di Luciana Talozzi

relazioni politiche, dal quartiere al mondo

Portata avanti dall’associazione Insieme ArTe – Amare Chioggia per orientare alla gratitudine verso le relazioni che ci sostengono e i beni che ereditiamo con la nascita e che riceviamo vivendo, da dodici anni si tiene nella nostra città, Chioggia, la Festa della Riconoscenza.

La ricorrenza è una celebrazione in forma creativa, durante la quale, all’incrocio di arte e politica, viene realizzato un grande mandala circolare che copre circa settantacinque metri quadrati della più bella piazza della città, toccata su due lati dall’acqua della laguna. L’appuntamento, occasione di incontro tra chi segue con interesse l’evento, tra amiche e amici che vengono anche da fuori, è fissato per la seconda domenica di maggio e con esso si conclude il ciclo di iniziative promosse dall’associazione prima dell’estate.

Ogni anno l’allestimento riguarda temi diversi. Nel 2010, per esempio, abbiamo dedicato il mandala dal titolo L’amore apparecchia la tavola, al nutrimento: realizzato con verdure del territorio, che ha un’economia orticola ancora significativa, abbiamo così reso omaggio a chi lavora nei campi e a chi si prende cura della preparazione del cibo in casa, prevalentemente le donne. Nel 2012, con il materiale raccolto sulle spiagge (conchiglie, legname, corde…) abbiamo realizzato il mandala dedicato a quel mare Adriatico che disegna i contorni del nostro territorio. Nel 2013, con Abitare e creare, abbiamo intrecciato fili, nastri e strisce di tessuti colorati su reti da pesca per ricordare la tradizione del merletto, che qui a Chioggia era realizzato sulla base del redin, rete quadrettata in formato ridotto rispetto a quella dei pescatori. Nel 2014, la raffigurazione di donne, uomini, bambine e bambini danzanti ha illustrato La danza delle relazioni. Da anni ci impegniamo per il verde dentro il cuore della città, in particolare per la realizzazione di un giardino del cui progetto iniziale siamo state protagoniste. Da qui Omaggio al verde del 2017. Quest’anno il tema L’infinito tra noi (ho preso l’idea da Katia Ricci curatrice della mostra di mail art intitolata “Concepire l’infinito”) è stato occasione di un allestimento simbolico: tra le dodici porte, che si aprivano sulle spirali-vortice convergenti verso il centro, abbiamo scritto le seguenti parole, espressione del “di più” cui aspiriamo: nascita, amore, relazione, cura, sapienza, desiderio, libertà, passione, fiducia, attenzione, universo, armonia, pace, riconoscenza.

La nostra associazione è nata diciotto anni fa. Volevamo conoscere meglio le manifestazioni creative delle donne ed esprimerci noi stesse in forma visiva per il bisogno di integrare la politica della parola con i linguaggi artistici e creativi, centrati sulla sensibilità. Allo stesso tempo, volevamo dare il nostro contributo alla vita del territorio e, per indicare che l’ispirazione creativa era per noi anche opera di cura nei confronti del luogo che ci ospita, l’associazione ha preso il nome di Insieme ArTe – Amare Chioggia. Il desiderio di tenere insieme arte e amore per la città è all’origine della Festa. La mia proposta di dedicarla alla riconoscenza dapprima suscitò sorpresa e qualche perplessità tra le amiche dell’associazione, ma poi prevalse la fiducia e l’interesse per la nuova impresa. Così il progetto partì. In occasione dell’installazione sul tema L’amore apparecchia ogni giorno la tavola, quando con verdure del territorio realizzammo una grande mensa rotonda apparecchiata, la conduttrice del laboratorio di allora, Mirella Tonellotto, suggerì di tenere la forma simbolica del mandala in ogni successiva edizione. E così fu. La comunità abitante accoglie con favore questa creazione e la sua sollecitazione a pensare con gratitudine ai beni che riceviamo dal territorio, anche quando i temi proposti vanno ben oltre l’ambito locale.

Quest’anno i riscontri dimostrano apprezzamento anche per la capacità di dare all’iniziativa continuità nel tempo. In effetti, la festa è diventata una ricorrenza da conservare, ricca di un significato profondo. Nella tradizione orientale, il mandala parla dell’impermanenza, qualcosa di caduco. Anche noi, dopo averlo costruito al mattino, la sera lo dissolviamo, nonostante il lavoro di mesi che ha richiesto la sua preparazione. Ma soltanto proponendo la sua costante riedizione, come ciclo, cerimonia, rito, l’evento può affermarsi quale visione di un nuovo patto tra noi, donne e uomini, e il mondo in cui abitiamo.

Nel gruppo Festa, ognuna e ognuno, senza essere professionista dell’arte, sa dare un contributo inventivo davvero originale all’installazione e questo impegno collettivo è importante per rendere esteticamente equilibrato il mandala; ma il bello ha bisogno di rispondenze sul piano dei significati: l’orizzonte simbolico resta centrale per la riuscita dell’opera e la nostra umana ricerca di senso. Altre e altri prenderanno in mano la continuazione della Festa se sarà occasione per trascorrere un piacevole tempo creativo e impulso a trasformare la propria e altrui forma mentis. La ricorrenza si affermerà come tradizione, se il riconoscimento del valore delle politiche di cura, inventate soprattutto dalle donne, faranno sentire la necessità di dar loro una forte testimonianza simbolica.

(www.donnealtri.it, 2 giugno 2018)

di Luisa Muraro

 

Il Centro culturale Villa Pallavicini (via Meucci 3, Milano), alle 18.30 di lunedì 4 giugno, ospiterà un incontro pubblico e conferenza stampa in vista di un’opera commemorativa in piazza Vetra, che vuol essere In memoria delle cosiddette streghe.

 

“I pericoli del pensiero unico non sono mai finiti.” Così dice il Comitato promotore nel suo invito (https://www.facebook.com/events/164018961116348/). È vero, così vero che anche il Comitato, con tutte le sue buone intenzioni, è vittima del pensiero unico. Infatti, 1) confonde la caccia alle streghe con la persecuzione dell’eresia e 2) attribuisce la responsabilità di questi mali storici unicamente all’Inquisizione.

È umanamente e politicamente sbagliato, io dico, continuare a fare questa doppia confusione: corrisponde a un modo di ragionare molto comodo, comodo ma anche molto sbagliato. Una volta lo chiamavano: fare di ogni erba un fascio, ma la storia è il contrario di un prato da passare con la falce.

Spiego il primo punto della mia critica, la confusione delle vittime. La confusione tra eresia e stregoneria è un’invenzione fatta dall’Inquisizione alla fine del Medioevo per i suoi scopi, fra cui sfruttare le credenze popolari sulle streghe e mettere così in cattiva luce le persone giudicate eretiche. I Valdesi furono tra le prime vittime di questa odiosa propaganda, che arriva fino al maccartismo anticomunista degli Usa negli anni Cinquanta. In altre parole, l’Inquisizione ha inventato un metodo repressivo che fu adottato e continua a essere adottato dai poteri forti per avere mano libera sui loro oppositori: calunniarli.

Ma noi dobbiamo fare il contrario, dobbiamo fare la differenza tra le streghe e gli eretici! Dobbiamo farla per restituire la vera identità alle vittime, una per una se fosse possibile, ma che sia almeno sullo sfondo della loro grande differenza. La donna (o l’uomo) valdese era una cristiana lettrice del vangelo, anticonformista… chiamarla strega voleva dire coprire il suo comportamento di false interpretazioni e di sospetti infondati. D’altra parte, chiamare eretica una cosiddetta strega, era un modo per “cristianizzare” tutta una differenza culturale, occultare cioè i segni dell’antica civiltà precristiana e la sua presenza nella cultura popolare. La strega, infatti, è il paradigma di ogni differenza che ostacola i progetti e i progressi dei vincenti.

Quest’umanità perseguitata avrebbe in comune che sono stati, tutti e tutte, vittime dell’Inquisizione? Passo così al secondo punto, la confusione dei responsabili. Chi conosce la storia della congregazione di Guglielma, sa che le condanne definitive, eseguite nell’anno 1300, emanavano dai domenicani di Sant’Eustorgio, cioè dall’inquisizione che faceva capo a Roma, e che questa non ebbe il compito facile per l’opposizione più o meno aperta di altri poteri, laici e religiosi, fra cui il monastero di Chiaravalle. Chi conosce la storia delle caccia alle streghe sa che la strage durata secoli di persone innocenti, in gran parte donne, rientra nella storia della nascente Europa moderna e fu opera di poteri che cercavano capri espiatori, e durò tanto quanto la credulità popolare che consentiva loro di fare questo gioco… Mettere sotto accusa, oggi, l’Inquisizione, non è, forse, fare lo stesso gioco? O, meglio, prestarsi a quelli che vogliono farlo profittando della nostra semplicioneria?

 

(www.libreriadelledonne.it, 1 giugno 2018)

di Alessandra Pigliaru

Tempi presenti. Conosciuta e amata da milioni di lettori grazie al suo «Amabili resti», un incontro con la scrittrice statunitense a partire dal memoir «Lucky» in cui racconta il suo stupro del 1981

«La dimostrazione più impressionante di quanto fossi innocente era che a diciott’anni credevo ancora in un mondo giusto». Difficile immaginare qualcosa di più lieve di una ragazza che, in piena adolescenza, si sporge con fiducia incrollabile verso il futuro. Sembra quasi che la felicità del circostante possa essere convocata per il solo desiderio di somigliarle.

Siamo nel 1981, anni di poesia letta e scritta, quando la giovane Alice Sebold, percorre la galleria sotterranea in cui viene violentata. Altri diciotto anni trascorrono prima della pubblicazione del suo libro che racconta quella terribile esperienza. Anche per questo, Lucky (e/o, pp. 333, euro 9,90, traduzione di Claudia Valeria Letizia) è un memoir coraggioso e straordinario. Dopo la prima uscita statunitense nel 1999 (e una prima traduzione italiana nel 2002), è questa recente una riedizione che arriva in un momento storico e politico importante. Sia per la potenza di un testo che percorre una tra le vicende più orribili che possono abbattersi nella vita di una donna, sia perché Alice Sebold, nella introduzione aggiornata al gennaio 2017, colloca il processo culturale entro cui si muove il fenomeno della violenza nella amara presa d’atto della elezione di un «molestatore seriale nonché palpeggiatore di figa, eletto quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti».

Occhi e incarnato chiari, oggi incontriamo all’età di 54 anni Alice Sebold, il volto di chi ha cercato di non cedere all’inferno che l’ha attraversata. Di questo laborioso rifiuto in cui non conta la retorica sciocca e inutile di chi immagina che le disgrazie ci rendano più sensati e saggi, la scrittrice (nota al grande pubblico con il suo indimenticabile Amabili resti) – è piuttosto sicura: «Può succedere che qualcuno, dopo un grande trauma, si senta più forte ma temo che perlopiù vi sia l’esigenza di raccontarlo a se stessi. Qualcun altro dice di essere contento che gli o le sia capitato perché altrimenti non sarebbe la persona che è. È un’affermazione comune tra i sopravvissuti a una guerra, al cancro, tra coloro che sono rimasti orfani dopo una calamità naturale o paralizzati a causa di un incidente d’auto. E, per molto tempo, l’ho ripetuta anch’io. Ma poi ho smesso, perché se avessi la possibilità di cancellare quanto mi è capitato lo farei senza indugio e in mancanza di una gomma che me lo consenta ho trovato, con grande fatica, una strada possibile solo nella scrittura».

Nonostante da bambina abbia dovuto lottare con la dislessia, cresciuta in mezzo ai libri, è la lettura ad averla educata allo scrivere. «Eppure Lucky non lenisce il dolore, anzi. Non ho scritto il libro per me stessa né come atto di guarigione. Se avessi voluto guarire avrei potuto scrivere poesie o altro, non raccontare quanto mi è capitato. Invece è stato più qualcosa di prossimo alla responsabilità verso un pubblico. I libri sono dei doni, quando poi l’argomento è così crudo l’effetto di quel dono deve poter essere controllabile».

Gesticola lievemente, mentre ci racconta con fermezza quanto faccia la differenza dare il nome esatto alle cose: «Durante la prima presentazione pubblica di Lucky, diciotto anni fa, sono stata introdotta come l’autrice di un testo basato su una vicenda terribile. Quando mi è stata data la parola ho subito detto “stupro” perché prima di qualsiasi altra cosa viene la nominazione, capace di innescare un processo all’interno della cultura. Solo dopo arriva il resto. Compresi i malintesi, le battute o tutto ciò che non si capisce né si vuole spesso accettare intorno allo stupro. Ma prima bisogna dire la parola, indicarla. È un punto di partenza irrinunciabile».

Se la protagonista di Amabili resti è una ragazzina uccisa, in Lucky il tratto autobiografico è segnato dalla sopravvivenza a una violenza sessuale. L’arco non è solo dettato da variazioni letterarie di circostanza, conduce invece a un nodo – anzitutto politico – che la scrittrice statunitense segnala con chiarezza: «Nella parola stupro c’è una minaccia di fondo. Morire o rimanere in vita dopo un simile evento è qualcosa che condiziona la pubblica opinione. Quando una donna viene assassinata se è stata anche stuprata la sua fine diventa ancora più dolorosa, è come una doppia rapina. Se infatti nel comune sentire essere violate significa perdere la propria purezza, con la morte si espia quella perdita. Quando invece si sopravvive a qualcosa di così enorme non c’è un giudizio netto. Una ragazzina morta fa concentrare sul colpevole. Quando si sopravvive a un’aggressione c’è qualcosa che – di contro – fa attribuire la colpa ai vivi, che divide spesso ambiguamente quella colpa». La morte «libera» così dai fraintendimenti perché «più onorevole rispetto l’ardire del rimanere – nonostante tutto – vive».

Il testo segue il passo di una fortuna capovolta, di un paradosso incomprensibile e al contempo schiacciato sulla necessità di quanto successo. «La polizia disse che ero stata appunto fortunata perché non mi avevano uccisa; mio padre disse che era contento fosse successo a me e non a mia sorella perché io ero più forte. Il rovescio della fortuna – precisa poi l’autrice – restituisce anche la cifra dell’ironia, la più amara e drammatica ma pur sempre l’ironia con cui cerco di guardare le cose».

È tuttavia il «lavoro costante con le donne che hanno subito violenza ciò che di cruciale va fatto. Ho avuto la mia personale autorizzazione quando ho conosciuto le prime che venivano a seguire i miei reading. Da allora, ogni anno, ne incontro tantissime. Ciò che è fondamentale, ancora più delle parole, è la presenza, essere insieme». Ecco perché osserva il movimento #metoo con interesse, perché c’è un tratto di esperienza personale che racconta una storia complessa – non solo rivelazione da parte di chi è stata abusata ma anche il baratro che si cela dietro chi ha agito la molestia. «Intravvedo una speranza nell’apertura di una discussione pubblica. Perché credo vi sia una forma di empatia tra chi ha subito un trauma e chi no. Con Trump abbiamo a che fare con la prepotenza, con l’onnipotenza della cultura machista. Mi auguro possa essere questa una occasione di comunanza contro qualcosa da rigettare. Si potrebbe cominciare con il contrapporre alla onnipotenza la risorsa della vulnerabilità, per esempio».

Da ascoltare, oltre che da leggere, con cura e attenzione, Sebold ci tiene a specificare come il suo non sia stato un atto di denuncia, né il tentativo di comporre un trattato sociologico sulla violenza maschile contro le donne. «Diffido degli approcci troppo teorici, senza dati di esperienza rischiano di non arrivare a tutte e tutti. Ho inteso scrivere qualcosa che non risultasse pesante, chi avrebbe letto si sarebbe fidato. Ho desiderato questa fiducia totale. Non ho condannato il genere maschile, la restituzione da parte dei lettori è stata infatti corrispondente alle mie intenzioni. Certo non sollevo nessuno ma nemmeno vorrei fare analisi generaliste e grossolane».

Ed è qui che si intuisce la ragione per cui, oltre al ritratto impietoso del suo stupratore – condannato a pagare penalmente – l’autrice di Lucky sceglie di raccontare le sue successive relazioni con altri uomini. Non si arrende a una visione «prestazionale» che, dice, «prevede una reazione attiva verso la violenza sessuale subita; quindi palestra, impegni costanti e molto sesso fin da subito». A schiudersi per lei è invece la scoperta, dopo molto patimento durato più di un anno, di una quiete, cioè l’imprevisto di una intimità ritrovata.

Sceglie così l’amore disarmante per sigillare e cambiare di segno la prostrazione. Dice sì alla prossimità di un uomo caro invece dell’odio sterminatore. Solo in questo modo la rabbia può restare intatta e generativa. Quella di Alice Sebold, di rabbia, ha un sorriso impareggiabile e stretto come la linea degli occhi. Si impara molto da certi precipizi del volto altrui. A quel graffio della voce, che a capofitto arriva fino al cuore, a quella impercettibile intermittenza oculare mentre tiene con sé il peso di quanto vissuto, tantissime donne – e altrettanti uomini – possono dire grazie.

(il manifesto, 31 maggio 2018)

di Massimo Lizzi

 

Ho sempre visto la prostituzione come una condizione di servitù sessuale e non ho mai creduto possibile riconoscerle una dignità, tanto meno per mezzo di una legittimazione giuridica o di un linguaggio mutuato dal lessico professionale, commerciale o da qualche inglesismo. D’altra parte, non sarei capace di sopportare l’idea di vedere prostituita una parente stretta o una cara amica, non vedo perché dovrei accettarla per una donna estranea e anonima. Tra i miei conoscenti, pochi sono quelli che ammettono di aver frequentato prostitute. Tra questi, i più dicono di aver avuto una sola esperienza deludente, perché lei fu troppo passiva. Mio padre mi raccontò qualcosa di simile: appena giunto a Torino, giovane immigrato dal sud, nel 1953, andò subito in una casa di tolleranza: la prostituta rimase stesa inerte sul letto tutto il tempo e lui non ci tornò più. Il comportamento riferito della prostituta, lascia immaginare una resistenza passiva o una rassegnazione mortifera.

 

Comprendo, dunque, fin quasi a condividerle, le affermazioni che vogliono mettere fuori dal femminismo chi è favorevole alla prostituzione. Affermazioni che hanno il senso della scomunica e so non corrispondere al vero, perché conosco varie femministe favorevoli o possibiliste nei confronti della prostituzione, che preferiscono chiamare lavoro sessuale o sex working. Molte altre sono problematiche e non arrivano mai a una parola definitiva, a differenza di tante femministe del Nord Europa, che su questo argomento mostrano di avere le idee più chiare, come Rachel Moran, autrice del libro Stupro a pagamento, ospite della Libreria delle donne lo scorso 20 maggio. Aperti e possibilisti sono anche tanti uomini amici del femminismo. Il possibilismo maschile, tuttavia, lo reputo meno accettabile. Con il possibilismo, le donne hanno un conflitto tra loro; gli uomini hanno un conflitto d’interessi.

 

L’atteggiamento ondivago e compromissorio nei riguardi del sesso a pagamento credo abbia a che fare con le condizioni e la cultura del nostro paese. In Italia è molto ampia la disoccupazione femminile e nell’arte di arrangiarsi, la prostituzione rimane una possibilità, frutto di un calcolo che si può fare. L’Italia è un paese di cultura cattolica e i cattolici, nonostante il moralismo loro attribuito, hanno storicamente tollerato la prostituzione come male minore, come sistema fognario delle turpitudini maschili, a tutela delle donne per bene. Le culture tradizionali trovano nelle pieghe delle culture moderne le ragioni per riprodursi e giustificarsi, per esempio, nella declinazione neoliberale della libertà femminile o in quella individualista dell’autodeterminazione.

 

Ad aiutare questo riciclaggio culturale è pure un linguaggio che rappresenta il fenomeno come fosse centrato sulla donna che si offre e non sull’uomo che la domanda e, nell’insieme, come una operazione di mercato. È, dunque, molto giusta l’idea di ridefinire il linguaggio che nomina la prostituzione, per svelare la sua dinamica e il suo elemento propulsore: la domanda maschile di poter disporre del corpo di una donna senza doversi relazionare con essa e con il suo desiderio. In questo senso, come spiegano Rachel Moran e il femminismo nordico, ma anche le femministe spagnole, il cliente è un prostitutore, la prostituta una donna prostituita e la prostituzione un abuso pagato.

 

Da questo nuovo modo di nominare le cose, penso si debbano trarre tutte le conseguenze, anche sul piano giuridico, altrimenti si esprime un messaggio divergente sul piano simbolico: nominato il ladro, è impossibile esonerarlo dalla sanzione del furto. La legge Merlin non è una via di mezzo tra il modello nordico dell’abolizionismo e il modello tedesco della regolamentazione. La legge Merlin è una legge abolizionista e ha la stessa filosofia della legge svedese: decriminalizza la prostituta e criminalizza ciò che le sta intorno: lo sfruttamento, l’induzione, il favoreggiamento, il libertinaggio. Non prescrive, è vero, una esplicita sanzione per chi acquista sesso. Però, se il cliente diciamo di vederlo come un prostitutore e tale lo nominiamo, vediamo anche che esso è parte in causa, anzi l’agente principale dei comportamenti che la legge italiana definisce come reati: induce, favorisce e sfrutta. La criminalizzazione del prostitutore (alias cliente), quindi, è coerente con la legge Merlin.

(www.libreriadelledonne.it, 31 maggio 2018)

di Luisa Muraro

 

Non trovarsi in sintonia con i propri lettori e lettrici, è un incidente che può capitare, ma quello capitato al quotidiano cattolico Avvenire è così grave che somiglia al deragliamento di un treno. Sulla fine violenta della famiglia di Francavilla, madre, bambina e padre, la giornalista Marina Corradi ha scritto un commento sbilanciato e impressionante, fuori dai binari del buon senso, e si è portata dietro il giornale nella persona del suo direttore, Marco Tarquinio.

Che cosa è successo? Uomini che uccidono la moglie, uomini che, prima di uccidersi, uccidono i familiari, sono notizie non rare, purtroppo. Le circostanze ogni volta sono diverse ma ogni volta c’è un uomo che si comporta da padrone sulla vita di persone che facevano parte della sua vita. Tra le circostanze di quest’ultimo caso, una colpisce la giornalista e cioè che l’uomo abbia esitato sette ore prima di lasciarsi andare nel vuoto, facendo così la fine da lui data prima alla moglie e poi alla figlia (a loro, senza esitare, parrebbe). Quelle sette ore di suspense tra la vita e la morte suggeriscono a Marina Corradi l’immagine di un uomo diviso tra la disperazione di sé e una speranza di misericordia. Sarà questa figura letteraria alla Bernanos che l’ha spinta a dedicare la sua attenzione all’autore del misfatto non vedendolo più in questa luce e trascurando tutto il resto?

Si potrebbe supporlo ma l’intervento del direttore del giornale fa pensare che c’è dell’altro. Il direttore difende la sua giornalista, d’accordo, ma non ha visto, come sarebbe stato compito suo, quanto fosse squilibrato il commento di lei. E la difende dalle critiche con un’enfasi eccessiva che non si spiega se non pensando che lei abbia interpretato dei sentimenti profondi di lui. Lo conferma il titolo dato da lui stesso (suppongo) al pezzo, L’ultima battaglia di un uomo, titolo che non è infedele all’articolo ma gli aggiunge un qualcosa che lo fa diventare una provocazione. Deliberata? Non credo.

Credo piuttosto che il direttore aderisca, più o meno consapevolmente, ma prontamente, da uno che si sente parte in causa, al sentire inconscio (su questo non ho dubbi) di una donna che, in questo caso, non dico sempre, trova la sua ispirazione nello stare dalla parte dell’uomo. In lei, il direttore crede di vedere un’espressione di quella commovente pietà femminile che la civiltà patriarcale celebra e mette sugli altari.

Io, proclama il direttore verso la fine della sua lunga risposta, “non censuro e non mi faccio censurare”, nel senso che “non amputo della sua parte femminile” la pagina da lui voluta a commento della tragedia di Francavilla. La parte femminile è, ovviamente, l’articolo di Marina Corradi, che porta il numero 1, contro cui le proteste si sono giustamente alzate. Dunque, c’è anche una parte maschile? Sì, e bisogna leggerle entrambe perché sono complementari, ammonisce il direttore rivolto a chi protesta. Ma, se andiamo a leggere questa seconda parte, troviamo ben poco: parole sensate e un finale in cui tutti, vittime e colpevole, vanno ricondotti alla follia, promossa a “protagonista dei tre morti di Francavilla”. Niente che sia paragonabile alla provocazione del primo articolo.

In realtà, la parte maschile c’è, ma non è lo scritto numero 2. La fa lui, il direttore, lasciando trapelare, attraverso i sentimenti e le parole della sua giornalista, un preciso significato. Ed è la non dichiarata, forse inconsapevole ma evidente partecipazione alla vicenda disastrosa di un pater familias che diventa il simbolo dell’agonia del patriarcato.

Questa mia ricostruzione può spiegare l’incidente di Avvenire e, soprattutto, spiega come mai sia capitato proprio a un giornale cattolico. La fine del patriarcato per le società di cultura cattolica è una prova straordinariamente impegnativa, perché domanda agli uomini di spogliarsi dei loro fasulli primati e a tutti, donne comprese, di convertirsi alla libertà femminile: è una, forse la principale condizione se si vuole traghettare nel presente verso il futuro, quello che di grande, vero e buono il messaggio cristiano ha offerto alla civiltà umana.

Il femminismo che il direttore di Avvenire rivendica al suo giornale, mi dispiace dirlo, è robetta. Ci vuole ben altro; per saperlo, se uno non ha tempo o voglia per gli scritti di Carla Lonzi o di Luce Irigaray, si rilegga il discorso del papa ai membri dell’Accademia per la vita, il 5 ottobre 2017. Poche parole, per rendere l’idea: «Non si tratta semplicemente di pari opportunità o di riconoscimento reciproco. Si tratta soprattutto di intesa degli uomini e delle donne sul senso della vita e sul cammino dei popoli… Insomma, è una vera e propria rivoluzione culturale quella che sta all’orizzonte della storia di questo tempo».

Link agli articoli citati:

La tragedia tre volte mortale di Francavilla al Mare/1. L’ultima battaglia di un uomo, di Marina Corradi, 22 maggio 2018

La tragedia tre volte mortale di Francavilla al Mare/2. Se tutto è avvolto di follia, di Giovanni D’Alessandro, 22 maggio 2018

L’orribile tragedia di Francavilla al Mare l’indignazione e la morte della pietà, di Marco Tarquinio, 25 maggio 2018

 

(www.libreriadelledonne.it, 29 maggio 2018)

di Luciana Castellina

Come ogni giorno anche stamattina un drappello di donne – undici, per l’esattezza – è partito in aereo dall’Irlanda per traversare il canale e andare ad abortire nel Regno Unito. Sono le “privilegiate”, quelle che hanno i mezzi per farlo. Le altre, centinaia di altre, continueranno a ricorrere alla pillola abortiva on line, altrettanto illegale e soprattutto pericolosa, perché non esistono controlli sanitari su chi la vende.

La storica vittoria di venerdì 25 al referendum che ha cancellato l’art. 8 della Costituzione del Paese e ha finalmente riconosciuto il diritto delle donne a decidere se diventare o meno madri apre infatti solo la strada al varo di una legge che dovrà esser presentata, discussa, votata.

Ci vorranno ancora mesi. E, comunque, resterà tagliato fuori un altro milione di irlandesi, quelle dell’Irlanda del Nord, come è noto tutt’ora suddite del Regno di sua Maestà Britannica, e però private del diritto riconosciuto alle inglesi. In un pezzo dell’isola sanguinosamente diviso su tutto, su una sola cosa protestanti bigotti e cattolici che nella religione hanno trovato il modo di difendere la loro autonoma identità nazionale, sono in accordo: sulla pelle delle donne.

Non voglio affatto, per carità, sciupare con un altro piagnisteo, la bella vittoria delle donne irlandesi. È stato un fatto storico. Ne chiarisce la portata la frase pronunciata da Katherine Zappone, ministra per l’infanzia, sposata con una donna, Anne Luise Gilligen, da quando il matrimonio fra appartenenti allo stesso genere è stato introdotto in Irlanda. «È la volontà delle donne di raccontare le loro storie – ha detto – che ci ha consentito di cambiare il cuore e la mente dei cittadini».

Questa voglia di uscire da un riserbo millennario per parlare di loro stesse è recente: è emerso da quando, fra incredulità e spesso anche irrisione, le donne hanno deciso di dar vita ai gruppi di autocoscienza per parlarsi direttamente. In molti non hanno capito che si trattava di una prima grande inchiesta su se stesse, attraverso i meandri della propria intimità mai fino in fondo visitata.

È stato il primo passo del nuovo femminismo. Cui oggi se ne è aggiunto un altro decisivo e recentissimo: le donne, quello che hanno scoperto dentro se stesse, hanno cominciato a raccontarlo e per la prima volta – ecco il fatto nuovissimo e dirompente – vengono credute. Quante volte nei Tribunali le denunce di molestia o di violenza non hanno avuto seguito perché le donne non venivano credute? Se milioni di donne, dagli Stati Uniti alla Spagna a ovunque in questi ultimi tempi sono scese in strada, hanno gridato «Me too» è perché, finalmente, la loro parola ha acquistato autorevolezza.

Il voto irlandese, oltre ad aver riconosciuto un diritto sacrosanto, ha sancito clamorosamente un passaggio storico.

(Irlanda, l’autorevolezza ritrovata con la parola, il manifesto, 27 maggio 2018)

di Mira Furlani

Condanno totalmente l’articolo di Marina Corradi, apparso su Avvenire martedì 22 maggio 2018 col titolo La tragedia tre volte mortale di Francavilla al Mare/1. L’ultima battaglia di un uomo.
La solidarietà maschile in un regime patriarcale non mi stupisce, ma la solidarietà femminile di una giornalista di Avvenire verso un assassinio compiuto da un padre e marito mi allibisce. Definisce “pover’uomo” e “soldato travolto e caduto” un uomo che ha ucciso la figlia e molto probabilmente anche la moglie, senza che la giornalista rivolga la minima attenzione e comprensione verso le due vittime.

 

(Facebook, 24 maggio 2018)

di Franca Fortunato

Il 22 maggio del 1978 entrava in vigore la legge 194 che contiene “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, approvata sotto la spinta di un grande movimento di donne. Tutto era partito nel 1975 dopo una sentenza della Corte Costituzionale che, contro il codice fascista Rocco che condannava l’aborto come “delitto contro l’integrità della stirpe”, affermava «la non equivalenza fra il diritto non solo alla vita, ma anche alla salute di chi è già persona, come la madre, e la salvaguardia dell’embrione, che persona deve ancora divenire». Le donne allora abortivano di nascosto. Chi aveva i soldi andava all’estero nelle cliniche private. Qualcuna – come racconta Ritanna Armeni nel suo libro La colpa delle donne – beveva infusi di prezzemolo perché – si diceva – provocava emorragie e contrazioni che potevano far espellere l’embrione appena formato. Altre cercavano la “mammana”, la donna che altre conoscevano, che sul tavolo della sua cucina con un ferro da calza penetrava su, nella vagina, raggiungendo l’utero dove era annidato l’ovulo fecondato per provocare un’emorragia che lo mandasse via. A volte erano ostetriche, le stesse che aiutavano le donne a partorire e che, se c’era bisogno, si prestavano a farle abortire. A pagamento naturalmente, anche se non si trattava di cifre alte come quelle pretese dai medici. A volte le emorragie che provocavano erano molto forti e allora si correva in ospedale dove l’aborto era dichiarato spontaneo. A volte non si faceva in tempo ad arrivare in ospedale o non si andava per vergogna e, per aborto, si moriva. In quegli anni, le femministe nei piccoli gruppi di autocoscienza parlavano di maternità, aborto e sessualità a partire dalla loro esperienza. «Noi di Rivolta Femminile – scrisse nel 1971 il gruppo di Milano di Carla Lonzi – sosteniamo che da uno a tre milioni di aborti clandestini calcolati in Italia ogni anno, costituiscono un numero sufficiente per considerare decaduta di fatto la legge antiabortiva. La comunità femminile ha rischiato la vita, l’ostracismo civile e religioso di uno stato patriarcale affrontando clandestinamente le pratiche abortive alle quali tutt’ora è affidata l’ultima parola per sottrarsi a un processo di gestazione non voluta… Noi accederemo alla libertà di aborto, e non a una legislazione su di esso». Depenalizzazione dell’aborto e non legalizzazione fu la richiesta delle femministe che affermavano il principio – divenuto coscienza condivisa – che non si può obbligare una donna a diventare madre e che questa lo diventa solo dopo aver pronunciato il suo sì. Aggiungevano che la legalizzazione – come è avvenuto in questi quarant’anni – non avrebbe responsabilizzato gli uomini che portano la contraddizione di una sessualità erotico-procreativa che mette incinta le donne e poi vieta loro di abortire o li lascia sole. «L’uomo ha lasciato la donna sola di fronte a una legge che le impedisce di abortire, sola, denigrata, indegna della collettività. Domani finirà per lasciarla sola di fronte a una legge che non le impedirà di abortire: sola, gratificata, degna della collettività». Prevalse – come sappiamo – la posizione delle radicali e delle donne dell’Udi (Unione donne italiane), sostenute da un grande movimento di donne, dalle comuniste e dalle socialiste, che chiedevano una legge in nome di un diritto, quello delle donne a interrompere una gravidanza non voluta. Parlare di aborto come un diritto non solo è sbagliato in termini, perché ad ogni diritto corrisponde una positività mentre l’aborto è un rifiuto, un ripiego, una necessità, una violenza, nessuna donna che abbia abortito nell’illegalità o nella legalità ha mai festeggiato, ma è sbagliato anche perché carica la responsabilità solo sulle donne e priva gli uomini di ogni consapevolezza e coscienza della loro sessualità nell’atto della fecondazione, che viene prima della volontà di interrompere una gravidanza non voluta. A meno che non si pensi che la donna si ingravidi da sola. La legge 194 fu un compromesso tra Dc e Pci e non ha eliminato del tutto il reato di aborto che resta tale se praticato fuori dagli ospedali pubblici e ha introdotto la figura dell’obiettore di coscienza (oggi lo è il 70% degli operatori sanitari con punte del 90% e 100% come in Calabria), due armi potenti contro l’applicazione della 194. In questi anni le donne sono state continuamente messe sulla difensiva, costrette a parlare della 194 più che di ciò che sta prima dell’aborto: sessualità e rapporto tra i sessi. I nemici della legge e delle donne non hanno mai accettato i risultati del referendum del 1981 dove l’80% delle/i votanti confermò con il 63% di No la legge 194. Le hanno tentate tutte e continuano a farlo con crociate e campagne a volte macabre o con cosiddette “Marcia per la vita” come quella di qualche giorno fa a Roma con cui preti suore, vescovi e cardinali e compagnia bella hanno chiesto l’abrogazione della legge e la revoca di tutti i fondi per che permettono alle donne di accedere alla ospedalizzazione gratuita. Che fine ha fatto la sessualità maschile, la sola in cui piacere e procreazione si identificano? Quanto è ancora forte il dominio della sessualità maschile? Quale assunzione di responsabilità sul prima della fecondazione c’è stata in questi anni da parte degli uomini? Ci sono uomini che rifiutano l’uso del preservativo perché ritenuto riducente della propria virilità, che ritengono l’uso dell’anticoncezionale da parte della donna un atto dovuto, scaricandosi di ogni problema e responsabilità. C’è bisogno di non chiudersi nella difesa della legge ma di andare oltre, sapendo che questo è il momento giusto per farlo, perché le donne stanno riscrivendo il patto sessuale con gli uomini dopo il grande movimento globale #MeToo, seguito allo scandalo Weinstein. È il momento di tornare a riflettere e guardare collettivamente alla sessualità e alla cultura sessuale maschile che precede l’aborto, chiamare in causa gli uomini, che non possono rimanere ai margini, privi di responsabilità e di consapevolezza o, nel peggiore dei casi, mettersi alla testa di crociate e marce contro la legge e le donne.

(Il Quotidiano del Sud, 23 maggio 2018)

Intervista di Clara Jourdan a Luisa Muraro

 

Il 25 maggio 2018 ci sarà in Irlanda un referendum per rendere possibile al parlamento di fare una legge in favore delle donne che chiedono di poter abortire senza andare all’estero. Il referendum del 25 maggio mira a abolire un emendamento costituzionale introdotto trent’anni fa che vieta di modificare la legge proibizionista. Tu che cosa prevedi e che cosa ti auguri?

Non so fare previsioni. Mi auguro che l’ostacolo venga tolto di mezzo e che il parlamento di Dublino possa fare una legge migliore di quella oggi in vigore. Oltre che patriarcale, la legge irlandese è ipocrita: non nega alla donna la possibilità d’interrompere la gravidanza, purché lo faccia all’estero. Sull’argomento suggerisco di leggere Órla Ryan, L’Irlanda decide sull’aborto (Internazionale 1255). L’Irlanda potrebbe seguire l’esempio dell’Italia e fare una legge come quella che c’è dal 1978 sull’interruzione volontaria della gravidanza, la 194, che fu votata da comunisti e democristiani ed è risultata in pratica una buona legge.

 

Tu hai detto al quotidiano Avvenire, 10 maggio 2018, che sei contraria al diritto di abortire. Hai cambiato idea?

Quello che citi non era il mio pensiero, era il titolo dato dal giornale all’intervista. Io ho detto e spiegato (come la giornalista Antonella Mariani riferisce in breve ma fedelmente) che sono contraria a considerare l’aborto un diritto.

Al seguito del pensiero femminista delle origini, la cui radicalità resta per me (e non solo!) una fonte d’ispirazione, penso che una donna non debba chiedere a niente e nessuno il permesso di diventare o di non diventare madre. È un principio di libertà femminile: il Diritto non l’ha ancora formulato in questi termini ma vale lo stesso, vale da sempre. Le innumerevoli donne che hanno abortito nella clandestinità (anche in Irlanda, inutile dirlo) sono giustificate da questo principio. Nessuna femminista, neanche quelle cattoliche, pensa che siano delle criminali. Semmai, pensiamo che siano delle fuorilegge. Quello che si chiede di avere per legge, non è il diritto di abortire, ma che sia lei a decidere sotto la sua responsabilità (“autodeterminazione”) e se decide di abortire, che riceva la necessaria assistenza sanitaria in nome del diritto alla salute.

 

Che differenza fa?

Nell’idea del diritto di aborto, a monte c’è la legge del padre. In regime patriarcale alle donne non sposate è vietato diventare madri; sposate, devono diventare madri per dare una discendenza all’uomo; in certe circostanze hanno il permesso (o l’obbligo) di abortire… Il diritto di aborto viene da questa storia. Fuori dal simbolico patriarcale, che senso ha? Perché mai una donna dovrebbe avere il diritto di non fare quello che nessuno ha il diritto d’imporle o di vietarle? Perciò, negli anni Settanta, invece di una nuova legge, molte femministe proponevano la depenalizzazione: cancellare il reato dal codice.

 

Nel suo commento all’intervista dell’Avvenire, “Aborto, tra scelta e diritto”, Cecilia D’Elia obietta che la tua formula sull’aborto che non è un diritto, è ingannevole, perché nel linguaggio comune dire che una cosa non è un tuo diritto è come dire che non puoi decidere tu.

Ha ragione Cecilia, se stiamo alla mentalità comune. Domina, infatti, nel senso comune, una mentalità per cui, tra le cose che abbiamo il permesso di fare e quelle che è proibito fare, non c’è spazio. In altre parole, non ci sentiamo autorizzate a essere noi stesse, ad agire con signoria. Oppure magari sì, ma nella completa irresponsabilità. Io combatto, dentro di me, intorno a me e in generale, per il superamento di questa mentalità ristretta e irresponsabile al tempo stesso. Specialmente in vista della libertà femminile, che altrimenti resta molto limitata (sto parlando delle donne, non faccio confronti con gli uomini). Bisogna finirla con il girotondo del chiedere permessi, reclamare diritti, mettersi contro e ingoiare rospi: diventeremo più libere e il mondo, più grande.

 

Che cosa pensi, in generale, dell’articolo di Cecilia D’Elia “Aborto, tra scelta e diritto”?

È un buon articolo nel quale mi riconosco, riassume i quarant’anni della legge 194 e fa il punto sullo stato attuale della questione in una maniera esemplare. Ma un confronto puntuale con la posizione da me espressa su Avvenire non sarebbe appropriato, perché io mi muovo su un terreno difficile, quello dell’interlocuzione con la cultura cattolica. Su un punto preciso, tuttavia, lei ha ragione contro di me, quando dice che all’Onu non ha vinto l’idea di una libertà illimitata sul proprio corpo, e in questa luce, mettere l’aborto: no, lei ha ragione. Hanno vinto i diritti sessuali e riproduttivi della donna, la formula è vaga ma accettabile.

Detto questo, dobbiamo renderci conto che il punto di vista della legge è limitato e non esaurisce affatto il tema della competenza e della posizione delle donne nella procreazione. Per esempio? Ho accennato alla responsabilità, un aspetto che rimanda ai rapporti tra libertà personale, orientamento morale e progetti di vita condivisi con altre e altri. C’è da riflettere anche sull’applicazione della 194. Molte se la prendono con i medici obiettori e non hanno torto, ma, a maggior ragione, dobbiamo pensare ai medici non obiettori: come interpretiamo la loro figura e il loro lavoro? Dire che fanno il loro dovere è riduttivo, perché la loro presenza fa compagnia alla donna in un passaggio pieno di ombre, che non vuol dire per questo meno umano, anzi!

 

Non hai pensato che fosse imprudente farsi intervistare dal quotidiano dei cattolici italiani sulla legge 194?

Il diritto patriarcale va decostruito e l’agente principale di questa decostruzione è uno e uno soltanto, la libertà femminile. (Lo dico pensando anche alla questione della maternità surrogata.) In pratica, bisogna portare il tema della procreazione fuori dagli opposti schieramenti maschili tra conservatori pro-life e progressisti pro-choice. L’unica cosa in cui questi schieramenti vanno d’accordo è di parlare e di pensare al neutro maschile. Si è visto a proposito della legge 40 sulla procreazione medicalmente assistita, che ha avviato una stagione di messa fuori gioco dell’esperienza femminile.

Di conseguenza, bisogna rischiare. Il rischio è duplice. Da una parte si rischia di essere malintese oppure strumentalizzate da coloro che ci danno la parola. Dall’altra, si rischia di perdere credito presso le donne che non ti riconoscono più nelle parole con cui ti esponi al confronto con l’altro. Insomma, bisogna avventurarsi in una terra di nessuno per incontrare l’altro senza tagliarsi fuori dalla comprensione delle posizioni di partenza. Come si fa? Con un po’ d’intelligenza politica e molta fiducia: fiducia in quelli (quelle) che ti vengono incontro e fiducia in quelle (quelli) che ti sono vicine ma che di te ora vedono solo le spalle. Di questo parliamo quando parliamo di politica delle relazioni.

(www.libreriadelledonne.it, 21 maggio 2018)

di Franca Fortunato

Il 14 maggio lo stato d’Israele ha aperto i festeggiamenti per il settantesimo della sua fondazione con la cerimonia del trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, tra decine di morti e migliaia di feriti palestinesi. L’inaugurazione dell’ambasciata, che riconosce la Città Santa come capitale del solo stato ebraico, è avvenuta nonostante l’opposizione del mondo arabo, dei palestinesi, dell’Onu e di gran parte delle comunità internazionali, compresa l’Europa con esclusione di Austria, Ungheria, Romania e Repubblica Ceca. Il giorno dopo, i palestinesi hanno ricordato la Nakba, la catastrofe, su cui è nato lo stato d’Israele. Che cosa accadde in quei giorni del 1948? Ce lo racconta la palestinese Salwa Salem, allora bimba di otto anni di Yaffa, nel suo libro Con il vento nei capelli. «Esplosioni, fumo, fiamme, grida e volti impauriti. Nel giro di una settimana i disordini dilagano in tutta la Palestina. A Yaffa si sentono spari dappertutto. I razzi cadono fitti durante i bombardamenti, la sirena dell’autombulanza urla in continuazione. Mio padre – che aveva fatto la lotta partigiana contro gli inglesi – rimane spesso in casa, taciturno. Non andiamo più al mare, diventa pericoloso anche andare a scuola. C’è una grande tensione nell’aria, sono molto impaurita. Di notte veniamo svegliati dal rumore delle sparatorie nelle strade, andiamo a dormire tutti insieme nella stessa camera per farci coraggio. Ci sono molti incendi di palazzi, un giorno brucia il cinema vicino a casa nostra. Sento raccontare di eccidi, morti, terrore, paura, racconti macabri, disperati. La gente parla di Deir Yassin e di altri massacri. Deir Yassin è un villaggio che è stato attaccato e trecento dei suoi abitanti, vecchi, donne e bambini, sono stati violentati e uccisi. Si racconta del massacro con grande terrore. Altoparlanti per le strade invitano la popolazione a mettersi al sicuro: “Cercate di andare via, portate lontano le vostre famiglie, noi siamo i vostri amici, noi siamo i vostri capi, noi vi aiuteremo a tornare alle vostre case e a mettere ordine nella città…”. Si scoprì più tardi che erano messaggi delle bande ebraiche che si spacciavano per i leader arabi e cercavano così di far evacuare la gente come se fosse per poco tempo, una cosa provvisoria. Dagli aeroplani cade su di noi una pioggia di volantini: “Andate via, uscite dalle vostre case, se no farete la fine di Deir Yassin…”. L’orribile massacro di Deir Yassin era stato voluto e compiuto da Begin, uno dei leader del sionismo in Palestina in quel momento, e dalle bande ebraiche. Proprio Begin in un suo libro ha scritto: «…se non ci fosse stato Deir Yassin, non ci sarebbe stato Israele…», perché quel massacro terrorizzò la gente e la spinse ad allontanarsi dalle proprie case. Un giorno mio padre torna a casa sconvolto, tremante. Il suo racconto è terribile: un gruppo di soldati sionisti è entrato nella moschea di Yaffa, piena di gente. Uno di loro con una mitragliatrice ha aperto il fuoco e ha ucciso tutti. Tra queste persone mio padre ha tanti amici. È terrorizzato e invoca Dio, ma sembra che Dio guardi da un’altra parte. Ormai ogni colpo, ogni fiammata ci spaventano, io e i miei fratelli piangiamo sempre. Chiediamo alla mamma perché gli ebrei sono così cattivi, perché vogliono ucciderci e prendere la nostra città. La mamma non sa rispondere, come tutti gli abitanti di Yaffa è confusa e non riesce a capacitarsi di ciò che sta succedendo. Non dimenticherò mai la sera che decidemmo di lasciare Yaffa anche perché in seguito avrei sentito mia madre raccontare tante volte quei momenti. Gruppi di ebrei armati hanno fatto irruzione in molte case vicine, saccheggiando e uccidendo; alcune famiglie sono state interamente eliminate, ragazze violentate. Siamo incapaci di difenderci, gli ebrei invece sono bene addestrati, ben armati, più forti di noi. Mio padre è preso dal panico. Dice a mia madre di prepararsi, di prendere con noi poche cose. Dobbiamo partire, è impossibile rimanere nel proprio quartiere. Ci corichiamo ma non riusciamo a dormire. Poco prima dell’alba mio padre ci carica sul camioncino, chiude la casa, prendendo con sé solo le chiavi e qualche documento. Partiamo a Kafr Zibàd nella speranza di trovare un po’ di calma… Il viaggio è atroce. Le scene nelle strade sono terrificanti: distruzione ovunque, decine di migliaia di persone camminano senza sapere dove andare. E noi siamo più fortunati di altri perché abbiamo un rifugio. Quelli che non hanno la nostra fortuna finiscono nei campi profughi. Addirittura a Haifa e Yaffa tanta gente viene spinta dai soldati sionisti verso il mare, caricata su navi e portata in Libano, dove sono nati immensi campi profughi. L’esodo collettivo è straziante: ci sono vecchi che si abbandonano ai margini della strada perché non riescono più a camminare, gente che muore all’ombra degli alberi d’ulivo per la fame, per la sete, per la stanchezza. Mio padre raccoglie lungo la strada più gente che può, finché c’è spazio sul camion… siamo costretti a prendere tutte le strade secondarie per evitare i gruppi estremisti ebraici. Arriviamo sfiniti… La mia famiglia e molte altre migliaia di famiglie palestinesi persero allora, per sempre, il diritto di tornare alla loro città, alle loro case, alla loro terra. In pochi giorni venne proclamato lo stato d’Israele: era stato messo così un confine fra la parte occupata dagli ebrei e il resto della Palestina: non si poteva attraversare questo confine per nessun motivo al mondo». Furono cacciati dalle loro terre quasi 800.000 palestinesi, 531 villaggi furono distrutti e 11 quartieri urbani svuotati dei loro abitanti. Salwa è morta in Italia da profuga nel 1992, portandosi nella tomba il suo sogno del ritorno. Un sogno che agli ebrei della diaspora non fu negato e a cui i palestinesi non rinunciano, come dimostra La marcia del grande ritorno dei giorni scorsi, finita nel sangue di soli palestinesi. Davide contro Golia, come all’inizio. Chi fermerà Benjamin Netanyahu prima che sia troppo tardi? Chi fermerà lui e Donald Trump che, con le loro scelte in Medio Oriente, stanno mettendo in pericolo la pace nel mondo?

(Il Quotidiano del Sud, 18 maggio 2018)


Questa lettera è indirizzata alle donne che oggi siedono in Parlamento.

Siete le più numerose della storia della nostra Repubblica, vi trovate lì per il desiderio e la lotta delle donne che vi hanno precedute. Vogliamo celebrare con voi, che siate d’accordo o no, i 40 anni della legge che ha dato alle donne il diritto di dire la prima e l’ultima parola sul proprio corpo.

Un po’ di storia: la 194, legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, è stata fortemente voluta dalle donne contro la destra e a fronte di una sinistra a lungo titubante, alleato senza remore fu solo il Partito Radicale. Alla fine gran parte del Movimento femminista, le donne dell’U.D.I, dei Partiti di sinistra, dei Sindacati e delle associazioni e tante altre seppero mettersi insieme, dopo mediazioni non facili, e vinsero. Fu un vero e proprio atto di governo.

È questo insieme che vogliamo celebrare e mostrare oggi ancora vivo e potente.

Insieme abbiamo salvato tante donne dalla morte e dalla vergogna della clandestinità. È per questa coscienza che non ci può fare paura l’oscena propaganda che si sta scatenando in questi giorni contro questa legge, che pretende di mostrare le donne come assassine. Ma l’amore delle donne per la vita lo testimoniano secoli di storia.

È la nostra libertà a fare paura. Oggi tutti sono pronti a condannare la violenza, tutti contriti per ogni donna uccisa, per ogni donna maltrattata e abusata, ma sia chiaro: le radici di ogni violenza stanno tutte nella pretesa del controllo del corpo delle donne e se questo controllo un tempo era sacro, era legge, era dovuto, oggi è solo un terribile vizio.

Le donne non hanno più padroni. Di un gesto triste e grave come l’aborto, troppo spesso causato da una sessualità maschile irresponsabile, le donne rispondono non allo Stato ma prima a se stesse nel profondo della loro coscienza e poi a coloro che amano.

Oggi la denatalità fa paura, tanti dicono che sia colpa della nostra scarsa moralità, ma le donne non sono messe in condizione di avere figli, lo si vede dalle scelte economiche, da quelle politiche, dalla precarietà del lavoro, dai tagli ai servizi, da una scuola in perenne difficoltà, dallo scarso o nullo coinvolgimento degli uomini nell’esperienza della genitorialità, dai prezzi delle case e degli asili nido. Le donne non sono pazze, a fronte di un loro desiderio, non fare figli quando non puoi permettertelo è una scelta molto triste.

Ma il desiderio può non esserci e questo è un fatto di cui tutti devono imparare a tenere in conto. La maternità oggi è una libera scelta, non un obbligo, non un dovere, né una merce, risponde solo a un desiderio, ma questo desiderio è importante per la vita di tutti, per la vita della società stessa, poiché infelice è colui che nasce senza il desiderio della madre. Così pensavamo e così pensiamo.

Vi scriviamo per dirvi che, qualunque governo verrà, le donne non faranno un passo indietro, speriamo di avervi al nostro fianco. Continueremo a lavorare per affermare la nostra piena cittadinanza e per rendere migliore questo paese. Riempiremo le piazze, se necessario.

Firme

Cgil Nazionale, UDI Nazionale, Laiga, Rete per la Parità, Telefono Rosa, Dire, Donne in Quota, Casa Internazionale delle Donne Roma, Uil Nazionale, Differenza Donna, Teresa Manente, Senonoraquando Torino, SeNonOraQuando Bolzano, Museo delle donne di Merano, Snoqfactory, Alessandra Bocchetti, Catiuscia Marini, Linda Laura Sabbadini, Rosanna Oliva, Francesca Comencini, Gabriella Carnieri Moscatelli, Laura Onofri, Stefania Tarantini, Chiara Guida, Lidia Ravera, Anna Paola Concia, Marina Terragni, Le Kassandre Napoli, Patrizia Asproni, Paola Tavella, UDI Palermo Onlus, Onde donne in movimento Caltanisetta, Coordinamento antiviolenza 21 Luglio Palermo…

Stanno arrivando tantissime firme…

Per informazioni e contatti ledonnesonoqui@gmail.com

di Redazione Milano

«Tutta la giunta è d’accordo: quando ci saranno richieste di questo tipo, noi ci saremo». Il sindaco Beppe Sala indica la rotta: il Comune registrerà all’anagrafe il figlio di due madri, quella biologica e la sua compagna, che lunedì, in una lettera pubblicata nella rubrica di Selvaggia Lucarelli sul Fatto Quotidiano, avevano chiesto a Palazzo Marino di seguire l’esempio di Torino. «Non è una forzatura della legge, anzi — precisa il sindaco —. Ci abbiamo ragionato in un paio di giunte, anche perché quella non è l’unica casistica. Ma quando la maternità è certa, e non ci sono rischi di tratta di bambini, noi andremo avanti. Abbiamo anche chiesto al governo chiare indicazioni e siamo in attesa». A comunicare la decisione erano stati ieri, sempre sul Fatto, gli assessori Majorino e Cocco. «Si tratta di una decisione che prosegue nel solco del riconoscimento dei diritti, campo nel quale Milano si conferma città pioniera». «L’orientamento dell’amministrazione è tutelare i genitori e i loro bambini adottando questa procedura per tutte le mamme come Corinna e Francesca». Dopo la dichiarazione di nascita in ospedale, con l’indicazione della madre biologica, «le signore potranno prendere appuntamento con la direzione Servizi civici per il deposito della dichiarazione di riconoscimento dell’altra mamma e la conseguente annotazione sull’atto di nascita». Soddisfatto il M5S: «La giunta Sala segue la via tracciata dalle amministrazioni pentastellate». Per l’azzurra Silvia Sardone invece «ci sono certezze che vanno al di là di convinzioni etiche e posizioni politiche. Il Comune punta a soddisfare le richieste di un gruppo potente per ottenerne il consenso».

(Corriere della Sera, 17 maggio 2018)


– Alla Presidente Commissione Elette Comune di Roma Gemma Guerrini

– Alle Consigliere Comunali M5S di Roma: Simona Donati, Donatella Iorio, Monica Montella, Maria Agnese Catini, Valentina Vivarelli, Carola Penna

– p.c. Alla Sindaca di Roma Virginia Raggi

 

Leggendo la relazione della Presidente della Commissione delle Elette, sottoscritta dalle consigliere comunali del M5s, e che sarà oggi alla base della discussione del Consiglio Comunale, due cose ci hanno sorprese:

– è la prima volta che un gruppo di donne con ruoli istituzionali scrive, nero su bianco, che l’esperienza lunga 40 anni della Casa Internazionale delle Donne sarebbe sostanzialmente un fallimento;

– la relazione non fa alcun riferimento neppure casuale ai Movimenti delle Donne, alle lotte combattute, alle conquiste ottenute, al pensiero femminista e femminile che tanto hanno contribuito in mezzo secolo ad affermare e a consolidare la libertà di tutte, anche la vostra, e che ha avuto nella Casa delle Donne una delle sedi simbolicamente più significative.

Secondo voi la Casa avrebbe fatto solo un po’ di cultura. Non ne riconoscete la valenza politica prima ancora che sociale e non attribuite alcun valore economico alla molteplicità di servizi svolti per decenni verso tante donne. Per voi contano solo i debiti da saldare al Comune (cosa a tutti nota da molti anni dal momento che un affitto troppo alto non può essere pagato da nessuna struttura che svolga un ruolo sociale e di servizio) e per questa ragione ne sancite la fine.

Sgomenta il tono burocratico e liquidatorio della vostra relazione, come se non si trattasse di un luogo significativo per Roma e per migliaia di donne e di cittadini. Come se nulla contassero socialità e relazioni, elementi costitutivi di una buona vita nelle città.

Non vogliamo protestare. Lo faremo in altre sedi e modi. E neppure contestarvi punto per punto i dati nudi e crudi. Non tocca a noi farlo.

Solo dirvi che ci aspetteremmo, come sta avvenendo in altri Comuni, l’apertura di un tavolo di confronto trasparente e pubblico teso alla salvaguardia delle molteplici realtà sociali significative di questa città.

Chiudere decine di strutture culturali, sociali e aggregative perché non producono abbastanza reddito può forse portare un po’ di soldi nel vostro bilancio ma quanto impoverirebbe il tessuto connettivo che tiene insieme Roma?

Sul serio questa Amministrazione e questa Giunta vogliono connotarsi per la loro ostilità verso tante donne?

 

Il gruppo femminista del Mercoledì:

Fulvia Bandoli, Maria Luisa Boccia, Elettra Deiana, Letizia Paolozzi

Bianca Pomeranzi, Bia Sarasini, Stefania Vulterini

 

(www.donnealtri.it, 16 maggio 2016)


La convivenza tra ArciLesbica e Arcigay a Bologna, cominciata nel 1996 quando il Cassero era a Porta Saragozza e continuata alla Salara, viene conclusa dopo 22 anni con una mail, inviata venerdì scorso 11 maggio alla Segreteria di ArciLesbica dal Direttivo Cassero che comunica che «non è più possibile mantenere la vostra sede legale in v. Don Minzoni 18». Tutto questo senza un incontro politico, senza neppure una telefonata, ma con l’intimazione a restituire le chiavi e la specifica che «non sarà più possibile accettare corrispondenza per nome e per conto vostro: tale corrispondenza sarà pertanto respinta al mittente», poco importa se questo potrebbe causare anche danni fiscali e materiali ad ArciLesbica.

Perché?

ArciLesbica non si è allineata alla richiesta di legalizzazione dell’utero in affitto, promuovendo invece l’accesso alle adozioni; abbiamo denunciato l’assurdità di rivendicare farmaci bloccanti della pubertà per i bambini e le bambine con comportamenti non conformi alle aspettative di genere, chiedendo invece di lasciare libera l’infanzia di esprimersi al di là degli stereotipi di genere; abbiamo criticato l’assistenza sessuale alle persone con disabilità, chiedendo per loro il pieno inserimento sociale e la non mercificazione dell’affettività; abbiamo respinto lo slogan Sex work is work, perché non normalizziamo l’uso sessuale delle donne. Siamo insomma colpevoli di avere posizioni autonome che scontentano il gotha arcobaleno, dunque per noi non ci deve essere posto al Cassero LGBT Center. Gli autoproclamati femministi del Cassero, presenzialisti festeggiatori di ogni 8 Marzo, sedicenti lottatori contro la violenza sulle donne, ci cacciano senza preavviso. Non si accorgono di tradire la bandiera rainbow e di scrivere una pagina di storia dell’intolleranza con una mail improvvida alla vigilia dei pride 2018.

L’atto ha il significato simbolico di cancellare lesbiche che pensano diversamente, accogliendo solo quelle che accettano la linea politica egemonica; il gesto sottende un immaginario di annientamento e per noi è un atto di violenza.

Lo sbigottimento ci coglie alla lettura di: «vi comunichiamo che ogni accesso agli spazi, se non concordato, sarà considerato da noi e dall’amministrazione comunale, proprietaria dello stabile e informata della vicenda, come illegittima». Siamo sicure che l’Assessorato alle Pari Opportunità e ai Diritti LGBT ignori la strumentalizzazione del Cassero e che sia ignaro di questa epurazione, per cui chiederemo un incontro urgente con l’Assessore Susanna Zaccaria.

 

La Presidente Nazionale di ArciLesbica

Cristina Gramolini

347/93.08.006

 

(Facebook, 14 maggio 2018)


Cara compagna,

sei informata dell’incontro organizzato dalla CGIL Nazionale nella sede nazionale di Roma il 17 maggio dal titolo «Nuovi diritti: incontro Cgil e Georgina Orellano, attivista della Asociación de mujeres meretrices de Argentina»?

Nella presentazione di tale incontro si afferma una cosa gravissima: la prostituzione è “lavoro sessuale” e come tale va riconosciuto e tutelato. Vengono, inoltre, definite «repressive e contrarie a ogni forma di autodeterminazione e di rispetto per tutte le persone» le istanze abolizioniste, che contrastano la mercificazione del corpo delle donne e chiedono di punire anche i clienti oltre agli sfruttatori.

Da antica iscritta alla Cgil trovo inaccettabile che questa organizzazione avvalli l’idea che la prostituzione sia un lavoro e che gli uomini abbiano libero accesso al corpo delle donne, pagando il loro diritto a stuprarle. È questa l’idea di lavoro che la Cgil ha in mente per le donne?

In questo periodo assistiamo a una vera e propria offensiva della lobby prostituente affinché la Corte Costituzionale dichiari incostituzionali gli articoli della legge Merlin, di cui ricorre il sessantennale, che puniscono il favoreggiamento e lo sfruttamento della prostituzione. Ne sono esempio le richieste in tal senso degli avvocati di Tarantini a Bari e di Emilio Fede e Nicole Minetti a Milano. Se si decriminalizzassero favoreggiamento e sfruttamento, si aprirebbe agli imprenditori del sesso il mercato italiano e si aumenterebbe lo scempio sul corpo delle donne, come già avviene in Germania o in Nuova Zelanda.

A moltissime donne stanno a cuore il rispetto e la dignità delle prostitute. Questo si ottiene perseguendo gli sfruttatori che lucrano e punendo i clienti che continuano a considerare un loro diritto comprare il corpo di una donna, di sicuro non normalizzando la prostituzione, chiamandola “lavoro sessuale”.

Mi aspetto una tua chiara e decisa presa di posizione.

 

Emanuela Mariotto – Milano

iscritta CGIL

 

(Facebook, 12 maggio 2018)

di Anna Paola Moretti

 

Qualche tempo fa, in occasione della presentazione del libro Leda. La memoria che resta, col quale nonostante la scarsità delle tracce documentali avevo ricostruito la vita della diciottenne partigiana fanese Leda Antinori, Barbara Montesi, una giovane storica dell’Università di Urbino, aveva accostato quel lavoro alle modalità di ricerca utilizzate da Natalie Zemon Davies, suscitando la mia curiosità. Per conoscere Natalie Zemon Davis ho scelto di leggere La passione della storia. Un dialogo con Denis Crouzet, in cui lei dà conto della sua lunga esperienza. È un nome celebre, associato anche al volume Storia delle donne. Dal Rinascimento all’età moderna. È stata una pioniera; all’epoca in cui iniziò, oggi ha quasi novanta anni, c’erano pochissime storiche e alcune studiose di letteratura. Negli anni Cinquanta della Guerra Fredda ha attraversato l’ostracismo anticomunista del maccartismo americano, senza lasciarsi condizionare da risentimento o amarezza. I suoi interessi si sono rivolti prevalentemente al XVI e XVII secolo in area francese, scegliendo protagoniste e protagonisti rimasti ai margini della storiografia. Dice di aver fatto storia delle donne per via indiretta, per esempio, in occasione del suo studio sul dono, osservando i differenti comportamenti tra donne e uomini nelle diverse dinamiche tra dono e scambio.

Mi rendo conto di quanto definizioni categorizzanti, che la indicano come storica sociale o della microstoria, possano rivelarsi riduttive e fuorvianti. Dalle sue parole scopro infatti che non si è interessata solo alla condizione delle donne, ma alla soggettività di ciascuna a cui ha rivolto la sua attenzione. Nei confronti di Maria Sybilla Merian dice di voler “vedere quello che lei avrebbe visto”, riguardo a Glikl bas Yehudah Leib vuole “salvare questa donna, ridare valore a questa donna, restituirla a lei stessa”; mentre di una schiava nel Suriname del XVIII secolo, scrive: “Cerco la sua voce, le sue speranze, i suoi pensieri”. Della ricerca su quest’ultima, ancora in corso al momento dell’intervista, non ho trovato indicazioni di successiva pubblicazione, solo qualche segnalazione in interviste o conferenze.

Natalie Zemon Davies ha scritto di vite in cui donne o uomini hanno conservato la loro dignità malgrado sofferenze e delusioni; è il senso di quelle vite che vuole non vada perduto: frammenti di umanità, risposte umane a situazioni di vincolo, la capacità di elaborare soluzioni ai problemi da fronteggiare, di cavarsela con accorgimenti, astuzie, strategie per sopravvivere “tra”: “un’arte di vivere”. Dice tuttavia di non scrivere delle biografie, che mirano piuttosto all’esaustività, lei invece concentra la sua attenzione su alcuni aspetti per ottenere un’apertura sulla società, per rendere visibile la natura delle pressioni, delle risorse e delle possibilità che entrano in gioco in una vita individuale.

Lavora con empatia sulle fonti, mettendo in gioco la sua personale esperienza e il dialogo che ne scaturisce diventa dono e ricompensa di un lavoro continuo di apprendistato e riapprendistato, un esercizio di responsabilità. La ricerca sulle storiche vissute in Europa prima della Rivoluzione francese era stata “anche un modo per riflettere sulla mia situazione”, su “cosa significa essere una donna che scrive di un argomento storico”. Nel Prologo, sviluppato come scena teatrale, a Donne ai margini. Tre vite del XVII secolo, aveva convocato a una immaginaria conversazione con lei Glik bas Yehudah Leib, Maria Sibylla Merian, Marie de l’Incarnation, tre donne europee che in contesti diversi avevano scritto nel XVII secolo, dicendo loro: “Vi ho messo insieme perché volevo imparare dalle vostre somiglianze e differenze”.

Si situa simultaneamente al centro e al margine, muovendosi continuamente dall’una all’altra visuale, usa un doppio registro di partecipazione e di rigore: “questa storia richiede l’empatia e la distanza”; come lei lo crede anche Graziella Bernabò. Quando le fonti sono scarse, cosa frequente soprattutto per le vite delle donne, con uno sguardo ravvicinato Zemon esplora i contorni e i dintorni, per evocare ciò che è noto della mentalità relativa a un contesto analogo. E usa l’immaginazione.

L’immaginazione non genera prove, ma possibilità, è una facoltà conoscitiva con ancoraggio al reale, in grado di aprire varchi che restituiscono al reale la sua complessità, come ci ricorda Wanda Tommasi, filosofa di Diotima. Tuttavia la storica ha la responsabilità di indicare in ogni momento quanto di quello che afferma è documentato e allora Natalie Zemon Davis segnala puntualmente i passaggi tra realtà provata e possibile ricorrendo al condizionale o a segni di espressione: “forse”, “è certo”, “probabilmente”. Afferma con consapevolezza: “io scompiglio la frontiera tra poesia e storia così come è stata fissata da Aristotele tanto tempo fa. […] ricorro al possibile in ragione dei silenzi delle fonti”. Il superamento della divaricazione indotta anche tra poesia e filosofia ha impegnato la riflessione di María Zambrano, per la quale esiste un momento iniziale in cui sentire e capire non sono separati.

Zemon ribadisce con forza a Crouzet, suo interlocutore, che non si tratta di operare una proiezione o di scivolare in un’identificazione: “Voglio fare i miei salti di immaginazione a partire da un trampolino di dati” e con riferimento alle storiche antecedenti il XIX secolo dice: “per ciascuna potevo attestare l’universo mentale nel quale avevano scritto e ciò che i lettori maschi si aspettavano da loro”.

L’importanza di questa metodologia era stata colta e sottolineata da Carlo Ginzburg: “La ricerca (e la narrazione) della Davis non s’impernia sulla contrapposizione tra ‘vero’ e ‘inventato’ ma sull’interpretazione, sempre segnalata puntualmente, di ‘realtà’ e ‘possibilità’ (al plurale). […] il margine di incertezza […] innesca un approfondimento dell’indagine, che lega il caso specifico al contesto, inteso qui come luogo di possibilità storicamente determinate. […] ‘Vero’ e ‘verosimile’, ‘prove’ e ‘possibilità’ s’intrecciano, pur rimanendo rigorosamente distinti”. Aggiungeva: “Una maggiore consapevolezza della dimensione narrativa non implica un’attenuazione delle possibilità conoscitive della storiografia ma, al contrario, una loro intensificazione”. Ginzburg richiamava anche le riflessioni maturate dal Manzoni successivamente alla pubblicazione del suo romanzo storico I promessi sposi: “Non sarà fuor di proposito l’osservare che, anche del verosimile la storia si può qualche volta servire […] distinguendolo così dal reale. […] Infatti, per poter riconoscere quella relazione tra il positivo raccontato e il verosimile proposto, è appunto una condizione necessaria, che questi compariscano distinti. Fa, a un di presso, come chi, disegnando la pianta di una città, ci aggiunge, in diverso colore, strade, piazze, edifizi progettati; e col presentar distinte dalle parti che sono, quelle che potrebbero essere, fa che si veda la ragione di pensarle riunite. La storia, dico, abbandona allora il racconto, ma per accostarsi, nella sola maniera possibile, a ciò che è lo scopo del racconto. Congetturando come raccontando, mira sempre al reale: lì è la sua unità”.

Anche Monica Martinat, preoccupata dell’indebolirsi dei confini tra storia e fiction veicolato dai media e dal mercato editoriale, riconosce a Zemon Davis una modalità magistrale, purtroppo a suo dire non troppo seguita dagli storici: “L’accettazione della parzialità del documento storico, del limite, dell’incertezza, diventa una fonte di possibilità cognitive interessanti”. “Io abito nella Possibilità” (I dwell in Possibility, [657]), scriveva Emily Dickinson.

Non sono tanto gli oggetti su cui ha scelto di lavorare Zemon Davis a destare il mio interesse, ma il suo sguardo.

Uno sguardo simile era arrivato a me per altra via e mi aveva sostenuto nella ricerca su Leda. Lo avevo scoperto in Marirì Martinengo che, nella sua appassionata e rigorosa ricerca sulla nonna paterna ne La voce del silenzio, scriveva: “è a partire dalla mancanza apparente o carenza o trascuratezza o interpretazione lacunosa dell’esistente che voglio ‘fare storia’”; “si può ‘fare storia’ anche in assenza o in penuria di documenti certi e attestati, facendo ricorso alle testimonianze o agli scritti dei contemporanei”; “Ho imparato da tempo a decifrare il linguaggio dell’assenza”; “L’area della non scrittura non è né muta né meno significante delle altre”. Lei mi aveva mostrato una storia che “non respinge l’immaginazione” rimanendo sempre ancorata a “pietre autentiche”, come diceva con le parole di Marguerite Yourcenar. In più aveva interrogato se stessa come documento vivente, depositaria di un nodo irrisolto che, sciolto, aveva aperto a nuove categorie interpretative dei fatti vissuti; la nuova pratica di storia vivente, sviluppata nel gruppo che lavora con lei da oltre vent’anni, già raccontata sulla rivista DWF (n.3/2012) e sul sito della Libreria delle donne di Milano, è stata oggetto di un convegno a Milano nel marzo 2017.

Natalie Zemon Davis mantiene la ricerca storica legata a un impegno politico. È conscia della tragicità della storia umana, ad esempio la spirale di violenza religiosa che ha insanguinato il Cinquecento europeo conosciuta coi suoi studi, o la Shoah che la tocca come ebrea. Nonostante “la guerra che continua ancora e sempre”, pensa che la storia possa trasmettere anche altro dalla violenza, poiché in ogni sistema esistono degli interstizi in cui si può definire una forma di libertà. “Voglio che la gente di oggi sia capace di collegarsi al passato guardando le tragedie e le sofferenze, le crudeltà gli odii, la speranza e la bellezza. Gli uomini del passato cercavano di dominare l’uno sull’altro, ma si aiutavano anche. Facevano cose sia per amore che per paura, questo è il mio messaggio. Soprattutto voglio mostrare che le cose potevano essere diverse, che erano diverse e che vi sono alternative. […] Voglio essere una storica della speranza”, poiché rivelare “i possibili del passato ci fa pensare i possibili per il presente e il futuro. Per me questi possibili del passato invitano all’impegno umano e suggeriscono un barlume di speranza per l’avvenire.

Come non avvicinare queste parole a quelle di filosofe che ho imparato ad amare come pensatrici della differenza sessuale? Mi richiamano nuovamente María Zambrano e la sua analisi sulla storia tragica e sacrificale, per umanizzare la quale è necessario recuperare il proprio passato, mettere allo scoperto le piaghe nascoste, sciogliere le amarezze contenute nella memoria; ciò che è rimasto presenza muta riaffiora e si protende verso il futuro, verso l’aurora di una nuova crescita; aurora che si ripete continuamente, così che le cose “si mostrano a noi come sempre nascenti”.

Mi ricordano anche la recente scelta di occuparsi del sangue risparmiato fatta da Anna Bravo, che scrive: “[…] tra gli storici c’è un’implicita accettazione dell’idea che siano la violenza e la guerra che fanno la storia. In realtà, come diceva Gandhi, se fosse stata egemone la guerra noi non saremmo vivi. Quindi, la domanda vera, anche da una prospettiva storiografica, è chi abbia risparmiato il sangue nelle grandi vicende storiche e come abbia fatto. Le storie di sangue risparmiato bisogna saperle riconoscere, bisogna saperle vedere”..

Accade che donne distanti, provenienti da formazioni diverse, dotate di capacità di ascolto e di interrogazione, diano vita a pensieri che risuonano densi di convergenze e di elementi in comune.

Tessere il filo per rendere visibili i nessi possibili, ponendo a interprete la nostra soggettività, è creare genealogia femminile, espressa da Mary Daly con la metafora delle radici invisibili che si collegano sotto terra a formare un reticolo da cui attingere energia. Quel nutrimento aiuta a dire le urgenze che fanno parte della nostra consapevolezza di oggi: “qualcosa che il mio presente richiede che sia detto proprio da me in dialogo fedele con le fonti che ho scelto di cercare e il caso mi ha portato a trovare”, come ha scritto María-Milagros Rivera Garretas. Le sue parole, che a Roma nel 2006, al convegno “Il pensiero dell’esperienza”, mi avevano sorpreso tanto da invitarla poco dopo a Pesaro per un incontro seminariale, ci sollecitano a rinnovare costantemente il proprio mettersi in gioco nella scrittura femminile della storia.

 

Nota. Mi sono confrontata più volte con Luciana Tavernini che ringrazio.

 

Riferimenti bibliografici

Graziella Bernabò, Scrivere biografie di donne, in «DWF» n.3, 2012; cfr. anche l’intervista a lei di Marina Santini e Luciana Tavernini, Parlare con onestà alle persone oneste, in«Via Dogana» . 88 marzo 2009

Anna Bravo, “Sangue risparmiato”, in «Gli asini», n. 19 gennaio/febbraio 2014; cfr. anche La conta dei salvati. dalla Grande Guerra al Tibet: storie di sangue risparmiato”, Laterza, Bari 2013

Mary Daly, Quintessence: il viaggio metapatriarcale di Rabbia e Speranza, a cura di Luciana Percovich, Libera Università delle donne, Milano 2003

Emily Dickinson, Poesie e lettere, traduzione di Margherita Guidacci, Sansoni, Firenze 1961

Carlo Ginzburg, Prove e possibilità. (Postfazione a Natalie Zemon Davis, Il ritorno di Martin Guerre. Un caso di doppia identità nella Francia del Cinquecento, 1984), in Id Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce.Vero falso finto, Feltrinelli, Milano 2006

Monica Martinat, La frontiera tra vero e finto, seminario Università di Padova 11/11/2013 in https://www.youtube.com/watch?v=URqXrAERFEU; cfr. anche Monica Martinat, Tra storia e fiction. Il racconto della realtà nel mondo contemporaneo, Milano: Et al, nonché il resoconto dell’incontro del 9/11/2013 al Circolo della rosa a Milano in http://www.libreriadelledonne.it/tra-storia-e-fiction-il-racconto-della-realta-nel-mondo-contemporaneo-et-al-edizioni-2012.

Marirì Martinengo, La voce del silenzio. Memoria e storia di Maria Massone donna “sottratta”. Ricordi, immagini, documenti, ECIG, Genova 2005. Vedi anche http://www.libreriadelledonne.it/category/approfondimenti/storia_vivente/

María-Milagros Rivera Garretas, La storia vivente: una storia più vera. I guadagni di una relazione che non ha fine, in «DWF» n. 3, 2012

Anna Paola Moretti, Maria Grazia Battistoni, Leda. La memoria che resta, Anpi Fano, 2015

Wanda Tommasi, Introduzione a Diotima, Immaginazione e politica. La rischiosa vicinanza fra reale e irreale, Liguori, Napoli 2009

María Zambrano, Persona e democrazia. La storia sacrificale, Bruno Mondadori, Milano 2000

María Zambrano, Filosofia e poesia, Pendragon, Bologna 2010

Intervista a Natalie Zamon Davis, in «Memoria. Rivista di storia delle donne», n.9/1983

Natalie Zemon Davis, Arlette Farge ( a cura di) Storia delle donne Dal Rinascimento all’età moderna, in Georges Duby, Michelle Perrot, Storia delle donne in occidente Laterza, Bari 1991.

Natalie Zemon Davis, Donne ai margini. Tre vite del XVII secolo, Laterza Bari 1996

Natalie Zemon Davis, La passione della storia. Un dialogo con Denis Crouzet, a cura di Angiolina Arru e Sofia Boesch Gajano, Viella, Roma 2007

https://bukubooks.wordpress.com/jews/mattheus/, http://www.skript-ht.nl/vervolg-interview-natalie-zemon-davis/

 

(Duoda, n. 54, 2018)

di Cristina Gramolini

Comincio dal fatto che non sono favolosa e non voglio esserlo. La principale ideologa transessuale italiana ha elevato la “favolosità” a marcatore della vita trans soddisfatta e il termine è stato adottato dalla parte queer del movimento lgbt. Favolose: un aggettivo al femminile per tutti, euforico della trasgressione sessuale. Ma tra quelli che parlano solo al maschile e quelli che declinano tutti i nomi al femminile non c’è troppa differenza per me: gli uni cancellano la differenza, gli altri se ne appropriano. Ecco che uomini gay o etero, contenti o meno del loro corpo maschile, sono favolose e hanno al seguito donne che non vogliono essere da meno, che si affrettano a dirsi favolose a loro volta, come abbiamo potuto leggere in taluni comunicati della rete italiana Non Una Di Meno. Tuttavia favolose erano le dive procaci degli anni Cinquanta, decisamente prefemministe.

L’ideologia transessuale avanza e arriva a rivendicare, con mio sgomento, il diritto al blocco della pubertà per i minori non conformi alle aspettative di genere! Allo stesso tempo chi va da uomo a donna (mtf) si vuole donna sempre più spesso anche senza ormoni e chirurgia, basta la parola; e si vuole lesbica, argomentando pacificamente che esistono donne con il pene e guai a contraddire, sarebbe da terf (trans excludent radical feminist).

Le mtf nei racconti di Marcasciano sono libere corsare del sesso gioioso, “meglio battere che combattere”. A questa idealizzazione si lega lo slogan sex work is work, già perché il sesso occasionale, mercenario o no, corrisponde a un panorama erotico e estetico maschile dalla lunga storia e dalla solida attualità e sono convinta che chi è maschio lo possa trovare davvero avvincente, tanto da non contemplare neppure che le donne possano avere una libertà sessuale diversa da questa. Dev’essere qui un punto dei tanti dell’incomprensione tra i generi. Comunque per me niente da eccepire se a fare sex work fossero solo maschi o ex maschi, invece non mi va l’estensione a me e alle donne in genere di questa formula.

Non sono cis-gender, come si dice oggi in ambiente transfemminista per indicare una nata femmina che si qualifica come femmina, traendone supposti privilegi di rispettabilità e egemonia. Le norme di genere avrebbero voluto ad esempio che io fossi interessata massimamente alla cosmesi mentre non sono così. Molto più cis-gender mi appaiono certe mtf che, giunte al genere di elezione, ne ricalcano gli schemi, tutte prese dagli accessori per signora e dai selfie continui.

Come molte, mi sono trovata prima a desiderare ciò che non avrei dovuto e poi a cercare di teorizzare il senso della mia disobbedienza al divieto, è lo iato tra la vita lesbica e la cultura lesbica, con le sue soluzioni consolatorie, autocelebrative, supportive ma anche critiche, politiche, artistiche. Ragiono per analogia: la vita transessuale viene prima della teoria transessuale, che avrà il ruolo confermativo necessario a una soggettività che vuole riscattarsi dalla norma sessuale che la svilisce. Ci vuole tempo per smitizzare, relativizzare il pensiero nei riguardi di una materia destabilizzante come il desiderio proibito, per esperienza sono in grado di comprenderlo. Ma mi oppongo senza mezzi termini all’appropriazione che il transfemminismo fa di noi, del nostro nome e della nostra storia, imponendoci l’obbligo di occuparci delle avventure del pisellino, amato-odiato-reso fantasmatico-rinominato come vagina, come se fossero cose che ci riguardano.

Conosco la rivolta contro il proprio sesso, non è un divertissement. Se questa ribellione giunge fino all’abolizione del sesso di nascita c’è la transessualità, che non è un prodotto della tecnica e della legge odierne, esisteva irriducibile anche prima nel travestimento e nel margine. Le persone trans sono donne trans e uomini trans, con cui camminare insieme se e quando ci sono mete condivise, purché ciò non comporti una nuova prevaricazione contro le donne: ognuno e ognuna diamoci un nome che ammetta la differenza. Il transfemminismo invece è una ideologia brandita sempre più spesso da anticonformisti generici, senza che venga reclamata come propria dai veri soggetti trans, forse perché questi ottengono in cambio una gradita inedita centralità?

(www.libreriadelledonne.it, 11 maggio 2018)

di la Redazione carnale del sito

 

Le donne e l’uomo che amministrano gli spazi della Libreria delle donne di Milano in facebook sono noi e noi siamo loro.

Abbiamo letto da qualche parte che la Libreria delle donne non si identificherebbe con quegli spazi: non è vero.

E’ una affermazione senza nessun fondamento e a leggerla siamo cadute dal pero.

di Dario Borso

Sociologicamente parlando, Yvonne De Rosa è uno dei tanti cervelli in fuga dall’Italia: napoletana classe 1975, appena laureatasi cum laude in Scienze politiche (tesi in Storia delle Istituzioni sulle procedure del Tribunale della Santa Inquisizione) emigrò a Londra.

Da sempre appassionata di fotografia, il suo viaggio di sola andata era a scopo: iscriversi a un corso triennale post-laurea del Central Saint Martins College of Art & Design, prestigiosa scuola pubblica del Regno Unito.

Da qui in poi la sua storia è personale: nel 2004 fonda con altri 23 postgraduate del SMC il gruppo 24, finalizzato a un progetto tuttora in corso: documentare per 24 anni il capodanno assegnando a ciascun membro un’ora delle 24 ed esporre annualmente in luoghi pubblici (Soho Square il marzo scorso, http://www.24photography.org/).

Il primo lavoro importante di De Rosa è del 2006, per la Cynthia Corbett Gallery: Contacts, provini a contatto in bianco e nero sui contatti umani (prove di contatto, dunque). Virgilio in gonnella, la fotografa ci accompagna in diversi gironi purgatoriali di storie-sequenza, lasciando a noi di dare un senso al coacervo di posture del corpo, di espressioni facciali, di oggetti inanimati, di post-it ecc. entro cui passa una comunicazione muta, un contatto arduo ma cercato dai soggetti ritratti.

Per Contacts De Rosa ottiene l’International Women Photographers Award, e l’anno dopo pubblica il suo primo libro Crazy God, Damiani ed. (premio speciale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità e primo premio al Lucie International Photography Awards).

Da universitaria aveva fatto tre anni di volontariato presso un ospedale psichiatrico, e in uno dei suoi rientri a Napoli lo trovò dismesso: forzando l’entrata, si mise a fotografare. La sua ricognizione riguarda dunque unicamente gli oggetti abbandonati e i graffiti sui muri (uno recita appunto “dio pazzo”, da cui il titolo), testimonianze di sofferenza che nel degrado circostante assumono un’aura recondita, quasi divinatoria, empaticamente colta dalle foto a colori.

Se vogliamo, l’esatto opposto di Lu Nan, il cui Inferno in bianco e nero sui manicomi cinesi (lo si vedrà il 6 giugno a http://www.frigoriferimilanesi.it/it/archivio/eve/335-cineserie/) sottolinea la presenza violenta del regime carcerario, del suo dominio sui corpi. Piuttosto, c’è in Crazy God un’eco del mediometraggio L’osservatorio nucleare del sig. Nanof, girato da Studio Azzurro nel 1985 nel dismesso ospedale psichiatrico di Volterra; ma soprattutto forte è la consonanza con Adilia Pintilie, la regista di Touch me not (film sulle dinamiche psicologiche del contatto fisico vincitore dell’ultimo Orso d’oro berlinese) che proprio nel 2007 girò Don’t get me wrong https://www.youtube.com/watch?v=DgVnSwdrw9g&t=793s all’interno di un manicomio romeno.

Crazy God contiene la breve “storia vera” di un recluso nel manicomio in questione scritta da Sarah Emily Miano, la quale aveva esordito da poco in USA con Encyclopaedia of Snow, fictionale diario anonimo che tratta di neve ai più vari livelli, tutti convergenti infine su una storia d’amore infelice di cui il diario stesso è l’ultimo episodio in forma d lettera senza risposta.

L’opera prima della Miano era dedicata a W. G. Sebald, e l’artista inglese Sophie Arkette recensendo Crazy God su Studio International ha fatto un acuto rimando a Gli emigrati, dove Sebald tratteggia un vecchio psichiatra che vede polverizzarsi poco a poco il suo ex-manicomio costruito in legno. La luce naturale di De Rosa ricorda appunto quel pulviscolo, ma il suo sguardo è differente, va dalla non-vita dei reperti alla nuda vita dei loro proprietari, contrariamente allo sguardo di Sebald che coincide con quello pentito dello psichiatra.

La tonalità dell’approccio di De Rosa assona piuttosto con il Čechov de La corsia numero 6, e coincide addirittura con quella di un altro espatriato, Luigi Meneghello, che mezzo secolo prima aveva abbandonato Malo per Reading sul Tamigi. Il recupero dei frammenti linguistici (v. ad es. Maredé, maredé. Sondaggi nel campo della volgare eloquenza vicentina), il tatto amorevole con cui Meneghello l’ha condotto, è universalmente noto. Ma qui mi riferisco a un testo quasi inedito siccome orale, dov’egli ritrova la sua stessa passione rabdomantica di redentore del morto in un fratello, il ceramista Alessio Tasca che da una fossa di cocci ha saputo recuperare addirittura un mondo: Rivarotta https://www.youtube.com/watch?v=HExvRSbCw1A.

Nella pagina introduttiva a Crazy God, Laura Noble (su cui v. https://en.wikipedia.org/wiki/Laura_Noble) sottolinea la presenza nei manicomi di orfani, poveri e ragazze-madri, che non avevano problemi di salute mentale prima di venire rinchiusi. È un’indicazione che per De Rosa, la quale nel frattempo ha collezionato un master in fotogiornalismo alla London College of Communication, si trasforma in un nuovo progetto. Secondo le sue parole: “Quando Mark Cook, il fondatore di Hope and Homes for Children, mi ha fatto incontrare le persone con cui lavorava, sono rimasta molto colpita. Il loro indirizzo etico – supportare le famiglie in gravi difficoltà evitando ai bambini di finire abbandonati in istituti e chiudere istituti permettendo ai bambini di crescere in famiglie – è qualcosa che condivido con tutto il cuore. Io stessa credo nell’importanza della famiglia unita nel costruire una vita sana e felice”.

Da qui nasce il secondo libro di De Rosa, Hidden Identities. Unfinished, Damiani ed. 2013 (qualcosa qui http://www.bbc.com/news/in-pictures-23239363), sugli orfani in Romania e in Bosnia-Erzegovina, paesi dove più volte già era stata. Come scrive nell’introduzione: “Benché si possa dire che la povertà significa privare qualcuno della possibilità di sviluppare la propria identità, in realtà non ho visto questo. Ogni volta che puntavo la mia vecchia Rolleiflex verso i miei soggetti, mi si rivelava una grande dimostrazione di coraggio e di carattere. Indipendentemente dal paese da cui veniamo, siamo tutti connessi da uno stretto legame in quanto razza umana, e dovremmo preoccuparci della qualità e delle condizioni di vita che non sono equamente distribuite sul nostro pianeta”.

E le fa eco Cook: “Ringrazio sinceramente De Rosa per l’enorme quantità di tempo, pensiero e amore che ha messo in questo libro, e per la sua decisione di donare l’intero ricavo dalle vendite a HHC. Spero che le persone saranno così toccate dal potente messaggio che invia, da sentirsi anche loro in dovere di fare tutto il possibile per aiutare questi bambini”.

La mission della ong HHC è “trasformare gli orfani da ‘identità nascoste’ a persone riconosciute”. È il movimento che ormai conosciamo: dall’oblio al ricordo, dal passato al futuro, dalla nuda vita alla vita. Un movimento di resistenza e di speranza quindi, come tale unfinished. Perciò De Rosa torna in patria, nella Terra dei fuochi, per realizzare un progetto annunciato a Parigi nel 2015 alla mostra collettiva Climat Smart Evolution nell’ambito della Cop21 e presentato l’anno dopo alla Commissione per i diritti umani del Parlamento europeo. Il nome del progetto è Waste Side Story, crasi di Waste Land, la terra desolata di Eliot, e il musical West Side Story, storia di un riscatto in extremis.

Aspettando gli esiti, chi vuole può attivarsi intanto con Hotel House http://www.intertwine.it/it/incipit/collaborate/xNB7sNUq/h-h-this-is-not-the-truth, ulteriore progetto della tenace fotografa che, affiancata dallo scrittore Athos Zontini, ha appena chiamato in rete a un esercizio di scrittura collettiva, riproponendo l’intreccio tra fotografia e narrazione da cui era partita con Contacts.

(www.libreriadelledonne.it, 10 maggio 2018)

di Antonella Mariani

La Libreria delle donne si trova in una stradina a ridosso di piazza Cinque Giornate, zona semicentrale di Milano. Un locale con vetrine ospita migliaia di volumi, tutti rigorosamente a firma femminile, e a fianco uno stanzone accogliente ospita incontri e dibattiti. Un tavolino è ingombro di titoli dedicati alla più recente battaglia culturale del movimento femminista milanese (o perlomeno di quello “storico”), quella contro l’utero in affitto in nome della dignità della donna e della madre. È qui che Luisa Muraro, da decenni tra le più autorevoli e ascoltate voci del femminismo italiano, rievoca con “Avvenire”, 40 anni dopo l’entrata in vigore della legge 194, il 22 maggio 1978, il clima degli anni Settanta, quando si moltiplicavano i gruppi di autocoscienza femminile e uno dei temi più dibattuti era per l’appunto l’aborto.

Professoressa Muraro, quali erano gli argomenti del neonato femminismo sull’aborto e sulla imminente legge 194?

All’inizio degli anni Settanta nacquero gruppetti di donne che si trovarono subito a fronteggiare una questione antica, l’aborto. La conoscevamo bene: alcune di noi avevano abortito, tutte avevano amiche che l’avevano fatto. A Milano era facilissimo abortire. Per un periodo vissi in Trentino, e lì le donne andavano in Jugoslavia. C’erano già gli anticoncezionali, ma erano medicalmente pesanti e non di uso comune. L’aborto clandestino era il mezzo principale di controllo delle nascite, era praticato in massa. Nei nostri gruppi di autocoscienza si parlava di tutto questo.

Intanto ferveva la campagna politica dei radicali e delle donne dell’Udi, socialiste e comuniste. Qual era la vostra posizione?

La campagna dei radicali parlava di diritto di aborto o di aborto libero. L’atteggiamento nei gruppi femministi era complesso e diversificato. Noi registravamo che per alcune poter abortire era stata una liberazione, per altre era fonte di sensi di colpa gravi. Alcune erano pentite di averlo fatto, altre ancora erano indifferenti. Ecco, nelle nostre discussioni sull’imminente legge 194 non c’era l’ombra del trionfalismo e della rivendicazione. Si esigeva che gli uomini smettessero di mettere incinte le donne e poi proibire l’aborto.

La campagna radicale però ottenne l’adesione di molte femministe.

Sì, ma lo stile femminista è stato sempre quello della discussione. La prima questione su cui non andavamo d’accordo era proprio il metodo: allora ogni giorno i radicali organizzavano una manifestazione. Noi stampammo un volantino in cui scrivemmo che sull’aborto facevamo un lavoro diverso, il lavoro dell’autocoscienza. Nelle discussioni alla Libreria delle donne, che nacque nel 1975, c’erano posizioni contrapposte a quelle che stavano emergendo in Parlamento. L’estremismo di sinistra contestava i limiti di tempo che si andavano delineando nella proposta di legge: ricordo che noi protestammo che quello non sarebbe stato aborto, ma una nascita. Un’altra posizione femminista molto condivisa tra Milano e Roma sosteneva che la salute della donna richiedeva l’assistenza medica e se la donna decideva di abortire lo Stato doveva assisterla. E per quanto riguardava la decisione, noi suggerivamo l’autorità delle altre donne, perché l’aborto non fosse visto come un’iniziativa puramente reattiva a certi comportamenti sessuali. Quello che il femminismo combatteva più di tutto era l’irresponsabilità sessuale degli uomini.

Quali erano gli altri punti di frizioni del femminismo con la campagna radicale per la legge 194?

Noi partivamo dal principio fondamentale di libertà femminile: una donna non può essere obbligata a diventare madre, la maternità inizia con un sì. Ma tendevamo a sottolineare che l’aborto non è un diritto. Un diritto ha sempre un contenuto positivo. L’aborto è un rifiuto, un ripiego, una necessità. La donna che non vuole diventare madre subisce un intervento violento sul suo corpo per estirpare questo inizio di vita. Pensavamo, e pensiamo tuttora, che se si fa dell’aborto un diritto, si autorizza l’irresponsabilità degli uomini.

40 anni dopo, invece, parte dell’opinione pubblica pensa che l’aborto sia un diritto assoluto.

Certo. Perché ideologicamente quella posizione ha vinto a livello internazionale. Le agenzie internazionali dell’Onu l’hanno sempre presentato come un diritto.

Nei gruppi di autocoscienza femminista degli anni Settanta non affiorava il pensiero del figlio, o perlomeno del concepito?

Non era questo l’oggetto dei confronti tra noi. Pensavamo che finché una donna non ha detto sì, non esiste l’altro. È l’accettazione della gravidanza che fa affiorare l’altro, la creatura. Ma, vede, le posizioni erano diversificate: il gruppo femminista di Firenze nel 1975 redasse un documento: non vogliamo più abortire – scrisse –, sottolineando “la possibilità di riacquisire positivamente l’esperienza della maternità come una possibilità alternativa ai ritmi attuali di pratica dell’aborto” e proponendo al movimento femminista di elaborare un progetto politico per “eliminare passo passo lo stato presente di alienazione della sessualità e della maternità”.

Del resto Carla Lonzi, altra figura fondamentale del femminismo italiano e fondatrice del gruppo Rivolta femminile, nel 1970 scrisse un Manifesto in cui, tra le altre cose, si rifiutava l’istituzione del matrimonio e si difendeva la libertà d’aborto. Ma si diceva anche che “La trasmissione della vita, il rispetto della vita, il senso della vita sono esperienza intensa della donna e valori che lei rivendica”. A questo proposito, professoressa Muraro, non le sembra che la parte della legge 194 sulla tutela della maternità sia stata largamente disattesa?

La legge 194 è un compromesso onorevole. Democristiani e comunisti sono riusciti a trovare soluzioni che eliminavano il problema dell’aborto clandestino. C’era anche la giusta intenzione di impedire che l’aborto diventasse un metodo anticoncezionale. Ma, è vero, la parte sulla tutela della maternità non è stata attuata. Un’ipotesi politica è che quella parte sia stata inserita per convincere la Democrazia cristiana. Può darsi che anche i comunisti avvertissero l’esigenza di dare un’assistenza alle donne per poter diventare madri. Ma in seguito non è stata sentita come materia di intromissione dello Stato.

(Avvenire, 10 maggio 2018)

NdR. Il titolo originario (“Abortire non è un diritto”) dato da Avvenire per l’edizione cartacea non è fedele all’intervista, nella lettera e nello spirito, perciò l’abbiamo cambiato.