Casablanca
, sottotitolo Storie dalle città di frontiera, è un mensile di inchiesta diretto da Graziella Proto, che Edizioni Le Siciliane pubblicano dal 2006. Conosciamo la rivista grazie a Franca Fortunato delle Città Vicine che vi collabora da tempo. Vogliamo segnalare in particolare l’ultimo numero uscito, il n. 54, maggio-giugno 2018, che analizza e prende posizione sulle recenti vicende degli sbarchi, «finita l’Odissea dei passeggeri della nave Aquarius». E dedica diversi articoli di approfondimento dell’esperienza di Riace, alla sua «ribelle e pacifica accoglienza» nota in tutto il mondo, le cui pratiche è importante vengano meglio conosciute nei loro aspetti originali e nelle difficoltà con cui si misurano. Su tali tematiche e questioni “di frontiera” la rivista ha anche il merito di mantenere l’attenzione su vicende di cui non si parla più, come quella degli “scomparsi” da Lampedusa, cinquecento ragazzi tunisini venuti dopo la primavera araba tra il 2010 e il 2012 che le loro madri stanno ancora cercando ma sulle cui sparizioni nessuna procura ha mai indagato.

La versione on-line è scaricabile gratuitamente in pdf: http://www.lesiciliane.org

 

(www.libreriadelledonne.it, 27 giugno 2018)

di Laura Minguzzi

 

Introduzione all’incontro con Valentina Parisi, autrice della Guida alla Mosca ribelle (Voland, 2017), Libreria delle donne – Circolo della rosa, 6 giugno 2018.

 

Ho sentito leggendo la Guida alla Mosca ribelle di Valentina Parisi una consonanza, una grande emozione nel ritrovare luoghi conosciuti e visti negli anni settanta per la prima volta e poi rivisti nel corso del tempo. Oltre al gusto per il viaggio. Ma il viaggio prima di tutto come messa in gioco della soggettività di chi lo compie, soggettività che, esposta a stimoli non usuali si rinnova e arricchisce, galvanizzandosi al contatto di genti e orizzonti immaginati, sognati, ma non ancora conosciuti. I non sperimentati spazi chiedono di fare il vuoto dentro di sé per accogliere quanto d’inaspettato ci è offerto. Ed è una postura politica fertile, destinata ad applicazioni anche in altri ambiti. Si sceglie in genere di fare un determinato viaggio, seguendo un desiderio, perseguendo un completamento di sé; un’altra caratteristica che sento in comune è di intendere il viaggio non solo per sé, ma anche per altri e altre.

Per il mio modo di viaggiare e conoscere altre culture ho letto con grande interesse i percorsi esplorativi della Mosca ribelle di Valentina Parisi perché ci guida a compiere un viaggio fatto di scoperte, un viaggio non banale non eterodiretto ma che fa leva sulla nostra curiosità personale, il nostro desiderio di arricchirci con lo scambio e con la lentezza del camminare per andare a vedere ciò che lei seguendo un proprio desiderio vuole mostrarci.

A me è sempre piaciuto progettare viaggi a mia misura, osservare le trasformazioni, parlare con la gente, con le donne, per andare oltre le notizie. Questo mi è stato possibile con gli scambi fra scuole che ho organizzato per una decina di anni (dal 1992 al 2003), quando insegnavo. Nel mio ultimo viaggio (da Mosca a Vladivostók) ho seguito le tracce e la storia delle Decabriste e dei Decabristi e come Valentina Parisi nella Guida, descrivendole e quindi pubblicandola, ho reso partecipi altri della loro vicenda rivoluzionaria. Mi piaceva che anche le mie alunne e i miei alunni, vivendo nelle famiglie russe, dessero corpi, una storia alla realtà, alla lingua che studiavano sui banchi. Con la fine dell’Unione Sovietica nel 1991 io ho cominciato a sognare una civiltà europea senza frontiere, senza muri, che potesse lambire l’oceano Pacifico, arrivare oltre gli Urali fino a Vladivostók. Ho sempre temuto l’idea della fortezza Europa che si difende o si arma. Partivo perciò per capire cosa stesse succedendo, cosa pensasse la gente comune, le amiche, le insegnanti, cosa scrivessero i giornali della nuova Russia che si andava formando, tastare il polso della situazione e nelle scuole portavo la mia esperienza politica, libri di scrittrici italiane, e a mia volta compravo libri di scrittrici russe da leggere nelle mie classi.

Dal mio primo contatto con Mosca nel 1972, di questa città mi ha sempre affascinato la forma a centri concentrici, ad anelli che progressivamente si allargano (i kol’zo in russo), come quando nell’infanzia si getta un sasso in mare o in un lago e si formano cerchi che se il lancio è ben riuscito si allargano in modo quasi magico sempre di più, quasi all’infinito…

La Guida alla Mosca Ribelle di Valentina Parisi è molto precisa e dettagliata con mappe dei luoghi e dei quartieri descritti, come arrivarci con le fermate e le stazioni della metropolitana con alcune foto dell’autrice. Completa la guida un esaustivo indice dei nomi delle figure storiche e dei luoghi. Perciò è di facile consultazione, molto adatta anche per un viaggio autonomo non organizzato.

Gianpiero Piretto, nella prefazione, ci illustra perché Mosca è considerata la madre di tutte le città russe accompagnandoci attraverso i vari epiteti e attributi di Mosca in un percorso storico dall’origine della città, come prima sede del trono, e via via nel corso dei secoli. Mosca rappresenta l’antichità, la tradizione e ha goduto di una serie di attributi per distinguerla nel bene e nel male da Pietroburgo-Leningrado, città europea, voluta da Pietro il Grande all’inizio del Settecento. Nel quattordicesimo secolo Il principe Dimitrj Donskoj sostituì il vecchio Cremlino di legno con la pietra, la dolomite e il calcare, poi principi e boiardi preferirono la pietra bianca e allora Mosca si chiamò “Mosca dalle pietre bianche”. Poi oltre nel sedicesimo secolo per affermare la supremazia dell’ortodossia comparve l’appellativo “Mosca terza Roma”. Il profilo della città antica si manifestava nelle numerosissime cupole d’oro delle molteplici chiese e si fece ricorso all’espressione figurata, sòrok sorokòv, come dire mille millanta. Sòrok significa quaranta ma soròk indicava le unità amministrativo-religiose in cui la città era divisa. Così come “Mosca rossa” e “Mosca bella” testimoniano di come il nome della città fosse legato nella storia alle realtà più diverse, sacro e profano, alto e basso. Ma è nel ’57, pochi anni dopo la morte di Stalin, che a Mosca si ebbero le due settimane più intense, inaspettate e innovative che la storia dell’Unione Sovietica ricordi. Fu il VI Festival Mondiale della Gioventù e degli studenti. Fu il sessantotto prima della stagione dei figli dei fiori di San Francisco e del maggio francese. Negli anni settanta-ottanta trionfarono le canzoni d’autore del ribelle cantautore Vysòtzkij, i samizdàt, le produzioni manoscritte autonome della dissidenza politica e del femminismo. Infine per arrivare agli anni prima della grande ricostruzione degli anni novanta, l’epiteto “Mosca non è di gomma” sintetizza la resistenza degli abitanti a un allargamento smisurato dei confini. Dopo il crollo dell’URSS, la nuova identità riassunta nella Mosca-City ci presenta una capitale che vuole essere un centro affari internazionale. Un piano cominciato nel 1997: palazzi, grattacieli, torri, spazi espositivi.

Valentina Parisi nella sua introduzione ne segue lo sviluppo storico lento fino al ’900, secolo in cui il paradigma della lentezza si è capovolto. Decrescita è una parola ignota a Mosca. Frequente il termine megalopoli. Stabilire la popolazione attuale è un’impresa disperata. Dodici, tredici milioni? Ai dati ufficiali va aggiunto un numero fluttuante di presenze invisibili: sans-papier giunti per lo più da ex-repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale, braccia indispensabili alla crescita implacabile della capitale. La stessa struttura concentrica della città pare garantire un allargamento a macchia d’olio. Dal Piano Generale di ricostruzione degli anni trenta voluto da Stalin, Mosca attraversa ora l’ennesima fase di trasformazioni. Ci sono gli sviluppatori, developery in russo, che mettono mano alla città chiamando la trasformazione renovacija – rinnovamento – e vogliono tramutare Mosca in una città pedonale – peschechòdnaja, anche se il clima non invita certo alle passeggiate, per cui molte strade centrali vengono ristrette. Con la City si è tornati allo sviluppo in verticale con i grattacieli in vetro e acciaio. Ne è un esempio la Torre della Federazione, l’edificio più alto d’Europa, 374 metri.

Per non smarrirsi in un simile caos occorre una chiave di lettura. La scelta di Mosca come città ribelle è da rintracciare nel passato, dice l’autrice. Il filone letterario della narrazione dell’io comincia in Russia con l’autobiografia di un disobbediente, quella scritta da Avvakùm nel carcere di Pustoziòrsk, oltre il Circolo polare artico, mentre attendeva il martirio sul rogo. Mosca è da allora centro e luogo per le proteste antigovernative. Molti in Italia ricordano, ricordiamo, la protesta mondiale delle Pussy Riot, due delle quali, Mascia Aliòchina e Nadja Tolokònnikova, nel 2012-13 furono condannate a due anni di lavori forzati nella colonia penale di Perm, liberate nel dicembre del 2013 grazie alle pressioni internazionali su Putin, in quanto c’erano le Olimpiadi a Soci e non gli conveniva. Avevano osato denunciare le collusioni di potere fra governo russo e ortodossia e potere religioso rendendo visibili le relazioni fra Putin e il patriarca di Mosca Kirill con la performance scandalosa, definita blasfema nella Cattedrale del Cristo Salvatore di Mosca. Mascia Aliòchina, madre single di Filipp, inoltre era attiva nel movimento ecologista e aveva partecipato alla difesa della foresta di Khimk attorno a Mosca, che stava per essere distrutta dal progetto di costruzione di un’autostrada. Io oggi mi chiedo, citando il titolo di un’opera del poeta Nikolaj Nekràsov: Chi vive bene in Russia? Un poema che parla della vita dei contadini, servi della gleba e delle loro sofferenze, sconosciute ai nobili che vivevano separati nei loro palazzi in città. Valentina ci descrive il quartiere dove visse Aleksandr Ràdiscev, un nobile condannato all’esilio in Siberia per avere pubblicato un libro di viaggio da Pietroburgo a Mosca in cui descrive ciò che ha visto. Ci fa conoscere Fanny Kaplan e un monumento a lei dedicato, nonostante la damnatio memoriae che a lungo l’ha bandita dalla storia della città. Aveva attentato alla vita di Lenin.

Rivolgo la domanda a Valentina: Oggi chi vive bene in Russia? perché la ribellione e la protesta nascono da questa domanda. Come migliorare la vita non solo materiale ma renderla più libera nell’espressione di sé? Io quando sento strategie politiche come quella di Putin, tipo la cosiddetta verticale del potere, che portò all’eliminazione delle elezioni autonome dei governatori e alla centralizzazione delle scelte, penso all’accentramento burocratico, al risucchiamento delle risorse a Mosca, come specchio per le allodole e così interpreto le proteste e le richieste di più autonomia delle città siberiane che si vedono sottratte le risorse dalla capitale. Dal punto di vista geopolitico vedo inoltre un progressivo spostamento della Russia verso l’Asia e mi pare che sia dimostrato anche dallo sviluppo abnorme e caotico di Mosca dal 2000 a oggi, come racconta Valentina nella introduzione. Una città asiatica molto più simile a Singapore, Hong Kong ecc.

Un’altra domanda mi preme. Come vivono le donne? Perché a differenza degli anni novanta non sappiamo più nulla delle produzioni letterarie e artistiche di giovani scrittrici o scrittori? Per esempio mi ha colpito ciò che ha scritto Chiara Zamboni in Femminismo fuori sesto, sul femminismo delle cucine nell’Unione sovietica degli anni settanta-ottanta, citando il libro di Svietlàna Aleksièvic Tempo di seconda mano. La vita in Russia dopo il crollo del comunismo: «Allora la libertà di parola di queste donne contribuì a dare una spallata al sistema sovietico ma non creò un mondo nuovo e si è lasciato travolgere dal capitalismo» (pag. 12). Oggi Eduard Limonov richiama in Italia un grande interesse di pubblico. Sono impressioni che ho ricavato ascoltando una sua conferenza nel corso della quale ha attaccato duramente l’Aleksièvic, definendola una scrittrice nemica del popolo russo e addirittura criticando apertamente la scelta di conferirle il premio Nobel, attribuendolo anzi a una precisa volontà di attaccare la Russia e di porla in cattiva luce, denigrando il popolo sovietico.

(www.libreriadelledonne.it, 25 giugno 2018)

di Valerio Cappelli

Beatrice Venezi, lei è la più giovane direttrice d’orchestra in Italia? «È così». Ed è indicata da Forbes Italia tra le 30 persone under 30 più influenti? «Sì, ho 28 anni». Ha tenuto il primo concerto in assoluto, come donna sul podio, in Armenia? «Corretto. Mi è successo anche nei teatri d’opera in Georgia e a Sofia». Ma forse il vero tratto distintivo di questo giovane talento musicale, rispetto alle colleghe in pantaloni, è un altro: «Mi piace dirigere in gonna, ho diversi abiti da sera, mi piace il rosso. Non dobbiamo imitare gli uomini quando dirigiamo. L’omologazione non porta a nulla di creativo. Noi donne abbiamo una visione diversa».

Esiste una sensibilità femminile in musica? «È difficile definirla, non essendoci state grandi donne direttrici prima della generazione odierna. Non abbiamo modelli da seguire, ed è complicato definire una tecnica femminile. Le poche donne che ci sono tendono a reiterare comportamenti maschili. Di sicuro sul podio non esiste una gestualità femminile: esiste una gestualità personale». Gonne e ballerine ai piedi? «No! Porto tacchi comodi di sette-otto centimetri. Rivendico il mio essere donna in un mestiere storicamente appannaggio dell’uomo». Yuja Wang, la giovane brillante pianista cinese, suona in minigonna o con spacchi vertiginosi, e scorre la musica con l’iPad sopra la tastiera. «Ecco quello no, non credo sia sexy, né indice di femminilità suonare musica classica in minigonna». Si ferma, sorride: «Teniamo un po’ di suspence per il pubblico maschile. Però condivido il suo modo libero di porsi. Lo dico sempre: questa non è musica per vecchi. Io mi adopero sui social veicolando i contenuti, su Instagram racconto le trame delle opere agli adolescenti, che mi rispondono: Pensavamo fosse un genere noioso. Giulia, di 13 anni, a scuola sta preparando una tesina su di me collegandomi all’emancipazione femminile. Sono io che ringrazio lei».

Beatrice crede nella dimensione sociale della musica, non si ferma al rito del concerto, ha lavorato in tv con la campionessa paralimpica di scherma Bebe Vio («un esempio di energia per tutti») è testimonial della campagna Terre des Hommes che raccoglie fondi per proteggere le bambine sfruttate o abusate: «Nel pianeta più di 120 milioni di ragazze con meno di vent’anni hanno subito rapporti sessuali forzati. Per non parlare delle baby schiave e del fenomeno terribile in Africa delle mutilazioni genitali». Si adopera per abbattere le barriere elitarie, portando la musica a tutti: «Ma non con il cross over, non penso che aumenti gli spettatori. Seguo altre vie, a fine luglio dirigerò un concerto in piazza a Lucca, la mia città, nell’ambito del Summer Festival, dove lo scorso anno si sono esibiti i Rolling Stones. Sono io che vado con la classica verso il pubblico rock, ma senza cross over». Beatrice è giovane e molto graziosa, chissà se le hanno mai mancato di rispetto. «Il primo violino di un’orchestra mi disse che non si poteva suonare a quella velocità. Ho fatto presente che, in caso contrario, avrei soffocato le voci dei cantanti. Ci siamo chiariti. Adesso ogni volta che lo incontro, baci e abbracci. Non è semplice capire come relazionarsi, se fai la voce grossa diventi un dittatore… È una partita di scacchi. Io ho pur sempre 28 anni».

I pregiudizi: «Una volta mi hanno detto: sei bella, vuoi essere anche brava?». Le molestie: «Una sola volta, da parte di un direttore italiano di una certa età, un “barone” dal fisico corpulento; ero assistente, gigioneggiando mi propose di cenare insieme. Gli risposi: aspetti un attimo che invito il resto del cast. Però non fermiamoci alle proteste di un’attrice di cinema, pensiamo agli abusi a tutte le altre donne che fanno lavori normali». Ci può essere, al contrario, troppa indulgenza nei confronti di voi giovane donne, a prescindere dal talento? «Semmai da parte della critica c’è l’effetto contrario, mettono l’accento su come appari e ti proponi come se fosse una diminutio. Credo che il pubblico apprezzi la bellezza in generale, se viene espressa anche dal punto di vista visivo non ci vedo niente di male». Lucchese e dunque cresciuta «a pane e Puccini» (registrerà brani sinfonici del suo celebre conterraneo nel primo cd per la Warner), studi alla Chigiana di Siena, passata dall’Orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano alla Nuova «Scarlatti» di Napoli. A settembre debutto assoluto alla prestigiosa Suntory Hall di Tokyo: «Lavoro soprattutto all’estero, mi manca l’esperienza in un teatro d’opera italiano, purtroppo funzionano spesso le raccomandazioni, che non ho e non cerco».

La musica è di per sé un atto di seduzione. «La seduzione è convincere l’orchestra che sei nel giusto, portarla dalla tua parte, è una forma di convincimento. Credo nel dialogo, accetto suggerimenti, d’altra parte si fa musica insieme». Il Maestro Beatrice ha 28 anni e non si intende solo di musica.

(Corriere della sera, 24 giugno 2018)

Giulia, non confondere l’emancipazione con la differenza. Beatrice Venezi è un grande esempio del senso libero della differenza. (Nota della redazione del sito)

di Redazione

 

Essere per la depenalizzazione dell’aborto, vuol dire considerare l’aborto un diritto? No. Vuol dire essere contro la vita? No. Vuol dire, precisamente, sostenere questo principio di libertà femminile: non si può obbligare una donna a diventare madre (Nota della redazione del sito della Libreria delle donne).

 

«Il 13 giugno, poco prima che cominciassero i Mondiali, tutti gli occhi dell’Argentina erano puntati su un solo obiettivo. E non era calcistico. Alla camera dei deputati si stava discutendo un progetto di legge per depenalizzare l’aborto entro la quattordicesima settimana di gravidanza e l’esito della votazione non era affatto scontato», scrive Josefina Licitra sul New York Times. Dopo quasi 22 ore di dibattito, «con 129 voti a favore, 125 contrari e un’astensione, la camera ha approvato il progetto di legge che legalizza l’interruzione volontaria di gravidanza. Quando i numeri sono stati resi noti, centinaia di migliaia di donne e uomini che per tutta la notte avevano seguito la discussione in piazza a Buenos Aires, sono esplosi in grida di gioia e applausi», racconta l’attivista e giornalista Soledad Vallejos su Página 12. «L’Argentina è un paese che sarà ricordato per i pañuelos, i fazzoletti indossati dalle sue donne», scrive Sandra Russo sullo stesso quotidiano. «Quelli bianchi portati dalle donne più anziane, oggi quasi novantenni, che hanno vissuto la dittatura militare e quelli verdi delle giovani donne del movimento femminista Ni una menos, che hanno lottato per avere un aborto legale e sicuro. Il loro grido è stato collettivo e trasversale. Queste donne, disposte a portare avanti una battaglia di tante generazioni, dicono quello che pensano, sanno quello che dicono e lottano per conquistarlo. Sono loro la nostra vittoria». La legge deve ancora essere approvata dal senato, dove sarà discussa a settembre. Secondo Josefina Licitra, «l’esito dipenderà anche dal potere di persuasione del presidente conservatore Mauricio Macri, che potrebbe far pendere la bilancia a favore della depenalizzazione. Finora, però, Macri non si è pronunciato. «Sono a favore della vita, ma non impongo a nessuno il mio punto di vista», si è limitato a dire.

(Internazionale 1261, 22 giugno 2018)

di Beppe Caccia

 

Restiamo umani. Intervista alla sindaca di Barcellona, a Bologna per due giorni «Affondare le paure, non le navi cariche di esseri umani»

 

Ada Colau è ripartita ieri pomeriggio da Bologna dopo un’intensa due giorni nel capoluogo emiliano. Mercoledì pomeriggio ha partecipato alla manifestazione «per i diritti di tutte e tutti» promossa dai centri sociali Tpo e Labás e dalle associazioni dei migranti. Alla sera si è confrontata nel cortile di palazzo D’Accursio con 500 persone in un’assemblea pubblica, organizzata dalla Fondazione per l’innovazione urbana, recentemente creata da Comune e Università di Bologna e presieduta da Raffaele Laudani, proprio con l’obiettivo di sviluppare più avanzate pratiche di democrazia locale.

Ieri si è incontrata col sindaco Virginio Merola e l’assessore Matteo Lepore, per discutere future collaborazioni tra le due città; e ha voluto visitare la Biblioteca delle Donne e l’hub dei richiedenti asilo di via Mattei. In mezzo a tutto questo non è mancato lo scambio con Coalizione Civica, esperienza politica «sorella» di Barcelona en Comú.

Questo viaggio in Italia cade in un momento politico particolare, in cui il nostro paese sembra essere diventato il «laboratorio politico» del nazional-populismo…
Non possiamo tollerare che nelle istituzioni ci siano persone che dicono cose inumane, come abbandonare i migranti in mare o discriminare le persone sulla base della loro etnia. In queste ore sembra che la scena sia occupata solo da Trump e Salvini. Hanno in comune il fatto di sfruttare il loro potere per creare tensioni sociali ed estrarne una rendita politica. Disumanizzano l’altro, criminalizzano il differente, perché non vogliono che ci identifichiamo con il suo dolore. Sono gli esponenti di un discorso dell’odio che vuole penetrare nei cuori e nelle menti delle società occidentali. Non possiamo permetterglielo. Che cosa possiamo fare? Unirci. Non lasciarci intimidire dalle paure prefabbricate. Non per «buonismo», ma per umanità e razionalità, dobbiamo creare un grande fronte comune contro la loro barbarie. Dobbiamo affondare le paure che sfruttano, non le navi cariche di esseri umani che, prima di ogni altra cosa, devono essere salvati e accolti.

Colpisce, proprio in queste ore, il fatto che siano i sindaci di molte città europee a far sentire con più forza e chiarezza la loro voce, per l’apertura dei porti e la creazione di canali umanitari, andando spesso a riempire un vuoto d’iniziativa politica.

Voglio ricordare come a Barcellona, fin dal primo giorno, ci siamo definiti come città-rifugio. Non ci possono essere cose più importanti che difendere la vita. Questo significa affrontare un conflitto, in un contesto difficile, contro i governi di destra, e le loro misure razziste di chiusura delle frontiere, in materia di permessi di soggiorno, di regolarizzazione, di riconoscimento del diritto di asilo. Contro i centri detentivi, vero e proprio buco nero dei diritti umani, che hanno realizzato o vogliono realizzare. Stiamo accogliendo migliaia di persone, garantendo loro i servizi fondamentali, per «hackerare» le politiche razziste degli stati. Questo è parte essenziale del nostro fare una politica diversa, non «in nome delle persone», ma facendo in modo che le persone siano protagoniste. Perciò la nostra proposta non poteva che essere municipalista, partire dalla prossimità, dal quotidiano. Abbiamo deciso di fare politica nella città, nel luogo della comunità, dove prossimo condividere e aiutarci reciprocamente, per cambiare nel concreto la vita di ciascuna e ciascuno. Le città sono lo spazio cruciale della politica di questo secolo. Forse gli Stati nazionali lo sono stati nel secolo scorso, ma adesso la loro storia è finita.

Avete vinto le elezioni nel maggio 2015 e manca ormai meno di un anno alla fine del vostro mandato, in Spagna si voterà insieme per il rinnovo del Parlamento europeo e delle Amministrazioni locali nel maggio 2019. È forse tempo di un primo bilancio?

Abbiamo fatto una cosa che sembrava impossibile. Dai movimenti sociali abbiamo provato a recuperare le istituzioni e ripensare la politica. Non bisogna banalizzare la democrazia formale, ottenerla è costato tantissimo, ma ha ormai raggiunto il suo limite e bisogna rigenerarla. In questi tre anni non solo stiamo dimostrando di gestire meglio le cose: abbiamo un Comune più trasparente e partecipativo, che ha messo al primo posto le persone e i loro diritti sociali. Ma non volevamo solo sostituire quelli che c’erano prima, volevamo proprio cambiare la politica. Siamo la prima Giunta che si definisce femminista, perché il nostro orizzonte è «femminilizzare la politica». C’è una questione di giustizia di genere, e una strutturale violenza patriarcale da sconfiggere, certo. Ma facciamo delle politiche che diano più potere alle donne, perché vogliamo una città più libera e più felice, per noi donne ma anche per gli uomini.

Negli incontri a Bologna ha insistito sulla necessità di sviluppare relazioni orizzontali, vere e proprie «reti di città», non solo di sindaci e di amministrazioni, capaci di essere attori protagonisti del cambiamento su scala transnazionale.
L’Europa è a un momento decisivo della sua storia, deve decidere che cosa fare, se dissolversi e fallire o rinascere e reinventarsi. Tutto è aperto, se ci impegniamo possiamo rifare l’Europa dal basso e farla diventare spazio di diritti e dignità. Torno sulle paure: l’errore delle sinistre tradizionali è non aver guardato le paure negli occhi, far finta che non ci fossero. Ci sono paure ragionevoli e legittime, ad esempio quella di non riuscire a garantire ai propri figli un futuro migliore. Bisogna nominarle. E cercare insieme le soluzioni. Le città sono lo spazio dove affrontarle, perché sono lo spazio dove l’altro non è uno sconosciuto, disumanizzato, è il mio vicino e la mia vicina. Possiamo trasformare qui le paure in speranze. Abbiamo una responsabilità enorme, di esercitare la speranza nelle nostre città, ricostruendo la politica democratica dal basso, femminilizzarla, cooperare. E fare della politica uno spazio di vita, non di crudeltà, competizione e sopraffazione.

 

(il manifesto, 21 giugno 2018)

di Alessandra Quattrocchi

Perché la strategia di Trump non fermerà l’immigrazione. Parla Nara Milanich, storica dell’America Latina e volontaria nei centri di detenzione

Donald Trump ha annunciato la marcia indietro: niente più bambini nelle gabbie alla frontiera col Messico. Ma questo non significa che la sua politica della ‘tolleranza zero’ diminuirà. Anzi. Attualmente secondo la legge Usa, un bambino può essere trattenuto in un centro di detenzione solo venti giorni. Un migrante adulto in attesa delle pratiche d’asilo, a tempo indeterminato. È probabile che d’ora in poi anche i bambini resteranno detenuti. «In ogni caso, se mira a fermare l’immigrazione è una politica fallimentare. Perché non c’è nulla che fermerà questa gente. Se invece vuole aumentare il business dei centri di detenzione ha grande successo»: ce lo dice Nara Milanich, storica dell’America Latina, docente al Barnard College, Columbia University di New York, autrice di libri e pubblicazioni sul Cile, su maternità, politiche sociali e diritto di famiglia. Nara Milanich si è trovata immersa nei drammi della migrazione al confine col Messico: è andata varie volte come volontaria in un grande centro di detenzione del Texas, a fare da interprete e a fornire assistenza legale alle donne che hanno passato la frontiera. Sulle sue esperienze ha scritto per l’associazione no profit NACLA (The North American Congress on Latin America).

Nara ci racconta le storie terribili di queste donne. Di fronte a loro su territorio Usa hanno un cammino durissimo: la ricerca dell’asilo è un terno al lotto. Eppure vengono lo stesso. «Queste sono donne che non hanno avuto scelta» dice Nara. Come María (nome di fantasia), salvadoregna. A Nara ha raccontato di come il marito, taxista, sia tornato a casa piangendo perché una gang locale gli aveva ordinato di trasportare armi. Che fare? Sfidare la gang era la morte certa; accettare l’ordine quasi altrettanto. L’uomo, chiamiamolo José, è fuggito negli Usa (ha chiesto asilo, è in attesa di risposta). María è rimasta con le figlie e il cognato ad aiutarla; ma pochi mesi dopo anche il cognato è preso di mira: rifiuta di pagare l’impuesto de guerra, il pizzo che viene esatto a chiunque abbia un’attività economica, dall’uomo d’affari alla poveraccia che vende focaccine in strada. La gang ammazza il cognato di María. Lei lo ha raccontato fra i singhiozzi: «Ha lasciato sette figli, sette! Quando ho passato la frontiera abbandonando El Salvador piangevo; mai avrei pensato che sarebbe toccato a me. Ma tutte le porte si sono chiuse una ad una, e non c’è stata altra scelta». María è arrivata negli Stati Uniti con due figlie e un nipotino di nove anni, che le è stato tolto alla frontiera. Poi c’è l’insegnante della scuola religiosa evangelica minacciata da membri di una gang al compleanno della figlioletta. La madre che si è trovata un animale sventrato sulla porta di casa e un biglietto che la avvertiva: i prossimi sono i tuoi figli.

 

Le donne in fuga non sono messicane

«Molte persone rinunciano alle case, ai negozi, alle famiglie per fuggire. La maggior parte delle donne con cui ho parlato non voleva emigrare», dice Nara. Fuggono dalle bande armate che si fanno la guerra, dai cartelli della droga, da una situazione di violenza insostenibile. Contrariamente a quanto pensiamo da questa parte dell’oceano – visto che Trump vuole un muro con il Messico – queste persone non sono messicane. «In grandissima maggioranza ho visto donne centroamericane, quasi tutte in arrivo dal triangolo della violenza: Guatemala, El Salvador, Honduras. Anche se ci sono brasiliane, venezuelane, cubane e persino congolesi e una afgana, arrivate dopo viaggi lunghissimi», racconta Nara. In maggio, quando è stata varata la nuova politica Trump, Milanich era per la terza volta al South Texas Family Residential Center di Dilley, in Texas. È la più grande prigione per migranti (si chiamano ICE, Immigration and Customs Enforcement) degli Usa, conta 2.400 letti; è una delle tre degli States costruita proprio per le madri migranti con bambini. Nara ci mostra i teneri disegni che le ha dedicato una bimba di cinque anni, mentre lei lavorava con la madre «Io ho cominciato a venire con un’amica avvocata nel 2016. Prima come interprete, poi a fornire assistenza legale per le richiedenti asilo, a prepararle per le “interviste sulla paura”: la prima domanda è sempre “perché hanno paura” di tornare a casa loro, ¿por qué tiene miedo de volver a su país?, e bisogna essere convincenti».

I primi centri di dentenzione aperti sotto Obama

La vicenda dei bimbi chiusi nelle gabbie, oltre duemila, era esplosa con le vocette piangenti registrate di nascosto e pubblicate dal sito d’inchiesta Pro Publica. Bimbi di pochi anni, anche neonati, separati dalle famiglie alla frontiera sudovest degli Stati Uniti. La politica di propaganda del presidente Usa è orrenda ma pare funzionare: annunciare la nefandezza numero uno, e di fronte alla reazione popolare annunciare una nuova politica che è appena un po’ meno peggio. Ma attenzione, questi centri di detenzione non li ha inventati Trump: li ha creati, pensate, l’amministrazione Obama dal 2014, nel panico di fronte a un improvviso aumento degli arrivi (tutte le cifre e le statistiche se volete cercarle sono alla sezione “frontiera sudovest” nel sito della Border Patrol, la Guardia di Frontiera). «Prima li hanno aperti nel nulla, nel deserto del New Mexico. Da lì prendevano i migranti e li rispedivano direttamente a casa; niente legali, nessuna possibilità di chiedere asilo. Quando la cosa è venuta fuori con grande scandalo, quei centri nel deserto sono stati chiusi, e sono stati aperti questi in Texas. È un business: sono gestiti da imprese private… e dopo l’elezione di Trump le loro azioni sono cresciute esponenzialmente».

Un esercito di volontari
È in questi centri che i volontari come Nara vengono a offrire la loro opera. «C’è un ombrello di associazioni di volontariato che anima il CARA Pro Bono: i volontari arrivano la domenica sera, lavorano una settimana fino al venerdì, ripartono e arriva un altro gruppo. Migliaia sono passati di qui, tantissimi sono avvocati», spiega Nara. Un migrante può arrivare presentandosi a un punto d’ingresso legale, dove in teoria la Border Patrol dovrebbe accogliere i richiedenti asilo. «Ma abbiamo le prove che da lì vengono cacciati indietro senza complimenti. In altri termini la Guardia non vuole mostrare che i migranti entrano legalmente; le autorità messicane li scoraggiano, anche spiegando che ai punti legali di ingresso troveranno file interminabili; e in mezzo ci sono i trafficanti, i cosiddetti coyotes, a volte privati ma sempre di più organizzazioni criminose internazionali, che prendono bei soldi per far passare i migranti illegalmente varcando il Rio Grande. Però le donne con cui ho parlato mi dicono che una volta su territorio Usa, sono loro a cercare le guardie: perché nel deserto non possono restare, soprattutto coi bambini, e perché comunque intendono chiedere asilo».

L’iter dei richiedenti asilo dura mesi

Nelle ultime settimane, i bambini venivano separati dai genitori – spesso dalle madri – proprio al momento dell’arresto da parte della Guardia, come in una foto ormai iconica della bimba con maglietta rossa (l’ha scattata il fotografo John Moore, la bimba piange mentre perquisiscono la madre).

E se con l’aiuto dei volontari si può avere assistenza legale per chiedere asilo, la pratica è complicatissima. Una richiesta d’asilo non ha termine preciso di scadenza. Può prendere anni, e i giudici sono affogati dagli arretrati. Non ci sono criteri oggettivi inderogabili per l’accettazione: mentre in media oltre la metà delle domande viene accolta, ci sono posti come Atlanta in Georgia dove la percentuale è inferiore all’1%. I migranti possono prima o poi essere liberati dai centri di detenzione, però chi è in attesa non ha diritto di lavorare e quindi di mantenersi per molti mesi (tre mesi dopo la presentazione della richiesta, che deve avvenire entro un anno e che deve essere fatta con cura), né può far arrivare altri membri della famiglia. Ma adesso c’è di peggio. «Di base la legislazione sull’asilo fa riferimento alla Convenzione di Ginevra che è nata dopo la seconda guerra mondiale pensando alle persecuzioni politiche e religiose», spiega Nara, «così da anni gli avvocati cercano di ampliarla, per esempio inserendo come motivi per l’accettazione le mutilazioni genitali, la persecuzione omofobica e anche la fuga dalla violenza domestica. In sostanza si è riusciti a far valere che si fugge non solo dalla violenza, ma da uno Stato che non può o non vuole proteggerti».

Donne in fuga da violenze domestiche
Di queste storie, Nara ne ha ascoltate tante: «Una donna piangeva raccontando di aver abortito un bimbo quasi a termine perché il suo partner l’aveva riempita di botte. “Señora”, le ha detto il medico inorridito “il suo bambino è pieno di lividi e ossa rotte”. Altre donne tirano su le maniche a mostrare le cicatrici: questa è stata una sedia, questo è stato quella volta col machete. Anche i bambini portano i segni. E poi mi hanno raccontato gli stupri, abbassando la voce, dicendo “non l’ho mai detto a nessuno prima”». Ma il ministro della Giustizia Jeff Sessions ha da poco annunciato proprio che intende bloccare l’applicazione del diritto d’asilo ai casi di violenza domestica e di persecuzione da parte della malavita. «Significa cancellare oltre quindici anni di giurisprudenza! Naturalmente c’è una fortissima protesta degli avvocati. Nel caso peggiore, potrebbe bloccare la grande maggioranza delle donne che vengono dall’America centrale: sarebbero rispedite indietro direttamente. Significa togliere loro ogni strumento legale. In ogni caso, mi preme dire che anche la separazione dai bambini non è un deterrente. Intanto molte di queste donne hanno già lasciato una parte dei figli a casa; si viene con il più grande, o con il più piccolo perché è quello che ha più bisogno; gli altri restano affidati ai parenti». E poi Nara cita il poeta somalo-britannico Warsan Shire: «“Nessuno lascia la casa / se la casa non è la bocca di uno squalo”. I migranti in fuga scappano dallo squalo solo per trovarsi nella bocca del lupo; ma anche se il lupo è cattivo continueranno a venire».

Quale destino per i bambini?

La logica annunciata in maggio dalla Casa Bianca – per bocca di Jeff Sessions – era semplice: volete passare la frontiera? Allora vi togliamo i bambini. Alcuni membri dell’amministrazione l’hanno giustificata persino tirando fuori citazioni dalla Bibbia; la trumpiana FoxNews ha parlato di “campi vacanza”. Qualunque sia la politica futura di Trump, i bambini già nelle gabbie potrebbero finire tutti in altri centri, orfanatrofi, alla ricerca di famiglie affidatarie. Parecchi non sanno ancora parlare: come riunirli alle famiglie? Intanto la risposta della società civile, già prepotente da molti mesi, sta diventando impressionante, man mano che salgono di tono le politiche della Casa Bianca. Ci sono i volontari come Nara: sposata con un economista di origine italiana, anche lei ha due figli. Ci sono tante altre iniziative. Su Facebook, la pagina Reunite an immigrant parent with their child creata da due californiani della Silicon Valley, Charlotte e Dave Willner, è partita sabato 16 giugno. I Willner hanno una bambina di due anni, come la bimba honduregna con la maglietta rossa. Mentre scrivo, oggi 21 giugno, la raccolta ha superato i 15 milioni di dollari con oltre 300mila donatori (6 milioni raccolti solo mercoledì), sbaragliando tutti i record dei fund raising su Facebook; e non accenna a rallentare.

 

(www.iodonna.it, 21 giugno 2018)

di Luisa Muraro

 

La storia del femminismo si racconta spesso per ondate. Io sono vecchia e ho perso il conto, per cui preferisco raccontarla per titoli, quelli dei grandi libri del femminismo. Il loro successo non era moda, infatti non passano, avanzano con noi, talvolta ci precedono. E ci fanno attraversare i confini e le generazioni, creando genealogie che durano.

Recentemente abbiamo visto arrivare in Italia Rachel Moran e il suo libro. S’intitola Stupro a pagamento. Sottotitolo: La verità sulla prostituzione. Tutto molto forte ed esplicito: sono passati quattro anni dalla prima edizione, Dublino 2013, e i titoli echeggiano le importanti conferme ricevute. Ne cito una per tutte, quella di Jane Fonda: “Questo è di sicuro il libro migliore, più personale, profondo e lucido che sia mai stato scritto sulla prostituzione”.

Il titolo originale inglese dice Paid for: pagata per, che ha l’impronta della lingua inglese, understatement compreso. Il sottotitolo, per contro, rispecchia il linguaggio femminista in ogni paese: My Journey Through Prostitution, il mio viaggio attraverso la prostituzione. C’é l’idea del movimento, il partire da sé e la traversata di una condizione che l’autrice ci farà conoscere con racconti e ragionamenti, una condizione di cui ci dimostrerà quanto sia dannosa e devastante.

Non ho la competenza ma ci sarebbe da commentare anche la parte grafica; l’immagine di copertina dell’edizione italiana mi piace molto, la firma Lucia Sinibaldi.

Man mano che andavo avanti con la lettura, in me ha preso forma un pensiero definitivo: questo libro segna la fine della prostituzione. Secoli di complicità tra uomini, di assoggettamento delle donne, di moralismo ingiusto, di cattiva letteratura e di assuefazione, hanno portato la società a non rendersi conto che la ferita inflitta all’umanità con la pratica della prostituzione, non è più accettabile. E non lo è mai stata. Non ci sono regole che tengano. Così com’è accaduto per i ricatti sessuali sul posto di lavoro da parte di quelli che hanno più potere, verrà il momento – ed è questo – in cui la non eliminabile vergogna della prostituzione, sempre rigettata sulle donne, tornerà alla sua vera causa, che è una concezione maschile degradata del desiderio e della corporeità.

La donna che ha scritto questo libro, ne ha patito gli effetti sul suo stesso corpo, tra i quindici e i ventidue anni. E poi, passo passo, in dieci anni di scavo e di ricerca, ha trovato le parole per dirlo. Le più impressionanti sono non tanto le parole della rivolta, del non più accettabile, per quanto importanti, ma quelle che spiegano il mai: mai si sarebbe dovuto accettare. Sono, precisamente, le parole che riassumono il danno da lei patito nei termini di quello che ha perduto. Perduta, per lei, lo dice più volte (specialmente nel cap. 18, The Losses of Prostitution), anche la capacità di entrare in contatto vivo e sensibile con il proprio sé, ed è la perdita più terribile perché irrimediabile. Lo dice calmamente, ma a chi legge viene da piangere. Per fortuna, andando avanti, si trovano le parole di un riscatto simbolico: parole sublimi, direbbe Freud. Le introduce una domanda: di quella che ero prima, che cosa mi rimane “dopo la carneficina mentale ed emotiva della prostituzione”? Non riesco a stabilirlo con sicurezza, risponde, “ma so per certo che questo libro, questo svisceramento dell’esperienza della prostituzione, scaturisce da un luogo dentro di me che rifiuta la prostituzione a un livello molto profondo, per me come per le altre; di conseguenza so che, qualsiasi cosa mi abbia spinto a scriverlo, è qualcosa che la prostituzione non è riuscita a distruggere”.

L’editore, a suo tempo, si dichiarò disposto a pubblicare il racconto del suo passato, purché fosse scritto senza tanto riflettere sulla prostituzione. Le memorie di un’ex prostituta sono un prodotto che si vende, ma non era il libro che Rachel Moran gli stava proponendo. In un’altra collana o un altro editore (e un altro tipo di autrice) avrebbe pensato in alternativa a un saggio sulla prostituzione… ma neanche questo era il libro di lei.

Che cos’è, dunque, questo libro? Adesso possiamo rispondere in tante. È un grande libro femminista e, per me, un capolavoro nella ricerca della verità soggettiva, che è più vera di quella oggettiva. Quest’idea filosofica sulla verità mi viene dalla pratica femminista dell’autocoscienza alla quale il libro di Rachel Moran porta un contributo di prim’ordine che fa nuova luce sul come idee vere per tutte e tutti possano generarsi dal racconto di esperienze particolari.

La rivoluzione femminista (chiamatela come volete) non è destinata a finire nei libri di storia, come mi ha detto uno per darle importanza: “lo so che voi finirete nei libri di storia”. Non ci finirà, perché saranno semmai i libri di storia a finire così come li abbiamo conosciuti finora: prodotti per riprodursi, che ha voluto dire anche: riprodurre, tutte o in parte, le condizioni della violenza e del privilegio. La rivoluzione femminista non finirà, è fatta per cominciare ancora e ancora. Comincia da dentro, quel dentro inesauribile dell’essere di ogni cosa che è, quando trova le parole per significarsi. Detto altrimenti, comincia ogni volta che una donna prende la parola per raccontare di sé alle altre, sapendo che sarà ascoltata e creduta, e va in profondità, fino a quella che Lea Melandri ha chiamato la memoria del corpo. “Amo le parole”, leggiamo verso la fine del libro, proprio così: I love words. Si sente che è vero e si capisce che lo dica nel capitolo dedicato a smascherare i tentativi di “normalizzare” la prostituzione.

Rachel Moran appartiene a quella minoranza di esseri umani che dicono cose mai dette prima e si fanno capire da tutte e tutti, perché, nell’esporre quello che hanno dentro, accendono anche la mente di chi ascolta e può così partecipare attivamente allo sviluppo del testo o del discorso. Su questa strada, la trasgressione non è contro questo o quello, è un oltrepassamento di limiti imposti e subiti che ha luogo dentro e fuori, come un passaggio che ha le caratteristiche congiunte di una rivelazione e di un ritrovamento. Il ragionamento contribuisce al passaggio ma senza processi di astrazione e generalizzazione, in quanto la parola narrante e ragionante, oltre a fare luce, disfa, grazie al contributo di chi la riceve, le barriere che impedirebbero il passaggio della luce stessa.

Il risultato non è un libro a tesi. Se l’esperienza della lettura non modifica lo sguardo e il sentire, come fa ogni presa di coscienza, il fatto di mettersi a discutere sui contenuti probabilmente sarebbe un esercizio inutile. Ragionare e discutere sì, io dico, ma come sanno fare le femministe e i ricercatori onesti.

In seguito allo scandalo Weinstein, che ha dato inizio al movimento del Me-too, ho commentato i fatti con un breve testo entusiasta che volevo intitolare “W le Americane!” e che poi ho intitolato La vendetta di Marilyn Monroe. Al che mi hanno fatto un’obiezione. Pare che Marilyn Monroe, ripetutamente abusata da uomini potenti nel mondo del cinema, abbia detto poi, in un’intervista, che lei non dava importanza alla cosa. Parlava così, in lei, il bisogno che aveva di difendersi, pubblicamente e intimamente. Ma se qualcuno non intuisce la mossa difensiva, serve mettersi a discutere? Quello che serve è imparare a conoscere la vita, cominciando magari da quella di Marilyn Monroe.

Rachel Moran conosce e nel suo libro spiega la mossa difensiva della persona innocente che si vergogna di essere ferita e lo nega. Il perno dell’intero suo libro è un tipo d’intelligenza che ha il senso medievale dell’intus legere (leggere dentro), da lei guadagnata a costo di un ragionare che non si esonera dalla sofferenza. Chi ha questa intelligenza capta gli effetti della prepotenza e non si lascia tentare dai mezzi pensieri.

Rachel Moran conosce anche i discorsi di un liberismo che, parlando di libertà e di libera impresa, promuove la disponibilità a pagamento del corpo femminile. E li sa giudicare, alla luce della sua esperienza personale e della realtà documentata, con parole taglienti e pensieri che vanno fino in fondo. Ai tempi di Lina Merlin, la senatrice socialista che in Italia ha messo fine ai bordelli di Stato con la legge che porta il suo nome, si facevano altri discorsi, come quello dell’igiene pubblica, ma la storia era la stessa, permettere all’uomo di violare a suo piacimento il corpo femminile, con il permesso degli altri uomini. E la sfida era molto simile: far coincidere il rigetto della prostituzione con un di più di stima e simpatia per le donne che la praticano; simile era anche l’impegno di trovare la misura giusta fra le parole da dire e quelle da non dire.

Notiamo la rispondenza profonda di questo libro con la legge Merlin proprio su quest’ultimo punto della misura che fa il taglio giusto: questo sì, questo no. Ci sono dei silenzi nella legge Merlin che parlano da sé in vista di un cambiamento che è la fine della prostituzione. (Ne hanno scritto Silvia Niccolai e Chiara Calori.) Come ha fatto la legge Merlin a suo tempo e nel suo ambito, così Stupro a pagamento ci porta fino al punto in cui, più avanti, c’è solo il fatto che gli uomini la finiscano con la prostituzione.

A coloro, donne comprese, che si fermano prima e s’illudono (o fanno finta) che la risposta si trovi nella regolamentazione, arriva da entrambe, la senatrice socialista e la scrittrice irlandese, un preciso avvertimento: non ci sono regole che tengano. La ragione di principio è stata formulata anni fa da alcune giuriste di Milano, è il principio dell’inviolabilità del corpo femminile, che ritorna con parole per i nostri tempi nello slogan coniato dalla giornalista Julie Bindel: l’interno del corpo femminile non è un posto di lavoro.

 

Rachel Moran, Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, Nota di traduzione di Resistenza femminista, Round Robin Editrice, Roma 2017, euro 16.

 

(www.libreriadelledonne.it, 21 giugno 2018)

 

Consigli di lettura di Rosaria Guacci e Liliana Rampello

Naomi Alderman, Ragazze elettriche, Nottetempo, 2017, pp. 446, € 20,00

Romanzo visionario: cosa succede se le donne rese improvvisamente potenti da una scarica elettrica diventano capaci di ridurre gli uomini in semischiavitù? Cosa significa abusare del potere? Un tema affrontato con sapienza da un’“allieva” di Margaret Atwood.

 

Mia Alvar, Famiglie ombra, Racconti edizioni, 2017, pp. 453, € 18,00

Nove storie della diaspora filippina raccontano quello che non sappiamo, e non vogliamo sapere, di chi in esilio cerca di ricomporre la geografia dei propri sentimenti superando la distanza e i confini reali o solo immaginati. E deve convivere con il desiderio di tornare a casa.

 

Silvia Avallone, Da dove la vita è perfetta, Rizzoli, 2017, pp. 384, € 19,00

Dopo la Piombino di Acciaio e la pianura biellese di Marina Bellezza, Silvia Avallone cambia paesaggio: si va dalla Riccione dell’adolescenza alla Bologna dell’età più adulta. Altre le esperienze, altre le responsabilità: qui si parla di maternità, di una bambina non voluta ma che quando nasce ti prende corpo e anima, di rapporti ambivalenti. La scrittura dell’autrice in questa terza prova punta, più che alla forza e a una sua resa sanguigna, alla bellezza della parola, “rosa bianca” che può appartenere a tutti i personaggi del romanzo. Agli ultimi, quelli che come dice l’autrice «hanno più bisogno di essere raccontati», costretti a vivere rapporti difficili, ammassati in tristissime case popolari ma portatori sempre di respiro, movimento, desiderio di una vita migliore. L’autrice ha più volte dichiarato che uno scrittore non deve cambiare la società ma dare un’altra possibile idea del mondo. Che muta, e questo è il dono che arriva al lettore.

 

Emanuela Canepa, L’animale femmina, Einaudi Stile Libero, 2018, pp. 272, € 17,50

Rosita è una studentessa che vuole emanciparsi dalla famiglia per andare a studiare altrove. Ci riesce ma deve anche lavorare perché ha perso la borsa di studio che aveva guadagnato. Dopo tentativi fallimentari durati alcuni anni, a Padova, il luogo scelto per i suoi studi, incontra un maturo avvocato che si dichiara disposto ad aiutarla impiegandola nel suo ufficio. Professionista irreprensibile, affascinante e manipolatore quanto basta, riesce a nascondere la sua misoginia che, come scopriamo via via nel romanzo, ha radici profonde nel suo passato. L’uomo lavora sulla dipendenza di lei: sensibile e insicura, vorrebbe opporsi ai desideri di lui ma gli è legata da una sensualità di cui non ha piena coscienza. Una vittima perfetta. Un animale femmina, di quelli che tieni al laccio ma che nella cattività imparano a conquistare, con una strategia inaudita, la propria libertà.

Romanzo femminista nel senso migliore del termine, capace di raccontare con mano sicura i rapporti di potere che imprevedibilmente, nella passione, possono legare uomini e donne, L’animale femmina ha vinto all’unanimità il Premio Calvino 2018.

 

Emma Cline, Le ragazze, Einaudi, 2016, pp. 344, € 18,00

Evie ha quattordici anni, l’unica cosa che vuole è che qualcuno si accorga di lei. Leggete la prima pagina di questo romanzo e scoprirete in poche righe la profondità di una prosa esatta, di una lingua capace di dire il desiderio di un’adolescente, la sua realtà emotiva, sensoriale e mentale.

 

Elena Favilli e Francesca Cavallo, Storie della buona notte per bambine ribelli, Mondadori, 2017, pp. 224, € 19

Virginia Woolf è una ragazza timida ed emotiva che si sfoga con la scrittura, Margaret Thatcher, una donna “ammirevole”. Favilli e Cavallo, una sorta di bambine ribelli italiane trapiantate in America (la definizione è loro) – una giornalista fondatrice di Timbuktu, la prima rivista iPad realizzata per bambini, l’altra autrice e regista teatrale che con Elena ha fondato Timbuktu Labs, laboratorio mediatico per l’infanzia – raccontano in chiave del tutto personale la storia di cento donne famose e non di tutto il mondo. Ci sono come già detto Woolf e Thatcher e ancora la Regina Elisabetta, Frida Kahlo, Rita Levi Montalcini, Serena Williams e via elencando; dalle piratesse alle esploratrici, dalle infermiere alle astronaute e alle tatuatrici. Tutte donne ribelli al destino femminile come lo può, o meglio lo poteva percepire un tempo, una bambina. Storie di donne che ce l’hanno fatta e la cui vita può essere raccontata come una bella favola della buonanotte. Con illustrazioni originali di sessanta illustratrici, alla fine c’è perfino una pagina bianca in cui la piccola lettrice può disegnare se stessa come si vede e si percepisce. Il libro, quasi un fumetto prezioso, è dedicato: «Alle bambine ribelli di tutto il mondo: sognate più in grande, puntate più in alto». È stato nella classifica dei bestseller 2017 e ha un recente sequel: Storie della buona notte per bambine ribelli 2.

 

Chimamanda Ngozi Adichie, Quella cosa intorno al collo, Einaudi, 2017, pp. 224, € 19,00

Dodici racconti, tra Nigeria e Stati Uniti, due mondi in conflitto e da attraversare con il carico di tutti i sentimenti, anche i più contrastanti. “Quella cosa intorno al collo” è il senso profondo della solitudine, di non appartenenza di Akunna. Ma lei non è la sola interprete del dolore di chi è smarrito, ma deve vivere.

 

Rossella Postorino, Le assaggiatrici, Feltrinelli, 2017, pp. 285, € 17,00

Come rivela una nota finale del romanzo, durante la guerra, nel quartiere generale di Hitler fu assunta un’assaggiatrice, Margot Wölk, per evitare che il cibo del Führer venisse avvelenato. Nel romanzo, Rosa Sauer, la protagonista, ne assume le sembianze: ha fame, una fame nera e per saziarla è disposta a tutto. Comincia così il romanzo di Rossella Postorino. Rosa non è la sola ad avere quell’ingaggio; tra le altre donne convocate allo stesso scopo, incontra l’ostile Elfriede il cui fascino la soggioga e il tenente nazista Ziegler.

«Mi ero fidata di un tenente nazista, lo stesso che io avevo amato. Non ho mai detto nulla e non lo dirò. Tutto quello che ho imparato è sopravvivere… Il mio corpo aveva assorbito il cibo del Führer, il cibo del Führer mi circolava nel sangue. Hitler era salvo. Io avevo di nuovo fame.», dice Rosa, alter ego dell’autrice nel romanzo. Il rapporto con Ziegler la porterà in territori inesplorati: così come inesplorato è l’animo umano e gli orrori che può ordire. Già autrice di Corpo docile e L’estate che perdemmo Dio (romanzi di spessore editi anch’essi da Einaudi). Le assaggiatrici è finalista al Premio Campiello 2018.

 

Monica Romano, Gender (R)evolution, Mursia, 2017, pp. 222, € 16,00

Monica Romano, già autrice di Trans. Storie di ragazze XY, ha firmato sempre per Mursia, nel 2017, Gender (R)evolution. Tra memoir e romanzo, Gender (R)evolution racconta frammenti di vita e percorsi dell’autrice e di altre attiviste del movimento trans internazionale. Come Romano ha dichiarato in un’intervista sul web, il suo è stato un lavoro in cui ha cercato di amalgamare rigore e distacco sul piano della narrazione storica, ma anche l’amore, l’ammirazione e la gratitudine che prova per “queste combattenti”. Le combattenti sono le attiviste che da Stonewall, passando per figure come quella di Renée Richards, icona sportiva degli anni ’70 ed altre ancora, arrivano ad Hande Kader, uccisa in modo orribile a Istanbul pochi giorni dopo il Gay Pride che l’aveva vista sfidare con fermezza gli attacchi della polizia. Che il tema sia più o meno congeniale, che lo si ascriva all’ideologia lgbt o che si aderisca con cuore e mente alla narrazione, l’autrice, giovane donna trans, tiene viva l’attenzione di chi prende in mano il libro. Legato a un’attualità politica battente.

 

Sally Rooney, Parlarne tra amici, Einaudi, 2018, pp. 304, € 20,00

Intelligenza, autocontrollo, freddezza: tutto questo sarà utile a Francis per imparare a trovare il senso delle relazioni? Amore, tradimento, temi classici sotto la lente di un’esordiente che scrive con notevole sensibilità una storia contemporanea.


(www.libreriadelledonne.it, 21 giugno 2018)

di Francesca Lazzarato

Tempi presenti. A proposito dell’occupazione femminista delle università cilene. I primi segnali nel 2016. E da due mesi mobilitazioni nelle facoltà e cortei con il supporto di molte donne. No alle disuguaglianze e agli atti di misoginia diffusa, da parte di professori e insospettabili intellettuali. Via i docenti accusati di aver molestato o violentato studenti e, ricercatrici. La richiesta più forte è però di andare verso una «educazione non sessista» di tutte le differenze.

Quando, all’inizio del 2016, Macarena Orellana e Dina Camacho, studentesse della facoltà di Lettere e Filosofia dell’Universidad de Chile, accusarono di molestie Leonardo León, Direttore del Dipartimento di Storia, il loro esposto rischiò di impantanarsi in una delle concilianti risoluzioni del Senato Accademico che, com’era accaduto in passato, si sarebbe limitato a una multa e un richiamo verbale, se dopo quella di Macarena e Dina non fosse arrivato un diluvio di nuove denunce, costringendo il professore ad abbandonare il suo incarico.

Questa è, probabilmente, una delle scintille che insieme a mille altre hanno finito per appiccare il fuoco divampato nel corso degli ultimi due mesi nelle Università cilene, anche se le ragioni e le cause di quella che in Cile tutti chiamano la ola feminista non sono da cercare solo nelle proteste per gli abusi, i ricatti sessuali e gli stupri da parte di compagni di studi e professori, confluite il diciassette aprile di quest’anno (contemporaneamente, in virtù di un’inattesa giustizia poetica, alla condanna del professor León a nove anni di carcere per aver violentato la propria figlia) nella prima occupazione compiuta esclusivamente da studentesse: un fenomeno che si è esteso con incredibile rapidità, chiudendo ai maschi le porte degli istituti universitari, perché, dicono le ragazze,«non vogliamo incontrare i nostri abusatori nei corridoi».

Facoltà chiuse, dunque, e rivendicazioni aperte. La prima: via i professori (a volte molto noti, come Carlos Carmona, ex presidente del Tribunale Costituzionale, o Jorge Hasbún, direttore dell’Hospital Clínico de la Universidad de Chile) accusati di aver molestato o violentato studentesse, ricercatrici, lavoratrici dell’Università, e di averne ostacolato la carriera. La seconda: predisporre appositi protocolli per rispondere efficacemente alle denunce. La terza: il rifiuto del ruolo quasi ancillare assegnato a studentesse e insegnanti, in gran parte escluse dal potere accademico e da ogni decisione. La richiesta più forte, più perentoria e sentita, è però quella di ribaltare i privilegi e i pregiudizi maschili, solidissimi in Cile, per andare verso una nuova «educazione non sessista», inclusiva non solo del femminile, ma di tutte le possibili differenze.

Con l’appoggio di studiose, scrittrici, giornaliste, accademiche, donne di ogni generazione e condizione, le mobilitazioni e i gesti clamorosi si sono susseguiti fino all’ultimo, immenso corteo che ha sfilato a Santiago il 6 giugno, connotato da coreografie provocatorie: gruppi di ragazze con il volto coperto da passamontagna di stoffa rossa e il seno scoperto, file di giovanissime con indumenti macchiati di sangue mestruale, o pronte a mostrare sederi nudi e tondi… Danze, mortaretti, fuochi, striscioni, slogan: «Il posto della donna è la resistenza»; «Nessuna bambina dovrebbe aver paura di essere intelligente»; «Vogliamo professori, non abusatori», «La rivoluzione sarà femminista, o non sarà».

Come in un carnevale calcolato ed eccessivo, si è fatto ricorso a simboli esplosivi: corpi in movimento di ogni taglia e forma, dipinti, travestiti, danzanti, denudati ed esibiti, in una sorta di contro-pornografia che deride il voyeurismo maschile e lo costringe a un grottesco, imbarazzato ridacchiare. In un paese che pure ha una lunga tradizione di lotte studentesche contro uno dei sistemi scolastici più classisti del continente, finanziato dallo Stato solo al 25% e ancora di difficile accesso per chi non è nato, come i «biondini» della canzone di Victor Jara, nelle casitas del barrio alto, non era mai accaduto nulla del genere.

E nulla del genere avevano previsto le pur lungimiranti e combattive femministe storiche cilene del secolo scorso, da Julieta Kirkwood ad Amanda Labarca, o la sinistra che in tutte le sue incarnazioni, dai partiti tradizionali al Frente Amplio, sembra non riprendersi ancora dalla rielezione di Sebastián Piñera, che a sua volta si attendeva, forse, una replica delle manifestazioni studentesche del 2011, e invece si è trovato alle prese con un esercito di ragazzine arrabbiate, colte, pensanti, che hanno respinto il suo pronto tentativo di elaborare una poco credibile «Agenda femminista» e di placarle con la promessa di una futura ammissione nella stanza dei bottoni (del resto, che credito dare a un presidente che durante l’ultima campagna elettorale si è concesso battute del genere: «Propongo un gioco: tutte le donne si sdraiano per terra e fanno le morte, e noi ci sdraiamo sopra di loro e facciamo i vivi»?)

Da destra e da sinistra, con toni e sfumature diverse, tutti si sono in qualche modo affrettati a riconoscere il carattere dirompente della protesta femminile, così radicale e mediatica, cosi concreta e allo stesso tempo utopica, così decisa a scavare a fondo nella cultura cilena e a lasciarvi una traccia. All’insegna del «non possiamo non dirci femministi», nascono discussioni complesse e amare come quella tra lo scrittore Rafael Gumucio e la politologa Javiera Arce, che sulla rivista The Clinic si chiedono se questa non sia la lotta di alcune privilegiate che lasciano indietro quante non hanno voce (lo sapranno, le furenti studentesse «senza figli, senza impegni familiari e senza gravi problemi economici», che cos’è la lotta di classe?).

Si sentono voci suadenti come quella della psicoanalista Constanza Michelson, che celebra la parodia della rivolta messa in scena dalle ragazze a seno nudo, le loro «tette avvolte dalla politica»: «Se le donne devono mettere sul tavolo la questione del corpo, nella protesta, è perché questo è il primo territorio sul quale devono stabilire il proprio potere»; si levano squittii di ministre cattoliche e antiabortiste e di conduttrici televisive ansiose di ridurre il tutto a un’innocua replica cilena del #metoo; arrivano, da destra, i barriti nazisti di José Antonio Kast (una sorta di Salvini locale, ma teutonicamente biondo) che chiama al rispetto delle «vere» donne dai solidi valori, votate alle camicie da stirare.

E, mentre i «vecchi» discutono, interpretano, si scandalizzano, applaudono, le pragmatiche ragazze, sostenendosi l’un l’altra, scivolano su un’onda che, com’è ovvio, comincia a calare, ma, come tutte le onde, risorge un attimo dopo e già non è più la stessa. Cosa diventerà tra un attimo, tra un minuto, tra un giorno, saranno loro a dircelo; per adesso stanno ancora gridando: «Io sì che ti credo, sorella», a tutte quelle che gli altri non hanno voluto ascoltare.

 

(il manifesto, 16 giugno 2018)

di Clara Jourdan

 

A Milano dal 6 giugno scorso i figli e le figlie di quattro coppie di donne hanno ufficialmente due mamme. Una bella notizia. La registrazione nell’atto di nascita avvenuta con una cerimonia pubblica in municipio era stata preceduta tre settimane prima da una dichiarazione del sindaco Giuseppe Sala, in risposta a una lettera pubblicata sul Fatto Quotidiano in cui due mamme avevano chiesto a Palazzo Marino di seguire l’esempio di Torino: «Non è una forzatura della legge, anzi. Ci abbiamo ragionato in un paio di giunte. Quando la maternità è certa, e non ci sono rischi di tratta di bambini, noi andremo avanti». E gli assessori competenti avevano aggiunto: «L’orientamento dell’amministrazione è tutelare i genitori e i loro bambini adottando questa procedura per tutte le mamme come Corinna e Francesca». Dopo la dichiarazione di nascita in ospedale, con l’indicazione della madre biologica, «le signore potranno prendere appuntamento con la direzione Servizi civici per il deposito della dichiarazione di riconoscimento dell’altra mamma e la conseguente annotazione sull’atto di nascita» (Corriere della Sera Milano, 17 maggio 2018).

Un avvenimento importante, e va sottolineato il linguaggio di chi l’ha annunciato, preciso e inequivocabile: «maternità certa», «indicazione della madre biologica». È il principio antico, che alcune studiose come Daniela Danna e Silvia Niccolai ci hanno ricordato in questi anni, del Mater semper certa, alla base di quasi tutti gli ordinamenti conosciuti. La madre è sempre colei che partorisce, o madre biologica, anche in presenza di altre figure materne, come la balia in passato e la madre genetica oggi, creata dalle tecniche di procreazione assistita. O la compagna della madre, che lei riconosce come altra madre e adesso può acquisire «lo status di genitore» (v. Silvia Niccolai, Maternità omosessuale…, Costituzionalismo.it, 3/2015). Si tratta di due mamme, dunque. E infatti le due donne nella loro lettera al giornale avevano chiesto di seguire l’esempio di Torino. Non quello di Roma dei due papà, che qualcuno ha voluto accomunare in maniera tendenziosa per compiacimenti di partito («La giunta Sala segue la via tracciata dalle amministrazioni pentastellate») o per spingere in quella direzione. No, e se qualcuno ha interesse a fare confusione, è questo il momento di fare chiarezza. Da una coppia di donne una delle quali ha partorito le loro creature, niente è più lontano di una coppia di uomini che hanno commissionato una creatura per toglierla alla madre e portarsela via. Non si può parlare astrattamente di “coppie omosessuali”, la non simmetria dei due sessi è assoluta ed evidente nella generazione, lo sanno tutti, anche quelli che si arrampicano sugli specchi per rendere accettabili famiglie programmate senza madre. Per soddisfare i desideri di paternità degli uomini si potrebbero invece ampliare le possibilità di adozione. Ma non è accettabile, mai, in nessun caso, far fuori la madre. E non si può usare il riconoscimento di due mamme per legittimarlo. Due mamme è un regalo della nostra civiltà, che non diventi un cavallo di Troia.

(www.libreriadelledonne.it, 15 giugno 2018)

di Alain Naze

 

Alain Naze, Manifeste contre la normalisation gay, Editions La Fabrique, 2017

 

Non si tratta di chiedersi, semplicemente, perché i gay vanno a destra. L’autore respinge in partenza una simile impostazione, perché confonde il sintomo e il male reale. Se le idee islamofobe e razziste hanno potuto insinuarsi nella “comunità omosessuale”, ciò si deve a un problema ben più strutturale: la normalizzazione, voluta dagli interessati non meno che promossa dallo Stato, di tutta una parte delle persone gay e lesbiche. Il passaggio decisivo si è avuto con la consacrazione del “matrimonio per tutti”, presentato come una rivendicazione vittoriosa e un traguardo di lunga data.

Alain Naze ci ricorda che, già con l’ottenimento dei Patti di convivenza civile, i movimenti dei gay e delle lesbiche avevano fatto un passo indietro rispetto alle esigenze di un Contratto d’unione civile dalle prerogative ben più ampie della semplice coppia in situazione coniugale. Quello che è in gioco con la lotta omosessuale, e questo fin dagli anni 1970, è proprio la possibilità di altri modi di vita, altre pratiche amorose, affettive, amicali, da quelle proposte dal modello eterosessuale e borghese.

Focalizzandosi sulla rivendicazione del matrimonio, i movimenti di gay e lesbiche hanno in parte rinunciato a questo potenziale sovversivo, per ottenere la tolleranza, cioè l’indifferenza, della società eterosessuale dominante.

Tracciando questo consuntivo, l’autore ci invita contemporaneamente a reimmaginare altre possibilità, a ritrovare lo slancio utopico di Guy Hocquenghem, del Fronte omosessuale di azione rivoluzionaria (FHAR).

(Traduzione dal francese, www.libreriadelledonne.it, 15 giugno 2018)


Numero 15

La lingua delle donne taglia e cuce

Il diavolo affila la lingua delle donne. Uno dei motivi più presenti nelle “Panjske končnice”, arnie per le api decorate con scene popolari, diffuse in Slovenia.

http://www.diotimafilosofe.it/edizione/numero-15-2018/

La Rivista di Diotima in rete

ISSN 2384-8944

INDICE

PER COMINCIARE

La lingua delle donne taglia e cuce

PER AMORE DEL MONDO

www.diotimafilosofe.it

Audre Lorde Litania per la sopravvivenza

INTRODUZIONE

Diana Sartori La lingua delle donne taglia e cuce

LA RIVOLTA LINGUISTICA (Grande Seminario 2017)

Sara Bigardi Breve cronaca del Grande Seminario

Wanda Tommasi Parla come mangi

Elisabeth Jankowski La nostra brutta bella lingua

Maria Livia Alga Per la libera circolazione delle lingue

María José Gil Mendoza La lingua che non scordo

María Milagros Rivera Garretas Né inglese né spagnolo. Tradurre la poesia di Emily Dickinson

Federica Giardini Ripensare il materialismo

Anna Simone Il linguaggio neoliberista e la trasformazione della società

LINGUA MATERNA

Ursula K. Le Guin sulla lingua materna. Una silloge

a cura di Diana Sartori

SU FEMMINISMO FUORI SESTO

Nadia Setti Il libro aperto del femminismo

María Milagros Rivera Garretas Feminismo sin fiel

Dorothee Markert Gedanken zum Diotima-Buch Femminismo fuori sesto

Fina Birulés ¿Tiempo de feminismo? Un movimento che non può fermarsi

Delfina Lusiardi L’energia del serpente

Sara De Falco Femminismo o transfemminismo

PAROLE SANTE

Parola di donna

La lingua delle donne taglia e cuce

www.diotimafilosofe.it

DI BOCCA IN BOCCA

Laura Bellin Il nutrimento che non passa

VIOLENZA MASCHILE

Anna Maria Piussi Per un’altra civiltà di rapporti

Barbara Verzini Passione

ALTRI MONDI AL MONDO

Mariateresa Muraca Come un seme nella terra. La mistica del Movimento di Donne Contadine (Brasile)

SCRITTURE

Francesca Riccardi Far esperienza dello straordinario nell’ordinario

SU ADATEORIAFEMMINISTA

Chiara Zamboni La teoria non è un ombrello

VISIONI

Barbara Verzini Introduzione a Riparare le relazioni

Donatella Franchi Riparare le relazioni

HO LETTO

Chiara Zamboni Due voci vicine e diverse sul pensiero di Etty Hillesum: Giancarlo Gaeta e Antonella Fimiani

Sara Bigardi “La penombra toccata di allegria”: leggere la storia per orientare la vita con la politica. Una lettura del testo “Esperienza, politica e antropologia in Maria Zambrano” di Sara Del Bello

Giulia Testi Leggere l’io sul piano dell’esperienza, per una metamorfosi in rapporto alla natura. Un confronto tra Rocco Ronchi e Rosi Braidotti

Caterina Diotto La ragazza che ero, la riconosco. Schegge di autobiografie femministe

Antonietta Potente In amicizia con Simone Weil. Su Gloria Zanardo, Un’apertura di Infinito nel Finito

TESI DI LAUREA

Anastasia Rossato Genealogie femminili: ereditare nel femminismo

Angelica Paroli Nancy Fraser: una lettura neo-polanyiana della crisi capitalista

di Alessandra Pigliaru

Casa delle donne: «Vogliamo pagare la cifra che abbiamo calcolato»

La Casa internazionale delle donne lancia la sottoscrizione. Ad alcune hanno comminato il Daspo. «Non ci fermeremo e non chiuderemo»

Roma – «La Casa internazionale delle donne è un progetto di libertà e di autonomia». Esordisce così il breve comunicato che invitava alla conferenza stampa tenutasi ieri nella Sala Caminetto di via della Lungara, alla presenza di molte donne e qualche uomo.

Dinanzi al silenzio della giunta capitolina che aveva promesso un incontro con il direttivo della Casa entro la prima metà di giugno, la decisione annunciata è quella di chiedere «alle migliaia che già hanno firmato la nostra petizione e alle tante che continuano, con la loro adesione, a darci la loro forza, di sostenerci anche economicamente con almeno 5 euro. Per questo rilanciamo – attraverso Change.org – la campagna di sottoscrizione». Una scelta maturata all’interno di un contesto complesso di trattative iniziate e poi bruscamente interrotte, molto prima della seduta consiliare del 17 maggio – in cui è stata presentata la mozione Guerrini che insiste sulla chiusura dell’esperienza della Casa internazionale delle donne valutandola manchevole degli obiettivi originari e quindi da riallineare «a più moderne esigenze».

Importante sarà dare seguito all’appello delle amiche del Buon Pastore, sono in tante e tanti che si domandano come aiutare «concretamente»; del resto, anche questo giornale le ha sostenute con i ricavati dell’edizione del 30 novembre scorso. Non bisogna tuttavia perdere di vista il punto politico della vicenda, distinguendolo dall’obiettivo primario della giunta Raggi: ovvero la messa a bando dei servizi in un’ottica che viene chiamata «riallineamento» ma che consiste in effetti nello spianare definitivamente ciò che è la storia della Casa internazionale delle donne, e dunque di un capitolo cruciale del femminismo italiano. In questa deliberata volontà, che non accenna a voler trovare una qualche forma di mediazione o incontro possibile, la posta deve restare sempre il protagonismo di libertà femminile di quella esperienza e non la sua diminuzione a ruolo ancillare o secondo.

Detto questo, con l’avvio della sottoscrizione, le donne del direttivo si mostrano ancora una volta disponibili a pagare, non certo la morosità intera addebitata loro – che non tiene conto delle spese sostenute in questi anni né di quelle relative ai servizi offerti alla cittadinanza – ma ciò che risulta nella memoria presentata ormai mesi fa e dettagliata di cifre, pezze e conti. Ma anche di questa non si hanno notizie di avvenuta lettura da parte del Campidoglio. C’è da sperare che questo disinteresse non diventi un’ignavia imperdonabile ai danni delle donne.

(il manifesto, 14 giugno 2018)


Liberate Nasrin: di nuovo in carcere la donna dei diritti in Iran

L’avvocata iraniana Nasrin Sotoudeh è stata oggi nuovamente arrestata. E non si sa per quali colpe. Ha difeso il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi e il suo diritto a vedere i figli in carcere.

Il premio Sakharov per i diritti umani, l’avvocata iraniana Nasrin Sotoudeh, è stata oggi nuovamente arrestata. Lo ha riferito il marito in un post su Facebook. «Qualche ora fa Nasrin è stata arrestata a casa e trasferita a Evin», la famigerata prigione di Teheran dove sono detenuti molti prigionieri politici, ha scritto suo marito Reza Khandan. Sotoudeh, 55 anni, tra i pochi sostenitori dei diritti umani in Iran, ha recentemente difeso diverse donne arrestate per aver protestato contro l’obbligo di indossare il velo. La polizia di Teheran aveva annunciato a febbraio che 29 donne sono state detenute per aver posato in pubblico senza il loro velo nelle settimane precedenti.

Sotoudeh ha vinto il prestigioso premio Sakharov del Parlamento europeo nel 2012 per il suo lavoro sui diritti umani e su casi politici, compresi i giovani che affrontano la pena di morte nella Repubblica islamica.

In Iran Sotoudeh ha difeso numerosi prigionieri politici, giornalisti e donne, inclusi i membri della campagna “Le ragazze di Enghelab Street”, il gruppo di donne arrestate, dallo scorso gennaio, per essersi tolte il velo in luoghi pubblici e averlo sventolato. Sotoudeh era stata arrestata nel 2010 con l’accusa di diffondere propaganda e cospirare contro la sicurezza dello Stato. Nel 2011 fu condannata a undici anni di carcere e sospesa dal lavoro per vent’anni. La sentenza fu poi ridotta in appello a sei anni e il divieto di lavoro di avvocato a dieci anni.

Tra il 2010 e il 2013 la donna ha trascorso tre anni in prigione per “azioni contro la sicurezza nazionale” e “propaganda contro il regime” ed è interdetta dal rappresentare casi politici o dal lasciare l’Iran fino al 2022. Sotoudeh ha difeso giornalisti e attivisti, tra cui il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi, e diversi dissidenti arrestati durante le proteste di massa nel 2009. In prigione ha sostenuto due scioperi della fame per protesta alle condizioni di Evin e al divieto di vedere suo figlio e sua figlia.

Sotoudeh è stata rilasciata a settembre 2013 poco prima dell’elezione del presidente Hassan Rouhani, che aveva promosso una campagna per migliorare i diritti civili.

(www.globalist.it, 13 giugno 2018)

Sabato 9 giugno ore 21,30
Chiesa San Francesco a NoliMarina Ballo Charmet Le ore blu – installazione

Marta dell’Angelo Collage Vivant – installazione con Francesca Pasini – dialogo // talk

DIALOGHI D’ARTE 2018,
3° festival d’arte contemporanea:
venerdì, sabato e domenica a NOLI

Venerdì 8 giugno, alle 12.00, apre la terza edizione del festival: tre giorni intensi di dialoghi, installazioni, performance, per interrogarsi sul rapporto tra arte e spettatore. Un’occasione imperdibile per apprezzare in modo diverso il piccolo borgo ligure di Noli, tra antiche torri, piccole piazze e il mare.

Guarda chi dialogherà con noi. Ecco il programma completo – clicca qui

Vi aspettiamo!

Marina Ballo Charmet in Le ore blu lavora sul passaggio dalla notte all’alba. Il buio iniziale è interrotto da minimi bagliori: è il riflesso delle onde che si accavallano. È l’enigma della luce che esiste anche quando è buio. Lo sciabordio della laguna si arricchisce di rumori, fino al canto dei gabbiani, che annunciano il sorgere del sole. L’acqua raggiunge “la luce blu”, cioè il punto di intersezione tra la notte e l’alba. È un colore transitorio che si vede solo in quel momento.

Marta Dell’Angelo in Collage Vivant sospende con un filo di nylon all’interno della Chiesa di San Francesco le sagome dipinte delle braccia di persone diverse. Il movimento dell’aria imprime loro continui spostamenti: si sfiorano, si abbracciano, si sovrappongono, diventano vivi in quanto non essendo separabili dallo sguardo di chi li osserva, entrano nella sincronicità tra gesto e mente, che ci provoca nel capire chi abbiamo davanti

di Roberta Trucco

Scrivo dopo avere partecipato a un convegno organizzato da Arcilesbica Nazionale il 2 e 3 giugno a Firenze dal titolo ‘Cosa è successo alle donne? Autodeterminazione e sovradeterminazone oggi’. Ho partecipato in quanto donna etero, femminista, che da tempo si è dichiarata per l’abolizione internazionale dell’utero in affitto insieme ad altre donne femministe.

L’associazione Arcilesbica ha confermato il suo no all’utero in affitto il 10 dicembre scorso, a seguito dell’assemblea nazionale che ha eletto la nuova presidente Cristina Gramolini, e ha organizzato questo convegno proprio per approfondire temi complessi che richiedono prese di posizioni coraggiose. Non è un caso infatti che l’associazione oggi viva attacchi particolarmente violenti da coloro che, invece, si dicono a favore di tale pratica. Hanno partecipato diverse relatrici straniere tra cui Julie Bindel, dalla Gran Bretagna, giornalista e attivista che studia e scrive di questi temi ormai da molto tempo, con un intervento molto interessante dal titolo ‘Autodeterminazione o inganno? Cosa significa scegliere in una società neoliberale’, qui di seguito le mie riflessioni.

 

Noi siamo il nostro corpo.

Lo sappiamo: noi siamo tutte diverse e i nostri corpi portano le tracce dell’unicità delle nostre storie. La liberazione delle donne però passa attraverso la radicale affermazione che noi siamo il nostro corpo di cui il nostro sesso biologico è parte costitutiva fondamentale, visibile e concreta. Noi siamo donne in quanto il nostro sesso biologico ci conferisce unicità nella dualità dell’umanità. Non vogliamo dunque disfarci di questo corpo anche se vessato e sfruttato da millenni per la semplice ragione che deteniamo il potere della riproduzione, anche se considerato oggetto di desiderio dell’altra parte dell’umanità e per questo da sempre mercificato, anche se il nostro sesso biologico da sempre è descritto come un buco, impuro quando perde sangue (eppure quel sangue è il simbolo della nostra forza generativa) e buco non è, ma clitoride e vagina che sono il luogo del nostro piacere. Vogliamo ribadire che di questo sesso andiamo orgogliose e di questo corpo ci vogliamo riappropriare.

Per fare questo però occorre rovesciare la narrazione fallace dei tempi odierni che solo per una difesa estrema ed esasperata delle differenze dei singoli, oggi erroneamente confusa con il termine queer, apre la strada all’idea di un essere umano neutro fino a giungere al paradosso della creazione di un essere umano totalmente omologato in cui le differenze dipendono esclusivamente dalla volontà individuale. Questa narrazione di fatto non è altro che l’ennesima manovra per cancellare le donne dall’immaginario collettivo.

Ecco perché noi donne femministe, etero e lesbiche, ribadiamo con forza il nostro no all’utero in affitto, alla legalizzazione della prostituzione, oggi eufemisticamente definita sex work, e la nostra piena libertà nella scelta di una maternità responsabile e consapevole finalmente riconosciuta 40 anni fa dalla legge 194. Siamo soggetti a pieno titolo non per un diritto astratto conferitoci da uno Stato, o in relazione al sesso maschile, ma per nostra intrinseca natura umana. Già nel 1600 Anna Maria Van Schurman, filosofa e teologa, di cui la storia non fa menzione, contrapponeva al “Cogito ergo sum” di Cartesio il suo “Sum ergo cogito”. Tocca oggi ribadirlo forte e chiaro e, curiosamente, sembra una affermazione radicalmente rivoluzionaria.

(www.ferraraitalia.it 7 giugno 2018)

di Eugenia Bonetti e Oria Gargano

Signor Matteo Salvini, le vicende che le vittime di tratta degli esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale ci raccontano non possono essere descritte con il termine «pacchia» che lei ha utilizzato

Signor Matteo Salvini,

ora che ha avviato il suo mandato di ministro dell’Interno ci sentiamo di renderle note alcune evidenze scaturite dal nostro pluriennale lavoro a fianco delle persone immigrate, con specifico riferimento alle giovani africane, in particolare nigeriane, vittime di tratta degli esseri umani a scopo di sfruttamento sessuale – reato transnazionale qualificato dalle più importanti fonti normative internazionali quale reato contro i diritti umani.

Le vicende che queste donne ci raccontano non possono certo essere descritte con il termine «pacchia» che lei ha voluto utilizzare per una sommaria descrizione della qualità di vita di migliaia di uomini, donne, bambine e bambini costretti a lasciare il proprio Paese per l’indubitabile insostenibilità della loro situazione dovuta a ingiustizie, povertà, corruzione, impossibilità di costruirsi un futuro, nonché a motivo di conflitti armati.

Fattori in cui l’Occidente ha enormi responsabilità. Vorremmo soffermarci sulle storie delle giovani e giovanissime, sempre più spesso minorenni, che arrivano nelle nostre città. Il viaggio inizia con la promessa di un lavoro onesto e una vita migliore per loro e le loro famiglie, quasi sempre assai numerose. Promessa che, nell’isolamento dei villaggi e in una situazione deprivante, le giovani accettano con speranza ed entusiasmo. Durante il lungo percorso nel deserto prende invece corpo il meccanismo di sottomissione. Le speranze si infrangono in Libia, dove sono costrette a prostituirsi quasi sempre con violenze fisiche e psicologiche in ‘Connection Houses’ gestite dalla mafia nigeriana con la mala libica. Quando finalmente le ragazze si imbarcano e giungono sulle coste italiane, trovano ad attenderle la ‘maman’ o altri esponenti della mafia nigeriana pronti a farle prostituire per gli italiani. Il patto è unilaterale, le condizioni nette: se la ragazza non darà all’organizzazione tutti i guadagni, a copertura di un millantato credito di decine di migliaia di euro, verrà uccisa come potranno esserlo i familiari in patria. Strozzata dalla paura e ricattata, ognuna diventa emblema della sistematica violazione dei diritti umani e di una profonda ineguaglianza. Per intervenire contro tali ingiustizie è impensabile colpire chi ne è vittima. Per rendere un Paese accogliente, inclusivo, rispettoso delle vittime di questi soprusi non si può tuonare contro i ‘clandestini’ senza conoscere le situazioni da cui provengono e chi sono coloro che hanno organizzato il viaggio.

L’Italia è stato il primo Stato europeo a comprendere il meccanismo del traffico di esseri umani. Fin dal 1998 la legge 286 (la ‘Turco-Napolitano’) ha previsto percorsi di sostegno e inserimento sociale per persone sfruttate e abusate. Il permesso di soggiorno ‘ex articolo 18’ ha rappresentato, e rappresenta, una pratica di eccellenza che l’Ue tenta di replicare. Non possiamo tornare indietro. Tanto più che le pratiche a sostegno delle ‘trafficate’ moltiplicano le indagini contro i trafficanti coordinate dalla Dda. Le organizzazioni che si occupano dei migranti e delle migranti in difficoltà hanno maturato esperienze di altissimo livello, importanti per restituire alle persone diritti imprescindibili e veicolare messaggi di accoglienza.

I fondi stanziati per gli interventi umanitari provengono dalla Commissione europea, a riconoscimento del ruolo centrale dell’Italia. Perché allora raccontare agli italiani che quei fondi sono sottratti alle politiche sociali destinate ai nativi? Signor ministro, cosa può portare di buono aizzare una guerra tra poveri? Come enti e associazioni da molti anni impegnati a liberare migliaia di donne, schiavizzate per migliaia di italiani che di giorno o di notte le comprano e le ributtano sulla strada come merce ‘usa e getta’, è nostro dovere spiegare forte e chiaro lo stato reale delle situazioni. Ed è altrettanto chiaro dovere delle istituzioni ascoltare chi ha competenze solide sui temi sociali. Dunque è anche un suo dovere, signor ministro. Grazie per l’attenzione.

Suor Eugenia Bonetti Presidente Ass. ‘Slaves no more’

Oria Gargano Presidente ‘BeFree’ Cooperativa Sociale

(Avvenire, 6 giugno 2018)

di Francesca Maffioli

GRISELDA POLLOCK. Un’intervista con la storica e specialista di studi femministi postcoloniali

Nella misura in cui la storia dell’arte può essere definita un discorso egemonico, è necessario riflettere da una prospettiva femminista. Griselda Pollock, nata in Sudafrica nel 1949 (poi trasferitasi in Inghilterra), è una teorica e critica d’arte nonché specialista di studi femministi internazionali postcoloniali nelle arti visive, insegna Storia dell’arte e Studi culturali all’università di Leeds ed è autrice di numerosi testi non ancora tradotti in italiano: Old Mistresses, Women, Art and Ideology (1981), Differencing the Canon: Feminism and the Histories of Art (’99), After-effects/After-images: Trauma and aesthetic transformation in the Virtual Feminist Museum (2013) e il recente Charlotte Salomon and the Theatre of Memory (2018).

Per Pollock, il femminismo è già postulato come differenza, come qualcosa di estraneo ed esterno alla storia dell’arte, contraddicendo la sua inevitabile logica. L’abbiamo incontrata nel contesto del seminario interuniversitario organizzato da Nadia Setti nella sede del Cnrs di Parigi, in partenariato con Legs, Gradiva e Sil.

Come si situa la differenza sessuale nella pratica estetica?

Nel linguaggio comune, la differenza sessuale può significare la differenza tra i sessi. Poi c’è l’idea di una differenza sessuale come condizione psicologica o psico-linguistica, che deriva dalla formazione della soggettività e non dalla morfologia dei corpi. È associata alle teorie psicoanalitiche riguardo la formazione della soggettività (maschile e femminile). Poi c’è una terza posizione femminista in cui una differenza sessuale, cioè legata alla mascolinità e alla femminilità, è derivata anche dai modi in cui concepiamo l’immaginario corporeo.

Quest’ultima presuppone che il femminile non sia definito semplicemente come il negativo del maschile fallico. Le pratiche artistiche si riferiscono alla comprensione storica e culturale dell’arte e della sua ricezione: consentono di focalizzarsi su una dimensione che attiva l’estetica, cioè gli elementi subliminali e sub simbolici di ritmo, movimento, respiro, suono, colore, tatto, sensazione. Questa consapevolezza è resa possibile dagli sviluppi nell’arte del XX secolo che si sono concentrati non solo sugli aspetti formali, ma anche sulla materialità e i processi (gesto, colore o spazio).

Se tutta l’arte può essere affrontata attraverso la lente dell’attenzione modernista alla forma, alla materialità e al processo, è stata proprio l’opera d’arte modernista che ha lasciato in eredità questo livello di sensibilità a tutta l’arte successiva. L’analisi femminista attinge alla consapevolezza necessaria all’indagine di tracce delle differenze sessuali che non sappiamo come riconoscere. Imparare a «leggere» tale differenza richiede la sintonizzazione alla possibilità stessa che la soggettività e persino i nostri immaginari psicocorporei non siano ciò che ci è stato insegnato dalla cultura patriarcale e dal pensiero fallocentrico.

Nella storia dell’arte occidentale le donne sono state oggetto dello sguardo maschile, oppure hanno occupato la posizione di spettatrici. Come considera queste due prospettive?

La teoria dello «sguardo erotizzato» nasce dallo studio del cinema come apparato che colloca uno spettatore presunto in una posizione simile a quella del voyeur. Il cinema «mascolinizza» psicologicamente la «spettatorialità» cinematografica, a prescindere dal sesso o dalla sessualità della persona reale seduta in platea. Il campo visivo viene organizzato secondo certe fantasie di dominio, possesso o punizione, razzializzate e sessualizzate e connotate secondo il genere. Quando questa teoria cinematografica è stata presa in prestito dalla storia dell’arte, abbiamo imparato a esaminare i dipinti – e in particolare la prospettiva e l’organizzazione della composizione – per osservare come il campo visivo all’interno dell’immagine fosse organizzato e come proiettasse uno sguardo prevalente. L’arte visiva si presenta inevitabilmente per essere percepita, consumata o interpretata attraverso l’erotismo e gli elementi cognitivi del vedere. Non è sufficiente essere una donna per contrastare lo sguardo mascolinizzato. La resistenza è una posizione critica in relazione a un apparato potente, seducente e ideologicamente carico. L’«indocilità» postcoloniale femminista, queer e antirazzista coinvolge sia il lavoro su se stesse e se stessi – in quanto spettatori già trascinati dall’ideologia – ad accettare queste relazioni di potere come normali, sia quello sul processo di creazione di immagini e la proiezione dei punti di osservazione. Lavorare consapevolmente può sovvertire il dominio automatico dello sguardo mascolinizzato e sollecitare altri modi di interagire visivamente con il mondo.

In «Differencing the Canon: Feminism and the Writing of Art’s Histories», lei considerava fondamentale un aspetto poco considerato dalla critica, cioè l’asse privato-famigliare. Quanto è importante la biografia e l’attenzione alle soggettività femminili?

Dividere il pubblico e il privato rappresenta una grande strategia patriarcale. La separazione di queste due sfere è una caratteristica della prima modernità, che ha inventato lo spazio pubblico nella lotta contro quello privato del monarca e la sua corte. Tale divisione è stata intensificata dalla borghesia in modo che la cesura diventasse politica, sociale e culturale tra uomini e donne. È in questo contesto che incontriamo un discrimine curioso: le vite, gli amori e gli stati d’animo sono chiamati cultura. Tutti gli studi d’arte, dal Vasari in poi, hanno iniziato a interessarsi alla psicologia e alla biografia dell’artista. Il discrimine non è quindi tra pubblico e privato, ma tra i diversi valori attribuiti alla soggettività degli uomini come artisti e alla soggettività ed esperienza delle donne.

Gli storici dell’arte hanno difficoltà a mettere insieme i due termini – artista e donna. Così trattano il mondo interiore di un’autrice non come una soggettività artistica ma come la condizione dell’essere una donna. Nel mio lavoro, mi rifiuto di essere guidata verso l’altro estremo, che è quello di non considerare l’esperienza vissuta. Cerco di affrontare il soggetto partendo da un profondo coinvolgimento con il significato culturale delle teorie psicoanalitiche della soggettività.

I nostri corpi mentali sono plasmati in modi materiali dalle relazioni di classe tanto quanto dal politico e dalle relazioni culturali e sociali di genere e razza, abilità e disabilità, posizione geopolitica. L’esperienza vissuta non deve essere esiliata dai nostri studi di creazione artistica o dalle nostre letture di immagini ma deve essere teorizzata e usata in modo critico in congiunzione con una rigorosa comprensione storica e un’analisi semiotica altrettanto rigorosa della produzione di significati.

Lei parla della possibilità di una trasformazione estetica del trauma inespresso e incancellabile. Può spiegarci come un trauma storico si rapporta alla memoria culturale?

Bisogna innanzitutto chiedersi come sia possibile usare il termine trauma su scala sia individuale sia collettiva. La psicoanalisi ci aiuta a intendere il trauma individuale come il ferimento della psiche quando un evento travolge le nostre difese coscienti e ferisce letteralmente la psiche a causa di uno shock. I gruppi non hanno una psiche di gruppo, e neppure le nazioni. Eppure parliamo di traumi culturali o storici. Per capire bisognerebbe considerare che il problema del trauma individuale è che non è rappresentato. Non sappiamo cosa sia successo; sopportiamo i suoi effetti. Il trauma usato in relazione a società o culture può essere compreso solo metaforicamente. Storicamente possono verificarsi eventi eccezionali per i quali non abbiamo termini esistenti con cui offrire una narrazione dell’accaduto. Mi sono chiesta: gli artisti viaggiano lontano o verso il trauma? Il ruolo del loro lavoro – affrontare la nostra condizione post-traumatica – contribuisce all’incontro estetico come una «stazione di trasporto del trauma». L’espressione è dell’artista Bracha L. Ettinger. L’arte può essere l’occasione di un incontro, tra l’artista e il passato e presente traumatico, e tra l’opera e lo spettatore. Il lavoro di trasformazione deve essere fatto da ognuno di noi. Non può essere lasciato a rituali e memoriali.

(il manifesto, 6 giugno 2018)

di Giovanna Cifoletti

Il 29 aprile 2018 la Libreria delle donne di Milano pubblica una lettera aperta ai dirigenti della Rai TV di Luisa Muraro. Vi si dice che il telegiornale Rai delle ore 19 di sabato 28 aprile ha dato la notizia di un bambino che ha due padri, anzi “due papà”, e come tale è stato regolarmente iscritto all’anagrafe di Roma. Luisa Muraro ha scritto: «Le sindache (e i sindaci) d’Italia, possono credere nella cicogna che porta i bambini, ma quelli che preparano i telegiornali, no, loro no. Pago il canone e pretendo che i giornalisti della tivù pubblica sappiano come nascono i bambini.» e ha chiesto ai giornalisti «evitate, per favore, di usare lo spazio delle notizie per raccontare certe storie.»

È vero: qualche volta il brio giornalistico non chiarisce, ma anzi maschera una situazione. Il fatto descritto infatti non è che miracolosamente a Roma due uomini sono riusciti ad avere un figlio ma che si è ritenuto, a tutela del figlio, di registrare come genitori una coppia omosessuale maschile che era ricorsa alla gestazione per altri. Mentre la pratica “parallela” per le donne, cioè la fecondazione eterologa è ammessa in Italia, la pratica della gestazione per altri è vietata dalla legge anche per le coppie eterosessuali.

Il richiamo alla differenza sessuale è giustificato, anzi necessario: diverse legislazioni occidentali sulla gestazione per altri escludono che la madre gestante sia anche la madre genetica. La notizia giornalistica, che si riferisce ad una gestazione in Canada, parla perciò di due padri e nasconde non una ma due madri.

Il tema è tra i più scottanti. Scrivo dalla Francia, un Paese piuttosto aperto ai diritti degli omosessuali e interessato alle innovazioni giuridiche sulle libertà individuali. Anche qui il diritto dei bambini di avere uno statuto di cittadini, quel diritto appunto che hanno voluto garantire le municipalità italiane che hanno registrato queste nascite, è l’unico aspetto che fa l’unanimità.

La gestazione per altri è proibita e molti fanno valere che questa pratica può essere foriera di problemi personali e sociali, soprattutto in quanto facilmente dominabile dalla criminalità organizzata. Tuttavia di fronte all’accessibilità tecnologica e alla disponibilità pecuniaria è impossibile costruire una barriera se non mediante una regolamentazione che ponga come priorità il rispetto delle persone in gioco.

Su questo punto l’intervento di Luisa Muraro è fondamentale, perché il rispetto comincia dal piano linguistico. Solo se ambedue le madri biologiche vengono riconosciute come tali, se la loro identità è accessibile al futuro adulto, si rispettano i diritti di ricostruzione delle origini da parte del figlio e si facilita anche una presa di responsabilità di tutte le parti e soprattutto degli aspiranti genitori.

È importante che le conseguenze sul figlio emergano alla coscienza di chi intraprende questa strada. Altrimenti, ci si limiterebbe a passare dalla mater certa dei Latini al pater certus, in un disconoscimento di fatto della madre gestante, per il riconoscimento della quale, a differenza della madre genetica, non si potrà neppure ricorrere a un esame genetico.

Siamo in uno dei paesi con il tasso di natalità più basso al mondo e sotto la pressione dell’aumento dell’infertilità maschile, quindi forse non è strano che i nostri giornalisti si rallegrino per la ratificazione di un nuovo modo di nascere. Ma a quanto pare i problemi legati alle leggi e alle tecnologie della procreazione assistita non risparmiano neppure un Paese con situazione demografica opposta, la Cina. In aprile si è infatti avuta notizia del bambino nato da gameti di genitori morti, messo al mondo da una giovane laotiana nella quale erano stati impiantati due embrioni. Il diritto a ricorrere a questa procreazione per altri è stato accordato ai nonni, i quattro genitori dei defunti genitori genetici, in nome della continuazione della stirpe. La motivazione giuridica, la nazionalità della madre gestante e il fatto che ci fossero originariamente due embrioni solleva perplessità. Infatti l’intervento della gestazione per altri permette anche l’aborto selettivo e la scelta del “bambino migliore”: quindi, in Cina, maschio. Questo si aggiunge agli aborti selettivi a seguito di ecografia, per un Paese con un deficit di nascite annuali di femmine di diversi milioni.

Hannah Arendt scriveva che la natalità è l’espressione massima della libertà, che il nuovo assoluto rappresentato da una nascita è il fondamento dell’azione umana. Quando Arendt scrisse La condizione umana la popolazione mondiale era di tre miliardi e solo nel 2000 si era raddoppiata.

La sua filosofia va quindi aggiornata? Senza dubbio. Ma la sua concezione era più ampia di un semplice diritto alla realizzazione del desiderio di procreazione, quale sembra dominare con la generalizzazione consumistica delle pratiche di procreazione assistita. Nei suoi testi la nascita viene descritta come inizio assoluto di qualcosa di nuovo solo se ha luogo un passaggio dalla fisiologia alla biografia. Ma la natura ha stabilito che questo sia realizzato proprio nel corpo femminile.

Questa prima “cultura” – e non solo “natura” – è ciò che la grande cultura ha sempre dimenticato. Ora l’importanza di questa fase della vita si mostra anche drammaticamente nella gestazione per altri. Ma questa è anche la fase che, se riconosciuta, potrebbe davvero ridimensionare il dato genetico che dà luogo a tanta tracotanza tecnologica e inadeguatezza giuridica.

Per quanto sia ardua la strada di una nuova legge sull’adozione, lo sarà meno che elaborarne una soddisfacente sulla gestazione per altri.

 

Giovanna Cifoletti

École des hautes études en sciences sociales, Parigi

per Gruppo di donne Difendiamo la salute

(www.arcipelagomilano.org, 5 giugno 2018)

di Carla Turola

 

Al “Mariutto”, una casa di riposo di Mirano (VE), la vita quotidiana scorre scandita dai riti dell’alzarsi la mattina, lavarsi, nutrirsi, ricevere cure mediche, rare visite di parenti o amiche e amici, guardare la televisione, lavorare a maglia, partecipare alle iniziative che le giovani e brave educatrici organizzano settimanalmente: musica, cinema, attività creative e didattiche, qualche uscita.

Una di queste educatrici, stimolata dalla figlia che le aveva chiesto: «Mamma, che cos’è la festa della Repubblica?», ha fatto un sogno e il giorno dopo, spinta da un’intuizione, è andata a cercare nei documenti del Mariutto se tra le ospiti ci fossero donne che avessero votato al referendum del 2 giugno 1946. Ha così scoperto che sono ben trentatré le donne che allora votarono per la prima volta. Elisa oggi ha 105 anni, Iolanda 103, Rosa e Adele 99. E chissà quante ce ne sono, sparse in tutta Italia, ancora autonome a casa propria o forse assistite da figlie e figli o da “badanti” oppure ospiti in vari istituti: queste donne sono le testimoni di un evento memorabile che segnò la storia del nostro Paese.

Grande fu la partecipazione al Referendum per decidere tra monarchia e repubblica: votò l’89% delle e degli aventi diritto e, per la prima volta, andarono alle urne anche le donne che poterono così esercitare un diritto fino a quel momento non riconosciuto. Più donne che uomini si recarono a votare: 13 milioni di donne a fronte di 12 milioni di uomini. Le ragioni di questa disparità numerica furono molteplici: molti uomini, purtroppo, erano morti in guerra o dispersi e non tutte le Regioni furono interessate al Referendum. La Repubblica vinse di stretta misura e la monarchia fu definitivamente abolita (ma non totalmente svergognata, per merito della regina Maria José, contraria al fascismo, ispettrice della croce rossa italiana durante la guerra, in contatto con personaggi significativi come Luigi Einaudi, che sarà il secondo presidente della Repubblica italiana e molto vicina alla Resistenza, tant’è che, quando tornò dalla Svizzera in Italia, fu scortata a Racconigi dai partigiani).

Sono riconoscente a queste donne, tra cui mia madre, che per prime andarono a votare e fecero nascere in Italia la Repubblica e l’Assemblea Costituente: sono la memoria vivente di una svolta epocale che ci riguarda tutte e tutti, di una vittoria più femminile che maschile. Da lì, iniziò la partecipazione diretta delle donne italiane alla vita democratica del Paese.

La monarchia come forma di governo tramontò definitivamente: così stabilì il voto di tante donne e delle nostre “madri costituenti”. La sovranità femminile, però, non è mai tramontata ed è ben presente oggi in ogni parte del mondo nella capacità di relazione, di mediazione dei conflitti, nell’autorità che le donne hanno acquisito storicamente nel governo e nell’economia della vita domestica-familiare e, al presente, si esprime in diverse forme nella politica, nelle professioni, nella scuola, nell’arte, nella ricerca scientifica e tecnologica.

 

(www.donnealtri.it, 2 giugno 2018)