di Silvia Niccolai
Dice l’articolo 2 della Costituzione: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale».
Al riguardo Augusto Barbera, richiamandosi al pensiero più vitale dei giuristi della sua generazione, scriveva nel 1975: «I diritti di libertà proprio in quanto diritti possono consentire un più facile ingresso dei valori costituzionali all’interno dei rapporti privati». Si pensava, ad esempio, ai diritti del fanciullo nella famiglia; e si teneva presente che le minacce alla libertà non provengono solo dal pubblico potere, ma anche «dall’alienante conformismo del materialismo capitalistico, in grado di funzionalizzare alle proprie esigenze di dominio ogni aspetto della stessa realtà biologica». Si pensava che la libertà trasforma; parlare delle libertà era porre il problema «complessivo dei poteri capaci di restringerle o di tutelarle» (Amato).
Insieme a una domanda di Luisa Muraro («che libertà è quella che produce niente di nuovo?») quelle storiche pagine mi sono venute in mente leggendo l’ordinanza emessa l’8 febbraio dalla III Sezione penale della Corte d’Appello di Bari nel procedimento contro Giuseppe Tarantini e altri, accusati di favoreggiamento, induzione e reclutamento della prostituzione. Il caso è quello, famoso, delle ‘ragazze di Arcore’. Secondo i difensori degli imputati, la legge Merlin, che prevede quei reati, è incostituzionale. Una donna che si vuol vendere esercita una libertà ‘primigenia’, pertanto punire gli intermediari che le trovano i clienti, facilitandola nella sua impresa, lede i di lei diritti ‘naturali’. I giudici fanno propri gli argomenti degli avvocati e rimettono la questione alla Corte costituzionale, che ha il compito di accertare se una legge è incostituzionale, e il potere, nel caso, di annullarla.
Mi sono chiesta se è questa una questione sulla costituzionalità di una legge, o è una questione sulla Costituzione, che revoca in dubbio il cuore del progetto che Aldo Moro chiamò «di convivenza».
Di quest’ultimo, e non tanto della legge Merlin (le argomentazioni dell’ordinanza sarebbero del resto ripetibili tal quali in diversi altri casi, per esempio contro il divieto di gestazione per altri, pochi giorni fa qualificata dalla Corte come «un’offesa alla dignità della donna che mina nel profondo le relazioni umane»), mi paiono attaccate le fondamenta quando si sostiene che “dignità” equivale a “autodeterminazione”, che equivale a libertà di vendersi.
Si pone così nel nulla, direi, il principio che l’iniziativa economica privata, pur libera, non può svolgersi in contrasto con la libertà e la dignità umana (articolo 41 della Costituzione) – con le quali, dunque, non si identifica – per lasciare campo libero all’anti-umanesimo integrale di un capitalismo per il quale limitare l’orario di lavoro lede l’autodeterminazione del lavoratore, che liberamente potrebbe voler lavoratore 24 ore al giorno. Si smarrisce per questa via, mi pare, la differenza tra la libertà e l’abuso. Eppure, una società che non si interroga su ciò che è abuso rinuncia a vivere secondo diritto. E se uno ‘scegliesse’ di morire di lavoro?
L’idea che la escort, siccome non si prostituisce per bisogno, è autodeterminata, suggerisce che chi è nel bisogno non è capace di autodeterminazione: eppure ognuno, quale ne sia la condizione personale e sociale, è eguale nella dignità (articolo 3 della Costituzione). E davvero lo sfruttamento riguarda solo il povero, oppure, come riflette Pateman, avviene tutte le volte in cui, grazie a un contratto, una persona acquista la proprietà di un’altra? Pensando nel primo modo, diviene impossibile cogliere quanto il potere affondi nel ‘privato’.
In vero l’ordinanza, accusando la legge Merlin di essere moralista, per affermare la morale del neoliberismo – in cui fare una cosa per piacere o farla per denaro è lo stesso, dal momento che non c’è piacere che non passi per il denaro, e tutto è lavoro, nel senso di valorizzazione del capitale che uno o una ha a disposizione – sviluppa una visione costituzionale (per me, devo dirlo, anti-costituzionale) molto precisa: la libertà non serve per trasformare i rapporti di potere, tanto meno ha la funzione, prima di tutto spirituale, di porgere l’idea che le cose possono stare diversamente da come stanno. Intorno agli individui che dispiegano le loro libertà non c’è una società che sa e vuole interrogarsi sul senso delle azioni umane. Smarrito il filo della solidarietà – presupposto di un pensiero comune – diviene impossibile capire che la legge promuove la libertà sessuale proprio reagendo all’idea che di essa si possa fare impresa.
Riferita ai rapporti tra donne e uomini, mi pare che un’idea di libertà, che mette il profitto a governare la vita materiale e gli immaginari, e l’indifferenza al posto della solidarietà, lungi dal trasformare i rapporti di potere li riporti parecchio indietro.
L’idea che la escort si ‘autodetermina’, che capta le tesi del sex work, approda nel pronunciamento di un giudice della Repubblica proprio nel momento in cui il mee-too, dal caso Weinstein, dichiara che il mondo sinora si è retto su un patto sessuato, che disciplina le donne fin dalla culla a compiacere l’uomo per ottenere qualcosa per sé. Dichiarare quel patto vuol dire scioglierlo, rivelare ‘il trucco’ (Dominijanni). Ecco escogitata l’opportuna reazione per rimettere le cose a posto: la “nuova” dottrina costituzionale secondo cui proprio facendo come sempre – vendendosi all’uomo – le donne esercitano la quintessenza della loro libertà: che a loro piaccia darsi all’uomo è legge di natura.
Tra gli argomenti dell’ordinanza ne manca uno: una donna impara che le conviene vendersi perché ci sono tanti uomini che la vedono come una cosa che si compra, e intorno a cui si guadagna. La legge Merlin aveva da ridire soprattutto su costoro (che, a proposito di patti su cui si è retto il mondo, avevano trasformato i propri ‘naturali’ bisogni in un’attività regolata dallo Stato).
Alcuni oggi hanno capito che sbandierando la libertà delle donne possono tornare a mettersi più comodi? Legittimare la vendita del sesso serve a legittimare l’atto del comprarlo. Una volta che sia finalmente ‘sdoganato’ se ne potranno trarre profitti ancor maggiori e si potrà liberare chi compra sesso da quel certo stigma sociale, fastidioso in specie per personaggi d’alto bordo che anziché andare con la prostituta di strada ‘noleggiano’ la escort.
Indiscutibile, allora, l’urgenza di teorizzare nuove libertà costituzionali “all’indietro”. Non sia mai che il diritto inviolabile dell’uomo di comprare la donna, del padrone di comprare il servo, sia incrinato da una libertà che guarda a un mondo dove nessuno compra nessuno.
(il manifesto, 8 febbraio 2018)
di Alessandra Pigliaru
Pamela Mastropietro. Lo scenario del disamore assoluto nella rappresentazione mediatica delle notizie relative alla ragazza di 19 anni uccisa a Macerata
Quando il corpo di una ragazza di 19 anni diventa campo di guerra e di complicità maschili, è importante sottolinearne la miseria della rappresentazione che se ne vorrebbe fare. Così è capitato spesso ai corpi delle donne offese, maltrattate, molestate e infine nel peggiore dei casi uccise. Così è accaduto anche a Pamela Mastropietro che come unica colpa ha avuto quella di trovarsi in un deserto umano popolato da mostri. Che hanno un nome e un cognome e che, ricostruendone il tragitto, sappiamo ora anche un’intenzione. Succede che questa ragazza di 19 anni, barbaramente uccisa a Macerata e poi fatta a pezzi e gettata via in due valigie come fosse cose tra le cose, è stata ulteriore oggetto – suo malgrado – non solo prima della morte ma anche post-mortem di narrazioni che hanno dell’irreale. Tra queste spiccano per inutilità quella offerta da Luca Traini, in carcere ora per strage, che ha voluto parlare di vendetta. Come fosse sua proprietà, roba sua, Pamela Mastropietro, è stata utilizzata per nascondere e manipolare la vera ragione della sparatoria: una xenofobia che ha radici tutt’altro che rintracciabili nella vicenda dell’uccisione della ragazza. L’altra che spicca è poi quella relativa all’uomo che nelle ore precedenti l’assassinio avrebbe «trascorso del tempo» con Pamela «portandola a casa sua». A questo punto c’è da domandarsi come si tratta la notizia di un uomo di 45 anni che approfitta di una ragazza di 19, in evidente difficoltà e in uno stato di vulnerabilità estrema. Soprattutto se l’uomo in questione invece di aiutare Pamela Mastropietro, che poche ore dopo quell’incontro ha trovato la morte efferata e tristemente nota, invece di accompagnarla per esempio in qualche luogo a lei famigliare, decide di sfruttarla, portarla in un garage e su un materasso di fortuna consumare un rapporto sessuale con lei in cambio di 50 euro. Come si descrive cioè un uomo così che depreda un corpo già sofferente in una esistenza disorientata e tormentata? Secondo alcune rappresentazioni che ieri è capitato di leggere sulla stampa, questo uomo di 45 anni ha diritto a un ritratto molto generoso – ancorché inessenziale – con espliciti passaggi bucolici misti a un lirismo romantico inaccettabile. Il garage sudicio in cui ha portato una ragazza di 19 anni diventa il retro di una casa in campagna, la «barba da hipster» e «i sandali da francescano» si confondono con le «mimose in fiore» e a chi legge rimane la strana sensazione di un episodio surreale che alla crudezza dei fatti sostituisce l’immagine edulcorata di un malinconico personaggio pseudo-letterario ora pentito con il cuore gonfio di malumore. Questo è lo scenario del disamore assoluto toccato in sorte, che potrebbe essere facilmente schiarito – sulle parole di cura e attenzione che dovrebbero essere utilizzate riguardo la vicenda – da ciò che ha dichiarato la stessa madre di Pamela (costretta a dissociarsi dalle farneticazioni del nazifascista che ha sparato a 6 ragazzi e ragazze di origine africana) e che magari desiderava fare altro, per esempio piangere in santa pace la morte della propria figlia. Che aveva 19 anni. Che è stata fatta a pezzi. E che certo non merita di essere seppellita ancora e ancora.
(il manifesto, 8 febbraio 2018)
Nel clima irrespirabile di una campagna elettorale in cui i partiti sembrano fare a gara a proporre lo sfruttamento del corpo delle donne e la regolamentazione della prostituzione come mezzo di marketing elettorale, assistiamo a un gravissimo sviluppo del processo che vede coinvolto l’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini imputato insieme ad altre tre persone per il reato di reclutamento e favoreggiamento della prostituzione: la Corte di Appello ha infatti accolto l’istanza dei difensori, ritenendo legittimo un rinvio alla Consulta che dovrà decidere sulla legittimità costituzionale della legge Merlin nella parte in cui prevede la punibilità del reclutamento ai fini della prostituzione anche quando si tratta di donne che “scelgono liberamente e volontariamente di prostituirsi”.
Dunque si cerca adesso una scorciatoia per arrivare più rapidamente a un obiettivo che fin dall’anno della sua approvazione il revanscismo maschilista e patriarcale cerca di raggiungere: abrogare la legge Merlin, che tanto ha dato fastidio, abolendo lo sfruttamento legalizzato dei corpi delle donne, penalizzando papponi e tenutarie e privando gli uomini della totale legittimazione del loro essere “clienti” ovvero stupratori a pagamento dei corpi delle donne. Come se in questi decenni che ci separano dal 1958 e dalle contestazioni bipartisan rivolte alla senatrice Merlin non fosse accaduto nulla, come se non fosse mai esistito il movimento femminista, con cui anche le istituzioni e la giurisprudenza hanno in parte dovuto fare i conti, con un indubbio avanzamento dei diritti delle donne e della lotta alla violenza di genere. Per quanto riguarda la prostituzione, ricordiamo che solo quattro anni fa la risoluzione Honeyball del Parlamento europeo l’ha definita “una forma di schiavitù incompatibile con la dignità umana e i diritti umani” [1] proponendo l’adozione in Europa del modello nordico che punisce i clienti e promuove programmi di fuoriuscita delle donne.
Essere contro la prostituzione non significa essere contro le donne che sopravvivono nella prostituzione, per qualunque strada ci siano arrivate: spessissimo la povertà e la costrizione, la minaccia, l’abuso, il disagio. In ogni caso da uno svantaggio: l’essere donne in una società che ci discrimina per quanto riguarda il lavoro, la libertà, le aspettative di ruolo, le scelte in ambito sessuale e procreativo. Significa essere contro un sistema di sfruttamento e violenza sessuale che si avvale del denaro per mascherare da scambio un abuso.
Oggi le donne hanno deciso di portare a termine la loro rivoluzione. Stanno parlando. Parlano le sopravvissute alla tratta e alla prostituzione. Parlano le sopravvissute alla violenza domestica. Parlano le sopravvissute alla violenza sessuale, ai ricatti, alle molestie. E proprio nel momento in cui con più forza le donne stanno smascherando la violenza maschile, la reazione del sistema è di rafforzare il proprio nucleo fondante: il controllo sessuale e riproduttivo delle donne.
Come ci raccontano le sopravvissute alla prostituzione come Rachel Moran di SPACE international (associazione di sopravvissute provenienti da 9 paesi mondiali) [2] che hanno avuto il coraggio di denunciare l’industria del sesso e le violenze legalizzate subite dai clienti, quello della “libera scelta” è un falso argomento. Ci sono donne che senza essere vittime di tratta apparentemente hanno “scelto” in condizioni di povertà estrema o necessità oppure magari alle spalle hanno un passato di abusi infantili subiti che le ha rese vulnerabili e appetibile “merce” di sfruttamento per clienti e/o papponi.
Non ci stupiamo che le pressioni per regolamentare la prostituzione, ovvero eliminare il reato di favoreggiamento per depenalizzare reclutatori, tenutari e papponi, siano enormi da parte del potere patriarcale, dei tanti uomini clienti e della potentissima industria del sesso. È sotto gli occhi di tutti come la regolamentazione della prostituzione in paesi come la Germania e la Nuova Zelanda, che hanno liberalizzato l’industria del sesso (ovvero eliminato il reato di favoreggiamento) con la motivazione di voler migliorare la condizione delle donne nella prostituzione e tutelare coloro che “scelgono liberamente” questa attività, abbia portato viceversa all’esplosione della tratta di donne straniere sempre più occultata (il 90% delle donne nei bordelli tedeschi è straniera, soprattutto dell’Est Europa) [3], abbia reso non perseguibili i tenutari nei cui bordelli sono state scoperte vittime di tratta, abbia trasformato quegli stessi proprietari di bordelli da papponi a rispettabili e potentissimi “manager”, abbia fatto diventare il paese un supermercato del sesso low-cost e meta di turismo sessuale, con grave arretramento nei rapporti tra i generi e con la normalizzazione della violenza sessuale [4]. Tutto questo è documentato da numerose inchieste, studi accademici, testimonianze di sopravvissute che sono state prostituite nei bordelli tedeschi e della Nuova Zelanda [5] e dagli stessi report della polizia impegnata a contrastare il fenomeno tratta, ma ormai del tutto impotente a causa dell’attuale legislazione. Manfred Paulus, un ufficiale di polizia che ha lavorato per oltre 30 anni nell’ambito della prostituzione in Germania, ci rivela come i quartieri a luci rosse siano interamente nelle mani delle organizzazioni criminali. I papponi si nascondono dietro finte aziende come “GmbH & Co. KG“ che varie inchieste hanno rivelato essere gestite dai clan della mafia albanese, russa o dagli Hells Angels [6]. L’unico modo per la polizia di intervenire in caso di prostituzione regolamentata è la denuncia delle vittime stesse che ovviamente vivendo sotto ricatto non possono farlo e in molti casi comunque restano inascoltate. Come in un episodio emblematico che ci ha raccontato Marie, sopravvissuta tedesca e attivista di SPACE: una donna prostituita si era buttata dalla finestra perché era stata picchiata dal suo sfruttatore, lei e altre donne hanno denunciato tutto alla polizia, ma la polizia ha detto che non si trattava di un crimine, ma solo di un incidente sul lavoro in quanto quello che le era accaduto faceva parte dei rischi del suo lavoro, quindi non solo non hanno condannato il suo sfruttatore, ma hanno fatto pagare alla donna sfruttata le spese processuali [7].
Opporsi alla prostituzione significa opporsi a un sistema di oppressione e disuguaglianza; esigere l’attuazione sia di una politica che si occupi di risolvere gli squilibri e le ingiustizie e di rimuovere le cause della violenza sia di una cultura ed educazione che combattano alle radici ciò che produce la cultura del “cliente”. La regolamentazione della prostituzione o la depenalizzazione per gli sfruttatori rappresenterebbero, all’opposto, un rafforzamento criminale della radice della violenza contro le donne. Non solo la prostituzione è come ci ricorda Rachel Moran “stupro a pagamento”, ma è il peggiore degli stupri, perché implica e compra a priori il silenzio della vittima.
Noi di Resistenza femminista, associazione di cui fanno parte anche sopravvissute alla prostituzione, chiediamo con forza il vostro aiuto per fermare questo grave attentato alla legge Merlin e questo tentativo di legalizzare l’attività di reclutatori e papponi. Dobbiamo rispondere con forza e mobilitarci.
Abbiamo una responsabilità verso le generazioni future di donne e uomini. C’è un punto fermo rispetto al quale non si torna indietro se vogliamo davvero sradicare la violenza contro le donne. Quel punto fermo è la legge Merlin. La legge Merlin non si tocca!
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(scarica il volantino da stampare di questo articolo: comunicatoRF-iosonoLinaMerlin)
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[1] http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+REPORT+A7-2014-0071+0+DOC+XML+V0//IT
[2] Rachel Moran, Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, Round Robin editore 2017, traduzione di Resistenza Femminista
[3] https://ec.europa.eu/anti-trafficking/publications/does-legalized-prostitution-increase-human-trafficking_en
[4] http://www.resistenzafemminista.it/abolition-means-love-abolizionismo-e-relazioni/
[5] http://www.resistenzafemminista.it/sei-sopravvissute-alla-prostituzione-della-nuova-zelanda-prendono-parola-contro-lindustria-del-sesso/
[6] https://ressourcesprostitution.wordpress.com/2014/09/03/prostitution-and-human-trafficking-cannot-be-separated-interview-with-manfred-paulus/
[7] http://www.resistenzafemminista.it/intervento-di-marie-merklinger-space-international-sulla-prostituzione-audio/
(www.resistenzafemminista.it 7 febbraio 2018)
di Luigi Ippolito
Cento anni di lotte, cento anni di conquiste: il 6 febbraio del 1918 le donne britanniche (purché sopra i 30 anni e proprietarie di case) ottenevano il diritto di voto. Un traguardo raggiunto soprattutto grazie alle battaglie di un indomito gruppo di militanti, le suffragette, guidate da una figura carismatica, Emmeline Pankhurst. Oggi la sua pronipote, Helen, ha raccolto il testimone di famiglia nell’impegno per i diritti femminili: e in occasione del centenario pubblica «Fatti, non parole», la storia di un secolo di campagne dalla parte delle donne.
Signora Pankhurst, perché questo libro oggi?
«Per me è stata l’opportunità per avere un approccio più riflessivo alla mia eredità. Ci ho lavorato due anni e ho pensato che il centenario sarebbe stato l’occasione giusta per uscire. Ma in realtà il 2018 è diventato un anno simbolico e importante di per sé: è potenzialmente una pietra miliare non per una legge, come allora, ma perché gli atteggiamenti stanno cambiando. Abbiamo tante donne che dicono: così non va, ne abbiamo abbastanza, abbiamo bisogno di un cambiamento. Il #metoo, #timesup, la questione dell’eguaglianza salariale: il libro parla alla realtà di oggi, stiamo assistendo a qualcosa che ha una importanza di per sé: in futuro diremo che il 2018 è stato un anno simbolico per il cambiamento».
Come si rapporta alla bisnonna Emmeline?
«Ciò che ha tenuto alto il mio interesse per la mia bisnonna era la gente, particolarmente le donne, che mi chiedevano: “Hai un cognome famoso, che cosa significa per te?”. Ho avvertito per tutta la mia vita che dovevo continuare quella battaglia perché potevo avere una voce, poiché la gente si interessava a me per il mio cognome. Una volta incontrai una Caroline Pankhurst: cercai di capire se fossimo parenti, ma lei mi spiegò che aveva avuto un divorzio difficile e aveva voluto cambiare il nome preso dal marito, tuttavia non voleva riprendere il cognome del padre. Allora si era detta: “Quale nome ammiro? Pankhurst! Mi chiamerò Caroline Pankhurst!”».
Che rapporto c’è tra le lotte delle suffragette e le battaglie attuali?
«Oggi siamo entrate nella quarta ondata del femminismo. Lo pensavo già prima degli eventi degli ultimi mesi, osservando la crescita di giovani donne che hanno fiducia nel loro femminismo. Ci sono molti paralleli con le suffragette: le giovani stanno ancora sfidando le norme comunemente accettate, non stanno più sfidando le leggi come allora, ma anche adesso ci sono donne che dicono basta, che si mettono assieme e dicono che possiamo cambiare le cose».
A volte sembra però di assistere a un conflitto generazionale nel movimento femminista…
«Una ragazza mi aveva chiesto: “Dovremmo dire grazie o fuck you alle precedenti generazioni di femministe?”. Io dico: tutte e due le cose. Il nostro femminismo è diverso, ma il mio istinto è di stare con le giovani generazioni, perché la battaglia è nelle loro mani, bisogna ascoltare la voce di chi è al fronte più di chiunque altro. Ma comunque direi grazie alle precedenti generazioni».
Che ruolo possono o debbono avere gli uomini nella liberazione femminile?
«Una delle principali ragioni per cui Emmeline divenne politicizzata fu il lavoro e il sostegno di suo marito: nella nostra famiglia gli uomini sono sempre stati coinvolti nelle campagne, noi non andremo da nessuna parte senza includere gli uomini. È possibile avere un modello di uomo mascolino che è anche un vero femminista, abbiamo già uomini femministi nella sfera pubblica, come il sindaco di Londra Sadiq Khan: loro rappresentano una alternativa per gli uomini».
(La Repubblica, 6 febbraio 2018)
Pubblichiamo il documento di sostegno all’appello #DissensoComune
Molte giornaliste italiane delle testate televisive, web e carta stampata hanno firmato una lettera per sostenere l’appello-manifesto lanciato nei giorni scorsi con #DissensoComune dalle donne del Cinema e dello Spettacolo che, a partire dalle denunce di molestie sessuali fatte da alcune di loro, affermano la necessità di un cambiamento del sistema culturale strutturato secondo il modello maschile in ogni settore della società. «È ora di cambiare. Noi ci siamo» scrivono, chiedendo «a direttori e ai colleghi di sostenere questa battaglia di civiltà».
ECCO IL LINK PER FIRMARE IL DOCUMENTO
Con il documento “Dissenso comune” oltre cento attrici, registe, produttrici e donne dello spettacolo italiano hanno lanciato una chiamata pubblica a tutte le donne professioniste, impiegate, studentesse. Un primo, importante passo per dire basta a un sistema culturale che discrimina, penalizza e offende le donne, un sistema in cui le molestie sessuali sono la brutale punta di un iceberg fatto di consuetudini, pratiche di comportamento che va dalle discriminazioni salariali e di carriera in tutti i settori professionali alle relazioni umane sempre condizionate da logiche di potere maschile.
Noi giornaliste italiane vogliamo stare accanto a tutte le donne in questa battaglia. Proprio attraverso il nostro lavoro di informazione e di inchiesta noi vogliamo aprire brecce in questo sistema, indagare e portare allo scoperto i casi di soprusi e abusi sessuali, esattamente come in Usa le giornaliste e i giornalisti delle principali testate sono stati protagonisti nella battaglia contro le molestie, rendendo pubbliche e incontrovertibili le denunce fatte delle attrici.
Perchè se è vero che il problema non è il singolo molestatore, è anche vero che rendere pubblico chi perpetua comportamenti che non rispettano la donna scoperchia le malefatte di questo sistema.
Noi giornaliste siamo parte del cambiamento culturale che le donne italiane reclamano. Lo abbiamo avviato nei media e nelle redazioni dove siamo già in prima linea da anni.
Il nostro lavoro, il nostro impegno per una informazione più degna del rispetto verso la donna e di denuncia contro le discriminazioni che si perpetuano nel modello sociale maschile è uno strumento essenziale per la trasformazione culturale.
Chiediamo ai direttori dei giornali e ai colleghi giornalisti di essere con noi, di sostenere questa battaglia di civiltà.
Noi giornaliste subiamo le stesse disparità di trattamento delle donne di altri settori professionali, incontriamo le stesse fatiche negli avanzamenti di carriera e nelle affermazioni individuali, e in più con il lavoro di comunicazione e informazione dobbiamo fare i conti con le difficoltà a testimoniare e raccontare il coraggio e il cammino delle donne in un contesto culturale univocamente impostato sul modello maschile.
Ci battiamo da tempo con un lavoro quotidiano di informazione contro la macchina della rimozione e del silenzio per una società più equa, giusta e solidale.
Siamo in campo. E’ ora di cambiare
(La Stampa, 04 febbraio 2018)
di Marinella Perroni
La presa di parola pubblica delle vittime di pedofilia e delle donne che subiscono abusi e ricatti sessuali destabilizza e suscita reazioni scomposte, perché interrompe le inique regole del gioco e fa sì che niente possa più essere come prima. Per questo è necessaria.
Quando, nel gennaio 2010, Klaus Mertes, rettore del Collegio dei gesuiti di Berlino, ebbe il coraggio di rendere pubblici i casi di pedofilia che nel corso del tempo si erano verificati all’interno della sua scuola, lo shock è stato grande. Grande e salutare. Ormai, nella diga di omertà che proteggeva all’inverosimile l’orribile devianza che portava il clero ad abusare di bambini e di ragazzi che frequentavano oratori e scuole cattoliche era stata aperta la prima grande breccia.
A partire dalle vittime
Ha così avuto inizio quell’inondazione che continua a travolgere la Chiesa cattolica, con ripetitività agghiacciante in tutti i paesi del mondo, sollevando il velo sui danni causati dalle strategie messe in campo per la formazione del clero, ma anche da una a dir poco distorta valutazione della sessualità umana.
È pur vero, però, che l’unica istituzione che ha dato prova di voler affrontare il fenomeno degli abusi sui minori che affligge l’intero pianeta è la Chiesa cattolica, a cui, in realtà, ne viene statisticamente imputata solo una percentuale minima. Potrebbe sicuramente farlo meglio, le resistenze e gli errori sono troppi e, a volte, ancora molto gravi, ma le denunce hanno ingenerato un circolo virtuoso che, insieme a comprensibili paure, induce anche nuove forme di consapevolezza e nuove pratiche di convivenza tra i sessi e le generazioni.
Anche se sembra ormai inevitabile che durante ogni viaggio apostolico i pontefici debbano fronteggiare undoloroso confronto con vittime di violenza, anche se le forze messe in campo per contrastare il fenomeno sono spesso inadeguate, anche se sembrano inestirpabili forme di dolosa resistenza, anche se tutto questo lascia pensare che la piaga non verrà mai sanata, la dolorosa litania delle denunce impone, giorno dopo giorno, di fare i conti con la questione nodale dello stretto legame tra sesso e potere.
Certo, non è la prima volta che se ne parla, ma è la prima volta che se ne parla a partire dalle vittime perché lanarrazione di qualcosa di antico come il mondo, appunto il rapporto sesso-potere, si apre con il coraggio di una denuncia: quanto avviene non è più scontato, ma impone di sovvertire logiche patriarcali nei confronti dei più piccoli.
Una spinta rivoluzionaria
Ancora più recentemente, un’altra denuncia è diventata virale. Perché mentre alcuni si perdevano nei rivoli dei mille distinguo sulla sua opportunità o sulla credibilità di chi per prima l’ha lanciata, il movimento #Metoo ha preso corpo e, come un fiume in piena, ha messo in crisi quella che veniva considerata una “regola del gioco” che da sempre governa il rapporto sesso-potere.
Il governo inglese ha tremato. Il direttore de La Stampa, Maurizio Molinari, ha scritto:
«Chiunque sbarchi in una qualsiasi città d’America in questo inizio di 2018 si trova immerso in una rivoluzione dei costumi che riguarda i diritti civili di tutti i cittadini: la battaglia delle donne per far cessare gli abusi, di ogni tipo, nei loro confronti. È un’atmosfera che si respira ovunque:…
E, mentre il governo canadese già prevede una divisione delle poltrone per sesso assolutamente equilibrata e l’Islanda ha reso illegale pagare gli uomini più delle donne per uno stesso lavoro, perfino il World economic forumdi Davos si è adeguato chiamando sette donne a dirigere la sua 48° edizione, in cui si è discusso anche di molestie sessuali e del movimento #Metoo. In Italia, proprio in questi giorni anche molte donne dello spettacolo hanno alzato con forza la loro voce.
In un mondo come quello attuale, l’arma della denuncia può favorire spinte rivoluzionarie. Sempre è stato così, certo. Ce lo hanno insegnato il Mahatma Gandhi e Rosa Parks, per ricordare soltanto due dei personaggi: negli ultimi 70 anni, la loro denuncia ha segnato momenti di passaggio epocale nella storia dei diritti umani. Oggi, però, le denunce possono diventare globali. E, soprattutto, nessuno aveva attaccato al cuore il patriarcato mettendo in discussione la più radicale delle schiavitù, quella sessuale.
La lunga gestazione di una nuova coscienza
È vero, siamo solo agli inizi, e la convinzione che, attraverso il sesso, alcuni abbiano il diritto di esercitare il potere sui più deboli è stata solo scalfita. Lo mostrano le reazioni di chi si erge, in un modo o nell’altro, a difesa del sistema: che siano uomini di Chiesa che presumono che la santità del corpo di Cristo venga preservata insabbiando le denunce o uomini e donne che fanno finta di non saper distinguere tra corteggiamento e sopraffazione, tutti dimostrano che, ormai, nulla può essere più come prima.
Da tempo, d’altra parte, il femminismo ha svelato che oggi la rivoluzione non può che passare attraverso unanuova coscienza riguardo a tutto ciò che attiene alla differenza sessuale. Devono finalmente diventare patrimonio comune parole come quelle pronunciate a Davos dal famoso attore indiano Shah Rukh Khan mentre accettava ilcrystal award del Forum, concessogli per le sue campagne per i diritti dell’universo femminile: «Ringrazio mia sorella, mia moglie e mia figlia per avermi fatto capire l’onore di implorare e battersi per il “sì” di una donna».
(www.ilregno.it, 2 febbraio 2018)
“In quanto donna, rappresentante e candidata nelle elezioni politiche nazionali per il progetto politico Liberi e Uguali sento la necessità di ratificare la mia posizione in merito a quanto sostenuto da Laura Boldrini circa la necessità di regolamentare in Italia la cosiddetta Gestazione per Altri (il cosiddetto “Utero in affitto”).” Lo dichiara Irene Strazzeri, candidata al Senato nel collegio uninominale Puglia 5.
La politica delle donne si è sempre contraddistinta per pratiche che non autorizzano a rappresentare tutte le donne, in ogni contesto, incluso quello dei Partiti. Sebbene io abbia condiviso molte delle battaglie contro la violenza e le discriminazioni di genere e in favore di un linguaggio istituzionale adeguato alla rappresentanza di genere, coraggiosamente e autorevolmente portate avanti da Laura Boldrini esprimo il mio dissenso, rispetto alla sua posizione favorevole alla Gpa non solo perché non rappresenta tutte le donne che sostengono a vario titolo LeU ma anche perché la sua tesi non è presente nel programma del movimento.
All’Interno di Liberi e Uguali la discussione su una questione etica così sensibile è ancora aperta, nel rispetto della pluralità. Personalmente dissento da qualunque ipotesi che possa autorizzare o legalizzare una pratica che potrebbe incidere sulla separazione tra i corpi femminili e la capacità riproduttiva in irrimediabile e che non tiene conto dei Diritti dei bambini. Altre donne con varie mobilitazioni in tutta Italia hanno espresso la loro contrarietà, ma la mia vuole principalmente essere una ratifica: LeU non prevede nel suo programma nessuna ipotesi di regolamentazione a salvaguardia e tutela di un confronto che nel merito e per la pluralità delle posizioni in campo non è affatto concluso. Altre sono le questioni che qualificano Liberi e Uguali per impegno e serietà sul tema delle donne: una normativa efficace contro il femminicidio, un piano straordinario per l’occupazione femminile, un’attenzione al desiderio di genitorialità che passi attraverso l’universalità del diritto di adozione.
(Corriere Salentino, 2 febbraio 2018)
di Mirella Maifreda
Si chiamava Anna Chiodi, aveva 59 anni, ed era “anche” una di noi.
Il 29 gennaio Anna si è spenta. Da tempo si sapeva della sua malattia, ma quando la notizia della sua morte ci ha raggiunte ci ha trovate impreparate, quasi sorprese e dire che dell’aggravamento delle sue condizioni eravamo informate da tempo; ma la rimozione è una tentazione troppo forte per potervi rinunciare.
Da oltre 10 anni faceva il turno come libraia alla Libreria delle donne di Milano. L’ultima volta che è venuta in libreria era la fine di novembre: ha comperato dei libri, abbiamo chiacchierato “così… con leggerezza”, appariva serena e distesa nei tratti. Non sapevamo, né lei né noi, che sarebbe stata l’ultima volta che ci saremmo incontrate.
La Libreria delle donne per Anna era una parte importante di “parte” della sua vita, così come la sua fattiva militanza nell’ArciLesbica di Milano, così come la pratica della sua professione di pediatra, così come la disponibilità all’ascolto che è stata testimoniata con affetto e commozione da più parti.
Ieri, insieme ad alcune amiche della Libreria, ho partecipato al suo funerale; da tanto non sentivo che tale parola “partecipare” avesse un significato così potente, così pregnante.
Pregnante era nelle parole dei suoi familiari e nelle numerose e sentite testimonianze delle sue amiche e compagne di viaggio, politico ed affettivo.
Anna era una e molte; mentre ascoltavo i ricordi che si inanellavano pensavo che ognuna di noi conosce, ha frequentato e conserverà un pezzetto di lei unico e sconosciuto alle e agli altri.
Potrei aggiungere altro, ma io appartengo a quel genere di persone per le quali la morte impone pudore e silenzio.
Termino prendendo a prestito delle parole di Rossana Rossanda: «La presenza sensoriale è ciò che più dolorosamente viene a mancare con la morte, la ferita più acuta, più penetrante, più restia a farsi catturare dalla memoria. Colpisce ogni volta che affiora inattesa, eppure presente in sottofondo, come un taglio non destinato a rimarginarsi. È vero, sopravviviamo all’altro, e questo ci rassicura tanto da riprendere il cammino, talvolta con più energia e creatività, ma non siamo più gli stessi». In passato ho già incontrato queste frasi e mi tornavano alla mente mentre, tornando a casa, ci congedavamo da Anna.
(www.libreriadelledonne.it, 2 febbraio 2018)
di Clara Jourdan
Caro Internazionale,
abbiamo un problema. Leggendo l’articolo a pag. 31 del n. 1239, Un rapporto complicato con il femminismo, abbiamo detto “Ci risiamo!” Non è la prima volta che ci capita di leggere cose sull’Italia e sul femminismo italiano in cui non ci riconosciamo, cose per lo più negative, e sempre strane: «un paese sessista e arretrato, in cui le donne non hanno voce. In realtà ci sono movimenti che si battono con forza per la parità di genere» dice il sommario. Arretrato? Parità di genere? Aiuto!!
E noi che pensiamo di essere così brave… ce lo fa credere il fatto che ci traducono, ci vengono a intervistare, ci portano le scolaresche, perché considerano originale il nostro femminismo, conosciuto come femminismo della differenza sessuale e della libertà femminile. Come mai allora sui media mainstream ci misurate con misure improprie?
Abbiamo delle ipotesi:
Forse l’Italia, a causa della sua storia difficile e della sua attuale classe politica, è un paese disprezzato?
O è per l’esterofilia degli italiani che preferiscono sempre dare un’immagine deteriore di come vanno le cose qui?
O c’è qualcosa che non va nel femminismo italiano? Non siamo riuscite a farci conoscere e capire dalla intellighenzia italiana?
O forse siamo noi troppo “intelligenti” e non siamo riuscite a farci riconoscere dal femminismo americano che è la tendenza dominante? Perché il femminismo italiano, da Carla Lonzi in avanti, non si esprime tanto con le manifestazioni (quelle necessarie le abbiamo fatte, per difendere l’interruzione di gravidanza) ma con la modificazione dei rapporti tra i sessi, e non abbiamo puntato sul femminismo di Stato.
O è a causa delle nostre varie posizioni anche in conflitto? Sì, è vero, abbiamo idee diverse, ma noi pensiamo che il femminismo sia un campo di battaglia.
Clara Jourdan e le altre della redazione del sito della Libreria delle donne di Milano
(Internazionale, 2 febbraio 2018)
di Chiara Calori
Gli uomini prendono parola sullo scandalo Weinstein e il movimento #MeToo. Non è la prima volta: proprio su questo sito due sono intervenuti, uno facendo autocritica, l’altro rifiutandone l’onere, entrambi cogliendo coraggiosamente la sfida del confronto. Ora due vip dicono la loro. Con il #WeToo si accodano al dibattito e Repubblica ne registra i commenti in un’intervista (di uno solo dei due, Michel Hazanavicius, regista di L’artista).
Questa è la lettura che ne do: la posizione è ambigua (buon risultato per uno che, come lui stesso dichiara, rifugge l’ambiguità!). Sì perché alla dichiarazione di intenti, immediata, senza riserve, di voler essere dalla parte delle donne, non segue in coerenza il resto delle affermazioni. Oscilla tra un “finalmente [le donne] parlano” e un voler evitare spargimenti di sangue in questa che “potenzialmente è una rivoluzione” (ma l’avverbio ci dice già che non ci crede poi tanto). Offre aperta solidarietà alle donne e al contempo prende le distanze (loro due uomini non sono come gli altri, porci e dominatori) e presenta proposte di cambiamento che vanno dal generico all’insultante. Servono rieducazione, nuovi valori e un dibattito civile (come se finora i toni fossero stati barbari) e, più specificamente, l’uscita delle donne da uno stato di vittimismo che spianerà le disuguaglianze tra loro, che finalmente saranno “tutte uguali, con uguale diritto di parola”.
È tutto sbagliato. Le donne, ora, in questo momento, in questa vicenda, non sono vittime, sono donne che parlano. E prima? Anche, ed è da tempo che lo fanno! Nessuno le ascoltava, e ora qualcuno inizia a farlo. Non lui evidentemente, che non parla di donne, parla di categorie (“tutte”), di standard (“uguali”, a cosa? su che piano?), di diritti astratti. Lo diceva Simone Weil: non esistono diritti, solo obblighi. “L’adempimento effettivo di un diritto non proviene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono, nei suoi confronti, obbligati a qualcosa.” E stavolta il neutrale maschile è esatto. È questo obbligo il grande assente in tutto il discorso del #WeToo: in uno scandalo tanto sconvolgente per questi uomini, non li sfiora il pensiero di un loro coinvolgimento diretto e del loro dovere di fare qualcosa in prima persona. Alla fine l’intento non è affatto chiaro: voi anche…che cosa?
Forse è solo una maldestra rielaborazione di quanto già fatto coraggiosamente dalle donne finora, ripresentato loro sotto forma di saggi consigli. Forse è solo l’ennesima e irritante versione de gli uomini mi spiegano le cose.
(www.libreriadelledonne.it, 2 febbraio 2018)
Oltre 120 attrici, registe, produttrici, donne che lavorano nella comunicazione dello spettacolo, hanno sottoscritto una lettera che muove dal caso Weinstein. Un testo che non vuole puntare il dito contro un singolo ‘molestatore’ ma l’intero sistema di potere
Si chiama Dissenso comune ed è una lettera manifesto firmata da 124 attrici e lavoratrici dello spettacolo. Due mesi di incontri e confronti tra un gruppo sempre più largo di donne, per intervenire con la forza di un collettivo e non lasciare che le testimonianze dei mesi scorsi restassero solo voci isolate. Il primo passo verso una serie di iniziative per cambiare il sistema, non solo nel mondo dello spettacolo: “Unite per una riscrittura degli spazi di lavoro e per una società che rifletta un nuovo equilibrio tra donne e uomini”.
DISSENSO COMUNE
Dalle donne dello spettacolo a tutte le donne. Unite per una riscrittura degli spazi di lavoro e per una società che rifletta un nuovo equilibrio tra donne e uomini.
Da qualche mese a questa parte, a partire dal caso Weinstein, in molti paesi le attrici, le operatrici dello spettacolo hanno preso parola e hanno iniziato a rivelare una verità così ordinaria da essere agghiacciante. Questo documento non è solo un atto di solidarietà nei confronti di tutte le attrici che hanno avuto il coraggio di parlare in Italia e che per questo sono state attaccate, vessate, querelate, ma un atto dovuto di testimonianza. Noi vi ringraziamo perché sappiamo che quello che ognuna di voi dice è vero e lo sappiamo perché è successo a tutte noi con modi e forme diverse. Noi vi sosteniamo e sosterremo in futuro voi e quante sceglieranno di raccontare la loro esperienza. Quando si parla di molestie quello che si tenta di fare è, in primo luogo, circoscrivere il problema a un singolo molestatore che viene patologizzato e funge da capro espiatorio. Si crea una momentanea ondata di sdegno che riguarda un singolo regista, produttore, magistrato, medico, un singolo uomo di potere insomma. Non appena l’ondata di sdegno si placa, il buonsenso comune inizia a interrogarsi sulla veridicità di quanto hanno detto le “molestate” e inizia a farsi delle domande su chi siano, come si comportino, che interesse le abbia portate a parlare. Il buon senso comune inizia a interrogarsi sul libero e sano gioco della seduzione e sui chiari meriti artistici, professionali o commerciali del molestatore che alla lunga verrà reinserito nel sistema. Così facendo questa macchina della rimozione vorrebbe zittirci e farci pensare due volte prima di aprire bocca, specialmente se certe cose sono accadute in passato e quindi non valgono più.
Insomma, che non si perda altro tempo a domandarci della veridicità delle parole delle molestate: mettiamole subito in galera, se non in galera al confino, se non al confino in convento, se non in convento almeno teniamole chiuse in casa. Questo e solo questo le farà smettere di parlare! Ma parlare è svelare come la molestia sessuale sia riprodotta da un’istituzione. Come questa diventi cultura, buonsenso, un insieme di pratiche che noi dovremmo accettare perché questo è il modo in cui le cose sono sempre state, e sempre saranno.
La scelta davanti alla quale ogni donna è posta sul luogo di lavoro è: “Abituati o esci dal sistema”.
Non è la gogna mediatica che ci interessa. Il nostro non è e non sarà mai un discorso moralista. La molestia sessuale non ha niente a che fare con il “gioco della seduzione”. Noi conosciamo il nostro piacere, il confine tra desiderio e abuso, libertà e violenza.
Perché il cinema? Perché le attrici? Per due ragioni. La prima è che il corpo dell’attrice è un corpo che incarna il desiderio collettivo, e poiché in questo sistema il desiderio collettivo è il desiderio maschile, il buonsenso comune vede in loro creature narcisiste, volubili e vanesie, disposte a usare il loro corpo come merce di scambio pur di apparire. Le attrici in quanto corpi pubblicamente esposti smascherano un sistema che va oltre il nostro specifico mondo ma riguarda tutte le donne negli spazi di lavoro e non.
La seconda ragione per cui questo atto di accusa parte dalle attrici è perché loro hanno la forza di poter parlare, la loro visibilità è la nostra cassa di risonanza. Le attrici hanno il merito e il dovere di farsi portavoce di questa battaglia per tutte quelle donne che vivono la medesima condizione sui posti di lavoro la cui parola non ha la stessa voce o forza.
La molestia sessuale è fenomeno trasversale. È sistema appunto. È parte di un assetto sotto gli occhi di tutti, quello che contempla l’assoluta maggioranza maschile nei luoghi di potere, la differenza di compenso a parità di incarico, la sessualizzazione costante e permanente degli spazi lavorativi. La disuguaglianza di genere negli spazi di lavoro rende le donne, tutte le donne, a rischio di molestia poiché sottoposte sempre a un implicito ricatto. Succede alla segretaria, all’operaia, all’immigrata, alla studentessa, alla specializzanda, alla collaboratrice domestica. Succede a tutte.
Nominare la molestia sessuale come un sistema, e non come la patologia di un singolo, significa minacciare la reputazione di questa cultura.
Noi non siamo le vittime di questo sistema ma siamo quelle che adesso hanno la forza per smascherarlo e ribaltarlo.
Noi non puntiamo il dito solo contro un singolo “molestatore”. Noi contestiamo l’intero sistema.
Questo è il tempo in cui noi abbiamo smesso di avere paura.
1. Alessandra Acciai
2. Elisa Amoruso
3. Francesca Andreoli
4. Michela Andreozzi
5. Ambra Angiolini
6. Alessia Barela
7. Chiara Barzini
8. Valentina Bellè
9. Sonia Bergamasco
10. Ilaria Bernardini
11. Giulia Bevilacqua
12. Nicoletta Billi
13. Laura Bispuri
14. Barbora Bobulova
15. Anna Bonaiuto
16. Donatella Botti
17. Laura Buffoni
18. Giulia Calenda
19. Francesca Calvelli
20. Maria Pia Calzone
21. Antonella Cannarozzi
22. Cristiana Capotondi
23. Anita Caprioli
24. Valentina Carnelutti
25. Sara Casani
26. Manuela Cavallari
27. Michela Cescon
28. Carlotta Cerquetti
29. Valentina Cervi
30. Cristina Comencini
31. Francesca Comencini
32. Paola Cortellesi
33. Geppi Cucciari
34. Francesca D’Aloja
35. Caterina D’Amico
36. Piera De Tassis
37. Cecilia Dazzi
38. Matilda De angelis
39. Orsetta De Rossi
40. Cristina Donadio
41. Marta Donzelli
42. Ginevra Elkann
43. Esther Elisha
44. Nicoletta Ercole
45. Tea Falco
46. Giorgia Farina
47. Sarah Felberbaum
48. Isabella Ferrari
49. Anna Ferzetti
50. Francesca Figus
51. Camilla Filippi
52. Liliana Fiorelli
53. Anna Foglietta
54. Iaia Forte
55. Ilaria Fraioli
56. Elisa Fuksas
57. Valeria Golino
58. Lucrezia Guidone
59. Sabrina Impacciatore
60. Lorenza Indovina
61. Wilma Labate
62. Rosabell Laurenti
63. Antonella Lattanzi
64. Doriana Leondeff
65. Miriam Leone
66. Carolina Levi
67. Francesca Lo Schiavo
68. Valentina Lodovini
69. Ivana Lotito
70. Federica Lucisano
71. Gloria Malatesta
72. Francesca Manieri
73. Francesca Marciano
74. Alina Marazzi
75. Cristiana Massaro
76. Lucia Mascino
77. Giovanna Mezzogiorno
78. Paola Minaccioni
79. Laura Muccino
80. Laura Muscardin
81. Olivia Musini
82. Carlotta Natoli
83. Anna Negri
84. Camilla Nesbitt
85. Susanna Nicchiarelli
86. Laura Paolucci
87. Valeria Parrella
88. Camilla Paternò
89. Valentina Pedicini
90. Gabriella Pescucci
91. Vanessa Picciarelli
92. Federica Pontremoli
93. Benedetta Porcaroli
94. Daniela Piperno
95. Vittoria Puccini
96. Ondina Quadri
97. Costanza Quatriglio
98. Isabella Ragonese
99. Monica Rametta
100. Paola Randi
101. Maddalena Ravagli
102. Rita Rognoni
103. Alba Rohrwacher
104. Alice Rohrwacher
105. Federica Rosellini
106. Fabrizia Sacchi
107. Maya Sansa
108. Valia Santella
109. Lunetta Savino
110. Greta Scarano
111. Daphne Scoccia
112. Kasia Smutniak
113. Valeria Solarino
114. Serena Sostegni
115. Daniela Staffa
116. Giulia Steigerwalt
117. Fiorenza Tessari
118. Sole Tognazzi
119. Chiara Tomarelli
120. Roberta Torre
121. Tiziana Triana
122. Jasmine Trinca
123. Adele Tulli
124. Alessandra Vanzi
(Repubblica, 1 febbraio 2018)
di Luisa Cavaliere
Mi ha colpito molto l’intervista rilasciata dall’onorevole Michela Marzano sulla sua esperienza di parlamentare appena conclusa. Un vero e proprio atto di accusa contro l’incompetenza, l’assenza di dibattito democratico e di confronto, le decisioni prese con procedure approssimative e frettolose. Facilissimo sarebbe obiettare all’onorevole Marzano che chi si avventura su un territorio minato com’è quello delle istituzioni deve prevedere di imbattersi in qualche difficoltà e in un po’ di solitudine. Ma alla prima facile obiezione deve necessariamente seguire una riflessione sulle questioni poste che alludono alla presenza delle donne in Parlamento, al loro ruolo, al sistema di selezione che le fa scegliere, ai criteri che si usano per valorizzarne i talenti, alle relazioni che tessono fra di loro. In Campania si è appena concluso il complicatissimo round della formazione delle liste e in esso possono essere letti tutti i mali della politica “istituzionale”. Dall’ambizione smodata dei mediocri, alla selezione in base all’accondiscendenza, al cinismo che evoca gli interessi della povera gente che non ce la fa ad arrivare a fine mese come segno della propria sensibilità. Nelle liste le donne ci sono in osservanza della norma antidiscriminatoria che prevede che un sesso non possa superare il 60 per cento delle presenze né scendere al di sotto del 40 per cento. Una norma di tutela (paradossalmente vale anche per gli uomini, qualora le donne arrivassero al 60 per cento di presenza!) che sostiene e rende possibile il realizzarsi di un desiderio di “protagonismo” femminile legittimo in una società che si dica democratica. Genericamente democratica. Preoccupata di sanare ingiustizie e discriminazioni. Ma quella norma allude a tutta la cultura paritaria e antidiscriminatoria che meriterebbe una riflessione per la storia che ha avuto nella nostra regione e per le insidie che si annidano nelle sue pieghe a tratti anche seducenti.
Se la discriminazione con tutti i suoi nefasti corollari trova la sua ragione d’essere nella repressione della differenza di genere non è ricorrendo alla strategia paritaria che essa può essere sanata. Non è rimanendo prigioniere del sistema che genera la disuguaglianza che si può agire per il cambiamento radicale. La discriminazione parte dall’assunto di un universale maschile al quale tendere e dalla considerazione che le donne sono una massa indistinta da rappresentare con l’oggettività di un numero, di una percentuale.
La consapevolezza di questo inganno paritario dovrebbe generare da parte delle donne un’accettazione diffidente. Una padronanza del contesto nel quale desiderano misurarsi tale da imporre elementi di cambiamento, pratiche dissonanti, significative interruzioni delle abitudini.
Solo questa salutare diffidenza potrebbe, se sostenuta anche da alleanze “spurie” non prigioniere degli schieramenti, portare a un mutamento degli stessi criteri di selezione del ceto politico femminile che ora premia chi accetta e si fa vestale di una linea e ignora (come potrebbe non farlo) le dissonanze.
Il legittimo timore di essere ridotte a comparse e l’amarezza dell’onorevole Marzano potrebbero essere evitati entrando con le armi della critica e con la forza di una solida alleanza fra donne, proprio nel cuore della discriminazione. Nel perché di un’esclusione che somiglia alla paura e che non è una causa secondaria della crisi profonda della politica.
(www.libreriadelledonne.it, 01 febbraio 2018)
Con dolore diamo notizia che la nostra Anna Chiodi ci ha lasciate.
Femminista, lesbica, antifascista ha tenuto aperto lo Spazio Accoglienza di ArciLesbica Zami per molti anni. Attiva alla Libreria delle donne, medica, tenera amica, piena di garbo e di intelligenza radicale. Anna ha combattuto senza sosta la malattia fino a ieri e poi sfortunatamente ha dovuto andare. Tante donne a Milano la ricorderanno con riconoscenza.
Noi ti salutiamo piene di tristezza,
le tue compagne di ArciLesbica
(milano@arcilesbica.it, 31 gennaio 2018)
Ginevra Bompiani
Qualche giorno fa, alla Casa delle Donne di Roma, ho assistito a un confronto fra psicanaliste, una italiana, Manuela Fraire, e una francese, Elisabeth Roudinesco, sul tema della maternità surrogata.
Roudinesco spiegava le sottigliezze di una legislazione. Ovvero di una legislazione che regoli puntigliosamente il contratto fra una coppia desiderosa di figli e la donna che fornisce l’utero. E Manuela Fraire vedeva in questa pratica il possibile superamento del patriarcato.
Ahimè, temo che il superamento del patriarcato non verrà da questa pratica, che, a mio vedere, ne è piuttosto l’apogeo.
In realtà, da quando il patriarcato si è imposto su gran parte del mondo, circa 5000 anni fa, il suo proposito è stato quello di spostare il possesso di diritti e di beni dalle donne agli uomini.
E il primo obiettivo, che giustificava e imponeva tutti gli altri era di assicurarsi la proprietà dei figli che, secondo il diritto matrilineare, erano di pertinenza della casa materna.
Il principale diritto rivendicato e difeso dal patriarcato è dunque il diritto di proprietà, per accedere al quale la via più diretta è l’esproprio.
E proprio di questo si tratta nella maternità surrogata: dell’esproprio di un utero e della rivendicazione di proprietà del figlio partorito.
Tutto il resto è secondario e le questioni giuridiche, che dovrebbero regolare il “contratto di locazione” dell’utero e il possesso del suo prodotto, sono semplicemente quelle che il patriarcato – e il capitale, che è la sua più recente ed efficace rappresentazione -, si pongono nei confronti di un organo vitale.
La questione si è posta per la prima volta per la “donazione” degli organi.
Poiché questi non potevano essere espropriati da organismi senza vita, si è cambiata la denominazione della morte, dividendola in “morte clinica” (adatta all’espianto degli organi) e morte reale.
È significativo che la stessa parola “dono” venga usata nel caso di un “donatore di organi” privo di coscienza e di volontà, e delle donne che danno in uso il proprio utero.
Ed è sorprendente che nessuno si ponga la domanda del perché una donna sana di corpo e di mente sia disposta a un sacrificio di nove mesi, con rischio della vita, quando si escluda la ragione economica.
L’opinione corrente fra i sostenitori è che sebbene, nella maggior parte dei casi, l’accordo preveda un compenso in denaro, almeno sotto forma di “rimborso spese”, “mantenimento” o semplice “gratitudine”, questo non entri in alcun modo nelle ragioni del consenso, che restano puramente altruistiche.
E poiché si tratta di un “dono”, non può che venire da uno slancio generoso, anche nei confronti di sconosciuti, incontrati attraverso gli uffici di Stati compiacenti.
E non ci può sorprendere che un simile disinteresse provenga dalla componente femminile della razza umana, che non ha equivalenti nella componente maschile (se non si vuole paragonare il “dono” dello sperma, che dopo tutto richiede pochi minuti di un’attività non spiacevole).
Questo è l’ultimo, in ordine di tempo, esproprio che la donna subisce, e al quale si sottopone “volontariamente”, come si è sottoposta a tutti gli altri in questi 5000 anni.
E da parte di chi ne usufruisce, è l’ultima confusione fra desiderio, privilegio e diritto.
(il manifesto, 31 gennaio 2018)
di Farian Sabahi
Iran. Le donne iraniane rappresentano una forza sociale che ogni giorno combatte per la libertà di scelta, scardinando così un sistema che lentamente sta implodendo.
Rischiano due mesi di carcere e venti euro di multa.
È questa la pena per le donne che osano liberare la chioma al vento nella Repubblica islamica dell’Iran, dove il velo è obbligatorio nei luoghi pubblici dal 1980.
Negli anni successivi alla Rivoluzione del 1979 il codice di abbigliamento era severo: nelle università era di norma il maghnaeh che somiglia al velo delle suore perché è cucito in modo da lasciare lo spazio per infilare la testa senza dovere fare il nodo al collo e quindi senza il rischio che scivoli; il maghnaeh era consuetudine anche negli uffici pubblici, dove ad attendere noi donne erano le dipendenti pubbliche munite di detergente per togliere il trucco troppo pesante; il chador era l’abito di ordinanza per i ceti bassi ed era obbligatorio nei mausolei meta di pellegrinaggio: in quello di Masumeh nella città santa di Qum e in quello dell’Imam Reza a Mashhad.
Il velo è sempre stato l’oggetto della discordia in Iran, basti pensare che nel 1936 lo scià di Persia lo aveva vietato, mettendo in difficoltà tante signore non abituate a mostrarsi agli estranei a capo scoperto.
Abolendo il velo, Reza Shah aveva evitato di occuparsi di questioni più significative: gli uomini continuavano a vantare svariati privilegi, come la possibilità di contrarre matrimonio con quattro donne, divorziare a proprio piacimento ed ereditare una quota maggiore rispetto alle sorelle.
Reza Shah fu costretto all’esilio dagli inglesi, nel 1941. Con suo figlio Muhammad Reza Shah, il divieto del velo venne meno e ognuno tornò a vestirsi come voleva: la buona borghesia a capo scoperto, la stragrande maggioranza con il velo nelle sue diverse declinazioni.
Il velo è poi diventato obbligatorio dopo la Rivoluzione del 1979.
In questi quattro decenni il foulard è diventato sempre più striminzito, per mostrare un numero di ciocche di capelli sempre maggiore.
Ma rimane l’obbligo di coprirli almeno in parte con un tessuto. Leggero, trasparente. Poco importa. Ma resta il fatto che il velo resta obbligatorio: per alcune può essere una libera scelta, mentre per altre non lo è.
Con un pizzico di solidarietà femminile, ora le iraniane protestano di fronte all’obbligo dell’hejab. Anche le donne che invece lo mettono per libera scelta.
Quella delle donne iraniane è così diventata una rivoluzione. Silenziosa, non violenta.
Scelgono di indossare il velo bianco, per distinguersi dalle tante che optano, convinte, per il nero. Alcune se lo tolgono, si fanno fotografare, vengono arrestate.
Era successo a Vida Movahed, il 27 dicembre. Trentun anni, un bimbo di 19 mesi, si era tolta il velo in pubblico il giorno prima delle proteste in via Enghelab, la via della Rivoluzione a Teheran. Il giorno dopo era stata arrestata. Domenica è stata rilasciata, a comunicarlo su Facebook è stata la sua avvocata, Nasrin Sotoudeh, nota attivista per i diritti umani.
«La sua liberazione viene attribuita alla pressione internazionale, ma in realtà è la pressione interna che preoccupava le autorità iraniane, anche perché nei giorni scorsi una delegazione parlamentare ha potuto visitare il carcere di Evin, dove si trovano i prigionieri politici», spiega Anna Vanzan, esperta di Iran e docente all’Università Statale di Milano. E aggiunge: «Le donne in Iran rappresentano ormai una forza sociale che, con una protesta silenziosa ma quotidiana, stanno scardinando la presunta monoliticità di un sistema che lentamente – ma inesorabilmente – sta implodendo».
È effetto domino: lunedì mattina un’altra ragazza si è tolta il velo ed è salita su un blocco di cemento. Bene in vista. È stata fotografata per dieci minuti. Poi sono arrivati gli agenti in borghese ad arrestarla.
Si chiama Nargues Hosseini. Al polso ha un braccialetto verde, segno che gli iraniani hanno memoria del movimento verde d’opposizione del 2009 e dei suoi leader, agli arresti domiciliari dal 14 febbraio 2011.
Il luogo è il solito, significativo: via Enghelab, ovvero via della Rivoluzione. Ieri, la stessa iniziativa è stata presa da altre tre ragazze.
Sui social network circolano le loro foto. Si trovano nella capitale Teheran, per terra c’è la neve. Alcune hanno i capelli scuri, lunghi e mossi. Un’altra li ha corti, colorati di verde. Alcune si tolgono il velo nella capitale, altre a Isfahan, Shiraz e località minori.
La loro è una forma di ribellione. Non necessariamente contro il velo, ma contro l’obbligo del velo che dovrebbe essere invece una libera scelta.
Di certo, conclude Anna Vanzan, «eliminare l’obbligatorietà del velo non è una priorità per le iraniane, ma la loro protesta in questo senso diviene simbolica di altre ingiustizie che da anni le donne patiscono e per le quali da anni combattono, come la riforma del codice di famiglia che contiene articoli discriminanti le donne in istituzioni fondamentali quali, per citare i più importanti, il matrimonio, il divorzio e l’affidamento dei figli minori, la ripartizione dell’eredità perché in Iran alle figlie femmine spetta la metà rispetto ai maschi».
(il manifesto, 30 gennaio 2018)
di Emanuela Mariotto
Quanto tempo occorre per parlare di un amore, quello per una lingua? Quanto tempo occorre per dire di un amore, quello per la madre? Più o meno lo stesso numero di anni, circa quindici.
Prima viene il libro, La lingua geniale (ed. Laterza), poi il racconto sulla madre.
Il libro di Andrea Marcolongo affascina. Ha un intento, trasformare le “paralisi” e “il terrore puro” che il greco ha provocato a molte e molti negli anni del liceo in passione. Infatti il sottotitolo annuncia “9 ragioni per amare il greco”.
Andrea, nonostante il nome maschile, anzi doppiamente maschile per l’uso che se ne fa nel nostro paese e per l’etimologia – Andrea in greco antico significa “il maschio” – è una donna, una giovane grecista. Il suo nome da maschio, dovuto a un padre imperterrito nella decisione di attribuirglielo, le ha provocato, da bambina, non pochi scherzi e non bastavano le consolazioni della mamma. «Andrea – le diceva – finisce con la A, quindi è un po’ femminile». No, Andrea non si accontentava, voleva un nome «tutto femminile, come le altre bimbe, non solo un po’».
Il capitolo che più mi aveva attirata è quello dedicato ai generi e ai numeri, che in greco erano tre, singolare, plurale, duale, per quel termine, duale, così caro al femminismo della differenza. Il numero a cui l’autrice dice ti amo, un numero che significa noi due – solo noi. «È il numero della coppia, per natura, o del farsi coppia, per scelta». Ecco, avevo pensato, ora l’autrice parlerà del duale per eccellenza, la madre e la sua creatura. Invece, no. Ci dice di fratelli, di sorelle, di amici, di amanti, ma di quella coppia prima e primordiale, nulla. Mi ero chiesta: a una grecista come lei può non essere venuto in mente il mito di Demetra e Kore, la madre e la figlia fanciulla, che nei testi sono citate, appunto, con un bellissimo duale, tó theo, le due dee, madre e figlia così intimamente unite da comparire in antichi bassorilievi come un’unica icona e quasi indistinguibili? Nemmeno un accenno, invece. E mi era venuto il desiderio di chiederle il perché di quella omissione, di quella dimenticanza che a me era sembrata così clamorosa. La risposta alla mia domanda inespressa è arrivata, inaspettata, da un suo articolo, La forza di parlare ancora di mia madre.
La madre di Andrea è morta di cancro quando lei era poco più di una bambina, tra la quarta e la quinta ginnasio e lei, per non adeguare le sue reazioni alle aspettative degli altri «come piangere sconsolata per farmi da loro consolare», scelse di sottrarsi, di non mostrare la fragilità della sua condizione di orfana, cesura talmente profonda da indurla a descrivere la sua vita come divisa in due, la vita di prima e la vita seconda. La scomparsa della madre, del “tesoro perduto e irrinunciabile della relazione materna” secondo la definizione di Wanda Tommasi, le ha chiuso la bocca per un tempo lunghissimo, fino a farle scegliere di non parlarne a nessuno, né amici né fidanzati e, tanto meno, di evocarla in un libro. Ha “ricominciato a dirlo”, si è “ripresa le parole” di fronte alla domanda di uno studente durante la presentazione del suo libro in una scuola: Perché in greco essere umano si dice brotós, destinato a morire?
Così l’amore per il greco e l’amore per la madre si sono ricongiunti nella risposta allo studente e, finalmente, l’autrice ci dice di quella relazione che il duale sapeva esprimere così bene perché «esprimeva un’entità duplice, uno più uno uguale uno formato da due cose o persone legate tra loro da un’intima connessione […], un modo di dare numericamente senso al mondo […], il meno banale dei numeri, difficile da classificare, impossibile da normalizzare. Il duale ha senso solo perché il greco antico sentiva il bisogno di esprimere linguisticamente qualcosa di più di un numero matematico, qualcosa che noi abbiamo perduto impegnati a far linguisticamente di conto con il pallottoliere della vita in mano: il senso delle relazioni tra le cose e tra le persone […].
Coloro che hanno avuto il raro privilegio di amare davvero sapranno sempre distinguere la differenza di intensità e di rispetto che intercorre tra pensare “noi due” e “noi”.
(www.libreriadelledonne.it, 30 gennaio 2018)
di Sara Gandini
“We should all be feminist” recita la t-shirt divenuta virale in pochissimo tempo, presentata da Maria Grazia Chiuri in occasione della sua prima collezione come direttrice creativa Dior. Meryl Streep al Festival di Londra del 2015 andò con una maglietta con la scritta “I’d rather be a rebel than a slave”, citazione della suffragetta Emmeline Pankhurst. Famose cantanti e modelle amate dalle adolescenti hanno indossato t-shirt con slogan “The future is female”, slogan usato nel 1972 dalle fondatrici della prima libreria femminista di New York. Sono donne come Emma Watson, Taylor Swift, Beyoncé, Lady Gaga e Madonna.
Questo accade perché le donne sono dappertutto e in una dimensione di libertà inedita nella storia. Indubbiamente una conquista del femminismo. Infatti gioiamo quando vediamo le manifestazioni di milioni di persone che si sono tenute inizialmente negli USA con la Women’s March e hanno coinvolto decine di capitali in tutto il mondo.
Freeda a mio avviso sta in questo contesto. È un prodotto editoriale indirizzato alle cosiddette millennial: giovani nate tra gli anni ’80 e i primi anni 2000 che arrivano in una società segnata dalla globalizzazione, la tecnologia e la crisi economica, ma che per la prima volta nella storia si sentono davvero libere. Freeda significa freedom al femminile: «di fare, di essere, di pensare, in una prospettiva di piena auto-determinazione» come spiega Daria Bernardoni, 31enne direttrice di Freeda, azienda in cui il 75% dei dipendenti sono giovani donne. Con i loro video raggiugono anche decine di milioni di persone. Parlano di lavoro e di masturbazione femminile, di artiste radicali (dalla Abramović a Niki de Saint Phalle), di personagge dello spettacolo, ma anche della storia come Franca Viola, che hanno cambiato la storia patriarcale. E si trovano video di donne comuni. Ricordo per esempio il video delle tre ragazze che raccontano di essersi inventate una impresa originale, le portiere di quartiere, partendo dalla esperienza delle loro nonne e dall’importanza del ruolo dei vicini di casa. Non sono le classiche emancipate degli anni ’70. «Non vogliamo sostituire lo stereotipo della donna madre con quello della donna manager» spiega la direttrice, «il punto è proprio la libertà di decidere chi e cosa diventare nella propria vita, quindi lavorare perché le condizioni di questa libertà si verifichino».
Per certi aspetti mi sembra una grande agorà, fatta di narrazioni di esperienze in prima persona. Tuttavia è giusto domandarci chi stia dietro questo enorme business, come sollecitano Pat Carra e Elena Leoni che accusano Freeda di avere ingannato le lettrici occultando le proprie mire. Nella interessante inchiesta di Dinamo press si scopre che Freeda è un progetto editoriale dove i contenuti femministi funzionano come cavallo di Troia per vendere l’enorme quantità di dati così ottenuti alle imprese che vogliono sfruttare quel target per le proprie strategie aziendali, proprio come Facebook. «I social network sono ancora una volta un dispositivo biopolitico attraverso cui intrappolare e far diventare merce i nostri dati personali» scrive di Arya Stark per Dinamo Press.
In sostanza le domande secondo me sono: se il femminismo diventa un prodotto del marketing (il cosiddetto pink-washing) si rischia di depotenziare le lotte delle donne? Queste realtà strumentalizzano il linguaggio del femminismo stravolgendone il senso? Se oggi si parla di “femminismo virale” è solo merito del mercato?
Ma non c’è solo questo. Freeda è stato criticato perché racconta di quel femminismo americano di stampo liberal che vede la libertà femminile come auto-affermazione imprenditoriale. In effetti è sotto gli occhi di tutti che ci sono contiguità forti tra la nascita della soggettività delle donne e la trasformazione individualista, autoimprenditoriale, neoliberale, dominata dal mercato che caratterizza il tempo presente.
Ora è chiaro a tutti che il mondo ci guadagna se ci sono le donne, ma è molto meno diffusa la consapevolezza che il mondo si debba trasformare perché le donne ci siano. Per questo nell’ambito del ciclo di incontri «Femminismo tremendamente vivo» alla Libreria delle donne di Milano abbiamo discusso di femminismo e neoliberismo a partire dal libro Femminismo e neoliberismo. Libertà femminile versus imprenditoria di sé e precarietà curato Tristana Dini e Stefania Tarantino e Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi di Ida Dominijanni.
Sono libri importanti che scommettono che il discorso della differenza sessuale sia capace di produrre un’eccedenza rispetto all’ordine neoliberale. Visto che non possiamo chiamarci fuori dal contesto in cui viviamo, per modificarlo dobbiamo far leva sulla posizione asimmetrica ed eccedente in cui le donne si trovano.
Come si fa? Non abbiamo ricette ma scommesse. Luisa Muraro usa l’immaginario per spiegarlo e, in un articolo pubblicato su Via Dogana 3, nomina un famoso passaggio della Lettera ai Romani di Paolo per affrontare un concetto non facile: l’indipendenza simbolica. Perché se è vero che nella disparità di potere si obbedisce, tuttavia esiste anche altro che fa ordine e che non può essere cancellato: la soggettività libera. Così nei social network, come nell’impero romano, bisogna entrare come un elemento non integrabile, come un elemento che stona. Per questo da una quindicina di anni ogni settimana ci ritroviamo alla redazione “carnale” del sito della Libreria delle donne di Milano. Si tratta di un progetto di grande impegno, basato sulla passione politica e lavoro volontario di una quindicina di donne (e qualche uomo), che ha portato ad avere ogni giorno migliaia di visite al sito (con punte di 5.000 accessi). Lettrici e lettori arrivano al sito in larga parte da Facebook (il gruppo e la pagina amministrate da donne della libreria) e l’interesse principale è sui contributi originali che scriviamo noi della redazione, che discutiamo molto sul taglio da dare ai testi e sul linguaggio più efficace. Perché il femminismo italiano è caratterizzato da un pensiero critico fine, che però rischia di essere fin troppo sofisticato e di non saper parlare alle più giovani, che si orientano sul web grazie a testi brevi e un linguaggio immediato. Sappiamo che c’è fame di uno sguardo intelligente sul mondo che sappia orientare, ma c’è bisogno di un pensiero che sappia fare le necessarie mediazioni, anche con le millenial, che sono ragazze sveglie, portano una soggettività libera, corrono veloci ed io vorrei correre con loro.
(www.libreriadelledonne.it, 26 gennaio 2018)
È disponibile in formato .pdf la versione aggiornata al 2017 della Bibliografia degli scritti di Luisa Muraro, a cura di Clara Jourdan. Il file (175 pagine – 2,7 MB) sarà inviato gratuitamente a chi ne farà richiesta a info@libreriadelledonne.it
(www.libreriadelledonne.it, 25 gennaio 2018)
di Katia Riccardi
Una delle più famose e acclamate autrici di romanzi di fantascienza e fantasy di sempre, è morta lunedì nella sua casa di Portland. Aveva 88 anni. L’annuncio della scomparsa è stato dato dal figlio Theo Downes-Le Guin al New York Times. I suoi romanzi sono stati venduti in decine di milioni di copie nel mondo
WASHINGTON – Il mondo della letteratura ha perso un altro pezzetto di stelle. Ursula K. Le Guin scrittrice statunitense, è morta lunedì nella sua casa di Portland, in Oregon. L’ha reso noto al New York Times il figlio Theo Downes-Le Guin, non ha detto la causa, solo che stava male da mesi, aveva 88 anni.
Ursula Kroeber Le Guin nasce a Berkeley in un ottobre del 1929, figlia di Theodora, scrittrice, e di Alfred Kroeber un’autorità nel campo dell’antropologia. Cresce libera. Fantasiosa, con la testa oltre le nuvole, più su, fino allo spazio, scrive da sempre, da quando ha nove anni e inventa storie di utopia. Crede e guarda oltre quella pausa di tempo che separa la fine di una grande guerra e l’inizio di un’altra.
Proprio verso la fine degli anni Quaranta prende la laurea alla Columbia University in storia della letteratura francese e del Rinascimento italiano, si trasferisce a Parigi, chiama il suo gatto Lorenzo, s’innamora di Charles A. Le Guin che sposa nel ’53 e con il quale ha tre figli, Theo, Caroline e Elisabeth. Non l’ha lasciato mai fino ad oggi.
È poi nel ’69, quando l’utopia è vicina alla realtà come mai sarà più, che arriva la notorietà. Vince cinque premi Hugo e sei premi Nebula. Sono i massimi riconoscimenti della letteratura fantastica: «Mi ci vollero degli anni per rendermi conto d’aver scelto di lavorare in generi disprezzati e marginali come la fantascienza, la fantasy e la narrativa per adolescenti, esattamente perché essi erano esclusi dal controllo della critica, dell’accademia, della tradizione letteraria, e consentivano all’artista di essere libero».
Tra le sue opere si ricordano in particolare La mano sinistra delle tenebre (1969) e I reietti dell’altro pianeta (1974), romanzi che hanno venduto decine di milioni di copie nel mondo. Per i suoi libri ha ricevuto decine di premi, tra cui un National Book Award per La spiaggia più lontana (1973). E poi il Kafka Award, il riconoscimento speciale alla carriera dell’American Academy of Arts and Letters, il Gandalf Grand Master, il Science Fiction and Fantasy Writers of America Grand Master Award, il Locus Award (19 volte) e molti altri. Nel 2003 è stata insignita del titolo di Grand Master, assegnato ad autori di fantascienza come Arthur C. Clarke, Ray Bradbury e Isaac Asimov.
Una donna a passeggio tra i pianeti. In un mondo della fantasia e della scienza non era cosa comune muoversi per una scrittrice. Perché l’utopia di Ursula K. Le Guin si espande bellissima e potente nutrita dalle sue convinzioni femministe, anarchiche, radicali. Scrive di pace, di socialismo, di possibilità. Sfiora confini di genere con grazia. E le sue opere tradotte in più di 16 lingue, sono ripubblicate nel corso degli anni. «Un caro amico mi ha chiesto di scrivere la storia della mia vita, ritenendo che potesse essere di qualche interesse per genti di altri mondi e altri tempi. Sono una donna qualsiasi, ma ho vissuto in un periodo di grandi mutamenti e ho avuto il vantaggio di sperimentare sulla mia propria pelle il significato della servitù e quello della libertà», scrive più recentemente in Liberazione della donna (A Woman’s Liberation, 1995).
In italiano i suoi libri sono editi da Mondadori, Salani, Nord, Elèuthera, Nord e Gargoyle. Dal terzo e quarto libro dei cinque volumi di Earthsea (1968-2001) – che Mondadori ha pubblicato nel 2013 insieme ai racconti delle «Leggende di Earthsea» in un unico volume sotto il titolo La saga di Terramare – è stato tratto nel 2006 il film di animazione Il racconto di Terramare diretto da Miyazaki, figlio del maestro giapponese Hayao Miyazaki. Ma la scrittrice ne resta delusa.
Terramare. Il mondo di arcipelaghi e acque sconfinate dove vive Ged, giovane mago con il potere di parlare agli animali e di piegarli alla sua volontà. Magia blu contro le forze del male che vogliono sopraffare il suo mondo. Una specie di padre del più giovane e moderno Harry Potter, anche Ged studia nella scuola di magia di Roke, l’unica scuola di magia dell’arcipelago. Un edificio dove gli apprendisti più promettenti vivono come novizi in un monastero. Imparano, ottengono il bastone e la possibilità di fregiarsi del titolo di mago di Roke.
In un tweet il saluto di Stephen King: «È morta Ursula K. Le Guin, una dei più grandi. Non solo una scrittrice di fantascienza, una icona letteraria. Buona fortuna nella galassia».
(Repubblica, 24 gennaio 2018)
di Maria Nadotti
Esiste una sola donna al mondo, Italia compresa a dispetto della nostra pudica o altezzosa ipocrisia, che non potrebbe compilare su due piedi il proprio personale “me too”?
Ci starebbero dentro le violenze fisiche, sessuali e psicologiche in luogo pubblico (da cui la paura di andare per strada da sole in certe zone o in certe ore della notte, ma anche di aprire bocca per dire la nostra a viso aperto).
Ci starebbero dentro le discriminazioni e i mancati riconoscimenti sul posto di lavoro, il vedersi passare sempre davanti qualcuno che magari ne sa meno di te, ma in quanto maschio (e talora femmina) dà più garanzie (di lealtà? di obbedienza?).
Ci starebbero dentro quei tanti piccoli mercati di cui a volte ci siamo perfino giovate per battere in volata qualche altra donna (già, la cartina al tornasole del “me too” porta alla luce anche tutte le scorie che si sono andate depositando dentro e su di noi nel corso del tempo, rendendoci servili nei confronti dei maschi e rivali delle altre donne).
Ci starebbero dentro i maltrattamenti domestici, gli incesti, le asimmetrie economiche che mettono in stato di dipendenza, se non di schiavitù, un numero esorbitante di mogli, compagne, madri, sorelle, figlie.
Ci starebbero dentro quelle immagini cieche riverberate su di noi dal cinema, dalla televisione, dalla pubblicità, ma anche da insospettabili testi scolastici per la prima infanzia e da tanta letteratura rosa, nera, gialla, rosso sangue.
Lascio ad altre penne la voglia di disquisire sui distinguo tra flirt e molestia, argomento davvero secondario, vista la posta in gioco. Ognuno e ognuna di noi sa che, perché ci sia flirt, gioco di seduzione, corteggiamento, anche solo invito a pensarsi come “oggetto” di desiderio, ci devono essere due soggetti che si riconoscono tali e tali sono. E, a dirlo, è una che ha sempre rimpianto i favolosi anni sessanta italioti, quando poteva capitare che dall’alto di un ponteggio un edile ti gridasse: «o son ciechi o son di legno». Potevi prenderla per un’offesa o un complimento, ma la questione non è certo quella sollevata dal movimento #MeToo.
Oggi, ci ricordano alcuni scrupolosi analisti, magari cavalcando quel meraviglioso oggetto mediatico che è la presunta contrapposizione tra donne europee e nordamericane, non dobbiamo sentirci solo vittime (posizione, ammettiamolo, piuttosto deprimente). Di emancipazione ne abbiamo avuta parecchia. Se ci lasciamo maltrattare, violentare, soffiare un posto di lavoro da un ragazzotto qualsiasi, fottere da un amico di famiglia o da uno zio, una qualche responsabilità dovremo pur averla. Se ci mettiamo trent’anni a capire che un amante (o un datore di lavoro) più o meno occasionale, scelto o subìto, ci ha fatto veramente del male, non sarà meglio che ci facciamo un bell’esame di coscienza, riconoscendoci idiote oppure variamente complici, conniventi, calcolatrici, opportuniste (all’epoca dei fatti) e delatrici, vendicatrici, castratrici (con il senno di poi)?
Mentre i solerti analisti di cui sopra continuano a lambiccarsi un po’ pregiudizialmente la mente, un numero sempre più nutrito di donne sta dicendo ad alta voce quali siano le ragioni della propria presunta e spesso reale acquiescenza, della propria eventuale e perdente complicità.
Perché è difficile farsi ascoltare e, ma solo in seconda battuta, credere.
Perché è meno doloroso e umiliante stare zitte, provare a dimenticare.
Perché si rischia di ritrovarsi isolate e, per di più, dalla parte del torto.
Perché è più comodo e vantaggioso tacere.
Finché è più comodo e vantaggioso tacere o accontentarsi di quei bisbigli all’orecchio che accompagnano da sempre la vita delle donne, quel dire in segreto a una o più amiche che ti ascoltano con partecipazione e ti permettono, proprio grazie alla condivisione, di non ribellarti, di tirare avanti.
Poi Donald Trump diventa presidente degli Usa e si comincia a ballare. Che lui sia un poco di buono, un mezzo matto, un irresponsabile, lo si capisce a occhio e orecchio nudi. Però è stato democraticamente eletto. C’è un’America che ha creduto in lui e che lo sostiene. È un’America pericolosa per tutti, non solo per gli americani, non solo per i neri e i migranti in arrivo da quei «buchi di culo» (ipse dixit) che sono l’Africa o il Centroamerica, non solo per i poveri e per le donne. Ma lui è rocciosamente ancorato al suo posto, forte della maggioranza del suo partito al Congresso.
Ricorderanno, lettrici e lettori, che non molti anni fa anche qui da noi ci trovammo alle prese con un politico-imprenditore-showman, eletto dal popolo italiano, che governava l’Italia come se fosse una sua azienda. Lo si sarebbe potuto incastrare su molte delle sue malefatte, sulla sua spavalderia da imbonitore di paese, sulla vuotezza delle sue promesse e dei suoi “contratti con i cittadini”, e invece si preferì farlo scivolare sulla buccia di banana di un suo geriatrico vizietto. E alcune donne italiane cantarono vittoria e furono, a modo loro, ricompensate con una pioggia di posti e posticini nel circo Barnum della politica e dell’amministrazione. Gli equilibri di potere ne uscirono intatti, perché a fare da bersaglio a quella sollevazione c’era un singolo individuo che, a guardare bene, forse non era peggio di tanti altri. E perché, magari senza volere, le donne avevano reso un servizio al sistema invece di porgli un ultimatum o quantomeno metterlo a soqquadro. E infatti, a distanza di un pugno di anni e di qualche pena scontata nei servizi sociali nostrani, la persona in questione oggi è ammessa in grande spolvero alla kermesse elettorale.
Negli Stati Uniti, a partire dal giorno stesso in cui Trump si è installato alla Casa Bianca, lo sgomento elettorato democratico si è mobilitato in tutti i modi possibili per rimuoverlo dalla sua posizione. Nel mirino: evasione fiscale, Putin-connection, giochini di guerra con quell’angioletto di Kim Jong-un (pura polvere negli occhi), condotta sessuale.
Perché dunque non provare a vedere nel caso Weinstein una formidabile prova generale di uno spettacolo che potremmo intitolare «Abbattimento e umiliazione dell’uomo più potente del reame»? A muoversi sono state le attrici di Hollywood, su questo non c’è alcun dubbio, seguite dai sempre più ingolositi, ma anche politicamente vigili, media mainstream americani. Ma dietro di loro c’è, compatta, un’alleanza di ferro tra donne.
Il 17 ottobre 2017 la cantante e attrice Alyssa Milano riprende senza saperlo uno slogan già esistente, “Me Too”, creato nel 2006 da Tarana Burke, attivista femminista e nera impegnata da sempre in un’opera simile a quella svolta in Italia dalle operatrici delle Case di accoglienza delle donne maltrattate.
È una scintilla che dà fuoco alle praterie.
In quell’# si riconoscono in un lampo donne di ogni classe sociale, età, religione, colore, orientamento sessuale. La loro (sarebbe falso dire ‘la nostra’) è una vera e propria sommossa, un riot: stanno gridando adesso basta e non vanno per il sottile, se la testa di qualcuno rotola tanto peggio per lui, si è mai visto un assalto ai forni in cui si chieda al fornaio di regolamentare l’accesso al banco e legiferare sul prezzo del pane?
E Weinstein cade, e dietro di lui, in un inarrestabile effetto domino, una serie di star (tra loro Kevin Spacey, peraltro gay e dunque disinteressato alle donne, che verrà sottoposto a una forma ferocissima di pena: l’invisibilità e la cancellazione retroattiva. Un contrappasso dantesco. Incubo peggiore, per un attore, credo non ci sia).
Da noi, di fronte a tanta “imperturbata violenza”, è stato evocato il fantasma del puritanesimo, arrivando a parlare di una moderna “caccia alle streghe” ai danni degli uomini, dunque tout-court del desiderio. Il potere maschile, che così spesso gli uomini confondono con il proprio diritto, viene nominato poco o distrattamente, come se il punto non fosse quello. O forse nominarlo fa paura, quasi si temesse un Malleus Malleficarum che, invece di abbattersi sulle streghe ribelli di storica memoria, venisse impugnato dalle donne contemporanee per detronizzare e evirare i maschi. Un po’ alla Lorena Bobbitt, ricordate?
Nel 1989 lei, ecuadoriana e diciannovenne, sposa lo statunitense John Bobbitt. Quattro anni dopo, nel giugno del 1993, taglia il pene al marito addormentato, poi sale in auto e se ne disfa gettandolo dal finestrino. La polizia lo recupererà e i medici provvederanno a riattaccarlo al corpo dell’uomo. Lorena viene giudicata non colpevole: quattro anni di abusi domestici e stupri coniugali hanno prodotto in lei un disturbo post-traumatico da stress, facendola temporaneamente impazzire. La sua pena consisterà in un periodo di quarantacinque giorni in un ospedale psichiatrico. Lei è stata “curata”. E lui?
Da dove viene, in questo momento, alle donne americane e di tante altre zone del mondo (le adesioni a #MeToo sono milioni, India e Cina incluse) il potere di fare quello che stanno facendo e fino a che punto intendono esercitarlo? Si tratta di un fenomeno caotico, spontaneo e disorganizzato, destinato a esaurirsi non appena i media rivolgeranno ad altro la loro attenzione? Oppure quel prendere atto insieme di non essere le sole e da sole annuncia un cambiamento epocale, che nessun legislatore riuscirà a rinchiudere in una carta dei delitti e delle pene appena un po’ aggiornata? Tipo «Barbablù, Barbablù, dagli altri uomini e da me stessa, salvami tu».
Su questi punti sarebbe utile che, anche da noi, donne e uomini cominciassero a ragionare.
Le prime per capire se in Italia non sia davvero ipotizzabile un “me too” singolare-collettivo capace di non inciampare nelle reti insidiose di una (auto)conservazione preoccupata anzitutto di tenere in piedi famiglie, chiese e partiti, ma anche di non assumere la vitrea specularità della vendetta che riproduce gli orrori contro cui dovrebbe a nome di tutti, uomini compresi, combattere. I secondi per prendere atto che, come sostiene la cauta scrittrice statunitense Caitlin Flanagan sul mensile The Atlantic del 14 gennaio scorso, in molte parti del mondo «le donne sono “in collera”, “temporaneamente potenti” e potenzialmente “pericolose”». Che è dunque il caso non di svilirle, aggredirle, metterle le une contro le altre, ma di provare a ipotizzare insieme a loro nuove alleanze, percorsi meno autistici del desiderio, una visione meno fissa, binaria e problematica delle figure del maschile e del femminile.
Nessun vaso di Pandora è stato scoperchiato, ma quando l’io sa farsi noi, il Moloch – per sua e nostra fortuna – non è più al sicuro.
(27esimaora.corriere.it 23 gennaio 2018)