esilarante “fake paper” del duo Boghossian – Lindsay. Si tratta di un testo intenzionalmente delirante che i due hanno sottoposto al vaglio di una rivista “scientifica” di studi di genere, ottenendone la pubblicazione in barba alla bibliografia in larga parte falsa, se non inventata di sana pianta, e all’incredibile florilegio di affermazioni insensate (si va dalla tesi che la postura dei maschi che siedono a gambe larghe è il riflesso di un atteggiamento di “stupro dello spazio vuoto circostante”, alla denuncia della responsabilità del pene come “propulsore concettuale del cambiamento climatico”, in quanto quest’ultimo è l’esito inevitabile “di uno stupro della natura da parte di una mentalità maschile predominante”). Gli autori spiegano di aver tratto ispirazione da un’operazione effettuata anni fa dal fisico Alan Sokal, il quale si proponeva di denunciare l’uso improprio di metafore mutuate dalle scienze naturali da parte degli studiosi postmodernisti di scienze sociali (il bersaglio era il gergo dei cultural studies con particolare riferimento agli studi postcoloniali). Boghossian e Lindsay sostengono che, a far accettare come ovvie verità le insensatezze inserite nel loro testo (alcune delle quali formulate ricorrendo al Generatore Postmoderno, un algoritmo creato da Alan Sokal), è stato il tono “moraleggiante” (leggi: la denuncia della natura intrinsecamente malvagia della mascolinità), mentre aggiungono di non nutrire illusioni in merito all’effetto demistificante della provocazione, in quanto il campo dei gender studies è affetto da dissonanza cognitiva, si fonda cioè su certezze aprioristiche che sfidano ogni smentita empirica. Una di tali certezze coincide con la convinzione secondo cui il pene anatomico avrebbe poco o nulla a che fare, non solo con il genere, ma persino con il sesso.
Contro tale dogma si rivolgono a loro volta Vukadinovič e Schwarzer, mettendo in luce come i teorici del gender facciano derivare dalla consapevolezza della storicità dei ruoli di genere, e dall’assunto che dietro di essi non si darebbero alcuna natura né alcuna realtà, la libera e arbitraria modificabilità degli stessi (costoro, scrive Schwarzer in proposito, “scambiano i propri giochi mentali per la realtà, suggeriscono che ogni essere umano può essere, qui e ora, esattamente quello che sente di essere”). Fin qui siamo nell’ambito del dibattito filosofico. Le cose si surriscaldano e assumono valenza politica laddove Vukadinovič sottolinea come dalle rivendicazioni del diritto a essere ciò che si sente di essere, venga fatta discendere la richiesta di “ripulire” testi accademici e letterari, linguaggio quotidiano, fenomeni sociali e problemi politici di tutto ciò che può essere ritenuto offensivo nei confronti di questo o quel gruppo di “emarginati”, fino all’invito a strappare le pagine dei testi incriminati (quando il politicamente corretto tocca vette che evocano sinistri ricordi dei roghi nazisti di libri). E il calore sale ulteriormente laddove alla Butler viene rimproverato di non avere preso una posizione chiara e netta contro “l’orda di Colonia”, un’ambiguità che la filosofa statunitense giustifica con la necessità di tenere conto dell’esistenza di una differenza culturale che – nella misura in cui venisse ignorata – rischierebbe di far slittare l’indignazione femminista verso l’indignazione razzista.
Per cercare di precisare meglio il punto di vista di Judith Butler – a mio avviso più complesso rispetto a quello esposto dai suoi critici nel contesto appena illustrato, ma soprattutto non omologabile a quello degli esponenti più deliranti della gender theory – preferisco fare riferimento, invece che alla breve replica apparsa su “Micromega” (resa meno efficace dal risentimento nei confronti dei detrattori, che vengono persino accusati di “trumpismo”), a uno dei suoi libri più recenti[vi]. Le critiche che Butler rivolge all’universalismo del femminismo mainstream (facendo riferimento, per esempio, all’appoggio nei confronti delle leggi francesi che puniscono le donne che indossano il velo) prendono le mosse dalla convinzione che le donne dovrebbero riconoscere: 1) che esse non sono l’unico segmento di popolazione esposto a condizioni di precarietà e di privazione dei diritti; 2) che la popolazione sussumibile sotto la denominazione minoranze di genere e sessuali (quindi non solo le donne ma la comunità LGBTQ) è differenziata al proprio interno in termini di classe, razza, religione, appartenenze comunitarie linguistiche e culturali. Da questa duplice presa d’atto, viene fatta derivare un’importante conseguenza politica: il movimento femminista dovrebbe diffidare delle forme di riconoscimento pubblico (riconoscimenti, aggiungo io, che oggi gli piovono generosamente addosso da partiti e governi di centro, destra e sinistra, media, canzoni, film, programmi televisivi, aule parlamentari e di tribunale, ecc.) soprattutto se e quando tali riconoscimenti servono a deviare l’attenzione dal massiccio disconoscimento dei diritti di altri soggetti. In conclusione: se Butler parla della necessità, in casi come quello della notte di Colonia, di trovare il modo di portare avanti un discorso antisessista che sia al tempo stesso antirazzista, non lo fa per negare la gravità dell’episodio, bensì perché si ritiene impegnata a indagare le vie attraverso le quali “la precarietà potrebbe operare come luogo di alleanza fra gruppi di persone che, al di là di essa, hanno poco in comune, o tra i quali c’è talvolta persino diffidenza o antagonismo”.
Non discuterò qui le strategie politiche che, secondo Butler, dovrebbero consentire di costruire tale alleanza (personalmente non le condivido, e in ogni caso non sono qui il tema principale). Sta di fatto che, almeno a mio parere, la sua critica a un certo cattivo universalismo coglie nel segno. Nel mio ultimo libro[vii], riferendomi agli attentati terroristici effettuati da immigrati di terza e quarta generazione in Francia, ho a mia volta sostenuto la necessità di non appiattirsi sul coro delle esecrazioni contro il fanatismo islamico in nome dei “valori universali” incarnati dalle democrazie occidentali[viii], rimuovendo, fra gli altri fatti: 1) che molti di quei ragazzi non solo non erano stati assidui praticanti religiosi fino a poco prima di commettere attentati, ma avevano condotto vite simili a quelle dei coetanei occidentali; 2) che in molti casi avevano vissuto esperienze radicali di esclusione e marginalità, alle quali, non solo le élite dominanti, ma nemmeno le sinistre tradizionali avevano saputo offrire risposte; 3) che la scelta di luoghi di consumo e divertimento come bersagli rispecchiava la frustrazione per la loro condizione di esclusi per cui poteva essere letta anche come espressione di un odio di classe (rafforzato dal conflitto razziale) “pervertito” in fanatismo religioso. Ciò non ha nulla a che fare con una “giustificazione” del terrorismo, così come penso che l’invito della Butler di andare al di là dell’esecrazione contro “l’orda di Colonia” non abbia nulla a che fare con una giustificazione della violenza maschilista. Il problema di un certo cattivo universalismo femminista deriva a mio parere dall’eredità che il femminismo degli anni Sessanta – Settanta ha mutuato dalla visione delle sinistre neomarxiste, mettendo in atto una sorta di slittamento dalla classe operaia al genere femminile come incarnazioni dell’interesse generale dell’umanità. Questa visione – variamente trasfigurata – si è perpetuata fino ai giorni nostri in barba alla progressiva disarticolazione delle strutture e delle identità sociali, fino all’attuale frammentazione di soggettività economiche, politiche, ideologiche, culturali, religiose, etniche, sessuali, ecc. Ma la sua riproposizione in condizioni storiche mutate finisce di fatto per sposare i valori dell’universalismo borghese occidentale, con la conseguenza di tracciare confini amico/nemico semplificati, che neutralizzano il groviglio di antagonismi sempre più complessi e intrecciati cui ci troviamo di fronte.
Tutto questo significa che la ragione sta tutta dalla parte di Judith Butler, mentre gli argomenti dei suoi critici sono inconsistenti? Assolutamente no, perché – ancorché più sofisticata di altri e altre esponenti della teoria gender – la visione della Butler incarna l’altro corno della contraddizione che richiamavo poco sopra, vale a dire quello del “cattivo relativismo”. Criticando l’universalismo femminista, la Butler rivendica infatti la propria opposizione a “un pensiero che astrae dalla persona nella sua individualità e dalle circostanze in cui si colloca”. Ma tale affermazione conferma che ci troviamo di fronte al tentativo “estremo e individualistico”, per usare le parole di Luisa Muraro[ix], di assumere nell’identità personale qualunque identità. L’esaltazione delle “singolarità” – che accomuna i gender studies alle correnti mainstream delle teorie postcoloniali, delle filosofie poststrutturaliste e del postoperaismo – è infatti un tratto caratterizzante di quel pensiero “americanizzato” che tende a neutralizzare le differenze «forti» – di classe, genere, etnia, religione, ecc. – sostituendole con la galassia delle microidentità, che vengono fatte proliferare fino a coincidere, appunto, con la singola persona. Riferendosi agli effetti politici delle concezioni egemoni nel campo delle teorie del gender, Muraro ha dichiarato: «è da tanto tempo che mi porto dietro l’idea che si procedesse nella direzione di far fuori la differenza sessuale irriducibile alla logica del capitalismo finanziario»[x]. Tornerò più avanti – discutendo le tesi di Nancy Fraser – su questa tendenza alla neutralizzazione della differenza sessuale da parte del modo di produzione tardocapitalista –, per ora mi limito a sottolineare la lucidità con cui Muraro coglie la contraddizione di un femminismo che, mentre punta alla parità togliendo di mezzo la differenza sessuale in quanto la ritiene la maggior fonte di discriminazione a danno delle donne, non sembra rendersi conto del fatto che “la parità è un concetto mutilante”, e che il carattere delle libertà civili “ha in sé qualcosa di intrinsecamente discriminatorio” che non può essere corretto dall’equiparazione. Il “travestitismo generalizzato” promosso dalla sistematica sostituzione del linguaggio sessuato con il linguaggio gender, rincara Muraro, appare del tutto funzionale ai rapporti di potere che si illude di scalzare (soprattutto perché – chioserei io – una volta frantumate nel pulviscolo delle singolarità, le soggettività antagoniste non sono più in grado di costruire alleanze politiche, in barba ai discorsi di Negri sulla fantomatica “moltitudine” o di Butler sulla non meno fantomatica “alleanza dei corpi”).
Chiudo questa prima parte del mio intervento, ricordando che l’intervista da cui ho tratto le citazioni da Luisa Muraro risale al periodo in cui la filosofa aveva pubblicamente denunciato il business della maternità surrogata come un attacco diretto alla relazione materna, beccandosi (a conferma della furia censoria sopra denunciata da Vukadinovič) l’accusa di “seminare odio contro gli omosessuali”. Sempre in quella occasione, aveva affermato, a proposito dell’illusione di poter scegliere arbitrariamente di essere quello che si vuole/crede di essere: “Cos’è la differenza sessuale? È la vita stessa. Ben prima che apparissero gli esseri umani la vita si è biforcata in maschio e femmina. Vogliamo cancellare questa cosa o la vogliamo tradurre in cultura? Io dico: non buttiamoci sulla differenza sessuale secondo le interpretazioni che di essa abbiamo ereditato. Poniamoci davanti, in tutta tranquillità e libertà, il problema che noi siamo esseri radicati nella vita naturale e la sessualità è eredità che la natura ci affida (sottolineatura mia). Non rimuoviamo questa evidenza e andiamo avanti, al di là di ogni stereotipo, a interpretarla culturalmente”. (…)
Narciso non sapeva niente di narcisismo. Il pastorello vanitoso si sporge per specchiarsi, casca nello stagno e annega. Doveva venire in Italia a imparare dai nostri uomini di spicco. Specchiarsi e, soprattutto, restare a galla, è un’arte. Per esempio, come fa il narciso italiano quando succedono cose notevoli che lo mettono ai margini? Aspetta un po’ che passino ma se non passano, come sta succedendo con il femminismo?
Massimo Cacciari, intervistato sul suo ultimo libro, risponde con una lezione esemplare.
Il suo libro è di argomento teologico ed è il giorno di Natale. Il Professore si vanta di aver fatto una scoperta filosofica, teologica e politica su Maria di Nazareth. L’intervistatore, Nicola Mirenzi, è ammirato ma mostra incredulità. L’intervistato ammette di non essere stato il primo e fa il nome di un grande teologo del passato. L’intervistatore chiede: come mai neanche le femministe si sono dedicate a pensare la grandezza di Maria? Neanche loro, conferma il professore. Dice il falso ma lui non teme che la verità gli secchi la lingua perché non la sa, lui di femminismo non ha mai voluto saper niente con un minimo di precisione. L’ignoranza, però, non basta più con i tempi che corrono, ci vuole un tampone e Cacciari l’ha pronto. Ripete un elogio del femminismo fatto da altri (sempre lo stesso, “ultima vera rivoluzione” ecc.). Intanto pensa: nessuno può lontanamente aver visto quello che ho visto io! E a voce alta dice: le femministe “sono rimaste vittime della lettura maschilista dell’incarnazione, hanno guardato Maria come una figura servile, totalmente oscurata dal rapporto tra padre e figlio, non riuscendo a scorgere quello che c’è oltre”. Questa è la mossa classica dell’intellettuale italiano: s’inventa una posizione “femminista” fasulla, che gli pare verosimile e che trova facile da eliminare.
Termina così l’intervista; la trovate su Huffington Post, che in seguito ha pubblicato l’intervento di Nadia Lucchesi su questo argomento; lo trovate anche qui.
Inventarsi un femminismo finto, dopo quasi mezzo secolo di un movimento che sta modificando i tratti di una civiltà, e uno studioso di chiara fama che crede di poterlo fare impunemente, tutto questo non sarebbe possibile senza la complicità dei suoi pari e dei mass-media che vanno per la maggiore. È questo un andazzo che è durato troppo e danneggia il nostro paese. Da notare però anche, in questo caso, un certo desiderio maschile di mettersi alla luce della differenza femminile. Nadia Lucchesi e le sue amiche sono intervenute a smentire il Professore con molta serenità, come se, sotto le sue arie da grande pensatore, riconoscessero uno dei pastori che andarono alla grotta di Betlemme. (Luisa Muraro)
Il commento di Nadia Lucchesi e amiche all’intervista di Massimo Cacciari
Se i filosofi hanno ignorato Maria, le filosofe ne hanno invece valorizzata la figura, liberandola dagli stereotipi e dalle incomprensioni della tradizione. Penso, per nominarne alcune, a María Zambrano, a Simone Weil e a Edith Stein. Le femministe hanno guardato ben oltre la lettura maschilista dell’incarnazione: come scriveva Luisa Muraro nel 2011 «Data la scarsa conoscenza del femminismo, dovuta più alla novità delle idee che all’ignoranza delle persone, vi capiterà di leggere che noi femministe eravamo contro la figura di Maria. No, non solo la mariologia fu un terreno di coltura del femminismo cattolico, ma anche le agnostiche si sono dedicate a strappare Maria alla devozione di tipo patriarcale. Penso al Magnificat di Rosetta Stella (Marietti)… Di Maria si è enfatizzato il protagonismo, la mobilità, l’autonomia. La sua verginità è stata interpretata in termini d’indipendenza simbolica dagli uomini. Fondamentale è stato l’apporto di Luce Irigaray, che, dagli anni Ottanta, ha contribuito a diffondere un nuovo linguaggio religioso…» (Maria. Il latte della Vergine, Madre di Dio e Dio lei stessa, Il manifesto – Alias, 24 dicembre 2011).
Infatti, Luce Irigaray ha pubblicato nel 2010 «Il mistero di Maria» (Edizioni Paoline, 2010), mentre nel 2002 Nadia Lucchesi aveva dato alle stampe «Frutto del ventre, frutto della mente: Maria, madre del Cristianesimo» (Luciana Tufani, Ferrara 2002).
Nel 2014 si è svolto a Venezia il convegno «Rivisitazione di Maria. Per una teologia in lingua materna», a cura di Laura Guadagnin e Grazia Sterlocchi delle associazioni Settima Stanza e Waves in collaborazione col Centro Donna, mentre a Roma, all’interno del progetto speciale culturale Biblioteche di Roma 2014 «Presenza e mistero di Maria», Annarosa Buttarelli e Suor Michela Porcellato sono intervenute sul tema: «La sovranità di Maria di Nazareth».
Raffaella Molinari e Monica Palma, relatrici di un intervento dal titolo «Maria della Sororità, Nostra Signora Nostra Sorella» continuano il lavoro straordinario di Ivana Ceresa, fondatrice della Sororità, un ordine religioso posto sotto l’autorità di Maria, concepita come figura di donna potente.
Da più di cinquant’anni, inoltre, Angela Volpini diffonde un’immagine di Maria che rappresenta l’umanità realizzata e ci insegna la “via della felicità sulla terra”.
Non parlo dei tantissimi contributi delle teologhe cattoliche e non, che hanno interpretato in modo non tradizionale la figura della Vergine, della Maestra di Sapienza: cito, per nominarne solo una, Elisabeth Schüssler-Fiorenza, teologa statunitense, femminista cattolica, autrice di due opere fondamentali: «In memoria di Lei» (Claudiana, Torino 1990) e «Gesù, figlio di Myriam, profeta della Sophia» (Claudiana, Torino 1996).
(www.libreriadelledonne.it, 19 gennaio 2018)
di Arya Stark
Se nell’ultimo anno non siete vissute sotto un sasso, vi sarà capitato sicuramente di imbattervi in uno strano oggetto mediatico non facilmente identificabile: la pagina Facebook di Freeda. «Il primo media italiano di nuova generazione che si rivolge a un pubblico di donne millennial» – come viene presentato dalle dirette interessate – è divenuto in poche settimane e per tantissime persone una presenza fissa del proprio newsfeed di Facebook (o, per meglio dire, una presenza fissa delle sezioni pubblicitarie a pagamento di Facebook).Freeda è stato senza dubbio il caso mediatico social del 2017 e ha raggiunto in pochissimo tempo un successo e un seguito enorme. Quasi sospetto. Come mai?
Pur esistendo da soli 6 mesi, e non facendo altro che pubblicare post su Facebook o Instagram (non ha un vero e proprio sito, se non per rimandare alle proprie feature sui social), Freeda ha raggiungo un numero impressionante di fan. Ad oggi conta circa 900mila follower e presto supererà il milione: il suo coefficiente di crescita è in costante e rapida ascesa. Giusto per dare il senso delle proporzioni, la pagina Facebook diWired Italia ne ha 780mila, Rolling Stone Italia 386mila, L’Espresso 460mila. Nel mondo dei media italiano giusto dei mostri sacri come Repubblica, Corriere o Vogue hanno più follower (ma hanno anche storie decennali e brand famosissimi).
Rivolgendosi principalmente a giovani donne tra i 18 e i 34 anni, Freeda ha sposato una linea editoriale che è ormai sempre più comune nell’informazione contemporanea che viaggia sui social, cioè quella di avere dei contenuti progettati e pensati per essere fruiti direttamente su Facebook come instant articles. È un po’ il modello usato da AJ+, Buzzfeed o Vice: ridurre al minimo i link esterni e lunghe porzioni di testo e puntare tutto su video di 3 o 4 minuti che partono automaticamente scrollando il proprio newsfeed (e che sono sempre sottotitolati, in modo da poter essere visti anche sul lavoro senza audio) con velocità di caricamento che funzionano bene anche per chi si collega col 3G.
Il nome deriva dalla parola inglese che indica la libertà (freedom) e ricalca foneticamente quello della pittrice Frida Kahlo, figura simbolo dell’autonomia femminile. I contenuti sono infatti coerenti con quel femminismo americano di stampo liberal che vede la libertà femminile come auto-affermazione imprenditoriale ed epopea individuale. Freeda è piena di storie di grandi donne “che ce l’hanno fatta” e utilizza sapientemente tutto l’apparato degli interessi, delle memorie e dei miti della nostra generazione: da Sailor Moon alla Regina dei Draghi Daenerys di Game of Thrones, dalle citazioni di Virginia Wolf agli articoli su Amy Winehouse, fino ad arrivare ai trend lanciati da Rihanna. Non mancano tatuaggi e cucina, per coprire tutto il mercato dei gusti. A prima vista c’è tutto ciò che occorre per rivestirsi di femminismo, ma a ben vedere il progetto ha molta più familiarità a parlare il linguaggio dell’individualismo corporate e tutta l’ideologia del “sii te stessa” o “sii artefice del tuo stile”, piuttosto che le parole della politica e dei suoi conflitti. E così Beyoncé finisce per trovare molto più spazio dei femminicidi o della violenza maschile, che in Italia sono all’ordine del giorno, per non parlare di argomenti meno cool come le politiche sul lavoro o il Jobs Act che però hanno fatto molti più danni alla libertà femminile di alcunché possa accadere a Hollywood. È la stessa Daria Bernardoni, editor in chief del progetto, che in un’intervista afferma che il femminismo di Freedaappartiene alla «quarta ondata», un femminismo cioè «più aperto e inclusivo, che promuove la parità e non la guerra dei sessi», citando ad esempio un’imprenditrice come Sheryl Sandberg o star di Hollywood come Lena Dunham ed Emma Watson, oltre a uomini come Barack Obama o Justin Trudeau, dato che «non si sostiene né l’inferiorità né la superiorità di un genere sull’altro, ma appunto la parità».
E tuttavia i contenuti, per quanto annacquati o sgradevoli, non sono nemmeno la parte più problematica di Freeda. Basta grattare un po’ sotto la superficie e seguire la lezione di The Wire – cioè “follow the money” – per scoprire che Freeda è tutt’altro che una start-up di ragazze millennial che hanno deciso di investire in un progetto editoriale femminista pop. Chiunque abbia un minimo di dimestichezza col mondo editoriale italiano sa che un’azienda che ha ben 31 dipendenti e che pubblica giusto qualche post al giorno su Facebook o Instagram deve avere non solo dei grandi finanziatori e delle grandi capacità di investimento, ma anche un progetto di business che quanto meno desta qualche curiosità.
La società che ha lanciato Freeda è infatti Ag Digital Media e i due (maschi) che l’hanno fondata sono Andrea Scotti Calderini, ex di Publitalia dove dirigeva la divisione Branded entertainment, e Gianluigi Casole che fa parte di Holding Italiana Quattordicesima, cioè, secondo Italia Oggi, «la cassaforte del figlio maschio minore di Berlusconi e delle sorelle Barbara ed Eleonora». Dentro la società che pubblica Freeda ora sono entrati anche Ginevra Elkann (sorella di John e Lapo) e una società che si chiama FW, di cui fa parte il produttore televisivo Lorenzo Mieli (figlio di Paolo Mieli, presidente di Rcs). Quindi insomma, se la superficie di Freeda fa pensare al giornalismo dei social e al femminismo delle ragazze millennial, i soldi che ci sono dietro sono ancora quelli del vecchio capitalismo italiano di Agnelli e Berlusconi.
Ma come mai un’azienda che fa capo alla famiglia Berlusconi e che si occupa di advertising digitale e di commercio online dovrebbe interessarsi a un portale che, per quanto molto popolare, è presente solo su Facebook e in cui si parla sostanzialmente di femminismo pop? La risposta ce la dà candidamente la stessa Daria Bernardoni in un video (che a fronte delle migliaia di re-share dei post di Freeda ha ricevuto invece soltanto qualche decina di visualizzazioni, dove si vede la direttrice editoriale del progetto parlare al 47° Convegno dei Giovani Imprenditori di Confindustria (titolo: “È la New Economy, bellezza!”) tenutosi lo scorso giugno a Rapallo: «Freeda in realtà offre alle aziende la possibilità di entrare in contatto diretto con questo target [giovani donne tra i 18 e i 34 anni] attraverso attività di comunicazione e marketing a 360°. Crediamo infatti che qualsiasi brandche voglia entrare a far parte delle conversazioni delle donne di questa generazione lo possa fare in maniera autentica e rilevante soltanto tramite Freeda, perché Freeda è già il motore delle loro conversazioni».
Il piano, insomma, si rivela chiaro: si tratta di fare un progetto editoriale iper-aggressivo dove i contenuti femministi o pseudo-tali funzionino come cavallo di Troia per diventare parte delle «conversazioni» delle giovani millennial, in modo poi da vendere l’enorme quantità di dati così ottenuti (come dice Bernardoni: «elaboriamo attraverso strumenti tecnologici che sviluppa e crea il nostro team di programmatori interno») alle imprese che vogliono sfruttare quel target per le proprie strategie aziendali. I social network sono ancora una volta un dispositivo biopolitico attraverso cui intrappolare e far diventare merce i nostri dati personali. Il problema è sempre quello: riuscire ad accaparrarsi nuove fette della nostra attenzione, delle nostre conversazioni, del nostro linguaggio. In una parola, delle nostre vite. E usarli contro di noi. Non importa più quale sia il contenuto: il capitalismo dei social network può utilizzare qualunque pretesto e qualunque esca, persino il femminismo, per riuscire a privatizzare – senza che nemmeno ce ne accorgiamo – i nostri stili di vita e le nostre «conversazioni».
Che dietro a Freeda non ci sia nient’altro che una strategia dissimulata di marketing aziendale, attraverso il pretesto del femminismo millennial, lo si vede anche in quelle che paiono essere le strategie di allargamento del gruppo. Al termine del proprio intervento a Confindustria, Bernardoni conclude dicendo che i prossimi passi dell’azienda andranno nella direzione di un’espansione fuori dall’Italia a cominciare da Francia, Spagna e Grecia. Come mai questi paesi del Sud Europa, già messi in ginocchio dalle politiche di austerity dell’Unione Europea, possono essere un terreno fertile per un progetto di advertising digitale dissimulato? «Crediamo che la specificità culturale, che rende questi Paesi di difficile penetrazione per i grandi player americani, rappresenti un forte vantaggio competitivo per un player italiano». Nei processi di estrattivismo biopolitico, la «specificità culturale», che rende un progetto editoriale pseudo-femminista italiano di possibile successo in alcuni paesi del Mediterraneo, può essere il modo per aiutare il capitale italiano a mettere in atto qualche piccola strategia espansionistica. In modo che neanche esso rimanga escluso dal banchetto in cui vengono spartite le spoglie della Grecia.
dinamopress.it, 18 settembre 2017
Nel gennaio 2017, quando abbiamo incrociato la pagina Freeda, abbiamo capito che non poteva essere farina del sacco di un gruppo indipendente, come contrabbandava di essere, tantomeno di giovani femministe. I contenuti si richiamavano a un sedicente femminismo rassicurante e mai controverso.
Era molto difficile capire chi la facesse, una caccia al tesoro: nessun nome, riferimento, redazione… eppure saltava agli occhi che dietro c’erano molti soldi e molta potenza informatica.
Come dimostra la bella inchiesta di Dinamo press, è il progetto di una holding commerciale e finanziaria legata alla famiglia Berlusconi e a Fininvest.
Per noi la sua colpa imperdonabile sta nell’inganno originario: avere occultato a quelle stesse donne che si vanta di rappresentare la propria identità e le proprie concretissime mire. Questa è la differenza tra Freeda e una qualsiasi altra rivista femminile del presente e del passato. Dal momento che una pagina Facebook è “un prodotto editoriale” di tipo nuovo, si può presentare senza i vincoli di trasparenza di una rivista tradizionale.
Il gruppo Freedamedia ha agito in incognito scientemente. È riuscito a catturare un pubblico considerato imprendibile – le famose millennial, donne dai 18 ai 34 anni – intercettando il loro interesse per il femminismo e la loro fiducia nei social come mezzo democratico, con lo scopo preciso di raccogliere un eccezionale numero di profili, cioè di dati, e di offrirli ai potenziali partner commerciali e al mercato dei big data.
A risultati ottenuti non ha più avuto bisogno di anonimato e nascondigli. Il suo team – i due amministratori delegati e cofounder, in perfetto costume da hipster con barbe e tatuaggi, e la direttora editoriale – è venuto allo scoperto qui e là, nei luoghi dell’economia, per vantarsi dell’impresa e incassare il successo del suo modello di business.
Raccontano di volere essere utili alle giovani donne. Chi è utile a chi?
Nonne che muoiono davanti a bambine che imparano cos’è la vita; mogli annoiate in spiagge deserte, ricche signore sole. Nei Racconti ritrovati la voce di una grande scrittrice dimenticata.
Sfilano i luoghi che ha frequentato: Firenze, dove è nata, Roma dove sposa Roberto Longhi e dove fonderà assieme al marito la rivista Paragone. La sua fantasia ha il passo nobile di altre figure novecentesche da Anna Maria Ortese a Lalla Romano, da Elsa Morante a Fabrizia Ramondino.
Racconti ritrovati (La nave di Teseo) mette insieme 46 racconti di Anna Banti, appunto ritrovati lì dove lei, sbadata perché prolifica, distratta perché nobile, li ha dimenticati, nel corso degli anni, dal 1930, quando il suo primo racconto comparve sulle pagine del periodico La Tribuna, al 1985, anno della sua morte a Ronchi di Massa.
Essi sono raccolti da Fausta Garavini, che ne firma la curatela con rigore filologico ma anche con una lacrima nell’angolo degli occhi: la sua prefazione è un racconto nel racconto, è come si leggono le donne tra di loro. Apre e spiega, ma anche rappresenta, questa curatela, un modo affettuoso di custodire un’anima. Pare dire la Garavini in queste pagine: guardate che vi spiego da dove arrivano i racconti così che voi possiate capirli meglio e non profanarli. Prolifica Anna Banti, si diceva, ma soprattutto così impegnata a vivere e così consapevole della vita da non potersi certo permettere di dare importanza ai suoi scritti. Basta leggerne uno qualunque: Anna Banti delle donne, e quindi degli uomini, sa tutto. I suoi personaggi partono da se stessa, lei si usa, piccola Alice, come specchio per guardare la società: quella che le piace e quella che le fa ribrezzo.
Proietta il silenzio delle campagne nella sua vocazione monacale mai esperita, la lussuria dei lupanari diventa tutto il non detto, tutto il non vissuto, l’esperienza mancata.
Così gli opposti creano il senso e il senso dello scrivere racconti così copiosamente e poi dimenticarli nei cassetti è: la vita è troppo frammentata perché la si possa dire una volta sola e per tutte, l’esperienza della vita è la somma dei suoi frammenti. Ecco che quindi dalle pagine dei giornali, dalle prime edizioni di racconti che avrebbe ripreso in seguito, e dai luoghi in cui non ricordava più di aver messo quel tale manoscritto, fioriscono quarantasei nuovi quadri. Sono bambine che crescono e che devono compiere un rito iniziatico, e il passaggio è l’incontro con la morte, quella di una nonna: fu il suo primo racconto questo, inviato a un concorso che non vinse, e in cui, per non arrischiare il suo nome, Lucia Lopresti, usava per la prima volta lo pseudonimo Anna Banti («Del resto il nome ce lo facciamo noi. Non è detto che siamo tutta la vita il nome della nostra nascita», confesserà a Sandra Petrignani). Sono donne pigre che tramano su una spiaggia, in codici segreti agli occhi di chi le osserva, contro o per uomini che credono invece di essere padroni della loro vita. Sono donne annoiate della borghesia romana, o donne ciarliere a passeggio per via Condotti. Sono paesaggi di campagna, di periferia, ma periferie del tempo, come la fine dell’estate, il settembre dopo la villeggiatura, quando il mare si vela d’acqua e il sole non scotta più. Tutto è perfettamente chiaro, cristallino alla lettura e tutto pervaso però di un senso umbratile, che non consente di mettere per sempre a fuoco gli elementi: si muovono in controluce le “personagge” di Banti, così che sia possibile distinguerne le silhouette e mai i volti, perché forse sono età diverse e possibilità diverse del modo in cui si manifestano le donne alle scrittrici donne. È questo effetto a creare un riserbo nobile, un doppio livello di prossimità: ci si è vicini, alla protagonista, perché si conosce come la pensa fin nel midollo che le percorre la schiena, eppure ci si è lontani lontanissimi, perché Banti la fa muovere dietro un velatino che ottunde il boccascena, così da rivelarla solo a tratti. Ci siamo vicini, perché sappiamo cosa vuole dire, eppure ci siamo lontani perché la lingua così tagliata, la penna così sicura ci distanziano, ci dicono di una generazione di scrittrici che ha trovato – solo le donne ci riuscirono, nella seconda metà del Novecento – l’impossibile equilibrio tra il neorealismo e il surreale. I personaggi di Banti sono quasi tutte donne, quasi tutte – dice Garavini, formidabile – “sprecate”.
Che è il sentimento dominante della condizione femminile nel mondo. Intravedere che si potrebbe oltre e non poterlo raggiungere. Ma poi ci sono i luoghi dell’infanzia, della vita: Firenze, dove è nata, Roma dove conosce e sposa Longhi storico dell’arte, dove fonderà assieme al marito la rivista Paragone che diresse in alcune sue parti e, dopo la morte del marito, in toto. E c’è, soprattutto, nei Racconti ritrovati, la memoria della guerra. Il ricordo della fame, dell’abbrutimento, e delle figure che spiccano in mezzo alle altre perché non hanno paura. Qui il confronto con le lettere si fa serrato, e il filo della memoria che costruisce, che ripesca per ampliare diventa ordito con quello dell’autobiografia, innestando la propria storia sulla Storia. Lavorerà sempre così Banti, con la fantasia che comanda, distorce e cristallizza: è lo stesso passo nobile di Althenopis di Fabrizia Ramondino, è l’isola che si fa ragazzo di Elsa Morante, ed è L’Iguana di Anna Maria Ortese, ma sono anche i passi vividi de La villeggiante di Lalla Romano, e il salotto di Maria Bellonci.
Per quest’ultima, per la casa dei Parioli in cui Annamaria Rimoaldi la stava detronizzando, ci sono pagine di tenera gelosia. E una punta di disprezzo per gli Amici della Domenica (i votanti dello Strega), che ricorda Il silenzio della ragione di Ortese: e che rappresenta bene il conflitto dell’intellettuale, lì dove sente di aver bisogno di un pubblico d’élite – l’unico da cui si aspetta un attendibile spirito critico, l’unico di cui in qualche modo si fida davvero – e assieme lo rifugge, inquietandosi per quel punto di cerniera che esso ingaggia con la mondanità.
Repubblica, 18 gennaio 2018
di Francesca Visentin
Tra mobbing difficile da dimostrare, discriminazioni e gender pay gap, una certezza avevamo: se il capo ti palpa il sedere in ufficio e in più davanti a testimoni, non c’è dubbio che di molestia sessuale si tratta. Adesso però una sentenza della procura di Vicenza pare dare il via libera alle sculacciate del boss alle dipendenti. “Goliardate”, “gesti camerateschi”, “ma che non sfociano in reato”. Queste le motivazioni con cui la procura di Vicenza ha chiesto l’archiviazione, accolta poi dal giudice, di un’inchiesta per violenza sessuale, molestie e ingiurie a carico di un vicentino, direttore amministrativo in un’azienda di Vicenza.
L’uomo era stato denunciato da una dipendente dopo che per tre volte l’aveva sculacciata in ufficio, davanti ad altri colleghi, accompagnando il gesto con frasi del tipo: «Muoviti a finire quella pratica». Sentite le testimonianze, i colleghi avevano confermato le palpate, ma aggiungendo che «lei non si lamentava». E che «le sculacciate non avevano intento punitivo». Insomma, un gesto cameratesco, di fatto condiviso dall’ambiente di lavoro. Un modo di fare «sempre apprezzato da colleghi e superiori», così pare si sia giustificato quel capo vicentino. Dicendo che non intendeva umiliare la dipendente, ma al contrario incoraggiala, motivarla sul lavoro. Che esempio edificante di “moderno welfare”: frizzi e lazzi in ufficio, mani vaganti che piombano sul sedere delle dipendenti, come “gesti motivanti”. E i colleghi stanno a guardare. Al massimo sghignazzano. Si adeguando alla “polis aziendale”.
Un aumento di stipendio adeguato al ruolo e alle competenze? Una promozione? Un avanzamento di carriera? Macché. Vuoi mettere la “simpatica” sculacciata sul sedere? Che rivoluzione nelle “tecniche motivazionali”. E pazienza se la donna ha più volte ripetuto di sentirsi umiliata sia come donna che come professionista, di sentirsi violentata nel corpo da gesti che nulla hanno a che vedere con un rapporto professionale. Per la procura di Vicenza, che ha accolto l’archiviazione del caso, non c’è reato. Matte risate, semmai. Un po’ di goliardia tra colleghi. Anzi, tra un capo e la sua diretta sottoposta. In una posizione gerarchica (lei) di sudditanza, quindi.
“Goliardia”, così viene liquidata una palpata sul sedere (ripetuta) di un capo alla dipendente sul posto di lavoro, in nome di quell’imprinting culturale patriarcale per cui la femmina è possesso del maschio. E quindi quando è a portata di pacca sul sedere, che male c’è ad allungare la mano? E poi lei, mica si è lamentata. Già. Ha solo denunciato per molestie sessuali. Ogni rapporto non consenziente, dalla pacca sul sedere allo stupro, alla violenza verbale, è ingiustificabile e andrebbe condannato, indipendentemente dal risvolto penale. Così come ogni relazione o rapporto sessuale asimmetrico, cioè fra due persone in una relazione di potere non paritaria, è un rapporto non consenziente.
Ma ripeterlo, ribadirlo, evidentemente non serve. Se a una procura un boss che sculaccia una dipendente sul posto del lavoro suscita matte risate.
(27esimaora.corriere.it 17 gennaio 2018 )
di Francesca Pasini
Loredana Longo spara contro letti nuziali, tavole imbandite, salotti; incendia carte da parati; marchia a fuoco tappeti e velluti di seta. Perché? Forse è una metafora della Sicilia violenta, lei è nata a Catania. Però, una sua foto di una stanza con toilette in frantumi mi aveva fatto venire in mente la disperazione di una donna in una qualunque casa borghese di cattivo gusto.
Allora non la conoscevo ed ero stata prudente: ” è la mia reazione, Lei magari vuole indicare altro”. Oggi penso che Loredana compia un attacco al cuore del sentimento d’ordine non rispettato, o meglio, troppo rispettato.
Qualche mese fa, descrivendo l’opera Tutto è come sembra, per la Vetrina della Libreria delle donne di Milano, mi dice: “Io non sono libera, io mi sento libera”. Ho un flash: la violenza alla quale dà figura è il contrappasso per riconoscere la differenza tra essere e sentirsi libera.
Riconosco nelle sue carte da parati bruciate, tagliate, una metafora dell’ustionante contatto con l’ordine, le regole, e la loro messa in discussione per uscire da quell’eccesso di rispetto che mi aveva fatto immaginare una donna disperata davanti allo specchio, mentre si trucca.
Resto comunque sorpresa dalla sintesi precisa dei resti delle sue distruzioni, dove non si sente il rimbombo dello sparo, non c’è la devastazione incongruente tipica delle armi. Questa “pulizia” è il piede di porco con cui Loredana forza l’immagine per alludere all’essenza della violenza reale e non mitica. Se tutto fosse più polveroso e casuale, sarebbe facile riconoscere la paura e l’inadeguatezza davanti a una pistola puntata contro di te, invece l’ordine con cui conglomera i resti in sculture e installazioni, mi fa provare una cosa, forse più terribile: la seduzione della violenza.
E una seduzione visiva, non ha che fare con un’ipotetica giustificazione. L’ho percepita chiaramente alla sua mostra “Piedediporco” a Milano alla galleria Francesco Pantaleone (fino al 3 febbraio). Vedo che il tabù rispetto al “fascino della morte da arma da fuoco” va oltre i film contemporanei su aggressioni di ogni tipo e si incista nel fondo della retina. Accettiamo quelle immagini perché sono “attutite” dalla finzione degli effetti speciali. Loredana va all’osso della seduzione, non ci sono effetti speciali, ma forme precise, belle, preziose, pulite, non c’è il rifugio dell’orrore fittizio rispetto all’essenza reale e metaforica della violenza.
Nelle figure depurate dal gesto aggressivo, non c’è catarsi, né risposte. C’è un tremendo aspetto seduttivo. È tremendo perché non si può equivocare: quelle figure sono plasmate con la terra cruda della ceramica, ma il colpo finale proviene da un’esplosione.
Due mattoni di ceramica d’oro, cotti al terzo fuoco, trapassati e contorti da un piede di porco si insinuano agli inizi di un muro di mattoni da edilizia rossicci. In un cassone in mezzo a quelli industriali frantumati ce ne sono alcuni, deformati da lei e realizzati in biscotto di ceramica, sono contorti come corpi durante uno sforzo. Anche qui la tentazione legittima di abbinarli ai soprusi e ai crimini dell’industria edilizia, in Sicilia e nel mondo, è forte. Poco lontano, però, il mattone d’oro trafitto dal piede di porco si presenta con la maestà della scultura (Piedediporco, 2017). L’inganno seduttivo non è un commento a lato, è la materia stessa della visione.
Se penso alle Piramidi d’Egitto non riesco a non pensare a quanti schiavi-operai saranno morti, anche oggi gli incidenti sui ponteggi sono notizie quasi quotidiane.
Il mattone d’oro di Loredana mi sembra il simbolo della grandiosa impresa che contraddistingue l’abitare rispetto alle tane e ai nidi dei compagni di pianeta animali. Glorifica la nostra costruzione, è bellissimo, ma… Ma, colpito al cuore dal piede di porco, mostra in simultanea la seduzione dell’oro e l’effrazione. L’impossibilità di separare l’una dall’altra è, ovviamente, il nodo cruciale della violenza. Non è un concetto, è una figura che sta lì, non descrive, non racconta, si fa guardare. Ho visto la forza esplosiva/distruttiva della seduzione.
L’arte visiva fa questo, perché porta a sé.
In mostra ci sono anche, infilzati su delle picche, dodici calchi del suo pugno in ceramica dolce, fatti esplodere prima della cottura (Fist, 2017). Allude alla violenza individuale, emotiva, quella che non si riesce a trattenere e che in genere ci si ritorce contro? Può darsi. Voglio pensarci.
Francesca Pasini
Mostra visitata il 22 novembre 2017
Dal 22 novembre 2017 al 3 febbraio 2018
Loredana Longo, Piedediporco
Galleria Francesco Pantaleone
Via San Rocco 11, Milano
Orari: da martedì a sabato dalle 15.30 alle 19.30
Info: www.fpac.it, info@fpac.it
(exibart.com, 17 gennaio 2018)
I Pm di Milano hanno chiesto di assolvere Marco Cappato sulla morte di Dj Fabo perché il fatto non sussiste. In subordine, hanno chiesto ai giudici di mandare gli atti alla Corte Costituzionale per valutare la legittimità dell’articolo 580 del codice penale che prevede appunto il reato di aiuto al suicidio.
La procura chiederà quindi che l’esponente radicale non venga condannato. Bellissime e molto toccanti le parole dell’aggiunta Tiziana Siciliano. “Sarei davvero stupita – ha detto – se qualcuno qui avesse qualche dubbio sul fatto che Fabiano avesse deciso di mettere fine alla sua vita. Sulla questione del dubbio se ci sia stata agevolazione al suicidio, cerchiamo di capire che cosa sia suicidio e come nasce l’articolo 580. Dobbiamo chiederci a quale vita facciamo riferimento. Quanto artificiali siano delle vite che noi siamo chiamati a difendere. Ho visto dei polmoni respirare da soli su un tavolo, macchine che sostituiscono cuori… ma è vita questa?“.
Inizialmente era stata chiesta l’archiviazione della indagine a carico di Cappato ma poi il gip Luigi Gargiulo aveva imposto l’imputazione coatta e l’esercizio dell’azione penale sostenendo che il memebro della Associazione Luca Coscioni andasse accusato di aiuto al suicidio.
“Noi abbiamo ricostruito la drammatica storia di Fabiano – ha dichiarato Siciliano – che prima dell’incidente conduceva una vita meravigliosa, fatta di possibilità e poi si è ridotta a una serie di gangli di dolore, privato della possibilità di desiderare. Viene da dire, ‘se questo è un uomo’“. “La Costituzione repubblicana – chiarisce infatti – ci ha abituati a credere che un uomo è un pieno fruitore di tutti i diritti della personalità. Dignità è poter essere uomo. Ma come può esserci dignità se non c’è la libertà di esercitarla?”
Secondo la collega di Siciliano, Sara Arduini Cappato non ha avuto alcun ruolo nella fase esecutiva del suicidio assistito di Fabiano Antoniani e non ha rafforzato la sua volontà di morte.
“Anzi lo ha addirittura ritardato cercando di coinvolgerlo nella sua lotta politica per tentare di dargli una nuova prospettiva di vita“.
(Giornalettismo, 17 gennaio 2018)
di Giordana Masotto – Gruppo Lavoro della Libreria delle Donne di Milano
La notizia: con il 2018 in Islanda è entrata in vigore una nuova legge che intende porre rimedio alle discriminazioni contro le donne sul lavoro, in materia salariale e di carriera. Discriminazioni che continuano nonostante le norme sulla parità salariale, che pure ci sono da tempo sia in Islanda sia in Italia (e ovviamente in molti altri Paesi).
Che cosa cambia in sostanza? Fino ad ora un’azienda che viola quel principio di parità corre solo il rischio di essere denunciata. Adesso tutte le aziende islandesi con più di 25 dipendenti dovranno dimostrare che da loro non ci sono discriminazioni: solo così potranno ottenere una certificazione di qualità, codice ISO, che a questo punto le qualifica anche nel panorama internazionale. Non è un optional, è obbligatoria, e hanno solo da uno a 4 anni di tempo, a seconda delle dimensioni, per mettersi “in pari”.
È una notizia in linea con il “femminismo di Stato”, le politiche paritarie/antidiscriminatorie di alcuni governi nordeuropei, che fa seguito a uno “sciopero delle ore non pagate” fatto dalle islandesi. Fa un passo avanti rispetto alla logica dell’azione giudiziaria, che si è dimostrata poco efficace quando si tratta di andare a intaccare cultura, storia e condizioni materiali complesse. Con la nuova norma la parità diventa una qualità di base del contesto lavorativo, nuova e indispensabile per stare sul mercato. Tutto da verificare, naturalmente, quanto le nuove norme siano più cogenti delle precedenti e quanto possano risolvere i problemi. E comunque non si può non tenere conto che stiamo parlando di un contesto, quello islandese, delle dimensioni di… Bari.
Qualcosa che va nella stessa direzione è stato introdotto anche nel Regno Unito. Una legge del 2017 impone alle grandi imprese (oltre 250 occupati) di rendere pubblici, entro aprile 2018, dati che dovrebbero evidenziare le discriminazioni sia dei salari sia di carriera. Pare che per ora i dati stentino ad arrivare.
E in Italia? Il codice delle pari opportunità, fin dal 2006, obbligherebbe le aziende con oltre 100 dipendenti a fare rapporto sul tema. E le Consigliere di Parità, che dovrebbero controllare e agire, sono state istituite già nel 1991. Quello che sappiamo per certo è che di denunce ce ne sono poche.
Ma tutto ciò non ci emoziona più di tanto. Nè la pura logica della paga uguale per lavoro uguale (discriminazione salariale) né quella di quote e percentuali (discriminazione di carriera) possono riassumere la rivoluzione profonda che è in corso.
Alcune osservazioni per focalizzare meglio i problemi.
In primo luogo è indispensabile tenere conto che, almeno in Italia, il gap salariale non sta principalmente all’interno della singola mansione ma tra i diversi settori e ambiti professionali. Le professioni “femminili” nascono meno pagate. Negli anni settanta avevamo osservato che le paghe del contratto tessile (prevalenza donne) erano fino al 20% più basse di quello dei metalmeccanici (prevalenza uomini). Oggi maestre e assistenti sociali, pur avendo titoli di studio superiori, hanno stipendi inferiori a quelli di un operaio specializzato. E così via. Retaggio di un mondo in cui il salario principale era quello del capofamiglia/uomo e quello femminile era considerato complementare.
Le americane, negli anni Settanta, avevano imposto, almeno nelle pubbliche amministrazioni, il sistema del comparable worth ovvero la revisione dei punteggi/livelli di ciascuna posizione in modo da eliminare le differenze discriminanti tra maschi e femmine nel valore attribuito a ciascuna professione: per esempio, sopravvalutazione dello sforzo fisico e sottovalutazione delle capacità relazionali, per cui i giardinieri erano pagati di più delle assistenti sociali.
Ma la cosa più inquietante oggi su questo punto è che alcune professioni che si femminilizzano – come sanità ospedaliera, magistratura – hanno stipendi declinanti. Domanda: si femminilizzano perché sono meno pagate di un tempo o sono meno pagate perché sono una scelta preferita dalle donne?
Di certo sappiamo che le donne contrattano meno sui soldi anche perché hanno a cuore altri equilibri.
E veniamo così all’altra questione di fondo: maternità/paternità e dintorni (cura anziani – che è in crescita – e più in generale tutto il lavoro necessario per vivere). Più donne che uomini preferiscono riduzione/flessibilità di orario; per consentirle le aziende devono (o dovrebbero) riadattare la propria organizzazione del lavoro per rendere ugualmente produttiva una mansione ad orario ridotto/diverso. Spesso questo costo organizzativo – vero o presunto che sia – viene ribaltato almeno in parte sulla lavoratrice, in una sorta di scambio tra “orario friendly” e aumenti retributivi.
La conclusione su questi punti è che solo un’ottica più inclusiva per tutti, uomini e donne, della qualità della vita (Pil o Bil? Prodotto o benessere interno lordo?) potrebbe mettere un po’ di ordine nel benefico sconvolgimento prodotto dalla partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Ribaltando così un rischio diffuso, che attraversa anche tante politiche paritarie: di considerare le donne come vittime-da-risarcire e non come soggetti liberi che chiedono per tutti un più alto grado di giustizia.
Infine, non possiamo non vedere anche ciò che non è quantificabile, ma che importa e molto. Nel lavoro molte cose passano attraverso relazioni tra persone, individui in carne e ossa che prendono decisioni. Che incarnano, più che norme o politiche aziendali, i propri piccoli o grandi poteri. Quando parliamo di discriminazioni, meriti, qualità del lavoro, dobbiamo parlare anche di questo. Come intervenire? Noi pensiamo che la scelta giusta – e lungimirante – sia di valorizzare, nei diversi contesti lavorativi, le donne che hanno consapevolezza della posta in gioco e che pensano in grande. La buona notizia è che ce ne sono sempre di più.
(libreriadelledonne.it, 15/01/2018)
L’autrice del libro (Liguori 2016) Wanda Tommasi, filosofa della Comunità Diotima, offre a partire da sé una narrazione della soggettività contemporanea, ben lontana dall’idea del soggetto artefice della propria sorte. Per delinearne l’immagine si avvale del contributo della Psicoanalisi e del Femminismo e attraversa i temi del desiderio e della vulnerabilità. Questioni rilevanti da discutere in un tempo non più segnato dai movimenti di massa, bensì dai movimenti della soggettività.
Introducono Vita Cosentino e Laura Colombo.
di Sara Gandini
“Gender (R)evolution” (ed.Mursia) è il titolo dell’ultimo libro di Monica Romano, attivista, scrittrice ed esponente trans del movimento LGBT italiano. L’autrice racconta i suoi vent’anni di esperienza di attivista e insieme le storie di chi negli ultimi cinquant’anni ha lottato in Italia e all’estero per il riconoscimento e i diritti delle persone T (trans). Le narrazioni si intersecano anche a letture che hanno rivoluzionato la sua visione delle cose, permettendo una presa di coscienza sul proprio desiderio e sulle lotte politiche conseguenti.
“Sarai una donna per il mondo tra poco, per cui ci sono cose che devi imparare e fare tue. Ad esempio gestire gli uomini con scaltrezza…”, le diceva la madre mentre Romano intraprendeva a 19 anni il percorso di transizione per divenire una donna trans (MtF, in gergo, male to female, da uomo a donna). Il sostegno della madre non le manca e questo è fondamentale per Monica Romano, che a tratti le sembra che il mondo stia cambiando, che si stia cominciato a capire, che la discriminazione sia a un passo dall’essere finita, ma di fronte alle violenze subite da alcune trans il dolore ha la meglio e riemerge la paura che si tratti solo di una illusione. E ci pone una domanda: perché c’è così tanto odio nei loro confronti?
Monica Romano sa bene di cosa parla perché le donne trans sono anche più esposte alle violenze rispetto agli uomini trans (FtM). Questi ultimi si mimetizzano, mentre le donne trans diventano dei bersagli. D’altra parte per il senso comune “una donna che diventa uomo” è molto più tollerata, perché sale nella scala sociale mentre “un uomo che diventa donna”, abdicando al privilegio di appartenere al genere dominante e al potere che ne consegue, è sovversivo rispetto all’ordine patriarcale, quindi imperdonabile.
L’autrice racconta infatti delle violenze subite da alcune “sorelle”, come le chiama lei, vittime del maschilismo e costrette a lavorare nell’industria del sesso. Per molte trans la prostituzione coatta è l’unica via possibile perché il mondo del lavoro è accecato dai pregiudizi.
E così le domande di senso si susseguono lungo il libro: Perché la società non è pronta per noi? Che cosa significa essere transessuali o transgender? Perché siamo quello che siamo? Nasciamo così o lo diventiamo? Per finire con la domanda più dura: la nostra è davvero una malattia?
L’autoironia le salva anche rispetto al rischio di perdersi tra definizioni, categorie e identità che caratterizzano i movimenti per i diritti civili: “gender fluid”, “gender queer”, “intersex”, “androgino”, “bigender”…
Ironia e senso critico sono le loro armi. E così in tutto il libro il ricorso alla medicalizzazione viene problematizzato e denunciati gli interessi dei chirurghi estetici che si approfittano delle fragilità dei/delle trans. La Romano ricorda inoltre che in Italia, così come in molti paesi, il cambio di sesso viene accettato anche senza la chirurgia demolitiva degli organi genitali. Sostiene tuttavia che la modifica del proprio corpo, anche medica, può essere fondamentale per vivere in pace con se stessi, per chi soffre di disforia di genere, ovvero quelle situazioni in cui sesso biologico non corrisponde a ciò che si sente vero e giusto per sé.
Le contraddizioni fanno parte della loro quotidianità: da una parte coniano il termine “euforia di genere” raccontando della gioia di vivere in alcuni momenti di conquiste e di condivisioni, e dall’altra l’autrice confessa il disprezzo che provavano verso loro stessi e il fatto che nessuno di loro sia immune da quel male dell’anima chiamato transfobia interiore.
Lottano per non mancare di rispetto verso se stesse, pur di farsi accettare e cercare redenzione da un presunto peccato originale: quello di cercare di “sembrare donne”. E così festeggiano tutte/i insieme quando qualcuna di loro rinuncia a fare l’operazione e cerca di accettarsi “senza mutilazioni”.
Quello che mi è piaciuto del suo sguardo è l’assenza di un punto di vista morale, di cosa sia giusto o sbagliato rispetto a chirurgie demolitive, terapie ormonali o altro. Stare all’ascolto dell’altra, alla sua verità soggettiva, è la loro pratica, come quella del femminismo che amo. Perché la messa in parola di ambivalenze e contraddizioni porta alla ricerca del proprio desiderio.
“Di quante parole avevamo bisogno” scrive “riprendevamo quel filo della nostra narrazione corale che ci era stato tolto dalle mani, partendo dalle singole storie”. Si rendono conto di avere un vissuto unico di cui devono prendere la responsabilità ed esserne protagoniste anche nella presa di parola.
Anche partendo da questo Romano polemizza con i fautori della cosiddetta “teoria gender”. Sottolinea che non avrebbe avuto alcun senso la sua lotta per essere riconosciuta donna dallo Stato e il suo definirsi donna transgender se la lotta trans fosse quella di cancellare i sessi. Il nominarsi donna trans, oltre a esprimere “la sua identificazione primaria al genere femminile”, come lei afferma, ha una valenza politica. Quando ha cominciato a fare attivismo ha iniziato a definirsi prima di tutto femminista e nomina il problema del maschile spacciato per neutro come un problema che permea tutti gli ambiti della vita, da quello famigliare a quello relazionale nel lavoro, dato che veniamo da una cultura patriarcale. Ribadisce quindi le relazioni politiche con gruppi femministi con cui ha iniziato da anni a creare ponti e alleanze, a partire dalla consapevolezza che il personale è politico e dal riconoscimento del valore dell’autocoscienza: “Noi non performiamo! Noi siamo” afferma la Romano.
Negli anni capisce che questa T, trans, diventa uno status per lei, non più un passaggio. Da allora in poi lei sarebbe stata una donna trans e “l’amore per il proprio corpo un ottimo presupposto da cui partire”, senza bisogno di rinnegare il dato biologico o la storia da cui viene.
Nel libro di Monica Romano ho letto di vite lontane dalla narrazione mainstream per cui i trans sarebbero solo casi umani, la cui vita è “una via crucis senza luce, quasi mistica e vagamente espiatoria.” Qui la fatica lascia spazio alla percezione che quel percorso è in realtà un dono, un viaggio che solo in minima parte riguarda il corpo e che ha regalato loro esperienze e incontri davvero speciali. Da una parte Monica Romano sottolinea l’importanza che nessuno pretenda di universalizzare la propria esperienza, rendendola paradigma, e tuttavia dichiara che le battaglie delle persone transgender hanno portata universale. La loro ricerca a mio parere ha molto a che fare con la ricerca del senso libero della differenza sessuale, fuori da logiche identitarie e biologismi. Monica Romano mostra un percorso personale e politico, a partire dalla riflessione sui corpi e sulla sessualità, che il femminismo secondo me dovrebbe riprendere.
La lettura di questo libro mi ha permesso di entrare in un mondo per me lontano e allo stesso tempo di ritrovarmi in una stimolante sintonia perché la differenza sessuale è un significante, un fatto “da scoprire e da produrre”, come scrivono le donne della comunità di Diotima nel loro primo libro “Il pensiero della differenza sessuale” (La Tartaruga, 1987). Monica Romano racconta di soggettività vive e combattive, molto politiche, e offre spunti da ascoltare e su cui riflettere, per il femminismo e non solo.
(libreriadelledonne.it, 12/01/18)
di Claudio Vedovati
Se c’è un pericolo per le relazioni e la seduzione tra gli uomini e le donne è la caduta dell’eros maschile, schiacciato dal proprio desiderio di potere, e non dalla libertà femminile, che anzi chiede a noi uomini di misurarci anche con il desiderio delle donne e non solo con il nostro. Per il resto a decidere se un approccio è molesto o violento non può essere chi lo fa ma chi lo riceve. Ce la facciamo a riconoscere a una donna questa autorità?
A vedere dalla reazione di soddisfazione e di sollievo di molti uomini per le dichiarazioni di Catherine Deneuve la risposta sembra che no, non ce la facciamo. Come se non riuscissimo a essere all’altezza della qualità della relazione a cui ci chiama la fine del sostegno femminile al patriarcato. Piuttosto che riconoscere autorità a una donna e imparare a stare in relazione con il suo desiderio, vogliamo essere tranquillizzati ed evochiamo istruzioni per l’uso, codici che autorizzano e fissano i limiti, regole che certificano il “diritto” a fare, niente di diverso dal più tradizionale fare tutto da soli. E anche questo uccide l’eros tra le relazioni.
(Facebook, 10 gennaio 2018)
di Ida Dominijanni
La scoperta delle molestie e dei ricatti sessuali in uso a Hollywood e in tutto il mondo del lavoro americano dimostra che questi non sono tempi buoni né per il desiderio né per l’esercizio della sessualità fra donne e uomini. Com’era già accaduto in Italia con gli scandali sessuali d’epoca berlusconiana, quello che viene alla luce non è solo la tentazione maschile perenne all’abuso di potere, che riduce le donne a oggetto da possedere e la libertà femminile a disponibilità di concedersi. È anche, forse soprattutto, una diffusa miseria della sessualità maschile, che scambia potere, favori, assunzioni in cambio di briciole come un massaggio sotto un accappatoio, una masturbazione a cielo aperto, un assoggettamento a una virilità incerta. Una miseria sessuale che è parente stretta di una miseria relazionale, ovvero di una altrettanto diffusa incapacità maschile di relazionarsi all’altra, al suo desiderio e ai suoi dinieghi, alla sua forza e alla sua vulnerabilità, alla sua libertà e alle sue necessità.
Precisamente il cinema hollywoodiano, a ben guardare, ci aveva lentamente abituato, nell’ultimo decennio, a questo progressivo immiserimento, per non dire scomparsa, della sessualità nelle relazioni fra uomini e donne, con un sottile ma percettibile scivolamento dalle scene di sesso passionale degli anni novanta a quelle quasi sempre giocate successivamente su un ambiguo confine fra sesso e violenza, sesso e possesso, sesso e performance. E del resto basterebbe il successo sorprendente, e non a caso contemporaneo al #metoo, di un racconto come Cat person per farsi un’idea dello stato delle cose: in questo caso non c’è ombra di violenza né di molestie, ma la miseria sentimentale è la stessa, l’alfabeto della seduzione è precipitato nel dimenticatoio e ogni passione è spenta.
Quello che sta saltando con il #metoo e il Time’s up è il tappo di silenzio-assenso femminile che copriva questa situazione. A un primo sguardo, certo, si tratta di movimenti contro le molestie e i ricatti sessuali, e contro l’abuso di potere maschile che c’è dietro. Ma com’era già avvenuto in Italia pochi anni fa, la presa di parola femminile ha l’effetto di svelare qualcosa di più profondo, un “dispositivo di sessualità”, per dirlo con l’espressione di Foucault, in cui il desiderio non ha più posto e il sesso è ridotto a contrattazione, ricatto, performance. E da cui è urgente uscire, se i destini della sessualità come espressione libera e creativa della specie umana ci stanno a cuore.
La Francia è la Francia, e pretende sempre di avere l’ultima parola, a costo di far diventare la libertà “libertà di importunare”.
Perciò è del tutto fuori campo e fuori fuoco la reazione, finora prevalentemente maschile nonché prevalentemente italiana, di chi ulula che all’esito del #metoo ci sarebbe l’oscurantismo politically correct di un totalitarismo (sic!) proibizionista e sessuofobico. È vero l’esatto contrario: il #metoo, e in generale la presa di parola femminile contro l’andazzo corrente della miseria del maschile, nasce in una situazione che ha già mandato a morte la sessualità, e forse può farla risorgere, una volta liberata dal dispositivo di cui sopra. Non stupisce che a non capirlo sia, in Italia, lo stesso fronte mediatico, il Foglio in testa, che agitò gli stessi fantasmi liberticidi, sessuofobici e proibizionisti a tutela della “libertà” e della “seduzione” che circolava nelle “cene eleganti” di Berlusconi, già allora paventando e minacciando la fine dell’ars amatoria, la censura della passione, l’inibizione del corteggiamento, e impugnando l’inscindibilità del sesso da una certa dose (quale, esattamente?) di prevaricazione, o l’indecidibilità fra molestia e avance.
Stupisce di più – ma in fondo neanche tanto – che a usare gli stessi argomenti sia adesso un gruppo di donne francesi – intellettuali, artiste, attrici, psicoanaliste, giornaliste, fra le altre una campionessa riconosciuta della seduzione doc come Catherine Deneuve – le quali si lanciano nella difesa della “libertà di importunare, indispensabile alla libertà sessuale”, come se il #metoo avesse già instaurato un regime del divieto dove nessuno può sporgersi sull’altra e nessuna sull’altro, il nemico delle donne sono gli uomini nella loro totalità, la parola femminile, altro che liberarsi, si autoimprigiona in un codice politically correct autoinibitorio, e le donne, altro che guadagnarci qualcosa, si auto-segregano nel ruolo di “eterne vittime dominate da demoni fallocrati”. Potenza dei fantasmi maschili interiorizzati anche dalla mente femminile, o “differenza culturale” francese vs egemonia “puritana” americana? L’una e l’altra cosa, probabilmente, e la seconda non meno influente della prima.
Non c’è donna al mondo che non sappia distinguere un “corteggiamento insistente e maldestro” da uno stupro, come le firmatarie dell’appello francese temono: esse stesse non possono non saperlo. Non c’è persona sana di mente che non possa aver registrato, seguendo le vicende del #metoo o più semplicemente la recente cerimonia dei Golden Globe sotto il segno del Time’s up, che tutto circola fra le silence breakers americane tranne un’autovittimizzazione inerziale e passiva: tutta la faccenda sembra al contrario parecchio empowering, e parecchio liberatoria anche per quegli uomini che la guardano con curiosità e fiducia invece che attaccarsi come Francesca Bertini alle tende di una virilità decadente. E anche questo le consorelle francesi non possono non averlo notato. Ma si sa che la Francia è la Francia, e quand’è in gioco la sacra triade della modernità pretende sempre di avere l’ultima parola, a costo di far diventare la libertà “libertà di importunare”, o, come ai tempi di Charlie Hebdo, liberté d’impertinence, sottospecie opinabile della libertà d’espressione. Ma il politically correct gioca brutti scherzi. Allora fu molto politically correct, e conformista, lo slogan “Je suis Charlie Hebdo”, e molto politically uncorrect, e anticonformista, arrogarsi il diritto di dire “Je ne suis pas Charlie Hebdo”: negli Stati Uniti lo rivendicarono in molti, anche nella stampa mainstream, in nome di una libertà di religione che non poteva essere conculcata dalla libertà di satira. Questione di punti di vista. Del resto, anche i simboli della seduzione non sono eterni e risentono dell’usura del tempo. A dispetto di uno slogan che ha fatto scuola per generazioni di donne, oggi la palma della seduttività passa a chi può permettersi allegramente di dire “Je ne suis pas Catherine Deneuve”.
Internazionale, 10 gennaio 2018
di Pierluigi Battista
Ma allora, a chi dobbiamo dar retta, noi esseri umani di genere maschile, insomma maschi? Stare dalla parte delle star che hanno sfilato in nero sul red carpet della gloria al Golden Globe 2018 oppure con le tre Catherine – Deneuve, Millet, Robbe Grillet – che invece denunciano il clima da caccia alle streghe, il nuovo puritanesimo, l’attacco alla libertà sessuale che si celerebbe dietro la campagna del #MeToo? Cosa fare, come comportarsi, fin dove è lecito spingersi? Adeguarsi, sì va bene. Ma se stessimo esagerando, dicono tanti di noi? E se si salda pericolosamente in un’unica catena la predazione ricattatoria di Weinstein, e poi la molestia, e poi il tentativo di un bacio e di un abbraccio spinto, e poi l’insistenza nel corteggiamento, e poi la seduzione audace e poi il corteggiamento stesso, e poi la timida avance, insomma il «provarci» che è l’antefatto stesso di una relazione? E poi, «provarci», esattamente cosa significa, qual è il limite? E poi, dobbiamo rassegnarci davvero a una infinita, straziante, snervante guerra tra i sessi?
Da qualche mese a questa parte i maschi sono frastornati. Lo sono sempre, ma da qualche mese più del solito. Si sentono sotto attacco, addirittura. Più semplicemente, non sanno più bene, o fingono di non saperlo, qual è il confine, il limite, la soglia da non oltrepassare in una vita che mica è ingabbiata in uno schema lineare e asettico, è complicata, torbida, confusa, fangosa talvolta. Edoardo Albinati ha scritto che essere maschi «è una malattia incurabile». Ma almeno possiamo consolarci con qualche cura palliativa. Proviamo a soffocare il primitivo che è in noi, civilizziamoci. E soprattutto, proponiamo di delimitare il campo della discussione, di mettere un po’ di ordine, si circoscrivere il discorso. Articolandolo in tre capitoli.
Primo capitolo, quello più tremendo: la volenza sessuale, lo stupro. Non facciamola troppo complessa: è, inequivocabilmente, stupro la costrizione a un rapporto sessuale che non potrebbe aver luogo se si rispettasse la volontà della donna che lo subisce. Possiamo renderla più mossa e articolata, ma la violenza sessuale è riconoscibile, netta, chiara. Noi maschi dovremmo tracciare una linea di demarcazione invalicabile con chi commette uno stupro, allontanare i giustificazionisti dall’area della rispettabilità: non sono eccentrici politicamente scorretti, sono dei cialtroni. Chi dice o pensa «se l’è cercata» incarna lo stereotipo dell’imbecille, dice una cosa falsa. Recentemente qualcuno ha avuto l’ottima idea di mettere in mostra i vestiti indossati dalle donne al momento della violenza sessuale: la stragrande maggioranza erano vestiti normalissimi, dimostrando ancora una volta l’assoluta inconsistenza dello pseudo-argomento «se la sono cercata». E se anche fosse, anche chi se ne va vestita in modo cosiddetto «provocante» cerca di apparire bella, desiderabile, seducente, attraente, esercita semplicemente un diritto inalienabile nelle società moderne. Chi sostiene il contrario e nega questo diritto è un imbecille. È troppo dirlo? No, se l’è cercata.
Secondo capitolo, quello più scivoloso: la zona grigia, che poi è quella che attira il maggior numero di maschi, e che non sono nemmeno potenti produttori di Hollywood. Qui i confini, esclusa la violenza come da capitolo uno, sono davvero poco chiari. O forse no: diciamocelo, noi maschi ce la cantiamo, perché lo sappiamo benissimo, lo sappiamo per intuito, sensazione, esperienza, dove sta il confine. E il confine è il consenso. Tutto è più difficile nelle relazioni dove non entra lo squilibrio gerarchico, il rapporto di potere crudo e brutale, nei piccoli uffici, nei negozi, nelle cliniche, negli studi professionali, in tutto il mondo che non ha i riflettori addosso. Tutto diventa più macchiato e sconnesso, c’entrano passioni, ambivalenze, attrazioni, il fascino, la trasgressione, il desiderio senza nome, persino la sfera del dominio e della sottomissione. E qui si capisce l’appello delle tre Catherine: non riduciamo la vita a un freddo decalogo, questo sì, questo no, questo si dice, questo non si dice. Ma si capisce anche che noi maschi facciamo finta di non capire quando il no è no. E se insistiamo, non è perché siamo presi da impulsi sessuali veementi e incontrollabili, ma semplicemente perché mal sopportiamo l’umiliazione del rifiuto. «Ma come, osa resistere al mio fascino?», «Dice no ma in realtà è un sì» e via consolandoci con questa rappresentazione grottesca e auto-millantatrice, se così si può dire, di noi stessi. Questo capitolo si può tenere fuori dalla discussione? La zona grigia può restare grigia, ma il punto del consenso è quello fondamentale. Spingersi oltre, forzando la resistenza altrui, non è un eccitante gioco di ruolo, è una carognata. Tanto lo sappiamo dove si situa quell’«oltre».
Terzo capitolo, il vero punto dolente, quello che è e deve restare il vero oggetto della disputa: l’abuso di potere. Il ricatto per cui o ti adegui alle mie condizioni oppure perdi il lavoro è una roba che noi maschi dovremmo considerare con aperta ripugnanza. Si è sempre fatto? Basta, non si fa più. Il produttore o il regista che scarta la giovane attrice perché non ha ceduto fa schifo, punto. O il luminare medico che fa cacciare la giovane infermiera precaria. O il super capoufficio che estorce un disgustato sì alla sua segretaria. O il direttore di un supermercato con la cassiera con contratto a tempo determinato. Ci sono momenti della storia in cui quello che appariva normale un minuto prima, un minuto dopo appare come una porcheria. Il momento attuale è uno di questi e non credo che ne venga messa a rischio la nostra virilità o la libertà sessuale di tutte e di tutti. Fare i minimizzatori su questo punto è sbagliato. Poi, certo, c’è anche, in qualche caso, il fascino del potere. Poi ci sono quelle che si sono adeguate. Ma tra i diritti fondamentali c’è anche quello di non essere eroiche, di temere le conseguenze, di non saper o di non voler prendere a ceffoni il predatore. Questo diritto è incoercibile. E capirlo è indispensabile, meglio tardi che mai.
(27esimaora.corriere.it, 10 gennaio 2018)
di Federica Ginesu
Emma Ihrer è in piedi, la mano destra chiusa a pugno sul cuore. Sta parlando ad altre donne di diritti, di libertà, di lavoro. È l’ultima donna, in ordine di tempo, a cui Google ha dedicato uno dei suoi doodle qualche giorno fa, il 3 gennaio, per ricordare il 161° anniversario della sua nascita. Ritratta dall’artista Isabel Seliger mentre tiene un comizio e arringa le compagne alla lotta, Ihrer, sindacalista tedesca di origine polacca, attivista femminista è la prima donna del 2018 a essere celebrata dall’azienda tech statunitense che le ha reso omaggio attraverso la modifica del proprio logo.
Inventato quasi per gioco nel 1998 da Larry Page e Sergej Brin, fondatori del colosso dei motori dei ricerca, il doodle commemora eventi culturali, fatti epocali, vite straordinarie. Le cinque lettere che compongono la parola Google diventano sfondo per illustrare e ricordare qualcosa di molto importante. Sempre più donne vengono omaggiate con il doodle che compare per tutto il giorno della celebrazione ed è visualizzabile ogni qualvolta si apre l’homepage del motore di ricerca. Su 136 modifiche al proprio logo che Google ha compiuto nel 2017, 80 sono state dedicate a delle figure femminili che hanno lasciato il segno.
L’ultima italiana omaggiata, il 10 dicembre 2017, è stata Grazia Deledda, vincitrice del premio Nobel per la Letteratura e Google ha proprio scelto il giorno dell’anniversario del massimo riconoscimento conferito alla scrittrice sarda dall’Accademia Svedese per festeggiarla. Un giusto e doveroso tributo a una donna che scrisse in prima persona il proprio destino. Partita dal microcosmo di Nuoro, città della Sardegna che le aveva dato i natali, inseguì il suo sogno vincendo ostacoli e resistenze. Una “self made woman” precorritrice che puntò tutto su se stessa.
Deledda non è l’unica donna forte e indomita che Google ha celebrato. Scorrendo l’archivio dei doodle ci si imbatte in tante altre donne pioniere, quelle che in tutto il mondo hanno tracciato strade e percorsi per le altre. Bessie Coleman la prima afroamericana a diventare aviatrice, Elvia Carrillo che in Messico si batté per il suffragio femminile, Veronika Dusarova prima donna in Russia a dirigere un’orchestra sinfonica; Cornelia Sorabji prima avvocata dell’India e prima donna a studiare a Oxford; l’australiana Henrietta Augusta Dudgale che spronò le donne del suo paese a chiedere pubblicamente l’uguaglianza; la giornalista Claire Holligworth autrice di uno dei più clamorosi scoop della storia: lo scoppio della seconda guerra mondiale. Insieme a loro ci sono fotografe, filosofe, scienziate, mediche, artiste, sportive, femministe di ogni latitudine, paese e continente.
Una costellazione femminile da riscoprire e scoprire. Da cui trarre potere e insegnamenti preziosi. Donne esempio di audacia, perseveranza e rivoluzione. Donne che non hanno avuto paura di osare, di chiedere, di lottare. Donne che hanno combattuto per le altre contribuendo a cambiare il mondo e il suo corso. Donne che devono far parte della memoria collettiva e dei nostri paesaggi interiori perché sono maestre di consapevolezza e libertà, asfaltatrici di ostacoli, stelle polari. Se il più delle volte questi personaggi hanno il doodle dedicato visualizzabile solamente nel Paese di origine, per l’8 marzo scorso, giorno dedicato alla festa della donna, Google ha pensato a un doodle globale. In tutto il mondo ha ricordato 13 donne dalla pittrice Frida Kahlo alla cantante sudafricana e attivista Miriam Makeba.
Strategia di marketing o reale intenzione di promuovere le biografie femminili, la scelta di Google di raddoppiare il numero di doodle dedicati alle donne – erano stati solo 44 nel 2016 – è uno dei risultati del fermento su scala globale portato avanti dal movimento femminista, da tantissime attiviste che studiano e ricercano il passato e la storia per liberare dall’oblio le vite di donne che hanno ancora tanto da insegnare. Non è un caso che uno dei libri più venduti del 2017 sia proprio “Storie della Buonanotte per bambine ribelli” di Elena Favilli e Francesca Cavallo, racconti che hanno come protagoniste donne coraggiose e resilienti che hanno pensato differente rompendo luoghi comuni e stereotipi. E chissà se proprio a queste figure femminili così forti si siano ispirate anche le stesse lavoratrici di Google che hanno mosso causa all’azienda accusandola di comportamenti discriminatori. Una cosa è però certa: quest’anno ci aspettiamo il doodle per ricordare non solo i compleanni di Etta James o Emily Brontë, ma anche i novant’anni dalla conquista del diritto di voto da parte dalle suffragette inglesi e perché no, pure una celebrazione del ’68, gli albori del movimento femminista italiano.
(www.alleyoop.ilsole24ore.com 9 gennaio 2018)
Un momento davvero toccante e, in un certo senso, ‘spartiacque’ del mondo dello spettacolo, quello del discorso di Oprah Winfrey ai Golden Globes 2018. In coda al complesso periodo che ha portato alla luce le molestie di Weinstein e di moltissimi altri protagonist del regno del cinema e della TV, la straordinaria attrice e presentatrice ha voluto dare uno spunto di riflessione.
Ecco come ha voluto ringraziare il pubblico e i colleghi per il premio alla carriera che ha ricevuto durante la cerimonia:
Il discorso di Oprah Winfrey in italiano
Nel 1964 ero una giovane ragazza seduta sul pavimento di linoleum della casa di mia madre in Milwaukee, e guardavo Anna Bancroft presentare l’Oscar per il miglior attore nella 36esima edizione degli Academy Awards. Aprì lalettera e disse 5 parole che hanno fatto letteralmente la storia: “Il vincitore è Sidney Poitier”. Sul palco salì l’uomo più elegante che avessi mai visto. Ricordo che la sua cravatta era bianca, e naturalmente la sua pelle nera. Ed io non avevo mai visto un uomo di colore celebrato in quel modo. Ed ho provato molte, moltissime voltea spiegare che cosa quel momento ha significato per una ragazzina come me – una bambina, seduta sul pavimento con sua madre che tornava stanca a casa dopo aver pulito le case degli altri. […] Allo stesso modo, ci saranno alcune ragazze che in questo momento guardano me diventare la prima donna di colore a ricevere questo premio.”
“È un onore ed un privilegio condividere questa serata con tutte loro, ma anche con uomini e donne incredibili che mi hanno ispirato, sfidato, sostenuto e reso il mio viaggio verso questo palco possibile. […]
Ma sappiamo anche che è l’insaziabile dedizione verso la ricerca della verità assoluta, che ci impedisce di bendarci gli occhi di fronte a ingiustizie e corruzione. A tiranni e vittime, segreti e bugie. Voglio dire che ho considerazione della stampa più di quanto abbia mai fatto in passato, in questo periodo di difficile rotta. Il che mi porta a pensare: quello che so con certezza è che dire la verità è lo strumento più potente che abbiamo. Ed io sono particolarmente orgogliosa ed ispirata da tutte quelle donne che si sono sentite forti abbastanza per parlare apertamente e condividere le loro storie personali. Ognuno di noi in questa stanza viene celebrato per via delle storie che racconta. E quest’anno noi diventiamo la storia. Ma questa storia non riguarda solo l’industria cinematografica. È una di quelle che trascende ogni cultura, geografia, razza, religione, politica o ambiente di lavoro. ”
La storia di Rosa Park e Recy Taylor: “Penso che tutti debbano conoscerla”
“Quindi stasera voglio esprimere la mia gratitudine a tutte le donne che hanno sopportato anni di abusi e violenze perché – come mia madre – avevano figli da mantenere, conti da pagare e sogni da realizzare. Loro sono le donne di cui non saapremo mai il nome. Lavoratrici domestiche, contadine; lavorano nelle fabbriche e nei ristoranti, frequentano l’università d’ingegneria, di medicina, di scienza; sono parte del mondo della tecnologia, della politica e dell’economia; sono le nostre atlete alle Olimpiadi e i nostri soldati nell’esercito.”
E sono anche qualcun altro: Recy Taylor, un nome che conosco e che penso che anche voi dobbiate conoscere. Nel 1944 Recy Taylor era una giovane moglie e madre. Stava seplicemente tornando a casa dopo la messa ad Abbeville quando fu rapita da sei uomini bianchi armati, stuprata e lasciata con una benda sugli occhi ai lati della strada di ritorno dalla chiesa. La minacciarono di ucciderla se l’avesse mai raccontata a qualcuno, ma la sua storia fu segnalata al N.A.A.C.P., dove una giovane impiegata di nome Rosa Parks prese il comando delle indagini sul caso e insieme ricercarono giustizia. Ma la giustizia non era un’opzione nell’era di Jim Crow.”
Gli uomini che provarono a distruggerla non furono mai puniti – continua il discorso di Oprah Winfrey – Recy Taylor è morta 10 giorni fa, poco dopo aver compiuto 98 anni. Lei ha vissuto, come tutte noi, troppi anni in una cultura inquinata da uomini brutalmente potenti. E per troppo tempo le donne non sono state interpellate o giudicate degne di ascolto se solo provavano a dire la loro verità davanti al potere di questi uomini. Ma il loro tempo è finito. Il loro tempo è finito.”
Ed io spero solo che Recy Taylor è morta sapendo che la sua verità – come la verità che ogni altra donna che è stata tormentata in questi anni, o che magari lo è ancora adesso – è ancora in marcia. Era da qualche parte nel cuore di Rosa Park circa 11 anni dopo, quando ha preso la decisione di sedersi su quel bus a Montgomery. Ed è qui in ogni donna che decide di dire “Anche io”. Ed ogni uomo – ogni uomo – che decide di ascoltare.”
Nella mia carriera, quello che ho provato sempre di fare al mio meglio, sia in televisione che attraverso i film, è stato dire qualcosa su come uomini e donne si comportano davvero: spiegare come proviamo vergogna, come amiamo e come ci arrabbiamo, come sbagliamo, come ci riproviamo, come perseveriamo, come superiamo.
La speranza di un nuovo giorno e il ringraziamento agli uomini e le donne che lottano per questa nuova alba
Ho intervistato e ritratto persone che hanno resistito alle cose più brutte che la vita possa buttarti addosso, e la qualità che sembravano avere tutte in comune era quella di saper conservare la speranza di veder sorgere un mattino più radioso – persino durante le notti più buie.
Quindi voglio che tutte le ragazze in ascolto sappiamo che un nuovo giorno è all’orizzonte, e quando questo nuovo giorno finalmente albeggerà, sarà merito di moltissime splendide donne, molte delle quali sono qui in questa sanza stasera, e alcuni uomini fenomenali, che hanno lottato molto per assicurarsi di essere leaders capaci di condurci verso quell momento in cui nessun’altra deve dire “Anche io”. Grazie.”
(www.play4movie.com, 8 gennaio 2018)
di Mariangela Mianiti
INTERVISTA. Una conversazione con l’autrice del romanzo «La compagnia delle anime finte», edito da Neri Pozza. «Volevo coniugare uno sguardo fiabesco e violento nello stesso tempo perché amo raccontare gli opposti»
Ho conosciuto Wanda Marasco un pomeriggio dello scorso novembre. Alla libreria delle donne di Milano, Rosaria Guacci e Romana Petri presentano La compagnia delle anime finte (Neri Pozza), arrivato terzo allo Strega 2017. Wanda, che è diplomata in regia e recitazione all’Accademia d’arte drammatica Silvio d’Amico di Roma, legge alcuni passaggi con la sua voce roca da fumatrice e i protagonisti di questa storia incarnata in e con Napoli sbucano dalle pagine come se fossero lì. La scrittura di Wanda Marasco canta.
Di lei Giovanni Raboni disse: «È narratrice e cantastorie di una città in stretto rapporto con i suoi abitanti. Manifesta un’originalità e una profondità d’invenzione linguistica che purtroppo quasi mai troviamo nei romanzi contemporanei, da cui l’autrice si distacca in modo netto e violento».
Quel pomeriggio di novembre provai un desiderio: andare a trovarla dove i suoi romanzi nascono. Lei, che è donna generosa e curiosa, ha accettato mi intrufolassi nella sua intimità creativa che è inscindibile dalla città in cui vive.
Wanda Marasco abita in via Moiariello, a Capodimonte, dove è nata e cresciuta. In via Moiariello ha vissuto Vincenzo Gemito, il grande scultore protagonista de Il genio dell’abbandono, per un soffio non entrato in cinquina allo Strega 2015. A Capodimonte è ambientato La compagnia delle anime finte. La villa che si vede dalle sue finestre è appartenuta ai protagonisti del romanzo cui sta lavorando: Ferdinando Palasciano, medico filantropo precursore della Croce Rossa internazionale, e la moglie Olga Vavilova, principessa russa. Venire qui è come entrare nel magnete ispiratore della scrittrice.
Arrivo in via Moiariello all’ora di pranzo. Wanda, che è ottima cuoca, ha preparato pasta con carciofi e una sua specialità, parmigiana di melanzane alla napoletana. «Com’è?», mi chiede mentre traffica ai fornelli. Buona, e diversa. «Invece della mozzarella ci metto la provola affumicata».
La casa di Wanda parte dal primo piano di un palazzetto con torretta che si affaccia su un parco. Dentro, le stanze sono tutte passanti, persino il bagno, e disegnano un cerchio. Si sale di un piano e c’è il suo studio comunicante con un grande terrazzo, si sale di un altro piano e c’è un solarium. Il mare non si vede, ma se ne sente il profumo. Nello studio, al centro della scrivania affollata di carte e libri un po’ in ordine e un po’ alla rinfusa, spiccano gli autori che sta rileggendo (Puskin, Tolstoj), una rubrica stropicciatissima, gli occhiali appoggiati su fogli scritti con una grafia tempestosa, una Olivetti lettera 32 bianca e un po’ spelacchiata. «Ho un problema agli occhi, non riesco a lavorare al computer per cui scrivo a macchina, correggo a mano. Il mio metodo di lavoro è da contadina: scrivo, correggo, riscrivo fino a due o tre stesure. E poi la carta ridà in modo più veritiero che il video la forza espressiva del linguaggio».
Già, il suo linguaggio. Diverso in ogni romanzo, sa passare dal dialetto al letterario, sgusciare da un tempo verbale a un altro, inventare, come ne Il genio dell’abbandono, una terza lingua potente ed espressiva. Entra nella carne dei personaggi. «Prima ancora che dalla lettura degli scrittori napoletani, Basile, Eduardo, Viviani, Di Giacomo, Russo, mi ha influenzato la lingua complessa di Virgina Woolf, Thomas Mann, Herman Hesse. Penso che il primo personaggio debba essere proprio la lingua perché è mimesi, cioè si plasma, si adatta, si serve di ogni tipo di sfumatura. Costruendolo Il genio, per esempio, ho studiato la scrittura come una partitura musicale, ho pensato al contrappunto, alle voci della personalità scissa di Gemito come al richiamo tra famiglie strumentali che rappresentano tutti i temi presenti: famiglia, arte, follia. Anche nel nuovo romanzo sarà così. Ho già in mente l’inizio, Olga che sale le scale con il suo passo, claudicante a causa di un incidente subito nell’infanzia. Venne in Italia per farsi operare da Palasciano, si innamorarono e lei, per amore, finse di essere guarita. Con questa donna voglio dire verità profonde che riguardano l’universo femminile».
Per esempio?
I temi sono due, la claudicanza dell’umanità e il sentimento delle assenze. Il femminile ha sempre avuto delle assenze: l’uomo che non c’è o non è quello desiderato, la storia senza identità, la famiglia da recuperare, le passioni artistiche o scientifiche cui dare vita.
Ne «La compagnia» definisce le vicine di casa orche. Perché?
Volevo coniugare uno sguardo fiabesco e violento nello stesso tempo perché nulla mi piace di più che trattare gli opposti, e poi c’è la memoria del mio sguardo di bambina. Vedevo queste donne spesso grasse, il volto da vecchie già a quarant’anni, le tinte fatte in casa o da parrucchieri improvvisati, il nero corvino, i capelli stopposi da bambola vecchia, le gambe piene di varici, gonfie. Ero incuriosita dalla loro fisicità repulsiva e attrattiva, la stessa che Rosa sente nei confronti del degrado e della povertà perché sono comunque elementi di conoscenza. Questo aspetto a volte demoniaco me le ha fatte chiamare orche, ma anche con affetto, come fossero personaggi di fiabe che possono essere invadenti, tiranne, pettegole e nello stesso tempo capaci di dolcezza. Queste donne hanno tutte il progetto di amare e, insieme, l’avidità di divorare quello che amano. Si sostituiscono a Crono.
Come Vincenzina, la madre della protagonista, che per mantenere i figli diventa usuraia.
L’usura era una ragnuola diffusa a Napoli nel dopoguerra. In ogni vicolo c’erano piccole usuraie che prestavano soldi alla sorella, al parente, al vicino di casa. Ricordo benissimo anche quella di qui, donna Rinuccia. A lei mi sono ispirata. Dovevo costruire la metafora di Napoli.
Città così complessa che, dopo aver letto i suoi romanzi, se ne sospende il giudizio.
Napoli è ricchissima di fili rossi, cause della distruzione, valori, imprigionamento, preveggenza. Questa città è un serbatoio meraviglioso e terribile. E poi c’è il tema dell’assenza che qui si sente con una marca donchisciottesca. Se si segue la vita di uno scienziato o medico, matematico, artista, e penso a Mancini, Gemito, Palasciano, hanno sempre davanti un limite insormontabile, un’indifferenza della società, ideali smisurati, una tensione idealistica che arriva alla follia e che da metà Ottocento a metà Novecento è densissima. Scrivendo Gemito ho scoperto che Palasciano fu ricoverato a Villa Fleurent nel 1887 e che stettero insieme in manicomio. Queste congiunture fanno pensare a un tessuto storico che ha reso la creatura umana particolarmente sensibile di fronte, per esempio, all’uomo nuovo che si stava per creare, agli ideali della patria, dell’innocenza dell’arte, al valore dell’educazione. Questa città è fatta da storie fortemente simboliche, è un teatro del mondo.
Parliamo dello Strega. Secondo molti avrebbe dovuto vincerlo lei.
La prima volta, con Il genio, mi aspettavo di entrare in cinquina e ho sofferto parecchio quando non avvenne. Ho scoperto sulla mia pelle che il potere del mercato è una cosa tremenda, come la macchina editoriale. Tutto è un po’ deciso a priori tant’è che almeno da vent’anni non vince il libro migliore, ma la casa editrice più forte. Non è detto che la casa editrice potente non possa presentare libri notevoli, ma a volte, pur avendoli, non li fa concorrere per obbedienza alla domanda di mercato. La commissione centrale non ha ancora il potere di sganciarsi dai grandi gruppi editoriali e quindi c’è un’impasse terribile. Date queste premesse, quest’anno ero preparata e mi sono divertita con ironia osservando tutto ciò che si agitava nell’aria. Però che bello che il comitato centrale abbia votato all’unanimità La compagnia. In ogni caso lo Strega dà maggiore visibilità, porta editori stranieri e queste sono cose positivissime. Alla fine quello che conta non è avere il numero di lettori di Camilleri, ma raggiungerne di nuovi.
Lei ha insegnato per molti anni. Riusciva a scrivere allora?
Poco e per questo a volte entravo a scuola in lacrime. Il rapporto con i ragazzi è stato bello e molto mi hanno dato, ma mi sentivo sempre sottratta, volevo tornare alla stanza da sola.
Perché non ci riusciva?
C’era nella mia vita una difficoltà contingente dovuta in gran parte al fatto di essere donna. Una donna, quando ha figli, ha un senso di responsabilità enorme e non può dire «Me ne vado». Se poi ti capita un’unione dove l’atro non è precisamente un alleato, ma ha paura di perderti a causa delle cose che ami, spesso la vita si trasforma in una battaglia dolente. Tendi a salvare la sopravvivenza degli altri e di te stessa, di mantenere un po’ di dignità, rimandi nel tempo il progetto di te che, nel mio caso, è un demone che mi segue fin dall’infanzia. Ho corso in questa vita una sorta di cancellazione di me che mi ha dato non pochi problemi. Ora posso sorriderne, ma le piaghe ci sono state e la loro memoria oggi è da me considerata una ricchezza che torna non solo nei rapporti con gli altri, ma anche nella forza della scrittura. Ogni volta che ho avuto un problema, un dolore, ho combattuto come un soldato e con una forza deontologica che mi aspettava al varco. Solo dopo essere andata in pensione ho avuto davvero il tempo di dedicarmi alla scrittura.