di Arianna Di Genova
Un’intervista del 6/9/2017 con la scrittrice Helena Janeczek, che presentava il suo romanzo «La ragazza con la Leica», pubblicato da Guanda, allora appena uscito, oggi vincitore del premio Strega 2018.
All’inizio c’era la Reflex, che permetteva un’inquadratura più grande e una maggiore precisione di dettagli; poi, per la sua comodità «da viaggio», la fotocamera divenne quella mitica, la stessa con cui Gerda Taro passò alla storia. Così La ragazza con la Leica, a cui la scrittrice Helena Janeczek ha dedicato il suo ultimo romanzo (domani in uscita per Guanda, pp. 336, euro 18) prende le sembianze che conosciamo e rimane in acrobatico bilico tra il suo essersi trasformata in icona e la necessità di riappropriarsi di se stessa, di un passato a più dimensioni, attraverso il ricordo di chi c’era e le parole dell’autrice.
Prima di diventare la fotoreporter della Guerra civile spagnola insieme al compagno Robert Capa e al polacco Chim, prima ancora di volare di bocca in bocca come la fotografa che morì sul campo per testimoniare i propri ideali – era il 26 luglio del 1937 e lei, attaccata al predellino di una vettura che trasportava feriti, venne travolta da un carroarmato che sbandò nel caos di un mitragliamento tedesco dal cielo – Gerda Taro è stata una ragazza che ha vissuto al centro di una comitiva di giovani studenti politicizzati a Lipsia. E poi a Parigi, dove «si teneva a galla con la macchina da scrivere», conquistando pezzi di rivoluzione.
Helena Janeczek è partita proprio da qui per il suo libro, lavorandoci alacremente per sei anni, tra ricerche e diverse stesure.
È stato difficile restituire una memoria, che non sia un santino, a Gerda Taro?
In realtà, su di lei il materiale da consultare non manca: c’è il lavoro importantissimo della studiosa tedesca Irme Schaber, che pubblicò la sua prima biografia (qualche anno fa si trovava ancora in traduzione italiana da Deriveapprodi). Al principio, per me, ci fu anche la mostra su di lei transitata al Forma di Milano nel 2007. La biografia di Schaber non ricostruiva solo la vita ma anche il corpo fotografico, spesso confuso con quello di Capa e parzialmente con David Seymour (Chim). Con il ritrovamento e la riapertura della cosiddetta «valigia messicana» è stato fatto un salto di qualità: lì c’era un quantitativo notevolissimo di negativi di Gerda Taro, conservati come tali.
Cosa ci può dire riguardo le caratteristiche della sua personalità?
Una delle cose che più mi ha affascinato è stata proprio la sua personalità inqualificabile. Le stava stretta qualsiasi griglia mentale. Definizioni come «il grande amore» di Capa, o anche quella che la vuole spavalda e imperterrita pasionaria non la coprono completamente. Gerda Taro aveva una grandissima capacità di adattarsi e un forte desiderio di autonomia. Era emancipata in una maniera forse tipica per le ragazze degli anni ’30 nella Germania della Repubblica di Weimar. Donna minuta, era dotata di un fascino brillante, contagiosa nella sua vitalità e intelligenza.
Alla sua morte Giacometti scolpì la lapide, Neruda e Aragon lessero l’orazione funebre, eppure nel tempo è stata dimenticata…
Ha avuto una carriera brevissima come fotografa. Fin dai suoi primi reportage in Spagna aveva una posizione relativamente autonoma, nonostante vi fosse andata con Capa e spesso firmassero insieme le fotografie (o anche solo lui, quando questo garantiva un cachet e una visibilità migliore). Lei già lavorava per giornali importanti e si guadagnava copertine di riviste ad alta tiratura. Morì però giovanissima (a soli 26 anni) e restò del tutto legata a quel periodo, diventando un’appendice di Robert Capa. Nel suo oblio, aleggia anche una questione politica. Quando si cominciò a ricostruire una biografia ufficiale di Capa, vigeva ancora l’idea, non del tutto veritiera, che tra i due lui fosse quello interessato a fare foto, appassionato alla causa per idealismo giovanile e impegno antifascista, lei quella più strutturalmente militante e comunista. Capa morì nell’anno peggiore del maccartismo e la sua figura sollevò diversi problemi. Era comunque stato il grande fotografo di guerra che aveva scattato l’immagine dello sbarco degli dèi, un mito arci-americano. Probabilmente, fece comodo affibbiare a Gerda la patente della comunista rabbiosa. Eppure, lei non era neanche iscritta al partito, anzi si era formata a Lipsia in una cerchia di giovani tutti simpatizzanti o militanti fuoriusciti dal partito comunista, critici della linea stalinista. Sia lei che Capa in Spagna, però, volevano che quella guerra si vincesse e l’unico paese che la stava sostenendo militarmente era la Russia.
Gerda Taro, Folla dopo raid aereo a Valencia
Studiando le immagini per comporre il romanzo, ha dedotto qualcosa di particolare sullo stile di Gerda Taro come fotografa?
Sono una scrittrice e non una esperta di fotografia. Però avendo tra le mani molti scatti, ho potuto constatare quanto fosse vera per Capa la frase famosa «se le tue foto non sono abbastanza buone, vuol dire che non sei abbastanza vicino». Gerda Taro, invece, era portata verso una composizione più equilibrata, geometrica ed estremamente felice nel quadro d’insieme. La differenza si nota moltissimo nelle non rare occasioni in cui i due fotografavano gli stessi soggetti. Di fronte ai profughi di Malaga arrivati a Almería lei crea un quadro rinascimentale, lui si concentra sullo sconforto, la nipotina attaccata alla gamba della nonna.
In «La ragazza con la Leica» si torna a Lipsia e scorre fra le pagine un passato sconosciuto della fotoreporter. Anzi, lo sguardo è quello dei suoi amici/fidanzati di allora…
Non volevo raccontare Gerda Taro come se la sua vita cominciasse con Capa, mi interessava invece molto narrare la Germania degli anni ’30, quella della crisi che precipita nel nazismo. E volevo mostrare la rete di relazioni molto forti fra ragazzi assai giovani. Lei era la più grande del gruppo e quel cambio di ambiente (dopo il trasloco della sua famiglia) la condusse verso una rapida politicizzazione. Nel giro di breve tempo, l’ascesa al potere dei nazisti costringerà tutti loro a fare le valigie in quattro e quattr’otto e ad andarsene altrove. Volevo che l’energia di Gerda rilucesse, ma far vedere come anche i suoi amici avessero voglia di reagire e divertirsi.
La Germania descritta nel suo romanzo sfodera molte somiglianze con la nostra attualità…
Il periodo in cui Taro è vissuta e operato ha purtroppo notevoli contatti con l’oggi. Ho iniziato a scrivere in un momento in cui nell’Europa soprattutto meridionale prendeva forma una politica di austerità, producendo qualcosa di non del tutto dissimile dall’austerità tedesca anni ’30: grande disoccupazione giovanile, negozi che chiudevano, sfiducia generalizzata. Naturalmente, lì c’era un antefatto molto più pesante, il paese era uscito dalla guerra mondiale, ma la botta finale arrivò con i tagli che mandarono alle stelle il numero dei disoccupati. Speravo che, più o meno, le analogie rimanessero circoscritte a tutto ciò, ma nel tempo sono cresciute. Il ritorno alla destra, l’ostilità nei confronti dei profughi e rifugiati. Anche Gerda Taro e i suoi compagni erano tali: vivevano in Francia lavorando al nero, sfruttati. E intorno, si espandeva una propaganda di destra che parlava di invasori e di ladri di lavoro ai danni dei francesi.
Poi, ancora, le foto delle guerrigliere spagnole… Se non fosse che le nuove immagini sono a colori, non si distinguerebbero dalle miliziane curde della Siria. Bisogna ricordarsi che in Spagna si sperimentò per la prima volta la distruzione della popolazione civile: è la matrice di tutte le guerre dove si cerchi di piegare il paese non militarmente ma con l’uso deliberato della violenza inflitta agli inermi, creando profughi e morti a non finire… Per contrasto, spero di poter comunicare qualcosa di positivo attraverso quei ragazzi – Gerda e i suoi amici – che non si sono lasciati imporre il destino dalla temperie storica. Erano capaci di stare vicini, di trovare in loro stessi le risorse per non sentirsi vittime, nullità di fronte agli eventi. Noi oggi facciamo parecchia fatica a immaginare che tutto ciò sia ancora possibile.
(il manifesto, 6 settembre 2017)
di Massimo Lizzi
Gli amici delle donne sono stati definiti da Luisa Muraro, nella serata della Libreria ad essi dedicata, come una minoranza di uomini sempre comparsa nella storia dell’umanità, caratterizzati dal non aver colmato di sé, né di Dio, la propria intima alterità iscritta nell’evento evolutivo della sessuazione. Nel dibattito, Giordana Masotto ha indicato negli uomini, anche in quelli che considerano migliori le donne, la caratteristica opposta: l’incapacità di riconoscersi parziali, di saper dire, oggi, cosa significhi per loro essere uomini. Questo impedisce, secondo lei, di stabilire una relazione tra i sessi fondata sul riconoscimento della differenza sessuale, senza la quale è impossibile rigenerare il mondo a partire da due soggettività.
In effetti, questa serata della Libreria è capitata in un momento particolare, nel quale gli uomini odierni amici delle donne, o che tali vorrebbero essere, trovano nel movimento delle donne, rispetto ad alcuni anni fa, un’accoglienza più scettica e diffidente, talvolta persino respingente. Alcune femministe hanno rilanciato il separatismo, non solo per formare gruppi di donne, ma anche per proporre l’esclusione degli uomini dalle forme di lotta femministe ispirate a quelle più tradizionalmente maschili, dove la separazione è impraticabile, come le manifestazioni di piazza o i conflitti nelle piazze virtuali dei social media.
Al netto dei toni più estremi, questo orientamento antimaschile ha il suo fondamento. Nella radicalizzazione del dibattito su alcuni temi controversi e sofferti nel femminismo, quali la prostituzione e l’utero in affitto, molti uomini vicini al femminismo rimangono su posizioni ambigue e opportunistiche, o persino ostili, come nel caso dei maschi gay, che fanno della gpa un cavallo di battaglia e pretendono il sostegno delle femministe. Questo avviene dopo che tanta parte del contributo maschile al movimento delle donne si è stabilizzato in una fase di eterno avvio.
In tal modo, gli amici delle donne invece che alleati, si fanno percepire come concorrenti nel dibattito pubblico, che si impossessano del pensiero femminile, senza riconoscere debiti, per soddisfare il proprio narcisismo, oppure peggio si appropriano dei principi di autodeterminazione e di libertà femminile, per giustificare l’asservimento volontario delle donne nella sessualità e nella riproduzione o per mantenere una posizione a rischio di connivenza con gli sfruttatori. D’altra parte, molti uomini antisessisti aderiscono alle vulgate sulle questioni di genere, per sedersi su una visione simmetrica del rapporto tra i sessi ed evitare di fare i conti con l’alterità.
Io stesso sono molto in difficoltà nel riuscire a dare un senso al mio essere uomo. Se provo a cercare qualcosa nei paraggi dello spirito cavalleresco, mi viene detto da più di una donna, che quella è un’altra faccia, forse la più subdola, del patriarcato. Se provo a riconoscere altri tratti che definiscono la mascolinità, come il primato del compito rispetto al legame, dubito che questo sia buono, per il sacrificio che comporta nelle relazioni affettive. Il mio modo di pensare ed esprimermi, logico e schematico, mi vien detto essere tipico degli uomini, distante dal partire da sé, dalla verità soggettiva, dunque artificioso e falso o poco credibile. Qualunque peculiarità maschile mi pare essere negativa e la differenza maschile, in sintesi, viene a coincidere con il passo di fuga del maschio descritto da Nadia Fusini e citato da Luisa Muraro tra i percorsi di lettura della serata: quella sua aggressività univoca, o sessuale o egoistica, che lo rende quell’essere imbecille cioè debole e cieco che è. La mia differenza quindi rimane vuota, con una esitante omologazione al femminile. Una posizione troppo comoda, secondo Giordana Masotto.
In effetti, è molto complicato e confuso, per me, immaginare un futuro nel quale i due sessi siano capaci di relazionarsi nella reciprocità e nel riconoscimento dell’altro, in un conflitto asimmetrico, senza però mai degenerare nella violenza e nella guerra. Preferisco pensare una prospettiva più semplice e ordinata. Forse, più adatta ad un uomo. Per tutto il tempo del patriarcato si è creduto fosse l’uomo l’essere umano principale, la donna una sua variazione. La scienza moderna ci ha confermato che uno dei due sessi è l’umano di base, ma non quello che abbiamo storicamente creduto tale. Nella realtà, noi siamo programmati per essere femmine, cioè per essere il corpo sessuale che genera la vita, poi nello sviluppo del feto accade qualcosa, per cui circa la metà di noi si modifica e diventa maschio. Questa inversione scientifica rispetto alla credenza storica, può suggerire a noi uomini di raddrizzare il senso della relazione tra i sessi, per considerare la donna, non solo come l’altra, ma come l’una, e l’uomo come la sua variazione.
Dunque, invece di un’alleanza tra i sessi nella relazione di differenza, un capovolgimento nella relazione tra i sessi? Ne riparleremo alla Libreria delle donne di Milano, un sabato, il 15 settembre, nella seconda puntata sul parlar bene degli uomini.
(www.libreriadelledonne.it, 13 luglio 2018)
di Francesca Lazzarato
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Celulas madres. La prensa feminista en los primeros años de la democracia, da visitare fino al 29 luglio nel Centro culturale Haroldo Conti di Buenos Aires, dove sono esposti riviste, manifesti, volantini, fotografie, audiovisivi, fanzine e altro ancora, che danno conto di un panorama ricco e diversificato, appena riemerso dal silenzio e dalla clandestinità della dittatura.
Un’immensa parete ospita gli ingrandimenti di tutte le copertine delle pubblicazioni femministe di allora, un armadio accoglie parte dell’imponente archivio che Sara Torres ha donato al Programa de Memorias feministas y Sexogenéricas, Sexo y Revolución, mentre modesti opuscoli, paginette sciolte, foto in bianco e nero, pubblicazioni dalla grafica audace, supplementi di quotidiani o settimanali, arrivano dalla Biblioteca Nazionale o dal Centro de Documentación e Investigación de la Cultura de Izquierdas. Tra le sale si aggirano quattro «riviste in movimento» ispirate a quelle che osavano di più in fatto di immagini e veste grafica, realizzate da Marina de Caro del collettivo Nosotras proponemos e sostenute da fanciulle-sandwich; a creare gli «altari laici» di Siempre Vivas, dedicati a quelle che non ci sono più e carichi di immagini e oggetti-feticcio, è stata invece Marina Scafati, un’artista giovane e già famosa, mentre spezzoni di programmi radiofonici e televisivi d’epoca compongono un collage audiovisivo quanto mai curioso.
L’ideatrice della mostra è Maria Moreno, grande giornalista e crónista sofisticata (nonché autrice di uno dei libri più belli e complessi usciti nel 2017, Black out, doloroso diario intimo, biografia generazionale, ritratto dell’Argentina intellettuale pre e post dittatura, pubblicato da Literatura Random House) che ha scelto e organizzato il materiale proveniente dai vari archivi e centri di ricerca in cui è tutt’ora disperso. Il risultato è una mostra da vivere e non solo da guardare, dove passato e presente si confondono, annunciano il futuro, tessono collegamenti e stabiliscono multiple e preziose genealogie in cui le giovani donne possono specchiarsi, seguendo le tracce di temi e argomenti, ritrovando espressioni e gesti nelle vecchie foto in bianco e nero (spesso firmate da nomi famosi come Sara Facio o Alicia D’amico), anche se le differenze sono numerose quanto le somiglianze.
Alfonsina (vicina ai linguaggi dell’avanguardia, attenta alla psicoanalisi e diretta proprio da Maria Moreno), Persona (creata nel ’74, chiusa dalla dittatura e poi risorta negli anni ’80; celebre è la foto della sua fondatrice, María Elena Oddone, che nel 1984 sale le scale del Congresso reggendo un cartello con su scritto «No alla maternità, Sì al piacere»), Bruja (nata dal gruppo Atem 25 Noviembre, dalla forte connotazione di sinistra), Feminaria (legata alla Libreria delle Donne di Buenos Aires), Unidas (prodotta a Santa Fé dall’omonimo gruppo di donne marxiste), Cuadernos de existencia lesbiana (diretta da Ilse Fuskova e capace di anticipare i tempi con le sue paginette frammentate e provocatorie), e molte altre pubblicazioni, quasi sempre povere ed effimere, erano la voce delle esperienze di gruppi minoritari e spiccatamente eterogenei, immersi in accesi dibattiti sulle relazioni interpersonali, sulla sessualità e il corpo, sulla violenza e l’aborto, sul lavoro domestico e la subalternità in politica.
Sperimentando separatismo e autocoscienza, avviando un discorso sul genere mai tentato prima, rifacendosi a una necessaria «argentinità» e collegandola a quanto arrivava dall’estero, incrociando ogni tema con quello dei diritti umani, collegandosi a movimenti di dissidenza sessuale come il Frente de Liberación Homosexual o il Grupo Autogestivo de Lesbianas, le femministe di allora sono state davvero cellule madri che, nonostante la pronta istituzionalizzazione offerta dal governo Alfonsín (quella che le militanti di Unidas chiamavano ONGeización), il ritiro nell’Università o nei partiti tradizionali, gli allettamenti del neoliberismo menemista, assistono oggi alla nascita e all’evoluzione di un femminismo di massa cresciuto nel brodo di coltura dei social media e che si discosta non poco dalla tradizione collettiva di riflessione e militanza dei primi anni ’80, ma al quale hanno trasmesso almeno una parte del proprio Dna. […]
(Tratto da Le fanzine della libertà, il Manifesto, 12 luglio 2018)
di Arcilesbica nazionale
Cara Susanna Camusso,
l’Ufficio Nuovi Diritti della Cgil si è espresso a favore dell’utero in affitto il 25 giugno scorso, a poca distanza da un’altra sua improvvida esternazione a favore della prostituzione. A poco varrebbe dire che si tratta di prese di posizione che non impegnano il tuo intero sindacato, specie in assenza di altre dichiarazioni su questi temi da parte della Cgil.
Sulla surrogazione di maternità c’è un silenzio di tanta sinistra che non è più giustificato: sono ormai note le implicazioni del fenomeno dal punto di vista della salute e della dignità delle donne oltre che di sfruttamento economico.
La surrogazione di maternità non è un nuovo diritto, ma un nuovo asservimento, un assoggettamento della gravidanza al mercato, in quanto sottomette la maternità alla produzione e fa della gestante stessa una materia prima.
Non è neppure una tecnica, ma un istituto giuridico che non può esistere senza regolamentazione. È infatti tale regolamentazione che rende possibile l’accesso al corpo femminile riproduttivo per una committenza globale. Non è vero che senza regolamentazione si avrebbe un far west riproduttivo. In questo caso un mercato nero dei bambini non avrebbe senso, poiché i committenti vogliono che i bambini e le bambine siano anagraficamente regolari, ben diversamente da ciò che accade in tutti gli altri mercati neri.
La surrogazione di maternità non è un lavoro, perché l’interno del corpo femminile non è un posto di lavoro in cui siglare contratti. Solo la forte regressione nella posizione delle lavoratrici sul mercato globale può spingere a deformare i concetti di libertà e di autodeterminazione in quello di libertà di acconsentire al proprio sfruttamento e di accettare la monetizzazione della vita umana. Ma la libertà di rinunciare ai diritti, alla salute e alla dignità non è libertà.
L’esternalizzazione della gravidanza non va regolamentata, va abolita, perché riduce le donne a corpi di servizio – non per niente chiamate “portatrici”: contenitori di materiale genetico altrui, assumono il rischio biologico conto terzi per denaro, anche nel tanto decantato Canada, dove furbescamente si parla di “rimborso spese”.
Le vere nuove forme di filiazione e di famiglia sorgono entro legami di amicizia e responsabilità tra le persone. Chi pretende il diritto alla surrogazione di maternità, chi va a farla all’estero e poi rientra nel suo paese, anche in Italia, per imporre la trascrizione del certificato di nascita vuole solo la garanzia di poter far fabbricare una creatura a marchio genetico controllato, avendo dalla sua certezze legali.
Si rievoca il baliatico o il bambino della famiglia numerosa affidato agli zii senza figli per normalizzare la surrogazione di maternità presentandola come pratica tradizionale, omettendo tuttavia di ricordare che si trattava di pratiche dettate dalla povertà o soluzioni a difficoltà impreviste della vita, mentre qui i bambini vengono commissionati per essere staccati dalle donne che li hanno partoriti. La surrogazione di maternità non ha tradizione, è una nuova frontiera della riduzione degli esseri umani a cose. La surrogazione di maternità non è progresso, è solo annessione tecnologica dell’umano.
La surrogazione di maternità non è autodeterminazione, perché le donne che vi si prestano rinunciano per contratto a disporre di sé, essendo, per contratto, obbligate a sottomettersi alle decisioni dei committenti su tutti gli aspetti della gravidanza, compreso un eventuale aborto di feti gemellari.
La surrogazione di maternità è ad alta invasività, dato che prevede l’impianto di ovocita estraneo alla gestante, al fine di recidere il legame genetico con il nascituro: per privare la madre di ogni diritto su chi nascerà, la si tratta con pratiche mediche pericolose. La surrogazione di maternità è un crimine contro le donne.
A malapena, dunque, serve aggiungere che la surrogazione di maternità non è di sinistra e tale non diventa solo perché qualcuno che si dice di sinistra pretende di utilizzarla.
Ci auguriamo di sentire dalla Cgil che gli esseri umani non devono nascere su commissione né per denaro, non devono essere separati alla nascita dalla madre per evitare di rafforzare il loro naturale attaccamento e le donne non devono essere ridotte a macchine riproduttrici: è una soglia di civiltà.
Proprio per questo ci chiediamo quali rapporti abbia l’Ufficio Nuovi Diritti con la Cgil e ci auguriamo che un sindacato di sinistra sappia distinguere fra l’avanzata del mercato e l’indisponibilità della vita umana.
Cristina Gramolini, Presidente di ArciLesbica
e la Segreteria Nazionale
Giovanna Camertoni, Silene Gambino, Lucia Giansiracusa, Raffaella Natalello, Sara Rinaudo, Roberta Vannucci
(Facebook, 9 luglio 2018)
di Luisa Muraro
Pubblichiamo la trascrizione, inedita, dell’introduzione all’incontro per discutere su questa situazione a Sondrio, Centro evangelico, dieci anni fa, 28 ottobre 2008
Affronterò l’argomento per una strada che potrebbe forse sorprendere: parlerò – ve lo dico in forma paradossale – in difesa di quelli che chiamano razzisti, di quelli che vengono accusati di essere razzisti. Questo è l’approccio, in contropelo, poi darò i miei argomenti. Vengo qui con materia – se buona o cattiva giudicherete voi – nuova, sono cose che non ho ancora mai esposto, scritto da nessuna parte, vengo ad esporle qui per la prima volta e a discuterne. Discutiamone insieme con franchezza, senza paura di urtarmi, perché a me interessa ascoltare anche chi non è d’accordo. Queste cose propongo di andare ad esporle sempre in contesti dove non ci sono i cosiddetti razzisti. Naturalmente questo va incontro alla preoccupazione di Katarina in una maniera forse non abituale ma vera: dobbiamo ricordarci che il cosiddetto razzismo è nella relazione, nasce nei rapporti tra gli esseri umani, non è mai una cosa di un solo lato. Io sono stata negli Stati Uniti d’America e ho avuto più di un incidente in cui ero investita da risposte del razzismo di rimando. Quella è una società in cui il razzismo si è installato nei rapporti e a me è capitato di essere vittima di attacchi razzisti che venivano da signore afroamericane: il razzismo lo avevano dentro, era nell’aria e lo attribuivano a chiunque avessero visto, l’hanno attribuito a me e quindi si sono difese in maniera razzista da me che assolutamente tale non ero e non sono. Allora il razzismo è un male dei rapporti sociali. Forse ci sarà anche qualcuno che lo è intimamente, che ha dentro di sé l’odio per chi è nero, per chi è ebreo… Ma prima che questa cosa capiti agli esseri umani, è andato male qualcos’altro, che riguarda i rapporti sociali. Questa è l’impostazione mia.
Un’altra premessa. Io ho avuto l’idea di questa inchiesta, che conduco dentro di me, leggendo molto sui giornali – leggo molto quei giornaletti gratuiti, mi portano via un sacco di tempo… perché ci sono e-mail, lettere, fatti di cronaca, i giornalisti e le giornaliste stesse scrivono di corsa, sono giovani, scrivono alla buona, quindi fanno capire tante cose – per un fenomeno che avrà colpito anche voi, e cioè che da dieci-quindici anni circa le classi popolari si sono passo passo spostate verso destra e la cultura politica che chiamiamo di sinistra ha perso presa sulle classi popolari. Da quando c’è il reaganismo, una politica economica fatta per arricchire i ricchi e che non aiuta i poveri, per cui il divario tra i più ricchi e i più poveri non fa che crescere, sia negli Stati Uniti d’America che in Italia che in altri posti, da quell’epoca circa le classi popolari si sono messe a votare la politica di destra, cioè la politica che li danneggia. Ed è una stranezza, tant’è vero che io – scusate la franchezza del mio linguaggio – volevo scrivere a quelli del Manifesto: “Perché dite alle classi popolari che sono razzisti? Dovreste dirgli che sono stupidi”. Ma questo è razzismo verso i poveri. C’è questo strano fenomeno, che è stato notato per la prima volta in Francia. I francesi si sono accorti a un certo momento che pensare in termini di giustizia sociale era diventato un pensiero della borghesia e non era più un pensiero delle classi popolari; sempre di più un pensiero della borghesia colta e che stava diventando una minoranza. E così la destra ha vinto da noi, ha vinto in Francia, finora è stata – speriamo non rimanga – al governo negli Stati Uniti d’America, con il sostegno delle classi popolari. Mi sono convinta che questo fenomeno ha tanti fattori. Ma tra i fattori, secondo me, c’è la difficoltà in cui le classi popolari si sono trovate – parlo adesso dell’Italia – a causa dell’immigrazione dai paesi poveri extra Comunità Europea ma anche Comunità Europea (perché la Romania recentemente è entrata nella CE) e della cultura politica della sinistra che non ha aiutato le classi popolari davanti a questo fenomeno. Io penso che dobbiamo tener conto di due fatti. Il primo è che la immigrazione dai paesi poveri e poverissimi è per l’Italia un fenomeno che è avvenuto tutto molto velocemente. In dieci anni l’Italia ha raggiunto le percentuali di immigrazione che la Francia ha raggiunto in cinquant’anni, la Germania dell’ovest in quarant’anni. Sia la Francia che la Germania dell’ovest hanno avuto modo di elaborare risposte, l’Italia si è trovata rapidissimamente esposta a questa immigrazione che avviene in condizioni drammatiche. E mentre questo avveniva con questa rapidità e intensità, bisogna poi considerare un altro aspetto, che il peso, gli aspetti più deteriori di questa immigrazione così veloce da paesi molto poveri, da culture molto lontane, sono stati a carico delle periferie e dei posti dove abitavano i poveri. Nelle parti ricche, colte, della città, gli immigrati non potevano andare a installarsi. Quindi queste periferie – pensiamo a Torino, a Milano, a Padova, a Verona… io parlo delle città in cui ho conoscenza più precisa, ma poi leggiamo di Napoli, Roma ecc. – sono abitate da una umanità che deve lottare ogni giorno per una dignitosa sopravvivenza materiale e per una tenuta dei rapporti, dove le donne sono impegnate in prima fila a tenere la decenza, un minimo di civiltà e il senso di non essere proprio al fondo della scala sociale. L’altro giorno, parlando di questo argomento con un’amica, dicevo: noi, che abitiamo nel centro di Milano, che cos’è che abbiamo sopportato di questi dieci anni di tumultuosa immigrazione dai paesi poveri e poverissimi? Abbiamo fatto il conto: tra noi – non noi due personalmente, ma tra noi – qualche furto, qualche volta questi furti sono degenerati in ammazzamenti. E, altra cosa, noi abbiamo i fantasmi. Io personalmente non li ho, ma ci sono persone che conosco – e persone anche ottime – a cui i fantasmi dentro la mente arrivano. Ricordo un’amica carissima – e buona perché aveva dato una parte della sua villa a gente che veniva dallo Sri Lanka, prima uno, poi due, tre, quattro, cinque, non faceva il conto – che però aveva il fantasma che gli albanesi fossero troppi. Noi abbiamo questo, ma le altre persone hanno cose pesanti: hanno periferie che sono viali con una prostituzione terribile, perché è una prostituzione in parte non libera, hanno vicini di casa, i furti li hanno anche loro e più in abbondanza, hanno un senso crescente di… Teniamo conto di queste cose. La risposta della cultura politica di sinistra – perché a questa mi rivolgo, e se devo fare una distinzione tra laici e non laici devo dire che i cattolici meritano un discorso meno severo perché qualcosa hanno fatto – è stata di etichettare di razzismo una serie di comportamenti che erano prevalentemente delle classi popolari. Ricordo quindici anni fa un libro di Laura Balbo e Luigi Manconi, due persone egregie, sicuramente piene di buone intenzioni, denunciava che gli italiani sono razzisti. All’epoca questo era veramente non vero, e questo è stato poi il registro su cui ha camminato soprattutto la stampa e la cultura della sinistra.
Qui entro nel merito della questione – e, ripeto, se poi volete contraddire o spostare è ben accolto da parte mia, ascolterò fino in fondo qualsiasi obiezione. L’accusa di razzismo è ormai diventata un luogo comune, e non risparmia le classi popolari. Anzi, quasi sempre gli episodi che provocano l’indignazione dei buoni, delle persone che hanno coscienza, senso religioso, senso di civiltà umana verso gli immigrati poveri, gli episodi che provocano queste accuse di razzismo, sono episodi che hanno visto come protagoniste le classi popolari. Ora, io sostengo che è ingiusta questa accusa. Nel mio linguaggio dico che è una facile accusa. Ma in prima istanza dico che l’accusa è ingiusta (poi dico perché), è controproducente (non aiuta nessuno, anzi) ed è politicamente suicida (quando viene mossa, come spesso avviene, da esponenti della cultura politica di sinistra).
È ingiusta perché riassume in una etichetta molto pesante – razzismo – reazioni, comportamenti che sono molto vari. Si chiama razzismo (dai tempi di quel libro che citavo) un insieme di comportamenti che forse – anzi, senz’altro – sarebbe più giusto chiamare con altri nomi. C’è indubbiamente il nome – che si è anche trovato ma è poco familiare, anche se tecnicamente sarebbe più giusto – di xenofobia. Io sono stata in paesi razzisti, sono anche stata fidanzata con un magrebino, a Parigi, e vi assicuro che lì il razzismo verso gli arabi c’è e non è la stessa cosa di quello che qui si chiama razzismo: a chi è razzista non importa che uno sia istruito, che sia ricco, che si comporti educatamente; chi è razzista non sopporta quell’altro per la differenza che incarna. Qui in Italia invece c’è una forma diffusa di xenofobia unita al disprezzo per i poveri, che è cosa orribile. Alcuni dicono che è un popolo di ex poveri, sono stati poveri fino a una-due generazioni fa, si sono sfangati dalla povertà e disprezzano, per paura della povertà, i poveri. Può darsi che sia questo. Comunque c’è xenofobia, che è fatta molto del disprezzo dei poveri. In Italia, se si presenta una famiglia africana o asiatica ricca, che si comporta all’italiana e che riesce a parlare l’italiano, state sicuri che nessuno la guarda male. Le classi popolari non guardano male le persone. C’è piuttosto una insofferenza per la povertà e per la diversità dell’altro: l’altro, che è povero, che mette in pericolo la mia dignità, che ha comportamenti… Ho visto nella provincia veneta cattolica il fatto di persone come i musulmani, che sono persone dignitose, molto riservate, lavoratori ecc., che però pregano così tanto, questa richiesta di avere un posto dove pregare urta, che cosa? Il cristianesimo ormai sepolto sotto montagne di indifferenza religiosa, ma il cristianesimo residuale che è una forma di localismo, di provincialismo. Si sta attaccati a un cristianesimo tradizionale, non più vivo, non più sentito, e allora si vede l’altro, l’islamico, che invece ci crede, ci crede tantissimo, lo si vede come qualcosa di fastidioso, e pochi, pochissimi, ricordano a questa popolazione locale, indigeni, che è lo stesso dio che quelli stanno pregando. Io ho provato a farlo anche con persone colte e quelli dicevano: no, no. C’è questa ignoranza, non assoluta (le loro tradizioni le conoscono), ignoranza degli altri ecc. Tutta una serie di cose negative, deteriori se volete, anche, talvolta, ma che non sono razzismo. Non lo sono in senso stretto. Ed è sbagliato chiamarle così. Io ho detto: è ingiusto.
Poi ho detto: questa accusa è controproducente. Perché? Perché offre una interpretazione – “è razzismo” – di comportamenti che sono negativi ma sono confusi, sono reattivi, nascono da disagio, da ignoranza…, comportamenti che gli interessati non riuscivano e non riescono a capire bene di cosa si tratti. Teniamo conto che questa è una società dove c’è una divisione del lavoro del pensiero, è una divisione anche pesante: ci sono persone che tutto il giorno fanno lavoro manuale, lavoro esecutivo, lavoro ripetitivo, e c’è una minoranza, che per fortuna è meno piccola di una volta, di persone che si dedicano al lavoro del pensiero. Quelle che si dedicano al lavoro del pensiero, che si chiamano anche intellettuali, hanno il compito di offrire le interpretazioni agli altri. Gli altri dipendono. A me non piace che la situazione sia questa, ma questa è la situazione. Chi ha tempo e strumenti per leggere, ragionare, pensare ecc. ha il compito – non so se è un dovere, io penso di sì – di spiegare continuamente, di capire quanto a sé, di far capire ad altri di che cosa si tratta. Se io riassumo in un’etichetta – “è razzismo” – la complessità di comportamenti nati in situazioni difficili, io spingo l’altro verso questo esito. Così siamo passati – ormai è documentato – dalla vecchia frase “Io non sono razzista, ma… quando vedo questi qui che pisciano agli angoli di strada, quando vedo tutte le lattine buttate, quando sento i latinos che fanno caciarra alle quattro del mattino ecc.”, al fatto che la madre e moglie di quei due che hanno ucciso il ragazzo italiano che veniva dal Burkina Faso ha detto “Io sono razzista”. Siamo arrivati a questo. E nella cultura politica di sinistra – quella che io voglio chiamare a un cambiamento – la prima frase, “Io non sono razzista ma…”, veniva presa in giro. Cioè lo sforzo di queste persone meno attrezzate rispetto alle pulsioni deteriori, xenofobe, insofferenti e intolleranti, lo sforzo che facevano di resistere veniva irriso, lo si prendeva come una falsità, invece di riconoscere lì lo sforzo per resistere. Alla fine si è rivelato controproducente, insomma si è lavorato contro. Come dice il famoso proverbio cinese, se vuoi far sì che un uomo diventi ladro, basta che tu gli dica: “Sei un ladro”, glielo dica oggi, domani… alla fine della settimana quell’uomo sarà un ladro. E si è fatto, si sta facendo in questo modo. Fino a che si arriva a che questa signora – a me ha fatto pena – ha proclamato di esserlo lei, razzista. Intendiamoci bene: in tutta questa situazione che si sta degradando della cultura di base della società italiana, soprattutto tra le classi meno privilegiate, la destra porta responsabilità più grandi di quanto non ne porti la sinistra. Nel libro che ho appena scritto le ho paragonate alle responsabilità di quegli uomini, soprattutto del clero, in un primo tempo, ma poi anche non del clero, che hanno fomentato la paura popolare verso le streghe, scatenando la persecuzione, la caccia alle streghe – questi sono posti che ne portano tracce. La caccia alle streghe è stata fomentata dalle classi alte. (Il libro si intitola Al mercato della felicità, è la seconda puntata del Dio delle donne; la figura che dà il titolo è una vecchia donna che va al mercato poverissima, con pochi mezzi, gli altri ridono di lei ma lei va al mercato per comprare il massimo, la felicità.) La destra sta facendo questo, quindi ha una responsabilità più grande. Perché spogliare le classi popolari della loro cultura tradizionale, portarli a, spingerli a, autorizzare comportamenti xenofobi, di odio nei confronti dei più poveri, tutto questo spoglia le classi popolari di aspetti preziosi della loro cultura, in primis la religione cristiana, e questo è molto molto grave. Ma io non mi soffermo sulle responsabilità della destra, non è questo il mio target. Noi siamo imputabili della interpretazione sbagliata che diamo di certi comportamenti delle classi popolari. E siamo imputabili di non cercare giustificazioni, quando pure ci sono, di non cercare di capire l’altro; non l’altro che viene da fuori. Chi vuole aiutare il povero che sbarca in Italia deve aiutare le classi popolari, perché sono loro che se lo ritroveranno addosso, non sono io che abito in Porta Ticinese, e che ho tutta la cultura necessaria e che faccio un lavoro… Sono le classi popolari le più gravate da questa cosa, e bisogna capire. Dopo di che, in pratica, sono anch’io una che baruffa con le cassiere di supermercato perché danno segni di fastidio verso i poveri, non è che io sia una prima della classe, che sa mettere bene in pratica quello che vi sto dicendo adesso: qualche volta mi è andata bene, qualche volta non ce l’ho fatta, perché ero disgustata dal vedere la cassiera disprezzare il poveretto. Quando ho vinto il disgusto, ho vinto il mio snobismo, il mio spirito di prima della classe, e sono riuscita a parlare, ho visto che in genere l’ascolto viene. Questa gente, se viene aiutata… Le amiche di mia sorella più anziana di me, che vive nella provincia veneta, lei mi diceva che parlano sempre male degli immigrati, dei rumeni, degli zingari… Io ci ho parlato insieme ad alcune di loro, ero calma e ho visto che si può fare breccia.
Infine, dicevo che l’accusa di razzismo molto spesso è politicamente suicida. Non ci vogliono molte spiegazioni per capirlo. La destra ha giustificato e autorizzato gli atteggiamenti deteriori delle classi popolari, pensate a quel sindaco o vicesindaco che aizza tutti quelli che rifiutano di ospitare le moschee e la presenza degli islamici nel loro quartiere. I comportamenti incivili sono diventati purtroppo, non dico modello o esempio, ma le classi popolari sono state spinte ad assumere certi atteggiamenti anche da questi… Però la destra ha anche coltivato gli atteggiamenti provinciali localistici, l’uso del dialetto… Queste cose non hanno in sé niente di brutto, l’uso del dialetto fa parte della cultura italiana (e forse anche svizzera): l’italiano è una bella lingua che naviga sopra dei bellissimi dialetti.
La sinistra, davanti a questa offensiva, si è soprattutto contrapposta. Fino ad arrivare a quello che abbiamo visto in queste ultime settimane, polemiche dove c’è: “Questo è razzismo!” “No, questo non è razzismo”, grida il ministro degli interni. “Altroché se non è razzismo!”… Ha fatto bene il vescovo di Milano, Tettamanzi, che è un uomo secondo me di giudizio, di finezza politica e culturale, a dire: “Le parole possono diventare pietre, non tiriamole troppo facilmente addosso agli altri”. L’ha detto proprio mentre c’era questa specie di scambio…
Ma soprattutto questa semplificazione dell’accusa di razzismo – che dal punto di vista umano ho già detto che può essere ingiusta, e fare ingiustizia ai poveri è sempre qualcosa che se Dio esiste non la prende bene, perché i poveri gli sono specialmente cari – dal punto di vista politico ha un effetto deteriore, di coprire i veri problemi. Vi faccio l’esempio. Tor bella Monaca, un quartiere di Roma dei più difficili, ho delle amiche suore che ci lavorano (suore: veramente sono più fuori che dentro perché la loro libertà e le loro scelte non sono piaciute alla famiglia religiosa), hanno preso un appartamento e vivono là: io so la lotta che fanno, da anni, ci sono anche altri che lottano, in questo quartiere che è sempre minacciato del peggio. C’è stato un cinese che una banda di ragazzotti ha aggredito in maniera bruttissima… Tenete conto che là c’è gente aggredita tutte le settimane, donne uccise più di una all’anno, uccise in casa dai maltrattamenti ecc., e queste mie amiche portano il peso di questa sofferenza, sono eroiche; in un libro che ho pubblicato con Marietti, Il posto vuoto di Dio, c’è una di queste suore che racconta come una del giro delle sue amiche è stata trovata ammazzata dal marito tornato dal carcere, non so per quale pretesto la poveretta è stata massacrata: questo è il quartiere. Allora, avviene l’incidente del cinese a Tor bella Monaca, si riaccende il discorso “è razzismo”, “non è razzismo”. No, vivaddio! Non è il problema di Tor bella Monaca il razzismo! Certo che se ci sono ideologie razziste che girano, in quello sventurato quartiere c’è anche quello, ma la cosa non è in quei termini lì che va trattata (e poi qualcuno è intervenuto a dire “si deve esaminare quello che è”). Il razzismo sono giochi verbali di ragazzi violentissimi che se gira che si va a caccia di prostitute, vanno a caccia di prostitute, se c’è un’altra cosa girano con altre parole. Il problema di fondo non era quello. Queste accuse di razzismo nascondono le inadempienze delle amministrazioni pubbliche e degli enti pubblici che dovrebbero provvedere. La immigrazione di questi quindici anni è andata in crescendo e l’edilizia pubblica non ha offerto nulla. Una mia amica, Lia, che lavora per la Lega delle cooperative, dice che i cooperatori continuano a chiedere alla Regione di stanziare soldi, l’addetto della Regione non si presenta neanche più alle loro assemblee a dire “Sì, stanzieremo…” perché è subissato dai fischi. Quando sono arrivati i meridionali sono stati fatti dei quartieri, brutti, ma glieli hanno fatti, perché avessero da abitare. Adesso sono arrivati questi, i quali sono lavoratori, è tutta gente, per tre quarti, che lavora effettivamente, che è necessaria all’economia, sia nel Veneto che in Lombardia: le amministrazioni pubbliche non hanno provveduto. Ci sono situazioni abitative a Milano che sono indegne, sotto i portici… Se poi qualche giornalista si degna di andargli a chiedere – quelli dei giornaletti magari vanno -, più della metà è gente che lavora, che ha un lavoro e che non ha un bagno, un gabinetto, una stanza, un posto dove fare all’amore, non ha niente, stanno sotto dei portici. Questo è quanto. La bravissima Gabanelli della trasmissione Report, l’ha detto domenica scorsa. Ha parlato di una cooperativa di pensionati – uomini della migliore sinistra milanese, uno è il figlio di Lelio Basso – i quali e lavorando gratis e andando a tampinare la Cariplo ecc., hanno messo su una cooperativa che adesso si paga con gli affitti. Sono case che hanno dato sia a extracomunitari sia a italiani, e hanno fatto bene a metterci anche gli italiani, perché non bisogna suscitare invidie dei poveri verso gli altri poveri.
Insomma – adesso finisco veramente – che cosa fare? (Qui avevo scritto qualche giustificazione, ma non importa, non devo giustificare i miei amici e compagni e gli intellettuali ai quali sono più vicina, devo andare avanti per questa mia strada, spero che mi ospiteranno, chiederò al Manifesto, a Diario, se vogliono ospitare questa messa sotto accusa critica, cercherò di non cadere anch’io nel difetto di fare il grillo parlante che dice agli altri…) La domanda di fondo che io vorrei fare a questi intellettuali e politici della sinistra così pronti ad accusare le classi popolari di razzismo, è questa: perché le classi popolari dovrebbero farsi carico loro degli effetti della globalizzazione, che è una forma di economia che fa arricchire i già ricchi e che non sta affatto aiutando di poveri? Perché dovrebbero essere loro? Ci sono paesini del Veneto in cui quasi metà della popolazione sono immigrati: per questi paesi salvare la propria identità culturale è diventato molto difficile, sono frastornati. Loro sono abituati a parlare in veneto, sono abituati a fare le loro sagre… Ci si può ridere sopra su questi bisogni, ma sono bisogni per la coesione sociale, loro devono trovare il modo di intrecciarsi, di restare intrecciati, che era l’unico modo per tirare su i figli e per evitare il degradarsi di una malavita, l’entrata della droga e altre cose. Questa gente è messa in difficoltà da questa massiccia immigrazione. Certo che il ragionamento della Confindustria è sacrosanto: questi portano ricchezza, lavoro ecc. È verissimo, però è anche vero che il beneficio della globalizzazione alle classi più popolari non è ancora arrivato.
Adesso voi dite: ma tu cosa ci proponi di fare? Le mie proposte sono queste due.
Raddrizzare il tiro delle denunce, e prendere esempio in questo dalla Gabanelli (in Report ha detto tre parole, ma comunque…). Poi, naturalmente, cercare di sviluppare una intelligente comprensione di certi comportamenti. Quello che prima dicevo in senso evangelico: attenzione a non fare ingiustizie ai poveri perché sono cari a Dio. E i poveri non sono solo quelli che arrivano con i barconi, i poveri sono anche quegli altri, li conoscete, forse voi stessi, qualcuno tra voi appartiene a questa categoria, di gente che deve spendere tutte le sue forze, le sue energie per lavorare, perché non ha altro che il suo lavoro per sopravvivere.
E la seconda cosa è: riformare la cultura politica della sinistra con il pensiero politico delle donne. Pensiero politico delle donne che dà un’alta, altissima importanza alla decenza delle strade e delle case. Pensiero semplicissimo, ma le donne danno molta importanza alla dignità e decenza dei luoghi. Pensiero politico delle donne che poi non è mai caduto nell’errore di rafforzarsi con la contrapposizione destra-sinistra. In questa storia che vi ho raccontato – a modo mio, naturalmente – io vedo una parte della stupidità del maschile unico. C’è il pensiero unico, ma c’è anche il maschile unico, che vuol dire una politica che sente gli argomenti degli uomini, sente la sensibilità degli uomini, rispecchia i loro modi preferiti di fare e non si fa in qualche maniera spostare. L’esempio che qui porto è la discussione che ho avuto – tra l’altro con una donna, ma di partito – a proposito della prostituzione sulle strade. Era successo che delle donne, credo a Mestre, fossero scese in strada per cacciare le prostitute e i loro clienti: la sinistra l’ha trovato un comportamento di destra, e io a discutere… Gli uomini possono essere degli ipocriti padri di famiglia, che cacciano le prostitute ma poi cercano di andare, se magari glieli facessero, al bordello. Gli uomini. Ma le donne no, le donne si sentono umiliate dalla vista delle prostitute, e sentono più difficile il loro compito di madri di famiglia e di mogli dalla vista di questa cosa. Questi ragionamenti la sinistra deve poterli fare, e devono poter pesare. Non si può essere sempre i più bravi, i più illuminati, i più democratici. Ci sono problemi che domandano un impegno meno semplificato, che domandano più ascolto, di più voci.
Questo è quello che avevo da dirvi, adesso sta a me ascoltare e vi ringrazio in anticipo di quello che vorrete dirmi, in bene in male, pro contro, aggiunte…
(www.libreriadelledonne.it, 6 luglio 2018)
di Libreria delle donne di Milano
Oggi, 5 luglio 2018, è morta, a Milano, nella sua casa, vicino a piazza Vetra, Bice Mauri, socia fondatrice della Libreria delle donne di Milano e sua Ragioniera fino a quando è stata in salute. Si era laureata nella allora giovane facoltà di sociologia di Trento e qui aveva fatto, come si dice, il suo Sessantotto, che ha prolungato con l’impegno femminista, mai abbandonato. Lunga vita a Bice, una vita che continuerà ad alimentarsi con l’affetto del figlio Andrea, della nuora e dei nipotini, da una parte e dall’altra con il ricordo riconoscente delle socie e collaboratrici della Libreria e del Circolo della rosa, fra le quali la sorella Enrica.
Che tipa era? Era nata nel 1937 e cresciuta in Brianza, aveva studiato al Cattaneo, l’Istituto di ragioneria per antonomasia a Milano. Lei ha frequentato le serali perché di giorno faceva le paghe in un’impresa manifatturiera, unica impiegata e unica ragazza con cento operai, come ci raccontava. Aveva le qualità e forse il desiderio di continuare a studiare dopo la laurea. Ma, per senso di responsabilità, passò al mondo del lavoro diventando una stimata libera professionista con uno studio che ha dato lavoro anche ad altre. Alcune di noi la ricordano come una fiscalista affidabile, e molte come un’interlocutrice non accomodante nelle discussioni di politica. Regaliamo un’immagine a chi non l’ha conosciuta di persona: Bice che balla felice e canta “L’uva folgarina” in uno dei primi convegni femministi, a Pinarella di Cervia.
(www.libreriadelledonne.it, 5 luglio 2018)
di Massimo Lizzi
Da iscritto alla CGIL sono deluso dalla posizione favorevole a legalizzare prostituzione e utero in affitto, espressa dall’ufficio nuovi diritti del mio sindacato, per legittimare e tutelare la prima come lavoro sessuale e il secondo come progresso laico e civile a cui tutti devono poter accedere nel proprio paese. Secondo tale ufficio della CGIL, finora non smentito dalla direzione nazionale, prostituzione e gravidanza per altri costituiscono dunque nuovi diritti, mediante i quali, il sindacato, che difende il lavoro dalla logica del profitto e del mercato, accetta di esporre a questa logica niente di meno che la sessualità e la riproduzione umana. Una posizione del genere, potrei comprenderla, senza condividerla, in un’ottica di riduzione del danno o di scelta del male minore, ma i danni e i mali non sono nuovi diritti.
Diritti di chi e a che cosa? Dato un astratto e formale principio di autodeterminazione, pare sia il diritto delle donne a vendere volontariamente servizi sessuali o riproduttivi, definiti servizi proprio per poter essere venduti. Tuttavia, in un mondo egemonizzato dal neoliberismo e condizionato dai retaggi patriarcali, una tale libera scelta diventa facilmente indotta dalle circostanze avverse o dalle aspettative altrui, secondo vari gradi di coercizione. Se molti lavoratori sono oppressi e mercificati, questa è una ragione in più per rifiutare lo sconfinamento definitivo dell’oppressione e della mercificazione, persino oltre i limiti del proprio corpo. Secondo la morale del lavoro come un altro, i centri per l’impiego potrebbero paradossalmente offrire prostituzione o maternità surrogata come opportunità di lavoro e l’eventuale rifiuto delle ragazze essere soggetto a penalizzazioni.
Senza che sia un diritto, la libertà di prostituirsi già esiste. In Italia, non è vietato ad una donna fare sesso in cambio di un compenso. Esiste anche la possibilità di fare un figlio per altri; basta un patto privato tra un uomo e una donna: lei partorisce sotto anonimato e lascia il figlio in ospedale; lui dichiara di essere il padre, lo riconosce, ottiene l’affidamento. Il tutto è già al riparo della legislazione vigente.
Perché allora l’improbabile libertà di vendersi dovrebbe tradursi in un diritto? Si dice, per tutelare la donna dallo stigma, dallo sfruttamento e dalla violenza. Eppure le donne sono già tutelate in quanto persone e cittadine. In questo caso, semmai, il diritto riduce i margini di libertà e di tutela. La donna che vende i cosiddetti servizi sessuali o riproduttivi dovrebbe, nel diritto, sottostare a regole, condizioni, limiti dettati da un contratto o dalla legge. Per esempio dovrebbe essere registrata in quanto venditrice di quei servizi. Questo marchio sarebbe il contrario del superamento dello stigma, che deriva, non da un mancato riconoscimento giuridico, ma dalla funzione servile. Dunque, perché rivendicare nuovi diritti (e relativi obblighi), quando si è già libere di fare senza doveri?
Probabilmente perché tradurre certe libertà in diritti è necessario, non alle donne coinvolte, ma ai loro clienti, committenti, intermediari, imprenditori, assistenti medici e legali, per essere e sentirsi legittimati nel proprio ruolo, veder superato il proprio stigma, ed avere garanzie certe sul rendimento dei servizi gestiti o acquistati. Già l’uso di tali definizioni, asettiche e rispettabili è un effetto della traduzione in diritto.
Inoltre, nel caso della gpa, una parte della committenza, quella delle coppie gay, seppur minoritaria, fa della questione una bandiera, per ottenere dal diritto il riconoscimento di essere tali e quali alle coppie che i reazionari definiscono naturali: unite in matrimonio, obbligate alla fedeltà e geneticamente genitori dei propri figli.
I nuovi diritti della CGIL sanciscono perciò un principio di normalizzazione per le famiglie arcobaleno e una definizione della sessualità femminile e della maternità come servitù volontaria. E della libertà femminile come libertà di mettersi in vendita. Tutto ciò può davvero considerarsi un progresso? Può esserlo per coloro che intendono il progresso come un continuo superamento dei limiti dissociato da qualsiasi valore. Con la prostituzione legalizzata, gli uomini hanno un legittimo e illimitato accesso alla sessualità femminile. Con la legalizzazione della gpa, le persone sterili hanno un legittimo e illimitato accesso alla procreazione. Ma questo progresso si rovescia in un regresso per le persone che, a queste aspettative, devono corrispondere con lo sfruttamento dei propri corpi. E nell’insieme forma una società dove la relazione umana è impoverita, sempre più sostituita dalla mediazione del denaro e della tecnica; dove l’umanità perde la capacità di darsi un senso e tende ad affidarsi alle potenzialità dei soldi e delle macchine, per voler giungere fin dove è possibile e anche oltre, non perché sia giusto o sia un bene, ma solo perché è economicamente e tecnologicamente possibile. Il denaro e la tecnica, non come supporto, ma come bussola dell’umanità.
(www.libreriadelledonne.it, 5 luglio 2018)
di Alessandra Pigliaru
INCONTRI. Presentata ieri la nuova edizione di festivalfilosofia, dal 14 al 16 settembre a Modena Carpi e Sassuolo. Dedicato al tema della verità, senza articoli nella sua accezione di provvisorietà
Il festivalfilosofia di Modena Carpi e Sassuolo diventa maggiorenne e quindi, da adulto, decide di dedicare questa diciottesima edizione (dal 14 al 16 di settembre) a un tema classico del pensiero: verità. Così, senza articolo perché da leggersi nel suo carattere provvisorio e senza declinazioni al singolare o al plurale. Parola più pericolosa di altre perché pietra scagliata contro il potere, quando si ha il coraggio di dirla e diventa disarmante.
(…)
L’UNICA PERPLESSITÀ che proviene dalla lettura del programma è in che modo si possa oggi convocare «verità» senza tenere conto della esperienza dei corpi e delle differenze, per esempio riducendo a una sparuta presenza le relatrici. Infine che, nessuno dei testi «classici» proposti alla comune riflessione intenda confrontarsi con la scrittura di filosofe. Un argomento spinoso che viene scambiato per rivendicazione di genere e che invece, più semplicemente, si attaglia all’olimpo strabico e maschile da cui deriva talvolta la verità quando non si sa vedere quasi mai nella sua nudità. Perché se ne ha paura o la si ritiene trascurabile nella sua insorgenza? Sarà forse perché inchiodata ai corpi e alla loro differenza sessuale. C’è almeno da chiederselo, in verità.
Il programma del festival www.festivalfilosofia.
(il manifesto, 4 luglio 2018)
di Roberto Prinzi
Migliaia di dimostranti hanno manifestato ieri lungo frontiera che divide la Striscia di Gaza da Israele chiedendo la fine dell’assedio e il diritto al ritorno. Oltre 100 i feriti per le pallottole israeliane, ma la risposta violenta non ferma la loro determinazione: “E’ nostro dovere lottare contro l’occupazione”
Roma, 4 luglio 2018, Nena News – Migliaia di donne gazawi hanno protestato ieri lungo il confine tra la Striscia di Gaza e Israele nella prima “manifestazione delle donne” da quando sono iniziate le “marce del ritorno” nella Striscia lo scorso 30 marzo. Le manifestanti hanno chiesto la fine dell’assedio nella piccola enclave palestinese imposto 11 anni fa da Israele (e di cui è complice, negli ultimi anni, anche l’Egitto) e il diritto a ritornare alle loro terre da cui sono state espulse con la nascita d’Israele del 1948 (furono 750.000 i palestinesi cacciati o costretti alla fuga a causa delle violenze delle brigate sioniste).
Proprio come tutte le altre manifestazioni che stanno avendo luogo nella Striscia ogni venerdì da tre mesi a questa parte, anche ieri la risposta israeliana è stata affidata alle armi: secondo il portavoce del ministero di Gaza, Ashraf al-Qudra, le dimostranti ferite per colpi di arma da fuoco sono state 134. Perché Israele declamerà pure di rispettare i “diritti delle donne” a differenza dei popoli arabi dell’area spesso rappresentati come retrogradi e primitivi, ma il “nemico” è sempre un “nemico” qualunque sia il suo sesso. E come tale va punito se rappresenta una “minaccia”.
Ma alle manifestanti questo non ha fatto paura. “Sono qui per terminare la marcia che mia figlia aveva iniziato” ha detto con orgoglio Rim Abu Irmana che portava con sé una fotografia di sua figlia Wasal, uccisa da una pallottola sparata da un cecchino israeliano lo scorso 14 maggio (quel giorno le vittime palestinesi furono più di 60). “Queste proteste sono pacifiche: difendiamo solo la nostra terra e i nostri diritti” ha aggiunto mentre stringeva la mano del suo giovane figlio.
In una conferenza stampa tenuta a Gaza due giorni fa, l’Alto commissariato nazionale della Grande marcia del ritorno e della rottura dell’assedio aveva invitato le donne a “partecipare in modo massiccio alle proteste”. “Questo evento manda un messaggio chiaro: nessuno può negarci i nostri diritti, specialmente il diritto a ritornare [alle nostre terre] e le nostre richieste di rimuovere l’assedio” aveva chiarito Iktimal Hamad, la presidente del Comitato delle donne.
E così ieri è stato: al confine tra l’enclave claustrofobica, una vera e propria prigione a cielo aperto, e Israele a sfidare l’esercito armato israeliano c’erano tante madri, studentesse, figlie, giornaliste, mogli, sorelle. Ma innanzitutto donne, orgogliosamente donne. Orgogliosamente palestinesi. Una protesta che è l’ennesima dimostrazione di quanto l’islamofoba lettura occidentale che vede le donne arabe, e quelle palestinesi, solo come angeli del focolare, moglii represse e subalterne, vittime perenne di uomini violenti e primitivi, sia errata, viziata da un pregiudizio orientalista quando non proprio coloniale. Ieri, però, non si è scoperto nulla di nuovo: sarebbe bastato seguire con attenzione il movimento popolare gazawi di questi mesi per capire come le donne siano state e siano protagoniste – non meno degli uomini – delle lotte del loro popolo.
“Chi ha detto che le donne non possono lottare efficacemente come gli uomini?” ha sintetizzato la questione la 39enne Suheir Khader. “Siamo cresciute con l’idea che la resistenza è femminile – ha aggiunto – le nostre nonne hanno sempre affiancato i nostri nonni e hanno combattuto durante la Nakba [la “Catastrofe”, ovvero la perdita dalla Palestina storica a seguito della fondazione d’Israele, ndr] e la prima Intifada. Sono qui oggi perché noi donne non stiamo solo sedute a guadare i nostri padri e i nostri mariti mentre vengono uccisi e feriti. E’ nostro dovere lottare con loro”.
Parole che trovano riscontro nei dati del ministero della Salute palestinese: sono state 1.160 le donne ferite in questi mesi di mobilitazioni. Due le vittime, oltre alla manifestante 15enne Wasal ha destato rabbia il caso della 21enne paramedica Razan al-Najjar uccisa al confine mentre lavorava come volontaria per prestare soccorso ai feriti. Donne indomabili in cerca di giustizia per loro e per il loro popolo che non temono la risposta armata israeliana: “Sono rimasta ferita per un lacrimogeno [sparato] al petto durante la terza settimana di protesta” ha raccontato la 25enne Amani al-Najjar al portale Middle East Eye, ma la ferita non l’ha fermata perché “tre giorni dopo il mio ricovero ero di nuovo qui a protestare”.
Amani ha perso suo fratello durante le “marce per il ritorno”, ma la sua uccisione, invece di incuterle timore, le ha dato più forza: “Sono qui per continuare quello che mio fratello ha iniziato. Se loro [i soldati israeliani, ndr] pensavano di intimidirci e di fermarci, beh si sbagliavano di grosso. Ci hanno dato solo un altro motivo per continuare”.
Tra le giovani dimostranti, alla frontiera ieri c’era anche Um Khaled Loulo, 71 anni: “Porto sempre i miei nipoti qui per insegnare loro cosa sia concretamente il diritto al ritorno”. Um Khaled è però molto attenta: “Non li lascio avvicinare alla barriera perché so che gli israeliani non si faranno problemi a spararli, ma almeno così capiscono che ritornare nella loro patria è qualcosa per cui lottare quando saranno cresciuti”. La giornalista Israa Areer non è affatto meravigliata da questa presenza femminile: “Più di 60 anni fa, mia nonna buttò a calci fuori casa i soldati israeliani quando provarono ad arrestare mio padre e i figli. Anche questa è una forma di resistenza. Le donne palestinesi non solo crescono combattenti della libertà, ma lottano anche con loro contro l’occupazione”.
Dall’altro lato del confine, al di là della selva delle canne dei fucili dell’esercito israeliano, c’era anche un gruppo di una 50 di donne per lo più israeliane con in mano cartelli su cui c’era scritto “Fermate la prossima guerra a Gaza” e “Un futuro di dignità e speranze su entrambi i lati del confine”. Le manifestanti hanno appeso alla recinzione di sicurezza le foto di alcune delle 138 vittime palestinesi di questi mesi e hanno marciato lungo la frontiera in solidarietà con le donne gazawi. Dopo aver camminato per un chilometro, il gruppo si è fermato in uno punto dove era possibile scorgere le sagome delle dimostranti palestinesi. Hanno quindi intonato alcuni cori in loro sostegno: sarebbero stati facilmente udibili se non fossero stati sovrastati dai lacrimogeni, dalle pallottole sparate dai cecchini e dal lamento delle sirene d’allarme. La Striscia di Gaza era lì ad un passo, ad un passo le “sorelle” gazawi. Si vedevano i loro corpi. Ma per poterle abbracciarle la strada è ancora tanta da fare.
(Nena News, 4 luglio 2018)
di Marina Terragni
Molte e molti probabilmente pensano che i favorevoli all’utero in affitto – soprattutto chi fa profitti con questo colossale business – premano perché la pratica sia lecita e regolamentata anche in Italia.
Le cose non stanno esattamente così, e per almeno due ragioni:
- la strada è impervia, e se aveva qualche teorica e vaghissima chance con i governi precedenti le recenti dichiarazioni del neo-ministro dell’Interno spazzano ogni dubbio: non ci sarà alcuna regolamentazione della Gpa in Italia, almeno fintanto che durerà questa legislatura.
- i committenti in realtà non hanno alcun interesse che la madre cosiddetta surrogata – nonché l’ovo-fornitrice- abiti nel loro stesso Paese: potrebbe cambiare idea, piantare una grana anche dopo anni… Meglio una povera donna lontana migliaia di chilometri, molto più facile liquidarla con un po’ di soldi e cancellare la sua esistenza.
Anche per questa ragione, per esempio, oltre che per spendere meno, gli australiani vanno in Cambogia o si rivolgono al mercato nero cinese nonostante il loro Paese ammetta la pratica (sono solo 18 su circa 200 le nazioni del mondo in cui la Gpa è regolamentata).
La prima linea della battaglia quindi – lo indico soprattutto alle e ai resistenti – si sposta nelle anagrafi dei comuni, e in assenza di precise indicazioni da parte del Ministero degli Interni la responsabilità è tutta dei sindaci. Che in qualche caso, per sembrare moderni e up to date, registrano con disinvoltura i “due padri”, con tanto di champagne e album delle foto: come il sindaco di Gabicce Domenico Pascuzzi, la cui decisione oggi è al vaglio della Procura per sospetta violazione dell’ordine pubblico, che si difende dicendo: «Mi sono fidato del giudice americano e ho visto che in Italia l’hanno fatto anche altri».
In altri casi, come quello del sindaco di Milano Beppe Sala, si fa una differenza tra coppie di donne, in cui la madre esiste ed è certa, e coppie di uomini: «Abbiamo fatto richiesta al governo di avere indicazioni anche per le famiglie con due padri: senza madre certa ci possono essere irregolarità».
Va anche detto che non di rado nel caso delle coppie di donne l’ovocita è di una – madre genetica – mentre la gravidanza è condotta dall’altra (che la legge riconosce come mater certa): pratica che comporta rischi per la salute di entrambe le donne e del nascituro.
Da registrare anche il netto no della sindaca di Coriano Domenica Spinelli, che ha rifiutato l’iscrizione di due bambini nati all’estero e presentati come figli da una coppia di uomini, e ha scritto al Ministero degli Interni e della Famiglia per avere chiarimenti.
Si attende pertanto che il ministero degli Interni, a cui competono lo Stato Civile e l’ordine pubblico, emani direttive chiare e certe a cui i sindaci possano e debbano riferirsi.
Molto importante potrebbe essere il pronunciamento della Cassazione, atteso da più di un anno, sulla famosa sentenza di Trento, che attribuiva la bi-genitorialità a due uomini.
Forse ancora più importante, però, la sentenza della Corte Costituzionale, pubblicata nel novembre scorso, che stigmatizzando duramente il ricorso a utero in affitto e ribadendo il diritto del bambino alla verità sulle proprie origini, indicava l’adozione in casi particolari come possibile strumento per garantire al minore la continuità affettiva.
Un pronunciamento rilevante, che in attesa di direttive chiare può orientare fin d’ora l’operato dei sindaci.
(www.marinaterragni.it, 4 luglio 2018)
di Giancarlo Gaeta
INTERVENTI. L’appropriazione indebita di Simone Weil da parte di Matteo Salvini durante il comizio di Pontida necessita di una reazione. E di un chiarimento riguardo la luminosità di una delle più grandi pensatrici del Novecento che lungi dal poter essere rubricata al servizio delle retoriche nazionaliste e fasciste, oltre che razziste
Già da qualche tempo in Francia ci si adopera a mettere il pensiero di Simone Weil al servizio della politica e non certo perché intellettuali e dirigenti politici si siano finalmente sentiti interrogati dalle sue analisi critiche della società, del lavoro, dell’etica politica o illuminati dalle sue proposte in vista della ricostruzione dell’Europa dopo la guerra. D’altronde di quanto lei ha vissuto e pensato nell’ora più buia della nostra storia non ci si interessa oggi più di ieri, ma può tornare comodo aggrapparsi al titolo del suo ultimo saggio, L’enracinement (La prima radice in italiano), e in specie alla critica della concezione moderna dei diritti che ne costituisce l’inizio piegandoli a sostegno di orientamenti culturali e politici che nulla hanno a che spartire con la sua concezione della vita sociale e della politica. Mentre ci si tiene alla larga dalla critica impietosa da lei condotta contro le pratiche correnti nella vita politica. Non sorprende, dunque, che i parenti italiani del lepenismo abbiano giudicato utile la carta Weil, da giocare nel tentativo di ridisegnare il volto della nostra già ampiamente compromessa democrazia, e lo facciano con la consueta miscela di arroganza e manipolazione del vero, per di più non sulle pagine dei giornali che almeno obbligano a una qualche seppur sommaria giustificazione di quel che si afferma, bensì in un comizio in cui le parole sono per intero al servizio della retorica politica al suo più basso livello morale.
Cosicché tentare di mettere riparo al danno è come correre dietro al vento. Un danno beninteso non tanto a una figura che appartiene oramai al patrimonio della cultura occidentale, quanto ai molti che ne ricevono un’immagine stravolta e perciò controproducente. Simone Weil non ha scritto da nessuna parte, onorevole Ministro, che i doveri devono precedere i diritti, così da sentirsi autorizzati a chiedere oggi ai migranti di attenersi ai primi, e domani agli stessi cittadini italiani di smetterla col pretendere i secondi o persino di rinunciarvi. Simone Weil ha piuttosto sostenuto che «l’adempimento di un diritto non proviene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono nei suoi confronti obbligati a qualcosa», altrimenti lo si otterrà solo a condizione di avere la forza per sostenerlo. È la nozione di obbligo verso l’essere umano, vale a dire nei riguardi dei suoi concreti bisogni fisici e morali, a sostenere il pensiero politico di Simone Weil. Dunque propriamente non dovere e diritto, bensì obbligo e bisogno, l’unica correlazione in grado di esprimere indirettamente il rispetto verso gli esseri umani «qualunque essi siano».
Quanto al radicamento, vecchio luogo comune delle destre nazionaliste, Simone Weil vi riconosceva piuttosto «il bisogno dell’anima umana di avere sopra ogni altra cosa radici in più ambienti naturali e di comunicare per il loro tramite con l’universo». In contrasto con i processi di sradicamento in atto nel mondo operaio e contadino, e più diffusamente nella misura in cui «l’idea di nazione si è venuta sostituendo a quella di territorio, città, insieme di villaggi, regione», potenziando enormemente il sentimento di discontinuità, frammentazione, estraneità. In definitiva accusava la riduzione della vita sociale a pura esteriorità, e perciò in balia della pubblicità, della propaganda politica, del demagogo di turno, della menzogna. Si capisce allora perché Adriano Olivetti fosse stato tanto attratto da questo pensiero e se ne sia nutrito per finalità che ora vengono sbandierate in tutt’altro contesto ideologico. Lo spirito di comunità e la dignità del lavoro, ci ricorda Simone Weil, non si sostengono a meno di «considerare ogni essere umano senza eccezione come qualcosa di sacro a cui si è tenuti a testimoniare rispetto».
Ci vuole altro che degli slogan da comiziante per ispirare un popolo al punto di metterlo in grado di orientarsi verso una nozione di vita pubblica commisurata sui bisogni effettivi di ciascuno e di tutti; occorre una concezione politica all’altezza del compito e tutt’altro linguaggio. In questo Simone Weil ci è preziosa. Dare prova di un minimo di rigore intellettuale e morale o almeno di rispetto formale del pensiero altrui è chiedere troppo alla classe politica?
il manifesto, 4 luglio 2018
Accompagna l’installazione una serie di 16 disegni dell’artista
Segue la cena della Cucina di Estia (la conferma è gradita)

Imbattersi in un corpus di opere mai viste è la scoperta “romantica”, che punteggia la storia dell’arte. A me è successo con Angela Passarello, poeta riconosciuta e stimata. Nella sua piccola casa di Milano ho visto sculture in ceramica, dipinti, disegni, originalissimi e di sofisticata qualità, finora segreti.
Angela Passarello ha sempre dipinto, scolpito, disegnato, ma ha dato precedenza alla parola. Tuttavia, come lei stessa dice: “Quando non riesco a scrivere, dipingo, e quando inizio resto lì, finché non finisco”. Sono quadri grandissimi in cui la narrazione evoca i suoi testi poetici, ma è autonoma, o meglio affine.
Per la Quarta Vetrina ha dipinto, fronte retro, un quadro di cinque metri che occupa tutta la parete coinvolgendo anche la vetrina successiva.
S’intitola Rupe Affine e narra la sua storia, l’amata Rupe Atenea, sopra Agrigento, dove è nata. Dove ha conosciuto il complesso rapporto con gli animali domestici, con il mare che si dilata al centro del quadro, collegando la rupe incrostata di animali a un lembo di architettura urbana, lontana.
I suoi animali sono compagni di pianeta che passano dalla strada, dalla stalla, dall’aria alla mitografia, alla fiaba. La sua grande passione per il terrestre si snoda nell’affinità aperta dei viventi. L’intensità della memoria arcaica si sovrappone all’intuizione quotidiana, alle figure, ai colori, ai libri esposti e ai suoi scritti poetici. Un equilibrio difficile, a cui, a volte, basta un segno, un colore.
di Cristina Gramolini
Presidente nazionale ArciLesbica
Il sovranista Matteo Salvini, già padano e ora tricolore, ha proclamato a Pontida: “Mi fa schifo solo il pensiero dell’utero in affitto e di bambini in vendita nel centro commerciale” promettendo di difendere il diritto dei bambini ad avere una madre e un padre, si intenda: tranne quelli che sono sui barconi, che per lui non hanno neppure il diritto alla vita.
A differenza di Salvini, io affermo che due donne o due uomini debbano essere rispettati come genitori, di figli naturali o aprendo le adozioni alle coppie unite civilmente, ma nel contesto del no alla surrogazione di maternità. In Italia noi abolizioniste siamo state accostate proprio a Salvini, Mario Adinolfi e in genere ai tradizionalisti, ma questo è dovuto al vile silenzio sulla gpa di tanta sinistra nostrana, troppo ansiosa di aderire alla versione liberale di libertà, secondo cui tutto si può vendere e comprare, purché in un quadro di regole (possibilmente leggere) del gioco economico. Il risultato della sinistra prona al mercato è nelle urne.
Alcuni gay pride, ad esempio Trento e Roma (per fortuna non tutti), hanno rivendicato apertamente il diritto alla gestazione per altri (gpa) come fosse autodeterminazione. Il mio pensiero, che condivido con tante femministe dentro e fuori ArciLesbica, è che l’autodeteminazione non c’entri nulla con la gpa, la quale è invece un nuovo promettente mercato dove esseri umani divengono materie prime e prodotti. I favorevoli alla gpa (e alla prostituzione) condannano il mercato nero e invocano regolamentazioni garantiste ma regolamentare sarebbe dare una veste legale alla riduzione dell’umanità femminile a corpo di servizio riproduttivo in favore di committenti paganti. Per inciso, annoto che Salvini è favorevole alla regolamentazione della prostituzione, come i teorici del “sex work is work“, io preferisco Julie Bindel che afferma che “l’interno del corpo di una donna non è un posto di lavoro”.
La libera scelta individuale non è argomento sufficiente per giustificare la rinuncia a diritti fondamentali: nel caso della gpa, la gestante devolve per contratto ai committenti la titolarità della decisione sull’interruzione di gravidanza, cui molto spesso si ricorre per le gravidanze plurigemellari (causate dall’impianto di ovociti estranei alla gestante, una pratica pericolosa per la salute, dettata dalla volontà di impedire che lei reclami diritti di madre). La regolamentazione della gpa è giustizia patriarcale, che dà il primato al patrimonio genetico. È interesse di tutti coloro che hanno a cuore l’umanità difendere il limite dell’indisponibilità al mercato. Seguendo la logica dell’astratta libertà individuale si apre alla “libera rinuncia” a altri diritti fondamentali e ai diritti umani.
La sinistra antiliberista in Spagna e in Francia lo sa: Podemos e France insoumise sono contrarie alla gpa perché vogliono un mondo diverso, dove gli esseri umani non sono cose, dove le parole hanno ancora significato e “altruismo” non include rimborsi per guadagni non conseguiti, dove la gravidanza non può diventare contratto né tecnica medica, ma è processo vitale che impegna mente e corpo di una donna attraverso cui tutti veniamo al mondo. Purtroppo in Italia una sinistra senza più identità tace, ma confido che la sua rinascita partirà anche da rifiuto dell’utero in affitto.
(ilfattoquotidiano.it, 3 luglio 2018)
di Redazione DWF
A Razan Al Najjar, giovane infermiera
C’è stato un tempo in cui nelle piazze del nostro paese sventolavano bandiere palestinesi, le kefiah si indossavano tutti i giorni, ‘autodeterminazione dei popoli’ era la parola d’ordine di una società civile presente e attiva, vicina e solidale a una popolazione, quella palestinese, che dal 1948 si era vista, progressivamente, portare via la terra, le case, i sogni, le speranze, in quello che è definito da sempre conflitto israelo-palestinese o questione palestinese. La storia della difficile convivenza tra israeliani e palestinesi, o meglio la storia dell’occupazione sionista della Palestina, con la complicità della comunità internazionale, è nota ai più. Libri di storia, romanzi, letture e riletture, cronache e testimonianze, denunce e, più recentemente, la documentazione fotografica e video che attraverso il web e i social arriva quotidianamente sui nostri pc e smartphone, raccontano del dispiegarsi del colonialismo e delle sue tracce e modalità contemporanee, di uno stato di occupazione militare, diaspore, campi profughi, apartheid, guerre, attentati, tunnel clandestini, terrorismo, conflitti di civiltà e di religione, violenza, morte, disperazione, assedio, muri e filo spinato, resistenza.
C’è chi – come noi – tutto questo l’ha visto con i propri occhi andando in Palestina, calpestando quella terra, per studiare, per conoscere, per confrontarsi, per toccare con mano quella questione palestinese che ci pone di fronte, in quanto femministe, alle contraddizioni di una lotta che ha i colori del nazionalismo, che si fonda sulla rivendicazione dello Stato e dell’identità, ma che vede comunque le donne protagoniste.
Con questo numero abbiamo voluto affrontare la relazione tra le palestinesi e la loro terra mettendo al centro la resistenza, una doppia resistenza: all’occupazione israeliana e alla società patriarcale palestinese. Lo abbiamo fatto seguendo un triplice percorso:
mettere a tema il rapporto tra femminismo e nazionalismo, in un contesto in cui entrambi cambiano di segno quando la prospettiva non è quella ‘occidentale’ o quest’ultima viene messa in discussione;
dare voce e corpo alle donne palestinesi che vivono sotto occupazione in Cisgiordania e a Gaza o che vivono altrove perché figlie e nipoti della diaspora;
interrogare la relazione che esiste tra la lotta delle donne per la Palestina e la battaglia delle donne per la liberazione dalla cultura patriarcale, attraverso la vita quotidiana, l’arte, la letteratura, la musica, la rappresentazione.
Non è stato facile, innanzitutto per la situazione che la Palestina, e in particolare la Striscia di Gaza, sta vivendo in questi mesi. Dallo strappo del Presidente USA, che ha trasferito l’ambasciata statunitense in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo di fatto quest’ultima come capitale israeliana; alla Grande Marcia del Ritorno, partita da Gaza il 30 marzo (Giornata della Terra), che segna l’espropriazione da parte del governo israeliano di terre di proprietà araba, avvenuta il 30 marzo 1976, le proteste e le manifestazioni dei palestinesi in questi primi mesi del 2018 non si sono mai fermate, così come gli attacchi dell’esercito israeliano che hanno causato decine di morti e migliaia di feriti, tutti palestinesi.
Diverse donne che abbiamo contattato hanno avuto difficoltà a comunicare con noi, altre impegnate nelle proteste non hanno avuto modo di rispondere alle nostre richieste, altre ancora lo hanno fatto trasmettendoci l’aria triste e pesante che stavano vivendo in quei momenti: arresti, lutti, attacchi continui. Sappiamo che la Palestina è anche questo ma è ogni volta doloroso scontrarsi con il silenzio internazionale, la complicità delle diplomazie, l’assenza della già citata società civile. Fare i conti con l’impotenza: da una parte Israele, una delle potenze economico-militari più grandi al mondo; dall’altra i territori occupati, divisi tra Cisgiordania (West Bank) e Striscia di Gaza, uno spazio frammentato, circondato da muri, checkpoint militari, colonie. Un paese che non c’è, una classe politica divisa, un popolo che resiste. Ma fino a quando? E a che prezzo?
Il forte desiderio di pubblicare questo numero di DWF interamente dedicato alle donne palestinesi e la collaborazione e la passione delle donne che abbiamo incontrato e coinvolto in questo progetto[1], ci hanno consentito di costruire un percorso che si snoda in saggi, articoli e interviste e che tenta – senza alcuna pretesa di esaustività – di affrontare il tema della resistenza delle donne in Palestina come processo duplice, resistenza all’occupante e resistenza al patriarcato, ma soprattutto come ‘processo agito’, libero da qualunque dinamica neocoloniale o retorica della salvezza.
Perché è vero, in terra palestinese la battaglia per l’identità nazionale schiaccia inevitabilmente ogni altra istanza, inclusa quella femminile, di genere, personale. Suad Amiry, nota scrittrice e architetta palestinese, ha recentemente scritto: “Palestina, ci lascerai mai liberi?” [2]. Una sensazione straniante per chi si affaccia alla società palestinese con il bagaglio del femminismo europeo che rifiuta il nazionalismo e l’identitarismo, ma riconosce l’autodeterminazione dei popoli, l’abitabilità di una terra e la libertà di movimento come requisiti fondamentali per la vita e la dignità delle persone. Ma la forza delle donne palestinesi, il senso di comunità e il ruolo che svolgono nella società, di cui sono colonne portanti, possono diventare “un modello di potere, resilienza e di educazione al femminismo” (Zinatey).
Lo sono le donne rifugiate nei campi profughi (Salih), le detenute nelle prigioni israeliane (Saleh), le donne della resistenza non violenta nei villaggi (Nabi Saleh/Chiarucci; At-Tuwani/M.G. e G.L.), le attiviste che lavorano quotidianamente per combattere la violenza di genere e la tratta a scopo sessuale (SAWA/Awad), le associazioni che denunciano le discriminazioni a cui sono sottoposte le donne nella società palestinese (PWWSD), incluse le cittadine europee e nordamericane che vivono in Cisgiordania perché mogli di palestinesi (Mora).
Quello che emerge è che “la lotta femminile e femminista palestinese è stata una costante che si è sempre intrecciata a quella per la liberazione nazionale” (Isha L’Isha/Dalla Negra) e continua a muoversi su questo binario, con la consapevolezza che il gioco del ‘prima la liberazione nazionale poi quella sessuale’ è stato smascherato, e le due dimensioni – ‘militante’ e ‘sociale’ – non possono essere scisse: “sono due strategie che scaturiscono dalla stessa visione, una visione che interpreta la liberazione nazionale dall’oppressione coloniale come il primo passo necessario per l’emancipazione sociale e di conseguenza per il superamento della struttura patriarcale e il raggiungimento dell’uguaglianza di genere. In questo senso, il femminismo palestinese ha contribuito ad una analisi più sofisticata e radicale del patriarcato, individuandone il legame inscindibile con il sistema imperialista. La liberazione nazionale e sociale, quindi, sono considerate due facce della stessa medaglia e sono state concepite in una visione rivoluzionaria ed internazionalista della lotta congiunta dei popoli oppressi” (Abu Samra).
Un femminismo, potremmo aggiungere, che si muove e si definisce su parametri differenti, scavalcando presunti elementi universali di oppressione, dove velo, appartenenza religiosa e identità nazionale mettono in discussione l’idea che l’autodeterminazione sia sempre uguale a se stessa. L’agency delle donne, libere di esprimersi, lascia emergere le infinite declinazioni e strade per la liberazione. Decolonizzare il femminismo significa anche fermarsi dove l’autodeterminazione dell’altra ci interroga e ci invita ad ascoltare e iniziare un dialogo la cui complessità arricchisce la storia delle donne e le lotte in campo. “Investigare la possibilità che l’ordinario possa costituire l’orizzonte di un immaginario politico radicale” è la scommessa di Ruba Salih in dialogo con le donne anziane dei campi profughi: il domestico come potente elemento di resistenza, che scavalca i ruoli già definiti sia nella narrazione nazionalista che in quella femminista liberale.
Una posizione che interroga i femminismi, ma che riguarda l’intera comunità degli stati delle Nazioni Unite, che tanto si adoperano per finanziare progetti di empowerment femminile in terra palestinese quando le donne sono rinchiuse in una prigione a cielo aperto come la Striscia di Gaza (Calvelli/Di Martino) o vivono sui propri corpi l’impossibilità di muoversi da una città all’altra, la difficoltà a raggiungere posti di lavoro, scuole, terre, ospedali, l’assenza di acqua ed energia elettrica, i controlli militari ad ogni checkpoint, quotidiane violazioni dei diritti umani (Zeevi/Colanicchia).
Un quotidiano in cui ordinario e straordinario convivono, dove le donne sono protagoniste della vita che combatte la perdita dello spazio, della casa, della terra, della libertà. “Mi ha sempre colpito questa incredibile bellezza che sono in grado di esprimere anche nei piccoli gesti del vivere quotidiano, il modo in cui trasmettono il proprio patrimonio da una generazione all’altra, spesso attraverso l’oralità”, dice Susan Abulhawa delle donne palestinesi protagoniste dei suoi romanzi.
E proprio alla rappresentazione artistica abbiamo voluto dedicare la sezione Poliedra di questo numero: la poesia (Tuquan, al-Ghurra), la letteratura (Abulhawa/Dalla Negra), la musica (Abdulhadi/Awad), l’arte (Jacir/Dalla Negra), i media (Awad), cosa ci raccontano, e come, delle donne palestinesi? Le opere artistiche delle autrici palestinesi diventano inevitabilmente atti politici, l’arte uno strumento di narrazione di sé e di un popolo intero, i corpi attraversano muri e confini e il femminismo diventa un ponte per nuove alleanze.
(tdm e sf)
[1] Ringraziamo per la preziosa collaborazione e disponibilità Rana Awad, Ingrid Colanicchia, Cecilia Dalla Negra e Luisa Morgantini. Un grazie particolare alla fotografa Linda de’ Nobili per averci donato le sue immagini della Palestina.
[2] In Internazionale n. 1237, anno 25 (29 dicembre 2017/11 gennaio 218), p. 9.
(DWF, 3 luglio 2018)
di Anna Foa
Bassano del Grappa, 26 settembre 1944. I nazisti impiccano 31 partigiani sul corso. Ogni impiccato penzola a un albero. Sono tutti giovanissimi, come giovanissimi sono i nazisti e i fascisti che perpetrano la strage, i fascisti ex Fiamme Bianche inquadrati nella divisione Flak, agli ordini di un ss, Karl Franz Tausch. Nessuno degli esecutori e ideatori della strage sarà sottoposto a processo nel dopoguerra. Tra i testimoni dell’esecuzione, molti studenti portati dalle scuole ad assistere alla lugubre esposizione. Tra loro, una ragazza di 17 anni che frequentava a Bassano l’istituto magistrale, Tina Anselmi, colei che sarebbe diventata la prima donna ministro della repubblica italiana. Dopo quell’episodio, la ragazza decise di entrare a far parte attivamente della resistenza e divenne staffetta della brigata Cesare Battisti — prendendo il nome di battaglia di Gabriella — e poi del corpo regionale veneto dei volontari della libertà.
Tina Anselmi era nata nel 1927 a Castelfranco Veneto da una famiglia cattolica. La madre gestiva un’osteria, il padre invece era un aiuto farmacista di idee socialiste, per questo perseguitato dal fascismo. Nel dicembre 1944, ancor prima della fine della guerra, Tina Anselmi aderì alla Democrazia cristiana, obbedendo a quella passione politica che ispirerà tutta la sua vita e che darà il titolo a un suo bel libro di memorie, scritto con Anna Vinci, Storia di una passione politica. Nel dopoguerra, si laureò in lettere all’Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano e divenne maestra elementare. Ma la sua vera strada era la politica: una politica intesa in senso lato, come attenzione ai problemi sociali, a quelli del lavoro, alla vita quotidiana oltre che alla gestione della cosa pubblica.
Nei primi vent’anni dopo la liberazione fu sindacalista, impegnandosi intanto attivamente nella Democrazia cristiana (Dc) fino a diventare, nel 1959, membro del suo consiglio nazionale. Nel 1968 fu eletta per la prima volta alla camera dei deputati, carica che mantenne per molte legislature, fino al 1992. Durante gli anni dei suoi mandati parlamentari, fece parte delle commissioni su lavoro e previdenza sociale, igiene e sanità, affari sociali. Dopo essere stata tre volte sottosegretario, divenne nel 1976, sotto la presidenza di Andreotti, ministro del lavoro e della previdenza sociale.
Era la prima donna a occupare quel ruolo in Italia, ed erano passati solo trent’anni dal voto che aveva portato le donne per la prima volta alle urne, nel 1946. In questa carica, Tina Anselmi fece approvare nel 1977 una legge che prevedeva la parità di trattamento e di assunzione sul lavoro fra uomini e donne. Era una battaglia che il ministro Anselmi combatteva da molti anni, da quando, nel 1962, al congresso di Napoli della Dc, in rappresentanza delle giovani donne democristiane, aveva sostenuto con determinazione, rompendo molti tabù, la necessità di cambiare la legislazione per sostenere i diritti delle donne lavoratrici. Anche sua fu, più tardi, nel 1993, la clausola «di genere» che consentì l’aumento, nella nuova legge elettorale, delle elette donne e che, dando avvio all’introduzione del sistema delle quote, suscitò molte polemiche. Ma se nel 1986 la percentuale delle donne elette al parlamento era del 6 per cento, nel 2017 era del 30 per cento.
Dal 1978 al 1979 Tina Anselmi fu ministro della sanità, in due successivi governi Andreotti. E anche qui legò il suo nome a una riforma di grande importanza, quella sul Servizio sanitario nazionale, che attuava quel diritto alla salute che era stato sancito dalla Costituzione: «La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti». Fu una riforma inizialmente molto osteggiata, soprattutto da parte dei medici. Così Tina Anselmi la raccontava nel 2003: «Devo dire che in quegli anni, segnati da posizioni molto diversificate, sicuramente c’era lo scontro. E tuttavia esisteva un’adesione di fondo a quel principio sul quale è stata costruita la riforma del Sistema sanitario italiano: l’adesione ai valori su cui costruire la tutela e il diritto del cittadino ad avere una garanzia da parte dello stato per quanto riguarda la sua integrità. Per costruire un sistema che assumesse, come suo valore fondante, la tutela della persona».
Due riforme, quindi, quelle da lei messe in atto, di grande portata, fra quelle che più hanno inciso sulla società italiana degli ultimi cinquant’anni. Ma Tina Anselmi ha lasciato il suo nome legato anche a un’altra questione di grande importanza nel mondo politico italiano. Sono gli anni del terrorismo, sono gli anni dell’assassinio di Moro, a cui Tina Anselmi era molto legata. Tre anni dopo la sua morte, nel 1981 fu scelta a presiedere la Commissione parlamentare d’inchiesta che doveva far luce sulla loggia massonica P2. Era un incarico che la avrebbe esposta a minacce di ogni tipo, portandola a scavare in trame oscure che avevano segnato pesantemente la storia del paese. Era però anche uno straordinario riconoscimento della sua profonda e indiscussa onestà politica. Un’onestà che si leggeva anche sul suo volto, aperto, pulito e coraggioso.
Tina Anselmi si convinse che fra l’assassinio di Moro e le vicende legate alla loggia P2 ci fosse stato uno stretto collegamento, che ambedue le vicende avessero rappresentato soprattutto una minaccia alla democrazia italiana. E lo si vede nella relazione di maggioranza della Commissione sulla P2, che porta la sua firma e che contiene l’affermazione netta che la P2, per le connivenze stabilite in ogni direzione e a ogni livello e per le attività poste in essere, aveva costituito motivo di pericolo per la compiuta realizzazione del sistema democratico. Affermazioni analoghe farà, negli anni successivi, parlando del caso Moro. Conclusioni che la esposero, questa volta, non agli attentati ma alla delegittimazione, al ridicolo, ad accuse di dietrologia. Quel che è certo, però, è che, dopo la conclusione della Commissione parlamentare d’inchiesta, Tina Anselmi non fu più candidata al parlamento e che nel partito ebbe una posizione sempre più marginale. Ricoprì ancora, alla fine degli anni novanta, l’incarico di presidente della Commissione di indagine sui beni sottratti ai cittadini ebrei negli anni delle persecuzioni antisemite (1938-1945), lavorando a stretto contatto con Tullia Zevi, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane e facendo emergere, contro l’opinione comune, il cieco zelo con cui in Italia la burocrazia aveva messo in atto le leggi razziste del 1938.
La sua profonda onestà, il carisma di cui godeva, portarono il suo nome fra quello dei candidati alla presidenza della repubblica nel 1992, dopo la presidenza di Cossiga. Ebbe 19 voti e fu eletto Oscar Luigi Scalfaro. Morì quasi novantenne nel 2016. Nello stesso anno le era stato dedicato un francobollo, onore che in genere non viene tributato a chi è ancora in vita. Fu in tutti i sensi una donna di valore. Grazie a lei possiamo dire che la democrazia italiana non ha avuto solo padri ma anche madri.
(Donne chiesa mondo – L’Osservatore Romano, 2 luglio 2018)
Questa volta le nostre riflessioni hanno preso avvio dalle bambine e dai bambini. Come guardano il mondo, la città, che cosa desiderano, che cosa sognano, che cosa vivono. Le nostre parole sono nate dall’immagine del corpo di Aylan, col capo riverso sulla riva del mare di Bodrum, della piccola Fortuna “caduta” dal quinto piano di un palazzo di Caivano. Ma anche dai corpi dei bambini e delle bambine che giocano tra i vicoli di Napoli, che corrono, stanno fermi, siedono nei banchi delle scuole, si affacciano al mondo dei social networks, sono catturati da un mercato invadente e pervasivo, ridono felici, piangono, immaginano, sognano o hanno smesso di sognare. Abbiamo giocato a creare dei punti di avvistamento a partire dal loro sguardo. Non per metterci al loro posto, ma per creare una sintonia tra loro e noi, provando a guardare la città con il filtro dei loro occhi. Ci siamo chieste che ruolo gioca nell’infanzia e nella prima adolescenza oggi la differenza sessuale, abbiamo iniziato a pensare alle bambine, alle ragazze e al mondo che le aspetta così come a quello che si aspettano dal mondo. Abbiamo pensato a tutto questo a partire dalle relazioni con le nostre figlie e i nostri figli, ma anche con i figli che non abbiamo avuto, con quelli che abbiamo desiderato ma non sono venuti, con quelli che verranno. Guardare la città dal punto di avvistamento delle ragazzine ci ha schiuso un ampio ventaglio di problemi: la questione dei modelli e degli stereotipi legati alla differenza sessuale, della libertà femminile che a ogni generazione si rinnova, delle relazioni nel mondo del virtuale, dei corpi e della loro vulnerabilità, della sicurezza e della violenza. Perché partire da qui, dal punto di vista delle bambine?
Indice
Lettrice dell’editoriale – Cinzia Mastrodomenico
Pigiama Party – Stefania Tarantino
Tra misura e sorpresa – Tristana Dini
Lettera ai figli – Anna Correale
Tra terra e mare – Mariagrazia Gravina
Ci sono anch’io – Nadia Nappo
La casa dell’infanzia – Lucia Mastrodomenico
(www.adateoriafemminista.it, 8 dicembre 2016)
Un tale, che si firma Carlo T., ha scritto al Corriere della sera per suggerire al governo di mettere nel suo programma la fine della legge Merlin. Non si risolverebbe la questione, dice, ma le “professioniste del lavoro più antico del mondo” (le virgolette sono di Carlo T.) sarebbero più tutelate… Segue un elenco in crescendo di benefici per le donne. Carlo T. sa in partenza che ciò non risolverebbe la questione, ma in che cosa questa consista, non lo dice. Un mio conoscente, parlando della giustizia dovuta alle donne, mi ha confidato: “il problema, professoressa, è che noi uomini abbiamo questa debolezza” e ha fatto un gesto allusivo della mano al basso-basso ventre. A questo pensava, sotto-sotto, Carlo T.?
Gli risponde Aldo Cazzullo. Detto per inciso, la risposta mi pare un segnale che ai nostri giorni la società maschile sta imparando a parlare bene delle donne, vale a dire: in favore, con cognizione di causa e con intelligenza. Due sono i punti notevoli. Primo: l’elogio di Lina Merlin cui segue un ben motivato no alla proposta del lettore. Secondo: il ricordo degli anarchici che, durante la guerra civile di Spagna, provarono ad abolire la prostituzione e si resero conto che, per riuscirci, “ci voleva una rivoluzione sessuale”.
Aldo Cazzullo commenta che la rivoluzione sessuale c’è stata davvero ma la prostituzione non è scomparsa. A che cosa si riferisce? Per quello che sappiamo, la rivoluzione sessuale è ancora in corso, basta pensare al recente scandalo di Hollywood, un macigno caduto in acque stagnanti con effetti di cui si è parlato e si continuerà a parlare molto. Tra gli effetti, si annuncia anche quello cercato a suo tempo dagli anarchici.
La legge Merlin, giustamente difesa da Aldo Cazzullo, ha una caratteristica ben nota a quelli che devono applicarla: su ciò che accade tra l’uomo che cerca servizi sessuali a pagamento e la donna disposta a questo scambio, non si pronuncia. Che cosa vuol dire questo silenzio? Chi coglie lo spirito della legge Merlin, lo intuisce; chi, in più, conosce la donna che le ha dato il suo nome, non può non saperlo: con il suo silenzio la legge guarda verso la fine della prostituzione.
In questo silenzio ora risuonano le parole di Rachel Moran che, dopo aver passato nella prostituzione la sua prima giovinezza, tra i quindici e i ventidue anni, aiutandosi con la cocaina, è uscita da entrambe le servitù e ha scritto Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione (Paid for. My Journey Through Prostitution, Dublino 2013). Leggendolo, ho pensato: più avanti della legge Merlin c’è solo questo libro. E dopo questo libro, c’è solo la fine della prostituzione. (Luisa Muraro)
Aldo Cazzullo, Perché non ha senso riaprire le case chiuse, Corriere della sera 24 giugno 2018, p. 27.
(www.libreriadelledonne.it, 29 giugno 2018)
Il diritto della madre: uscire dalla simmetria giuridica dei sessi nella procreazione
Convegno presso l’Università degli Studi di Milano, Facoltà di Scienze politiche, economiche e sociali, via Conservatorio 7, 29 novembre 2018, Sala Lauree.
Comitato scientifico: Valentina Calderai (Diritto privato, Università di Pisa), Daniela Danna (Sociologia, Università di Milano), Olivia Guaraldo (Filosofia politica, Università di Verona), Silvia Niccolai (Diritto costituzionale, Università di Cagliari), Elisa Olivito (Diritto costituzionale, Università di Roma), Susanna Pozzolo (Filosofia del diritto, Università di Brescia), Monica Santoro (Sociologia, Università di Milano)
Il convegno intende stimolare una riflessione delle giuriste e di tutti coloro che studiano la società intorno ad una coppia di domande: ci chiediamo se sotto la rivisitazione paritaria e neutra, che ha interessato nel corso degli anni il diritto di famiglia, non sia all’opera ancora, o nuovamente, un diritto prevalente del padre, e se questo assetto non possa essere ripensato, alla luce del patrimonio del pensiero femminista nel diritto. A questo pensiero intendiamo richiamarci, nelle sue ricche sfaccettature, che annoverano figure e percorsi diversi, ma sono tutte accomunate dalla critica nei confronti dell’automatismo della parità e dell’aspirazione alla mera simmetria dei sessi; riflessioni che hanno saputo sempre, partendo dalle donne, parlare del mondo, riconoscendo e criticando i modelli di convivenza che si sono venuti affermando, i quali condizionano e influenzano, anche, l’argomentazione giuridica e la riflessione sociale.
Si pensi all’elaborazione della nozione di ‘uguaglianza valutativa’ di Letizia Gianformaggio; all’ampia riflessione che approfondisce l’intreccio fra capitalismo e patriarcato e, in questa cornice, alle considerazioni di Carole Pateman sul ‘contratto sessuale’ e sulle ambiguità del concetto di ‘genere’; oppure alla riflessione che coglie, con Martha Fineman, il legame tra la “neutralizzazione” della madre e le esigenze del mercato. Oppure, agli studi che hanno riconosciuto nella medicalizzazione del corpo femminile, della gestazione e del parto, l’annuncio di una idea di soggettività e di socializzazione basate sulla ‘managerializzazione del sé’, che si sono col tempo rivelate cruciali nella costruzione della governamentalità ‘neo-liberale’, come nella lettura di Barbara Duden; e ancora alle ‘istituzioni della maternità’ di cui parla Adrienne Rich, che possono assumere storicamente forme diverse, ma riproporre identiche finalità espropriative e di controllo sulle donne, in particolare nella surrogazione di maternità.
Molti sono gli ambiti che si aprono e che possono essere esplorati, sia in chiave di diritto positivo, sia di analisi filosofica e sociologica, a partire da una riflessione volta a interrogare problematicamente una simmetria giuridica dei sessi nella procreazione che neutralizza la donna.
In particolare, da un lato, è stato da lungo tempo sottolineato che l’approccio ‘neutro’ ai temi della famiglia in nome della “parità” e della “fungibilità tra i sessi” può nascondere una nuova insidiosa discriminazione, nel senso di un trattamento incongruo e inappropriato, e di una perpetua svalorizzazione, nei confronti dell’esperienza femminile. Oggi, sul terreno della concreta esperienza giuridica, segnali significativi di simili insidie vengono chiaramente alla luce quando, in nome di un interesse superiore del minore tutto declinato nel cono di un principio paritario di bi-genitorialità, l’applicazione dell’affido condiviso apre a tragiche contraddizioni nei casi di conflittualità e di violenza. Più equa ci appare una prospettiva che, ben oltre il discorso individualista e il suo correlato paritario – oggi egemoni nel diritto – faccia spazio, proprio nel diritto, a una concezione costitutivamente relazionale della soggettività, nei suoi aspetti più concreti e materiali.
D’altro lato, è consolidata la consapevolezza che la famiglia, organismo centrale nell’autonomia sociale, risente delle dinamiche interpretative e delle pratiche che interessano il “governo” delle soggettività, e l’idea stessa di individuo e di persona, pratiche che hanno un loro centro nevralgico nella regolazione della fecondità femminile e degli istituti connessi. In questo quadro, rappresenta una sfida interrogare, per un verso, il concetto neutro di ‘omogenitorialità’– che si sostituisce a espressioni, sessuate, quali ‘doppia maternità’ e ‘doppia paternità’ – e, per l’altro verso, confrontare la rivendicazione di un principio neutro di “genitorialità alla nascita” con il principio mater semper certa – universale fino all’introduzione dell’istituto giuridico della surrogazione di maternità in California con Johnson v Calvert (1993). Riteniamo che la regula juris del mater semper certa possa essere interpretata oggi in chiave favorevole a nuove dimensioni di libertà femminile, traducibili in istituti giuridici capaci di rispecchiare la differenza sessuale.
In questa cornice possiamo enucleare, esemplificativamente, alcune domande:
- È possibile sviluppare un “universalismo” a partire dalla prospettiva femminista o l’analisi femminista deve essere annoverata tra quelle politiche “parziali” e/o di parte?
- Si può andare oltre l’anatema “essenzialista” che colpisce ogni uso politico e intellettuale dell’idea di differenza sessuale?
- Quali sono le connessioni tra prospettiva femminista e critica all’intreccio tra capitalismo e patriarcato?
- Come tener conto della differenza sessuale nella generazione e nella filiazione?
- Quali i percorsi della soggettività giuridica e dell’idea di libertà nelle visuali critiche del diritto, giusfemministe e della differenza sessuale?
- Donna, concepito, terzi: come individuare la libertà femminile nella generazione, in una scena della filiazione sempre affollata da ulteriori interessi?
All’interno di queste linee, possono essere individuati ambiti più specifici per l’indagine teorica e/o empirica, ad esempio:
- la filosofia e le applicazioni della legge che impone l’affido condiviso (e il collocamento della prole);
- il concetto di ‘bi-genitorialità’;
- il tema (e una definizione) dell’‘interesse del minore’;
- la surrogazione di maternità
- status familiari e riproducibilità tecnica della procreazione: l’impatto delle nuove tecnologie sulle istituzioni giuridiche della parentela;
- prospettive di analisi economica e giuridica del mercato della riproduzione umana;
- differenza sessuale e procreazione delle “coppie same-sex”;
- il nuovo lessico dei tribunali minorili e l’idea di famiglia che ne emerge;
- come cambiano l’idea di famiglia e di libertà nella generazione quando si inserisce come parametro il “progetto di genitorialità”;
- come può ripensarsi il diritto a partire da una soggettività costitutivamente in relazione.
BIBLIOGRAFIA DI RIFERIMENTO
Ci piacerebbe che alcune opere fossero comune riferimento nel dibattito fra noi. Ne elenchiamo alcune, ma volentieri ne recepiremo altre che ci verranno suggerite: C. Pateman, Il contratto sessuale, Nuova ed. Moretti e Vitali, 2015 – A. Rich, Nato di donna (1977), trad. it. Garzanti, 1996. – B. Duden, Il corpo della donna come luogo pubblico (1991), trad. it. Bollati Boringhieri, 1996 – B. Duden, L’epoca della schizo-percezione, in A. Buttarelli, F. Giardini, Il pensiero dell’esperienza, Baldini Castoldi Dalai, 2008, p. 109-140. – S. Federici, L. Fortunati, Il grande Calibano, Franco Angeli, 1984 – I. Praetorius, Penelope a Davos. Idee femministe per una economia globale, Quaderni di Via Dogana, Milano, Libreria delle donne 2011- I. Praetorius, L’economia è cura. La riscoperta dell’ovvio, IOD edizioni, 2016 – L. Gianformaggio, Eguaglianza donne e diritto, Il Mulino, 2005 – Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier, 1987 – M. Minow, The Supreme Court 1986 term. Foreword: justice engendered, in Harvard Law Review, vol. 101, 1987, pp. 10-95 – A. Cavarero, Il modello democratico nell’orizzonte della differenza sessuale, in Democrazia e Diritto, n. 2, 1990, pp. 221-241.
CALL FOR PAPER
Invitiamo le studiose e gli studiosi che sentono interesse per i temi che abbiamo delineato a inviare una proposta di paper entro il 15 settembre 2018 all’indirizzo mater.iuris@unimi.it
La proposta dovrà contenere il titolo dell’intervento e un abstract di circa 1.800 caratteri.
Coloro la cui proposta sarà accettata riceveranno comunicazione entro il 30 settembre.
Dopo lo svolgimento della giornata di lavoro, in considerazione dei risultati, stabiliremo se e come proseguire l’esperienza con una pubblicazione.
(www.libreriadelledonne.it, 28 giugno 2018)

Marirì Martinengo e Laura Minguzzi ci comunicano che il Parco delle Favole, collocato a Nord di Milano, nel quartiere Affori, avrà un nome proprio di donna: Parco delle Favole voluto da Luciana Cella Guffanti. La Giunta Comunale di Milano con un provvedimento ad hoc in data 8 giugno 2018 ha approvato la richiesta di modificare la denominazione precedente. Per realizzare questo parco, cioè trasformare a verde un terreno desolato, Luciana aveva lottato a lungo, coinvolgendo con il suo amore per la bellezza e la natura abitanti, scuole, istituzioni locali ed europee. Riuscì anche a scongiurare un progetto interregionale di costruzione di una grande arteria che avrebbe semidistrutto il parco. Luciana ha vinto le sue battaglie e realizzato il suo sogno, che oggi vive di per sé, nel suo nome. È stato così dato riconoscimento pubblico alla fondatrice di una impresa femminile e la storia non è stata cancellata.
(www.libreriadelledonne.it, 28 giugno 2018)
di Angela Manganaro
Alexandria Ocasio-Cortez ha scioccato la sinistra d’America. Una donna di ventotto anni di origine latino- americana che ha lavorato per la campagna presidenziale del socialista Bernie Sanders vince le primarie democratiche per il seggio alla Camera di metà mandato, il voto del prossimo novembre. Non stupisce il profilo, al contrario Ocasio-Cortez sembra la candidata perfetta in tempi di movimentismo e MeToo; fa però riflettere e discutere che abbia battuto Joe Crowley, veterano di 56 anni che avrebbe dovuto essere il prossimo speaker democratico della Camera a posto di Nancy Pelosi; e la sconfitta ha ancora più significato perché è stata decisa dai newyorkesi , i liberal più convinti e anche tradizionalmente ortodossi (qui alle primarie presidenziali 2016 Hillary Clinton battè nettamente Bernie Sanders).
Questa bella ragazza con poca esperienza ha portato avanti un programma da attivista, leggi sull’immigrazione più di sinistra in un momento in cui il presidente Trump ha radicalizzato la questione, estensioni del Medicare, programma sanitario a tutti e non solo ai meno abbienti, il problema casa a New York che sicuramente ha attirato il voto dei più giovani. È stata anche la candidata anti Wall Street perché vuole ripristinare il famoso Glass Steagall Act, una legge varata negli anni della Depressione che per circa sessanta anni ha separato l’investment banking dai crediti ai privati, legge abrogata nel 1999 – per volontà della maggioranza repubblicana ma firmata da Bill Clinton – concausa per molti della disastrosa crisi finaziaria del 2007-2008.
Alexandria, considerata folle a correre contro un peso massimo del partito in una città che non si era fatta ammaliare dalle promesse radicali di Sanders, ha vinto nel Bronx e nel Queens, i due borough meno ricchi e con più immigrati. Il suo video elettorale è tutto girato in una New York senza turisti e grattacieli, né la sofisticata Manhattan né la Brooklyn di gran moda ma anonime e pur riconoscibili strade newyorkesi, circoli in cui ancora regge il vecchio modo di fare politica, la metropolitana, la chiesa di quartiere.
Un ritorno al local che vediamo ovunque anche in Europa, voglia di cambiare ma anche di rispecchiarsi in una identità che punisce i candidati scontati, deboli che anestetizzano la vita del partito. Ora il vecchio partito democratico ha la possibilità di evitare la fine dell’establishment repubblicano annichilito dalla vittoria di Trump.
Alexandria è la prova che anche chi volta dem non accetta più un leader e un establishment selezionati con i vecchi metodi che portano avanti politiche comunque moderate che guardano al centro (dai Clinton Bill e Hillary a Obama la linea non è in sostanza mai cambiata). «È tempo di riconoscere che non tutti i democratici sono uguali» dice Ocasio-Cortez nel suo video ora virale su Youtube.
Alexandria non è un caso isolato, i candidati dem tradizionali soffrono un po’ ovunque a vantaggio degli outsider. Donald Trump salta addosso agli sconfitti, in particolare a Crowley che è esattamente l’esempio di vecchio politico per giunta democratico che il presidente detesta.
La vittoria di questa trentenne che alcuni definiscono socialista fa brillare soprattutto l’assenza di una vera guida perché dopo la sconfitta di Hillary Clinton nessuno ha voluto prenderne il posto, anche per non bruciarsi in vista della corsa alla Casa Bianca 2020. Intanto è bruciata la candidatura di Mark Zuckerberg danneggiato dallo scandalo Cambridge Analytica, sembra dissolta l’ipotesi Oprah Winfrey ed è ancora tutta da definire una discesa in campo di Howard Schultz, ex amministratore delegato di Starbucks.
(Il Sole 24 Ore, 27 giugno 2018)