di Silvia Niccolai

Interpretare i «diritti riproduttivi» come possibilità di accesso a tecniche di procreazione artificiale può far dimenticare che in un’altra prospettiva l’espressione indica i «diritti di riproduzione delle minoranze etniche e delle donne del Sud del mondo, che non hanno a che vedere con sofisticate tecnologie ma con una più equa distribuzione delle ricchezze, con la sopravvivenza indigena, con la lotta contro il patriarcato, il razzismo e la globalizzazione neoliberista». La ricerca di Laura Corradi, Nel ventre di un’altra. Una critica femminista alle tecnologie riproduttive (Castelvecchi, pp. 93, euro 13.50) mostra le contraddizioni che intercorrono tra le due accezioni del lemma.

Nell’ambito della riproduzione corre una «divisione del lavoro» che vede «da una parte le non abbienti che vendono ovociti o «affittano» l’utero, dall’altra le benestanti che pagano, per problemi di salute, di infertilità, perché non vogliono sottoporsi a una gravidanza» o vogliono risparmiarsi l’iter di una fecondazione artificiale. Le «operaie della riproduzione» si sottopongono a procedimenti che «distruggono l’integrità della donna come persona umana e la riducono a una massa di materiale riproduttivo», messi a punto in laboratori strettamente «collegati al mondo degli affari». Tecniche «costose» diventano «accessibili» perché il loro prezzo è pagato da donne «localizzate altrove, geograficamente o socialmente, rispetto a chi le percepisce come un mezzo per ottenere un brandello di felicità».

Laura Corradi è una «sociologa del corpo» che guarda alla procreazione artificiale e alla surrogazione di maternità cosiddetta «gestazionale» (dove una donna si rende «portatrice» di un ovulo fecondato artificialmente, con l’impegno di rinunciare al bambino e consegnarlo ai committenti), tenendo presenti le femministe che negli anni Settanta seppero «condensare nel tema della salute delle donne diversi elementi di critica al capitalismo e al patriarcato», e, come ricordano Marina Santini e Luciana Tavernini in Mia madre femminista (Il poligrafo 2015), «ruppero il silenzio intorno al corpo femminile».

La sindrome da iper-stimolazione ovarica, rileva Corradi, è indagata ma sottostimata: così con la «donatrice» (spesso «seriale») di ovociti ci abituiamo a considerare «normale» che una persona sopporti rischi medici «senza alcun beneficio sanitario». Mentre mancano i finanziamenti per approfondire «i rischi di cancro e altre malattie associate ai trattamenti per la fecondazione artificiale», gli studi che individuano i rischi per i nascituri (in termini di percentuali maggiori, rispetto ai bambini concepiti naturalmente, di difetti alla nascita), e i cambiamenti nell’immunotolleranza dell’embrione il cui genoma non è concordante con quello della gestante non sono diffusi perché scoraggerebbero il mercato. I danni del taglio cesareo, normale in caso di surrogazione, il lavoro femminista sulla «gravidanza e il parto come momenti naturali da vivere nella pienezza delle sensazioni e delle emozioni» (ancora Santini e Tavernini), il diritto della donna e del neonato all’allattamento al seno sono rimossi. Non potrebbe essere altrimenti nel quadro di biotecnologie che, impegnate nella «messa a valore della vita sin dal suo concepimento», guardano al corpo femminile come al teatro inanimato di processi cui sono altri a dare senso e scopo.

Soffermandosi sulle candidate madri surroganti americane premiate dal giudizio di avere un «buon equilibrio mentale» perché capaci di capire «di essere solo il vettore del bambino», Corradi denuncia un mondo che vuole le donne, diremmo con parole di Luisa Muraro, «tanto necessarie, affinché si produca la traiettoria che va dall’embrione al genitore, e tanto dotate di capacità deliberativa, quanto prive di autorità» (Perché l’uomo? in Utero in affitto o gravidanza per altri?, a cura di Lidia Cirillo, edito da Franco Angeli nel 2017); la buona madre surrogante, osserva Laura, «deve essere obbediente e non avere pretese sul prodotto del suo lavoro riproduttivo». Questo il nodo politico.

Studiando con «lo sguardo rivolto a popolazioni e contesti diversi: indigene messicane, profughe dei campi palestinesi, contadine indiane», Laura ha visto che «di norma, le donne individuano abbastanza bene quali siano le decisioni da prendere per il benessere della comunità, perché da sempre hanno la responsabilità della riproduzione», siano o meno, come singole, madri.

Davanti alla portata espropriativa delle tecniche riproduttive occorre riprendere questa responsabilità, esercitarla a tutto campo: saper essere disobbedienti, e sapienti. Per Laura Corradi è urgente riaprire, nel femminismo, la «questione scientifica» come «critica femminista della scienza» e questione che riguarda tutti i campi del sapere.

«Il gergo medico non è mai stato un ostacolo per il movimento femminista» e le ormai tante donne scienziate possono essere stimolate a diventare «interlocutrici, in un rapporto dialettico, anche conflittuale». Per pensare «una forma differente di scienza, un sapere non alienato dai soggetti», possono esserci maestre le femministe di colore, le ricerche condotte in condizioni diverse e lontane, «troppo spesso ignorate», che riscoprono «forme non dicotomiche di sapere, saggezza e intelligenza», e le pratiche improntate a «relazioni fondate su reciprocità, azione per il bene comune e rispetto della natura», che rendono possibili «tecnologie utili nella prospettiva di una economia solidale».

Decostruire la «scienza del capitale, patriarcale e razzista», è un impegno al quale in Italia, osserva Corradi, il «fronte laico» ha in larga parte rinunciato sin dai tempi del referendum sulla fecondazione assistita. Le conseguenze si fanno sentire sul dibattito odierno. L’alternativa tra surrogazione gratuita e onerosa omette di considerare che «i problemi di salute per la donna sono indipendenti dal compenso o dalla gratuità»; il richiamo alla «libertà di scelta sul proprio corpo» ignora che ogni scelta avviene in «uno spettro di possibilità ristretto da interessi economici e politici». Il legame coi diritti dei gay, che tende a far bollare come politicamente scorretto il contrasto alla surrogazione, mentre fa dimenticare che «la stragrande maggioranza di coloro che vi fanno ricorso sono coppie eterosessuali» sposta l’attenzione dall’unico soggetto davvero centrale, la donna, e dal sostantivo portatore di interessi: la «potente lobby delle tecnologie riproduttive» che si legittima manipolando l’aspettativa di «un figlio a tutti i costi».

Il pur giusto rilievo secondo cui le tecniche riproduttive possono contribuire al superamento di un modello tradizionale di famiglia e di sessualità si risolve nella «delega del cambiamento politico e sociale alle tecnologie», quando non è associato alla ricerca delle condizioni di «una scienza controllata dal basso» ed è argomentato senza tener conto della differenza sessuale.

Da un punto di vista «post-coloniale e intersezionale», attento alla «critica eco-femminista della scienza» e che «riflette sul rapporto tra donne», Laura Corradi contribuisce al rinnovamento e alla maggiore apertura di una discussione qualche volta provinciale e dimentica che nei confronti del bio-potere («quello sì, contro-natura») che riduce la generazione della vita a fatto tecnico si possono muovere critiche che non originano «da considerazioni religiose o morali ma dall’interesse per la salute delle donne, e che si inseriscono nel contesto internazionale di un femminismo radicale critico e sonoro su questioni riguardanti scienza, salute, ambiente e politiche del corpo».

(il manifesto, 18 settembre 2018 )

di Casa di accoglienza delle donne maltrattate di Milano

Il ddl Pillon va fermato per salvaguardare i diritti civili delle cittadine, dei cittadini e dei loro figli.

Il disegno di legge proposto dal Senatore Pillon sulla revisione della separazione e dell’affido ci porta indietro di 50 anni, e non è retorica.

L’obiettivo non espresso, ma comunque evidente, è quello di rendere talmente complicata la strada per la separazione da far rinunciare tutte e tutti con evidente danno alla libertà di ognuno.

La situazione diventa ancor più preoccupante quando la relazione intima è caratterizzata dalla violenza contro la donna.

Di seguito, in sintesi, i punti critici del disegno di legge.

1) MEDIAZIONE OBBLIGATORIA

– Chi vuole separarsi/divorziare – prima di presentare l’istanza – deve iniziare un percorso di mediazione familiare.

– L’obbligo ostacola la libertà e il diritto dell’individuo di scegliere per la propria vita di relazione e, nel caso in cui ci siano figli minori, impone di effettuare una mediazione a pena di non poter presentare la domanda.

– La mediazione dovrebbe avere come presupposto la scelta volontaria delle parti. Nella proposta Pillon, vi è l’obbligo di promuovere/iniziare la “mediazione” a prescindere dalla volontà di una o di entrambe le parti e, soprattutto, senza tenere conto dei casi di violenza. È noto che è proprio nel momento in cui la donna sceglie di interrompere la relazione che si trova in maggiore pericolo.

– L’esperienza insegna che non si può condividere con il maltrattante neppure l’informazione di avere deciso di chiudere il rapporto, perché quello è il momento in cui la violenza del maltrattante arriva al suo apice. L’obbligo di mediazione impone alla donna non solo di dirlo, ma anche di discuterlo con il maltrattante violando apertamente il divieto di mediazione previsto dall’art. 48 della Convenzione di Istanbul.

– L’obbligo aumenta i tempi per interrompere una convivenza – cosa che in molti casi di violenza risulta fatale – con la conseguenza che la donna che subisce violenza potrebbe essere obbligata a rimanere nella relazione di coppia fino alla maggiore età del figlio.

– L’aumento dei costi è esponenziale poiché non è prevista assistenza con patrocinio per la mediazione ed è evidente che si genera uno squilibrio tra chi può permettersi questa spesa e chi non può.

2) FIGLI DELLA PATRIA

– Spesso è impossibile provare ciò che succede tra le mura domestiche. Questo consente all’uomo maltrattante di fare in modo che quanto la donna denuncia non sia creduto e così finisce per attribuire alla donna manipolazioni che in realtà è lui stesso a mettere in atto. Il progetto di legge Pillon sostiene questo tipo di figura genitoriale.

– Nelle situazioni in cui c’è contrasto (e peggio ancora dove non c’è conflitto ma aperta violenza) le decisioni riguardo ai figli sono rimesse al giudice attraverso un perverso meccanismo che porterà i genitori ad acuire lo scontro.

– Nel caso in cui un figlio “manifesta rifiuto alienazione o estraniazione con riguardo a un genitore” (tutti sentimenti presenti e legittimi che i figli possono manifestare) vi è la punizione anche per loro: l’altro genitore può vedersi limitata o perdere la responsabilità genitoriale, i figli vengono obbligati a stare di più con il genitore con cui hanno manifestato di non voler stare, fino al punto di poter essere prelavati di forza dalla loro casa e collocati presso una struttura specializzata, senza alcuna considerazione per il tanto sbandierato interesse del minore.

3) FIGLI DIVISI

– I figli saranno costretti a rimanere per almeno 12 giorni con ciascun genitore, anche contro la loro volontà e senza considerare la loro età, i loro interessi, l’organizzazione e le condizioni di vita.

– Di fatto, avremo bambini divisi a metà, prescindendo dal loro stato d’animo, dalla loro volontà e, quindi, dal loro interesse.

4) PIANO GENITORIALE

– Nel momento peggiore della storia di una coppia si impone una discussione per redigere un piano genitoriale riguardante ogni aspetto di vita del figlio (luoghi, persone frequentate, scuola, attività, vacanze, etc…). Questi accordi rimarranno la base di riferimento anche in caso di successivo contenzioso e dovrebbero quindi essere scritti con la capacità di prevedere il futuro.

– Il progetto di legge fa aumentare le ragioni di scontro tra genitori, ancor peggio nei casi in cui viene agita violenza.

– Il DdL comporta la necessità di continue modifiche in base alla crescita del minore, con conseguenti potenziali scontri.

– Il DdL genera un aumento potenziale del contenzioso e dei tempi di contrasto, allungati dalla mediazione obbligatoria prima, e dal giudizio poi, con una lievitazione dei costi che potrà meglio sostenere il genitore economicamente più forte. Questo metterà in ginocchio chi ha meno risorse economiche, dando origine ad un’ingiustizia sociale evidente.

5) ASSEGNO DI MANTENIMENTO

– Con il mantenimento diretto si vuole far passare l’idea che ciascun genitore sia nella condizione di dare al figlio pari tenore di vita. Ciò nei fatti non è vero: sappiamo che sono le donne a lasciare il lavoro quando nasce un figlio e sappiamo, ancora, che sono le donne ad avere perdita di potenzialità di sviluppo della carriera, con evidenti conseguenze economiche. È sufficiente guardare all’esigua percentuale di uomini che hanno usufruito del congedo parentale.

– Viene cancellato l’assegno di mantenimento a favore dei figli che serve a ri-equilibrare e suddividere in proporzione alle possibilità economiche di ciascun genitore il costo per il mantenimento dei figli.

– I genitori devono suddividersi i costi per “specifici capitoli di spesa”, cosa che comporta evidenti complicazioni nella gestione ordinaria e un potenziale aumento del contenzioso, come se fosse possibile stabilire preventivamente tutte le future esigenze che si presenteranno per i figli.

– La disparità di capacità economiche dei genitori comporteranno una disparità di trattamento dei figli quando saranno con l’uno o l’altro genitore.

6) CASA FAMILIARE

– Il diritto del minore di mantenere il luogo di vita in cui è prevalentemente cresciuto viene minato dalla previsione del pagamento di un indennizzo – canone di locazione ai prezzi di mercato – al “genitore proprietario” e quindi il coniuge economicamente più debole viene ulteriormente penalizzato e, di conseguenza, i figli.

– Il progetto di legge tralascia volontariamente anni di studi sulla necessità di dare ai figli, proprio nel momento di maggiore sbilanciamento delle loro condizioni di vita, almeno la certezza di non perdere uno dei punti di riferimento più importanti, ossia il luogo di vita.

7) ORDINI DI ALLONTANAMENTO E DI PROTEZIONE

– La proposta di legge stravolge il senso della normativa approvata già nel 2001 su istanza dei centri antiviolenza per intervenire con misure cautelari nel momento di maggior pericolo per la donna. Con questo DdL, se la donna osa denunciare condotte maltrattanti e chiedere l’allontanamento di chi agisce violenza, rischia di essere accusata di provocare “grave pregiudizio ai diritti relazionali del figlio minore e degli altri familiari”, con la conseguenza di scoraggiare ancora di più qualsiasi iniziativa di richiesta di intervento dell’autorità giudiziaria al fine di uscire dalla violenza.

– Il rifiuto dei minori vittime di violenza diretta o assistita di vedere o rimanere con il genitore violento può essere considerato frutto di condizionamento da parte dell’altro genitore, vittima a sua volta di violenza. Non viene punito il maltrattante, ma la vittima e i minori.

FIRMA LA PETIZIONE >>> https://bit.ly/2CFuWCb


(facebook, 18 settembre 2018)

Domenica 16 settembre dalle ore 12.00 alle 13.00 è andato in onda su Radio Popolare uno speciale a cura di Tiziana Ricci dal titolo “RICORDANDO IDA” dedicato a Ida Farè scomparsa in agosto.

Un collage di voci di persone che con lei hanno fatto cose belle e importanti e l’hanno profondamente stimata e amata per il suo impegno sociale, politico e per la sua capacità di far sentire tutti importanti.

La trasmissione si potrà riascoltare a breve in podcast nella sezione “Speciali”

https://www.radiopopolare.it/2018/09/ricordando-ida-fare/

Sara Gandini

 

Essere riconosciuta come donna è un piacere di cui desidero che il mondo tenga conto. Negli anni ho imparato ad essere orgogliosa di quello che significa per me essere donna e vorrei che che questo mio modo di muovermi possa essere contagioso. A lungo molte donne – lo vedo nel mio posto di lavoro ad esempio – per non incappare in quell’immaginario misogino, secondo cui essere troppo femminili vuol dire essere poco credibili o professionali, si sono omologate ad un modo di agire, di vestire, di muoversi nello spazio che non avesse tracce della femminilità.

Ora, grazie al femminismo, la libertà delle donne non deve passare per la rinuncia alla femminilità. Cosa intendo per femminilità? Ha a che fare con la cultura, l’epoca storica, l’educazione ma sempre più per molte riguarda una ricerca personale su come si vuole significare soggettivamente l’essere donne.

Le donne hanno cominciato a pretendere di essere nominate al femminile nelle professioni perchè il fatto di essere donne sia visto e riconosciuto, non sia un fatto indifferente. La ricerca su come manifestare la femminilità ha a che fare con il desiderio di essere viste e riconosciute anche in quanto donne, per non finire nel neutro maschile.

Nascere maschi o femmine si presta all’attribuzione di significati e a me preme farne una ricerca libera, anche giocando con l’immaginario che viene da lontano, perché la nostra storia è intrisa di patriarcato ma si possono scorgere anche grandi esempi di espressione libera della soggettività femminile. Proprio rivisitando la nostra storia con un altro sguardo l’immaginario stesso si modifica e può aiutarci a far sì che il libero senso della differenza sessuale si renda visibile, anche dove meno ce l’aspettiamo, e sappia ispirare in ciascuna il proprio ‘voler essere’.

Le lotte che le donne hanno condotto negli ultimi 50 anni hanno permesso che si diffondesse maggiore consapevolezza e forza e credo che ora possiamo giocare con l’immaginario senza troppi timori di rimanerne incatenate. Ora potremmo provare ad usare l’immaginario comune per spiazzare i nostri interlocutori e non farci trovare dove si aspettano di trovarci.

Un bell’esempio di femminilità che spiazza è quello di un paio di fortunate serie televisiva americane (‘Good wife’ e poi ‘Good fight’) che raccontano le vicende di studi di avvocatura in cui le avvocate sono donne di successo che incarnano diverse figure di femminilità. Le brave attrici di questa serie, che ha vinto parecchie nomination e premi, tra cui quattro Emmy e un Golden Globe, raccontano della possibilità di essere donne di successo, ad ogni età ed orientamento sessuale, senza dover rinunciare alla femminilità. In particolare amo una personaggia creata da Carrie Preston, Elsbeth Tascioni, che è valsa all’attrice l’Emmy Award come Miglior Guest Femminile. E’ un personaggio ironico e intelligente che in qualche modo sfrutta gli stereotipi sulle donne: non è la classica donna emancipata e professionale, che sa come comportarsi da avvocata. Sembra un po’ persa, ha un comportamento ricco di stranezze, che le conferisce una certa vulnerabilità e poca credibilità. Si fatica a prenderla sul serio e questo aspetto si rivela un punto di forza, in quanto i suoi avversari abbassano la guardia, e lei spiazzando tutti riesce a fare giustizia.

La ricerca del senso libero della differenza ovviamente non si limita all’uso degli stereotipi che confinano gli uomini, e più spesso le donne, in schemi predeterminati e definiscono in modo categorico femminilità e mascolinità. Tuttavia i luoghi comuni, proprio in quanto tali, rappresentano un terreno conosciuto, il terreno che abbiamo in comune, da cui quindi possiamo partire, allontanarci, ma da cui non possiamo prescindere. Prescindere dai luoghi comuni è infatti prescindere da ciò che ci dà un immaginario, un vestito, una rappresentazione di noi visibile agli altri e a noi stessi. Contrastare i luoghi comuni può significare cadere nel non essere, nel niente di definito e mostrabile.

Le creature piccole ci insegnano a non essere schematici nella lotta agli stereotipi. Nelle fasi di crescita e di ricerca per capire chi vogliono essere le creature generalmente si riferiscono all’azzurro e al rosa, al gioco delle principesse e dei cavalieri (nel caso anche sovvertendo colori e ruoli) nonostante tutte le lotte contro gli stereotipi. Questo accade perché sono passaggi che mostrano una ricerca che riguarda la loro identità, da esplorare senza preconcetti e ideologie. Grazie al femminismo ora possiamo affrontare i nodi della crescita e della ricerca di sé in modo meno semplicistico, interrogandoci sul filo che corre tra lo stereotipo e la ricerca che tutti abbiamo la necessità di fare, fin da bambini, in quanto esseri sessuati che si muovono in un mondo profondamente mutato dalla libertà femminile.

Mostrare le differenze anche nel senso della ricerca di immagini positive della femminilità diviene di fatto un’opportunità per fornire un simbolico differente e di valore e per fa sì che ci si interroghi su come significare quel semplice e imprescindibile fatto di nascere maschio o femmina. Cosa vogliamo farne di questo fatto? Che donne e uomini vogliamo essere? Il mondo può cambiare se teniamo conto di questo fatto? Specifico che con i termini “donne” e “uomini” indico qualcosa non sta solo sul piano della cultura o della biologia, ma della “realtà”, nel senso di fare i conti con quel che in profondità la nostra verità soggettiva ci dice di noi.

Quelle domande orientano le scelte che riguardano il mio muovermi nel mondo, dal lavoro alla politica, dalla sessualità alla famiglia. Non mi faccio mettere in scacco da un mondo pensato a misura maschile, ma mi fido del mio sentire e mostro con orgoglio la mia differenza.

(www.libreriadelledonne.it, 15/09/2018)

di Debora Attanasio

Trans accusate di maschilismo, femministe che emarginano le trans: nel mezzo, una scrittrice che ricorda quando ha cambiato sesso “e ho capito quanto siano discriminate anche le donne”.

Non è problema da poco: femministe contro transgender sembra una voce in tabellone durante un torneo di calcetto estivo in un mondo idealmente perfetto e sereno. Invece è il titolo di un fenomeno fatto di focolai sparsi che se qualcuno si prenderà la briga di unire con un pennarello rosso, come i puntini della Settimana Enigmistica, svelerà la forma di un campo di battaglia. Una guerra neanche troppo fredda che ha come detonatore iniziale la Gpa, la gestazione per altri. La sintesi: da una parte ci sono alcune correnti di femministe che vedono l’utero in affitto come l’ennesima forma di sfruttamento prostituente del corpo femminile, soprattutto quelle radicali come la cosiddetta Terf (Trans-Exclusionary Radical Feminist). Dall’altra ci sono le donne non cis gender, cioè coloro che hanno ottenuto il sesso femminile tramite un faticoso adeguamento dell’identità fatto di psicoanalisi, prescrizioni di ormoni e un’operazione chirurgica, e che ora – così come le coppie gay maschili – desiderano avere dei figli. Una questione non facilmente risolvibile, anche per colpa delle “fattorie di gestazione” che sono sorte nei paesi con un alto tasso di povertà, in cui donne indigenti vengono fecondate a pagamento per terzi, in una situazione diversa da quella di giovani europee o americane che decidono di portare una gravidanza altrui per pagare – ad esempio – il college dei propri figli.

Ma la nuova occasione di scontro fra le due fazioni è cresciuta piano piano nei paesi anglosassoni dove le donne transgender sono più avanti nell’abbattimento del muro della discriminazione e del pregiudizio, ottenendo posti di lavoro che non siano solo e banalmente nell’ambito dello spettacolo e della cosmetica. O nella prostituzione. La contestazione che arriva dalle femministe inglesi, e che ha richiesto un delicato lavoro di pinze per non incorrere immediatamente nell’accusa di omofobia, non è poi così inaspettata. Ciò di cui si lamentano, detto brutalmente, è la tendenza di molte transgender di esercitare sulle colleghe, nei posti di lavoro, le stesse prevaricazioni che già subiscono dai colleghi maschi, contro le quali la battaglia è aperta da sempre. È come se, cresciute dalla famiglia con l’impostazione mascolina a e essere forti, vincenti, a passare sopra tutto e tutti come uno schiacciasassi, le donne transgender si trovino a rispolverare e usare quei mezzi perché quello è stato il loro imprinting infantile che niente ha potuto cancellare, né la scoperta di essere nate nel corpo sbagliato, né le massicce dosi di ormoni. Se n’è accorto anche il The Economist, che durante l’estate non ha potuto ignorare lo scontro e ha pubblicato un articolo dell’attivista trans Kristina Harrison, funzionaria del National Health Service, in cui ha dichiarato, cercando di mettersi nei panni delle altre: “Le donne che si oppongono alle istanze delle trans spesso ragionano in base alla loro esperienza della misoginia, non per fanatismo”. Ma in Italia come viene trattata la questione?

La bomba è scoppiata negli Stati Uniti e le schegge sono inevitabilmente ricadute in Europa”, spiega Monica Romano, scrittrice ed esponente di lungo corso del movimento LGBT italiano, autrice fra gli altri di Diurna. La transessualità come oggetto di discriminazione e Gender (R)Evolution (Mursia). “In Italia, a dire il vero, è più preoccupante la spaccatura interna nei movimenti Lgbt perché Arcilesbica – già in rotta con il resto del movimento per la GPA – ha innescato un attacco alle trans. Vale la pena ricordare che la frangia femminista Terf non è rappresentativa di tutto il femminismo, costituisce una minoranza e questo va specificato per non compromettere quella che sta diventando un’alleanza sempre più forte. Le Terf dicono che donne si nasce, non si diventa. Questo ci marginalizza, sminuisce un diritto – acquisito in Italia dalle donne transgender grazie a una legge del 1982 – di essere considerate donne al pari di tutte le altre dopo un percorso che implica grande dolore, sforzi e difficoltà per l’adeguamento della nostra identità sociale”. Con il resto delle femministe, che sono la stragrande maggioranza, il rapporto è invece sano: “Io mi definisco femminista e dialogo con la Libreria delle Donne di Milano, istituzione storica del femminismo”, dice Monica Romano. Tuttavia, entrando nel merito della polemica su cui ha punta il dito il Guardian, riconosce la validità di alcune critiche espresse dalle femministe rispetto al movimento LGBT. “La misoginia di molti gay, ad esempio, è innegabile. Ed è vero che l’impostazione familiare di una donna transgender è stata maschile, e che ne conservano alcune caratteristiche come, ad esempio, una maggiore assertività. Ma siamo così sicure che l’assertività sia una caratteristica necessariamente maschile? O è la cultura in cui viviamo che ci induce a pensarlo? Quando ho iniziato a vivere come donna, a 19 anni, sono diventata consapevole delle discriminazioni e dei soprusi che le donne subiscono, subendole in prima persona nel lavoro: io stessa fatico a rompere il “soffitto di cristallo” nel mio lavoro, ad avere i giusti riconoscimenti come laureata e professionista, perché sono una donna. La verità sta nel mezzo. Io ho sempre lavorato per costruire un ponte fra le donne e le donne transgender. Noi donne trans subiamo violenza e discriminazione. Le donne, tutte, subiscono violenza e discriminazione. Chi è il responsabile comune dei nostri problemi? Il patriarcato. È il patriarcato l’unico nemico contro cui donne e donne trans dovrebbero muoversi compatte. Far scoppiare guerre interne è un errore e una perdita di tempo da entrambe le parti. Un allontanamento da un obiettivo comune, da cui ne trae vantaggio solamente il patriarcato”.

Marie Claire, 13 settembre 2018

di Lucetta Scaraffia

La fine della dominazione maschile – trasformazione storica alla quale stiamo assistendo nel mondo occidentale – costituisce senza dubbio un evento sociale di specie rara, che tocca la società nel profondo, cioè nella maniera in cui si costituisce e si perpetua. Queste le considerazioni del filosofo francese Marcel Gauchet, che in un recente saggio affronta il tema nella sua complessità, mettendo in evidenza, innanzi tutto, che abbiamo la possibilità «per la prima volta nell’avventura umana, di entrare nelle ragioni che hanno presieduto questa organizzazione arci-millenaria dei ruoli sessuali», talmente radicata che ha potuto passare per un tempo immemorabile come iscritta nell’ordine delle cose.

Talmente radicata che, scrive il filosofo, «esiste un legame intimo fra dominazione maschile e religione». Come hanno modellato insieme, a livelli diversi, l’esistenza collettiva, così oggi stanno subendo una profonda crisi che le coinvolge entrambe. Entrambe rispondevano a una esigenza profonda, quella di garantire l’esistenza di una società, assicurando la continuità della sua cultura e l’identità della sua organizzazione al di là del rinnovo dei suoi membri. Le donne detengono il potere di assicurare la riproduzione fisica del gruppo umano, gli uomini quella culturale: nelle società tradizionali la potenza di procreare era controbilanciata da una potenza equivalente, ma la superiorità dell’ordine culturale – trascendente rispetto alla precarietà della vita biologica – diventava la base della dominazione maschile. L’essenza della mascolinità stava nella possibilità di elevarsi al di sopra del suo sesso per raggiungere lo statuto di individuo universale.

Questo tipo di organizzazione ha cessato di esistere, provocando trasformazioni radicali sia nelle condizioni della riproduzione biologica sia in quelle della riproduzione culturale, cambiando radicalmente i riferimenti al maschile e al femminile. Oggi la dimensione culturale esplicita e consapevole è stata assorbita da quella implicita del processo sociale. Come lucidamente osserva Gauchet, «quello che è fondamentalmente cambiato è il modo in cui le società assicurano la loro traversata nel tempo». La dominazione maschile ha perduto la sua ragione d’essere, e proprio per questo i fondamentalismi insistono tanto sul rapporto fra i sessi, tema che sembrerebbe periferico rispetto a una visione religiosa del mondo.

Il lucidissimo saggio suggerisce nuove e importanti linee interpretative del cambiamento in atto nella società e nella famiglia, ma rispetto alla religione Gauchet cade nell’errore di considerare tutte le forme religiose come patriarcali: per quanto riguarda il cattolicesimo, ha certo ragione se pensiamo all’istituzione, ma non ce l’ha se pensiamo al suo fondamento sacro, i vangeli. Lì la testimonianza di Gesù rovescia in mille modi la stratificazione patriarcale in cui vive, con modalità che hanno influito potentemente sullo sviluppo storico dell’occidente. Se, come sosteneva il teologo ortodosso Ignazio Hazim, poi patriarca di Antiochia, la missione di tutte le Chiese «è quella di essere la coscienza viva e profetica del dramma di questo tempo» oggi un ritorno più consapevole al testo evangelico può consentire alla Chiesa di presentarsi nuovamente come messaggio profetico, diventando così il laboratorio nel quale saranno concepite le basi culturali della nuova società. Donne e uomini insieme.

(L’Osservatore Romano – il Settimanale, 13 settembre 2018)

di Marina Terragni

Il Consiglio Comunale di New York ha preso la decisione, senz’altro storica, di iscrivere all’anagrafe bambine e bambini come Gender X –ovvero non femmina e non maschio- su semplice richiesta dei genitori. Per procedere all’iscrizione come Gender X e non come femmina o maschio non sarà necessario alcun parere medico, basterà l’espressa volontà degli adulti (alla neonata-neonato non sarà certo possibile richiedere che cosa ne pensa).

Anche gli adulti potranno chiedere di modificare il proprio genere sui documenti senza alcuna certificazione medica che accerti disforia di genere.

Commentando con grande soddisfazione la notizia a Radio Popolare, Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay, ha sostenuto che il provvedimento servirà soprattutto per i “tanti bambini intersessuali”, che nascono con caratteri sessuali non chiaramente definiti.

Le cose non stanno affatto così:

  1. il provvedimento non riguarda i bambini diagnosticati come intersessuali –non serve, appunto, alcuna diagnosi medica, la novità sta qui- ma potenzialmente tutte le bambine e i bambini nate e nati con organi sessuali perfettamente conformati e corrispondenti al genere femminile e maschile. Come viene detto espressamente, basta che i genitori per ragioni tutt’altro che mediche non intendano registrare la nata/il nato come del genere corrispondente al sesso biologico. Questo pone un enorme dilemma etico: che cosa fonda il supposto diritto dei genitori a non tenere conto del sesso biologico della figlia e del figlio e di optare invece per l’indeterminazione di genere, ovvero di farlo crescere né femmina né maschio a dispetto della verità del suo corpo? Esiste una potestà genitoriale che possa spingersi fino a questo punto di invasività nella vita della figlia e del figlio, vita che non appartiene MAI ai genitori? Si tratta di una violenza inaccettabile su un essere umano inerme. Piazzoni giudica il provvedimento del consiglio di NYC come una decisione “semplice, rivoluzionaria e che non toglie niente a nessuno”. Probabilmente è semplice e rivoluzionaria, ma potrebbe togliere molto a bambine e bambini che per ragioni meramente ideologiche e unilaterali e a prescindere dalla verità del loro corpo verranno classificati come X.
  2.  Le nate e i nati intersessuali non sono affatto “tanti”, come sostiene Piazzoni, ma costituiscono un’esigua minoranza valutata tra lo 0,05 e l’1,7 per cento. Le variazioni percentuali dipendono dal fatto che la definizione di intersessualità è un ombrello piuttosto vasto che copre un’ampia serie di anomalie, dall’ermafroditismo vero e proprio alla sindrome di Swyer, alla sindrome di Morris. Mentre l’ermafroditismo puro è diagnosticabile alla nascita –il nato presenta organi sessuali incerti- altre sindromi non lo sono affatto: per esempio nel caso della sindrome di Morris avremo un corpo geneticamente maschile che a causa di un’insensibilità agli androgeni si sviluppa come assolutamente femminile. In gran parte dei casi, quindi, la condizione di intersessualità si potrà constatare solo al momento dello sviluppo o comunque molto tempo dopo la nascita.
  3. Il sesso biologico è un fatto e l’identità di genere un costrutto: non serve affatto negare la realtà del proprio corpo per comportarsi, vestirsi, vivere come meglio si ritiene e amare chi si ritiene. Negare la realtà del corpo è un fatto violento e non necessario.
  4. Negare la verità del corpo alimenta gli enormi profitti di Big Pharma e Big Fertility, che hanno tutto l’interesse a rivenderti il corpo come un prodotto
  5. Negare la verità del corpo –le sue potenzialità, i suoi limiti- è una pratica maschile. Su questa pratica si fonda l’intero edificio patriarcale. Negare la verità del corpo è una mossa drammaticamente misogina.

Come può Arcigay salutare con entusiasmo questa roba?

(marinaterragni.it, 13 settembre 2018)


Il titolo di questo seminario ha a che fare con il desiderio di alcuni uomini quanto a sé e la richiesta rivolta ad altri di sbilanciarsi dalla parte della politica delle donne. È un invito che ha un suo motivo. Le mappe più conosciute della cultura e della politica maschile sono in bilico tra cambiamenti sregolati, la difficoltà di stare in rapporto alla realtà, la ripetizione di vecchi percorsi e un crollo verticale di valori. La politica delle donne ha seguito in questi anni un filo che ha attraversato le mappe maschili senza confondersi con esse.

Ultimamente il femminismo ha acquistato un nuovo credito. A prima vista per l’effetto di diversi movimenti internazionali. Pensiamo alla manifestazione di un milione di donne e uomini a Madrid contro il femminicidio, come anche alla forza simbolica delle donne che hanno denunciato gli uomini pubblicamente nel movimento del #metoo. Come pure al movimento internazionale Non una di meno. Ma questo credito è legato soprattutto al fatto che le donne si sono esposte personalmente, hanno rinnovato la pratica del partire da sé e mostrato una autorità femminile guadagnata con il proprio esserci, al di fuori dalle forme garantite delle istituzioni.

In questo seminario vogliamo aiutarci nella non facile lettura del presente, e fare proposte per avanzare nel futuro che in parte è già nostro.

Il primo passo essenziale è quello di dire la verità di ciò che stiamo vivendo tutte e tutti. Dire la verità è legato ad un senso profondo di giustizia che ci espone personalmente in rapporto alla vita degli altri. In questo le donne sono favorite da una cultura materiale che sta vicina all’esperienza comune.

Dire la verità di quello che viviamo, per quanto doloroso possa essere a volte, libera il desiderio. Apre nuove strade.

Il secondo passo è considerare l’inventiva politica delle pratiche del movimento delle donne: quelle sperimentate già ma soprattutto quelle che stanno nascendo a ridosso di questioni brucianti – esistenziali, politiche, economiche – in cui siamo tutte e tutti coinvolti.

Bibliografia:

Hannah Arendt, Vita activa, Bompiani, Milano 2017.

Diotima, Femminismo fuori sesto. Un movimento che non può fermarsi, Liguori, Napoli 2017.

Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg&Sellier, Torino 1987.

Luisa Muraro, Autorità, Rosenberg&Sellier, Torino 2013.

Matteo Angeli (a cura di), Il pensiero che muove la politica, Ytali ed., Venezia 2018.

Annarosa Buttarelli, Sovrane. L’autorità femminile al governo, Il Saggiatore, Milano 2013.

 

Il seminario inizia il 5 ottobre (2018), che è un venerdì, alle 17,20 per poi continuare con il seguente calendario fino a venerdì 26 ottobre:

– Venerdì 5 ottobre, ore 17,20 aula 2.1.

Luisa Muraro – Difesa di Simplicio. Capire le ragioni di quelli che non capiscono

– Venerdì 12 ottobre, ore 17,20 aula 2.1.

Annarosa Buttarelli – Prossimità

– Venerdì 19 ottobre, ore 17,20 aula 2.1.

Chiara Zamboni – In territorio pericoloso con bussola ma senza mappa

– Venerdì 26 ottobre, ore 17,20 aula 2.1.

Caterina Diotto – Qualcosa di nuovo sul fronte occidentale

 

Il seminario si tiene all’Università di Verona, Area studi umanistici, via San Francesco 22.

 

(www.libreriadelledonne.it, 11 settembre 2018)

a cura di Antonella De Gregorio

 

Lui è andato vicino al premio Nobel per la Fisica (2013) per aver partecipato alla scoperta del bosone di Higgs. Lei lo scorso anno ha sfiorato il «Nobel» degli insegnanti, il Global Teacher Prize, arrivando – unica italiana – nei 50 finalisti tra 40 mila candidati. Ma Guido Tonelli, fisico delle particelle, scienziato del Cern di Ginevra, docente all’Università di Pisa, e Lorella Carimali, che insegna matematica al Liceo scientifico Vittorio Veneto di Milano, hanno molto altro in comune. Personalità, passione e metodo. La convinzione che la matematica sia un’impresa creativa e un’ostentazione di audacia. Oltre a una non comune capacità di innovare. «Anche se gli innovatori vivono periodi difficili e sono soli. Perché quando innovi, nella scuola italiana non c’è nessuno che ti sostiene», dice Carimali, che al palcoscenico di Dubai, tra i prof più meritevoli del mondo, è arrivata grazie al suo approccio pratico e creativo alla materia, fatto di lavori di gruppo, ipertesti, progetti multimediali, sceneggiature teatrali che sono i suoi studenti a scrivere, mettendo in scena la teoria della relatività o la geometria non euclidea.

Adesso, nel suo ruolo di «ambasciatrice» della matematica, pubblica un romanzo (La radice quadrata della vita, Rizzoli) che mette a confronto due generazioni di insegnanti, parla del lavoro instancabile dei docenti e della matematica: come tecnica per affrontare la vita attraverso il ragionamento ed espediente per trovarne gli aspetti positivi. Come la radice quadrata, appunto, che può esistere solo se il numero sotto radice è positivo. Un libro che punta a trasmettere a tutti la bellezza del pensiero matematico, in cui convivono libertà, armonia e rigore.

Anche per Tonelli la matematica insegna ad affrontare i problemi con razionalità ed efficacia. «Ma ha anche la capacità di portare in mondi sconosciuti e strabilianti. Quando immagini che cos’accade accanto a un buco nero, le deformazioni dello spazio-tempo legate alla massa e all’energia, e lo fai con espressioni semplici da scrivere alla lavagna anche se difficili da capire, lì vedi la potenza e la bellezza della matematica».

Com’è nato questo libro, professoressa Carimali? E cosa ci ritrova, professor Tonelli, della sua esperienza?

LORELLA CARIMALI – Volevo stimolare una riflessione sul significato della formazione e l’importanza della condivisione; raccontare un passaggio di consegne tra generazioni di maestri. E andare contro la scissione che resiste tra cultura umanistica e scientifica. Soprattutto, trasmettere l’idea che la scuola è un luogo di relazioni e che il futuro lo si costruisce insieme. Pensando matematicamente.

GUIDO TONELLI – Sì, tutto questo l’ho trovato. Assieme a una questione fondamentale: come esercitare la professione di docente, come farsi rispettare, come esercitare l’autorità. Leggendolo, ho rivissuto il breve periodo in cui insegnai alle superiori. Ricordo un ambiente duro, insegnavo elettronica ed elettrotecnica all’Istituto nautico di La Spezia. Mi stupì quanto rapido fu l’innamoramento dei ragazzi per quest’insegnante, pur giovane come loro, quando avvertirono carisma e passione. La supplente del libro, Bianca, è come un flashback: il primo ingresso in classe, il pregiudizio degli studenti, magari pluriripetenti, quasi coetanei.

Nel libro Donatella, docente esperta, spinge la giovane supplente a volare alto, a confrontarsi con problemi sempre più difficili. È così? L’istruzione offre sfide adeguate agli allievi?

GUIDO TONELLI – Non mi sembra. Ultimamente vedo piuttosto una tendenza a semplificare, come se trattassimo i ragazzi da incapaci. Bisogna invece metterli di fronte a difficoltà anche superiori rispetto a quelle che incontravamo noi dopo l’adolescenza, perché il mondo al quale si affacceranno loro sarà più complicato. Il ruolo della scuola è anche di trasmettere fiducia.

LORELLA CARIMALI – Se penso a ciò che faccio io di diverso in classe, è proprio questo: infondere fiducia, fare in modo che i ragazzi credano in sé stessi. Va liberata l’energia che hanno dentro.

GUIDO TONELLI – Sì, è vero, per certi versi è una generazione spaventata ma hanno dentro questa forza. Bisogna valorizzarla e allora il destino di tanti non sarà più quello di andarsene dall’Italia. Io ho il privilegio di lavorare circondato da giovani menti brillanti, selezionate nelle migliori università del mondo. Tra di loro, i nostri non sfigurano certo; anzi, corrono veloci come e più degli altri.

 

Qualche mese fa, in una lettera aperta su «la Lettura» alla ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, professor Tonelli, ricordava uno dei suoi insegnanti, capace di coltivare negli allievi la logica e la capacità di superare gli ostacoli. E invitava la ministra a trovare e sostenere insegnanti così. Oggi riformulerebbe la richiesta al ministro Marco Bussetti?

GUIDO TONELLI – Certo, continuo a pensare che nelle scuole ci sia bisogno di persone appassionate del proprio mestiere oltre che competenti. Io giro centinaia di scuole per fare divulgazione e ne trovo tanti di insegnanti così. Magari anche guardati con diffidenza dai colleghi, perché spesso chi vuol fare qualcosa di nuovo trova ostacoli. L’istituzione dovrebbe «vedere» queste persone e riconoscerne il ruolo. Allora avevo usato provocatoriamente la questione dei soldi, proponendo retribuzioni adeguate e progressioni di carriera. Ma l’importante è riconoscere le punte di eccellenza e consentire loro di espandersi. Se diamo insegnanti bravi, i nostri ragazzi imparano cose incredibili. È questa la sfida.

LORELLA CARIMALI – I bravi insegnanti non mancano ma tante esperienze si perdono in una scuola che oggi paradossalmente è più indietro rispetto a dieci anni fa. Le lezioni frontali, le bocciature, le prove parallele per classi… che senso hanno? Sono d’accordo con il professor Tonelli, ovviamente: quando un insegnante fa innovazione va sostenuto. Ma penso anche che il rilancio della scuola debba passare attraverso il rilancio della figura dell’insegnante. Bisogna riportarlo al centro, come persona autorevole, di cui si ascoltano i pareri. Per farlo, quello che manca in Italia e che invece ho visto funzionare all’estero è proprio la progressione di carriera.

 

In che modo?

LORELLA CARIMALI – Si potrebbe pensare a un sistema che faccia diventare i professori che hanno maturato esperienze significative una risorsa anche per i colleghi. Per esempio tenendoli metà delle ore in classe e metà nelle università, distaccati nei corsi dove si formano i nuovi insegnanti. Nel periodo di distacco verrebbe riconosciuto quello che hanno fatto di nuovo, la loro produzione intellettuale.

 

In una società in cui i ruoli educativi sono sempre più articolati e segmentati, si trasmette ancora ai ragazzi il rispetto per l’istruzione e per gli insegnanti?

GUIDO TONELLI – Si andava un tempo al colloquio con gli insegnanti con timore e sussiego. Il professore aveva un prestigio sociale che nasceva non dallo stipendio ma dalla funzione. Guardando alla mia esperienza, io sono il primo non solo che si è laureato ma che ha preso un diploma nella mia famiglia: mi han fatto studiare non per diventare una persona importante o guadagnare, ma perché l’istruzione era considerata uno strumento in più per diventare persone libere. Questa cosa si è persa un po’ per motivi culturali, un po’ per azione politica che è mancata nei governi di tutti gli orientamenti. È rarissimo trovare ministri dell’Istruzione che siano persone di grande competenza e professionalità. Manca, nelle famiglie, a livello politico e di opinione pubblica, l’idea che l’innovazione e la conoscenza siano la cosa più importante per il futuro del nostro Paese. E se ne pagano prezzi altissimi.

 

Quali sono i vostri modelli, chi ha dato un imprinting al vostro lavoro?

GUIDO TONELLI – Il professor Tartaglione, di cui si parlava in quello scritto su «la Lettura», che ha fatto appassionare alla storia e alla filosofia tutta la classe. L’imprinting che ci ha dato, il rigore, la ricerca, la passione e il suo impegno intellettuale e civile sono stati decisivi per generazioni di studenti.

LORELLA CARIMALI – Per il mio stile di insegnamento il modello è stata forse un’anziana maestra delle elementari, rigorosa ma dolcissima, che dopo avermi dato un’insufficienza per un compito tutto corretto ma disordinato, tornò sui propri passi: la mia reazione di sconforto le fece capire che non aveva usato lo strumento giusto. Mi ha insegnato che dobbiamo guardare sempre chi abbiamo davanti. I miei studenti sentono che non li giudico e che sono lì per aiutarli a far uscire quello che hanno dentro.

 

Veniamo alla ricerca, grande ammalata del sistema Italia, dove gli investimenti sono tra i più bassi dei Paesi del G7. Di recente, professor Tonelli, ha fatto discutere la sua affermazione riguardo agli investimenti europei in ambito scientifico, inferiori di almeno tre volte rispetto agli Usa. Ma quando si arriva al tempio della ricerca, il Cern, si gode di giusta considerazione?

GUIDO TONELLI – Nel ranking internazionale la fisica delle alte energie occupa un ruolo di rilievo e si avverte meno la mancanza di investimenti. Ma è vero, non si è compreso a sufficienza a livello europeo e soprattutto in Italia che nel XXI secolo avranno da dire qualcosa nel mondo i Paesi che producono innovazione, tecnologia e cultura. In Italia, in particolare, gli investimenti sono discontinui, manca una visione strategica dell’innovazione e della ricerca. E sì che le condizioni di base ci sono: creatività accumulata, un’enorme tradizione, soprattutto nella fisica e nella matematica. Ma non c’è nessuna visione politica che metta al centro un serio potenziamento della ricerca.

 

Su cosa deve puntare l’istruzione per formare le giovani generazioni?

LORELLA CARIMALI – Molte ricerche oggi dicono che i lavori basati solo sulle conoscenze saranno in futuro sostituiti da robot, dunque una scuola che insegni solo nozioni è destinata a formare infelici senza possibilità di inserirsi nella vita. Dobbiamo invece impegnarci per costruire una scuola che formi alle «4C»: Critical Thinking, Comunicazione, Collaborazione e Creatività.

 

E che dia più spazio alle discipline Stem (Scienza, Tecnologia, Ingegneria e Matematica)?

GUIDO TONELLI – Non credo nell’eccessiva specializzazione: viviamo in una società tumultuosa in cui le cose cambiano rapidamente e dobbiamo aspettarci nuove rivoluzioni nei prossimi decenni, per le quali bisogna essere preparati. Serve una formazione di base molto solida, con la capacità di adattarsi alle novità. La creatività in fondo è capacità di risolvere problemi nuovi e a noi italiani viene particolarmente bene. Quando nelle grandi aziende internazionali ci si trova davanti a una crisi, a un oggetto tecnico che non funziona, spesso sono gli italiani, nel team, quelli che trovano le soluzioni. Forse perché la storia così complessa del nostro Paese ci ha permesso di selezionare, nel nostro Dna, la capacità di sopravvivere, di trovare la via d’uscita.

 

Che fare contro lo stereotipo che vuole le ragazze più brave nelle materie letterarie o creative che in matematica?

LORELLA CARIMALI – Che le ragazze «non siano portate per la matematica» è uno stereotipo molto italiano: va combattuto con convinzione. Così come il pregiudizio che la matematica sia una materia per pochi. Il pensiero matematico va allenato come ci si allena in palestra.

GUIDO TONELLI – All’università ho visto cambiare drasticamente la situazione negli ultimi vent’anni: a Fisica più della metà degli studenti sono ragazze; a ingegneria informatica, dove si contavano sulle dita di una mano, ora sono almeno il 30%. E sono determinate e preparate spesso più dei colleghi maschi. Aumenta la presenza femminile ai piani alti delle istituzioni scientifiche. Nella fisica abbiamo visto un fiorire di personalità di rilievo: Fabiola Gianotti direttore del Cern produce effetti a valanga. Penso che l’Italia sia destinata a cambiare rapidamente.

LORELLA CARIMALI – Non sono così ottimista: ho fatto molte ricerche, da donna e da insegnante che vuole dare a tutti gli stessi strumenti e che vede la matematica come fondamentale per esercitare il proprio diritto di cittadinanza. Il gap tra maschi e femmine scompare solo in quei Paesi dove il lavoro di cura viene considerato al livello degli altri lavori.

(Corriere della sera-La lettura, 9 settembre 2018)


Al Parlamento Italiano,

Al Governo,

Al Parlamento Europeo,

All’Alto Rappresentante per la politica estera dell’Unione Europea

Dopo 9 anni di iter processuale il 5 settembre 2018 la Corte suprema israeliana ha emesso il proprio verdetto definitivo: La Scuola di Gomme deve essere demolita assieme al villaggio di Khan al Ahmar entro la prossima settimana e la popolazione deportata nei pressi della discarica di rifiuti di Al Jabal.

La Scuola di Gomme fu costruita con fondi della Cooperazione italiana dalla Ong italiana Vento di Terra con un progetto originale che si riuscì a realizzare grazie all’impegno della locale comunità beduina Jahalin, all’economicità dei materiali utilizzati ed ai tempi rapidi di costruzione. La Cooperazione italiana rispondeva in tal modo alla pressante richiesta dei beduini Jahalin di poter contare su di una scuola per i propri figli.

La comunità Jahalin ha subito un trasferimento forzato negli anni ’50 dal deserto del Negev ove viveva prima della Guerra del 1948, alle pendici aride delle colline fra Gerusalemme e Gerico per motivi definiti di “sicurezza” dalle autorità militari israeliane.

Alle comunità beduine va risparmiata la condizione di divenire vittime di un’ulteriore pulizia etnica, d’essere sgomberati per far posto a un’ulteriore espansione delle colonie israeliane, dichiarate illegali da decine di risoluzioni dell’ONU. È importante ribadire che tali colonie siano state insediate su territori occupati nel 1967 dall’esercito israeliano in violazione della legislazione internazionale e dagli Accordi di Oslo, sottoscritti nel 1993.

Le comunità beduine hanno gli stessi inalienabili diritti di ogni essere umano, diritti proclamati 70 anni fa dall’Assemblea delle Nazioni Unite: diritto alla vita, al lavoro, all’acqua, al movimento e in particolare, nel caso della Scuola di Gomme, all’istruzione e ai servizi di base.

Ribadendo che la scuola è stata realizzata nel rispetto della Legislazione internazionale, si richiama il fatto che, a fronte dell’insediamento illegale di 40 mila coloni nell’area, ai palestinesi residenti nell’area dal ’67 non è stato riconosciuto dall’Autorità militare permesso alcuno per la costruzione di edifici pubblici. Si fa appello al Governo Italiano e alla Comunità europea, alle Nazioni Unite, alla comunità internazionale, affinché vengano posti in atto tutti gli strumenti diplomatici possibili per scongiurare un’azione da parte dello Stato israeliano che avverrebbe in violazione delle legislazioni internazionali e della Quarta Convenzione di Ginevra. Alla luce dell’impegno profuso in questi anni, alla partecipazione diretta del Ministero degli esteri al progetto per tramite della Cooperazione allo sviluppo, si sollecita il Governo italiano a intervenire presso le Autorità israeliane richiedendo la sospensione delle demolizioni e la tutela dei diritti delle comunità locali.

Si fa appello affinché l’Unione Europea con il tramite dell’Alto rappresentante Federica Mogherini attivi gli strumenti diplomatici atti a proteggere la popolazione residente e tutelarne i diritti.

Si fa appello inoltre alla società civile affinché si sviluppino le opportune iniziative di solidarietà e si acceleri la raccolta firme in favore della scuola, pubblicata sulla piattaforma Change.

SOCIETà CIVILE PER LA PALESTINA

Pax Christi, Saalam Ragazzi dell’Ulivo Milano, La tenda di Amal, Assopace Palestina, COSPE Cooperazione per lo Sviluppo dei Paesi Emergenti, Vento di Terra Ong, Associazione amicizia Italo palestinese, BDS Italia, Rete Ebrei Contro l’Occupazione, Comunità Piagge, L’Ulivo e il Libro, Associazione Oltre il mare, Istituto di Ricerca per la Pace (Italy) – Rete Corpi Civili di Pace – IPRI rete CCP, Donne in Nero di Torino, Salaam Ragazzi dell’Ulivo Padova, Invicta Palestina, Comunità Palestinese Toscana, Comunità Palestinese di Lombardia, VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo, Centro Sereno Regis

(www.facebook.com/societacivileperlapalestina, 8 settembre 2018)

di Silvia Marastoni

Partirà a ottobre, per iniziativa della Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano, il primo progetto italiano di ospitalità, accoglienza e inserimento socio-culturale per donne migranti e richiedenti asilo promosso da un Centro Antiviolenza autogestito.

«Un viaggio per la libertà», spiega presentandolo l’avvocata Manuela Ulivi, presidente di CADMI, «consentirà a donne in uscita dai CAS o dalle strutture SPRAR (dopo aver ottenuto lo status di rifugiata o un permesso di soggiorno regolare) di vivere in una casa-rifugio dove potranno intraprendere un percorso di elaborazione del trauma della violenza e di empowerment personale, acquisendo strumenti di autotutela, di formazione professionale e per la ricerca di lavoro, con l’obiettivo di arrivare alla piena autonomia emotiva, economica e abitativa e di dare compimento alla loro ricerca di libertà».

Occasioni, ragioni e esperienze all’origine del progetto

L’idea, racconta, «è nata alla fine dell’anno scorso, quando il Trust Nel nome della donna (creato da Giovanna Foglia, Fiorella Cagnoni e Serena Foglia per sostenere “imprese” femminili rivolte alle donne, ndr) ci ha offerto in comodato gratuito una palazzina che può ospitare dieci donne con i loro figli. Pensando a come utilizzarla, ci siamo ritrovate a riflettere sui nuovi bisogni che la presenza di tante migranti vede nascere nei nostri contesti, e sulle esperienze che abbiamo maturato in questo ambito anche all’interno della Rete nazionale dei Centri antiviolenza D.i.Re. (Donne in Rete contro la Violenza).

«Sempre più spesso, infatti, negli ultimi tempi, abbiamo avuto richieste di sostegno da parte di donne straniere. Le testimonianze di chi entra per prima/o in contatto con loro all’arrivo in Italia ci dicono che quasi tutte – per non dire tutte – raccontano storie di violenza sessuale e di genere: da quella coniugale o intra-familiare alle mutilazioni genitali femminili, dai matrimoni precoci o forzati agli stupri, dalle gravidanze a rischio o indesiderate ai traumi psicologici acuti; dallo sfruttamento sessuale da parte dei datori di lavoro o nel circuito della tratta ad altre forme di sfruttamento e violenza fisica, psicologica, economica». Tra gli ultimi in ordine di tempo, «anche i racconti delle donne sbarcate dalla nave Diciotti ci confermano che non si può più attendere nel dare risposte competenti e concrete». Ed è una necessità che riguarda anche donne presenti da tempo nel nostro Paese: molte di loro, dice infatti Manuela Ulivi, «ci hanno cercate perché all’uscita dalle strutture in cui erano state ospitate in attesa di “regolarizzazione” tornavano a essere vittime di violenza o maltrattamenti».

Che sia il motivo che spinge alla migrazione e/o venga subita nel corso del viaggio verso l’Europa, nei centri di detenzione libici e perfino, all’arrivo in Italia, nei luoghi di cosiddetta “accoglienza”, la violenza è, dunque, un’esperienza comune. Un trauma, sostiene Manuela Ulivi, «che richiede un affiancamento e un sostegno specifico: competenze, metodologie e pratiche proprie dei Centri Antiviolenza creati dalle donne» che una realtà come CADMI ha elaborato in oltre trent’anni di attività. Fondata nel 1986 all’interno dell’UDI, prima esperienza di questo tipo in Italia, la Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate di Milano ha infatti affiancato da allora più di trentamila donne in difficoltà; e dall’apertura della prima casa segreta nel 1991 ha seguito oltre 600 progetti di ospitalità, diventando un punto di riferimento essenziale per chi subisce violenza (sia essa fisica, psicologica, sessuale, economica o stalking) e per le realtà aperte in molti altri luoghi seguendo il suo esempio. Oggi, dice Ulivi, «questa competenza è messa a disposizione di donne migranti che cercano un percorso di accompagnamento per raggiungere le autonomie fondamentali, rivista e costantemente aggiornata in rapporto coi cambiamenti che attraversiamo». Nonostante la grande e consolidata esperienza maturata, infatti, «a volte – soprattutto all’inizio – abbiamo scontato la nostra impreparazione, perché le richieste di queste donne ci hanno poste davanti a bisogni e problematiche nuove: dai percorsi formali connessi alle esigenze di riconoscimento legale (di cui le nostre avvocate sono in grado di occuparsi, singolarmente, ma rispetto ai quali ci mancava – e sentivamo il bisogno di acquisire – una competenza collettiva), alla necessità di capire a fondo cosa significa accogliere chi scende da un barcone, arrivando da un viaggio come quello che affrontano (un’esperienza che noi non viviamo direttamente), alla maggior conoscenza e comprensione dei loro contesti di provenienza…».

Il confronto all’interno della Rete dei Centri di D.i.Re. ha messo poi in luce ulteriori difficoltà condivise: come si legge in un suo documento, «Le condizioni di emergenza e discontinuità in cui i Centri si trovano a prestare assistenza a un numero crescente di “beneficiarie”, la gravità e la complessità dei casi da gestire e soprattutto l’acuta problematicità delle donne e delle minori vittime di tratta è diventata […] fonte di particolare preoccupazione per le operatrici di D.i.Re, che hanno sentito il bisogno di rafforzare le proprie conoscenze del fenomeno migratorio attuale e le competenze operative e culturali necessarie per delineare percorsi di sostegno e aiuto di qualità anche per i casi più gravi».

«Queste nostre esigenze», racconta Manuela Ulivi, «si sono a un certo punto “incontrate” con la maggior attenzione prestata negli ultimi anni dall’UNHCR all’“elemento di genere”, e con la sua necessità di acquisire conoscenze e strumenti specifici riguardo alla violenza contro le donne. È nata così, nel 2016, una collaborazione che si è concretizzata nel progetto Samira: un percorso di ricerca e formazione reciproca (il cui rapporto è disponibile sul sito di D.i.Re., ndr) che per noi ha avuto un ruolo molto importante anche nella decisione di destinare questa nuova casa-rifugio a donne migranti. Un’iniziativa che parte da CADMI, ma che sta in relazione con tutta la Rete anche in vista di una sua possibile propagazione in altri contesti».

L’importanza delle relazioni e delle “pratiche solidali” fra donne

«Come tutti i nostri progetti», sottolinea Manuela, «anche Un Viaggio per la libertà è nato innanzitutto grazie alle relazioni, alle risorse personali e economiche messe in campo da donne».

Il Trust Nel nome della donna ne è il primo esempio: come racconta Giovanna Foglia, «già in passato ha sostenuto la Casa, finanziandola per alcuni anni quando i fondi pubblici sono venuti a mancare. E oggi» aggiunge «sono entusiasta di questo nuovo progetto. Ho vissuto una vita nomade, viaggiato in molti Paesi, conosciuto tante donne le cui condizioni di vita somigliano a quelle di chi vediamo arrivare in Italia. Le frontiere non mi sono mai piaciute. Ho sempre considerato il mondo un unico, solo pianeta, e quella di potersi muovere una libertà essenziale. Perciò mi sembra molto importante stare al fianco di donne che per desiderio o forzatamente cercano di costruirsi un progetto di vita in Paesi diversi dal loro. Insieme a CADMI vogliamo sostenere la loro scelta di libertà, contribuire a far sì che il loro viaggio abbia un esito positivo. E penso sia fondamentale che le donne assumano come pratica politica il supporto anche economico a iniziative intraprese da altre e a realtà come il Trust, per garantire alle “imprese” femminili sostenibilità e durata nel tempo senza dover dipendere dalle istituzioni o da altri».

È quel che hanno fatto anche una madre e le sue tre figlie: grazie a una parte dell’importante donazione che CADMI ha ricevuto da loro, infatti, sarà possibile coprire l’intero budget di spesa del primo anno.

«Come ci auguravamo, però», dice Manuela Ulivi, «anche istituzioni e soggetti privati stanno iniziando a collaborare al nostro progetto e a sostenerlo»: un impegno in questo senso è stato già assunto dalla Prefetta Luciana Lamorgese e da Fondazione Cariplo (quest’ultima attraverso un contributo di 100.000 euro). Altri, come l’Assessorato ai Servizi Sociali del Comune di Milano, stanno guardando con interesse a questa nuova esperienza valutando possibili sinergie.

Anche al rapporto con queste istituzioni, sottolinea Ulivi, «ha contribuito la rete di relazioni costruita nel tempo con donne che operano al loro interno, come la Vicesindaca della Città Metropolitana Arianna Censi e la Presidente della Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili del Comune Diana De Marchi».

L’accoglienza come pratica politica femminista

«Come primo passo, preliminare all’avvio del progetto», dice Manuela Ulivi, «nei mesi scorsi abbiamo preso contatti con i CAS e gli SPRAR, e stiamo valutando come organizzarci per gestire il passaggio delle donne che ospiteremo, per evitare che all’uscita dalle strutture si trovino in una “terra di nessuno” o in situazioni di violenza, e possano invece cominciare a riprendere la propria vita nelle loro mani. A seconda della situazione di ciascuna, del suo progetto di vita e del percorso che costruiremo con lei, il periodo di residenza potrà durare da qualche mese a due anni».

Insiste molto, Manuela, su un’idea e una pratica dell’accoglienza centrata sul protagonismo delle donne “ospitate”, sul rispetto della loro autonomia e volontà, e su una modalità di lavoro fondata sull’ascolto, l’attenzione alle singole storie/esperienze, la solidarietà tra donne e la relazione: «elementi da sempre alla base dell’azione di CADMI che – con l’indipendenza – rivendichiamo come nostra specificità di Centro autogestito. Chi opera qui, infatti, compie innanzitutto una scelta politica, e questo fa la differenza: sono donne che hanno elaborato il pensiero e le pratiche del femminismo, quelle che molti anni fa sono state all’origine della nascita di questo luogo».

Questo approccio, sideralmente lontano da quello passivizzante, burocratico e impersonale che connota larga parte delle strutture “ufficiali”, ha orientato anche la ristrutturazione della palazzina, affidata a Emilia Costa, pioniera dell’architettura eco-sostenibile italiana e parte della “squadra” del Trust. Il progetto, spiega infatti Giovanna Foglia, «ha messo al centro la qualità della vita di chi abiterà nella casa. Vedo i Centri in cui chi arriva è tenuta/o come in galera, luoghi recintati in cui si è costretti a vivere tutti insieme in spazi ristretti, senza la minima privacy, e dove spesso manca anche l’indispensabile… Luoghi che ti dicono che non vali più niente. Noi, al contrario, abbiamo voluto ridare dignità a partire dalle condizioni abitative, costruendo una casa accogliente, che non sia solo un tetto, ma un posto in cui vivere bene. L’attenzione per gli aspetti “funzionali” è andata di pari passo con quella per l’agio e per la bellezza. Per questo tra gli spazi comuni ho fortemente voluto anche una “stanza del benessere”: a significare concretamente e simbolicamente che una buona accoglienza e una buona vita non sono fatte solo dello stretto necessario; che l’essenziale – quel che davvero può garantirle – non è il minimo indispensabile per sopravvivere, ma molto di più.

«La stessa cura, declinata anche come responsabilità verso il pianeta e le generazioni future, ha guidato le nostre scelte negli interventi strutturali: abbiamo dato molta importanza ai materiali utilizzati, al tipo di impianti, al risparmio energetico, all’impatto ecologico…».

Adesso che la ristrutturazione è finita, conclude Manuela Ulivi, «Un viaggio per la libertà è pronto a partire. Il nostro desiderio e impegno è quello di aprire la strada a un nuovo modo di fare accoglienza, che sappia anche guardare al futuro di una società davvero inclusiva. E in un tempo in cui intolleranza e razzismo stanno occupando la scena pubblica siamo convinte che un’iniziativa come questa sia più che mai necessaria».



(www.libreriadelledonne.it, 8 settembre 2018)

di Silvia Basso e Lucia Bertell

Per ricordare Lucia Bertell, amica e collaboratrice della Libreria delle donne morta a 54 anni il 30 agosto 2018, riproponiamo online un importante contributo apparso su Via Dogana n. 44-45, settembre 1999.

Questo dialogo, immaginario nella forma ma reale nella sostanza, è frutto della relazione che lega Lucia e Silvia: entrambe trentacinquenni, hanno lasciato il loro precedente impiego per lavorare insieme e con altre. Per loro il lavoro porta il segno di una scommessa: l’impresa. Che è, più e prima che una struttura economica e giuridica, tenere insieme ciò che solitamente – e anche per loro, prima di questa esperienza – rimane separato: il lavoro (e il denaro), la politica, alcune relazioni essenziali.
S. Ci siamo incontrate all’università (a Verona) grazie a un’importante relazione comune con una donna, Tonia, che ha aperto a entrambe un interesse politico per la pratica della differenza. Da lì sono nate in me prima una grande sofferenza per la distanza (di senso) in cui il mio lavoro mi portava, lontana da ciò che avevo cominciato a gustare in quelle nuove relazioni; poi la voglia crescente di trovare il modo per lavorare insieme. Ho riconosciuto subito in Lucia un elemento che ci accomuna: sapere che il lavoro è, per noi ma non solo, un luogo di senso oltre che uno strumento di sussistenza. E di autonomia (le emancipate!). Ma volevamo farne un luogo di libertà; e questo ci ha vincolate l’una all’altra, e all’altra.
Io, che esercitavo il lavoro autonomo, la libera professione, non sopportavo più il carattere tutto strumentale delle relazioni possibili, almeno per me, nel mio ambiente di lavoro.
L. E’ un dato che le donne ricerchino senso e libertà nel lavoro. Noi lo sappiamo e siamo consapevoli di avervi portato pratiche che abbiamo ereditato dal femminismo e dalla politica delle donne. Abbiamo trovato spazi di libertà già simbolicamente significati dalle donne che ci hanno precedute e siamo riuscite a creare luoghi di libertà lì dove abbiamo deciso di scommettere, sperimentando una miscela generatrice di un nuovo inizio, valido per noi, che ci ha messe nella condizione effettiva delle ereditiere. Parlo della miscela che contiene pratiche di relazione di vincolo non strumentale, partire da sè, autogestione ed economia non profit. A Luisa Muraro che dubita ci sia qualcosa di nuovo in tutto ciò rispondiamo con le sue stesse parole, che rispetto al già dato “la sovversione riguarda il modo in cui le cose sono combinate insieme, cioè il loro senso”1.Nel ricercare senso e libertà nel lavoro sperimentiamo questa miscela che ci permette di trovare, grazie all’impresa e alla vita associata data, ripeto, dalle relazioni di vincolo non strumentale, non semplice piacere ma senso e libertà.
S.L’inzio di questa storia coincide con l’uscita di un libro dal titolo emblematico e con un’idea che alcuni uomini della sinistra avanzavano: la fine del lavoro. Sembra che la femminilizzazione abbia coinciso con la fine. Ma di quale lavoro allora si parla, nell’uno e nell’altro caso? Non bastano gli attributi fordista/postfordista a spiegare la diversa posizione che molte donne (e sicuramente più donne che uomini) hanno riguardo al lavoro e a a ciò che vi trovano e vi portano.
L.Infatti noi abbiamo portato le nostre relazioni nel luogo del lavoro e dell’economia. Da questo è nata Mimesis, la nostra impresa, la nostra vita associata.
S.Ma non è stato un movimento inverso? Non abbiamo portato il lavoro tra noi, nelle nostre relazioni? Il frutto di questo movimento è diventato lavoro associato, ciò che noi chiamiamo impresa. Non abbiamo messo denaro per l’avvio: solo lavoro associato. Abbiamo fatto delle nostre relazioni il capitale di rischio di questa impresa, ciò che ne ha permesso la creazione, che ne garantisce la vita e ciò che è messo continuamente in gioco e a repentaglio. Questa era ed è tutta la nostra ricchezza.
L. Sì, è stato un portare il lavoro e la questione economica nelle relazioni. E’ un rischio, un elemento poco compreso o additato come ambiguo dalle donne che ci precedono, perchè è un’invenzione il tenere assieme, nel primum delle relazioni, politica e lavoro. E’ una nuova scommessa, che riguarda noi per prime che interpretiamo la nostra condizione. E’ questo ciò che chiamiamo fare impresa, che non è la stessa dell’imprenditore e dle codice civile, ma una forma che prende il lavoro quando si organizza intorno ad alcune relazioni fondamentali che fanno kairòs degli elementi considerati invece strumentali come l’avere obiettivi, muoversi per progetti o quant’altro. E’ l’irrinunciabile ricerca femminile di libertà l’unica garanzia che le relazioni non siano seconde a nulla, anche se questo può sembrare troppo sfuggente.
S. In noi c’è stata sicuramente una baldanza nel fare questo salto, e non sono mancate e non mancano le difficolà e i rischi. Con questo sappiamo di portarci in un luogo cruciale di contraddizione. Nominerei così la contraddizione per me: cercare di portare tutto l’essenziale là dove so che non può starci, in un luogo nel e dal quale io stessa voglio essere più libera. Io amo lavorare, ma non lavorare molto; quando mi ritrovo a farlo, questo mi provoca disagio e insofferenza. E ne soffrono le mie relazioni, oltre a me. Il rischio è il soffocamento. Non c’è opposizione tra libertà dal e libertà nel lavoro: l’una strada non si dà senza l’altra; ed è possibile, per me, solo in questa forma di lavoro associato. Se in questo periodo, ad esempio, posso godere di più tempo libero per concentrarmi su un’altra occupazione (la tesi di laurea) è solo grazie a una libertà che circola nelle nostre relazioni, che sono la nostra rete organizzativa (è una rete, appunto, non una struttura). E io cerco di restituire la libertà di cui posso godere con la cura che, analogamente, una donna mette nell’ordinare e gestire la vita familiare: è con questo spirito che mi occupo dell’amministrazione della nostra impresa. Con questa cura e questa libertà.
L. Io non parlerei comunque di libertà dal lavoro. Per me cercare la libertà nel lavoro significa trovarla nel vincolo delle nostre relazioni e metterla al lavoro per noi, farla proprio lavorare al posto nostro. Infatti per te mi pare di vedere che è in particolare una relazione quella che ti permette di godere di più tempo libero.
L’impresa viene di volta in volta significata dalla relazione duale come parte della vita associata, che riordina il tutto dell’impresa e ci dà l’opportunità anche di lavorare meno, di liberare spazi, di non appiattirci alla misura del denaro esclusivamente in rapporto al tempo di lavoro. E’ ciò che io nomino come il comunismo di cui non posso fare a meno a partire dalle mie relazioni, ciò che individuo come elemento di resistenza femminile al capitale, che si fa conflittuale al capitale attraverso le pratiche di relazione.
S.Tu parli di un comunismo di cui non puoi fare a meno. Tonia di un capitalismo. Ma di quale profitto si tratta per noi? Per molte donne l’elemento irrinunciabile, il motore e il frutto (di cui magari si gode a sprazzi) del lavoro e dell’impresa è la libertà. Di questa ne vogliamo il più possibile. Sempre ancora…Lì ci vedo l’elemento di resistenza al capitale di cui prima parlavi. E’ una resistenza in senso duplice, proprio a causa dell’ambiguità della nostra posizione: qualcosa dentro di me resiste da un lato a essere ridotta alla logica della mercificazione; dall’altro, a essere portata al lavoro. Io sono tutta nell’impresa, ma qualcosa di essenziale che non sono io ma che mi riguarda resta fuori. E’ un essenziale impersonale, che non dipende da me. E che io ho conosciuto proprio nell’impresa, quando mi sono messa con altre a scommettere sulla possibilità di portarvi la libertà. Ora, ci sono molte cose che mi fanno dire “la mia, la nostra impresa”; ma sono anche certa che questa non dipenda da me, da noi che la facciamo; sono certa che il cuore di questa impresa sia motivo di vita, di movimento, di ricerca, ma la libertà accade quasi per caso ed è “senza perchè”. L.Sembra che la libertà accada a caso, ma sicuramente ci mettiamo nella condizione in cui qualcosa possa accadere. Non è sicuro che accada, non è programmabile e non è sempre a disposizione, ma ci sono situazioni, relazioni direi, che permettono l’accadimento della libertà. La relazione di vincolo è un taglio in cui tutto l’essenziale passa per me. Portarvi il lavoro e il denaro è un rischio, come dicevamo prima, ma la radicalità del tenere al primo posto la relazione di vincolo fa resistenza e confligge, per le forme che ci diamo, con il capitale. Certo non è pacifico: è politico e quindi richiede uno stato di attenzione a ciò che accade perchè le cose non sono guadagnate una volta per tutte. Ma la forza mi viene proprio dal movimento del portare tutto l’essenziale. Compreso il lavoro. Forse è perchè sento che la posta è alta e non posso rinunciare a giocare il tutto per tutto. L’impresa mi garantisce, d’altra parte, perchè non è coincidente con il lavoro quanto piuttosto con un ordine molto più grande.

Silvia Basso, dopo aver lavorato per anni come arredatrice d’interni, ha scelto di riprendere gli studi e ha trovato passione politica nel movimento dell’autoriforma dell’università. Laureanda in filosofia, ha voluto con Lucia e Antonia fare di Mimesis un’impresa no profit e l’ha preferita al lavoro autonomo. Lucia Bertell è una delle fondatrici di Mimesis. Dopo essersi laureata con una tesi sulle imprese femminili autogestite, attualmente è impegnata in una ricerca sul lavoro della lingua materna e le imprese di donne nel conflitto con il capitale.

(www.libreriadelledonne.it, 7 settembre 2018)

di Laura Minguzzi

 

Alex Martinis Roe, To Become Two. Propositions for Feminist Collective Practice, Published by Archive Books, 2018, pp.277, in collaborazione con ar/ge kunst; Casco-office for Art, Design and Theory; If I Can’t Dance, I Dont’t Want To Be Part Of Your Revolutin; and The Showroom

 

“Per diventare due” questo il titolo del libro, in lingua inglese, ricco di fotografie, illustrazioni e disegni, con cui l’autrice Alex Martinis Roe, che opera a Berlino dove si è trasferita dall’Australia, racconta con precisione, cura e fedeltà la sua ricerca di artista film maker femminista. Ricerca che ha avuto inizio da un incontro con Luce Irigaray nel 2012. In un susseguirsi di dialoghi, conversazioni, incontri alla Librairie des Femmes (Psychanalyse et Politique) di Parigi, alla Libreria delle donne di Milano, alla Ca la Dona di Barcellona, a Duoda Centre de recerca de dones dell’Università di Barcellona, all’Università di Utrecht, a Sydney al Feminist Film Workers and the Sydney Filmmakers Co-opewrative-as a practice of alliance ecc., l’autrice ha filmato, scritto e creato una storia della generazione genealogica del femminismo europeo intrecciandolo con le sue radici australiane. Il femminismo delle origini e la pratica relazionale con le sue invenzioni sono restituite vivificate dal desiderio di Alex di comprendere dove e come sono nate. Il libro è suddiviso in due distinte sezioni, precedute dall’introduzione dell’autrice.

Nella prima sezione, To Become Two, una serie di brevi saggi esplora la singolare genealogia di pratiche e teorie della differenza sessuale. L’autrice ha messo in relazione in uno scambio fertile le sue personali esperienze e riflessioni con le varie teorie e pratiche delle comunità femministe di cui ha voluto indagare le pratiche politiche.

Nella seconda sezione, Our Future Network, espone venti progetti-esperienze frutto di altrettanti workshops residenziali in diverse città europee. A Berlino in una grande casa ha riunito e sviluppato con un gruppo di artiste il progetto Propositions for Feminist Collective Practice. Essendo convinta dell’efficacia e dell’importanza cruciale della pratica di relazione inventata dalla Libreria delle donne di Milano, Alex Martinis Roe dichiara di avere coinvolto artiste attive in vari ambiti culturali specifici (danza, musica, letteratura, cinema) o attiviste in campo ambientale, economico, accademico, storico, istituzionale, abitativo per farle interagire con la pratica di relazione del femminismo della differenza e da questa interazione-scambio sono nate le Propositions di cui sopra. Il libro è utilmente leggibile o consultabile anche per la dettagliata bibliografia in varie lingue che fornisce e le biografie di tutte le collaboratrici che hanno contribuito alla realizzazione del lavoro e che l’autrice ringrazia.

(www.libreriadelledonne.it, 7 settembre 2018)

Recensione di Mira Furlani

Sulla scrittura delle donne in passato si è registrata una cancellazione che ha impedito di annoverarla nella cultura canonica, nascondendo così alle successive generazioni la creatività sorgiva di tanti testi femminili. Ma, afferma Luisa Muraro, l’inganno numero uno è un altro: si è voluto “far credere trattarsi di una semplice discriminazione antifemminile, vale a dire di una questione di diritti negati. Si tratta, invece, di una contraddizione riguardante il rapporto fra la scrittura e la tradizione: il senso della scrittura per una donna e la vita stessa del suo desiderio sono di una qualità che non si presta alla fissazione di un canone, e domandano un’altra tradizione”. E prosegue: “Finora molte studiose hanno lavorato sui testi di donne con l’intento di riparare ad un torto di dimenticanza o di discriminazione, e con l’obiettivo di iscriverli nella tradizione canonica. Ma quel fatto che dicevo, ora che è venuto alla luce e se la mia intuizione non è sbagliata, ci invita a lasciar perdere le illusioni progressiste e le rivendicazioni femministe, per interrogarci sulla scrittura femminile che resta fuori dai canoni della cultura ufficiale: se è vero che qualcosa la rende, di suo, non traducibile in quelle forme, CHE COS’È?” (Le amiche di Dio, 2001 pag. 205).

Nella mia ignoranza sono rimasta a lungo ferma su questa domanda: che cos’è? La risposta mi è arrivata poco tempo fa, dopo aver letto il recentissimo libro intitolato Dire Dio nella lingua materna.

Dire Dio nella lingua materna è un testo-intervista con domande che Lucia Vantini, giovane teologa e filosofa di Verona, rivolge a Luisa Muraro. Le domande (lo percepisce bene una donna come me che l’amore verso il Vangelo e una lunga pratica cristiana fuori dai canoni tradizionali, l’ha portata a un duro conflitto con il parroco di una comunità parrocchiale definita progressista), fanno affermazioni e considerazioni, a volte mostrando incertezze che complicano il ragionamento che poi le successive risposte di Luisa Muraro riescono a sgarbugliare, sciogliendo i nodi come neve al sole. Quasi un miracolo, mi sono detta più volte durante la lettura! Dire Dio nella lingua materna è così difficile? Sì e no. Per Giuliana di Norwich è facilissimo: nel suo Libro delle rivelazioni, che risale verso la fine del 1300, essa sviluppa una teologia della maternità di Dio scrivendo in lingua materna.

Dopo un’introduzione scritta dall’intervistatrice, il testo si snoda fra domande e risposte, ciascuna delle quali porta un titolo suo proprio. Tutte le risposte di Luisa Muraro dicono e aprono alla lingua materna fra verità soggettiva, cultura e sapienza che conducono, sia chi interroga che chi legge, verso una autocoscienza illuminante, dentro e fuori di sé.

Di seguito segnalo solo alcuni temi che mi hanno colpita e fatto riflettere, con l’unico scopo di mostrare la profondità degli argomenti trattati nel libro:

Non dirò nulla sul finale, parole stupende di verità che sembrano, e forse lo sono, direttamente ispirate dal dio Spirito Santo.

Luisa Muraro con Lucia Vantini, Dire Dio nella lingua materna, editrice Il Margine, 2018, pp. 124, 12 euro.

Attualmente il libro è acquistabile solo alla Libreria delle donne, via Pietro Calvi 29 Milano, e si può richiedere via e-mail a info@libreriadelledonne.it.

(www.libreriadelledonne.it, 6 settembre 2018)

“Le quote rosa sono state fatte anche per uomini come te, aiutarli per esempio a correggere certe posizioni estetiche e a migliorare l’ascolto in fatto di cinema…”

scritto da LUISA MURARO

Alla rivista di cinema Hollywood Reporter il direttore del festival di Venezia ha risposto: “Lascerei se m’imponessero le quote rosa”. Non conosco Alberto Barbera, ma per quello che conosco i maschi italiani e il loro attaccamento ai posti di potere e di prestigio, ho pensato: ecco un uomo come pochi! Peccato che la sua bella sfida sia rivolta contro chi non può difendersi.

Grazie a Hollywood, però, aumenta la pressione su Venezia per un cambiamento nel senso di una maggiore presenza del cinema fatto da donne, in particolare ora che i più giovani si alleano con il femminismo contro la vecchia guardia.

Così ho letto. C’è da essere contente? Sì e no.

Il sì è semplice da motivare: siamo eredi di una cultura patriarcale e maschilista, abbiamo un grande, urgente bisogno di guardare e di sentire il mondo così come le artiste lo vedono e lo sentono. Anch’io ne ho bisogno, che pure sono una donna, perché tutta la mia cultura aveva quell’impronta.

Spiego il no.

Primo, non mi fido dei giovani che si alleano con le donne per essere più forti nella sfida contro i vecchi. È una storia che si ripete e sappiamo come va a finire di solito. Andrà meglio questa volta?

Secondo, il femminismo di cui s’impadroniscono i media americani per giudicare l’Italia, un femminismo tutto sbilanciato sulla parità, ci mette in difficoltà nella nostra politica, noi femministe e le stesse donne di cinema.

In quei giudizi di origine Usa c’è un difetto d’informazione e, ancor più grave, una mancanza di cultura della differenza. Per esempio: il movimento del #MeToo in Italia è arrivato e conta, anche se Fausto Brizzi non è stato penalizzato come meritava.

C’è da dire questo, semmai, al direttore del Festival: guarda che le quote rose, se servissero a qualcosa, sono state pensate non per le donne, ma per rendere questa società meno ottusa e maschilista. Sono state fatte anche per uomini come te, aiutarli per esempio a correggere certe posizioni estetiche e a migliorare l’ascolto in fatto di cinema…

Come? costringendoli a prestare attenzione a una realtà umana che non si esprime in conformità con le aspettative. Ma l’imposizione non è efficace in queste cose. Quello che serve veramente e ancora difetta, io penso, è la presa di coscienza maschile. Siamo vecchi, tu e io, e facciamo fatica a cambiare…

Messa così, l’idea di un’alleanza dei giovani con le femministe non mi pare sbagliata.

Ytali, 4 settembre 2018

 

ADDII. Scompare all’età di 54 anni la femminista autrice di «Lavoro ecoautonomo». Creazione sociale, relazione, praticabilità della vita al centro delle sue ricerche

 

di Alessandra Pigliaru

 

Sentire «la delicatezza del poco e del niente», in una felice espressione di Mariangela Gualtieri, significa saperne celebrare l’essenzialità, distinguerne la consistenza – nella sorte che li accomuna. Difenderla, quella delicatezza di sé e del mondo, al riparo dal frastuono del mercato, da una visione economica devastante, da parole funeste, è avere attenzione per i viventi e la terra che abitano. Partire da qui, dalla precisione che è anzitutto un modo di assumere sopra di sé la responsabilità di un futuro che sia vivibile.

Questa inclinazione dello sguardo, nel verso della generosità, era quella di Lucia Bertell, scomparsa giovedì sera all’età di 54 anni a Verona. Ricercatrice indipendente e cooperatrice, da molti anni impegnata nella progettazione partecipata e nella ricerca sociale sul lavoro, Lucia Bertell era una femminista, là dove la parola femminismo ha ancora il senso di una pratica quotidiana della relazione.

QUANDO, nel corpo e nell’impegno, la politica delle donne è una festa da cui guardare l’esistenza e soprattutto l’esistente. E procedere alla nominazione della realtà – quella stessa realtà che ora si priva di una delle sue menti migliori per essere letta. Con radicalità e altrettanta semplicità, in un orizzonte – come amava spesso ripetere e scrivere – di «praticabilità della vita».
È da questa individuazione che la ricerca e il posizionamento politico di Lucia Bertell muovono. La sua «militanza», rintracciabile nel punto medio tra l’agire, le pratiche e l’accademia, si può leggere nella bella monografia Lavoro ecoautonomo, edita per elèuthera due anni fa. Congedate le impostazioni sociologiche tradizionali, secondo cui dovrebbe essere la gabbia teorica a trovare riscontri nei risultati, Bertell esplicita proprio in quelle pagine la vicinanza alla Grounded Theory che attiene a una modalità di indagine di carattere induttivo. Lo spostamento è quello che dalla più nota «economia solidale» o «altra economia» arriva a rappresentarsi come «diversa». È infatti il filo esperienziale che diventa un «sapere del lavoro» che viene a configurarsi non come semplice ricerca sul campo, bensì come scommessa di pluralità a cui attingere.

CAPACI di «creazione sociale», le «economie diverse» non sono forme di emarginazione etica né coincidono con il terzo settore. Le ricerche sulla trasformazione di lavori sono piuttosto da intendere come emersione di altrettanti modi di vivere.
Durati anni tra Veneto e Sardegna e innervati dalle parole delle e degli intervistati, i progetti sono stati portati avanti da Bertell con alcune relazioni cruciali quali quelle con Antonia De Vita, Federica De Cordova e Giorgio Gosetti, con cui firma un anno fa Senso del lavoro nelle economie diverse. Uno studio interdisciplinare (per Franco Angeli).

A interrogarla, sia nella condivisione in seno al gruppo TiLT/Territori in Libera Transizione (di cui ha dato conto, con De Vita, Gosetti e Deriu nel 2013 in Davide e Golia. La primavera delle economie diverse, edito da Jaca Book), è ancora prima il confronto relazionale con Cristina Cometti, «trasferita in Sardegna – precisa Bertell in una intervista per le pagine di questo giornale – per un cambio di stile di vita e di lavoro. Quello di cui le donne e gli uomini intervistati mi parlavano non aveva più a che fare con un mondo alternativo caratterizzato da buoni valori solidali, ambientalisti, mutualisti. Questi valori, pur presenti nella cultura e nei percorsi personali, sono rimasti come sfocati mentre a tinte forti emergevano i tratti dell’autodeterminazione e della libertà».

LA PASSIONE per il mondo che ha nutrito Lucia Bertell è stata costellata da numerose imprese incarnate, come per esempio quella decisiva con la rete di economia solidale di Verona «Le Matonele», e ancora i gas e altri gruppi sparsi per tutta Italia, luoghi che non solo ha frequentato ma ha animato, inaggirabile come è stata la sua intelligenza.
Anarchica, ha fatto fiorire il pensiero della differenza sessuale (da segnalare il suo «Tu che ti nascondi dentro tutti i nomi» nel volume del 2017 di Diotima, Femminismo fuori sesto per Liguori) mostrando come «il partire da sé» potesse applicarsi all’ordine sociale inteso non più come secondario ma terreno necessario e generativo per decifrare e trasformare la miseria del presente, Lucia era dotata di un protagonismo niente affatto egocentrato.
Aveva invece la salda convinzione che l’incontro con l’altro e l’altra potesse essere dirimente. E lo è stato, lo è stato e lo sarà ancora per gruppi come Genuino Clandestino, l’associazione veneta di produttori biologici e biodinamici, Biosardinia e tanti altri che ne rimpiangeranno la mancanza ma che la terranno nel calore della propria gratitudine.

COSÌ LA VICINANZA a realtà veronesi quali NonUnaDiMeno o La Sobilla, tutti luoghi che frequentava e con cui aveva la lungimiranza di mettersi in ascolto.
Ecco perché di Lucia Bertell, sarebbe bello continuare a parlare al presente; non per ricacciare indietro l’ineluttabilità della morte ma per continuare insieme a lei a dire di sì alla vita anche quando ci lascia ogni giorno più in solitudine.
Per salvare ancora – accanto a lei – «la delicatezza del poco e del niente». Perché è un’intimità con i viventi e la terra che abitano che Lucia Bertell, in mezzo a tanta insopportabilità che ci tocca in sorte, ci ha insegnato – maestra di sguardo innamorato sulla realtà e sulle sue lotte, creatura di una libertà che le ha consentito di volare. Sollevarsi in alto, anche oltre l’ingiustizia di averla perduta.

*

[Lunedì alle 15.30 a Sezano, presso il Monastero del bene comune, un ricordo di Lucia Bertell]

di Lea Melandri

Tra le domande ricorrenti alle donne che scrivono (come scrivi?, perché scrivi?) ce n’é una particolarmente fastidiosa: esiste una scrittura «femminile» diversa da quella «maschile»? Il fastidio – scrive Maria Rosa Cutrufelli nelle prime pagine del suo ultimo libro Scrivere con l’inchiostro bianco (Iacobelli editore, pp. 161, euro 13) – è dovuto anzitutto al fatto che viene rivolta esclusivamente alle scrittrici: «come se la differenza sessuale fosse una faccenda di donne, dato che quella maschile non è una differenza: è la norma». Come già osservava Patrizia Violi (L’infinito singolare; Essedue, 1986), il linguaggio, come la cultura in genere, dà voce a un solo soggetto, apparentemente neutro e universale, in realtà maschile.
Se la parola delle donne è spesso così difficile – era la conclusione – non è dunque «perché le donne sono inadeguate al linguaggio, ma perché è il linguaggio inadeguato alle donne». Del resto, già all’inizio del ‘900, Sibilla Aleramo con la lucida intuizione di una coscienza femminile anticipatrice aveva scritto: «Io non mi esprimo, non mi traduco neppure: rifletto la vostra rappresentazione del mondo, aprioristicamente ammessa, poi compresa per virtù di analisi».

QUANTO TEMPO è passato prima che le donne potessero avere accesso a quella «città proibita» che è stata per loro l’invenzione letteraria, uscire dalla «notte linguistica della prudenza emotiva» – la segretezza di cuore, di carne e parola, che ci si attende da loro e che le madri stesse hanno imposto alle figlie con la forza di una legge? Quanto è costato in fatica, dolore, malattie e morti, «esporsi, mostrarsi agli altri senza veli», affrancarsi dalla soggezione della mente per illuminare il proprio mondo poetico, e farlo prima di scoprire di non essere sole e potersi specchiare nelle opere di altre donne? Quanta strada resta ancora da fare perché le donne da Muse ispiratrici del racconto dell’altro, «via di passaggio per la gloriosa genealogia maschile», possano, da soggetti di scrittura, riscrivere la storia non ancora narrata, fuori da canoni, pregiudizi, attese sociali, permessi e divieti?

SONO QUESTE le domande da cui parte il singolare libro di Maria Rosa Cutrufelli, scritto con «l’inchiostro bianco» proprio di chi ha saputo sottrarsi a contrapposizioni note – tra saggistica e poesia, vita letteratura e scrittura, finzione e realtà, autore e opera, Nord e Sud – e farne un felice, originale intreccio, quale dice essere stata la sua vita di «donna e meridionale». Femminista combattiva, capace di tenere di pari passo la scrittura e l’impegno sociale, Maria Rosa Cutrufelli sa che l’ostilità della «gente del Nord» per la sua Sicilia – vista come «terra di sangue e di miseria» – ha parentele con il sessismo, di cui le donne sono state vittime e forzatamente complici, costrette, nel momento in cui hanno tentato di far valere la loro presenza e la loro parola, a districarsi tra stereotipi di sesso e di razza, a dover scegliere tra paura, silenzi e «impudicizia», tra la paziente, faticosa ricerca di una individualità autonoma da modelli imposti e una «emancipazione nera», segnata dal machismo di padri, mariti, fratelli. A Manuela, la ragazza di mafia con le armi in pugno, emersa come una nuova Proserpina dal buio di un mondo femminile a lei sconosciuto, miscellando dati di realtà e fantasia, Maria Rosa offrirà il «colore di Tina», la protagonista del suo romanzo Canto nel deserto. Ma quando sarà aggredita da lei, come persona reale, alla presentazione del libro a Gela, riconoscerà di aver desiderato quell’incontro nella vita come nella scrittura. Di quel corpo a corpo tra due donne , appartenenti pur con destini diversi a una storia comune, dirà di aver visti «la stessa ansia di imprimere nel mondo il proprio marchio, la stessa brama di affermarsi».

I MITI, LE SCRITTURE degli uomini, raccontano di figlie strappate violentemente alle madri, costrette a vedersi riflesse dallo sguardo dell’uomo, come nel caso della «coppia sacra» di Demetra e Core, o piegate a un amore femminile, senza contropartita, di silenzio e sacrificio, come la ribelle Antigone di Sofocle riportata, forse non a caso, «sotto l’egida paterna» nell’Edipo a Colono. Figure doppie, contraddittorie, vissute per secoli nell’immaginazione e nei racconti dell’altro sesso, debitrici della loro grandezza al fatto di essere «figlie e spose di grandi», il corpo attraverso cui passa la memoria e la storia di altri. «Non c’è lirica, non c’è poema senza una donna che lo ispiri. Peccato che i ruoli non siano intercambiabili».
Ebbene, qualcuna ci ha provato a farsi cantora. È Madama Gasparina, la poetessa Gaspara Stampa, a cui il libro dedica alcune delle pagine più intense del libro. La sua scoperta «impudicizia» nel modo irriverente di apostrofare l’uomo amato non aveva impedito a tanti personaggi noti di cercare le sue lodi. Dispensatrice di gloria, le sue rime «imprudenti» erano rimaste al contrario consegnate al silenzio e la sua persona fatta oggetto di curiosità pettegola. Sarà la sorella Cassandra ad assicurare alla sua virtù poetica un riconoscimento postumo e tardivo.
Che cosa ha impedito alle donne – si chiede Cutrufelli – di dare parola alla storia che l’altro sesso ha cercato in tutti i modi di cancellare? Se non si può parlare di genere femminile della scrittura, è innegabile che l’essere sessuato «preme ai margini del testo», anche solo come esitazione a esporsi, bisogno di corrispondere a ciò che ci si attende da una donna, paura di perdere anche l’amore della propria simile.

COME POTEVANO le donne dare corso alla «storia non narrata», se non partendo da sé, da quella «libertà del cuore» anche solo intuita che avevano dovuto celare anche alle cure e ai pregiudizi di una madre? È toccato non a caso all’autobiografia, al memoir e alla scrittura di esperienza quella ricerca di sé che ha visto, in tempi più vicini a noi, «ri-nascere» singolarmente e collettivamente le donne con una visione propria del mondo, spingere la parola e la scrittura nelle zone di frontiera tra inconscio e coscienza, dove ancora si cela l’enigma di ogni dualismo, imparare la lingua del mondo interno e con quella scardinare i saperi e i linguaggi sociali.
Se l’autobiografia è stata un modo per uscire dalla prigione del privato, per dare un senso e una storia all’io femminile, la scrittura di esperienza – fa notare Maria Rosa – si pone come «scrittura del sé», passaggio attraverso i «frammenti dell’identità femminile», esplorazione di quell’impronta che lasciano nella memoria del corpo i vissuti e le passioni più elementari, a cominciare da quella che ha visto l’uomo appropriarsi e addomesticare la potenza del corpo che l’ha generato. Per risalire dall’Ade, liberarsi dei credi introiettati, richiede pazienza, amore di sé e delle proprie radici, è la chiusa del singolare «romanzo» lirico e riflessivo di Maria Rosa Cutrufelli.

di Alfio Mastropaolo

È un momento difficile e inquietante. La rappresentazione salviniana del paese, invaso dai migranti, rischia di mettere radici. I dati dell’Istituto Cattaneo mostrano come l’immagine diffusa tra gli italiani in tema d’immigrazione sia tanto distorta quanto avvelenata.
[…]

DOVE STA IL PROBLEMA? In costoro, che danno retta a Salvini, o nell’incapacità persuasiva dei discorsi e nei gesti delle forze democratiche? I manifestanti di Catania erano giovani, istruiti e politicizzati in un certo modo. Non tutti gli italiani, legittimamente, lo sono. La sensibilità per le questioni pubbliche è variamente distribuita a seconda dei temi: si può contribuire alle collette di Telethon e essere insofferenti verso i migranti. Ciascuno in funzione delle sue esperienze personali.

NON C’È UN MODO SOLO per mostrarsi solidali e umani. Così come vi sono segmenti di pubblico che, alla luce di un rapporto più distaccato con la politica e i principi democratici, o di una condizione personale di disagio o scarsa competenza e informazione, sono più vulnerabili alle semplificazioni, o hanno un rapporto deferenziale nei confronti dei politici quali essi siano.
Come mai le medesime persone che ai funerali di Genova hanno applaudito Mattarella si sono assiepate attorno a Salvini e Di Maio?

CORRISPONDE A UN VANO pregiudizio elitista ritenere che vi siano due Italie, antropologicamente diverse, di cui una da ultimo convertita al razzismo e insensibile ai principi di tolleranza e rispetto dell’altro.

I partiti popolari di un tempo, i sindacati, erano ben consapevoli di quanto fosse eterogenea la loro audience e modulavano i loro messaggi in maniera assai articolata.
Provavano con successo a farsi capire da tutti. Qualcuno ha detto che la sinistra è antipatica.

LO ERA PER LA PRETESA di superiorità morale avanzata nel ventennio berlusconiano, infondata alla luce dei fatti.
Non meno antipatico – e controproducente – è l’atteggiamento di quanti ritengono che l’ignoranza delle ben più elevate percentuali di rifugiati accolti negli altri paesi d’Europa e l’egoismo verso i naufraghi delle Diciotti siano una prova d’inferiorità morale, politica, umana. Per i grandi numeri sono solo dimostrazioni di disorientamento e di paura.

SUPERANDO L’IRRITAZIONE, bisogna capire. Le migrazioni destabilizzano sempre e ovunque. Evocare il passato di migranti degli italiani non è argomento persuasivo. Furono accolti male, ma ricordarlo non rimuove la diffidenza.

Peraltro gli immigranti che a suo tempo affluivano in America non erano così diversi come lo sono quelli che traversano il mare.

Tanto per dire che, se si vuol contrastare con efficacia l’insofferenza verso l’immigrazione, va dato un senso a quest’ultima cambiando anzitutto linguaggio.

Scartando l’improvvisazione dell’accoglienza Renzi- Alfano, che ha abbandonato tanti migranti per strada o nelle stazioni, e le durezze di Minniti, aggravate da Salvini, che preferiscono consegnarli al mare, o ai briganti, occorre trovare le parole per spiegare agli italiani che i migranti non rubano lavoro a nessuno, non portano malattie, non sono terroristi.

Sono vittime: che resistono alla guerra, al cambiamento climatico, all’avidità delle multinazionali, e che possono costituire un’opportunità per il paese.
Decenni di malsane politiche neoliberali hanno devastato anche l’Italia. Disseminata di paesi, campagne, boschi in abbandono, di greti e fiumi inquinati, d’infrastrutture in disfacimento.
Dove migliaia di anziani e di malati hanno bisogno di aiuto. L’economia è da riconvertire, come sostiene Viale, al rispetto dell’ambiente.
Ebbene, è necessario spiegare agli italiani che anche noi siamo vittime, solo in misura minore, e che è ora di concludere un patto tra vittime e avviare senza paure un grande progetto politico: vi ospitiamo, rispettate le nostre regole e voi ci date una mano.

[…]

Riace ha valore se diventa progetto realistico, comprensibile al largo pubblico. La sfida c’è. E va raccolta, prima che la diffidenza si muti tutta in cattiveria.

di Luisa Muraro

 

Asia Argento è stata vittima di quello che probabilmente era un ricatto da parte del suo giovane amico Jimmy Bennett, e forse anche una trappola da parte di chi non sappiamo. E ora, dopo che lei ha ceduto al ricatto e pagato un risarcimento per un abuso sessuale probabilmente inesistente, e dopo che, per vie anonime, il fatto del pagamento è stato scoperto, visto dai più come un’ammissione di colpa, lei è diventata la vittima della sua ingenuità e del suo scarso discernimento.

Davanti al ricatto di lui (uno che sa come tirare su soldi per vie giudiziarie, cosa che, come attore non gli riesce bene), lei doveva dire no e approfittare dell’occasione per far capire all’opinione pubblica americana un paio di cose.

Primo: la lotta in cui lei si è impegnata, all’insegna del me too, è un passo in avanti della lotta femminista oggi condivisa dalla parte migliore della società americana, e non soltanto, per migliorare i rapporti tra donne e uomini mettendo fine a una cultura di violenza e di prepotenza degli uomini verso le donne.

Secondo: la sessualità maschile e quella femminile sono differenti per i motivi culturali suddetti e per motivi anatomici, per cui è improbabile che un giovanotto quasi adulto, di professione attore, non sappia rispondere alle proposte amorose di una sua amica più vecchia.

La differenza sessuale esiste, anche se il diritto finge d’ignorarla, e i giudici americani lo sanno, così come sanno che è loro compito non applicare meccanicamente la legge ma interpretarla e applicarla caso per caso.

Era rischioso e impegnativo, d’accordo, ma, alla prova dei fatti, non più rischioso del pagare. Ma, soprattutto, ne valeva la pena. Pagare, invece, è stato un cedimento non degno di una donna nella sua posizione politica.

Vengo così all’interrogativo che mi preme di più. Asia Argento ha capito il senso e il valore del suo stesso impegno nella vicenda apertasi con lo scandalo Weinstein? L’hanno capito, a loro volta, le femministe che allora l’hanno sostenuta e ora si tirano indietro?

Non si trattava soltanto di denunciare delle molestie o delle violenze sessuali. Si è trattato di dire pubblicamente basta! e metter la parola fine a un regime ricattatorio di scambi sesso-potere, basato sulla complicità maschile, che alle donne costava, ad alcune una forzata, umiliante, sopportazione e alle altre, quelle che non si esponevano, una beata ignoranza. Ma tutte abbiamo pagato per quel regime, con una grande o piccola perdita di onore e di libertà, anch’io.

Come dicevano nel glorioso Sessantotto? È solo un inizio, la lotta continua. La risposta, a questo punto, è di leggere con intelligenza l’accaduto e non negare la solidarietà né ritirare la simpatia ad Asia Argento. Come qualcuno ha scritto, qualsiasi cosa sia successa tra lei e il giovanotto, non cambia un ette al male patito da donne come lei e come la grande, dolcissima Marilyn Monroe, male che Asia ha denunciato pubblicamente con ammirevole forza d’animo.

(www.libreriadelledonne.it, 27/08/2018)

Fotografia di Paola Mattioli