di Pinella Leocata

Video e testimonianze per raccontare la vita dei palestinesi, che a Gaza e in Cisgiordania sono vittime delle violenze e dei soprusi dello Stato israeliano, e la scelta coraggiosa delle donne arabe di reagirvi in modo pacifico facendo rete anche con le donne israeliane. Cristiane insieme ad ebree e musulmane, donne di sinistra a fianco di quelle di centro e di destra, tutte insieme per ribaltare il paradigma maschile che dice “solo la guerra può portare alla pace”. E, invece, loro sono convinte che “per vincere bisogna scegliere la pace” e lottano perché possa realizzarsi.

Di questo si è discusso all’incontro, tenutosi nella sede della Lila, promosso da La Ragna-Tela e La Città Felice nell’ambito delle iniziative volte a contestare il Giro d’Italia partito da Gerusalemme per festeggiare i 70 anni della nascita dello Stato di Israele. Una data che i palestinesi definiscono la Nakba, la Catastrofe, perché si è tradotta nell’espropriazione della loro terra, nella deportazione di 800.000 persone in altri siti, in migliaia e migliaia di morti e nella negazione dei diritti fondamentali.

Di qui la contestazione a questo Giro d’Italia e la scelta di far parte del Comitato catanese di solidarietà col popolo palestinese e di prendere parte alla manifestazione di protesta che si terrà oggi, dalle 10 alle 13, in piazza Borgo, lungo il percorso del Giro.

Una contestazione che si estende anche al fatto di «avere trasformato Catania e il nostro territorio in un avamposto militare con il Muos, Frontex, Sigonella, il Cara di Mineo». Il silenzio sulla repressione dei palestinesi e quello sulle contestazioni al Giro d’Italia, denunciano, «è espressione della progressiva disumanizzazione dell’Occidente». La cooperante italiana Adriana Zega, che ha vissuto lunghi anni nella striscia di Gaza, e il palestinese Zaher Darwish, da vent’anni a Palermo, hanno raccontato di violenze anche contro i minori, compreso l’arresto e la privazione del sonno per giorni, della sottrazione del 30% della terra coltivabile, di villaggi e persino di grandi città rase al suolo e della repressione sistematica contro chi protesta, inclusi gli ebrei che non condividono le scelte del proprio Stato, e sono in numero crescente. In questa situazione le donne sono protagoniste di un nuovo attivismo: protestano pacificamente insieme di fronte al muro, ai check-point, prendono parte alle manifestazioni del venerdì pur sapendo che potrebbero rimanere uccise, e hanno dato vita, in migliaia, vestite di bianco, ad una enorme manifestazione per la pace marciando insieme alle donne ebree. Le donne creano canzoni, poesie e video per invocare la pace, come la commovente Preghiera delle madri cantata in arabo e in ebraico. «Una brezza di mare arriva da lontano e il bucato sventola all’ombra del muro. La terra e il cielo. C’è tanta gente che vive insieme e non teme di sognare la pace e la sicurezza».

(Le donne palestinesi raccontano i soprusi dIsraele, La Sicilia, 8 maggio 2018)

di Alessandra Pigliaru

Il tetto che scotta. Guerrini, presidente della Commissione delle Elette, in una relazione: il progetto è fallito



Circola da ieri la relazione firmata da Gemma Guerrini, Presidente della Commissione delle Elette del consiglio comunale di Roma, circa «gli esiti della indagine relativa alla attuazione del progetto “Casa internazionale delle Donne”». Datata 2 maggio, discussa e controfirmata da sei consigliere del m5s, la relazione dovrebbe essere la risposta alla complessa situazione sorta in seguito al tentativo di sfratto che, mezzo raccomandata, la Casa ha ricevuto lo scorso novembre.

Da allora, vista la pretesa del Comune circa il pagamento della «morosità accumulata» pari a 833mila euro, pena la requisizione dei locali, si è avviata una trattativa per risolvere la situazione in cui versa la Casa da qualche anno, a causa di un canone insostenibile (stabilito nel 2003), cercando di tenere conto dei crediti che il Consorzio può vantare nei riguardi del Comune.

Già nel 2013, sotto la giunta Marino, si era profilata la delicata operazione di confronto tra il direttivo della Casa e l’Amministrazione comunale, conseguenza di alcuni precisi provvedimenti (per intenderci: dalla delibera 140 per «preservare» il patrimonio cittadino fino alla più recente 19/2017 ovvero le «Linee guida per il riordino, in corso, del patrimonio indisponibile in concessione»).

Nel tempo trascorso, la Casa ha cercato di chiarire non solo il valore dei servizi che vengono offerti da decenni alle migliaia di donne che nei locali del Buon Pastore si recano ma anche all’intera cittadinanza. Oltre a quantificare in una cifra intorno ai 500 mila euro (per l’agibilità dei locali, il restauro di una sua parte consistente, la manutenzione costante e altre cose di ordinaria e straordinaria urgenza), il tema è sempre stato su un piano politico e non dettato da una spicciola logica contabile.

Così, anche nella risposta della Casa alle 8 pagine della relazione presentata da Guerrini e colleghe, la replica è punto per punto; cominciando con il rimandare alle mittenti il giudizio negativo sul «progetto Casa» di cui le consigliere grilline scrivono con fin troppo zelo e altrettanta imprecisione, cioè cassando ogni riferimento su quanto prodotto negli ultimi 5 anni, per esempio, e sulla documentazione inviata alla giunta comunale a partire dal novembre 2017, una memoria richiesta in occasione delle riunioni del tavolo tecnico-politico convocato dalla stessa giunta per trovare una soluzione alle difficili condizioni dettate dalla Convenzione.

Oltre alla irreperibilità (da un anno a questa parte) della presidente della Commissione delle Elette che ha ritenuto trascurabile rispondere alle costanti richieste di incontro da parte del direttivo della Casa, anche del tavolo tecnico non si hanno notizie da circa 4 mesi.

Come a dire che di quel confronto poco e niente se ne sarebbe comunque fatto e una relazione del genere sembrerebbe confermare il totale disinteresse nei confronti di un bene così prezioso, sostenuto da migliaia di donne che ne riconoscono l’importanza, non solo a Roma ma nel mondo (compreso questo giornale che alla fine di novembre ha avviato una iniziativa di sostegno).

Nel documento comunale si legge che se la diffusione della cultura femminile e femminista è stato un obiettivo realizzato, sul secondo punto del progetto (ovvero «l’informazione sui diritti e servizi per la popolazione femminile, consulenze legali e sindacali e consulenze non medicalizzate sulla tutela della salute della donna») non si hanno prove verificabili; il terzo poi (che riguarda lo «sviluppo della imprenditorialità femminile attraverso la promozione di imprese e di cooperative sociali affidate a imprese femminili») è stato proprio disatteso.

Da qui il definitivo collasso del progetto.

Peccato che dalla Casa siano nate molte imprese femminili, anche senza usufruire di soldi pubblici. Che la maggior parte delle associazioni che fanno capo alla Casa siano anch’esse delle aziende; che i servizi offerti alla cittadinanza siano oltre che validi essenziali. Che mai la Casa ha pesato sulle casse dell’Amministrazione. E che tutto questo accanimento sconsiderato che sfiora il ridicolo non tenga conto, neppure per sbaglio, di una visione politica.

Che il passo successivo siano i sigilli è impossibile da credere, ma visto come è stato maltrattato nei giorni scorsi l’Angelo Mai – per poi scoprire che nessuno sapeva niente – non ci sarebbe da stupirsi.


(il manifesto, 8 maggio 2018)

Documentario MemoMi in italiano, sottotitolato in inglese

di Daniela Bezzi

«Fin da bambina, era come se nel mio intimo ci fosse un tizzone di brace ardente. Crescendo, fui testimone della violenza domestica su mia madre e già in giovane età questa brace prese la forma di poesie…» Così si presenta Jacinta Kerketta nell’incipit alla sua prima raccolta di poesie dal titolo Angor, appena pubblicata dalla Miraggi Edizioni di Torino, con il titolo appunto Brace. Una quarantina di poems vibranti di tensione per quel continuo stupro di terre (oltre che di corpi) del quale è stata testimone fin da bambina nelle zone tribali del sud Jharkhand, in cui è nata. Land grabbing, sfollamenti, regolamento di conti tra minatori e caporali, dispute regolarmente risolte in favore del più forte, foreste teatro di ogni genere di saccheggio – e poi la fame, “che diventa fuoco”; campi impunemente sacrificati, magari a una diga. E la città che avanza, annulla/rimescola ogni identità: questi i temi che ricorrono nel lavoro di Jacinta, fortemente intriso di determinazione al riscatto e impegno a tutto campo, come animatrice di workshop di scrittura creativa nei villaggi, come role model per tante donne (e anche maschi) più giovani di lei, come esploratrice di quell’infinito field work che è il personale/politico – e quindi appunto scrittrice.

In questi giorni Jacinta è in Italia, protagonista di un lancio degno di una star: ieri era alla Ca’ Foscari di Venezia, per una lecture dal titolo quanto mai intrigante, Voices of Nature, Voices of Human Beings. Milano la vedrà oggi ospite della Libreria delle Donne, e lunedì dell’Università Statale; e poi Torino, Roma (tutti i dettagli nel Box) «e senza alcun bisogno di crowdfunding, perché ci sono situazioni, come questa che siamo riusciti a mettere in moto, dove bastano e avanzano le relazioni» commenta il suo editore/agente/amico Johannes Laping, che da anni frequenta quelle zone in rivolta in cui lei è nata, come attivista della piccola Adivasi Koordination che ha contribuito a fondare in Germania nel 1993 – quando le popolazioni indigene dell’India non se le filava nessuno…

Quel che segue è il succo di una lunga chiacchierata telefonica con Jacinta Kerketta qualche giorno fa, in attesa di incontrarla di persona.

 

Il tuo CV racconta di uno strepitoso debutto professionale come giornalista: borse di studio, premi, promettente carriera da inviata nelle zone calde del centro India, che poi interrompi per darti alla poesia…  

Avevo deciso di diventare giornalista, iscrivendomi alla Facoltà di Mass Communication di Ranchi (e per questo devo ringraziare mia madre), dopo essere stata testimone di tanti abusi nella totale disattenzione dei reporters locali, e sarebbe fuorviante parlare di corruzione, spesso si tratta solo di pigrizia. Avevo voglia di raccontare come stavano veramente le cose e sono stati anni straordinari, prima come apprendista, poi inviata di qua e di là, e poi i Premi, alcuni importanti… al punto da farmi decidere a un certo punto di lasciare il quotidiano Prabhat Khabar (testata in lingua hindi con enorme seguito, ndr) e continuare come free lance. Una gioia alzarmi presto la mattina, fiondarmi dove mi pareva a bordo del mio scooter, il pomeriggio tutto per me, pubblicare quel che volevo, magari solo sulla mia pagina Facebook – ed è stato in quel periodo di totale libertà che la poesia ha cominciato a guadagnare spazio, non in alternativa al giornalismo, semmai come trasmissione più immediata di ciò che mi stava a cuore, e dritto al cuore di chi mi leggeva. Ha influito in questo cambio di registro la consapevolezza che il giornalismo, a determinati livelli, ha le mani legate – difficile non ricevere pressioni nella regione ricchissima di risorse minerarie, dove vivo io… Il che ha reso ancor più semplice la mia ritirata dalla stampa. I socials mi hanno aiutato.

 

Ho dato uno sguardo alla tua pagina FB: non c’è componimento che non registri centinaia di condivisioni, ti ho visto nominata “ambasciatrice della causa adivasi fuori dal Jharkhand”…

Sorprendente anche per me. L’unica spiegazione è che la poesia risuona con un’intimità speciale, in immediata sintonia con la musicalità rapsodica della gente per cui scrivo, che magari è inurbata da due generazioni ma nel suo intimo non ha perso il ricordo di ciò che nutre anche il mio scrivere: e parlo del sarna, quello che voi tradurreste come animismo, e che per noi è proprio un sentirsi dentro, ritrovarsi nella propria essenza dentro il creato, immaginare ciò che certi alberi o pietre hanno visto, in dialogo con il profilo delle colline, con la voce dei fiumi… un senso di viscerale appartenenza che nei miei versi si intreccia a fatti di inaudita brutalità, di cui tutti ormai sanno (grazie ai social networks) senza bisogno dei giornali. L’ultimo è di pochi giorni fa: decine di morti ammazzati, contadini innocenti, nell’ennesima battuta di caccia contro i naxaliti, in Bastar. Una guerra di cui nessuno parla da voi e che ha di nuovo traumatizzato quella terra di foreste da cui provengo.

 

Di tutto questo scrivi in hindi, che non sarebbe la tua lingua madre…

Ti sorprenderà sapere che l’hindi è la mia prima lingua, benché io appartenga all’etnia Oraon la cui lingua sarebbe il kuruk. Ero piccola quando i miei genitori si spostarono dal villaggio di Khudpos alla più vicina cittadina, Manoharpur. Mio padre era entrato nei ranghi della polizia (un sogno per un giovane adivasi di allora, come per tanti giovani di oggi, ahimè) e la mia educazione fu in hindi e poi in inglese, neppure a casa si parlava il kuruk. L’ho dovuto quasi imparare, quando ho cominciato a tenere i miei corsi di scrittura creativa per le ragazzine del villaggio di Kacchabari, nella zona di Khunti. Esperienza straordinaria, dalla quale ho ricevuto moltissimo, che mi ha messo a confronto con un mondo di cui sapevo ma di cui non immaginavo la felicità, per quella totale consonanza con la natura, e una natura che ovunque guardi letteralmente ti parla… e poi le feste, per ogni momento del ciclo agrario, con le danze, donne e uomini, tutti in circolo, al suono dei tamburi, fin dentro la notte, unica luce quella della luna che non hai idea quanto riesce a illuminare. Letteralmente una gioia scappare dalla città per sentirmi a casa lì, perché è lì che so di avere le mie radici…

 

Su questo tema è appena uscita infatti la tua seconda raccolta poetica, Land of the Roots, Terra di Radici, che presenterai in Germania subito dopo questo tour italiano.

Importanti le radici, questo ho scoperto rivivendomi nella mia identità più ancestrale di donna adivasi – questo cerco di trasmettere con le mie poesie. Esattamente come per quegli alberi secolari, quei campi che sono stati ricavati disboscando solo alcune zone, quegli esseri che armonicamente ci vivono dentro, partecipi di quello stesso humus che continuamente si arricchisce proprio in virtù di quella infinitamente rinnovata convivenza, l’umanità dovrebbe capire che, nel profondo, we are all one, figli della stessa terra. La politica cercherà sempre di dividerci, per dominarci meglio: hindu contro mussulmani, dalits contro adivasi, e all’interno del mondo adivasi ecco che stanno fomentando il risentimento contro i cristiani. Anche la violenza contro le donne rientra in questa strategia: non è solo violenza di genere, è violenza istigata per dividere ancor meglio uomini di comunità diverse che fino a ieri riuscivano a convivere e oggi conviene che siano in guerra, perché in questo modo ci si appropria più facilmente di territori che magari fanno gola – ed ecco che anche il corpo delle donne diventa campo di battaglia. Ma come dimostrano i corpi rimasti sul terreno nel massacro di pochi giorni in Bastar, questa è una guerra che non risparmia nessuno. 

(il manifesto, 5 maggio 2018)

 

Il libro di Jacinta Kerketta, Brace (Miraggi Edizioni, Torino 2018), con testo a fronte in hindi, è in vendita presso la Libreria delle donne di Milano.

di Franca Fortunato

Nei giorni scorsi i mass media hanno dato la notizia che a Torino un bambino è stato registrato all’anagrafe come “figlio di due madri” e a Roma un altro come figlio di “due padri”, facendo intendere che stavano parlando di una medesima condizione umana. Ma così non è, basta rifletterci un po’ per capirlo. Perché un bambino o una bambina vengano al mondo – come è evidente – ci vuole una donna, perché ci sia un padre ci vuole una madre. Ebbene nel caso delle due madri, una di loro ha fatto ricorso alla fecondazione eterologa e ha portato avanti la gravidanza fino al parto senza interrompere la relazione con la sua creatura, come fa la madre che acconsente alla venuta al mondo di ognuna e ognuno di noi. La seconda madre non cancella né si sostituisce alla prima, ma si accompagna a lei nella cura e nella crescita del bambino. Che questo venga iscritto anche nel diritto ci può stare. Diversa è la situazione dei “due padri”. Perché ci sia un padre ci vuole una madre, a meno che non si creda che i bambini li porta la cicogna o che nascono sotto un cavolo. Chi è la madre del bambino? Come hanno fatto i due a proclamarsi “padri” senza una madre? È subito detto. Uno dei due con un regolare contratto commerciale, mettendo di suo lo sperma, ha commissionato a una donna feconda il bambino, programmando deliberatamente l’interruzione della relazione che la creatura piccola vive con la madre durante la gravidanza e questo solo per poter soddisfare il suo desiderio di paternità, visto che gli uomini non fanno i figli. Per farlo, entrambi sono andati in Canada, dal momento che la pratica dell’utero in affitto, o gestazione per altri (Gpa) o maternità surrogata, in Italia è proibita, mentre la fecondazione eterologa – a cui ha fatto ricorso la donna di Torino – non lo è. Quanto hanno pagato quella creaturina, visto che in un contratto commerciale non basta il desiderio ma occorrono anche i soldi? I due “padri” si sono autoproclamati tali cancellando la madre, dopo aver rotto deliberatamente senza necessità la relazione madre/figlio (figlia), su cui per millenni si è retta la civiltà umana. Quale civiltà moderna è quella che non riconosce il primato della relazione materna, non la salvaguarda né la valorizza ma la cancella e ad essa sostituisce la forza del mercato e del denaro, che mercifica il corpo fecondo femminile e la venuta al mondo di un essere umano? I bambini e le bambine non si vendono e non si comprano, come nessun altro essere umano, e non importa se a farlo siano coppie omosessuali o eterosessuali. Conosco la forza del desiderio e so che è cosa buona e giusta perché ci tiene in vita, ci dà le energie per andare avanti, ma so anche come il desiderio di suo può non avere fondo e limiti e se poi si incontra con la forza del denaro – di cui non ho esperienza perché ne ho sempre avuti pochi – e la tecnica, allora il desiderio diventa incommensurabile come dimostra la pratica della compravendita di una creatura non ancora nata. Questa è una strada – come scrive Luisa Muraro nel suo libro L’anima del corpo – che non si doveva prendere come quella di fabbricare armi atomiche, negli anni Quaranta del secolo scorso, armi che continuano a fare paura. Qualche grande scienziato lo capì e si rifiutò di collaborare. Il rischio, se non si cambia strada, è che a lungo andare comprare e vendere il corpo fecondo di una donna, commissionare una creatura dietro pagamento, interrompere la relazione materna, luogo delle origini di ognuno e ognuna di noi, diventi una pratica “normale” per venire al mondo, a cui ci si assuefà e non ci si scandalizza più. Il modo in cui è stata data e accolta la notizia dei “due padri” ne è un forte segnale. Non si tratta di essere pro o contro, tutte/i possiamo portare “buone” ragioni per sostenere l’una o l’altra tesi – gli uomini hanno sempre trovato “buone ragioni” per fare cose sbagliate, come le guerre – ma si tratta di ragionare, di pensare e di prendere coscienza che non è il fine che giustifica i mezzi ma – come scrive Simone Weil – sono i mezzi che giustificano il fine, sapendo che nel modo come si viene al mondo la posta in gioco è molto alta, ne va della nostra civiltà e umanità. Se tutto questo non diventa coscienza e consapevolezza condivisa, prima di tutto tra donne, allora col tempo prevarranno la forza della legge, i divieti, le pene e le punizioni, con le correlative trasgressioni. Ma non è questo che io voglio, né voglio essere complice di quanto sta accadendo.

(Il Quotidiano del Sud, 5 maggio 2018)

Sul sito di MemoMi La memoria di Milano, il documentario sulla Libreria delle donne – Una storia che continua a cura di Sabina Fedeli (2016, 37’51”) è ora presente anche nella versione sottotitolata in inglese, grazie al lavoro professionale dell’agenzia di traduzioni di Renata Sarfati. Per vederlo, vai a questi link:

film senza sottotitoli https://memomi.it/it/00004/174/la-libreria-delle-donne.html
film sottotitolato in inglese https://memomi.it/it/00004/283/la-libreria-delle-donne.html

I testi completi in italiano e in inglese del parlato del documentario si trovano in un libretto, a cura di Giordana Masotto e impaginato da Elena Leoni, disponibile in Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29, Milano.

(www.libreriadelledonne.it, 4 maggio 2018)

The Guardian, Regno Unito

Decine di migliaia di persone sono scese in piazza nelle città spagnole, indignate dalla decisione del tribunale di Pamplona che ha assolto cinque uomini dall’accusa di stupro di gruppo, condannandoli per il reato più lieve di abusi sessuali. La corte ha stabilito che non c’era stata violenza né intimidazione perché la vittima non aveva reagito. L’accusa è ricorsa in appello e vari politici hanno subito condannato la sentenza. Madrid ha promesso che riesaminerà le leggi sui crimini sessuali. In un tweet la polizia spagnola ha scritto “No significa no” per dodici volte. Anni di campagne di sensibilizzazione hanno cambiato l’atteggiamento delle persone e delle autorità. Com’è possibile che ci sia ancora tanto da fare? Gli attivisti spagnoli hanno accusato la “cultura patriarcale e maschilista” del paese, ma la questione non riguarda solo la Spagna. In India ci sono state manifestazioni contro le agghiaccianti reazioni di funzionari e politici dopo lo stupro e l’uccisione di due ragazze, una delle quali di appena otto anni. Gli irlandesi hanno manifestato contro l’assoluzione di due rugbisti dall’accusa di stupro: a scatenare la rabbia erano stati gli otto giorni di controinterrogatori a cui era stata sottoposta la vittima. La settimana scorsa negli Stati Uniti l’attore Bill Cosby è stato condannato per violenza sessuale. Secondo alcuni questa sentenza è un evento epocale, ma per altri è solo un’eccezione. Le accuse contro gli imputati devono essere valutate rigorosamente e i testimoni devono essere messi alla prova. Ma troppo spesso le vittime devono soffrire due volte. Perché lo stato non riesce a portare in tribunale i loro assalitori. Oppure perché durante il processo subiscono controinterrogatori concepiti per confutare la loro testimonianza, o devono affrontare il pregiudizio secondo cui la maggior parte delle accuse di violenza è falsa. Casi simili scoraggiano le donne che vorrebbero denunciare gli abusi subiti, dicono agli aggressori che possono farla franca, e lanciano un messaggio più ampio sul modo di trattare le donne che la società considera accettabile. In tutto il mondo invece le proteste stanno diffondendo un altro messaggio: le donne non solo meritano ma pretendono di meglio, e non si fermeranno finché non l’avranno ottenuto.

(Internazionale 4-10 maggio 2018)

 

 (Ndr. …e ancora non si sapeva dell’Accademia del Nobel di Stoccolma!)

di Giovanna Pezzuoli

L’oro rosso sono fragole, lamponi, mirtilli, ciliegie e pomodori raccolti e confezionati da lavoratrici che hanno nomi come Kalima, Rachida, Elena, Nadina, Gaia, Menna, Fatima… Attraverso le loro voci si snoda il racconto di una violenza che «fatica a essere nominata», tra ricatti e ritorsioni, turni estenuanti e paghe ridotte, in un crescendo di soprusi che spesso arriva alla molestia sessuale e allo stupro. Da Palos de la Frontera, il paese dell’Andalusia da cui salpò Cristoforo Colombo con le sue tre caravelle, a Vittoria, cittadina in provincia di Ragusa; da Andria, sul pendio inferiore delle Murge, a Souss-Massa, sulla costa atlantica del Marocco, viene alla luce un mondo sommerso e dimenticato, dove la voglia di resistere e il coraggio sconfiggono la paura delle punizioni e l’inutilità delle denunce.

Seguiamo passo passo i rischi corsi e gli ostacoli incontrati da Stefania Prandi, giornalista e fotografa, che ha realizzato questo coinvolgente e documentato reportage, con oltre centotrenta interviste a braccianti, sindacalisti ed esponenti di associazioni. Oro rosso. Fragole, pomodori, molestie e sfruttamento nel Mediterraneo (Settenove edizioni) è la sintesi di un lavoro di ricerca e di inchiesta sul campo: prima tappa, Palos de la Frontera, il più grande giacimento di fragole e frutti rossi d’Europa con diecimila ettari di serre che si stendono a perdita d’occhio e un fatturato di oltre trecentoventi milioni di euro.

A rompere il silenzio è Kalima, di origine marocchina, arrivata con il contratación en origen, il programma per importare manovalanza stagionale. Kalima è andata al vicino commissariato di Moguer per denunciare le ripetute violenze di Abed, il supervisore marocchino che dorme all’interno della proprietà, portando con sé il referto medico della ginecologa. Nessuno la protegge, né la scorta; le dicono che sarà un caso difficile da vincere perché non ci sono prove. Ora è tornata in Marocco, mentre Abed continua a lavorare nella stessa azienda agricola. Nelle serre c’è una dinamica da kapò: alcune donne, investite di responsabilità informale dai proprietari, controllano le altre: chi parla viene considerata una «spiona» e viene punita, mentre le istituzioni voltano la testa dall’altra parte, così come le Forze dell’Ordine («ho trovato un muro di gomma», scrive Stefania).

Ma un dato che aiuta a inquadrare la situazione è l’aumento del tasso di interruzioni di gravidanza nella zona, con il 90% di richieste fatto da immigrate. Poi, ci sono i fumi chimici del polo industriale di Huelva: a ridosso delle fabbriche, nella «Casa con le mosche», che per il tempo della raccolta ospita marocchine, polacche, rumene, bulgare. Rachida da undici anni va e viene dal Marocco alla Spagna. Mostra la patina scura, lo strato creato dall’inquinamento che ricopre ogni cosa. «Ce lo troviamo addosso, ci rovina… prendiamo quattro antiinfiammatori al giorno perché altrimenti non sopportiamo il mal di testa».

Dalla Spagna all’Italia, dove vivono le braccianti dei campi di Vittoria, una miriade di serre con i pomodori ciliegino prodotti da circa tremila piccole e medie aziende ed esportati nel Paese e all’estero. Vi lavorano cinquemila rumene che guadagnano tra i cinque e i dieci euro al giorno meno degli uomini, e basta una lamentela per essere cacciate, esattamente come a Palos de la Frontera. Elena, madre di un bambino di dieci anni, ha subito violenze terribili da parte del suo capo e, grazie a una volontaria della parrocchia, ha trovato il coraggio di denunciarlo e di andarsene da quell’inferno. Ma l’unica prova era la sua parola e così il suo ex padrone è ancora in giro e l’ha minacciata. Ora lei non si fida più di nessuno, neanche dei volontari delle associazioni che alla fine spariscono tutti.

A spezzare l’omertà diffusa, rendendo pubblici i crimini e la dinamica del ricatto, è stato per primo il parroco don Beniamino Sacco, che vive da oltre trent’anni a Vittoria, ma il ritornello di sindacati e associazioni a cui si rivolge Stefania è sempre lo stesso: «non so come aiutarla!». Finalmente, grazie a un operatore suggerito dall’associazione Prometeo di Ragusa, riesce a continuare l’indagine: incontra Nadina e Tulipa due ventenni sposate che lavorano senza contratto e sono state più volte molestate. La figlia è rimasta con la nonna in Romania, troppo rischioso portarla qui, del resto nessuno dei bambini incontrati da Stefania studia regolarmente e soprattutto le bambine, che restano sole mentre i genitori vanno al lavoro, non sono al sicuro. Sono poche le azioni intraprese per migliorare le condizioni delle lavoratrici; secondo i sindacati le donne rumene ricevono un terzo di quanto prevede il contratto collettivo nazionale. Dovrebbero guadagnare cinquantasei euro per otto ore di lavoro.

Petra ha una figlia adolescente e vive a Scoglitti, poco distante da Vittoria: finalmente ha trovato un padrone corretto ed è rimasta otto anni con lui. «Peccato che quando sono rimasta incinta, mi ha licenziato. Adesso ho un bel bimbo e sono disoccupata. Non voglio essere triste ma per noi non c’è giustizia». Anche Jasmina si è ribellata al suo datore di lavoro che le aveva messo le mani addosso, e si è ritrovata da un giorno all’altro sulla strada con il marito e i due figli. Chi reagisce, ne paga le conseguenze, in Sicilia come in Puglia, dove si coltivano il 68 per cento del totale italiano dell’uva da tavola, il 35 per cento di pomodori e olive e il 30 per cento di ciliegie. Qui ci sono i caporali a controllare le braccianti e a compiere loro stessi gli abusi. Alessia, sposata con due figli, da dieci anni vive ad Andria e fatica a trovare lavoro: «Se si sparge la voce che sei una persona seria, non ti cercano facilmente per un contratto. Io lavoro a periodi… Questo è il destino di chi non accetta di fare certe cose».

Denunciare le molestie è un miraggio: a Taranto nel 2011 si è svolto il processo Dacia, dopo che le Forze dell’Ordine avevano scoperto centinaia di rumene costrette a prostituirsi per lavorare con stupendi da fame. Ma nonostante il sindacato Flai Cgil Bat (Barletta Andria Trani) si sia costituito parte civile, i diciassette caporali arrestati sono stati in seguito rilasciati e l’inchiesta verrà probabilmente archiviata perché non sono più rintracciabili le testimoni. Annalisa, come molte altre italiane della zona, è diventata bracciante agricola giovanissima, a 17 anni. Sulla busta paga venivano dichiarati milleduecento euro, ma in realtà lei ne riceveva novecento, certi mesi anche meno. Quando viene licenziata, salta fuori che non le hanno pagato nemmeno i contributi. Decide di fare vertenza con altre colleghe e da allora non ha più trovato un posto con un contratto. «Il mio capo, oltre a essere un farabutto, che ci ha messo nei guai con i contributi, era un porco. Si avvicinava, mi metteva le mani addosso, mi diceva cose sporche…», racconta.

Secondo Maria Viniero, che è stata bracciante prima di diventare rappresentante sindacale, il problema è che le donne in agricoltura sono considerate tutte prostitute. La colpa ricade su di loro, soprattutto se sono single, separate o divorziate. «Su dieci datori di lavoro della nostra zona, non dico sette, ma cinque ci provano e pesantemente, più con le straniere che con le italiane perché lo ritengono quasi uno ius primae noctis odierno», aggiunge Rosaria Capozzi, responsabile del progetto Aquilone di Foggia. Gaia, nata e vissuta in provincia di Bari, una figlia di ventidue anni che va all’università, non voleva diventare l’amante del padrone e ha pagato il rifiuto con anni di soprusi e ripicche. Ha imparato a difendersi adottando un comportamento mascolino, ma deve sempre lottare perché è una stagionale, undici ore di lavoro al giorno, e non ci si può permettere di stare male.

Un passo contro lo sfruttamento è stato fatto con l’approvazione della legge penale contro il caporalato, nell’ottobre del 2016, che inasprisce le sanzioni per i caporali e introduce la responsabilità per i datori di lavoro. Il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro viene punito fino a sei anni di carcere, che possono diventare otto in caso di violenza o minaccia. Un provvedimento sollecitato anche dalla tragica morte di Paola Clemente nel luglio del 2015: prendeva l’autobus ogni notte alle tre e mezzo dal suo paese, San Giorgio Jonico, per raggiungere Andria, a centosessanta chilometri di distanza; lavorava fino alle tre e mezzo del pomeriggio, riprendendo l’autobus per altre due ore. È morta a quarantanove anni per un attacco di cuore: a lei sono stati dedicati un libro (Morire come schiavi. La storia di Paola Clemente nell’inferno del caporalato di Enrica Simonetti) e un cortometraggio (La giornata di Pippo Mezzapesa). Dopo la legge, sono state aperte varie inchieste, una delle quali partita grazie alla denuncia di una donna picchiata per avere chiesto la regolarizzazione del contratto: in una delle conversazioni registrate, un caporale dice che alle braccianti, definite femmine, mule e capre, «servono sesso e botte per essere messe in riga, altrimenti non imparano».

Ultima tappa di questo viaggio scioccante è Souss-Massa, a un’ora di distanza da Agadir, meta del turismo occidentale all inclusive. È la più grande area del Marocco coperta da serre, destinata alla raccolta di ortaggi e frutta per il mercato estero; ogni anno vengono prodotti seicentocinquantamila tonnellate di pomodori perlopiù in grandi aziende gestite da spagnoli, francesi e olandesi. Le lavoratrici, che provengono nella maggioranza dall’Atlante marocchino, sono preferite in quanto non sono esigenti e non si ribellano. In particolare le mère célibataire, ovvero coloro che hanno avuto un figlio al di fuori dal matrimonio, stigmatizzate dalla società. Hafida e Nasma hanno entrambe 25 anni e raccolgono pomodori e fagioli: raccontano di venire continuamente insultate e angariate, mentre ogni scusa è buona per licenziarle. Le molestie sono all’ordine del giorno. «Succede sempre, a tutte. I nostri mariti non lo sanno, non possiamo raccontarglielo. Forse penserebbero che è colpa nostra, forse ci proibirebbero di lavorare. Ma noi abbiamo bisogno di quei soldi».

Rispetto a dieci anni fa c’è stato un miglioramento, dice il segretario dell’Umt (Union marocaine du travail) e si comincia a parlare di congedo per maternità, differenze salariali con gli uomini, e aumento di donne in posizioni di comando. Denunciare è importante se si vogliono ottenere dei diritti: sui tavoli dell’ufficio dell’Amdh (Association marocaine des droits de l’homme) ci sono spugnette d’inchiostro che servono alle donne per firmare i documenti con l’indice. «Usiamo questo metodo – spiegano – perché, quando tornano la volta successiva, non possono ritrattare quello che hanno detto».

Menna è stata molestata dal suo supervisore, che era un sindacalista e ha sostenuto che lei si era inventata tutto. La polizia e il sindacato non hanno fatto nulla sostenendo che era un suo problema. Alla luce di questa esperienza, ha deciso che non metterà mai più piede in un campo: da pochi mesi ha iniziato ad andare ad Agadir due volte la settimana per fare disegni con l’henné alle turiste. Non ha un guadagno regolare, ma almeno non ci sono capi. Nonostante l’ingiustizia diffusa, le marocchine non restano silenziose e hanno anche avuto il coraggio di esporsi mediaticamente, come Hajar al-Korgi, un’ex raccoglitrice di fragole del Nord del Marocco, che ha raccontato in un video le condizioni delle braccianti costrette a lavorare oltre dodici ore al giorno e a nascondersi se arriva un’ispezione. Secondo un recente rapporto solo nel 2013 ci sono state millenovecentodieci violazioni del codice del lavoro, incluse molestie, stupri e licenziamenti senza giusta causa. Persino Fatma, che porta un niqab marrone per nascondere la nuca e il volto, è stata molestata. Lei, come tutte le altre braccianti, sogna un lavoro diverso per le figlie e si impegna per farle studiare, ma per la maggior parte lo scatto sociale resta un miraggio.

In tutti i luoghi dell’inchiesta, conclude Stefania Prandi, è radicata l’idea che per ottenere e mantenere il posto di lavoro si debba accettare uno scambio sessuo-economico, come viene definito dall’antropologa Paola Tabet: si deve cioè offrire sesso in cambio di una ricompensa, che nei casi analizzati consiste semplicemente nel poter lavorare. «Una regola non scritta, sottesa, un tabù, una realtà reiterata e silenziosa, sotto gli occhi di tutti, spacciata per normale».

(27esimaora.corriere.it, 15 aprile 2018)

di María-Milagros Rivera Garretas

Una sera delle feste di San Fermín del 2016, cinque maschi, presunti uomini, autodenominati “Il branco”, spinsero una ragazza in un portone di Pamplona, la violentarono in gruppo e filmarono la loro prodezza. Si sentivano tanto impunibili come alcuni magistrati, presunti uomini anch’essi, li hanno giudicati essere l’altro ieri.

Poche ore dopo aver saputo della sentenza, molte donne e alcuni uomini sono usciti in strada e hanno espresso la loro indignazione e il loro dissenso per una sentenza che non ha condannato i cinque maschi per stupro ma per cosiddetti “abusi sessuali”. Non sono andate a manifestare in posti qualsiasi ma di fronte a edifici che rappresentano lo Stato. Hanno subito capito che non era un tribunale qualunque ma lo Stato di diritto stesso che si scontrava, infrangendosi, contro la libertà femminile e contro la dignità e la grandezza che ogni donna ha per il fatto di esserlo. Come accade molto nei momenti radianti (Chiara Zamboni) della storia delle donne, un avvenimento così importante come questo, che lo Stato si infranga contro la libertà messa al mondo dalla fine del patriarcato, ha avuto il suo lato ridicolo: uno dei tre giudici che firmano la sentenza aveva chiesto l’assoluzione del branco dei maschi con l’argomento che non c’era stato stupro perché i delitti erano stati commessi in un ambiente “di baldoria”. L’estate scorsa, mia nipote di cinque anni mi chiese, a cena, «Nonna, perché ci sono uomini che non sono donne?» Forse è per questo: perché una bambina di oggi può essere, a quanto pare, più sensata di un magistrato.

È insensato che il Diritto distingua tra stupro e abusi sessuali. In questa distinzione si infiltrava il patriarcato per lasciare impunita la violenza contro le donne. È il varco malignamente previsto da alcuni perché altri (a volte, altre) interpretino i delitti contro le donne secondo il diritto ma non secondo giustizia.

Quelli e quelle che oggi giudicano, dentro o fuori dai tribunali, avvalendosi di sottigliezze come questa, sono, a mio parere, presunti uomini. Non fanno onore al loro sesso. Lo dico perché questa volta è accaduta nei mass media una rivoluzione simbolica. I giornalisti si sono divisi chiaramente e senza prevaricazione tra gli uomini che, riconoscendo autorità femminile, hanno saputo dire basta all’insensatezza, e i presunti uomini che hanno titubato, timorosi di attentare contro lo Stato di diritto, o si sono crogiolati nella sentenza che ha lasciato impunito, negandolo, lo stupro. Le giornaliste, da parte loro, si sono divise anch’esse, al punto che, in alcuni casi, davanti alle loro prime tre parole titubanti, molte donne abbiamo spento nauseate il “dispositivo”, non importa se chi parlava era di destra, di centro o di sinistra. Non ne possiamo più di presunti uomini.

Che lo Stato di diritto si infranga contro la fine del patriarcato è un avvenimento decisivo ed enorme, conseguenza del cambiamento radicale della politica del sesso messo al mondo dalle donne, una per una e giorno per giorno nel mondo intero durante gli ultimi cinquant’anni. Trasformando la relazione con noi stesse, con le altre e con gli uomini, abbiamo rivoluzionato la società e lasciato allo scoperto la insensatezza del Diritto in tutto ciò che ha a che vedere con il corpo femminile. Il Diritto è la grande costruzione maschile che sosteneva il patriarcato. Finalmente è riuscita a sconfiggerlo la libertà femminile. Godiamo della nostra rivoluzione!

(Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan, www.libreriadelledonne.it, 3 maggio 2018. Testo originale: El Estado de Derecho se estrella contra el final del patriarcado, Duoda, 28/04/2018, http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/10/219/)

di Cinzia Colajanni

Di Leda Antinori, staffetta partigiana, si è parlato a Catania il 18 aprile 2018, in preparazione della festa della Liberazione. Per iniziativa de La Ragna-Tela, Le Città vicine e Catania Libri è stato, infatti, presentato il libro “Leda. La memoria che resta” di Anna Paola Moretti e Maria Grazia Battistoni, che hanno fatto un eccellente lavoro di ricerca per recuperare la memoria di questa giovane partigiana. “La sua storia è un’occasione per ‘riguardare’ la presenza delle donne nella Resistenza, che fu partecipazione di massa, silenziosa, anonima, collettiva, ricercando le parole delle protagoniste e il senso che diedero alle loro azioni”. Con questo spirito, si sono confrontati con le autrici Domenico Stimolo e Sara Crescimone, dopo un’introduzione di Anna Di Salvo che ha sottolineato la figura di questa donna “molto giovane ma capace di scelte determinate, che ha qualcosa di significativo da dire a donne e uomini non solo sulla ricerca di libertà dall’occupazione straniera e dall’ideologia fascista, ma anche sulla ricerca di una misura per sé, senza dover corrispondere a modelli imposti, neppure a quelli emancipativi”. Cinzia Colajanni, componente della rete La Ragna-Tela, ci ha inviato una sintesi del dibattito, che volentieri pubblichiamo.

La vita di Leda può essere considerata una rappresentazione del rapporto donna-Resistenza. Leda mette a repentaglio la vita non solo per dare il proprio contributo alla liberazione degli italiani dall’ideologia fascista e dall’occupazione nazista ma anche per un bisogno di riscatto personale. Come lei, le donne della Resistenza decisero di agire per una libertà futura, declinabile perché già presente in ciascuna di esse.

La mentalità patriarcale e maschilista, presente anche nelle menti dei partigiani, sopita durante il periodo della lotta armata, riaffiorerà in tutta la sua virulenza quando, al ritorno alla normalità, dovendo ripristinare gli atavici ruoli degli uomini e delle donne, si celebrerà la Resistenza come guerra di uomini, “supportati amorevolmente” dalle cure di madri, mogli e figlie.

A poco servirà, per il riconoscimento della eroicità di Leda, avere perso la vita, perché oltre al suo essere donna un altro elemento metterà in ombra il suo sacrificio, l’avere combattuto senza armi.

Si dovrà attendere la fine del Novecento perché si affermi il concetto di Resistenza civile. Solo allora si darà importanza a chi ha messo a repentaglio la propria vita non con gesti che comunemente gli uomini considerano eroici ma con gesti per così dire semplici ma assolutamente necessari per la sopravvivenza di chi si trovava in prima linea, nelle montagne o nei luoghi di preparazione delle azioni di guerriglia; necessari anche per le azioni di ribellione della cittadinanza, che era il principale bersaglio di quella guerra, azioni di cui soprattutto le donne si erano rese protagoniste. “Le staffette sapevano che, se catturate, avrebbero dovuto affrontare carcere e interrogatori, il rischio delle torture e degli stupri, anche la deportazione, come è stato in alcuni casi. Non era una mansione che si potesse compiere inconsapevolmente. La loro azione era pericolosissima e il loro ruolo non residuale; in un esercito regolare queste mansioni erano compiute da ufficiali di collegamento”. Scrive ancora Pietro Secchia “Le staffette costituivano un ingranaggio importante della complessa macchina dell’esercito partigiano. Senza i collegamenti assicurati dalle staffette le direttive sarebbero rimaste lettera morta, gli aiuti, gli ordini, le informazioni non sarebbero arrivati nelle diverse zone”. È ormai riconosciuto, numeri alla mano, che l’esercito di liberazione, considerando le forze combattenti e le forze d’appoggio, era composto in maggioranza da donne e che senza esse non sarebbe stata possibile alcuna azione militare. Non generico contributo alla lotta quindi ma condizione indispensabile per lo sviluppo della Resistenza.

A febbraio del 1945 (due mesi prima della sua morte) Leda prova a scrivere un diario perché vuole fare conoscere la sua storia smentendo il luogo comune sulla “modestia” delle donne che non avrebbero voluto riconoscimenti.

Uomini hanno deciso che le donne che avevano partecipato alla Resistenza volevano l’anonimato. Le autrici ricordano che in una pubblicazione per “l’anno internazionale della donna”, nel 1975, la Presidenza del Consiglio dei Ministri scriveva: “Ci siamo astenuti da citare i nomi di queste eroine perché abbiamo ritenuto doveroso rispettare il carattere che le donne italiane hanno voluto dare alla loro generosa ed eroica partecipazione. Le donne italiane della Resistenza vollero infatti partecipare alla lotta per la libertà in modo collettivo e anonimo”.

In realtà le donne non chiesero riconoscimenti perché pensavano che ciò che avevano fatto fosse semplicemente doveroso, anche se alcune non volevano rendere noto ciò che avevano fatto per ragioni di prudenza.

Le condizioni eccezionali scaturite dalla guerra permisero di sorvolare su un comportamento pubblico che non fu considerato possibile mantenere, per donne rispettabili, in un paese ormai pacificato. Sembrò naturale rinchiudere nuovamente le donne in casa ed esse trovarono impossibile tradurre, nella mutata situazione, l’esperienza vissuta.

Le donne, partecipando alla guerra, avevano cominciato a ripensare il mondo e a rifondare valori. Non si sentivano più madri o figlie ma persone. La loro partecipazione ebbe quindi un carattere politico, anche se l’occultamento di questo carattere politico fece sì che le donne della Resistenza fossero rappresentate come figure secondarie di cui, nei documenti e nelle ricorrenze pubbliche, si poteva anche non dirne il nome.

Così tante figure di rilievo sono state a lungo ignorate.

Uomini e donne ebbero comunque un diverso modo di vivere la Resistenza, anche quando le donne combatterono con le armi. La diversa identità sessuale le porta infatti a percepire il mondo in termini di vita e di creazione e non di morte e distruzione.

E questa pratica orientata alla vita spiega la richiesta finale avanzata alla famiglia da Leda: non fare vendette, anche se si conoscevano i nomi dei suoi delatori.

 

(www.argocatania.org, 3 maggio 2018)

Redazione

I convegni e gli eventi tutti al maschile non sono una prerogativa degli ambienti conservatori, ma anche di una classe accademica maschile convinta di incarnare il pensiero della sinistra. Il bicentenario di Marx ci offre uno spunto per riflettere e diversi esempi. Auguri Karl!

Nel panorama accademico italiano è nato il Marxilismo: convegni organizzati per celebrare il Bicentenario di Karl Marx nei quali panel di soli uomini si dispongono a raccontarcene vita morte e miracoli. All’estero li chiamano All male panels, ovvero Manels, incontri o dibattiti all’interno di conferenze e convegni nelle quali uomini moderano uomini che rispondono a uomini, o, quando si voglia dare un tocco di colore, donne moderano uomini che parlano con uomini, al fine di dirigere il dibattito scientifico verso nuovi e inediti orizzonti. Il tema è ampiamente dibattuto all’estero. Diverse piattaforme on-line si propongono di dare conto delle conferenze monosessuate organizzate su scala globale. Scopriamo così, per esempio, che lo scorso 8 aprile a Helsinki Jared Talor, Greg Johnson, Millennial Woes e Paul Ramsey (tutti uomini) hanno partecipato a Awakening: the first ethno-nationalist conference in Finland; o che il 18 aprile nella TV polacca c’è stato un dibattito molto interessante sulla questione dell’aborto, anch’esso che vedeva la presenza di soli uomini. È effettivamente interessante osservare la diffusione dell’omosocialità nel mondo del dibattito giornalistico e accademico e come questi consessi maschili si facciano carico di risolvere questioni spinose riguardanti il futuro di tutti, discutendo appunto temi come l’aborto o l’immigrazione. Ma il Marxilismo italiano ha caratteristiche proprie: non coinvolge semplicemente le frange reazionarie della popolazione, come avviene all’estero, o i punti di vista più conservatori, ma più squisitamente la sinistra accademica, quell’agglomerato di studiosi uomini che da anni pensa di incarnare senza contraddizione la più raffinata critica radicale, sino ad auto-proporsi spesso come espressione universale del pensiero di sinistra.

Basta scorrere l’elenco dei membri del comitato scientifico e dei partecipanti al “Marx 2Day” la “Bicentennial conference”organizzata  da 2 al 4 Maggio 2018 presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e all’Università Milano-Bicocca, da Riccardo Bellofiore (Università di Bergamo), Andrea Boitani (Università Cattolica del Sacro Cuore), Bruno Bosco (University of Milano-Bicocca), Aldo Carera (Università Cattolica del Sacro Cuore), Andrea Fumagalli (Università di Pavia), Luca Mocarelli (Università di Milano-Bicocca) e Sebastiano Nerozzi (Università Cattolica del Sacro Cuore). L’ambizione internazionale del convegno a ben vedere lascia spazio a un sequel di nomi più o meno noti di accademici maschi che parleranno tra loro, con un qualche nome di donna a introdurre o a moderarli. Riflesso, dicono gli organizzatori, di un problema squisitamente disciplinare (ci sono poche donne economiste che studiano Marx, mica si tratta di bieco sessismo), “Marx 2Day”  prevedecirca 40 interventi, inclusi chair e saluti istituzionali, con alcuni partecipanti (tutti uomini) che si sdoppiano in più ruoli, facendo da relatori e moderatori, e solo quattro nomi di donna. Portano i saluti di apertura, infatti, Lucia Visconti Parisio, Direttrice del dipartimento di Economia, Metodi quantitativi e Strategie d’impresa (DEMS) all’Università degli Studi di Milano-Bicocca e Daniela Parisi dell’Associazione Francesca Duchini, studio del Pensiero Economico; compare poi il nome di Maria Cristina Origlia, giornalista del Sole 24Ore – nemmeno lei interviene nella veste di relatrice, ma modera un panel di sei relatori uomini. L’ultimo nome è quello di Elena Louisa Lange, dell’Università di Zurigo, l’unica effettivamente a profferir parola.  Pochi giorni dopo l’annuncio di questo convegno, ne è stato annunciato un altro, egualmente interessante. In questo caso, l’organizzazione spetta al Centro Studi F. Rossitto che terrà a Ragusa un convegno su Marx dal 10 al 12 Maggio. In questo caso, figurano 34 interventi e una sola donna, anch’essa incaricata di portare i saluti iniziali: Margherita Bassini, responsabile del comitato scientifico della Fondazione Luigi Longo di Alessandria. In questo caso, a difesa della rosa dei partecipanti, è in voga una tesi che evidenzia come la scelta dei partecipanti sia stata in buona parte circoscritta alla Sicilia, a indicare che, per problemi di budget, bisognava limitare gli inviti a individui poco distanti e in questo senso non si potevano invitare donne  – non ci eravamo accorti che la Sicilia fosse un’isola monosessuata.

Forse hanno ragione gli organizzatori di Marx 2Day, non c’è nulla di cui stupirsi. È da lungo tempo, infatti, che la crisi dell’autorevolezza maschile cerca conferma in una pomposa auto-rappresentazione che filtra in modo sistematico e rigoroso i punti di vista altri,  a partire dai punti di vista sessuati o situati nel pensiero post-coloniale, che pur nel modo più originale si sono confrontati con il pensiero marxiano. Il punto è proprio lo stato di stanzialità incancrenita della teoria e della politica in Italia, che pare, in questa triste celebrazione del bicentenario di Marx, cercare legittimazione e autorevolezza autoproclamandosi unico punto di vista legittimo e neutrale. Balza all’occhio, tuttavia, l’inadeguatezza di queste celebrazioni, specie se raffrontate alle conferenze organizzate in occasione del bicentenario all’estero – rimandiamo, in questo senso, al programma, ricco di punti di vista eterogenei e diversamente posizionati della conferenza sullo stesso tema che si terrà il 4-5 Maggio alla Maynooth University in Irlanda, The (re)Birth of Marx(ism): haunting the future.

Ci chiediamo come sia possibile rispondere, a tale situazione, così spesso interpretata alla luce del fatalismo e del “realismo sessista” – la tesi per cui “l’accademia italiana è così e che cosa ci possiamo fare”. Il dibattito all’estero, tuttavia, lo dice chiaramente: non c’è scusa per gli All male panels: le donne dovrebbero rifiutarsi di moderarli e gli uomini dovrebbero rifiutarsi di parteciparvi. Chissà se, tra tutti questi partecipanti, qualcun@ si sentirà a disagio ad essere considerato un nuovo esponente del Marxilismo.

(www.ingenere.it, 3 maggio 2018)

di Pierluigi Battista

L’ipotesi che quest’anno possa saltare l’assegnazione del Premio Nobel della letteratura è già una notizia che fino ad oggi avremmo considerato impossibile, fantasiosa, una dozzinale fake news. Che però una venerabile istituzione, fiore all’occhiello della Corona svedese, un’accademia così prestigiosa e austera possa inciampare clamorosamente su un caso di reiterate molestie sessuali (pure la giovane principessa bullizzata!) rappresenta uno choc culturale che descrive un punto di svolta oramai irreversibile nella mentalità comune.

Un punto di non ritorno, una soglia che divide nettamente un prima e un dopo. Innescata dal caso Weinstein, una valanga ha travolto in un lasso di tempo brevissimo ogni ambito del lavoro, giornali e televisioni, governi, Parlamenti e amministrazioni locali, cinema e case editrici, re e presidenti repubblicani, organizzazioni non governative che mentre aiutano meritoriamente i derelitti si macchiano di ricatti sessuali sulle donne deboli e bisognose, il mondo della comunicazione e il mondo della magistratura, il mondo della formazione professionale, i grandi consigli di amministrazione, le aule universitarie e le scuole frequentate da minorenni e da insegnanti più vecchi di loro di decenni, associazioni sportive, circoli olimpionici, palestre e piscine.

Un argine si è rotto, una barriera che sembrava solida e inattaccabile si è infranta. Succede sempre così nella storia dei comportamenti umani e nella mentalità diffusa: ciò che fino a pochi attimi prima sembrava eterno, ovvio, indiscutibile, «così si è sempre fatto», per strani e misteriosi sommovimenti tellurici sotto traccia diventa inaccettabile, si trasforma in un atto di prepotenza intollerabile, «così non si fa più». «Così non si fa più»: punto e a capo, si comincia con una nuova storia. Anziché borbottare, gli uomini dovrebbero rallegrarsi di essere testimoni di un cambiamento così tempestoso.

Non tutto è bello in questa ondata travolgente e incontenibile. Non manca la tentazione della caccia alle streghe, del linciaggio senza prove, della messa al bando di opere e persone (il caso Woody Allen), di un nuovo oscurantismo che si permette di censurare persino i dipinti di Egon Schiele e di Balthus e di mutilare nelle università americane le tragedie di Shakespeare intrise di «violenza sessista». E poi la nostra — nostra di tutti, uomini e donne — ipocrisia ci fa tacere sulle violenze innominabili, sulle discriminazioni esercitate sulle donne che hanno avuto la sventura di nascere nel mondo oppresso dalla tirannia religiosa, islamista in particolare.

Ma se l’èra del ricatto sessuale (sesso in cambio di lavoro: è così semplice, che c’entra il rituale del corteggiamento?), se l’epoca del potere fondato sull’abuso e sulla protervia di genere, se tutto questo si sta indebolendo è una buona notizia di cui noi esseri umani di genere maschile dovremmo compiacerci. Dovremmo rovesciare i parametri e riconoscere che lo scandalo non è l’eventuale sospensione di una cerimonia affascinante e fastosa come l’assegnazione di un Nobel a Stoccolma, ma di un individuo, marito di una giurata del Nobel molto subalterna, che è stato denunciato da ben diciotto donne (e pure da una principessa, sembrerebbe) per abusi che sembravano normali e adesso non lo sono più. E dovremmo salutare come un fatto positivo che chi ha sinora creduto di fare come gli pareva adesso deve pensarci due volte prima di mettere le mani addosso a chi dipende dal suo potere.

Deve pensarci il capoufficio che fa lo smargiasso con la segretaria che guadagna un quarto del suo stipendio, il direttore del supermercato con la cassiera precaria, il medico con le infermiere negli ospedali, l’anchorman con la redattrice impiegata a tempo determinato. Che male c’è, se accade questo? Nei luoghi anonimi, dove i riflettori sono spenti, nella marginalità di lavori «normali» e non illuminati dalla luce della notorietà, un Premio Nobel messo a rischio può essere una notizia choc non priva di effetti salutari. Questo «ora non si fa più» non ha nulla a che vedere con il gioco della seduzione, con la felice ambiguità delle relazioni umane tra generi diversi, con i chiaroscuri della passione e dell’attrazione.

Una linea di demarcazione chiara che separa il passato dal presente e dal futuro e permette di distinguere l’evidente brutalità delle molestie da tutto il resto dei rapporti tra un uomo e una donna, da tenere lontano dal moralismo ma pure dai predatori con cui noi maschi dovremmo smettere di intrattenere relazioni di segreta complicità.

(Corriere della Sera, 2 maggio 2018)

Orthotes Editrice, 29 aprile 2018

di Riccardo Fanciullacci

Il caso Weinstein è un fatto di cronaca giudiziaria, ma è stato anche l’inizio di un evento di ben più ampie dimensioni. Di questo evento è importante analizzare il significato perché solo così si può capire come ci riguardi tutti e come a tutti, cioè sia agli uomini, sia alle donne, chieda di trovare risposte che siano alla sua altezza. Qui vorrei riflettere sulle reazioni maschili perché mi paiono più spesso incerte e dunque a rischio di essere inadeguate, ma prima devo riprendere brevemente l’analisi di questo evento che ho sviluppato di più altrove.

Sul piano della cronaca i fatti sono noti. Harvey Weinstein, noto produttore cinematografico statunitense, è stato accusato di molestie da molte donne, tra cui alcune attrici famosissime come Salma Hayek o Angelina Jolie: usando il suo potere e la sua influenza, le avrebbe ricattate per ottenere favori sessuali o il silenzio sui suoi abusi. Queste accuse hanno motivato un procedimento legale contro il produttore hollywoodiano, ma hanno anche avuto ulteriori effetti. Innanzitutto, l’evidenza mediatica del caso Weinstein ha incoraggiato altre donne, non solo in America, ma anche in Europa, a prendere la parola e a denunciare altri uomini colpevoli degli stessi crimini. Ma  il fenomeno si è ulteriormente amplificato con la nascita del movimento #MeToo che ha invitato le donne a raccontare le loro esperienze di molestie e ricatti sessuali subiti, così da far intravedere le dimensioni reali del fenomeno e non lasciare che sia ridotto a un grappolo di episodi isolati ascrivibili alla depravazione di questo o quell’uomo.

L’evento che ha avuto luogo attraverso questa sequenza di fatti è nientemeno che la dissoluzione di uno dei fondamenti del dispositivo del ricatto sessuale. Per cogliere questo punto occorre innanzitutto saper riconoscere nei vari ricatti sessuali non dei semplici comportamenti individuali devianti, bensì una forma più generale di azione messa diversamente all’opera nelle circostanze particolari. Questa forma definiva una possibilità pratica disponibile per qualunque uomo che si trovasse in una posizione di potere rispetto a una donna e consisteva nel poterle chiedere prestazioni sessuali, sotto la minaccia di un qualche uso di quel potere contro di lei e avendo una ragionevole certezza del fatto che tutta la contrattazione, qualunque fosse il suo esito, sarebbe restata una questione privata o che comunque sarebbe stata gestita in maniera riservata e con la complicità dell’ordine sociale. Quando dico che questa possibilità pratica era aperta per qualunque uomo, non intendo ovviamente dire che era esplicitamente considerata legittima. Quella del ricatto sessuale era una condotta regolata, le cui regole, però, potevano funzionare solo restando fuori scena. Grosso modo, come il nonnismo nelle caserme secondo Slavoj Žižek: formalmente vietato sulla scena, sarebbe di fatto parte integrante della vita militare in quanto luogo di inscrizione nei nuovi arrivati dello spirito di corpo e del senso della gerarchia. Così, la pratica del ricatto sessuale era tacitamente intesa come parte della gavetta ecc.

Non indagheremo in questo contesto quale fosse il ruolo o, per dir così, la “funzione” della pratica del ricatto sessuale, ad esempio, nel complesso di un rapporto di lavoro. Sottolineiamo invece che questa stessa indagine diventa possibile solo riconoscendo in quella pratica una parte integrante, sebbene oscena, cioè fuori scena, della totalità di quel rapporto. Impostando l’analisi in questo modo, inoltre, diventa più semplice capire perché per una donna fosse difficile sottrarsi al ricatto, non solo rifiutando la prestazione, ma soprattutto denunciando l’intero gioco senza venire immediatamente screditata. Inoltre, diventa chiaro in che senso il ricatto sessuale, e ora anche l’evento che lo manda in crisi, non riguardino solo gli uomini che quel ricatto hanno praticato e le donne che lo hanno effettivamente subito, ma riguardino tutti. Come condotta possibile era aperta per tutti gli uomini e dunque minacciava qualunque donna: chi non lo ha praticato avrebbe potuto farlo e poteva immaginare di farlo, ottenendo, a seconda, una soddisfazione o un senso di colpa immaginari. Realizzata o meno nella realtà da un certo uomo, quella possibilità faceva parte del sistema delle sue possibilità pratiche, cioè delle possibilità pratiche socialmente rappresentate e riconoscibili entro cui lui faceva la sua scelta – sebbene quella possibilità fosse rappresentata e riconosciuta come una mossa possibile solo fuori scena. Per questa ragione, il suo attuale venir meno o cominciare a venir meno è un evento che ci riguarda tutti: viene meno una possibilità che poteva coinvolgere chiunque e dunque è necessaria una ristrutturazione generale del sistema delle mosse possibili nelle interazioni tra i sessi.

Ma che cos’è che ha mandato in crisi quella possibilità? Evidentemente, la presa di parola delle donne: il complesso delle denunce e la massa critica che sono venute a costituire con gli effetti immediatamente avuti (dimissioni dai posti di prestigio di molti degli uomini accusati di molestie sessuali), nonché la raccolta delle testimonianze all’insegna del “me too” o del “balance ton porc” o del “quella volta che”: tutto questo ha sottratto alla pratica del ricatto sessuale la quasi certezza di poter essere condotta fuori scena e dunque l’ha resa più rischiosa facendole perdere di attrattiva.

Di fronte a questo evento, dovuto in gran parte al coraggio di molte donne, non tutte le altre hanno reagito in uno stesso modo e qualcuna ha persino voluto porsi in difesa di quei tentativi maschili di seduzione, che sarebbero certamente maldestri, ma non trattabili come dei ricatti sessuali. Come già accennato, comunque, io qui vorrei occuparmi delle reazioni maschili e in particolare riflettere sull’indicazione che al disorientamento maschile ha offerto Frances McDormand nel discorso che ha tenuto quando le hanno consegnato l’oscar 2018 come migliore attrice protagonista.

In questo discorso che, giustamente, è stato immediatamente elogiato e ripreso dai media, l’attrice ha messo in guardia gli uomini da una reazione troppo facile e per questo nient’affatto sufficiente. L’indignazione per lo scandalo Weinstein e per il malcostume dei ricatti sessuali deve tradursi in un’attenzione al lavoro e all’intelligenza femminili che non duri giusto il tempo della serata degli Oscar per poi svanire in un rispetto tanto formale quanto generico: invitateci nel vostro ufficio tra un paio di giorni o venite nel nostro, ha detto, e vi racconteremo i nostri progetti e le nostre idee. Si rivolgeva innanzitutto agli uomini dell’industria cinematografica, ma la prospettiva loro offerta ha una validità più generale: riguarda un altro possibile uso di quell’energia che ora è convogliata in un atteggiamento astrattamente solidale e che invece potrebbe alimentare un ascolto vero e un concreto sostegno della creatività e dell’intrapresa femminili.

Lo spostamento e il reinvestimento dell’energia sollecitati dalla McDormand delineano una ipotetica risposta maschile di altissimo profilo. Questa risposta, però, può diventare duratura e dunque realmente efficace e generativa di un nuovo stile nel rapporto tra i sessi, solo a una condizione. Tutto dipende dallo spirito con cui la si mette in opera. Si pensi, ad esempio, al caso in cui quel reinvestimento di energie sia interpretato come un risarcimento: “la colpa per aver assoggettato le donne al ricatto sessuale, o anche solo alla sua incombente possibilità, va pagata ed è meglio farlo nel modo suggerito dalla McDormand piuttosto che con semplici dichiarazioni di solidarietà”. Se è con questo spirito, se cioè è all’interno di questa cornice, che gli uomini si propongono di sostenere l’intelligenza e l’invenzione femminili, allora è difficile che si vada lontano. Lo spirito non consiste  dunque nella condizione psicologica o nelle emozioni che si possono provare quando si realizza quello spostamento di energia, bensì nelle coordinate simboliche entro cui lo si realizza e che definiscono la qualità di quell’energia.

È il momento di riconoscere che l’energia fornita dal senso di colpa può animare giusto una reazione temporanea e comunque non può nutrire un autentico interesse verso l’altro e dunque uno scambio significativo. Per raggiungere un simile scambio, occorre uno spirito ben diverso. Quando si agisce per senso di colpa, non si presta attenzione che a sé. Al contrario, le pratiche generative, quelle che danno luogo a nuove situazioni di vita e a più alte forme di relazione, non sono mosse dal bisogno di espiare una colpa, ma dal desiderio di raggiungere un bene di cui si comprende che solo l’altro ce lo può far sperimentare. Concretamente, vuol dire riconoscere che partecipare ai progetti delle donne è l’unico modo di fruire di quel di più di bene che solo grazie a questi progetti potrebbe divenire disponibile per tutti – dove questo di più di bene si mostra sotto forma di idee nuove, prospettive inaspettate, approcci differenti ecc.

Si potrebbe credere che io stia sviluppando l’indicazione della McDormand in maniera strumentale, come se stessi proponendo agli altri uomini di appoggiare i progetti femminili allo scopo di impadronirci dei loro frutti. In effetti, non sarebbe la prima volta in cui la cultura maschile articolerebbe in questo modo la cura e l’attenzione verso le donne! Qui però sto andando in tutt’altra direzione. Partecipare ai progetti delle donne significa riconoscere la libertà e l’intelligenza femminili e questo è esattamente l’opposto di un atteggiamento strumentale. Ciò che sto aggiungendo è che riconoscere la libertà e l’intelligenza delle donne è un guadagno per tutti. Tale riconoscimento non ha quindi bisogno di essere nutrito da un ideale di negazione di sé (“per il suo bene, a dispetto del mio!”), di cui si può spesso sospettare che in realtà mascheri ben più misere motivazioni (l’espiazione del senso di colpa, la ristrutturazione della propria immagine pubblica ecc.).

Il timore che io stessi offrendo una giustificazione strumentale dell’invito a dar credito alle proposte e dunque alle parole delle donne non è l’unico che può suscitare delle perplessità in chi mi sta leggendo. Qualcuno potrebbe essersi insospettito per il modo in cui ho fatto riferimento alle donne e voler precisare che, certamente, bisogna ascoltare ed eventualmente sostenere, se sono buone, le idee delle donne, ma come quelle di chiunque: “le idee buone, quando arrivano, arrivano agli individui, l’importante è non privare alcuni di loro della possibilità di essere ascoltati solo in quanto sono donne”. Questo discorso è talmente familiare, talmente dominante, da indurci al consenso prima ancora di aver riflettuto. Tuttavia, conviene riflettere. Si può allora vedere quanto poco sia ovvio saper incontrare l’altro prescindendo dalle sue svariate sfere di appartenenza (dal sesso all’età, dalla cultura di provenienza alla condizione sociale, dalla religione alle idee politiche). È così poco ovvio che viene anzi il dubbio che non sia neppure l’ideale. In effetti, non è l’unica opzione cercare di prescindere da tutte le determinazioni dell’altro, rischiando di raggiungere un altro che non è più niente e, soprattutto, rischiando di trovarsi poi a far valere, più o meno involontariamente, ora questa ora quella sua determinazione, come ad esempio accade, quando, terminata la seria dichiarazione sul valore dell’individuo come tale, ci si trova a far battute sulle presunte irrazionalità o fissazioni delle donne. Queste battute servono a scaricare la tensione prodotta da quel neutralismo astratto, ma non è vero che sono innocue, hanno anzi effetti sulle condotte degli uomini, tra cui quelle in cui dovrebbe realizzarsi l’ascolto della parola femminile. E questo è proprio il nodo su cui punta il dito la McDormand.

Per incontrare l’altro nella sua individualità è possibile seguire un’altra strada: non prescindere dalle sue determinazioni, ma confrontarsi con esse e con gli orizzonti di significato e le dimensioni pratiche che possono dischiudere. Nel discorso di Frances McDormand alla notte degli oscar del 4 marzo, ho trovato proprio un invito a incamminarsi in questa direzione, un invito che ho interpretato nel modo seguente. Se noi uomini vogliamo che il nuovo atteggiamento che cerchiamo non duri una sera, allora non dobbiamo orientarci sulla generica solidarietà verso le donne, ma prendere sul serio le loro parole e renderci capaci di sostenere e far fiorire le loro idee, anche e soprattutto quando non confermano quelle che abbiamo già. E non siamo invitati a farlo per risarcirle o per espiare le nostre colpe, reali o immaginarie. Dobbiamo farlo riconoscendo la povertà dell’atteggiamento precedente e dunque tutto il positivo di cui ci privava, cioè quelle dimensioni del bene che si aprono per tutti non appena la libertà e l’intelligenza delle donne possono esprimersi e creare.

Non intendo questo discorso come un invito a prender sul serio una donna in quanto è una donna. Un simile intendimento produce facilmente un’attenzione generica, da quote rosa, ma può anche avere un esito peggiore: invitare a prender sul serio una donna solo e fintanto che corrisponde alla nostra immagine di quel che una donna è. D’altronde, non intendo quel discorso neppure come l’invito a prender sul serio una donna nonostante sia una donna, cioè a prescindere dal suo essere una donna. Certamente l’ascolto è reale solo se non incontra l’altro come un esemplare del genere femminile, ma è dedicato alla donna singolare che si ha innanzi, cioè solo se raggiunge l’individualità della sua parola, delle sue idee, delle sue storie, dei suoi progetti. Tuttavia, nell’ascoltare questa parola singolare non si può cancellare il fatto che essa stessa rinvia al suo essere la parola di una donna. Contro la violenta rimozione di questo fatto, si erge ad esempio il pensiero della differenza sessuale che mostra come, per un’idea offerta a tutti e dunque potenzialmente universale, non sia affatto necessario provenire da un soggetto immaginato come neutro (l’individuo, la persona, il soggetto razionale ecc.).

Sarebbe davvero un errore ricondurre l’invito della McDormand al discorso generico e neutro sull’importanza dell’ascoltare ed eventualmente del sostenere le idee di qualunque individuo. Questa è solo una falsa scorciatoia per raggiungere il suo effettivo valore universale, una scorciatoia con cui si ottiene unicamente di illanguidirlo. Per cogliere la sua verità, non bisogna cancellare dal discorso il riferimento ai sessi. Ma a questo punto si impone a noi uomini una domanda che non può più essere rimandata: come dobbiamo tener fermo quel riferimento senza tornare a modelli di relazione sessuata come quelli che, anche solo sul piano immaginario, ammettevano il ricatto sessuale quale loro possibile sviluppo osceno?

Anche nelle battute sessiste traluce la difficoltà maschile a relazionarsi alle donne in maniera neutrale – che poi, di fatto, è solo una maniera modellata sulle relazioni tra gli uomini. Dobbiamo prendere sul serio questa difficoltà, di cui solo la psicoanalisi freudiana ci dice quanto in profondità è radicata e dunque come condizioni qualunque incontro tra i sessi e non solo quello sessuale, e dobbiamo attraversarla. Se è vero che il riferimento ai sessi non si può saltare, è altrettanto vero che, per non saltarlo, noi uomini dobbiamo affrontare tutte le paure, i desideri, i fantasmi, i blocchi che ci suscita anche il solo pensare all’incontro con le donne. Più precisamente, il problema è che le maniere attraverso cui crediamo di saper neutralizzare tutti gli stereotipi, le abitudini mentali e gli schemi emotivi che sono innescati dal riconoscere che l’altro è una donna e che, in quanto tali, ostacolano il nostro incontro con la singolarità della sua parola, non sono affatto dispositivi capaci di far fronte al groviglio di difficoltà e questioni irrisolte che si associano per noi all’incontro con l’altro sesso. Conviene farsi coraggio e prendere la via lunga che affronta questo groviglio o almeno non si nasconde la sua esistenza.

Nel discorso della McDormand credo che si trovi un’indicazione importante per gli uomini che, come me, desiderano star di fronte alle donne in un modo che sia all’altezza della loro libertà e intelligenza. Ci invita a prenderne sul serio i progetti, anche se in noi può esserci molto che fa ostacolo, che siano fantasie, attrazioni o repulsioni incontrollate, modelli mentali, disposizioni pratiche o emotive e forse qualcosa che si radica ancor più in profondità. Per questo, potremo davvero capire che cosa significhi per un uomo collaborare ai progetti di una donna, solo se non eviteremo di scavare e confrontarci con i nostri fantasmi, positivi e negativi. D’altronde, non è uno scavo alla cieca. Come suggerisce Frances McDormand, disponiamo già di una guida: è il desiderio di partecipare a quei progetti e dunque di fruire dei beni e delle possibilità che essi offrono a tutti noi.

(Orthotes Editrice, 29 aprile 2018)

di Silvia Niccolai

Gestazione per altri. Se siamo in grado di decifrare i beni che i “nuovi” bambini e i “nuovi” genitori domandano è perché sappiamo quanto valgono riconoscimento e affetto

Nella registrazione dell’atto di nascita di una bambina nata per surrogazione di maternità (gpa), decisa in questi giorni dal Comune di Roma, può essere vista una scelta volta a tutelare l’interesse di un singolo bambino a uno status familiare.

È una scelta che, indipendentemente dalla sua correttezza, di cui ora non discuterò, nulla implica, né può implicare, in favore della legalizzazione della gpa come modo di far nascere bambini futuri. Questo infatti è un tema che coinvolge questioni su cui non va messo un timbro, ma tenuta aperta la discussione.
Una è il problema dei diritti sul proprio corpo. C’è chi dice: una donna è padrona del suo corpo e nessuno può vietarle di disporne, gratuitamente o per soldi.
Ricordo al riguardo un’opinione, che all’«illusione» di spiegare il diritto sul proprio corpo come proprietà, obiettava che «il vero è, al contrario, che noi possiamo spiegarci l’intima essenza del diritto di proprietà solo per un’analogia, modellata sulla prima e naturale certezza dell’appartenenza immediata del nostro corpo a noi stessi».

È il rapporto profondo e interiore col corpo a fornire il modello della proprietà, suggerisce questo pensiero, non è il rapporto esteriore e utilitario con le cose a fornire il modello del rapporto col corpo, e se non pensiamo il mondo a partire da noi può essere il mondo a dettare, per noi, ciò che dobbiamo essere e pensare, riducendoci, in fondo, a cose. Mettendosi in questa prospettiva, Giorgio Del Vecchio criticava l’affermarsi di una nozione di proprietà tutta funzionalizzata alla dinamica del commercio, vale a dire la nozione per cui se ti è riconosciuto un diritto su qualcosa non è nell’interesse tuo e per fini tuoi, ma in vista di un superiore interesse collettivo, che è quello alla circolazione e alla valorizzazione delle risorse. I patrimoni non devono restare improduttivi, e non solo quelli enormi e impersonali, come uno stock di azioni, ma i più piccoli e individuali. Nel lontano 1920 era identificato il diktat che oggi mi spinge a pensare ‘mia’ non la cosa con cui posso sviluppare un mio rapporto, a modo mio, ma quella da cui devo trarre profitto, o che devo rendere profittevole (anche quando la donna si presta alla gpa per ‘dono’ intorno a lei lucrano le cliniche e gli studi legali). Dire che il corpo è mio, dunque, non basta: si può parlare di proprietà e evocare una situazione di perpetua instabilità: se ho diritto su qualcosa è per darlo via. Oppure richiamare l’idea di una relazione durevole, profonda e creativa con le cose esterne, così come con sé.

Ecco dunque una grande questione racchiusa nella gpa. L’idea di disporre del corpo ‘come proprietarie’ può sancire che tra una persona e una cosa, tra una persona e se stessa, e tra le persone, non possono esistere relazioni che hanno valore in sé. Nella gpa vedremmo così un caso in cui la predicazione di valori apparentemente liberisti ha sonore implicazioni collettivistiche, e cioè espropriative; forse l’emblema di un’epoca, in cui veniamo moralmente ristrutturati a interiorizzare come normale l’instabilità e l’incertezza dei nostri diritti, al lavoro, alla pensione, ai risparmi, alla libertà delle nostre scelte, subordinati al cangiante interesse dei mercati, e, perciò, non più diritti.

Anche applicata a una ‘nuova genitorialità’ che vorrebbe prescindere dalla figura materna la prospettiva soggettiva, ovvero il partire da sé, potrebbe avere risultati interessanti. Se siamo in grado di decifrare i beni che i ‘nuovi’ bambini e i ‘nuovi’ genitori domandano è perché sappiamo quanto valgono cose senza prezzo come riconoscimento e affetto, le quali non sono condizionate a una base biologica o all’appartenenza a un sesso determinato.

Ma dove lo abbiamo imparato, come? A meno di non credere che siamo agiti dalla forza incontrastabile di una oggettiva Legge di Ragione, si può pensare che se vediamo queste cose, le immaginiamo e le consideriamo importanti, è perché ci richiamano l’opera della madre, che ci rende capaci di reciprocità, di creare legami inalienabili, durevoli e fini in se stessi, avendoceli per prima fatti esperire. Potremmo scoprire che le nuove forme di genitorialità e il riconoscimento che ottengono devono molto a capacità che negli esseri umani lascia l’impronta materna. I ‘nuovi padri’ sono riconosciuti da un moto che inizia da nuove madri. Sono state due sindache, entrambe madri, a consentire annotazioni di stato civile di cui si discute. Tutto questo ci potrebbe far pensare a quanto il vivere insieme deve al materno; a come sia imprudente volerne annullare l’idea, invece di capirla fino in fondo.

(il manifesto, 1 maggio 2018)

di Stefania Tarantino

 

Presento questo libro alla luce di tre esperienze che ho vissuto recentemente. La prima. Qualche giorno fa ho avuto un incontro raro. Ero impegnata nei lavori di pulizia di una casa appena ristrutturata nel Cilento. Ho sentito un canto di uccelli che non avevo mai sentito prima. Incuriosita da quel canto, ho lasciato ciò che stavo facendo e mi sono precipitata fuori. Ciò che mi è apparso davanti mi ha lasciato senza fiato e mi ha riempito di stupore. Una ventina di coloratissimi gruccioni, conosciuti scientificamente come Merops apiaster, volteggiavano in una danza emettendo trilli continui. Devo dire che ho scoperto solo dopo che si trattava di gruccioni. Quando li ho visti non sapevo che tipo di uccelli fossero e quei colori intensi che andavano dal blu al giallo, dal rosso al verde, e quelle ampie ali appuntite mi avevano fatto pensare che fossero una specie di pappagalli, ma la cosa era davvero un po’ strana. Che cosa ci facevano i pappagalli nel Cilento? No, non era possibile. Così, cercando le specie di uccelli migratori che passano per le coste cilentane e scandagliando un po’ di immagini, ho capito che si trattava dei gruccioni. Questo incontro mi sembra perfetto per introdurre e invitare alla lettura dell’ultimo libro di Antonietta Potente, Come il pesce che sta nel mare (ed. Paoline, Milano 2017), in cui c’è una parte dedicata proprio al nome e al canto degli uccelli. Ho compreso meglio che cosa l’autrice ci indica con il sottotitolo: la mistica luogo dell’incontro. Infatti, questo suo libro che non è una storia della mistica in senso stretto né la descrizione degli stati estatici vissuti nell’esperienza mistica è la storia di tutti quegli incontri inaspettati che hanno il potere di trasformare la nostra vita. Ma c’è di più: è anche un invito a non stancarsi mai di osservare ciò che ci circonda nella sua evidenza. Imparare a fare spazio a ciò che percepiamo nella sua misteriosità e inesprimibilità. Nelle differenti testimonianze che emergono sul senso della mistica e attingendo a fonti cristiane, ebraiche e islamiche, l’autrice parla della mistica come asse trasversale che sottende i nostri movimenti, come esperienza di un accadimento indescrivibile che fa parte di un percorso assolutamente umano e naturale. È proprio nel mistero delle cose che ci accadono e che ci circondano che, secondo l’autrice, c’è disvelamento della realtà più reale. E ciò accade non in momenti straordinari, ma nella vita di tutti i giorni. Antonietta Potente fa notare come una delle vie mistiche di radice antichissima sia proprio la lingua degli uccelli che troviamo nei miti, nelle fiabe, nei racconti popolari, nei cantici e nei modi di dire delle tradizioni orali popolari. Il corpo ha un suono e il corpo alato e sonoro degli uccelli ha sempre assunto, nelle variegate e differenti civiltà, un ruolo spirituale molto importante, sia rivelatore che ammonitore. Non esiste una mistica senza il coinvolgimento del corpo e il corpo è possibilità di unione, di condivisione, di scambio. Il suono risveglia forze interiori, energie misconosciute e assopite che, se solo vi prestiamo attenzione, ci mostrano un legame indissolubile. Da qui la domanda: che cosa ne facciamo di tutti quei bellissimi cantici di una divina presenza che lascia scie di luce al suo passaggio? La risposta la potremmo trovare se solo iniziassimo a pensare che più che di nozioni è di ali che abbiamo bisogno.

La seconda esperienza riguarda una mia recente visita a Palazzo Steri di Palermo, dove ho visto per la prima volta i graffiti e le scritte lasciate da tutti quegli uomini e quelle donne che hanno vissuto nell’infernale macchina dell’Inquisizione. Si tratta di mura che, nonostante lo scorrere del tempo, trasudano dolore e sofferenza. Parole e disegni che testimoniano di torture indescrivibili, di disumani isolamenti, di corpi in cui è stato spento qualsiasi barlume di scintilla interiore. Antonietta Potente ci spiega come la mistica sia ricucitrice di ferite, spostamento in ogni direzione, sbilanciamento dal limite del corpo, trasformazione per l’indicibilità di ciò che si sente e si vede. Ed è anche ciò che ritorna sempre poiché, lo spirito degli uomini e delle donne libere, ritorna anche quando li bruci, li torturi o li allontani. La mistica è ciò che sottende alla vita come il rizoma lo è per le piante.

La terza esperienza riguarda il sapere nella sua forma più generale. Se la nostra conoscenza non ci apre le porte della nostra interiorità, se non smuove qualcosa nel profondo di noi stessi, tutto ciò che diciamo e facciamo resta miseramente sterile. Non a caso, in questo libro, la ragione deve diventare porta maestra dell’amore. La porta è un altro significante importante della mistica a Oriente come a Occidente e indica il superamento di ciò che pensiamo separato chiudendo così qualsiasi possibilità di incontro. Qui la forza politica trasformante del messaggio mistico, come cammino di ricerca che apre spazi, riunifica le vite, riporta alla sorgente delle cose nella loro semplicità. La sapienza cui la mistica allude nasce dalla sete e ha il tono di un’invocazione che travalica gli stretti confini della razionalità che, anche nel suo massimo dispiegamento, non ha impedito gli orrori ed errori della storia. È necessario guardare e guardarsi dentro perché è solo nella profondità che possiamo vedere il principio. Il libro è cosparso di citazioni che provengono dal mondo mistico dell’Islam. È in quel mondo che l’autrice vede l’origine di quella pura luce che dobbiamo lasciare entrare negli interstizi più oscuri. Un’immensa sete di sapere, di giustizia, di bene, ha accomunato da sempre spiriti lontani e diversi. Unire la propria sete a quella degli altri, capire che ciò che dà significato vero alle nostre vite ci proviene dal di fuori di noi stessi, oltre ai perimetri su cui abbiamo tracciato i nostri confini sempre più tristi e mortiferi. L’accumulazione, la guerra, la privatizzazione, tutto ciò ci fa perdere la gioia dell’incontro, di qualsiasi natura sia. Non si tratta di essere credenti o meno. Questo libro ci domanda quali sono oggi le pratiche politiche che possiamo mettere in campo per imparare nuovamente a leggere la realtà e per uscire da questa storia che distrugge tutto e separa ogni cosa. E ci domanda anche di rivolgerci a quelle dimensioni che si intersecano e si legano tra loro poiché, come scrive l’autrice, ci deve essere un luogo in comune, uno spazio, un cuore dove viviamo, nella verità della differenza, questa bellissima appartenenza gli uni agli altri, le une alle altre.

 

La composizione del libro

“Come il pesce che sta nel mare” riprende una frase presente all’interno del Dialogo della divina provvidenza di Caterina da Siena. L’autrice ne riprende anche la forma dialogica. Si tratta, infatti, di sei lettere indirizzate ad amici e amiche che condividono con lei percorsi sperimentali di vita e di saperi. Il libro si apre con un’introduzione cui l’autrice dà, significativamente, il titolo di una lettera di San Paolo ai Corinzi: La nostra conoscenza è imperfetta e imperfetta la nostra profezia. Il primo dialogo s’interroga sul senso della mistica ed è una lettera indirizzata a un suo fratello boliviano. Il secondo dialogo traccia un cammino interiore ed è una lettera indirizzata a un’amica musulmana. Il terzo dialogo tratta del nome e del linguaggio degli uccelli ed è una lettera indirizzata a una sua sorella boliviana. Il quarto dialogo approfondisce il significato della questione mistica e del fatto che se anche Dio non fosse, ci sarebbero comunque i corpi con la loro sete ed è una lettera indirizzata a una sua amica veronese. Il quinto dialogo riguarda una riflessione sulla quotidianità della mistica ed è una lettera indirizzata a un’altra sua amica veronese. Il sesto dialogo si occupa del significato attuale delle pratiche mistiche ed è una lettera a una sua amica veneziana. Le conclusioni sono fatte come se dovessimo concludere.

 

Il libro sarà presentato all’Istituto Italiano per gli studi filosofici di Napoli (Via Monte di Dio, 14) da Stefania Tarantino il 7 maggio 2018 alle ore 17 alla presenza dell’autrice.

 

(www.libreriadelledonne.it, 1 maggio 2018)

by Barbara Casavecchia / ArtReview

‘My dear, I have been searching for stories to help explain the way I see our relationship. Stories from the history of the political practice of relations. It led me to the places where women who theorised it still practise it.’ So begins A story from Circolo della rosa (2014) by Alex Martinis Roe, a film narrating the relationship between two members of the Milan Women’s Bookstore Collective. The film traces the genealogy of ‘sexual difference’ – a theory that insists on female embodiment as something other than a negative of the masculine ‘norm’ – and its influence.

A wider resurgence of interest in Italian feminism of the 1970s has lately been reflected in the artworld, where there has been a renewed attention to the writings of the author and activist Carla Lonzi, triggered by new studies by scholars Giovanna Zapperi and Ra aella Perna and reinterpreted by artists including Claire Fontaine and the late Chiara Fumai. It’s a natural association: Lonzi was an art critic whose commitment to alternative, more horizontal and freer forms of communication had emerged in ‘Autoritratto’ (‘Self-portrait’, 1969), an experimental essay that took the form of a choral conversation, for which Lonzi put questions on themes, ranging from the personal to the political, to 14 artists and then cut, pasted and mixed the questions with the answers, dissolving any hierarchies between interviewer and subject, the artist and the writer.

Language and its use, circulation, censorship, refusal or subversion is essential to old and new waves of feminism. The ‘Manifesto’ (1970) of the Rivolta Femminile – the group Lonzi founded with painter Carla Accardi and activist Elvira Banotti – proclaimed that ‘man has interpreted woman according to an image of femininity which is his own invention… Man has always spoken in the name of the human race… we consider history incomplete because it was written, always, without regarding woman as an active subject of it.’ Martinis Roe revisited the history of these feminist approaches to speaking and writing through a research and art project that included workshops, oral histories, group practices and six films shot across Milan, Paris, Utrecht, Sydney and Barcelona, culminating in the touring exhibition To Become Two (2014–17). In order to tell the story, the camera in A story from Circolo della rosa zooms in on a Milanese bookshop. So, let’s do the same.

In the week before Christmas 1974, a black-and-white leaflet circulated in Milan announcing the opening of a new bookshop, the Libreria delle Donne (Women’s Bookshop). The flier declared ‘the need to affirm the diversity of our sex and of our condition’ through the promotion of women’s work, while at the same time making an early crowdfunding appeal: ‘Six million lire is needed, we have one’. Inspired by the Librairie des Femmes in Paris, the bookshop would be run by a cooperative dedicated to the great Italian feminist writer Sibilla Aleramo and stock essays, novels, children’s books, paintings, graphic works and records by women only.

Among the first to respond to the appeal was a group of artists – Accardi, Mirella Bentivoglio, Valentina Berardinone, Tomaso Binga, Nilde Carabba, Dadamaino, Amalia Del Ponte, Grazia Varisco and Nanda Vigo – who donated their work to a special portfolio, introduced by the art critic Lea Vergine, in support of the bookshop. It was sold at a ‘political price’ in order to ensure that it would be ‘accessible to the greatest number of people, outside the traditional circuit of art galleries’. The first books to fill the shelves were retrieved from the unsold stock of publishing houses unwilling or unable to promote female writers.

The bookshop tapped into a new spirit of radical feminist publishing in Italy. Rivolta Femminile printed a regular series of ‘green books’ edited (and often written) by Lonzi, including the patriarchy-smashing Let’s Spit on Hegel (1970) and The Clitoridian Woman and the Vaginal Woman (1971), which reflected on psychoanalysis and the sexual revolution. In Rome, in 1974, Elisabetta Rasy, Manuela Fraire, Maria Caronia and Annemarie Sauzeau (then married to Alighiero Boetti) had established Edizioni delle Donne (Women’s Editions). After months of ‘epic fights’ with Lonzi about the direction of the publisher, Laura Lepetit split from the Rivolta Femminile in 1975 to start her own Milan-based press, La Tartaruga, with a women-only catalogue.

The economic model was a political statement in itself, the work voluntary and arranged in half-day shifts to avoid hierarchies and divisions of labour

In its first manifesto, the Libreria delle Donne declared its intention to operate as ‘a laboratory of political practice’ and a place where ‘the expression of creativity by some of us, and the will of liberation by all of us’ could meet. The practicalities of running an independent bookshop required, as the Italian academic Laura Grasso has written, that its founders ‘create bonds, situations and exchanges among women not based exclusively on words and including, instead, the dimension of “doing”, the relationship with money, the expression of practical activities’. The economic model was a political statement in itself: the space (with a large shopfront overlooking the street) was obtained for a small rent from the municipality of Milan, which had been tasked with allocating a portion of the space under its control to cultural purposes. The work was voluntary and arranged in half-day shifts to avoid hierarchies and class-based divisions of labour: economic independence was rare in Italy during the mid-1970s, where only one in three woman worked outside the home, and even then for salaries 30 percent lower than men.

How to translate words into action was – and is – a key issue for the women’s movement. But equally crucial was the reflection on oppressive language structures (shaped in Italy, particularly, by the patriarchies of Fascism and Catholicism), on how to invent new gendered forms of expression and with whom to share them. The groups who practised autocoscienza (consciousness-raising) during the early 1970s were also the first to organise self-help associations and pro-choice independent clinics. Divorce was legalised in Italy in 1970, after hundreds of demonstrations, and four years later a referendum to recriminalise it was unsuccessful.

In 1975 the reform of family law finally granted equal rights to both spouses, while abortion was ratified in 1978. The public debates that preceded the decriminalisation of ‘the interruption of pregnancy’ granted mainstream visibility to many feminist issues, but they also highlighted how the vocabulary of the ‘thought of difference’ promoted by Lonzi and her peers had moved on from emancipation to self-determination. In 1976, after the first mass pro-abortion protest in Milan, the Libreria delle Donne sent a vibrant letter of dissent to Il Corriere della Sera, in which Pier Paolo Pasolini had published a provocative article titled ‘I am against abortion’ a year earlier, prompting ripostes from Natalia Ginzburg and Italo Calvino. After sending Rivolta’s own response, ‘Female Sexuality and Abortion’, which Il Corriere declined to publish, Lonzi wrote directly, and affectionately, to Pasolini, who did not answer. The text voiced the group’s uneasiness towards the reductive identification of women with a socially oppressed group, whose forms of resistance could be described as reproductions of the mechanisms of masculine politics, arguing that their goals could not be reduced to the restitution of denied rights. In doing so, the Libreria rejected the male caricature of feminism propagated by the media. The Libreria’s research into an alternative genealogy of culture resulted in the publication of Le madri di tutte noi (Catalogo giallo) (The Mothers of Us All [Yellow Catalogue], 1982), an anthology of female writers – Jane Austen, Sylvia Plath, the Brontës, Elsa Morante, Gertrude Stein, Anna Kavan, Ingeborg Bachmann, Virginia Woolf and Ivy Compton-Burnett – selected collectively and after long discussion. In 1987 came Non credere di avere dei diritti (forthcoming in a new translation by London’s Silver Press as Don’t Think You Have Any Rights), which recapitulates the decades on either side of the opening of the Libreria, written as a collective history, an analysis and a weaving together of individual voices and tales.

The practice of autocoscienza, started in the US and amplified in Europe by the French group Psychanalyse et politique before being taken up by Rivolta Femminile and others, was an attempt to look closely at the relationships between women and men, women and women, mothers and daughters, and to overcome aggression, mutism and recrimination by finding new words to voice one’s self. ‘Autocoscienza is not something you learn,’ the group wrote. ‘It’s a discovery. It’s a birth, you feel as if you have found the key to solve all your knots, to walk differently in life… You have to come to terms with your own fragility, the needs you didn’t acknowledge, the difficulty of facing the world differently, without masks. And if you don’t do it, you go backwards. You can’t stand still, you know, so it’s either ahead or backwards, with the main difference that now you know it.’

Lonzi didn’t feel able to speak freely, as the other members were deferring to her words and because she rejected the hierarchies this seemed to entail

Let’s take a step backwards. When in 1970 Serena Castaldi, who had recently relocated to Milan from New York, initiated the collective Anabasi, the first meetings of women focused on affectivity and reciprocity, intimacy and the quality of communication. In 1972 Lonzi left the group that she had helped to catalyse because she didn’t feel able to speak freely, as the other members were deferring to her words – which they treated too reverently – and because she rejected the hierarchies this seemed to entail. She continued to edit the books published by Rivolta Femminile, which in 1978 released her famous Taci, anzi parla. Diario di una femminista (Shut up, or rather speak. Diary of a feminist), an extended, deeply personal reflection upon subjectivity, speaking up, being silenced, choosing silence as opposition and the radical powers of language.

The issue of ‘cutting ties’ was recursive. As Lia Cigarini explains in an interview with Chiara Marcucci about her involvement with the Libreria, ‘A few used the expression “exodus”. Carla Lonzi stopped being an art critic; Carla Accardi, who was an important painter, for a while stopped participating in exhibitions; Daniela Pellegrini resigned from her managerial position. Then there was the exodus from the extraparliamentary groups: women left Lotta Continua, Il Manifesto, and others left Potere Operaio. There was a famous headline in the newspaper Il Manifesto: “And the feminist walks out”. It can’t be ignored that, in order to affirm female practice, it was necessary to sever ties with male politics. See, I think this is still an interesting position, even nowadays.’

A step forward, now. The Libreria delle Donne, relocated to Milan’s Via Pietro Calvi, is still open, and has expanded its spaces and fields of operation: it is a bookshop with more than 7,500 works by 3,700 women writers, a publisher and a library, while the Circolo della Rosa next door hosts meetings, readings and a canteen. In 2001, Corrado Levi proposed that one of the windows on the street be dedicated to visual art. The programme was coordinated by Donatella Franchi from 2006 to 2015, when a new cycle curated by Francesca Pasini began: contemporary female artists were invited to use the showcase to express their relationship to art, books, women and ideas.

In the meantime, feminism has continued to evolve towards intersectionality, witches are back in fashion and #MeToo recently repositioned sexuality, gendered and transgendered bodies, violence and the social construction of guilt and power structures at the core of mainstream communication. If retrograde words, attitudes and forms of aggression keep seeming to return from the past to the present, then so too can the lessons of the Libreria delle Donne. As Lonzi has written, ‘Man always postponed the solution to an ideal future of humanity, but it does not exist. Instead we can reveal present humanity, that is, ourselves.’

From the April 2018 issue of ArtReview

di Alessandra De Perini


Un libro dedicato alla madre che suscita un putiferio

Convinta del valore storico-politico del libro di Mira Furlani intitolato Le donne e il prete. L’isolotto raccontato da lei (Gabrielli 2016), ho chiesto io a Carla Neri e a Luciana Talozzi di Insieme ArTe -Amare Chioggia, che da diversi anni mi invitano a parlare nella loro città, di organizzare una discussione pubblica. Loro si sono fidate e mi hanno detto subito di sì. Carla ha invitato anche don Dino De Antoni, arcivescovo emerito di Gorizia e Aquileia, e io sono molto curiosa di sapere che cosa ne pensa lui di questo librino: poco più di 100 pagine, dedicato alla madre Lidia Bresciani, il primo scritto da una donna sulla storia della Comunità dell’Isolotto di Firenze. Un libro che ha sollevato un putiferio nelle Comunità Cristiane di Base, che è stato criticato, attaccato, ritenuto perfino offensivo e, tuttavia, continua a circolare.

 

Oggi non è più tempo di tacere

Il libro ormai c’è e va per la sua strada, presentandosi non come una semplice autobiografia, ma come testo di “storia vivente”. Mi riferisco al nuovo modo di fare storia sperimentato e messo in parole dalla Comunità di storia vivente della Libreria delle donne di Milano (DWF La pratica della storia vivente, ed. Utopia, Roma 2012), che punta sulla verità soggettiva e fa venire al pettine nodi, conflitti che erano stati messi a tacere, ma che, se non li mettiamo in parole, ritornano insistenti nel corso della nostra vita. Dopo cinquant’anni di silenzio, l’autrice prende finalmente la parola. C’è ancora chi la invita al silenzio. Questo, però, per noi donne, non è più tempo di tacere.

 

Una storia vera

Perché è importante il librino di Mira? Qual è la sua attualità? Quali nodi e questioni cruciali affronta? A chi si rivolge principalmente e a chi può servire praticamente?

L’autrice racconta com’è nata all’Isolotto di Firenze la prima Comunità cristiana di base in un susseguirsi di fatti, assemblee e avvenimenti, fino alla denuncia del 14 gennaio 1969 con l’imputazione di “istigazione a delinquere e turbamento di funzioni religiose del culto cattolico” nei confronti di nove persone: cinque sacerdoti, tre laici e una laica, cioè la stessa Casimira Furlani, detta Mira.

A livello profondo, il libro mostra quanto sia difficile per un uomo riconoscere autorità a una donna, come “per un cammello passare attraverso la cruna di un ago”, e racconta quanto lungo, pieno di trappole e di rischi, di incomprensioni e difficoltà sia il percorso che deve fare una donna per stare dentro la Chiesa, senza perdersi e rinunciare alla propria differenza.

 

Un libro che passa di mano in mano

Dopo aver letto questo libro, un anno fa, forte anche della relazione appena iniziata con Mira, mi sono messa subito in movimento e l’interesse suscitato in tante donne e in alcuni uomini mi ha convinta a continuare. A poco a poco, mi sono trovata coinvolta in una vicenda il cui personaggio storico principale è Mira Furlani, cofondatrice con don Enzo Mazzi della Comunità di base dell’Isolotto. Ecco allora i due incontri di discussione a Mestre l’anno scorso, di cui è rimasta traccia perché li ho trascritti, poi una lunga recensione per la rivista trimestrale di azione Mag e dell’economia sociale di Verona (n. 3/4 luglio-dicembre 2017), infine le presentazioni alla Libreria delle donne di Padova, alla Feltrinelli di Parma, a Chioggia, prossimamente a Mirano, forse a novembre a Reggio Emilia. Per dare continuità nel tempo a questo libro ho messo in atto la mia rete di relazioni e conoscenze e, con l’aiuto prezioso dell’amica Désirée Urizio, ho fatto ricerche, ho raccolto documenti, foto, immagini, scritti, brevi filmati.

 

Il percorso di formazione dei preti

Con il gruppo “Donne e uomini in cammino”, di cui faccio parte e che si riunisce a casa di don Gianni Manziega, direttore della rivista Esodo, dopo aver discusso questo libro si è deciso di organizzare in autunno una giornata di riflessione aperta a credenti e non credenti, proprio a partire dalle tante questioni che il libro pone. Una di queste è la necessità, l’urgenza che gli uomini cambino radicalmente, adesso che le donne sono cambiate e affermano concretamente, in ogni campo della vita sociale, politica e lavorativa la propria libertà.

C’è un numero della rivista Esodo intitolato appunto Donne e uomini in cammino (n.3, 2015) che precede la pubblicazione del libro di Mira ma ne anticipa alcuni nodi. Nell’editoriale, firmato da Paola Cavallari e Gianni Manziega, è posta la questione della “relazione tra clero e donne”. Qui ho trovato due testimonianze molto significative che vorrei citare: una di Pierluigi Di Piazza, parroco di un paese in provincia di Udine, e l’altra dello stesso don Gianni Manziega. Entrambi parlano della loro formazione come sacerdoti e del loro rapporto con le donne. Il primo racconta della sollecitazione continua, quando era giovanissimo seminarista, a non incontrare nessuna ragazza, a rifuggirla come potenziale pericolo. In nome della legge del celibato obbligatorio per i preti, la donna è stata il soggetto deliberatamente escluso nella sua vita di uomo e di prete. Si è trattato di un percorso di “subdola violenza e repressione”, una dolorosa negazione. Il secondo scrive che non faceva parte della preparazione al ministero il problema “donna”, come se la Chiesa fosse “una comunità di soli uomini maschi”. Il giorno dopo l’ordinazione, ciascun prete doveva arrangiarsi per trovare nel rapporto con la donna il giusto equilibrio, tra imbarazzo, errori, timori. Di fatto, il seminarista era espropriato della propria corporeità, considerata fonte di peccato. C’era disprezzo per la donna, figlia di Eva che offrì all’uomo il tragico frutto. Altro che collaboratrice! La donna doveva essere una variabile insignificante e marginale all’interno della comunità cristiana, anzi un pericolo da evitare. “Questo tipo di educazione – continua don Gianni – suscitava in me un duplice sentimento: da una parte il desiderio represso della conoscenza di un ignoto da cui mi sentivo attratto e, dall’altra, la negazione e persino demonizzazione del mondo femminile”.

Questi testi sono prime forme di autocoscienza maschile che sarebbe molto importante si moltiplicassero tra gli uomini, dentro e fuori la Chiesa. Le donne hanno preso coscienza della condizione di non libertà in cui si trovavano, hanno detto pubblicamente la verità soggettiva e adesso è veramente tempo che anche gli uomini prendano le distanze dai meccanismi di potere interiorizzati, riconoscano l’altra, la donna, come uno dei due soggetti della storia umana, assolutamente libera, indipendente dai giochi del potere maschile. Ciò che deve cambiare è la forma mentis, un intero sistema di simboli e linguaggi, di criteri e valori, di pratiche e tradizioni di origine maschile. Solo così l’attuale conflitto tra i sessi può tradursi su un piano più alto e nuove forme di relazione tra uomini e donne si rendono possibili.

 

Un cambiamento necessario

Invece di accontentarci di luoghi separati, da tempo molte di noi hanno capito che, perché le cose cambino a livello profondo, conviene fare un cammino condiviso, donne e uomini, fuori dai ruoli e dai pregiudizi sessisti, senza separazioni o inclusioni. Di qui la necessità che inizi anche nella Chiesa cattolica, comprese le Comunità di base, una pratica di autocoscienza, soprattutto maschile.

Non è strano, quindi, che una donna come me, impegnata da molti anni nella politica e nel pensiero della differenza, si appassioni a questo libro e faccia in modo che non rimanga isolato come una voce nel deserto, ma sia letto, passi di mano in mano, sia messo in pratica.

Ci sono anche altre motivazioni che riguardano la mia storia politica e di vita e si collegano ad alcune figure femminili della mia famiglia, rimaste vive dentro di me. Non trovo necessario definirmi atea, mi colloco oltre la divisione tra credenti e non credenti, sul piano della libertà femminile e da qui cerco di interpretare i fatti che mi capitano e di comprendere che cosa sta succedendo intorno a me e nel mondo. Sono consapevole che con il femminismo rivendicativo di sinistra nei primi anni Settanta ho rischiato di “buttare via il bambino con l’acqua sporca”. Avevo ragione allora a protestare contro il sistema di potere che si incarnava in figure ben precise di uomini di Chiesa, di Legge o di Scienza, in seguito però ho capito che, se restavo sul piano della critica, della lotta “contro” questo o quel sistema, non avrei trovato risposte al mio bisogno di infinito, di bellezza e di senso, il mio campo d’azione sarebbe rimasto chiuso dentro un orizzonte ristretto. Per fortuna, negli anni Ottanta donne più libere di me mi hanno indicato il tesoro della mistica femminile (dice Mira: “Non dimentichiamo le radici cristiane dell’Europa. Sono radici di libertà e di amore che ci conducono direttamente alle mistiche del Medioevo, alle Beghine e a Margherita Porete”). Poi c’è stata la lettura durata anni dei Quaderni e degli scritti di Simone Weil, il Diario e le Lettere di Etty Hillesum, gli scritti di Luisa Muraro su Margherita Porete, le Beghine, Il Dio delle donne (Mondadori 2003 e Il Margine 2012). Infine la ricerca dell’amica Nadia Lucchesi su Maria (Frutto del ventre, frutto della mente. Maria, madre del Cristianesimo, Tufani 2002) e su Sant’Anna (Anna. Una differente trinità, Tufani 2014). Scopro così straordinarie fonti di sapienza femminile e la mia vita da diversi anni si è aperta alla dimensione del soprannaturale.

 

Dallo storico conflitto tra donne e preti a nuove forme di relazione tra i sessi dentro e fuori la Chiesa

Il percorso religioso, spirituale e politico di tante giovani donne che si coinvolsero nelle lotte e nei movimenti degli anni Sessanta, quando il femminismo non era ancora un movimento di massa, si concentrò attorno a figure carismatiche di sacerdoti coraggiosi e radicali che volevano mettere in pratica il Vangelo, “uomini che credevano fermamente, oltre che in Dio, nella giustizia, nella libertà e nell’uguaglianza tra i popoli e tra i sessi” (dalla prefazione di Doranna Lupi e Carla Galetto della Cdb di Pinerolo a Le donne e il prete). Agli occhi di quelle ragazze “rappresentavano il meglio del genere maschile”, ma ben presto esse fecero i conti con un conflitto indicibile e molto antico che tornava a presentarsi dopo secoli di silenzio e dovettero affrontare concretamente il problema enorme del “posto fatto alle donne dalle imprese maschili, anche quelle più giuste”. Il ricatto, l’aut aut che fu posto loro fu questo: tacere, restare in ombra, lavorare tantissimo, dedicarsi alla comunità senza lamentarsi mai, sottomettersi a un’autorità maschile che si presentava come sacra, intoccabile ma, di fatto, agiva potere, oppure andarsene e sparire per sempre. Il racconto di Mira mette a fuoco questo conflitto storico tra donne e uomini dentro la Chiesa, innalzandolo sul piano della presa di coscienza radicale femminile e mettendo in evidenza la mancata presa di coscienza maschile. Mostra la necessità che si creino nuove forme di relazione tra i sessi, relazioni vere, forme di comunità in cui le donne non siano più semplici “collaboratrici di imprese maschili”, sostenitrici dei desideri degli uomini, e gli uomini cessino di credersi unici soggetti della storia, smettano di giudicare e teorizzare, rinuncino alla loro grandezza immaginaria e siano finalmente, semplicemente se stessi, solamente uomini, appunto. Quando gli uomini scenderanno dal piedestallo in cui si sono collocati, dando misura al loro ego, cominceranno finalmente a parlare in modo autentico, a partire da sé, senza vergognarsi se balbettano di fronte all’autorità femminile, attenta da millenni alla vita materiale, dalla nascita alla morte, esperta nello spirito e nel sapere pratico delle relazioni.

Ecco perché, allora, il libro ha incontrato tanta ostilità: radicalizza il conflitto con la Chiesa come istituzione che assegna alle donne un posto che oggi molte non vogliono più occupare, dà loro compiti e attribuisce “vocazioni” che non rispondono alla vera natura dei loro desideri. Il libro invita le donne a prendere la parola e a dire come stanno le cose, a non tacere in nome della pace e del quieto vivere, a non sacrificare se stesse per il bene della famiglia e della comunità.

Mira afferma che nella Chiesa cattolica ogni conflitto derivante dal nostro essere di due sessi viene falsato, la donna fatta sparire e caricata di colpe. Accanto allo “scacco del silenzio” delle donne nella Chiesa (ne parlano Doranna Lupi e Carla Galetto nel n. 110 di Via Dogana, settembre 2014, e nel n. 111, dicembre 2014), credo che si debba tener conto anche del grande “esodo” femminile dalla Chiesa avvenuto negli ultimi cinquant’anni. Entro questo scenario vanno collocati gli innumerevoli percorsi di donne che, senza rinunciare a Dio e alla propria spiritualità, si sono poste “altrove”, Al di là di Dio Padre, titolo del bellissimo e attualissimo libro di Mary Daly (Editori Riuniti, 1990, recentemente ristampato). Dai molti percorsi femminili di “esorcismo” e di trasformazione si è aperta la ricerca del divino femminile.

 

Il contesto

Le vicende narrate da Mira vanno collocate negli anni che hanno preceduto e seguito il Sessantotto, un’epoca di profonde trasformazioni, di forti aspirazioni di libertà e istanze di giustizia, in cui lo spirito ribolliva e si muoveva velocissimo. Intorno alla storia di Mira ruota l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta, un intero mondo di rapporti, di speranze e di progetti che scommette sul rinnovamento spirituale e politico della società. L’Isolotto è il luogo in cui si svolse gran parte delle vicende narrate. L’Isolotto era un quartiere periferico di Firenze, immerso nel verde, costruito negli anni Cinquanta secondo criteri di nuova edilizia popolare, per volontà del sindaco La Pira che, infatti, nel 1954 assegnò i primi alloggi popolari a 3000 persone: donne, uomini, bambini, famiglie, giovani coppie che, provenendo dai quartieri popolari di Firenze, dall’Italia del Sud, dall’Istria e dalla Grecia, si trovarono di fronte al compito di dare vita al quartiere allora ancora privo di servizi. Quello stesso anno arrivò all’Isolotto il nuovo parroco don Enzo Mazzi, giovane e desideroso di impegnarsi anima e corpo nella costruzione di una comunità.

Parte della Chiesa cattolica era allora attraversata dagli aneliti di giustizia e dalle istanze di cambiamento che provenivano da diverse parti della società italiana. In particolare, la Chiesa fiorentina era ricca di fermenti preconciliari e vi operavano figure straordinarie e carismatiche di preti, filosofi, pensatori, teologi, poeti, presbiteri, politici che negli anni ’50 e ’60 misero in discussione i privilegi e i fondamenti su cui si reggeva da secoli la Chiesa cattolica, collocandosi dalla parte degli ultimi, dei poveri. Ernesto Balducci, David Maria Turoldo, Ernesto Baroni, don Milani, don Bruno Borghi, Giovanni Vannucci, Giorgio La Pira, detto il sindaco “santo”, erano contemporanei e amici di don Mazzi. La Toscana fu in quegli anni un laboratorio politico e religioso originalissimo e l’Isolotto, terreno vergine, recepì lo spirito di rinnovamento dell’epoca. Non a caso, nacque proprio lì, nel 1968 la prima Comunità cristiana di base.

 

Il nodo irrisolto

Appena arrivato all’Isolotto, don Mazzi chiamò a raccolta i giovani del quartiere nelle “riunioni del giovedì”. Quando Mira lo incontrò aveva vent’anni ed era al suo primo impiego. Di famiglia socialista, iscritta alla CGIL, sapeva poco o nulla di religione, ma aveva dentro un senso di vuoto e un forte desiderio di verità. Quel giovane parroco le dava fiducia. Nacque tra loro una profonda amicizia. Fu così che iniziò l’impegno sociale, politico e religioso di Mira e la sua partecipazione alle vicende dell’Isolotto: la nascita delle prime case-famiglie, la lettera di solidarietà in occasione dell’occupazione del duomo di Parma, il conflitto aperto dal vescovo Florit con don Mazzi e con tutta la comunità dell’Isolotto che lo sosteneva, fino alla rimozione d’ufficio di don Mazzi, il processo, l’interrogatorio in tribunale.

Mira, attraverso don Mazzi, incontrò la forza e l’attualità del Vangelo e da lì condivise con lui una scelta di vita, di partecipazione e solidarietà verso gli ultimi. L’incontro tra loro diede il via a un cambiamento che coinvolse altre e altri. Non aveva alcun sospetto Mira, all’inizio del rapporto con don Mazzi, fiduciosa e innamorata di Gesù, del prezzo alto che lui le avrebbe fatto pagare: la cancellazione del suo impegno materno nelle case-famiglia.

Come tanti uomini, anche i preti, posti di fronte a donne come Mira, capaci di pensiero autonomo e di indipendenza simbolica, invece di stare nello spazio autentico della relazione con l’altra da sé, prendendo atto dei suoi desideri e della sua concreta realtà di vita, hanno agito strategie di negazione, si sono difesi dalla libertà di una donna, nascondendosi dietro l’universale maschile che include il femminile, cancellandolo o inglobandolo e incanalandolo in forme “addomesticate” e controllabili.

La storia del rapporto con don Mazzi e con la Comunità dell’Isolotto è rimasta dentro Mira come un nodo irrisolto che solo cinquant’anni dopo riesce a sciogliere, autorizzata e incoraggiata da alcune donne: Luisa Muraro della libreria delle donne di Milano, Carla Galetto e Doranna Lupi della Comunità cristiana di base di Pinerolo.

 

Un divino in cui riconoscersi

Il libro di Mira ci fa vedere che anche i preti, come tutti gli uomini, non vedono il lavoro di cura e la fatica delle donne per sostenere il ritmo e le difficoltà della vita quotidiana dentro e fuori la Chiesa. Quel lavoro, da un lato, lo esaltano come espressione dell’amore materno, dall’altro, lo danno per scontato, rimanendo così fuori dalla realtà. I preti si comportano come se non sapessero niente dell’amore che ci vuole per portare avanti e tenere unita una famiglia, crescere figli e figlie, lavorare dentro e fuori casa.

Ecco perché penso sia urgente che gli uomini in generale, e quelli di Chiesa in particolare, si aprano alla realtà e provino gratitudine, riconoscenza per la vita ricevuta da una donna.

Mira con il suo racconto ci invita a collocarci oltre l’imperativo cattolico di amare tutti in egual modo, ricordandoci che, nel perseguire l’uguaglianza a tutti i costi, una donna perde se stessa e la propria soggettività perché esce dall’ordine simbolico della madre che costituisce la sua esistenza. Bisogna allora che nella Chiesa cessi la retorica dell’amore materno, inteso come dono gratuito e sacrificio di sé, insieme alla rigida divisione dei compiti e dei ruoli.

Ricordiamoci, infine, che nessun uomo, come dice Mira, potrà mai soddisfare il desiderio smisurato di una donna che aspira al divino come bisogno di infinito. Senza un divino in cui riconoscersi – scrive Mira, richiamandosi a “Donne divine” di Luce Irigaray (Mestre 1984) – una donna perde il senso di sé e della propria differenza e costruisce la propria vita attorno a un falso Dio.

 

(www.libreriadelledonne.it, 30 aprile 2018)

 

di Luisa Muraro

Le sindache (e i sindaci) d’Italia, possono credere nella cicogna che porta i bambini, ma quelli che preparano i telegiornali, no, loro no. Pago il canone e pretendo che i giornalisti della tivù pubblica sappiano come nascono i bambini. Nel telegiornale delle ore19 di sabato 28 aprile, hanno dato la notizia di un bambino che ha due padri, anzi “due papà”, e come tale è stato regolarmente iscritto all’anagrafe di Roma. Non sembrava l’annuncio di un qualche miracolo della scienza medica. La signora che ha letto la notizia, se, come dobbiamo supporre, era incredula, l’ha nascosto molto bene. E così dovranno fare, suppongo, le segretarie, le maestre, i parenti, i nonni, i pediatri, e via via, fino a quando l’interessato, reso consapevole, smetterà di annunciare che lui ha due papà. Che commedia sia questa, se questo è tutto il progresso in cui possiamo sperare, io non so. Dico solo una cosa ai dirigenti della Rai tivù: c’è un sacco di posto per la finzione, per la fantapolitica, per la finta realtà, per la pubblicità e la propaganda; evitate, per favore, di usare lo spazio delle notizie per raccontare certe storie. Prima ho detto “pretendo”, ma ho sbagliato, scusate, nei vostri confronti non ho diritti, pago il canone e ho l’obbligo di pagarlo in ogni caso.

(www.libreriadelledonne.it, 29 aprile 2018)

di Greta Sclaunich

Il primo «scaffale condiviso» è stato quello dell’attrice Emma Watson, che nel 2016 ha deciso di aprire un account sul social per bibliofili Goodreads chiamato, appunto, «Our shared shelf» (in italiano, il nostro scaffale condiviso). Con un obiettivo preciso: «Iniziare un gruppo di letture femminista». Oggi, due anni dopo, conta 214 mila membri. E un bel po’ di emuli. Che il club di lettura stia tornando di moda? Lo afferma il femminile francese Cheek Magazine, che sostiene però che i nuovi circoli di lettura abbiano poco a che fare con quelli tradizionali: oggi, più che di letteratura, si discute di femminismo. Che non significa però condividere solo saggi storici su emancipazione e parità. Come dimostra il film Book Club, che segue le vicende di un gruppo di signore della terza età alle prese con 50 sfumature di grigio (uscirà nelle sale americane a metà maggio), si può discutere di femminismo anche analizzando romanzi e best seller, magari erotici.

«Al momento, stiamo lavorando su Il tribunale delle donne. Un approccio femminista alla giustizia, curato dalle Donne in Nero di Belgrado. Un testo impegnativo, difficile da analizzare in un solo incontro. Infatti abbiamo deciso di dedicargli più appuntamenti», spiega Laura Capuzzo, 35enne fondatrice della libreria delle donne di Padova Lìbrati. Il loro club di lettura è uno dei pochi italiani dedicati solo al femminismo: si incontra una volta al mese, alla domenica mattina, e si confronta su un testo. Che può cambiare di volta in volta oppure, come nel caso di quello in lettura ora, venire affrontato in diverse sessioni. Agli incontri, partiti nell’ottobre 2017, partecipano «una trentina di persone, soprattutto donne, di tutte le età: ci sono studentesse universitarie ma anche pensionate», racconta Capuzzo. L’idea del gruppo è nata «quando ci siamo rese conto che fra i vari eventi che organizzavamo mancava uno spazio di discussione politica finalizzato a costruire qualcosa insieme». Visto il successo, le responsabili della libreria guardano avanti: «Vorremmo che questo gruppo diventasse anche luogo di raccolta di proposte per la città». Dalla teoria alla pratica, insomma.

Il prossimo passo di Pasionaria, invece, è spostarsi dal virtuale al reale. Il progetto è nato nel 2014 sul web: la fondatrice Benedetta Pintus voleva costruire un portale italiano di femminismo intersezionale, cioè rivolto non solo alle donne in quanto donne, coinvolgendo anche giovani e giovanissime. Inaugurato un anno fa, il club di lettura è «uno spazio virtuale di condivisione per lo sviluppo di tematiche femministe», come sottolinea Beatrice da Vela, una delle tre amministratrici del sito. È lei, «molto appassionata di lettura», che si occupa in prima persona del club, partito nella primavera 2016. Chiunque può proporre i volumi da leggere: «Ogni mese apro un sondaggio online proponendo quattro titoli, scelti tra quelli segnalati dai lettori. Io li leggo e pubblico una scheda dettagliata per ognuno, così chi vuole partecipare al sondaggio può farsi un’idea senza essere obbligato a leggerli tutti. Dopo due settimane chiudo il sondaggio e controllo il risultato: il libro più votato (di narrativa o saggistica, dipende dai mesi) diventa il testo per la discussione». Finora hanno vinto libri molto diversi fra loro: dal classico Una stanza tutta per sé di Virginia Woolf al nuovo Ragazze elettriche di Naomi Alderman, passando per Donne che corrono con i lupi di Clarissa Pinkola Estés e I racconti dell’ancella di Margaret Atwood. Una volta decretato il libro del mese, da Vela apre una discussione sul gruppo Facebook dedicato, dove ci sono sia domande sui temi del testo sia approfondimenti sui punti chiave. La discussione va avanti per due settimane, poi viene chiusa. A questo punto, le amministratrici analizzano i vari commenti e li riassumono in una recensione che viene condivisa sul sito di Pasionaria. Gli iscritti al gruppo sono più di mille, ma nelle discussioni «intervengono una cinquantina di persone: pochissimi uomini, la stragrande maggioranza è donna. Ci sono anche giovani delle superiori e over 50, ma lo zoccolo duro sono le trentenni», analizza da Vela. Che anticipa il prossimo passo del club: «Arrivare in librerie e biblioteche con appuntamenti veri».

Non sono molte quelle che hanno pensato di crearne uno ad hoc, infatti. La Libreria delle donne di Milano, per esempio, non ha ancora un suo club di lettura: «I nostri incontri non sono incentrati sui libri ma sulle tematiche analizzate nelle opere», spiega Clara Jourdan, una delle socie storiche dello spazio, fondato nel 1975. Ma chissà, forse in futuro le cose potrebbero cambiare. Di certo alla Libreria non è sfuggito il nuovo interesse delle giovani per i temi legati al femminismo: «Negli ultimi anni — conferma Jourdan — vengono da noi ragazze giovani, anche studentesse delle scuole superiori e universitarie». Per loro, a sorpresa, niente testi moderni o romanzi alla moda. L’autrice più richiesta è l’italiana Carla Lonzi, «una delle preferite dalle giovani che si avvicinano al femminismo e cercano prima di tutto figure di riferimento nel panorama letterario nostrano».

(Corriere della sera, 28 aprile 2018)

di Carla Turola

Riceviamo in ritardo e volentieri pubblichiamo questo scritto sul 25 aprile.

La libertà l’ho imparata da mia mamma e lei dalla sua. Tutte due hanno vissuto sulla loro pelle le conseguenze dell’antifascismo di mio nonno che era anarchico. Io sono nata nel 1948, quando la lotta contro il regime fascista era ormai conclusa e la libertà cominciava a prendere forma nella vita comune. Nonostante la mamma fosse d’accordo con l’antifascismo radicale di suo padre, non avrebbe mai potuto combattere da partigiana. L’idea di prendere le armi le era estranea: avendo lavorato nella falegnameria di famiglia, era brava nelle trattative commerciali e contraria ad ogni forma di guerra. E tuttavia, proprio la guerra le aveva dato l’occasione per capire che un’epoca millenaria di dominio maschile sulle donne era finita per sempre. Essendo gli uomini impegnati a combattere al fronte, morti o deportati, circa 650 donne furono assunte alla fabbrica di orologi Junghans della Giudecca a Venezia, dove venivano prodotti ordigni bellici, mine e spolette per le bombe. Lei era tra quelle operaie e mi raccontò che, dopo l’esperienza del lavoro in fabbrica, nessuna di loro si sarebbe più rassegnata a dipendere economicamente da un uomo o a mettere al mondo, come era successo a mia nonna, dodici figli, molti dei quali morti bambini.

Il 25 aprile la mamma indossò una gonna corta a fiori, una blusetta di picchè e andò in piazza San Marco a vedere sfilare le partigiane: così spavalde, in calzoni, con i fucili a tracolla o le pistole alla cintura, quelle donne non le fecero paura, anzi, provò ammirazione per loro, sentì che l’avevano protetta. Mia nonna, invece, festeggiò la sua liberazione solo alla morte del marito. Quando rimase vedova, iniziò a indossare abiti di colori vivaci, mentre prima si vestiva sempre di nero.

Una cosa rimase oscura nei racconti della mamma: il voto del 2 giugno 1946 che lei diede alla monarchia. Rimproverata dal marito, subito se ne pentì e non ne volle più parlare per vergogna.

Al Referendum avevano partecipato più donne che uomini: 13 milioni di donne, rispetto ai 12 milioni di uomini. La Repubblica vinse, superando però di poco, meno di due milioni, i voti dati alla Monarchia. Io mi sono fatta l’idea che la mamma, come probabilmente molte altre donne, si fece orientare dalla Chiesa, forse dal patriarca a cui, probabilmente, riconosceva più autorità che al marito.

Non credo che la lotta di liberazione ci sarebbe stata senza le tante donne che, come mia mamma e mia nonna, quella libertà la portavano nel cuore e non erano più disponibili a negoziarla. Anche per questo il 25 aprile va considerata una festa delle donne: dentro al processo di democratizzazione e di liberazione le donne rilanciarono la loro lotta millenaria per la libertà tuttora in corso.

(www.libreriadelledonne.it, 26 aprile 2018)