di Luisa Muraro
Sono anni che la Confindustria ci spiega, cifre alla mano, perché e per come gli immigrati sono una risorsa per l’economia italiana. Ultimo in ordine di tempo, un libro ricalcato sul modello del famoso Dialogo di Galileo Galilei sui massimi sistemi, ossia il vecchio sistema tolemaico del Sole che gira intorno alla Terra e quello della rivoluzione copernicana, che ha trionfato. Il libro s’intitola Dialogo sull’immigrazione, autori Stefano Proverbio e Roberto Lancellotti (Mondadori 2018).
Il personaggio di Simplicio nel Dialogo di Galileo era un aristotelico tradizionalista. Nel dialogo di oggi rappresenta il popolo che non ha “capito” il messaggio razionale della Confindustria. Nella nuova puntata che io aggiungo qui, è il popolo che ha votato i partiti ostili all’immigrazione, detti perciò populisti. L’Italia non è un’eccezione, l’elettorato di mezza Europa e quello degli Usa vota ormai come Simplicio. Farò la difesa del Simplicio italiano.
Sono sempre stata convinta che Confindustria abbia ragione: gli immigrati sono una risorsa per la nostra economia. E so che Simplicio vota “male” votando in favore di personaggi politici che hanno fatto della demagogia la loro specialità. Tuttavia lo difendo, interpretando il suo comportamento alla luce di due questioni che mi pongo anch’io. Una s’intitola: a quali condizioni? l’altra: a beneficio di chi?
Quali sono le condizioni che si sono create con l’imprevista, massiccia e destinata a durare (dicono) ondata migratoria? Una la conosciamo bene, anche se non viene mai messa in conto. Tutti, dai responsabili politici all’ultimo disoccupato, ci troviamo presi in un dilemma, che si riassume ferocemente in queste parole: mors tua, vita mea. Siamo un paese che, arrivato a un certo benessere sociale, si dibatte ora per sfangarsi da una lunga crisi che non passa. Domanda: dobbiamo offrire il benessere da noi guadagnato anche ai nuovi arrivati? In che misura? Con quali risorse?
La cultura che ci ha portati a un certo benessere si è basata, soggettivamente parlando, sull’individualismo e sull’egoismo familiare: non siamo preparati a spartirlo con altri. La vecchia cultura che sopravvive e favorisce la coesione sociale, era basata su valori tradizionali e locali: può ispirare dei buoni sentimenti ma ispira anche diffidenze e timori. E non rappresenta certo una via d’uscita dalla strettoia. Ma via d’uscita non è neanche il calcolo economico fatto sui grandi numeri: primo, perché questo calcolo trascende l’esperienza delle persone in carne e ossa; e poi perché non ci fidiamo di chi lo fa. Non ci fidiamo, cioè, che si faccia in funzione di uno stare meglio tutti.
A beneficio di chi vanno, in effetti, i vantaggi dell’economia quando va bene? Si sa da sempre su chi ricadono gli svantaggi quando non va bene. Se invece va bene? Il ragionamento di Confindustria sulla risorsa economica che è l’immigrazione, basta a confutare luoghi comuni sbagliati del tipo “ci portano via i posti di lavoro”. Ma non dice ancora niente sul resto. Per esempio, non serve a smontare il principio della competizione economica, per cui ecco che cosa pensa il popolo dei Simplicio: oggi gli immigrati fanno i lavori scartati dagli italiani, domani però… E, ovviamente, non serve neanche a correggere la distribuzione ineguale delle ricchezze. Dopo la sconfitta del socialismo, dopo che è finito il sogno di una giustizia egualitaria, è diventato un sogno anche quella distributiva. Il principio della disuguaglianza, infatti, si è elevato al cubo facendo più ricchi i ricchi e loro soltanto.
Simplicio ragiona male dal punto di vista della razionalità capitalistica e peggio ancora dal punto di vista dei suoi propri interessi. Ma, con l’evidente irrazionalità del suo comportamento, dice qualcosa di molto condivisibile, che va esplicitato. Dice che il capitalismo ormai non ha più niente di politicamente positivo da proporre tranne che sé stesso, ed è troppo poco. Non sappiamo che cosa fare di conseguenza? Per cominciare, prendiamo coscienza di questo: è troppo poco.
(www.libreriadelledonne.it, 18/03/2018)
Video dell’incontro del 27 ottobre 2017 con Marirì Martinengo: La pratica della Comunità di storia vivente, presso l’Associazione Sofonisba Anguissola – Galleria delle donne (Torino, via Fabro 5). “Per essere totalmente e veramente umana la storia dovrà scendere fin nei luoghi più segreti dell’essere fino alle viscere; le viscere sono la parte meno visibile, non semplicemente perché non lo sono, ma perché fanno resistenza a diventarlo. E le viscere sono la sede dei sentimenti… Il sentire ci costituisce più di qualsiasi altra delle funzioni psichiche. Potremmo dire che le altre le possediamo, mentre il sentire lo siamo (María Zambrano, Per una storia della pietà, in “aut aut”, 279, 1887, pp. 63-69).” Le parole della filosofa spagnola ispirano la pratica della Comunità di storia vivente, che consiste nell’interrogare il segreto sentire di ognuna – alla presenza e partecipazione di tutte – fino a farlo emergere, tradurlo quindi in parola e infine in scrittura, sempre con attenzione alla sua contestualizzazione nel tempo in cui si è verificato e si è strutturato. Gli obiettivi della pratica sono il raggiungimento da parte di ciascuna di una soggettività più libera e di immettere le donne, con la loro storia, nella storia.
di Antonietta Lelario
L’8 marzo mattina a Foggia è stato molto bello. L’auditorium della Biblioteca provinciale si è riempito di bambine e bambini accompagnati da genitori, insegnanti, bibliotecari, come la responsabile della biblioteca ragazzi Milena Tancredi, per leggere le loro lettere al sindaco di Foggia, proponendo nomi di donne per le vie e le piazze della città. Oltre alle proposte sono stati proiettati anche dei video che documentavano il lavoro didattico che ha coinvolto più di 450 alunni di scuola primaria e media. E per il sindaco c’era ad ascoltare e a raccogliere lo stimolo, l’assessora alla Cultura del Comune dottoressa Paola Giuliani.
Nell’atrio della biblioteca una mostra di disegni e piccole istallazioni rendeva visibile la ricerca svolta nelle classi sulla “città a misura di bambino/a e cioè di tutti” con un linguaggio ricco, plurale che sa alternare la parola, il colore, il disegno, il bianco e nero, il collage, il plastico, come sanno fare solo nelle scuole primarie in questo caso le insegnanti della scuola primaria San Giovanni Bosco e degli Istituti Comprensivi De Amicis-Pio XII e Parisi-De Santis.
All’origine del lavoro a scuola c’è stato il desiderio di utilizzare un libro, “Una strada per Rita”, edito da Matildaeditrice, in cui l’autrice, Maria Grazia Anatra, racconta di una bambina appunto che scopre, facendo una ricerca per la scuola, che la sua città ha pochi nomi di donne e, incoraggiata dalla nonna, decide di scrivere una lettera al suo sindaco per porre rimedio a questa ingiustizia. Il libro è impreziosito dai disegni di Viola Gesmundo che sa far rivivere l’irriverenza della bambina e la libertà del suo sguardo. Per questo le immagini spesso escono dai margini, sulla testa della nonna è acciambellato un gatto, le cose usuali vengono capovolte, in primo piano appare il vento che scompiglia capelli e cappelli e il movimento la fa da padrone. La bambina rappresentata anche di spalle appare autrice della ricerca e spettatrice, sempre di corsa, ma anche capace di fermarsi e di sognare. Il pregio del libro è quindi nel suo invitare ad un esercizio di sguardo capace di vedere gli aspetti nascosti della città e a fare di ciò che manca il motore del desiderio. Così è stato per i bambini e le bambine a cui il libro è stato proposto, che subito, in modo naturale, si sono mossi per le strade cercando la verità che il libro raccontava e, verificandola, hanno voluto seguire le orme del personaggio fino in fondo in un gioco che è poi l’eterno gioco fra rappresentazione e vita. In questa capacità di rimanere vicino a ciò che è naturale sta la grandezza delle maestre, in genere di tutte docenti. Mi diceva infatti la maestra Donata Glori: «Non avrei dato seguito al progetto se non avessi sentito, quando ho messo il libro nelle loro mani, che i e le bambine si entusiasmavano e che il percorso rispondeva al loro desiderio, la sentivano come una cosa giusta per sé».
È stato bello che il libro portasse a scoprire quante donne interessanti ci sono nella storia di Foggia e come queste fossero rintracciabili grazie al lavoro di chi ne ha conservato la memoria, come per esempio il circolo la Merlettaia ha fatto con Liliana Rossi. Molte io non le conoscevo e mi sono felicemente incuriosita. Infatti le figure femminili che i bambini e le bambine hanno scelto di approfondire e a cui vorrebbero fossero intitolati luoghi significativi della città sono:
Filomena Cicchetti che organizzò la protesta contro l’aumento del pane
Ester Dolci De Pilato, scrittrice di libri per l’infanzia e per i ragazzi
Dora Gatta, cantante lirica
Maria Marcone, insegnate, scrittrice, impegnata sui temi della cultura e della giustizia
Luisa Panniello, prima e unica regina del grano
Liliana Rossi, musicista, impegnata politicamente e nel sociale
Amelia Rabbaglietti, poetessa dialettale e ricercatrice di tradizioni foggiane
Esterina Zuccarone, montatrice di film
È stato bello che il femminismo acquistasse corpo e senso per tanti e tante bambine nella ri-conoscenza per le donne che ci hanno preceduto.
Quindi grazie, care maestre, per la forza che avete saputo prendervi e avete saputo darci.
L’Attacco, 11 marzo 2018
di Elisabetta Andreis
Un negozio su tre è guidato da imprenditrici «Settore in crescita, sfida al gigante Amazon» E parte la scuola di editoria in Confcommercio
Inversione di tendenza. Culturale. E al femminile. Se a Milano il numero delle librerie — dopo il calo degli anni scorsi — ha ripreso ad aumentare, è merito delle donne. Una su tre — tipicamente piccola e indipendente — è guidata da imprenditrici. La percentuale di manager rosa in questo campo cresce: settantuno libraie (più 7 per cento in un anno in città, mentre in Lombardia e in Italia il dato è sostanzialmente stabile), creative e battagliere. Un’analisi di Camera di Commercio mette a fuoco i numeri, mentre i giovani imprenditori di Confcommercio hanno organizzato per lunedì mattina un corso nella sede di palazzo Bovara, in corso Venezia, dedicato all’«apprendista libraio».
«Per partire ci vuole passione. Tanta. Questo lavoro non si concilia più di altri con la vita familiare, gli orari devono essere lunghi perché c’è la concorrenza di Amazon e delle catene che aprono anche la sera. Eppure da quando sono qui mi sento felice», dice con semplicità Anita Ballabio, 34 anni e neomamma. Con Alice Angelotti, ex collega al bookshop del Museo del ‘900, ha aperto la libreria «Corteccia», zona Solari.
In via Padova ha avviato il suo «Covo» Mariana Marenghi, conosciuta per il blog Ladra di libri e appassionata di gialli, thriller e noir. «Mi sono affidata a una campagna di crowdfunding e ho raccolto più di 4 mila euro da 150 donatori di tutta Milano — racconta Mariana —. Il 16 marzo inauguriamo con una festa, vogliamo ringraziare tutti». Da una parte all’altra della città, spuntano piccoli luoghi di cultura. Spazio «B**k» in via Porro Lambertenghi, dedicato a fumetti e libri illustrati, è delle 35enni Chiara Bottani e Diletta Colombo. «Siamo aperte sette giorni su sette… per forza», sorride Chiara, che prima aveva un part time come bibliotecaria e un altro impiego in un laboratorio di artigianato tessile. Di fronte al laboratorio c’era la sede del Libraccio, dove lavorava Diletta, si sono conosciute durante una pausa pranzo e hanno deciso di tentare questa strada. Al Corvetto Francesca Beccalli, ex assistente sociale per minori maltrattati, ha fondato «Punta alla luna», libreria per bambini. E ancora attivissima — tra vendita, incontri con autori e aperitivi al bar interno — «Verso Libri», in corso di Porta Ticinese. Di cinque soci, una sola è donna, Lisa Sacerdote, 49 anni, professione photo editor: «Sono capitata per caso nel progetto degli altri quattro, tutti professionisti nel mondo dell’editoria. Mi sono tuffata e tengo alta la bandiera».
Milano dà prova di estrema vitalità rispetto alla filiera del libro, «lo dimostrano anche le continue iniziative di promozione e la recente nomina di città creativa Unesco per la letteratura», sottolinea Paola Dubini, docente in Bocconi ed esperta del settore editoriale. Ma bisogna inventare formule nuove per resistere ad un settore che rimane difficile. La storica Libreria d’arte Bocca è in Galleria Vittorio Emanuele dal 1930, i genitori di Monica Lodetti l’hanno rilevata nel 1978. «Io ho cominciato a lavorare a quattordici anni, non è facile. Specialmente se il canone da pagare aumenta. Ma abbiamo rinnovato l’affitto fino al 2025, non molliamo», dice Monica. Storia di tenacia è anche quella del «Tempo Ritrovato»: si trovava in via Foppa ma a causa dei lavori della M4, con l’aiuto del Comune, ha trovato nuova sede in corso Garibaldi. Dietro la libreria, una stanza per gli incontri, con anche un pianoforte. Bianca Allodi, che la gestisce con il fratello, sorride: «La cultura va diffusa, ce lo insegnava papà. Era direttore di banca, declamava in latino. Ogni sera, prima di spegnere la luce, dovevamo leggere almeno dieci pagine».
(Corriere della Sera, 9 marzo 2018)
a cura di Caterina Peroni
Presentiamo, oggi, in occasione dello sciopero globale delle donne dell’8 marzo, un’intervista-dialogo con Ida Dominijanni, giornalista e saggista femminista, e autrice del fondamentale “Il trucco. Sessualità e biopolitica nella fine di Berlusconi“, un’analisi lucida e spietata del tramonto del dispositivo sessuale fondato sul godimento narcisistico neoliberale al termine del primo decennio degli anni Duemila. Con Ida abbiamo delineato le genealogie del movimento globale #metoo, rintracciando i fili che collegano la presa di parola pubblica e dell’autocoscienza delle donne dagli anni Settanta a quella, imprevista, delle donne legate al regime berlusconiano che ne hanno permesso il declino, per arrivare alle forme di soggettivazione femminista contemporanee incarnate nei movimenti globali di Ni Una Menos, della Women’s March e dell’International Women’s Strike lanciato per la prima volta l’8 marzo 2017 e che il movimento italiano Non Una Di Meno ha tradotto anche in Italia. Fili che seguono percorsi non lineari, inciampi, discontinuità, ma continuano a ricomporsi intorno al desiderio positivo di libertà contro un potere e una sessualità maschili segnati da debolezza, miseria e da un inesorabile declino.
C. P. Partiamo dal #metoo come grimaldello per parlare del movimento globale femminista esploso nel 2016 che ha scompaginato gli ordini discorsivi e i rapporti sessuali e di genere in Italia e in molti altri paesi. Questo strumento social, che è una forma di comunicazione molto attuale, contemporanea, richiama in parte gli strumenti che negli anni Settanta le donne si erano date per dire la violenza: da un lato l’autocoscienza, le assemblee, la presa di parola nello spazio pubblico, che così diventava politico, su ciò che era l’esperienza comune, quindi l’esperienza, il riconoscimento, il mettersi insieme, il diventare soggetto collettivo attraverso questa esperienza, nominandola. Però tra l’autocoscienza e il #metoo ci sono anche delle cose diverse, e vorrei provare a interrogarlo alla luce di questa genealogia scomposta: vediamo una presa di parola potentissima, che per la prima volta può raggiungere tutto il mondo, attraverso gli smartphone, i pc eccetera, possiamo dire da un lato che questo hashtag che ha parlato dell’esperienza di un sacco di donne, è una forma di nuova autocoscienza del nuovo millennio? Può essere vista in questo modo? Ealasaid Munro ha scritto un articolo molto interessante sull’“Hashtag Feminism”, che dice che il femminismo del nuovo millennio è il femminismo dell’hashtag, e che permette di costruire un movimento globale, intersezionale, transfemminista, proprio perché questo strumento del social permette di mettere in network quindi in rete tutte le ragazze e le donne di tutto il mondo con esperienze, provenienze e culture completamente diverse che però si riconoscono a partire dalla propria esperienza che comunque è comune. Lei dice questo, e io lo rigiro a te, femminista storica e osservatrice critica della contemporaneità: possiamo parlare di una nuova forma di autocoscienza femminista attraverso i social? E se sì in che modo? E quali sono invece le differenze rispetto all’esperienza dell’autocoscienza femminista.
I. D. È un’ottima domanda, e mi aiuta anche a mettere a fuoco questa cosa dei social. Allora, io credo che l’elemento comune, mi interessa molto che tu metta questo #metoo in genealogia con gli anni settanta, e anche mi rincuora diciamo, perché secondo me l’elemento comune più che quello dell’autocoscienza è quello della presa di coscienza e di parola. E poi c’è questo miracolo della presa di parola pubblica femminile, miracolo nel senso in cui Hannah Arendt parlava dei miracoli che accadono nella sfera pubblica, che si rinnova e ogni volta che si rinnova scombussola le posizioni in campo, ridisegna il quadro. Questo è sicuramente l’elemento comune. Io ho invece più dubbi a parlare di nuova autocoscienza, ma posso però sbagliarmi. Cioè, per noi, per la generazione del femminismo degli anni Settanta, il contatto con l’altra, il contatto diretto in presenza, il parlare in presenza dell’altra, era importantissimo. Non so se tu hai letto questo libro di Chiara Zamboni “Pensare in presenza”, che è un libro in cui lei, che è la coordinatrice di Diotima, fa di questo parlare in presenza un elemento epistemologico forte, anche del pensiero femminista, non solo della presa di coscienza e dell’autocoscienza ma anche del pensiero. Quindi io non so sinceramente valutare cosa si guadagna con i social, si guadagna appunto in estensione, in velocità, e anche in accostamento e comparazione dei contesti, per esempio quando io ho letto grazie a Francesca Coin che l’ha mandato in rete, quello che stava succedendo nel #metoo indiano, ho imparato un sacco di cose che non avrei mai e poi mai potuto accostare senza questo strumento. Non so se e quanto si perda in intensità, perché appunto per noi la presa di parola in presenza dell’altra ha significato tantissime cose, prima di tutto il fatto che non si parla solo con le parole, si parla anche col corpo, con i lapsus, con gli inciampi, con le difficoltà, con i salti, con le associazioni mentali, quello era un tipo di comunicazione, quella tra di noi, molto densa, e io ho come la sensazione che invece questa comunicazione senza contatto nei social faccia guadagnare qualcosa in velocità e in estensione ma faccia perdere qualcosa in intensità. Ad esempio l’autocoscienza non era solo un riconoscersi nella comune oppressione, era tante altre cose: intanto era la scoperta del desiderio positivo, e questo a me sembra un altro elemento di differenza… Allora tu sei una studiosa della violenza, questo significante della violenza per la mia generazione non era così pervasivo. Noi non rubricavamo tutto attorno alla violenza, e per noi era molto importante invece, ed è stato molto importante poi per il femminismo italiano in particolare, l’elemento affermativo del desiderio: il desiderio di libertà, il desiderio di essere, desiderio ontologico, come vuoi chiamarlo. Diciamo, noi abbiamo fatto molto leva sul desiderio positivo, mi pare che invece adesso ci sia, in generale, una soggettivazione che passa molto per il dichiararsi vittime di violenza. Naturalmente questo c’era anche ai miei tempi, perché ovviamente i processi di soggettivazione partono sempre da un elemento negativo, a cui intrecciano un elemento affermativo, questo è banale, però diciamo che per noi l’elemento affermativo, la baldanza del desiderio, era molto forte, ed era molto liberatorio, era pratica di libertà immediata. Mentre adesso mi pare che questo significante della violenza sia un po’ onnivoro, e io non sono tra quelli che dicono che il #metoo è un movimento di autovittimizzazione, non ci credo, secondo me è un movimento di uscita dallo statuto di vittime, però certo che la soggettivazione femminile oggi delle giovani donne soprattutto passi così tanto per la rivendicazione dell’essere oggetto di violenza, un po’ mi spiazza, un po’ mi turba, ecco. Questo non vale solo per il #metoo, vale anche moltissimo per Non Una Di Meno, che fa tutto il suo discorso ruota attorno alla violenza.
C. P.: Mi vengono due cose su questo: la prima è: tu sicuramente avrai letto l’articolo di Lea Melandri sul manifesto, sulle ambivalenze del #metoo. Quello che lei dice secondo me, abbastanza chiaramente in realtà, è che questa denuncia collettiva del #metoo ci fa sfuggire le ambivalenze che lei notoriamente ha rilevato fra amore e violenza, in qualche modo della – fammela passare – partecipazione femminile a un sistema di relazioni e di rapporti di interiorizzazione. Da un lato, sull’autocoscienza lei dice: per noi l’autocoscienza era anche il fatto di poter dire vis-à-vis: tu non stai dicendo la verità. Questo mi ha molto colpita, perché lei dice col #metoo c’è solo la presa di parola che però non trova confronto, mentre fra donne durante l’autocoscienza era possibile mettere in contraddizione, far rilevare queste ambivalenze, trovare le contraddizioni all’interno del discorso della denuncia della violenza che si faceva. Dall’altro lato lei dice “attenzione al politicamente corretto perché lì rischia di avvenire una forma di codificazione – penale o comunque repressiva – della sessualità eccetera”. Mi interessava capire con te cosa ne pensi di questo, perché in effetti è stato un tema centrale soprattutto in Italia.
I. D.: Mah, guarda, sulla seconda cosa, come avrai già capito da quello che ti ho detto prima, sono d’accordo, cioè la comunicazione in presenza consentiva anche di svelare e rendere produttive di verità i lati isterici della posizione femminile, che ci sono, e noi abbiamo fatto sull’isteria un grandissimo lavoro che consisteva anche appunto nello svelare le bugie e quindi su questo sono d’accordo, era il mio timore che dicevo prima, che quello che si guadagna in estensione si perda in intensità, e anche qualcosa di più, cioè che questi social alla fine, questa è una cosa che io avevo scritto già tantissimi anni fa: non solo ci fanno perdere il contatto fisico nella comunicazione con tutto lo spessore che questo comporta e che il contatto fisico consente, ma paradossalmente i social sono molto logocentrici, cioè effettivamente sembra un sistema così disinvolto, sciolto, di comunicazione ma in realtà sono l’ennesima astuzia del logocentrismo, perché appunto non essendoci il corpo di mezzo hai di nuovo questa parola molto asettica, non impastata di corporeità. Quindi su questo sono d’accordo con Lea. Sulle altre due cose, no. Quell’articolo a me è sembrato un po’ fuori tempo, mi è sembrato che questa volta questa affermazione impedisca di capire quello che sta succedendo oggi: punto primo, io do un’altra valutazione, oggi, del tipo di regime di dispositivo di sessualità che questo #metoo svela. L’avevo già fatto ne “Il trucco”, e in questo c’è secondo me molta affinità tra quello che è successo sette anni fa in Italia e quello che sta succedendo adesso negli Stati Uniti, cioè il #metoo svela un dispositivo di sessualità poverissimo, in cui c’è questa miseria della sessualità maschile che è molto impressionante, che era impressionante anche qui con Berlusconi e le sue cene eleganti, una specie di pantomima, questa recita che loro facevano, i travestimenti, le guepière, lui che guardava ecc. ecc., ed è molto impressionante anche nei racconti del #metoo, perché ci sono questi uomini che scambiano potere, cioè usano il potere, per briciole di sesso, non lo so se ci hai fatto caso. Veramente briciole. Il massaggio sotto l’accappatoio, le masturbazioni all’aperto… È sessualità questa? È sessualità molto impoverita, in cui secondo me tutta la matassa romantica egregiamente analizzata da Lea per trenta-quarant’anni, questo intrigo del sogno d’amore che rende le donne in qualche modo compartecipi dell’equivoco, non c’è più. Secondo me non c’è più. È cambiato qualcosa nella sessualità, è cambiato moltissimo secondo me nella sessualità. Purtroppo io per l’appunto nella comunicazione veloce dei social non guadagno narrazioni delle giovani donne sulla sessualità. Ne parlate poco, noi ne parlavamo di più, noi la descrivevamo a noi stesse, all’altra, ce la raccontavamo. Adesso io non sento racconti della sessualità, e dunque è anche complicato esprimersi su questo… Quello che trapela però non è un rischio di coinvolgimento femminile nel dispositivo amore-violenza, no, secondo me quello che trapela è una stanchezza femminile, una rivolta, una sana rivolta femminile contro una eterosessualità miserrima, ridotta a niente! Secondo me queste del #metoo si stanno ribellando anche a questo, non so se sai che in America c’è un certo dibattito se questa storia del #metoo riguardi più il lavoro o più il sesso. Rebecca Traister che è una ragazza molto simpatica, intelligente, è una giornalista saggista femminista, ha detto «mah, insomma tutte ’ste storie sul sesso, il rischio di puritanesimo… Sono fuori fuoco perché in realtà questo è un dispositivo di ricatto nei luoghi di lavoro». E questo è certamente in gran parte vero, però c’entra anche la sessualità, così come c’entrava anche ai tempi di Berlusconi, quello era un dispositivo di controllo del mercato del lavoro, cioè poi lui dava in cambio posti di lavoro a queste ragazze, oppure posti nelle candidature eccetera, però diceva anche qualcosa della sessualità e anche stavolta del #metoo dice qualcosa, come lo chiamava Foucault, del dispositivo sessuale dell’epoca. Allora questo dispositivo a me sembra un dispositivo molto impoverito, in cui il sesso è diventato un’attività, diciamo. Io dico sempre che quando ero giovane l’espressione “fare sesso” non esisteva, è spuntata fuori negli anni ’90 più o meno, ma adesso è proprio un fare sesso, è un fare, è un fare una cosa, è molto neoliberale, un’attività! Certo, ai tempi miei e di Lea era molto diverso, attorno al sesso c’era ancora un’aura di sentimento, di ambiguità, di romanticismo, a confronto di quello che è adesso noi siamo delle tardo-romantiche… Ma adesso a me non sembra che ci sia tutto questo Sturm und Drang romantico! Il sesso è ridotto a poca cosa, è qualcosa che si fa, molto che si scambia, che si scambia appunto per stare nel mercato del lavoro, e non mi pare che ci sia molto da grattare da questo punto di vista. Mi pare che il gesto sia un gesto di uscita dalla complicità, e anche dalla condizione di vittime. Poi c’è la questione del politically correct. Quando venne fuori il politically correct nei tardi anni ottanta, primissimi anni novanta, io mi ricordo alcuni pezzi miei sul Manifesto che erano preventivamente critici, perché che ci fosse lì il rischio di una codificazione dei comportamenti , di una scorciatoia formalistica diciamo, era evidente, però anche qui, i tempi cambiano, e adesso la rivolta contro il politicamente corretto è una rivolta che fa schifo, che è proprio una bandiera di destra, giustamente, perché con tutti i rischi che ha sempre avuto il politicamente corretto in una società come quella americana, è stato un’enorme barriera contro le discriminazioni, di sesso, si razza, quindi c’è qualcosa che va salvato del politicamente corretto, io non mi metterei ad attaccarlo frontalmente come fa tutti i giorni il fondatore e il direttore del Foglio. Naturalmente, è vero che le nostre amiche americane lo stanno scrivendo tutti i giorni, il rischio che tutta questa storia vada a finire in un backslash di tipo formalistico o in un nuovo dispositivo di controllo della sessualità, c’è. Però mi stupisce molto da parte di Lea e di tante altre che questo venga addossato alle donne, perché qui sta succedendo una cosa molto strana: c’è una levata di scudi contro le donne che sarebbero le nuove cacciatrici di streghe – e poi vabbè tralascio il ridicolo di questo paragone per gli uomini; poi saremmo quelle che vogliono farsi giustizia diretta, come la protagonista di “Tre manifesti a Ebbing”, e poi c’è questa cosa che saremmo noi la causa di una nuova regolamentazione del sesso, che impedisce la seduzione, ecc. Ora, tutto questo è veramente frutto di un immaginario molto maschile: sono rappresentazioni maschili di un fantasma di femminilità: un fantasma vendicativo, ritorsivo, regolamentante, giustizialista… Ma io non conosco sinceramente nessuna donna che si comporta in base a criteri giustizialisti, formalistici e cose di questo tipo. Mi sembrano tutte proiezioni di una fantasia molto maschile di simmetria tra i sessi: come dire, le donne sono state oggetto di caccia alle streghe, adesso ce la faranno pagare facendola contro di noi, le donne hanno subito la regolamentazione della sessualità, adesso tenteranno la nostra… Ma non funziona così! Noi abbiamo sempre detto e dimostrato che la rivoluzione femminile è molto asimmetrica, non è che noi facciamo quello che hanno fatto per millenni i maschi. Non accade questo, la madre di Pamela, la ragazza massacrata l’altro giorno a Macerata è stata la prima a dire che volevo giustizia e non vendetta, non si è comportata come la protagonista di tre manifesti a Ebbing, la quale per altro alla fine ci ripensa. Quindi questa paura che tutto finisca in regolamentazione, io ce l’ho, ma è una paura che riguarda i maschi secondo me, perché noi sappiamo, questo il femminismo italiano l’ha detto varie volte, che la sessualità maschile, la sessualità ma anche la mentalità maschile, è molto maschile questo intreccio, lì sì, ambivalente, contraddittorio, tra eccesso e regolamentazione. Cioè i maschi funzionano così: funzionano con un eccesso incontenibile che loro stessi regolamentano, perché ne temono le conseguenze. E questo è vero in tutto, io li ho visti comportarsi così in politica per esempio, nelle istituzioni, in parlamento. Quando io ho seguito la bicamerale, tutti mi chiedevano che cavolo ci trovassi di così divertente, e io rispondevo che con tutta la ricchezza della mia vita sentimentale io non avevo mai capito i maschi come osservandoli nella scena istituzionale, perché lì era la stessa cosa, cioè c’è sempre questo infiammarsi di conflitto, di rotture, di divisioni, di toni alti ecc., e poi subito dopo fanno gli accordi, cioè funzionano così i maschi! E anche in questa storia del #metoo, se tu ci fai caso, in tutti questi commenti maschili che temono la regolamentazione, la stretta politicamente corretta ecc., è molto ambivalente questa cosa, perché loro scongiurano la regolamentazione nel momento stesso in cui la invocano, perché loro lo sanno che loro non si sanno autoregolamentare, questo è il punto. È loro l’ossessione delle regole, perché siccome sono incapaci di regolarsi secondo le relazioni, in particolare nei rapporti con l’altro sesso sono notoriamente incapaci di relazionalità, il lavoro della relazione è sempre sulle nostre spalle, allora invocano le regole, nel momento in cui le invocano le temono, ma è una loro ambivalenza secondo me, quindi se ci sarà un eccesso di regolamentazione dopo questa cosa del #metoo, certamente sarà firmata dai maschi, non saranno certo le donne, io credo, a regolamentare la sessualità.
C. P.: Infatti ad esempio a Padova è successo questo, nella precedente amministrazione di Bitonci, noto maschilista, molto simile anche a Berlusconi nella modalità di espressione nello spazio pubblico, è stato il primo a stilare una regolamentazione molto rigida dei comportamenti sessuali all’interno degli uffici del comune… Era interessante perché faceva emergere chiaramente che in realtà non è solo la paura, ma è anche una forma di delega alla norma, cosa che spesso gli uomini di potere e non solo utilizzano per deresponsabilizzarsi definitivamente, per cui si affidano ad una legge che dice quello che si può e quello che non si può fare, quanti centimetri posso sfiorare sul luogo di lavoro ecc. senza rischiare, e però questo appunto come sempre porta al fatto di non riconoscere le relazioni di potere che stanno nei luoghi di lavoro. Torniamo a quello che dicevi sul dispositivo sessuale di Foucault che tu usi anche nel tuo libro per descrivere il nesso tra potere e sessualità che è emerso in maniera eclatante durante gli scandali di Berlusconi, però lo voglio fare sempre dal nostro punto di vista, nella genealogia femminista: una cosa che secondo me segna uno scarto molto forte fra allora e oggi, nonostante appunto gli elementi comuni che tornano sulla rappresentazione, la denuncia, è stato il fatto che all’epoca il movimento che tu citi e analizzi bene nel tuo testo, cioè il movimento di Se Non Ora Quando (SNOQ, NdR), le grandi manifestazioni del 13 febbraio, è stato un movimento molto ambivalente, da questo punto di vista, cioè il rischio che oggi viene evocato di puritanesimo, regolamentazione delle condotte, di una certa tendenza moralistica, c’è stato in quel momento, molto forte, ti ricorderai. Oggi io vedo uno scarto molto importante da questo punto di vista che rifugge quel rischio, per questo non mi tornava molto l’articolo di Melandri e altri interventi che andavano in questo senso. Ti chiederei di provare a ricostruire cosa è successo dal 2009-10-11… A oggi nel discorso femminista? Quali sono stati gli scarti secondo te che hanno permesso di superare quella tendenza?
I. D.: Guarda, è sbagliato ricordare gli anni tra il 2009 e il 2011 come anni dominati da SNOQ, è assolutamente sbagliato. La rivolta contro il sistema berlusconiano nasce con la presa di parola femminile, di una presa di parola imprevista, di donne interne al sistema berlusconiano, Veronica Lario, Patrizia D’Addario, sono loro che si difendono, e vengono sostenute da alcune donne ben piazzate nel sistema dei media: la sottoscritta, che allora godeva di una certa libertà di manovra, che poi mi è stata fatta molto pagare, altre commentatrici, e alcune giornaliste di inchiesta. Anche allora ci fu un’alleanza come c’è stata in America, questo non lo dico io, lo dice l’editoriale e la copertina del Time dedicato alle Silence Breakers, sottolinea questa alleanza tra donne e giornalismo, due soggetti più a rischio nel trumpismo, anche allora ci fu questa specie di alleanza tra la presa di parola pubblica di queste donne e un giornalismo di inchiesta coraggioso. Per dire, io ho fatto una lunga intervista all’epoca a Patrizia D’Addario, che mi è stata fatta pagare, ho avuto commenti molto perbenisti, di donne, di colleghe donne, che mi dicevano ma come, ti metti a intervistare le prostitute di corte. Non è stato semplice, però questo è stato all’inizio, poi ci fu il primo convegno che facemmo noi, io Marialuisa Boccia, Grazia Zuffa e Bianca Pomeranzi, appunto sul rapporto tra sesso, danaro e potere, e SNOQ interviene a un certo punto con un discorso completamente diverso, strumentale ad attaccare il femminismo della differenza, questo è ricostruito per filo e per segno nell’ottavo capitolo del mio libro, loro intervengono con questa divisione tra donne per bene e donne per male che era il contrario di quello che facevamo noi: noi davamo valore alla parola di queste donne, anche se erano escort, poco presentabili, quanto di più diverso ci fosse da noi, no? Erano l’esempio che come dico sempre la libertà femminile è un miracolo che si può verificare ovunque, non è che abbiamo noi il brand della parola femminista, no, ci può essere libertà femminile ovunque le donne e qualunque donna prenda parola e sia sostenuta da un’altra donna. Poi appunto ci fu SNOQ che cominciò ad alzare le barriere a fare un discorso i cui esiti purtroppo si vedono oggi, perché quando si disse, quando gli uomini di sinistra scesero in piazza con le “loro” donne, dissero: scenderemo in piazza anche noi per difendere le nostre donne, beh questo è un germe di quel nefasto abbraccio tra nazionalismo e genere di cui adesso stiamo vedendo gli esiti più estremi e drammatici. Lì si sono giocate moltissime cose in quei due anni, anche internamente al femminismo, non se ne può parlare come di un campo compatto perché poi in realtà ci fu una battaglia molto dura anche all’interno del femminismo, e la battaglia consisteva appunto, il conflitto principale era tra chi dava credito e autorevolezza e autorizzazione alla parola di queste ragazze coimplicate in questo sistema, e chi invece voleva fare il femminismo per bene col brand femminista “garantito”. Che cosa è successo dopo? Io anche questo nel libro lo scrivo e lo prevedo: dopo è successo questo secondo me, che noi non abbiamo avuto nessun riconoscimento come quello che hanno avuto le nostre amiche americane, nessuna copertina del Time, nessun incoraggiamento, nessuna apertura di credito. Nessun uomo della scena istituzionale, poi ci sono state anche all’epoca delle voci maschili molto interessanti, ma nessun uomo della scena istituzionale ha mai creduto che quella fosse davvero una faccenda da buttare all’aria Berlusconi come in realtà è stato. Io penso che siamo state noi a far cadere Berlusconi, poi sono arrivati loro con lo spread, con la quaresima di Monti, ma era facile a quel punto, però quando Veronica Lario e Patrizia cominciavano a parlare, io me lo ricordo benissimo, Berlusconi era fortissimo in Italia, aveva rivinto le elezioni, era intoccabile, aveva una presa totale. Noi l’abbiamo reso vulnerabile. Questo non ci è mai stato riconosciuto, cosa fu raccolto di quella stagione? Un po’ di candidature femminili in più nel 2013, soprattutto Bersani e Vendola riempirono le liste di centrosinistra di candidature femminile, compresa la mia – ogni tanto me lo dimentico ma ho fatto anche la candidata- e quindi poi c’è stato un parlamento più rosa che mai, il parlamento più rosa della storia della repubblica, e però paradossalmente quello meno segnato dalla differenza politica, il parlamento più rosa e quello meno da un tracciato femminista. Direi peggio delle berlusconiane perché loro erano polemiche col femminismo, ma ne riconoscevano l’esistenza, le Maria Elena Boschi non hanno mai dato alcun segnale di conoscerne neanche la vaga esistenza. Quindi su questo non c’è stato nel femminismo, non si è aperto nessun conflitto, secondo me abbiamo sbagliato in questo, perché non siamo abituate ad aprire conflitti con le altre donne ma avremmo dovuto, per fortuna diciamo contestualmente c’è stata questa rifioritura invece di movimento femminista che io lo sento che c’è ed è molto forte, anche se tu dici in continuità con le genealogie degli anni settanta ma ci sono anche delle discontinuità molto forti sulle quali non è sempre facile confrontarsi, io ci provo, ma non è che senta moltissima domanda di confronto, però va bene così, ogni generazione si soggettiva come ritiene… Io vedo semmai un eccesso di continuità col femminismo marxista degli anni settanta, e quindi appunto una grande accentuazione sull’oppressione, poco riguardo al simbolico, molta analisi dei rapporti di sfruttamento materiali, ma poco lavoro sul simbolico, spero che questa cosa cambi però io ho un po’ questa sensazione.
C. P.: Come vedi l’attività e la presa di parola di Non Una di Meno come rete, come movimento verso lo sciopero dell’8 marzo? Vedi qualcosa che vada nella direzione di effettivamente incidere sul contesto e sul nesso fra violenza, lavoro, il contesto prostituzionale allargato, la precarietà, e rispetto al maschile: oggi una serie di gruppi, ma anche di personaggi pubblici, ma anche sperimentazioni di lavoro con gli uomini, come sai lavoro in un centro per uomini maltrattanti, c’è una parte del femminismo e dei gruppi che comincia a interrogarsi e a interrogare gli uomini sulla questione della violenza, del sessismo, un tavolo di Non Una di Meno è sul sessismo nei movimenti ad esempio, mi sembra che ci sia in moto un cambiamento da questo punto di vista, e ti chiedo cosa ne pensi?
I. D.: Sulla questione maschile penso che sia importantissimo, l’interlocuzione con gli uomini è una cosa molto importante, anche noi la affrontiamo da tanto tempo, purtroppo non avendone molte risposte, se non da parte di uomini che si sono proprio resi riconoscibili sulla scena pubblica per questo rapporto con il femminismo, Maschile plurale, però ad esempio l’altra mattina noi abbiamo fatto qui a Roma una discussione sulla violenza a partire da un testo scritto dal Gruppo del mercoledì romano, e c’erano anche degli uomini, ma a parte i nostri amici di Maschile plurale che articolano un discorso, tutti gli altri sono intervenuti in maniera assolutamente astratta, senza misurarsi, cioè non c’è niente da fare, hanno una difficoltà enorme a mettersi in gioco in quanto uomini: o si sentono colpevolizzati come uomini, oppure si sentono esenti con tutto ciò che riguarda la storia del loro genere, e quindi è molto difficile. E questa cosa qui, io guardo con molto interesse, purtroppo ho pochi contatti, a esperienze come la tua, di gruppi di terapia o di consulting di uomini maltrattanti, perché quella secondo me è una strada importantissima da battere, cioè cercare di capire qual è il misterioso meccanismo che li porta a fare quello che fanno. Su Non Una Di Meno, io spero che quest’anno ci sia un salto, cioè che non si faccia un 8 marzo uguale a quello dell’anno scorso, che fu importantissimo, bellissimo ecc. Cioè che si esca un po’ da questa cosa di denuncia della violenza, cioè appunto di questa pervasività della violenza nel lavoro, nella sessualità, dappertutto, e che ci sia un po’ più, torno ad usare questo termine, che era un termine molto nostro di qualche anno fa, un po’ più di baldanza per quello che sta succedendo oggi in queste relazioni tra i sessi. Perché questa cosa che sta succedendo, il #metoo, va vista anche come un sintomo di un grosso vantaggio femminile sulla scena pubblica globale, cioè questo è l’unico movimento di impatto critico oggi presente nel mondo, e per come la penso io, per come la pensa il mio femminismo, è talmente evidente che questa crescita di parola e di presenza femminile è legata alla fine del patriarcato, che noi dobbiamo prendercene tutta l’allegra responsabilità, anche smettere di piagnucolare e capire che forse è il momento di prendere molto in mano questo processo! Cosa che per altro nei fatti Non Una Di Meno fa, che io credo di avere capito che anche questo loro non essere separatiste è un segno importante, perché loro non sono separatiste ma c’è una leadership femminile molto chiara sul movimento e anche sull’inclusione degli uomini, quindi loro poi ce l’hanno, la trasmettono in qualche modo questa ambizione egemonica. E quindi forse c’è anche, io spero che ci sia un salto nel discorso, che vada di più sul positivo che in questo momento esprime. Naturalmente io lo so che è difficile perché quando noi mettiamo l’accento sul positivo poi ci viene sempre detto «ma quelle sono oggetto di tratta, quell’altra è ammazzata, l’hanno messa nel trolley»… Ma lo sappiamo benissimo questo, non è che non lo sappiamo! E piangiamo tutte le nostre lacrime. Però è anche vero che di converso c’è una forza femminile e anche se posso usare questo termine, un’allegria femminile senza la quale in questo momento il mondo sarebbe veramente infrequentabile. Quindi io spero che quest’anno l’8 marzo tesaurizzi il #metoo, ma non il #metoo in sé e per sé, ma il #metoo appunto come sintomo di un grande movimento planetario che chiaramente è espressione di un patriarcato declinante, che naturalmente lo sappiamo, porta ulteriore disordine, non c’è un ordine sostituivo, però certo è un fatto enorme che noi siamo la parte promettente, non voglio dire vincente, ma promettente di questo momento storico.
C. P.: E d’altronde in Italia e poi in molti altri paesi il #metoo è diventato #wetoogether, c’è stato questo passaggio di uscire dalla mera denuncia singolare…
I. D.: Sì, in Italia in #metoo è diventato #wetoogether, però io penso noi in Italia ci dobbiamo anche mettere molto crudamente di fronte a un fatto: che noi abbiamo un establishment intellettuale che va dall’accademia ai mass media che è molto ostile a noi, molto specificamente ostile, molto specificamente misogino, molto specificamente delegittimante, e questa cosa qui non è più sopportabile, e io penso che debba diventare oggetto di una battaglia, della nostra battaglia anti-establishment. In fondo, le americane con la storia del #metoo hanno attaccato il quartier generale di Hollywood, che per loro è una cosa enorme, perché Hollywood per loro è come per noi attaccare la Rai, cioè non è il cinema, Hollywood è la più grossa macchina d’industria culturale ed economica del paese, noi dobbiamo sparare sul quartier generale, e il quartier generale oggi per noi è la misoginia dell’establishment intellettuale italiano che, ripeto, dall’accademia ai media è insopportabilmente privo di qualunque riconoscimento, dialogo, attenzione, ascolto a quello che le donne dicono da cinquant’anni. Questo per la mia biografia, forse su questo io sono particolarmente segnata, ma secondo me questa cosa è diventata insopportabile e dev’essere oggetto di un attacco specifico.
(https://studiquestionecriminale.wordpress.com, 8 marzo 2018)
di Alessandra Pigliaru
Da Piazza Vittorio passando per Piazza Maggiore, via Cavour e poi Piazza Madonna del Loreto, la marea di Non Una Di Meno è arrivata nelle strade di Roma ieri pomeriggio, cominciando intorno alle 17 il corteo preparato da mesi. Altre sono state le piazze ieri che, un po’ in tutta Italia, hanno rappresentato la costellazione ormai solida delle varie realtà presenti da Venezia a Napoli, e ancora Bologna, Torino, Milano e molte altre che – con azioni, blocchi e contando sul sostegno dei sindacati (Usb, Slai Cobas, Usi e Usi-Ait), hanno portato in piazza e nello spazio urbano decine di migliaia di donne. La novità del corteo romano è che, più dell’anno scorso, la presenza degli uomini è stata più consistente. Un’assunzione delle istanze femministe, reti e gruppi misti che lavorano in tante città italiane tenendo tra le priorità i punti che sono comuni al movimento globale in più di 70 paesi.
«Se il lavoro è molesto, molestiamo il lavoro»; «Se non te la dà non te la prendere»; «La nonna partigiana ce l’ha insegnato: il vero nemico è il patriarcato»; «L’assassino ha le chiavi di casa». Sono solo alcuni degli slogan presenti alla manifestazione romana, circondano una narrazione che in questi mesi si è svolta nei vari tavoli di lavoro, nelle 57 pagine del piano femminista antiviolenza e si collocano nella sostanza politica dei centri antiviolenza – presenti anch’essi in piazza -, nei consultori e nelle associazioni – «BeFree», solo per citare una di quelle più attive soprattutto in città – che raccontano la storia capillare di una lotta con radici ben piantate nei territori.
L’altra faccia del corteo, ovvero l’ulteriore declinazione che assume la violenza maschile contro le donne, è la molestia sessuale. Sul posto di lavoro come per strada o nelle relazioni quotidiane, la tormenta che si è sollevata a partire dalla intervista rilasciata da Asia Argento il 12 ottobre scorso non ha cessato di mostrarsi. Espandersi e diffondersi. E se uno dei punti più drammatici – andati a detrimento di quanto si andava rivelando – è stato il discredito, il fango quando non la canzonatura mista a una importante (quanto inguaribile) misoginia che genera cecità politica oltre che relazionale, quando l’attrice e regista italiana si è unita al corteo di Non Una Di Meno vi è stata la congiuntura cercata e trovata in questi mesi.
«Sorella, io ti credo», così recitavano molti dei cartelli che portavano dal #metoo al #wetoogether – nella forma di una collettiva azione di lotta. Dire alla propria sorella che le si crede non indica tuttavia una immersione in una comune e immedicabile oppressione, al contrario sta a significare che quei «liberi corpi in libera terra» hanno il desiderio di vivere felici, non più di contarsi da sfruttati o – che è peggio – da morti, anzi vogliono essere in prossimità con le proprie simili e in ascolto di quella straordinaria forza che è la presa di parola pubblica. «Avete fatto gossip sui nostri stupri, vergognatevi» ha detto seccamente Asia Argento, affiancata dalla collega Rose McGowan, ad alcuni reporter presenti invitandoli ad andare via.
Altro punto cruciale, come l’anno scorso ma quest’anno dotato di una drammatica evidenza elettorale, è la parola antifascismo. In certi ambienti sarà pure gratuito ricordare di essere contro i fascismi e che Non Una Di Meno si dispiega come insorgenza antifascista e antirazzista, ma di questi tempi è invece efficace tornare all’essenziale di poche e necessarie parole. Perché situano in una storia che va interrogata, ancora e ancora.
(il manifesto, 9 marzo 2018)
Pubblichiamo con interesse questo articolo di Christian Raimo che propone un quadro dei testi femministi presenti o assenti sul mercato editoriale. Molti di questi in realtà, e per fortuna, si possono acquistare presso la Libreria delle donne di Milano. Per esempio quelli di Carla Lonzi e di Luisa Muraro.9
Di Christian Raimo
La questione femminista è una questione anche di spazi culturali, e quindi editoriali. Me ne rendevo conto leggendo Perché non sono femminista (libro notevolissimo) di Jessa Crispin, appena edito da Sur, che s’incentra sul riconoscimento di autrici praticamente inedite in Italia, come Andrea Dworkin (il suo Intercourse è del 1987, mai tradotto) o Germaine Greer (Il suo classico L’eunuco femmina edito da Bompiani nel 1970 non si trova da anni).
Nell’ultimo anno, sull’onda del #metoo, qualcosa viene tradotto. Ponte alle grazie ha ripubblicato un classico narrativo come Il racconto dell’ancella di Margaret Atwood, che è del 1985. Un libro che era citato nell’incipit di Libere tutte di Giorgia Serughetti e Cecilia D’Elia, che oltre tante importantissime cose è anche un tentativo di ricognizione del panorama editoriale femminista. Sempre Ponte alle grazie per esempio ha tradotto Gli uomini mi spiegano le cose (che era uscito nel 2014), di Rebecca Solnit, di cui è praticamente quasi tutto inedito in Italia; dieci anni fa probabilmente grazie a Tiziana Triana, Fandango aveva pubblicato due suoi bellissimi testi, Un paradiso all’inferno e Speranza nel buio. Sempre Fandango ha pubblicato nel 2015 il libro cardinale di Paul B. Preciado, Testo tossico, che era del 2008. Edizione Alegre ha appena pubblicato Donne, razza, classe di Angela Davis, un testo del 1981. Di Judith Butler sono disponibili i testi di Laterza, come Soggetti del desiderio e Questioni di genere, ma mancano da anni il suo testo fondamentale che aveva tradotto Meltemi, ossia La disfatta del genere (lo rifarà Mimesis, che ha ripreso parte del catalogo Meltemi?), e Critica della violenza etica, che Feltrinelli aveva tradotto nel 2006. Di Susan Faludi, Isbn aveva tradotto Il sesso del terrore (oggi non si trova nemmeno sulle bancarelle), ma è ancora non tradotto un libro imprescindibile del 1991, Backlash.
Un buco enorme in libreria è il femminismo storico italiano. I testi di Luisa Muraro non sono ripubblicati da anni, o vengono ristampati da piccole case editrici: per esempio L’ordine simbolico della madre è stato sì ripreso da Editori Riuniti nel 2006 ma non più ristampato; la maggior parte dei suoi testi non esiste in libreria, dove si trova solo – e raramente – il suo pamphlet del 2012 Dio è violent (pubblicato da Nottetempo). Adriana Cavarero è ugualmente assente in liberia, si trova qualcosa su Amazon, ma testi importanti, come Corpo in figure o Tu che parli, tu che mi racconti, non sono disponibili nemmeno su ordinazione, e il suo Filosofie femministe (scritto con Franco Restaino) è un libro praticamente introvabile e del 1999, andrebbe aggiornato. Di Carla Lonzi ogni tanto compare in modo quasi carbonaro in libreria il suo Manifesto di rivolta femminile e il suo Sputiamo su Hegel: il suo Autoritratto e i suoi Scritti sull’arte sono pubblicati da Et.Al, ma in modo quasi clandestino. Lea Melandri? Il suo libro, Amore e violenza, entusiasmante per l’intelligenza, un piccolo classico contemporaneo sul femminismo, in libreria non c’è, in rete si può ordinare ma ci vuole un settimana. Rosi Braidotti è un oggetto non identificato in libreria, qualcosa – non molto – è reperibile online. Persino Il trucco di Ida Dominjianni che è un libro cruciale, del 2014, ricomincia a circolare sul passaparola soltanto oggi, dopo le mobilitazioni del #metoo. E potremmo andare avanti a lungo.
Insomma, va benissimo, è giusto e bello che Le storie della buonanotte delle bambine ribelli stia già al sequel; ma sarebbe molto auspicabile che del pensiero femminista non si rimuovesse l’articolazione, l’importanza storica, la radicalità.
(www.minimaetmoralia.it, 9 marzo 2018)
di Chiara Calori
Il film Tre manifesti a Ebbing, Missouri continua a fornire spunti di riflessione, questa volta indirettamente, grazie a Frances McDormand e al suo discorso di ringraziamento per l’Oscar alla migliore attrice protagonista.
Questo tipo di occasione solitamente è il momento perfetto per dichiarazioni sensazionali, epiche, che devono però il clamore che suscitano più alle circostanze che alla sostanza delle parole. Temevo fosse anche questo il caso. Mi sbagliavo. Non ha usato parole McDormand, si è rivolta alle altre candidate come lei e ha chiesto loro, semplicemente, di alzarsi in piedi, di mostrarsi, di rendersi visibili alla platea. Prima alcune, poi tutte, l’hanno ascoltata e si sono alzate. E si sono emozionate.
Perché mai tante donne, attrici, registe, sceneggiatrici, che godono di fama e popolarità, che magari sono già state premiate nella loro carriera e che sicuramente hanno avuto molti riconoscimenti, davanti a questo gesto si commuovono a tal punto? Perché sentono che quello è riconoscimento, quello e non invece tutto il resto che fino a quel momento avevano ricevuto e che riconoscono forse improvvisamente come un apprezzamento ingannevole, non vero fino in fondo? Con quella semplice richiesta McDormand ha dato uno spazio a ciascuna di quelle donne e mi ha fatto capire quanto possa essere liberatorio ricevere qualcosa di giusto, senza averlo dovuto prima strappare con la lotta. Gratitudine era ciò che si leggeva nei loro occhi.
C’è stata un’altra cosa bella secondo me: quell’alzarsi in piedi le offriva come spettacolo a tutta la platea, è vero, ma forse chi è stato più colpito da quella visione non erano gli altri, erano loro stesse, nel reciproco guardarsi, nel reciproco prendere atto della propria esistenza come soggetti. È il capovolgimento di prospettiva di cui si parla in Non credere di avere dei diritti, con le donne che si mettono «nella posizione di soggetto che pensa a partire da sé la storia e la società»1. Ed è anche la fine del separatismo necessario: per esprimere la differenza sessuale servì spostare fisicamente in un luogo altro le portatrici di quella differenza, così identificandola e significandola, non venendo vista altrimenti. Ora possiamo dire che non serve più quell’atto estremo per palesare la differenza, ma non possiamo ancora dire che si palesi da sé: serve comunque un gesto che la renda visibile. Serve indicarla, affermarla, dirle di mostrarsi.
Forse per questo le politiche paritarie servono così male la donna: cancellando la differenza vanno esattamente nel senso opposto. E le parole con le quali McDormand ha salutato la platea avevano un po’ il sapore di quella logica: ad essa appartiene la inclusion rider, la clausola contrattuale che lei cita, la quale consente ad attrici e attori di pretendere una rappresentazione equa dei due sessi nel contesto sociale che fa da sfondo alla narrazione del film. È una chiusura che potrebbe far pensare, lì per lì, che il messaggio ne esca indebolito, ma un’ulteriore riflessione mi porta a dire che invece lo arricchisce. Dal solo accostamento di due diversi approcci – pensiero della differenza e politica del simbolico da un lato, logiche paritarie dall’altro – appare chiaro come la potenza del primo si sprigioni oscurando il secondo, che passa in secondo piano e sbiadisce.
1Non credere di avere dei diritti, 1987 Rosenberg&Sellier, p. 26.
(www.libreriadelledonne.it, 8 marzo 2018)
di Alessandra Pigliaru
SCAFFALE. #quellavoltache. Il volumetto edito da manifestolibri raccoglie quasi 300 testimonianze italiane
Si intitola #quellavoltache – Storie di molestie ed è un volumetto edito dalla manifestolibri (pp. 111, euro 8), disponibile da oggi a segnalare una congiuntura simbolica importante: l’otto marzo non può che configurarsi come pratica e tessitura della lotta. E una danza di molti corpi, e dunque altrettante esistenze, è rappresentata dalle parole delle donne raccolte in #quellavolatche per dare conto di oltre 280 testimonianze, tra le 700 selezionate, che riguardano ciò che è accaduto da qualche mese a questa parte intorno a due hashtag, in stretta relazione l’uno all’altro; quello del titolo del libro (lanciato in Italia il 12 ottobre e ripreso dai siti Gaypost.it e Pasionaria.it) e il #metoo (avviato negli Stati Uniti il 15 ottobre, creato tuttavia nel 2007 da Tarana Burke).
Il legame, presente per entrambe le inizitive, viene qui circoscritto all’esperienza italiana che, come prima emersione, si riconosce nell’intervista rilasciata da Asia Argento il 10 ottobre del 2017 sul New Yorker; là dove cioè l’attrice rivela di essere stata stuprata da Harvey Weinstein (già accusato da altre donne di violenze). Si dirà che la discussione prodotta a proposito delle vicende è già piuttosto nota e che non sarebbe stato il caso di farne addirittura un libro. Non la pensano così, e hanno tutte le ragioni, le curatrici di #quellavoltache, mostrando la pazienza del ribadire qualcosa che ha bisogno di essere letto e riletto, conservato, pensato e conosciuto nella misura di una parola esperienziale che non può andare perduta nelle maglie della rete ma che ha l’ostinazione di farsi memoria vivente.
Per evitare l’evaporazione nel virtuale, dimenticanza o – che è peggio – rimozione, (grazie al progetto «Le donne parlano» di Simona Bonsignori e Paola Tavella) chi ha curato il volume lo ha fatto con la contezza di tracciare il segno deciso su una vicenda che ha assunto i tratti di una imponente narrazione di ciò che si intende per «molestia».
In tante hanno creduto nell’esigenza di cura del volumetto: Giulia Blasi, Stefano Cena, Anna Coluccino Guerriero, Sarah Consiglio, Caterina Coppola, Beatrice Da Vela, Giuliana Maria Dea, Laura de Bonfils, Federica Jean, Anna Lanave, Carola Moscatelli, Ramona Norvese, Marianna Peracchi, Manuela Piemonte, Marina Pierri, Olivia Pinto, Benedetta Pintus.
Oltre all’elenco delle testimonianze, divise in 5 fulminanti e agili capitoli, è importante segnalare come – nello svolgersi dei vari confronti, sia in Italia che oltreoceano – ciò che è emerso riguardo la percezione di una presa di parola pubblica da parte delle donne abbia prodotto numerose reazioni, talvolta con il riallestirsi di vecchie scene fantasmatiche, dal congedo dalla seduzione con relativa fine della sessualità fino ad altri immaginari angoscianti (a tal riguardo definitiva è stata, ed è, Ida Dominijanni in Parlano le donne parlano, introduzione all’incontro di «Via Dogana 3» del 14 gennaio 2018). Chiaro come – lo indicano il femminismo e la politica delle relazioni in particolare – senza ascoltare e dare credito alla parola delle donne è tutto perduto. Lo dimostra la vitalità della politica delle donne, o meglio il fatto che siano le donne, in questi mesi e in questi decenni, a dire qualcosa di significativo sulla realtà. E a farlo per tutte e tutti.
I proventi derivanti dalla vendita di #quellavoltache – che verrà presentato domani alle 16 nell’ambito di Feminism, Fiera dell’editoria delle donne) saranno devoluti alla Casa Internazionale delle Donne di Roma. Ecco un altro buon motivo per leggere questo piccolo e prezioso librino.
(il manifesto, 8 marzo 2018)
Beppe Pavan
Ho letto su La Stampa del 4 marzo un articolo firmato da Papa Francesco, che sembra rispondere alle suore di cui parlava un articolo su Il Manifesto del giorno prima, che riprendeva dal numero di marzo del mensile dell’Osservatore Romano “Donne Chiesa Mondo”, una “strepitosa inchiesta sullo sfruttamento delle suore al servizio di uomini di Chiesa: preti, cardinali, maschi”. Ho cercato gli originali…
Quello del papa è, in realtà, la prefazione a un libro sulla vita del fondatore di un ordine religioso nato per dare assistenza sanitaria e collaborazione domestica alle persone e alle famiglie povere. Ma mi riesce stupefacente il nesso, anche temporale, tra questi due scritti.
A prima vista mi è parso di assistere a uno scambio di ruoli: l’Osservatore Romano è il quotidiano ufficiale del Vaticano, la casa-madre o, meglio, il regno di quei vescovi e cardinali che sfruttano il lavoro delle suore… siamo all’autocoscienza?
Dall’altra Francesco, che mi aspetterei di vedere schierato al fianco delle suore contestatrici, viceversa mette in campo la sua paterna autorità – in forma, direi, paternalistica – per richiamare le suore a continuare a incarnare quello spirito di servizio, di abnegazione e di “pura gratuità”, che le rende icone perfette della sottomissione femminile ai “padri”, i quali, mentre le riconoscono come “il volto materno della Chiesa”, autorizzano e giustificano se stessi a continuare a incarnarne il volto paterno, maschile e patriarcale.
L’articolo de Il Manifesto termina così: «Le religiose auspicano che la denuncia […] della sottomissione a cui sono indotte sia “un’occasione per una riflessione sul potere” nella chiesa. E, va aggiunto, anche fuori».
È esattamente il tema e il nesso che cercheremo di affrontare nel corso del prossimo convegno europeo delle CdB, che si svolgerà a Rimini dal 21 al 23 settembre.
Non mi stupisco certo di questa scissione tra materno e paterno nella visione del papa. Mi capita spesso di ascoltare uomini e donne dissertare con convinzione sulla “parte femminile degli uomini” e sulla “parte maschile delle donne”, contribuendo così, a mio parere, a mantenere viva quella cultura che vuole prerogative femminili la dolcezza, la tenerezza, l’affettività, la compassione, il servizio… e prerogative maschili l’aggressività, l’assertività, lo spirito di comando, l’autoritarismo… e via distinguendo.
La Chiesa cattolica è dominata da una gerarchia di uomini che di questa cultura sono fieri paladini (spesso sessuofobi a parole, misogini e omofobi nei fatti): difficilmente accoglieranno l’invito a riconoscere valida e conveniente anche per sé l’appartenenza all’ordine simbolico della madre.
Eppure è possibile che anche gli uomini dichiarino morto il patriarcato, abbandonandone con consapevolezza e coraggio dividendi e privilegi. In tanti l’abbiamo già fatto.
Com’è stata mia moglie per me, così auguro che siano queste suore per tutti i maschi gerarchi della Chiesa cattolica: invito e stimolo quotidiano alla conversione, al cambiamento delle proprie modalità di vita.
Cominciando dall’ascolto attento e rispettoso delle loro denunce: «Le suore di vita attiva sono vittime di una confusione sui concetti di servizio e gratuità. Sono viste come volontarie di cui si può disporre a piacere, il che dà luogo ad abusi di potere».
(CdB Viottoli di Pinerolo, 8 marzo 2018)
di Silvana Panciera
“Prayer of the Mothers” è una canzone che riunisce donne ebree e musulmane. Ha accompagnato la marcia del 4 ottobre 2016, lunga 200 km (124.28 miles), nella quale centinaia di donne hanno marciato verso Gerusalemme per chiedere la pace. La canzone è nata dall’incontro della cantautrice Yael Deckelbaum con queste donne. Queste donne fanno parte dello Women Wage Peace, movimento di base fondato nel novembre 2014 da circa 40 donne, alcuni mesi dopo l’operazione militare Tzuk Eitan. E la canzone “Prayer of the mothers” è diventata il loro inno. Questo movimento ha anche una Lobby molto attiva che recentemente (il 29 gennaio 2018) ha presentato al parlamento Israeliano (Knesset) un progetto di Economia per la Pace e la Sicurezza.
Coraggio, donne di pace, la pace, ovunque ci troviamo, dipende soprattutto da noi. Le donne di Atene ce lo hanno insegnato fin dal V° secolo AC, come Aristofane lo descrive umoristicamente, ma non solo, nella commedia Lisistrata.
“Prayer of the Mothers” https://www.youtube.com/watch?v=YyFM-pWdqrY&feature=share
Per avere il testo di questa magnifica canzone nella vostra propria lingua, cliccate su Impostazion/sottotitoli.
(Cerere Gargnano, 6 marzo 2018)
di Sara Gandini
Dai femminielli di Napoli al travestitismo, dalle “favolose” alla prostituzione trans, dalle lotte per la legge che ha permesso il cambiamento del sesso anagrafico (n.164/1982) al rischio di sparire nella normalità. Porpora Marcasciano, presidente onoraria del Mit (Movimento identità trans), racconta come è cambiato il movimento trans, storicamente e politicamente, un movimento poco conosciuto ma che porta con sé una radicalità rivoluzionaria.
Si ride e si pensa leggendo L’aurora delle trans cattive (ed. Alegre, 2018), l’ultimo libro di Porpora Marcasciano, che sa mostrare la potenza e la radicalità della politica del simbolico e del suo legame con l’immaginario, col desiderio, con il linguaggio, con il corpo, nell’epoca in cui «si cominciò a rivendicare, prima che i diritti, il diritto di esistere».
Provocazioni e contraddizioni si rincorrono in questo libro ben scritto e coinvolgente, in cui l’autrice si mette in gioco personalmente.
Il libro nasce in un’epoca storica in cui esorcizzare lo stigma della prostituzione sembra divenuta la priorità assoluta e il movimento trans attuale sembra volersi sbarazzare del passato perché imbarazzante. Ma la sacrosanta ricerca di serenità può portare con sé quella «rimozione storica e culturale che fa sparire tutto ciò che è spurio, scarto, non funzionale, cancellando vite e esperienze non assimilabili perché ritenute degenerate, ibride, bastarde, pericolose».
Nel linguaggio di Porpora si ripetono aggettivi come leggendarie, favolose, spettacolari in una accezione fondamentalmente politica perché il truccarsi diventa entrare nella scena del mondo, finalmente esserci e significare la propria presenza nel mondo: «se il mio corpo era il calco del mondo, di riflesso esso diventava la mia impronta nell’universo.» Plasmano il loro corpo perché diventi «un corpo produttivo di senso e significato».
Porpora Marcasciano da una parte provoca il movimento trans, esplicitando le contraddizioni attuali, e dall’altra apre conflitti con quel femminismo che le accusa di «scimmiottare e creare parossismi che nulla hanno a che fare con la pratica femminista» e spiega che il trucco, gli abiti, la chirurgia erano esagerati per rimarcare la decostruzione di genere, la presa di distanza dal patriarcato: «le trans entrano in scena con i colori della guerra».
Allo stesso tempo scrive: «Nonostante ripetessimo all’infinito, a noi stesse e al mondo di essere donne rivendicandone l’appartenenza, in cuor nostro percepivamo il limite di quella dichiarazione che per quanto mi riguarda, restava profondamente simbolica, quindi fondamentalmente politica».
Porpora declina tutto al femminile, prima di tutto per un motivo politico, e si esprime in questi termini: l’utilizzo del femminile è uno «straordinario metodo di sconvolgimento semantico nel leggere e definire il mondo, anzi la monda!».
Anche per molte femministe accettare di essere identificate come donne è una vera e propria decisione politica, e per me ha coinciso con l’impegno per un senso libero della differenza sessuale, che non è qualcosa che sta tra donne e uomini e spartisce l’umanità in due. Le trans nella storia hanno pagato duramente e tuttora vengono umiliate per questa scelta. Chi più delle trans può essere testimone che la differenza sessuale non è una invenzione e che non si può ridurre tutto solo ad anatomia e biologia o solo a cultura, stereotipi e costruzione del genere? Mi riferisco a quella differenza che ci impedisce di identificarci con noi stesse e che ci mette in relazione con quello che non siamo: “Non c’è un’identità sicura e stabile nell’essere chiamata donna, e in questo si comincia finalmente a vedere un pregio”, scrive Luisa Muraro in un articolo sul manifesto dal titolo Il pensiero della differenza va capito. Il libro di Porpora ci dà la possibile di riflettere sui rischi della cancellazione della differenza sessuale e il valore simbolico e quindi politico di definirsi donna.
In questo libro infatti emerge chiaramente che se la storia trans è stata marginalizzata, assorbita, neutralizzata sono responsabili anche i loro compagni di viaggio, quelli del movimento gay. Prendere la parola e raccontare in prima persona la propria esperienza diventa quindi fondamentale perchè il registro narrativo non sia diretto esclusivamente dagli omosessuali maschi, avverte Porpora.
Interessanti anche i vari percorsi che l’autrice racconta per arrivare alla legge 164 che le ha liberate da una situazione in cui erano considerate soggetti pericolosi per l’ordine pubblico, e quindi private di passaporto, patente, diritto al voto o spedite in galera perché giravano truccate. Un ruolo importante in parlamento l’ha avuto il sostegno e le strategie di Rosa Russo Iervolino, ma anche la solidarietà di donne come Tina Anselmi e Roberta Tatafiore.
Se da una parte quindi la legge 164 ha cambiato letteralemente la loro vita, dall’altra Porpora avverte che il rischio attuale è di attraversare spazi e luoghi «rimanendo inosservate, senza peso, diafane». Si tratta di un contrasto interiore e di una contraddizione interna al movimento trans: la politica dei diritti è legata a filo stretto con il desiderio di essere integrate e “normalizzate” in una società che andrebbe invece rivoluzionata. E quindi Porpora riafferma con orgoglio il desiderio di definirsi non normali e specifica «Eviterei anche la parola diversi, perché essa presuppone l’altro da sé, quello non diverso, quindi uguale, quindi normale. Sarebbe come svilire, privare di senso le tantissime meravigliose creature che negli anni ho incontrato, svuotandole della loro splendente dignità.»
La necessità di questo libro nasce qui. Porpora rimesta nella memoria per riportare al mondo quella costellazione di trans cattive che hanno fatto una vera e propria rivoluzione. Il rimettere in scena queste figure ha a che fare con quello che fanno «i miti e le favole in cui la fantasia trova spazio e forma infiniti e diventa lo spettacolo come nutrimento di umanità».
(libreriadelledonne.it, 04/03/2018)
La Cooperativa delle donne
COMUNICATO STAMPA
Dopo quasi quaranta anni di attiva presenza culturale in città, la Cooperativa delle Donne – che gestiva dall’8 marzo del 1980 la Libreria delle Donne di Firenze – è stata posta in liquidazione volontaria a causa delle crescenti difficoltà economiche legate alla crisi del mercato librario italiano.
Purtroppo l’aumento dei costi di gestione non consente più di mantenere aperta la libreria, nonostante l’impegno, la passione e l’amore per i libri delle socie della Cooperativa, nonostante le numerose iniziative culturali che continuano a svolgersi, nonostante il costante sostegno di molte e di molti. Come ex-presidente della Cooperativa delle Donne e attuale liquidatrice della stessa, esprimo tutta la mia riconoscenza a quante hanno reso possibile condurre per decenni questa significativa esperienza, che ha fatto vivere – in relazione con la specificità dell’essere donna – uno spazio di confronto, incontro, crescita culturale.
In questa fase di liquidazione di un patrimonio librario di qualità come quello della Libreria delle Donne, selezionato per lungo tempo, con attenta cura, comprendente anche volumi ormai difficilmente reperibili, verranno praticati nel mese di marzo sconti del 25% su tutti i titoli.
Libreria delle Donne, via Fiesolana 2/B, Firenze
Apertura da martedì a venerdì: 10-13 e 15.30-19.30; sabato: 15.30-19.30
(chiusura domenica e lunedì)
Firenze, 3 marzo 2018
Emilia (Milly) Mazzei
La Cooperativa delle donne – Via Fiesolana 2/B – 50122 Firenze
Tel. 055240384 – e-mail: libreriadonne@iol.it
http://libreriadelledonnefirenze.blogspot.com
P.I. 01645310481
Care amiche di Firenze sicuramente avete deciso per il meglio. Le energie così liberate andranno sicuramente in nuove imprese. Ora che avete più tempo vi aspettiamo più spesso alla libreria delle donne di Milano e insieme alle donne di Firenze vi diciamo grazie.
di Marie-Lucile Kubacki
Suor Maria — i nomi delle suore sono di fantasia — è giunta a Roma dall’Africa nera una ventina di anni fa. Da allora accoglie religiose provenienti da tutto il mondo e da qualche tempo ha deciso di testimoniare ciò che vede e che ascolta sotto il sigillo della confidenza. «Ricevo spesso suore in situazione di servizio domestico decisamente poco riconosciuto. Alcune di loro servono nelle abitazioni di vescovi o cardinali, altre lavorano in cucina in strutture di Chiesa o svolgono compiti di catechesi e d’insegnamento. Alcune di loro, impiegate al servizio di uomini di Chiesa, si alzano all’alba per preparare la colazione e vanno a dormire una volta che la cena è stata servita, la casa riordinata, la biancheria lavata e stirata…. In questo tipo di “servizio” le suore non hanno un orario preciso e regolamentato, come i laici, e la loro retribuzione è aleatoria, spesso molto modesta».
Ma a rattristare di più suor Marie è che quelle suore raramente sono invitate a sedere alla tavola che servono. Allora chiede: «Un ecclesiastico pensa di farsi servire un pasto dalla sua suora e poi di lasciarla mangiare sola in cucina una volta che è stato servito? È normale per un consacrato essere servito in questo modo da un’altra consacrata? E sapendo che le persone consacrate destinate ai lavori domestici sono quasi sempre donne, religiose? La nostra consacrazione non è uguale alla loro?». Un giornalista romano che si occupa d’informazione religiosa le ha addirittura soprannominate «suore pizza», riferendosi proprio al lavoro che viene assegnato loro.
Prosegue suor Marie: «Tutto ciò suscita in alcune di loro una ribellione interiore molto forte. Provano una profonda frustrazione ma hanno paura di parlare perché dietro a tutto ci possono essere storie molto complesse. Nel caso di suore straniere venute dall’Africa, dall’Asia e dall’America latina, ci sono a volte una madre malata le cui cure sono state pagate dalla congregazione della figlia religiosa, una fratello maggiore che ha potuto compiere i suoi studi in Europa grazie alla superiora…. Se una di queste religiose torna nel proprio paese, la sua famiglia non capisce. Le dice: ma come sei capricciosa! Queste suore si sentono in debito, legate, e allora tacciono. Tra l’altro spesso provengono da famiglie molto povere dove i genitori stessi erano domestici. Alcune dicono di essere felici, non vedono il problema, ma provano comunque una forte tensione interiore. Simili meccanismi non sono sani e certe suore arrivano, in alcuni casi, ad assumere ansiolitici per sopportare questa situazione di frustrazione».
È difficile valutare l’entità del problema del lavoro gratuito o poco pagato e comunque poco riconosciuto delle religiose. Anzitutto bisogna stabilire che cosa s’intende con questo. «Spesso significa che le suore non hanno un contratto o una convenzione con i vescovi o le parrocchie con cui lavorano» spiega suor Paule, una religiosa con incarichi importanti nella Chiesa. Quindi vengono pagate poco o per niente. Così accade nelle scuole o negli ambulatori, e più spesso nel lavoro pastorale o quando si occupano della cucina e delle faccende domestiche in vescovado o in parrocchia. È un’ingiustizia che si verifica anche in Italia, non solo in terre lontane».
Al di là della questione del riconoscimento personale e professionale, questa situazione pone problemi concreti e urgenti alle suore e alle comunità. «Il problema più grande è semplicemente come vivere e far vivere una comunità» prosegue suor Paule. «Come prevedere i fondi necessari per la formazione religiosa e professionale dei suoi membri, chi paga e come pagare le fatture quando le suore sono malate o hanno bisogno di cure perché invalidate dall’età. Come trovare risorse per svolgere la missione secondo il carisma proprio».
La responsabilità di tale situazione non è solo maschile, ma spesso è condivisa. «Ne ho parlato con un rettore universitario che mi ha raccontato di essere stato colpito dalle capacità intellettuali di una suora che aveva una licenza in teologia» ricorda suor Marie. «Lui voleva che continuasse gli studi ma la sua superiora si è opposta. Spesso il motivo addotto è che le suore non devono diventare orgogliose». Suor Paule insiste su questo punto: «Credo che la responsabilità sia anzitutto storica. La suora a lungo ha vissuto solo come membro di una collettività, senza avere quindi bisogni propri. Come se la congregazione potesse prendersi cura di tutti i suoi membri senza che ognuno apportasse il suo contributo attraverso il proprio lavoro. È inoltre diffusa l’idea che le religiose non lavorano a contratto, che sono lì per sempre, che non vanno stipulate condizioni. Tutto ciò crea ambiguità e spesso grande ingiustizia. È anche vero che senza contratto le religiose sono più libere di lasciare un lavoro senza troppo preavviso. Tutto ciò gioca su due fronti, a favore e contro le religiose».
Ma non si tratta solo di soldi. La questione del corrispettivo economico è piuttosto l’albero che nasconde la foresta di un problema ben più grande: quello del riconoscimento. Tante religiose hanno la sensazione che si faccia molto per rivalorizzare le vocazioni maschili ma molto poco per quelle femminili. «Dietro tutto ciò, c’è purtroppo ancora l’idea che la donna vale meno dell’uomo, soprattutto che il prete è tutto mentre la suora non è niente nella Chiesa. Il clericalismo uccide la Chiesa» afferma suor Paule. «Ho conosciuto delle suore che avevano servito per trent’anni in un’istituzione di Chiesa e mi hanno raccontato che, quando erano malate, nessun prete di quelli che servivano andava a trovarle. Dall’oggi all’indomani venivano mandate via senza una parola. A volte succede ancora così: una congregazione mette una suora a disposizione su richiesta e quando quella suora si ammala viene rimandata alla sua congregazione… E se ne invia un’altra, come se fossimo intercambiabili. Ho conosciuto delle suore in possesso di una dottorato in teologia che dall’oggi all’indomani sono state mandate a cucinare o a lavare i piatti, missione priva di qualsiasi nesso con la loro formazione intellettuale e senza una vera spiegazione. Ho conosciuto una suora che aveva insegnato per molti anni a Roma e da un giorno all’altro, a cinquant’anni, si è sentita dire che da quel momento in poi la sua missione era di aprire e chiudere la chiesa della parrocchia, senza altra spiegazione».
Suor Cécile, insegnante, da molti anni sta facendo esperienza di questa mancanza di considerazione. A suo parere, le suore di vita attiva sono vittime di una confusione riguardo ai concetti di servizio e di gratuità. «Siamo eredi di una lunga storia, quella di san Vincenzo de’ Paoli, e di tutte quelle persone che hanno fondato congregazioni per i poveri in uno spirito di servizio e di dono. Siamo religiose per servire fino in fondo e proprio questo provoca uno slittamento nel subconscio di molte persone nella Chiesa, creando la convinzione che retribuirci non rientri nell’ordine naturale delle cose, qualunque sia il servizio che offriamo. Le suore sono viste come volontarie di cui si può disporre a piacere, il che dà luogo a veri e propri abusi di potere. Dietro tutto ciò c’è la questione della professionalità e della competenza che molte persone fanno fatica a riconoscere alle religiose».
Suor Cécile poi aggiunge: «Al momento lavoro in un centro senza contratto, contrariamente alle mie consorelle laiche. Dieci anni fa, nel quadro di una mia collaborazione con i media, mi è stato chiesto se volevo davvero essere pagata. Una mia consorella anima i canti nella parrocchia accanto e dà conferenze di quaresima senza ricevere un centesimo… Mentre quando un prete viene a dire la messa da noi, ci chiede 15 euro. A volte la gente critica le religiose, il loro volto chiuso, il loro carattere…. Ma dietro tutto ciò ci sono molte ferite». Per suor Marie, si tratta di violenza simbolica: «È accettata da tutti sotto forma di tacito consenso. Alcune suore che vengono da me sono angosciate, ma non riescono a parlare. Allora dico loro: “Avete il diritto di dire la verità su quel che provate. Di dire alla vostra superiora generale quello che vivete e come lo vivete”. Talvolta di questa situazione è responsabile anche la superiora generale che, lungi dal mettere in discussione il sistema, lo convalida e vi partecipa attivamente accettando accordi svilenti per le suore».
Suor Cécile ritiene anche che le religiose debbano prendere la parola: «Da parte mia, quando vengo invitata a fare una conferenza, non esito più a dire che desidero essere pagata e qual è il compenso che mi aspetto. Ma, è chiaro, mi adeguo alle disponibilità di quanti me lo chiedono. Le mie sorelle e io viviamo molto poveramente e non miriamo alla ricchezza, ma solo a vivere semplicemente in condizioni decorose e giuste. È una questione di sopravvivenza per le nostre comunità». Il riconoscimento del loro lavoro costituisce anche, per molte, una sfida spirituale. «Gesù è venuto per liberarci e ai suoi occhi noi siamo tutti figli di Dio» precisa suor Marie. «Ma nella loro vita concreta certe suore non vivono questo e provano una grande confusione e un profondo sconforto». Alcune religiose ritengono infine che le loro esperienze di povertà e di sottomissione, a volte subite e a volte scelte, potrebbero trasformarsi in una ricchezza per tutta la Chiesa, se le gerarchie maschili le considerassero un’occasione per una vera riflessione sul potere.
(Osservatore Romano, 1 marzo 2018)
La fotografia come supporto per immaginarsi: l’autoritratto delle donne negli anni Settanta
Femminismo, identità, esplorazione del sé. Questi sono i temi centrali che si intrecciano nelle opere di molte artiste italiane attive negli Anni Settanta. Raffaella Perna ci racconta il loro utilizzo di un genere particolare: quello dell’autoritratto fotografico
“Per le donne il fare è una dimensione problematica: realizzare o no un progetto, un’idea, vuol dire passare radicalmente dal silenzio alla parola, e infiniti sono i motivi di autocensura, di castrazione […]. Se parlo di immagine/oggetto in quanto foto di donna, allora il nesso è con la rappresentazione mentale di me stessa, la rappresentazione dell’altra, il problema in generale di come si rapportano le donne alla loro immagine. Chi dà loro un’immagine? Storicamente lo sguardo maschile”(1). Così scriveva Paola Mattioli nel 1978 nel volume collettivo Ci vediamo mercoledì. Gli altri giorni ci immaginiamo, pubblicato in collaborazione con le compagne del cosiddetto Gruppo del mercoledì per l’editore Gabriele Mazzotta: dalle parole di Mattioli emerge con chiarezza la consapevolezza, condivisa da molte altre fotografe e artiste della sua generazione, dell’urgenza di sperimentare nuove forme di rappresentazione del femminile, al di fuori dei canoni maschili dominanti.
Grazie all’impulso del pensiero femminista, negli anni Settanta diverse autrici in Italia scelgono l’autoritratto fotografico come terreno elettivo, da un lato, per demistificare le immagini stereotipate proposte dall’informazione e dai mass-media, dall’altro, per riconquistare il potere di rappresentarsi in qualità di soggetti attivi. “Fotografare sé stessi”, come ha sottolineato Susan Butler, “è inevitabilmente un’impresa schizoide” (2), durante la quale si fa esperienza dello scarto tra la percezione interna del sé e il sé esterno percepito dagli altri. Lo strumento fotografico riproduce lo sguardo altrui che si posa su di noi, con un inevitabile effetto di controllo: eppure, quando ci si pone simultaneamente davanti e dietro l’obiettivo, il meccanismo della visione s’inverte e la fotografia diviene un mezzo di autoproiezione, attraverso il quale scegliere attivamente come rappresentarsi agli occhi dell’altro. Per la donna, tradizionalmente oggetto dello sguardo e della rappresentazione altrui, l’autoritratto fotografico costituisce dunque una pratica privilegiata per sperimentare la propria soggettività.
LA MACCHINA FOTOGRAFICA COME STRUMENTO DI IMMAGINAZIONE
La stessa Mattioli, in una sequenza di sei immagini pubblicata nel libro citato poc’anzi, si ritrae nell’atto di fotografare, mentre il suo volto è coperto dall’apparecchio fotografico. Benché il richiamo alla Verifica n. 2 L’operazione fotografica. Autoritratto per Lee Friedlander di Ugo Mulas (con cui Mattioli si è formata) sia evidente, la sequenza è frutto di un processo diverso: partendo dal suo ritratto, Mattioli realizza infatti una sagoma fotografica, che appende al soffitto con un filo sottile, come un mobile di Calder, facendola oscillare vorticosamente nello spazio; in un secondo momento, la fotografa realizza una sequenza di scatti in cui riprende la sagoma in movimento, al fine di rappresentare, sulla scorta della lettura di Merleau-Ponty, la dimensione mutevole della percezione e il carattere soggettivo, quindi non neutrale, dello sguardo. Mattioli esplora la propria immagine, colta nel momento stesso in cui fotografa, nella convinzione che “la memoria meccanica della fotografia, molto spesso occasione per non vivere e per non vedere, può diventare in mano alle donne supporto per vedere e per immaginarsi” (3)
Allo stesso desiderio di “immaginarsi” si lega l’esigenza espressa da molte autrici attive in questi anni di rileggere il passato delle donne attraverso un processo di recupero di storie marginali o rimosse, nelle quali potersi rispecchiare. Nell’identificarsi con l’altra, la fotografia è uno strumento essenziale, che consente di convocare il passato e di porlo in relazione dialettica con il presente e di avviare uno scavo nella memoria, alla ricerca delle proprie origini. Si fonda sulla giustapposizione di immagini appartenenti a storie e tempi diversi, ad esempio, la serie Le streghe realizzata intorno alla metà del decennio da Libera Mazzoleni, dove l’artista interviene su alcune antiche incisioni dedicate alla caccia alle streghe, tratte in gran parte dal Compendium Maleficarum di Francesco Maria Guazzo, inserendovi il suo ritratto fotografico. Nell’immedesimarsi con le streghe Mazzoleni riconosce le sue radici nella storia delle migliaia di donne torturate e uccise tra il XV e il XVII secolo nell’occidente cristiano, in una persecuzione mirata a controllarne la vita, la sessualità, il corpo e il sapere, funzionale a confinarle al lavoro domestico non pagato, subordinandole all’uomo e alla famiglia (4); una storia, quella della streghe, che proprio negli anni Settanta è oggetto di un’intensa riscoperta da parte del femminismo. “Ricordo le ore passate nella biblioteca Sormani”, racconta l’artista, “leggendo e sfogliando testi diversi dove la riproduzione di litografie del Cinquecento intrecciava la mia emozione […]. Libera di immaginare, acquisivo allora la consapevolezza che anch’io stavo attraversando e vivendo quella demonizzazione del femminile insieme a chi è stata inghiottita dalla violenza di una storia che cancellava esistenze non assimilabili” (5).
ALLA RICERCA DELLA PROPRIA IDENTITÁ
Per Mazzoleni, come per Mattioli, l’autoritratto fotografico diventa quindi una pratica volta a riconquistare la facoltà e il piacere della narrazione: attraverso uno sguardo che si pone contemporaneamente al di qua e al di là dell’obiettivo, la donna smette di essere l’oggetto della visione altrui e si riappropria del corpo, della sessualità e della sua rappresentazione simbolica, per sconfessare le immagini convenzionali del femminile ed esprimersi con un linguaggio più autentico.
Da questa prospettiva va letta, ad esempio, la serie Scritture viventi di Tomaso Binga, nome d’arte di Bianca Pucciarelli, realizzata nel 1976 con il supporto tecnico dell’amica e fotografa Verita Monselles, dove l’artista si fa ritrarre mentre assume con il proprio corpo nudo la forma delle lettere alfabetiche. Le Scritture viventi possono essere interpretate come il tentativo di porre in luce l’ambiguità del processo di costruzione della femminilità: il corpo in carne e ossa della donna è ritratto nel momento in cui si adegua a forme linguistiche codificate, che ne plasmano l’identità. Questo nuovo alfabeto corporeo è concepito per riscattare l’occultamento della fisicità e l’apparente neutralità del linguaggio, in cui la donna non si riconosce, attraverso una rivalutazione dell’imperfetto, dell’errore, del fuori posto. “Non vogliamo più sentirci entità astratte”, scrive all’epoca Binga, “ma persone fisicamente, socialmente, politicamente umane” (6).
Nel processo di riscoperta della propria immagine e della propria identità, le donne trovano quindi nell’autoritratto fotografico un terreno ideale, che dà loro modo di contrastare la secolare difficoltà femminile di esprimersi liberamente. A partire da questa consapevolezza, negli anni Settanta, molte fotografe e artiste italiane scelgono l’autoritratto non soltanto per raccontare la loro esperienza individuale, ma anche, lo si è visto, per fare emergere una storia, quella della donna, fatta di silenzi forzati, non detti, parole trattenute e ideali di bellezza a cui non può e non vuole conformarsi, secondo una concezione che lega a filo doppio il vissuto personale a quello collettivo.
– Raffaella Perna
Raffaella Perna è dottore di ricerca in Storia dell’arte. Nel 2015 è assegnista di ricerca presso l’Università di Roma La Sapienza e dal 2016 è professore a contratto di Storia dell’arte contemporanea all’Università di Macerata. I suoi studi si sono concentrati sui rapporti tra arte e fotografia in Italia, la pittura a Roma negli anni Sessanta e Settanta, i legami tra la fotografia e il femminismo. È autrice dei libri: Piero Manzoni e Roma (Electa, 2017); Pablo Echaurren
Il movimento del ’77 e gli indiani metropolitani (Postmedia Books, 2016); Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta (Postmedia Books, 2013); Wilhelm von Gloeden. Travestimenti, ritratti, tableaux vivants (Postmedia Books, 2013); In forma di fotografia. Ricerche artistiche in Italia tra il 1960 e il 1970 (DeriveApprodi, 2009). È inoltre curatrice dei volumi: Ketty La Rocca. Nuovi studi (con F. Gallo, 2015); Etica e fotografia. Potere, ideologia e violenza dell’immagine fotografica (con I. Schiaffini, 2015); Il gesto femminista. La rivolta delle donne: nel corpo, nel lavoro, nell’arte (con I. Bussoni, 2014) e Le polaroid di Moro (con S. Bianchi, 2012). Ha curato mostre in spazi pubblici e privati, tra cui: L’altro sguardo. Fotografe italiane 1965-2015 (Triennale di Milano), Grandi fotografi a 33 giri e Synchronicity. Record Covers by Artists (Auditorium Parco della Musica di Roma). Suoi articoli sono usciti su “alfabeta2”, “Flash Art”, “doppiozero”.
PER VISUALIZZARE CON LE FOTO
di Giordana Masotto
Questo testo è nato in occasione della presentazione alla Libreria delle donne di Milano del libro di Colette Shammah In compagnia della tua assenza (La nave di Teseo editore, 2018) in cui l’autrice attraversa la vita della madre Sophie che non c’è più e dialoga con lei. Dalla sedicenne ebrea di Aleppo che viene mandata sola a Parigi a studiare nell’Europa minacciosa del 1938/40, alla donna colta e indomita, esile come un «tratto calligrafico giapponese», madre di quattro femmine, che approda a Milano.
Io e Colette ci ritroviamo qui oggi dopo tanti anni perché questo luogo, la Libreria delle donne, ha un senso speciale che riassumo così: se continuiamo a cercare noi stesse le nostre strade passano da qui.
Colette Shammah si è presa l’impegno di raccontare la vita di una donna. Come scriveva Carolyn Heilbrun alla fine degli anni ’80 in Scrivere la vita di una donna, rendere visibile la vita delle donne «è una impresa femminista». Si tratta di trasformare le vite in storie perché «non sono le vite a fornire i modelli ma le storie». È un altro modo per creare simbolico. È un lavoro politicamente importante, come ci ha detto Virginia Woolf novant’anni fa (Una stanza tutta per sé). Per questa via possiamo anche – come dice Heilbrun con una libertà che a me piace – risignificare la parola potere: «Il potere è la capacità di prendere parte a un discorso dal quale dipende l’azione e il diritto di essere ascoltati.»
Tu, Colette, ti sei presa la libertà di guardare alla vita di tua madre. E di farlo, inevitabilmente, con i tuoi occhi e con il tuo sentire. Un bel regalo che fai a tua madre: «No, non volevo che il mondo ti dimenticasse, che cancellasse il tuo nome.» Onori lei e ti prendi la tua bella libertà, di esserci tu, tutta intera nella storia di tua madre. Questa è l’impresa che ci interessa.
Ci vuole coraggio per esserci in presenza della madre. Colette ce lo dice: di fronte a lei «ero sempre in bilico tra menzogna e chiusura.» Eppure, essere vista dalla madre è un passo obbligato: «Alla mia età, avevo ancora bisogno di essere vista da te. Peggio: di essere vista tout-court. Saperlo era stancante. Per questo dopo la tua morte ho ritenuto che fosse arrivato il momento di uscire allo scoperto e di rivelare chi ero veramente.»
I dispositivi per costruire e preservare la propria identità sono uno dei fili rossi che attraversano tutto il libro. Scopriamo ad esempio la fascinazione di Zekìye, la madre di Sophie, per una figura leggendaria di donna, un’antenata della Spagna del Cinquecento, ai tempi dell’Inquisizione: «Zekìye era affascinata da quella donna che aveva vissuto contemporaneamente due esistenze in due mondi diversi, una da esibire e l’altra da proteggere e nascondere, una donna che aveva due nomi, anzi tre: Hannah di nascita; Beatriz, imposto dall’Inquisizione; Gracia, scelto da lei.»
Anche la giovanissima Sophie si misura con la propria madre: «Ma non avrebbe mai smesso di stupirsi di come sua madre cambiava in presenza dei nonni paterni: sembrava diventare meno sicura di sé, più mite e arrendevole. Una cosa che non le piaceva. Da grande, avrebbe cercato di non fare come lei: non si sarebbe mai lasciata sottomettere.» Decisioni perseguite con fermezza anche quando la forza non c’è ancora: «Lei teneva le gambe rigide e dritte come un soldato. Molto dritte. Questo le dava una certa sicurezza. Si sentiva meno sola perché era salda sui piedi.»
Quando quella forza cresce la Sophie adulta è diventata «una donna dalle mille qualità, attraente e manipolatrice. Un’affascinante piovra piena di desideri.» Alla figlia non resta che invidiare «la tua forza di volontà, la tua precisione di desideri».
Fuga? Conflitto? Oppure la scelta di inabissarsi in una clandestinità che è un modo per convivere con le proprie fragilità sentendosi anche forti? O addirittura la consapevole strategia di Penelope per tessere in segretezza le proprie tele quando il contesto prende il sopravvento? Elaborare la fragilità o l’onnipotenza materna rimane un paradigma fondamentale per affrontare le disparità tra donne.
Ma c’è un altro aspetto di questo libro che mi preme sottolineare. Si scrive sempre nella lingua materna che, come scrive Luisa Muraro ne L’anima del corpo, «è lingua endogena e relazionale, parlante da dentro, trovata con altri, risorsa di un’interiorità non isolata, che si potenzia nello scambio con altre e altri, mediatrice di distanze che altrimenti si popolano di macchine e mostri».
Eppure Colette scrive e pensa in italiano – come ha deciso crescendo – benché la lingua dello scambio familiare, la prima lingua, sia sempre stata il francese. Questo contraddice la natura unica della lingua materna? No davvero. Perché il cuore del discorso sulla lingua materna è che è lingua soggettivante, cioè quella che ti mette in grado di rigenerare l’esperienza. È la lingua che sprofonda dentro quando cresciamo, ma rimane a disposizione e la possiamo recuperare dentro di noi. È la lingua dell’arte e delle relazioni. Quella che ti consente di riarticolare il rapporto tra pensiero e parola. Ha scritto María Zambrano: «vivere umanamente è andar nascendo, continuare a nascere.»
Non si può rinunciare all’inesauribile nascere. La lingua materna dentro di noi ci consente di continuare a farlo e a stare così nel mondo. Qualunque essa sia e comunque si trasformi: ricordo che da giovane mi piaceva andare all’estero per sentirmi più libera e proprio la lingua straniera mi sfidava a scoprire chi ero e fin dove volevo spingermi.
Un’ultima osservazione. A sorpresa l’autrice scrive: «Ritorno nel presente, all’hotel Westin Palace dove ogni mattina vado a ritrovarti, scrivendo.» Che meraviglia! Il luogo per ritrovare la madre – e dunque se stesse – è uscire dalla casa, dal tuo luogo, per poter cercare al di là del già detto della tua vita. Ti crei spazio fuori, in quel luogo insieme stanziale e di passaggio, esposto e misterioso che è la hall di un albergo.
Questa è l’altra lezione che la figlia impara dalla madre Sophie, nomade, mai profuga: «Aveva innata la capacità di sentirsi pronta e a casa ovunque. E di abitare a pieno titolo la sua realtà.» Una lezione che per Sophie viene da lontano: «Il rabbino aveva spiegato che per andarsene da un luogo era indispensabile aver assimilato il concetto di libertà, mentre per scappare non c’era bisogno di elaborare un sapere, poiché malgrado le apparenze la coscienza non si modificava e non avveniva alcun cambiamento.»
L’abbiamo imparato: la stanza tutta per sé ce l’abbiamo dentro e ce la portiamo nel mondo. Il cerchio si chiude: siamo tornate al qui e ora, radicate ed esposte, ad attraversare le nostre differenze.
(www.libreriadelledonne.it, 28 febbraio 2018)
di Lia Cigarini
Pubblichiamo l’intervento di Lia Cigarini all’incontro “Sulla violenza.Ancora”, rivisto dall’autrice.
Oggi, quando un uomo uccide una donna, nella stragrande maggioranza dei casi, lo fa per metterla a tacere, perché quella donna ha detto no all’uso del suo corpo e della sua vita da parte di questo lui, marito o fidanzato o uomo occasionalmente incontrato.
Sono donne che fanno dunque una scelta di autonomia, di libertà. Gli assassini sono uomini sicuramente orrendi che devono essere puniti. Tuttavia non sono d’accordo che il movimento delle donne consumi tutte le sue energie nell’esecrare ed ottenere la punizione dell’assassino. L’impegno e le energie, a mio parere, dovrebbero essere rivolte principalmente a parlare della donna uccisa: narrando la sua storia e dando un senso, un nome, al diniego che l’ha silenziata per sempre.
Queste donne uccise sono protagoniste in prima persona della rottura del patto sessuale che sottendeva tutte le istituzioni sia quelle democratiche che quelle autoritarie conosciute fino ad ora.
Noi femministe e tutte quelle che negli ultimi anni hanno preso la parola nel lavoro, nella politica e nei tanti campi del sapere, siamo protagoniste nel senso ovvio del termine. Nel caso invece delle donne uccise non è ovvio e tocca a noi farle protagoniste e dare loro un nome.
La definizione di vittime quindi non è adeguata e qui viene a proposito quanto scrive Rebecca Solnit nel suo bel libro che ha molti capitoli dedicati alla violenza degli uomini sulle donne: «la mattanza messa a segno da un singolo uomo potrebbe fare da spartiacque nella storia del femminismo che è sempre stata e ancora è una lotta per dare un nome e definire, per parlare ed essere ascoltate» e continua «perché in questa lotta la vittoria o la sconfitta dipendono in larga parte dalla lingua e dalla narrazione cui si ricorre», (Gli uomini mi spiegano le cose, riflessioni sulla sopraffazione maschile, Ponte alle Grazie, 2017).
Nella storia, in presenza di lotte con svolte epocali si parla di martiri (parola che significa testimoni): del cristianesimo, delle varie rivoluzioni, della Resistenza ecc. Questa mi sembra la definizione giusta per le donne che hanno detto di no alla sopraffazione maschile e sono state assassinate.
Capisco e provo anch’io disperazione e dolore per la “mattanza” di donne a cui assistiamo. Non ho però la tentazione di ritirarmi in un mondo separato di femministe. Per due ragioni, la prima è che in molti paesi del mondo le donne sono ovunque, lavorando gomito a gomito con gli uomini. E sembra che ci vogliano stare cercando di cambiare a propria misura il contesto in cui si trovano.
La seconda è che la recente coraggiosa lotta iniziata da alcune americane propagatasi in tutto il mondo, ha sconnesso il sistema sessista cioè è stata una risposta politica efficace alla violenza contro le donne. E i media, il potere mediatico cioè gli uomini, per la prima volta l’hanno registrata come «una svolta epocale da cui non si torna indietro».
Si può quindi scommettere sul fatto che ci siano sempre più uomini abbastanza forti da reggere un confronto/scontro con le donne e capaci di educare i più inconsapevoli e violenti tra di loro. Per queste ragioni mi chiedo: perché accontentarsi di mezzo mondo quando ne puoi cambiare uno intero?
(www.donnealtri.it, 28 febbraio 2018)
di Lucetta Scaraffia
Una delle convinzioni più radicate del nostro tempo è che le religioni siano all’origine dell’oppressione delle donne, e che in particolare la religione islamica le umili e sanzioni la loro libertà. Fino a qualche anno fa, quando la presenza islamica in Europa non era ancora così pervasiva e non sembrava porre particolari problemi, la bestia nera del femminismo era la Chiesa cattolica, per la sua chiusura di fronte all’aborto e agli anticoncezionali e per il rifiuto del sacerdozio femminile, ma oggi il suo posto è stato preso senza dubbio dalla tradizione islamica. Veli imposti, burkini, mogli e figlie segregate nelle periferie delle città europee hanno messo sotto gli occhi di tutti un esempio ben più forte di mancanza di rispetto verso quella libertà individuale femminile che è stata invece conquistata nelle nostre società. La reazione è violenta e immediata, e se ne fanno portavoce anche alcune donne islamiche perseguitate che indicano nella secolarizzazione la sola via percorribile per raggiungere la libertà femminile.
Ma è veramente così? Come avviene all’interno della tradizione cristiana, in cui molte studiose riscoprono le radici femministe dei vangeli, così alcune studiose della tradizione musulmana stanno facendo emergere una realtà più variegata e complessa. Ma la prima che ha cominciato a guardare con occhio critico questo stereotipo è stata un’antropologa e storica francese, Germaine Tillion, con un libro sulla famiglia in area magrebina, il cui sguardo si apre a tutta la zona mediterranea, L’harem et les cousins, uscito nel 1966 dopo circa vent’anni di ricerche sul campo.
Il suo oggetto di studio è il degrado progressivo della condizione femminile nella zona mediterranea, ma senza cercare facili capri espiatori nelle religioni. Tillion collega questa situazione all’esistenza di una struttura sociale relativamente omogenea sulle coste sia meridionali che settentrionali del Mediterraneo, distinguendo quindi la fede religiosa dalle pratiche sociali, nelle quali rintraccia l’origine preistorica di un’endogamia mediterranea, sopravvissuta alle grandi rivoluzioni religiose come il cristianesimo e l’islam. «La società “storica” [la nostra] (…) venera la propria parentela dal lato paterno, abbandona quella socializzazione intensa (nota come esogamia) che ha salvato la società “selvaggia”, e soprattutto essa è fanatica della crescita in tutti i campi: economico, demografico, territoriale». Un modello sociale espansionista e conquistatore che è quello in cui noi stessi ancora viviamo.
La lunga durata nella quale l’autrice imposta il suo discorso coinvolge anche l’Europa, e serve a sottolineare come le grandi religioni — cristianesimo e islam — abbiano fallito nel loro tentativo di valorizzare le donne. Tillion infatti rivela come la norma coranica che impone di dare una parte dell’eredità alle figlie (se pure metà di quella che tocca ai maschi) e la libertà di amministrarla alle donne sposate non sia mai stata attuata dalle tribù nomadi endogamiche, perché avrebbe significato la disgregazione della tribù. Sono quindi cadute nel nulla «prescrizioni che rappresentavano, nel momento in cui il Corano fu rivelato, la legislazione più “femminista” del mondo civile». Popolazioni caratterizzate da una fervente religiosità musulmana non si sono quindi fatte problema di ignorare una norma coranica che avrebbe dato alle donne maggiore autonomia individuale. Ma la stessa cosa, ricorda Tillion, è avvenuta nelle società cristiane: il delitto d’onore che ha funestato alcune zone della penisola italiana fino a tempi purtroppo recenti non si può certo considerare coerente con l’insegnamento cristiano. La studiosa conclude quindi che le tradizioni sociali sono state più resistenti delle forze religiose nuove che si sono sovrapposte, dominando solo in apparenza le culture mediterranee per secoli.
Dalla sua puntuale ricerca emerge che il controllo sulle donne si fa più rigido nelle fasi di transizione da un sistema culturale a un altro: «il degrado della donna non accompagna quindi l’endogamia, ma una evoluzione incompiuta della società endogamica» che si produce al contatto fra la società urbana e quella tribale come reazione protettiva nei confronti dello spazio aperto della vita cittadina. Al degrado delle condizioni di vita le popolazioni reagiscono controllando le proprie donne, ossia la propria roba. Si tratta quindi di sostenere un cambiamento non riuscito, causa di malessere sociale. «Insomma l’islam ha quasi da solo “riassorbito” un fenomeno sociale il cui rapporto con esso riguarda essenzialmente la geografia e non la teologia» scrive Tillion.
La novità dell’analisi di Germaine Tillion sta pure nel suo individuare come problematico anche il concetto di mascolinità mediterraneo, che prevede una valorizzazione smisurata della virilità, causando angosce nell’individuo.
Donne e uomini, entrambi vittime della stessa struttura sociale antica e pervasiva, non sarebbero quindi oppressi dalla tradizione religiosa, ma dalle proprie resistenze al cambiamento.
(Osservatore Romano, 1 febbraio 2018)
di Marirì Martinengo
È uscito, nella Collana Quaderni di Via Dogana, della Libreria delle donne di Milano, il volumetto intitolato L’invenzione della vecchiaia. La svolta, che raccoglie otto dialoghi su altrettanti atteggiamenti e comportamenti, relativamente alla vecchiaia, rivisitati alla luce di un’acquisita consapevolezza.
La scrittura, e quindi la stampa, dei dialoghi sono tappa intermedia – necessaria – per arrivare alla rappresentazione teatrale, vero e sempre perseguito obiettivo delle autrici.
Gli otto dialoghi sono il punto di arrivo di un lavorio collettivo di riflessione, di colloqui, di ragionamenti e successivamente scrittura svolto da un gruppo di sette donne anziane, quasi tutte ultra settantenni, maturato in circa quattro anni di attività.
La prefazione al volumetto è la rivisitazione di un mio scritto, portatore di uno sguardo inusitato sulla vecchiaia delle donne, pubblicato sul sito della Libreria delle donne, nel 2012, che aveva destato interesse tanto che alcune amiche o conoscenti più o meno coetanee avevano manifestato il desiderio di ritrovarsi insieme, per ragionare su quel testo promettente e innovativo.
Dopo averci pensato a lungo e aver sentito vari pareri, il 26 novembre del 2013, radunai intorno a me una decina di donne, che si erano avvicinate seguendo il proprio desiderio; non operai delle scelte.
Le premesse teoriche alla base dell’iniziativa partivano dalla considerazione che la vecchiaia – unica età della vita ad avere un termine, un limite certo – esige/prevede una svolta, rispetto alle stagioni del passato; un’altra premessa teneva conto del protrarsi della vecchiaia, soprattutto delle donne, cioè di qualche lustro in più che la nostra generazione si trova a disposizione, rispetto alle generazioni precedenti, un tempo di vita che le donne possono arredare, partendo da sé e dai propri desideri, sottraendo la vecchiaia femminile al giudizio dispregiativo che la cultura patriarcale vi ha impresso.
Non a caso la prima parte del titolo dell’articolo e del progetto era Un’occasione da cogliere.
Il gruppo si doveva muovere, nel corso dei suoi ragionamenti, su terreno politico, cioè: partire da sé, riconoscere la disparità, disporsi all’affidamento, al riconoscimento di colei che viene prima, cioè contribuire a creare autorità femminile, l’arte della mediazione; dovevamo procedere su due piani, che si intrecciavano, fondendosi fra loro, quello di un rivoluzionamento della visione/percezione della vecchiaia femminile e quello della politica della differenza.
Il nostro interesse fu prioritariamente focalizzato sulla svolta che segna e connota l’avanzamento dell’età, ingresso ad una dimensione altra, variabile da soggetto a soggetto; occorre abbandonare i tentativi – gli sforzi – finalizzati a volere/dovere sembrare più giovani e orientare le energie così recuperate verso la costruzione di un tempo a venire, creato in libertà, che trova la propria misura e la conferma nel continuo confronto con le altre.
Il gruppo ha rivisitato alcuni luoghi comuni, tradizionalmente connessi con la vecchiaia, come, per esempio, le lamentele, i rimpianti, il senso di perdita, di insicurezza; ha scoperto e quindi analizzato i cambiamenti che ciascuna aveva riscontrato e riscontrava in sé, al sopraggiungere della senilità, riguardo all’amore, la sessualità, il godimento, la bellezza, le amicizie e via via, nel susseguirsi degli scambi verbali e negli approfondimenti personali, riguardo al rapporto con il denaro, il tempo , la prestanza fisica, le variazioni nella valutazione di ciò che dà agio, si percepisce come necessario e indispensabile, di ciò che appare superfluo.
Inizialmente avevamo stretto un patto, secondo cui le cose che ci dicevamo dovevano restare al nostro interno.
Gli incontri, sempre domenicali, a cadenza mensile, si svolgevano nella sala del Circolo della rosa, adiacente alla Libreria delle donne e, poiché ci ritrovavamo dalle ore 11 alle 15, con un simpatico intermezzo, mangiavamo qualcosa insieme.
Durante ogni incontro, c’era sempre una o più d’una che prendeva appunti; altre in seguito scrivevano i pensieri e le riflessioni che la discussione aveva suscitato; il tutto circolava in seguito fra di noi attraverso le mail; leggevamo dei libri o vedevamo film sulla vecchiaia – se ne sono prodotti tanti in questi ultimi anni – che stimolavano il nostro pensare, inducevano a confronti, spingevano ad ampliare lo sguardo, sempre tenendo presente però che la luce ciascuna la tiene dentro di sé e che essa si sarebbe sprigionata, sarebbe emersa nel confronto con quella delle altre, nello scambio in presenza.
Verso la fine del secondo anno circa, mi venne l’idea che i nostri appunti e gli scritti personali avrebbero potuto sfociare in dialoghi anziché nel consueto libro, un tocco di novità, anche questa una svolta, che ci avrebbe messo alla prova, avrebbe vivacizzato e reso più attraenti i temi trattati; inoltre la rappresentazione scenica avrebbe garantito ulteriori mediazioni: la regista, le attrici, l’organizzazione teatrale, il pubblico; il tutto si sarebbe moltiplicato, se le rappresentazioni avessero avuto luogo in teatri di alte città. L’immagine è quella di una cascatella che, da un pendio ripido di montagna, scende con balzi successivi, spumeggiando, fra un dislivello e l’altro.
La proposta provocò scombussolamenti e una iniziale resistenza: il cambiamento è una svolta che crea sconcerto perché fa uscire da strade già date, rassicuranti.
Ma poi l’ostacolo fu superato. Iniziò un arduo lavoro di trasposizione che presentò difficoltà insospettate per chi, come noi, non è abituata a convertire, in battute concise e significative, discorsi argomentativi.
I rapporti fra le componenti del gruppo nel corso degli anni sono stati generalmente amichevoli, a volte intensi, e molto collaborativi: sono nate simpatie e antipatie spontanee, si sono formate alleanze, collaborazioni duali; io, per esempio, promotrice dell’iniziativa, ho proceduto a strettissimo contatto con Renata Dionigi, alla quale mi legano un’amicizia politica e un’affinità elettiva pluridecennali; ci consultavamo telefonicamente, o a voce, durante le cene al Circolo, commentavamo l’andamento del lavoro in vista del successivo incontro collettivo, valutavamo l’andamento del lavoro al fine di giungere ad un risultato finale soddisfacente; abbiamo creato la figura di un’autorità femminile incarnata in due donne, l’una più sulla scena, l’altra più sfumata e fra le quinte, ma non meno influente e determinante.
Le stesse svolte hanno creato qualche conflitto per la difficoltà di integrarle prontamente e, a volte, anche per non dare fiducia a chi ha un di più di esperienza e di sapere.
Sono dell’idea che e i conflitti non vadano assolutamente visti in modo negativo, sono parte ineliminabile del lavoro di gruppo, contribuiscono all’affinarsi del processo politico; devono essere registrati, accettati, governati, raffreddati nella componente emotiva e, possibilmente, appianati.
La mia lunga esperienza di lavori di gruppo mi dice che i conflitti sono inevitabili e costitutivi della politica delle donne, ma aggiungo che nel nostro caso si sono rivelati importantissimi perché hanno messo in moto, ravvivandola, la creatività di donne anziane, hanno spinto a imboccare e percorrere vie nuove, inesplorate, a conferma e coronamento di quanto prefigurava il disegno iniziale, lo scopo cui tendeva il progetto: mostrare cioè che la vecchiaia femminile, lungi dal raggomitolarsi su se stessa, se liberata dagli stereotipi paralizzanti, padrona di esprimersi, ha in sé sorprendenti potenzialità di rinnovamento, di operare la svolta.
In conclusione, alcune di noi hanno curato la pubblicazione del volumetto di cui dicevo all’inizio e si sono anche accordate con la regista teatrale Ombretta De Biase per far rappresentare i nostri dialoghi nel Chiostro del Piccolo Teatro di Milano, nel prossimo mese di marzo; altre lavorano con la regista Daniela Mattiuzzi per prepararsi loro stesse a recitare a diventare protagoniste, senza mediazioni, dei nostri dialoghi.
L’impresa cominciata nel 2013 quindi ha raggiunto felicemente il traguardo.
(Versione integrale dell’articolo pubblicato in Leggendaria, gennaio 2018)
di Laura Spinelli
Inzago (sll). Per ventidue anni si è occupata dei bambini del paese e del circondario. La pediatra Anna Chiodi si è spenta il 29 gennaio a 58 anni a causa di una malattia. Laureata in Medicina con specializzazione, viveva a Milano ma appena poteva si recava nella sua amata abitazione ad Abbadia Lariana, per godere dello splendido panorama del lago di Lecco.
In paese in molti la conoscono e apprezzano dal marzo 1996, da quando esercitava con grande passione e competenza la professione nello studio di via Leonardo da Vinci.
«Aveva scelto di dedicarsi al benessere dei bambini, che amava molto, a partire dalle sue adorate nipoti, Daria e Martina, e dei pronipoti Gaia e Jacopo – ha raccontato il fratello Angelo. – Amava lo studio, a cui si dedicava con grande intelligenza e sistematicità. Adorava i libri, di cui la sua casa è piena. Da una decina di anni, grazie alla sua cara amica Giusy, aveva scoperto il piacere del trekking in montagna, lei così amante del mare. Durante le escursioni, in compagnia di fedeli amiche, si dedicava alla scoperta della natura che amava fotografare. In particolare era appassionata di birdwatching. Negli ultimi anni, costretta dalla malattia a periodi di sedentarietà, si dedicava alla colorazione di mandala che le infondevano grande pace e gioia».
La pediatra Anna era anche un’attivista. «Fervente antifascista, femminista, dedicava parte del suo tempo libero da impegni di lavoro alla “Libreria delle donne” di Milano in qualità di volontaria – ha proseguito il fratello. – Insieme a una compagna psicologa aveva contribuito alla realizzazione di uno sportello di accoglienza presso l’ArciLesbica di Milano».
Anche l’associazione ha voluto ricordarla: «La nostra Anna Chiodi ha combattuto senza sosta la malattia e poi sfortunatamente ha dovuto andare via – hanno scritto sulla pagina ArciLesbica Zami Milano. – Femminista, lesbica, antifascista ha tenuto aperto lo Spazio accoglienza di ArciLesbica Zami per molti anni. Attiva alla Libreria delle donne, medica, tenera amica, piena di garbo e di intelligenza radicale. Tante donne a Milano ti ricorderanno con riconoscenza. Ci mancherai».
Chiodi lascia un grande vuoto nella sua famiglia di origine e tra tutte le persone che hanno avuto il piacere di conoscerla e di apprezzarla in ambito lavorativo, sociale e politico, come è stato testimoniato da chi ha voluto renderle omaggio durante la cerimonia funebre civile.
Anna Chiodi è stata coraggiosa fino alla fine: «Ha affrontato il cancro con grande coraggio, credendo sempre nella medicina, sperando sino all’ultimo nelle terapie sperimentali a cui si era sottoposta anche per poter contribuire alla ricerca», ha concluso il fratello.
La sua prematura scomparsa ha creato un po’ di confusione allo studio di via da Vinci. A sostituirla, fino al 31 luglio, sarà la collega Giovanna Cacucci, che già l’aveva sostituita durante la malattia. L’Ats l’ha riconfermata sino all’inserimento di un titolare.
Molti messaggi letti al funerale
Inzago (sll). Molti i messaggi letti durante la cerimonia funebre dai familiari per ricordare Anna Chiodi, amata pediatra in paese da ben 22 anni.
«Io e Anna avevamo nove anni di differenza, tanti, troppi per pensare che le nostre vite potessero camminare unite – ha detto il fratello Angelo. – Nel 1968, quando avevo diciotto anni, Anna ne aveva solo nove e io ero troppo preso da un sacco di cose, di cambiamenti, di agitazione, di idee, che peraltro non potevo portare a casa perché mio padre, che non c’era quasi mai (almeno nei miei ricordi), era di altro orientamento politico, come la maggior parte di quelli che io chiamavo grandi e mia madre capiva, mi sorrideva ma non parlava (come la maggior parte delle donne di quella generazione). Poi nel 1973 mi sono sposato, sono andato a vivere in un’altra casa e mi sono dato da fare per costruirmi una mia vita, piena di interessi, di amici e di lavoro: per me fare l’insegnante è stato costruire il mio pezzo di rivoluzione. Ma in tutto questo lo spazio che io e Anna ci siamo dedicati è stato poco, molto poco. Anche lei però diventava grande, cominciava a diventare caparbia e risoluta a costruirsi le sue idee. L’ho seguita nelle sue scelte sessuali che per il periodo erano comunque coraggiose e che lei ha sempre difeso con grande forza. L’ho ammirata per questo suo impegno per i diritti civili e per la tenacia con cui ha costruito il suo percorso professionale, studiando e studiando, con una costanza a me ignota. Nella sua lotta alla malattia l’ho osservata. Sempre discreta, quasi silenziosa, ha combattuto il cancro per la sua sopravvivenza, ovviamente, ma anche per dare il suo contributo alla ricerca: chissà magari funzionava e la speranza è stata la sua forza. Una speranza attiva, sorridente, capace di darle la forza di combattere il dolore. Ma alla fine il dolore l’ha sopraffatta, non ce l’ha più fatta e ha chiesto di dormire… Continuo a dare il mio piccolo contributo a quella rivoluzione in cui anche Anna ha creduto fino all’ultimo: un mondo di uguali, senza discriminazione di sesso, razza, religione, condizioni economiche, per la possibilità di amare e di amarci come vogliamo».
(Gazzetta dell’Adda, 10 febbraio 2018)