di Vita Cosentino

Se ne è andata troppo presto Gioconda Pietra, il 25 aprile 2018, colta di sorpresa dal male nel pieno della vita attiva, con ancora tanti desideri e progetti. Da poco in pensione, si dedicava con passione alla politica cittadina, presa dalle tante battaglie sociali e civili che le stavano a cuore come consigliera comunale.

Da sempre Gio era instancabile. Per dirne solo qualcosa, oltre al lavoro di insegnante, da anni e anni organizzava Sestogioca per tutte le scuole elementari di Sesto San Giovanni e con la sua associazione di donne Le Malandre gestiva a livello volontario un centro di aggregazione giovanile cittadino.

Gio emanava simpatia ed era la donna più generosa che ho conosciuto nella mia vita. Buona lettrice, soprattutto di romanzi, preferiva su tutte Virginia Woolf. L’ho sempre vista accompagnata da un cane dalmata. L’ultima, la Selly, l’ha fatta disperare perché era sordastra e non rispondeva ai comandi. Quando abitava in via del Riccio, ogni primavera aspettava le rondini, che avevano fatto il nido sotto la sua tettoia.

Un paio di anni fa si era riavvicinata alla Libreria delle donne di Milano e in un testo per Via Dogana 3 ne parla come “tornare alla casa della madre”. Sì, perché l’avventura femminista di una vita per lei era cominciata da lì.

Gio aveva la fierezza di essere donna. Era una qualità della sua persona e della sua presenza. Che attraeva. Quando la conobbi negli anni 80 nel bel mezzo di lotte sindacali era alla ricerca di qualcosa e si entusiasmò subito all’idea, che veniva dalla Libreria, di esserci a scuola come donna. Poi ci ritrovammo come colleghe nella Calamandrei, e fu la sua forza contagiosa che permise di avviare esperienze che cambiarono in profondità il modo di intendere e di fare la scuola. Intere serate passate a leggere e discutere. Era elettrizzante riportare al centro l’umano, il fatto di essere maschi e femmine e abbandonare con leggerezza il ruolo del “buon programmatore”. Gio era una donna libera e trasgressiva, sapeva ridere e fare battute al vetriolo. L’ambizione era di cambiare la scuola da cima a fondo e sarebbe tutta da scrivere la storia di quello che con l’apporto di tante altre insegnanti fu realizzato nei dieci anni successivi. Ma ora lei non c’è più a ricordare la sua parte.

Gio insegnava educazione fisica e aveva la passione dell’animazione teatrale. Ne fece uno strumento duttile per portare la ragazze alla scopertà del sé attraverso il gioco corporeo e il racconto “con una sempre maggiore coscienza di ciò che si è e del proprio valore”. Questo in termini diversi funzionava anche per i ragazzi. Ma in quegli anni ci interrogavamo soprattutto su come favorire nelle ragazze il costituirsi della soggettività femminile. E in questo con il suo lavoro ha contribuito a un cambiamento di cui oggi si vedono i risultati.

Man mano negli anni aveva perfezionato il suo impianto di lavoro teatrale e assieme a Candida Canozzi aveva scritto un vero e proprio manuale per cui ha cercato invano un editore. Su questo tema veniva chiamata a tenere corsi per le future insegnanti. Mi auguro che quel buon manuale veda la luce. Lo merita!

In quell’articolo di Via dogana scrive: “Il mondo è anche mio. Non solo loro”. Gio era impulsiva, impetuosa, non poteva star ferma di fronte alle ingiustizie e a volte si arrabbiava con il mondo intero. Però poi ci ripensava e ne discuteva con le amiche più fidate e trovava le parole per fare la mediazione politica necessaria. Gio era veramente presente nella sua città e sentiva che tutto la riguardava. Voleva esserci nella cosa pubblica e “contrastare in ogni modo che il potere prendesse il posto della politica”. Quel libro di Diotima, Potere e politica non sono la stessa cosa, le era piaciuto molto e lo regalava alle assessore con cui era in relazione.

Gio conosceva tutti e tutti la conoscevano. Era amata, a cominciare dai fratelli a cui era molto legata, e amava la vita. Solo ogni tanto, fin da giovane, sul suo volto si stampava una ruga di malinconia. In quei momenti diceva che sentiva l’inutilità della vita di fronte all’abisso della morte. È vero. Eppure per lei questo non vale perché ha lasciato un segno nel mondo e nel cuore di chi l’ha conosciuta.

 

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(www.libreriadelledonne.it, 26 aprile 2018)

di Luisa Muraro

 

“Siamo stufe delle belle parole e della politica vuota” hanno scritto quelle di Wans parlando della rivista Artforum. Wans è l’acronimo di We are not surprised (“non siamo sorprese”). Di che cosa? Provate a immaginare.

Incurante di questi umori femminili originati dal Metoo, il direttore della Stampa ha scritto un enfatico elogio delle donne per proporre di mettere una qualche donna a capo del governo prossimo futuro. Alberto Leiss, che da anni frequenta il femminismo, sul manifesto del 14 aprile riferisce e sottoscrive l’editoriale, ma senza entusiasmo tant’è che, prima del punto finale, si ferma a chiedersi: questo inneggiare al valore femminile “non sarà una vecchia via di fuga?”

Vecchia e sempre nuova, mi viene da commentare, ma la parola giusta forse è un’altra: vacua. Nel suo famoso elogio dell’amore, la prima immagine squalificante che usa l’apostolo Paolo, è proprio questa: la vacuità.

La vacuità è il rischio che corrono gli uomini quando decidono di parlare bene delle donne. Sono sinceri ma sono ignoranti e il movente profondo potrebbe essere sempre lo stesso (la vecchia storia che dice Leiss), cioè i sensi di colpa. Con l’aggiunta, ai nostri giorni, di un certo opportunismo.

Motivi per sentirsi in colpa non mancano agli uomini, specialmente a quelli che comandano sugli altri. Motivi grandi come case. Nel 1992 le Edizioni Dehoniane di Roma hanno pubblicato un libro, Misoginia, a cura di Andrea Milano, che lo dice: dal passato remoto il male della misoginia è arrivato al passato prossimo (i famosi Codici della rivoluzione borghese…) e dal presente si dirige impunito verso il futuro, aiutato dalla Rete, mai interrogato come si deve.

Ma i sensi di colpa non servono: sono funghi effimeri e spesso velenosi. Così ho avuto l’idea di fare come i confessori di una volta con i penitenti senza immaginazione, e come fanno oggi gli esaminatori con gli studenti senza idee: dargli una traccia. Chi sente l’impulso di parlare bene delle donne, lo ascolti e si chieda: che cosa ho da dire, io, precisamente? sono informato? dove vado a parare? sono di quelli che saltano le notizie del femminismo e si dicono: ormai è finito? sesso a parte, quante e quali donne conosco personalmente per nome e cognome? sesso a parte, che interesse provo per loro? sono pronto a dare un seguito pratico alle mie parole? o voglio solo fare colpo? a chi e che cosa penso veramente quando cerco la cosa giusta da dire o da fare? che cosa so io per certo della società femminile? vado dietro ai soliti luoghi comuni? o, peggio, mi compiaccio di comodi rovesciamenti dei luoghi comuni? L’elenco potrebbe continuare e non si dica che è troppo lungo. D’altra parte, non è obbligatorio parlare bene delle donne: dopo tanto parlarne male, la sola cosa vietata è parlare a vanvera. Lo stesso vale per la politica, come dicono le americane: stufe di belle parole e di politica vuota. Che, tradotto per gli italiani, vuol dire: non fate delle donne il pretesto per i vostri vizi di sempre.


(www.libreriadelledonne.it, 20 aprile 2018)

di Cristina Obber

È stato ucciso dal padre il 25 febbraio 2009, per punire sua madre. Il 18 aprile gli è stato intitolato il parco giochi di San Donato Milanese. Sulla targa: Vittima di figlicidio.

Oggi Federico Barakat avrebbe compiuto 18 anni.È stato ucciso poco prima di compiere nove anni, il 25 febbraio 2009.

È stato ucciso da un padre violento, con 30 coltellate, durante un incontro protetto [?] nella sede asl di San Donato Milanese.

La corte di Cassazione ha assolto gli operatori che ne avevanno la custodia e che regolamentavano gli incontri con il padre nonostante le denunce plurime della madre, Antonella Penati, nei confronti di un uomo che lei sapeva essere pericoloso per sé ma anche per l’incolumità di suo figlio.

Oggi il caso è al vaglio della Corte dei diritti umani di Strasburgo alla quale Antonella si è rivolta. La Corte ha posto un’interrogazione al governo italiano e si è in attesa di una risposta.

È significativo che oggi, sulla targa che intitola il parco giochi ubicato di fronte al luogo dove venne ucciso, Federico sia indicato come vittima di figlicidio, perché è un riconoscimento dovuto, a lui e alla madre, che ben sapeva che quell’uomo voleva farle del male e per farlo non avrebbe esitato a fare del male al figlio. Questo è il figlicidio, un altro modo per compiere un femminicidio.

Antonella aveva paura, ma veniva definita una madre alienante (in nome della cosiddetta sindrome di alienazione parentale o Pas, non riconosciuta scientificamente ma applicata di fatto nei nostri tribunali) che voleva allontanare padre e figlio, intromettersi nel loro rapporto. E questo succede tutti i giorni nel nostro Paese dove non si crede alle donne e si garantisce invece un rapporto con i figli anche ai padri violenti, perché il padre è sempre il padre, si dice, dimenticando cosa sia la responsabilità genitoriale.

Il figlicidio è femminicidio: lo dice a gran voce da nove anni Antonella Penati che ha fondato l’associazione «Federico nel cuore» per difendere i diritti di tanti bambini e bambine, che non vengono ascoltati così come non vengono ritenute attendibili le loro madri.

L’associazione ha chiesto da tempo al governo italiano di istituire una giornata nazionale (il 25 febbraio) intitolata al figlicidio, per ricordare tutte le vittime della violenza dei propri padri, ma ancora non ha ricevuto risposta.

Questa targa è un primo passo affinché la violenza sia riconosciuta per ciò che è, affinché si dia alle cose il loro nome.

Se le istituzioni fossero state preparate a farlo, oggi Federico festeggerebbe i 18 anni con la sua mamma e i suoi amici.

(www.letteradonna.it, 19 aprile 2018)

fascicolo speciale del manifesto, 48 pagine, 2 euro

Il Sessantotto raccontato in 18 storie. Di vita, di figli, di scelte, di sogni. Una presa di coscienza personale e collettiva. «Maturava un giudizio, lucidamente anticipato da Virginia Woolf con Le tre ghinee: “Questa non è la mia rivoluzione, questo non è il mio posto”», scrive Lia Cigarini, una delle autrici, ricordando «il gesto imprevisto di donne che si sono separate dalla politica degli uomini».

Il fascicolo, in edicola dall’11 aprile 2018, si trova anche alla Libreria delle donne di Milano.

di Maria Concetta Tringali

 

La panoramica presentata in questo articolo è di indubbio rilievo. Perché sia però utile a una riflessione costruttiva e informata, riteniamo di dover effettuare delle precisazioni. In primo luogo, la stessa configurazione della “questione” appare confusa: da un lato “bisogna comprendere (…) se sia reato reclutare e favorire la prostituzione volontariamente e consapevolmente esercitata”, dall’altro “se la legge Merlin confligga o meno con la libertà di autodeterminazione sessuale”. La questione in realtà è solo una, e riguarda la configurazione dell’attività di prostituzione propria, che vive anche di una dimensione economica da ricondurre, come ricorda Silvia Niccolai [1], nell’alveo dell’art. 41 della Costituzione, il quale riconosce una libertà d’iniziativa economica ben lungi dall’essere assoluta, in quanto “non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”.

Segue poi un’analisi di due modelli europei assunti come poli dell’attuale dibattito, ma il confronto con quelli può essere positivo solo se si ha ben presente il proprio punto di partenza, che non sembra invece tanto chiaro ai promotori dei vari disegni di legge italiani citati. Vorremmo ricordare perciò alcuni punti fondamentali della legge Merlin, che ad oggi regola questa realtà: l’abolizione della regolamentazione della prostituzione (prima parte del titolo della legge) si traduce nel bando di “case, quartieri e qualsiasi altro luogo chiuso” (art. 1, l. 75/1958) e nell’impedimento di qualsiasi forma di “schedatura” della donna che si prostituisce (sotto forma di registrazione o di controllo sanitario coattivo). La lotta allo sfruttamento della prostituzione altrui (seconda parte del titolo) si configura come reato di reclutamento, agevolazione e induzione alla prostituzione. Sono già previste infine politiche di assistenza alle prostitute che vogliano cambiare vita. L’obiettivo è chiaro: contrastare qualunque forma eterogestita di prostituzione altrui e riconoscere, che non vuol dire favorire, uno spazio a quella autogestita, propria. L’unica critica ragionevole che si potrebbe muovere alla legge riguarda l’ipotesi ivi prevista all’art. 3, n. 3), che si è tradotta in un ostacolo pratico all’esercizio della prostituzione, altrimenti ritenuta lecita dalla legge (diversamente da quella giurisprudenza che l’hai poi configurata come contratto ad oggetto illecito, privando così le prostitute di tutela). Si può sostenere l’esigenza di un intervento che ponga rimedio a questo punto, ma non a costo di spazzare via una legge che riconosce e protegge la dignità della donna e che non chiude laddove ancora non si sono trovati gli strumenti per il ripensamento di un rapporto tra i sessi tuttora intriso della visione della donna come oggetto sessuale.

  1. La legge Merlin, eredità femminile da riconoscere, Silvia Niccolai, Libreria delle donne, 10 marzo 2018, saggio illuminante su più di un punto della riflessione sul tema.

(Chiara Calori della redazione del sito della Libreria delle donne)

 

 

Se la prostituzione è fenomeno antico, tutt’altro che sopito è il dibattito attorno al tema, che spacca il paese e divide persino le femministe. L’Istat nel rendere noto, a ottobre scorso, il report dell’indagine condotta sul sommerso per gli anni 2012-2015, rileva che i servizi di prostituzione realizzano un valore aggiunto pari a 3,6 miliardi di euro – ossia poco meno del 25% dell’insieme delle attività illegali – e consumi per circa 4 miliardi di euro [1]. Il dato è confermato dall’Ufficio Studi della CGIA [2].

Il Codacons ci consegna un aumento dei clienti, che hanno raggiunto quota tre milioni, così come delle prostitute, passate da 70.000 a circa 90.000. Nemmeno la crisi economica ha intaccato il fatturato [sic! ma un fatturato non esiste per definizione! NdR] della prostituzione che risulta cresciuto del 25,8% (passando dai 2,86 miliardi di euro del 2007 ai 3,9 miliardi di euro annui del 2016) [3].

Si converrà che il fenomeno presenta molteplici piani di lettura. Intanto quello giuridico, dove la questione non sembra trovare pace.

È del 7 marzo scorso la decisione con cui il Tribunale di Catania solleva questione di legittimità costituzionale della legge Merlin citando un precedente datato 6 febbraio. In quella occasione era stata la Terza Sezione penale della Corte di Appello di Bari a ritenere di dover sottoporre al vaglio della Consulta l’art. 3 di quella legge [4]. In premessa i giudici di Bari sono quasi portatori di un’urgenza di chiarezza: «Il fenomeno sociale della prostituzione professionale delle escort costituisce la novità che richiede un nuovo vaglio di costituzionalità della legge Merlin». Quello che bisogna comprendere in diritto è se sia reato reclutare e favorire la prostituzione, volontariamente e consapevolmente esercitata. All’origine di questa decisione sta la vicenda processuale che coinvolge Berlusconi, per via delle «cene eleganti» consumate tra il 2008 e il 2009 alle quali parteciparono una trentina di donne, contattate e accompagnate presso gli appartamenti dell’allora Presidente del Consiglio da quel Gianpaolo Tarantini considerato il re delle protesi sanitarie (già condannato dal giudice di prime cure a sette anni e dieci mesi, per reclutamento e favoreggiamento della prostituzione).

La domanda di fondo è se la legge Merlin confligga o meno con la libertà di autodeterminazione sessuale. Va ricordato che in argomento c’è già una presa di posizione della Corte Costituzionale del 1987 che ritiene la sessualità «uno degli essenziali modi di espressione della persona umana» con la conseguenza che «il diritto di disporne liberamente è senza dubbio un diritto soggettivo assoluto» tutelato dall’articolo 2 [5]. [Lo è certamente a fronte di un episodio di violenza carnale in tempi di guerra, quale è il caso su cui si è pronunciata la Corte. Altro piano è il diritto di disporre economicamente del proprio corpo, che non è assoluto, cfr art. 41 Costituzione. NdR]

E se i profili giuridici della questione sono tutt’altro che delineati e il confine del penalmente rilevante rimane così sfocato, spostando la riflessione sul piano del dibattito politico il risultato non cambia. In Italia la regolamentazione della prostituzione ha sollevato sin dalla sua istituzione vivo dissenso in molte personalità impegnate nella causa dell’emancipazione femminile. Si eccepiva che la dignità della donna rimanesse mortificata già a causa della sua registrazione come prostituta nelle liste della polizia. Allo stesso modo, non si accettava l’idea di consentire una prostituzione di Stato intesa quale male minore, teso a evitare abusi più gravi che sarebbero derivati da istinti altrimenti repressi. Anche la tutela della salute pubblica risultava, poi, argomento debole poiché spesso sconfessato dai fatti in quanto, se è vero che le donne venivano sottoposte a controlli periodici, non altrettanto accadeva con i clienti. Già Anna Maria Mozzoni, pioniera del femminismo, intorno al 1877 – in occasione del Congresso di Ginevra che aveva come obiettivo l’abolizione delle norme sulla prostituzione – riconosceva quale causa della “indegna schiavitù” l’inopportuna condizione lavorativa e sociale che relegava le donne in una posizione di subordinazione e di arretratezza.

 

Modelli a confronto

L’Europa dei giorni nostri oscilla tra due modelli a confronto, quelli di Germania e Svezia.

La proposta di risoluzione del Parlamento europeo elaborata dalla Commissione per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, a firma della relatrice Mary Honeyball, e approvata nel gennaio 2014, definisce la prostituzione «una forma di violenza contro le donne e una violazione della dignità umana e della parità di genere» [6]. L’atto fa di più e invita gli Stati dell’UE ad adottare il “modello nordico”. E analizza la situazione della Svezia che ha modificato la sua legge in materia di prostituzione nel 1999, vietando al cliente l’acquisto di sesso. Conclude che il numero di persone che si prostituiscono risulta essere un decimo rispetto a quello della vicina Danimarca, paese nel quale acquistare sesso è invece legale. «Raccomandando di considerare colpevole l’acquirente, ossia l’uomo che compra servizi sessuali, anziché la prostituta, il presente testo costituisce un altro passo sul cammino che porta alla totale parità di genere nell’Unione europea» [7].

Sull’argine opposto c’è l’esperienza tedesca che in quindici anni si è sedimentata sulla legalizzazione e sulla depenalizzazione del favoreggiamento e che però dal 2003 ha fatto registrare un netto incremento – almeno del 30% – delle vittime di tratta. Case chiuse come aziende, dove le donne continuano ad essere schiave [8]. «Contrariamente alla Svezia, 15 anni fa, la Germania scelse di legalizzare la prostituzione senza alcuna regolamentazione finendo per creare l’inferno in terra». Così si è espressa Ingeborg Kraus, psicoterapeuta, alla Conferenza sul mercato del sesso organizzata da TALITA il 2 ottobre 2017 [9] «La Germania è diventata il bordello d’Europa – ha continuato l’attivista, esperta in psicologia clinica e psicologia del trauma – ma non sacrificando le sue donne. Oggi approssimativamente il 90% delle prostitute viene infatti dall’estero, principalmente dei paesi europei più poveri, come Bulgaria e Romania». Ma la questione di fondo è – e rimane – una questione di principio. «Quando pensiamo alla legalizzazione della prostituzione dobbiamo porre a noi stessi, innanzitutto, una domanda chiave: la vagina può essere usata come uno strumento di lavoro? Dal punto di vista medico non è possibile (…). Non è un gioco, signori e signore! Al World Congress of Women’s Mental Health, tenutosi a Dublino l’anno scorso, il messaggio era chiaro: lo sviluppo sano e sostenibile di una società dipende dalla salute mentale delle donne. E la salute mentale delle donne è direttamente connessa al rispetto dei loro diritti».

Nel delineare questo quadro non si può prescindere dalle associazioni, schierate tra favorevoli e contrarie alla depenalizzazione. Chi chiede un approccio differente e che rispetti il punto di vista delle sex workers, dalle pagine del Fatto quotidiano, è il Comitato per i diritti civili delle prostitute, che distingue tra sex worker e vittima di tratta e sfruttamento sessuale [10]. Sono per il “no” soggetti storici del femminismo quale l’UDI (che nasce nel 1944-45), nonché comitati e associazioni femminili, tra i quali il Comitato per l’applicazione della legge n.75/58, costituitosi nel 2015.

Da quelle realtà che operano sul territorio provengono fotografie ravvicinate del fenomeno. Ci sono le 150 vittime di tratta assistite nel 2016 in strutture e famiglie dall’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, che in un report dà conto di avere liberato più di 7.000 vittime dallo sfruttamento sessuale. I numeri della Comunità correggono peraltro al rialzo le stime ufficiali: in Italia sarebbero infatti fra le 75.000 e le 120.000 le ragazze vittime di prostituzione; il 65% in strada; il 37% minorenne. Quelle testimonianze e quei rilevamenti, confluiti nella Relazione finale della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere approvata nel mese di febbraio, sono confermati dai dati raccolti dal Servizio centrale del sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (SPRAR) e rendono evidente la portata del fenomeno della tratta che determina l’arrivo in Europa di donne richiedenti asilo di prevalente nazionalità nigeriana, spesso minorenni [11].

Ma nel Belpaese, qual è la produzione normativa?

In Parlamento, tra il 2013 e il 2017, Camera e Senato della Repubblica contano una quindicina di progetti di legge sull’argomento.

Risale al marzo 2013 una proposta a firma Murer che si prefigge tra le prime una forma di regolamentazione che serva a inibire i conflitti sociali, poggiando sulla tecnica d’intervento della zonizzazione «da non confondere – si legge nel provvedimento – con i quartieri a luci rosse» [12]. Eh sì, perché anche a livello locale il tema tiene banco. E città come Milano, Roma e Venezia hanno raccolto negli ultimi decenni diverse mozioni, sottoposte al vaglio dei rispettivi consigli comunali, tese alla destinazione di luoghi specifici dell’area urbana all’esercizio del sesso a pagamento. Molti tuttavia non ci stanno. Ma il Parlamento sembra possibilista. Su proposta di Monica Cirinnà si rintraccia il disegno di legge al Senato che, sempre nel 2013, sceglie due strategie parallele: «La decriminalizzazione dell’adescamento e del favoreggiamento da un lato, l’individuazione di regole minime che indichino dove si può e dove non si può esercitare dall’altro». La strada indicata sembra quella della mediazione dei conflitti [13]. Si arriva fino a prevedere la comunicazione di avvio dell’attività presso le Camere di Commercio, con il pagamento degli oboli conseguenti.

A firma Calipari la proposta alla Camera, ancora del 2013, che si concentra su come «garantire il diritto di autodeterminazione sessuale dei cittadini e, contemporaneamente, il loro diritto alla tranquillità e alla libertà di movimento, senza tuttavia dimenticare di offrire alle donne, costrette a prostituirsi a causa di circostanze difficili della vita, la possibilità di cambiare vita» [14].

Porta il nome del senatore Razzi il disegno del marzo 2014 che intende disciplinare il fenomeno tramite «l’introduzione dell’attività di operatore di assistenza sessuale (OAS)» [15]. Del dicembre 2014, la proposta di legge Vargiu e altri mira al superamento della Merlin e, spingendosi fino alla previsione di tassare l’attività, prevede la destinazione del 70% del gettito fiscale ai comuni [16]. Sulla stessa linea, nel 2015, la proposta alla Camera a firma Turco e altri, che auspica l’intervento di operatori sociali e mediatori culturali nonché dei comuni, dei servizi di igiene e dei distretti socio-sanitari. Anche qui l’idea è comunque quella di individuare «aree dedicate» [17].

È datata 2015 e si deve al deputato Catalano, la proposta che si indirizza verso il superamento definitivo della legge n. 75 del 1958, sul presupposto della prostituzione “moderna” esercitata «in una nuova forma, estranea agli ordinari circuiti e autogestita tramite social network, annunci online e altri strumenti telematici». Il disegno di legge parla di sex worker [18].

Sul fronte opposto, frutto forse di un più recente e mutato dibattito parlamentare, è invece il disegno di legge a firma dei senatori Maturani più altri che nel marzo 2015 si fa promotore di un approccio duplice. C’è una rottura con le precedenti elaborazioni normative e si va verso l’individuazione «da un lato, di un complesso di misure penali dirette a colpire le forme di sfruttamento coatto, e, dall’altro, di interventi di carattere sociale volti ad aiutare le vittime della prostituzione» [19]. Nel giugno 2016, la deputata piddina Caterina Bini deposita, insieme ad altri, un progetto che mira alla introduzione di sanzioni per chi si avvale delle prestazioni sessuali. La relazione richiama espressamente il modello dei paesi nordici [20]. Sulla medesima linea d’intervento, al Senato, il disegno di legge della senatrice Puglisi dell’ottobre 2016 [21], come pure quello a firma Giovanardi, del novembre dello stesso anno [22]. Dei tre provvedimenti si rintraccia un precedente già nel luglio 2014, con la proposta di legge tra gli altri sottoscritta da Buttiglione e rivolta all’inserimento nel codice penale dell’articolo 602-quinquies concernente proprio il divieto di acquisto di servizi sessuali [23]. Analoga prospettiva, quella del disegno di legge nato dall’iniziativa del senatore Romano, datato maggio 2015 [24].

Il contributo più recente sul tema risale invece al settembre 2017, a nome della deputata Spadoni che si caratterizza intanto perché scaturito dalla piattaforma Rousseau e dunque dalla partecipazione attraverso votazioni online dei cittadini aderenti al Movimento 5 Stelle [25]. Qui la proposta torna a scivolare sul piano della coesistenza «di vittime che vanno tutelate e salvaguardate e al tempo stesso, di persone che vogliono svolgere un’attività professionale, autorizzata e riconosciuta ai sensi di legge. Far emergere la prostituzione regolandone l’accesso e l’attività».

Da ultimo, una nota a parte la merita forse la posizione assunta sull’argomento dalla neopresidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati. Siamo nel marzo 2014 e l’attuale seconda carica dello Stato è, con Alessandra Mussolini, fra i firmatari del disegno di legge n. 1379. Sul presupposto degli «insanabili vizi» della normativa che aveva abolito le case chiuse, Casellati innesta la necessità di uno schema nuovo che è tuttavia un ritorno al passato e, tra i modelli, sceglie il neoregolamentarismo. In esso la prostituzione viene «legalizzata attraverso la previsione di regole non discriminatorie, che consentono di controllare il fenomeno, restituendo dignità e diritti ai soggetti che si prostituiscono». Il disegno di legge di Casellati è chiaro su un punto: «La prostituzione diventa un’attività pienamente lecita. Chi si prostituisce è tenuto al pagamento delle tasse e degli oneri previdenziali e assistenziali. Il divieto generale di esercitare la prostituzione in case o altri luoghi chiusi viene sostituito dal divieto di esercitare la prostituzione in luoghi pubblici o aperti o esposti al pubblico. Il compito di stabilire le condizioni per l’esercizio della prostituzione al chiuso viene demandato nel rispetto di alcuni principi inderogabili fissati dalla legge ai singoli comuni. Ai medesimi enti spetta anche la tenuta del “Registro delle persone che esercitano la prostituzione”» [26].

Questa la sintesi di un dibattito ancora infuocato. Mentre sullo sfondo permane l’attacco – che rende ancora il senso della centralità di quel provvedimento – alla legge che porta il nome della senatrice socialista che pochi ricordano esser stata, da Costituente, l’unica voce a imporre una scrittura femminista dell’art. 3 della Costituzione che recita oggi come tutti i cittadini abbiano pari dignità sociale e siano eguali davanti alla legge «senza distinzione di sesso» [27].

 

NOTE

[1] https://www.istat.it/it/files/2017/10/Economia-non osservata_2017.pdf?title=Economia+non+osservata+-+11%2Fott%2F2017+-+Economia+non+osservata_2017.pdf

[2] http://www.cgiamestre.com/gli-italiani-spendono-19-mld-lanno-in-attivita-illegali/

[3] https://codacons.it/la-prostituzione-fattura-39-miliardi/

[4] http://www.gazzettaufficiale.it/atto/serie_generale/caricaDettaglioAtto/originario?atto.dataPubblicazioneGazzetta=1958-03-04&atto.codiceRedazionale=058U0075&elenco30giorni=false

[5] http://www.giurcost.org/decisioni/1987/0561s-87.html

[6] http://www.europarl.europa.eu/sides/getDoc.do?pubRef=-//EP//TEXT+REPORT+A7-2014-0071+0+DOC+XML+V0//IT#title6

[7] http://www.linkiesta.it/it/article/2015/10/20/legalizzazione-della-prostituzione-le-ragioni-di-chi-dice-no/27852/

[8] https://ec.europa.eu/anti-trafficking/publications/does-legalized-prostitution-increase-human-trafficking_en

[9] http://www.trauma-and-prostitution.eu/en/2017/10/11/abolition-means-love/; http://www.resistenzafemminista.it/la-prostituzione-deve-essere-abolita/

[10] http://www.lucciole.org/component/option,com_frontpage/Itemid,1/; https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/01/20/le-sex-workers-non-vogliono-affatto-la-riapertura-delle-case-chiuse/4104460/

[11] http://www.udinazionale.org/blog-post-13.html; http://www.apg23.org/it/prostituzione/; http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/frame.jsp?tipodoc=SommComm&leg=17&id=01066513&part=doc_dc-allegato_a&parse=no

[12] http://www.camera.it/leg17/126?idDocumento=381

[13] https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/299276.pdf

[14] http://www.camera.it/leg17/126?idDocumento=268

[15] https://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/DF/302162.pdf

[16] http://www.camera.it/leg17/126?idDocumento=2788

[17] http://www.camera.it/leg17/995?sezione=documenti&tipoDoc=lavori_testo_pdl&idLegislatura=17&codice=17PDL0033171&back_to=http://www.camera.it/leg17/126?tab=2-e-leg=17-e-idDocumento=3180-e-sede=-e-tipo=

[18] http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0031830.pdf

[19] http://www.senato.it/leg/17/BGT/Schede/FascicoloSchedeDDL/ebook/45433.pdf

[20] http://www.camera.it/leg17/126?idDocumento=3890

[21] http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/993386/index.html?stampa=si&spart=si&toc=no

[22] http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/995358/index.html?stampa=si&spart=si&toc=no

[23] https://es.scribd.com/document/240963372/PdL-Gigli-Introduzione-Art-602-Quinquies-Del-Cod-Penale-Concernente-Divieto-Di-Acquisto-Di-Servizi-Sessuali-e-Altre-Norme-in-Materia-Di-Prostituzion

[24] http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/915935/index.html?stampa=si&spart=si&toc=no

[25] http://www.camera.it/_dati/leg17/lavori/stampati/pdf/17PDL0055340.pdf

[26] http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00752103.pdf[27] Elena Marinucci,

 

(Micromega online, 10 aprile 2018)

di Paola Mammani

Oba Ewuare II, re-sacerdote dello stato di Edo, regione dalla quale proviene il 95% delle giovani nigeriane immesse con l’inganno sul mercato europeo della prostituzione, ha revocato la validità, anche retroattivamente, dei riti woodoo con i quali i medici di villaggio, in combutta con trafficanti e maman, vincolano le giovani all’obbedienza ai loro carnefici e soprattutto al silenzio sull’identità di questi ultimi, pena la morte, la pazzia, o altri orribili mali, per se stesse e per i loro familiari.

Ai primi di marzo, a Benin City, il re ha diramato il suo editto con una pubblica cerimonia alla presenza di tutti i rappresentanti della religione juju e di madri e nonne esultanti. Ha così strappato in un colpo solo – anche se, pare, ben preparato – il potere di ricatto e minaccia dalle mani degli sciamani, e li ha severamente ammoniti, con un atto simbolico esemplare.

La notizia veniva riportata tempestivamente on line, il 9 marzo, dal sito nigeriano dailypost.ng e successivamente ripresa da altri siti, anche in lingua italiana. Si riconosceva il più delle volte il valore e il coraggio del sovrano – in qualche caso si sottolineava l’interesse politico personale che lo avrebbe spinto a consolidare in tal modo il suo regno – ma i più si chiedevano, in ogni caso, se l’editto avrebbe avuto un effetto concreto presso le giovani schiave.

Nei giorni successivi un inarrestabile flusso di video e foto dell’evento ha raggiunto le ragazze nigeriane in Europa. Da La Repubblica e dal Corriere Fiorentino del 7 aprile scorso abbiamo appreso che le giovani, ormai rassicurate, sempre più numerose si rivolgono alle associazioni di volontariato per sottrarsi agli sfruttatori e riprendersi le loro vite.

Tralasciando le grandi questioni che investono il ruolo e le possibilità del volontariato in questa contingenza e la discussione su eventuali azioni politiche di appoggio da parte degli stati europei, mi chiedo: quanti “re-sacerdoti” potrebbero fare altrettanto, nel mondo? E in quanti campi della vita politica e sociale?

Lo sanno che se vogliono sfilare lo strapuntino da sotto le ginocchia dei loro simili più indegni, possono avere forza di donne su cui contare?

Il re-sacerdote della chiesa cattolica, per fare solo un esempio, un pensierino in questa direzione lo avrà fatto? Per espugnare cittadelle ormai indifendibili, da quelle finanziarie a quelle fondate sullo sfruttamento silenzioso e sistematico del prezioso lavoro femminile domestico e di cura erogato dalle suore, si sarà accorto di quanta intelligenza, sapienza ed esultanza di donne potrebbe avere dalla sua?

Nota

Il gran numero di link sotto riportati si spiega con la complessità della materia. Pur ripetendosi le informazioni essenziali, ogni articolo permette di accumulare preziosi, differenti dettagli sul tema, o elementi di analisi. Per dirne una, Domenico Quirico, su La Stampa del 20 marzo, rileva scandalizzato il silenzio dei media, dei soliti esperti e dei politici, su una vicenda di tale rilevanza. Segnalo che solo su agensir.it si ritrova il video che testimonia della presenza delle donne festanti alla cerimonia.

http://dailypost.ng/2018/03/09/edo-native-doctors-revoke-curses-placed-trafficked-victims/

https://agensir.it/mondo/2018/03/20/tratta-dalla-nigeria-una-speranza-per-le-vittime-loba-vieta-il-maleficio-juju-che-soggioga-le-ragazze/

http://www.redattoresociale.it/Notiziario/Articolo/570414/Nigeria-vietati-i-riti-vudu-che-vincolano-le-donne-alla-tratta

http://www.lastampa.it/2018/03/20/esteri/il-santone-che-solleva-le-nigeriane-dalla-schiavit-della-superstizione-NYpLdWQqtuqYp2yx9Q1MyO/pagina.html

https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/liberate-dai-riti-voodoo-ancora-vittime-dei-clienti

www.periodicodaily.com/2018/03/31/ewuare-ii-leditto-salvare-migliaia-ragazze-nigeriane/

https://terredeshommes.it/nigeria-tratta-juju/http://

http://spogli.blogspot.it/2018/04/repubblica-7_39.html

http://corrierefiorentino.corriere.it/firenze/notizie/cronaca/18_aprile_08/io-resa-schiava-col-rito-voodoo-liberata-un-video-078ffd58-3b57-11e8-9c64-ab22a5ff3f16.shtml?refresh_ce-cp

https://www.balarm.it/eventi/liberation-day-for-all-benin-city-si-festeggia-la-liberazione-delle-donne-vittime-di-tratta-83543


(www.libreriadelledonne.it, 20 aprile 2018)

Laura Minguzzi

 

Venerdì 13, giorno di benvenuto e di apertura del Miart, sono partita con la mia bicicletta da Rogoredo per andare alla presentazione dell’installazione partecipativa “Sacrilege” dell’artista gallese Jeremy Deller, di Massimiliano Gioni, curatore del progetto. Avevo già ascoltato a Palazzo Reale la sua presentazione della mostra da lui stesso curata per la Fondazione Nicola Trussardi, “La Grande madre”. Giovane, preparato, intelligente, continuatore di una storia milanese ricca di donne intelligenti e attive, e sto pensando alla epocale mostra di Lea Vergine all’inizio degli anni ottanta nello stesso luogo, Palazzo Reale, cioè la celeberrima “L’altra metà dell’avanguardia”, Massimiliano Gioni mi aveva fatto allora un’ottima impressione. A Miart sono invece rimasta delusa e mi spiego. Ha esordito dicendo che per risparmiare tempo avrebbe conversato con l’artista solo in inglese. Non ci sarebbe stata nessuna traduzione. Alla faccia della lingua madre! Da lui non me l’aspettavo. L’Italia non è ancora un paese bilingue o lo è?!. Forse Miart è solo per addetti ai lavori. Io pur conoscendo un paio di lingue straniere per mia sfortuna non so tanto bene l’inglese da potere seguire, in modo partecipato, come suggeriva il senso della installazione stessa, un talk su temi di arte pubblica. La traduzione in lingua italiana sarebbe stato un vero servizio pubblico, avendo anche pagato 15 euro il biglietto d’ingresso.

(Corriere della Sera, 18 aprile 2018)

di Giulia Siviero

Perché i paesi che rispettano di più l’uguaglianza di genere sono gli stessi in cui ci sono più violenze contro le donne? Non è solo una questione di libertà di denunciare: è sbagliata la premessa

Del paradosso nordico, come spiegano sulla Harvard Political Review, si sono recentemente occupati Enrique Gracia, professore di psicologia sociale all’Università di Valencia, e Juan Merlo, docente di epidemiologia sociale all’Università di Lund, in uno studio pubblicato nel novembre del 2017 sulla rivista Social Science & Medicine. I due professori affermano innanzitutto che – nonostante questo paradosso sia uno dei problemi più sorprendenti all’interno del loro campo di studio – è un tema che viene considerato molto poco: non è oggetto di ricerca quanto invece dovrebbe e rimane, di fatto ancora oggi, senza una spiegazione. Il loro articolo suggerisce anche come una migliore comprensione di questo paradosso possa essere fondamentale per capire, prevenire e fermare la violenza contro le donne.

Qualche dato
Ogni anno dal 2006 il World Economic Forum (WEF) pubblica una ricerca che quantifica le disparità di genere in vari paesi del mondo: il Global Gender Gap Report. Il rapporto permette di fare una comparazione tra paesi e individuare i miglioramenti e i peggioramenti nelle disparità di genere in base a quattro criteri: economia (si considerano salari, partecipazione e leadership), salute (aspettative di vita e rapporto tra sessi alla nascita), istruzione (accesso all’istruzione elementare e superiore) e politica (rappresentanza). Va subito precisato che il rapporto non misura la qualità della vita in generale delle donne o il loro livello di libertà – non tiene conto, per esempio, di questioni come il diritto all’aborto o il livello della violenza di genere – ma misura semplicemente il divario quantitativo tra uomini e donne in quattro settori della società. L’ultimo rapporto presenta Islanda, Norvegia e Finlandia ai primi tre posti, la Svezia al quinto, la Danimarca al quattordicesimo (l’Italia è all’ottantaduesimo).

Nello studio pubblicato su Social Science & Medicine da Gracia e Merlo risulta però che nei paesi nordici il 30 per cento delle donne, in media, ha subito violenza domestica: il 32 per cento in Danimarca, il 30 per cento in Finlandia, il 28 per cento in Svezia, il 26,8 per cento in Norvegia e il 22 per cento in Islanda (Norvegia e Islanda non sono membri dell’UE). Il tasso medio dei paesi dell’Unione Europea è del 22 per cento.

I dati dei paesi nordici sono alti anche se si parla di violenza in generale contro le donne e non solo la violenza domestica. Portogallo, Italia e Grecia, che sono molto indietro rispetto ai paesi nordici per quanto riguarda l’uguaglianza di genere, hanno tassi molto più bassi di violenza domestica contro le donne. «Siamo un po’ stupiti dalla scoperta di questo tipo di dati», ha detto Enrique Gracia: «Perché le donne dovrebbero essere maggiormente vittime di violenza nei paesi che si sforzano così tanto per diminuire l’oppressione?».

Oltre i dati
Nonostante la percezione diffusa intorno alla qualità della vita nelle nazioni nordiche, e della qualità della vita anche delle donne, nei paesi scandinavi è radicata una cultura ancora profondamente maschilista (che impedisce per esempio alle donne di essere presenti in alcuni settori del lavoro tradizionalmente considerati adatti a un ruolo maschile). La cosiddetta “cultura dello stupro” – una società cioè in cui l’aggressività sessuale maschile è incoraggiata e la violenza contro le donne, anche con il silenzio, è supportata, normalizzata o banalizzata dai media e dalla cultura popolare – è insomma diffusa anche nei paesi del nord Europa. E la storia legislativa dello stupro coniugale ne è un esempio: lo stupro e gli abusi all’interno di una relazione intima sono spesso considerati, secondo un radicato stereotipo che si ritrova anche nelle aule dei tribunali, come una violenza di seconda categoria che si confonde con i doveri coniugali di una donna. La Svezia è stata uno dei primi paesi a criminalizzare lo stupro coniugale negli anni Sessanta, ma la Finlandia lo ha fatto solo nel 1994.

La persistenza di atteggiamenti sessisti risulta poi chiara dalla risposta alle leggi sulla parità di genere: il professor Lucas Gottzen, un ricercatore dell’Università di Linköping, Svezia, ha spiegato alla Harvard Political Review che la maggior parte degli uomini, in Svezia, non ha usufruito del congedo parentale quando le leggi sul congedo parentale sono state approvate, negli anni Settanta: «Ho intervistato alcuni di questi uomini che furono i primi a prendere il congedo parentale negli anni Settanta. Erano guardati dall’alto in basso. Erano visti non come uomini veri». Fino agli anni Novanta, gli uomini svedesi non hanno insomma sfruttato come avrebbero potuto il congedo parentale.

Kevat Nousiainen, professore di diritto comparato e teoria giuridica all’Università di Turku in Finlandia, ha spiegato a sua volta che il caso della Svezia non è un’eccezione e che è molto diffuso un atteggiamento di insofferenza o negazione del fatto che le donne siano discriminate: anzi molte persone affermano che «in realtà sono gli uomini ad avere dei problemi».

Ipotesi
La scoperta del paradosso nordico non è una novità e nel corso degli anni sono state fatte diverse ipotesi per tentare di spiegarlo. Per esempio si è pensato che possa avere a che fare con l’abuso di alcol, il cui consumo è più elevato nel nord Europa che nel sud (ma questo, secondo alcune e alcuni, legherebbe in modo assolutamente riduttivo la violenza contro le donne all’ubriachezza).

Altri sostengono invece una tesi completamente diversa: i numeri delle segnalazioni, e dunque i dati, sarebbero più alti semplicemente perché le donne scandinave si sentono più libere e sicure di parlare e denunciare le aggressioni che subiscono, proprio perché vivono in una società più aperta ed equa; altrove le aggressioni sarebbero di più ma non sarebbero denunciate. Il professor Lucas Gottzen ha spiegato: «Il motivo per cui noi in Svezia abbiamo un elevato tasso di violenza domestica è perché c’è un’alta consapevolezza». I dati non rifletterebbero dunque una prevalenza realmente più elevata di violenza domestica, ma livelli più elevati di consapevolezza e sensibilizzazione rispetto a quella di paesi meno egualitari.

Altri esperti, tra cui Gracia, non sono molto d’accordo. Gracia, si dice sulla Harvard Political Review, ha fatto notare che gli alti tassi di violenza domestica raccontata dalle donne intervistate nei paesi nordici sono accompagnati da dati che non mostrano altrettanto alti livelli di denunce vere e proprie alle autorità. Nell’esaminare i dati sui vari tipi di violenza contro le donne diversi dalla violenza domestica, risulta poi che i paesi nordici abbiano tassi più alti anche rispetto ad altri paesi dell’Europa occidentale: il problema, insomma, sarebbe reale e sarebbero fuorvianti le altre statistiche sull’uguaglianza di genere.

Maura Misiti, demografa presso il CNR e coordinatrice di numerosi progetti europei e nazionali ed esperta in studi connessi all’approccio di genere, ha spiegato al Post che effettivamente nell’interpretazione dei dati potrebbe intervenire un altro stereotipo: che la cultura machista sia prevalente nei paesi del sud Europa e che invece dei paesi del nord si abbia una percezione sempre molto positiva, da molti punti vista, compreso questo. Il fatto che la cultura machista agisca e si manifesti in modo molto evidente in certe società non esclude il fatto che sia radicata, magari in modo meno evidente, anche in altre, come spesso hanno rilevato i movimenti femministi anche del nord Europa.

Gracia e Merlo hanno dunque avanzato un’altra ipotesi interessante: i paesi nordici potrebbero soffrire del contraccolpo al fatto che i concetti tradizionali di virilità e mascolinità siano stati messi alla prova in modo significativo. La violenza sarebbe dunque “vendicativa”: il risultato di una reazione alla libertà delle donne, che diventa più dirompente proprio in quelle società che hanno spinto con più insistenza per una maggiore libertà delle donne e che hanno “minacciato” i ruoli tradizionali, l’identità e il potere degli uomini. Per Misiti, l’ipotesi è significativa: «In sostanza, si ipotizza che sia sbagliata la premessa e cioè che quel tipo di conquiste di parità sul lavoro, in famiglia o nella politica non siano direttamente correlate a una minore violenza. Non è detto cioè che siano automaticamente portatrici di stili di vita e di relazioni differenti».

Misiti ci spiega che circola anche un’altra ipotesi interpretativa del cosiddetto paradosso nordico: «La libertà delle donne potrebbe essere legata a una maggiore esposizione al rischio: in un paese dove l’emancipazione è superiore e dove le donne sono più presenti nei luoghi di lavoro, le donne sono più esposte al rischio di subire violenza, non solo domestica in questo caso. Si tratterebbe nuovamente di un backlash effect: di un contraccolpo».

Il femminismo ha già risposto
Nella maggior parte dei paesi del nord Europa, le leggi sull’uguaglianza di genere sono state approvate solo negli ultimi decenni e le trasformazioni culturali non sono andate di pari passo. L’uguaglianza di genere è stata insomma in qualche modo imposta dall’alto, attraverso una serie di cambiamenti legislativi che non sono stati seguiti da un identico e reale cambiamento culturale. Conseguenza: l’emancipazione e i cambiamenti culturali conquistati e vissuti quotidianamente dalle donne non stati “digeriti” da parte degli uomini.

Le spiegazioni che hanno a che fare con il contraccolpo si inseriscono nella teoria e nella pratica di molti femminismi che sostengono da sempre, prima che i dati confermassero il paradosso stesso, che i cambiamenti legislativi non si accompagnino automaticamente a un cambiamento culturale reale. Sono i femminismi che potremmo definire “non istituzionali”. I femminismi sono molti, infatti, ma per semplificare è possibile stabilire la divisione che si è creata dopo gli anni Sessanta e Settanta tra “femminismo della parità” (o “femminismo di Stato”) e “femminismo autonomo” (o “femminismo della differenza”). La divisione si formò quando le istituzioni pubbliche interpretarono – e continuano a interpretare – il movimento delle donne nel senso di una richiesta femminile di maggiore parità: nacque così il “femminismo di stato” che deriva a sua volta dalla prima ondata del movimento delle donne, quello dell’emancipazionismo suffragista dell’Ottocento, e che è diventato oggi il neo-femminismo sostenuto dai media mainstream.

Luisa Muraro, una delle principali teoriche del femminismo radicale italiano, spiega che il “femminismo di Stato” «considera discriminatorio ogni segno di differenza sessuale e mette al centro della sua azione la parità della donna con l’uomo e la spartizione del potere tra donne e uomini. (…) La politica dei diritti presuppone sempre un potere che può farli valere, e che può decidere, a un dato momento, che non valgono più». Il “femminismo di Stato”, «preme per la spartizione del potere politico attraverso il meccanismo delle pari opportunità e delle quote rosa» che spesso però si traducono nella formula “donne, purché piacciano agli uomini” cioè nel cosiddetto pinkwashing, una passata di rosa per fare sembrare formalmente corretto qualcosa che resta invece profondamente grigio. La parità funziona allora come un principio omologante e nasconde in realtà la cancellazione della soggettività femminile e dei suoi diritti: l’esempio più evidente è nella frase “tutti gli uomini sono uguali per natura” o nell’espressione “suffragio universale” applicata da giuristi e filosofi per lungo tempo a tutti-gli-uomini con esclusione delle donne.

Il femminismo autonomo, in continuità con quello degli inizi, mette invece al centro della discussione non il concetto di parità ma quello di differenza: non negando la parità dei diritti, sostiene che solo l’affermarsi positivo della differenza femminile sia la premessa per una migliore garanzia dell’uguaglianza e per restituire protagonismo alle persone, tutte. Sempre Muraro: «Il femminismo radicale vuole dare un senso libero alla differenza sessuale e vede nell’affermazione concreta della differenza femminile (pensiamo ai dati sulla maggiore scolarizzazione delle ragazze, alla presenza femminile di qualità nel mondo del lavoro e dell’associazionismo) una premessa per restituire protagonismo a donne e uomini».

L’obiettivo non è dunque una semplice misura quantitativa fine a se stessa, ma «un cambio di civiltà a partire dai contesti in cui si vive quotidianamente». Quando l’uguaglianza di genere è intesa in questo modo, il paradosso nordico trova un senso. In questo contesto, più ampio e differente, gli interventi sulla violenza contro le donne vanno ben al di là della normalizzazione della parità nella vita pubblica: hanno a che fare con le condizioni dell’indipendenza delle donne, con i loro desideri, con la sfida agli stereotipi e ai ruoli di genere, con il rafforzamento delle relazioni rispettose, con l’educazione, soprattutto. Con il fatto di cominciare a nominare la questione maschile, più che la questione femminile.

Gracia e Merlo, nella loro pubblicazione, spiegano che se i paesi, anche quelli nordici, vogliono veramente raggiungere l’uguaglianza di genere, devono guardare oltre i numeri e la formalità, all’interno della loro cultura. Dovrebbero dunque affrontare, come spiegano i femminismi radicali, non solo le “discriminazioni di genere visibili” che attraverso le leggi intervengono spesso sulle condizioni formali di una certa categoria di donne (bianche e della classe media), ma la disuguaglianza culturale e strutturale basata sul genere che si vive quotidianamente e che ha a che fare con molte altre questioni che si intersecano con il genere: classe, etnia, disabilità, orientamento sessuale e così via. Le informazioni raccolte esplorando il paradosso nordico possono insomma smontare premesse fallimentari e vecchie aspettative per crearne di nuove, di più realistiche e soprattutto di più efficaci.


(Il Post, 15 aprile 2018)

di Sara Gandini e Stefania Giannotti

 

Due donne, definendosi uomini per un giorno, sono andate in boxer e a seno nudo in una piscina di Londra nel giorno dedicato agli uomini. Lo racconta Luigi Ippolito sul Corriere della sera del 19 marzo 2018 (Sono un uomo (solo per oggi): a Londra è scontro sulla legge per autodefinirsi»). Entrano senza problemi. Una volta dentro, un anziano signore si volge verso di loro chiedendo la ragione della loro presenza. Le ragazze rispondono che per quel giorno sono uomini. Si tratta di una provocazione per protestare contro la proposta di legge inglese in base alla quale le persone transessuali potrebbero ottenere un certificato di riconoscimento del loro nuovo sesso senza il ricorso ad attestati medici o a operazioni chirurgiche. Questa vicenda e la lotta delle donne trans ci porta una contraddizione viva e politica.

Sappiamo che il sesso di cui nasciamo fa parte del non disponibile, anche se l’appartenenza di genere non è immutabile. Luisa Muraro nella lezione di filosofia La disponibilità dell’indisponibile del 2016, ci dice che “indisponibile” non vuol dire impossibile o proibito, ma costituisce una guida che ci avverte, che crea barriere simboliche, che protegge l’essere umano e allo stesso tempo può fare da ostacolo. A volte capita che ci sia «[…] un rigetto intimo e personale dell’identità basata sul corpo anatomico: un corpo anatomico maschile, nel caso delle transessuali. Ed è questo il caso in cui siamo d’accordo che sia reso possibile e accettato, culturalmente e legalmente, cambiare il genere sessuale e poter dire: “io sono una donna […]”» (Luisa Muraro, Via Dogana 3, 5 aprile 2018).

Tutto ciò riguarda le trans, ma riguarda anche noi che siamo nate dello stesso sesso della madre. Ci riguarda perché grazie al femminismo abbiamo affermato “io sono una donna” e ne abbiamo fatto un atto politico.

La società, il mondo esterno, la cultura in cui siamo cresciuti, lo sguardo degli altri, con chi siamo in relazione, tutto conta nel definire chi siamo. Così come contano i corpi, quello con cui nasciamo e quello che, crescendo, facciamo in modo ci assomigli sempre più. Ma il corpo in sé non parla: è necessario significare e far parlare la differenza sessuale. E in questo il femminismo è venuto in soccorso alle donne.

È importante domandarsi quali pratiche politiche siano da intraprendere dalle persone trans per fare quel non facile passaggio, dettato da una rivoluzione e una transizione che parte da “dentro”, senza necessariamente essere costrette a esami e accertamenti specialistici o a cure ormonali e operazione chirurgiche.

Pensiamo che non siano la medicina e la tecno-scienza a poter risolvere le domande su chi siamo e cosa vogliamo farne del fatto di essere nate/i di un sesso o di un altro. Così come non è la rivendicazione dei diritti, ma sono la pratica di relazione tra donne e l’autorità femminile che modificano in profondità il simbolico e la realtà, che fanno guadagnare il rispetto degli altri. E questa è una strada praticabile anche dalle donne trans, orientate dalla loro verità soggettiva. E’ fondamentale che ci sia accettazione da parte della società femminile e noi lottiamo con loro per questo.

Il gesto provocatorio delle due ragazze (Sono un uomo solo per oggi) vorrebbe porre la questione dell’indisponibilità del sesso e il fatto che la legge non è la soluzione, tuttavia non muovendosi sul piano simbolico e dell’autorità rischia di ridicolizzare la dolorosa e appassionata lotta delle donne trans. Mentre ritroviamo riflessioni e pratiche femministe nei testi di alcune attiviste trans. Tra queste, Porpora Marcasciano avverte nel suo ultimo libro L’aurora delle trans cattive (ed. Alegre, 2018) che la politica dei diritti è legata a filo stretto con il desiderio di essere integrate e “normalizzate” in una società che andrebbe invece rivoluzionata.

La manifestazione delle due donne in piscina, contro una proposta di legge sicuramente discutibile, secondo noi banalizza la differenza sessuale, cosa che non interessa né a noi né a chi ha pagato duramente per potersi definire donna T.

(libreriadelledonne.it, 14/04/16)

di Luisa Muraro

Scoraggiata dalla scarsa attenzione degli operai che entravano e uscivano sempre di corsa, imbarazzata dallo stare alle porte delle fabbriche con il mio pacco di volantini, avevo detto alla mia amica che mi aveva portato lì: «la propaganda per la pace nel Vietnam andiamo a farla nelle università». «Sarebbe tempo perso» mi rispose «gli studenti, i più sono borghesi, gli altri hanno preso quella mentalità». Ed ecco che meno di un anno dopo, esplose la rivolta degli studenti, il cosiddetto Sessantotto, in Italia e in mezzo mondo.

La serie dei grandi eventi imprevisti è continuata. Ma il ’68 ha avuto qualcosa di speciale ed è che prese quasi subito la forma della promessa di realizzazione di un sogno che c’era da prima, quello di una rivoluzione comunista o socialista. La rivoluzione era il sogno di alcuni, non di tutti. Io non lo avevo ma l’ho fatto mio, liberamente, come tanti altri. Così il ’68 diventò un’autorizzazione a desiderare di più e di meglio, e una specie di grande sogno in espansione: quello di cambiare il mondo.

Ora il sogno è morto e sepolto. Il mondo sta cambiando enormemente ma fa tutto da solo, per quel che risulta ai più. C’è chi ha avanzato il sospetto che il ’68 sia stato sepolto senza prima aver fatto l’autopsia per sapere di che cosa è morto. Sono pienamente d’accordo. Penso che, a un’analisi critica più approfondita, sarebbero emerse alcune verità che mancano all’appello del nostro presente. In conseguenza di questa mancanza noi dovremmo contentarci di vivere e di morire in un’epoca dal nome decisamente ridicolo: la postmodernità.

La vicenda del morto ’68 si è lasciata dietro una scia di indizi. Più che un bilancio, forse, si può ancora fare un’inchiesta.

Per continuare a leggere l’articolo è necessario acquistarlo dalla rivista Munera, prezzo 2 €, al link http://www.cittadellaeditrice.com/munera/tutti-gli-articoli/munera-12018-luisa-muraro-il-sessantotto-cinquantanni-dopo/


La rivista è pubblicata anche in forma cartacea.

(Munera 1/2018, pp. 114-123)

di Nadja Sayej, The Guardian, Regno Unito

Tutti sapevano ma nessuno parlava. Ora la campagna contro gli abusi sessuali investe artisti, collezionisti e mecenati

Quando l’artista statunitense Betty Tompkins frequentava l’ultimo anno di università a Syracuse, nel 1966, uno dei suoi professori di pittura le chiese cosa avrebbe fatto dopo gli studi. “Mi trasferirò a New York e diventerò un’artista”, gli rispose Tompkins, che oggi ha 72 anni. Il professore l’avvertì: “L’unico modo in cui potrai cavartela a New York sarà da sdraiata”.

Tompkins aveva dimenticato questo commento sessista finché, di recente, le accuse di molestie sessuali nel mondo dell’arte hanno cominciato a moltiplicarsi. “Spero che gli uomini che per abitudine hanno approfittato della loro posizione di potere siano preoccupati”, dice. “Spero che stiano ripensando al loro ruolo nel mondo dell’arte. Ma non è detto che lo stiano facendo”.

Da Weinstein a Condé Nast

Le molestie sessuali nel mondo dell’arte non sono una novità, ma sicuramente il caso Weinstein ha dato nuova visibilità al problema. Il collezionista d’arte statunitense Steve Wynn si è dimesso dalla carica di amministratore delegato della sua catena di casinò dopo che il 7 febbraio sono emerse delle accuse di molestie sessuali a suo carico. Un altro collezionista, il canadese François Odermatt, è stato accusato di stupro da una donna e di molestie sessuali da altre undici. La polizia ha indagato sulla denuncia per stupro, che Odermatt ha respinto, ma non ha formulato alcun capo di accusa. Il gallerista e collezionista britannico Anthony d’Ofay è stato accusato di molestie e comportamento inappropriato da tre donne e a dicembre si è dimesso dalla carica di curatore del progetto Artist rooms. Il mercante d’arte di Los Angeles Aaron Bondarof, coproprietario della Moran Bondarof gallery, si è dimesso da poco dopo essere stato accusato di abusi da tre donne.

Non si tratta solo di collezionisti e curatori, ma anche di artisti come Chuck Close, accusato da varie donne di aver fatto avance e commenti inappropriati durante gli incontri di lavoro. In seguito alle accuse, la National gallery of art di Washington ha cancellato una sua mostra. I fotografi Mario Testino e Bruce Weber, accusati di molestie da alcuni modelli, sono stati scaricati dalle riviste di moda pubblicate dalla casa editrice Condé Nast, che in seguito ha diffuso un nuovo codice di condotta per modelle e fotografi.

Alla fine di ottobre del 2017, Amanda Schmitt – una delle donne scelte da Time come persone dell’anno per aver denunciato le molestie sessuali – aveva accusato uno degli editori della rivista Artforum, Knight Landesman. Subito dopo il gruppo di artiste e lavoratrici del mondo dell’arte che sta dietro la campagna We are not surprised (Wans, “non siamo sorprese”) aveva pubblicato una lettera sul Guardian: “Non siamo sorprese quando i curatori offrono mostre in cambio di favori sessuali. Non siamo sorprese quando i galleristi romanticizzano, minimizzano o nascondono il comportamento inappropriato degli artisti che rappresentano. Non siamo sorprese quando un incontro con un collezionista o un potenziale mecenate prende una piega sessuale. Non siamo sorprese quando scontiamo il fatto di non aver ceduto. L’abuso di potere non ci sorprende”. Il gruppo, le cui fondatrici

sono anonime, ha fatto firmare la lettera a migliaia di artiste, tra cui Barbara Kruger e Cindy Sherman. In seguito alle accuse, Knight Landesman si è dimesso dal consiglio direttivo della rivista. Artforum, attraverso il suo sito, ha preso le distanze da Landesman, che rimane comunque uno dei proprietari. Ma l’atteggiamento della rivista nei confronti di Amanda Schmitt è rimasto ambiguo. Così Wans ha pubblicato una seconda lettera che invitava a boicottare la rivista: “Certi contenuti ci sembrano poco

più che una patina di retorica femminista e antirazzista, se gli editori e gli avvocati di Artforum continuano a fare di tutto per cancellare le esperienze di misoginia, molestie e abusi di potere subite da Amanda Schmitt e da tante altre. Siamo stufe delle belle parole e della politica vuota”.

Al di là delle lettere e delle dichiarazioni, per fare dei veri progressi qualcosa deve cambiare. Alexandra Schwartz, una curatrice che insegna alla Columbia university, è stata tra le prime firmatarie della lettera pubblicata sul Guardian. “La lettera invoca il rispetto professionale delle donne nel mondo dell’arte”, ha detto. “Bisognerebbe mettere a punto delle procedure e dei protocolli per casi del genere, anche in altri settori. Le grandi istituzioni, come l’Association of art museum directors o la American alliance of museums, potrebbero tracciare delle linee guida”. Così le lavoratrici nel campo delle arti sarebbero protette. “Quando avevo vent’anni nel mondo dell’arte si dava per scontato che avresti subito delle molestie”, dice Schwartz. “Ora si può rivendicare il diritto a non essere molestate”.

Non fermarsi

Secondo l’artista femminista Judith Bernstein la lettera del Wans è stata un passo necessario. “Sono solidale con tutte le persone e con tutte le istanze portate avanti da questa lettera dal respiro così ampio”, ha detto Bernstein. “Nei miei cinquant’anni di attività ho subìto discriminazioni, soprattutto

per le mie opere dal significato più esplicitamente sessuale e politico. Da Obama a Trump c’è stata una recessione, ma questa tempesta deve mantenere la stessa intensità”. La solidarietà suscitata dalla lettera dev’essere sfruttata, quindi, per quella che Natasha Le Tanneur, fondatrice dell’impresa ArtPaie che offre strumenti finanziari per il mercato dell’arte, definisce una “crescita condivisa”, fondamentale per “ridefinire comportamenti che non possono più essere tollerati”.

Coralina Rodriguez Meyer, un’artista che vive a New York, ribadisce la necessità di mettere in campo nuove procedure. “Un modo per lasciarsi alle spalle le prevaricazioni e rendere il mondo dell’arte un posto migliore è sentirsi più a proprio agio con la complessità e la diversità”, dice Rodriguez Meyer. Secondo lei questa battaglia deve riguardare ogni tipo di discriminazione. “Il pensiero intersezionale, non binario, e l’impegno politico aiuteranno visitatori, curatori, critici, collezionisti, istituzioni e opinione pubblica a riflettere sulla propria posizione nella società, che dovrà essere più solidale e democratica”. Anche la struttura dirigenziale nelle istituzioni artistiche deve cambiare. “I direttori delle istituzioni dovrebbero assumere personale più eterogeneo e i curatori delle principali istituzioni

dovrebbero andare a scovare artisti che lavorano al di fuori del sistema della Ivy League, cioè fuori dalle élite culturali istituzionali, o anche solo meno attivi sui social network”, spiega.

Anche Betty Tompkins, che può vantare un profilo artistico internazionale, riconosce che è il momento di cambiare: “Una delle cose più positive scaturite dal movimento #MeToo è la cornice e il vocabolario che ha offerto a iniziative straordinarie e che secondo me in passato non c’erano”, ha

detto. “Ora molte donne sono sulla stessa lunghezza d’onda. Già solo questo è un grande passo avanti”.

(Internazionale, 13 aprile 2018)

TERESA MARGOLLES

28 Marzo 2018 –

Padiglione d’Arte Contemporanea

Via Palestro, 14, 20121 Milano MI

Violenza, disuguaglianze, crimine organizzato. Il PAC presenta la personale dell’artista messicana Teresa Margolles, che con il suo stile minimalista ma di forte impatto testimonia le complessità della società contemporanea.

a cura di Diego Sileo

 

Il PAC di Milano presenta la personale di Teresa Margolles (Culiacán,1963), artista messicana che vive e lavora tra Città del Messico e Madrid. Con una particolare attitudine al crudo realismo, le sue opere testimoniano le complessità della società contemporanea, sgretolata da un’allarmante violenza che sta lacerando il mondo e soprattutto il Messico. Vincitrice del Prince Claus Award 2012, Teresa Margolles ha rappresentato il Messico nella 53° Biennale di Venezia nel 2009 e le sue opere sono state esposte in numerosi musei, istituzioni e fondazioni internazionali.

Con uno stile minimalista, ma di forte impatto e quasi prepotente sul piano concettuale, le 14 installazioni di Margolles in mostra al PAC esplorano gli scomodi temi della morte, dell’ingiustizia sociale, dell’odio di genere, della marginalità e della corruzione generando una tensione costante tra orrore e bellezza.

 

Promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta dal PAC con Silvana Editoriale, la mostra si inserisce nel calendario dell’Art Week, la settimana milanese dedicata all’arte contemporanea, in occasione della quale l’artista presenta una performance tributo a Karla, prostituta transessuale assassinata a Ciudad Juárez (Messico) nel 2016. Un gesto forte, che lascerà una ferita aperta sui muri del PAC e vedrà protagonista Sonja Victoria Vera Bohórquez, una donna transgender che si prostituisce a Zurigo.

 

La mostra si inserisce nella prima delle quattro linee di ricerca del PAC, quella che durante le settimane in cui Milano diventa vetrina internazionale con miart e Salone del Mobile e vede protagonisti i grandi nomi del panorama artistico internazionale: Teresa Margolles (2018) e Anna Maria Maiolino (2019).

 

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una mostra Comune di Milano – Cultura, PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Silvana Editoriale

sponsor PAC TOD’S

con il contributo di Alcantara e Cairo Editore

con il supporto di Vulcano

Studi e note su Carol Rama nel centenario della nascita

 MUSEI REALI TORINO Palazzo Chiablese

18/04/2018
14:30 – 18:00

 

L’evento sarà ospitato nel Salone degli Svizzeri di Palazzo Chiablese, ingresso gratuito fino a esaurimento posti

Coordina gli interventi Maria Cristina Mundici del Comitato scientifico Archivio Carol Rama

Il 2018 segna il centenario della nascita di Carol Rama. L’Archivio Carol Rama, per celebrarla, promuove un incontro, a cura del suo Comitato scientifico, nel corso del quale verranno presentati studi inediti sulla pittrice a opera di quattro storici dell’arte e di un artista.

L’incontro è organizzato con l’aiuto di Fondazione Sardi per l’Arte – che sostiene la pubblicazione del catalogo ragionato delle opere di Carol Rama, in preparazione – e dei Musei Reali la cui collezione si è da poco arricchita di un’opera dell’artista, visibile all’interno della mostra allestita in Galleria Sabauda Confronti 4/ Carol Rama e Carlo Mollino. Due acquisizioni per la Galleria Sabauda e immagini di Bepi Ghiotti.

Spesso la produzione dell’artista è stata messa in ombra a favore del personaggio o è stata letta come una emanazione più o meno diretta della sua biografia.

L’intento di questo incontro è quello di spostare nettamente l’attenzione sulla complessità e qualità della sua pittura, sviluppatasi in oltre settant’anni di attività, sul suo essere pittrice, sia nelle affinità con esperienze artistiche coeve sia nel differenziarsi da esse.

Le sue peculiarità di formazione e di vita hanno spesso condotto a leggerne le opere come monadi isolate dall’ambiente che ha concorso a produrle. L’intento dell’Archivio Carol Rama, ora, è quello di favorire studi e riflessioni che rileggano quella lunga esperienza d’arte con strumenti storico critici, riagganciandola ai vari contesti culturali via via attraversati. Senza trascurare l’importanza della sua produzione cosiddetta minore così come la sua fortuna critica.

Nel pomeriggio del 18 aprile, dalle 14,30 alle 18, ci sarà quindi la possibilità di ascoltare nuove voci e ricerche sull’artista e la sua attività, con l’intento di promuovere sempre più aggiornate e documentate riflessioni e interpretazioni della sua arte.

 

1918 – 2018: studi e note su Carol Rama nel centenario della nascita

Ore 15 – Saluti

Enrica Pagella, Direttore Musei Reali Torino

Guido Montanari, Vicesindaco della Città di Torino

Pinuccia Sardi, Presidente Fondazione Sardi per l’Arte

Michele Carpano, Presidente Archivio Carol Rama

 

Ore 15,30 – Interventi

Claudio Zambianchi

Carol Rama. Un mondo di oggetti

La Sapienza, Università di Roma

Claudio Zambianchi è nato a Roma nel 1958. Si è laureato in Lettere all’Università “La Sapienza” di Roma (1984). Ha conseguito un Master in storia dell’arte alla Southern Methodist University di Dallas, Texas (1989), e un Dottorato di ricerca in Storia dell’arte alla “Sapienza” (1992). Ha scritto di arte e critica d’arte del XIX e XX secolo. Ha insegnato nelle Accademie di Belle Arti di Torino e Milano. Dal 1998 insegna Storia dell’arte contemporanea alla “Sapienza” di Roma.

 

Davide Colombo

Carol Rama e l’astrattismo: eccezione o continuità?

Università degli Studi di Parma

Davide Colombo è Ricercatore di Storia dell’Arte Contemporanea presso l’Università degli Studi di Parma.

Borsista della Terra Foundation for American Art (2014), ha recentemente curato la mostra Eugenio Carmi. Appunti del nostro tempo. Opere storiche (1957-1963) (Museo del Novecento, Milano, 2015-16) e ha co-curato con C. Stephens la mostra Henry Moore (Terme di Diocleziano, Roma, 2015-16) e con B. Cinelli la mostra Manzù. Dialoghi sulla spiritualità, con Lucio Fontana (Castel Sant’Angelo, Roma e Museo Manzù, Ardea, 2016-17). La sua ultima monografia è Lucio Fontana e Leonardo da Vinci. Un confronto possibile (Scalpendi Editore, Milano 2017).

 

Francesco Barocco

Schegge

Artista

Francesco Barocco è nato a Susa (TO) nel 1972; vive e lavora a Torino.

Principali mostre personali: Museo d’Arte della Città, Ravenna (2008), Laura Bartlett Gallery, Londra (2010), Fondazione Ermanno Casoli, Fabriano (2010), Norma Mangione Gallery, Torino (2011 e 2014), Nicolas Krupp, Basilea (2017).

Principali mostre collettive: Museo d’arte della Svizzera Italiana, Lugano (2006), Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea, Torino (2009), Magasin, Grenoble (2010), Sprengel Museum, Hannover (2011), Kunstaele, Berlino (2012), Ludwig Forum, Aachen (2015), Biennale di Venezia, Padiglione Italia (2015).

 

Raffaella Roddolo

Studi a memoria: disegni per ricordare, bozzetti per inventare

Comitato scientifico Archivio Carol Rama

Laureatasi in storia dell’arte contemporanea con Maria Mimita Lamberti si occupa per anni di editoria d’arte come editor, iconografa e giornalista. Da settembre 2014 lavora per l’Archivio Carol Rama all’archiviazione delle opere e al catalogo ragionato dell’artista.

 

Elena Volpato

Con grazia feroce. Alcune osservazioni a margine della nuova stagione di fortuna critica dell’artista

GAM Torino, Comitato scientifico Archivio Carol Rama

Elena Volpato è conservatore e curatore presso la GAM – Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino dove ha dato vita nel 1999 alla prima collezione pubblica di video d’artista in Italia. Dal 2009 è conservatore responsabile delle collezioni del contemporaneo del museo. Ha curato numerose mostre d’arte contemporanea e rassegne di video d’artista in Italia e all’estero. Ha collaborato con Saturno, supplemento culturale del Fatto Quotidiano nel 2011 e 2012. Nel 2014 e 2015 è stata membro del comitato scientifico della Fondazione Giulio e Anna Paolini seguendone le pubblicazioni e i progetti scientifici.

È curatore delle esposizioni di FLAT – Fiera del Libro d’Arte di Torino.

 

Moderatore

Maria Cristina Mundici

Comitato scientifico Archivio Carol Rama

Capo curatore al Museo d’Arte Contemporanea del Castello di Rivoli dal 1985 al 1992, poi curatore indipendente. Ha curato mostre quali la personale di Carol Rama allo Stedelijk Museum di Amsterdam, 1998, volumi come Gian Enzo Sperone. Torino Roma New York. 35 anni di mostre tra Europa e America, Hopefulmonster, Torino 2000 (con A. Minola, M. T. Roberto, F. Poli) e Carol Rama. Il magazzino dell’anima, Skira, Milano 2014 (con Bepi Ghiotti), progetti come l’installazione di opere d’arte contemporanea sul percorso del Passante ferroviario di Torino. Ha collaborato al Progetto arte moderna e contemporanea di Fondazione CRT dal 2000 al 2010. Socio fondatore dell’Archivio Carol Rama, ne è Direttore scientifico.

Foto Bruna Biamino

 

di Ilaria Boiano*

L’Aquila. Si apre oggi il processo che mette sul banco dell’accusa le femministe che avevano documentato il trattamento riservato a una donna stuprata

Questa mattina si apre dinanzi al Tribunale de l’Aquila il dibattimento per tre attiviste femministe chiamate a rispondere di diffamazione aggravata nei confronti del difensore dell’ex-militare Francesco Tuccia, condannato definitivamente a sette anni e otto mesi di detenzione per violenza sessuale ai danni di una giovane studente, ridotta quasi in fin di vita dallo stupratore.

Secondo quanto documentato dalle attiviste femministe che hanno presenziato alle udienze del processo, ogni grado del giudizio ha esposto la giovane donna a nuove e ulteriori umiliazioni, come accade ancora a troppe donne, lasciate in balia di molteplici forme della cosiddetta vittimizzazione secondaria, cioè collegata alle regole procedurali, ma anche alle prassi e al trattamento discriminatorio loro riservato sin dalla presentazione della denuncia e poi lungo tutto l’iter giudiziario.

Gli ostacoli all’accesso alla giustizia delle donne sono stati ripetutamente denunciati dalla società civile italiana da ultimo dinanzi al Comitato Cedaw che nel luglio 2017 ha di nuovo invitato le autorità italiane ad attivarsi per «migliorare il trattamento delle vittime di violenza contro le donne basata sul genere e a eliminare stereotipi sessisti nel contesto giudiziario».

Anche la commissione parlamentare «sul femminicidio, nonché su ogni forma di violenza di genere» del Senato della Repubblica nella sua relazione conclusiva approvata il 6 febbraio scorso ha rilevato la necessità di promuovere la formazione sistematica di tutte le figure professionali coinvolte nella risposta alla violenza nei confronti delle donne.

Nonostante ciò, esercitare un legittimo diritto di critica contro le prassi discriminatorie e lesive dei diritti delle donne che denunciano violenza di genere espone al rischio di censura e stigmatizzazione: accanto al caso delle attiviste oggi convocate dinanzi al tribunale de L’Aquila, segnalo ad esempio la levata di scudi contro l’avvocata che ha richiesto l’avvio del procedimento disciplinare dinanzi al Consiglio dell’ordine degli avvocati di Firenze per le modalità di conduzione del controesame di due donne americane che hanno denunciato lo stupro da parte di due carabinieri. Il Consiglio dell’ordine degli avvocati di Firenze, infatti, in risposta alle censure mosse all’operato della difesa dei due carabinieri indagati, ha ritenuto «inammissibile qualsivoglia forma di ingerenza esterna in un rapporto di dialettica processuale, governato dalle norme del codice di rito», dimenticando però che il codice di procedura penale vieta domande sulla vita privata o sulla sessualità della persona offesa (articolo 472 del codice di procedura penale) e modalità di conduzione dell’esame testimoniale non rispettose della persona o che risultino violare lealtà dell’esame e correttezza delle contestazioni (art. 499 c.p.p.).

Nel caso fiorentino, proprio in ragione di queste disposizioni è ripetutamente intervenuta l’autorità giudiziaria che, secondo quanto riportato dalla stampa, avrebbe ritenuto inammissibili molte delle domande poste perché riguardanti la sfera intima, non consentendo così al collegio difensivo degli imputati «di tornare indietro di cinquant’anni», per citare proprio la giudice che ha assunto l’esame testimoniale delle due donne dinanzi al Tribunale di Firenze.

Le norme menzionate sono state introdotte dalla legge 15 febbraio 1996, n. 66 contro la violenza sessuale e prevedono dei correttivi richiesti a gran voce proprio dal movimento delle donne e ciò perché le donne, nel corso dei processi penali per violenza sessuale, da parte lesa venivano sistematicamente messe sotto accusa per le loro abitudini e la loro vita sessuale, per il loro vestiario, per la condotta “sregolata” che, secondo il pregiudizio diffuso, sarebbe da ritenersi una provocazione dell’aggressione sessuale, così come documentato dallo storico film Processo per stupro del 1979 di Loredana Rotondo.

I filtri del codice di rito sono stati integrati negli ultimi anni dal diritto internazionale (convenzione di Istanbul) e dal diritto dell’Unione europea (direttiva 2012/29/UE), ma l’esperienza di molte donne che oggi denunciano conferma la validità di quanto scriveva Lia Cigarini alla vigilia dell’approvazione della legge 66/1996: per quanto si possa scrivere una legge buona, «la macchina della giustizia è tutta un’altra cosa: in tribunale, in un processo si riproducono rapporti di forza determinati e sfavorevoli alle donne», e ciò anche a causa dell’incultura di una parte degli operatori del diritto, compresa l’avvocatura, che intende la libertà della difesa nei termini di “licenza di offesa” nei confronti delle donne che denunciano violenza sessuale, ma anche maltrattamenti e atti persecutori subiti da parte di partner o ex-partner.

Le vicende ricordate portano a dubitare del fatto che l’adesione espressa a più riprese dalle autorità ai più importanti atti internazionali in tema di diritti delle donne e di prevenzione della violenza sessista sia motivata da un’autentica condivisione di quel progetto di cambiamento culturale e sociale necessario per assicurare una risposta pubblica efficace e rispettosa dei bisogni e desideri delle donne.

Anzi, davanti alla refrattarietà degli operatori alla concreta implementazione delle norme poste a salvaguardia dell’integrità psicofisica delle donne che denunciano violenza di genere, si aggiunge una forte spinta reazionaria alimentata dalla diffusa attitudine a giustificare gli autori di violenza con le più disparate motivazioni (ha agito in preda ad un raptus, per disperazione, gelosia, ecc.), arrivando così ad alimentare una narrazione pubblica che ancora condona la violenza di genere, anzi la rinforza attraverso la violenza sessista che agisce a livello del simbolico, intendendo come tale quella che si dispiega attraverso la riproduzione di prassi discriminatorie che rendono alle donne difficile non solo ottenere giustizia, ma anche avere il coraggio di richiederla.

Per aggiornamenti sul processo che si apre oggi a L’Aquila ciriguardatutte.noblogs.org

 

*Avvocata dell’associazione Differenza Donna, autrice del libro Femminismo e processo penale. Come può cambiare il discorso giuridico sulla violenza maschile contro le donne, Ediesse 2015

(il manifesto, 10 aprile 2018)

di Annalena Benini

Che sollievo rileggere Luisa Muraro tutte le volte che prende una rabbia o anche solo una confusione

Degli uomini piace il loro andare a caccia di grandezza e inventarsi imprese e avventure, ma fa paura quello che poi troppo spesso si lasciano dietro, come rotoli di filo spinato, lattine, carcasse, odi, confini tracciati a caso… E non piace niente quando si rincorrono in un pulviscolo di titoli, cariche, carriere, promozioni; vedere fra loro delle donne è imbarazzante. Il privilegio di essere donna dà una grandezza d’altro tipo, che viene incontro fra le cose ordinarie della vita e arriva fino alle più straordinarie.

Questo libro è uscito parecchi anni fa, ma tutte le volte che mi prende una rabbia, o anche solo una confusione, io sento il sollievo di rileggerlo. Luisa Muraro è un filosofa, socia fondatrice della Libreria delle Donne di Milano, e le sue parole danno forma ai pensieri confusi, danno pace quando si sente venire vicina la guerra, per il potere, per la rivalsa, per l’affermazione di un’uguaglianza fra uomini e donne che però non deve mai cancellare la differenza fra uomini e donne. La differenza è importante, importantissima: noi siamo diverse dagli uomini, e non significa che gli uomini siano nemici. Non significa nemmeno che gli uomini non siano grandi, o non possano diventare grandi, ma nelle donne, scrive Luisa Muraro, «la grandezza c’era da prima, era sua da prima, non appariscente, come un’avventura segreta, come un abito di tutti i giorni ma disegnato da Valentino».

Partendo da questo presupposto, un privilegio di nascita, una potenza nascosta, è tutto più semplice, e si può usare creativamente, pacificamente, l’energia che deriva dalla differenza, e capire, come giovanissima ha capito Simone Weil, prima di arrivare a sentire la giustizia «è necessario avere sentito fino a che punto essa non esiste». Giustizia di comportamento, giustizia di trattamento, giustizia di un’esistenza giusta. «Quando c’entra la differenza sessuale (e in questo senso dico: fra donne e uomini come anche fra donna e donna), si gioca una partita che oltrepassa le misure della giustizia, con effetti di tensione e conflitti che finora sono stati malamente capiti e peggio ancora risolti». Essere donne è una fortuna per l’umanità, ma non è facile per noi, non è semplice, e si rischia di fare ingiustizia nel nome della giustizia, o di cedere al rancore, anche perché l’idea di un’eccellenza femminile non chiude la partita, non basta, anzi la riapre. Però ecco, c’è, «nelle donne per sé stesse, che siano madri o no, qualcosa che eccede il confronto con gli uomini, qualcosa di incomparabile. Un teologo, Pierangelo Sequeri, commentando la creazione di Eva nell’arte cristiana, lo ha espresso bene con parole sue: la donna e Dio hanno un segreto di cui Adamo (raffigurato dormiente) non verrà mai a capo».

Le donne dovrebbero dirselo più spesso, gli uomini dovrebbero riconoscerlo in un modo più esplicito, anche per liberarsi dal narcisismo. Ma è difficile, e succede quasi solo segretamente, però Luisa Muraro consiglia una mossa benefica, quando tutto diventa insopportabile e finto, la mossa dello schivare: «Si tratta di uscire di colpo, con un salto di essere, dalla traiettoria del sempre più potere che ti si para davanti o ti prende di mira da dietro, dove i predatori saranno prede. E darsi invece a vivere nel mondo reale con il semplice potere che è un poter essere e un far essere, e con le capacità ricevute insieme alla vita di godere, soffrire, desiderare e, in caso, amare». Non significa non desiderare tutto, non avere tutto. Significa stare sul crinale, vivere come il surfista, sulla cresta dell’onda, e del surfista avere l’umore felice.

(Il Foglio, 7 aprile 2018)


 

Nel femminismo alcune hanno ripreso a ragionare sulla prostituzione. Temiamo le cattive leggi nate da idee improvvisate. Il movimento del #me-too non ha avuto bisogno di leggi, ha fatto leva su una presenza di donne nella vita pubblica che è sempre più forte e sentita, anche dagli uomini. Qualcosa sta cambiando in profondità. Gli uomini in posizione di potere non credono più di poter imporre impunemente alle donne il pagamento di un lasciapassare in natura. Anche la prostituzione è uno scambio di questo tipo, lui ha i soldi, lei ha il corpo. La prostituzione può essere considerata un mestiere come un altro? Alcune dicono che è stupro a pagamento. Di fronte all’entità della tratta è possibile una difesa sensata della prostituzione? Come non dare la stura a moralismi e neppure delegare alle leggi su una questione che ci riguarda, donne e uomini? Ne parliamo a partire dall’analisi della legge Merlin con la costituzionalista Silvia Niccolai e l’avvocata Grazia Villa. Introduce Luciana Tavernini.

di Massimo Lizzi

Nella sua difesa di Simplicio, Luisa Muraro legge il risultato elettorale come una vittoria dei partiti populisti ostili all’immigrazione e una sconfitta della Confindustria, invece favorevole. Concorda con la Confindustria nel ritenere gli immigrati una risorsa economica, ma difende gli elettori populisti, alla luce di due questioni che si pone anche lei: 1) Il benessere da noi guadagnato dobbiamo offrirlo alle ondate di nuovi arrivati, quando ancora ci dibattiamo per sfangarci da una lunga crisi che non passa? 2) A beneficio di chi va la risorsa economica, se i vantaggi sono dei ricchi quando l’economia va bene e gli svantaggi dei poveri quando invece va male? Così, gli elettori populisti, pur votando dei demagoghi, contro i propri interessi, mostrano di rifiutare la razionalità di un capitalismo fine a se stesso.

Di questa lettura condivido la conclusione sul capitalismo fine a se stesso, ma non le premesse, che spesso danno adito a conclusioni sfavorevoli ai migranti. È vero che i populisti si avvalgono della xenofobia, ma l’immigrazione è stato un tema secondario della campagna elettorale. È vero che riceviamo molti immigrati, ma siamo in un mondo in movimento e anche noi emigriamo: 100-200 mila italiani lasciano ogni anno il paese, 60 milioni di italiani sono all’estero. È vero che manca la giustizia distributiva, ma è anche vero che, senza un intervento della politica, i tassi di crescita sono troppo modesti per consentirla, anche quando diciamo che l’economia va bene; dunque le risorse economiche non valgono per arricchirsi, ma per non impoverirsi. Così il dilemma più pertinente mi sembra questo: noi italiani siamo in grado di difendere da soli il nostro livello di benessere?

Pare di no, perché perdiamo 300 mila lavoratori l’anno, a mala pena compensati dai nuovi lavoratori immigrati. Da molti anni, il benessere lo guadagniamo insieme a loro, che svolgono i mestieri più umili, duri, pericolosi e meno pagati, mentre danno in tasse e contributi più di quel che ricevono in servizi e assistenza, tanto da mantenere in attivo il bilancio dell’Inps; con i loro salari, in media più bassi del 20%, permettono l’acquisto di nuovi macchinari, che creano posti di lavoro per la manodopera più qualificata. Sono meno di un decimo della popolazione, ma producono più di un decimo del PIL. Con le rimesse aiutano i paesi di provenienza più della cooperazione allo sviluppo e degli investimenti privati. Nel complesso, l’immigrazione, non è una invasione, ma una trasfusione di sangue.

La paura di essere invasi dai disperati che attraversano il Mediterraneo e sbarcano in Sicilia (in calo del 32% nel 2017 e del 73% nel 2018), forma e allarma una pubblica opinione che si predispone a politiche di chiusura, anche in contrasto con i diritti umani e civili. Perciò, penso sia problematico accreditare questa paura. I migranti africani ci raggiungono per vie illegali e pericolose, perché l’Europa gli ha chiuso ogni possibilità di raggiungerci in modo regolare e sicuro. La Confindustria non è responsabile delle politiche migratorie ed è poco ascoltata. Prima i decreti del centrosinistra, poi e le leggi del centrodestra, tuttora in vigore, hanno ristretto i flussi di ingresso regolare e prodotto centinaia di migliaia di immigrati irregolari, i cosiddetti clandestini, periodicamente regolarizzati in massa, senza un vero governo dell’integrazione, con l’effetto di avere più abusivi, accattoni, micro-criminali.

Anch’io provo disagio per chi vive di espedienti, ma la marginalità non si risolve con l’esclusione delle persone. Peraltro, la realtà prevalente degli immigrati, anche quando sono poveri, è quella di persone rispettabili che conducono una vita dignitosa. Ed io apprezzo quasi sempre la loro presenza che compone una pluralità di voci, colori e simboli, che mi dà respiro con la sensazione di avere il mondo in casa. Ad alcuni di noi (compresa Luisa Muraro) la diversità piace, tanto che il 20% dei matrimoni sono misti. Ad altri invece non piace e non si fanno convincere dagli argomenti razionali. Si tratta di una differenza culturale. Noi nativi, siamo diversi per cultura, interessi, valori e l’immigrazione è motivo di conflitto anche tra noi. Se nell’intolleranza xenofoba c’è una parte di ragione, il miglior modo di comprenderla, per me, è combatterla.

(www.libreriadelledonne.it, 5 aprile 2018)


Dal 08 Marzo 2018 al 03 Giugno 2018

Maria Lai. Il filo e l’infinito

Firenze Palazzo Pitti

Curatori: Elena Pontiggia

Enti promotori:

Sito ufficiale: http://https://www.uffizi.it/

 

Comunicato Stampa:
“Appo intenso sonu’ e telarzu, e sa bidda no parìat più morta …” (Ho sentito un batter di telaio, e il villaggio non mi sembrava più morto) , ha scritto Salvatore Cambosu, scrittore sardo e prima insegnante poi grande amico di Maria Lai. Anzi, lui dettava e lei scriveva.

L’opera di Maria Lai (Ulassai, 27 settembre 1919 – Cardedu, 16 aprile 2013) si impone nel panorama artistico internazionale e lo dimostra la sua presenza, l’anno scorso, sia alla Biennale di Venezia, sia a Documenta di Kassel.

La mostra, curata da Elena Pontiggia e corredata di un ampio catalogo edito da Sillabe, celebra la sua ricerca che si è svolta per più di un settantennio, con un costante rinnovarsi del linguaggio che la porta dal realismo lirico degli anni Quaranta alle scelte informali dei tardi anni Cinquanta e dai lavori polimaterici dei primi anni Sessanta alle successive opere concettuali.
Va compreso in tutta la sua profondità il significato della sua azione collettiva Legarsi alla montagna, che si vede nei video con cui idealmente si apre questa mostra: coivolgendo completamente paesaggio e persone, Maria Lai realizza qualcosa di magico a Ulassai, il paese tra i monti dell’Ogliastra dove era nata, a cui la stringevano vincoli di affetto, ma anche l’esperienza tragica della morte del fratello, ucciso a trentadue anni in un tentativo di sequestro.

Legarsi alla montagna
è la prima opera relazionale compiuta in Italia e si ispira a un’antica leggenda che tutti a Ulassai conoscevano: la storia di una bambina che, durante un furioso temporale, esce dalla grotta dove si era rifugiata, attratta da un bellissimo nastro che vola nel cielo e, con quel gesto a prima vista azzardato, si salva da una frana devastante. L’insegnamento della leggenda è semplice: la bellezza e l’arte, apparentemente così inutili, ci salvano la vita.
Il primo filo da considerare in questa mostra è dunque quel nastro ormai distrutto (strisce di tela lunghe in tutto ventisei chilometri) con cui Maria Lai entra nella scena dell’arte contemporanea internazionale.

“Al centro della questa rassegna – spiega Eike Schmidt, direttore delle Gallerie degli Uffizi – sta il mezzo più tipico del suo lavoro cioè quel filo che “lega e collega” in maniera senz’altro viva e che infatti spesso rimane libero e non ancora cucito: tra i vari riferimenti mitologici non può che ricordare Penelope che tesse durante il giorno e nella notte scioglie i fili”.

Il telaio, lo strumento millenario della tessitura, compare già in un suo disegno degli anni Quaranta e figure di tessitrici si incontrano nelle sue carte successive. Nel 1967 realizza Oggetto-paesaggio, esposto qui nella prima sala della mostra: un telaio disfatto, ingombro di fili spezzati e senza ordine, che occupa lo spazio come un totem. Una scultura/installazione che dialoga con l’arte concettuale, in particolare con il Nouveau Réalisme di Arman e Spoerri, e più ancora con le “armi” di Pascali, dell’anno precedente. Già qui il rapporto doppio col passato e con la contemporaneità è caratteristico della ricerca di Maria Lai e porta ogni suo lavoro a essere al tempo stesso aperto ai linguaggi dell’oggi e legato alle proprie radici e alla propria storia.

Dai Telainascono le Tele cucite, che da un lato continuano a evocare il mondo arcaico dell’arte tessile della Sardegna, dall’altro si inseriscono in quella ricerca espressiva che lavora non sulla tela, ma con la tela dialogando quindi con i polimaterici di Prampolini, i Sacchi di Burri, le Tele fasciate di Scarpitta, i tessuti irrigiditi dal caolino di Piero Manzoni, le tele di Castellani e Bonalumi o in quelle svuotate di Dadamaino.
Lai trasforma l’oggetto quotidiano, nato per essere utile o almeno decorativo, in un oggetto poetico che non serve a nulla, ma è più importante di ogni funzionalità perché insegna a pensare e a capire.

Il passo successive sono le Scritture dalle quali nascono, sempre alla fine degli anni Settanta , secondo un percorso strettamente consequenziale, i Libri che spesso si compongono in fiabe visive: tra le prime, Tenendo per mano l’ombra, del 1987, incentrato sulla capacità di accettare il negativo che è in noi tutti.

Per la seconda volta gli spazi delle Gallerie degli Uffizi ospitano Maria Lai: nel 2004 l’artista aveva allestito al Giardino di Boboli l’Invito a tavola, un grande desco apparecchiato con pane e libri in terracotta, che proprio adesso è in mostra a New York. Non mancano riferimenti a Firenze nell’opera dell’artista sarda: dalle mappe immaginarie di Leonardo da Vinci copiate a Firenze, fino all’opera Il mare ha bisogno di fichi, realizzata nel 1986 in occasione del ventesimo anniversario dell’alluvione del 4 novembre 1966.

Questo dovrebbe fare l’arte: farci sentire più uniti” amava dire Maria.

di Ginevra Bompiani

Da quando Freud ha chiamato inconscio quella terra di nessuno che ci abita, additandolo come il selvaggio che dobbiamo riconoscere per nostro, l’inconscio ha allargato pian piano il suo territorio, divorando tutto quello che ha trovato sul suo passaggio.

Anche Prospero, alla fine della ‘Tempesta’, dice del mostro che ha cercato inutilmente di educare: «Questa cosa oscura la riconosco per mia». Dopo di che, insieme ai sovrani e agli innamorati, abbandona l’isola a Calibano.
Oggi sembra che anche noi stiamo abbandonando la terra a ‘quella cosa oscura’, senza riconoscerla per nostra. Sembra che tutto stia diventando inconscio, che tutto sia insieme per noi oscuro, selvaggio e straniero. E invece quel tutto è nostro.

Ed è certo nostra l’infelicità, la violenza, la povertà, la distruzione che ci assalgono da ogni parte. Siamo noi stessi che ci assaliamo da fuori. La terra si sta invadendo da sola.
E quella popolazione affamata, martoriata e spaventata che assalta le nostre spiagge e si nasconde nei nostri anfratti, il popolo migrante che fugge dalle guerre che facciamo, dalla siccità che provochiamo, verso le illusioni che diffondiamo, questo popolo che vorremmo respingere e cancellare, è il nostro inconscio.

I migranti sono il nostro inconscio. È la parte ‘non pensata’ di noi e della nostra società, quella che ci invade con la sua miseria, ma con la quale, una volta uscita allo scoperto, dovremo fare i conti, entrare in commercio, creare mediazioni, a meno che non continuiamo a cercare di nasconderli, ‘rimuoverli’, soffocarli, per la gran paura che ci fanno.

Finché non sapremo vedere la nostra nudità nei loro corpi lucidi e stanchi che escono fradici dall’acqua, o riconoscere la nostra paura nei loro occhi affamati, o l’intimità di vita e morte nei bambini che pendono dalle loro braccia, ci sembreranno stranieri, invasivi e spropositati. Saremo continuamente mossi da pietà e rigetto, e non sapremo capirli finché non riusciremo a pensarli.

Ora andrà al governo chi non li vuole proprio pensare e finge di poterli annientare, come se si potesse sopprimere il proprio inconscio senza conseguenze. I futuri governanti si vanteranno di essere spietati e daranno dei gran morsi nelle proprie carni.
Ma a dire la verità, neanche chi ha governato finora ci ha mai speso un pensiero. La loro soluzione è stata quella di nasconderli: nei cosiddetti centri di accoglienza e nelle case di tortura libiche e turche. Gli uni come gli altri credono che l’inconscio si possa affrontare rimuovendolo. Ma l’inconscio non nasce dal nulla, e il rimosso è anche rimorso. E se non vogliamo abbandonare loro la terra, come fa Prospero, dobbiamo insegnarci reciprocamente a convivere, perché noi possiamo togliere loro la vita, ma loro a noi la ragione per viverla.

(il manifesto, 30 marzo 2018)

di Antonella Cilento e Rosaria Guacci

Le storie hanno una potenza inesauribile, prevedono tenacia, dedizione al dire, capacità di ascoltare. Possono salvarci la vita, come sapeva bene Sherazade, l’eroina delle Mille e una notte: pagina dopo pagina, notte per notte, lei non smette di narrare per essere risparmiata dal sultano che, esigente, pende dalle sue labbra. Il nostro moderno sultano è il tempo: narrare significa andare a patti con questo assoluto padrone delle nostre vite. Davvero, parafrasando il titolo di un indimenticato libro di Alberto Savinio, noi, donne e uomini, dovremmo essere obbligati a narrare le nostre storie per avere più vita. O ancor meglio, per essere restituiti a una sorta di esistenza più piena di quella che temiamo sia resa grama dalla quotidianità. Di questo sì è parlato in Libreria delle donne sabato 24 marzo durante la presentazione di Morfisa o l’acqua che dorme di Antonella Cilento.

Un po’ di trama e le ragioni del romanzo:

«Non siamo soli se per noi brilla di notte la lanterna del faro che Stevenson guardava, da bambino, immaginando sfrenatamente storie.

Quella lanterna brilla tutta la vita, a letto con la febbre, dalle finestre di scuola, lungo le strade, nel buio e nella luce. Brucia anche col sole. Chiudiamo gli occhi e c’è, luminosa finché viviamo.

Mi conosco, dunque invento. Mi conosco, dunque creo.”» È a questa logica che risponde il romanzo Morfisa o l’acqua che dorme scritto da Antonella Cilento per Mondadori. Morfisa è l’ultimo romanzo di questa scrittrice feconda (a quarantasette anni ha scritto quindici romanzi) e non appartiene alle cosiddette narrazioni mainstream, quelle oggi di moda: «non è un’autofiction, non è una non fiction novel, cioè un romanzo che finge, denunzia o solletica i buoni sentimenti. Appartiene piuttosto a un’antica tradizione, messa a lato, almeno per ora, dall’ansia di realismo di un Paese che non sa più distinguere la finzione dalla realtà.»

Morfisa è la storia di una bambina nera, la giovanissima figlia del duca Giovanni – per questo è chiamata ducissa – che regge il Ducato filo-bizantino di Napoli nell’Anno Mille. La piccola non può camminare ma miracolosamente entra nei sogni di tutti. È il “monstrum vel prodigium” prediletto dagli autori greci e latini: una creatura meravigliosa che fa ogni genere di prodigi, risana i malati, ne lenisce le pene del corpo e dell’anima. I napoletani la venerano come la loro “Marunnella” nera o Theotókos, la Madre di Dio che al solo tocco o al tono della voce li può salvare. Soprattutto è polimorfa, come l’etimologia del suo nome suggerisce: può mutarsi in ciò che vuole – balena, aquila, cinghiale, atleta che, come l’Atalanta del mito, vince tutte le gare e si impone sui segni e sui sogni che chi in sonno la rievoca produce. Al posto della sorella maggiore Crisorroè, morta in un naufragio, va condotta a Bisanzio come sposa dell’imperatore Costantino dal poeta Teofanès Arghili, inviato a questo scopo a Napoli dalle due imperatrici bizantine Teodora e Zoe, per ricucire l’alleanza tra Bisanzio e Napoli. 

In che situazione è la Napoli dell’undicesimo secolo in cui il romanzo ha inizio? Sono molti i pretendenti che la desiderano: i longobardi l’hanno persa, i salernitani la odiano, gli amalfitani la contendono, i mori la pretendono, i normanni l’occuperanno, il papa non la vorrà sotto il suo protettorato perché «i napoletani sono più greci che cristiani»: l’avventura, insomma si complica.

«Teofanès scoprirà che Napoli è rimasta pagana e che le donne, per quanto vittime di stupri e incesti, sono depositarie di antichi saperi e poteri» (se li contendono le Sangennare, le seguaci della tradizione, e le Virgiliane, donne più libere discendenti dal poeta Virgilio qui addirittura assurto a santo protettore della città). Tornando a Morfisa, lei possiede, fra i suoi molti doni, l’arte che manca all’incapace Teofanès, quella di raccontare storie. «Mentre il romanzo del poeta non va avanti di un rigo, Morfisa conosce invece le trame di tutte le storie raccontate e da raccontarsi (persino la versione sumera di “Orgoglio e pregiudizio” o quella bizantina di Peter Ibbetson – ricordate il film Sogno di prigioniero? – Ha le sue personali versioni di Cervantes, Kafka, Saramago e altri ancora.)»

La trama da qui in poi si fa sempre più intricata e popolata ma la interrompiamo. Qualcosa l’abbiamo già anticipata: essa affonda i suoi piedi in pezzi di storia autentica. «Napoli, per oltre sei secoli Ducato autonomo di pertinenza bizantina, di fatto nell’Anno Mille è del tutto indipendente. È l’unica epoca in cui non è colonia, vittima o regno straniero e pochi e complicati a leggersi sono i documenti di un periodo pur così lungo, favoleggiato da Benedetto Croce e dagli storici risorgimentali come l’epoca felice dell’indipendenza cittadina. Insomma, fino all’anno Mille, all’XI secolo del romanzo, Napoli città piccola (molto più piccola della grande città angioina e della megalopoli spagnola che è l’antenata della città odierna) ma fornita di un grande esercito e di navi competitive, salva spesso Roma; però è destinata ad esser presa dai Normanni e a finire nell’orbita occidentale, perdendo la sua fortissima radice greca. Che resta altresì nella lingua, nella filosofia, nell’immaginario letterario e nelle sue leggende.» Potente, sapiente e libera come lo sono le protagoniste della narrazione, donne che conoscono ciò che a pochi è noto, e amministrano il mistero della creazione – il segreto dell’Acqua che nel romanzo avvolge la città come un manto e che può stare ferma e muoversi freneticamente nel corso dei secoli. Non importa che a interrogarla e muoverla siano mercantesse disinibite, ducisse decapitate, “marunnelle” dai piedi monchi, imperatrici viziate, monache volanti, atlete in corsa, immani balene. Qui le donne sono potenti: il romanzo mette in scena il Girl-Power, come si dice in linguaggio più corrente. Da tempo Antonella Cilento pensava che questa epoca andasse narrata in un romanzo, «specie considerando che noi abitiamo in pieno romanzo bizantino», lei suggerisce nel testo; «quest’antesignano del romanzo moderno, notissimo a Boccaccio o ad Ariosto, è oggi, come la gloriosa storia dell’Impero d’Oriente, relegato negli studi specialistici, mentre se lo leggessimo ci accorgeremmo che Beautiful, Sentieri, Il trono di spade, House of Cards e qualunque narrazione seriale, qualunque telenovela e qualunque romanzo vengono da lì. Siamo abituati a vedere personaggi che inopinatamente muoiono e risorgono? Bene, è quel che accade nel romanzo bizantino. Siamo abituati a vedere matrimoni incrociati? Anche questo accade. E la forma era già così consumata che Boccaccio nella novella del Decamerone intitolata “Alatiel” la prende in giro: Alatiel, stuprata in ogni porto del Mediterraneo, arriva infine al matrimonio, vergine.»

I riferimenti letterari (le madri)

Per finire, alcuni cenni agli antecedenti letterari di questo romanzo, alle scrittrici e agli scrittori che l’hanno nutrito. L’Anna Maria Ortese del racconto Un paio di occhiali (in Il mare non bagna Napoli), non fosse altro perché a dieci anni, era il 1980, come Antonella ha raccontato in un’intervista, quella raccolta fu il suo libro di lettura a scuola. Alla piccola Eugenia nel racconto «mettono gli occhiali da vista, e da “cecata” di colpo il mondo le appare molto diverso: la Napoli a lei più prossima, quella dei genitori, dei nonni, volta il dito verso di lei: “de te fabula narratur”. Non si trattava più di divertirsi, di viaggiare in mondi lontani e immaginarsi storie diverse, moltiplicate in pirati e piratesse, ragazzi che fuggono nella brughiera, principesse (non solo Salgari, Verne, Stevenson e tutte le letture che si facevano a quei tempi e si dovrebbero sempre fare) ma si tratta di lei»: per colpa di quel racconto l’autrice cominciò a scrivere.

Un altro libro-guida tre anni dopo lo ricevette in dono dal padre, i Racconti italiani del Novecento curati da Enzo Siciliano. «Fra molti altri, Anna Banti narrava in Tela e cenere di un Caravaggio maledetto (una Negazione di San Pietro) che continua a passare, secolo dopo secolo, di mano in mano portando una terribile sfortuna», così come l’uovo magico di Morfisa, quello che la tradizione napoletana vuole custodito a Castel dell’Ovo in una brocca d’acqua, capace di ispirare le storie – uovo che come il magico anello del Signore degli anelli fa impazzire dal desiderio ma danna chi lo possiede. E ancora di Ortese va ricordata L’infanta sepolta, «il bellissimo racconto in cui una madonna nera (la relazione con Morfisa è evidente) chiusa in una teca di cristallo, poco visitata, buia, fa venire in mente a una ragazza che va a vederla in chiesa ogni giorno che la madonna possa essere viva; sia una vera donna chiusa dietro il vetro e che tutti lo sappiano, specie i preti, e che lei muova una mano e chieda notizie del mondo esterno, “urgenti notizie della notte”». E questo è il titolo che avrebbe dovuto avere Lisario, o l’infinito piacere delle donne, penultimo romanzo di Cilento, incluso nella Cinquina del Premio Strega 2014. «Come Lisario che cade in catalessi e viene esposta a mo’ di miracolo vivente, nel romanzo del 2014, e Morfisa esposta nella grotta sopra la Crypta Neapolitana perché fa miracoli, l’ostensione del corpo femminile, il suo uso fraudolento, è evidente. Ma sia Lisario che Morfisa non sono soggetti passivi, sono due inaffondabili bambine o ragazzine potenti della loro intatta infanzia spirituale, nonostante le violenze subite e da subirsi.»

E se dentro Antonella Cilento si agitano il fantasma potente di Stevenson e quello inarrestabile di Bulgakov, è innegabile, però, il debito di questa scrittura col padre della letteratura napoletana, Giambattista Basile, l’autore de Lo cunto de li cunti, «coi suoi orchi che fanno puzze capaci di generare alberi (orchi perseguitati dagli umani, come capita al popolo napoletano perseguitato dagli Spagnoli); coi corridoi di cristallo sotterranei che percorrono gli innamorati, e i piedi tagliati e insanguinati della Gatta Cenerentola.

Un’idea barocca di lingua (che non significa inutilmente complicata, anzi piana ma carica di immagini) e una fantasia barocca che trasfigura di continuo la realtà sono frutto sicuro delle letture infantili e ripetute di Basile e dei novellieri antichi», che arrivavano in casa di Antonella – racconta ancora lei nell’intervista già citata – «sotto forma di bellissimi libri illustrati, in particolare da un genio pittorico come Adelchi Galloni. Galloni che nelle sue piccole selve popolate di salsicce e gatti, nei balconcini dei paesi e dei castelli, portava con sé Carpaccio e Dürer, gli olandesi, i lombardi e gli italiani, le selve dell’Appenino e il mare carico di vele e nuvole che s’intrecciava con le nuvole del grande Miyazaki.»

I debiti di Cilento sono poi con tante altre scrittrici e scrittori, ne nominiamo, tra gli altri, la più vicina nel tempo, Fabrizia Ramondino, almeno per quel capolavoro che è Althénopis. «Infine ricordiamo i due esergo di Morfisa: Lighea di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che è racconto notissimo ma necessario per dare una sia pur vaga idea di cosa significhi essere davvero meridionali, napoletani come siciliani. Lo studente immerso nello studio del dialetto ionico che si ritira su una spiaggia e vede, nei fumi dei classici e delle declinazioni, una vera sirena, che parla fluentemente la lingua che lui a fatica studia (la lingua morta che incontra la viva) e che con la sua grecità finisce con il mangiare e fare l’amore, commuove. La sirena, la nostra vera identità feroce e antica, abita in noi da sempre, non solo nei vocabolari che abbiamo faticosamente compulsato a scuola.

L’altro esergo viene da La pazza di casa di Rosa Montero, che è libro bellissimo, in Italia assai noto grazie al Premio Grinzane: la pazza di casa è la nostra fantasia, la nostra immaginazione che trattiamo come fosse la parente matta o povera, la pecora nera, che abita nell’ultima stanza della nostra casa e mai vogliamo mostrare agli ospiti. In questo libro, Rosa Montero narra della sua personale danza con la scrittura e c’è un capitolo su tutti, bellissimo, in cui Montero va a vedere le balene nell’oceano e osservando l’improvvisa, fulminea apparizione della balena che, data la mole, si vede sempre e solo per dettagli, capisce che è così che ci vengono le idee. Improvvise apparizioni, illuminazioni che ci dicono che oggi, proprio oggi, immagineremo di scrivere l’inizio di un romanzo che cambierà la letteratura del nostro tempo. Poi, così come l’immagine è apparsa, scompare, rubata dal suono del telefono, dalla lavatrice da attaccare, dal tempo che ci sfugge e che ci sembra sempre insufficiente. Se non siamo veloci ad arpionare le idee, se non siamo sempre presenti alla nostra immaginazione, tutto ci sfugge e può capitarci, come lei narra in un altro capitolo, di esserci riservati una giornata per scrivere e di averla sprecata in risposte alle mail. Perché? Perché, dice Montero, abbiamo paura di rovinare ciò che abbiamo perfetto in mente ma che, sulla carta, dovrà confrontarsi con i nostri limiti tecnici, con la nostra voce stonata.»

In Morfisa l’ultima parte del romanzo, La coda della balena, è ispirata a Montero. «Laddove l’incrocio fra le locali leggende sul “pistrice immane” e le balene immaginarie (Moby Dick, quella di Pinocchio, i grandi pesci di Hemingway, ecc…) producono la potenza inesauribile che anima Morfisa. Che, mutandosi nell’atleta che corre, si dice potente: quella forza che anima le cose tutte scorre in lei, quando immagina, quando ama», quando concepisce fecondata in sogno un suo bambino e un nuovo uovo, in sostituzione dell’originale andato distrutto, ispiratore di altrettante inesauribili storie. La letteratura può fare anche questo.

(www.libreriadelledonne.it, 29 marzo 2018)