Da molti anni siamo stati spesso ospiti e interlocutori della Casa Internazionale delle Donne di Roma, come di altri luoghi di relazione e di pratica politica aperti nel nostro paese dal femminismo.

Consideriamo incomprensibile e inaccettabile la posizione assunta fino a oggi dall’Amministrazione comunale di Roma, che sembra incapace di riconoscere l’evidente realtà che la Casa – come ha detto Dacia Maraini – «ha prodotto cultura e ha prodotto servizi. A titolo completamente gratuito. E questo è il patrimonio. Qualsiasi città civile ne terrebbe conto e ci investirebbe».

Prendiamo la parola come uomini non solo per esprimere solidarietà alle amiche della Casa e a tutte le donne e le organizzazioni femminili impegnate nella difesa e nel rilancio di questo luogo. Crediamo infatti che la nuova storia inaugurata dal femminismo e dai movimenti delle donne nel nostro tempo sia una occasione di nuova libertà e di una più alta consapevolezza di sé anche per noi maschi, e per una più ricca vita delle relazioni tra i due sessi e tra tutte le persone, di ogni orientamento sessuale.
L’esistenza e la diffusione di luoghi come la Casa e degli incontri tra esperienze e culture diverse che vi si realizzano è un bene prezioso per la vita delle città, per la convivenza umana e civile, tanto più oggi, quando di fronte al mutamento aperto da tante battaglie di libertà risorgono i fantasmi orrendi del razzismo, del sessismo, della violenza maschile contro le donne e contro chiunque è considerato diverso o nemico.
Non è dunque accettabile, per noi, che il ruolo e il valore della realtà della Casa Internazionale delle Donne venga ridotto al conto dei costi economici e delle regole burocratiche.
Ci rivolgiamo a tutti gli uomini – e specialmente a quelli che hanno responsabilità nei mondi della politica, delle istituzioni, dell’informazione, del tessuto delle attività sociali e culturali – a Roma e nel resto del paese, perché si impegnino con noi in questa battaglia di civiltà, e nel confronto che è necessario.

Quello della Casa Internazionale delle Donne di Roma non è peraltro l’unico caso di conflitto sull’uso e il ruolo di spazi aperti alla cura delle relazioni sociali e di beni culturali e materiali pubblici.
Segnaliamo in particolare la situazione della Casa delle Donne di Viareggio, la cui sede è messa in discussione dall’Amministrazione comunale, senza che, anche in questo caso, sia stato possibile finora un confronto costruttivo.

È in gioco qualcosa di grande significato che ci riguarda tutti e tutte.

 ***  Mauro Adil, Fabio Bonacina, Antonio Canova, Mario Castiglioni, Marco Cazzaniga, Lino Ceccarelli, Stefano Ciccone, Riccardo Corrieri, Nino De Giosa, Andrea de Giacomo, Giuliano Dallemura, Marco Deriu, Franco Fazzini, Gianni Ferronato, Mario Gritti, Orazio Leggiero, Alberto Leiss, Giovanni Leonidi, Claudio Lenci, Giacomo Mambriani, Jones Mannino, Domenico Matarozzo, Alessio Miceli, Gianfranco Neri, Francesco Panetta, Jacopo Piampiani, Roberto Poggi, Ermanno Porro, Giovanni Pugliese, Fabrizio Roncarati, Gianluca Ricciato, Roberto Sanpietro, Mario Simoncini, Claudio Tognonato, Giancarlo Viganò, Alberto Villa, Danilo Villa.

I firmatari fanno parte della Rete di Maschile plurale e di alcuni gruppi locali:
Maschile in gioco – Roma, Gruppo Uomini Viareggio, Livorno Uomini Insieme (LUI), Gruppo Uomini Monza-Brianza, Gruppo Uomini Verona, Cerchio degli uomini – Torino, Uomini in gioco – Bari, Associazione Identità e Differenza

(Il manifesto, 17/08/2018)

di Lia Cigarini e Luisa Muraro

«Cibo dell’anima, cibo del corpo» è la formula coniata da Ida Faré per un ciclo di conferenze seguito da uno speciale aperitivo. Accadeva nei locali della Libreria delle donne di Milano, non si trattava solo di convivialità ma di un suo originale impegno politico. Dal 2001, cioè da quando la Libreria ha cambiato sede, Ida Faré ha scelto questo luogo per dare vita a quello che lei e altre, riunite nel gruppo Estia, hanno chiamato «cucina relazionale». Estia è il nome dell’antichissima dea del focolare, con questo nome il gruppo ha pubblicato Fuochi, un quaderno di Via Dogana presentato a Cascina Triulza durante Expo 2015.

La vita di Ida è costella di figli, quattro (Marta, Caterina, Nicola, Ernesto) e di impegni politici. Tra questi ultimi spicca l’apertura di un circolo femminista nella milanese facoltà di Architettura. Si chiamava Vanda, il suo tema focale, modi di abitare delle donne, ha continuato a ispirare ricerche, iniziative e pubblicazioni. La più recente è LabMi, primum vivere che Ida ha seguito fino all’ultimo.

È morta l’8 agosto, a casa sua, vicino ai suoi figli dopo una breve malattia. Amava cucinare, sapeva scrivere (La mia signora, Malamore), aveva passione politica. Era ospitale e inventiva, tra le sue invenzioni brilla l’effimera ma memorabile comparsa della rivista Grattacielo nel 1980, durata 9 numeri. Fu un tentativo di femminismo fuori dagli schemi.

(27esimaora.corriere.it, 13 agosto 2018)

Ciao volevamo partecipare il nostro grande dolore per la morte di Ida Faré con cui, come donne delle Città vicine, abbiamo condiviso un lungo percorso di vita e di passione.
Ida é stata una donna splendida, autorevole e tenera.
Un grande abbraccio a tutte /i.

Giusi Milazzo

di Luciana Castellina

Lutti. Se ne è andata una donna bellissima, intelligente, vitalissima

Ida Farè se ne è andata. Per noi vecchi che l’abbiamo conosciuta a ridosso del ’68 la sua immagine è ancora quella di una donna bellissima, intelligente, vitalissima, soprattutto curiosa di ogni nuovo fenomeno che si cominciava ad avvertire e lei ci si buttava dentro, per capirlo, interpretarlo, imporlo alle più lenti e reticenti sinistre di cui è stata militante: Avanguardia Operaia all’inizio (a Milano fu, subito dopo il ’68, per quasi tutti così), poi approdata alla redazione del manifesto, dove per molti anni è stata firma sempre originale e significativa. L’ampiezza delle sue esplorazioni culturali si capisce proprio dai titoli dei suoi articoli, che cominciano alla metà degli anni ’70 e continuano quasi quotidianamente per più di un decennio: ambiente, salute, nucleare, e, naturalmente, la cronaca politica, gli anni del terrorismo, che segue con attenzione per cercare di capire e su cui scrive anche un libro diventato famoso: Mara e la altre.

Ma il suo contributo fondamentale Ida l’ha dato sulla questione delle donne, una precorritrice, anzi, con la rivista Il Grattacielo, gestita assieme ad Anna Maria Rodari. Solo la prima di una quantità di iniziative, reti, gruppi, circoli, pubblicazioni femministe. È stata parte essenziale del femminismo della differenza, quello che si è poi raccolto nella Libreria delle donne di Milano e nella rivista Via Dogana. Ma la sua posizione si è distinta per l’attenzione posta a quella specifica differenza della donna che è la maternità, da lei vissuta intensamente, come madre di quattro figli e sempre attenta al fare domestico delle donne, al loro corpo. Al loro modo di abitare, di vivere la città. È proprio questo aspetto quello di cui Ida si occupa nel suo insegnamento alla facoltà di architettura del Politecnico di Milano , dove ha tenuto il corso intitolato «I modi dell’abitare», e, attorno a questo, ha costruito «La comunità accademica»: un luogo di riflessione, aperto a studenti e non, sede di indagine, anche questa, sulla differenza di genere.

Di questa esperienza parla anche in un lungo articolo del 2000, forse l’ultimo sul manifesto, scritto con Corrado Levi, traendone considerazioni più generali sul «fare politica oggi». «Sembrano lontani i tempi in cui la politica si nutriva delle esperienze dei movimenti e le filtrava come linfa vitale verso, con, e talvolta contro le pratiche istituzionali – scrive. Eppure a ben pensarci – prosegue l’articolo – la ’parola’ delle cose che accadono diventa ’lingua’ dentro il sistema politico ed è ancora la sostanza della storia del mondo, o, dei mondi, come si dice adesso. I movimenti degli anni 70 che hanno cambiato il volto del nostro paese non ci sono più, o forse si sono polverizzati emigrando nei buchi neri dell’universo. Ma altri spiriti del tempo agiscono, visibili o nascosti, turbano o forse interrompono la dialettica tra politica e società». E di recente, su La rivista del Manifesto del giugno 2000, Aldo Bonomi e Marco Revelli, rispondendo a Rossana Rossanda, si interrogano sullo iato irreparabile tra moltitudine atomizzata e società politica, proponendo, rispetto a tornare a praticare il terreno della statualità, il valore di legame, nell’intento di ricostruire un tessuto, punti di condensazione, spazi, momenti di resistenza anche’ dal basso’. Come contributo in questa ottica nasce questo articolo che dice di un’esperienza universitaria, limitata certo, ma crediamo «didattico-politica», con un significato particolare-generale per la pratica di autoriflessione nel procedere del fare e per la generalità delle tematiche attraversate».

Negli ultimi anni, provata dal dolore per la perdita di un figlio, piegata da molti malanni, Ida aveva inventato un altro suo specialissimo modo per far vivere il suo punto di vista: veniva a cucinare alla Libreria delle donne, quando, nel weekend e generalmente a seguito di un qualche dibattito, si cenava tutte e tutti assieme. Era la cucina relazionale come pratica politica, anche titolo di uno dei suoi ultimi libri. Con Luisa Muraro avevano avviato un ciclo filosofico su «cibo dell’anima e cibo del corpo», e di qui anche una conferenza dedicata ad Estia, dea del focolare.
È in quella cucina della Libreria delle donne che ho visto Ida l’ultima volta, non molto tempo fa. Mi ha anche regalato un prezioso libro di ricette femministe.
Come è triste sapere che non ci sarà più.

 

(il manifesto, 10 luglio 2018)

di redazione Dinamopress

38 no, 31 sì, 2 astenuti. Il Senato argentino vota contro milioni di donne scese in piazza in questi mesi. Due giorni fa, l’ultima morte per aborto di una ragazza di 22 anni. “Ma noi abbiamo appena cominciato”, dicono dentro la Marea verde

A Buenos Aires la notizia era nell’aria già da ore, diversi cambi di fronte degli ultimi giorni avevano reso la situazione molto difficile. Nonostante ciò, il risultato del voto sulla legge per far emergere l’aborto dalla clandestinità lascia l’amaro in bocca e una grande rabbia nel cuore.

38 no, 31 sì e 2 astenuti, nel Parlamento. Fuori, una manifestazione imponente di più di 2 milioni di persone. La decisione di 7 senatori costringerà le donne argentine a continuare a rischiare il carcere per interrompere le gravidanze non desiderate e a morire di aborto. Il movimento femminista ha ribattezzato queste morti “femminicidi di Stato”. Sono oltre 3mila dalla fine della dittatura, nel 1983. L’ultima è di soli due giorni fa: Liliana Herrera aveva 22 anni.

Con questo voto, il Senato segna una definitiva e insanabile lontananza dalla società. Quello che è successo questa notte dentro il Parlamento argentino non rimarrà senza effetti. Fuori e dentro le istituzioni.

La proposta di legge per legalizzare l’aborto era stata presentata per l’ottava volta dalla Campagna nazionale per l’aborto libero, legale e gratuito. Non era mai arrivata così avanti. E questo grazie alle straordinarie mobilitazioni che negli ultimi mesi hanno scosso il Paese.

L’ultima, e forse la più incredibile, quella di ieri: dalle 10 di mattina fino al voto finale, intorno alle 3 di notte, ora locale. Oltre 2 milioni di donne hanno circondato e assediato il Parlamento, inondando le strade del centro della città.

“Mañana seguimos” e “Esto recién empieza” hanno detto subito dentro la Marea verde. Il movimento, comunque, ha già vinto nelle strade: creando forme di sorellanza per garantire e tutelare, pur nell’illegalità, la possibilità di abortire; trasformando questo diritto in un tema centrale dell’agenda politica; scontrandosi con la stigmatizzazione riservata alle donne che interrompono la gravidanza.

Purtroppo, bisognerà attendere ancora perché l’aborto sia riconosciuto e legalizzato. Ma la strada è segnata e tornare indietro è impossibile.

Intanto nella notte a Buenos Aires lacrimogeni e cariche davanti al Congresso. Si parla di alcune donne ferite e otto arresti.

(dinamopress.it, 9 agosto 2018)

di Francesca Sironi  

Tutto intornoleader che appassiscono nel tempo di una giostra; partiti che sbandano di fronte al razzismo, alle istituzioni svuotate via Facebook, alle prospettive di lavoro erose, a un’Europa impegnata a costruire barriere. In un panorama così, Ada Colau sembra parlare davvero dalla luna rossa dell’altra notte, mentre discute “fiducia”, “democrazie aperte”, “potere ai cittadini”.

Però non solo ne discute, cerca anche di scansare il rischio di accordarsi alla retorica, portando esempi di pratiche messe in campo nella sua città, che raccontino nel concreto la possibilità che lei vede, e in cui crede, di riformare dal basso «quest’Europa unita per le merci e i grandi patrimoni, non per le persone», partendo soprattutto dalle città, «dove davvero si può ricostruire la comunità, perché lo straniero, ad esempio, non è “l’altro” che spaventa ma è il mio vicino, è il papà che incontro a scuola».

Ada Colau è sindaco di Barcellona dal 2015. Eletta con “Barcelona en Comú”, lista civica che univa Podemos ad altre sigle, è arrivata all’istituzione dopo anni di militanza per il diritto alla casa, da attivista di strada, in prima fila contro gli sgomberi. Insieme a Podemos, è stata uno dei volti della primavera degli “indignati”, quando le novità sembravano promessa di un futuro solidale nei paesi europei.

Il vento ha fatto un altro giro, adesso le parole d’ordine ai governi sono frontiere, difesa, controllo. Davanti a questa china, Ada Colau continua a navigare controcorrente. E lo scontro con la realtà amministrativa non ha offuscato la sua voce. Anzi. I sondaggi dopo i primi due anni di mandato le davano un appoggio del 52,2 per cento fra i cittadini. Le ultime ricerche dicono che verrebbe riconfermata alla guida di Barcellona, alle prossime elezioni. E fuori dai confini, i movimenti progressisti si contendono la sua alleanza o il suo sostegno.

Sindaca, cos’ha Barcellona di così particolare? Perché la sua giunta sembra diventata un faro – fra i pochi – della sinistra?
«Perché siamo un gruppo di persone affiatate, credo, che si stanno impegnando al massimo. I dipendenti del municipio un giorno mi hanno detto: “Non avevamo mai visto dei politici lavorare così tanto”. Un funzionario, il responsabile della fiscalità generale, stava andando in pensione. Durante la festa organizzata dai colleghi per salutarlo, ha voluto dirci che siamo stati la prima giunta, in tutta la sua carriera, in cui nessuno gli ha chiesto di annullare una multa o fare un favore a un amico. Mi sono commossa.
Ma non ci basta essere “gli onesti”, quelli che gestiscono la città semplicemente in modo più corretto o trasparente. Non ci immaginavamo di arrivare qui, o di dover superare il momento più difficile del nostro Paese, con il referendum per l’indipendenza della Catalogna e la repressione fatta dal partito Popolare. Ma ora che abbiamo questa responsabilità, e sentiamo di dover essere ambiziosi: dobbiamo portare avanti politiche coraggiose. Penso ad esempio a quanto stiamo facendo sull’energia, un tema fondamentale per il futuro».

Ecco, esempi. Ne indichi alcuni.
«Quello che è successo con la privatizzazione dell’acqua, o con l’avanzata degli oligopoli nell’energia, è una delle molte spiegazioni del perché i partiti di sinistra abbiano perso credibilità: i consigli di amministrazione di queste aziende private, che gestiscono i servizi senza trasparenza e con prezzi altissimi, sono pieni di politici socialisti. A Barcellona abbiamo invece rimunicipalizzato le forniture, con un operatore pubblico che usa fonti rinnovabili e ci permette di essere sempre più autonomi. Mentre sull’acqua, grazie alle nuove regole per la partecipazione popolare che abbiamo varato, i comitati per l’acqua pubblica hanno potuto portare la loro proposta in consiglio comunale. Senza passare da un partito: direttamente, da cittadini, grazie alle firme raccolte. La multinazionale che aveva in gestione il servizio idrico ha allora ingaggiato grandi studi d’avvocati per farci causa. Intentando ricorso non solo sul caso specifico, ma contro l’intero sistema di regole per la partecipazione. La questione è ancora aperta ma intanto, di sicuro, ha dato visibilità a un dilemma politico che esisteva anche prima, ma nascosto. Ha messo sul tavolo cioè il dissidio cruciale, presente, fra gli interessi di quei privati e la possibilità di partecipazione da parte dei cittadini».

Partecipazione. È una delle parole chiave del “modello Barcellona”. Ma cosa vuol dire nei fatti?
«Aggiornare le forme delle nostre democrazie è fondamentale. La società è cambiata. Non può non cambiare anche il sistema dei partiti. Abbiamo bisogno di strutture più ibride, più simili alle comunità che devono rappresentare: il partito, con le sue gerarchie, i suoi riti chiusi, alla gente sembra avere come fine primario solo la sua continuazione, più che le risposte alle persone. Oggi bisogna ragionare per obiettivi concreti, per campagne e progetti, non per strutture. Non si tratta di proporre programmi chiusi a cui il cittadino aderisce e poi scompare. La fiducia persa dai politici per i troppi casi di corruzione, per la distanza dai problemi comuni, si riconquista attraverso una pratica democratica continua, con Internet e non solo. Di certo non può servire la tessera per avere voce. E per una partecipazione che non sia retorica, ma esercizio concreto della possibilità di intervenire e scegliere. Anche nelle stesse istituzioni: le burocrazie lente e ostili devono diventare uffici pubblici efficaci, moderni, in sintonia con il tempo. La società ci spinge a cambiare».

In Italia il movimento anti-casta che aveva fatto della partecipazione la propria bandiera e del cambiamento il proprio slogan, ora spartisce poltrone con la Lega sovranista e vaticina la fine del Parlamento.
«L’errore è sempre confondere gli obiettivi con gli strumenti. Gli strumenti non sono neutri né innocenti, possono essere più o meno orizzontali o trasparenti; e sono fondamentali. Ma restano strumenti. Però poi la politica è fatta dalle persone e dai loro obiettivi, idee, valori. Che per la sinistra restano sempre gli stessi: libertà, uguaglianza, fraternità. E devono essere continuamente riportati a pratiche sociali, reali».

Parlando di pratiche, lei come ha vissuto il passaggio da attivista a sindaca? Il compromesso del potere può solo inquinare le volontà?
«Dico sempre che io sono la stessa persona. Da attivista ho capito molto sul potere che hanno i cittadini; e oggi ho gli stessi obiettivi di allora: una democrazia più aperta. Fin dal primo giorno come sindaca, però, sono stata consapevole del mio nuovo ruolo. Quando hai un incarico istituzionale devi rendere conto a tutta la popolazione, non solo a chi la pensa come te. Da attivista cerchi gli affini, mentre da sindaca hai un’altra responsabilità. Hai un incarico, pagato con soldi pubblici, che ti richiede di ascoltare ogni parte della cittadinanza, allargare il consenso. Ma sul piano personale non c’è alcuna frattura».

Chi sono i suoi affini oggi? Dove sta la sinistra? 
«Innanzitutto nelle città. È dalle città che va rifondata l’Europa, dal basso. I giornali spagnoli mi chiedono continuamente: “Ci dica la verità, lei vuole competere per diventare premier”. Non mi credono quando rispondo di no. Considerano il Comune meno importante, ma è un’errore. La politica locale, in prospettiva, sarà sempre più centrale. Per questo sono molto concentrata su questa rete di città “fearless” – senza paura – che abbiamo fondato. Si è appena tenuto un congresso negli Stati Uniti: anche lì la resistenza a Trump si sta consolidando a partire dalle città. Ho conosciuto Alexandria Ocasio-Cortez (la giovane sfidante socialista di New York, ndr), siamo vicine. Abbiamo lo stesso obiettivo: trovare soluzioni ai problemi della gente. La rete che ho in mente unisce progetti, non abbiamo fretta di creare sovrastrutture. E poi ci sono le esperienze che ci accomunano come sindaci. Penso ad esempio a Napoli o Palermo con l’alleanza delle città rifugio, che vogliono accogliere. Come accade in esempi quali in Calabria Riace, che sono felice di conoscere finalmente di persona perché è una risposta bella, e concreta, a una politica codarda».

La questione migranti la spaventa?
«No. Mi fa vergognare. A Barcellona ci vergogniamo delle politiche degli Stati sui migranti. In quest’Europa tecnocratica garantiamo tutti i diritti ai grandi capitali ma abbiamo dimenticato le persone. Si crea ricchezza, ma la si distribuisce in modo ingiusto. E allora è più facile cedere al discorso dell’altro come “nemico che minaccia la nostra identità”. Ma noi non abbiamo paura. Di fronte alla terrificante crisi umanitaria del Mediterraneo, dove la criminale politica europea sta condannando a affogare migliaia di persone, abbiamo scelto di aiutare e sostenere in ogni modo la missione di Open Arms. Così come abbiamo investito risorse per dare consulenze legali a chi arriva e garantire che i profughi siano trattati da cittadini, con l’accesso a tutti i servizi municipali. Poi non sono ingenua: si tratta di dinamiche complesse, su cui l’Italia ha ragione a chiedere risposte comuni. Ma è proprio per quelle risposte comuni, europee, nel senso dell’apertura e della condivisione delle responsabilità però, che ci battiamo anche noi».

Il sentimento collettivo sembra soffiare però contro l’accoglienza. La chiusura dei porti viene applaudita, ha consensi.
«Una democrazia forte, che ha un progetto di futuro, non ha bisogno di chiudersi. Ma non voglio minimizzare. Fra gli errori più importanti della sinistra di sicuro c’è stato il non aver visto come il liberismo sfrenato stesse portando incertezze e paura nella popolazione: non sappiamo se domani avremo un lavoro, o la pensione, sappiamo che i nostri figli rischiano di stare peggio di noi; oltre alla minaccia del terrorismo globale. Sono paure vere, e legittime che non bisogna negare. Vanno guardate negli occhi. Per trovare però delle soluzioni concrete. Che ridiano spazio alla comunità. E non alla paura».

È possibile?
«Anche questa Europa vecchia e in crisi è piena di persone generose e di progetti straordinari. Abbiamo spesso una pessima idea di noi stessi, che diventa poi una profezia che si autoavvera. Mentre gli esempi da cui riprendere fiducia sono moltissimi. E il nostro compito, come diceva Italo Calvino, è proprio “cercare e saper riconoscere cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”».

(L’Espresso, 9 agosto 2018)

di Giovanna Branca


È un progetto che viene da lontano quello di Sembra mio figlio, il film di Costanza Quatriglio presentato fuori concorso a Locarno. Comincia infatti nel 2005, quando lavorando al suo documentario sui minori stranieri non accompagnati – Il mondo addosso – la regista incontra Mohammad Jan Azad, un ragazzo afghano.


«All’epoca – racconta Quatriglio – Jan era ancora minorenne e viveva in una casa famiglia. Anni dopo, nel 2010, mi ha raccontato di essere finalmente riuscito a contattare sua madre, che credeva ormai persa per sempre», ma che cercava di rintracciare fin da quando era fuggito dall’Afghanistan. È da qui che nasce la storia di Ismail (Basir Ahang) e di suo fratello Hassan (Dawood Youssefi), scappati in Italia dall’Afghanistan da bambini in quanto appartenenti all’etnia hazara, perseguitata dai talebani.

La telefonata tanto attesa con la madre è quasi un punto d’approdo per Jan, e nel rapporto tra di voi, mentre nel film vediamo subito la conversazione tra Ismail e la madre.
Il fatto che Jan mi abbia resa partecipe di una cosa così importante è sicuramente un punto d’approdo, una tappa importante nella fiducia e nella relazione che si è creata tra di noi, fondata sul rispetto e l’ascolto. Allo stesso tempo per me è stato un punto di partenza: da lì in poi è nato un viaggio alla scoperta della portata della storia che mi era stata raccontata. Una storia intima, tra madre e figlio, che tocca corde personalissime ma che ha anche una portata fortemente universale. Non solo perché tratta sentimenti che appartengono a tutti, ma anche perché riguarda un popolo vittima di persecuzioni razziali come quello hazara.

La tragedia degli hazara inizia molto prima della guerra in Afghanistan seguita all’11 settembre.
Il primo tentativo di genocidio risale alla fine dell’Ottocento. Da quel momento è in corso una vera e propria diaspora: gli hazara sono in tutto il mondo, dal Canada all’Australia fino all’Europa. In Italia sono molto pochi rispetto alle percentuali del Nord Europa. La migrazione è principalmente maschile, perché specialmente i giovani maschi vengono perseguitati e uccisi, quindi le madri cercano di farli scappare. Quando ho girato in Iran la seconda parte del film, ambientata in Pakistan, ho conosciuto personalmente molte donne hazara con figli in tutte le parti del mondo, e che non avevano più loro notizie.

Come ha lavorato all’«incontro» fra realtà e finzione?
Mescolando le carte: il film è ispirato a una storia vera ma è stato scritto un copione molto rigoroso, sulla base del quale abbiamo fatto i provini: ne abbiamo ricevuti da tutto il mondo, ma abbiamo avuto la fortuna di incontrare Basir – poeta e giornalista – e Dawood, entrambi hazara che dall’Afghanistan sono venuti in Italia per sfuggire alle persecuzioni. Il fatto che parlassero italiano mi ha consentito di lavorare sulla lingua del film, l’hazaragi, comprendendo i significati e le sfumature delle singole parole. Insieme abbiamo lavorato alla costruzione della memoria dei loro personaggi, che in parte condividono sulla base delle loro esperienze personali. Ma allo stesso tempo hanno assunto la distanza dell’interpretazione, facendo riferimento al copione.

Ha detto che «Sembra mio figlio» cerca anche di ritrovare il senso dell’umano che il nostro Paese e l’Europa sembrano aver perduto per sempre.
Sicuramente è un film che cerca di spezzare il flusso di crudeltà e disumanità che, tra molti, è diventata quasi un vanto. Ma l’Italia non è questo, gli italiani non sono persone per forza xenofobe e razziste, non bisogna cadere in questa trappola. Penso che il film elimini alla radice la questione, perché parla di qualcosa che appartiene a tutti i popoli, di tutti i mondi, e non si pone il problema dei confini e dell’appartenenza – geografica, politica… – ma solo quella al genere umano.

(il manifesto, 7 agosto 2018)

di Alessandra Pigliaru

Un’intervista con la scrittrice che fin dall’inizio ha partecipato al progetto della Casa internazionale delle donne di Roma.

«È il movimento delle donne che ha fatto emergere il protagonismo femminile, compreso ricoprire ruoli pubblici di rilievo. Dispiace in particolar modo che sia proprio la prima sindaca di Roma a decretare la chiusura dell’esperienza della Casa internazionale delle donne».

Dacia Maraini ha partecipato alla prima occupazione di Palazzo Nardini, cominciata nel 1976. E da allora non ha mai interrotto la sua relazione con quella esperienza cruciale per la sua vita e quella di molte altre che insieme a lei hanno risignificato prima gli spazi di via del Governo Vecchio e poi, dal 1987, quelli trasteverini di via della Lungara. Oggi, dinanzi alla possibilità che tutto questo bene venga gettato alle ortiche per non aver voluto conoscere i fatti, ribadisce una volta di più le ragioni di una storia che va condivisa e rivisitata nella sua vitalità.

«Ero lì fin dall’inizio. Mi ricordo nitidamente quel convento abbandonato che sono state le donne a rimettere a posto, le lunghe riunioni, gli incontri, le discussioni, preparavamo il teatro di strada e io avevo una sala dove fare le prove. Ho vissuto quegli anni intensamente, dormendo lì per non essere cacciate via. Facevamo i turni. Facevamo autocoscienza. È una esperienza ancora vivissima, piena di passione e priva di violenza. Abbiamo riscritto la storia, il movimento delle donne è stato davvero alla base di una rivoluzione. Della mentalità, del costume e delle leggi che sono cambiate in meglio».

Cosa pensa della revoca della convenzione per morosità voluta dalla giunta Raggi?

La sede di via della Lungara è stata molto praticata da donne di varia provenienza, non ha mai avuto – perché non era nelle sue intenzioni – appartenenza partitica. Una parte del debito che viene contestato, con molta fatica, è stato ripagato. Non solo rimettendo a posto lo spazio in Trastevere, andando poi a favore e beneficio dell’intera città. Tutta quella attività culturale non è stata vana, è stata messa al servizio di Roma e non solo. È una attività che ha aiutato a far crescere la coscienza delle romane e di tutte le donne di altre parti d’Italia che l’hanno frequentata. Non capisco perché si debba chiudere un luogo come la Casa delle donne. Mi indigna e trovo scandaloso che sia proprio la prima sindaca donna a volerne la chiusura.

Lei ha partecipato attivamente al progetto della Casa, quello che viene contestato – dalla mozione di Gemma Guerrini – sul punto di una mancata imprenditorialità. Quindi tutto bene sul piano culturale ma non siete riuscite – a detta delle rappresentanti 5stelle che hanno poi firmato quella mozione – a creare impresa, imprenditoria femminile

Infatti non abbiamo mai inteso la Casa delle donne come una fabbrica, o un negozio. Lo scopo non doveva fare impresa anche se si può dire che fare cultura è fare impresa, in senso lato, riguardo per esempio l’autoeducazione di un popolo, di una città. Abbiamo sempre fatto volontariato culturale, nessuna di noi ha mai guadagnato o preso un soldo. Tante donne hanno dato, anche in termini economici, il proprio lavoro, il proprio tempo. Questo conterà qualcosa o no? Certo che abbiamo prodotto moltissimo: idee, consapevolezza, linguaggio e molto altro ma mai per tornaconto economico.

Avete un’altra idea di economia forse. Pensa sia per questo che non hanno accettato la memoria depositata dal direttivo che chiedeva di defalcare il debito quantificando i servizi resi alla città?

La Casa delle donne ha prodotto cultura e ha prodotto servizi. A titolo completamente gratuito, è questo il patrimonio. Qualsiasi città civile ne terrebbe conto e ci investirebbe. Se loro non ne tengono conto è una prepotenza. Se il punto è il debito allora Roma dovrebbe chiudere tutti i servizi della capitale, zeppi di debiti e quelli della Casa delle donne sono minimi rispetto ad altri disastri. Invece decidono di cominciare proprio da quelli di via della Lungara. Una società civile investe sui servizi, investe sulla cultura, cioè fa esattamente il contrario di ciò che vorrebbe fare questa giunta.

Cosa dice della messa a bando dei servizi di questo centro polivalente che hanno paventato al posto degli attuali?

Prima di andare al governo avevano detto che il potere non gli interessava, che non avrebbero fatto come i loro predecessori e che non si sarebbero spartiti i posti. Invece ora stanno pian piano occupando i ruoli interni alle istituzioni e anche quelli cruciali come Rai, Atac e tante altre. Probabile che nel piccolo anche la Casa delle donne susciti qualche appetito. L’unica ragione di scelta dovrebbe essere il valore e il significato di una attività come quella nevralgica della Casa internazionale delle donne di cui siamo orgogliose.

(il manifesto, 28 luglio 2018)

di Marina Terragni

Le dichiarazioni del ministro per la Famiglia Fontana sull’omogenitorialità scoperchiano un pentolone ribollente: si capisce che, com’è giusto, le cittadine e i cittadini vogliono potersi formare un’opinione, dare vita a una pubblica discussione, partecipare a qualsivoglia decisione che riguardi il tema della nascita umana.

Ascoltando stamattina un dibattito su Radio Anch’io mi sono resa conto che c’è molta confusione.

1. L’idea di fondo è che sia quasi solo l’Italia – Paese bigotto e così via – a proibire l’utero in affitto e che la pratica sia lecita nel resto del mondo. Non è affatto così: la Gpa è vietata in tutto il mondo tranne che in 18 nazioni su circa 200. Le ragioni del divieto sono sempre le stesse: no allo sfruttamento delle donne e al mercato dei bambini, no alla mercificazione della relazione più stretta che tutti abbiamo conosciuto – come figlie e figli – e che la grande parte delle donne conosce anche dall’altro lato, come madri.

2. Un’altra inesattezza riguarda il cosiddetto “vuoto normativo” nel nostro Paese: nessun vuoto normativo. La legge 40 (art.12 comma 6) vieta esplicitamente la pratica e anche la propaganda alla Gpa. Il divieto è rafforzato da una recente sentenza della Corte Costituzionale (novembre 2017) che stigmatizza in modo nettissimo l’utero in affitto («offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane») e si esprime con chiarezza anche per quanto riguarda la trascrizione degli atti di nascita registrati all’estero, ribadendo il diritto del minore alla verità sulle proprie origini (quindi no all’alterazione di stato civile, trascrivendo come padre o madre il-la partner della madre e del padre biologico), ma salvaguardando la continuità affettiva del bambino/a attraverso lo strumento dell’adozione in casi particolari. È per questo che si deve lottare, ma la battaglia non parte. In ogni caso, legge 40 e sentenza della Consulta offrono già ai sindaci chiari strumenti per orientarsi sul tema dei bambini nati da utero in affitto: no alla trascrizione e all’alterazione di stato civile. Ma i sindaci conoscono davvero questi riferimenti normativi? È molto importante che li conoscano perché i pro-gpa si mostrano molto più interessati a continuare a cercarsi una gestante all’estero – sarebbe più molto più difficile levarsi definitivamente dai piedi un’italiana, correndo il rischio che cambi idea – e chiedere la trascrizione del certificato di nascita che a ottenere la regolamentazione in Italia. Ancora, un obbrobrio sentito a Radio Anch’io: solo la trascrizione in atto pubblico dell’”altro genitore”, quello non biologico, come genitore a tutti gli effetti garantirebbe “la piena genitorialità”. Non è così. Anche l’adozione consente la piena genitorialità.

3. Nelle sue dichiarazioni il ministro per la Famiglia sorvola sulle coppie di donne, limitandosi a un rapido accenno. Imbarazzo che tradisce la consapevolezza di una verità inaggirabile: non esiste parità tra uomini e donne sul fronte procreativo. Non è possibile alcun pari e patta tra coppie di uomini e coppie di donne. Questo inganno paritario serve strumentalmente agli uomini per impalcare un proprio presunto diritto. Ma questa parità non esiste: nel caso degli uomini che ricorrono a utero in affitto ha un senso parlare di omogenitorialità o perfino di xenogenitorialità: si ricorre al mercato e a biotecnologie non banali, si tratta di estrarre ovociti dal corpo di una donna che non li rilascia naturalmente, mettendo a rischio la sua salute, di comprarli, di fecondarli in laboratorio, di reimpiantarli nel corpo di un’altra donna. Nel caso delle donne si tratta invece semplicemente di maternità. C’è una donna che in piena consapevolezza decide di diventare madre, “procurandosi” del seme maschile, naturalmente destinato a staccarsi dal corpo, quindi senza conseguenze per la salute dell’uomo, facilissimamente “procurabile” via rapporto sessuale, o avendolo in dono da un uomo con cui è in relazione, o trovandolo sul mercato dei gameti. Vero che in Italia questo mercato non è consentito, e che le donne single non possono accedere alla fecondazione eterologa (possono, per esempio, in Francia e in Spagna). Ma configurare come reato il fatto che una donna abbia avviato una gravidanza, in che modo lo saprà lei, appare grottesco, e anche il ministro lo sa. Resta il fatto del diritto del nascituro alla verità sulle proprie origini: anche qui lo strumento resta quello dell’adozione in casi particolari, l’altra madre sarà madre adottiva e con pieni diritti e doveri. Tanto più che “l’altra madre” può non essere la partner della madre, ma anche una sorella, un’amica, una qualunque donna con cui la madre voglia condividere l’esperienza di crescere quella bambina o quel bambino, come capita frequentemente alle donne che spesso hanno un’altra ad affiancarle nel loro compito.

[…]

(marinaterragni.it, 27 luglio 2018)

 

 

Diretto da Sara Juárez Batista. Sinossi: Luciana e Marina sono due donne che cercano di vivere consapevolmente e in modo libero la loro differenza femminile. Frequentano dagli anni ’80 la Libreria delle donne di Milano, partecipano agli incontri e contribuiscono all’organizzazione delle attività. Hanno scritto insieme ad altre amiche: “Libere di esistere. Costruzione femminile di civiltà nel Medioevo europeo” (1996), tradotto anche in spagnolo. Inoltre, insieme hanno pubblicato: “Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua” (2015). In questo documentario viene proposto un dialogo sul femminismo con l’intenzione di offrire una visione positiva della relazione tra donne e ciò che possono costruire insieme anche con gli uomini.

La donna che per vent’anni ha finanziato le artiste

Dal 1996 Susan Unterberg ha donato milioni di dollari rimanendo anonima: ora si è fatta avanti per parlare delle discriminazioni di genere nell’arte

Per oltre vent’anni, centinaia di artiste con più di 40 anni sono state sostenute economicamente da un progetto intitolato “Anonymous Was a Woman”: per tutta la durata del progetto non è mai stata nota l’identità della persona che lo aveva fondato e che stava dietro alle sovvenzioni. Fino a questo momento: si chiama Susan Unterberg, è a sua volta un’artista, ha 77 anni e vive a New York. In una recente intervista al New York Times, Unterberg ha spiegato di aver deciso di farsi avanti per dare maggiore forza alle questioni che hanno a che fare con la disuguaglianza di genere nel mondo dell’arte, sottolineando la necessità che le donne sostengano altre donne, e cercando di ispirare altri a fare come lei.

Il nome del progetto, “Anonymous Was a Woman”, è un riferimento al fatto che molte artiste fin dall’Ottocento abbiano scelto di non firmare il loro lavoro con il proprio nome (o abbiano scelto di usarne uno da uomo) per non essere penalizzate dal loro genere. Ci sono dei casi molto famosi: Anne Cécile Desclos (1907-1998), autrice, giornalista e traduttrice, usò per tutta la vita il nome Dominique Aury (che in francese può essere sia maschile che femminile), dopo averlo scelto negli anni Trenta; nel 1994 rivelò di essere anche la vera Pauline Réage, l’autrice del romanzo erotico Histoire d’O, che per anni era stato attribuito ad autori uomini. I romanzi di Jane Austen – autrice, tra gli altri, di Orgoglio e pregiudizio ed Emma – furono pubblicati in forma anonima dal 1811 fino al 1817, l’anno in cui morì. Usarono pseudonimi maschili anche le sorelle Brontë: nel 1847 Charlotte, Emily e Anne pubblicarono i loro primi romanzi (Jane Eyre, Cime tempestose e Agnes Grey, rispettivamente) con i nomi Currer, Ellis e Acton Bell, che conservavano le iniziali dei loro veri nomi. “Anonymous Was a Woman” è anche un riferimento a Virginia Woolf e al suo saggio più conosciuto, Una stanza tutta per sé, sulla subalternità delle donne e sulla difficoltà di essere delle scrittrici in un mondo in cui le cui convenzioni riducevano la donna al ruolo di madre, sorella o figlia.

“Anonymous Was a Woman” è stato avviato nel 1996, quando il National Endowment for the Arts (un’agenzia federale statunitense che offre supporto e fondi al mondo dell’arte) decise di interrompere il finanziamento ai singoli artisti. Susan Unterberg e sua sorella Jill Roberts decisero di utilizzare l’eredità del padre, filantropo e magnate del petrolio, per aiutare le artiste donne. Susan Unterberg è a sua volta un’artista: alcune delle sue opere fanno parte delle collezioni di musei molto importanti (il Metropolitan Museum of Art, il Museum of Modern Art e il Jewish Museum, per esempio). Ha raccontato che durante la sua carriera ha vissuto in prima persona gli ostacoli che incontrano le artiste, alle quali non viene dedicata la stessa attenzione nelle esposizioni e nelle collezioni dei musei, e che sono trattate in modo differente anche sul mercato.

Le statistiche citate dal National Museum of Women in the Arts dicono che le artiste guadagnano 81 centesimi per ogni dollaro guadagnano dai loro colleghi maschi, che il loro lavoro è rappresentato in percentuali bassissime (che vanno dal 3 al 5) nelle principali collezioni permanenti dei musei negli Stati Uniti e in Europa, e che solo il 27 per cento delle 590 mostre personali organizzate nei maggiori musei americani tra il 2007 e il 2013 erano dedicate ad artiste donne. «Le donne continuano a essere seriamente sottovalutate. Il loro lavoro non è preso sul serio, e gli uomini stanno ancora dettando le regole del gioco. Gli uomini al potere sostengono gli uomini al potere e vogliono vedere gli uomini al potere», ha spiegato Unterberg. Qualche giorno fa è stata annunciata con grande enfasi una nuova acquisizione della National Gallery di Londra, che ha comprato una tela di Artemisia Gentileschi, Autoritratto come Santa Caterina d’Alessandria: è stata la prima acquisizione di un’opera dipinta da una donna del museo negli ultimi 27 anni.

In 22 anni “Anonymous Was a Woman” ha finanziato economicamente 220 artiste con 5,5 milioni di dollari in totale, suddivisi in borse di studio da 25 mila dollari che vengono assegnate a chi ha più di 40 anni ed è nella fase intermedia della propria carriera. La selezione tiene conto dei lavori passati e dei progetti futuri, e viene fatta da un comitato composto da cinque donne, anonime anche loro.

Tra le vincitrici della borsa di studio ci sono state Louise Lawler, Tania Bruguera, Carolee Schneemann, Mickalene Thomas e, nel 2017, anche Amy Sherald, un’artista afroamericana che realizza opere impegnate politicamente e che è stata scelta per dipingere il ritratto ufficiale dell’ex First Lady Michelle Obama. «È arrivato giusto in tempo», ha detto Sherald: «Quando ho preso l’assegno, ero in un momento in cui non potevo nemmeno pagare l’affitto».

I vantaggi per le artiste non sono stati solo economici ma anche psicologici: “Anonymous Was a Woman” ha insomma rappresentato per le vincitrici un riconoscimento dei successi passati e ha dato a molte di loro un forte senso di fiducia nella loro capacità. Unterberg ha detto che questo è un grande momento per le donne che decidono di parlare della loro condizione, e che oggi sente di poter aiutare di più uscendo dall’anonimato. Pensa che parlare con la sua voce possa contribuire a vivacizzare il dibattito sul sessismo nell’arte, e stimolare altri filantropi a fare come lei. «Dato che ero un’artista di mezza età e ho sempre voluto sostenere le donne – sono una femminista – questo mi è sembrato il modo perfetto», ha detto.

Ci sono artiste che lavorano con le loro opere, in modo più o meno esplicito, proprio sulla differenza di genere nell’arte, ma dopo la diffusione dei movimenti femministi anche attraverso il #MeToo e Time’s Up la questione ha cominciato a essere discussa pubblicamente anche tra curatori e direttori dei musei. Helen Molesworth, curatrice del Museum of Contemporary Art di Los Angeles, ha detto di recente che «l’unico modo per favorire la diversità è contribuire a crearla» e che «se fossimo equi, molti meno uomini andrebbero in mostra». Ha anche inviato una lettera per dare inizio a una sorta di “Time’s Up for Museums” e la National Gallery di Londra è tra le istituzioni che l’hanno ricevuta.

di Silvia Niccolai

Con formulazione introdotta nel 2001 la Costituzione, articolo 51, prevede che, nell’accesso agli uffici pubblici e alle cariche elettive, la Repubblica promuova le pari opportunità tra donne euomini. Questa disposizione è stata qualche volta intesa come espressiva di un più generale principio che imporrebbe l’«equilibrio di genere» nella composizione degli organismi pubblici. Sulla sua base, e su quella dell’articolo 117 (le leggi regionali promuovono la parità d’accesso alle cariche elettive) i giudici amministrativi hanno, in un passato recente, ritenuto illegittime giunte regionali monosesso maschili. Con una lettera di questi giorni molte mie colleghe costituzionaliste hanno lamentato il mancato rispetto del criterio di equilibrio nelle recenti elezioni per la Corte costituzionale, il Csm e gli organi di autogoverno delle magistrature speciali, dove su 21 cariche sono risultati eletti, dalle camere e dal parlamento in seduta comune, 21 uomini. Si tratta peraltro in questi casi di nomine che, nel rispetto di certi requisiti, sono per il resto squisitamente politiche (a differenza di quelle delle giunte regionali, considerate atti di alta amministrazione, come tali sindacabili); le costituzionaliste rilevano la violazione del criterio di pari opportunità per invocare, in futuro, una revisione delle prassi, che dovrebbero divenire più sensibili al principio di riequilibrio.

Non mi appaga intendere il criterio di pari opportunità in termini solo quantitativi, come un criterio cioè che sarebbe soddisfatto dalla presenza di un certo numero di ‘rappresentanti dei due generi’ purchessia. Una designazione dettata da soli criteri di partito o appartenenza resta tale, quale che sia il sesso del candidato. Preferisco dunque pensarlo come un criterio qualitativo, volto a favorire metodi aperti e trasparenti per l’individuazione di chi accede alle cariche pubbliche. Così inteso, ossia come stimolo a ripensare i modi di accesso alle cariche, l’articolo 51 non esprime la morale per cui le donne, a lungo escluse dal potere, devono essere compensate ottenendone un pochino anch’esse, lasciando però, del potere, immodificati i costumi e le imperscrutabili logiche, ma esprime la consapevolezza che desiderare una maggiore partecipazione delle donne alle istituzioni, e in generale una partecipazione più egualitaria e diffusa, ci sollecita a pensare una trasformazione delle prassi cui spesso il potere si accompagna, e in cui si esprime. L’obiettivo delle pari opportunità è rispettato, dicono del resto le Corti, quando è garantita ai due sessi parità di accesso alle selezioni, pari opportunità di competere per ottenere un incarico, non il successo nella selezione, ossia la conquista dell’incarico.

Forse non sarebbe una cattiva idea adottare, per le elezioni o le nomine agli organi costituzionali o di rilievo costituzionale, alle autorità indipendenti, e simili, procedure che prevedano che i partiti (o gli organi competenti alla proposta) primo, motivino la scelta dei loro candidati, e, secondo, questi ultimi vengano poi sottoposti a una audit parlamentare (è un po’ il modello statunitense) dove deputati e senatori, e esperti indipendenti, ne discutano il lavoro e la personalità intellettuale. Una maggiore proceduralizzazione nelle nomine avrebbe vantaggi. Per le donne, che, per molto tempo lontane dai luoghi del potere, vedrebbero ripristinato un certo grado di equal footing rispetto agli uomini. E per tutti: se si creasse un poco di sfera pubblica intorno a queste decisioni la cittadinanza saprebbe (per lo meno: un po’ di più) chi va a fare cosa e perché. Divenendo prestigioso, il ruolo del sapiente che fa le pulci al lavoro scientifico di una persona candidata sarebbe forse ambito anche più della carica in questione. L’esercizio ragionato e pubblico del giudizio ritroverebbe così spazio, civilizzando l’esercizio del potere.

L’indipendenza, la disponibilità a fare e a ricevere, con lealtà, critiche pubbliche sono qualità difficili e rare, ma, come tutte le virtù, si imparano con l’abitudine e l’esempio. Se è pur vero che, come tante volte è accaduto, procedure poco trasparenti (nel senso che l’opinione pubblica non è messa al corrente dei motivi delle scelte) possono condurre all’individuazione di candidati ottimi, tuttavia esse non giovano mai alla qualità della convivenza, all’educazione civica. Per quanto non vi sia un modo oggettivo di stabilire chi davvero è «migliore», possiamo pur ricercare modi di scegliere migliori, tali cioè da fornire buon esempio.

Proprio perciò, nella mia procedura ideale non metterei un obiettivo di parità, e nemmeno di riequilibrio. Non possono forse esserci, qualche volta, su 21 cariche disponibili 21 candidate donne che risultano preferibili?Nel mantra della parità è fin troppo facile riconoscere, come del resto altre hanno già detto, il vero tetto di cristallo messo alle aspirazioni delle donne.

(il manifesto, 26 luglio 2018)

di Alessandra Pigliaru

La notizia è giunta ieri nel pomeriggio: il Comune di Roma revoca la convenzione alla Casa internazionale delle Donne. Il direttivo di via della Lungara è stato convocato appunto ieri nella sede dell’assessorato al patrimonio alla presenza delle assessore Laura Baldassarre, Rosalba Castiglione e Flavia Marzano, che hanno annunciato quanto stabilito alla presidente Francesca Koch, Lia Migale, Giulia Rodano, Maria Brighi e Loretta Bondì. Attendevano da mesi, insieme alle migliaia che si sono mobilitate in sostegno della Casa, la risposta relativa alla memoria presentata a gennaio sulla riduzione del debito (833mila euro) richiesto con insistenza dal Comune che tuttavia non teneva conto dei servizi offerti, delle spese ordinarie e straordinarie sostenute dalla Casa. A niente sono valse le trattative intercorse in questi mesi, poi bruscamente interrotte grazie anche alla mozione firmata da Gemma Guerrini, consigliera e presidente della Commissione delle elette, presente anche lei ieri per notiziare a proposito della revoca della convenzione.

Non sono valse a niente neppure la pazienza, il tentativo di mediazione, la presa in carico di una responsabilità economica di saldare la morosità trovando un punto di incontro sensato. Così come a niente è servita la disponibilità espressa, nei mesi delle (finte) trattative, alla partecipazione a progetti che potessero consolidare il rapporto che dal 1992 la Casa ha con Roma Capitale che l’ha riconosciuta tra le sue opere. Servizi, spese vive sostenute, sia ordinarie che straordinarie, anche supplendo carenze delle istituzioni, sono tutte questioni che alla giunta 5stelle non interessano. Dunque memoria respinta in nome di una strada, che è quella della burocrazia, lasciando da parte, sempre, quella della politica. Ma è davvero così? Non si tratta di un «semplice» sfratto dai locali del Buon Pastore, la vicenda è ancora più grave di così proprio perché il merito è tutto politico. Si tratta dell’azzeramento, e conseguente appropriazione, di una esperienza attraverso cui il progetto della Casa è sorto, trasformandosi negli anni. Mettere a bando i servizi, rilanciare su ipotetici centri di coordinamento antiviolenza, non tiene conto del significato sotteso alla Casa. Sociale, culturale ma anzitutto politico. Ed è in quest’ultimo punto che la giunta 5stelle vuole intervenire, agendo in maniera dissennata e non tenendo conto di quante e quanti dalle piazze alle università, dall’Italia e dal resto del mondo, firmano petizioni, fanno appelli, manifestazioni, chiedono di essere ascoltati e ascoltate, sottoscrivono affinché possano mostrare sostegno pubblico e concreto a un progetto che è uno dei fiori all’occhiello di Roma e non solo. Non si può che rispondere a tutto questa violenta e unilaterale presa di posizione con una secca e ferma mobilitazione che non arretri di una virgola sul guadagno di libertà che risiede in luoghi come la Casa internazionale delle donne.

In un comunicato stampa diffuso ieri, le esponenti del direttivo presenti alla riunione, dicono infatti che faranno «opposizione a tutto campo. Non possiamo proseguono non rilevare che l’annuncio della revoca della Convenzione avviene alla vigilia di agosto, nella peggiore tradizione di ogni vertenza pubblica e privata nel nostro paese. La Casa Internazionale delle donne e tutte le attività e servizi che al Buon Pastore vengono erogati rischiano la chiusura a causa di questo ulteriore incomprensibile attacco della giunta Capitolina al femminismo e alla vita associata a Roma; noi abbiamo proposto una transazione che chiuda definitivamente la questione del debito; grazie al grande sostegno che abbiamo ricevuto con la Chiamata alle arti e con la grande mobilitazione in Campidoglio del 21 maggio, c’è a Roma e nel paese la consapevolezza di quanto negativo e grave sarebbe scrivere la parola fine alla esperienza della Casa Internazionale delle donne. Ci sentiamo per questo di chiedere a tutte e a tutti di sostenerci, di continuare la campagna di solidarietà e anche di sottoscrivere». Sembra incredibile ma una volta di più la giunta Raggi stupisce per totale mancanza di presa sulla realtà. E per sordità, prima di tutto politica.

(il manifesto, 26 luglio 2018)


Care amiche, solidarietà. Non si tratta della sede di un gruppo o di un partito ma della casa delle donne e le donne sono l’umanità. Roma aveva offerto questo luogo alle donne del nostro paese e del mondo. Senza, non sarà più Roma ma una capitale qualsiasi, anzi piccola e meschina. Siamo con voi,

Libreria delle donne di Milano.

(www.libreriadelledonne.it, 26 luglio 2018)

di Redazione

La Conferenza episcopale italiana. I singoli vescovi. Le iniziative di sacerdoti, religiosi, suore e laici impegnati. A vari livelli e in vario modo le comunità ecclesiali replicano a certe prese di posizioni del titolare del Viminale. Nulla di personale o di ideologico. Si tratta del Vangelo. L’ampia inchiesta di Famiglia Cristiana sul numero 30 in edicola da giovedì 26 luglio.

Dopo l’ennesima tragedia di migranti morti in mare (le vittime sono già 1.490, dal primo gennaio al 18 luglio), Famiglia Cristiana fa il punto sull’impegno della Chiesa italiana. Il giornale apre l’inchiesta con le riflessioni della presidenza della Conferenza episcopale italiana (Cei): «Come pastori non pretendiamo di offrire soluzioni a buon mercato. Rispetto a quanto accade non intendiamo, però, né volgere lo sguardo altrove, né far nostre parole sprezzanti e atteggiamenti aggressivi. Non possiamo lasciare che inquietudini e paure condizionino le nostre scelte, determino le nostre risposte, alimentino un clima di diffidenza e disprezzo, di rabbia e rifiuto».

Famiglia Cristiana riprende inoltre le frasi più significative di numerosi vescovi come Mario Delpini (Milano, «Vorremmo che nessuno rimanga indifferenteche nessuno dorma tranquilloche nessuno si sottragga a una preghiera»), Matteo Zuppi (Bologna, «Le Ong non sono complici degli scafisti, se stanno lì vuol dire che c’è un problema»), Corrado Lorefice (Palermo, «Siamo noi i predoni dell’Africa! Siamo noi i ladri che, affamando e distruggendo la vita di milioni di poveri, li costringiamo a partire per non morire: bambini senza genitori, padri e madri senza figli»), Cesare Nosiglia (Torino, «Fa parte del problema anche l’esplodere di polemiche, l’aver trasformato certo dibattito pubblico in un’arena in cui chi vince non è questo o quel gladiatore, ma sempre il “padrone del circo”, il controllore dei canali mediatici, il manipolatore delle opinioni e dei sentimenti»), Antonio Staglianò (Noto, delegato per le migrazioni della Conferenza episcopale siciliana: «Salvini sbaglia a dire: “Prima i poveri italiani e poi quelli africani”. Noi non dovremmo neppure averne. Gli stranieri hanno sempre il diritto umano di essere accolti»), Gualtiero Bassetti (Perugia, presidente della Cei, «Non si può chiudere il porto quando arriva una nave che è piena di disgraziati che sono dei crocifissi, o per un motivo o per un altro; che nessuno sia lasciato morire in mare, lo chiedo con il cuore»).

Famiglia Cristiana ribadisce e fa sue le parole pronunciate dal cardinale Bassetti l’11 luglio, san Benedetto, nell’Abbazia di San Miniato al Monte, in Firenze: non è una questione ideologica o di schieramento politico, si tratta di riaffermare «il pensiero della Chiesa», che «è quello della parabola del Buon samaritano. La logica del cristianesimo è quella di prendersi cura».

Nell’inchiesta sull’emergenza migranti Famiglia Cristiana pubblica anche testimonianze e storie di inserimento, nonché due editoriali. Il primo è firmato dal cardinale Francesco Montenegro, arcivescovo di Agrigento e presidente nazionale della Caritas italiana, che invita a scegliere come bussola le parole del Papa. E circa i migranti, aggiunge: «Non accoglierli, chiudendo loro soprattutto il cuore, significa non riconoscere Dio presente in loro, e perciò rifiutarLo. Mi chiedo, rifiutare Dio non è un atto di ateismo? Dobbiamo dunque sporcarci le mani e non trincerarci dietro un silenzio talvolta complice». Il secondo editoriale è di don Antonio Mazzi: «Noi di Exodus abbiamo aperto in Calabria cinque strutture per accogliere i minori. Insegniamo la lingua italiana, li aiutiamo a recuperare quel poco di scuola che hanno fatto nei loro Paesi ma, soprattutto, ascoltiamo i loro dolori e le loro paure, curiamo la loro salute e tentiamo, con fatica, di far capire che in Italia ci sono anche persone che li amano e che fanno di tutto perché nel loro mondo e nel nostro torni un po’ di pace. Vi debbo dire che, tornando dalla Calabria, sentendo sull’aereo i discorsi che facevano alcuni viaggiatori, la tristezza ha distrutto quel po’ di speranza che loro, gli invasori, mi avevano elargito».

(famigliacristiana.it, 25 luglio 2018)

Migranti, 56 approdano a Isola Capo Rizzuto, turisti e bagnini li soccorrono

di Redazione

Cinquantasei migranti di nazionalità siriana e irachena sono sbarcati martedì mattina su una spiaggia nel territorio del Comune di Isola Capo Rizzuto, nel crotonese, sulla sponda ionica della Calabria. Si trovavano a bordo di una barca a vela, lunga 16 metri, che ha raggiunto la costa calabrese senza essere intercettata. Il gruppo di migranti sbarcati è costituito da 39 uomini, 6 donne ed 11 bambini. A soccorrere i migranti sono stati bagnini e vacanzieri di due villaggi turistici, Capo Piccolo e Cala Greca, che hanno aiutato le persone a bordo del veliero portandole a riva a bordo di pattini e gommoni. Sono state allertate la Guardia Costiera e le forze dell’ordine. Sul luogo dello sbarco sono intervenuti poco dopo la Croce Rossa Italiana, la Misericordia di Isola Capo Rizzuto e la Polizia di Stato. I profughi sono stati trasferiti al Cara di Sant’Anna.

L’imbarcazione che trasportava i profughi è salpata dalla Grecia o dall’Albania: a poche decine di metri dalla spiaggia di Sovereto le persone a bordo hanno richiamato l’attenzione dei bagnanti: dal villaggio turistico sono partiti i primi soccorritori con dei pattini che hanno aiutato gli stranieri a sbarcare. Alcuni di loro erano disidratati e in condizioni assai provate. Del gruppo faceva parte anche un neonato. Secondo alcuni testimoni tre degli sbarcati sono riusciti a fuggire prima dell’arrivo delle forze dell’ordine facendo perdere le loro tracce dentro un bosco a pochi metri dalla spiaggia.

(Corriere della sera, 25 luglio 2018)

di Cristiana Fischer

Devo mescolare il tema di parlare bene di -alcuni- uomini (serata del 7 luglio ’18 in libreria) con quello delle donne che si fanno ascoltare, VD3 “alla luce di un credito politico crescente”, tenendo conto della battuta che subito affiorerebbe: perché parlano bene degli uomini?

Devo mescolare i due temi del parlare bene e del farsi ascoltare per affrontare le due questioni che pone Lilli Rampello nel suo contributo “C’è autorità della parola femminile sul corpo delle donne. E sul resto?” che sono: 1 che proposta politica possiamo fare in una comunità democratica giunta a essere a rischio? 2. la realtà politica a noi nota è diventata una potente costruzione retorica, efficace, machista e manipolata.

Ebbene io ne parlerei anche male, degli uomini, tranne che di alcuni e per alcuni aspetti. Per esempio di un figlio, di un marito, di un cognato, di alcuni amici, direi che il positivo -per me- prevale sui ben noti lati negativi, non li elencherò. Si tratta di uomini che mi riconoscono libertà e autorità amicale e materna (che riassumerei nell’equilibrio di dare a ciascuno il suo, il comunismo materno di cui sentii da Lia molti anni fa), in vicinanza con quanto scrive Massimo Lizzi “considerare la donna, non solo come l’altra, ma come l’una, e l’uomo come la sua variazione”. Uomini che mi consentono di frequentarli con piacere in reciproco riconoscimento, senza “il passo di fuga del maschio”, perché il materno è sostanzialmente accogliente.

A sinistra invece avevo frequentato ultimamente uomini che non attribuiscono alcun valore alla modalità di autorità amicale e materna in cui mi riconosco, perché il materno lo vedono solo come servizio e quindi automortificazione, e del legame amicale con una donna non sanno proprio che farsene, amici sono tra loro, una donna può essere una *compagna*, una discepola, una pari competitiva. Stavo in un posto, per dire, in cui si svillaneggiò il #metoo, che avrebbe schierato i maschi in un necessario separatismo per paura delle menadi sostenitrici e sostenute dal neoliberismo, e che non riconosceva alcun significato politico nella pratica del partire da sé, quindi me ne andai.

Abbiamo ancora molto da pensare e studiare per capire questa realtà nuova scrive Lilli, e mi pare di capire che vuole soprattutto poter interloquire, criticare, avere cioè la forza di produrre cambiamenti.

Cambiamenti però non solo dirompenti ma anche costruttivi, e come altro impostarli se non ancorandoci ancora di più al nesso autorità libertà che ha coperto ormai una intera generazione di donne, rese capaci di un discorso più ampio e più radicale? Fin che il discorso avrà corso e potrà servire…

(www.libreriadelledonne.it, 20 luglio 2018)

di Beatrice Bardelli

Braccio di ferro senza precedenti tra la Casa della Donna di Pisa e la nuova giunta comunale a guida Lega. Per martedì 17 luglio, data di insediamento del primo consiglio comunale, la Casa della Donna aveva lanciato un appello a tutte le cittadine ed i cittadini di Pisa per partecipare a un presidio davanti al Comune per chiedere le dimissioni da assessore alla Cultura di Andrea Buscemi, un uomo “dichiarato colpevole di stalking da una sentenza definitiva”.

“Mai avremmo creduto di vedere un giorno un uomo colpevole di stalking sedere a Palazzo Gambacorti e per giunta come assessore alla Cultura – si legge nell’appello –. La sua colpevolezza non è un’opinione né una questione privata ma un fatto che riguarda ogni donna e ogni uomo che si oppone alla cultura della violenza, che crede nei diritti e nella libertà delle donne. Quell’uomo non può in alcun modo rappresentare le cittadine e i cittadini pisani e tanto meno la cultura della nostra città”. […]

(left, 18 luglio 2018)

di Antonella Boralevi

Questa storia comincia a Brescia nel 2011. Continua a Torino nel 2017. E finisce con la sentenza 32462 della terza sezione penale della Cassazione. Racconta di una donna ubriaca che viene stuprata da due uomini di 50 anni. Prima dello stupro, ha cenato insieme a loro. Ha bevuto. Troppo. La Cassazione ha stabilito che lo stupro di gruppo c’è stato. Ma non con l’aggravante. Perché é riconosciuto che questa donna non poteva, avendo bevuto, prestare «valido consenso». Ma non ci sono prove che i due violentatori l’abbiano ubriacata. I due uomini infatti sostenevano che questa donna ha bevuto di sua volontà.

Da circa 30 anni, esiste negli Stati Uniti una tipologia di reato contro la persona che si chiama «date rape», appuntamento con lo stupro. Vieni violentata da chi conosci. Da un uomo con cui hai cenato. Da uno che credi amico. Dici no. Ma lui non si ferma. Non sappiamo se davvero la donna abbia bevuto versandosi il vino da sé. Ma sappiamo che questi due uomini non si sono fermati. Sappiamo che ogni appuntamento può diventare pericoloso. Che ogni comportamento quotidiano (uscire di casa, restare in casa…) per una donna può diventare pericoloso. Ma poi bisogna vivere. E stare in guardia. Finché gli uomini non si vergogneranno a non accettare un no. 

(La Stampa, 18 luglio 2018)

di Luisa Muraro

«Tu, che cosa hai capito?» Questo vorrei chiedere a chi ha notato quel titolo di giorni fa, «Mamme subito, senza distinzione di genere» (il manifesto, Massimo Villone, 8 luglio scorso).

Io ho pensato ai due famosi gemelli Romolo e Remo che in effetti hanno trovato una mamma in tempo per salvarsi, l’hanno trovata fuori dal genere umano nella (anche lei famosa) lupa che li ha allattati.

Mi sbagliavo.

L’oscuro significato del titolo s’illumina alla lettura dell’articolo. Si tratta della rivendicazione di un nuovo diritto maschile, alla maternità. Vorrei protestare in nome del buon senso, che però scarseggia e ripiego sull’autorità di Judith Butler che dice: la differenza sessuale è un’occasione per pensare i rapporti tra natura e cultura.

Fino a tempi recenti gli uomini erano il primo sesso di fatto e di diritto, cioè nella realtà e nei codici. Da quando la maschilità ha smesso di essere un titolo sicuro di superiorità, ecco che, nelle teorie filosofiche, la differenza sessuale ha smesso di essere naturale, è diventata culturale e, per finire, relativa.

Spiego il relativo: quando insegnavo una materia altamente opinabile come la pedagogia, alle mie domande le studentesse rispondevano: «dipende». E io: «da che cosa?» E loro: «a seconda»… Se la magistratura (o altra autorità pubblica) prende una qualche decisione in favore della maternità di coppie femminili, ecco che prontamente ci sono coppie maschili che si fanno avanti per reclamare lo stesso trattamento. Mai si erano visti uomini tanto pronti a spartire con le donne il loro destino, mai.

Ma la cosa ha la sua spiegazione, l’articolo in questione ce la dà. «Noi», dice, ci muoviamo «verso un concetto di famiglia che prescinde dalla natura eterosessuale o meno della coppia, e dalla modalità della procreazione stessa: da quella naturale, a quella assistita, all’utero in affitto». Che vuol dire, in pratica, prescindere dall’essere corpo, con quello che comporta nella procreazione per un uomo o per una donna, rispettivamente, come anche: prescindere dal mercato che si è formato intorno alla fecondità femminile e alla gestazione.

A prescindere è la prima parola chiave, la seconda è dipende. Con tutto questo prescindere dalle condizioni materiali, con tutto questo affidarsi ai diritti e alle leggi o alla magistratura, non succederà che alla fin fine la risposta definitiva sia questa: «Lei mi chiede da che cosa dipende? Ma è chiaro, dai soldi».

(il manifesto, 14 luglio 2018)