di Silvia Motta

 

Parole così feroci e impietose da Papa Francesco proprio non me le aspettavo, nonostante io non abbia mai pensato o immaginato che la Chiesa modificasse la sua posizione sull’aborto. Mi riferisco in particolare a quel che ha detto nell’udienza di mercoledì 10 ottobre e a quel passaggio dove nel discorso irrompe il tema dell’aborto. Rivolto alla folla il Papa chiede e afferma: «Io vi domando: è giusto fare fuori una vita umana per risolvere un problema? È giusto affittare un sicario per risolvere un problema? Non si può, non è giusto fare fuori un essere umano, benché piccolo, per risolvere un problema. È come affittare un sicario per risolvere un problema».

Questo linguaggio, e in particolare la frase “affittare un sicario”, mi è arrivata come una lama nel cervello e per immediata associazione ho pensato: se ci sono i sicari ci sono anche i mandanti, anche se il papa non usa questa parola. Ecco, il Papa sta dicendo che i medici sono i sicari e noi donne siamo le mandanti dell’assassinio.

Ma come gli è venuta in mente un’immagine così orribile?

Le donne non sono delle assassine, tanto meno le mandanti. Quando ricorrono all’aborto – che non è una festa né qualcosa di minimamente desiderabile – il più delle volte vi arrivano da qualche pesante costrizione materiale, culturale o psicologica: rapporti sessuali dove il maschio non si fa nessun carico delle conseguenze, sottomissione a dettami religiosi che vietano la contraccezione e inducono all’obbedienza cieca, ignoranza eccetera.

Quanto ai medici, quelli che applicano la 194, che non fanno obiezione di coscienza e lavorano nel sistema sanitario nazionale, sono una minoranza coraggiosa che riconosce l’importanza di non esporre le donne ad aborti clandestini e insicuri e che si oppongono al business che intorno all’aborto fioriva e ancora fiorirebbe.

Nel mentre di queste riflessioni mi sono imbattuta nell’articolo di Luisa Muraro apparso sul sito della Libreria delle donne: Il Papa sull’aborto: per essere buoni ci vuole una civiltà.

Sconcerto si è aggiunto a sconcerto.

Luisa Muraro, dopo aver riconosciuto a Papa Francesco la libertà e l’autorità che gli compete nell’insegnare il catechismo cattolico e che «anche lui come gli altri e le altre che lo fanno, lo fa più o meno bene», in merito al brusco passaggio che nel discorso lo porta sul tema dell’aborto si chiede: «Ma era questo il momento e il modo giusto per parlarne?».

Di fronte a questa domanda, più che pertinente, io mi aspettavo un bel “NO”: non era questo il momento e tantomeno era il modo giusto per parlarne.

Invece Luisa risponde: «Le parole usate dal Papa suggeriscono una parziale giustificazione della sua scelta». Giustificazione che trae spunto da un’interpretazione che Luisa esplicita e si autorizza a fare. Cioè, di situare questo discorso del Papa sull’aborto nel quadro di una non-civiltà, come è quella a cui il pontefice si riferisce parlando del mondo in cui viviamo. Una non-civiltà nella quale vige la “cultura dello scarto” e dove avanzano “progressi scientifici” che portano verso scelte pericolose e applicazioni eugenetiche (ad esempio abortire quando l’analisi del DNA del feto portasse a una diagnosi infausta).

L’interpretazione di Luisa, che porta alla “parziale giustificazione”, non mi convince anche se nasce da una giusta preoccupazione. Io al Papa chiederei almeno perché ha usato quell’immagine tremenda che tradisce una rottura profonda con i soggetti a cui fa riferimento, le donne e i medici che praticano l’aborto.

Tra le donne che si trovano nella condizione di abortire ci possono essere, anzi ci sono, anche tante cattoliche che danno un gran peso alla sua parola: perché evocare una figura così impietosa e ingiusta com’è quella di “mandanti di un assassinio”? In passato la Chiesa aveva avuto parole di perdono verso le donne che avevano abortito (previo pentimento, s’intende!).

E che dire quando poi con sicurezza il papa afferma che tenere un bambino di cui si prevede – tramite l’analisi prenatale – qualche deficit o malattia genetica sarebbe “un dono”, quando è evidente che dono sarà solo se la donna decide liberamente di giocare, nel suo intimo, questa scommessa sulla sua vita futura e su quella del bambino?

E ancora, pensando ai medici-sicari, capisco l’offesa e il risentimento e solidarizzo con la loro protesta.

In qualche caso, sulla stampa, si è avanza l’ipotesi che il linguaggio usato dal Papa, ritenuto in sintonia «con una certa spontaneità popolare sudamericana», sia stato utilizzato «per mettere a tacere l’ala tradizionalista dei cattolici».

È probabile. Si sa che il Papa incontra pesanti ostacoli all’interno della Chiesa e il Nunzio apostolico negli Usa, Carlo Maria Viganò, è arrivato persino a chiederne le dimissioni.

Nonostante ciò trovo inaccettabile che, per questa ragione, si prenda la strada della criminalizzazione delle donne e di chi le assiste medicalmente.

 

(www.libreriadelledonne.it, 18 ottobre 2018)

Lettera di Luisa Muraro

 

Caro Manifesto, sono femminista e sento la responsabilità di intervenire sulla condanna dell’aborto da parte del papa.

Dico alle femministe e agli uomini che sono dalla nostra parte: difendiamo la legge 194 che prescrive tutta la necessaria assistenza alla donna che decide d’interrompere la gravidanza. Ma non difendiamo l’aborto come se fosse un diritto. Ricordiamo le parole di Carla Lonzi in Sessualità femminile e aborto: libera sessualità e libera maternità a distanza di millenni passano ancora attraverso l’affermazione del libero aborto? Libera maternità e libera sessualità devono trovare i loro significati all’interno della nostra presa di coscienza: solo così saremo sicure che la libertà di cui si parla è la nostra e non quella del maschio. Il nostro obiettivo (spiega Lonzi rivolgendosi a Pasolini) non è negare la libertà di aborto ma mostrare il suo significato per chi continuerà a subirlo, anche se libero, e cioè la donna, e chi continuerà a imporlo e cioè una cultura (per non dire l’uomo).

Questo riferimento alla cultura dominante resta attuale. Secondo la mia interpretazione, il papa ha condannato il ricorso all’aborto nel contesto di una civiltà che è sempre meno una civiltà per il suo esplicito disprezzo della vita: guerre, sfruttamento organizzato, speculazioni sul creato, logica del profitto che scarta ed emargina. Così la descrive all’inizio del suo discorso sul quinto comandamento, non uccidere. E ha ragione. In questo contesto, la parola “sicario” che il papa usa e ha indignato molte, andrebbe riferita non alla scienza che cura e assiste, ma alla scienza subordinata al profitto. Ci sono sviluppi scientifici pericolosamente vicini all’eugenetica.

Nella dottrina cui s’ispira il papa, manca un passaggio che io considero essenziale: l’embrione diventa un progetto di vita umana quando la donna incinta dice sì. Il sì della donna alla maternità dà inizio alla relazione materna da cui veniamo tutti, donne e uomini. Questo passaggio che manca alla dottrina cattolica, manca anche nella cultura laica e nella tradizione filosofica. Lo stiamo scrivendo, è un capitolo della libertà femminile.

(il manifesto, 17 ottobre 2018)

di Guglielmo Vezzosi

 

Pisa, intervista a Vincenzo Barone: «Se una collega fa carriera si scatena una guerra di veleni»

 

Donna e scienziata, bello ma difficile, per non dire impossibile, almeno quando si tratta di entrare alla Scuola Normale, la prestigiosa istituzione universitaria, fondata da Napoleone Bonaparte, che proprio domani inaugura l’anno accademico numero 208. È una vera e propria crociata, che muove dall’interno della Scuola pisana, per impedire che il gentil sesso salga in cattedra in un ambiente che conta appena 7 donne su 40 docenti. Una battaglia in cui non si risparmiano colpi bassi, lettere anonime, fake news e storie volgari di sesso per gettare discredito sulla malcapitata di turno. Stufo di un clima evidentemente esplosivo, il direttore Vincenzo Barone, impegnato in una operazione di svecchiamento della Scuola, ha deciso di denunciare un andazzo intollerabile.

Professore cosa sta succedendo alla Normale?

«È presto detto. Ogni volta che si tratta di valutare o proporre il nome di una donna per un posto da docente, si scatena il finimondo».

Ovvero?

«Si parla di tutto, meno che di preparazione, merito e competenze, che dovrebbero essere i soli criteri per valutare un accademico».

Il vecchio metodo delle calunnie per screditare candidati sgraditi o concorrenti?

«Calunnie belle e buone, con l’aggiunta, come accaduto in anni recenti, di lettere anonime e notizie false diffuse ad arte».

Con quali contenuti?

«Offensivi, con espliciti riferimenti sessuali, volgari e diffamatori. Anche se missive anonime sono state utilizzate per colpire pure candidati uomini».

La macchina del fango non risparmia nessuno dunque.

«È così, ma se per gli uomini in genere il copione è quello di additare il maestro che vuole proteggere l’allievo prediletto, per le donne c’è l’aggiunta di risvolti volgari e riferimenti alla vita privata, del tutto inaccettabili e per di più falsi. Non mi stupirei, visto il clima, di vedere prima o poi anche attacchi magari sulle tendenze omosessuali di qualcuno».

Il corpo docente oppone resistenza alla sua rivoluzione?

«Noi dobbiamo uscire, aprirci, essere innovativi e vincere, come stiamo facendo, la scommessa del futuro. Qui contano merito, studio, competenza. Il resto sono pettegolezzi».

E il direttore come può intervenire?

«Sono stato anche tacciato di voler assumere delle incompetenti. Ma il problema dobbiamo porcelo: non è possibile che non ci sia nessuna docente donna brava, preparata e meritevole di un posto alla Normale».

Eppure una donna lei è riuscito ad assumerla.

«Evviva. È appena arrivata a Pisa la professoressa Annalisa Pastore. Un record assoluto in 208 anni di vita della Scuola: è il primo ordinario della classe di Scienze».

Bene dunque, ma è stata per caso sua allieva?

«Ha svolto una brillante carriera in Inghilterra e a Pavia. Ma a ben pensarci ha sostenuto un esame con me, decenni fa, ripeto, decenni fa. Questo non era ancora venuto fuori. Mi sembrava strano che per questa nomina non si fosse ancora scatenato il finimondo».

(Quotidiano.net, 17 ottobre 2018)

di Silvia Neonato

Il ricordo. Una vita spesa per la politica, la scrittura e le relazioni. Tra pochi giorni avrebbe compiuto 69 anni

 

Cara Bia, in tanti e tante mi chiedono oggi di parlare di te, di come te ne sei andata e del perché ci hai lasciato pochi giorni prima di compiere 69 anni. Ti saluto parlando con te, come abbiamo fatto per quasi quattro decenni, quasi quotidianamente e senza porci limiti di sorta.

Eri malata di un male veloce e ferocissimo che hai affrontato con un coraggio lieve, con dignità non esibita, con la tua consueta pacata intelligenza. Una dote che colpiva chiunque decideva di fare politica con te o di invitarti a far parte di una redazione, in cui magari poi diventavi direttrice. O di inventare un convegno, condividere un seminario di studi o una pratica femminista. Eri, fino a ieri, redattrice di Alternative per il Socialismo e direttrice del Letterate Magazine da te creato e voluto otto anni fa per dare maggiore forza e visibilità alla Società Italiana delle Letterate (che hai presieduto dal 2009 al 2011). Stavi anche attivamente nella redazione di Leggendaria, scrivevi sul manifesto con gioia (l’ultima volta l’8 marzo di quest’anno), partecipavi al Gruppo del mercoledì e amavi queste tue compagne di Roma, con le quali avete pensato cose interessanti e profonde sulla cura e poi sulla gravidanza per altri.

Per non dire dei tanti gruppi misti in cui, dall’Altra Europa di Tsipras in poi, ti sei avventurata con generosità e passione, studiando ancora e sempre, convinta di poter sempre capire qualcosa in più. Lì non ti ho molto seguita, ma sono certa che, come tuo solito, ascoltavi ciascuno e ciascuna prima di parlare con la tua voce sottile, bassa, mai imperiosa. Ma determinata, eccome. E sicura nello scandagliare ogni aspetto dei problemi, senza rimuovere nulla, senza spaventarti delle contraddizioni, senza avventarti contro l’avversario.

Eri così anche tanti anni fa quando lavoravi ai programmi culturali di Radio3. Siamo state insieme nella redazione di Ora D con tante altre giornaliste che venivano dal femminismo e a cui una dirigente illuminata, Marina Tartara, diede molto spazio nelle dirette mattutine degli anni Ottanta. Eri attenta e preparata, alla radio. E mettesti lo stesso impegno per Noi donne, rivista in cui hai scritto per anni e che hai diretto dal 1993 al 1999. Poi hai cominciato a scrivere libri con altre studiose: ti sei occupata di antropologia, di Elsa Morante, delle personagge, di come coniugare l’epica al femminile. E poi, insieme a tanti compagni, del coordinamento per la democrazia costituzionale con l’obiettivo di ricostruire una sinistra in questo Paese, certa che anche lì fosse necessaria la voce delle femministe. E che le diseguaglianze, tutte, andassero combattute sempre e dovunque, senza resa.

Leggo oggi sui social giovani donne che scrivono: «se tante di noi sono femministe è anche grazie ai testi, alle pratiche, allo scambio e alla divulgazione fatte da Bia e dalle sue compagne». E in questi mesi di malattia quante persone mi hanno chiamata per chiedermi di te, per poterti venire a trovare, concludendo ogni discorso con una frase che suona più o meno così: «Bia mi ha ascoltato e capito, le devo molto». Credo che tu sia stata una maestra per molte donne e chissà, anche per molti uomini. I tuoi due uomini, il marito e il figlio, ti hanno stimata infinitamente. E tu li hai amati tanto, anche quando li contestavi. O, sorvegliata com’eri, quando ironicamente dicevi: devo stare attenta a non fare la madre di figlio unico maschio.

Hai amato la politica, la moda, i film americani degli anni Sessanta, il femminismo, lo studio delle religioni, la scrittura, la lettura, la montagna e il mare, in particolare quello di Liguria, perché eri nata a Genova. E i tuoi fratelli e tua sorella e le amiche. E le terre romagnole da cui venivano i tuoi, comprese le sue tradizioni culinarie. Il fatto è che amavi la vita e la bellezza anche quando eri triste. E hai saputo sorridere di te fino all’ultimo, forse senza provare disperazione. Credo davvero, senza retorica, che tu sia stata in grado di infondere speranza in chiunque ti abbia ascoltato anche soltanto per poche ore.

Per questo non è facile consolarsi della tua morte. La verità è che solo Bia potrebbe consolarmi e consolarci della scomparsa di Bia. Perché nessuno come te sapeva dire le parole giuste nel momento in cui ne avevamo bisogno.

Proveremo a consolarci con quello che hai scritto in questi anni, con il ricordo del tuo sorriso profondo e pudico, della tua lucida intelligenza, del tuo amore per la giustizia e la verità.

 

Una breve bibliografia

Oltre i numerosi interventi, articoli e saggi in collettanee e riviste, tra i libri più recenti a cui ha lavorato: nel 2012, per il Saggiatore, ha curato la riedizione di «Sesso al lavoro», di Roberta Tatafiore; per iacobelli editore «Epiche» (con Paola Bono, 2014); «L’invenzione delle personagge» (con Silvia Neonato e Roberta Mazzanti, 2016).

 

Il saluto della Società italiana delle Letterate

Con desiderio e dedizione per le scritture

Bia non è più con noi. Con molta tristezza la Presidente della Società italiana delle Letterate, Luisa Ricaldone, il direttivo in carica (Cristina Giudice, Francesca Maffioli, Loredana Magazzeni, Laura Marzi, Sarah Perruccio, Giulia Simi) e le amiche socie partecipano al dolore della famiglia e di tutte e tutti coloro che la conoscevano.

La ricordiamo attivissima nella Sil, che amava con desiderio e dedizione. Ne è stata Presidente dal 2009 al 2011, saggista, giornalista, direttora di Noidonne, fra le redattrici di Leggendaria, collaboratrice del Manifesto e del Secolo XIX, fondatrice della rivista online della nostra Società, Letterate Magazine.

E soprattutto è stata una femminista, impegnata, vitalissima e combattiva, fino a che la malattia glielo ha permesso. Presto troveremo il modo che a lei più sarebbe piaciuto per ricordarla degnamente.

 

Il saluto della Casa Internazionale delle Donne di Roma

«Continueremo a pensarti con gratitudine e amore»

Ora che l’evento che temevamo si è compiuto, ora che è arrivata la notizia dolorosa della morte di Bia, la prima reazione è stata quella di andare a rileggere i suoi scritti, per cercare di sentire ancora la sua voce femminista autorevole, saggia, raffinata. Una voce e una persona, un’amica che ci manca terribilmente già dai mesi della sua malattia. Eravamo abituate a cercare la sua interpretazione, la sua lettura degli accadimenti; nelle sue parole trovavamo nuovi nessi e nuove possibilità di senso.

Non le era estraneo nessun tema, dalla crisi della sinistra alla apertura verso le nuove aggregazioni politiche, dallo sciopero delle donne dell’8 marzo alla problematicità della gestazione per altri fino alla denuncia del gap salariale tra uomo e donna ancora nel gennaio di quest’anno («questa è una rapina continua e aggravata») o alle considerazioni in merito allo stupro di Firenze, quando constatava, come altre volte e insieme ad altre, che «la libertà delle donne è il cuore dello scontro politico». E poi, le sue riflessioni all’interno della SIL, sull’epica femminile, sulle personagge e sulle figure di donna nell’immaginario di autrici e autori: una proposta anche politica, la sua, giacché, come ha scritto, «se il mondo reale è abitato da figure di donne che irritano e inquietano, forse è nella narrazione che si trovano strumenti per cambiare, per mutarne il senso».

Grazie Bia, con amore.

Le donne della Casa Internazionale di Roma

© 2018 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE

(il manifesto, 16 ottobre 2018)


L’universo femminile raccontato attraverso modi di vivere, attraverso la costruzione del mondo degli affetti, attraverso il racconto di come si viene al mondo.

Una notte di voci e tematiche femminili con l’ascolto di una storica trasmissione di Radio3 “Ora D, dialoghi in diretta dedicati alle donne”, per ricordare Bia Sarasini, giornalista, scrittrice e conduttrice radiofonica, in grado di leggere la realtà attraverso la spinta appassionata per la libertà femminile.

Dalla gestione del denaro nella vita di coppia, fino a un’attenta riflessione sul suffragio universale attraverso i ricordi delle donne che votarono per la prima volta il 2 giugno del 1946, passando per la riforma della legge sul divorzio, per un’intervista a Astrid Lindgren e per una rubrica sulla moda.

 

Buona notte e buon ascolto.

https://www.raiplayradio.it/articoli/2018/10/Rai-Radio-Articolo-Item-31f7aae6-97a8-412a-a01c-ab0a66f3d801.html


(Sito di RAI3, 16 ottobre 2018)

di Alberto Asor Rosa

 

Sulla strada tracciata da Amelia Rosselli e Alda Merini, le raccolte di versi più interessanti degli ultimi anni sono di autrici. Donne capaci di costruire una lingua nuova e anticonformista. Ecco un vademecum per orientarsi

 

È assai notevole – come ho già rilevato più volte anche su queste pagine – il ruolo giocato dalle poesie scritte da donne nella storia della poesia italiana contemporanea. Alle cose già dette, vorrei aggiungere ora altre considerazioni, approfittando di alcune recenti, importanti pubblicazioni.

In una linea genealogica approssimativa, s’intende, ma penso, non del tutto incoerente, ci sono all’inizio di questa fase del discorso le autrici che, sia pure su di una scalarità generazionale non indifferente, sono di sicuro punti di riferimento per quanto è avvenuto dopo: parlo di Amelia Rosselli; Alda Merini; Patrizia Cavalli (da vedere Poesie, 1974-1992, Einaudi); Biancamaria Frabotta (da vedere ora il recentissimo Tutte le poesie, 1971-2017, uscito nella collana Lo specchio di Mondadori).

Giovanna Rosadini, nella prefazione a Nuovi poeti italiani, vol. 6 della serie della collana “bianca” einaudiana, che elenca e rappresenta poetesse delle generazioni successive (dal ’47 all’81 le date di nascita delle autrici presenti), si chiede esplicitamente: «Si può parlare di una specificità femminile in poesia?»; e risponde con una frase di Amelia Rosselli: «Scrivere è chiedersi come è fatto il mondo: quando sai come è fatto forse non hai più bisogno di scrivere». Spiega più avanti Rosadini: il «primo elemento che accomuna le scrittrici riunite in questo volume» è «la forte tensione conoscitiva che ne permea i versi».

Se dipendesse da me, specificherei. Se la tensione conoscitiva è effettivamente presente in quasi tutte le poetesse italiane conosciute, dalla Rosselli, appunto, in poi, questa tensione si fonda e si trasmette su di un’esperienza linguistica che si allontana per quanto è possibile – cioè, il più possibile, senza al tempo stesso sfiorare i confini dell’incomunicabilità – dai linguaggi della comunicazione quotidiana. Vale a dire: è un’invenzione linguistica pura; molto più di quanto, secondo me, non accada nei poeti italiani contemporanei di sesso maschile, che continuano a mirare, nonostante tutto, ad un livello più alto e più semplice della comunicazione.

L’introspezione, quanto più si fa profonda, tanto più richiede un linguaggio proprio. Cioè: la conoscenza è conoscenza, è fuor di dubbio; ma a me pare che la conoscenza, per così dire, non si esaurisca in questo caso nel conoscere, ma pretenda di creare un mondo nuovo e diverso, che soltanto un linguaggio nuovo e diverso ha la facoltà, se non di conoscere, per lo meno d’intravedere. Ammesso che queste considerazioni abbiano un minimo di senso, altri, – o altre, ovviamente – potranno meglio di me approfondirle, o contestarle. A me pare, tuttavia, che queste considerazioni di ordine generale trovino una conferma in due splendide raccolte, apparse molto recentemente nella collana bianca di Einaudi, opera di due poetesse, direi, della generazione di mezzo: Patrizia Valduga (1953), Poesie erotiche; e Antonella Anedda (1955), Historiae. Siamo di fronte a esperimenti che testimoniano di un permanente lavoro di scavo e di approfondimento, su premesse già chiaramente date in passato, degno di ammirazione.

Valduga è autrice notissima, che nella “bianca” einaudiana ha già pubblicato diversi volumi. Mi concentrerò qui su poche osservazioni, che rimandano principalmente, anche se non esclusivamente, all’ultimo volume citato in precedenza.

Valduga è una maestra della forma chiusa, in particolare della quartina a rime alternate. In passato: Cento quartine e altre storie d’amore (1993), Quartine. Seconda centuria (2009); ora, in Poesie erotiche, nelle ampie sezioni “Lezione di tenebre” e “Cento quartine”, ma forme chiuse, per esempio la terzina, sono sparse un po’ dappertutto. Questo non esclude misure più lunghe del discorso; ma la ricorrenza dei metri chiusi mi sembra degna di considerazione.

Che vuol dire? Vuol dire che il pensiero-canto di Valduga è trattenuto dentro una ferma misura espositiva, nella quale parla più e prima a se stessa che ai suoi interlocutori.

Questo è ancor più visibile quando il tema dominante, come in questo ultimo caso, è l’amore: l’amore di ogni tipo e natura, da quello sentimentale e appassionato a quello più libero e sfrenato, fino a essere sboccato. Qui evidentemente c’è un’interlocuzione… come potrebbe non esserci, se il tema è erotico? Ma l’interlocuzione, anche nelle sue punte di voluta, volutissima volgarità, è il frutto di un colloquio che in un certo senso prescinde dall’interlocutore – oggi ovviamente, “il lettore” – e si rivolge pressoché integralmente ad un essere che una volta molto concretamente c’era, e con il quale appunto s’interloquiva, ma che ora non c’è più. Solo cogliendo l’eco profonda di questo lontano rapporto, il lettore di oggi entra nel gioco e coglie l’interlocuzione profonda che anche a lui viene offerta.

Di tutt’altro registro è la poesia di Antonella Anedda. Si potrebbe dire che la poesia di Valduga è fieramente asseverativa, quella di Anedda profondamente discorsiva. Comporta cioè sempre l’ipotesi di un colloquio, magari solo ipotetico o potenziale, con qualcuno che sta appena al di là della parola scritta, e potrebbe essere (anche solo potenzialmente), ripeto, uno qualsiasi di noi. Farò due esempi.

Scrive Anedda nel componimento di esordio: «Ogni tanto uso una lingua mia / la invento impastandola al passato / non la consegno se non in traduzione». I tre versi si spiegano meglio se si tengono presenti i tre versi che precedono quelli che abbiamo appena citato, e che dunque aprono l’intera raccolta. Sono in lingua sarda, cioè la lingua originaria, archetipica, dell’autrice. Il gioco ritorna diverse volte nella raccolta: sta a significare che, per l’appunto, come dice con grande chiarezza la stessa autrice, si può inventare una lingua poetica solo dall’introiezione di un passato, che si è depositato sul fondo del proprio presente, e aiuta a rivelarlo.

L’altro esempio. Scrive in un altro componimento Anedda: «Succede a volte fino a che siamo vivi, / di provare una pace inspiegabile. Forse la letizia / di cui parlano i santi e che non chiede niente, / è solo attenta, premuta sulla terra, / distante dalle stelle…». «Premuta sulla terra,/ distante dalle stelle…»: potrebbe essere una autodefinizione della poesia di Antonella Anedda.

È «contro la terra», cercando di spremere il senso – anzi, i sensi – e di tradurlo in un linguaggio comprensibile e umano, ma non ovvio, e mai scontato, che il ragionamento-discorso di Anedda si dispiega. Ci fa pensare che sia ancora possibile immaginare una realtà che non sia tutta ridotta a polvere e scarto.

 

(la Repubblica, 15 ottobre 2018)

di Marina Terragni

Diana De Marchi, consigliera comunale Pd a Milano e presidente della Commissione PPOO, si è recentemente schierata a favore dell’utero in affitto. Lo ha fatto insieme al collega Angelo Turco con un ordine del giorno che chiede la trascrizione all’anagrafe come padri delle coppie di uomini – così come vengono iscritte le coppie di madri – in nome di una supposta “parità”. Il sindaco Sala ha infatti bloccato da tempo le trascrizioni dei nati “da” coppie di uomini, in attesa di precise disposizioni da parte del Ministero dell’Interno.

Nel caso di coppie di uomini va considerato il fatto che è stato commesso un reato: il ricorso a utero in affitto è punito dalla legge (n. 40, art.12, comma 6). Le coppie di madri non commettono alcun reato e in una parte non insignificante di casi una è la madre biologica, ovvero la titolare dell’ovocita, e l’altra la gestante. Vi sono quindi effettivamente due madri, una madre genetica e colei che partorisce. In ogni caso, la madre c’è, e la relazione madre-bambino/a è preservata. Nel caso dei due uomini, invece, vi è solo un padre biologico. La madre scompare. L’altro è semplicemente il partner del padre.

Va sottolineato che l’utero in affitto è perseguito come reato in tutto il mondo tranne che in 18 nazioni (su circa 200): l’Italia non costituisce affatto un’eccezione “antimoderna”, come molti sono stati indotti a credere da una propaganda martellante.

Una recente sentenza “tombale” della Corte Costituzionale, oltre a ribadire in coerenza con la legge 40 che l’utero in affitto viola la dignità della donna e pregiudica gravemente le relazioni umane, ha sottolineato il diritto del minore alla verità sulle proprie origini, aggiungendo che ciò costituisce un interesse pubblico e non solo del minore. Trascrivere come secondo padre il partner del padre biologico sarebbe quindi dichiarare un falso che viola il diritto del minore – e l’interesse della collettività – alla verità sulle origini.

Recentemente la Procura di Roma si è mossa contro il Comune di Roma che ha trascritto all’anagrafe una coppia di padri, e azioni analoghe sono in corso in altri comuni italiani. Bene fa quindi il sindaco Beppe Sala a sospendere queste trascrizioni in attesa di precise direttive dal Ministero. Che Milano abbia assunto questa posizione è molto significativo anche a livello nazionale.

Secondo la Corte Costituzionale il diritto del minore alla continuità affettiva – ovvero a mantenere relazioni con il partner del padre, che lo sta crescendo insieme a lui potrebbe essere garantito dal ricorso all’adozione in casi particolari. Non serve negare la realtà delle origini per fare spazio alla realtà dell’amore tra un adulto e un bambino. Quindi il “secondo padre” non andrebbe trascritto come tale all’anagrafe, ma potrebbe intraprendere l’iter adottivo, strada percorsa abitualmente da chi cresce un bambino senza esserne genitore biologico.

Se si scoprisse che una donna ha dichiarato padre biologico di suo figlio un uomo che invece non lo è, verrebbe perseguita per aver dichiarato il falso e avere violato il diritto del bambino alla verità sulle proprie origini. Non vi è ragione per la quale debba essere invece possibile a una coppia di uomini la lampante bugia del “secondo padre”, né biologico né adottivo (padre “del terzo tipo”). L’art.3 della Costituzione ci prescrive uguali di fronte alla legge.

Diana De Marchi, in quanto donna politica, farebbe bene a leggere la sentenza della Corte Costituzionale e a tenerla nel debito conto. E in quanto responsabile delle PPOO del Comune di Milano dovrebbe considerare il fatto che nessun gruppo o associazione di donne nella nostra città – né, che mi risulti, nel resto del Paese si è mai espresso a favore dell’utero in affitto, mentre invece molti gruppi e associazioni, connessi a una rete mondiale, stanno lottando da tempo per l’abolizione universale.

Il concetto di rappresentanza è certamente problematico, ma De Marchi dovrebbe valutare l’assoluta incoerenza tra la sua personale posizione, che dopo lungo tentennamento oggi ha espresso ed è diventata atto politico, e quella della maggioranza delle cittadine, a cominciare da gruppi e associazioni che animano il movimento delle donne. Oltre alla legge vigente e al pronunciamento della Corte Costituzionale, De Marchi non sembra tenere in alcun conto di non avere dalla sua la grande maggioranza delle donne milanesi.

Anche in questo caso assistiamo al consueto switch: le cosiddette pari opportunità oggi guardano più al mondo GBT che a quello delle donne, esattamente come nelle accademie i Gender Studies nati dal sapere delle donne stanno diventando a tutti gli effetti Queer Studies, come se le donne fossero diventate un soggetto “invecchiato” e anche elettoralisticamente molto meno sexy del mondo arcobaleno.

Vi è certamente da considerare che le donne politiche si ritrovano quasi sempre in difficoltà a dover sbrogliare il nodo della doppia fedeltà: eletta e sostenuta da molte donne, De Marchi fa tuttavia parte di una corrente del Pd (Rete Dem) il cui leader Sergio Lo Giudice è ricorso due volte all’utero in affitto. La sua posizione è complicata, ma la legge è la legge e la verità dei corpi è verità dei corpi.

Oltre al fatto assurdo e inspiegabile – eventualmente ce lo spiegherà Diana De Marchi – che la sinistra italiana è l’unica sinistra in Europa a non considerare l’utero in affitto come ignobile sfruttamento. Tutte le altre sinistre, dalla Svezia alla Francia alla Spagna, sono espressamente contro la Gpa.

(marinaterragni.it, 14 ottobre 2018)

 


Luisa Muraro, “Difesa di Simplicio. Capire le ragioni di quelli che non capiscono” (venerdì 5 ottobre 2018, Università di Verona)

di Laura Minguzzi

Il mio sessantotto
Vorrei iniziare il racconto sul mio sessantotto a partire dal valore orientante che io attribuisco alle amicizie femminili e all’amore nella mia esperienza. Entrambi hanno avuto un ruolo fondante nel femminismo delle origini, cioè quello degli anni sessanta. Non a caso in questo momento storico assistiamo a una ripresa della memoria e delle narrazioni sugli inizi del movimento delle donne che, soggetti imprevisti, spinte da un desiderio di libertà, sono balzate alla ribalta, sulla scena pubblica. Ho potuto verificare a Milano, in Libreria, e in incontri pubblici anche all’estero, che giovani donne e uomini s’ispirano alla rivolta degli anni Sessanta che è stata concomitante al sessantotto anzi lo ha anticipato e ne ha veicolato tutta la radicalità. La filosofa Luisa Muraro, una delle animatrici della Libreria delle donne di Milano, l’ha definita Una rivolta nella rivolta. Fu una rottura nella rottura. Infatti, a Milano, nel 1965 nasce il gruppo di sole donne DEMAU acronimo per Demistificazione dell’autoritarismo patriarcale, fondato da Daniela Pellegrini, Lia Cigarini, Elena Rasi. L’autocoscienza e i gruppi separati di donne furono un’invenzione politica vincente per la ricerca di un linguaggio proprio. Questa mossa imprevista mise allo scoperto il privilegio occultato degli uomini e avviò quella pratica di parola che ci fa superare il muro fra il dentro e il fuori.

Crollarono i muri che separavano soggettivo e oggettivo, privato e pubblico, la complementarità fra i sessi eccetera. Pratiche che congiungevano il dentro e il fuori, che generarono e generano la forza delle donne, grazie alla qualità delle relazioni che modificano. Questo continuo passaggio fra il dentro e il fuori, questo fare la spola fra interiorità ed esteriorità l’abbiamo chiamato politica del simbolico.

Se ripercorro quegli anni, vedo nel mio orizzonte quotidiano a Torri, dove sono nata, a Mezzano e a Ravenna figure di amiche con cui ero in stretta relazione, le amiche del cuore, Carla, Lilia, Giovanna, Linda con cui andavo sì al cinema, a ballare, al mare ma con cui scambiavamo anche idee su ciò che desideravamo fare da grandi insieme. Con Linda e Giovanna abbiamo partecipato alle assemblee studentesche, occupato le scuole e i licei, dove studiavamo. Io fui anche sospesa per una settimana, sorpresa a stampare clandestinamente volantini per convocare un’assemblea non autorizzata all’Istituto G. Ginanni. Allora il paternalismo e l’autoritarismo imperavano. Ricordo che il preside dell’Istituto era solito convocare noi ragazze nel suo ufficio e lì ci faceva certi discorsetti un po’ ambigui. Ma noi ragazze ci parlavamo e cercavamo anche alleati fra i professori e i compagni di classe. Il maggio francese fu una forte scossa di energia. Non a caso uno dei gruppi più importanti del femminismo francese, Psychanalyse et Politique, mise in discussione l’impianto universale maschile della psicanalisi, Freud e l’esistenza di una sola libido e una delle fondatrici del gruppo Antoinette Fouque scrisse I sessi sono due. [1]

Prima del sessantotto avevo sì amiche, ma non così ribelli ai ruoli tradizionali femminili, seppure anche loro in lotta con gli stereotipi. Ne ricordo due con cui poi interruppi i rapporti, che scelsero di avere figli senza sposarsi, essere ragazze madri e furono piuttosto osteggiate e malviste in paese. Oggi si direbbe che optarono per una maternità indipendente. Con le amiche più politiche fra virgolette avevamo il pallino dello studio, di andare via dalla famiglia, realizzarci, non sposarci e non fare figli. I nostri modelli femminili erano Simone de Beauvoir, Virginia Woolf, Carla Lonzi, penso a Donna Clitoridea, donna vaginale, a Sputiamo su Hegel, al Manifesto di Rivolta femminile, usciti negli anni settanta. Con Linda e Giovanna volevamo cambiare città e con Giovanna decidemmo di andare a Venezia. Linda decise per Firenze. Eravamo consapevoli di rifiutare il destino femminile. Abbiamo fatto così esplodere i ruoli tradizionali. Volevamo esserci, ovunque, con la nostra differenza ed eravamo alla ricerca di noi stesse per dare un senso libero a questa scoperta. Il separatismo fu la pratica vincente, ideata dalle femministe americane nel sessantaquattro all’università di Berkeley, dove alcune studentesse si separano dai compagni, riunendosi in gruppi separati, in cui al centro c’era la sessualità, il corpo. Abbandonarono i gruppi misti durante l’occupazione dell’università dove, affermando che loro stesse volevano parlare della loro condizione e non delegare ad altri. Cominciò così la pratica dei gruppi di sole donne che cercavano, come rabdomanti, un linguaggio a partire da sé, da un sentire profondo. Emergeva così un’esperienza assorbita dalla cultura patriarcale e quasi mangiata, senza essere mai stata nominata, anzi resa indecifrabile. La creazione di luoghi, come le Librerie, i Centri di documentazione, le Biblioteche, i luoghi di ritrovo, le imprese, i circoli (oggi anche i siti e i blog), sono stati e sono tuttora finalizzati a promuovere linguaggio, scambio, esperienze condivise in definitiva simbolico. Non essere più a disposizione degli uomini ma investire su di sé, operando uno spostamento dall’amore per gli uomini, all’amore di sé, all’amore per le donne e per la madre. Un percorso irto di conflitti e rotture dolorose. I conflitti lacerarono le relazioni familiari; io con mio fratello che non voleva che studiassi. Giovanna col padre. Il dissidio nella mia famiglia provocò una ferita profonda. Mia madre si ammalò gravemente di una forte depressione. Io ero combattuta fra il desiderio di prendere parte attiva nelle lotte studentesche e l’angoscia per la sofferenza di mia madre che richiedeva la mia presenza. Per fortuna trovai aiuto e sostegno in mia zia, Luciana Gordini, che comprese i miei progetti e i miei desideri. Era dell’Udi e abituata alle relazioni privilegiate con altre donne, in primis con le vicine di casa, con cui aveva scambi intensi e assidui. Possedeva una grande capacità di ascolto e un talento particolare nel farle dei nodi segreti. Discuteva di tutto e dava giudizi sul comportamento degli uomini, sui partiti, sugli accadimenti politici. Era operaia specializzata all’Eridania di Mezzano, molto stimata. Io fin da piccola ascoltavo i suoi discorsi e le chiedevo spesso consiglio. Lei mi sostenne nelle mie scelte e mi sollecitava anche a partecipare a eventi pubblici. Nel 1962 per esempio mi incitò a partecipare alla marcia per la pace, durante la crisi dei missili a Cuba. Fu un precedente di forza e di amore femminile. Mi raccontava della sua vita e mi portava esempi di libertà e di radicale anticonformismo. Criticava mio padre, mio fratello liberamente e sosteneva anche le giovani vicine di casa che volevano liberarsi da relazioni infelici con mariti o fidanzati, incoraggiandole a essere più autonome, incurante delle reazioni della gente.

Durare nel tempo

Caratteristica che distingue il movimento femminista degli anni Sessanta, rispetto a tutti gli altri movimenti antiautoritari, giovanili eccetera, è senza ombra di dubbio la sua durata. Siamo qui in carne e ossa a testimoniarlo; non quindi ondate effimere, di superficie ma sommovimenti profondi, terremoti, una rivoluzione, quella femminista, che ha prodotto un cambio di civiltà, nonostante i partiti, le organizzazioni, i sindacati, all’epoca, sostenessero l’impossibilità di portare trasformazioni senza prendere il potere, senza assalti al palazzo d’inverno. Perciò non ha senso, è falso parlare di ondate come fa oggi la stampa mainstream che parla di femminismo della quarta ondata e divide il femminismo in ondate mentre il femminismo per me è uno, quello della differenza e la nostra è una politica fondata sulla soggettività femminile più che sulle manifestazioni collettive che vanno e vengono. Fondamentale è stata la creazione di luoghi autonomi di riflessione come Diotima a Verona, e imprese materiali autonome e simboliche come la Libreria delle donne di Milano, aperta nel 1975, in cui si è prodotto pensiero teorico arrivando all’importante acquisizione del concetto di autorità distinta dal potere. Penso a L’ordine simbolico della madre, al Dio delle donne, di Luisa Muraro, alle invenzioni di pratiche scaturite dalle difficoltà, dagli inciampi relazionali come raccontiamo nel Non credere di avere dei diritti[2], tradotto in inglese, tedesco, francese e spagnolo. Quando parlo di invenzioni di pratiche mi riferisco alla disparità fra donne, all’affidamento, alla genealogia, alla pratica dell’inconscio con i relativi documenti teorici prodotti negli anni ottanta e novanta i vari Sottosopra rosa, verde, rosso, blu eccetera, alla rivista Via Dogana che da qualche anno è online. Tutti i nostri scritti hanno richiesto tempi lunghi di elaborazione e anche polemiche, conflitti e perdite. Oggi abbiamo il sito[3], voluto da giovani donne, le webmater Sara Gandini e Laura Colombo e altre, che hanno preso in mano le pratiche e le acquisizioni teoriche delle origini e le hanno attualizzate agendo il loro desiderio di politica. In Libreria ci sono vari gruppi di ricerca: L’Agorà del lavoro, che ha prodotto un manifesto dal titolo Immagina che il lavoro, dopo vari anni di riflessione e ascolto delle esperienze di donne, il LabMi, Laboratorio per la città del primum vivere, il gruppo Ipazia, sulla scienza, la Comunità di pratica della Storia Vivente di cui faccio parte e la redazione carnale del sito, che si riunisce ogni giovedì. Io sono presidente del Circolo della rosa e mi occupo della sua gestione materiale dal 2001. Si tratta di uno spazio della Libreria, attiguo alla stessa, con ristorante e cucina, dove un gruppo relazionale di cuoche Estia e un cuoco, preparano le cene e i buffet dopo ogni incontro per le socie e i soci della Libreria e del Circolo.

Io sono impegnata anche nella Comunità di Storia Vivente voluta da Marirì Martinengo con cui ho una relazione di affidamento dalla fine degli anni ottanta. Allora partecipavo al movimento di Pedagogia della differenza; nella scuola, separavamo le classi miste per mostrare la preferenza per il proprio sesso e facevamo leggere alle nostre allieve le scrittrici per trasmettere esperienze di libertà e autorizzarle alla ricerca della propria singolarità e dei propri desideri. Abbiamo pubblicato insieme un libro collettaneo, Libere di esistere. Costruzione di civiltà femminile nell’Europa medievale[4], sulle badesse fondatrici di monasteri (Ildegarda di Bingen, Marina del Goleto, Herrada di Hohenburg, Eufrosina di Polozk, Rosvita di Gandersheim).

Immaginare un futuro

Nel 2006 in seguito ad un’importante svolta nella sua vita Marirì ha impresso una nuova direzione al nostro progetto storiografico iniziale: affermando che «Una storia vivente è annidata in ciascuna/ciascuno di noi» ci siamo poste in ascolto dei nostri nodi irrisolti e abbiamo cominciato a scavare nelle nostre vite, reinterpretando i nodi che hanno condizionato le nostre esistenze e collocandoli nel contesto storico abbiamo aperto dei varchi nei muri della storia tradizionale, oggettiva e in questo modo contribuito a reinterpretare e riscrivere la storia italiana mettendo al centro la nostra soggettività. Abbiamo messo in pratica un’acquisizione teorica del femminismo delle origini: non separare il soggetto che compie la ricerca dall’oggetto della ricerca. In questo progetto abbiamo il sostegno della storica spagnola María Milagros Rivera Garretas, docente dell’università di Barcellona, con cui siamo in stretta relazione e scambio. A dire il vero anche questo nostro progetto di rivoluzionare la storiografia maschile che si basa sui documenti oggettivi e mette in secondo piano la soggettività dello storico o della storica, è sempre un frutto generato dall’antica e feconda pratica dell’autocoscienza degli anni Sessanta. Abbiamo capito che la storia che studiamo o abbiamo studiato e che ci hanno insegnato, è la storia del potere e di come si è mantenuto o si è perso. Abbiamo pubblicato i nostri racconti di storia vivente nella rivista DWF[5] e nel marzo dell’anno scorso abbiamo fatto un Convegno alla Libreria delle donne di Milano. Sul sito della Libreria sono pubblicati i nostri scritti teorici. [6]

Le sfide che oggi abbiamo di fronte sono ancora e sempre di ordine simbolico, dare parole e senso alla nostra esperienza, curare la qualità delle relazioni, non accontentarsi dello stereotipo di sé, reclamare che il fuori ci corrisponda. Come affermava un titolo della rivista cartacea Via Dogana Le donne sono ovunque e col movimento nato in America con l’hashtag metoo e in Italia con Non una di meno si tratta di affermare la forza dell’autocoscienza come forma politica contro la delega e la rappresentanza, valorizzare la relazione di differenza con gli uomini che riconoscono l’autorità femminile e danno credito alle donne. Anche questi nuovi movimenti sono esplosi, come valanghe, da una esposizione soggettiva; in America col sostegno della stampa progressista, in Italia meno. Oggi c’è il senso che le donne hanno una egemonia trasversale, dopo la marcia mondiale delle donne seguita all’elezione di Trump. Le donne non si sono più fermate, una valanga che attraversa tutte le differenze e le collocazioni. Sono intervenute a tempo debito con grande oculatezza politica, senza mediazioni, intendo partiti, organizzazioni o tribunali con il sostegno della stampa, questo sì, e di donne famose più grandi. C’è una continuità, un continuum generazionale molto positivi e promettenti. La parola delle donne ha credito, abbiamo vinto, la soggettività ha sfondato il muro. Non occorrono prove oggettive, leggi, tribunali. Sono le donne stesse un documento vivente. È un salto simbolico, uno scarto, possiamo dire che c’è un prima e un dopo. La verità dell’esperienza femminile è accettata, ascoltata, produce effetti.

In questo momento storico per i giovani l’avvenire non è così aperto e ricco di potenzialità e promesse come fu per noi negli anni Sessanta perché oggi manca una visione del futuro. I giovani non vengono spinti avanti dalle vecchie generazioni, mentre io fui molto spinta avanti da mio padre, mia madre, mia zia. Sostenermi nello studio era volere per me una vita migliore; i miei genitori erano contadini. Nel sessantotto c’era questa visione. Una sfida per me essenziale è come passare alle giovani generazioni il femminismo che io ho esperito. Passare l’eredità che io ho ricevuto.

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[1] Antoinette Fouque, I sessi sono due, Pratiche editrice, 1999, Parma

[2] Libreria delle donne, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg&Sellier, 1987, Torino

Decima ristampa di Non credere di avere dei diritti, Rosenberg&Selliers, 2018, Torino

[3] http://www.libreriadelledonne.it

[4] AAVV, Libere di esistere. Costruzione di civiltà femminile nell’Europa medievale, Sei, Torino, 1996

[5] http://www.dwf.it/dwf-la-pratica-della-storia-vivente-2012-n-3-95/

[6] http:// www.libreriadelledonne.it/category/approfondimenti/storia vivente/

 

(A&P | Mag numero 3/2018)

di Luisa Muraro

Il papa insegna regolarmente il catechismo cattolico e lo fa con tutta la libertà e l’autorità che vanno riconosciute ad ogni insegnante. Anche lui, come gli altri e le altre che lo fanno, lo fa più o meno bene.

Arrivato al quinto comandamento, Non uccidere, il papa ha parlato del valore della vita e ha detto: la vita è aggredita dalle guerre, dalle organizzazioni che sfruttano l’uomo, dalle speculazioni sul creato e dalla cultura dello scarto, e da tutti i sistemi che sottomettono l’esistenza umana a calcoli di opportunità, mentre un numero scandaloso di persone vive in uno stato indegno.

Subito dopo si è messo a parlare del problema dell’aborto.

Il problema dell’aborto esiste, le donne lo sanno. Ma era questo il momento e il modo giusto per parlarne?

Le parole usate dal papa suggeriscono una parziale giustificazione della sua scelta. Ha detto: «Non si può sopprimere una vita per risolvere un problema». Forse non sta parlando dell’aborto in generale ma di un ulteriore problema che si sta ponendo ai nostri giorni. Sta diventando possibile tracciare il DNA del feto con l’analisi del sangue materno, e diagnosticare così la possibilità di futuri problemi di salute nella creatura nascente. In caso di diagnosi infausta, la futura madre (e non lei soltanto) si troverebbe in una drammatica situazione.

Apro una parentesi: chiamo futura madre la donna che, trovandosi incinta, ha detto sì, ci sto. E così, con la sua accettazione, il progetto di vita che è l’embrione si è convertito in un progetto di vita umana. La dottrina cattolica non fa questa distinzione, che invece è di primaria importanza e che io mi autorizzo, in ipotesi, ad attribuire al papa.

Domanda: quando il papa dice «Non si può sopprimere una vita per risolvere un problema», si rivolge alla futura madre per convincerla a restare fedele alla sua iniziale accettazione nonostante una diagnosi infausta? Risposta: sì e no.

Se fosse semplicemente sì, sarebbe come non avere idea del vissuto di una donna che si scopre incinta di una creatura (la sua creatura!) che è più o meno gravemente malata. Sarebbe metterla in croce, cosa che la morale sessuale cattolica ha già fatto in un passato che speriamo sia veramente passato. Sarebbe, insomma, una risposta non umana né cristiana.

Sì e no, ho detto. Le parole citate sono rivolte alle donne, ma non alla singola lasciata sola e neanche lasciata sola con la sua dottoressa per tentare una decisione che fatalmente andrà sul piano inclinato della salvezza personale, a meno di un’impennata eroica che io non raccomando a nessuna. Le parole sono rivolte a una donna inserita in una civiltà degna di questo nome, dove le possibilità offerte dalla conoscenza non sono comandate dal profitto e dal successo ma hanno il tempo di maturarsi nella ricerca del meglio per sé e gli altri, mai l’uno senza gli altri.

Uno scienziato francese impegnato in queste ricerche, ha detto: siamo premuti dagli investimenti privati in cerca di profitti; questa che si annunciava una promettente rivoluzione scientifica, sta mutandosi in una rivoluzione sociale che va troppo in fretta (v. Le monde, Science & Médecine, 26 settembre 2018). Accade così che le persone singole siano prematuramente caricate di scelte funzionali non al bene comune dei più, ma al profitto dei meno. Penso in primo luogo alle donne, perché si tratta, ancora una volta, di loro e del potere di dare la vita. Esattamente questo, infatti, è capitato con la PMA, la procreazione medicalmente assistita, che ha fatto da strumento per il business della cosiddetta GPA, come ho scritto sul Sottosopra intitolato Cambio di civiltà, punti di vista e di domanda, al seguito degli studi di Laura Corradi e di tante altre femministe.

Se la mia lettura si avvicina al vero, nel catechismo del papa non c’è stato un brusco passaggio dalla critica dell’ordine, anzi disordine dell’economia globale, al problema dell’aborto, non c’è stato l’uso pretestuoso della sofferenza dei molti per una condanna dell’aborto, come tanti giornali hanno inteso in buona o cattiva fede. L’insegnamento del Non uccidere riguarda anche l’aborto, sì, ma solo per dire che per essere buoni ci vuole una civiltà e che, oggi, questa necessaria civiltà della convivenza sta venendo meno.

(www.libreriadelledonne.it, 12 ottobre 2018)

di Fiorenza Sarzanini

È giusto garantire ai figli di trascorrere lo stesso tempo con il padre e la madre che hanno deciso di lasciarsi. Bisogna tuttavia fare i conti con la realtà e spesso, anche quando i rapporti tra ex coniugi non sono conflittuali, ci sono motivi pratici che rendono preferibile un’alternanza meno rigida di quella che impone ai minori di vivere due settimane in una casa e due settimane in un’altra.

Il bene primario per chi ha già vissuto il trauma della separazione dei genitori è quello di non essere trattato come un pacco, che viene spostato e consegnato come un oggetto. Il disegno di legge firmato dal senatore leghista Simone Pillon sull’affido condiviso sembra non tenere conto della vita quotidiana e delle esigenze dei bambini e delle bambine, delle ragazze e dei ragazzi, che sono legate alla scuola, alle attività pomeridiane, ai rapporti con amici e parenti. Soprattutto non concede la giusta attenzione a realtà complesse — talvolta violente — che non possono essere risolte con una mediazione familiare, messa invece da Pillon al centro del provvedimento. Il senatore è avvocato, ma anche mediatore familiare, come risulta dal curriculum che ha consegnato a Palazzo Madama subito dopo la sua elezione. È dunque comprensibile che voglia aiutare la categoria ad avere un ruolo primario. Ma prevedere per legge l’obbligo di rivolgersi a questi specialisti è sbagliato per svariati motivi — in alcuni casi addirittura vietato. La Convenzione di Istanbul sulla lotta alla violenza domestica impedisce che si possa ricorrere alla mediazione, così come alla conciliazione. In ogni caso si tratta di un percorso che aumenta le spese (visto che il gratuito patrocinio non è previsto), allunga i tempi ed elimina la discrezionalità del giudice che dovrà poi decidere, nell’interesse del minore, quali debbano essere le condizioni di vita con il padre e la madre. Altro punto critico del ddl riguarda l’assegno di mantenimento che viene abolito, evidentemente nella convinzione che sia in realtà uno stipendio all’ex moglie. Al di là delle considerazioni sulla disoccupazione femminile e sul fatto che molte donne non lavorano o lavorano meno proprio per occuparsi dei figli, in questo modo si ottiene come unico risultato quello di creare una disparità di trattamento da parte di uno o dell’altro genitore. Questo aspetto si rivela particolarmente critico se le disponibilità economiche sono differenti e dunque il padre o la madre potrebbero non essere in grado di garantire ciò che l’altro «regala». Con il rischio forte di alimentare ulteriormente la conflittualità tra loro e con i più piccoli, che rappresentano invece il punto di vista da cui ripartire quando i genitori si separano.

(Corriere della sera, 11 ottobre 2018)

di Vittoria Longoni

 

È bello e fresco il libro appena pubblicato da Enciclopedia delle donne, 2018, a cura della Fondazione Badaracco, Ragazze nel ’68. Fresco perché non c’è modo migliore, per descrivere e narrare un anno cruciale di trasformazioni collettive e individuali, che dare voce diretta a chi ha avuto la fortuna di viverlo personalmente, quel periodo infuocato e creativo. La copertina, nei toni di un bel rosso scuro con un po’ di grigio, riproduce l’opera di Paola Mattioli, Case occupate al quartiere Gallaratese, Milano 1974. Case occupate, momenti di lotta: sul grigiore dei casermoni di periferia si levano astratte immagini di muri rossi, di percorsi paralleli e labirintici verso la luce del futuro, intravisto nell’opera al termine di una scalinata ascensionale.

Il libro mantiene poi le sue promesse nelle voci dirette di diciannove donne che rievocano il loro Sessantotto, facendo perno proprio su quell’anno cruciale, anche se ci sono in ogni biografia pure dei momenti “prima” e “dopo”. Le minibiografie delle autrici s’intersecano con una premessa di Assunta Sarlo, con due intermezzi di Carlotta Cossutta e di Sveva Magaraggia, figlie di anni successivi, con un’introduzione (messa alla fine) a cura del Comitato Scientifico della Fondazione e con la biografia di Elvira Badaracco, scritta da Marina Zancan. Molte fotografie d’epoca, che raffigurano le nostre ragazze nel ’68 o dintorni, ritratte in momenti di lotta o di ricerca o di ribellione, accompagnano le testimonianze e riconducono efficacemente chi legge al sapore di quegli anni.

Molti fili rossi uniscono le diversissime testimonianze. Ragazze che hanno la fortuna di intersecare il loro percorso di emancipazione, liberazione, scoperta del mondo e dei propri desideri con un’esplosione collettiva e simultanea, a livello globale, di movimenti di giovani (e non solo) che contestano l’autoritarismo e le strutture oppressive, imperialistiche, consumistiche, militariste del potere contemporaneo. Figlie del “baby boom”, cresciute in un clima di espansione economica e sociale, si sentono in partenza forti, numerose e solidali nei loro conflitti con padri e madri, con autorità accademiche e culturali, con le istituzioni che la “lunga marcia” proposta da Rudi Dutschke intendeva attraversare, rovesciare, modificare profondamente. Nella stessa situazione e all’incirca negli stessi anni si sviluppano i collettivi e le forme di autocoscienza dei vari femminismi, in un intreccio fertile e spesso conflittuale. Le ragazze del ’68 vivono questa coincidenza, se ne lasciano attraversare con un’inquietudine produttiva e con un’appassionata ricerca del nuovo. Praticamente tutte diventano femministe, alla fine, e prolungano il loro impegno nei decenni successivi nelle varie forme nei movimenti delle donne, più duraturi della fiammata sessantottina.

Giustamente si rivendica il carattere profondamente innovativo e periodizzante di quell’anno, in cui molti percorsi di novità, di critica e di rivoluzione, prima percepibili ma un po’ sotterranei, si manifestano in modo strepitoso e inconfondibile. Il ’68 è un po’ come il mitico Quarantotto del secolo XIX per la simultaneità dei movimenti di lotta e di contestazione, ma si manifesta su una scala mondiale globale e interconnessa (sia pure solo tramite telefono, manifesti, giornali, viaggi e contatti personali, stampa e convegni ecc. e senza web).

Rileggendo oggi le testimonianze, ci si rende conto anche di ciò che da molto tempo covava sotto la cenere. La vicenda di parecchie di noi – studentesse universitarie che per gli studi lasciano la casa e spesso le città di origine – richiama per alcuni aspetti le storie di ragazze che, nel romanzo di Alba de Céspedes Nessuno torna indietro uscito nel lontano 1938, coltivavano solidarietà, trasgressioni e confidenze nel Collegio “Grimoldi”, diretto e gestito da suore. Percorsi di emancipazione e di liberazione s’intersecano. Finalmente le ragazze studiano, scelgono la propria facoltà, ne fanno un’occasione di cultura e di comunicazione profonda. Magari le famiglie d’origine sono rassicurate da questi collegi femminili a gestione benpensante e “ordinata”, in cui però maturano anche le premesse di nuove relazioni tra donne, di nuovi modelli, di ribellioni che traggono forza dalla condivisione di malesseri e di desideri.

Insomma, il nostro Sessantotto è stato “mitico”, ma dobbiamo essere riconoscenti a tutte le lotte delle donne delle generazioni precedenti, e a tutti i movimenti anteriori e contemporanei di protesta e di contestazione. Le parole che esprimono nel libro donne più giovani, come Carlotta Cossutta e Sveva Magaraggia, incoraggiano a pensare che la trasmissione di valori e di messaggi é ancora possibile. Il libro appena uscito è prezioso, in questa direzione. Perché, come diceva già nel romanzo di Alba de Céspedes proprio Xenia, la ragazza che non torna indietro, «Chi può dimenticare di essere stata padrona di se stessa?».

(www.casadonnemilano.it, 11 ottobre 2018)

di Francesco Cirillo

La Comune di Riace. Lemlem, coinvolta nell’inchiesta, è una mediatrice culturale in fuga dalla guerra

Le donne immigrate di Riace le abbiamo conosciute tutte, abbiamo giocato con i loro figli, ne abbiamo ascoltato le storie: terribili, fatte di violenze, torture, fughe. Racconti che ad ascoltarli fanno rabbrividire. Ogni donna è un libro a sé nella vasta biblioteca umana di Riace, e sono queste vite che hanno reso forte il borgo jonico e il progetto del sindaco Mimmo Lucano.

Queste storie fanno paura, nei talk show televisivi abbiamo sentito parlare di tutto: dei soldi, della sporcizia, degli asini, dei matrimoni, ma mai delle donne, di quelle ragazze che abbiamo visto sfilare sabato sotto la casa di Mimmo. Nessuno ha chiesto chi sono e come siano arrivate fin qui. Lemlem, coinvolta dal procuratore nell’inchiesta “Xenia”, è stata presentata in modo subdolo come la “compagna” di Mimmo Lucano, e data in pasto ai rotocalchi in cerca di scandali facili in totale violazione della privacy. La donna è stata ingiustamente allontanata da Riace come se fosse una delinquente, mentre membri della ’ndrangheta circolano liberamente in città rilasciando interviste. Lemlem è una mediatrice culturale, parla cinque lingue anche se non ama apparire in pubblico per sua riservatezza.

Senza di lei il «progetto Riace» avrebbe incontrato serie difficoltà, perché è lei la prima persona con la quale le donne che arrivano parlano. Molte raccontano il viaggio sostenuto, dove hanno subito violenze di ogni genere, ottenendo subito un ascolto, sostegno morale e materiale, difficile da trovare nei centri di accoglienza tanto cari al Ministro Salvini. Per questo suo ruolo nella comunità di Riace Lemlem è stata oggetto, da parte dei nemici del sindaco Lucano e delle sue politiche, di una vera e propria macchina del fango. È noto che le donne facciano paura a chi è omofobo, misogino, xenofobo, figuriamoci poi se la donna è nera e soprattutto intelligente.

L’estate scorsa su un tavolo nella piazzetta del Villaggio globale c’era un quaderno dove si raccoglievano firme in solidarietà a Mimmo. Veniva lasciato su un tavolo e tutti coloro che entravano nella piazzetta di Donna Rosa, vi lasciavano la propria firma e frasi di solidarietà e incoraggiamento per Mimmo. Una mattina il quaderno è stato trovato imbrattato da scritte contro Lemlem, frasi che apostrofavano la donna con insulti beceri e sessisti. Lemlem si è rifiutata di leggerlo. Questa donna esile e forte, ha portato con sé, nel suo drammatico viaggio di fuga dall’Etiopia in guerra, due figli, uno di pochi anni, l’altra in grembo. Ha attraversato con un barcone il Mediterraneo, lasciandosi alle spalle una storia drammatica, che passa per la traversata del deserto libico e per il rapimento subito da parte di criminali che sequestrano migranti in fuga per chiedere il riscatto alle loro famiglie.

Queste donne, Lemlem, Abeba, come tutte le donne che vivono a Riace, dovrebbero ricevere il massimo rispetto da tutti, perché rappresentano, assieme ai loro bambini, il vero disastro che popoli interi stanno vivendo. Anche le donne riacesi hanno dato un contributo fondamentale al «progetto Riace». Cosimina, Annamaria, Maria, Caterina. Rappresentano l’anima della cittadina e senza di loro, l’idea di Mimmo non si sarebbe mai realizzata.

(il manifesto, 10 ottobre 2018)

di Franca Fortunato

Scrivo sollecitata dalla richiesta di notizie, su questa pagina, di Emanuela Mariotto a proposito del matrimonio celebrato da Mimmo Lucano. La stampa e i social hanno parlato di “matrimoni”, manipolando e distorcendo i fatti, costruendo e alimentando false notizie che molte/i hanno dato per buone. Innanzitutto – come lui stesso ha dichiarato davanti alle telecamere e come si può leggere nell’ordinanza cautelare del Tribunale di Locri – si tratta non di “matrimoni” ma di un matrimonio celebrato da Lucano in qualità di sindaco. Chi è la donna? Una bella ragazza nigeriana arrivata a Riace da Napoli, dove era stata prostituita. Le avevano respinto per due volte la richiesta di rinnovo del permesso di soggiorno per cui, in base alla legge Bossi-Fini in cui con il famigerato “pacchetto sicurezza” del 2011 che porta le firme di Berlusconi, allora presidente del consiglio, Maroni, ministro dell’Interno, Alfano, ministro della Giustizia e Mara Carfagna, ministra per le Pari Opportunità, era stato introdotto il reato di “clandestinità”, lei era diventata una “clandestina” e dopo il diniego per due volte del permesso di soggiorno – in base alla legge Minniti-Orlando – doveva essere rimandata nel suo paese. Lei si dispera, non vuole tornare nell’inferno da cui è scappata. Lucano le dà la possibilità di restare da “clandestina” a Riace, le dà una carta di identità, una casa e un lavoro. Ma non può darle il permesso di soggiorno. Allora le consiglia di trovarsi un uomo e sposarsi perché è l’unica strada per poter chiedere il permesso di soggiorno, anche se glielo hanno negato per due volte. Lei segue il consiglio del sindaco ma è una ragazza sveglia, sicura di sé. Dice chiaramente all’uomo che ha scelto che il matrimonio è finto, lui e lei non saranno marito e moglie ma vivranno come sorella e fratello. L’uomo accetta e con questo patto si sposano, consapevoli di quello che stavano facendo. Pensare o dire che ci sia stato uno scambio tra sesso e permesso di soggiorno non solo non è vero ma è offensivo verso la donna che si è sposata solo per ottenere il permesso di soggiorno senza vendere il suo corpo e la sua dignità. Oggi vive ancora a Riace ed è grata all’uomo, con cui condivide la sua casa, per averla aiutata a non essere deportata in Nigeria. Questi sono i fatti. Non c’è niente da rimproverare a questa donna per essersi organizzata un matrimonio finto, pur di non tornare nell’inferno da cui era scappata. Il sindaco le ha semplicemente indicato, suggerito, consigliato – come ci sta scritto anche nell’ordinanza – una strada e lei e lui hanno fatto il resto. Lei è stata brava a gestire il rapporto con l’uomo. Ora però quel matrimonio è finito sotto le lenti della procura. Lucano in un’intervista ha detto che non voleva che facesse la fine di Becky Moses, la giovane nigeriana accolta a Riace che aveva, anche lei, per due volte ricevuto il diniego del rinnovo del permesso di soggiorno. Lucano le aveva dato la carta di identità, la residenza, una casa e un lavoro, ma per la legge lei era una “clandestina” e doveva essere rimandata in Nigeria. Ha avuto paura di essere scoperta e deportata nel suo paese – non vi ricorda niente questo? – . Decise allora di lasciare Riace forse perché pensava che sarebbe stato più difficile essere scoperta nel campo di San Ferdinando e invece lì vi ha trovato la morte in un incendio della tendopoli, mentre dormiva. Oggi riposa in terra di Riace, per volontà di Lucano. Nessuna legge dovrebbe condannare alla clandestinità un essere umano.

Noi donne sappiamo cosa significa essere clandestine, rischiare la vita a causa di una legge ingiusta e criminale. Generazioni di donne lo hanno fatto quando l’aborto era un reato. Non c’è legge più ingiusta di quella che costringe un essere umano ad agire da clandestino con la paura di essere scoperto e mandato in carcere o ributtato nell’inferno. Quest’estate, alla fine di luglio, come ricorderete, il cadavere di una donna e di un bimbo nudo di 4/5 anni, molto probabilmente madre e figlio, galleggiavano tra i rottami di un’imbarcazione al largo della Libia. Tra quei rottami, aggrappata a pancia in giù a una tavola, veniva trovata un’altra donna, ancora in vita, Josefa, scappata dal Camerun perché il marito la picchiava in quanto sterile. Le due donne ritrovate in mare erano state abbandonate dalla Guardia libica e il loro gommone affondato «per non permettere ai trafficanti di usarlo di nuovo, perché si erano rifiutate di tornare nei campi di detenzione libici». Nessuna donna immigrata può essere costretta a tornare nell’inferno da cui è fuggita e se una legge, come quella italiana, lo prevede allora va combattuta, aggirata, disattesa, abrogata. E vengo al presunto matrimonio che per alcune, male informate, sarebbe una vergogna per chi l’ha celebrato, quello tra una giovane ragazza e un vecchio di 70 anni. Dico presunto, perché alla fine quel matrimonio non c’è stato per volontà di Lucano. Chi è la donna? Una giovane nigeriana prostituita e raccolta sulla strada da un’altra donna che viveva a Riace. A lei il rinnovo del permesso di soggiorno, scaduto da due anni, era stato negato per tre volte per cui, anche lei, doveva essere deportata in Nigeria da dove era scappata. Anche lei non voleva tornare indietro, voleva vivere a Riace e dare una svolta alla sua vita. Anche a lei viene suggerito di sposarsi e in un primo tempo, la donna che l’aveva raccolta per strada si offre di sposarla lei, ma il matrimonio tra due donne non è valido ai fini della richiesta del permesso di soggiorno e così non se ne fa nulla. Qualcuno propone alla ragazza il vecchio di 70 anni, che da tempo voleva sposarsi. Lei è disponibile a tutto, anche a fare sesso con lui e vivere come marito e moglie. Lucano cerca di dissuaderla: «Vedi che è pericolosa quella cosa lì… perché lui vuole che tu stai con lui, capito? Poi se tu non vuoi ti ammazza pure, tu non hai preoccupazione, non hai paura?», «Non ho paura», «Non hai paura…? Vuoi stare con lui…? Questo vuole stare a dormire con te, tu sei d’accordo?». «Sì, io sono d’accordo», «Questo è un animale. Questo è umiliare un essere umano». Fatte le pubblicazioni, Lucano il giorno del matrimonio si rifiuta di sposarli perché «lui non sapeva neanche come si chiama lei… io ho detto no, scusatemi, io non posso, ve lo dico chiaro davanti a tutti, c’erano almeno 30/40 persone, non è possibile che tu ti sposi e non sai come si chiama la tua fidanzata, tua moglie». E così il matrimonio è saltato, per volontà di Lucano. Quella donna ha poi lasciato Riace, è tornata da dove era venuta ed è rientrata nel giro delle prostituite. Questi sono i fatti. Mimmo Lucano non ha niente di cui vergognarsi, come ha scritto in un messaggio indirizzato e letto da Chiara Sasso di Recosol, la rete dei Comuni solidali, alle e ai manifestanti accorse/i, ieri, a Riace da ogni parte d’ Italia in segno di solidarietà. C’ero anch’io a quella manifestazione, insieme alle donne della rete delle Città Vicine. Se vergogna c’è, e c’è, questa è solo di tutti/e coloro che hanno approvato, firmato, mantenuto, inasprito con i tanti “decreti sulla sicurezza”, compreso l’ultimo di Salvini, una legge sull’immigrazione ingiusta, disumana, criminale verso l’essere umano e che ha aperto le porte e preparato il clima di violenza, razzismo, sessismo e xenofobia, che sta dilagando nel nostro paese.

(https://suddegenere.wordpress.com8 ottobre 2018)

Francesca Pasini

A Milano, rispettivamente alla Triennale, all’Hangar Bicocca, alla Quarta Vetrina della Libreria delle donne, le artiste Haegue Yang (Seoul, 1971, vive a Berlino), Leonor Antunes (Lisbona, 1972, vive a Berlino), Paola Anziché (Milano 1975, vive a Torino), puntano gli occhi sul costruire e abitare delle donne.

Una coincidenza che mi fa pensare a Ida Farè. Al Politecnico di Milano dalla metà degli anni ’80 ha dato vita al Gruppo Vanda, per “osare pensare la città femmina”. Sono nate tesi di laurea, corsi accademici e un ricchissimo circuito di riflessione sui “modi di abitare la città” da parte delle pioniere e di quelle che studiavano per diventare architette.

Ha portato il suo pensiero nel dibattitto femminista: al circolo Cicip & Ciciap e alla Liberia delle donne di Milano. Qui nel 2013 ha inventato il ciclo di conferenze filosofiche, abbinate a un aperitivo, Cibo dell’anima, Cibo del corpo. Nel 2001 aveva, infatti, creato il Gruppo Estia (l’antica dea del focolare) col quale accompagnava presentazioni, discussioni, incontri, preparando una cena. Una pratica diretta del suo pensiero che situa la cultura materiale all’interno delle relazioni intellettuali, politiche, affettive in accordo e non in contrasto con la cura del quotidiano.

Il suo insegnamento e le sue ricerche sono un’opera d’arte che acquista colori e visioni nella relazione con parole, cibi, pensieri, persone. La collego alle opere di Antunes, Yang, Anziché, inaugurate a Milano un mese dopo la sua morte, avvenuta l’8 agosto scorso.

In un suo libro molto famoso, Mara e le altre, aveva raccolto le esperienze di alcune partecipanti alla lotta armata, intercettando la differenza femminile anche in un territorio così plasmato sull’universo maschile come la presa delle armi.

Voglio intitolare questo scritto, Ida e le altre, per dar conto della sua germinale ricerca sulle donne, l’architettura, l’arte, che come un battito d’ali di una farfalla, a distanza di tempi e luoghi, appare in artiste che non l’hanno incontrata, non conoscono i suoi testi, ma hanno in comune la relazione con le altre.

Leonor Antunes dedica la sua mostra a Franca Helg, fondatrice con il marito Franco del famoso Studio Albini, tant’è che intitola la mostra e alcune opere, Last Days in Galliate, in ricordo della casa costruita da Helg per i genitori, dove è vissuta negli ultimi anni della sua vita.

Antunes s’ispira ad architette, designers, artiste del secolo scorso, di cui elabora particolari di oggetti e progetti, traducendoli in sculture indipendenti che, attraverso la frammentarietà diventano simbolo del ricordo. Molte hanno come titolo il nome stesso della progettista. Franca, è un piccolo insieme di sculture sospese, estrapolate dalle curve della gamba di un tavolino e dai ganci di un appendiabiti, realizzati da Helg nel 1955 e 1959. Ingranditi perdono funzionalità ed entrano in un altro territorio, come avviene con le parole di un romanzo o di una poesia che, spesso, producono altri scritti. Clara è una serie di sculture di legno e corda suggerite dalle sedie che la designer cubana Clara Parset, realizzò negli anni ‘40/’50. All’ingresso, gli elementi modulari in ottone verniciato nero, oro, verde, ocra, bianco, Altered climbing form, 2017-18, sono ispirati Mary Martin, artista del Costruttivismo britannico. Altered knot, 2018, un intreccio sospeso in cuoio e corda, è dedicato ai disegni di Anni Albers della fine degli anni ’40. La scultura Discrepancies with villa Sundin, 2016 è un’inventiva sintesi dell’edificio costruito nel 1956 da Greta Magnussen Grossman, una delle personalità fondatrici dei principi del Modernismo.

Haegue Yang con una barriera di fili di cotone rossi (134,9 m3, 2000/18), tesi a 10 cm di distanza l’uno dall’altro e leggermente declinanti, blocca un angolo di una stanza della Triennale. Sulla parete, altrettante linee tracciate in gesso rosso (81m2, 2002/18) creano un effetto specchio. E’ immediato pensare agli stop che attraversano le diagonali della vita, creando l’illusione di non doverli affrontare. Così Haegue Yang introduce la fluidità imprescindibile delle case, e mi fa venire in mente le innumerevoli variazioni che Ida Farè ha colto spostando lo sguardo dalla staticità dell’architettura, anch’essa ritenuta imprescindibile, al sistema di competenze diverse che si agiscono nella casa. «Nella produzione di un bene ci sono competenze diverse, ma sono poste in un ordine prevedibile, nell’intelligenza domestica, invece, c’è sempre l’imprevisto che può capovolgere l’ordine dei fattori e richiede doti di invenzione e un equilibrio variabile. Mi riporta al bricolage del possibile che i biologi dicono sia seguito dalla natura, che agisce e cresce secondo gli elementi che si trova a disposizione». (Una città, n.53, ottobre ’96).

Con Cittadella (2011), Yang, “camminando sul filo del rasoio”, come dichiara nel titolo della mostra, Tightrope Walking and Its Wordless Shadow, sposta lo sguardo dall’aspirazione durevole dell’architettura al “bricolage” e costruisce con tende veneziane, un imponente edificio trasparente, pieno di luci e di profumi, in cui si entra e si “abita”. Una straordinaria casa transitoria che normalmente abbiniamo alle civiltà archetipiche, nomadiche, come tende, capanne, tettoie, e anche al comportamento di costruzione quotidiana con mobili di famiglia, oggetti, vestiti, libri. Anche gli odori e i profumi richiamano alle competenze dell’abitare.

Mi viene in mente Anna Achmatova che di fronte a un’opera nuova, diceva: «ero lì, lì, per farlo anch’io». E allora perché non vedere nelle veneziane di Yang quell’architettura personale che ognuno crea con i materiali della propria esistenza? Yang è coreana, ma ha studiato a Francoforte e conosce la difficoltà di integrarsi altrove, l’ha trasferita in un testo (A study on How to make Myself Understood, 2000) mescolando varie lingue, che è risultato indecifrabile, un testimone di quelle spinose mediazioni per conoscere se stessa, che riappaiano nello specchio appeso alla parete dalla parte non specchiante (Mirror Series – Back, 2006). Un buio, un’assenza che non si può evitare e per la quale non ci sono mai case appropriate.

Paola Anziché crea delle sculture intrecciando lana grezza, juta, carta, hanno forma di gusci o di protuberanze organiche, sospese e trapassate dalla luce alludono all’abitare umano, al suo sviluppo verso il cielo, ma anche a quello animale, larvale che pende dagli alberi.(Materiali, 2018).

L’esplicito accenno al lavoro a maglia, alla tessitura, riporta alla “dote d’invenzione domestica”, di cui parla Ida Farè. Se nella cura l’invenzione è destinata a sparire nell’anonimato delle esigenze di vita, nell’arte indica una storia lunga di competenze femminili: dagli arazzi, agli erbari che hanno contribuito da un lato all’arricchimento della casa, dall’altro allo studio delle scienze naturali. Una competenza sprofondata per secoli nella cancellazione delle autrici effettive a favore dell’artista neutro/maschile. Non si tratta solo di un progressivo emergere delle donne nel campo dell’arte, ma di un’originale interazione tra materiali della vita e figure dell’arte.

Le immaginarie architetture di Paola Anziché indagano il bricolage della natura, per trarne spunto per autonome forme e mantenere in equilibrio le esperienze fatte nelle residenze in Azerbaigian, in Brasile e in altri paesi dove ha scoperto i materiali necessari alla sua “tavolozza” ed anche un passe-partout per entrare in contatto con l’amata maestra brasiliana Lygia Clark.

Anzichè ha studiato a Francoforte negli stessi anni di Yan e forse non è un caso che, pur con visioni molto diverse, tutte e due propongano inediti modi di abitare l’architettura.

Non è una deduzione a posteriori, ma un’intuizione che mi fa mettere insieme due eventi: la morte di Ida e la necessità di ricordarla al presente. Il presente, per me, è l’arte e l’innovazione che le artiste, tutte non solo quelle che cito, hanno impresso. Sono esperienze che creano figure per donne e uomini. Anche le case sono abitate da donne e uomini, anche la vita è fatta di donne e uomini. Fino a pochi decenni fa, però, si pensava al costruttore, all’artista, allo scrittore come un neutro maschile. Ora le donne, insegnano, creano, scrivono, costruiscono e tramandano così il loro sentire. In queste mostre si sente un forte un accento di differenza e la decisione di riannodare i fili con quelle che le hanno precedute.

Ida artista immateriale, ha portato fino in fondo l’idea di un’arte che si attua e si vanifica nella relazione: per questo la abbino alle opere di queste artiste.

Mi hanno fatto capire che il lavoro di Ida è una forma d’arte, che altre lo traducono in figura, altre in scrittura, altre lo vivono in presa diretta, anonima. Senza questa presa diretta potremmo capire l’arte? Spesso l’arte crea figure percettive fluide, perché? Per lasciare aperta la porta a chi guarda.

Forse può sembrare romantico dire che la vita è per tutti e per tutte un’opera d’arte, e non è neanche vero. Credo però, che tutti e tutte quelle che hanno scelto, e sceglieranno di indagare se stesse attraverso le relazioni affettive, culturali, politiche e i conflitti che ne derivano, creano opere cruciali per l’esistenza. A volte prendono la forma visibile dell’arte, a volte appartengono al bagaglio interno e la loro visibilità non è materiale, ma percettiva, si realizza solo nello scambio tra sé e l’altro/a. Senza osservatori, osservatrici, lettori e lettrici non ci sarebbe questa trasmissione che distingue l’opera di uomini e donne, dalla creatività naturale di piante e animali. Noi riconosciamo la nostra immagine attraverso le opere che compiamo, gli animali, le piante non sembra, almeno così si dice.

La vita di Ida dopo la morte del figlio è stata una quotidiana creazione dentro di sé, nascosta alla visione, (come lo specchio di Yang) ma espressa nel progetto di una cucina reale e simbolica, che teneva insieme attività culturale, politica e quotidianità. E la quotidianità è spesso invisibile. Lei non si mostrava, ma accompagnava le sue cene con bellissimi menù scritti a mano. L’arte ha la capacità di rendere visibile la quotidianità attraverso immagini e parole, Ida l’ha fatto con il nutrimento di tutte e tutti coloro che venivano in Libreria per parlare di libri, di politica, di arte. Un gesto molto radicale che dà valore allo scambio culturale anche quando succede nel privato o in chi non è addetto ai lavori. Il cibo, in chi lo cucina e chi lo mangia, produce piacere e conoscenza in quanto relazione essenziale alla vita. Valga per tutti Il pranzo di Babette di Karen Blixen.

All’inizio quando dico che volevo intitolare questo scritto Ida e le altre, pensavo al suo libro e a una coincidenza specifica, le tre mostre oggi presenti a Milano, ma le altre sono ovunque.

Come scrive Lia Cigarini (Sottosopra, settembre 2018). «Dopo mezzo secolo di lavoro politico sia pratico che teorico, il movimento Me Too è arrivato a rompere il contratto tra uomini per regolare il loro accesso sessuale alle donne. A me non pare un tempo così lungo, se si tiene conto che le donne disposte a parlare, superando fastidi anche gravi e paure interne, hanno dovuto acquisire credibilità e autorità per essere ascoltate. Nel caso del Me Too è stata vinta finalmente la battaglia della narrazione femminile su quella maschile, battaglia che può fare da spartiacque nella storia del femminismo».

Le altre, tutte, che le conosca personalmente o no, mi fanno leggere l’arte come un territorio dove intercettare relazioni con donne e uomini, e non con un artista neutro/maschile. Anche questo è stato un sopruso che, per secoli, ha impedito alle donne di scrivere, dipingere liberamente, ritenendolo un’irrilevante stranezza, destinata a sparire col tempo. E invece no. Le opere delle donne hanno resistito. Dal baule di Emily Dickinson a quelle di tante altre, continuano a ripresentarsi nell’arte, nella scienza, nella letteratura, nella filosofia. Perché, come scrive Rebecca Solnit (Gli uomini mi spiegano le cose – Ponte alle Grazie, 2018), «Esiste una controcritica che cerca di ampliare l’opera d’arte, creando legami, spalancando significati, aprendo possibilità. Una bella critica può liberare un’opera d’arte che così potrà essere vista nella sua interezza, restare viva, intrattenere un dialogo senza fine che continui a nutrire l’immaginazione».

Questo nutrimento l’ho avuto anche dall’opera d’arte immateriale di Ida Farè, che mi ha fatto immaginare imprevedibili modi di abitare, smarrirsi, riemergere giocando le competenze della cura insieme all’intuizione teorica.

Haegue Yang, Tightrope Walking and Its Wordless Shadow, a cura di Bruna Roccasalva

Fondazione Furla e Triennale Milano, 7 settembre – 4 novembre 2018

Leonor Antunes, the last days in Galliate, a cura di Roberta Tenconi

Hangar Bicocca, Milano 14 settembre – 13 gennaio

Paola Anziché, Materiali, a cura di Quarta Vetrina

Libreria delle donne di Milano, 12 settembre – 5 ottobre 2018

 

 

Condotta da LUISA MURARO con l’assistenza di TERESA PANSERA. Nata per iniziativa di LOLA BRUNETTO

 

TERZO ANNO ACCADEMICO 2018/19

DA NOVEMBRE AD APRILE LA 3a DOMENICA DI OGNI MESE

 

Quest’anno ci dedicheremo a un problema facile da dire difficile da risolvere

IMPARARE A VIVERE

 

Il giorno 11 novembre 2018 alle ore 15, presso la Libreria delle donne di Milano, nei locali del Circolo della Rosa, riaprel’Accademia delle piccole filosofe aperta anche ai piccoli filosofi, per il suo terzo anno di vita. È stata fondata da Lola Brunetto di anni 13 e da Luisa Muraro di anni 80.

Non è una scuola né una sala di gioco, ma un luogo-tempo che dedichiamo a pensare, parlare, ragionare, conoscere altre persone e noi stesse. Quest’anno, che cosa faremo? Ci aiuteremo a vicenda parlando, leggendo e pensando.

Luisa (guida di filosofia) e Teresa (maestra di scuola)propongono di fare così: scegliamo insieme una domanda per la volta dopo e scegliamo due persone, una piccola e una adulta, che la presenteranno. La volta dopo, le due persone scelte parleranno per prime; poi parleranno le altre per dire la loro idea e discuterla insieme. Non escludiamo di scrivere o di recitare, ci servirà a pensare meglio. Ma che tipo di domande? Quelle che vogliamo, per esempio: “perché dobbiamo andare a scuola, e i gatti invece no?”; “perché, secondo alcuni, gli abitanti dell’Africa non sono liberi di venire in Europa?”; “è vero che in futuro non morirà nessuno?”; “si sta meglio da grandi o da piccoli?”…

Letture consigliate: Pinocchio di Collodi, la Bibbia, fiabe Per queste e altre letture, avrete a disposizione la Libreria delle donne. Tranne i libri, non c’è da pagare niente.

 

C/O LIBRERIA DELLE DONNE Via Pietro Calvi, 29 Milano (vicino a Piazza Cinque Giornate)

 

DATE INCONTRI:

11 novembre, 16 dicembre 2018; 20 gennaio, 24 febbraio, 17marzo, 14 aprile 2019

dalle ore 15.00 alle ore 17.00

Iscrizioni entro il 5 novembre 2018: lola.brunetto@gmail.com tel. 333.6986820 chiedendo di Lola.

 

(www.libreriadelledonne.it, 8 novembre 2018)

di Shendi Veli

Incontro nazionale a Bologna. «Questo è un movimento maturo, che riconosce la violenza maschile come strutturale, capace di ricollegare i nessi tra sfruttamento, sessismo e razzismo, e che punta a una liberazione di tutte le soggettività oppresse. I migranti, e ancora di più se donne, lesbiche, trans e queer, sono oggi i più colpiti dalla torsione nazionalista e neoconservatrice che sta investendo l’Italia e il mondo»

Erano un migliaio ieri a Bologna per l’incontro nazionale di Non Una Di Meno. Numeri importanti che mostrano come, a due anni dalla sua nascita, la marea non accenni a ritirarsi. Tra le numerose presenze: la rete dei centri anti-violenza DiRe, la Casa internazionale delle Donne di Roma, collettivi femministi e lgbtq, sindacati di base, ma anche tante donne e uomini di tutte le età, che hanno aderito al movimento.

MOLTI I TEMI EMERSI; dopo un’estate tetra in cui femminicidi, aggressioni a migranti, omossessuali, e forme di vita non conformi, hanno segnato le pagine della cronaca, è stata ribadita l’urgenza di costruire una risposta trasversale alle politiche fasciste di questo governo che danno inevitabilmente l’imprinting ai provvedimenti legislativi. Come il disegno di legge firmato dal senatore leghista Pillon, tra i promotori del Family Day.

TRA LE COMUNICAZIONI più forti della giornata, la decostruzione delle politiche securitarie e l’antirazzismo, considerati il recente Decreto Sicurezza e l’arresto del sindaco di Riace. «Questo è un movimento maturo, che riconosce la violenza maschile come strutturale, capace di ricollegare i nessi tra sfruttamento, sessismo e razzismo, e che punta a una liberazione di tutte le soggettività oppresse. I migranti, e ancora di più se donne, lesbiche, trans e queer, sono oggi i più colpiti dalla torsione nazionalista e neoconservatrice che sta investendo l’Italia e il mondo» dice Beatrice, del nodo bolognese di Non Una di Meno.

ALTRA QUESTIONE affrontata dagli interventi è stata la critica alla proposta gialloverde di reddito di cittadinanza.

Uno degli slogan principali del movimento fin dai suoi primi passi è stato il «reddito di autodeterminazione», forma di sostegno universale e slegato dalla famiglia che garantisca alle donne l’indipendenza economica, base dell’emancipazione materiale e affettiva. Nel pomeriggio l’incontro si è articolato in cinque tavoli di lavoro: Strategie contro la violenza di genere, diviso in tre sottogruppi, Educazione, Norme anti-femministe e Spazi femministi. Gli altri workshop sono stati dedicati al Lavoro e Welfare, a Immigrazione e antirazzismo, a Corpi, ambiente e territori (campagna Rigeneriamoci), e infine a Salute e autodeterminazione.

ALLA PRESENZA DELL’ATTIVISTA Marta Dillon che ha portato i saluti delle compagne argentine, frequenti i riferimenti alla dimensione transnazionale del movimento, elemento innovativo che pone il femminismo al cuore della fase politica globale, come alternativa concreta al riemergere di sovranismi e confini. Una esigenza condivisa visto l’incontro del movimento femminista spagnolo, e – sempre ieri – l’imponente assemblea internazionale a Francoforte a cui hanno partecipato delegate dell’Ypg curdo e del movimento zapatista.

Oggi, nella riunione conclusiva, verranno discussi i report dei vari assi tematici, e si andrà verso il lancio di una grande manifestazione nazionale il 24 novembre.
Intanto è stato proclamato uno stato di agitazione permanente che seguendo varie tappe andrà a costruire la data dell’8 Marzo, collocandosi dentro lo sciopero femminista globale.

(il manifesto, 7 ottobre 2018)

di Vita Cosentino

 

È stata per me una fonte di sorpresa e gioia leggere Sessantotto, due generazioni di Francesca Socrate (Laterza euro 22,00). Mi sono ritrovata in pieno in quelle pagine, con le mie scelte di allora e i miei azzardi, con la differenza sostanziale di approccio al movimento che sentivo per esempio con mia sorella maggiore o con il suo compagno, di solo tre anni più grandi di me.

Ma andiamo con ordine.

L’autrice prende in considerazione, in Italia, il ’68 breve, quello che si riduce a un anno compreso tra l’autunno del ’67 e l’autunno successivo, ma non per farne la storia politica delle idee, delle azioni, dei passaggi. Lascia da parte anche l’esame delle conseguenze e dei lasciti, per concentrarsi sul piano concreto della sua realtà sociale e antropologica: ragazzi e ragazze con il loro passato, la cultura che avevano alle spalle e il mondo mentale che incarnavano. La stessa autrice fa parte di quella storia e lo dichiara all’inizio: «studentessa universitaria al primo anno e nel movimento dalla prima assemblea». Nel testo si avverte una negoziazione continua tra il suo punto di vista di storica e quello di una del ’68. Per lei l’unica possibilità di affrontare la questione è «l’esserne consapevole e che ne sia consapevole anche chi legge.» (XVI)

La ricerca di Francesca Socrate è basata su interviste raccolte nell’arco di quasi un decennio a uomini e donne che hanno partecipato al movimento nelle varie sedi universitarie italiane. Tutto il materiale raccolto è stato poi analizzato tramite la linguistica computazionale, che usa l’analisi automatica dei testi. Ammetto una mia iniziale diffidenza per la scelta di inserire automatismi nella sua ricerca. Ultimamente sono molto critica al riguardo, considerando, per esempio l’invasione degli algoritmi in ogni aspetto della nostra vita. In questo caso mi sono dovuta ricredere perché ha usato gli strumenti informatici con discernimento, per individuare piste di ricerca e non per determinare risultati. Come sostiene l’autrice, su un corpus di 63 interviste questo trattamento permette di evidenziare elementi linguistici spesso inaspettati che indirizzano la ricerca su strade diverse da quelle previste. Porta come esempio il fatto che nelle parole che hanno usato le donne ricorrono avrei e sarei quasi sempre come ausiliari di condizionali passati: “Se non avessi fatto il ’68 avrei… sarei…”. L’autrice è partita da qui, per chiedersi che significato avesse questo condizionale in prima persona nel racconto di ciascuna. E in due interviste in particolare, quelle di Maria Frieri (Torino) e Maria Sofia Cutolo (Napoli) con quella formulazione linguistica le intervistate delineano fin nei dettagli il percorso di vita prefissato – di mogli e di madri, possibilmente con un lavoro compatibile – che hanno schivato scegliendo il ’68.

La lettura del libro mi ha così intrigata perché sono due le differenze che la Socrate prende in esame e sviscera: quella generazionale e quella dell’essere donna. Ed entrambe mi riguardano.

La sua prima affermazione importante è che nel ’68 confluirono due generazioni sostanzialmente diverse per cultura politica, per atteggiamenti, per visione del mondo, sebbene siano separate da uno scarto minimo di età: la generazione della guerra nata fino al ’45 e la generazione del dopoguerra – a cui io appartengo – nata fino al ’50. La prima ha potuto ancora fare esperienza delle organizzazioni giovanili dei partiti, del loro declino, delle minoranze eretiche che ne sono scaturite, del fermento intorno a riviste e a nuove riflessioni, e sarà la generazione che più esprimerà i leader del movimento. La seconda è già al di là di tutto questo in una sorta di nomadismo politico che guarda più alla piazza come spazio pubblico. Infatti a cominciare dal ’62 con la crisi dei missili a Cuba compaiono nelle piazze masse di studenti a prescindere dalle forme organizzative della politica ufficiale, per culminare poi con la protesta contro la guerra in Vietnam nel ’67. È una generazione non più disposta a riconoscere la legittimità di gerarchie fondate sulla rappresentanza, «insomma quello che si andrà definendo di lì a poco come rifiuto della delega». (p. 23) È un’esperienza di politica diretta, di politica in prima persona, quella che più segna la seconda generazione, che andrà a costituire la massa del movimento. Nel libro questa tesi è argomentata a fondo sia con ricerche storiche sulle organizzazioni giovanili dei partiti, sia con l’analisi di ampli stralci di interviste rispetto al vissuto, alla memoria delle due generazioni e alle differenze sociali che le attraversano.

Francesca Socrate nel suo lavoro dedica molto spazio alla differenza di essere donna. È un’attenzione che percorre tutto il testo e che viene messa a tema nel capitolo Mai così tante. In precedenza non si era mai vista una così grande partecipazione spontanea di ragazze e con un tale grado di adesione. Certo poche intervenivano in assemblea, poche erano dirigenti, la loro presenza era più attiva nei controcorsi, nei seminari, nelle occupazioni, nello scambio quotidiano, nella vita in comune. Nel ’68 la leadership è e rimane sostanzialmente maschile. Lo sappiamo. Si è parlato di occasione mancata di incontro con il femminismo. Si è parlato di rivolta nella rivolta (Muraro) per definire quel gesto di separazione dai maschi che è il gesto inaugurale del femminismo, cominciato proprio in una università americana nel 1966.

Lo sa bene anche l’autrice, tuttavia le interessa indagare l’aspetto esistenziale che emerge dalle interviste e che la porta ad affermare che «partecipare al ’68 per le donne è stato uno strappo, una rottura profonda che mette in pericolo l’intera impalcatura del destino sociale scritto per loro». (p. 87) Rottura e non sono infatti le parole più ricorrenti nelle interviste femminili. Non lo è in assoluto, a segnare conflitti duri con l’autorità patriarcale, più duri di quelli affrontati dai maschi. Per le ragazze di allora, me compresa, da tempo erano già in atto conflitti in famiglia per l’autonomia delle scelte, per la libertà di muoversi, di leggere, di pensare, di vestirsi a proprio modo, in una parola di esistere. Nel ’68, con la forza della dimensione collettiva trovano il modo di esprimersi radicalmente. La rottura si traduce per lo più nell’andare via di casa a volte in modo drammatico, come nel mio caso, a volte in modo più conciliante. “Non mi comandi più” detto da una figlia al padre, è la frase che meglio la esprime.

Leggendo quella frase la verità che mi si è ripresentata davanti è che io ho fatto il ’68 e sono scappata di casa senza un soldo, per sfuggire al dominio paterno e avere un’esistenza libera. Fatto quel passo, penso che per me fosse quasi inevitabile diventare in seguito femminista.

(www.libreriadelledonne.it, 5 ottobre 2018)

di Laura Fortini

GENEALOGIE. A proposito di «Elena Ferrante. Parole chiave», di Tiziana De Rogatis. Una densa e articolata monografia sull’autrice della fortunata tetralogia dell’Amica geniale, edita da e/o. Il volume verrà presentato sabato alle 18 nell’ambito di «InQuiete, festival delle scrittrici a Roma»

Per il percorso compiuto da Elena Ferrante e le sue opere si potrebbe adoperare il titolo di un libro di Carol Lazzaro-Weis dedicato alle scrittrici italiane e intitolato From Margin to Mainstream, del 1993: Ferrante ancora non vi compare perché L’amore molesto è del 1992, ma vi sono già tutti i presupposti perché la sua opera, che si svilupperà nei decenni successivi, sia rappresentativa di quel lungo percorso compiuto da scrittrici e critica in Italia di spostamento progressivo ma inesorabile dai margini al centro, appunto.

Tiziana De Rogatis dedica un intenso e articolato volume a Elena Ferrante. Parole chiave (edizioni e/o, pp. 295, euro 18), soffermandosi soprattutto sulla tetralogia de L’amica geniale, i cui quattro volumi si sono succeduti uno l’anno a partire dal 2011, concludendosi con ritmo serrato nel 2014. Ma è interessante già nel titolo del volume di de Rogatis lo slittamento dalle opere all’autrice, la cui identità per altro è così tanto misterica e discussa anche troppo inopinatamente, e difesa nella sua discrezionalità assai giustamente da de Rogatis.

Si potrebbe però osservare che l’identità di Elena Ferrante scrittrice appartiene alla World Literature tanto quanto le sue opere, soprattutto a partire dal successo del ciclo de L’amica geniale, davvero mainstream, come ricorda Tiziana de Rogatis, che nota, anche, come le opere precedenti, da L’amore molesto a I giorni dell’abbandono, del 2002, fino a La figlia oscura, del 2006, non abbiano avuto i caratteri di centralità della tetralogia, mantenendosi piuttosto ai margini del dibattito critico.

Come si diviene quindi un classico della contemporaneità? Riscrivendo il grande romanzo delle origini, definizione tratta da La frantumaglia di Ferrante (nella nuova edizione del 2016), che Tiziana de Rogatis fa propria: il che significa giocare con generi e sottogeneri, dal romanzo storico di manzoniana memoria al melò e addirittura il fotoromanzo, perché no, con caratteri di pastiche innovativi che per altro sembrano essere una delle marche distintive delle scrittrici tutte, italiane e di altre lingue madri.

Il pensiero va ad esempio ad Antonia Byatt, autrice di un’altra altrettanto importante tetralogia dedicata alla meravigliosa storia della vita di Frederica Potter, al punto che i volumi de La Vergine nel giardino del 1978, Natura morta del 1985, La torre di Babele del 1996, Una donna che fischia del 2002 (tutti pubblicati in Italia da Einaudi) vanno sotto il titolo di The Frederica Quartet Series, e il cui dialogare con i generi e sottogeneri letterari è una delle tracce distintive di una scrittura che si può definire classicamente contemporanea., anche senza necessariamente tirare in ballo il postmoderno e con esso tutto quello che comporta.

Molte le parole chiave individuate da Tiziana de Rogatis, il cui libro ha innanzitutto il pregio godibile di effettuare una efficace rilettura e un riattraversamento complessivo delle opere di Ferrante con un dialogo serrato in cui sovente si adopera La frantumaglia come documento di poetica e una sorta di auto-bio-grafia implicita, anche se potrebbe essere letto e analizzato come opera a sé stante con caratteri di finzione e architettura compositi e complessi proprio come i romanzi. Napoli, le due lingue (quella italiana e quella regionale), la violenza raccontata dalle donne, la Storia e le storie, sono alcuni dei nessi forti presi in esame, ma soprattutto la smarginatura della trama e la frantumaglia del vivere sono due parole chiave distintamente individuate da de Rogatis come proprie della World Literature cui appartiene Ferrante autrice e scrittrice. Che si colloca tra Ortese e Morante, entrambe sicuramente sue antecedenti come in modo esplicito ricordato da Ferrante stessa: romanzo genealogico perciò del conflitto e del riconoscimento – altre due parole chiave individuate da de Rogatis – anche con le scrittrici che la precedono, come de Céspedes e Ginzburg, ricordate per il loro Discorso sulle donne del 1949, ma si potrebbero rievocare le due amiche protagoniste di Prima e dopo di Alba de Céspedes, a riprova di una letteratura che sulle relazioni amicali tra donne, a partire da Veronica Gambara e Vittoria Colonna, ha ancora molto da dare per ciò che riguarda quanto irrapresentato dalla scrittura a firma di uomini della tradizione.

E se le Lila e Lenù dei quattro volumi de L’amica geniale sono due nomadi in cerca della loro Heimat, come scrive efficacemente de Rogatis, altrettanto nomade è il loro oscillare tra emancipazione e liberazione, tra personale e politico come da nesso forte del pensiero e delle pratiche femministe degli anni Settanta, evidente sottotesto di Ferrante che non a caso ricorda ne L’amica geniale Carla Lonzi e il suo Sputiamo su Hegel.

Come altrettanto evidente, pur se nel complesso e magistrale viluppo perturbante della narrazione, è il riferimento all’ordine simbolico della madre di Luisa Muraro.

Figlie quindi di molte madri, le Lila e Lenù di Elena Ferrante: dalla Didone emblema dell’amore tra polis e passione e rispetto alla sua complessa figura il riferimento è agli studi su Il mito di Didone di Paola Bono e Maria Vittoria Tessitore (Bruno Mondadori editore, 1998), di cui Ferrante costituisce ulteriore tessera da aggiungere alle sue avventure di una regina tra secoli e culture; fino alla Modesta di Goliarda Sapienza, molte sono le personagge che si possono rievocare come antecedenti e genealogicamente precursore. E che rappresentano l’elemento di forza e di equilibrio di una ormai costituenda per non dire costituita a tutti gli effetti tradizione di scrittrici in lingua italiana e in altre lingue, rispetto a quella che de Rogatis individua come una genealogia femminile della svalutazione al punto di definirla una «genealogia obliqua».

Lila e Lenù nel loro complesso attraversare il Novecento – proprio come Modesta e molte altre – sono oltre che figlie del padre così come da definizione di Maria Serena Sapegno, anche figlie di madri. Padri violenti e madri altrettanto violente nel plot narrativo, padri autorevoli come Lewis Carrol per la sua Alice, madri altrettanto autorevoli anche quando matrigne come Napoli città e la sua letteratura, o madri simboliche come le scrittrici italiane tutte del Novecento alle quali la critica a firma di donne rende oggi omaggio in molti modi, tra i quali quello di Tiziana de Rogatis a Elena Ferrante, appassionato e ricco per determinazione critica e complessità degli elementi in gioco.

Ma Lila e Lenù sono anche precursore di quanto focalizzato nella contemporaneità da geniacci della sceneggiatura come Shonda Rhimes, che in Grey’s Anatomy mette al centro della narrazione non solo la voce di Meredith Grey ma anche la relazionalità amicale in cui si è l’una la persona dell’altra, senza infingimenti, veli di sorta né occultamenti, anche in virtù dell’invidia reciproca, dei furti non poi tanto prometeici, dei cambiamenti al limite della rispettiva irriconoscibilità, proprio come nel caso di Lila e Lenù che dall’infanzia e dal loro essere bambine arrivano alle soglie della vecchiaia. E quindi figlie e al tempo stesso già antenate di quante verranno poi, questo fa di loro e di Ferrante già un classico della contemporaneità.

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Prende il via oggi la seconda edizione di InQuiete, il festival delle scrittrici che a Roma lo scorso anno si è distinto in un panorama cittadino e nazionale come una delle manifestazioni più sorprendenti e attese. Anche quest’anno il progetto della Libreria delle donne Tuba e dell’Associazione MIA luccica di ospiti di rilievo, da Luciana Castellina (che presenterà il suo libro «Amori comunisti» domenica alle 17, presso il palco biblioteca) a Vivian Lamarque, da Jhumpa Lahiri, Chiara Ingrao, Ritanna Armeni (che presenterà il suo libro in dialogo con Daniela Preziosi), Maria Rosa Cutrufelli a Michela Murgia, Chiara Valerio e molte altre; come lo scorso anno, focus su alcuni ritratti di scrittrici: da Sylvia Plath a Natalia Ginzburg passando per Laudomia Bonanni e altre. Novità riguardo gli esordi in una sezione (che si svolgerà domenica) a cura della Società Italiana delle Letterate; alle 15, Carla Fiorentino presenta «Cosa fanno i cucù nelle mezz’ore» e Carolina Orlandi presenta «Se tu potessi vedermi ora». Alle 20 invece sarà la volta di Giorgia Tribuiani che presenta «Guasti» e Sara Gamberini con «Maestoso è l’abbandono» (Introduce Laura Marzi).

Il programma completo: http://www.inquietefestival.it/

(il manifesto, 4 ottobre 2018)

di Tanina Cordaro

Chiedere a una vittima di violenza come era vestita. O a una donna picchiata perché aveva fatto arrabbiare il marito. Gli stereotipi di genere contenuti nelle sentenze nel libro La mia parola contro la sua.

Giudice penale, nominata Wo-Men Inspiring Europe 2014 dall’EIGE (European Institute for Gender Equality), Paola Di Nicola è ricordata per la sua sentenza rivoluzionaria nel processo sulla prostituzione di due minorenni della Roma bene, quando sostituì il risarcimento in denaro con libri sul pensiero delle donne. Il 4 ottobre edito da HarperCollins esce il suo nuovo libro La mia parola contro la sua. Quando il pregiudizio è più importante del giudizio, dove la giudice svela il pregiudizio che si nasconde anche nelle aule dei tribunali e nelle sentenze. «L’impressionante estensione del fenomeno della violenza contro le donne impone di chiedersi se ci sia o meno un’incapacità della magistratura e, prima ancora, delle forze di polizia nel perseguire efficacemente questi crimini», spiega l’autrice. Paola Di Nicola ha spiegato a LetteraDonna perché nessuno può dirsi sicuro di essere libero dai propri pregiudizi, neanche chi giudica.

DOMANDA: Qual è secondo lei il peggior pregiudizio giudiziario nel nostro Paese?

RISPOSTA: Che le donne che denunciano esagerano o, peggio, potrebbero mentire quando subiscono dai loro compagni violenza domestica. Una violenza spesso tradotta inspiegabilmente in termini inoffensivi come «liti familiari, incomprensioni, alterchi».

Gli stereotipi di genere contenuti nelle sentenze possono contribuire a creare un clima di sfiducia nella giustizia da parte delle donne che hanno subito violenza. In che modo avvocati e giudici possono estirparli dalle decisioni che prendono nei processi?

Hanno un ruolo determinante perché, attraverso le domande che pongono alle vittime e agli imputati dei reati di violenza maschile o di violenza sessuale, rischiano di replicare stereotipi che indirizzano la risposta, contengono un giudizio di valore o morale.

Può farci un esempio?

Se l’avvocato, il pm o il giudice chiede alla donna vittima di violenza sessuale come fosse vestita o perché avesse reagito in un modo piuttosto che in un altro, appare evidente che il pregiudizio inquinante che entra nel processo è che la vittima abbia una qualche forma di responsabilità. Non è un caso che a una vittima di rapina questa domanda non venga mai posta.

Oppure?

Chiedere a una donna massacrata di botte dal marito perché avesse assunto un certo comportamento (come uscire con le amiche o restare a lavoro fino a tardi), pur prevedendo che avrebbe potuto scatenare quella furia violenta: questo determina l’immediata convinzione, anche nella vittima oltre che nell’imputato, di essere stata la prima la vera causa della commissione del reato.

Lei si definisce una giudice. Perché in Italia la declinazione al femminile delle professioni di potere è ancora così osteggiato?

Perché la lingua è lo spazio più importante di rappresentazione ed esercizio del potere, infatti chi non è nominato non esiste, mentre chi lo è c’è e ci sarà sempre. Le donne si escludono dai luoghi di potere anche non nominandole quando vi si trovano e vi sono arrivate dopo durissime battaglie di chi le ha precedute. Dovrebbe essere chiesto a chi usa il femminile solo per parrucchiera perché non riesce ad usarlo per ingegnera o per ministra visto che la grammatica italiana ce lo imporrebbe, come scrive l’Accademia della Crusca.

Quali altre conseguenze comporta la declinazione esclusiva al maschile?

Quella di dimenticare donne straordinarie, coraggiose e competenti. Come Alma Sabatini che nel lontano 1987 riuscì a scrivere, su incarico della Presidenza del Consiglio dei Ministri dell’epoca, le Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana. Raccomandazioni a cui ci dovremmo istituzionalmente attenere. E io mi chiedo: questo lavoro culturale e simbolico enorme che fine fa se le donne si nominano al maschile proprio nei luoghi di potere in cui quelle donne le hanno portate?

Nel suo libro si legge che per i mafiosi l’unica donna veramente importante è e deve essere la madre dei suoi figli. Le altre sono tutte «puttane». Questa idea però è comune anche agli uomini non mafiosi. Secondo lei chi può «educare» questi uomini a un maggiore rispetto delle donne?

Ognuno di noi, donne e uomini, nessuno escluso.

Tre sono le «fimmini ribelli» che ritrae nel suo libro (Rita Atria, Carmela Iuculano e Maria Concetta Cacciola), donne che hanno avuto la forza di sradicare gli stereotipi all’interno della cultura mafiosa. Oggi chi è la fimmina più ribelle?

Non ce n’è una sola per fortuna, sono ribelli tutte le donne che vivono libere dagli stereotipi che vengono loro affibbiati dal giorno della nascita fino a quello della loro morte. Per farlo ci vogliono consapevolezza e tanto tanto coraggio.

Qual è secondo lei il prossimo passo che dovrebbero compiere le donne del movimento #MeToo?

Dare una forma anche teorica a questa straordinaria rivoluzione non violenta e creare una nuova forma di gestione del potere, non fondata sulla sopraffazione, per donne e uomini liberi.

Il 30 novembre arriva su Netflix una delle serie tv più attese, Baby, ispirata al caso delle baby-squillo della Roma bene. Il caso, scoppiato nel 2013, aveva coinvolto anche lei in veste di giudice. Cosa spera di vedere in questa serie e cosa si augura di non trovare?

Mi auguro di non vedere replicata l’idea, a suo tempo proposta da molti giornali, fondata solo sull’ignoranza del fenomeno, che le ragazzine che si prostituiscono sono libere e smaliziate, sono arrampicatrici sociali che cercano solo denaro e che la prostituzione è una scelta glamour e inoffensiva. Mi auguro che quegli uomini adulti che comprano l’adolescenza e talvolta persino l’infanzia, per pochi o tanti soldi, vengano chiamati con il loro nome, quello che è dato loro dalla legge italiana e dalle Convenzioni internazionali: pedofili.

(www.letteradonna.it, 4 ottobre 2018