di Francesca Pasini

Ho ripreso in mano Breve storia della curatela (Hans Ulrich Obrist, 2011, postmedia books) con le interviste a Walter Hoppes, Pontus Hultén, Johannes Cladders, Jean Leering, Harald Szeemann, Seth Sieggelaub, Werner Hoffman, Walter Zanini, Anne D’Harnoncourt, Lucy Lippard. Le loro esperienze vanno dalla fine degli anni ‘50 all’inizio del secondo millennio e tuttora sono un riferimento. Si può sempre partire dal basso e dare vita a musei, esposizioni cruciali, come hanno fatto loro? I movimenti di opinione esistono? O sono sostituiti da molecole in via di aggregazione?

Parafrasando Musil, mi sento “una curatrice senza qualità”, nel senso che devo imparare una diversa qualità per riconoscere e proporre la ricerca di uomini e donne, che oggi partecipano numerose alla scena contemporanea in tutti i campi del sapere, compreso quello dell’arte.

Tra le mostre che mi hanno offerto spunti per cercare “questa qualità” c’è la Biennale di Massimiliano Gioni nel 2013. Il suo Palazzo Enciclopedicoha messo in piena luce non solo un gran numero di artisti, tradizionalmente inseriti in espressioni “laterali”, ma anche molte donne di cui non si avevano più notizie. Ho apprezzato un’enciclopedia che superava le specializzazioni linguistiche. È stata una chiave di lettura non solo di singoli artisti e artiste, ma dell’arte contemporanea in generale. All’atteggiamento onnivoro, promosso dalla globalizzazione, Gioni contrapponeva il legame sedimentato tra presente e passato. Internet e le mostre in tutto il mondo ci avvertono di tutto, ma poi rimane la grande avventura dell’approfondimento, leggendo i libri, guardando le singole opere, accettando l’influenza anche di chi non ha avuto, o non ha ancora, influenza. Questo, per me, è il perno per interpretare l’arte, gli incontri, le letture, i viaggi. E già, oggi i viaggi entrano prepotentemente nei consumi culturali, le mostre sono “asterischi” nei programmi delle agenzie turistiche. È un bene? Credo di sì.

La moltitudine di persone che nel 2014 è andata al lago d’Iseo per “galleggiare” nella piattaforma di Christo e Jeanne Claude, ha risposto all’imperativo mediatico di esserci, ma sono convinta che l’energia dell’arte è forte quando provoca uno choc in ognuno, e non nell’epica partecipazione a code chilometriche. E qualcosa di quello choc ha sicuramente toccato qualcuno in quella folla. Per questo non sono moralmente contraria alle mostre per i grandi numeri.

Tuttavia, se penso a Szeemann e alla sua mitica mostra When Attitudes Become Form, sento la nostalgia per il sentimento di comunità tra chi crea e chi cura, tra chi ha già “un nome” e chi offre un’espressione allo stato nascente. Cosa che oggi non è così frequente.

Mi hanno molto colpito le mostre di Damien Hirst a Palazzo Grassi e Punta della Dogana (Treasures of the Wreck of the Unbelievable), durante l’ultima Biennale, e Take me (I’m Yours) a cura di Obrist, Boltanski, Parisi, Tenconi, all’Hangar Bicocca a Milano, di cui ho scritto sul sito di alfabeta, rispettivamente il 27 maggio e il 5 dicembre 2017.

Pur nella diversità, dalle due mostre ho preso lo spunto per affrontare la critica all’economia multinazionale che governa il mondo e l’arte. Le decisioni non dipendono più dagli Stati, ma dalle multinazionali che competono per il primato del capitale finanziario e non per il benessere sociale, politico, culturale dei singoli. In queste due mostre c’è un avvertimento utile per capire come inventare una grande mostra, ma anche per interpretare le molecole culturali che si muovono fuori e dentro la galassia globale, senza cadere nel rimpianto del tempo che fu e senza il conformismo di un’arte che supera le contraddizioni. Queste due mostre le hanno indicate in modo non univoco, possono, infatti, essere lette come critica, ma anche come accettazione di un dato di fatto. A ognuno la scelta. Ma non è questo il compito di un’opera che non voglia essere didascalica?

A questo proposito la mostra, appena inaugurata alla Fondazione Prada di Milano, POST ZANG TUMB TUUUM – ART LIFE POLITICS – ITALIA1918-1943, a cura di Germano Celant, apre un capitolo interessante.

Il nodo è leggere la storia guardando “gli artefatti”, senza separarli dal contesto. Questa è la scommessa di Celant e, per affrontarla, propone uno straordinario apparato fotografico dell’epoca accanto, o meglio, dentro le opere esposte. Il suo intento è fuggire dall’ideologia del white cube, in cui – come scrive in catalogo – vede il cardine “della tipologia comunicativa modernista dei musei e delle istituzioni, delle gallerie e delle collezioni”. L’obiettivo è presentare uno “spazio reale”, in cui far emergere le relazioni “tra segni e tracce all’interno di un sistema culturale”, dove avviene “l’adattamento dell’artista che per sopravvivere al regime, difende la propria autonomia linguistica rimanendo però indifferente alla sua strumentalizzazione”. Nello “spazio reale di questa mostra” appare una verità nota: in Italia il consenso al fascismo era altissimo.

Uomini e donne, però, rimangono uomini e donne anche sotto il fascismo, forse è per questo che quadri e immagini consentono la scappatoia dal contesto attraverso l’emozione individuale. Anche il fascismo è stato un’emozione individuale. Allora, quando un’opera diventa figura di ribellione? E rispetto a chi?

Picasso ha dipinto Guernica e, prima di lui, Goya la fucilazione, fino ad arrivare alla foto del bambino nudo che scappa sotto le bombe in Vietnam. Icone dichiarate, di tragedie da non dimenticare, ma io credo che la ribellione di una figura dipinta, scolpita, fotografata, sia un ponte tra la propria ribellione e quella che vediamo rappresentata in una figura che non sono io, che non sei tu, che non è chi l’ha creata. In quel momento riconosco nell’opera un soggetto col quale dialogare, combattere, inorridire. Tutti abbiamo, alle spalle, parenti fascisti, ma li abbiamo frequentati, contestati, amati.

Quindi l’opera può andare oltre il fascismo esterno, cioè quello del contesto messo magistralmente in mostra da Celant, ma quello interno riemerge perché riflette chi la fa, chi la accoglie, chi la compra, chi la commissiona, e tutto questo non è asettico, nutre lo spirito del tempo. Sono rimasta colpita dalla visione “reale”, come direbbe Celant, di fotografie e opere che dicono che fascisti erano anche gli artisti. Ci sono, però, dei quadri che mi hanno mostrato un autoritarismo che da un lato ha trovato espressione in molte opere che hanno abbellito i luoghi e gli appuntamenti del regime; dall’altro fa vedere la condizione individuale interna del soggetto fascista.

In particolare, quello di Giuseppe Capogrossi, Il vestibolo (Donna bendata. Lo spogliatoio degli uomini), 1932. Un uomo e una donna, nudi, si tengono per mano mentre attraversano una sala con altri uomini nudi. Lei ha la testa bendata.

Ora come allora c’è tensione, sopruso, esibizione, possesso da parte di quest’uomo che mostra Lei davanti ad altri uomini in un luogo di potenziale aggressione. Tutto dipende dalla testa completamente bendata di lei.

Per me, questo è il simbolo del fascismo interno alla coscienza.

Anche gli artisti che, per sopravvivere si sono adattati, lo avevano dentro, tranne quelli che lo hanno rifiutato “che – sottolinea Celant – rappresentano una minoranza”. Un uomo e una donna, invece di avventurarsi nel mondo fuori dal paradiso, si presentano nel luogo simbolico della virilità, lo spogliatoio probabilmente degli atleti del regime. È un’iconografia impressionante.

Celant insiste molto nella definizione di “artefatti” e con acribia li collega alla storia reale, politica del fascismo. Una svolta importante.

Io preferisco definirli “soggetti” interlocutori, che mi raccontano la loro vicenda di figure autoritarie messe al mondo dagli artisti. Influiscono nel mio contesto? Sì. Mi permettono di vedere in quello specifico “soggetto” il fascismo che non ho vissuto, ma anche l’autoritarismo che continua ad esistere.

Come “curatrice senza qualità” vorrei fare tabula rasa rispetto alla promozione dell’opera e organizzare le mostre dentro gli studi, come ho fatto con Arianna Giorgi lo scorso settembre a Milano. Questa è la mia risposta alla sollecitazione di Celant di abbandonare il white cube e la mia ricerca di qualità per non separare “l’artefatto” dal suo, e dal mio, divenire soggetto in dialogo con l’arte.

POST ZANG TUMB TUUUM – ART LIFE POLITICS – ITALIA 1918-1943

a cura di Germano Celant

Fondazione Prada, Milano

fino al 25 giugno 2018

(www.alfabeta2.it, 25 febbraio 2018)

Milano, Libreria delle donne – Circolo della rosa, 24 febbraio 2018 ore 18. C’era una volta un’Italia comunista che faceva paura agli americani. Oggi, si tratta solo di nostalgia oppure resta qualcosa da dire di quella grande esperienza di uomini e donne? A partire dal libro di Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli Al lavoro e alla lotta. Le parole del Pci (Harpo 2017), ne discutono con le autrici Liliana Rampello e Massimo Lizzi.

 

Introduzione di Massimo Lizzi

 

Del glossario, la prima parte del libro di Franca Chiaromonte e Fulvia Bandoli, ha parlato Liliana Rampello. Come lei ha anticipato, la seconda parte del libro consiste in dieci interviste di dieci domande a sei donne e quattro uomini protagonisti della storia del PCI. Una scelta che vuol far prevalere il punto di vista femminile e femminista su una storia prevalentemente maschile.

Le domande sono incentrate sulle ragioni dell’adesione al PCI; la formazione politica e culturale, individuale e collettiva; il rapporto tra i sessi e con il femminismo; le pratiche politiche e il giudizio sulla comunità del PCI, se migliore delle altre; la propria definizione politica oggi, poiché quasi tutte le persone intervistate non sono più iscritte ad alcun partito.

 

Le ragioni della scelta del PCI

Gianni Cuperlo, il più giovane degli intervistati, l’ultimo segretario della FGCI, dice che per la sua generazione — si iscrive alla FGCI nel 1976 — l’adesione al PCI non si caricò di una scelta epica e sacrificale, come per le generazioni precedenti. Aldo Tortorella ricorda della sua militanza di giovane partigiano a Genova, tre compagni: il primo fu colpito a morte in strada, il secondo fu impiccato, il terzo fu deportato in un lager. A lui poteva capitare la stessa sorte. Tentato più volte di lasciare il partito, non lo fece mai, perché l’avrebbe vissuta come una scelta vile nei confronti di chi aveva sacrificato la vita. Cuperlo definisce la sua una scelta quasi per inerzia: i giovani comunisti erano la comunità più prossima e più ospitale tra i moti collettivi della scuola.

La mia scelta fu ancora meno epica di quella di Gianni Cuperlo, che almeno visse la seconda metà degli anni ’70. La mia generazione è quella degli anni del riflusso e del disimpegno. C’era un grande turn-over di giovani, ma c’era anche un notevole nucleo di militanti costanti e quasi totalmente disponibili. Sapevamo di non essere epici, ma ci sentivamo gli eredi di un’epica. Non rischiavamo nulla e non avevamo paura che il tempo del rischio potesse tornare. Solo quando vidi un film sui desaparecidos argentini (La notte delle matite spezzate) mi resi conto del rischio potenziale che una scelta di militanza poteva sempre implicare. Ricordo che da bambino venivo mandato a comprare i giornali e mia nonna, che aveva una mentalità cospirativa, si arrabbiava se non tenevo l’Unità nascosta dentro La Stampa.

La scelta del PCI non era, per noi, solo una scelta tra partiti. Era una scelta di campo nel conflitto tra entità storiche. I comunisti si misuravano non solo e non tanto con gli altri partiti, quanto con realtà più grandi, importanti e potenti: la chiesa cattolica (con cui c’era un dialogo e una rivalità morale); la Fiat e il capitalismo (con cui c’era un rapporto di conflitto e negoziazione, per lo più attraverso il sindacato, sempre a partire da una visione di interessi contrapposti o differenti); gli Stati Uniti e l’imperialismo, lo stato che occupava il nostro paese con le basi militari, e che voleva ancora installare gli euromissili, ed era avversario, oltreché dell’Urss, dei vari movimenti di liberazione nei vari continenti.

La scelta del PCI era pensata dal quel nucleo militante forte come una scelta di vita. Sia nel senso che sarebbe durata fino alla morte. Sia nel senso che era la cosa più importante della nostra vita. Sempre disponibili (pure i turni di vigilanza notturni, in Federazione o alle Feste dell’Unità). Sempre attivi, anche in situazioni che apparentemente non c’entravano niente con la politica. Persino un corteggiamento poteva sfociare in un’azione di sensibilizzazione politica.

La fine del PCI, per essere stata un’abiura giocata nella contingenza della politica spettacolo, in retrospettiva ha ridimensionato tutto questo e ha fatto spazio alla percezione di aver vissuto una storia sbagliata, di aver fallito, di essere stati smentiti nella diversità e nell’originalità dei comunisti italiani. E quindi, la percezione di avere avuto e di avere politicamente torto. La trasformazione socialista della società italiana non era avvenuta. Il programma, la strategia, l’organizzazione del PCI non erano state adeguate perché avvenisse e non era in vista nessun adeguamento futuro, perché quell’obiettivo storico veniva archiviato. Si poteva allora essere comunisti per ragioni sentimentali rivolti al passato o per motivi utopici rivolti al futuro, ma non lo si poteva più essere per motivi politici rivolti al presente.

Il libro, almeno nel ripensare la storia passata, lenisce questo sentimento depressivo, perché mette a fuoco e dà valore politico ad alcuni aspetti della storia comunista, che nel bilancio delle realizzazioni, tra critiche e autocritiche, sono lasciati sullo sfondo o del tutto ignorati.

 

La formazione politica e culturale

Un aspetto è la formazione politica e culturale. Luciana Castellina vede i suoi compagni di scuola comunisti essere di gran lunga i più colti e intelligenti, quelli che esercitavano più influenza su di lei. Graziella Falconi da ragazza definisce il PCI come il più intelligente d’Italia. Io stesso intendevo l’essere comunista come l’essere più preparato degli altri nella conoscenza dei fatti, nel modo di interpretarli e nell’abilità dialettica.

Alcune risposte sui libri della propria formazione individuale vanno oltre il senso della domanda ed espongono di fatto una vasta indicazione bibliografica. Le persone intervistate hanno letto molto, alcune di tutto: letteratura, poesia, filosofia, saggistica, storia, i classici soprattutto. Le donne più degli uomini. Agli uomini mancano del tutto le autrici.

A significare l’importanza dei libri c’è una battuta attribuita da Marisa Rodano a Palmiro Togliatti: «Non perdete troppo tempo con i giornali, piuttosto leggete romanzi». E c’è soprattutto un tragico episodio raccontato da Emanuele Macaluso: la sorte di Michele Calà, il bibliotecario della sua cellula di partigiani a Caltanissetta, che sotto i bombardamenti, invece di rifugiarsi, si preoccupa di salvare i libri e viene ferito mortalmente da una scheggia.

Il PCI si concepiva come intellettuale collettivo, per esercitare una egemonia culturale nella società. Incoraggiava la formazione individuale e organizzava quella collettiva, mediante giornali e riviste, in particolare l’Unità e Rinascita, e una rete di scuole di partito, la più importante alle Frattocchie, fuori Roma, dove si tenevano corsi e seminari, anche di molti mesi, per gli operai, le donne, i dirigenti e gli amministratori locali.

La stessa vita di partito in sezione e l’attività di base nei quartieri, a scuola e nelle fabbriche, oltre che per la sua valenza politica e propagandistica, era considerata un aspetto importante della propria formazione. La consuetudine con un operaio era quanto di meglio, per evitare di diventare un astratto intellettuale operaista (Achille Occhetto).

 

Il giudizio sulla comunità politica del PCI

L’appartenenza e la vita di partito avevano un importante aspetto comunitario. Lia Cigarini racconta del militante andato via con il manifesto, ma poi tornato alla sua sezione del PCI, perché bisogna pur avere degli amici nella vita. Secondo Aldo Tortorella, dovunque andavi potevi trovare un compagno disposto ad accoglierti come un fratello o così pareva. In parte, pareva anche a me, se penso al rapporto speciale con genitori e insegnanti comunisti o al modo in cui potevamo essere accolti da comunisti sconosciuti, durante la diffusione dell’Unità o un’attività porta a porta. A scuola, l’ultimo anno, sospettavamo della relazione tra un professore e una studentessa: entrambi comunisti, in pubblico si davano ostentatamente del lei. Oggi sono sposati con due figli.

La comunità del PCI teneva insieme cose diverse. Diverse generazioni, diverse anime politiche, in particolare quella riformista e quella movimentista negli anni ’80, di cui le due autrici sono espressione. E questo nel rispetto e nella valorizzazione reciproca, o almeno ci si curava che apparisse così. Diverse figure sociali operai, impiegati, commercianti, artigiani, piccoli e medi imprenditori. Lia Cigarini racconta come nella sua sezione nel centro di Milano fossero presenti l’ambulante e il primo violino della scala, la portinaia e l’intellettuale, l’artigiano e il bancario.

Quasi tutte le persone intervistate ritengono che la comunità politica del PCI fosse migliore delle altre. Un giudizio che richiama la diversità dei comunisti italiani. Lia Cigarini dice che tutti i funzionari che conosceva avevano fatto due scelte serissime: la resistenza e la povertà. Luciana Castellina osserva che quando i comunisti hanno rinunciato alla loro diversità, non si sono avvicinati di più alla gente, se ne sono invece allontanati.

 

Il rapporto tra i sessi e con il femminismo

Questo è l’aspetto più problematico visto oggi da questa sede, ma già da molto tempo. Lia racconta di avere rotto con il PCI, le sue pratiche politiche, negli anni ’60, dando vita con altre al primo collettivo del femminismo della differenza (DEMAU).

Una signora libraia, giovedì sera, sapendo che sarei qui intervenuto oggi pomeriggio, mi ha chiesto qual era l’argomento in discussione. Le ho detto che presentavamo un libro sulla storia del PCI. Mi ha risposto che il PCI non l’ha mai appassionata tanto, perché lo vedeva come parte del mondo maschile. Nel motivare questo ha citato, non tanto il ruolo degli uomini, il rapporto tra compagni e compagne, quanto il modo in cui i compagni trattavano le loro mogli e fidanzate: le mettevano in secondo piano rispetto all’impegno prioritario della militanza. Da segretario di sezione, quando convocavo i compagni per telefono, spesso dovevo fare una trattativa con la moglie, se rispondeva prima del marito. La questione fu discussa in un comitato centrale del 1953, perché il PCI accusava la DC di non essere coerente con il suo modello di unità familiare, poiché con gli effetti del suo governo, la povertà, la disoccupazione, l’emigrazione, disgregava le famiglie. Tuttavia, al lavoro, il PCI aggiungeva la militanza totalizzante e questo sottraeva ulteriore tempo alla famiglia. Sorse così la preoccupazione tra i comunisti che le mogli trascurate potessero essere preda di vicini, amici benintenzionati o dei parroci ed essere convinte a votare per la DC. L’Unità pubblicò un editoriale titolato: «Per chi voterà tua moglie?». L’indicazione del CC del Partito fu, non quella di dedicare più tempo alla famiglia sottraendolo al partito, ma intensificare la propaganda politica in famiglia.

Il maschilismo del PCI era comunque il più amico delle donne. Aveva una cultura emancipazionista. Un’organizzazione di donne di massa, che se non teorizzava la relazione tra donne, a suo modo la praticava e quell’associazionismo femminile creò le condizioni e determinò la riforma del diritto di famiglia e la tutela delle donne divorziate. Il PCI fu l’unico partito a tentare di aprirsi al femminismo della differenza e oggi molti uomini femministi (pur sempre pochi) sono uomini che provengono dal PCI o dai suoi paraggi.

All’epoca, mi interessava il femminismo come uno dei movimenti di liberazione — nel glossario è definito come un elemento di comunismo insieme all’ambientalismo. Leggevo le femministe che scrivevano sugli organi di partito, perché ritenevo facessero parte della formazione del buon militante, le leggevo anche se capivo poco. Compravo persino Reti, la rivista diretta da Maria Luisa Boccia. Ma non avevo coscienza del dibattito femminista o non me ne ricordo bene. Sapevo però che nel partito c’era questo orientamento del femminismo della differenza, che si stava affermando con la Carta delle donne. Ricordo una mia compagna (di partito e di scuola) farmi questo discorso: «Sai noi donne siamo differenti da voi uomini. Voi vi riunite la sera, a noi piace riunirci di pomeriggio. Mentre discutiamo, vogliamo prendere il té, magari ci capita anche di emozionarci e piangere». Io rimasi allibito e le dissi che non le credevo, che lei si stava solo adeguando a una linea di partito, anzi delle donne del partito in quel momento guidate da Livia Turco.

La Carta è vista dalle persone intervistate come un tentativo di sintesi o di incontro tra la cultura del PCI e il femminismo, come un tentativo di andare oltre l’emancipazionismo. Si risolse, forse, soprattutto nelle quote rosa, non si tradusse in una pratica politica e il suo percorso fu interrotto dalla fine del PCI. Lia Cigarini chiede perché non riprese nel PDS, un partito meno strutturato del PCI, dove le condizioni per una pratica di relazione tra donne poteva essere meno difficile.

 

(www.libreriadelledonne.it, 24 febbraio 2018)

di Sara Gandini

 

«Responsabilità genitoriale» era il titolo dell’incontro organizzato da Differenza Donna, una ONG amministrata da figlie del movimento femminista, che a Roma gestisce alcuni Centri antiviolenza. Differenza Donna ha invitato ad uno stesso tavolo operatrici, educatrici, assistenti sociali, donne che hanno subito violenza, insieme a donne e qualche uomo che stanno riflettendo sulla differenza sessuale, non solo a livello professionale ma come passione politica. L’incontro a cui ho partecipato il 16 febbraio 2018 rientrava nel progetto Per un buon uso delle parole. Significare luoghi, attori, contesti della violenza maschile contro le donne e i minori.

Ho accettato di introdurre la discussione prima di tutto perché Claudio Vedovati mi ha invitato a farlo con lui, per la relazione che ho con lui, senza pensare molto al titolo dell’incontro. Spesso le donne si muovono in questo modo, per l’interesse nella relazione. Quando però ho cominciato a riflettere sul taglio da dare al mio intervento sono andata in crisi.

Fermatami ad interrogare il mio impasse, mi sono resa conto che il primo problema era legato al linguaggio: usare la parola “genitorialità” mi metteva in difficoltà perché so che comporta il rischio di mascherare una differenza fondamentale, soprattutto se si parla di violenza, quella tra madre e padre.

L’altra questione riguardava la mia postura di fronte alla violenza in famiglia. Mio era padre era depresso e alcolista e spesso paralizzava la famiglia con i suoi attacchi di ira. Tanto che ha fatto scappare di casa prima mia madre e poi anche me. Ma io sono tornata, cercando di tenere insieme conflitti e amore, e l’ho accudito fino a quando non è riuscito ad uccidersi. So quindi quanto le parole delle figlie siano avviluppate in un amore che temiamo, che può far da velo alla realtà, che non aiuta a trovare le parole per dire, per dare valore alla nostra importante verità soggettiva.

Mi ha quindi colpito un racconto di Flannery O’Connor dal titolo «Un brav’uomo è difficile da trovare» (1959), ripreso da Annarosa Buttarelli sulla rivista di Diotima, «Per amore del mondo». In questo racconto tre criminali incontrano una famigliola in viaggio con la nonna. Il Balordo, il capo della banda, dà ordine di ammazzare uno per uno i componenti della famiglia. La nonna comincia uno scambio con il Balordo e cerca di convincerlo che lui è un uomo buono e bravo. Lei non vuole credere che lui sia così cattivo come è evidente dai fatti; cerca continuamente di fare minuscoli ragionamenti in cui cerca di portare l’uomo a considerare che in fondo a se stesso un po’ di bontà potrebbe averla ma lui le risponde chiudendole la bocca così: «Non c’è piacere al di fuori della cattiveria». Alla fine la nonna capisce che non si può ragionare, non si può convincere l’altro che è meglio essere buoni, e a quel punto, la nonna fa il gesto risolutivo del racconto, preceduto solo da una frase che accompagna una carezza sulla spalla del criminale: «Ma tu sei uno dei miei bambini. Sei una delle mie creature!». Il Balordo le spara e la uccide, ma in lui cambia qualcosa, e lo veniamo a sapere da una frase rivolta ai suoi compagni che ridono dell’omicidio appena avvenuto: «Zitto, Bobby Lee. Non c’è vero piacere nella vita». Flannery O’Connor ci invita a vedere la realtà senza ricorrere a consolazioni: noi abitiamo in un territorio dove sempre più frequentemente prevale la crudeltà. L’autrice sembra indicare che non serve proporre modelli di comportamento a chi vorremmo “salvare”. Di fronte alla crudeltà, al piacere della cattiveria non si può opporre la volontà del Bene, non si può convincere, educare, trasformare, attraverso le numerose retoriche del Bene, in questo non c’è efficacia, anche se qualcosa accade ad un certo punto perché il criminale non riuscirà più a provare godimento perverso nel vedere soffrire gli altri, come fino ad allora aveva fatto. Le parole della nonna «Ma tu sei uno dei miei bambini. Sei una delle mie creature» fanno accadere qualcosa. Io direi che un altro ordine simbolico è apparso ed è caduto il piacere perverso della violenza, anche se la violenza non si è fermata.

Questo racconto mi conduce verso una contraddizione interessante, che non intendo sciogliere ma tenere lì, perché sia feconda. Da una parte questo racconto fa emergere una postura che è anche mia e di tante donne che hanno un senso smisurato di riparazione verso gli uomini e che so essere inefficace. Dall’altra parla di un di più femminile che ritrovo nelle parole di María Milagros Rivera Garretas: «è un’evidenza che a noi donne specialmente attrae la relazione per la relazione, […]. Io penso che questa predilezione – una predilezione storica, non predeterminata – abbia a che vedere con una capacità misteriosa che il suo corpo, il corpo di lei, segnala: la capacità di essere due. […] Lì risiede la sua grande dignità, il suo di più» (Donne in relazione. La rivoluzione del femminismo, Liguori, Napoli 2007).

Milagros sostiene che nel comportamento della donna maltrattata c’è un enigma che è anche una delle facce di un di più femminile. Milagros invita quindi a ribaltare lo sguardo di fronte alla donna che subisce violenza e a non trattarla quindi come una persona succube o incapace perchè è proprio riconoscere un di più che permette di aiutare davvero. Altrimenti la donna, sprofondando nella miseria della vittima, resta senza via di ritorno a sé, all’amore di sé aperta all’altro, di cui lei si è resa depositaria. (“L’enigma della donna maltrattata” di Clara Jourdan, in “Per amore del mondo” Rivista di Diotima, 2008).

Alcuni si preoccupano che riconoscere quel di più possa avere un effetto controproducente rispetto al denunciare e al sottrarsi alla violenza. Su questo le donne dei centri antivolenza di Differenza Donna ci insegnano che non si aiutano le donne ad allontarsi dalla violenza spogliandole della loro dignità. E sono d’accordo con Milagros “Nessuno esce da una situazione difficile amputando un pezzo della sua vita, ma riconoscendo la grandezza del desiderio e dello sforzo che l’hanno portato lì, anche quando perde.”

Riconoscere un senso alle scelte della donne che hanno subito violenza fa cadere quel “disprezzo per la vittima” che è molto comune e che è la causa anche delle reazioni subite da Asia Argento quando ha denunciato. Una volta si dava per scontato che la vittima che non denuncia subito sia in difetto di qualcosa, ma il movimento nato con Asia e le attrici di Hollywood ha mostrato che le cose non stanno più così.

Nei confronti della crudeltà banalizzata, perché resa quotidiana, della distorsione comunicativa come mezzo manipolatorio che uccide la fiducia nella verità soggettiva, e che troviamo anche nella violenza in famiglia, Annarosa Buttarelli propone di riprendere a ragionare sul coraggio, liberato dalla virilità. Si riferisce al coraggio di quelle donne che non negano la sofferenza e la paura, non hanno bisogno di razionalizzare. Quel coraggio di dire che non ha a che fare con la ricerca della gloria, che non ha paura di mostrare ambivalenze e contraddizioni. Quell’alzarsi in piedi e parlare per un senso di giustizia che non ha bisogno di tribunali, che sta presso il proprio sentire, la propria verità soggettiva.

Penso ad Asia Argento: ha avuto il coraggio di esporsi personalmente, ha affrontato pubblicamente chi la criticava e con la sua presa di parola ha di fatto innescato il movimento partito dalle attrici e che poi ha investito le donne che lavorano in fabbrica, la politica, la scuola e che sta mostrando che le molestie e i ricatti sessuali non si danno più scontati, che le donne non ci stanno più.

Se da una parte noi donne non vogliamo rinunciare alla bellezza di essere due, alla relazione per la relazione, allo stesso tempo, quando il male ha la meglio, stiamo mostrando quel coraggio femminile che si alza in piedi e sa dire la verità, nonostante le contraddizioni del proprio sentire. Quel coraggio che sa allontanare e denunciare, senza rinunciare alla grandezza del proprio desiderio, senza disconoscere le scelte fatte seguendo i propri sogni.

 

(www.libreriadelledonne.it, 23 febbraio 2018)

 

di Rebecca Solnit

 

Questa storia è andata troppo in là. Ha terrorizzato tante persone, le ha allontanate dal loro posto di lavoro, gli ha messo addosso la paura di far sentire la loro voce e le ha punite per aver parlato. Mi riferisco alla misoginia e alla violenza contro le donne (e contro le ragazze, gli uomini e i ragazzi, e per­no i bambini). La rivolta del movimento #MeToo è un tentativo di affrontare un fenomeno antico. E se per caso avete dimenticato quant’è grave la situazione, andate a visitare la mia banca dati preferita: l’ufficio statistiche giudiziarie del ministero della giustizia statunitense. Lì scoprirete che nel 2016, secondo le stime, ci sono stati 323.450 stupri o aggressioni sessuali, e sono stati denunciati più di un milione e 109mila episodi di violenza domestica. Alla polizia sono stati segnalati meno di un quarto degli stupri e poco più di metà degli episodi di violenza domestica. Circa tre milioni di stupri nell’arco di dieci anni sono tanti. E comunque si tratta di una stima prudente. Vediamo ora alcuni dati dei Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie, non molto aggiornati ma ancora illuminanti. La violenza domestica costa agli Stati Uniti più di otto miliardi di dollari, per lo più in servizi sanitari e di salute mentale. Queste violenze fanno perdere ogni anno alle loro vittime più di otto milioni di giornate di lavoro pagate. “Quasi il 14 per cento delle donne e il 4 per cento degli uomini hanno riportato lesioni causate dalla violenza domestica, che comprende la violenza sessuale, la violenza ­fisica o lo stalking”, si legge nel rapporto. Quella che invece non è arrivata abbastanza lontano è l’ultima ondata di reazioni a questa brutalità, nota con gli hashtag #MeToo e #TimesUp. Il movimento sarà arrivato lontano quando non saremo più una società in cui il 75 per cento dei lavoratori dipendenti non denuncia molestie e il 75 per cento di chi le denuncia subisce ritorsioni. Questi numeri significano che solo un quarto di un quarto delle vittime di molestie, cioè una su 16, ottiene giustizia. Il movimento #MeToo sarà arrivato abbastanza lontano quando una donna su quattro non subirà più molestie sul posto di lavoro, quando una su tre non sarà importunata nell’industria della ristorazione, quando l’80 per cento delle lavoratrici agricole e una percentuale enorme delle donne nelle forze armate non saranno più molestate (succede anche agli uomini, ma meno di frequente). Il movimento sarà arrivato abbastanza lontano quando non esisteranno più realtà come l’università privata Tulane di New Orleans, dove più del 40 per cento delle ragazze e il 18 per cento dei ragazzi hanno subìto aggressioni sessuali, e dove un quarto delle ragazze e il 10 per cento dei ragazzi sono stati violentati. Il #MeToo sarà arrivato abbastanza lontano quando lo stupro non sarà più un problema nei campus universitari, quando le scienziate non saranno più allontanate dal posto di lavoro o dai centri di ricerca perché, come si legge in un recente articolo di Science Friday, “il 26 per cento delle ricercatrici ha denunciato aggressioni durante le ricerche sul campo e un altro 71 per cento ha denunciato molestie”. Il movimento sarà arrivato abbastanza lontano quando considereremo i livelli di violenza sessuale e di genere, la pervasività delle molestie e la mancanza di risposte adeguate come gli orribili ricordi di un brutto tempo andato. Chi critica il movimento #MeToo si concentra sui casi in cui sono ­finiti nello stesso calderone anche uomini che avevano commesso reati minori o reati non confermati o non chiariti, oppure quando sembra non esserci stato un processo giusto. Non è certo il femminismo né sono le donne intese come categoria a prendere le decisioni. Le prendono dirigenti e manager, spesso maschi, che hanno fatto ­finta di non vedere ­finché non sono scoppiati gli scandali. C’è ancora molto da fare per affrontare meglio il problema, e nessuno merita di essere accusato o punito ingiustamente, esattamente come nessuno merita di essere violentato. Nessuno merita di essere ingiustamente allontanato dal posto di lavoro o dalla professione e, quando protestiamo se capita agli uomini sotto la luce dei riflettori, faremmo bene a ricordare quanto spesso sia capitato alle donne. Ma che l’epidemia venga affrontata è un bene, e non dobbiamo mai perdere di vista la gravità dei torti che questo movimento, rivolta, chiamatelo come volete, vuole riparare. Non sono troppi solo quelli che commettono le violenze ma anche quelli che le permettono: da chi ignora le accuse o licenzia le persone che denunciano, a chi protegge i potenti, in particolare gli avvocati, le forze dell’ordine e le persone che mettono a tacere le vittime. Pensate al resoconto fatto un anno fa da Susan Fowler sul lavoro a Uber. A Fowler e alle altre donne che avevano denunciato lo stesso molestatore l’azienda ha risposto che l’uomo non avrebbe subìto alcuna conseguenza perché era incensurato. A Fowler è stato detto che, nel caso avesse scelto di restare nella stessa squadra del molestatore e avesse ricevuto valutazioni negative, non doveva pensare a una ritorsione. Pensate quanto sono stati giustificati e difesi i due dipendenti della Casa Bianca che di recente hanno dovuto lasciare il posto di lavoro perché si è saputo che picchiavano le mogli. La cura non è il castigo dei colpevoli, anche se un po’ di timore delle conseguenze potrebbe far bene a chi commette abusi e garantire più sicurezza a chi li subisce. La cura è la trasformazione culturale, che è in corso da mezzo secolo. Come ho scritto sul Guardian a ottobre: “Il cambiamento che conta davvero sarà eliminare il desiderio di fare certe cose, e non solo la paura di farsi beccare”. È utile ricordare quanta strada abbiamo fatto, partendo da una società che non considerava un problema la discriminazione contro le donne né qualcosa che dovesse avere conseguenze giudiziarie; che non faceva niente contro le violenze domestiche; che troppo spesso addossava alle vittime la colpa dello stupro; che non riconosceva come reali gli stupri che le donne subivano dai ragazzi con cui uscivano, dai conoscenti, dai mariti. Le molestie sessuali sul posto di lavoro, una categoria creata dalle femministe negli anni settanta, continuano a essere molto diffuse. Si banalizzano le molestie, definendole commenti di cattivo gusto e approcci indesiderati. Ma nella categoria rientrano anche l’aggressione, il costringere una dipendente ad avere un rapporto sessuale se vuole tenersi il posto o licenziarla se si rifiuta di fare un pompino. Secondo le statistiche negli ultimi decenni c’è stato un calo significativo degli stupri e delle violenze domestiche. In un certo senso è incoraggiante, in un altro no, perché ognuno di quei crimini danneggia qualcuno e ne avvengono ancora tanti, al punto che si potrebbe quasi parlare di un’epidemia. Attenzione: non ho neanche accennato alle morti causate dalle violenze domestiche, che negli Stati Uniti sono molte ogni giorno, né l’altra epidemia – quella delle stragi con armi da fuoco – che ha molti legami con la violenza domestica. A volte penso che se stiamo vivendo questo momento straordinario in cui tante storie vengono a galla è grazie al lavoro lento e silenzioso fatto dal femminismo in questi ultimi decenni per mettere molte donne in posizioni di potere, e per far in modo che molti più uomini si rendessero disponibili ad ascoltare le storie delle donne e affidarsi di quelle che le raccontavano. In molti casi si tratta di storie vecchie. E se non sono state raccontate prima c’è un motivo. Forse vengono raccontate ora perché oggi ci sono più donne che fanno le caporedattrici nei giornali o le producer in televisione, che sono giudici o giurate (un tempo le donne non potevano far parte di una giuria in tribunale), e che occupano posizioni di vertice nelle aziende, negli studi legali, al congresso. E ci sono più persone che credono alle donne e che pensano che i loro diritti contino. L’altro giorno un’amica mi ha raccontato un fatto commovente sul modo in cui vengono selezionate le giurie dei tribunali. Quando si fanno le domande di routine prima di un processo per reati sessuali, oggi rispetto a tempo fa le risposte sono diverse. Di solito, alla domanda se fossero mai state stuprate o avessero subìto abusi, poche delle potenziali giurate e dei loro familiari alzavano la mano. Poi facevano qualche ammissione, ma in privato. Invece in un processo di selezione recente i due terzi delle persone hanno alzato la mano e raccontato la loro storia in tribunale, in modo che tutti potessero sentirle. Qualcosa sta cambiando. Nel 2014, quando 43 studenti maschi messicani sono stati rapiti e probabilmente uccisi nella città di Iguala, circolava questa frase: “Hanno provato a sotterrarci, ma si sono dimenticati che siamo dei semi”. Annaffiati con le lacrime, quei semi cominciano a germogliare. Sono brutte storie: raccontarle è doloroso, giudicarle è un processo che dobbiamo ancora perfezionare, ma quello che vuole questo movimento è lasciare che  delle vite umane fioriscano, libere dal dolore e dalla paura. La segretezza, il silenzio e la vergogna permettono che le violenze continuino. Poi quelle stesse forze puniscono le vittime una seconda volta, isolandole e lasciando che le loro storie rimangano sottoterra. Raccontandole, diciamo invece al mondo che quello che è successo non doveva succedere. Molte di quelle storie si raccontano proprio per impedire che altre diventino vittime, per mettere fine all’impunità dei carnefici. Bisogna continuare ad accendere i riflettori su quei delitti fino a quando non sarà più necessario perché questi fatti saranno diventati rari. E perché ci sia un processo giusto e immediato. Solo allora saremo andati abbastanza in avanti.

(Internazionale, 16 febbraio 2018)

di Luisa Muraro

 

Devo dire che articoli come Il business della gestazione sono imbarazzanti. Il titolo parla chiaro, infatti la gestazione per altri è un business, fa muovere una quantità di soldi speculando su sofferenze, desideri e problemi veri. Ma il titolo lo ha fatto la redazione della rivista, non l’autore dell’articolo. Infatti l’articolo si occupa della faccenda dei soldi per indebolire in chi legge la percezione del fatto nudo e crudo: soldi in cambio di bambini, con tutto quello che ha d’inaccettabile per l’opinione pubblica. C’è anche l’agenzia che dice: noi scegliamo le donne che non lo fanno solo per soldi. Anche i cavalli corrono gratis, ho pensato io. Chi legge vorrebbe ragionare seriamente, ma che senso ha? Con articoli di questo tipo (titolo a parte), quando ci sono di mezzo i soldi e soprattutto c’è la prospettiva che i soldi possano diventare di più, si tende a sospettare che gli articoli facciano parte del business.

 

(Internazionale, 23 febbraio 2018)

di Luigi Ippolito, corrispondente da Londra

Mary Lou McDonald e il partito erede dell’Ira: «Faremo un referendum e lo vinceremo». «Il passato di Gerry Adams? Noi siamo facce nuove, senza barba»

 

Fa impressione soltanto vederle arrivare. Mary Lou McDonald e Michelle O’Neill, una col vestito verde color Irlanda, rossetto acceso, orecchini e collana scintillanti, l’altra coi capelli biondi e le unghie smaltate di rosso. La prima è la leader nazionale del Sinn Féin, il partito irlandese erede dei guerriglieri dell’Ira, la seconda è a capo della stessa formazione nell’Ulster. Sembra passato un secolo (e lo è) dalle immagini lugubri dei militanti repubblicani che sfilano armati e incappucciati nelle vie di Belfast. E appartiene al passato anche il volto di Gerry Adams, il leader storico del Sinn Féin (e capo dell’Ira), di cui Mary Lou ha preso il posto la scorsa settimana.

«Siamo facce nuove, senza barba», scherza lei col Corriere accarezzandosi il viso (e alludendo all’aspetto irsuto di Adams). Ma soprattutto volti di donna, in un movimento nazionalista che è rimasto sempre un affare di uomini ed è stato protagonista di una stagione di sangue in Irlanda del Nord che ha lasciato sul terreno migliaia di morti.

Che effetto fa – chiediamo – una leadership tutta femminile nel Sinn Féin? «È fantastico – esclama Mary Lou abbracciando Michelle -. Abbiamo forte il senso che questo è il momento delle donne nella vita pubblica. Certo, abbiamo bisogno di uomini in politica, ma è necessario un ribilanciamento. Io sono una femminista sfegatata e non potrei essere più lieta che il partito abbia scelto me e Michelle come leader. È il girl power! Stiamo prendendo il sopravvento!».

McDonald e O’Neill sono venute per la prima volta a Londra a incontrare la premier britannica Theresa May. «È stato un meeting lungo – racconta Mary Lou – è andato avanti per un’ora, c’è stato un franco scambio di vedute, ma ne sono uscita delusa e allarmata. C’è stata una polarizzazione sul terreno, in Irlanda del Nord, negli ultimi mesi».

E il problema, come è facile immaginare, è la Brexit, che ha rimesso in questione i delicati equilibri su cui si fonda la pace attuale. «La realtà – spiega la McDonald – è che la Brexit e gli accordi del Venerdì Santo (quelli che vent’anni fa hanno messo fine alla guerra civile, ndr) sono incompatibili. La Brexit rappresenta un chiaro e imminente pericolo per il funzionamento dell’economia e della società irlandese nella sua totalità».

Il nodo è il confine tra Ulster britannico a Nord e repubblica di Dublino a Sud: finora una frontiera fluida, adesso rischia di «solidificarsi» nel momento in cui la Gran Bretagna lascerà la Ue, perché diventerebbe la demarcazione esterna d’Europa.

«La Brexit è un problema in particolare per l’Irlanda – continua la McDonald – per la prossimità geografica alla Gran Bretagna, per i nostri legami commerciali e per i legami sociali fra le due Irlande. Non ci può essere un confine sulla nostra isola. Sarebbe catastrofico per il commercio, per l’accesso a servizi e per come la gente conduce la vita quotidiana: c’è chi ha la casa a Sud e la fattoria a Nord!».

Che l’unica soluzione sia forse la riunificazione? «Irlanda unita? Assolutamente sì!», esclamano all’unisono Mary Lou e Michelle. «Vogliamo non solo una riunificazione territoriale – continua la McDonald – ma reimmaginare una Irlanda rigenerata in senso democratico e inclusivo. La Brexit ha portato la questione alla luce: quando vediamo la prospettiva di una hard Brexit, noi diciamo che non è possibile avere un confine fisico in Irlanda. E la riunificazione è l’opzione ovvia sul tavolo».

Ma come è possibile arrivarci senza scosse? «Noi vogliamo un referendum e vogliamo vincerlo – spiega Mary Lou – ma soprattutto vogliamo un processo democratico basato sul massimo consenso, rispettoso delle differenze, del fatto che c’è una popolazione unionista che è britannica e che è fiera di esserlo. Ma noi siamo la generazione in grado di portare la questione a una conclusione democratica. E prevedo che nel corso del prossimo decennio guarderemo a un referendum sull’unificazione. Alcuni potranno dire che è affrettato, ma il nostro punto di vista è che il mondo nel quale viviamo e le sfide che affrontiamo siano meglio servite da una Irlanda unita».

(Corriere della Sera, 22 febbraio 2018)

Consigliamo di leggere questo splendido articolo dopo aver letto il libro.
La redazione del sito

 

di Benedetto Vecchi

Noir. L’ultimo romanzo della scrittrice francese Fred Vargas, «Il morso della reclusa» (edito da Einaudi), indaga la guerra degli uomini contro le donne.

La tanto desiderata vacanza interrotta dall’ordine di rientro per motivi di lavoro. È l’avvio del nuovo romanzo di Fred Vargas, la nota scrittrice francese di noir che ha ormai un pubblico fedele nel tempo ma a geografia variabile.

DOPO CHE LE VENDITE sono cresciute nel suo paese di origine, i titoli dei suoi romanzi hanno cominciato a campeggiare nelle classifiche dei libri più venduti anche fuori dai confini nazionali. Il titolo del nuovo noir – Il morso della reclusa (Einaudi, pp. 431, euro 20) – è allusivo di una condizione dove la privazione della libertà non sempre coincide con le sbarre di una prigione, visto che le recluse erano, nel mondo contadino, donne che sceglievano di segregarsi da sole dalla società. Ma reclusa è anche chiamato un tipo di ragno che vive sempre nascosto in qualche anfratto perché pauroso come pochi altri aracnidi; ha inoltre un morso innocuo se unico, ma letale se il veleno inoculato in un corpo umano è quello di venti ragni.
Da diversi anni, il protagonista indiscusso dei libri di Vargas è il commissario Adamsberg, capo carismatico e tuttavia più che discusso della squadra anticrimine del 13 arrondissement parigino. Il commissario, considerato un eccentrico e poco produttivo cacciatore di nuvole per l’aria svagata e distratta che lo contraddistingue, è in vacanza in Islanda, l’isola dove si è svolto il precedente romanzo. È però richiamato a Parigi per risolvere un caso di omicidio, la cui vittima è una donna. Il colpevole è indicato in un uomo di origine arabe che conduce tuttavia una vita al confine tra inclusione e esclusione sociale: è una figura che, in un clima di xenofobia diffusa e razzismo di stato, è ideale per spegnere la paura e il risentimento della maggioranza non più silenziosa.

IL CUORE DEL ROMANZO non riguarda tanto l’omicidio di quella donna, rapidamente risolto da Adamsberg. Quell’assassinio si è soliti chiamarlo, a ragione, femminicidio, perché episodio della feroce guerra che molti maschi conducono contro la libertà femminile. È infatti attorno a questa guerra che ruota il romanzo.
I maschi, è noto, misurano il proprio potere nella società attraverso una estenuante competizione su chi è più bravo. Adamsberg apprenderà che anche nella sua squadra la battaglia per la supremazia è cosa di tutti i giorni.

LA LOTTA PER STABILIRE la gerarchia di potere nella squadra anticrimine è condotta secondo modalità urbane, borghesi, propedeutiche a una soluzione «politica» che salvaguardi la dignità di tutti i componenti della squadra. Ma, altrove, la lotta su chi ce l’ha più lungo – la triste passione che anima molti maschi – si combatte con altri mezzi.
Alcuni anziani signori muoiono e si scopre che sono stati uccisi con il veleno del ragno chiamato la reclusa. Impazzano le discussioni sui social network sulla possibilità o meno che i mutamenti climatici e l’inquinamento ambientale abbiano provocato mutazioni nei ragni. Ma i flame della Rete sono nulla rispetto a quanto emerge dalle indagini.
Gli anziani morti facevano parte di una banda formatasi in un orfanotrofio e che quello stesso gruppo di bambini aveva usato i morsi della reclusa nelle sue sadiche scorribande contro altri bambini. E che proprio quella banda era diventata – durante e dopo l’adolescenza dei suoi componenti – una gang di stupratori seriali.
La seconda parte del romanzo è una discesa negli inferi della brutale guerra alle donne condotta da maschi incapaci di stabilire relazioni con i propri simili e con il genere femminile. Adamsberg conosce le sopravvissute a stupri e una vecchia usanza che vedeva donne che sceglievano di diventare recluse ai margini di piccoli paesi dopo essere state violentate. Nel romanzo vengono squadernate le cifre della guerra contro le donne: sono migliaia gli stupri compiuti da uomini senza volto e senza nome; e altrettanti i comportamenti riduttivi della polizia che, al primo vicolo cieco delle indagini, archivia i casi.

ADAMSBERG SI SCHIERA con le donne, ma sa che anche il suo maschile è intriso dal veleno del machismo. L’antidoto sta nel mettere a nudo la propria fragilità senza il timore di apparire debole, rompendo la gabbia del ruolo che rende reclusi anche i maschi. Chissà non sia questa la strada per praticare un liberatorio partire da sé, declinato al maschile. Ma le morti continuano. Il cacciatore di nuvole ipotizza che dietro le morti ci sia la volontà di vendetta di una donna stuprata o una vittima del bullismo della banda dei «bacarozzi», così l’aggettivo affibbiato ai ragazzi di un tempo. Manifesta empatia verso questo desiderio di vendetta, ma non ama la giustizia fai da te, anche se fa esplodere il suo furore quando si imbatte in uno stupro, un femminicidio, una molestia sessuale. Ma è pur sempre un servo dello Stato. Obbligato al rispetto della legge.
Romanzo amaro e bellissimo questo di Fred Vargas. Come i precedenti, racconta storie intrecciate, tematicamente collegate: l’affresco finale mette in evidenza una società violenta, in cui la divisione in classi è opacizzata dal grigio scorrere della vita quotidiana. Dove la violenza sulle donne non è però prerogativa di dinamiche arcaiche che la modernità ha sterilizzato, come molta pubblicistica afferma per ridimensionare la guerra a bassa intensità condotta contro le donne. Nella postmoderna Francia o Italia, Germania, Inghilterra il femminicidio, le molestie e la violenza sessuali sembrano infatti scandire il divenire di un maschile incapace di misurarsi con la libertà femminile. È questo il filo rosso che il noir riavvolge. Con ironia certo, ma anche con doloroso disincanto.

 

(il manifesto 21/02/2018)

di Cristina Obber

Titolo Ansa del 19 febbraio: «Prostituta a 9 anni. Arrestati i genitori».
Manca una «i», perché una bambina può al massimo essere prostituìta, subisce una scelta altrui. Non sceglie lei di fare la prostituta.
Una bambina sceglie di giocare, andare a scuola, guardarsi un cartone animato alla tv.
Il dizionario Treccani ci dice che «prostituta» è colei che «offre prestazioni sessuali a scopo di lucro». Le parole sono importanti perché è – anche – attraverso le parole che esprimiamo il rispetto della persona. E chi fa giornalismo non può continuamente contraddire questo principio.
Le parole, per chi scrive, sono la materia prima: bisogna conoscerle, amalgamarle, valutarne il peso, rifletterci. Rivittimizzare una bambina – anche- attraverso il linguaggio che si utilizza per parlarne, per raccontare e denunciare la violenza che ha subito, è un atto gravissimo. Ancor più se commesso da chi scrive di mestiere.
Come Rete Rebel Network chiediamo da tempo all’Ordine dei Giornalisti una Carta del rispetto: un documento che ricordi ai giornalisti che per scrivere di violenza di genere devono sapere di cosa stanno parlando e conoscere gli errori che si possono fare. Perché il fatto di farli in buona fede non li assolve.
Così come un ingegnere che progetta un ponte non può permettersi di dire «Non ci ho pensato», perché altrimenti quel ponte cade e la gente muore, così chi fa giornalismo non può – più – permettersi di essere superficiale e di scrivere di cose che non conosce.
Io non scrivo di finanza. Se dovessi farlo, studierei. Nelle redazioni va sollecitata la necessità di formazione; ogni redazione dovrebbe avere un/una referente che scriva con cognizione di causa, così come si fa per qualsiasi altra materia.
La violenza sulle donne e sui minori è cosa seria, materiale umano da maneggiare con cura, rispetto e competenza.
Che questa competenza manchi proprio nelle redazioni Ansa è un fatto gravissimo, perché le notizie vengono poi riprese con i copia e incolla dall’agenzia. Così, i titoli e l’errore di uno si moltiplica per giorni.
La notizia di oggi, quindi, non è quella di una bambina prostituta. La notizia di oggi è che un padre e una madre che offrivano in prostituzione la figlia sono stati arrestati per violenza sessuale e sfruttamento della prostituzione minorile. Che sono stati arrestati anche due uomini che avrebbero abusato della bambina. Che dobbiamo ringraziare il testimone che non si è fatto i fatti suoi ma ha chiamato i carabinieri. Perché questi sono fatti di tutti.

AGGIORNAMENTO. Comunico che il capo redattore centrale dell’Ansa, Massimo Sebastiani, a cui ho inviato il pezzo, mi ha risposto scusandosi per l’accaduto e comunicandomi che la redazione ha già provveduto alla modifica del titolo. Questo ci dimostra quanto sia importante la critica costruttiva. E quanto intelligenza e sensibilità insieme, permettano, laddove per la fretta si sbagli, di non considerare la propria buona fede una giustificazione ma di attivarsi per rimediare.

(www.letteradonna.it, 20 febbraio 2018)

 

Brava Cristina Obber per essere intervenuta! Noi vorremmo aggiungere: più che corsi di formazione, più che un/a referente che scriva con cognizione di causa in ogni redazione, ogni singolo/a che scrive nei media cominci a pensare in prima persona le parole che usa, e a consultarsi, anche nella fretta della produzione, con altre, per stare all’altezza del mondo che cambia. (La redazione del sito della Libreria delle donne)

 

 

http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2018/02/19/prostituta-a-9-anni-arrestati-genitori_7c17236b-5f83-4e90-b693-19cae9687a77.html

 

Far scendere Virginia Woolf dal piedistallo in cui è stata messa e farla camminare al nostro fianco: questo è uno degli scopi di Virginia Woolf e i suoi contemporanei, la raccolta curata da Liliana Rampello per il Saggiatore, tradotta da Lucia Gunella. “Tredici donne e quattordici uomini sono stati convocati per restituire un ricordo personale di Virginia Woolf – zia, cognata, amica,moglie,sorella, editrice”. Da Nigel Nicholson che scrive: “quando la lasciavo mi sentivo sempre come se avessi bevuto due bicchieri di eccellente champagne” a Rosamond Lehamann che considera la Woolf “una creatura completamente poetica”, da William Plomer che la definisce “una persona spassosa” a Cristopher Isherwood indeciso se vederla come la principessa incantata o la bimba birichina alle feste, una serie di racconti che restituiscono un’immagine complessa e affascinante della quotidianità dell’autrice di Al faro e Mrs Dalloway.

di Pinuccia Corrias


Il 28 gennaio 2018, presso la Libreria delle donne di Milano si è tenuto un incontro fra donne appartenenti ai Gruppi donne delle Comunità di Base cristiane italiane, al Graal-Italia, alla Sororità di Mantova, a Thea-Teologia al femminile e la Comunità di
 storia vivente.

Intervento di Pinuccia Corrias

Solo la lettura de L’Ordine simbolico della madre di Luisa Muraro e le sue conseguenze sulla relazione con mia madre e, dunque, col mondo delle donne, credo che abbia avuto su di me conseguenze così significative come la scoperta della pratica di “storia vivente”, acquisita in particolare grazie a Marirì Martinengo.

Essa ha portato un altro pezzo di libertà nella mia vita attraverso la comprensione del libro di Mira Furlani, Le donne e il prete, in un percorso che descrivo in un testo di cui ho letto un breve pezzo all’incontro del 28 gennaio in Libreria a Milano, e che qui ripropongo per intero dopo averlo condiviso con Mira.

Mi presento. Anche se non faccio parte delle Comunità di Base, ho fatto un lungo percorso con Doranna Lupi e Carla Galetto nel gruppo Ricerca teologica e pensiero della differenza, che ha alimentato molto del pensiero e delle pratiche femministe di Pinerolo e valli.

Inoltre conosco Mira, sono stata sua ospite tanti anni fa e c’è stato uno scambio reciproco sulle gioie e gli scacchi della nostra vita. Anche per questo il suo libro, Le donne e il prete, mi ha interessata tantissimo; l’ho letto con grande passione e con altrettanta passione con Doranna e le altre ci siamo confrontate, senza trovare soluzione alla nostra conflittuale posizione; pur non negando il positivo che Doranna e Carla individuano nella loro bella prefazione, io mi sentivo bloccata da qualche cosa che mi sembrava mancasse e da cui veniva un’ombra anche a ciò che veniva detto. Da qui il rifiuto e quindi il silenzio tormentato.

Posso dire che per iniziare a rompere questo muro, mi sono servite all’inizio le parole di Luisa Muraro: «Mi parve una storia di “donne che non vanno d’accordo” e ciò mi diede fastidio» (Viottoli, n. 2/2017, p. 57).

Certo, anche in me avrei potuto riconoscere “pregiudizi misogini”, come chiamava i suoi Luisa, ma la cosa non mi placava, perché mi sembravano altrettanto misogini quelli usati per stigmatizzare la donna o le donne che in questa questione stavano dall’altra parte, e dunque i miei dubbi sulla bontà della scrittura di Mira, soprattutto in alcuni punti, continuavano a bloccarmi.

La lettura ripetuta di tutti i testi che Carla e Doranna hanno raccolto nell’ultimo numero di Viottoli – grazie! – in particolare di quelli le cui autrici hanno visto e hanno tentato di svolgere il nodo (che io sapevo essere anche il grumo doloroso della mia vita), insieme al mio desiderio di trovare una via di uscita valida anche per me stessa, mi hanno portata a due scoperte che proverò ad esplicitare.

La prima è il consiglio di Marirì Martinengo, madre insieme ad altre della Libreria delle donne di quella pratica che hanno chiamata “storia vivente” e di cui avevo letto i testi con interesse, ma che erano rimasti per me pura teoria senza un aggancio concreto alla realtà.

«La radice della nostra pratica è l’autocoscienza degli anni settanta, che aveva un suo progetto politico; la storia vivente ne ha un altro; il metodo, la pratica, è quello di andare a fondo dentro di sé fino ad individuare il nucleo, il nodo profondo che ha fatto di ciascuna di noi quello che è diventata: il narrarlo e lo scriverlo ne è la storiografia. L’esposizione, prima orale poi scritta, di quanto viene fuori, va contestualizzata (questo è il punto chiave!) e legata saldamente con i fatti di cui dicevo sopra. Occorre rifuggire dallo psicologizzare e mantenersi ancorate/i al terreno della politica» (sito della Libreria delle donne, 6 aprile 2017).

Aggiunge, poi, un’affermazione che lei stessa definisce “essenziale”: «Estrarre dalla propria interiorità l’esperienza femminile e darle parola e poi scrittura, significa narrare la storia dei condizionamenti violenti imposti alla vita delle donne dall’organizzazione simbolica e sociale patriarcale, acquistarne consapevolezza e contemporaneamente studiare il modo di mettere al mondo le vie per sottrarvisi, avviando un movimento politico e storico in cui vi sia libertà e autorità femminili. Proponiamo una storia a partire da sé – valida per donne e uomini – da un sé profondo che la filosofa María Zambrano e la storica María Milagros Rivera Garretas chiamano le viscere. (Forse l’universale come mediazione)» (idem).

Far parlare le viscere, dunque.

E c’è un punto in cui le viscere di Mira parlano e ciò che dicono non è quanto si sa e tutti raccontano sulla rivoluzione dell’Isolotto. Quella rivoluzione che tutti sanno e riconoscono, Mira l’ha vissuta da protagonista alla pari dei maschi, donna prometeica, forte e vincente. L’unica donna a subire il processo con gli altri uomini e come loro assolta.

Le viscere di Mira in questo libro gridano invece un altro nodo, rimasto sempre taciuto, che è quello riguardante il progetto delle “case-famiglie” con tutto ciò che vi è nato dentro e intorno e che ha riguardato la sua vita.

E non è affatto reticente, come suggerisce Luisa Muraro.

Dice tutto ciò e solo ciò che le viscere hanno sempre tenuto dentro nel loro groviglio doloroso e che l’ha sempre ferita e che ha sempre taciuto e che finalmente ha avuto la forza, grazie all’amore di altre donne, di tirar fuori.

Ecco, le viscere hanno parlato, ma ora, come dice Marirì Martinengo, il nodo va contestualizzato.

E il contesto, dico io, non è l’Isolotto, luogo in cui Mira ne ha fatto dolorosa e incompresa esperienza; il nodo non riguarda le donne e il “prete”, perché qui l’essere prete, secondo me che ho fatto un’esperienza simile con un uomo che prete non era, non c’entra: c’entra l’essere uomo – e perfino dei migliori – di quel tempo.

Qui il nodo è: le donne e l’uomo negli anni “rivoluzionari” del ’68 e dintorni.

Il contesto qui è il simbolico patriarcale nel rapporto uomo-donna: il simbolico, non il sistema! Che veniva allora contestato dai figli maschi coadiuvati dalle figlie femmine. Simbolico che negli anni ’60 e in buona parte degli anni ’70 funzionava uguale e quasi intatto in tutte le realtà miste: famiglia, scuola, partiti di sinistra ed extra-parlamentari, chiesa tradizionale e chiesa del dissenso; con una differenza, però, rispetto agli anni precedenti. Differenza di cui Mira era portatrice, come molte altre donne che in quel tempo si erano affacciate autonomamente alla vita sociale, sostenute da madri silenziose ma incoraggianti; una differenza di cui, tuttavia, eravamo in buona parte inconsapevoli.

Non per molto tempo ancora, però.

Era il tempo della discussione tra “liberazione” ed “emancipazione”, allora importantissima.

La differenza di cui parlo viene messa bene in luce da Alessandra De Perini, in un suo intervento del 22 settembre a Padova, commentando una foto.

«C’è una bellissima foto che per me ha un significato simbolico: mostra Mira che insieme a don Mazzi, ambedue giovani stanno salendo sull’Adamello. Lei è più avanti di lui, è più in alto e sembra rivolta verso di lui come per incoraggiarlo a salire. Nel momento in cui fu scattata la foto (un manifestato lo chiama il biopsicologo Badard, cioè l’espressione evidente di una realtà simbolica non esplicitata) lei, a livello profondo, è già collegata a una storia più grande, che scorre lenta, la trascende e narra di un’umanità femminile che lotta per affermare il proprio desiderio di verità, di esistenza libera, in fedeltà a sé e all’amore alla madre. Su di lui, invece, incombe una storia antichissima di potere maschile materiale e spirituale che lo appesantisce» (Viottoli, p. 56).

Eccolo il contesto che la De Perini (che non a caso è una storica) ha lucidamente individuato e che ora, nel 2018, possiamo dire, perché quasi 50 anni di femminismo ci hanno dato le parole per dirlo.

Quasi 50 anni. Perché il ’68 fu un tempo straordinario (vedi Alessandra Bocchetti, Cosa vuole una donna?) in cui noi donne condividemmo con gli uomini (e ciascuna con il proprio compagno di strada) tutto: privato e pubblico, corpi anime e spirito.

Capire che cosa è successo allora non era facile.

Ora, però, lo sappiamo.

Noi eravamo più avanti.

E sempre più avanti siamo andate; e ora, di ciò che è stato, sappiamo fare memoria efficace, storia vivente, mentre i maschi ricordano battaglie e vittorie, quasi sempre legislative! E così anche le donne che dai maschi – i migliori! – hanno mutuato il linguaggio e il simbolico.

Quello di cui parla Mira non è un nodo solo della sua storia personale, e neanche solo dell’Isolotto e della Chiesa patriarcale, ma delle donne e degli uomini che hanno attraversato quel tempo, soprattutto quelle che nel ’68 hanno mischiato la loro vita con i maschi e hanno fatto con loro progetti di vita.

E quel nodo finora non era mai stato elaborato politicamente dalle donne.

Non sbaglia, forse, Marcello Vigli quando afferma che le difficoltà nella relazione uomo-donna aumentano se l’uomo è un prete (cfr.Viottoli p. 42), ma sbaglia di certo quando non capisce che don Mazzi non si è scontrato con Mira in quanto prete. Questo può essere avvenuto in altre situazioni, ma è un’altra storia.

E per chiarire ancora di più, vorrei dire alcune cose a chi ha scritto a nome dell’Isolotto.

Che Mira ci abbia impiegato così tanto tempo a scrivere è la prova più grande del suo amore per don Mazzi e della sua volontà di non trascinarlo in una situazione di confronto pubblico ambigua oltre che difficile.

Voi scrivete: «Don Mazzi, che non è più con noi da cinque anni (e si sente tutto il dolore e la desolazione per questa perdita irreparabile, perché – lo sappiamo – i morti non tornano!) e non può quindi, anche se lo volesse, rispondere a Mira» … e noi capiamo “per difendersi”!

Ma, vedete, Mira non ha scritto questo libro per parlare di don Mazzi ma per dire di sé.

Non più, però, di quella Mira pubblica che aveva già dato e ricevuto la sua parte nel processo all’Isolotto.

Perché quella era una Mira dimezzata, mutilata. Era quella che, di fronte al valore dell’esperienza dell’Isolotto, ancora una volta, come sempre abbiamo fatto per tanto tempo noi donne, ha messo da parte se stessa e il suo grumo di dolore irrisolto, e a spada tratta ha difeso ciò che l’Isolotto rappresentava per chi l’aveva fatto.

Col tempo, però, con la maturazione del pensiero della differenza e il sostegno di donne che stavano dalla sua parte, Mira ha trovato, dentro il dolore e lo scacco, d’improvviso le parole perfette per dire quel suo dolore e quel suo scacco. Dirlo.

Bene per alcuni/e. Male per altri/e.

Rischiando di essere fraintesa, di essere letta secondo schemi e pregiudizi a volte perfino umilianti, consapevole di dire una parola tagliente, che poteva ferire, insicura talvolta perfino che ne valesse la pena.

Ha sentito che doveva dirlo. Per se stessa. Non per don Mazzi o per l’Isolotto o per le case-famiglia.

No. Per Giustizia. E la Giustizia è indissolubile dalla Verità. (Ed è maiuscola per chi la sente essenziale per il proprio essere e il suo rapporto con Dio. Come Giobbe).

E la verità è che dentro l’Isolotto, come dentro il ’68, come dentro le rivoluzioni maschili non c’era (e non c’è, credo) posto per una donna che volesse, e voglia, essere “soggetta” e non protagonista o oggetto.

Non ce n’era. E neanche gli uomini migliori, preti o no, potevano rispondere ai desideri di Mira, o delle donne come lei.

Perché per quei desideri non c’erano ancora né parole né pratiche e perché – l’abbiamo imparato dopo – affinché i desideri delle donne si attuino, occorre che una donna non sia sola, ma in relazione con un’altra donna. In più: per entrare in relazione con donne “così”, gli uomini dovrebbero essere “altri” uomini, che io non posso sapere come devono essere. Perché io non conosco uomini “altri”.

So, però, per esperienza diretta, che anche quando qualche donna ci tenta e qualche uomo ci prova, c’è spesso un’altra donna che – chissà perché – facilita a quest’uomo la strada per restare quello che è: un uomo che si crede Dio.

A differenza di María López Vigil, giornalista cubana che ritiene che la “mascolinizzazione” del divino «contribuisca […] alla disuguaglianza tra uomini e donne. E alle diverse espressioni di violenza degli uomini contro le donne» (Viottoli, p. 78), mi convince di più pensare che da una pratica di violenza sulle donne – non solo e non necessariamente fisica – nasce un simbolico onnipotente, per cui l’uomo si sente un dio e dunque si crea un dio maschile.

Ma qui non è questo il punto.

(www.libreriadelledonne.it, 16 febbraio 2018)

di Lia Cigarini

 

In vista dell’incontro con Silvia Niccolai e Grazia Villa del 10 marzo 2018, proponiamo l’articolo di Lia Cigarini Sulla prostituzione apriamo il confronto, apparso su Via Dogana n. 109, giugno 2014.

 

L’Italia ha una buona legge sulla prostituzione, la legge Merlin (20 febbraio 1958). Dico buona perché con questa legge la prostituzione in quanto tale per lo Stato non esiste, non è regolamentata. Sono invece puniti il favoreggiamento, lo sfruttamento e la “tratta” equiparata al sequestro di persona. Il principio, infatti, che aveva orientato la senatrice Merlin nel lontano1958 è che sulla sessualità di donne e uomini lo Stato non legifera e non lucra.

Insieme a tante donne del femminismo condivido questo principio. Non a caso negli anni Settanta abbiamo sostenuto la depenalizzazione dell’aborto, non la sua regolamentazione.

Invece, oggi, la senatrice del PD Maria Spilabotte vuole, mediante decreto (!) legge, regolamentare la prostituzione e riscuotere le tasse. Fa un omaggio formale all’attuale legge ma nel contempo sostiene che Lina Merlin, con troppo ottimismo, pensava di eliminare la prostituzione. Secondo Spilabotte però il risultato è stato maggiore sfruttamento, riduzione in schiavitù, tratta ecc.

Questa affermazione non corrisponde alla verità: prima della globalizzazione con conseguente traumatico spostamento in Europa di milioni di immigrati/e, la prostituzione in Italia diminuiva sensibilmente. E soprattutto diminuiva il numero degli sfruttatori (vedi ricerche e dati di Roberta Tatafiore). Questo dimostra che le donne che si prostituiscono avevano acquisito maggiore autonomia. Anche, io penso, a causa della presa di coscienza e della rivolta delle donne degli anni Settanta.

In sintesi il progetto Spilabotte detta: divieto di prostituzione in luogo pubblico (art. 3); obbligo di conseguire un patentino rilasciato dalla Camera di Commercio per l’esercizio previa presentazione del certificato di idoneità psicologica (art. 5); pagamento delle tasse per l’esercizio.

La conseguenza è che la prostituzione in luogo pubblico diventa reato; che tra le donne che si prostituiscono, le sole “legali” saranno quelle selezionate da psichiatri e psicologi; che i proprietari di immobili trarranno grandi profitti dalla prostituzione, ecc.

Per tutte queste ragioni vorrei un confronto serio sulla questione della prostituzione a partire da qualche domanda alla senatrice Spilabotte e alle altre firmatarie del decreto: 1. non pensate voi che la forma del decreto sia incompatibile con la complessità della materia? 2. non pensate voi sia indispensabile ascoltare il maggior numero di donne che si prostituiscono per capire i loro reali interessi? 3. non pensate voi sia utile promuovere una estesa discussione politica sulla prostituzione — che è un nodo ineludibile nel conflitto tra i sessi e per la libertà femminile — con l’associazionismo delle donne che da quarant’anni ragiona sul tema? 4. siete veramente sicure che rinchiudere le donne che si prostituiscono nelle case private o nei quartieri del sesso diminuisca lo sfruttamento e la tratta invece che favorirla? 5. infine, secondo voi, che ne sarà di quelle donne che comunque rimarranno nelle strade, andranno in prigione?

(PAUSA LAVORO, Via Dogana n. 109, giugno 2014)


Domenica 28 gennaio 2018, presso la Libreria delle donne di Milano si è tenuto un incontro fra donne appartenenti ai Gruppi donne delle Comunità di Base cristiane italiane, al Graal-Italia, alla Sororità di Mantova, a Thea-Teologia al femminile e la Comunità di storia vivente.

 

Introduzioni di Carla Galetto e Doranna Lupi

 

1) Prima di tutto un grazie di cuore alle donne della pratica di “Storia vivente” che ci ospitano qui in Libreria e che ci accompagneranno in questa giornata. Per noi (Doranna e io) la Libreria delle donne di Milano è il luogo simbolico di una rivoluzione ancora in atto, tanto per citare il sottotitolo del libro Mia madre femminista di Luciana Tavernini e Marina Santini.

Avere a disposizione parole nuove per dire la verità sulla nostra esperienza e per dire il mondo è già molto e qui ci sono queste parole. Però per creare nuova realtà condivisa, per creare nuovo simbolico non è sufficiente condividere testi e parole di altre donne, ma è necessario attraversare quel vuoto, quel silenzio da cui tutte noi siamo partite e trovare soggettivamente il pensiero che sa decifrare ciò che si sente, in relazione con le parole e con i corpi (in carne e ossa) delle altre donne.

2) Da cosa nasce il desiderio di incontrarci con voi? La proposta è nata da Doranna, a cui subito ho aderito, dopo la sua partecipazione al Convegno sulla “Pratica della storia vivente” dell’11 Marzo 2017 qui, nella libreria delle donne Milano, a cui eravate presenti tutte: Marirì Martinengo, Laura Minguzzi, Marina Santini, Luciana Tavernini, Laura Modini, Giovanna Palmeto, Marie-Thérèse Giraud. Abbiamo subito condiviso questa proposta con le nostre amiche delle cdb, compagne da trent’anni di un percorso condiviso su donne e divino, proposta estesa anche ad altre che fanno parte di gruppi donne che in questi ultimi anni si sono unite a noi.

I motivi principali che ci hanno spinte a sentire la necessità di questo incontro sono due:

  1. a) l’esigenza più volte espressa nei nostri collegamenti di lasciare traccia scritta del nostro percorso
  2. b) l’obiezione silenziosa sul libro di Mira Furlani (di cui vi parlerà Doranna).
  3. a) Mi sembra innanzitutto importante riprendere alcuni accenni a questo desiderio, emersi negli ultimi anni del nostro percorso.

Già nel coordinamento del 12/1/13 c’è stata la proposta di “portare fuori, ad altre, le cose che abbiamo capito e vissuto”. Si è sentita la necessità di usare parole vere per dire la realtà che si vive, cioè partire da sé. Le parole delle donne, le nostre parole, si sentono troppo poco. Bisogna renderle pubbliche, renderci visibili.

Noi non siamo le rappresentanti della “questione femminile” delle Cdb, ma siamo in un percorso in cui si manifesta il senso libero della nostra differenza. Autorità che ci riconosciamo, forza che ci dà parola pubblica.

Successivamente, nei Coordinamenti nazionali del 2014 (2/3/14) veniva evidenziata la necessità di una persona esterna a noi (insieme a qualcuna interna) che collaborasse con noi per rileggere la nostra storia (fare un articolo, scrivere un testo…), per “bucare il muro”. Si è detto che è poco conosciuto il nostro percorso e abbiamo difficoltà a comunicarlo.

Un nodo fondamentale segnalato era come gestire i conflitti per poter costruire una “sottile striscia di futuro”. Conflitto sì, ma anche desiderio di mantenere la relazione.

Nel Coordinamento nazionale 19/11/16 ancora una volta emergeva il bisogno di ripercorrere un percorso fatto, per rimettere in movimento il presente: rileggere il passato serve per capire il presente, ma ciò che conta è il presente. Occorre rimettere in gioco il presente, a partire da sé, soggettivamente; documentare adeguatamente la presenza di libertà femminile.

E infine nell’ultimo Coordinamento nazionale di ottobre (7/10/17) il nostro gruppo donne di Pinerolo ha portato una proposta da cui riprendo alcuni passaggi che, secondo me, sono fondamentali:

Possiamo iniziare a scrivere senza avere la pretesa della perfezione: è una crescita, una maturazione, un cammino, perché cresce la consapevolezza di quello che abbiamo fatto e stiamo facendo. È difficile scrivere in tante, è vero, però potremo trovare delle modalità più adatte.

A volte, per paura delle divisioni interne, si cerca un’autorità esterna che scriva, che dica qualcosa al posto nostro, mentre è meglio fare dialogare le differenze con diversi testi di narrazioni…

Ci sono già molti testi scritti da donne che applicano questo metodo.

Occorre scrivere la storia di un periodo che ha coinvolto e tuttora coinvolge le soggettività, cioè cominciare a raccontare che senso ha avuto, perché c’è stata questa svolta, ad es. quella di creare gruppi di donne delle cdb; perché alcune di noi siamo tuttora dentro le cdb…

È stato possibile fare una ricerca dentro le cdb, parlare con verità…? Quali conflitti ha aperto e quali conseguenze nel bene e nel male? Quali relazioni sono state necessarie per acquisire forza e autorità?

Noi dobbiamo fare in modo che il nostro diventi un racconto di storia vivente, non un asettico racconto fatto da un’altra esterna a noi. Dobbiamo smetterla di pensare che sia necessario raccontare la storia con obiettività, prendendone le distanze. È la nostra storia e dobbiamo raccontarla noi intrecciandola alla storia, ai fatti e alla nostra esperienza soggettiva. La misura ce la dà la nostra relazione, che in questo senso è politica. I gruppi di autocoscienza ci hanno insegnato molto. Dobbiamo trovare parole nostre!

Questa nostra proposta è stata accolta, come vedete…

Ecco: a partire da questi desideri, interrogativi, pensieri e a partire dalla relazione preziosa tra di noi che ci ha dato forza in una ricerca che ha trasformato radicalmente la nostra spiritualità, sostenendo la nostra libertà… abbiamo pensato a un lavoro in cui emerga la “Storia vivente”, scritta da noi.

Non autocelebrazione del nostro percorso (che Luciana Tavernini chiamava monumento funerario) come se fosse un’esperienza conclusa, bensì la storia di come le nostre storie e i nostri percorsi si sono intrecciati. Dove? Nelle specifiche realtà, negli specifici contesti. Come poi i contesti specifici si sono modificati in conseguenza ai percorsi delle donne.

Come le pratiche elaborate nel percorso comune e separato delle donne sono andate a modificare, a interferire, anche a confliggere negli specifici contesti.

Quali pratiche di relazione con donne (con quali donne) hanno rafforzato entrambe le parti nei singoli contesti e a livello nazionale. Per esempio a livello territoriale le donne del gruppo di Pinerolo hanno stretto relazioni di scambio con pastore valdesi e con il Centro studi e pensiero femminile di Torino (Aida Ribero, Ferdinanda Vigliani); a livello nazionale abbiamo avuto relazioni con teologhe cattoliche e protestanti (Letizia Tomassone, Elisabeth Green, Daniela di Carlo), donne con altri percorsi di spiritualità (Antonia Tronti, Antonietta Potente), con filosofe di questa Libreria e della comunità di Diotima (Luisa Muraro, Chiara Zamboni).

Penso sia importante ripercorrere questa nostra storia senza fretta, prendendoci tutto il tempo necessario per rivisitare un cammino trasformativo molto lungo… ponendoci domande, confrontandoci ciascuna a partire da sé, attraversando i nodi che abbiamo dovuto o dobbiamo ancora prendere in mano e dipanare con pazienza e cura, mantenendo viva la relazione tra di noi. Più che il prodotto finale è importante tutto il processo con cui cercheremo di tentare questa pratica di storia vivente. Sarà sicuramente occasione per esprimere, e speriamo anche di realizzare, il nostro desiderio vivo.

Carla Galetto

 

 

“Quando appare sulla scena un testo che ci racconta la storia dal punto di vista dell’esperienza femminile c’è, prima di criticare, da rallegrarsi e poi da capire cosa faccia ostacolo alla rappresentazione del mondo dal punto di vista femminile” (Luisa Muraro, “Testimonianze”, 514, 2017).

Uno dei presupposti della pratica di storia vivente è che qualsiasi storia collettiva sia imprescindibile da ciascun soggetto. Luciana Tavernini, autrice con Marina Santini del libro Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua, sostiene che la storia vivente non è l’unica storia da raccontare, ma se si riesce a fare questa pratica e a trovare il proprio nodo, si riesce meglio a fare l’altra storia. È così che la nostra carne diventa parola.

È necessario quindi dire le cose con parole che rispondano alla nostra esperienza. Teniamo presente il Sottosopra Rosso del 1996 intitolato È accaduto non per caso. È finito il patriarcato non vuol dire che sono finite, sparite di colpo e del tutto le forme e le strutture create dal patriarcato, bensì che è finito il sostegno delle donne a questo ordine simbolico, è finita la loro complicità, il silenzio-assenso, e questo ha aperto un’enorme crepa in quel sistema, da cui è già passata molta libertà femminile. Certamente da questo passaggio si è immessa anche l’ondata di donne americane che ha reso pubblica la denuncia delle molestie sessuali maschili in tutti gli ambiti, portando alla luce il contrasto tra i sessi e restituendo un fatto, che veniva considerato personale, a una dimensione pubblica. Abbiamo visto, però, che ci può volere molto tempo, come diceva Marisa Guarneri (presidente onoraria della Casa delle donne maltrattate di Milano) nel suo intervento introduttivo in occasione dell’incontro di Via Dogana 3 del 14 gennaio 2018: ci vuole il tempo necessario per rimettere in ordine ciò che è prioritario per la libertà di una donna e questa necessità va riconosciuta dalle altre donne. La libertà femminile è anche un rischio, come ogni movimento di libertà può provocare delle reazioni e a questo dobbiamo essere pronte.

Perché Carla e io, sostenute dalle donne del nostro gruppo di Pinerolo e dagli uomini della redazione di Viottoli, abbiamo raccolto in un dossier tutto ciò che è stato fino ad ora scritto sul libro di Mira Furlani Le donne e il prete. L’Isolotto raccontato da lei? Libro che lei ha scritto dopo 50 anni dai fatti che racconta. Lo abbiamo fatto perché era in ballo qualcosa di grande per la nostra libertà, cioè la credibilità delle nostre parole e la legittimazione necessaria per dirle, in una narrazione della storia che introduce elementi nuovi e un punto di vista nuovo rispetto a quello maschile tradizionale. Il racconto di Mira Furlani risponde con forza alla necessità di raccontare la storia di una donna dal proprio punto di vista, andando anche a scovare nodi profondi che, inevitabilmente, portano a galla qualcosa di rimosso e suscitano reazioni. In questo caso l’autrice indaga e mette in luce aspetti impensati del suo periodo storico.

Il dossier era necessario per rompere e spiegare, prima di tutto a noi stesse, quella che Laura Minguzzi ha definito l’obiezione silenziosa che ha provocato il libro all’interno delle comunità di base e soprattutto tra le donne delle cdb.

In questo caso si è verificata una circostanza particolarmente fortunata. Non c’è voluto molto tempo né grandi sforzi poiché, contemporaneamente all’obiezione silenziosa, molte e molti altri, dentro e fuori dalle cdb, hanno parlato legittimando e rilanciando i contenuti della narrazione di Mira. Questa differenza di punti di vista e di modi di agire ci ha mostrato concretamente l’efficacia della pratica politica delle relazioni tra donne e del riconoscimento di autorità femminile anche da parte maschile. In un secondo tempo infatti, la proposta della pubblicazione del nostro dossier sulla rivista Viottoli è venuta da un uomo della redazione, Memo Sales, marito di Luisa Bruno e facente parte del gruppo uomini di Pinerolo.

Nei luoghi dove questo avviene, si ha un rilancio. Mentre il silenzio ha l’effetto di rimuovere, depotenziando la libertà soggettiva, la pratica politica delle relazioni tra donne è orientata all’ascolto attento di ciò che l’altra ha da dire, attraversando i conflitti, valorizzando il di più che si mostra nelle parole dell’altra, cercando e trovando schegge di simbolico che confluiscano nella corrente viva di pratiche e pensiero di una rivoluzione ancora in atto.

Il libro di Mira si può considerare a tutti gli effetti un testo di storia vivente. Cosa lo rende tale? Sempre sulla rivista Testimonianze, Franco Quercioli, nell’intervista a Mira, mette in risalto questioni fondamentali rilevate nel testo e, nelle sue domande, parte dalla genealogia materna, dalla pratica delle relazioni tra donne, dalla cultura della differenza che ha messo in moto processi di autocoscienza maschile, arrivando ad affermare che, per questo, il libro di Mira guarda al futuro di tutti, non solo alla dimensione religiosa e della chiesa. Secondo Giuseppina Vitale, nel suo articolo sul numero 9/2016 di MicroMega, l’autrice si lascia alle spalle il tema della democratizzazione ecclesiale, aprendo spiragli di discussione sulla maternità e sul ruolo (attivo) della donna nella Chiesa, argomenti di indiscussa attualità.

Tutto questo può già essere considerato come il risultato scaturito dalla narrazione di una storia vivente che, come dice ancora Luisa Muraro, “fa emergere la verità soggettiva, la fa risultare nel quadro generale e la fa lavorare simbolicamente, per avere una rappresentazione più vera della realtà storica”.

Non è sul piano dei principi che scorrono i ricordi di Mira, bensì sull’esperienza pratica di un vissuto che si è scontrato con la disparità dei rapporti tra uomini e donne. Il suo racconto mette in evidenza che senza il femminismo dell’autocoscienza e la scoperta dell’ordine simbolico della madre non sarebbe mai riuscita a uscire da quella sottomissione.

Dalla storia delle case famiglia emerge il nodo che per tanti anni ha travagliato Mira. Le case famiglia dell’Isolotto non sarebbero esistite senza le madri affidatarie e senza l’iniziale collaborazione/accettazione di Mira Furlani a tale progetto. Ma è proprio su questo che a un certo punto è avvenuto lo scontro più profondo, quello tra autorità maschile e autorità femminile, in pratica tra Mira e coloro che volevano ridurre l’autorità femminile a servizio oblativo.

L’imprevisto fu che Mira e sua madre si ribellarono a quella che era una vera e propria sottrazione di autorità e disconoscimento del simbolico materno.

Doranna Lupi

 

 

(www.libreriadelledonne.it, 16 febbraio 2018)

Eva Kot’átková

The Dream Machine is Asleep

dal 15 febbraio al 22 luglio 2018

Pirelli Hangar Bicocca – Milano

A cura di Roberta Tenconi

La mostra personale di Eva Kot’átková (Praga, 1982) “The Dream Machine is Asleep”, è un progetto inedito e immersivo dove opere esistenti sono affiancate a nuove produzioni, tra installazioni, sculture, oggetti fuori scala, collage e momenti performativi. Partendo dalla visione del corpo umano come una macchina, un grande organismo il cui funzionamento necessita di revisioni, rigenerazione e riposo, e dall’idea del sonno come momento in cui attraverso i sogni si creano nuove visioni e mondi paralleli, la mostra esplora le nostre proiezioni e i pensieri più intimi, le ansie e il disorientamento del vivere contemporaneo.
Al centro di “The Dream Machine is Asleep” è l’omonima installazione, un gigantesco letto alla cui base è presente quello che l’artista definisce un ufficio per la creazione di sogni. Con questo lavoro Eva Kot’átková prosegue la sua ricerca sui sistemi che regolano la nostra vita, contrapponendo loro immagini provenienti dall’universo infantile per supplire alla mancanza o alla perdita di immaginazione.
Per accedere allo spazio espositivo i visitatori sono invitati ad attraversare l’opera Stomach of the World (2017), un’allegoria del mondo, descritto come un organismo caotico che alterna processi di assimilazione famelica, a momenti di stasi, di empatia o di scontro tra i suoi abitanti, a fasi di controllo, digestione, espulsione e riciclo delle “scorie” prodotte, ovvero le fobie e gli stati d’ansia. L’opera, composta da un video presentato all’interno di un’installazione percorribile dai visitatori e che assume la forma del disegno stilizzato di uno stomaco, si avvale di protagonisti e immagini presi dal mondo dell’infanzia e della mitologia.

di Umberto Varischio

«Quanto dicono diverse signore francesi, tra cui Deneuve, ci è di conforto». Questo scriveva Michele Serra sulla sua rubrica “L’amaca” (Repubblica, 11 gennaio 2018).

Serra non è certo stato l’unico uomo a esprimersi in questo modo; altri l’hanno pensato e condiviso tra gruppi di uomini. Alcuni li conosco anch’io.

Mi sembra che dietro questa presa di posizione ci sia un retro-pensiero che dichiara: finalmente anche alcune donne francesi non indulgono più nelle noiose distinzioni terminologiche tra molestie e seduzione e anzi ci chiedono di “importunarle”. Non perdiamo tempo quindi a porci tanti problemi, lambiccandoci sulla distinzione tra due termini che spesso consideriamo, nelle nostre pratiche, quasi equivalenti; tralasciando però una questione fondamentale, il consenso.

Discorsi di questo tipo mi ispirano sconforto, se non irritazione e al limite rabbia. Mi chiedo e chiedo a loro: come facciamo ad equivocare tra seduzione e molestie? Come possiamo non renderci conto che dietro alle pratiche raccontate sempre più pubblicamente da altre donne ci sono relazioni di potere e non libertà?

Ora, per nostra sfortuna, ci si mettono oltre cento tra attrici, registe, produttrici e sceneggiatrici italiane a ricordarci la differenza che c’è tra molestia e seduzione. E a puntare il dito sulla questione delle relazioni di potere sottintese.

Dobbiamo quindi riabbassare la testa, dimenticare il breve conforto che ci era stato concesso da Oltralpe, e aspettare che passi la bufera? Oppure fare qualcos’altro?

Forse sarebbe meglio che smettessimo di cercare una facile conferma delle nostre convinzioni più profonde, smettere di rifugiarci sempre in un “grembo confortevole” e restare nel disagio, nello sconforto che queste prese di posizione ci generano per vedere cosa ne nasce. E magari poi cercare di vedere le cose del mondo non solo dal nostro punto di vista maschio-centrico.

(www.libreriadelledonne.it, 16 febbraio 2018)

 

 

A.S.C. EmpiricaMente
Trasmesso dal vivo in streaming il 11 feb 2018
in occasione dell’International Day of Women and Girls in Science

EANweb community, www.eanweb.com, l’Associazione culturale Empiricamente, www.empiricamente.info, in collaborazione con Coelum Astronomia, www.coelum.com, promuovono una diretta web che vuole celebrare l’International Day of Women and Girls in Science.

​L’evento si intitola: “La scienza dell’altra metà del cielo”, ed è stato condotto da Enrico Bonfante e da Alan Zamboni. La serata è stata ricca di interviste a protagoniste della scienza e della cultura scientifica: Ilaria Di Tullio, Sara Gandini, Gabriella Bernardi, Lucia Votano, Ginevra Trinchieri, Sofia Sarperi.

di Luca Pakarov

MACERATA. Il centro sociale. Dal 1997 a oggi, di terremoto in terremoto, l’impegno nel territorio

Nel quartiere dominato dal grande complesso della Comunità Salesiana, c’è un edificio colorato da murales dove ha sede il centro sociale Sisma. All’interno, davanti al dipinto con Jack Nicholson al bancone in Shining, un andirivieni di compagni, altri sono inginocchiati intenti a disegnare gli striscioni che oggi sfileranno per le vie della città.

Da qui, nonostante il divieto della prefettura, sin da subito è partita la ratifica che la manifestazione si sarebbe svolta, dopo l’incredibile presa di posizione delle autorità che hanno posto sullo stesso piano Casa Pound, Forza Nuova e gli antifascisti. A quel punto sono piovute centinaia di adesioni anche dalle singole sedi delle associazioni che si erano defilate ufficialmente. Ciò è accaduto probabilmente anche per un’attenzione per niente scontata: il Sisma, comunicando fermamente di voler comunque scendere in strada, non ha rimproverato le segreterie nazionali di Anpi, Cgil, Libera e Arci che avevano deciso di chiamarsi fuori, ma ha affrontato frontalmente i diktat del sindaco Romano Carancini e del ministro Minniti.

Organizzare un grande corteo in una piccola città, dopo quanto è successo, significa avere senso di responsabilità. Un attributo che sorge da lontano, da più di vent’anni di storia, da quando nel ’97, dopo il terremoto, un’associazione si è riunita per richiedere l’uso di un ex asilo. L’asilo, dove fra l’altro alcuni del collettivo hanno mosso i primi passi da bambini, ora è frequentato da attivisti che vanno dai 20 ai 50 anni: ci sono disoccupati, precari, studenti, architetti o avvocati. Un forte senso di aggregazione evidenziato anche dal festival che ogni anno si svolge in memoria di David, un compagno scomparso.

Uno spazio sociale autofinanziato che si trova a pochi metri da una delle strade dove oggi passerà il corteo, e in cui si svolgono concerti, laboratori, presentazioni di libri, cene per raccolta fondi e festival sulla musica e l’editoria indipendente. Un attivismo politico e una vitalità che, malgrado la realtà di provincia, li ha visti sempre in prima linea. Due di loro, cresciuti politicamente nel Sisma, sono stati eletti in consiglio comunale con la lista civica «a sinistra per Macerata» che sosteneva il sindaco. Bene è specificare che nessuno ne ha fatto una carriera.

Se tanti centri sociali d’Italia hanno chiuso battente o non richiamano più l’attenzione di una volta, il Sisma è riuscito a rilanciarsi puntando sul principio che l’idea può diventare pratica, confidando sulla forza delle relazioni sociali in provincia: «La ricchezza del Sisma – ci dicono – è che non siamo slegati dalla città, conosciamo praticamente tutti e insieme possiamo toccare con mano tematiche ambientali, culturali o anche quelle meno politiche, portando e ricevendo esperienze e idee. L’importante è non evitare la complessità». Da un anno, con la rete Terre in Moto e insieme ad altre e diversificate realtà, i ragazzi del Sisma fanno raccolta fondi, creano eventi e monitorizzano i lavori per la ricostruzione dell’entroterra colpito dal terremoto dell’ottobre 2016. Ultimamente al Sisma ci sono stati diversi laboratori sulla narrazione dove hanno analizzato i condizionamenti della comunicazione e i passaggi con cui si ricostruisce una storia. Prima di salutare, qualcuno ci dice: «Il motore delle storie, ciò che fa partire un racconto, è il conflitto». Una rottura che a Macerata c’è stata e bisogna ripartire.

(il manifesto, 9 febbraio 2018)

di Stefania Tarantino

Paul Vieille. Pubblicato di recente dalla casa editrice Geuthner, un articolato omaggio all’intellettuale francese. Con la prefazione di Alain Touraine e la postfazione di Edgar Morin, in ordine la sua genealogia critica. Personaggio chiave nella lettura che Foucault diede della rivoluzione iraniana tra il 1978 e il 1979.

Ci sono libri che hanno un effetto detonatore in chi li legge. Creano movimenti profondi da far uscire dal torpore di discorsi triti e ritriti, dall’opacità che impedisce di avere un’adeguata visione della realtà. Non solo di libri si tratta. Ci sono figure che, una volta incontrate, innescano il desiderio di nuove ricerche. Il libro Méditerranée, mondialisation, démocratisation. Hommage à Paul Vieille, a cura del gruppo di iniziativa Paul Vieille, con una prefazione di Alain Touraine e una postfazione di Edgar Morin, (pubblicato di recente in Francia dalla casa editrice Geuthner) ha reso questa esperienza possibile.

La vita e la ricerca di Paul Vieille sono state consacrate a una visione plurale del Mediterraneo. Socio-antropologo di fama mondiale, direttore di ricerca al Cnsr dal 1975 al 1988 e poi professore all’Università d’Illinois negli Stati Uniti, è stato il primo sociologo a concepire in Francia un progetto Mediterraneo ancorato alle capacità di quegli strati popolari e urbani che da millenni hanno condiviso una storia comune. Distante dalle teorie dominanti delle scienze sociali e dall’orientalismo che giudicava di ispirazione coloniale, fu un profondo conoscitore dell’Iran, paese in cui visse tra il 1959 e il 1968 svolgendo le sue ricerche sul campo presso l’istituto di studi di ricerche sociali dell’Università di Teheran. Nel suo soggiorno iraniano si trovò nel pieno della rivoluzione bianca dello Shah che fece passare il Paese da una società rurale e tribale a una società cittadina e mondializzata. Fu colpito dalle ingiustizie profonde che resistevano, si rese conto del bisogno di ridare visibilità al pensiero critico arabo sempre molto forte ma quasi invisibile e comunque taciuto dalle potenze occidentali.

Ha saputo affrontare il pensiero-mondo sulla vita concreta dei popoli mediterranei a partire dalle loro rappresentazioni e aspirazioni contro le iniquità della dominazione, lo sradicamento e la dipendenza.

L’importanza delle fonti orali, della cultura e delle religioni popolari, scoprivano nuove rappresentazioni del sociale. Formatosi sul pensiero di Louis Massignon e di Henry Corbin, condivideva con Edgar Morin i tre principi che dovrebbero essere alla base delle scienze umane: la trasdisciplinarietà, la trasnazionalità e la complessità. Nell’ottobre del 1977 fondò la rivista trimestrale Peuples Méditerranéens per colmare la lacuna degli scambi in scienze umane e sociali tra tutti i paesi che costeggiano le due rive del Mediterraneo. Il riferimento costante era a un mediterraneo plurale che si spingeva oltre i suoi confini fino ad arrivare all’Iran, all’Afghanistan, ai paesi della penisola arabica, al Sudan, all’Etiopia.

In una lettera indirizzata a Evelyne Accad, sua compagna di vita e depositaria della sua eredità intellettuale, Paul Vieille le scriveva che ciò che lo aveva sempre avvilito e portato a riflettere e agire è l’idea di giustizia. Per comprendere il mondo arabo e ciò che agli occhi degli occidentali sembra incomprensibile è necessario capire che per trasformare occorre trasformarsi. Sapeva bene di non essere diventato iraniano, ma di aver acquisito una doppia cultura. Era convinto che una mancata articolazione delle differenze ne comportava necessariamente la degradazione e la manipolazione.

Per lui l’immaginario è ovunque e non può essere distrutto dal potere. L’accesso all’immaginario è una questione di libertà, né lo sorprendeva il fatto che la potenzialità dell’arte, così presente in molte rivoluzioni, funziona come elemento catalizzatore delle trasformazioni sociali in atto.

Così ha praticato un percorso aprendo la strada alla riconoscenza del simbolico e della sua assoluta efficacia. Sensibile alla causa femminista, Paul Vieille riponeva molta fiducia nelle pratiche e nei gesti inattesi che le donne agiscono nel mondo trasformando le coordinate culturali dei sistemi patriarcali. Riconobbe l’esistenza di affinità esplicite e implicite tra le donne delle differenti rive del Mediterraneo. Vale la pena ricordare che fu un personaggio chiave nella lettura che Michel Foucault diede della rivoluzione iraniana tra il 1978 e il 1979.

Foucault non ha mai smesso di essere attento all’insurrezione dei saperi assoggettati e all’emergere di una spiritualità politica come desiderio di liberazione irriducibile a qualunque presa del potere. Paul Vieille non ha mai parlato di spiritualità politica in questi termini, ma ha colto quanto la soggettività sia decisiva nella piega degli avvenimenti. Entrambi hanno riposto molta fiducia nelle credenze delle persone e si rifiutarono di leggere la rivoluzione iraniana come un movimento antimoderno reazionario. Seppur su differenti interpretazioni della rivoluzione iraniana, abbiamo molto da apprendere, come nota Alain Touraine, sia dall’uno che dall’altro dal momento che entrambi hanno cercato di evitare una scelta doppiamente distruttrice tra un imperialismo neocoloniale e un comunitarismo religioso, autoritario e repressivo.

La postfazione che chiude il libro riprende un articolo di Edgar Morin pubblicato nel 1998 che ci dà elementi per ritrovare la vocazione storica del Mediterraneo nella sua aspirazione alla giustizia, alla pace e in direzione di un universalismo plurale. Insistere sul decentramento dell’Europa in rapporto alla sua posizione di centro nella storia del mondo, potrebbe portarci alla mediterraneizzazzione del nostro pensiero e, soprattutto, dell’Europa stessa.

Scrive Morin che il contrario delle nostre verità profonde sono sempre altre verità profonde. È da queste verità che per Paul Vieille il Mediterraneo è un luogo che interroga il mondo e spazio che offre nuove letture. Ritrovare l’essenza profana del Mediterraneo, la sua sostanza materna come paradigma relazionale che veicola una visione che ha al suo centro la «vita» in tutte le sue forme. Solo da questa realtà è possibile lasciarsi alle spalle la grande necropoli liquida che abbiamo creato e dire, con Paul Vieille, di essere di nuovo felici di andare verso il mare.

L’ITINERARIO DEL VOLUME

Sarebbe auspicabile una traduzione italiana degli articoli più significativi del volume «Méditerranée, Mondialisation, Démocratisation. Hommage à Paul Vieille» (1922-2010), che riunisce 37 autori e autrici originari di 8 paesi differenti. Il libro è diviso in 4 parti a loro volta divisi in capitoli 1) «Itinerario di Paul Vieille. Studi e testimonianze», saggi di C. Veauvy, E. Accad, B. Hourcade, L. Hurbon, D. Spieth, J. Jenny. 2) «Mediterraneo, Mediterraneità, Scienze Sociali» diviso in due sezioni. A) «Elaborare, editare, mettere on line la rivista» in «Popoli mediterranei», saggi di P. Eftékhari, G. Grandguillaume, R. Siebert, C. Fauré, K. Chachoua, E. Dupuy, B. Stafford. B) «Il Mediterraneo come luogo che interroga il mondo, spazio che si dà a leggere», saggi di E. Hooglund, H. Bresc, C. Veauvy, M. Marié, N. Abdi, E. Rota, A. Bayat, R. Sebaa, C.C. Hahn. 3) «Politica, Religione, Movimento sociale, guerra», saggi di B. Ghamari-Tabrizi, R. Naba’a, C. Brandabur, L. Pisano, B.M. Scarcia-Amoretti, F. Khosrokhavar, I. Sobhani, F. Zabbal, M. Cooke. 4) «Cultura, Globalizzazione, Convinzione, Libertà», saggi di A.H. Bani-Sadr, J. Ireland, J. Alagha, S. Dayan-Herzbrun, W. Dressler, L. Taghian Eftékhari, B. Lawrence. Postfazione di E. Morin (1998-1999), «Pensare il Mediterraneo, mediterraneizzare il pensiero»

(il manifesto, 9 febbraio 2018)

di Luisa Muraro

 

Un giorno, ho chiamato Rosetta Stella (se non la conoscete, chiedete di lei) e le ho detto: scendi in strada, vendi quello che hai, comprati una spada e andiamo. Era il nostro stile, un po’ biblico, adesso lei è morta (era nel suo stile farci delle sorprese) ma, se fosse viva, tornerei a dirglielo.

Abbiamo la fortuna di essere donne, viviamo un tempo straordinario di cambiamento nei rapporti fra donne e uomini, che vuol dire anche fra uomini e uomini, fra donne e donne, trans comprese. Il femminismo è preso in mezzo, com’è naturale che sia, perché tutte, da un mese, da un anno o da una vita, siamo impegnate a cambiare il mondo nel senso di una più grande e più condivisa libertà femminile. Non per questo andiamo d’amore e d’accordo. E anche questo è naturale, perché il femminismo è movimento delle donne e le donne non sono un gruppo sociale, non fanno partiti, non si muovono in maniera uniforme verso questo o quell’obiettivo, anzi non è neanche possibile fissare degli obiettivi, per le molte differenze che si sono tra noi, di ogni tipo. Ma, da questo movimento di donne esce un disegno sempre più vasto e leggibile, come nel racconto di Karen Blixen. Perciò dico: se riusciamo a trovarci d’accordo, meglio; se non riusciamo, accettiamo i conflitti. Ma che siano fatti bene, che vuol dire per me: con il sentimento che confliggere è praticamente necessario; con la fiducia che ne esca un disegno che comprende sempre più donne.

Se qualcuna mi chiedesse qualche consiglio, ne darei due, uno maggiore e l’altro minore. Consiglio maggiore: farsi un’idea di quello che sta capitando. Consiglio minore: non aggredire ma spiegarsi, non reagire ma interagire.

(www.libreriadelledonne.it, 9 febbraio 2018)

di Elvia Franco

Il no secco e pubblico delle 124 artiste riguarda non solo la violenza sessuale. Ma la violenza etica, intellettuale, economica, la violenza psicologica, anche larvata.

Queste 124 compagne di viaggio comunicano un sentimento di gioia. Vorrei che facessero un film su queste cose. Ne hanno l’intelligenza, la creatività, il furore e la speranza.

Sono contenta.

(www.libreriadelledonne.it, 8 febbraio 2018)