di Flavia Landolfi

 

Il ddl Pillon potrebbe sollevare un serio conflitto di costituzionalità”. Parola di Fabio Roia, presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Milano, voce tra le più autorevoli nel panorama del contrasto alla violenza di genere. Profondo conoscitore del fenomeno, ha seguito il tema della tutela dei soggetti deboli prima in procura, poi dal 1991 come presidente di collegio. Suo il lavoro “Crimini contro le donne, politiche, leggi e buone pratiche” (Franco Angeli, 2017), un volume che raccoglie anni di studio e di esperienza in tribunale.

Dottor Roia, che idea si è fatta del ddl Pillon e del suo progetto di riformare il diritto di famiglia?

Si tratta di una riforma devastante su più fronti. Il primo è quello di palesare una manifesta sfiducia nei confronti dei giudici che devono applicare le norme e quindi devono leggere le singole vicende familiari. Teniamo presente che non è possibile codificare un unico intervento da parte del giudice laddove c’è una crisi nella relazione familiare: ogni crisi ha una sua connotazione, ogni rapporto ha una sua particolarità che deve essere analizzata, valutata e decisa dal singolo giudice. Ma c’è un secondo aspetto non meno grave: la riforma contenuta nel ddl Pillon è basata su una visione adultocentrica e poco proiettata all’interesse del minore.

In che senso?

Penso al doppio domicilio. È impensabile che un minore possa avere in maniera così meccanica due residenze, due luoghi di dimora, un padre e una madre di genere maschile e femminile rinnegando così tutte le altre unioni che sono riconosciute anche a livello giuridico interno. E soprattutto si tratta il minore come se fosse un ospite di due case diverse, di due stili di vita diversi. Questo può provocare dei danni nel bambino che a lungo andare può manifestare dei casi di scissione. Quando ero pubblico ministero ricordo il caso di due genitori separati che imponevano al minore una conformità obbligata a due stili di vita: questa povera bambina non aveva più una propria identità ma si conformava di volta in volta ai desiderata dei genitori. Questa non è altro che una forma di violenza nei confronti del minore.

Il ddl Pillon può avere dei profili di incostituzionalità?

Sì, assolutamente. Basti pensare alle convenzioni internazionali ratificate dal nostro Paese che in forza dell’articolo 117, comma 1 della Costituzione sono a tutti gli effetti leggi dello Stato. Quando il nostro Paese ratifica un accordo internazionale questo diventa una norma positiva per lo Stato italiano. Ci può essere quindi un conflitto con l’articolo 117 per alcuni principi del ddl Pillon in palese contrasto con alcune convenzioni. Penso a quella di New York e di Istanbul che pongono al centro della contesa tra adulti l’interesse del bambino. E che pongono i genitori sul piano di una responsabilità che deve essere esercitata ma sempre nell’interesse del minore. Non esiste un diritto a essere padre o madre a prescindere dal diritto del minore. Ma c’è un diritto a essere padri e madri sempre mettendo al primo posto il benessere del proprio figlio. L’impianto del disegno di legge sconfessa questa impostazione.

Che cos’è la sindrome di alienazione parentale ovvero alienazione genitoriale o manipolazione?

Si tratta di una falsa sindrome, nel senso che sotto il profilo di patologia non ha avuto nessun tipo di riconoscimento scientifico perché non è mai stata inclusa nei manuali delle malattie psichiatriche che è il Dsm. E quindi non ha ottenuto una validazione. Oggi non si chiama più sindrome ma viene definita come atteggiamento che viene descritto nell’ambito di tutte le esperienze di separazione, sia in presenza che in assenza di violenza dove si ritiene che un genitore possa manipolare il bambino mettendolo contro l’altro attraverso una sorta di brainwashing, cioè un lavaggio del cervello, facendo in modo che il figlio non voglia frequentarlo.

Secondo la sua esperienza questo fenomeno esiste?

Questo atteggiamento può esistere ma non è un fenomeno. Noi non abbiamo dati di accertamento su una proliferazione di massa di queste manipolazioni. Mi spiego: la violenza contro le donne è un fenomeno perché tutti i dati nazionali, internazionali, europei, giudiziari e di analisi Istat ci dicono che normalmente nei procedimenti penali per violenza la donna è vittima nel 90% dei casi. L’alienazione parentale, al contrario, può esistere ma si tratta di singole vicende che possono essere analizzate e risolte dai tribunali. Non si tratta certamente di un fenomeno.

L’attuale legge sull’affidamento condiviso basta a risolvere i problemi legati alla separazione e al divorzio?

È una buona legge ma deve essere applicata meglio. E mi riferisco alle conclusioni della commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio approvata all’unanimità dal Parlamento che dice che spesso nelle vicende di separazione il giudice civile disattende l’articolo 31 della Convenzione di Istanbul, quindi una norma dello Stato perché ratificata dall’Italia. L’articolo 31 stabilisce che la violenza agita dal padre nei confronti della madre – e dico padre perché sono i casi statisticamente più numerosi – in presenza dei minori o anche senza che il bambino vi assista, deve essere letta, analizzata e giudicata dal giudice della separazione. Questo spesso non avviene nei nostri tribunali. Non avviene da parte di alcuni degli assistenti sociali, da parte di alcuni consulenti tecnici e da parte di alcuni giudici civili. Quindi oggi il problema è esattamente opposto: la violenza domestica in Italia non viene giustamente e correttamente pesata nelle cause di separazione e di divorzio.

Anche il Csm si è pronunciato sulla questione. Cosa ha stabilito?

Con una risoluzione molto importante per noi magistrati, il 9 maggio 2018 al termine di un’istruttoria profonda fatta nei tribunali, il Csm è giunto alle stesse conclusioni: i giudici della separazione devono leggere e sapere quello che fa il collega del penale quando c’è un caso di violenza familiare. E ci dà alcune indicazioni per porre rimedio a questa lacuna tra cui quello di valorizzare il ruolo del pm negli affari civili.

E tutto questo come si concilia con la riforma sull’affido condiviso presentata al Senato?

In nessun modo. Noi abbiamo il problema esattamente opposto a quello che il ddl Pillon vorrebbe tentare di risolvere.

Come risponde allora a chi lamenta uno squilibrio nel trattamento riservato ai padri nei tribunali italiani?

È una posizione. Come lo è quella dei centri anti-violenza che lamentano una discriminazione nei confronti delle madri nei casi di violenza domestica. Quando una donna vittima di violenza viene poi costretta in nome della bigenitorialità a favorire gli incontri tra il figlio e il padre violento subisce una forma di vittimizzazione secondaria. È questo il vero problema oggi, secondo me.

Come mai allora a oggi, nonostante tutti gli sforzi, non si riesce a contrastare l’uso della Pas nei tribunali?

È una disfunzione culturale. Bisognerebbe fare una grande opera di formazione su tutti gli operatori che fanno le indagini sulla famiglia: mi riferisco agli assistenti sociali e ai consulenti tecnici. Perché alcuni di questi operatori leggono la violenza e la pesano, altri ritengono che non sia di loro competenza ma del giudice penale. Questo atteggiamento è profondamente sbagliato: perché quando un giudice deve valutare l’idoneità di un genitore a svolgere il suo ruolo, deve valutare anche l’esistenza o meno di comportamenti violenti. Non può essere qualcosa di separato. Quando un bambino si rifiuta di vedere un genitore, penso ai casi di violenza domestica, potrebbe legittimamente non volerlo frequentare a seguito di traumi innescati dai comportamenti violenti di quel genitore. E invece spesso si dice che quel bambino è stato alienato dalla madre.

(http://alleyoop.ilsole24ore.com, 3 ottobre 2018)

di Ida Dominijanni

 

In un paese come l’Italia in cui un partito al governo può restituire cinquanta milioni di maltolto alle casse pubbliche in ottanta comode rate, in una regione come la Calabria che non smette di essere massacrata da pratiche amministrative criminali di ogni genere, accade che il sindaco di un piccolo paese diventato in mezzo mondo simbolo dell’accoglienza ai migranti venga arrestato per aver aiutato una nigeriana senza permesso di soggiorno a sposarsi con un residente in modo da non essere rispedita a casa, e per aver agevolato due cooperative nell’assegnazione della raccolta dei rifiuti in modo da impiegare i migranti in questo lavoro utile a tutta la comunità. Dopodiché accade anche, prevedibilmente, che il ministro degli interni, che al momento del proprio insediamento a quel sindaco aveva esplicitamente dichiarato guerra, gongoli con un tweet contro “i buonisti che vorrebbero riempire l’Italia di immigrati”; e un po’ – solo un po’ – meno prevedibilmente che il suo sottosegretario rivendichi sul “blog delle stelle” di avere azzerato il 5 agosto scorso i finanziamenti a favore di quel sindaco, iscrivendolo d’ufficio al “business dell’immigrazione” e al “sistema criminale” che secondo lui ne beneficia: a definitiva smentita di quanti vogliono ancora sperare in una tensione fra le politiche sovraniste e razziste della Lega e quelle sovraniste e populiste dei cinquestelle. Accade infine – ma a questo siamo abituati – che si formi d’incanto, sui social e in tv, un partito di fan dello stato di diritto e delle procure, che dello stato di diritto e delle procure se ne infischiano quando a violare la legge in modo ben più eclatante è lo stesso ministro degli interni di cui sopra, vedasi il caso della nave Diciotti e non solo.

Mimmo Lucano non è solo. Per tutta l’estate, a finanziamenti tagliati e con l’inchiesta della procura di Locri già in corso da mesi, a Riace si sono avvicendati, con l’intera galassia italiana dell’accoglienza, sindaci (Ada Colau e Luigi De Magistris in primis), intellettuali e artisti (Saviano e molti altri), il presidente (Pd) della giunta regionale, e una interminabile processione di singoli e gruppi venuti da tutta la regione, da tutt’Italia e da mezza Europa per esprimere solidarietà a Lucano e resistenza a un governo nel frattempo solertemente impegnato a chiudere i porti. Abbiamo fatto dibattiti e feste in piazza, raccolto fondi, discusso della situazione. Sapevamo perfettamente che se l’inchiesta era in cerca di illegalità le avrebbe trovate: Lucano non ha mai negato, e rivendica nelle intercettazioni incriminate, di aver inventato degli espedienti per aggirare le maglie strette di una legislazione (Bossi-Fini e non solo) fatta apposta non per agevolare ma per impedire l’accoglienza. E rivendica di averlo fatto perché – come dargli torto? – la giustizia non sempre coincide con la legalità, e in questi casi bisogna stare dalla parte della giustizia. Si chiama disobbedienza civile, ed è veramente sorprendente sentir dire, in queste ore, che essa si attaglierebbe ai privati cittadini ma giammai a un pubblico ufficiale quale è un sindaco.

Quanto al piano della legalità, e fatta salva la presunzione di innocenza dalla quale evidentemente ministri e sottosegretari prescindono allegramente, l’inchiesta farà il suo corso, e peraltro si annuncia controversa: per una procura che rivendica le sue accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e agita le prove in suo possesso, c’è un gip che invece riscontra superficialità e malcostume nella gestione dei fondi Sprar, ma non convalida le ipotesi di reato della procura. Staremo a vedere. Ma non con le mani in mano: la posta in gioco è più alta di quella giudiziaria. Perché se è vero che l’inchiesta contro Mimmo Lucano è partita sotto il governo Gentiloni, è altrettanto vero che adesso rischia di chiudere il cerchio della strategia sovranista e razzista del governo gialloverde, in entrambe le sue componenti. Cominciata – di nuovo sotto il governo Gentiloni, ma a opera dei cinquestelle allora all’opposizione – con la criminalizzazione delle ong nel Mediterraneo e proseguita con l’accanimento giurato, dal ministro degli interni in persona, contro l’esperimento Riace.

Questa strategia domanda e comanda disobbedienza civile. Non riguarda “gli altri”, i migranti e le migranti. Riguarda noi. Non solo i nostri valori, ma le nostre vite. Quando si apre una falla, l’acqua dilaga ovunque. Sta già dilagando: sulle case occupate dai senza tetto, sui centri sociali, sui centri delle donne, sul libero associazionismo che tiene ancora in vita un paese cadaverico. È il lato oscuro, disciplinante, razzista e autoritario, del “governo del popolo” e dei suoi proclami sull’abolizione della povertà. La campana suona a Riace, ma suona per tutti.

(Internazionale, 2 ottobre 2018 )

di Mariangela Mianiti

Asia Argento. La lunga intervista dell’attrice e regista a «Non è l’arena» di Massimo Giletti, dove ha ribaltato il tavolo delle accuse

Se il suo poco credibile accusatore, Jimmy Bennett, una settimana fa si era presentato scortato dal suo avvocato Gordon Sattro, lei è arrivata a Non è l’arena, su La7, da sola, accompagnata solo dalla sua forza e dalle sue occhiaie, quasi a voler sottolineare che la sincerità non ha bisogno di correttori coprenti.

Dopo aver ripercorso la violenza subita da Weinstein e aver raccontato il suo rapporto quasi materno con Bennet attore/bambino (la regista e attrice lo ha diretto a 7 anni nel film Ingannevole è il cuore più di ogni cosa) Asia Argento ha ribaltato il tavolo delle accuse, ha detto che è stato lui a saltarle addosso e ad averla violentata.

«È stata una cosa inaspettata e rapidissima, non più di due minuti, che mi ha lasciato agghiacciata e pietrificata. Poi mi disse che quello era il suo sogno erotico fin da quando aveva 12 anni». Ecco, sarebbe bastato fermarsi qui e guardarla in faccia mentre diceva queste parole per crederle, così come bastò la sua invettiva contro Weinstein e il sistema che lo proteggeva pronunciata durante la premiazione a Cannes 2018 per capire non solo la profondità delle ferite subite dal produttore, ma soprattutto la potenza del movimento Metoo di cui Argento è protagonista. Sarebbe anche bastato confrontare le testimonianze di Bennett e Argento per capire dove abita la verità. Bennett, che per altro nel 2015, a 19 anni, ha subito dalla Corte Suprema di Los Angeles un ordine restrittivo chiesto dalla ex-fidanzata che lo aveva accusato di averla pedinata e minacciata, mentre descriveva la presunta violenza aveva usato parole schematiche, come prese da una brutta sceneggiatura.

Massimo Giletti non si è fermato lì. Per non lasciare nessun dubbio ha scavato in ogni dettaglio della vicenda. Perché lei non si è difesa? Perché ha lasciato che lui scattasse dei selfie insieme ed è addirittura andata a pranzo con lui, dopo? Perché il suo compagno Anthony Bourdain, quando cinque anni dopo è arrivata dagli avvocati di Bennett la richiesta di 3,5 milioni di dollari, ha accettato di pagare, sebbene la decima parte?

Argento non si è sottratta, ha spiegato ogni dettaglio, ogni ragione, fino a esibire la relazione della psicoterapeuta da cui andò pochi mesi dopo la violenza per chiarire con se stessa le ragioni di quella non reazione e in cui si dice «Una delle parti peggiori del ricordo era il pensiero che non avesse saputo difendersi».

Sembrava di essere immersi in uno di quei processi per stupro in cui è la donna a dover dimostrare di non aver fatto nulla per attirare l’attenzione e, quindi, la violenza. Massimo Giletti, essendo uno che conosce bene l’arte del rimestare nel voyerismo, si è dato un gran da fare con sorrisi di complicità, ammiccamenti, tenerezze, proclami all’insegna del «Ripensateci» affinché Sky riassuma la Argento nella squadra di X Factor. L’ultimo appello l’ha fatto addirittura in ginocchio, accanto a lei che, scossa dopo quasi due ore di intervista in cui aveva dovuto parlare anche del suicidio del compagno Bourdain avvenuto lo scorso 8 giugno, faceva fatica a trattenere le lacrime. Viene da chiedersi: c’è bisogno di tutto questo mandato in diretta per credere a una donna che dice di avere subito violenza?

Anche noi ci auguriamo che X Factor riprenda fra i giudici Asia Argento e non per le ragioni, a dir la verità povere, spiegate da Fedez che ha detto «Si temeva che questa vicenda avrebbe tolto attenzione ai ragazzi concentrandola solo su Asia. Ma ora non è più così e secondo me dovrebbe rientrare». In realtà da X Factor non avrebbero mai dovuto cacciarla e per una ragione molto semplice. Chi lavora nel mondo del cinema e della televisione sa benissimo che il movimento Metoo ha ragione e che bastava parlare con Asia Argento in privato per capire come sono andate le cose con Bennett. E invece si è arrivati a un processo televisivo che ha sì chiarito da che parte sta la verità, ma per farlo ha dovuto scarnificare l’intimità e la vita di una persona. Ma tanto, tutto fa spettacolo, no?

(il manifesto, 2 ottobre 2018)

di Luca Celada

Women’s Power. A poco più di un mese dalle elezioni di mid-term, dove saranno ben 185 le donne in lizza, le audizioni del giudice Kavanaugh confermano che quello sul patriarcato è un cruciale scontro politico e culturale

Con l’approssimarsi delle elezioni per il congresso che potrebbero ridimensionare lo strapotere dei repubblicani, attuali padroni assoluti di esecutivo, parlamento e tribunali – e che saranno il primo effettivo referendum su Donald Trump – la battaglia sulla nomina di Brett Kavanaugh alla corte suprema cristallizza le lacerazioni esasperate dal trumpismo e la crisi strutturale della nazione. È significativo soprattutto che l’opposizione a un fondamentale tassello della restaurazione reazionaria (la blindatura della corte suprema) abbia preso la forma di una denuncia di soprusi da parte di una donna contro un maschio designato al potere (quasi assoluto) di una carica a vita.

Sin dall’avvento di Donald Trump, insediato malgrado una sconfitta nel voto popolare di oltre 3 milioni di preferenze, sono state le donne a prendere l’iniziativa più coordinata e inequivocabile. Le milioni di persone portate nelle piazze di tutta America dalle women’s march aveva chiarito subito la natura dell’opposizione più organizzata al nuovo regime. Una lotta motivata sia dal concreto pericolo di regressione su aborto e pari opportunità che dal valore simbolico della vittoria di un presidente misogino e predatore confesso sulla prima candidata donna.

Il movimento politico delle donne emergeva sullo sfondo di quello concomitante di #metoo contro gli abusi sistemici, prima a Hollywood, e poi in tutto il mondo del lavoro, uno dei più significativi sviluppi femministi dell’ultimo mezzo secolo che indicava un profondo mutamento culturale e generazionale. La leggerezza con cui questo movimento è stato valutato (ad esempio e soprattutto in Italia) [falso! ndr] come semplice questione tecnico-giuridica attinente alle responsabilità dei singoli ha semplicemente sottolineato l’incapacità dei dispositivi egemonici del potere di comprendere ciò che stava avvenendo.

Ventisette anni dopo le accuse di molestie al giudice ultrareazionario Clarence Thomas da parte di Anita Hill (nel 1991 Thomas venne comunque confermato alla Corte suprema) il caso speculare di Ford/Kavanaugh promette di misurare il progresso concreto sulla questione patriarcale divenuta nel frattempo parametro fondamentale dello scontro politico in atto (solo nell’ultimo anno 19 politici sono stati dimissionati in seguito ad accuse di abusi sessuali). La pusillanime decisione dei repubblicani di assumere una procuratrice «femmina» per interrogare la teste Christine Blasey Ford (ed evitare il danno iconografico di un consesso di anziani maschi bianchi riuniti a giudizio di una vittima donna) è stata cinica quanto indicativa di una nuova coscienza della pubblica percezione.

Ad oggi di fronte all’attacco concertato delle forze reazionarie su classe, razza e parità, solo il movimento delle donne ha dimostrato di riuscire ad opporre una resistenza politicamente efficace.

Alle elezioni di novembre saranno ben 185 le donne a candidarsi (143 democratiche e 42 repubblicane: un record). E dietro la generazione delle Clinton e Nancy Pelosi (presidente della camera), Feinstein e Maxine Waters (senatrici storiche) emerge una nuova classe di leader: Kamala Harris ed Elizabeth Warren (papabili alla presidenza), la parlamentare progressista Tulsi Gabbard e le nuovissime leve: le “socialiste” Alexandria Ocasio-Cortez e Rashida Tlaib parte della nuova onda di candidate. Giovani donne – come Emma González e Yolanda King, nipote di Martin Luther King – sono protagoniste infine anche nel movimento studentesco contro le armi.

Per queste ragioni lo scontro politico su Brett Kavanaugh rappresenta un momento storico che potrebbe segnare una svolta nella attuale deriva autoritaria e antidemocratica in America e oltre. L’esito del contenzioso dirà molto sull’effettivo progresso ottenuto da un movimento nazionale (e transnazionale – vedasi la marcia delle donne brasiliane contro il golpe strisciante in quel paese). In virtù dell’attuale monopolio di potere i repubblicani giocano ancora da una posizione di forza. Ma se pure dovessero alla fine riuscire ad imporre il loro uomo potrebbero alla fine pagare un caro prezzo politico a novembre.

(il manifesto, 2 ottobre 2018)

di Annarosa Buttarelli, Marta Cardillo, Claudia Palma

Women Out of Joint è l’occasione per la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea per presentare al pubblico l’archivio recentemente acquisito di Carla Lonzi – femminista italiana, scrittrice e critica d’arte – che consentirà di accedere finalmente a un prezioso materiale documentario il cui valore è internazionalmente riconosciuto per la storia dell’arte e il pensiero di genere.

L’ordinamento e l’inventariazione dell’Archivio Carla Lonzi presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma ha preso avvio nel gennaio 2018 per volontà della direttrice Cristiana Collu e del figlio di Carla Lonzi, Battista Lena, il «Tito» di Taci, anzi parla. Il materiale, di proprietà di Battista Lena, era già stato consegnato in deposito dallo stesso proprietario che lo aveva conservato presso la propria abitazione umbra, in scatoloni e senza un ordinamento precostituito. Una prima verifica di consistenza e contenuto è stata fatta dalla filosofa Annarosa Buttarelli (incaricata formalmente delle attività preparatorie per la costituzione dell’Archivio e incaricata di presiedere e coordinare i lavori del costituendo Comitato Scientifico) in collaborazione con la direttrice degli Archivi della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Claudia Palma. Il materiale depositato comprende anche di una parte bibliografica. Il lavoro di ordinamento e inventariazione, svolto dalla dott.ssa Marta Cardillo, è iniziato proprio dalla parte bibliografica e si sono potuti così catalogare e indicizzare 99 unità bibliografiche presenti nel fondo fino ad oggi.

Poi è stato analizzato il materiale archivistico. Battista Lena aveva ricevuto molti documenti della madre dalla zia Marta Lonzi, che alla morte di Carla si era prodigata nel custodire e promuovere la figura della sorella, anche attraverso le attività della casa editrice Rivolta femminile, ancora oggi in attività. Parte della documentazione conservata si può ricondurre alle attività di Marta Lonzi e delle compagne di Rivolta anche nel periodo successivo al 1982, anno di morte di Carla Lonzi. Si è scelto dunque, in via preliminare, di suddividere il materiale in due grandi sezioni distinte, relative alle due sorelle.

La documentazione relativa a Carla Lonzi parte, cronologicamente, dalle testimonianze riguardanti il primo periodo di vita, per poi proseguire, in maniera quantitativamente difforme, fino alla fine della vita. Si è scelto di affrontare per ultima la corrispondenza a motivo della particolarità di questa tipologia documentaria che, entrando nel dettaglio di tutti i tipi di relazioni, presuppone una conoscenza base del contenuto delle carte tout court. L’iniziale suddivisione in macrocategorie ha permesso di iniziare a lavorare sistematicamente e con metodo nell’ordinamento sempre più approfondito della documentazione. Le carte sono state esaminate ricostruendo le unità documentarie ed inserendole fisicamente in fascicoli provvisori per avere una concezione d’insieme del fondo. Si è cercato il più possibile di non creare fascicoli suddivisi per tipologia documentaria ma di rendere evidenti le attività, gli interessi e la storia stessa di Carla Lonzi, al fine di mantenere visibile il vincolo naturale del susseguirsi delle carte nel tempo. Qualora nell’analisi si siano trovati cataloghi di mostre, monografie o altro materiale bibliografico, tutto questo è stato separato, essendo un tipo di documentazione di differente natura, destinato a confluire nella sezione «biblioteca». I fascicoli sono stati aggregati fra loro al fine di costituire alcune serie con le relative sottoserie. Sì è così formato un primo abbozzo di «albero» archivistico, che si sta pian piano definendo sempre meglio.

Nell’aprile scorso Battista Lena ha consegnato alla Galleria una seconda tranche del fondo di sua proprietà, relativo ai documenti conservati presso la propria abitazione di Roma. I documenti sono stati accuratamente analizzati, insieme a Annarosa Buttarelli, suddividendoli per raggruppamenti logici e, laddove possibile, inserendoli congruamente nei fascicoli già costituiti. In caso contrario, la struttura è stata integrata con le nuove acquisizioni riplasmando e rimettendo in discussione l’alberatura. Questo ha comportato una modifica ed uno spostamento logico di alcuni documenti, per una più precisa aderenza alla comprensibilità del fondo, che, fino ad oggi, ha raggiunto una consistenza di alcuni metri lineari. Nel mese di luglio si è iniziato a schedare il materiale documentario fino alla descrizione del fondo in unità o sottounità archivistiche. Nel frattempo, si sta attendendo una terza consegna di materiale da parte di Battista Lena e una prima consegna da parte delle compagne di Rivolta Femminile con le quali si è avviata una fortunata collaborazione.

È la prima volta, dopo la scomparsa di Carla Lonzi, che si tenta l’operazione complessa di raccogliere, ordinare, custodire e mettere a disposizione degli studi l’eredità documentaria della critica d’arte e filosofa femminista, iniziatrice della politica e del pensiero della differenza sessuale. Carla Lonzi è studiata in tutto il mondo e riconosciuta come «avanguardia filosofica italiana del XX secolo» (Franco Restaino, «Il femminismo, avanguardia filosofica di fine secolo. Carla Lonzi», in Aa. Vv., Le avanguardie filosofiche in Italia nel XX secolo, Franco Angeli, Milano 2002, pp. 269-286).

.(Wooj, 28 settembre 2018)

I libri di Carla Lonzi e tutti gli altri libri di Rivolta Femminile sono in vendita alla Libreria delle donne, Via Pietro Calvi 29, Milano, e si possono richiedere anche via email: info@libreriadelledonne.it [Nota della redazione del sito]

di Letizia Paolozzi

Tanto per ricordare il vecchio titolo di un film di Pedro Almodovar, cosa avrò fatto per meritarmi il ddl Pillon su separazione e affido?
Nel ddl si intuisce, al di là della demagogia e della mistificazione a fini elettorali, un fondo reazionario, un carattere conservatore mai sopito.
Dopo tanti anni di battaglie delle donne contro la violenza, per decidere di sé e del proprio corpo, dopo la presa di parola (ascoltata anche grazie ai social media) e l’esplosione di movimenti come il #metoo, credere che il ciclo aperto dal sesso femminile non ci sia mai stato, equivale a rinverdire le sorti del patriarcato, attraverso una voglia esplicita di regolare i conti con il sesso femminile.
Se ne sono accorti in molte e molti (dalla rete dei centri antiviolenza Di.re a Femministerie, all’ Udi di Napoli, da Maschile plurale a Linda Laura Sabbadini in un’interessante pagina sulla “Stampa” a Alessandro Gilioli su “L’Espresso”) riflettendo sul testo Pillon.
Hanno scritto che è irricevibile l’equivalenza padre-madre (la bigenitorialità), concepita come una mela spaccata a metà.
Eppure, il senatore leghista, uomo dal papillon, sembra aver calcolato ad arte il modo di suscitare ancora una volta la polemica. Era già accaduto per l’aborto, le unioni civili e via discorrendo.
Ora vorrebbe costringere i due sessi in una gabbia relazionale. Peccato che ogni relazione faccia storia a sé e le relazioni non siano mai simmetriche. Dove cominciamo lo sai, ma non dove finiscono. Pillon invece mette indietro le lancette dell’orologio. Quattro milioni di genitori separati e ottocentomila minori infilati nella camicia di forza “dei tempi paritari”.
Recita il testo di legge che “qualora uno dei genitori ne faccia richiesta e non sussistano oggettivi elementi ostativi, il giudice assicura con idoneo provvedimento il diritto del minore di trascorrere tempi paritetici in ragione della metà del proprio tempo, compresi i pernottamenti, con ciascuno dei genitori”.
Probabilmente, la sua ossessione e insieme a lui di quanti (le associazioni dei padri separati che un tempo avevano per slogan: “Padri presenti, figli contenti”) si sentono defraudati dalle conclusioni del giudice, consiste nel rimediare attraverso una perfetta reciprocità allo squilibrio nell’assegnazione del ruolo di genitore “prevalente” alla madre, con il padre che impersona quasi sempre il genitore “secondario”.
Perciò il senatore pensa che bisogna interrompere il meccanismo dell’assegno per il mantenimento dei figli e della casa eletta generalmente a domicilio dei figli, assegnata alla madre.
E’ vero che non tutto ha funzionato nella legge vigente e di questi tempi capita di incontrare uomini in stato di derelizione, senza un tetto, ridotti a dormire nell’automobile; ma ancora oggi la donna rappresenta il soggetto più debole economicamente.
E’ pure vero che c’è molto da cambiare nel rapporto tra uomini e donne. Anche perché persistono forti ineguaglianze (sociali, economiche) mentre in tante zone del mondo a un sesso è impedita la libertà di decidere di sé. Questo però non ha importanza per il senatore Pillon secondo il quale sull’interesse del bambino deve prevalere quello dei genitori (che per lui si traduce quasi sempre nell’interesse del padre). E pazienza se i tempi paritetici dei grandi penalizzeranno il piccolo costringendolo a pagare il prezzo più alto – diviso tra due case – di una situazione aggrovigliata. Importante è la famiglia (ma quale poi? Quella stereotipata o quella senza legami di sangue ma amorosa, come in “Un affare di famiglia” del regista Koreeda) che dovrebbe mostrarsi unita, sempre che si impedisca ai supermercati di restare aperti di domenica, sempre che si scoraggi con cento intoppi separazione e divorzio e sempre che si cancelli l’insignificante questione di un padre e una madre reciprocamente ostili.
Pare che non tutti nel gruppo 5 stelle siano d’accordo, anzi promettono di apportare modifiche al ddl. Nel frattempo, in un documento, le donne Pd dell’associazione TowandaDem hanno scritto alle colleghe in maggioranza per chiedere di fermare il disegno di legge il cui iter è cominciato questa settimana al Senato.
Resta la domanda: una simile proposta, con il suo carico ideologico, i suoi arcaismi, può rappresentare il governo del cambiamento, addirittura la rivoluzione che Lega e 5 stelle hanno promesso?

(www.donnealtri.it, 15 settembre 2018)

di Franca Fortunato

 

Teresa Cordopatri dei Capece, la nobildonna che osò sfidare la ’ndrangheta, è morta lo scorso settembre a Reggio Calabria.

La sua è la storia di una donna coraggiosa, di una Calabria resiliente che non si piega alla violenza mafiosa. Una storia che va conosciuta e raccontata, in onore della sua memoria. Figlia primogenita del barone Domenico Antonio Cordopatri e della marchesa Isabella d’Ippolito, Teresa trascorre l’infanzia a Nicastro (provincia di Catanzaro), nella casa della nonna materna. Ha nove anni quando suo padre decide di trasferirsi con la famiglia nel suo palazzo nobiliare di Reggio Calabria, per prendersi cura degli ulivi che aveva ereditato dai suoi antenati, siti in località Castellace, frazione di Oppido Mamertina, nella Piana di Gioia Tauro. Quelle terre fanno gola alla cosca Mammoliti che – come scrive nella sua autobiografia Teresa Cordopatri con la cugina Angelica Rago Gallizzi Noi, Cordopadri dei Capece, ediz. Periferia – le vogliono non tanto per averne un beneficio economico quanto per rafforzare il loro prestigio mafioso. Erano gli anni Sessanta, la cosca aveva assunto il dominio di molte terre di Oppido Mamertina. Tutti i proprietari avevano detto sì, solo il barone Mimì non aveva ceduto ai ricatti, alle minacce di morte e alle intimidazioni, che denunciava regolarmente alle forze dell’ordine, e regolarmente venivano ignorate. Gli ulivi li aveva piantati un loro antenato, un Cordopatri, erano parte di quel feudo che ancora prima del 1200 apparteneva alla famiglia, e, sempre, dovevano restare ai Cordopatri. In un solo caso erano disposti a cedere un po’ della loro terra, quando moriva qualcuno della famiglia. Era loro usanza regalare, in quella circostanza, la proprietà di un pezzetto di terra alla chiesa. Quando il barone muore, il 26 gennaio 1984, chiede ai figli di promettere di non cedere alle richieste della mafia. Al padre subentra il fratello di Teresa, Antonio che, come lui, non si piega a minacce e intimidazioni. Divenuto un ostacolo, i Mammoliti decidono di ucciderlo la mattina del 10 luglio 1991, con tre colpi di pistola mentre a bordo della sua vettura varcava il portone della propria casa in compagnia della sorella, con cui viveva. Il killer, Salvatore Larosa, venuto da Parghelia (provincia di Vibo Valentia) ucciso il barone, puntò l’arma contro la sorella che si salvò solo perché la pistola si inceppò. L’assassino scappò, inseguito da Teresa. Venne fermato a pochi metri dal luogo del delitto dalle forze dell’ordine. La mafia aveva portato a termine quanto aveva minacciato di fare da oltre trent’anni. «Barone, se non ci date la terra vi ammazziamo davanti alla vostra casa», avevano detto al padre di Teresa. Il 31 luglio 1972, tra gli ulivi tentarono di uccidergli il figlio, ma allora non ci riuscirono.

Dopo l’uccisione del fratello, Teresa va in caserma, riconosce il killer e lo fa arrestare. Rimasta sola, capisce che tocca a lei tenere fede al giuramento fatto al padre nel letto di morte: difendere dalla mafia le loro terre. Ma, ha anche un altro dovere: chiedere giustizia per l’uccisione del fratello. Teresa rivuole le terre di cui erano stati “espropriati” dai Mammoliti e date in affitto a un certo Vincenzo Ventrici, un prestanome. Il fratello ha lasciato alla sorella un memoriale dove c’è tutta la storia di minacce, attentati, violenze subite per conto dei Mammoliti con i nomi di tutti coloro che, in un modo e nell’altro, hanno dato loro appoggio, amici, politici, giudici, parenti. Il memoriale è una bomba, una denuncia circostanziata dei rapporti tra mafia, magistratura e politica. Teresa decide di leggerlo insieme alla cugina Angela Rago Gallizzi. Le due donne, da quel momento in poi, saranno inseparabili e si faranno forza l’una con l’altra. Dopo aver letto il memoriale e il contenuto di una busta gialla in cui il fratello la metteva in guardia dal loro avvocato di fiducia perché li aveva traditi coi Mammoliti, insieme alla cugina si reca dai carabinieri e diventa collaboratrice di giustizia. Viene messa sotto scorta. I mafiosi le fanno sapere che se pensa di voler fare l’uomo, cioè parlare, le riserveranno una morte da uomo, la “incapretteranno”. Cercano di screditarla, la chiamano “la pazza”, la “strana baronessa” che parla, che chiede giustizia. La scorta vigila su di lei nel suo negozio di antiquariato, dove non ci va più nessuno, e l’accompagna durante il giorno in ogni spostamento. Dalle sue dichiarazioni prende l’avvio l’operazione “Pace tra gli ulivi” che si conclude con l’arresto del capo del clan Saverio Mammoliti, di più 35 suoi affiliati e di tre donne, Caterina Nava moglie di Saverio, Clara Rugolo moglie del fratello del boss, Antonio, e Mariarosa, sorella di Saverio e moglie di Vincenzo Mammoliti suo cugino. Il 28/2/94 comincia il processo. Le ultime udienze saranno occupate dalle rivelazioni di numerosi pentiti che confermeranno Saro Mammoliti quale capo della cosca che, forte dei legami di matrimonio con le famiglie Rugolo e Nava, gestiva gran parte delle terre del patrimonio agricolo del comune di Oppido Mamertina. Viene indicato come colui che aveva deciso di punire con la morte l’unico proprietario che continuava ad opporglisi: Tonino Cordopatri. Durante il processo dalle gabbie gli imputati gridano “Bastarda” verso Teresa, che insieme ad Angelica sarà presente a tutte le udienze. I politici, i parenti, tutte le persone chiamate in causa da lei nel corso del processo, smentiranno di aver avuto il benché minimo rapporto di conoscenza con la famiglia Cordopatri. Quando nel 2010 manda un esposto al Csm per chiedere perché quattro magistrati, di cui fa i nomi, non avevano dato seguito alle denunce del fratello, l’esposto che avrebbe dovuto restare segreto diventa, invece, di dominio pubblico. I quattro la denunciano per calunnia e diffamazione. Condannata a risarcirli, è costretta a vendere all’asta beni materiali e immobili. La vita a Reggio Calabria diventa difficile per le due cugine. La loro presenza non è gradita nei locali pubblici, amici e parenti si allontanano, vengono isolate, come era già avvenuto dopo il primo attentato ad Antonio, quando tutti vennero a sapere che i Cordopatri erano nel mirino della mafia. Le intimidazioni e le minacce sono continue, ma, decise ambedue a cercare giustizia, non si lasciano intimidire né dai crisantemi che trovano a volte dietro la loro porta, né dalle strisce nere che segnano di lutto l’automobile né dalle minacce telefoniche. Scortate dai carabinieri, il 2 agosto del 1994 le due cugine tornano sulle terre di Castellace. Per anni non riescono a trovare operai per la raccolta delle olive. Non si arrendono. Coltivano loro i 1500 ulivi. Teresa subisce un furto di gioielli, argenteria e quadri, ma soprattutto del memoriale del fratello. Lo Stato le chiede il pagamento delle tasse sui terreni “espropriati” dalla mafia che, senza alcuna titolarità, continua a riscuotere i contributi europei dall’Aima anche durante il processo. Lei i soldi per pagare non ce li ha. Allora, prende una decisione clamorosa. Inizia lo sciopero della fame davanti al palazzo di giustizia di Reggio Calabria. Era il 12 settembre 1994. Si dichiara vittima non solo della mafia ma anche dello Stato che non ha saputo difendere le sue terre. Di notte dorme in piazza su una brandina da campo, accanto a lei c’è sempre Angelica. Lo sciopero lo porta avanti per 23 giorni e la notizia rimbalza sui giornali nazionali e nelle televisioni. La città allora cambia atteggiamento, si stringe attorno a lei con fiaccolate, veglie di preghiere, raccolta firme e tanti fiori. Il caso approda in Parlamento, il ministro degli Interni, Roberto Maroni, va a trovarla a casa e si fa garante della sospensione del pagamento delle tasse per due anni. Tempo necessario perché possa rientrare, di fatto, in possesso della sua terra ed effettuare il raccolto di olive col cui ricavato pagare il debito. Dalla morte del fratello sono passati 27 anni. Al processo tutti gli accusati sono stati condannati. Teresa si è riappropriata delle sue terre e insieme alla fedele cugina, negli ultimi anni della sua vita, ha tentato di rilanciare la produttività attraverso la creazione di una cooperativa, che non è andata come aveva previsto. La nobildonna Teresa Cordopatri dei Capece è morta, ma il suo coraggio e il suo dolore restano parte di quella storia di donne di questa terra, la Calabria, che, venute dopo di lei, si sono ribellate alla ’ndrangheta, a costo della propria vita.

(Non c’è pace tra gli ulivi, Casablanca-Le Siciliane, n. 55, Settembre/Ottobre 2018)


Il 25 settembre scorso il Comitato nazionale francese di etica (CCNE) ha fatto conoscere le sue posizioni sulla nuova legge di bioetica che il Parlamento francese sarà chiamato a discutere nel 2019.

In tema di procreazione, come già in passato, il Comitato di etica si è dichiarato favorevole (consenso non unanime) alla procreazione medicalmente assistita (PMA) per le coppie di donne o le donne singole che desiderano procreare senza partner maschile, ricorrendo al dono di sperma. (Questa possibilità, in Francia come in Italia, non è prevista dalla legge in vigore.)

Per contro, il Comitato ribadisce il divieto della gravidanza per altri (GPA) e spiega la ragione etica di questo divieto (che vale in Francia come in Italia e nella maggioranza dei paesi del mondo): con la GPA si va incontro alla mercificazione del corpo umano, quello della donna e quello della creatura neonata. (Fonte: “Le Monde” 26 sett. 2018, p. 10)

 

(www.libreriadelledonne.it, 28 settembre 2018)

di Mariangela Mianiti

Molestie. Le polemiche dopo la partecipazione dell’attore allo show di Giletti. Il paragone della presunta violenza con Weinstein è un’operazione iperstrabica

Il punto non è se sia stata lei a slacciargli i pantaloni o lui a cominciare, il punto non è nemmeno se il rapporto ci sia stato. Il nocciolo dell’affaire Jimmy Bennett/Asia Argento che salta agli occhi dall’intervista che lui, affiancato dal suo avvocato Gordon Stratto, ha rilasciato domenica scorsa a Non è L’Arena, su La7, è il furto delle motivazioni che stanno alla base del movimento #MeToo. Bennet ha paragonato la Argento a Weinstein perché come lui avrebbe abusato di una posizione di potere. Anche se con quegli occhioni sgranati e l’aria sperduta sembra un pulcino bagnato, è difficile non pensare che dietro le sue accuse non ci sia un retroscena interessato.

Le molestie e le violenze sessuali come ricatto sul lavoro sono state alla base della protesta femminile e globale scoppiata un anno fa. Le donne, e non solo le star, hanno preso parola per denunciare e dire basta a un comportamento maschile ricattatorio che usava, e in gran parte usa ancora, la propria posizione dominante per prendersi libertà e ottenere favori sessuali. Come ha scritto Lia Cigarini nell’ultimo numero di Sottosopra (disponibile presso la Libreria delle donne di Milano), «Il valore simbolico e politico del #MeToo è rivoluzionario perché è una presa di coscienza collettiva che segna una nuova fase del femminismo, un punto da cui non si torna indietro. L’operaia, la commessa, l’impiegata, l’attrice, la giornalista, la ricercatrice che si vedranno fare delle avances pesanti da un capo ora sanno che possono parlare perché attorno c’è chi crede loro e le sostiene.»

Quando Bennett paragona la presunta violenza di Asia Argento agli atteggiamenti predatori e reiterati di Harvey Weinstein fa un’operazione iperstrabica. Da una parte mette sullo stesso piano due eventi e comportamenti di peso ben diverso, dall’altra sminuisce la forza simbolica di un intero movimento. Non sono i maschi le vittime di questo andazzo, ma le donne. Dire «Anch’io sono vittima del potere come loro» equivale a infilarsi in qualcosa che non gli appartiene.

Certo, il fatto di essere un ex bambino di successo che ha vissuto più tempo sui set che a casa può avergli creato insicurezze, il non lavorare né guadagnare più come un tempo può averlo segnato, ma tutto ciò non ha nulla a che fare con il #Metoo. Casomai ha più attinenze con l’impietoso mondo di Hollywood e le regole del successo ed è con quelle che Bennett dovrebbe prendersela. L’altro aspetto che suscita molti dubbi è il denaro. Bennett dice di essersi reso conto che il rapporto con Asia Argento lo ha traumatizzato quando lei ha smascherato Weinstein. Invece di denunciarla, come hanno fatto le donne del #MeToo con i maschi, ha pensato di far scrivere al suo avvocato una lettera agli avvocati del compagno di lei, il celebre chef Anthony Bourdain, per chiedere un risarcimento di tre milioni e mezzo di dollari. Vuol dire che tutti quei soldi avrebbero placato il suo disagio? E che ferita è se accetta di stare zitta in cambio di un pagamento? Il #MeToo non ha mai chiesto una compensazione in denaro, ma un cambio di mentalità e atteggiamenti. Difficile, quindi, non dubitare che Bennett, o chi per lui, abbia voluto monetizzare su un incontro intimo.

E veniamo al rapporto. Bennett scattò con il proprio cellulare alcune foto che, secondo quanto dice, lo ritraggono con la Argento subito dopo la presunta violenza. Si abbracciano con tenerezza e lui sorride con un’aria sognante. Ora, senza voler sfruculiare, come ha fatto Giletti, sui dettagli del rapporto, se completo, o se è tecnicamente possibile che una donna costringa un uomo a fare l’amore con lei, a guardare quelle foto si fa molta fatica a pensare che lei sia una mantide e lui una vittima. Un mio amico con lunghe esperienze amorose, guardandole, ha detto: «E questo sarebbe il violentato? Tutt’al più lei lo ha aiutato a diventare grande».

Se questa storia finirà in un’aula di tribunale, non è lì che si troveranno risposte svelanti. L’avvocato di Bennett insiste sul fatto che per la California, dove tutto è avvenuto, lui all’epoca era minorenne (17 anni e qualche mese). Se fosse successo a New York, dove la maggiore età è a 16 anni, l’argomento sarebbe già chiuso. Il #MeToo, quello vero, invece va avanti.

(il manifesto, 25 settembre 2018)

di Teresa Numerico

Codici Aperti. Un sentiero di lettura sull’uso politico dei Big Data a partire dai volumi di Virginia Eubanks e Safiya Umoja Noble. Le parole chiave usate nei motori di ricerca in Rete aprono le porte su un sistema digitale di governo finalizzato a riprodurre e rafforzare le discriminazioni razziali, di genere e le diseguaglianze di classe

 

Nel film di Ken Loach Io Daniel Blake, vincitore della palma d’oro a Cannes nel 2016, il protagonista è un lavoratore malato di cuore, privato della pensione di invalidità a causa di un errore. È costretto a chiedere il sussidio di disoccupazione ed entra nelle spire della burocrazia privata del welfare inglese, che gli impone di fare la domanda online e dimostrare che cerca lavoro per otto ore al giorno, senza avere un sostentamento, fino al tragico finale.

L’era digitale consente di aumentare l’ambito dei comportamenti umani per i quali è possibile registrare, monitorare e costruire procedure di valutazione. Non è detto però che questi meccanismi di misurazione e i conseguenti metodi di analisi e organizzazione dei dati, ormai molto noti come algoritmi siano sempre la migliore soluzione per trattare dei problemi delle persone e rispettare le loro prerogative. Il rischio è elevato per chi subisce le conseguenze di procedure automatiche per supportare la presa di decisione senza aver contribuito a costruire quei sistemi.

Il libro di Virginia Eubanks dal titolo Automating Inequality (St. Martin’s Press, 2018) affronta, con una lunga ricerca sul campo, il problema dell’uso della tecnologia per profilare, controllare e punire i poveri negli Stati Uniti. L’autrice, che insegna scienze politiche all’università di Albany Suny, analizza tre casi nei quali è stato costruito un sistema digitale per monitorare o risolvere problemi dei poveri o dei lavoratori. Il volume prende in esame tre situazioni: un tentativo di automatizzare l’accesso al welfare dei poveri in Indiana, un registro elettronico dei senzatetto a Los Angeles e un algoritmo basato su un modello di rischio per prevedere i casi di abuso e abbandono di minori in Pennsylvania. Alcune di queste procedure riguardano la raccolta dati sui poveri, altri i meccanismi algoritmici con i quali si decide come intervenire.

Il risultato delle sue ricerche è che questi sistemi contribuiscano a considerare la povertà come una sorta di colpa, impedendo alle persone di far valere i propri diritti, attraverso la creazione di cavilli burocratici che ne intralcino il processo. I poveri devono dimostrare il malfunzionamento eventuale del sistema e si trovano a contrastare un gigante che li schiaccia. Inoltre la tesi dell’autrice è che gli strumenti di automazione dei processi di acquisizione di dati non siano una tecnologia davvero innovativa, ma finiscano per creare una situazione simile a quella dell’Ottocento, con l’istituzione delle «case dei poveri», nelle quali le persone in difficoltà venivano chiuse, isolate dal resto del mondo, biasimate e incolpate per la loro condizione.

Le tecnologie di automazione costruiscono, secondo Eubanks, delle «case digitali dei poveri», in cui confinare e stigmatizzare le persone disagiate. Poveri e lavoratori sono schedati da strumenti di gestione digitale della povertà e rischiano di subire conseguenze gravi persino pericolose per la sopravvivenza. La mancanza di tutela della privacy e il controllo dei dati personali dei poveri non sono compensati da nessun miglioramento nella loro condizione; i modelli predittivi finiscono per considerare le persone bisognose come cattivi investimenti e genitori problematici a cui è meglio sottrarre preventivamente i bambini.

La gestione imprenditoriale automatizzata della presa di decisioni che riguardano poveri – disoccupati o lavoratori che siano – rischia di causare la progressiva invisibilità dei marginali che non sono più percepiti dalla classe media. Tale invisibilità non è il frutto del successo di questi strumenti ma di procedure che cancellano dalla vista i poveri recludendoli in spazi confinati che favoriscono decisioni inumane lontano dalla ipotetica consapevolezza etica e politica dei borghesi.

Questo risultato, secondo Virginia Eubanks, è il prodotto di algoritmi che sono in continuità con la tradizione americana di considerare la povertà una specie di malattia da nascondere, della quale sarebbe meglio vergognarsi, invece che permettere a chi la subisce di reclamare i propri diritti.

Si tratta della stessa tesi suggerita dallo scrittore inglese Samuel Butler nel suo romanzo satirico Erewhon (1872) nel quale gli abitanti dell’immaginaria colonia consideravano malattia e miseria crimini da punire mentre delitti e appropriazioni indebite erano come patologie da curare e compatire.

La povertà, insiste l’autrice, non è una condizione insulare, ma una terra di confine. C’è movimento lungo i suoi margini. Per la classe media le battaglie dei poveri non dovrebbero essere estranee anche perché sempre più categorie vengono risucchiate in quella soglia, e le esperienze di emarginazione avvengono a diversi livelli e potrebbero essere condivise. Sarebbe importante comprendere che combattere contro l’emarginazione del disagio economico riguarda non solo il piano etico e di giustizia sociale in senso assoluto, ma anche il continuo riposizionamento dei processi di costruzione della marginalità, in cui chiunque potrebbe incappare.

Eubanks invoca la definizione di una comune identità di lotta per la giustizia sociale e il rispetto dei diritti di tutte le categorie di esclusi. Un tema molto caldo nella tarda estate italiana, anti-immigrazione. Dopo gli immigrati sarà la volta di discriminare e incriminare altre diversità, forse con l’aiuto di asettici strumenti di profilazione, controllo e punizione.

Un altro lavoro recente che ha al centro il rapporto tra emarginazione, identità e algoritmi è Algorithms of oppression di Safiya Umoja Noble (New York University Press, 2018). L’autrice, esperta di critical information studies, si occupa degli effetti di controllo e trasformazione della società causati dagli strumenti digitali di organizzazione dell’informazione. In questo libro analizza i risultati dell’algoritmo di ranking di Google nella rappresentazione delle identità delle minoranze che amplifica gli stereotipi e influisce perfino sull’autopercezione che gli appartenenti a quelle minoranze hanno di sé. Per caso aveva, infatti, cercato nel motore di ricerca la stringa «black girls» e si era trovata di fronte una serie di siti pseudopornografici nei quali si discuteva delle qualità delle ragazze nere in un possibile flirt o si esibivano giovani donne discinte.

In conseguenza del clamore di questa ricerca e dell’importanza della minoranza nera negli Stati Uniti, al momento il risultato delle ricerche è cambiato. Tuttavia se si prova a usare altre stringhe simili come «asian girls» o «italian girls» la lista dei link non è molto diversa da quella denunciata da Noble per le giovani afroamericane. Gli algoritmi di ranking nei motori ricerca sono artefatti umani; nel caso di Google spesso gli ingegneri che li producono sono di sesso maschile e portano nel programma cliché e preconcetti personali e collettivi. Inoltre l’esercizio degli algoritmi è politico perché il codice è pieno di significati e valori che si introducono implicitamente nella società.

Il ruolo dei motori di ricerca nello strutturare e organizzare il sapere collettivo è cruciale, e sappiamo ormai bene che gli algoritmi – non solo quelli usati per organizzare i risultati delle ricerche sulle pagine web – sono inevitabilmente pieni di pregiudizi. Secondo l’autrice sarebbe necessaria una protezione legale contro una rappresentazione tanto inadeguata delle identità delle persone, perché la sistemazione della conoscenza, che sembra neutrale e invece non lo è, causa evidenti danni che si ripercuotono anche sull’autostima delle persone.

La proposta del libro per sottrarsi a queste conseguenze è avere motori di ricerca indipendenti, fonti pubbliche come le biblioteche e altre istituzioni comunitarie che dovrebbero essere protette perché rappresentano l’unica alternativa a un sistema che tradizionalmente presenta le donne e tutti i non bianchi negli Stati Uniti come persone la cui identità è secondaria e verso le quali si può essere predatori.

Un’interessante somiglianza tra le due ricerche, sebbene si occupino di questioni legate all’uso distorto degli algoritmi in ambiti diversi, è che entrambe le autrici segnalano come gli algoritmi e gli strumenti automatici per la raccolta e l’organizzazione di informazioni siano in continuità con una tradizione politica pubblica americana di emarginare le minoranze e tutti i diversi: siano essi poveri, appartenenti a una minoranza etnica, o a una minoranza di genere o politica, come è illustrato in modo dissacrante dall’ultimo film di Spike Lee BlacKkKlansman. In questo quadro gli algoritmi sarebbero uno strumento apparentemente neutrale con il quale proseguire la politica di ghettizzazione e marginalizzazione dei diversi.

Sarebbe auspicabile che chi deve prendere decisioni se ne assumesse la responsabilità perché l’equità e la giustizia sociale non si possono misurare in modo asettico o lasciare a un algoritmo predittivo. Inoltre per la definizione dell’identità di un gruppo e per molte altre ricerche sarebbe opportuno non fare affidamento sulle generiche risposte offerte da Google che sono orientate a fornire informazione in un quadro principalmente commerciale. L’importanza dell’educazione critica alle tecnologie digitali e all’information literacy è impossibile da sottovalutare e questo vale per le giovani generazioni, come per i burocrati e i politici che stabiliscono metodi per prendere decisioni di politica sociale.

(il manifesto, 25 settembre 2018)

di Marirì Martinengo

 

Due mie amiche – vicine per età, diversissime fra loro, l’una all’altra sconosciuta, cittadine di città lontane – pur vissute negli anni del femminismo trionfante, non si sono mai avvicinate ad esso, anzi l’hanno guardato con distacco, scetticismo, perfino diffidenza, quasi a dire: “Ma a che pro?”

Io, che sono stata e sono invece femminista convinta, le ho sempre considerate, per questo aspetto, con una certa sufficienza come quelle cioè che non avevano capito l’essenziale, vale a dire la necessità e l’urgenza della rivoluzione.

L’una, Luciana (che ora purtroppo è morta), che si struggeva per non aver potuto studiare e coglieva ogni occasione per colmare le sue lacune, si accalorava per cose pratiche e contingenti, l’altra, Giovanna, insegnante brillante, lettrice accanita, si interessava d’arte e, profondamente religiosa, si dedicava ad opere caritative.

Sovente, negli anni passati, avvertendo la dissimmetria e distanza tra i miei e i loro interessi, ne avevo preso le distanze, a intervalli, senza però far mai mancare alimento alle nostre rispettive relazioni.

Recentemente – un po’ tardi – mi sono resa conto che tutte due – e parlo di Luciana come fosse ancora viva – in modi propri a ciascuna, non avevano e non hanno bisogno di aderire al femminismo, perché pensano e agiscono, in passato e ora, tranquillamente da donne.

Modi di essere che io mi sono dovuta riconquistare.

La prima, d’indole assai comunicativa, ha intessuto una quantità di relazione con donne e uomini del quartiere dove viveva, si è prodigata per rendere questo funzionante, pulito, accogliente: il grande parco che abbellisce il quartiere, è in massima parte frutto della sua iniziativa e dedizione nel tempo. È arrivata a pensare alla cura dell’ambiente, del primum vivere, negli anni Settanta, ben prima di me!

All’epoca della pubblicazione dei miei libri Le Trovatore, ne ha sostenuto vigorosamente e con successo la conoscenza e la diffusione, facendone acquistare delle copie dalle biblioteche milanesi e organizzando uno spettacolo estivo serale nei giardini di Villa Litta.

Giovanna ha costantemente messo in atto una pratica di relazione e di accoglienza: nella sua bella casa di Savona apre frequentemente le sue sale alle numerose amiche; ultimamente per far conoscere loro e regalarglielo con dedica personalizzata, il suo ultimo libro di poesie, Ti sento nel vento. In un suo precedente libro di memorie, Croce fiorita, aveva rievocato, con nostalgia e con grande considerazione, la genealogia femminile familiare. Alcuni anni fa ha messo in moto, coinvolgendole, le sue conoscenze anche istituzionali, per farmi presentare alla cittadinanza uno dei miei libri, La voce del silenzio, nella sala più prestigiosa della città.

Giovanna fa parte della Consorzìa della Madonna della Colonna – di cui è stata priora e ora è priora emerita – unica confraternita composta solo da donne, le cui origini e i cui statuti risalgono al medioevo. Compra, per leggerli e per regalarli alle amiche, copie di libri della nostra Libreria, che mi chiede di fornirle.

Io, e molte altre con me, ho avuto bisogno di praticare appassionatamente il femminismo della differenza per accedere a quei saperi e a quelle consuetudini che Luciana e Giovanna, custodivano e custodiscono dentro di sé e amministravano amministrano con naturalezza nei consorzi sociali. Non necessitavano nemmeno della consapevolezza che io e altre femministe ci siamo adoperate a infondere e a propagandare. Io sono soddisfatta delle mie scelte, ma non posso non riflettere su questo paradosso.

Cioè le mie due amiche non femministe fanno e hanno fatto, più o meno quello che faccio e ho fatto io, ma passata attraverso trent’anni di macerazione: studiare, scrivere, discutere, organizzare incontri, convegni…

La mia esperienza, maturata nella mia frequentazione dell’una e dell’altra, mi dice che non è stata la mia influenza a contagiarle: esse erano così come le ho descritte, negli anni settanta del secolo scorso, quando le ho conosciute.

Quello che voglio dire è che il sistema patriarcale è stato così devastante e ha imperversato così lungamente e profondamente che ha provocato in alcune donne la rimozione e perfino la cancellazione della consapevolezza di sé e dell’autorità e la libertà che ne discendono, e in altre la necessità di lotte secolari per poter tornare ad essere se stesse e pensare e agire secondo quanto detta la propria naturale inclinazione. Luciana e Giovanna hanno vissuto e agito la propria femminilità in maniera piena, libera e autorevole, senza vederne l’aspetto politico.

Aggiungo due notizie recenti: per Luciana, in seguito all’interessamento e alle richieste insistenti della Associazione Amici del Parco e mio personale, appoggiata dalla Libreria delle donne di Milano e dal LabMi, abbiamo ottenuto, da parte del Comune di Milano, di nominare, sulla targa toponomastica del Parco di Affori, Luciana Cella quale creatrice del Parco stesso.

Il figlio di Luciana, Stefano Guffanti, in questi ultimi mesi, ha raccolto e ordinato la documentazione che testimonia l’attività della madre, tesa a fare della città luogo rispondente alle esigenze di coloro che vi abitano; ella si è spesa non solo per il quartiere dove abitava con la famiglia, ma anche per il piccolo paese Pella, prospiciente il lago d’Orta, loro residenza estiva. Quindi Stefano si è rivolto a me per avere indicazioni riguardo ad archivi cittadini, Centri documentazione Donna, eccetera, interessati ad accogliere, catalogare, disporre alla consultazione il materiale di quante – senza etichette – si sono spese per migliorare la vivibilità dei luoghi di residenza; la mia ricerca non ha conseguito risultati: Milano, città per altro civile aperta al nuovo, difetta di tali fondazioni e io non posso se non concludere formulando la speranza che tanto prezioso lavoro di cura non venga disperso, ma trovi collocazione adeguata e torni utile ad altre future ricerche.

 

(www.libreriadelledonne.it, 22 settembre 2018)


Per la mia attività di scrittore e, perciò, a mia volta, di grande lettore, negli ultimi mesi ho girato molto per librerie indipendenti in Italia, e la scomparsa di Inge Feltrinelli, mi ha fatto pensare subito a una cosa: i librai più intraprendenti e appassionate sono quasi tutte donne! E diverse anche molto giovani! Ebbene, questa credo sia la miglior prova di quanto il suo testimone da tempo sia stato raccolto e che l’esempio è la migliore eredità che qualcuno possa lasciare agli esseri umani. Posso citarne qualcuna? Doriana di ‘Amico Libro’ di Bordighera, Amanda della ‘Galleria del Libro’ di Legnano, Marta della ‘Libreria San Vittore’ di Rho, Valeria del ‘Ghirigoro’ di Garbagnate Milanese, Carla di ‘Articolo 18’ di Saronno, Anna di ‘Liberalibro’ a Valdagno, Liliana della libreria ‘Il Seme’ di Casalmaggiore, Anna di ‘Parole Dolci’ di Paderno Dugnano, Elisabetta di ‘Hellisbook’, Milano, Viviana di ‘Il Faro’, Sondrio, Francesca della libreria ‘Dietro l’Angolo’ di Arese, Cristina della ‘Scatola Lilla’ di Milano, oltre naturalmente a tutte le ragazze della ‘Libreria delle Donne’ di Milano e la mitica signora Luigia della libreria ‘Il Domani’ vicino a Piazza Cadorna a Milano.

Renato Carlo Miradoli


(Corriere.it, 22 settembre 2018)

Nel segno (astratto) della Regina. Carla Accardi, tra Brescia e Milano

Galleria Massimo Minini Inaugurazione sabato 22 settembre 2018

Via Apollonio 68 – 25128 Brescia

Galleria Francesca Minini Inaugurazione martedì 18 settembre 2018

Via Massimiano 25 – 20134 Milano

Due sedi, due mostre, una grande antologica. Massimo Minini, direttore e fondatore della Galleria omonima, nelle parole qui sopra, presenta il suo ultimo progetto in collaborazione con Francesca, sua figlia e (soprattutto) gallerista, da anni sulla cresta dell’onda per tutto quanto concerne il contemporaneo. Un double solo show tra Brescia, sede della storica galleria, e Milano, sede (zona Lambrate, segnaliamo l’opening collettivo di quasi tutte le gallerie del distretto martedì 18 dalle 18) della galleria di Francesca. Al centro: la ricerca di Carla Accardi (1924-2014). Un’indagine fra diverse tipologie di lavori: dalle tele alle opere su tavola, dai ‘sicofoil’ alle installazioni più complesse, dalle sculture agli oggetti che proseguono la sua ricerca segnica come le lampade da terra. 

L’obiettivo dell’iniziativa è raccontare l’artista partendo dalla sua persona, gentile ma non timida e capace di difendere le sue posizioni – come quella di lasciare Trapani per Roma, avendo compreso che nella capitale il suo lavoro avrebbe potuto svilupparsi meglio- sino ad arrivare alla sua pittura, simbolo di un’epoca, ponte di collegamento tra la sua generazione e le successive, punto di un’unione tra il primo dopoguerra e l’arte povera e concettuale, un mondo che ha accolto il suo lavoro con grande rispetto ed attenzione.

di Claudia Fanti

Una campagna online, cresciuta in modo esponenziale in pochi giorni, preoccupa il candidato accusato di misoginia e razzismo. “Lui no”, dicono le donne. E la sua popolarità cala

Se a tre settimane dal primo turno delle presidenziali in Brasile, a giocarsi la partita sembrano ormai il candidato di estrema destra Jair Bolsonaro e il «candidato di Lula» Fernando Haddad, a dire la parola decisiva saranno probabilmente le donne.

Quelle donne che, ai discorsi e ai gesti di maschilismo, sessismo e razzismo ostentati dal candidato filo-fascista, hanno risposto creando su Facebook il gruppo «Donne unite contro Bolsonaro» che, in pochissismo tempo, dietro lo slogan Ele não, lui no, ha già oltrepassato i due milioni di partecipanti (solo tra il 9 e l’11 settembre le nuove adesioni sono state 600mila).

Ilo loro obiettivo, hanno precisato le amministratrici del gruppo, al quale sono ammesse solo donne e trans, è lottare contro la minaccia ai propri diritti e alle proprie conquiste rappresentata da Bolsonaro, di cui non pronunciano mai il nome, facendo di questa battaglia «in difesa della democrazia» una «grande occasione di unione e di riconoscimento della propria forza».

Il gruppo, a cui si accede sia su invito di chi ne fa parte sia facendo richiesta di adesione, non ammette parole di odio né fa propaganda per alcun candidato, accogliendo le più diverse posizioni politico-ideologiche e limitandosi a combattere le posizioni maschiliste e fasciste espresse dall’«innominato».

Che, tra molte altre uscite dello stesso genere, non solo non ha esitato ad ammettere che non darebbe alla donna lo stesso salario di un uomo, ma è stato capace di dire a una deputata: «Non ti stupro perché non te lo meriti»

Così, alla vigilia delle elezioni più tormentate dalla fine della dittatura, le promotrici dell’iniziativa mettono in guardia dalla «pericolosa affermazione di principi antidemocratici da parte di uno dei candidati alla presidenza», espressi in «un atteggiamento di disprezzo nei confronti delle donne, dei neri, degli indigeni, delle persone omosessuali», come pure «nel culto della violenza» e «nella difesa dei torturatori». E invitano la popolazione brasiliana «a unirsi in difesa della democrazia, contro il fascismo e la barbarie».

E mentre l’indice di disapprovazione di Bolsonaro continua ad aumentare, arrivando tra l’elettorato femminile al 49% (e tra le giovani dai 16 ai 24 anni addirittura al 64%), il gruppo inizia davvero a far tremare l’estrema destra. Tant’è che, oltre ad aver sofferto attacchi di hacker, le amministratrici sono state minacciate di stupro e di morte. «La nostra risposta – hanno ribattuto – sarà nelle urne, è lì che mostreremo la forza delle donne, il nostro potere di orientare il paese in direzione contraria a un discorso razzista, misogino e omofobico».

(il manifesto, 18 settembre 2018)

di Doranna Lupi

RACHEL MORAN, Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione, Round Robin Editrice, Roma, maggio 2017, € 16

Stupro a pagamento. La verità sulla prostituzione è il titolo dirompente e autorevole che Rachel Moran ha dato al suo libro. Partendo dall’analisi della propria esperienza e dal confronto con molte donne conosciute nei sette anni vissuti in quell’ambiente ci porta a comprendere che la prostituzione non è un lavoro tra i tanti: non è come vendere l’hamburger al McDonald’s, lì la carne sei tu. L’uomo acquista un rapporto sessuale con una donna che non lo desidera e il silenzio di lei sul ribrezzo generato dal mettere il proprio corpo sessualmente a disposizione di uno sconosciuto, spesso ripugnante e violento. Disconoscere il desiderio dell’altra in un rapporto sessuale equivale a negarne l’esistenza.

Figlia di un padre bipolare e di una madre schizofrenica, Moran ha vissuto un’infanzia di povertà ed emarginazione. In questo contesto si è abituata al ritmo interiore che, in seguito, l’ha accompagnata durante gli anni della prostituzione: “nel profondo di me stessa sentivo di non essere adeguata, di non essere normale e di non essere rispettabile” (p. 26). Sarebbe rimasto puro orrore il suo racconto se fosse stata una semplice narrazione autobiografica, invece sin dalle prime pagine l’autrice si pone l’obiettivo “di prendere qualcosa di brutto e trasformarlo come in un processo alchemico in qualcosa di buono” (p. 24): cioè mettere a nudo quello che è veramente la prostituzione e condividere la presa di coscienza su un sistema oppressivo, creato e mantenuto dagli uomini per gli uomini. Una volta uscita dall’incubo della prostituzione, prestando attenzione al suo desiderio profondo di parlare, comunicare e scrivere, Rachel prende la strada del giornalismo e dell’attivismo femminista. Partendo da sé e dalla relazione con altre donne, scrive mettendo in gioco la sua verità soggettiva che diventa universale perché altre e altri la sentono vera anche per loro. Il suo obiettivo è che chi l’ha vissuta in prima persona, riesca a strappare la verità dalle proprie viscere su quello che la prostituzione le ha fatto.

Riconosco in questo libro le caratteristiche di una storia vivente che scova un nodo esistenziale, illuminando un’esperienza forzatamente tenuta nascosta, segreta. Il frutto di un lavoro su di sé che l’autrice fa superando pregiudizi e vergogna, in un doloroso scavo emotivo, alla ricerca del significato del proprio vissuto. Come sostiene Marirì Martinengo, fondatrice della Comunità di Storia Vivente di Milano, “estrarre dalla propria interiorità l’esperienza femminile e darle parola e poi scrittura, significa narrare la storia dei condizionamenti violenti imposti alla vita delle donne dall’organizzazione simbolica e sociale patriarcale, acquistarne consapevolezza e contemporaneamente studiare il modo di mettere al mondo le vie per sottrarvisi, avviando un movimento politico e storico in cui vi siano libertà e autorità femminili” (Sul Convegno di storia vivente dell’11 marzo 2017. Una giornata di festa, www.libreriadelledonne.it)

Con coraggio e determinazione Moran lavora su queste zone d’ombra, arrivando persino a indagare i danni che le interazioni perverse, dominate dal risentimento, dal disprezzo e dal disinteresse reciproco generano non solo nella donna prostituita ma anche nel prostitutore. Il denaro fa sì che gli uomini non abbiano margine di miglioramento nelle loro relazioni con le donne. Per esperienza so che quando gli uomini non mettono di mezzo il denaro e hanno relazioni positive con le donne c’è vero interesse reciproco che fa crescere entrambi.

Inoltre la disumanizzazione della persona come prerequisito e l’interiorizzazione della dinamica servo-padrone nella prostituzione richiamano qualcosa dell’essenza della schiavitù. In quest’ultima la funzione del cibo e della sistemazione era di far vivere gli schiavi per poterli sfruttare; nel caso delle prostituite il denaro ha lo stesso significato, cioè rende cooperative le donne sulle quali si vuole infliggere l’abuso e la violenza.

Il libro si legge trattenendo il fiato per il dolore che provoca accostarsi a tanta sofferenza. Nello stesso tempo si prova rabbia nel sapere che c’è chi rivendica come libertà essere prostituite, definendo la prostituzione sex work come fosse una qualunque professione, dove esistono clienti, transazioni economiche, imprenditori, libere professioniste e autodeterminazione. Un linguaggio che vuole legittimarla, in ogni caso più a vantaggio dei clienti che delle prostituite. Rachel ci fa riflettere: in fondo è un modo per tenere lontana una verità scomoda poiché ne va di mezzo l’immagine di sé. È un modo per sentirsi meno umiliata. Ma il registro linguistico con cui parliamo della prostituzione non è neutrale, bensì frutto di una lettura politica della società. Questo è il taglio che lei ha voluto dare alla presentazione del suo libro il 20 maggio scorso alla Libreria delle donne di Milano dove, in un incontro precedente, sullo stesso tema, Luciana Tavernini aveva dato grande risalto al suo libro, evidenziando la necessità di alcuni cambiamenti linguistici:“Moran mi ha convinto a cambiare il linguaggio: non prostitute ma prostituite perché questo termine mette l’accento sul fatto che è necessario vi sia il prostitutore, il cosiddetto cliente, perché una donna venga prostituita” (Video: Sulla prostituzione. Intervento introduttivo di Luciana Tavernini, www.libreriadelledonne.it, 6 aprile 2018).

Una delle conseguenze più dolorose per Rachel Moran è stata proprio la negazione della sua presa di parola sulla prostituzione da parte di altre donne, favorevoli invece alla sua legalizzazione. Perché, si è domandata, alcune sono fortemente ancorate a questo tipo di opinioni? Forse dovrebbero vedere l’immensità di qualcosa che va riconosciuta come oppressione sia per i milioni di donne, bambine, ragazze che ne sono violentemente coinvolte sia per i millenni in cui è durato questo abuso, che richiede di avere solamente una vagina, cosa che ogni corpo di donna possiede. E questo, che riguarda tutte, ci fa troppa paura, ci fa male.

Dunque si tratta di un testo fortemente politico: rompe “il regime di irrealtà che si è creato con la subordinazione del femminile al maschile” (Luisa Muraro, Tutto comincia da dentro, Donne Chiesa Mondo, 8 dicembre 2017, www.libreriadelledonne.it).

Il nostro è un tempo in cui si incomincia a credere alle parole delle donne e molte hanno ascoltato con grande attenzione ciò che lei aveva da dire, alcune, come il gruppo di Resistenza Femminista, sono arrivate a tradurre il suo libro come atto politico.

Da qualche anno queste giovani donne seguivano il blog di Moran “The Prostitution Experience”, dove lei scriveva usando lo pseudonimo FreeIrishWoman e denunciava la violenza che le donne prostituite subiscono nell’industria del sesso. Questo approccio al tema faceva a pezzi i miti patriarcali della “prostituta felice”, dell’“escort di lusso” (www.resistenzafemminista.it). Dopo la pubblicazione del libro le donne di Resistenza Femminista hanno organizzato e partecipato a numerosi incontri e dibattiti sul tema con lo scopo di spostare l’attenzione sulla richiesta da parte maschile del sesso a pagamento poiché solo negli stati dove è stata soffocata la domanda la prostituzione è nettamente diminuita. Questo è avvenuto in Svezia, Norvegia, Irlanda, Francia e Islanda dove vengono sanzionati i clienti.

Come affermava Carla Lonzi, affrontare e forzare in prima persona il blocco di un ordine simbolico che crea sofferenza e disordine è un lavoro che parte da dentro, producendo una profonda trasformazione interiore e aprendo varchi di libertà da cui possono passare donne e uomini. Moran definisce una profonda bramosia spirituale la spinta interiore che l’ha costretta a cercare e ritrovare il desiderio di pace tra sé e sé, quel sentimento che aveva sperimentato da bambina: “Avevo bisogno di riprendermi quella pace che avevo provato nella mia infanzia quando camminavo nel bosco, circondata dalla bellezza del mondo. Era la pace che mi dava la certezza di sapere chi ero, e di gioire di questa consapevolezza. Non c’è pace all’interno della prostituzione. Non c’è pace né nel tuo corpo né nella tua mente” (p. 357).

Leggendo le sue parole si ha l’impressione di assistere a un processo di guarigione, alla nascita di una nuova consapevolezza che la sottrae al risentimento e a un giudizio immiserito su se stessa e sulla propria famiglia.

Il libro si chiude con un commovente riconoscimento nei confronti dei genitori: “La malattia e le dipendenze che affliggevano i miei genitori mi hanno dato un’infanzia tutt’altro che invidiabile e una giovinezza irta di difficoltà, ma la loro salute, la loro parte dignitosa, la positività intrinseca nella loro più intima natura, fu in gran parte responsabile di avermi dotata degli strumenti necessari a superare l’eredità delle loro avversità” (p. 361).

Per Rachel non è stato sufficiente uscire dalla prostituzione: ha sentito l’esigenza di analizzare la sua esperienza, per illuminare se stessa e le altre. Ha cercato e trovato le parole giuste per narrare il suo vissuto aprendosi a una ricerca di senso, si è riorientata mettendosi in contatto con qualcosa di profondo e buono che da sempre era dentro di lei. Questo si percepisce dalla forza trasformativa delle sue parole, non solo per le donne ma per tutti e tutte.

Note biografiche

Rachel Moran nasce negli anni Settanta a Dublino in una famiglia problematica. Viene affidata a una casa d’accoglienza statale, a 15 anni vive l’esperienza della prostituzione. Impiegherà sette anni per liberarsi da quella vita. Nel 2000 riprende gli studi, ottenendo una laurea in Giornalismo e un Master in scrittura creativa. Nella primavera del 2011 prende parola come attivista femminista contro la prostituzione e da allora inizia a girare il mondo tenendo conferenze a livello internazionale sulla prostituzione e la tratta. Collabora con la Coalition Against Trafficking in Women e L’European Women Lobby. È cofondatrice di SPACE, una nuova organizzazione internazionale creata per dar voce alle donne che sono sopravvissute alla realtà violenta della prostituzione e che lottano perché venga adottato il modello nordico, come in Irlanda, Svezia, Norvegia, Islanda e Francia dove viene criminalizzata la domanda della prostituzione: il cliente.

(Viottoli, settembre 2018)

di Andrea Rossetti

 

Donne, uomini e società, ménage à trois che affrontiamo con una colonna portante della Libreria delle donne di Milano: Francesca Pasini.

Potremmo spendere parole su parole per tracciare l’identikit della Libreria delle donne di Milano, la cosa che ci pare migliore però è stralciare direttamente un brano – breve quanto indicativo – dalla presentazione che tutti potete leggere sul suo sito internet: «È un’impresa femminista che non rivendica la parità, ma, al contrario, dice che la differenza delle donne c’è e noi la teniamo in gran conto, la coltiviamo con la pratica di relazione e con l’attenzione alla poesia, alla letteratura, alla filosofia». Situata al civico 29 in via Pietro Calvi, La Libreria delle Donne è nata a metà dei ’70, a cavallo degli anni di piombo, in un’Italia incandescente che marciava sulla scia del Sessantotto, facendo lo slalom tra proteste studentesche, lotte politiche, sequestri, stragismo – con la non distante Banca dell’Agricoltura di Piazza Fontana a fare da apripista – e attentati ad personam mirati a destabilizzare il potere statale. Questo decennio “esteso”, compreso tra la fine dei Sessanta ai primissimi Ottanta, ha concimato e potenziato la rapida affermazione movimenti icona come il Femminismo, la cui ideologia per la Libreria è stata una sorta di condicio sine qua non.

Oggi, dopo quaranta e passa anni dalla sua fondazione, alla Libreria delle donne si sono toccati tutti i registri del pensiero femminile, compreso quello legato alle arti visive grazie l’istituzione nel 2001 della “Quarta Vetrina”, ciclo di mostre/incontri che raccontano l’arte attraverso le donne e viceversa. Da tre anni a questa parte la Vetrina più contemporanea di Via Calvi è passata sotto la curatela di Francesca Pasini. Con lei ci siamo confrontati sul presente di una realtà dal passato così ingombrante.

La libreria è nata nel 1975, in un periodo di femminismo ai massimi livelli, con referendum che sono stati capisaldi del movimento ed una “lotta all’emancipazione” che latente s’infiltrava un po’ ovunque, persino nel panorama musicale dell’epoca. Alla sua base esistevano motivazioni dettate da un oggettivo disavanzo uomo/donna, ricordiamoci che fino al 1981 in Italia vigeva il delitto d’onore, così come il matrimonio riparatore in caso di violenza. Dopo quarantatre anni sono cambiate molte cose, qual è il suo ruolo oggi e come si è adattato alla società contemporanea, dato che si tratta di un ambiente dal background così ideologicamente radicato ed evocativo?

«Non sono tanto d’accordo, nel senso che il primo femminismo quello degli anni ’70, che adesso si chiama delle origini, ha fatto una battaglia frontale contro dei soprusi e delle dominazioni del patriarcato. Indipendentemente dal delitto d’onore, che era orribile, ma tanto adesso c’è lo stesso».

C’è lo stesso, ma all’epoca era “legalizzato”, era un tipo di omicidio per cui il codice penale prevedeva attenuanti specifiche.

«Però quella era solo una ciliegina sulla torta, è stata una grande ribellione delle donne in tutto il mondo. Diciamo che la cosa che sposta il punto di vista, oltre alle battaglie sociali, politiche eccetera, è stata l’idea dell’autocoscienza. Da lì nasce, e poi si moltiplica, quella che è stata una delle prime forme di espressione delle donne, che dicono faccio l’autocoscienza per capire chi sono come sono in relazione ad altre donne, ed anche per capire come reagire. Da lì sono nate tantissime e importantissime posizioni che avevano di fronte un patriarcato ancora molto forte. Quindi era una battaglia frontale che ha prodotto grandi innovazioni. Oggi possiamo dire che la libertà delle donne non ci sarebbe se non ci fosse stato il femminismo. Il passo successivo è individuare nella differenza uomo/donna ciò che dobbiamo affrontare. Quindi non nell’unità, non nella parità, questa è stata una delle battaglie che hanno portato avanti in tanti luoghi del femminismo, e con più costanza alla libreria delle Donne di Milano. La grande svolta è perciò l’autocoscienza, la conoscenza della differenza sessuale, cioè che tutti gli esseri sono sessuati, come aveva detto anche Irigaray in “Etica della differenza sessuale”. A partire da questo si deve riconoscere l’idea che ognuno di noi è portatore di una differenza. Il problema non è unificarla ma metterla in dialogo, e questo è ancora un grande percorso, anche se nel frattempo sono state fatte moltissime cose. La presenza delle donne a tutti i livelli è una cosa degli ultimi anni».

Quindi quello della Libreria è un percorso radicato, ma che continua, è ancora un work in progress.

«Si, e non solo nella Libreria delle Donne di Milano, ma nei femminismi di tutto il mondo. La forza della Libreria è stata inventare la Libreria, nata dai gruppi di autocoscienza che decidono di leggere opere di donne, fino alla fondazione per opera, tra i tanti, di Luisa Muraro, Lia Cigarini, Corrado Levi. Ed anche di un gruppo di artiste, tra cui Carla Accardi, Dadamaino, Valentina Berardinone e Tomaso Binga, che hanno regalato delle immagini per fare una cartella grafica e che è stata una delle fonti di sostentamento. Nasce quindi un legame tra l’arte visiva, che pure in Italia ha partecipato meno direttamente alla nascita ed allo sviluppo del femminismo. Questo nonostante Carla Lonzi, una delle fondatrici del femminismo in Italia, che però decide di interrompere il suo lavoro nell’arte per fare rivolta femminile, da cui nascono i suoi testi famosissimi. Diciamo che in Italia il rapporto diretto, culturale e politico, col movimento femminista per quanto riguarda l’arte visiva femminista è arrivato dopo, prima sono arrivate le scrittrici».

L’arte visiva appunto. E Corrado Levi. La Quarta Vetrina dedicata all’arte è nata nel 2001 su sua proposta, fatto piuttosto emblematico in un contesto smaccatamente al femminile. Non è un po’ come se la donna anche in questo caso fosse nata dalla costola di un “Adamo”?

«No. La libreria delle donne è stata sempre aperta agli uomini, lo è tutt’ora, e comunque Corrado Levi è una personalità che è stata sempre a fianco del femminismo, anche per la sua grande capacità di dichiarare il suo comportamento affettivo pubblicamente, quindi in questo prova anche delle relazioni con la Libreria, e che ha sempre mantenuto. E non è tanto per la sua omosessualità, ma per la particolarità di uomo che ha dato sempre molta attenzione alle differenze, alle diversità».

Quindi non per te fa differenza che all’origine della Vetrina ci sia stato un uomo?

«Anzi secondo me dimostra come ci si possa incontrare tra le reciproche differenze, Corrado ne è proprio un esempio».

Una vetrina mette in mostra, in questo caso arte contemporanea. E una regola base del marketing vuole che il prodotto al suo interno sia accattivante, per cercare di catturare l’attenzione di un pubblico sempre più ampio, altre ai soliti “aficionados”. Mi sposto quindi sul capitolo nuove generazioni: come lavori per far convergere sulla doppia questione artistico/femminile un pubblico più vasto, giovane e social? Ci pensi ad una sopravvivenza futura della Libreria e quindi della Vetrina?

«La sopravvivenza della Libreria non è assolutamente in dubbio. La cosa bella è che sì, metti una cosa in vetrina e quindi chiunque passa sulla strada la vede, però nel giorno dell’inaugurazione c’è un dialogo tra me l’artista e il pubblico. E mentre, come capita spesso in Italia, quando fai una conferenza e chiedi se ci sono delle domande non ce ne sono mai, lì invece c’è un dialogo fantastico. In più senti persone che si avvicinano all’arte partendo anche da conoscenze molto diverse, ci sono politiche come Lia Cigarini, filosofe e scienziate, letterate, scrittrici. Quindi c’è un pubblico che è allenato a questa discussione, perché per ogni cosa che si fa in Libreria c’è sempre questo dialogo, e questo naturalmente crea una partecipazione più attenta, più attiva. E poi perché per ti trovi esser lì un’ora, un’ora e mezza, a dialogare avendo di fronte un’opera e parli di quella; parli e fai domande sia all’artista che a me, e questa è una cosa molto interessante, anche perché sentire parlare un artista lì, dentro un grande circuito di domande, diventa molto intenso».

Ed effettivamente in questo contesto i giovani quindi partecipano, hanno una loro rappresentanza?

«Sì, in Libreria c’è sempre stato un turnover di generazioni».

Domanda da uomo: parlare di “femminile” in molti campi, incluso quello dell’arte contemporanea, non è una auto-ghettizzazione in termini?

«No, più che altro è sbagliato, perché non c’è una cosa femminile, ci sono delle donne che si esprimono in un modo piuttosto che in un altro, così come gli uomini. Non c’è un’arte maschile».

Ma la differenza tra l’arte contemporanea fatta da una donna e fatta da un uomo c’è? Esiste realmente?

«Penso che per forza ci sia soprattutto se tu decidi di ricordarti che hai di fronte quell’opera lì che è fatta da una donna. Potrebbe anche averla fatta un uomo, è che probabilmente dentro quella figura – e per figura intendo in senso lato – c’è qualcosa che rimanda a questa differenza. Penso sia bello anche perché questo ti spinge anche a guardare dentro lavoro di un uomo per capire la sua posizione, anche di vita. Mi piace pensare che Mario Merz nei suoi Igloo abbia la forza dell’Homo faber, che è parte della nostra cultura; Marisa Merz, pur dentro l’Arte Povera, quando fa a maglia le scarpette di Beatrice e le mette sulla spiaggia è evidente che ti rimanda ad una relazione materna. Una differenza è giusto che ci sia, ed è normale».

Quanto vale a tuo avviso il concetto settoriale di “comunità”, visto che la libreria di fondo è una comunità di donne, e quanto invece l’essere umano, nel caso particolare l’artista, dovrebbe svincolarsi ed essere svincolato dall’appartenere ad uno specifico genere e/o orientamento sessuale? 

«Ognuno in base alla facoltà di avere un rapporto con se stesso avrà anche un rapporto con l’altro o con l’altra. Credo che l’arte su questo dia tutta la libertà possibile, sapendo che ormai siamo in una condizione in cui è importante che anche un uomo racconti della sua coscienza maschile di uomo, e non solo di artista, superando la contraddizione primaria che è quella uomo/donna. Contraddizione che in realtà è una condizione, in cui magari ci occorreranno ancora secoli per cambiare radicalmente, però oggi come oggi vedo che c’è questa grande apertura, grande libertà, poi sta ad ognuno accoglierla. Intanto le mostre di artiste donne sono tantissime, hanno un successo equiparabile a quello degli uomini, quindi questa difficoltà sta scemando. Sta anche a noi vedere in questo delle cose normali, come è normale che una donna faccia il medico, piuttosto che l’artista o vada nello spazio».

Torno a parlare di uomini, che ovviamente non sono esclusi dagli incontri. Ma che in alcuni casi, dato il tenore dei temi dibattuti, paiono giocare un ruolo che va dall’outsider all’essere “pietra dello scandalo”, dovendosi muovere in una specie campo minato. Qual è il loro rapporto in generale con la Libreria e in particolare con l’attività della Vetrina?

«Naturalmente gli uomini che partecipano anche attivamente ai progetti della libreria sono già uomini che hanno la curiosità rispetto a capire come costruire, come entrare in un’idea di coscienza di sé, di trovare se stessi eccetera. È che magari sono molto incuriositi dal sentire che cosa dicono le donne con le quali discutono, quindi diciamo che è un luogo che viene scelto anche in base alle personalità che arrivano. Io vedo che ad esempio alle vetrine vengono tantissimi artisti uomini, collezionisti: il pubblico è più o meno quello che troviamo alle mostre. Sempre tenuto conto che svariate indagini sociologiche dicono che le donne hanno una partecipazione molto attiva a tutte le espressioni culturali; proporzionalmente ci sono più donne alle mostre o che leggono libri in assoluto, non solo di donne, come non è che le donne vanno solo alle mostre delle donne. Nella cultura le donne non sono più un’eccezione, ma questo non significa che siamo arrivati alla parità che molto spesso viene richiesta come la grande svolta; il problema non è la parità, ma che diritti vengano distribuiti in maniera equa tra uomini e donne. Questa è una grande battaglia che si sta facendo e che in parte è molto migliorata. Il problema è sempre quello di riconoscersi nella propria reciproca differenza, all’interno della quale le scelte affettive sono dei singoli e delle singole. Se no si rischia di dire che è tutto pacificato solo perché adesso siamo più liberali rispetto agli omosessuali, cosa che non era tempi di Oscar Wilde. Bisogna rispettare le scelte, che fortunatamente non sono più un marchio della società, e inevitabilmente riverberano punti di domanda anche in quelli che hanno fatto altre scelte. E da questo punto di vista la libreria è una comunità che aiuta a confrontarti, dove confronti il tuo pensiero».

Quindi gli uomini si sentono parte del gruppo. 

«Sì, perché c’è la curiosità di un confronto».

Secondo te la lotta tra sessi come c’era una volta esiste ancora, oppure è diventata solo qualcosa di pretestuoso?

«Secondo me si è modificata. C’è ancora ovviamente, e questo ce lo ricordano il numero esponenziale dei femminicidi. Diciamo che la libertà attuale raggiunta dalle donne, dove tutte lavorano, e anche all’interno della rottura della staticità dal rapporto familiare, cioè che ti sposi una volta e poi mai più come succedeva fino al ’74, fa sì che poi qualche donna dica di no. Ma gli uomini non sono ancora così diciamo profondamente allenati ad accettare un no da una donna. Credo che molte di queste reazioni esagerate provengano da questo, sono troppe, sono troppo frequenti, non sono l’eccezionalità che può succedere in una situazione di grave aggressività. Succedono quasi tutte dentro storie matrimoniali, dentro rapporti affettivi consolidati. In libreria quelli e quelle che vengono possono confrontarsi anche su questo, sul conflitto relazionale piuttosto che sul conflitto frontale, perché lì questo succede. Quindi da questo punto di vista c’è un confronto che vale per tutti, che può aiutare a entrare nel comportamento del singolo e della singola. Però per quanto riguarda il conflitto tra i sessi che dicevi tu mi sento di dire che si è modificato, e che c’è una resistenza fortissima legata alla libertà e all’autonomia delle donne, che non è ancora una base fondante della società. Perché ancora non si ragiona sul fatto che siamo che apparteniamo tutti alla stessa specie, ma che abbiamo connotazioni fisiche e psicologiche diverse. Se ci riconosciamo come differenza tra uomini e donne, invece che come contrapposizione, allora qualcosa cambierà, ma naturalmente non è un cambiamento che succede così rapidamente. Certo la libertà delle donne, il cambiamento sociale, il divorzio, l’aborto, sono state tutte cose che hanno minato profondamente il patriarcato, che è più debole oggi, non ha più la forza di tempo. Però i cambiamenti profondi avvengono nel profondo, quindi dobbiamo forse essere un po’ aperti a vedere che cosa succede, però sicuramente è molto cambiato».

Mi hai descritto un contesto molto libero ed aperto. Arrivo quindi con una stoccata: una Vetrina dedicata ad un uomo come la vedresti? 

«Penso che per adesso non sia così urgente. Si potrà fare, si farà, ma in questo momento diventa come attraente e simbolico vedere dalla strada l’opera di una donna.  Anche la bellissima opera di un uomo mi piacerebbe, però nell’ambito di questo confronto continuo tra culture e differenze è evidente che è più forte far vedere l’opera di una donna, nel senso che anche più comprensibile».

Quindi diciamo che in vetrina le donne funzionano di più, anche se un uomo non lo escludi a priori

«Non lo escludo, penso che anche per un uomo sarebbe una bellissima chance. Questa Vetrina non è uno spazio agibile solo dalle donne, è agibile dall’arte».

Beh, mettere un uomo in vetrina alla Libreria delle Donne sarebbe una bella provocazione, più che altro per far trasparire all’esterno il dialogo che esiste al suo interno

«Sì, ma l’uomo in vetrina è stato da migliaia di anni, adesso può aspettare un po’, soprattutto nell’arte».

Curioso, l’uomo sarà pure stato più sovraesposto, ma non era la donna quella che stava in vetrina, la classica “donna oggetto”? Alla fine anche in questo controsenso c’è un ennesimo gioco tra sessi

«Sì, certo, ma che in questo caso viene sfatato perché nelle vetrine della Libreria ci sono libri ed opere d’arte. Libri di donne ed opere d’arte di donne. Quindi quest’idea del mettere in vetrina, che era un aspetto un po’ “sessista” e usato come modo di dire, viene smitizzata con semplicità».

 

(www.exibart.com, 29 agosto 2018)

di Luisa Betti Dakli

 

La piccola Faith di 6 mesi è morta sul colpo, mentre per il fratellino di 2 anni, portato di corsa al Bambin Gesù lunedì scorso, è stata decretata ieri la morte cerebrale. Si tratta dei due piccoli gettati dalle scale e uccisi dalla madre, una tedesca di 34 anni detenuta per spaccio di stupefacenti, all’interno del nido del carcere femminile di Rebibbia a Roma. Un episodio tragico per cui il ministro della Giustizia, Bonafede, ha sospeso i vertici della sezione femminile del carcere di Rebibbia: la direttrice Ida Del Grosso, la vicedirettrice Gabriella Pedote e la vicecomandante del reparto di Polizia penitenziaria Antonella Proietti.

La donna era stata fermata dai carabinieri mentre era in macchina con due nigeriani e 10 kg di marijuana. Ma mentre i due uomini erano stati rilasciati, lei era finita in carcere con i due figli piccoli di sei mesi e due anni. Depressa e sotto stress, per lei era stata richiesta, come prevede la legge, la detenzione domiciliare ma proprio quando sembrava averla ottenuta, il magistrato è stato sostituito e il nuovo aveva respinto la domanda. Ora Alice continua a ripetere: «I miei bimbi sono volati in cielo», dice di averli «liberati»: ma perché ucciderli? Perché un gesto così crudele, terribile e ingiustificabile?

Non so chi di voi è mai stato in un carcere, io ci sono stata e sono andata per 6 mesi proprio nel nido della sezione femminile del carcere di Rebibbia quasi tutti i giorni. Dieci anni fa feci la prima video inchiesta in Italia sui bambini in carcere con le mamme dal titolo Il carcere sotto i tre anni di vita, e quegli sguardi sfuggenti, la continua richiesta di attenzione, l’incapacità di restare concentrati su un solo gioco per più di cinque minuti in una continua frenesia di uscire da quelle quattro mura, non me la scorderò mai.

Quando l’inchiesta fu terminata, per essere poi trasmessa su Rainews24, fu presentata dal Professor Bollea, il padre della moderna neuropsichiatria infantile, che si commosse davanti a quelle immagini e che stringendomi una mano disse: «Hai fatto emergere una realtà straziante, questa è una tortura per i bambini».

Bollea, che conosceva bene l’infanzia, disse anche, davanti alle istituzioni presenti, che lui era in grado di leggere quegli sguardi prevedendo quali sarebbero stati i danni terribili che la reclusione forzata avrebbe provocato sui piccoli, e che quella realtà nascosta in un Paese come l’Italia, era qualcosa di disumano, inaccettabile. Allora la legge prevedeva che i bambini fino a tre anni potessero stare con le mamme in carcere e all’epoca incontrai anche donne che in carcere avevano partorito e che descrissero minuziosamente i dolori e le sofferenze inutili che avevano patito. In una popolazione di detenute che allora, come ancora oggi, si aggira sul 4% dell’intera popolazione carceraria (cioè una percentuale bassissima), di cui la maggior parte è in carcere per reati minori come furto, quella delle mamme in carcere con bambini dovrebbe essere uno dei problemi più facile del mondo da risolvere. Oggi, come all’epoca, i bambini in carcere con le mamme sono circa sessanta in tutt’Italia (27 italiane con 33 figli e 25 straniere con 29 figli), eppure ci chiediamo ancora adesso: perché questi bambini che sono nati liberi devono essere costretti a stare in un carcere?

Le modifiche legislative nel corso degli anni hanno previsto, con la legge n. 62 del 2011, la costruzione degli Icam (Istituti a custodia attenuata) che al loro interno dovrebbero somigliare più a una casa famiglia che a un carcere, con il personale senza divise e uno spazio esterno, ed era prevista anche la possibilità di scontare la pena in una Casa famiglia protetta con i piccoli, riconfermando anche la detenzione domiciliare nel caso fosse possibile, salvo i casi di esigenze cautelari per gravi reati.

Oggi gli Icam sono sei (Milano, Venezia, Torino e nella provincia di Cagliari e Avellino) ma essendo sempre dei luoghi detentivi le soluzioni migliori, sempre per reati non gravi, sembrano le casa famiglia protette (che potrebbero ospitare molte più mamme con bambini di quelle che ospitano) e sicuramente i domiciliari (dove la madre ne abbia la possibilità). Eppure ancora adesso vediamo bambini in strutture carcerarie dove dormono in 15 in una stanza, dove la notte i bambini stressati si alzano e vanno a mordere gli altri bambini, dove le madri disperate cercano di calmarli per l’altissima soglia di aggressività che sviluppano. Perché? Verrebbe da pensare, come succede spesso in Italia, che le leggi ci sono ma non si applicano: per ignoranza? superficialità? Non lo so ma probabilmente è così.

(27esimaora.corriere.it, 20 settembre 2018)

dal 20 settembre 2018 al 24 febbraio 2019

Margherita Sarfatti. Segni, colori e luci a Milano

Museo del Novecento

Piazza del Duomo di Milano

 

Il Museo del Novecento di Milano e il Mart, Museo di arte moderna e contemporanea di Trento e Rove- reto, inaugurano nell’autunno del 2018 un importante progetto espositivo dedicato a Margherita Sarfatti. Scrit- trice, giornalista, critica d’arte e promotrice della cultura italiana, è stata una delle maggiori figure di spicco della storia del XX secolo. A Milano e Rovereto le due grandi mostre, autonome e complementari, sono accompagnate dalla produzione di un ricco catalogo edito da Electa. La mostra nella sede milanese del Museo del Novecento, promossa e prodotta con il Comune di Milano | Cultura e con Electa, è a cura di Anna Maria Montaldo e Danka Giacon con la collaborazione di Antonello Negri ed è allestita con la regia dello Studio Mario Bellini Architects. Il percorso espositivo ha un carattere immersivo: il visitatore viene invitato a seguire un racconto che parte dalle vicende private e pubbliche di Margherita, attraverso 90 opere circa dei protagonisti del movimento artistico Novecento Italiano, di cui la Sarfatti è l’anima critica. Dipinti e sculture di 40 artisti tra cui Boccioni, Borra, Bucci, de Chirico, Dudreville, Funi, Malerba, Sironi e Wildt vengono contestualizzati da filmati e fotografie, lettere, inviti ai vernissage, libri d’epoca, e anche abiti, vetri e arredi, con un approfondimento da più prospettive sulla Milano degli anni Dieci e Venti nel XX secolo. La mostra prodotta dal Mart di Rovereto è un progetto di Daniela Ferrari con il supporto di Ilaria Cimonetti e dei ricercatori dell’Archivio del ’900 del Mart, nel quale è conservato il prezioso Fondo Sarfatti. L’esposizione illustra l’ambizioso programma di espansione culturale di Margherita Sarfatti, con parti- colare attenzione alle mostre organizzate in Europa e nelle Americhe per promuovere lo stile italiano e l’idea di “moderna classicità”. Dagli esordi giovanili alla fondazione di Novecento Italiano, il percorso al Mart documenta l’attività artistica, politica e intellettuale di Sarfatti. Numerose opere provenienti da grandi musei internazionali e da importanti collezioni private dialogano con documenti e materiali d’archivio: circa 100 capolavori di 30 grandi maestri come Boccioni, Bucci, Casorati, Carrà, de Chirico, Dudreville, Funi, Marussig, Malerba, Morandi, Oppi, Medardo Rosso, Sironi, Severini, Wildt.

Segnalati 27 casi di molestie dietro ai banconi dei fast food: le lavoratrici hanno detto basta. Per la prima volta il movimento fa incrociare le braccia a centinaia di dipendenti contemporaneamente.

I dipendenti dei McDonald’s di 10 città americane hanno scioperato accusando il gigante del fast food di non fare abbastanza per prevenire le molestie sessuali nel luogo di lavoro. La protesta, che ha interessato città come Chicago, Los Angeles e Miami, è stata organizzata dopo che 27 donne hanno denunciato la catena (società madre e singoli ristoranti) per non essere riuscita ad attuare le regole della compagnia contro gli abusi. Le donne sostengono di essere state ignorate dopo aver segnalato episodi di palpeggiamento, denudamento e commenti volgari.

Centinaia di cassieri e cuochi, spalleggiati da attivisti dei sindacati, sono usciti protestando dai fast food. Si tratta del primo sciopero su scala nazionale nella storia americana scaturito da problematiche legate a molestie sessuali. Difficile non vedere una correlazione con la diffusione nel Paese e nel mondo del movimento #MeToo, esploso nell’autunno 2017 con lo scandalo Weinstein.

Le 27 denunce coprono un periodo che va fino al 2016 e riguardano sia ristoranti in franchise di McDonald’s che la catena stessa. L’azienda considera i franchise come indipendenti e non rappresentanti delle politiche societarie. Una 15enne di St Louis, Breauna Morrow, ha dichiarato di essere stata «ripetutamente molestata» da un collega, ma che quando ha avvisato il supervisore, questo non ha fatto niente per fermarlo. Una dipendente di un ristorante di ha raccontato di essere stata assaltata sessualmente sul posto di lavoro e che quando ha denunciato il fatto, i superiori le hanno detto che forse era lei a essere «troppo provocante». McDonald’s, che ha un codice anti abusi, ha assicurato che «non c’è posto per le molestie» nei suoi locali.

È significativo che lo sciopero sia stato appoggiato sia da Fight for $15 (organizzazione che lotta per l’aumento del salario minimo) che da Time’s Up, il gruppo di assistenza legale per lavoratori che hanno subito molestie. L’unione tra le due forze mette insieme per la prima volta su larga scala due richieste da parte della società diventate sempre più impellenti: quella della sicurezza economica e quella della sicurezza del corpo. Finora le storie che hanno fatto notizia relative allo scandalo molestie sono state quelle legate a Hollywood o in generale ai vip. Ma è proprio quando le condizioni economiche e di lavoro sono più precarie che le vittime sono più deboli e indifese, sotto tutti gli aspetti. Lo sciopero delle lavoratrici di McDonald’s potrebbe essere l’inizio della seconda fase del #MeToo, quando a uscire allo scoperto non sono le star ma i lavoratori rafforzati dall’unione.

(Lettera Donna, 19 settembre 2018)

di Fausta Chiesa

 

Lei è Delia, ha un bar a Ventimiglia che da qualche anno è un punto di riferimento amico per i migranti che vogliono andare in Francia e proseguire il loro viaggio in Europa. Ma da qualche giorno il bar Hobbit, che si trova in via Sir Thomas Hanbury 14, è in vendita. Delia è stata costretta a farlo, dopo essere stata isolata e criticata da parte della popolazione locale che lo ha soprannominato il “bar dei neri”, perché sono tanti i migranti di colore che trovano qui un posto dove andare a usare il bagno, ricaricare il cellulare e ricevere qualcosa da mangiare. Se la solidarietà Delia era abituata a darla, adesso la sta ricevendo.

Cinque giorni fa un gruppo di amici della donna che si è riunito nel gruppo Facebook «Ventimiglia aperta» ha lanciato una campagna di crowdfunding (www.gofundme.com/solidarieta-per-delia) per impedire la chiusura del Bar Hobbit. La campagna si chiama «Solidarietà del Delia», ha come obiettivo di raccogliere 20mila euro e ce la sta facendo: finora ne sono stati donati oltre 14mila. «A Ventimiglia tutt’ora centinaia di persone vivono senza accesso ai servizi più basilari in un clima di razzismo e soprusi: non lasciamo scomparire uno dei pochi luoghi di solidarietà attiva che resistono! Abbiamo bisogno di sostegno per continuare a mantenere viva la solidarietà a Ventimiglia, aiutaci a portare visibilità, nuovi volti e energie nella realtà di lotta quotidiana sul confine».

La storia di Delia inizia nell’estate di 3 anni fa, quando -si legge nella presentazione del crowdfunding – invita a entrare e offre un pasto ad alcune donne e bambini seduti sul marciapiede di fronte al bar. Da allora, grazie al passaparola, il bar è diventato un punto di riferimento per tutti i rifugiati che transitano da Ventimiglia, oltre che per i volontari e le organizzazioni solidali. Delia, soprannominata “Mamma Africa”, ha aiutato migliaia di persone in transito, offrendo vestiti, un pasto caldo, un abbraccio e un luogo accogliente a chiunque ne avesse bisogno. Ha distribuito scarpe, aiutato a decifrare documenti, assistito nella ricerca di alloggio, offerto pasti gratuiti a donne, bambini e a chiunque non può permettersi di pagare. Al bar Hobbit si possono caricare i cellulari e si può utilizzare il bagno (attrezzato di spazzolini, dentifricio, sapone, assorbenti e fasciatoio) senza obbligo di consumazione. I bambini hanno un angolo tutto loro, che Delia ha creato raccogliendo giocattoli usati. Il bar è spesso l’unico rifugio per i più vulnerabili, donne incinte, minori, vittime di tratta. Ventimiglia è a 9 chilometri dalla Francia qui arrivano centinaia di migranti che tentano di passare il confine per raggiungere familiari o conoscenti in Francia, Inghilterra e altri Paesi europei. Ma il passaggio può durare mesi, la polizia francese li respinge. Così uomini, donne e bambini rimangono bloccati a Ventimiglia, senza accesso all’acqua potabile, bagni pubblici, cibo, un luogo dove dormire, a parte il campo della croce rossa».

I soldi serviranno per aiutare Delia, che è boicottata dai clienti locali. Insulti, gli atti vandalici e pressioni di vario genere hanno messo Delia e il suo bar in una situazione economica sempre più difficile.

(Corriere della sera, 19 settembre 2018)