di Patrizia D’Attanasio

Proseguono gli appuntamenti delle Accademie della Maestria femminile, dopo il successo di quella su Sessualità e Discorso Amoroso, che ha inaugurato tra febbraio e marzo il progetto, voluto dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea e dalla Fondazione Scuola Alta Formazione Donne di Governo, con l’Associazione Consulenza Filosofica di Trasformazione Aspasia di Mileto. Le Accademie, offrono esperienze e pratiche di donne di tutto il mondo, proponendo, attraverso il protagonismo femminile numerico e qualitativo, un nuovo modo di intendere la formazione versatile e flessibile, in base al territorio e contesto in cui soggetti pubblici e privati, istituzioni, aziende sanitarie, istituti scolastici, centri culturali, gruppi informali, imprese sociali possono realizzarla. L’offerta accademica consiste in un cammino di trasformazione, ripensamento, approfondimento e guida per chi vuole inserirsi per la prima volta in un contesto lavorativo o riconsiderare dalle origini l’esistenza e il lavoro attuale, liberandosi da schemi codificati e standardizzati, consapevole della propria differenza. Il termine “Maestria” indica che la formazione, oltre a richiamare le attività di pensiero e conoscenza, si sofferma sulla pratica e il saper fare, dove le sapienze femminili hanno il loro peso, coordinando esperienze di formazione e ricerca in ambiti in cui la loro sapienza ed esperienza sono decisive per il cambiamento.

Parliamone con Annarosa Buttarelli, ideatrice e coordinatrice del progetto. Com’è nata l’idea? Quali sono le motivazioni, i temi e gli obiettivi di ricerca? E’ una formazione multidisciplinare, adattabile ad ogni contesto lavorativo e sociale?
Le 10 Accademie, organizzate negli spazi della Galleria Nazionale d’Arte Moderna a Roma, riferimento in Italia del progetto, quale centro innovativo di ricerca e formazione, oltre che di servizio ed accoglienza, sono concepite come laboratori permanenti d’incontro in forma gratuita, dedicati ed aperti a donne e uomini dai 14 anni in su e articolate in moduli tematici: Del Fare Scuola, Del Mettere al Mondo, Del Prendersi Cura, Della Sessualità e del Discorso Amoroso, Delle Arti, Le Donne Pensano, Le Mediche, Delle Pratiche Politiche nelle Amministrazioni Locali, Della Spiritualità, Del Lavoro delle Donne. Il tracciato suggerito vuole stimolare un cambiamento personale per radicarsi nella propria differenza, attraverso lo studio e la discussione di testi, pratiche, esperienze, nozioni e sapienze di donne del passato e del presente, costituendo un laboratorio permanente d’incontro e registrazione storica di conoscenze e competenze femminili universali. Affrontano nodi politici ed esperienziali con metodologie, che aprono a nuove forme di sapere concrete e simboliche. Si potrà imparare a non replicare pratiche di lavoro e di vita subordinate a meccanismi burocratici e massificati, che neutralizzano i valori e il merito della differenza tra uomini e donne.

Il periodo storico nel quale viviamo necessita di una maggiore consapevolezza di sé per poter orientare correttamente la propria trasformazione?
In epoca di populismo è calzante la proposta delle Accademie della Maestria Femminile, 10 aree su cui le donne hanno da insegnare qualcosa, dalla spiritualità femminile mistica, non dogmatica, diversa da quella imposta maschile, alle pratiche politiche. Al Time’s Up, il tempo è scaduto del movimento statunitense “È finito il tempo del silenzio, dell’attesa, di tollerare abusi, discriminazioni e molestie” rispondiamo in Italia con It’s time, è scaduto il tempo ed è iniziato il tempo che le donne non siano più vittime ma inseguano la loro realizzazione e trasformazione attraverso l’insegnamento, un messaggio un Hastag #ITSTIME da far diventare virale, globale non solo condiviso con le altre donne.

La tua formazione universitaria quale docente di Filosofia della Storia, nonché responsabile scientifica del master “Consulenza filosofica di trasformazione”, il far parte della Comunità filosofica Diotima e dirigere la collana editoriale “Pensiero e pratiche di trasformazione” hanno facilitato la creazione dei percorsi delle Accademie?
L’idea è nata insieme a Cristiana Collu, Direttrice della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, che ha curato il disegno ed organizzazione delle Accademie per fare ricerca e crearne di nuove e distribuirle sul territorio italiano in territori e ambiti, in cui convogliare le esigenze formative su base femminile, autorità attualmente frammentate e poco incisive e circolanti, confinate in contesti chiusi. Tanti gruppi di donne, anche singole, fanno formazione lavorando secondo la causa femminista, ma sono contraddittori su temi di pari opportunità, differenze, gender, femminismo: il patrimonio da trasmettere a volte è poco efficace. Ci proponiamo di essere un riferimento per coordinare i form. Si chiamano Accademie, perché il livello di elaborazione è alto, di chi le conduce e forma comunità, come nella genealogia femminile, è importante la cura della relazione comunicativa, fuori dai codici, in modo che sia comprensibile anche a chi non possiede un linguaggio specialistico.

Nel tuo libro “Sovrane. L’autorità femminile al governo”, si evidenzia il tramonto del patriarcato, dominio su corpo e mente delle donne, che fanno rete, inventano forme di lotta, denunciano prevaricazioni e violenze, ma le istituzioni politiche, culturali e religiose sono ancora dominate da logica monosessuata e misoginia inconsapevole. Ci puoi dare qualche interpretazione ed esempio di donne, che nella storia hanno consolidato la propria autorità, basata sul principio di relazioni umane e regolata da leggi di vita più che dal diritto maschile, gerarchie o potere del denaro?
Un filo comune coinvolge tutta la cultura, che attraversa da sempre forme rituali, che diversificano la violenza da ambito culturale o geografico ad altro, c’è una continuità ed omogeneità di comportamenti trasversale, un’incapacità di evoluzione nota nell’antropologia maschile, di affrontare in modo riconoscibile questo rapporto violento con il corpo delle donne e la loro mente, che non si ferma solo alla violenza sul corpo delle donne, forma misogina della violenza, ma giunge al disprezzo per la mente e capacità di pensiero femminili. Ci sono fortunatamente eccezioni che considerano le regole tramandate da padre in figlio, ritenendo le donne esseri pensanti a pari titolo di filosofi, letterati, etc. E’ difficile per gli uomini capire alcune delle nostre preferenze, capacità e giudicare il mondo dell’esperienza dei sentimenti, come l’esempio che riporto in Sovrane della Principessa Elisabetta del Palatinato, per la quale le passioni erano ciò che alimentava l’esperienza, da cui voleva imparare.

Hai curato la riedizione di “Taci, anzi parla. Diario di una femminista” di Carla Lonzi, tua maestra di filosofia e politica. “Al di là delle particolarità di ogni realtà, nessuna donna può dirsi al sicuro appena interrompe l’attività della coscienza. Un pericolo scampato non lo è per sempre, può ripresentarsi in molte varianti fino all’ultimo soffio di esistenza”. Quanto ritieni che il suo pensiero sia un punto di riferimento per i problemi di una donna che voglia prendere coscienza di sé, riferito alle situazioni che si vivono ai giorni nostri?
Io sono allieva ed erede di Carla Lonzi, che testimonia in comportamenti e politica il genio dal punto di vista della filosofia della differenza. Carla sa bene che le differenze vanno attraversate da ciò che ci muove, parte del nostro mondo invisibile: sentimenti, passioni, che assorbiamo dai codici dominanti senza saperlo dalle abitudini, consuetudini di relazione, mosse da altro che non vorremmo. E’ fondamentale quindi la presa di coscienza soggettiva, lavorando in relazione in gruppi d’autocoscienza.

Vorrei concludere il piacevole dialogo con un pensiero di Maria Zambrano, di cui sei studiosa, con un commento ad una frase della filosofa e saggista spagnola “La violenza vuole, mentre la meraviglia non vuole nulla. A questa è perfettamente estraneo il volere; le è estraneo e perfino nemico tutto quanto non persegue il suo inestinguibile stupore estatico. E, ciò nonostante, la violenza viene a romperla e rompendola invece di distruggerla fa nascere qualcosa di nuovo, un figlio di entrambe: il pensiero, l’instancabile pensiero filosofico”. Una verità da divulgare a donne ed uomini, un messaggio per le nuove generazioni, affinché abbiano più consapevolezza di sé e dell’altro da sé.
Maria Zambrano, tanta offerta di pensiero, che lei rivolge agli uomini e non alle donne, tramanda alcuni messaggi espliciti, legati alle donne. Il suo è uno sforzo riuscito di cambiare la filosofia maschile, offrire tutti gli accessi possibili per trasformarla, riferendosi alla continua presenza della violenza. Platone sosteneva la nascita del pensiero da ciò che meraviglia, dall’osservazione umana, un monito che invita alla trasformazione del volere, volontà di potenza ad altro, uno dei motori della violenza di dominare la natura e le passioni, che precede la capacità. La meraviglia non ha scopo, può mantenere il suo stupore estatico, interpreta le parole reali, che vengono dalla poesia in nuovo pensiero filosofico, che converte la violenza in ascolto e quindi poesia. Il suo pensiero indica molte strade ed è di attualità estrema, come la vicinanza delle donne all’esperienza popolare del quotidiano, separata dalla cultura e dalla politica: la Zambrano insiste che bisogna tornare a questo legame. Grandi figure della cultura femminile sono state forti sostenitrici della cultura popolare come Maria Montessori con il suo metodo didattico, Maria Teresa d’Austria, che promosse la scuola elementare per tutti, Maria Zambrano, che a dorso di mulo nelle sue “missioni pedagogiche” portò la cultura ai giovani di piccoli paesi sperduti. Grazie Annarosa, ricordaci i prossimi appuntamenti.

#ITSTIME Delle Arti 
3, 10, 17 e 24 aprile, ore 17.30 – 19.30
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea. Roma
Sala Via Gramsci via Gramsci, 69 Ingresso disabili via Gramsci, 71

Nei mesi di aprile e maggio per Le Accademie della Maestria femminile saranno attivati altri incontri come l’Accademia delle Arti, condotta da Carla Subrizi, con Laura Iamurri, che comprenderà anche una passeggiata itinerante tra le opere della collezione della Galleria nel nuovo allestimento di Time is Out of Joint. E’ un’opportunità di ripensare alla luce del tempo attuale la relazione tra arte e presenza femminile, per capire con l’esperienza diretta di visione e contatto delle opere d’arte le nuove forme di rapporto tra identità e differenze. Seguiranno, nei mesi successivi l’Accademia Le Donne Pensano, condotta da Annarosa Buttarelli (nei giorni 8, 15 e 29 maggio, 5 e 12 giugno dalle 10.00 alle 12.00) e l’Accademia Del Prendersi Cura, condotta da Letizia Paolozzi (nei giorni 14 maggio, dalle 11.00 alle 13.00 e dalle 15.00 alle 17.00, e 15 maggio dalle ore 15.00 alle 17.00)
Gli incontri sono gratuiti e aperti a chiunque, a partire dai 14 anni.
È molto gradita la prenotazione per l’Accademia Delle Arti entro venerdì 30 marzo,contattando direttamente i riferimenti delle Accademie della Maestria femminile 
Per informazioni
Scuola di alta formazione Donne di Governo


(27esimaora.corriere.it, 28 marzo 2018)


 

La scena del parto è sempre stata un campo di battaglia, ha scritto Nadia Maria Filippini. Impariamo a leggerla oggi. Il patriarcato è finito, il primato femminile nella procreazione non è finito: riprendiamo il filo del discorso della libertà femminile e della differenza maschile. Luisa Muraro introduce Daniela Danna, Maternità. Surrogata? L’autrice risponderà alle domande del pubblico. Allo scambio parteciperà Cristina Gramolini dell’Arcilesbica. La Libreria ha preparato una scelta aggiornata di titoli su questi temi.

di Sara Bettoni

Premiata startup: così le abilità acquisite da mamme e papà si applicano al lavoro

Diventare mamma e papà vale come un master. «Le competenze aumentano anche del 35 per cento». E allora è importante farlo sapere e insegnare alle persone a sfruttare queste neonate capacità. È l’obiettivo di Maam, acronimo di «Maternity as a master». Un percorso di formazione digitale ideato da Riccarda Zezza che riceverà oggi il premio Donna Terziario. «Ho lavorato per 15 anni in grandi aziende — racconta l’imprenditrice — e ovunque notavo come la maternità creasse problemi. Mi mandavano ai corsi di gestione della crisi in cui si guidava un simulatore di volo. Ma io tornando da mia figlia Marta pensavo: “È con lei che imparo davvero a risolvere i veri problemi”».

Con la nascita di Luca, Zezza lascia l’ufficio e fonda il primo coworking che accoglie anche bambini. Poi con Andrea Vitullo si rimette a studiare. «Abbiamo trovato ricerche e organizzato focus group per capire cosa era cambiato nella vita delle madri-lavoratrici dopo il parto». Dai risultati emerge che il quadro delle soft skill si amplia notevolmente. Nel 2015 i due soci creano a Milano la startup Life based value e immaginano un percorso digitale da proporre alle imprese. «Si compone di 12 moduli per le donne e nove per gli uomini, da seguire in quattro o cinque mesi, il tempo di un congedo di maternità. Ma il corso è aperto a chiunque abbia bambini fino a tre anni».

La versione femminile punta ad applicare le competenze «di mamma» per lo sviluppo della rete sociale e per il potenziamento delle qualità di leadership. In quella maschile (lanciata su richiesta dei clienti otto mesi fa) il focus è l’intelligenza emotiva. «Rimane un forte pregiudizio di base. I papà, ad esempio, si vergognano a chiedere di uscire prima dal lavoro per questioni legate ai figli».

Oggi sono due mila le donne e 300 gli uomini iscritti a Maam. Nelle 30 aziende italiane che hanno acquistato il programma formativo, almeno il 50 per cento dei dipendenti genitori sfrutta l’opportunità. «E il tasso di gradimento è molto elevato — spiega Zezza —. Migliora l’abilità nella gestione del tempo e della complessità, oltre alla comunicazione».

Presto l’approdo anche sul mercato estero perché lo scopo della startup è «aiutare il mondo attraverso le donne». Intanto Riccarda, prima cavia del metodo, si è accorta della sua doppia validità. «Ho capito come essere più brava a dire di no anche a casa — racconta —, e non solo nelle questioni professionali». I figli Marta e Luca sono avvisati: sarà più dura far cambiare idea alla mamma.

(Corriere della Sera – Milano, 26 marzo 2018)

dal 13 aprile al 3 maggio 2018

Senza telaio, senza cornice.

associazione Apriti Cielo!  via Spallanzani 16- 20129 Milano

La mostra resta aperta sino al 3 maggio con i seguenti orari:

mercoledì, venerdì, sabato dalle 18,20 alle 20,00 oppure su appuntamento

telefonando al 349868253

Senza telaio, senza cornice!

La gioia, diceva Simone Weil, non è altro che il sentimento della realtà. Accade spesso ascoltando Pina Nuzzo in pubblico, in una riunione politica, di politica delle donne o in colloquio più o meno privato, di provare gioia. E questo accade non perché Pina sia una persona accogliente, bonaria e indulgente; è esattamente il contrario: rigorosa, spiazzante, dura a volte. Ma reale. La stessa cosa accade anche dopo aver visto i suoi quadri che, a un primo sguardo, diresti inquietanti, ma che dopo avverti con gioia, perché rappresentano, ossia rendono presente, il suo sentimento della realtà. E avverti, ripensandoci, che è anche il tuo senso del reale, e che puoi condividerlo: e questo dà gioia. Non accade solo a me che, come si dice, conosco Pina da una vita. Le sue parole, come il suo dipingere, come il suo vestire persino, aderiscono al reale; non hanno paura di essere controcorrente o contro ciò che viene sbandierato come più innovativo o più alla moda e spesso chiamato rivoluzionario o più impegnato, ma è solo copia, serialità senza pensiero di sé. Per Pina, invece, si tratta di saper trovare la misura tra novità e autenticità. E l’unità di misura, il suo metro personale è se stessa e la sua storia. Per lei la giusta misura da usare, mostrare e rappresentare è il suo habitus: l’aspetto del suo corpo che, ovviamente, non è solo materia, ma è pensiero, sapere, storia e intelligente capacità di giudizio, che si esprimono nella pienezza della realtà che lei è, e alla quale sa aderire senza finzioni. Ha imparato a partire, infatti, dalla misura di sé per poter avere misura della realtà senza maschere e senza simulazioni. Questa sua adesione al reale, dopo un primo spaesamento, provoca gioia; è la gioia di riconoscere un sentimento di confidenza con la realtà: quello che i filosofi hanno chiamato incontro con l’essere, che le mistiche avevano chiamato incontro con dio, e che il femminismo radicale ha chiamato autocoscienza. L’incontro con l’essere, con la coscienza di sé, è unione di immanenza e trascendenza, di processi oggettivi e oggettivanti e, contemporaneamente, però, è anche incontro con qualcosa che trascende, che è oltre la nostra capacità di ridurre tutta la realtà a cose e a merci e a mercato.

E’ un incontro che dà gioia, perché ci riconcilia con la realtà; in questo caso semplicemente rendendocela presente, rappresentandocela e rendendo presente anche la realtà che è dietro le cose e gli oggetti che noi siamo, sempre pronti a consumare e gettare via ciò che abbiamo riconosciuto o acquistato con sempre maggiore rapidità e inconsapevolezza. I quadri di Pina Nuzzo, invece, non sono oggetti di un’estetica da consumo.

Sono quadri che restano.

Sempre senza cornici, ossia volutamente senza contorni e bordi, dicono del suo non volere aggiungere limiti e margini voluti, previsti e prefabbricati da altri.

Senza cornice: rappresentazione anche questa del proprio libero sentire, della libertà di Pina di essere se stessa. Senza cornici, volutamente, perché Pina vuole narrare di un reale che va oltre, sconfina ogni nostra capacità di ripetizione o di rappresentazione.

Sempre più grandi. Ora i suoi quadri sono anche senza telai e intelaiature, perché l’artista cerca di dire con voce propria ciò che ancora non è stato intelaiato in un ordine simbolico, in quello che ci dice e ci determina precostituendoci ad essere in un modo già determinato. Ma non c’è nulla di presuntuosamente egoico in questo suo desiderio di rappresentazione del proprio sentire. Al contrario, si tratta di un severo addestramento che ha saputo cogliere il meglio di quella intensa scuola di formazione politica che per lei è stato il femminismo.

Nel 2006, a Lecce, nella sua relazione tenuta alla Scuola Estiva della Differenza diceva: “Mi era – mi è – necessaria la politica delle donne perché è lo spazio simbolico in cui riesco a pensarmi e a rappresentarmi”.

Ma tale politica non è stato oggetto da riprodurre o narrare. E’ stato percorso, lunga strada e addestramento lento per capire ed esprimere un iter, per osare un fare e un comprendere autentico. Il femminismo è stato occasione per poter andare a ritroso attraversando le generazioni e giungere ai confini di quell’ordine simbolico patriarcale che ha intriso tutto di sé, facendo perdere a molte donne anche le tracce di un capire ed esprimere la potenza e l’autenticità del proprio reale sentire.

Stupore, è una grande pittura su tela di 3 metri per 2, dove il sentimento di meraviglia con cui la filosofia da Platone e Aristotele in poi ha celebrato il proprio inizio, ridiventa stupore ed è rappresentato con corpo di donna. Il principio del sapere, inteso come avvio e come fondamento, per Pina Nuzzo è il rosso del ventre gravido, è quel rosso che torna insistente nei suoi quadri come deposito e scorta di colore a cui attingere sempre. E’ il rosso della terra salentina, il rosso del sangue delle sue donne che hanno partorito con dolore sempre nuove generazioni esposte ad antiche sofferenze, è il rosso della fatica che stanca e arrossa gli occhi persino, è il rosso che tinge le guance per soprusi ingoiati interi e violenze subite senza parole.

Perché la violenza è muta, ma ha il colore del sangue. Stupore ha la testa della nottola di Minerva che, come nei Lineamenti della Filosofia del diritto di Hegel, “spicca il suo volo sul far della sera”: metafora di un sapere che prende il volo quando una civiltà è ormai al declino. Ma la testa di civetta di Stupore, non è solo citazione di altre immagini dotte o di filosofiche letture, è principio che narra un’origine e una terra e, come non è risposta e corrispondenza alla moda, non è nemmeno rapace animale. E’ piuttosto richiamo di sapienza, icona di antica dea protettrice delle donne che abitano una terra dove sino a qualche anno fa ancora si parlava il greco classico. Minerva, protettrice di Galatina, salvò le sue cittadine dal morso della taranta, rendendole per secoli immuni; le salvò non solo dal morso, ma anche dalla ripetizione di quel morso come forma di ri-morso, ossia come morso ripetuto che ri-tornava ad aggredire quelle donne che osavano dire di sé e agire di conseguenza nella libertà di una nuova narrazione di sé. Il morso e il suo ritorno, il rimorso, condannò le donne delle terre del sud, ma non quelle di Galatina, all’azione insignificante e alla introiezione della colpa nell’attesa di una liberazione che tornava puntuale allo spuntar dell’estate e alla sua festa di fine giugno. Il quadro di Pina rompe con secoli di tradizioni narrate in identico modo e libera verso una nuova nascita non ancora compiuta, non ancora sottoposta a identità e appartenenze, eppure già pienamente vissuta nella carne.

Allo stesso modo Prima e Dopo , altra tela di 3 metri per 2, restituisce il sentimento della realtà alla terra, la stessa terra venata di strisce di sangue e di luce di amniotiche acque, ma soprattutto luogo accogliente di germogli di erba, fili di identità tutti uguali eppure tutti differenti, che fanno da contorno eccentrico al profilo mandorlato che raccoglie l’occhio assoluto, che potrebbe essere l’occhio di dio o la rappresentazione della sessualità femminile, ma che è, questa volta sì, anche citazione dotta di un ricordo d’infanzia, il ricordo dorato delle cornici mandorlate che racchiudono l’immagine della madre di dio, negli affreschi quattrocenteschi della Chiesa di Santa Caterina di Alessandria in Galatina, la città dove Pina ha vissuto la sua infanzia.

Ma il sentimento della realtà che Pina Nuzzo porta con sé e che riporta a noi va anche oltre la rappresentazione, perché sa anche restituire dignità e vita e esistenza ad antichi saperi, a fili che, intrecciati da mani sapienti, diventavano rosoni fragili e pregiati, capaci sempre di proteggere anche i legni più duri come quelli di antiche mobilie e che, ora, grazie alla sua arte, mettono le ali per volare oltre. Mostrano la luce che ancora passa tra i fili annodati, come passano i ricordi di trame preziose e di femminili saperi ricamati ad ago, ma senza ostentazione della propria ricchezza, perché sempre pronti a sfilarsi e a distruggersi a causa di un solo filo tirato via. Come la vita, che è sempre appesa a un filo e pronta a sfilarsi via con un niente di forza.

Un’arte quella di Pina Nuzzo che più che costruire affreschi di un linguaggio già detto, sa riflettere su una dimensione intima e quotidiana, per restituirle realtà, esistenza e dignità, ancorandosi ad antichi saperi e trovando pennellate di colore, che però è soprattutto materia, magari semplice carta bianca che nelle sue mani diventa sempre capace di sprigionare luce, diventare colore per poi tornare ad attendere di essere letta e scritta con altre mani di altre generazioni di donne per sempre nuove scoperte interiori.

 


Gertrude Stein è stata un’intellettuale inclassificabile, irruente, volitiva, in ogni senso fuori misura. Emigrata dagli Stati Uniti ed entrata a piè pari nella Parigi delle avanguardie di inizio Novecento con l’intenzione di diventare una famosa scrittrice, nella sua leggendaria casa di rue de Fleurus in cui viveva con la compagna Alice Toklas, ha ospitato Picasso, Braque, Dalì, Hemingway, Fitzgerald… e tutti gli artisti e scrittori imprescindibili del suo tempo. Per conoscerla meglio e festeggiare la nuova edizione della sua Autobiografia di tutti (Nottetempo 2017), nella storica traduzione di Fernanda Pivano, ci troviamo con Giulia Niccolai e Bianca Tarozzi. Letture di Anna Nogara, presenta Annarosa Buttarelli.

Intervista a Loretta Borrelli, Piera Bosotti, Pat Carra

La vostra storia comincia 30 anni fa, nel 1987, quando “Aspirina” era una rivista cartacea. Eravate un prodotto del movimento delle donne, un prodotto del femminismo. Tuttavia la vostra satira non risparmiava alcuni aspetti del femminismo stesso. Volete dirci qualcosa di questa fase iniziale?

Alcune di noi, alla Libreria delle donne di Milano, erano insofferenti al linguaggio politico del movimento, non ci bastava per nominare quello che stava succedendo.

Non volevamo collaborare a ponderosi saggi, anche se ne leggevamo tanti, o forse proprio per questo: in quegli anni cresceva la produzione teorica della differenza sessuale, da Irigaray a Fouque, e nel 1983 all’Università di Verona era nata la comunità filosofica Diotima, che Aspirina ribattezzò Diotimanda. Stava crescendo una sorta di accademia femminista che faceva lievitare in misura direttamente proporzionale il nostro senso dell’umorismo. Sentivamo il desiderio di un linguaggio diverso per ridere di noi e di tutto.

Nel libro Backlash Susan Faludi scrive che gli anni Ottanta sono stati il decennio della grande controffensiva maschile, guidata negli USA dai conservatori, per riprendere alle donne il terreno conquistato. Il femminismo occidentale ha lottato e quelli sono stati anni di forte espansione e radicamento. Gli anni Ottanta hanno diviso i destini di chi stava nei gruppi extraparlamentari e viveva radicalità politiche estreme (i compagni di strada di molte di noi nei 20 anni precedenti), e dall’altra parte il femminismo. Per i primi la parabola era in discesa, crollavano le lotte operaie e cominciava la delocalizzazione, per le femministe è stata un’epoca fondamentale. Noi non vivevamo la Milano da bere, ma una città aperta a tanti scambi e conflitti, a una libertà femminile in fermento.

La rivista è nata su carta in questo contesto storico, edita dalla Libreria delle donne che era aperta dal 1975, con un nome e un sottotitolo ideato dalla scrittrice Bibi Tomasi: Aspirina. Rivista per donne di sesso femminile, vale a dire donne che non vogliono essere come gli uomini, donne che segnano la differenza sessuale contro le politiche delle pari opportunità e il femminismo di Stato.

Non eravamo ossessionate dall’idea di quante ci avrebbero letto, eravamo dentro qualcosa che galleggiava ovunque, ci sembrava di poter arrivare ovunque.

La tiratura era di 1500 copie, diffuse in abbonamento e distribuite nelle librerie. Dopo dieci numeri il gruppo di Aspirina si trasferì fino al 1992 nel mensile Noi donne con numeri speciali e con l’inserto SottoSotto. Tra le testate di movimento Noi donne è quella che ci ha sostenute e rilanciate con una più ampia diffusione in edicola.

Nel 1986 era nato Tango, inserto satirico dell’Unità, poi seguito da Cuore nel 1989, in cui confluivano i fumettari perlopiù di sesso maschile, che venivano da Frigidaire e Il Male.

In Italia nel 1978 un gruppo di disegnatrici aveva pubblicato tre numeri di Strix, effimera rivista di fumetti femministi, in Francia erano usciti dal 1976 al 1978 nove numeri di Ah!Nana, rivista fatta da donne e per donne.

Tenevamo d’occhio quello che succedeva in giro, nel femminismo americano c’erano molte fumettiste, a Milano brillava Grazia Nidasio, a Parigi Claire Bretecher, autrici che hanno subito collaborato con noi.

Facevamo riunioni nelle case più che in libreria, rallegrate da ottimi pranzetti.

I numeri erano monografici, da quello sul lavoro “Donne in carriera, donne in bolletta” a quelli sull’attualità politica “Come difendersi in caso di stupro dalla legge contro la violenza sessuale” e ”Aspirina ricostituente per le donne del PCI”, a temi femministi “Come uccidere la tua migliore amica” e “Femminismo che ossessione!”.

Sentivamo il bisogno di differenziarci raccontando storie personali: la rubrica Echi dal guanciale è la trasposizione ironica nell’infanzia dell’amicizia reale tra due femministe, l’autrice Fio’ che parla sempre di dolori e avventure d’amore e la sua compagna di banco Lia/Sara, autorità politica in nuce che sforna teorie.

I fumetti a due mani Pat&Ste, che costellano tutti i numeri della rivista, sono dialoghi tra una femminista piena di fede nella salvezza delle donne con le donne e un’altra allergica ai gruppi, dubbiosa, a caccia di piaceri.

La redazione era ondivaga, c’era chi aveva già esperienze editoriali e giornalistiche, di fumetto e di scrittura, e chi no ma tutte con il desiderio di mettersi alla prova insieme: Piera Bosotti, Pat Carra, Fiorella Cagnoni, Bibi Tomasi, Sylvie Coyaud, Margherita Giacobino, Giuliana Maldini, Isia Osuchovska, Ketty Frost… Molto importante era la cura grafica, affidata a Stefania Guidastri che era la fumettista Ste.

Il lavoro redazionale e creativo era completamente volontario, la vendita della rivista copriva le spese di stampa.

Aspirina è stata una sperimentazione che ha formato e dato voce a molte, quelle che già pubblicavano e quelle che volevano farlo, in una compresenza leggera, dove circolavano anche conflitti sulle ambizioni e le suscettibilità, più o meno dolorosi, più o meno divertenti.

Riprendete l’idea della rivista quando ormai siamo nel pieno dell’èra digitale, nel 2013, e decidete di fare un prodotto online. Evidentemente dovevate disporre di professionalità in grado di gestire questo nuovo canale di comunicazione. Oltre ai testi e alle vignette cominciate ad inserire dei video. Potete dirci qualcosa di più preciso sulla vostra capacità informatica?

 

La redazione di Aspirina online è composta perlopiù da freelance, alcune   hanno una consolidata esperienza di programmazione web e grafica editoriale, altre di lavoro redazionale e relazionale. Un gruppo che riunisce giovanissime e no: Loretta Borrelli, Piera Bosotti, Pat Carra, Anna Ciammitti, Manuela De Falco, Margherita Giacobino, Elena Leoni, Livia Lepetit. Il nuovo sottotitolo è Rivista acetilsatirica.

Il formato online ci ha permesso di ampliare i contenuti della rivista, aggiungendo video, animazioni, a volte test interattivi.

Nel passaggio all’online è stato importante il confronto tra noi, soprattutto perché siamo riuscite a svincolare il progetto dal normale utilizzo di sistemi già esistenti. Questo è quello che si fa di solito nell’informatica, cioè riprodurre gli stessi sistemi logici che ripropongono il già pensato.

La nostra esigenza invece era quella di pensare insieme, partendo da quello che volevamo: una rivista periodica i cui contenuti creassero un’opera corale.
Siamo rimaste distanti dall’imperativo della comunicazione odierna che prevede la produzione costante e frammentaria di contenuti. Abbiamo scartato l’approccio più comune adottato da numerosi siti, quello del blog e della sequenza di news, dove ogni singolo contenuto vive isolato come un’esca nel gioco dei continui rimbalzi degli utenti tra un contenuto e l’altro.

Abbiamo scelto un’impostazione che rende impossibile spezzettare la rivista e condividerne le singole pagine sui social network.

Per impaginare partiamo sempre da un menabò su carta, con i fogli sparsi su un ampio tavolo. Il nostro desiderio è rendere l’unità e la bellezza grafica di una rivista sfogliabile, un’esperienza che troppo spesso va perduta nei siti che aggregano varie firme. Abbiamo cercato di “costruire un’unità poetico/politica” nei termini di Haraway, attraverso una pratica di affidamento reciproco.

Nel 2014 si è inaugurata una collana di eBook animati e sonori in formato ePub3 che sono nello shop della rivista e in vari store digitali, insieme ai pdf di Aspirina anni Ottanta. La riedizione online dei numeri cartacei ha fatto parte del lavoro di radicamento e ripresa. *

E cosa ci sapete dire del vostro uso o non uso dei social?

 

Abbiamo riflettuto a lungo sul rapporto con i social network.
Aprendo la nostra pagina Facebook ci siamo poste una serie di interrogativi: questo strumento che cosa comporta? come è fatto e quali sono le cose che richiede di fare? quanto tempo e lavoro dedichiamo alle caratteristiche specifiche dello strumento?
In base a questo abbiamo scelto di sottrarre ore di lavoro su Facebook per dedicarle alle relazioni politiche tra noi e con altre. Non volevamo mettere a disposizione le nostre risorse per stare in quella dinamica social di continua interazione.
Ci è capitato di essere coinvolte dalle onde emotive tipiche di Facebook, per esempio nel caso “Charlie Hebdo” nel 2015. La velocità della comunicazione in quei giorni ci chiamava, come rivista satirica, a una reazione immediata a cui siamo sfuggite, preferendo dedicare tempo alla discussione in redazione e dare una risposta corale attraverso lo speciale Aspirina Parigina.
Nella rivista convive un duplice aspetto, quello del gruppo politico e quello dell’autorialità e percorso professionale delle singole.

Ci siamo accorte che l’ascesa di Facebook ha provocato un enorme cambiamento nella vita di ognuna e nel mercato del lavoro, e ha comportato la perdita di contrattazione lavorativa ed economica. Per molte autrici quella modalità di condivisione ha un impatto molto forte sulle vite personali. Si tratta di un sistema che accumula denaro e potere, che ha dietro un interesse e un’intenzione, strumenti apparentemente gratuiti, che paghiamo senza saperlo, fornendo contenuti in modo distratto e automatico.

Il sogno che il neoliberismo ha realizzato è accentrare capitali esorbitanti nella mani di pochi e far lavorare miliardi di persone senza pagarle.
Proviamo a chiamare le interazioni che noi utenti abbiamo con quelle interfacce per quello che sono: un lavoro per le aziende che forniscono i servizi. Affermare questo ribalta il senso di molte domande che ci affliggono. Come mai si dà per scontato che un lavoro non venga pagato? Come mai crollano interi settori, soprattutto legati all’informazione e all’editoria? Perché lavoro gratuitamente per queste aziende?

Aspirina non è estranea a queste problematiche.

 

Però voi lavorate gratuitamente (come tutti quelli che hanno redatto questo numero di Primo Maggio). Chi è senza peccato…

 

Fin dai primi passi abbiamo definito il nostro lavoro politico e volontario, esplicitando l’assenza di compensi. Naturalmente non crediamo alla retorica della gratuità del web e prendiamo decisioni scomode per una rivista online.

In molti danno per scontato che numero di visualizzazioni o passaggi di utenti su un contenuto siano l’unità di misura per indicare il successo di una comunicazione. Come se esistessero solo i parametri a cui ci sottopone un marketing capillare. Dimentichiamo che quei numeri hanno un valore unicamente all’interno di un sistema specifico, che ci spinge a dare credito a quell’unità di misura per qualsiasi tipo di progetto intraprendiamo. In Aspirina abbiamo incontrato questo problema, ma con leggerezza abbiamo deciso di continuare nel percorso che avevamo avviato. Nel tempo ci siamo accorte che l’impostazione scelta per la rivista ci racconta altro: che abbiamo un pubblico costante nonostante la periodicità, un pubblico che sfoglia l’intera rivista senza la tensione al consumo veloce dei contenuti. Succede qualcosa di molto simile alla concretezza delle riviste politiche su carta.

È molto diffusa l’idea di un funzionamento standard della tecnologia, ma è possibile sperimentare un modo diverso di essere nel digitale, sottraendosi in qualche misura all’accentramento di potere nelle mani di pochi.
Le relazioni tra noi sono state l’elemento fondamentale per uno spostamento di senso e per la riuscita della rivista. Questa pratica comporta fatica e spinge ad agire pensando. Ci ha portate alla consapevolezza della forza che scaturisce quando si scelgono soluzioni tecnologiche differenti, che tengano in maggior conto i desideri e le relazioni in piccoli gruppi. Questo tipo di lavoro, secondo noi, può fare la differenza e creare nuovi spazi di contrattazione non solo economica, perché per fortuna non tutto il lavoro è merce.

 

Alla vostra rivista collaborano anche grandi firme del fumetto internazionale, di qua e di là dell’oceano. Poiché oggi è tanto importante fare networking, potete raccontarci come avete costruito la vostra rete?

Fare una rivista è sempre così, si comincia con il desiderio di darsi un’identità per quanto fluida, di dire mi colloco lì, da qui guardo il mondo. Il primo numero è stato un classico numero zero, fatto solo dalle autrici della redazione. Dai numeri successivi abbiamo cominciato a invitare fumettiste e scrittrici che sentivamo affini, conosciute attraverso siti e pubblicazioni. Ci siamo presentate, eravamo un gruppo riconoscibile che veniva da una storia editoriale iniziata negli anni Ottanta. Abbiamo scritto a Liza Donnelly del New Yorker e alla mitica Alison Bechdel, ad Argelia Bravo in Venezuela dopo avere ammirato le sue opere alla Biennale di Venezia, all’egiziana Doaa el Adl indicata dal Museo della Satira di Forte dei Marmi. La rete si è estesa con naturalezza attraverso incontri politici o di lavoro, e passaparola amicali: una di noi conosce qualcuna a un festival spagnolo di animatrici o a un corso di fumetto, le parla di Aspirina, così sono arrivate la video artista Lotte Sweetliv, Anne Derenne, Marilena Nardi, Giulia Lupo, Susanna Martìn, Isabel Franc, Irene Coletto, Sara Menetti e molte altre.

Il magnete che ci attrae l’un l’altra è il linguaggio artistico e umoristico.

Aspirina online è aperta anche ad autori che sentiamo vicini, che si sono fatti avanti o che abbiamo invitato. Di numero in numero la rivista ha raccolto autrici e autori di storia e paesi diversi, firme importanti e altre che pubblicano per la prima volta.

L’intento non è diventare una vetrina, ma un luogo in cui le opere si parlano e creano una conversazione.

Aspirina ha creato accostamenti stabili tra chi scrive e chi illustra, come in Pensieri di una misantropa di Giacobino e Sdralevich, e Le sofistiche di Marzi, Maffioli e Osuchovska. Sono nate personagge: la epica e comica eroina WonderRina aspirante paladina di Ciammitti, La bracciante digitale di Pat in lotta contro i latifondisti del web, L’ormone mistico di Livia che vive a innumerevoli metri d’altezza dall’amare, Gioosy giovane e choosy di Elena che scandisce sempre NO.

Dal primo numero Piera Bosotti realizza le video narrazioni Il Muro della Bicocca, ex quartiere operaio di Milano. La personaggia vive vicino al muro che è una sorta di leopardiana siepe “all’ermo colle”, confine e contenitore della memoria del luogo, dalle battaglie della Resistenza ai cortei della Pirelli e Breda, i migranti nuovi abitanti, le lingue lontane, gli antichi dialetti.

Il tema del lavoro pervade la rivista, ricorre nelle illustrazioni ironiche di Dalia Del Bue e Ila Grimaldi, nei racconti satirici di bulander che immagina mondi grotteschi e apocalittici, nel surreale The Boss Design di Zenoni, nelle strisce Cose stupide che succedono a chi cerca lavoro di Menetti dove un’attonita freelance suona il banjo, nelle canzoni Frau Mescaline e Genio delle Pinne, e in tante vignette e animazioni.

Molto spazio è dedicato a sessualità, migrazioni, guerre, amori e poliamori, violenza maschile e lotte delle donne fino a #MeToo.

Come tutti i movimenti e le ideologie che hanno grandi trasformazioni da portare avanti, la comunicazione femminista ogni tanto è un po’ pallosa. Il vostro modo ironico di trasmettere dei messaggi forse riesce meglio a penetrare nelle orecchie degli indifferenti o degli ignoranti. Avete l’impressione che questa vostra risorsa sia riconosciuta nel movimento delle donne o percepite di essere considerate ancora un allegro passatempo?

 

Nel movimento si rischia a volte il vittimismo, o si parla un linguaggio accademico-femminista, o si imita la voce di altre donne non cercando la propria. Fai una rivista acetilsatirica quando hai guadagnato molta forza e molta rabbia, e senti che devi liberare la tua voce. Il linguaggio artistico e umoristico è sempre un po’ selvaggio, un corpo estraneo che svela qualcosa di nascosto.

Non ci aspettiamo riconoscimenti, ci basterebbe un contributo per realizzare il nostro sogno segreto: un Impero Editoriale di Aspirina. Da far concorrenza anche alla Bayer…

 

Loretta Borrelli

Piera Bosotti

Pat Carra

* Su Aspirinalarivista.it trovi:

la rivista

tutti i numeri online dal 2013

– gli speciali Aspirina Parigina e Gran Premio

– la sezione seria seria Mumble Mumble

gli ebook animati e sonori

i pdf della rivista su carta dal 1987

– i pdf di SottoSotto dal 1989

– extra con le news, le mostre, la rassegna stampa

(Primo Maggio, numero speciale, marzo 2018)

http://www.aspirinalarivista.it/primo-maggio

di Mira Furlani

 

Papa Francesco sulla prostituzione ha pronunciato parole chiare durante un incontro con i giovani al Pontificio collegio internazionale Maria Mater Ecclesiae di Roma in vista della riunione pre-Sinodo dei giovani. Un lungo discorso il suo. Riassumiamolo:

«È una mentalità malata quella che porta a sfruttare la donna […]. Alcuni governi cercano di fare pagare multe ai clienti. Ma il problema è grave, grave, grave. Vorrei che voi giovani lottaste per questo. Se un giovane ha questa abitudine la tagli. Chi fa questo è un criminale. Questo non è fare l’amore, è torturare una donna, è criminale». Francesco racconta in proposito di essere stato «l’anno scorso a visitare una delle case delle ragazze liberate da questa schiavitù: è da non credere. Una è stata rapita in Moldavia e portata legata a Roma, nel portabagagli», con la minaccia che le avrebbero ucciso i genitori. «Quelle che vengono per esempio dell’Africa vengono ingannate per un lavoro. Quando le portano nelle nostre città, quelle che resistono vengono torturate e a volte mutilate. Ci sono i giorni di “ammorbidimento”, quando arrivano: ti picchiano, torturano e alla fine cedi. Una delle ragazze mi ha detto che quando non ha portato la somma le hanno tagliato l’orecchio, ad altre hanno spezzato le dita. È una schiavitù di oggi. Qui in Italia, dobbiamo avere il coraggio di dirlo, i clienti, al 90 per cento sono battezzati cattolici. E sono anche tanti. Io penso allo schifo che devono sentire queste ragazze quando gli uomini le fanno fare delle cose».

In un’epoca di liberismo come il nostro, dove tutto è diventato mercato, anche dopo sessant’anni dalla promulgazione dell’importante legge Merlin, i committenti, i clienti, gli sfruttatori del corpo delle donne restano sempre i maschi. Nel mercato libero il corpo femminile diventa sex work.

In questo contesto la postura spontanea di papa Francesco va nella direzione dello spirito della legge Merlin, così come ha messo in evidenza Silvia Niccolai nell’incontro sulla prostituzione avvenuto il 10 marzo scorso al Circolo della rosa/Libreria delle donne di Milano. Il suo giudizio, infatti, mette in causa coloro che alimentano la prostituzione con i soldi e che vi ricorrono pur sapendo delle sofferenze gravi da parte femminile.

Parlando a persone giovani papa Francesco ha trasformato un incontro rituale in un affondo politico nel nostro presente, affiancandosi alla discussione in corso nel movimento femminista. Il papa si rivolge cioè alla parte maschile, sicuramente e gravemente responsabile dei tanti mali legati alla prostituzione, senza fare delle donne il comodo capro espiatorio, come si è fatto per secoli e siamo sempre pronti a fare: il suo è un atto simbolico esemplare, doppiamente per un uomo nella sua posizione. E vale per tutti e tutte.

(www.libreriadelledonne.it, 22 marzo 2018)

di Rafia Zakaria, Dawn, Pakistan

Ormai è una prassi: ogni volta che escono i risultati di un qualche rilevamento a livello mondiale, le donne del mondo musulmano sono in fondo alla classifica. Le afgane di solito occupano i posti più bassi dal punto di vista della partecipazione politica, le donne in Somalia e in Sudan hanno i livelli più bassi di accesso alle strutture sanitarie, in Iraq e in Siria sono costrette a sposarsi in giovanissima età e le donne pachistane, assieme alle egiziane, subiscono alti livelli di violenza domestica e misoginia generalizzata.

Anni di studi di questo genere hanno instillato in chi li legge una certa cautela, un certo grado di legittima critica, un’attitudine a prepararsi alla successiva delusione.

È stato perciò con grande piacere che mi sono imbattuta in una ricerca che ha ribaltato tutte le altre. Nel suo libro intitolato Fifty million rising, la sociologa Saadia Zahidi ha scoperto che in molti paesi musulmani tra le donne ci sono più laureate che altrove nei settori della scienza, della tecnologia, dell’ingegneria e della matematica (Stem).

La necessità di emergere
Le percentuali sono impressionanti: in Iran le donne sono il 70 per cento di chi si laurea nelle discipline Stem; in Oman, in Arabia Saudita, in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti le donne sono il 60 per cento e in Algeria le donne sono più del 40 per cento di chi si laurea in materie scientifiche. Secondo Zahidi, questo è il risultato dei grandi investimenti compiuti in molti di questi paesi musulmani per migliorare l’accesso e l’istruzione delle donne in questi settori di studi.

Non che manchino gli stereotipi di genere o gli ostacoli tipici di società conservatrici e dominate dagli uomini: ma il fatto è che le donne sono sinceramente ambiziose e vogliono eccellere. In alcuni paesi come gli Emirati Arabi Uniti e la Giordania, le ragazze hanno molta più fiducia nelle loro competenze matematiche rispetto ai ragazzi della stessa età e allo stesso livello di studio. In contrasto con questi risultati, le donne sono il 18 per cento di tutti i laureati in informatica nelle università americane. Sempre negli Stati Uniti, alle superiori le donne sono solo il 27 per cento di coloro che affrontano l’esame di informatica.

Naturalmente ogni volta che il risultato di una ricerca è sorprendente arrivano le varie interpretazioni che cercano di svelarne il presunto mistero.

Alcuni analisti si sono chiesti come facciano le donne a superare le situazioni di svantaggio in cui vivono e i divieti che subiscono da parte delle famiglie o delle norme sociali. La risposta, in questi casi, andrebbe cercata in ciò a cui le donne aspirano.

Una stabilità economica
Secondo un’altra ricerca pubblicata dalla rivista Psychological Science, le donne che vivono in paesi caratterizzati da profonde diseguaglianze di genere scelgono studi nell’area Stem perché desiderano “il modo più sicuro” di guadagnare uno stipendio. Questo modo sicuro passerebbe da una professione fondata sulla scienza o sulla matematica.

Il punto quindi non sarebbe l’abilità o il talento naturale. Analizzando dati provenienti da 67 paesi, i ricercatori hanno scoperto che le ragazze ottengono gli stessi risultati o sono migliori dei ragazzi negli indicatori con cui si misura il rendimento in matematica e che avrebbero potuto frequentare corsi di matematica di livello universitario se avessero scelto di iscriversi.

Questa adattabilità dimostra come le donne, che per secoli hanno dovuto affrontare ostacoli, siano diventate molto più resilienti degli uomini

Quali sarebbero le loro scelte se non avessero ricadute negative sulla carriera naturalmente è un’altra cosa. In quasi tutti i paesi, tranne la Romania e il Libano, le ragazze scelgono la letteratura come materia preferita. Mentre i ragazzi scelgono la matematica.

Dunque la relativa superiorità delle ragazze nei paesi musulmani nascerebbe, semplicemente, dal fatto che nei paesi più ricchi c’è una maggiore uguaglianza di genere e, di conseguenza, per le donne una maggiore libertà di scegliere ciò che vogliono fare piuttosto che quello che devono fare. A una maggiore uguaglianza di genere corrisponderebbe, quindi, un numero più basso di donne che intraprendono studi nell’area Stem. Ma se è la disuguaglianza di genere a determinare questa differenza, allora a livelli più alti di disuguaglianza di genere dovrebbero corrispondere maggiori difficoltà per le donne di intraprendere ed eccellere in studi nell’area Stem, dato che questi ambiti tendono a essere dominati dagli uomini.

Alla fine, visto che molte donne intraprendono studi in una particolare disciplina dell’area Stem anche se potrebbero non aspettarsi di avere una professione in questo campo (come capita in molti paesi musulmani), non può prevalere la spiegazione secondo cui scelgono gli studi solo in base all’opportunità e alla stabilità economica invece che in base alle loro preferenze.

La caratteristica del mondo musulmano
Che si creda o no alle diverse analisi, un fatto resta costante comunque si affrontino i risultati di questa ricerca. A prescindere dal fatto che le donne scelgano le scienze perché sono convinte di poter avere una carriera stabile e remunerativa, o le discipline umanistiche perché sono più libere di farlo (nei paesi ricchi), in ogni caso sono sempre in grado di adattarsi alle condizioni sociologiche migliori per loro.

Questa adattabilità dimostra come le donne, che per secoli hanno dovuto affrontare ostacoli, siano diventate più resilienti degli uomini che invece si aspettano pochi ostacoli sociali, culturali o legali nel loro cammino verso il successo.

Le donne nei paesi musulmani devono affrontare il maggior numero di ostacoli, quasi tutti arbitrari e imposti dall’uomo. Condizionate da lungo tempo dall’idea di doversi aspettare ostacoli simili sul loro cammino, hanno imparato a lavorare ancora più duramente, a essere migliori dei migliori e il più perfette possibile.

Le scienze applicate e le discipline dell’area Stem in generale, per quanto empiriche, svelano i successi di questa parte della popolazione che sa di dover essere più che eccellente per essere presa sul serio e per godere delle stesse opportunità di cui godono le controparti maschili.

Le donne nei paesi musulmani eccellono dunque perché sono più abituate alle sfide e alle difficoltà rispetto alle altre donne nel resto del mondo; uno spinoso quesito matematico, un rompicapo di costruzione o di disegno industriale non sono nulla in confronto a quello che devono affrontare semplicemente per andare e tornare da scuola o dal lavoro ogni singolo giorno della loro vita.

(Traduzione di Giusy Muzopappa)

Questo articolo è uscito sul quotidiano pachistano Dawn.

Internazionale, 22 marzo 2018

di Laura Fortini

NARRAZIONI DIFFERENTI. Un percorso a partire da «Ritratti di donne da vecchie», di Luisa Ricaldone pubblicato da Iacobelli Editore. Sabato 24 marzo nell’ambito di Book Pride, l’autrice discuterà del volume e delle sue tematiche. Da Veronica Gambara a Goliarda Sapienza, il discorso sull’età che avanza percorre epoche e storie. Coraggiosamente scandalose e spesso sul filo della reprensione pubblica perché reputate indegne, sarebbe inutile parlarne attraverso retoriche sentimentali. Altro accade in luoghi e contesti diversi da dove il prolungarsi della vita è dovuto a un benessere economico che solo a un certo Occidente pertiene

A significare che qualcosa di sostanziale è cambiato vi è la nota immagine di Louise Bourgeois, ritratta a 71 anni da Robert Mattlethorpe nel 1982, all’indomani degli anni Settanta, con un enorme fallo sotto braccio e il volto pieno di rughe, sorridente in una bella e elegante giacchetta pelosa: guarda l’obiettivo e noi sorridiamo con lei di tanta serena disinvoltura nel rappresentare la fine dell’ordine simbolico patriarcale da una postazione di indubbio coraggio quale la sua età.

NONOSTANTE CIÒ, e sicuramente meno nota, risulta sostanzialmente dello stesso tenore la lettera che nel 1542, all’età di cinquantasette anni, la poeta e scrittrice Veronica Gambara scrisse a Pietro Bembo, ormai cardinale e intellettuale illustre. Lei, donna savia e sapiente dell’arte del governo di una pur piccola città come Correggio oltre che di letteratura e cultura, annota che «io sono in questo istante, quella stessa che era già tant’anni, e benché abbia cangiato il pelo, non ho però cangiato voglia».
Si tratta della voglia e del desiderio di comunicare con il proprio interlocutore nonostante i capelli ormai bianchi, nonostante i quaranta anni passati dalle loro prime missive, nonostante tutto quello che è accaduto alla vita di ognuno, sentendosi sempre la stessa, desiderosa di parlare e scrivere di letteratura e poesia.
È possibile abitare il tempo biologico, fisico e corporeo dell’età avanzata senza sentirsi spossessate di sé? Quanto scritto da donne appartenenti anche a periodi storici assai diversi, da Veronica Gambara fino alle scrittrici dell’età contemporanea, aiuta a comprendere come affrontare un’età tutta ancora da inventare sotto il profilo dell’elaborazione collettiva ma non certo letteraria, al punto che le sono stati dedicati saggi che sono andati a costituire, soprattutto in area statunitense, gli Age Studies e che hanno tratto ispirazione e fondamento daLa vieillesse di Simone de Beauvoir, del 1970, da Marguerite Duras, e più oltre da Vita Sackville-West, fino ad arrivare alla pittrice e scrittrice Leonora Carrington che nel 1976 pubblica l’esilarante e acuminato Il cornetto acustico, ambientato in un ospizio.

Alla rappresentazione e all’autorappresentazione della vecchiaia a firma di donne è dedicato il bel libro di Luisa Ricaldone intitolato Ritratti di donne da vecchie (Iacobelli Editore, pp. 136, euro 12). Studiosa di letteratura italiana contemporanea, l’autrice riflette da tempo sulla rappresentazione letteraria della vecchiaia femminile: insieme a Edda Melon, Luisa Passerini e Luciana Spina nel 2012 ha curato Vecchie allo specchio, e-book del Cirsde (scaricabile gratuitamente dall’archivio on line del Cirsde, acronimo per Centro interdisciplinare di ricerche e studi delle donne e di genere dell’università di Torino), e si è soffermata sullo stile tardo di Said nel volume Passaggi d’età (a cura di Anna Maria Crispino e Monica Luongo, Iacobelli Editore 2013).

VOLUTAMENTE e in modo dichiarato Ricaldone non adotta giri di parole per parlare delle vecchie, coraggiosamente scandalose e sul filo della reprensione pubblica perché reputate indegne: come non ricordare le immagini video di Doris Lessing che a 88 anni, nel 2007, riceve la notizia del Nobel per la letteratura tornando a casa dalla spesa, trasandata e quasi indegna di tanto riconoscimento e proprio per questo scandalosamente grande nel suo esercizio di confortante quotidianità? La stessa Doris Lessing che ha scritto il bellissimo Diario di Jane Somers, pubblicato nel 1983, dedicato proprio al rapporto tra una donna che, nel pieno della propria vita adulta e all’apice della sua carriera, incontra una donna vecchia, di cui, in modo che sorprende anche lei stessa, si prende cura, affezionandosi e volendole bene.

LA VICINANZA al tempo scandito dal corpo a partire dalla cadenza mensile delle mestruazioni fa sì che lo sguardo sulla decadenza fisica, anche la propria, possa avere caratteri di comprensione dell’umano che ne fanno occasione di vivere quest’età in modo pieno e inatteso. Sorprendente che Maria Bellonci abbia iniziato a scrivere Rinascimento privato a 81 anni, nel 1983, e lo abbia terminato nel 1985, un anno prima di morire, ripercorrendo in esso la vita di Isabella d’Este dai suoi 59 anni in poi; altrettanto che Anna Banti scriva quella sorta di autobiografia in terza persona che è Un grido lacerante a 86 anni, nel 1981.
Sorprende e fa pensare a un divenire in continua mutazione e modulazione nell’elaborazione di scrittura che costituì scommessa di vita e di pensiero per ognuna di queste signore, e il pensiero va anche a Grazia Deledda e a Sibilla Aleramo, che scrissero fino alla morte, entrambe, così come Goliarda Sapienza, che scrive pagine memorabili sull’eros da vecchi nella sua Arte della gioia,pubblicata postuma nel 1998.

STIAMO PERÒ PARLANDO delle vecchiaie delle donne bianche occidentali, lo ricorda con fermezza Ricaldone, perché altro sarebbe il discorso in luoghi e storie diversi dall’Occidente e da un prolungarsi della vita dovuto a un benessere economico che solo all’Occidente – e a un certo Occidente – pertiene.
Donne bianche occidentali e femministe, che arrivate all’età della vecchiaia interrogano quest’età proprio come hanno interrogato le età precedenti a partire da sé e facendone materia di narrazione, da Luisa Passerini che ne La fontana della giovinezza, pubblicato nel 1999, scrive in terza persona una sorta di esame in pubblico del divenire – e sentirsi – vecchia, fino a Rossana Rossanda che ne La ragazza del secolo scorso, del 2005, riattraversa la propria vita a partire da una posizione di vecchiaia, senza però mai interloquire con la propria età presente, ma tutta protesa sull’esercizio della memoria autobiografica e collettiva.
Signore del tempo si vorrebbe definirle, pensando alla bellezza della scrittrice Toni Morrison, che nelle interviste video a ottanta e più anni parla avvolta dalla sua vecchiaia e dei colori vivaci del suo scialle in modo regale. E riprendendo il titolo di un intervento del 2012 di Marirì Martinengo pubblicato sul sito della Libreria delle donne di Milano, in cui si considera la vecchiaia un’occasione, un’invenzione da non perdere, riecheggiando così il titolo di un libro di Betty Friedan sulla vecchiaia, L’età da inventare, pubblicato da Frassinelli nel 1993, che insieme al volume di Germaine Greer del 1992, dedicato a La seconda metà della vita. Come cambiano le donne negli anni della maturità, sono stati antesignani della riflessione sui cambiamenti delle età e sulla possibilità di viverle altrimenti.

CERTO È BENE non avere retoriche sentimentali, al proposito, però: se la letteratura di vecchiaia è ormai un genere, questo non vuol dire che essa si sostanzi solo di caratteri positivi, ma ciò potrebbe dirsi di qualsiasi età. Si è però di fronte a una letteratura di compimento e della fine, a volte anche della smemoratezza della fine che si appresta e che ha le parole di altri perché vi sia narrazione, come nel caso della demenza senile e dell’Alzheimer, cui è dedicato l’ultimo, toccante capitolo del volume.
Ricaldone ricostruisce con attenzione e delicatezza fili di narrazione che attraverso racconti di figli e figlie, mariti e amiche, cercano di guardare in volto la perdita di memoria delle persone care, perturbante come poche altre cose perché significa affacciarsi sull’orlo della perdita di senso di sé e della propria vita e, insieme, però, possibile di altre forme di articolazione dell’amore e dell’affetto, la cui narrazione diviene altra forma di memoria, per sé e per le persone cui si è accanto.
«Quando sarò vecchia mi vestirò di viola» ha scritto Jenny Joseph nel 1961 e molto si vorrebbe fare proprio di quel viola, dissacrante, bizzarro e birbone, ma soprattutto assai libero. Si tratta di un esercizio che va oltre l’età della vecchiaia ma che quando praticato dalle vecchie diviene scandaloso: è ora e tempo di andare a passeggio con un fallo sotto il braccio, è ora e tempo di desiderare, ci dicono Veronica Gambara, Louise Bourgeois, Goliarda Sapienza e le molte altre, basta solo seguirle.

(il manifesto, 22 marzo 2018)

di Silvia Marastoni

Migranti. L’iniziativa eco-solidale di una Ong di donne greche che ricicla le migliaia di giubbotti abbandonati dopo il soccorso delle persone che scappano da fame e guerre. Dai salvagente riciclati si fanno borse, zainetti e porta computer. Dai “residui” delle barche usate per le traversate: gioielli, candele, vassoi e saponi naturali

Sono stati il simbolo del rischiosissimo viaggio di circa un milione di rifugiate/i dalle coste turche alle isole greche del Mar Egeo, della loro fuga da guerre e persecuzioni, ma anche della loro speranza di costruire una vita migliore, al sicuro, per se stesse/i e le loro famiglie. Poi, abbandonati in discariche a cielo aperto e talvolta bruciati, sono diventati un serio problema eco-ambientale.

Oggi però a Lesbo i giubbotti salvagente acquistano una nuova vita trasformandosi in strumento di riscatto, inclusione e coesione sociale, creazione di occupazione e di una «nuova economia» fondata su principi e pratiche di «consumo critico». Succede grazie ai progetti di riciclo Safe Passage Bags e Humade Crafts di Lesvos Solidarity, una piccola Ong indipendente locale, completamente autofinanziata.

A FONDARLA, NEL 2016, sono stati diversi membri (soprattutto donne) de «Il Villaggio di Tutti insieme», struttura creata quattro anni prima per coordinare le iniziative auto-organizzate di solidarietà nate sull’isola greca per rispondere col «mutuo soccorso» alle conseguenze delle politiche di austerity sulla popolazione locale e ai bisogni dei sempre più numerosi rifugiati in arrivo dalla Turchia. «Proprio per far fronte alle loro necessità di un alloggio» racconta Efi Latsoudi (co-fondatrice e «anima» dell’Ong) «nel 2012 abbiamo occupato un edificio abbandonato, l’ex Pikpa, precedentemente utilizzato come centro vacanze per bambini e ragazzi, che da allora funziona come centro di accoglienza aperto, esempio di un’ospitalità solidale ben diversa da quella dei Campi ufficiali: oggi vi vivono circa 120 migranti, tra i più vulnerabili arrivati sull’isola. Tra «vecchi» e «nuovi» abitanti promuoviamo la costruzione di relazioni che sono le fondamenta di una convivenza non solo possibile, ma feconda per tutte e tutti».

DA QUESTO APPROCCIO È NATO anche il Centro di Supporto Mosaik, che organizza diversi programmi di integrazione e formazione aperte a tutte/i, puntando a sviluppare vocazioni, competenze e talenti di chi vi partecipa. Al suo interno sono stati creati, tra l’altro, i laboratori di Safe Passage Bags e Humade Crafts.

«L’idea di Safe Passage Bags è nata nel 2013» ricorda Efi «ma si è concretizzata con l’arrivo sull’isola di 450.000 rifugiate/i tra il 2015 e il 2016. Le migliaia di giubbotti salvagente abbandonati sulle spiagge, e poi accatastati in aree non abitate sono diventati un serio problema ambientale, perché i materiali sintetici di cui sono fatti si decompongono e penetrano nel terreno; e se bruciati, come in diversi casi si è fatto, le componenti chimiche della loro combustione entrano nell’atmosfera. Alla necessità di smaltirli – e in così grandi quantità – nessuno era preparato: i giubbotti sono rifiuti speciali, che richiedono trattamenti in impianti adeguati di cui Lesbo non era dotata.

«A QUESTA URGENZA SI SONO POI AGGIUNTI altri elementi: il desiderio condiviso da rifugiati e «solidali» di tenere vivo il patrimonio simbolico di memoria, denuncia e speranza che i giubbotti portano in sé, e quello di inventare per loro un nuovo – e totalmente diverso – significato e utilizzo, partendo dalla realtà e dai bisogni attuali della popolazione locale e migrante.

«Nel nostro progetto abbiamo cercato di coniugare valori ambientali e sociali: all’attenzione per il territorio in cui viviamo, per la riduzione di sprechi e rifiuti, per un uso più razionale e più creativo delle risorse (comprese quelle considerate a torto ormai inutili) anche attraverso il loro riciclo e riuso, si è affiancato il tentativo di rispondere alla stringente necessità di opportunità di lavoro».

DA TUTTO CIÒ ALL’IDEA DI RICICLARE i giubbotti ricavandone oggetti di uso quotidiano (borse, zainetti, porta computer, etc.) il passo è stato breve, seppure non semplice. E oggi il laboratorio di Safe Passage Bags occupa nove persone, sei rifugiati di diverse nazionalità e tre donne greche, «a dimostrazione del fatto che trovare insieme soluzioni a problemi comuni è possibile. La creazione di nuovi posti di lavoro resta per noi un obiettivo centrale: perciò continueremo a impegnarci perché le persone in difficoltà, siano esse locali o migranti, possano costruirsi una vita all’insegna della dignità all’interno del nostro contesto sociale. Vogliamo mostrare che dove c’è un desiderio, una volontà, c’è anche una «strada» possibile».

Questa positiva esperienza ha poi dato impulso, nell’estate del 2017, al progetto Humade Crafts. Fondato sugli stessi principii e obiettivi, questo laboratorio utilizza però anche altre «risorse»: differenti «residui» delle traversate (le bottiglie di plastica che quasi tutti portano con sé, parti delle barche su cui hanno viaggiato, etc.), oggetti destinati alla spazzatura o diverse materie prime recuperate. Da loro, grazie alla creatività dei partecipanti e alle abilità acquisite nei workshop, nascono gioielli, accessori, candele, vassoi, saponi naturali e molte altre cose.

(il manifesto, 22 marzo 2018)

di Lidia Maggi

Qual è il contributo delle pastore e delle diacone nelle chiese della Riforma? Come la loro presenza interroga la società italiana e le altre tradizioni cristiane? È di questo che abbiamo discusso, a Bologna, il 7 marzo 2018, in un seminario organizzato nell’ambito della conferenza internazionale dell’European Academy of Religion (EuAR), una piattaforma di dialogo e confronto accademico che mette in rete diversi soggetti che, a titoli differenti, si occupano di tematiche religiose. È significativo che la prima conferenza internazionale si sia tenuta proprio in una nazione come l’Italia che, sul versante della pluralità religiosa, fatica a esprimere sguardi dialettici e liberanti.

In questo contesto, il Coordinamento delle teologhe in Italia ha scelto di partecipare gestendo uno dei momenti seminariali (panel) dal titolo: «Le donne nei ministeri delle chiese». Partendo dal vissuto di pastore e diacone, in Italia, la riflessione ha provato a tracciare bilanci e prospettive. Elizabeth Green e Letizia Tomassone, da sempre impegnate sia sul fronte accademico sia su quello pastorale, hanno coordinato il progetto che, come tappa conclusiva, porterà alla pubblicazione di un libro sul pastorato femminile in Italia. Un saggio che proverà a rileggere da angolature differenti l’esperienza delle donne pastore: dalla predicazione all’amministrazione dei sacramenti, dalle relazioni di cura al rapporto con le istituzioni, dalla lettura del testo biblico al dialogo con le altre realtà cristiane, in Italia e nel mondo. La posta in gioco non è solo quella di strappare la storia delle donne dall’oblio, raccontando il pastorato e il diaconato femminile; insieme, si vuole verificare se la leadership delle donne sia effettivamente riuscita a far uscire le chiese dalla cattività del patriarcato, costruendo comunità più inclusive e meno gerarchiche.

Il seminario di Bologna è stata l’occasione per provare a fare un bilancio e tracciare nuove prospettive. In apertura Letizia Tomassone ha ripercorso la storia delle donne pastore in Italia, a partire dalla prima consacrazione. Era il 1967. Il vecchio diritto di famiglia imponeva alle donne sposate di seguire il proprio marito. Il riconoscimento del pastorato femminile, con donne che si spostano su chiamata della chiesa e non al seguito dei mariti, di fatto, ha portato ad anticipare anche quei cambiamenti sociali che avrebbero restituito alle donne i diritti negati.

Precedentemente, in tempi di assenza del pastorato femminile, le donne hanno trovato uno spazio per vivere la propria chiamata nella veste di mogli di pastori. Figure che nascono con la Riforma, la quale abolisce il celibato per il ministro della Parola. In questo contesto, fin dagli albori, le donne rivendicano e difendono una condivisione di ministero nel matrimonio e nella chiesa. Un protagonismo femminile che, nel corso del tempo, porterà a ingabbiare tale vocazione in un ruolo ben definito, quello appunto delle mogli di pastore. I cambiamenti sociali e il pastorato femminile produrranno il dissolvimento di tale ruolo, anche se rimangono alcune resistenze legate a un nostalgico immaginario patriarcale riguardo le famiglie dei pastori (maschi). Non aiuta, certo, l’oblio di una storia femminile complessa, non tracciata su un unico modello, quello ausiliario della moglie di pastore, di cui Katharina Von Bora rappresenta l’archetipo.

Le pastore predicano, studiano e spiegano le Scritture. Dopo una prima stagione di scoperta del testo biblico, ci siamo interrogate sul cambiato di rapporto con la Parola di fronte ai mutamenti sociali. Chi scrive ha proposto una riflessione a partire dalla «crisi della parola» nell’era della comunicazione globale. In questo contesto, l’incapacità di ascolto si ripercuote su un ministero, come quello pastorale, fortemente centrato sulla Parola. Affrontiamo una perdita di autorevolezza nella proclamazione della Parola, che non nasce solo dall’ancestrale fatica del patriarcato, ma attraversa, indistintamente, uomini e donne nelle chiese. Insieme alla perdita di autorevolezza, il nostro presente si caratterizza per la crisi dell’esperienza comunitaria. Il cambiamento di scenario sollecita anche le pastore a ripensare gli spazi di aggregazione e di proclamazione della Parola. Ovvero, siamo sollecitate a ripensare il ministero. Tuttavia, le donne, abituate da sempre ad agire in contesti difficili e di marginalità, sembrano più preparate a ricercare nella crisi luoghi e modalità inediti per ridare voce a quella Parola liberante. Con il loro modo «altro» di entrare nelle Scritture, possono aiutare a restituire alla Parola quella complessità per troppo tempo negata da letture univoche al maschile. Probabilmente, proprio da questo recupero della complessità potranno scaturire nuovi modi di vivere e proclamare la Parola. Il cantiere, dunque, è aperto.

Una medesima dinamica è emersa anche a proposito dell’amministrazione dei sacramenti, oggetto di indagine di Elizabeth Green, per la quale il contributo delle donne sta nella capacità di mantenere unito ciò che il patriarcato aveva separato, ovvero corpo e parola. Le donne, che generano vita e la nutrono, richiamano le chiese, che celebrano il battesimo e la cena del Signore, a non spostare solo su un piano simbolico l’atto generativo della «nuova nascita» e quello di cura e nutrimento significato dal pane spezzato.

Accanto al ministero pastorale delle donne, nelle chiese riformate, c’è quello diaconale. Ne abbiamo discusso, guidate da Alessandra Trotta. Nel protestantesimo, il diaconato è un ministero diverso da quello cattolico, e non solo perché riguarda uomini e donne. Si tratta di una vocazione che si pone «sulla soglia della Chiesa, tenendo la porta aperta nei due sensi», per non perdere i contatti con il mondo. Un servizio concreto, che richiede competenze professionali (infermiere, psicologhe, assistenti sociali, ma anche commercialiste). Qui l’ambiguità è segnata dalla fatica di poter esprimere lo specifico cristiano di tale vocazione e non confonderla con quella di qualsiasi altro professionista.

Affascinante è stato il percorso storico tracciato per mostrare come il diaconato femminile, scomparso già nei primi secoli, sia riemerso: dalle beghine alle diaconesse riformate. Donne celibi, che vivono insieme per offrire servizi ai più deboli. Un ministero ecclesiale, ma non ecclesiastico.

Il dibattito finale, introdotto dalle conclusioni di Cristina Simonelli, ha evidenziato come la riflessione sui ministeri ordinati delle donne non riguarda solo il mondo femminile, ma la vita dell’intera chiesa. Le donne sono voce profetica, che richiama le chiese a riscoprire la complessità, a evitare semplificazioni e facili omologazioni, così da divenire comunità accoglienti, plurali, democratiche. Corpo vivo di una fede che possa rendere ragione di quel Dio che chiama ognuna e ognuno al servizio di tutti.

(Riforma.it, 22 marzo 2018)

di Cristiana Fischer

​Care tutte, ​

​ho letto l’articolo di Luisa Muraro “Difesa di Simplicio” e lo condivido in gran parte​, ma voglio mettere in luce ​anche ​un altro aspetto della condizione dei Simplíci qui da noi e di quelli mondiali, e anche del Simplicio che è in me. Che condividiamo anche problemi di un genere diverso. Se in conclusione Luisa scrive che il capitalismo propone ormai solo se stesso ed è troppo poco, che cosa fare di conseguenza, chiede lei e chiedo anch’io?
Cominciare a prendere coscienza che è troppo poco, dice Luisa.
C’è un grande mare in cui navighiamo, a rischio di naufragare: il conflitto interiore di Simplicio, riversato in tv, sui giornali, nei social, nelle riunioni e a tavola, è tradotto in termini morali, i migranti hanno fame, sono perseguitati, subiscono le “nostre” guerre, subiscono i loro capi che “noi” sosteniamo, sono derubati da “noi” delle loro terre, acque, materie prime, quindi abbiamo il dovere di restituire accogliendoli.
In un delirio di onnipotenza, “noi” Simplíci della terra ci sentiamo colpevoli anche per quella parte del “noi”, i ricchi, il capitalismo che fa quelle cose. Siamo di fatto con il capitale solidali, nella difesa del poco che ci è rimasto, temiamo di perderlo se dobbiamo condividerlo, ​ma sentiamo e sappiamo che è doveroso e giusto accogliere i migranti.
Oppure, criterio più alto e generale, crediamo che è giusto che ognuno di loro sia libero di tentare di migliorare la propria vita, proprio come noi pretendiamo di poter scegliere scuola lavoro residenza. E perché invece un maliano no?

Ma è vero che possiamo in realtà scegliere, o almeno che ne abbiamo il diritto?

A un altro livello, ancora più alto, in ogni migrante è un’anima umana che ho davanti, il suo valore assoluto, chi sono io per voler impedire che arrivi qui, accettando i “campi” (Agamben) dei libici e gli accordi di Minniti?

Ecco i conflitti interiori del mio interiore Simplicio. Ma quanto veri, e insieme quanto bastardi e meticci: un po’ di religione, un po’ di etica “liberale”, un po’ di compassione, ed ecco le oscillazioni politiche e ideologiche, ecco le accuse di razzismo, o di buonismo, o di cinismo. Ecco il sofferto realismo di alcuni, e l’intolleranza che scoppia in altri, Bertoldo che sbeffeggia le buone maniere e i nobili sentimenti, e vota demagogico o reazionario. Ed ecco anche l’intransigenza e i vertici morali su cui si attendano noti intellettuali.
Il capitalismo ha ormai da offrire solo se stesso, è proprio così, ma saperlo ci salva dal rischio di naufragio, fisico e culturale?

Cominciare dal prendere coscienza di questo non significa vedere una strada davanti da imboccare: è fascismo, è razzismo, sì, no. Anzi, forse, non è detto neppure che una strada ci sia.

(www.libreriadelledonne.it, 22 marzo 2018)

di Serena Fuart

I reality mostrano a volte uno spaccato vero della società, mostrano personaggi più o meno famosi, che, nonostante sappiano di essere ripresi e sicuramente abbiano anche degli script da seguire, in qualche occasione non possono far altro che mostrare la loro vera natura: omofobi, sessisti, addirittura soggetti che incitano l’amico a uccidere la propria ex-moglie. Emerge anche il bello delle persone per carità, ma in queste trasmissioni va per la maggiore il peggio quasi sempre. Guardando noto anche le alleanze tra donne e uomini anzi più tra uomini che tra donne, spesso le donne in questi programmi competono tra loro mentre gli uomini fanno squadra. Cosa che succede anche in società. A parte i luoghi comuni, le donne sanno anche essere complici davvero e hanno delle relazioni solide e durature.

Mi sono chiesta allora da dove viene invece la competizione atavica tra donne e perché a volte capita che gli uomini facciano squadra meglio.

Come è stato detto e stradetto dal movimento femminista, il dominio sessista comincia da lontano e origina nell’innata paura che il maschio ha della femmina. Questa porta la creatura in grembo e genera sia maschi che femmine, entrambi completamente dipendenti da lei nei primi anni di vita (anche dopo, voglio azzardare). Allora, e cito sempre quanto dice la politica delle donne, il maschio, che non ha lo stesso sesso della madre, cerca il distanziamento da quel corpo che ama e teme e da cui è stato totalmente dipendente e si organizza con i compari per fare squadra, per sottomettere il sesso che chiamano debole ma che di cui in fondo hanno paura.

E le donne? Ebbene le donne non hanno paura delle altre donne e sotto sotto sanno della paura dei maschi per il loro sesso. Intimamente si sentono forti, sanno di questa loro forza e sanno anche che una donna, sia in un reality che nella vita normale, al maschio fa paura. E allora perché competere con chi in fondo ha paura? Perché non con una pari che è forte quanto se stessa?

Insomma, credo che avere delle relazioni tra donne sia meraviglioso, è una forza prorompente che può scardinare e ha già scardinato il dominio sessista. Ma non solo, relazionarmi con un’altra donna può darmi forza e competenza simbolica per vivere baldanzosa nel mondo.

Tuttavia ritengo che mentre per gli uomini fare squadra è indispensabile per l’innata paura verso l’altro sesso, per le donne non sempre è necessario.

(www.libreriadelledonne.it, 22 marzo 2018)

di Franca Fortunato

 

Le città all’opera. Esperienze, saperi, pratiche è il titolo del convegno organizzato dalle Città Vicine e dall’Associazione AdaTeoriaFemminista di Napoli che sabato e domenica 24 e 25 febbraio 2018 nelle sedi Bene/Comune di Santa Fede Liberata e della Casa delle donne di Napoli ha visto donne e uomini, più donne che uomini provenienti da molte città, raccontare della trasformazione in atto del mondo e di quella Europa di cui le Città Vicine parlano nel libro L’Europa delle Città Vicine (a cura di Loredana Aldegheri, Mirella Clausi, Anna Di Salvo, Mag Verona 2017), che raccoglie gli atti del convegno del 2016 a Roma alla Casa Internazionale delle donne.

«Da quel convegno a oggi – ha affermato Anna Di Salvo – sulla scena geopolitica europea sono avvenuti notevoli passi indietro e si registra un senso di impotenza di fronte al rafforzarsi delle scelte nazional-popolari e delle posizioni xenofobe che dilagano in molti stati d’Europa compresa l’Italia, soprattutto dopo i “fatti di Macerata”.» Questioni enormi di cui il convegno e le stesse Città Vicine – come ha ricordato Clara Jourdan al termine dei due giorni – sono un modo per affrontarle puntando sulle città, a partire da quelle che abitiamo, in quanto la vicinanza tra città è l’elemento “fondativo” del cambiamento che vogliamo. Nel corso del convegno infatti si è resa visibile l’opera di trasformazione del mondo a partire dall’impegno di donne e uomini di tante città e di luoghi, dove – secondo Stefania Tarantino – «bisogna esserci, starci con il proprio corpo, le proprie pratiche perché oggi non si può più fare a meno della pratica politica delle donne».

A Barcellona la trasformazione dell’Europa è in atto grazie alla politica della sua sindaca Ada Colau, di cui ha parlato Elisa Varela del Centro di ricerca della differenza sessuale Duoda dell’Università di Barcellona: «La sindaca sta portando avanti moltissime iniziative che rendono la città più vivibile, più abitabile, curata, vicina all’esperienza di vita di ogni giorno. Iniziative non generiche ma che tengono in conto i corpi reali di donne, uomini, bambine/i che abitano nei quartieri: spazi-gioco che tengono in conto l’età, moltiplicazione di spazi per anziani con palestre gratuite, blocco dei fitti e della speculazione edilizia, sostegno alle piccole botteghe del commercio perché non si spostino nei centri commerciali a danno di tante persone anziane, liberazione di costruzioni antiche occupate dalla mafia russa autorizzando gruppi di giovani a occuparle, apertura delle scuole anche in estate là dove ci sono bisogni materiali di bimbe/i, azioni contro l’inquinamento per i bimbi e le bimbe che patiscono problemi respiratori». Un agire in relazione con gli/le abitanti, che si estende nella costruzione di nuovi legami con altre città come Napoli, Madrid e Parigi, “città ribelli”, anche nella ricerca di mediazioni per la soluzione della questione della Catalogna dove «non abbiamo un governo. Siamo governati da Madrid perché le forze indipendentiste non si mettono d’accordo». Insomma, Barcellona agisce per il cambiamento dell’Europa governata dalla finanza e dalla speculazione, dagli interessi economici delle grandi multinazionali e delle banche.

Di una diversa economia ha parlato Gemma Albanese della MAG di Verona, che finanzia con il microcredito imprese che agiscono tenendo presente il principio dell’economia circolare che mette insieme vita e lavoro, che dà valore a beni non monetizzabili, come la competenza e il tempo, e che fanno attività che mettono in circolo beni scartati o sottoutilizzati.

In Medio Oriente, la trasformazione del mondo si chiama «rivoluzione delle donne curde» di cui ha parlato Rojin rappresentante UIKI (Ufficio Informazioni Kurdistan in Italia), che ha raccontato come alla costruzione di un sistema di «autonomia democratica dal basso» condiviso da donne e uomini, si affianca un lavoro delle donne «per la trasformazione della mentalità patriarcale, mediante accademie, studi, centri culturali. La forza delle donne, l’amore verso la libertà porterà a una società di amore reciproco fra le città».

In Calabria un modo nuovo e praticabile dell’accoglienza viene dal piccolo borgo di Riace e dal suo sindaco Domenico Lucano, di cui ha parlato Giusy Milazzo: al Riacefestival da due anni le Città Vicine, con la mediazione di Chiara Sasso della rete dei Comuni Solidali e di Alfonso Di Stefano della Rete antirazzista che a Catania, dove ha luogo la sede di “Frontex” per il respingimento dei/delle migranti, lavora insieme alla Città Felice per un’altra visione accogliente di città, hanno portato la loro politica, prima con la mostra itinerante Lampedusa porta della vita e nel 2017 con il libro L’Europa delle Città Vicine. A Riace – ha raccontato Franca Fortunato di Catanzaro – in questo momento si sta consumando un conflitto politico aperto dalla Prefettura di Reggio Calabria e dal ministero degli Interni contro l’agire del sindaco, a cui è arrivato un avviso di garanzia per aver agito fuori dai regolamenti e burocrazie che normano l’accoglienza nei progetti Sprar. Un modello molto importante, quello di Riace, che però – secondo Fortunato – rischia di essere interpretato nella forma della “democrazia neutra” anche perché il sindaco non nomina le donne che lo hanno aiutato e sostenuto nella sua realizzazione.

La visione emergenziale dell’immigrazione ha prodotto i Centri di accoglienza sparsi sul territorio nazionale, dentro cui non agisce una protezione concreta delle donne – come ha raccontato Jasmine Accardo dell’organizzazione nazionale “Lasciateci Entrare” – che subiscono violenza e vengono prostituite. «Non esiste sinora una rete femminile efficace che aiuti queste donne a liberarsi dai sensi di colpa e dell’idea profondamente radicata dentro di sé di non poter fare nient’altro che le prostitute, e costruisca una possibilità di lavoro per chi esce dalla tratta».

Agire in città vuol dire anche trovarsi nella necessità di rapportarsi a movimenti in cui c’è molta presenza di uomini e ci si ritrova a fare i conti con logiche politiche, visibilità e linguaggi di carattere maschile che non corrispondono alle donne – come è accaduto a Maria Castiglioni e al suo gruppo delle Giardiniere di Milano che da anni lavorano con una pratica politica “singolare” per salvaguardare, tutelare, rigenerare una grande area militare dismessa su cui il Comune punta a costruire 4.000 alloggi. L’arrivo degli uomini – ha raccontato – è avvenuto con la creazione di un coordinamento con Comitati e Associazioni, nati in difesa dell’area dismessa: «Noi siamo qui da sei anni, questi sono arrivati da 30 giorni e hanno già la scaletta pronta con il loro linguaggio». Come riuscire a essere presenti a se stesse in queste realtà miste? Per la Castiglioni è importante non automoderarsi, non lasciare la scena «non per protagonismo ma per non mettersi in disparte» e creare nei giochi relazionali con gli uomini quella che Loredana Aldegheri chiama “autorità sociale femminile”.

Questione ripresa dalle donne di Napoli e da Gisella Modica di Palermo a proposito dell’esserci nei “luoghi liberati”, luoghi abbandonati da tanto tempo, “Beni Comuni” dove, in mancanza di un’elaborazione del simbolico, si finisce sempre, anche da parte di donne, per spostarsi sulla “questione sociale”, sul bisogno, il diritto, il servizio, più che stare nella politica di relazione, del desiderio e dell’esserci in presenza. Come tenere presente quella che Gisella Modica ha chiamato la “spiralità” continua tra questione sociale e rilancio del simbolico? A Napoli, alla Casa delle donne e a Santa Fede Liberata/Bene comune – come ha raccontato Nadia Nappo – questo equilibrio è dato dal lavoro continuo di elaborazione del simbolico. Che cos’è che rende Bene Comune uno spazio liberato? È la condivisione del desiderio di esserci con il gruppo che lo abita e se ne prende cura, è l’agire la politica delle relazioni in presenza, qui e ora, il voler bene a quel luogo. Concetti altri dall’idea di Bene Comune come diritto riconosciuto per legge, come ha fatto il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, intervenuto al convegno, che comunicando anche da parte sua l’adesione alle Città Vicine di Napoli, città ribelle, ha rivendicato la sua azione di “riconoscimento giuridico” dei luoghi liberati come Beni Comuni. Secondo Nadia Nappo, tutti i luoghi Beni Comuni, compresa la Casa delle donne che al momento non c’è nelle delibere del sindaco, devono entrare nel patrimonio del Comune perché «non basta una delibera, che un altro sindaco può abolire e dire che quello è uno spazio pubblico e non un Bene Comune che appartiene alla collettività che se ne prende cura, e una collettività non la puoi vendere».

Mantenere la “spiralità” tra questione sociale e politica del simbolico ha a che fare anche con il rapporto tra il linguaggio della differenza e quello dei diritti, della parità. Un esercizio che si presenta anche tra donne – come ha raccontato Tristana Dini – e che crea “difficoltà a farsi capire”, ha aggiunto Daniela Dioguardi. Un linguaggio che supera quella spiralità è il linguaggio dell’arte quando – come ha mostrato Katia Ricci – si fa linguaggio politico, racconto di pratiche, saperi e azioni.

Molte le questioni lasciate aperte e su cui dovrà continuare la riflessione, il dialogo e il confronto che Anna Di Salvo ha proposto di fare in un incontro da organizzare nella prossima estate.

(lecittavicine.wordpress.com, 21 marzo 2018)

di Valeria Strambi

L’associazione Fiesolana2b vuole ripartire dai libri: i volumi acquistati grazie all’aiuto dei cittadini saranno dati in prestito gratuitamente

E se l’addio alla Libreria delle donne di Firenze si trasformasse in un benvenuto a una nuova biblioteca femminista? L’idea di riempire gli spazi lasciati vuoti dai libri venduti con libri che andranno in prestito è dell’associazione Fiesolana2b, che da anni organizza incontri, iniziative e dibattiti all’interno dei locali che ospitavano la libreria e che ha ora deciso di lanciare un crowdfunding per sostenere il progetto e acquistare una serie di volumi. Libri di donne e per le donne che permetteranno di mettere in piedi una vera e propria attività di scambio, per cui tutte le persone che si vorranno associare potranno consultare i volumi o ottenerli in prestito gratuitamente.

L’annuncio della chiusura della storica Libreria delle donne, inaugurata l’8 marzo del 1980 da 40 giovani fiorentine e non che volevano aprire uno spazio di cultura e di incontro in città, risale al 3 marzo scorso. All’origine della decisione, molto sofferta, la crisi del mercato dei libri e l’impossibilità di sostenere le spese da parte della Cooperativa delle donne, che proprio per questo ha scelto la strada della liquidazione volontaria. “Purtroppo l’aumento dei costi di gestione non consente più di mantenere aperta la libreria, nonostante l’impegno, la passione e l’amore per i libri delle socie e le numerose iniziative culturali che continuano a svolgersi, e nonostante il costante sostegno di molte e di molti” aveva spiegato Emilia Mazzei, ex presidente della cooperativa.

Ora l’idea è di far partire la rinascita proprio dai libri. Per tutto il mese di marzo i volumi conservati in via Fiesolana continueranno a essere venduti con uno sconto del 25%. “Giorno dopo giorno vediamo gli scaffali svuotarsi e se da una parte ci fa piacere la risposta calorosa della città, dall’altra dispiace vedere attorno a noi questo vuoto – racconta

Agnese Fusco, che da 15 anni lavora nella libreria – la Cooperativa e la libreria non esisteranno più, tutte noi però abbiamo avuto la sensazione che questo spazio non fosse più lo stesso senza i suoi libri. Per questo è nata l’idea di far nascere una biblioteca. Grazie al crowdfunding speriamo di riuscire ad acquistare nuovi libri o parte dei nostri libri che ancora abbiamo qui per ripartire da quella cultura femminista che tutte noi abbiamo a cuore”.

(la Repubblica, 21 marzo 2018)

di Luca Tancredi Barone

Intervista alla sindaca. In campo per appoggiare l’Ong catalana: «Forniremo tutti i mezzi necessari per far fronte al processo»

La sindaca di Barcellona Ada Colau ha messo in campo tutto il suo peso politico per appoggiare l’organizzazione catalana Pro Activa Open Arms, che ha denunciato il sequestro della sua nave nel porto di Pozzallo. Ieri alle 12.30 la sindaca si è presentata nel porto di Barcellona per una conferenza stampa accanto al fondatore della Ong che si dedica dal 2015 a salvare vite umane, l’ex bagnino Òscar Camps, al giornalista Jordi Évole, autore di un documentario tv che ha fatta conoscere al pubblico spagnolo l’attività dell’ong, e al cantautore catalano Joan Manuel Serrat.

Camps è convinto che il sequestro della nave ha l’obiettivo di eliminare dal Mediterraneo tutte le ong che si occupano di salvare i migranti e ha ricordato le minacce da parte della guardia costiera libica a cui è stata sottoposta l’organizzazione, che ha salvato da morte sicura già quasi 60mila persone. La settimana scorsa per la prima volta l’organizzazione ha dovuto esplicitamente chiedere l’aiuto del governo spagnolo per poter attraccare in un porto europeo».

Dopo aver inviato di prima mattina un tweet in italiano in cui chiedeva al governo di Roma di liberare la nave sequestrata, Colau ha seguito con preoccupazione tutta la vicenda e promette che il comune farà tutto quello che è in suo potere per aiutare l’organizzazione umanitaria.

Il “passaggio sicuro” che chiedete per le persone salvate in mare non potrebbe essere lo stesso porto di Barcellona?

Magari! Ne saremmo felicissimi. Ma il problema è che i porti li controlla lo stato, così come i flussi migratori. Se fossimo uno stato, se avessimo la nostra flotta, la città di Barcellona farebbe di tutto per accogliere le navi di Open Arms e salvare esseri umani. Con Pro Activa Open Arms abbiamo siglato un accordo perché come città ci sentiamo rappresentati da quello che fanno, agiscono come pensiamo si debba fare e hanno tutto il sostegno economico, giuridico e istituzionale del comune.

In che consiste questo sostegno?

Ogni volta che ci chiedono un aiuto concreto, come l’acquisto di giubbotti salvavita, noi glielo diamo. Abbiamo versato 100mila euro per sostenere le loro attività di salvataggio in mare. Anche se speriamo che le accuse formulate verso i membri dell’equipaggio vengano ritirate, se così non dovesse essere, forniremo tutti i mezzi giuridici per far fronte al processo. Siamo già in contatto con avvocati in Italia e Spagna. Istituzionalmente, ho chiamato il ministro degli esteri Dastis e la console italiana a Barcellona perché aiutino a sbloccare la situazione. Open Arms deve sapere che il comune si impegnerà al massimo nella difesa di questa imbarcazione e dell’equipaggio che rappresenta i valori di Barcellona e di molti barcellonesi.

Crede che il governo spagnolo abbia fatto qualcosa?

Deduco che il governo spagnolo si sia messo in contatto con quello italiano, perché il permesso per attraccare è arrivato venerdì come in molti avevamo chiesto. Ma ora ho l’impressione che i due governi si stiano rimpallando le responsabilità. Il problema è che nel frattempo qui, nel nostro mare, sta morendo la gente.

Che dovrebbero fare i governi?

Capisco che esiste un problema molto complesso, come quello dei flussi migratori. Ma ora siamo davanti a un problema umanitario, ci sono persone malate, bebè in mezzo al mare che hanno bisogno di aiuto urgente. C’è un obbligo giuridico di aiutare le persone in pericolo che i governi europei non stanno rispettando. Open Arms sta prendendo il loro posto. Non solo non riconoscono il suo lavoro, ma stanno cercando di criminalizzare la solidarietà e l’impegno umanitario. Noi cittadini non possiamo permetterlo perché senza la solidarietà l’Europa perde di significato.

L’Italia però affronta quasi da sola questa emergenza.

Non è giusto che l’Italia debba gestire da sola il flusso di migranti. Ci potete considerare vostri alleati: esigiamo che la Spagna accolga i 17.000 rifugiati che si era impegnata a ricevere. Ha ragione l’Italia: l’Ue ha una gran capacità di accoglienza che non sta mettendo in atto, al contrario di quello che fanno altri paesi del Mediterraneo che accolgono milioni di persone. È necessario che tutti si impegnino perché l’accoglienza sia ordinata e garantisca un trattamento degno e adeguato per tutti. Le persone che si stanno buttando in mare raccontano che in Libia ci sono violazioni massicce dei diritti umani, ci sono torture, assassini. Non possiamo delegare a paesi come la Libia o la Turchia la gestione dei migranti.

Cosa siete disposti a fare come comune se il governo non vi ascolta?

Purtroppo gli strumenti che abbiamo sono scarsi. Ma insisteremo fino a allo sfinimento, non accettiamo che lo stato alzi la bandiera spagnola solo per intervenire nel conflitto catalano. La nave Open Arms batte bandiera spagnola. Il vero patriottismo si dimostra difendendo una nave umanitaria.

(il manifesto, 20 marzo 2018)

di Franca Fortunato

È passato alla storia come il sindaco che ha ridato vita a un borgo altrimenti destinato allo spopolamento e all’abbandono. Eppure Domenico Lucano, o meglio “Mimì Capatosta”, il sindaco che ha trasformato Riace da paese dei Ruga, potente famiglia mafiosa che domina nella zona di Locri, in paese dell’accoglienza per chi arriva sulle nostre coste da paesi dilaniati da guerre, carestie e fame, negli ultimi mesi è stato oggetto di tre ispezioni – una richiesta da lui stesso – da parte della Guardia di Finanza, a cui sono seguite tre relazioni della Prefettura di Reggio Calabria e del Ministero degli Interni, una negativa e due positive a cui ha fatto seguito un avviso di garanzia della Procura di Locri per “abuso d’ufficio, concussione e truffa aggravata per il conseguimento di erogazioni pubbliche in relazione alla gestione del sistema di accoglienza”. Per inciso, delle tre relazioni solo quella negativa, che non nega i risultati positivi del modello Riace, è stata consegnata al sindaco e data in pasto a giornali come “Il Giornale”, che secondo il suo stile ha tentato di dare avvio a una campagna diffamatoria. Un gruppo di fascisti, agitando quella relazione, ha organizzato a Riace una manifestazione contro Lucano e gli immigrati, ma è fallita. La notizia clamorosa dell’avviso di garanzia ha scatenato sconcerto, indignazione e tanta solidarietà per la fama che ormai accompagna nel mondo il “modello” Riace. Dietro a tutto questo tanti/e hanno visto il tentativo – da parte delle Prefetture e del Servizio centrale dello Sprar che opera in nome del Ministero – di porre fine, o al meglio ostacolare, un’esperienza che tutto il mondo ci ammira e ci invidia e che molti Comuni, dentro e fuori la Calabria, hanno cominciato a copiare. Troppo successo per Riace e il suo sindaco, in un momento in cui la fortezza Europa, che ha perso la sua anima, si chiude su stessa e l’Italia firma un accordo con i libici che il responsabile Onu per i diritti umani, Zeind Ra’ad Al Hussein, ha definito “un’offesa alla coscienza dell’umanità”, per impedire con ogni mezzo alle/ai migranti l’attraversata del Mediterraneo. Nel 2009 si celebravano a Berlino i vent’anni dalla caduta del muro, il regista Wim Wenders, nel presentare il suo film su Riace “Il volo”, di fronte a dieci Nobel per la pace ebbe a dire: «La vera civiltà, la nostra speranza come Europa io l’ho incontrata a Riace, un piccolo paese della Calabria». La rivista americana Fortune per il 2016 ha inserito Lucano tra i 50 uomini più influenti del mondo. La Rai ha pensato di girare una fiction con Giuseppe Fiorello per raccontare la storia di Lucano e di Riace e, dopo l’avviso di garanzia, c’è qualcuno che sta tentando di impedirne la messa in onda, prevista per il prossimo febbraio. Troppo successo in giro per il mondo. Troppo successo per terra di Calabria dove a molti sta bene continuare nella narrazione di una terra di ’ndrangheta e anti-’ndrangheta, senza possibilità che accada altro. Riace sta lì a dire che altro è già accaduto, che un’altra politica, un’altra Calabria, un altro mondo non solo è possibile ma che già esiste, grazie a un sogno, a un’idea, che Domenico Lucano si portava dentro e che, aiutato dalla sua gente e dai suoi compagni e compagne d’avventura, ha saputo trasformare in realtà, quello di fare del suo paese una Riace aperta, accogliente, solidale, dove la sua gente potesse vivere in pace con chi “forestiera” arriva sulle nostre coste col sogno di potersi costruire una nuova vita. A Riace, chi arriva, finito il periodo previsto dai progetti Sprar, a cui aderisce, può restare e continuare a lavorare nei laboratori artigiani riportati a nuova vita; può restare e lavorare nelle cooperative che gestiscono l’accoglienza, può continuare a mandare i propri figli e figlie a scuola e all’asilo che così restano aperti; può continuare a curarsi nell’ambulatorio aperto dal Comune e gestito da medici volontari. Chi vuole, insomma, può scegliere tra partire o restare. Da quando Mimmo Lucano è sindaco sono passati da Riace circa seimila migranti, molti sono rimasti e oggi su 1800 abitanti 600 sono stranieri. Ma questo non è previsto dai regolamenti dei progetti Sprar che obbligano, dopo sei mesi, a mandare via chi esce da tali progetti. Da qui una delle criticità contestate al sindaco. Lucano avrebbe speso 638mila euro senza giustificazione. Lui ha replicato che quei soldi sono serviti per quel 30 per cento di migranti che hanno superato i 6 mesi del periodo massimo di permanenza, e che quindi quel denaro non è sparito nel nulla, è stato contabilizzato e speso. Il conflitto aperto tra maschi è tutto politico, tra due modi di concepire l’accoglienza: emergenza o opportunità? La condizione di masse di immigrati nullafacenti concentrati per lungo tempo nei Cara, in attesa di conoscere il proprio destino, o abbandonati a se stessi ed emarginati in tante nostre città, dove la solidarietà ha il volto di chi va in loro soccorso, violando la legge “Minniti-Orlando” e le ordinanze dei sindaci, sono la diretta conseguenza di quella visione emergenziale che ha dato fiato alle mafie, alla corruzione, al razzismo, alla xenofobia e al fascismo fino ai vergognosi accordi con la Libia. Il modello Riace è tutt’altro, è una nuova civiltà a cui l’Europa non sa guardare e neppure chi ci governa. Nessun muro, nessun filo spinato, reale o simbolico, sarà mai innalzato a Riace. Nessun migrante sarà mai emarginato o cacciato dal paese, anche se questo vuol dire disubbidire a un regolamento redatto dal Ministero degli Interni, perché la civiltà delle relazioni umane si pone sempre al di sopra della legge. Quando la legge obbliga alla cieca obbedienza, è la capacità di pensare che viene meno e tutto diventa fredda burocrazia. Quanto questo sia pericoloso lo ha argomentato bene Hannah Arendt in “La banalità del male” a proposito del processo ad Eichmann a Gerusalemme, un burocrate incolore, fedele servitore della macchina nazista di sterminio degli ebrei. Lucano è un uomo di pensiero, di passione politica, di amore per la giustizia più che per la legalità, come ha ripetuto con emozione anche alla grande manifestazione di solidarietà nell’anfiteatro (costruito dove c’era una discarica) del 13 ottobre scorso (dove c’ero anch’io insieme a Serena Procopio. Questa estate, insieme ad altre donne della rete delle Città Vicine, abbiamo partecipato al Riace festival dove abbiamo presentato il nostro libro sull’Europa, edito dalla Mag di Verona e curato da Loredana Aldegheri, Mirella Clausi, Anna Di Salvo).
Là dove c’è pensiero libero si fa strada la creatività, l’inventiva, che sa aggirare gli ostacoli e trovare le soluzioni giuste. Il 18 luglio 2012 Lucano fa lo sciopero della fame per chiedere lo sblocco dei fondi che non arrivavano da un anno. Risolta la situazione, Mimì capisce che il problema si ripresenterà in futuro e perciò si ingegna per trovare una soluzione definitiva. Si inventa allora i bonus, una sorta di moneta locale che ha la stessa funzione dei “buoni pasto” che dipendenti pubblici e privati usano per fare la spesa. I migranti possono così fare la spesa a debito e i commerciati cambiare i bonus in euro all’arrivo dei finanziamenti. Ad avvantaggiarsene è l’intera economia del paese. Migliaia di euro, che sarebbero serviti per pagare gli interessi alle banche per avere gli anticipi di cassa, vengono così risparmiati e utilizzati per “borse lavoro” ai migranti. Lo stesso sistema si è poi diffuso in molti Comuni limitrofi: Camini, Gioiosa Ionica, Stignano, Caulonia, Acquaformosa. Per sette anni la Prefettura l’ha accettato ma non il Ministero che, anziché estendere la trovata di Lucano a tutti i Comuni che aderiscono ai progetti Sprar, gli ha intimato di sospendere i bonus perché “in Italia è vietata l’emissione di moneta e di qualsiasi suo sostituto”. Lucano non obbedisce e oggi viene indagato per irregolarità. Ma, ci si chiede, perché non si dichiarano allora illegali anche i “buoni pasto”? Non sarà che si vogliono favorire le banche, costringendo Riace e gli altri Comuni che hanno adottato i bonus a prestiti bancari con relativi interessi? Altro addebito mosso a Lucano è l’affidamento diretto dei servizi, senza bandi, dimenticando che – come lui scrive nella sua controrelazione – è stata proprio la Prefettura ad invocare questo metodo con «continue ed impellenti richieste di posti straordinari da attivare “con immediatezza”, per sistemare quanti più migranti possibili, arrivati al porto di Reggio Calabria». Un paradosso. E poi c’è anche l’affidamento diretto delle abitazioni sfitte sprovviste di “idoneità all’accoglienza o destinazione d’uso, l’osservanza delle norme edilizie-urbanistiche (compresi i certificati di agibilità e abitabilità), di abbattimento delle barriere architettoniche, di sicurezza degli impianti e antincendi”. Assurdo!! E ancora, la chiamata diretta anche per gli operatori, 80 in tutto, quando la chiamata fiduciaria è prevista per legge, così come la proroga. E poi c’è l’accusa di parentopoli. Chiarito che Lucano è separato dalla moglie che insieme ai figli vive fuori della Calabria, c’è da dire insieme a lui «che è inevitabile che in un paese piccolo ci siano alloggi di proprietà di soggetti legati da vincoli di parentela con personale in servizio presso l’Ente gestore». Insomma una montagna di accuse, di rilievi di criticità che hanno tutto il sapore di chi rema contro Riace e il suo sindaco. Ma il tutto si sta rivelando un boomerang.

(Casablanca – Le Siciliane, novembre-dicembre 2017)

di Luigi Ippolito, corrispondente da Londra

Proteste e «duelli» (anche in piscina) tra femministe e attivisti transgender: questi ultimi rivendicano il diritto per tutti di cambiare sesso a piacimento, le prime difendono gli spazi conquistati dalle donne dall’invasione di «finte femmine»

Che ci facevano venerdì scorso due donne in boxer e a seno nudo nella piscina maschile di Dulwich, a sud di Londra? Semplice: si «identificavano» come uomini e così protestavano contro l’idea, appoggiata anche dal governo, che il sesso di una persona non sia una questione biologica ma di autopercezione.

La querelle può apparire bizzarra ma da un po’ di tempo oppone in maniera furiosa le femministe agli attivisti transgender: questi ultimi rivendicano il diritto per tutti di cambiare sesso a piacimento, le prime difendono gli spazi conquistati dalle donne dall’invasione di «finte femmine».

Dunque venerdì scorso Amy Desir, 30 anni, e la sua amica Hannah, 39, si sono presentate alla piscina riservata agli uomini e si sono proclamate maschi. Il personale le ha fatte entrare senza fiatare, loro si sono cambiate negli spogliatoi maschili, hanno indossato un paio di boxer e sono andate a tuffarsi in acqua. La ventina di uomini presenti ha fatto finta di niente, finché un signore anziano non ha fatto notare alle due donne che era un giorno riservato ai clienti maschili. «Ma io sono un uomo!», ha replicato Amy, al che il tizio ha esclamato «Ma davvero?», inarcando il sopracciglio.

In realtà «lo abbiamo fatto per sottolineare la ridicola e pericolosa deriva verso l’autoidentificazione – hanno spiegato le due protagoniste del gesto – Chiaramente non siamo uomini, ma semplicemente dicendo di esserlo siamo state autorizzate a partecipare ad attività riservate ai maschi».

Amy e Hannah avevano addirittura annunciato via email le loro intenzioni ai responsabili della piscina. Che in un eccesso di politicamente corretto hanno replicato che «ogni cliente è libero di usare gli spogliatoi che ritiene necessari. Facciamo del nostro meglio per evitare i pregiudizi».

All’origine della questione c’è la proposta del governo di introdurre una legislazione in base alla quale i transessuali potranno ottenere un certificato di riconoscimento del loro nuovo sesso senza passare per un esame medico o un’operazione chirurgica, né dimostrando di aver trascorso un certo tempo nel nuovo sesso, ma semplicemente dichiarandosi maschi o femmine. Un’idea che ha attirato critiche soprattutto da parte delle donne, che temono che uomini malintenzionati possano introdursi in questo modo in spazi femminili.

(Corriere della Sera, 19 marzo 2018)

di Paolo Rodari

Francesco: «I clienti al novanta per cento sono battezzati cattolici. Le autorità civili potrebbero far cessare questa tortura».


Città del Vaticano – Dice che «la tratta è un crimine contro l’umanità». Ma ricorda anche che «servirsi di queste ragazze è criminale». E ancora: «I clienti al 90 per cento sono battezzati cattolici».

Papa Francesco apre in Vaticano la riunione preparatoria del Sinodo dei giovani (a ottobre riunirà i vescovi sul tema «I giovani, la fede e il discernimento vocazionale») e agli oltre trecento ragazzi arrivati da tutti i continenti parla dello sfruttamento della prostituzione: «È una mentalità malata – dice – quella che porta a sfruttare la donna». E ancora: «Alcuni governi cercano di fare pagare multe ai clienti. Ma il problema è grave, grave, grave. Vorrei che voi giovani lottaste per questo. Se un giovane ha questa abitudine la tagli. Chi fa questo è un criminale. Questo non è fare l’amore, è torturare una donna, è criminale».

Da tempo la Chiesa ricorda con forza come tutte le prostitute non siano altro che delle schiave. Francesco racconta in proposito di essere stato «l’anno scorso a visitare una delle case delle ragazze liberate da questa schiavitù». «È da non credere – dice – Una è stata rapita in Moldavia e portata legata a Roma, nel portabagagli», con la minaccia che le avrebbero ucciso i genitori. «Quelle che vengono per esempio dell’Africa vengono ingannate per un lavoro. Quando le portano nelle nostre città, quelle che resistono vengono torturate e a volte mutilate. Ci sono i giorni di “ammorbidimento”, quando arrivano: ti picchiano, torturano e alla fine cedi. Una delle ragazze mi ha detto che quando non ha portato la somma le hanno tagliato l’orecchio, ad altre hanno spezzato le dita. È una schiavitù di oggi. Qui in Italia, dobbiamo avere il coraggio di dirlo, i clienti, al 90 per cento sono battezzati cattolici. E sono anche tanti. Io penso allo schifo che devono sentire queste ragazze quando gli uomini le fanno fare delle cose».

Francesco rammenta anche un’esperienza vissuta a Buenos Aires. Visitò in ospedale i feriti nell’incendio di una discoteca. «In terapia intensiva – dice – c’erano degli anziani che avevano perso il senso, avevano avuto un ictus. Mi hanno detto: sono stati portati qui dal postribolo. Anziani, giovani, queste ragazze sopportano tutto». E ancora: le ragazze quando cominciano il lavoro «per difendersi attuano una schizofrenia difensiva, isolano il cuore, la mente, per salvare quello che possono della dignità interna e così si difendono, ma senza nessuna speranza. Alcune sono riuscite a fuggire ma la mafia le perseguita. A volte le trovano. Quando si liberano, spesso non hanno il coraggio di denunciare, ma non sono codarde: amano tanto la famiglia e non vogliono che i genitori e i fratelli siano sporcati».

«Ho parlato con loro – confida Francesco – in una bella riunione in una delle case di don Oreste Benzi», il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII che ha sempre sostenuto che se le autorità civili volessero la prostituzione potrebbe essere eliminata dalle strade italiane in una settimana. «Loro hanno un metodo – dice il Papa -, in quanto le ragazze sono sorvegliate i volontari fanno così per aiutarle: si avvicina uno di loro, e quelli pensano che si accordino sul prezzo, cioè chiedano: “Quanto costi?”. Ma loro domandano invece: “Quanto soffri?”. La ragazza sente, loro gli danno il biglietto con scritto: “Ti porteremo via, non lo saprà nessuno. Ci vediamo in quell’angolo a quell’ora e ti porteremo fuori Roma”». Così, dice Francesco, «inizia la terapia, e un insegnamento per aiutarle poi a trovare un lavoro e a reinserirsi. Una delle opere che io conosco è a Roma, ma ce ne sono tante».

(la Repubblica, 19 marzo 2018)

di Antonella Mariotti

Ad Alessandria donato un tesoro di documenti

 

«Queste ragazze sono in gamba, hanno tanto entusiasmo. Sono toste». Maria Teresa Gavazza ha un sorriso grande così, settant’anni compiuti il 2 febbraio, ti accompagna in una stanza piena di libri, documenti, ritagli di giornali, e ciclostili e appunti presi dal 1967 in avanti.

«È un archivio storico del femminismo in Piemonte tra Alessandria e Torino e lo donerò alle ragazze». Le «ragazze» sono le donne dell’associazione «Non una di meno» che ad Alessandria sta combattendo per avere una «Casa delle donne», un luogo fisico e istituzionale che faccia da punto di incontro di associazioni, servizi e donne appunto che hanno bisogno o solo voglia di incontrarsi. «Io l’ho detto all’ultima riunione: vi regalo tutto e sarà l’inizio della vostra, della nostra, biblioteca delle donne». Maria Teresa, che tutti chiamano Teresa, abita a Quargnento «io sono nata nel Cuneese e ho studiato al Magistero di Torino, venivo dalle magistrali perché sai, a quel tempo le donne non le mandavi al liceo».

Lotta per studiare, si batte per il ’68 «che noi avevamo iniziato nel ’67. Facevamo la resistenza passiva tornavo a casa sempre con i bottoni del cappotto strappati. I miei si chiedevano perché, era che ci prendevano di peso e i bottoni saltavano», sorride, anche con gli occhi per dirti: «non era mica facile», e tira fuori i diciassette faldoni di documenti sulla rivoluzione delle donne piemontesi. Faldoni con i ciclostili su aborto, divorzio, educazione sessuale. Sono il lavoro che ad Alessandria si faceva nella Casa delle donne che negli Anni Settanta c’era ed era in via Solero 24. E tra quei documenti archiviati meticolosamente («sono una storica, è il mio lavoro») ci sono anche le foto.

In bianco e nero spuntano cortei, manifestazioni, e lei sempre con quel sorriso, sicuro e impertinente di chi non si siede mai ad aspettare. «All’università dove insegnavo a un certo punto ci chiesero perché non ci battevamo per la riforma. Macché riforma, noi volevamo fare la rivoluzione». Quel sogno Teresa l’ha raccontato anche in un libro «Il sogno di una rivoluzione. Il mio ’68 a Torino». E ora si prepara a sognarne un’altra di rivoluzione.

(La Stampa, 18 marzo 2018)