Ciao, la parte del sito in cui riportate articoli è una rassegna stampa o è una proposta di lettura di articoli che almeno in parte condividete? Perché se avete pubblicato «Transiberiana»* nella prima ottica, niente da dire (anche se mi aspetterei comunque un’aggiunta di criticità a una vostra rassegna stampa “dicono di noi”) mentre se vi piace forse vi sfuggono alcune cose: terf è un insulto, usato spesso in connessione con le parole “I kill terf” o altre simili ‘diversamente pacifiche’; vogliamo parlare di femministe contro transgender (e già si capisce da dove partirebbe l’attacco e quindi il torto, in questa ricostruzione quanto meno fantasiosa di fatti che la giornalista non descrive), dove sono allora le voci delle femministe così accusate? come si fa a continuare con la stupida accusa di transfobia a un’associazione che da decenni ammette le trans tra le sue socie? Vi è sfuggita l’iniziativa nell’ambito del pride 2018 «Quattro elementi» organizzata da Arcilesbica e con due trans invitati a parlare? Strano, perché alcune di voi c’erano. Che cosa esattamente condividete di questo articolo infamante verso arcilesbica e le femministe?
Saluti.
Daniela Danna
Cara Danna, abbiamo pubblicato nella sezione Dalla stampa l’articolo cui ti riferisci, apparso su Marie Claire, Trans-siberiana, la guerra fredda tra femministe e mtf è scoppiata davvero?, dopo averlo letto e discusso in redazione. È vero che il pezzo contiene inesattezze e forzature nella prima parte ma lo abbiamo pubblicato perché le risposte di Monica Romano in poche righe chiariscono alcuni nodi importanti. Ad esempio ricollocano questa “guerra fredda” nei paesi anglosassoni dove è nata e ridimensionano il riflesso che è giunto in Europa. Inoltre la Romano si dice femminista e distingue tra femminismo e “frange terf” (femminismo radicale trans escludente), acronimo usato come insulto, che non si può attribuire alle femministe in generale e tanto meno in Italia. Significativo anche che lei rilevi la misoginia di molti gay nel movimento Lgbt e che sottolinei la necessità di un’unità contro il patriarcato tra donne e donne transgender. Punti importanti che di certo non si pretende esauriscano il dibattito in merito.
Quanto all’evento i “Quattro elementi” organizzati da AL, non ci è affatto sfuggito, anzi è stato plaudito come un segno politico importante e necessario, di sicuro da quelle di noi presenti.
Saluti, a presto.
Stefania per la redazione del sito
(www.libreriadelledonne.it, 9 novembre 2018)
di Cristiana Fischer
Perrault pubblica la fiaba di Barbablù allo scoccare del 1700. Mia nonna, veneziana di Corfù, instancabilmente mi raccontava infinite versioni della stessa fiaba: l’uomo potente, la giovane sposa, l’ordine di non indagare il suo segreto, la sposa-bambina salvata. Blu notte è la barba, un buio che affascina come l’inconscio e il sesso con lo sposo. Egli possiede un grande spazio aperto e organizzato, in cui la sposa si muove alla luce del sole, sempre al suo fianco. Ma c’è anche un piccolo spazio chiuso, e una piccola chiave di accesso, se lei la userà incontrerà la morte.
Desirée, come molte spose in famiglia o altre in diverse circostanze, è stata uccisa in una zona extraterritoriale nel centro di Roma. Ci sono diverse zone di extraterritorialità, dove gruppi criminali fanno la legge e regolano a loro modo i rapporti tra i maschi e le femmine. Mafia e ’ndrangheta governano famiglie e lavoro in larghe zone del nostro paese, dove lo stato è quasi ritirato. Su strade e strade la mafia nigeriana mette al lavoro le sue donne.
Nella fiaba di Perrault la giovane sposa è salvata da due suoi fratelli, e alla fine eredita e diventa ricca. Se la fiaba in generale parla del sesso con l’uomo quella di Perrault ne parla in modo contraddittorio: c’è il blu affascinante e pericoloso dell’incontro con la sessualità maschile, ma ci sono anche i fratelli biondi e arditi della sposa che uccidono con le spade (sublimate dal tabù dell’incesto), una sessualità di rapina e possesso, inaugurando il diritto della successione e dei beni.
Alcuni commenti maschili sui fatti che hanno condotto alla morte Desirée richiamano la consapevolezza della vicinanza tra sesso e morte e invitano a lavorare sull’inconscio. Mi ricordano i fratelli: anch’essi con spade di parola – sia pure troppo tardi – intendono non solo vincere Barbablù ma anche uccidere il Barbablù dentro di loro.
Nella nostra cultura individuale dell’uguaglianza si farebbe quindi luce – non sul sesso ma sul rapporto tra uomini e donne. In questi rapporti le donne entrano come singole, mentre gli uomini stuprano in gruppo, o a volte uccidono lei e poi si denunciano e si consegnano, tanto si sentono in compagnia della legge! D’altra parte i fratelli che vorrebbero garantire le donne e chiamarle ad allearsi non riescono a rendere libero il territorio, non a sciogliere i modelli familiari mafiosi – perché con le mafie fanno affari, anche con quella nigeriana dato che usano i servizi delle loro donne. I fratelli illuminati e illuministi non riescono a regolare il mercato liberista, in cui tutto si vende all’impronta, perché non possiedono misure certe di valore. Tocca ancora al femminismo indicare terreni comuni da fertilizzare.
(www.libreriadelledonne.it, 9 novembre 2018)
di María-Milagros Rivera Garretas
In un notiziario molto seguito, diceva stamattina una sindacalista che i permessi di maternità “penalizzano sempre la stessa, la madre”; e che per questo bisogna darli della medesima durata anche al padre. Gli errori di pensiero di questo calibro, Simone Weil li ha chiamati quasi un secolo fa “errori di epistemologia”. E ha scritto: la capacità civilizzatrice di una civiltà si misura con gli errori di epistemologia in cui tale civiltà non mette la gente. Che una donna dica che i permessi di maternità bisogna darli anche – e uguali e, in caso, intrasferibili – al padre, è un errore di epistemologia. Un errore che fa spavento perché mette a nudo ancora una volta la poca capacità civilizzatrice della nostra cultura occidentale alla fine del patriarcato. Alcune donne, per paura e per alienazione, tentano di puntellare ciò che resta del patriarcato, invece di dire la propria verità, la verità delle donne.
È una penalizzazione per una madre stare con la sua bambina o il suo bambino, baciarla, allattarla, mettere via la sveglia e crescerla a suo gusto e ritmo? È la sua liberazione uscire di corsa a lavorare, lasciandola in mano a chiunque, un soldato, un padre…? È liberatorio per una madre ripetere gli errori della feroce competitività maschile nel mercato del lavoro? No. Mi dispiace. La competenza, in particolare quella femminile, è civilizzatrice perché è competenza simbolica, di senso; la competitività, no.
Nel libro L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto (2016) Luisa Muraro ha scritto che il “permesso” di maternità è degradante per una donna. Fermati un istante prima di pensare che è pazza. È una verità come un tempio, di quelle che, come i templi, danno un taglio nel terreno e improvvisamente aprono a qualcosa di sacro, adesso a una nuova civiltà, occidentale o non che sia. Non abbiamo bisogno, né le madri né le donne, di permessi maschili, né di maternità né di niente. Abbiamo bisogno di essere in pace quello che siamo: le signore del gioco della civiltà. È il mercato del lavoro che deve adattarsi alla maternità e all’essere donna, ai nostri gusti e modi, non la maternità né la libertà femminile al mercato del lavoro. Ancor meno quando la natalità è come è, coerentemente.
Noi donne vogliamo e necessitiamo il doppio sì: sì al lavoro pagato, sì alla maternità, ciascuno dei sì tutto intero, ciascuno dei due sì un tutto. Assurdo? No, non per una donna, che ha la capacità di essere due. Risulta assurdo solo alla testa razionale di un piccolo razionalista, di un piccolo patriarca, o di una donna deportata in tale sgradevole posto. Il lavoro non è più Dio.
Le donne hanno una propria produttività. È produttività di vita e di relazioni. Fa mondo e sostiene il mondo già fatto, rinnovandolo continuamente con la nascita e riaggiustandolo seppellendo i suoi morti. Ha la propria misura di valore del tempo e della ricchezza, una misura a cui il denaro, la ripetizione e la fretta stanno stretti.
Ha il proprio eccedente e il proprio plusvalore, che è l’autorità femminile, quel “di più” generato dalle relazioni, paradigmaticamente la relazione tra madre e figlia e tra madre e figlio, relazioni diverse, ciascuna con il proprio andare e la propria trascendenza. È un delitto e una stupidità perseguitarla o considerarla una condanna.
(Traduzione dallo spagnolo di Clara Jourdan. Testo originale: El permiso de maternidad ¿es degradante para una mujer?, http://www.ub.edu/duoda/web/es/textos/1/229/, 30 ottobre 2018.)
Comunicato della Rete contro l’Utero in Affitto
7 novembre 2018 Nessuno nasce da due uomini. Chi invece va all’estero per aggirare il divieto italiano contro l’utero in affitto premedita di imporre l’iscrizione anagrafica del/la neonata come figlio/a “di due padri”, strumentalizzando “il migliore interesse del/la minore”. Il migliore interesse del/la minore è non essere separato/a per contratto e per soldi da chi l’ha messo al mondo: sua madre. Apparteniamo al movimento femminista e al movimento lgbt, e in nome della non commerciabilità dell’umano siamo contrari/e all’utero in affitto.Se ci sono creature nate da GPA, egoisticamente private della madre e registrate con un solo genitore, il/la partner del genitore devono, se lo vogliono, chiedere di essere registrati come genitori adottivi – adozione in casi particolari -. In caso contrario si istituirebbe per le persone omosessuali una corsia privilegiata, mentre la Costituzione (art. 3) ci vuole uguali davanti alla legge. In nome della verità, c’è un genitore e un genitore adottivo, non due padri.Siamo, inoltre a favore della riforma della legge sulle adozioni, così da permettere un’adozione che tuteli appieno gli unici diritti concreti: quelli del bambino.Resta tutta la costernazione di fronte alla messa al lavoro della gravidanza, e alla separazione immediata del/la neonato/a dalla madre (si impedisce perfino l’allattamento per evitare l’attaccamento e la continuazione della relazione fusionale): non è ai diritti dei bambini che pensano gli utilizzatori della gpa, ma al proprio vanto.Se vi sono tuttavia bambine/i già al mondo via Gpa, che il genitore non biologico intraprenda il percorso dell’adozione, e non si pretenda che lo Stato certifichi ciò che non può darsi.Come Rete contro l’Utero in Affitto, infine, accogliamo con interesse l’istituzione di una Commissione presso il Consiglio Comunale di Milano che discuterà di utero in affitto e delle registrazioni dei cosiddetti “due padri” all’anagrafe, e ci rendiamo da subito disponibili a essere audite.
Rete contro l’Utero in Affitto (ArciLesbica, RadFem Italia, RuA, Se non ora quando-Libere, Se non ora quando – Genova, Udi), Aurelio Mancuso
di Ida Dominijanni
«Non è l’anno della donna, è l’anno delle donne», titola il sito della Cnn. «Non chiamatelo l’anno della donna, chiamatelo l’alba di una nuova era politica», scrive Jill Filipovic su Harper’s Bazar. «Se il 2018 passerà alla storia come l’anno delle donne non sarà solo per il record di candidate, ma anche e soprattutto per l’ondata di attivismo che è esplosa tra le donne», scrive Kate Zernike sul New York Times. Non ci stanno, loro e tante come loro, a incastonare e incastrare la mobilitazione femminile degli ultimi due anni nel numero di seggi rosa che alla fine uscirà dalle urne delle elezioni di metà mandato, né nel numero di record femminili che verranno stabiliti. Le elezioni durano un giorno, le legislature quattro anni, ma la scommessa della politica delle donne è più alta e più lunga. E il record più importante, l’aver messo in moto un’onda inarrestabile di soggettività politica femminile nel paese più potente del mondo governato da un presidente suprematista e misogino, è già stato incassato.
Certo, i numeri aiutano e confortano: su un totale di 964 candidati, le donne sono 272, e tra queste le candidate di colore sono cresciute del 75 per cento rispetto al 2012 e le bianche del 36. E anche i record sono significativi: Alexandria Ocasio-Cortez, la barista di 28 anni di origini portoricane che ha vinto le primarie democratiche del Bronx, può diventare la deputata più giovane della storia americana; Ilhan Omar, 36 anni, e Rashida Tlaib, 42, che le hanno vinte in Minnesota e in Michigan, le prime musulmane (e Omar la prima rifugiata); Stacey Abrams, 44, scrittrice e avvocata, la prima governatrice afroamericana, dopo 82 governatori bianchi, in uno stato di tradizione segregazionista come la Georgia; Deb Haaland in New Mexico e Sharice Davids in Kansas le prime deputate native americane e Paulette Jordan nell’Idaho la prima governatrice anche lei nativa; Gina Ortiz Jones la prima deputata veterana di guerra e dichiaratamente omosessuale, Lupe Valdez la prima governatrice ispanica e lesbica (entrambe in Texas), Christine Hallquist la prima governatrice transgender (del Vermont). E si potrebbe continuare a volontà considerando anche i seggi in palio al livello locale, ottima scuola di formazione della futura classe dirigente femminile. Che vengano conquistati o no, questi primati rendono efficacemente la novità principale di cui le donne sono portatrici nel campo democratico: un’impennata del numero di candidate delle cosiddette minoranze coloured e lgbqt. Attenzione però, non si tratta della tradizionale identity politics che allinea e coalizza le suddette minoranze per quote di rappresentanza, ma precisamente del suo superamento nella pratica della “intersezionalità” rivendicata a lungo dal femminismo americano e diffusasi a macchia d’olio nelle mobilitazioni femminili più recenti.
“Intersezionali”, ovvero risultanti dall’intersezione tra diversi tratti identitari, sono gli stessi profili delle candidate: ciascuna si presenta e si rappresenta come una singolarità meticcia, che mescola ed elabora in modo originale le impronte di genere, di classe e di razza da cui la sua storia è marcata, e intreccia di conseguenza femminismo, lotta sociale e lotta al razzismo, con la consueta capacità delle donne di costruire reti di relazioni a partire da sé. Sottoscritta con un’intenzionalità comune alla Women’s march contro Trump del gennaio 2017, questa pratica ha finito col diventare un grimaldello per rinnovare la strategia, i metodi e la stessa constituency del Partito democratico: per allargare la platea dei votanti, avvicinare gli astensionisti, rimotivare le minoranze deluse, conquistare i giovani, spostare a sinistra, e spesso su contenuti socialisti, l’asse di un discorso politico da troppo tempo centrista. Per farsi un’idea di questa dirompenza basta fare la conta dei candidati democratici moderati sconfitti sul campo alle primarie, e leggere il racconto della campagna di Ocasio-Cortez contro Joe Crowley o di quella di Stacey Abrams e del suo staff multirazziale all’insegna dello slogan «You build what you intend to see».
L’efficacia dell’intersezionalità non può comunque far passare in secondo piano la centralità che la presa di coscienza e di parola femminile è tornata ad avere nella società americana sotto il doppio colpo della elezione di Trump, revenant dell’uomo bianco suprematista, e della sconfitta di Hillary Clinton, insegna consunta di un femminismo neoliberale troppo concentrato sull’obiettivo della rottura del “soffitto di cristallo”. Ci voleva una doppia riscossa e c’è stata. Per molte è cominciata semplicemente come racconta Caroline Stover, leader del gruppo Resist Trump Tuesdays di Atlanta, in un lungo reportage del Washington Post: «Sentivo che il modo in cui Trump degradava le donne e altri gruppi mi riguardava in quanto americana. Avevo bisogno di alzare la voce e dire “Questo non è il mio presidente, non è la mia America”». O come ricorda Jasmine Clark, ex sostenitrice di Bernie Sanders e ora candidata a sua volta: «Sono una donna, una nera, una scienziata, e quando Trump è stato eletto ho sentito che tutte e tre queste parti della mia identità erano sotto attacco, e ho deciso che dovevo fare qualcosa».
Dal 9 novembre di due anni fa a oggi la mobilitazione femminista non si è mai arrestata e si è radicalizzata, nei contenuti e nelle pratiche. E se è vero che sarebbe un errore misurare i suoi effetti dal numero di elette nei palazzi di Washington, è altrettanto vero che la fioritura di candidature femminili non ci sarebbe stata senza i precedenti delle già ricordate Women’s march e del #MeToo. Quest’ultimo ha rimesso al centro del discorso pubblico la parola femminile e la sua credibilità, ha incrinato visibilmente il consenso delle donne bianche nei confronti di un presidente accusato anch’egli più volte di molestie, e lo ha eroso anche all’interno dell’elettorato femminile repubblicano. Non senza contraccolpi tuttavia, come dimostrano gli effetti divisivi del caso Kavanaugh, che se per l’opinione pubblica illuminata, femminile e maschile, ha squarciato il velo del revanchismo dell’uomo bianco disposto a tutto pur di mantenere il suo potere traballante, per l’opinione pubblica trumpiana, maschile e femminile, dimostra invece la forza dello stato di diritto e del garantismo contro la sete di giustizia “fai da te” delle vittime di violenza: una argomentazione che torna a motivare, oggi, la fedeltà di alcune candidate repubblicane al presidente.
Un uso della legalità e del garantismo a difesa dei potenti che ben conosciamo in Italia, dove il
#MeToo è stato non a caso costantemente denigrato, a differenza che negli Stati Uniti, dalla quasi totalità dei media mainstream di ogni colore politico, fino al numero tuttora in edicola della rivista Micromega, dedicato ai “limiti” del #MeToo senza che se ne ricordi in precedenza uno dedicato alle sue ragioni e ai suoi meriti. O fino a una recente pagina della Lettura del Corriere della Sera sul suo presunto marchio irreparabilmente “hollywoodiano”, come dire che gli uomini italiani possono stare tranquilli perché da noi non attecchirà mai.
Intanto, nel cuore dell’impero, nessuno ha paura di dire che l’esito del Midterm è in gran parte in mano alle donne, candidate e soprattutto elettrici, visto che fra gli elettori registrati gli uomini sono per il 50 per cento favorevoli ai repubblicani e per il 44 per cento ai democratici, le donne favorevoli ai democratici per il 58 per cento e ai repubblicani per il 34. Se le americane oggi andranno in massa a votare, insieme con i millennial che sono scesi in piazza contro le armi, e se infliggeranno a Trump la prima battuta d’arresto dopo la sua resistibile ascesa, qualcosa sarà dovuto alle coraggiose guerriere anche dagli uomini italiani ed europei che attendono dal Midterm un segnale di interruzione della deriva sovranista globale.
(Internazionale, 6 novembre 2018)
di Luciana Tavernini
Jacinta Kerketta, Brace, traduzione e prefazione di Alessandra Consolaro, con testo hindi a fronte, Miraggi edizioni, Torino 2017, Euro 16,00
L’incontro con Jacinta Kerketta amplia il nostro sguardo non solo sulla complessa realtà dei popoli tribali dell’India dal punto di vista di una giovane donna, con una soggettività forte ma riesce a farci riflettere anche sulla nostra.
Conoscendo il suo lavoro e lei, come è avvenuto alla Libreria delle donne di Milano il 5 maggio 2018 durante il tour italiano che l’ha portata in varie università e librerie italiane (Venezia, Torino, Milano, Roma) ho capito da dove le proveniva questa forza e la capacità di muoversi in ambienti sempre più ampi. È una testimone in grado di mostrare non solo ciò che vede ma anche quello che non si vuol vedere e che lei sente, un sentire femminile fonte di conoscenza per tutte e tutti, alla maniera indicata dalla filosofa María Zambrano.
Ho scoperto attraverso la lettura delle sue poesie, pubblicate in Italia nel volume Brace, che Kerketta riconosce l’importanza del legame con la madre per una soggettività capace di trovare le parole che non nascondano ma illuminino la realtà e che aiutino a trasformarla, insomma per quello che il femminismo della libertà chiama politica del simbolico. Infatti fin dalla dedica, «A mia madre, Pushpa Anima Kerketta, fonte della mia ispirazione poetica», esprime riconoscenza pubblica verso sua madre, una donna che ha sostenuto il desiderio della figlia di diventare giornalista, con l’iscrizione alla facoltà di Mass Comunication di Ranchi, fatto che Jacinta ricorda nelle sue interviste.
La figura di una madre che, pur avendo sperimentato la violenza maschile e capitalistica, continua a lottare appare nella poesia Le armi nelle mie mani. Una madre che, anche se soccomberà, insegna alla figlia a portare avanti una lotta, in cui si tratta di salvare i sogni della madre, una lotta che va ben oltre la sola militanza.
La potenza immaginifica delle poesie di Kerketta è radicata nel suo essere donna e subito mi è venuto in mente il libro di Luisa Muraro, Non è da tutti, L’indicibile fortuna di nascere donna (Carocci, Roma 2011, p. 92 e seg) dove si sottolinea l’eccellenza femminile non come «superiorità relativa che richieda continui confronti […] ma che va riconosciuta per se stessa come un saper tenersi in presenza del mondo».
Ad esempio, nella poesia La lingua umana l’io poetante guarda «come il ramo di un albero/ fa cadere pian piano le foglie/ dal suo petto/ come una madre/ che toglie il proprio latte/ al bimbo che cresce» e questo permette alla sua anima di ascoltare «una conversazione che non si è mai potuta registrare/ in un documento storico.// e quelli che sono intenti a riempire documenti/ con mucchi di parole/ quelle parole non le possono capire./ perché l’umanità non riesce a capire/ proprio la lingua umana…?»
Mi viene in mente, come dice Zambrano, che la storia vera dovrebbe mostrare lo spessore invisibile dei fatti, trovando il linguaggio più adatto. Non a caso la filosofa spagnola, come Kerketta, rivaluta la poesia come fonte sia di una conoscenza più autentica sia della possibilità della sua comunicazione. Infatti nell’intervista di Daniela Bezzi (Dalla terra delle foreste. Incontro. Della scrittrice indiana Jacinta Kerketta esce in Italia «Brace», poesie dedicate al riscatto in Alias, supplemento de il manifesto, 5 maggio 2018, p.8-9 leggibile anche in http://www.libreriadelledonne.it/dalla-terra-delle-foreste-incontro-con-jacinta-kerketta/) racconta che «dopo essere stata testimone di tanti abusi nella totale disattenzione dei reporters locali, e sarebbe fuorviante parlare di corruzione, spesso si tratta solo di pigrizia» aveva deciso di diventare giornalista per «raccontare come stavano veramente le cose e sono stati anni straordinari, prima come apprendista, poi inviata di qua e di là». Avendo vinto premi importanti lasciò il quotidiano Prabhat Khabar, testata in lingua hindi con grande seguito per continuare come free lance. Ed «è stato in quel periodo di totale libertà che la poesia ha cominciato a guadagnare spazio, non in alternativa al giornalismo, semmai come trasmissione più immediata di ciò che mi stava a cuore, e dritto al cuore di chi mi leggeva. Ha influito in questo cambio di registro la consapevolezza che il giornalismo, a determinati livelli, ha le mani legate – difficile non ricevere pressioni nella regione ricchissima di risorse minerarie, dove vivo io… Il che ha reso ancor più semplice la mia ritirata dalla stampa. I socials mi hanno aiutato.»
Kerketta conosce il valore della lingua materna, di cui ci segnala l’amorosa cura perché essa sia linfa vitale che scorre tra le generazioni e ci segnala il rischio che le parole diventino solo belle parole. Le sue parole sono l’espressione del radicamento nella propria esperienza soggettiva che solo così si apre all’universale.
Ad esempio nella poesia «Esseri umani e parole», «all’alba la mamma con delicatezza/solleva il cestino colmo di parole/toglie la pula, le mette sul focolare/ fa marinare le parole/le avvolge in foglie di saraī/e poi le dà da mangiare ai suoi bambini».
Jacinta Kerketta ci mostra anche come in questo mondo globalizzato occorra essere capaci di destreggiarsi tra lingua madre e altre lingue, come e perché salvaguardare quelle delle minoranze. Lei scrive in hindi: questa è stata la sua prima lingua, benché appartenga all’etnia Oraon che parla il kuruk. I suoi genitori si spostarono dal villaggio di Khudpos alla cittadina, Manoharpur, dove il padre trovò lavoro nella polizia e la sua educazione fu in hindi e poi in inglese. Il kuruk l’ha imparato, quando ha cominciato a tenere corsi di scrittura creativa per le ragazzine del villaggio di Kacchabari, nella zona di Khunti. Lei nell’intervista la definisce: «Esperienza straordinaria, dalla quale ho ricevuto moltissimo, che mi ha messo a confronto con un mondo di cui sapevo ma di cui non immaginavo la felicità, per quella totale consonanza con la natura, e una natura che ovunque guardi letteralmente ti parla… e poi le feste, per ogni momento del ciclo agrario, con le danze, donne e uomini, tutti in circolo, al suono dei tamburi, fin dentro la notte, unica luce quella della luna che non hai idea quanto riesce a illuminare. Letteralmente una gioia scappare dalla città per sentirmi a casa lì, perché è lì che so di avere le mie radici…»
Dunque si passa da una lingua all’altra per amore delle relazioni, per radicarsi e poi comunicare le proprie scoperte.
Della sofferenza per la perdita della lingua materna «[…] imprigionata/ proprio dentro la bocca della mamma/» scrive in La morte della madrelingua, tradotta in inglese in Land of the Roots, Terra di Radici per l’editore tedesco Johannes Laping. La mamma «di fronte alle prospettive che mostravano/ sogni di pane per i propri figli/ lei ha serrato i denti/ e sotto i sogni di quei bocconi/ la madrelingua è rimasta stritolata.» Non è stata morte naturale anche se alla mamma sembra solo un incidente.
Ricordo quando insegnavo italiano, e non solo, a una scuola per mamme straniere come loro cercassero di parlarlo con le loro creature passando così una lingua sgrammaticata e incompleta e come invece, quando dicevo loro di parlare a casa la loro lingua, capivano subito che era la scelta giusta.
Kerketta è capace di osservare empaticamente ciò che la circonda e di sentire la natura in stretta relazione con gli esseri viventi, mostrando i legami tra microcosmo e macrocosmo.
Ad esempio nella poesia Una sera al villaggio scrive: la sera accende il fuoco/ nella stufa a legna del giardino/ dalla stufa esce fumo/ e la luna, sbirciando fra gli alberi, /si mette a tossire, /la ragazza accorre a dare un colpetto/ sulla schiena della luna.
Nelle poesie la personificazione non è una figura retorica, ma risponde a una concezione della natura e di quale rapporto gli esseri umani possono intrecciare.
Nell’incontro alla Libreria delle donne ha sottolineato il valore dell’essere donna nella cultura ancestrale ādivāsī e come cerchi di trasmetterla con le sue poesie. Si tratta di una cultura che rispetta gli alberi secolari, i campi ricavati disboscando solo alcune zone, perché gli esseri umani sanno viverci armonicamente, non considerandosi separati dalla natura. Nell’intervista ci propone una riflessione: «partecipe di quello stesso humus che continuamente si arricchisce proprio in virtù di quella infinitamente rinnovata convivenza, l’umanità dovrebbe capire che, nel profondo, we are all one, figli della stessa terra. La politica cercherà sempre di dividerci, per dominarci meglio: hindu contro mussulmani, dalit contro ādivāsī, e all’interno del mondo ādivāsī ecco che stanno fomentando il risentimento contro i cristiani. Anche la violenza contro le donne rientra in questa strategia: non è solo violenza di genere, è violenza istigata per dividere ancor meglio uomini di comunità diverse che fino a ieri riuscivano a convivere e oggi conviene che siano in guerra, perché in questo modo ci si appropria più facilmente di territori che magari fanno gola – ed ecco che anche il corpo delle donne diventa campo di battaglia.»
Con una potenza espressionista che ci scuote, in Fiumi rossi denuncia sia la distruzione delle foreste con i disboscamenti e con le piogge acide, sia la distruzione dei saperi ancestrali attraverso i modi moderni di intervenire nelle calamità naturali come in Tempeste e soccorsi, dove i soccorritori fanno «a brandelli la storia dei villaggi».
Vi è uno stretto rapporto tra le sue emozioni, ciò che testimonia e la sua scrittura come in Occhi inondati di lacrime dove racconta: «succede spesso che/ mentre scrivo una poesia/ chissà perché/ mi si riempiono gli occhi di lacrime.» Forse dovrebbe costruire una diga, ma le dighe sono anche quelle che provocano inondazioni e lacrime nelle popolazioni che lei conosce.
Non è una poesia intimistica: denuncia senza perdere la speranza perché conosce la forza della natura ma anche quella del linguaggio che rende coscienti e spinge alla lotta.
Ad esempio in Quando la fame diventa fuoco, se all’inizio «il corpo dell’inchiostro sembra sciogliersi/ perdendosi in una profonda apprensione», alla fine «una poesia canticchia/ mentre arrostisce al fuoco della fame/ e con lei si sollevano insieme/ i fuochi di molte case/ contro tutte le cause della fame.»
È molto attenta a ciò che accade alle donne e voglio terminare con qualche verso di Quando il tempo alzerà la voce? dove «una madre/ che conosce ogni cellula /dei suoi bambini,/ questa volta/ non riesce a capire/ come mai il bastone della sua vecchiaia/ non è altro che pelle e ossa.// Da molto tempo ormai/ il suo petto soffre di una spaventosa/ siccità di latte/ come un ciocco bagnato fumante/ lei si consuma all’interno/ bruciando di disperazione/ e continua a percepire/ fisso sulla sua porta/ lo sguardo di un avvoltoio.//»
Questo testo mi ricorda le battaglie di Lina Merlin per la situazione di miseria del nostro Polesine: in un suo intervento parlamentare del 1951 contro gli stanziamenti per armi raccontava di aver visto «una piccola creatura con gli occhi spenti, simile a tante altre che malamente vegetano nel Delta padano, e ciò perché i seni materni sono inariditi dalla fame» (Lina Merlin, La mia vita, a cura di Elena Marinucci, Giunti, Firenze 1989, p.174).
Come Lina ci incitava a lottare così Kerketta denuncia gli accaparratori di terre e si domanda quando inizierà il tempo della rivolta, così «le giovani ossa finora dormienti/ quando si leveranno in un boato/ e si metteranno a battere/ i nagāṛā come tamburi di guerra? /quando verrà il tempo/ di reclamare a gran voce/ i diritti che spettano come propri/ e di scacciare gli avvoltoi/ che si accalcano sulla soglia?»
Kerketta crea poesia per avere uno sguardo più profondo che diventa capace di trasformare anche il nostro.
(www.el-ghibli.org/brace, 5 novembre 2018)
di Marina Catucci
Motore di indignazione. Ieri sciopero e proteste mondiali dei dipendenti. Sono 48 i dirigenti allontanati negli ultimi due anni per molestie, ma in silenzio, tra cui 13 top manager, alcuni con buonuscite faraoniche
In tutto il mondo, cominciando dall’Asia, ieri, centinaia di lavoratori di Google si sono allontanati dai loro posti di lavoro allo scoccare delle 11 del mattino, ognuno secondo il proprio fuso orario, lasciando sulle scrivanie a mo’ di spiegazione un biglietto con scritto: «Sono uscito perché insieme ad altri colleghi vogliamo protestare contro le molestie sessuali, le condotte inappropriate, la mancanza di trasparenza e una cultura del lavoro che non funziona per tutti e per ottenere un vero cambiamento sul trattamento delle donne in azienda».
La protesta è indirizzata contro il trattamento mite e l’atteggiamento troppo accomodante di Google nei confronti dei dirigenti della compagnia accusati di molestie sessuali. Viene chiesto all’azienda di prendere in considerazione con serietà le denunce di abusi sessuali e di smettere di impedire alle vittime di fare causa.
Il casus belli risale alla scorsa settimana quando si è scoperto che Andy Rubin – uno dei manager più importanti del motore di ricerca, famoso per essere il creatore di Android – nel 2014, nonostante le accuse di molestie sessuali mosse nei suoi confronti fossero state giudicate credibili da Google, aveva ricevuto 90 milioni di dollari di buonuscita. Dopo la pubblicazione della storia da parte del New York Times, l’unica reazione è stata un commento dello stesso Rubin su Twitter dove ha definito la ricostruzione del quotidiano newyorchese «inaccurata».
Le fotografie e i video della protesta di ieri sono diventati virali in breve tempo, e questa è una gran brutta botta per Google che punta molto nel presentarsi con l’immagine di una specie di Eden dell’eticità a 360° (il suo celebre motto è Don’t be evil – Non essere malvagio), dove i lavoratori sono rispettati, sostenuti e quasi vezzeggiati. Il team di gestione di Google già la scorsa settimana, dopo la pubblicazione dell’articolo e del tweet di Rubin, aveva cercato di calmare le acque.
Sundar Pichai, ad della piattaforma e Larry Page, co-fondatore di Google e amministratore delegato della sua società madre Alphabet, si sono entrambi scusati. Pichai ha persino raddoppiato le scuse. Non solo, mercoledì ha rilasciato una dichiarazione sostenendo che il management della società era a conoscenza della protesta e che avrebbe sostenuto i dipendenti che desiderassero prendervi parte. «Hanno sollevato idee costruttive su come migliorare le nostre politiche e i nostri processi e stiamo prendendo tutti i feedback per poter trasformare queste idee in azione».
Gli organizzatori della manifestazione nelle loro istanze hanno chiesto, tra l’altro, la pubblicazione di un rapporto sulla trasparenza per i casi di molestie sessuali ma non solo. Trasparenza anche per quanto riguarda stipendi e indennizzi, l’inserimento di un rappresentante dei lavoratori nel consiglio di amministrazione e di un capo ufficio incaricato di occuparsi delle possibili discriminazioni sul lavoro in rapporto diretto con il consiglio di amministrazione.
La Silicon Valley, al di là della propaganda, ha fama di essere un club misogino per soli uomini. Nel 2017 Susan Fowler, ex ingegnere di Uber, raccontò su un blog di essere stata molestata e di essere stata vittima di pregiudizi di genere durante il periodo passato ai piani alti della compagnia. Disse che quando aveva denunciato le avances di un manager, l’ufficio del personale aveva rigettato la sua denuncia perché il manager in questione era «molto produttivo». Successivamente il manager minacciò di licenziarla per averlo denunciato all’ufficio del personale. Una volta che la storia è diventata di dominio pubblico, l’ad di Uber, Travis Kalanick, è intervenuto sulla vicenda per dire che il racconto di Fowler era «ripugnante, contrario a tutto ciò in cui crediamo».
Quindi ha incaricato l’ex procuratore generale Eric Holder di guidare indagini interne sul caso, sperando di bloccare l’indignazione anti Uber e i possibili riflessi non solo sulla committenza, ma – come si vede dalle proteste di ieri a Google – anche sui lavoratori, sottoposti dall’azienda a continui esami di correttezza e efficienza da parte dell’utenza ma – evidentemente – diretti da manager con libertà di nuocere.
(il manifesto, 2 novembre 2018)
di Valeria Palumbo
«Perché parlate degli schiaffi ricevuti da vostra figlia come di “alterchi” tra coniugi?»: la giudice Paola Di Nicola, in prima linea nella battaglia contro la violenza e le discriminazioni di genere, punta il dito anche contro i testimoni ai (pochi) processi per violenze sulle donne. Lo fa in occasione della presentazione del suo nuovo libro, La mia parola contro la sua (HarperCollins), alla Feltrinelli di Milano. Non per assolversi e assolvere la magistratura o le forze di polizia che sembrano tutelare così poco le vittime. Ma per sottolineare che è proprio il profondo radicamento, in ciascuno di noi, dei pregiudizi contro le donne a rendere difficile la lotta contro la violenza. Ogni forma di violenza. Lo ha ripetuto durante il suo intervento di cui, nel video qui sotto, riproduciamo una parte.
Il 50% dei processi per violenze finisce con l’assoluzione
Scrive Di Nicola ne La mia parola contro la sua: «Se in Italia – così come in Europa e nel mondo – la percentuale di donne vittime di violenza che denuncia quanto subisce è inferiore al 10 per cento, i magistrati dovrebbero interrogarsi sulle ragioni per le quali un fenomeno criminale e culturale di tale drammatica portata rimane ancora sotterraneo. A febbraio 2018 si sono chiusi i lavori della Commissione parlamentare di inchiesta sul femminicidio e sulla violenza contro le donne nel nostro paese ed è emerso che circa il 50 per cento dei processi per questo tipo di reati si conclude con l’assoluzione degli imputati e che il dato tiene conto delle enormi differenze tra i tribunali italiani, a dimostrazione di quanto la cultura e la preparazione dei singoli giudici siano il vero discrimine».
Gli stereotipi che le donne si portano dentro
Nel libro, che è anche molto intimo e che si rivolge direttamente agli uomini, Paola Di Nicola non fa sconti a nessuno. Tanto meno a se stessa. Scrive: «Ci ho messo oltre venti anni per accorgermi, sia come giudice che come persona, del pregiudizio collettivo che travolge le donne che subiscono violenza maschile. Se oggi lo osservo navigare di soppiatto e poi prendere intrepidamente le onde in tutta la sua cruda rozzezza è per due motivi: il primo è che ho sperimentato su di me e sul mio ruolo istituzionale lo stereotipo di genere, il secondo è che sono stata costretta ad affinare gli strumenti conoscitivi e culturali per togliermi di dosso quella familiare sensazione di insopportabile disagio».
La sentenza che ha conquistato la scena
Eppure ben pochi magistrati possono vantare una battaglia come la sua a favore delle donne, che si estesa anche all’uso del linguaggio (come ha dimostrato anche nel suo libro precedente, La giudice, edito da 881 nel 2012). E soprattutto a sentenze innovative come quella per cui è più conosciuta. Risale al 2016, ed è stata emessa al termine del processo contro uno dei clienti delle ragazze adolescenti che si prostituivano al quartiere Parioli, a Roma. Due anni di reclusione, come prima cosa. Ma, al posto dei 20mila euro richiesti dalla curatrice della ragazza, costituitasi parte civile, Di Nicola decise di far investire la somma in letteratura e cinema. La lettera del dispositivo recitava: «Libri e film sulla storia ed il pensiero delle donne, di letteratura femminile e sugli studi di genere». Non un’imposizione alla lettura, come ha precisato alla Feltrinelli, ma un invito. Affidato alla coscienza. Non soltanto della ragazza. Adesso quella sentenza sta per diventare spettacolo, Tutto quello che volevo: Cinzia Spanò, autrice e interprete, lo presenterà in anteprima a Bookcity (16-18 novembre, a Milano) e poi dal 2 al 19 maggio 2019 al Teatro Elfo Puccini.
(27esimaora.corriere.it, 2 novembre 2018)
di Giordano Muraro
Una riflessione sulla vicenda del sindaco di Riace. Ecco perché, alla luce di Aristotele e san Tommaso, il suo è stato un comportamento virtuoso.
Meritava il sindaco di Riace una denuncia e gli arresti domiciliari? Lo abbiamo chiesto a una persona illustre, estranea alle polemiche attuali: Aristotele, del 300 a.C.. Ha risposto che il modo di agire del sindaco può essere considerato un esempio di comportamento virtuoso, da apprezzare e imitare. Ma qual è questa virtù? Ci ha risposto nella sua lingua: l’epikeia, che è «un correttivo della legge, laddove è difettosa a causa della sua universalità» (Etica Nicomachea, V, cap. 16). Si trova tra le virtù della giustizia, ed è addirittura una forma superiore di giustizia. L’epikeia non è un’interpretazione benevola della legge, né un’eccezione e neppure un comportamento contrario, ma è la virtù che inclina ad andare oltre una legge giusta, ma la cui osservanza materiale, in casi particolari, avrebbe come effetto di produrre i mali che la legge vuole evitare.
San Tommaso porta un esempio molto chiaro. La legge dice che le cose prestate devono essere rese al proprietario quando le richiede. Ma se io so che chi mi ha prestato un’arma la richiede per usarla contro la patria, io non gliela restituisco perché in quel caso la legge che è stata dettata per promuovere il bene della società, non solo non la promuove, ma la danneggia. La legge della restituzione è giusta, e resta l’obbligo generico della sua osservanza, ma in quel caso la virtù dell’epikeia mi dice di non applicarla. Analogamente: se la legge dice che per attribuire i servizi si deve fare un appalto per evitare favoritismi, ma un sindaco sa con certezza che negli appalti entrano uomini di malaffare che hanno il potere di piegarli ai loro interessi delittuosi, il sindaco ha l’obbligo (sic!) in quel caso particolare di non fare l’appalto, ma di ricorrere ad altri modi nell’attribuzione dei servizi. Il sindaco non può sottrarsi a questo obbligo, altrimenti applicando in quel caso la legge, diventerebbe di fatto connivente della criminalità.
La virtù dell’epikeia è necessaria per promuovere in ogni situazione il bene comune, anche se deve essere usata con grande prudenza, perché non si può andare oltre la legge con un «a me sembra che», e tanto meno urlando «me ne frego di quello che il legislatore dice», ma si deve avere la certezza – comprovata anche dai saggi ed esperti – che in quel caso l’applicazione della legge è dannosa; come pure bisogna essere in grado di giustificare a chi ha la responsabilità del bene comune il comportamento suggerito dalla virtù dell’epikeia. Ci sono dei segni indicatori in merito: la persona che promuove questa azione non trae vantaggi personali o di parte; non urla né vuole imporre con la violenza il suo comportamento; si producono reali e immediati frutti di bene. Per verificare queste condizioni e chiedere all’interessato che giustifichi il suo comportamento non sono necessari gli arresti domiciliari o il divieto di dimora.
(famigliacristiana.it, 30 ottobre 2018)
di Alberto Leiss
È impossibile distogliere lo sguardo dalla scena della morte di Desirée. E non solo per il clamore dei media. Sul corpo di una giovanissima donna si sono addensate una serie di tensioni, affermazioni, azioni che disegnano molta parte, e forse la parte essenziale, del nostro presente.
Spiegazioni per me troppo sicure di certezze sociologiche (Christian Raimo, e lo segnalo perché apprezzo il suo impegno), post su facebook troppo sintetici (Gad Lerner che ricorda le drammatiche condizioni familiari della vittima, attirandosi una bordata di insulti in rete), e poi le manifestazioni politiche. Un ministro che torna due volte, affrontando fischi e applausi, davanti a quel muro con i cuori rossi. Le ragazze femministe di Non una di meno con gli antifascisti e pezzi di sinistra in una piazza. Una settantina di neofascisti un po’ più in là. Un drappello di donne che invoca le ronde.
Ma anche tanti uomini e donne del quartiere che si commuovono, e per alcuni giorni di seguito scendono in strada. Giustizia per Desirée e contro tanta «bestiale» violenza (ma le bestie sono molto meno efferate, chiamiamola col suo nome: violenza maschile). Riscatto per San Lorenzo ferito dal «degrado», orgoglioso della sua storia, con i tanti ritrovi dove si mangia e si beve, si fa musica, ma anche si legge o si discute un libro. Con i «centri sociali» che cercano alternative culturali, politiche, esistenziali, e che nelle intenzioni si rivolgono anche a chi qui ci vive. Intanto sottraendo all’abbandono spazi urbani dimenticati.
I sospettati violenti e violentatori, fino ad ora, sono immigrati irregolari. Questo orribile femminicidio «fa più notizia» per le speculazioni politiche e razziste? Ha senso ricordare le donne quasi quotidianamente uccise tra le mura domestiche, per le quali non si mobilitano immediatamente le piazze e i ministri non portano rose?
È giusto segnalare il cattivo senso comune che istituisce statuti diversi per le vittime – e i carnefici – di delitti simili. Ma credo sbagliato ignorare che quando la violenza avviene in un luogo pubblico, per quanto abbandonato ai margini (e a proposito: la proprietà privata come si sa è sacra, ma che dire di chi possiede quei muri e li lascia per decenni in quelle condizioni?), e se in più viene agita da stranieri, la paura collettiva aumenta. Più persone si sentono direttamente minacciate, espropriate di qualcosa di irrinunciabile.
Ginevra Bompiani ha scritto qui che i corpi dei migranti rappresentano il nostro inconscio. Corpi diversi, inquietanti. Un’amica senegalese mi ha raccontato di quante volte ha subito distanza e ostilità immediata proprio per il colore scuro della sua pelle. Corpi che ci parlano della nostra difficoltà a incontrare altri. E a vedere, comprendere, accettare i nostri stessi corpi. Così come la vera origine dei mali che ci feriscono, del disagio che ci deprime o suscita reazioni aggressive.
Ancora di più vale per il corpo femminile. Parlo per noi uomini: è l’altro di cui non possiamo fare a meno, che provoca il nostro inconscio e lo riflette. Sta qui, credo, l’oscuro legame tra il sessismo e il razzismo. L’incapacità di riconoscere il proprio desiderio e di educarlo – sì, educarlo – alla relazione con l’altra e l’altro.
Il clamore sulla fine di Desirée e di tante altre donne, per mano maschile, non sarà solo un eccesso mediatico e politico se ci spingerà a un esercizio di consapevolezza. Pensarsi al posto di quel padre, degli uomini che ne hanno abusato lasciandola morire, del figlio che forse un giorno Desirée avrebbe potuto volere.
(il manifesto, 30 ottobre 2018)
di Donatella Trotta
Capovolgimenti. Dei punti di vista, ma anche delle domande di senso sulle nuove sfide poste dalla (radicale) svolta antropologica in atto. A praticarli è «Sottosopra», la rivista edita dalla Libreria delle donne di Milano e nata, senza periodicità fissa, come testata di movimento per riportare le esperienze dei primi gruppi femministi in Italia, che nel suo nuovo numero affronta alcune questioni scottanti del presente nell’ottica del pensiero della differenza sessuale. Dopo sette anni di interruzioni, la ripresa nel 1983 con un foglio di grande formato e sei numeri della nuova serie – ognuno dei quali fulcro di estesi dibattiti dalla forte connotazione politica – «Sottosopra» approda a Napoli dove martedì 30 ottobre alle ore 18, nello spazio non soltanto simbolico della Casa delle donne di Napoli/Bene Comune (Rampe San Giovanni Maggiore Pignatelli 12), si terrà un confronto aperto sui temi dell’ultimo numero della rivista che ospita i contributi di Lia Cigarini, Giordana Masotto, Alessandra Bocchetti e Luisa Muraro.
Titolo dell’incontro, che sarà introdotto da Stefania Tarantino, Lidia Curti, Chiara Guida, Tristana Dini e Alessandra Macci – alla presenza di Lia Cigarini e Alessandra Bocchetti – «Cambio di civiltà. Punti di vista e di domanda». Un cambio auspicabile (e ormai ineludibile), proprio a partire dalla “battaglia della narrazione” in una prospettiva di genere che non ingabbi il pensiero delle donne in un omologante problema di “parità” fra femminile e maschile (con tutte le derive che insidiano, fra il resto, “l’ordine simbolico della madre” con l’espropriazione della relazione materna attraverso l’uso mercificato delle biotecnologie), bensì valorizzi l’originalità della differenza del secondo sesso nella sua pratica relazionale «capace di diventare politica, ossia cambiamento di sé e del mondo».
Vari ed eticamente sensibili i temi sul tappeto della discussione, coerente con l’impegno della Libreria delle donne di Milano (e non solo) di dare spazio ad un confronto originale, non competivivo, teso a fare «affiorare un’interpretazione inedita di ciò che capita, senza accontentarsi delle risposte immediate, inseguendo un senso non scontato: il senso libero della differenza, che spiazza e sposta ogni significato comunemente dato». Li anticipa la filosofa Stefania Tarantino: dal movimento #metoo – spiega – inteso, secondo Cigarini, come «leva di una politica dell’esistenza femminile, che è altra cosa da una politica di potere», in cui il simbolico ha agito efficacemente contro le classiche narrazioni del potere; alla questione del lavoro, quando fa riferimento a quel nesso corpo/parola così peculiare di quel soggetto inedito e imprevisto che sono le donne, in cui si offre la possibilità di trovare «nuovi paradigmi in cui tutti, donne e uomini, possano riconoscersi», come sottolinea Giordana Masotto; fino ad arrivare a una riflessione critica sulla prostituzione e sulla gestazione per altri (GPA), nodi tra i più complessi da sciogliere: come ha ribadito Luisa Muraro durante la presentazione di «Sottosopra» a Milano, il 13 ottobre, con un contributo dall’eloquente titolo “Le parole per dirlo: born not made” che precisa l’allarme da lei lanciato già anni fa, con acume profetico, sull’attacco sferrato dal sistema capitalistico al corpo femminile e alla relazione materna.
Non solo. A partire dal libro di Rachel Moran (Stupro a pagamento, Round Robin editrice, Roma 2017), Alessandra Bocchetti ha tratto un monologo contro la legalizzazione della prostituzione, dal titolo Le altre, che durante l’incontro napoletano sarà letto e interpretato dall’attrice partenopea Anna Bocchino. Perché il punto di domanda sulla prostituzione, conclude Tarantino, «resta l’inestricabile intreccio tra libertà individuale e inviolabilità del corpo proprio. Anche la questione della GPA (gestazione per altri) attraversa dal di dentro la questione dello sfruttamento del corpo femminile e s’interroga sulla disponibilità di una donna a fare una gravidanza per altri in cui, una volta nata la creatura, non avrà nessun titolo di madre. È innegabile – aggiunge – che questa pratica sia diventata un vero e proprio business e che solleciti una nuova riflessione sulla questione del corpo e sulla scissione della gestazione dall’intero processo procreativo, come ci invita a riflettere Luisa Muraro».
(www.ilmattino.it, 29 ottobre 2018)
di Roberto Prinzi
«Se noti il vento nei campi perché sei solo, è pur vero che questa situazione ti rivela un aspetto della vita che è un momento fugace e prezioso che ti permette di resistere, di rimanere resiliente di fronte alla solitudine o al dolore»
Intervista con la scrittrice palestinese Adania Shibli ospite a Napoli di «Femminile palestinese». Nata in un villaggio dell’alta Galilea, dell’autrice sono stati tradotti «Sensi» e «Pallidi segni di quiete». Vincitrice del premio della fondazione A. M. Qattan, la sua scrittura dialoga con una dura storia collettiva
Raccontare il dolore, l’estraniamento, l’umiliazione quotidiana causate dall’occupazione israeliana della sua terra, la Palestina, soffermandosi su piccoli dettagli che, messi insieme, arrivano a indagare i sentimenti più nascosti dell’animo umano. È questa la cifra stilistica della scrittrice Adania Shibli, nata nel 1974 in un villaggio dell’alta Galilea e vincitrice tre volte del premio della fondazione A. M. Qattan.
Dell’autrice palestinese sono stati tradotti in italiano due libri: Sensi (nel 2007) e Pallidi segni di quiete (nel 2014) pubblicati entrambi da Argo. È stata ospite a Napoli ieri e l’altro ieri della quinta edizione della rassegna Femminile palestinese curata da Maria Rosaria Greco.
Lei scrive che i «palestinesi sono come dei detective alla ricerca della tracce di una vita scomparsa». Dov’è il confine in Palestina tra visibile e invisibile?
Per me la questione è più chi decide i confini tra visibile e invisibile. Come primo passo del processo di oppressione, le autorità israeliane lavorano costantemente per cancellare la Palestina. Ciò avviene a molti livelli: dall’architettura dei paesaggi all’archeologia, dalla costruzione di strade per coloni alla distruzione e allo sradicamento di case e alberi. L’esistenza palestinese è poi spesso resa invisibile anche quando li si rende visibili soltanto in una situazione specifica: quando reagiscono alla violenza coloniale con mezzi violenti. E in questo anche i media ne sono responsabili.
Altro aspetto da sottolineare è la riduzione a silenzio delle voci palestinesi. Per le autorità israeliane la lingua araba è diventata uno strumento che identifica i palestinesi e, pertanto, va soppressa. La recente legge sulla nazionalità degrada l’arabo da lingua ufficiale a «lingua a status speciale» e ha come obiettivo quello di rendere il linguaggio invisibile. L’odio e la discriminazione verso i palestinesi inizia a un livello sonoro, non solo a quello visivo: ascoltarli, sentire la loro narrativa è insostenibile perché è una minaccia. Perciò la loro lingua (l’arabo) deve essere silenziata oltre che sabotata.
Nei suoi libri lei descrive il dolore, la solitudine, l’estraniamento causati dall’occupazione israeliana. Eppure, non c’è spazio per la resa e la disperazione perché si resiste cogliendo piccoli dettagli della vita: gli occhi verdi del vicino, il vento dei campi…
Non limiterei le cause del dolore, della solitudine e dell’estraniamento alla colonizzazione e occupazione israeliane perché queste sono caratteristiche umane. È vero che Israele riveste a riguardo un ruolo di primo piano, ma è più interessante osservare come gli esseri umani in generale coniugano questi sentimenti e si possano nascondere o scusare per quello che fanno grazie a loro. I dettagli di vita presenti nei miei testi possono essere sia di dolore che di solitudine, ma anche domini dove si può resistere. Se noti il vento nei campi perché sei solo, è pur vero che questa situazione ti rivela un aspetto della vita che è un momento fugace e prezioso che ti permette di resistere, di rimanere resiliente di fronte alla solitudine o al dolore.
Contro l’assurdità dell’occupazione, lei sembra suggerire – attraverso la sua scrittura – due forme di resistenza: la ricerca della bellezza e una sorta di autismo («tawwahud») emotivo. I fallimenti di decenni di lotta nazionale le hanno fatto perdere la fiducia nella storia collettiva?
L’occupazione non è affatto assurda: è pensata e misurata con modalità che causano ai palestinesi emozioni assurde e conflittuali, ponendoli ai margini della loro umanità. In una situazione simile, l’atto di scrivere può servire, ma non si materializza in una deliberata opposizione tra esperienze individuali e collettive. Scrivere, e probabilmente parlare e sentire, sono spesso i domini in cui un individuo crea una zona dove si protende verso gli altri abbandonando la propria individualità. La mia scrittura tenta probabilmente di contemplare lo spazio creato da queste esperienze singolari e cosa queste creano nella collettività. Non parlerei, tuttavia, di fallimenti politici palestinesi quando parliamo di storia collettiva. I palestinesi non possono essere colpevolizzati per i fallimenti a cui sono stati soggetti, ma sono responsabili quando cadono nelle trappole che Israele pone. I checkpoint, costruiti per insultarci, umiliarci e cancellarci come esseri umani, causano rabbia e vendetta, ma se si reagisce così, si adotta la posizione che l’occupazione israeliana ha concepito per noi. È qui il fallimento.
Nonostante la centralità della Palestina, lei ha detto che i suoi lavori sono «senza spazio e dislocati». Vuole rappresentare una condizione di sradicamento dell’umanità più generale?
In realtà non voglio rappresentare nulla perché farlo vuol dire assumere una posizione di potere. A me piace guardare, contemplare e riflettere. Se parte del mio lavoro è «senza spazio e dislocato», lo è puramente perché è il risultato di una contemplazione su come qualcuno possa esserlo.
La sua scrittura evoca costantemente immagini. Quanto la sua prosa, a tratti lirica, prende in prestito dalla grande tradizione poetica palestinese e dalle arti visive?
Forse la mia scrittura evoca immagini perché guardo e contemplo. La mia curiosità e i miei molteplici interessi formano il mio modo di scrivere. Non classifico però le influenze in base a categorie nazionalistiche. La lingua araba si materializza non solo per le cose che sono state scritte dai palestinesi, ma anche attraverso le traduzioni che sono state fatte in arabo. Tradurre in arabo ad esempio Wisława Szymborska apre la mia lingua a nuove sensibilità e fa rientrare il suo lavoro nella grande tradizione poetica in arabo.
Contrariamente a quanto ha fatto lei, alcuni autori palestinesi d’Israele pubblicano anche (o solo) in ebraico. Come giudica la loro scelta?
La definizione «palestinesi d’Israele» è un’invenzione degli israeliani. Mi mette in una categoria che non ho scelto e in cui non consento di essere messa. Tutte queste divisioni [terminologiche] sono frutto della loro opera di colonizzazione. La scelta di scrivere in una lingua differente dall’arabo è una scelta personale: ognuno decide per sé. Io sono molto felice di essere nata di lingua araba. Che fortuna, in un mare di sfortuna.
(nena-news.it, 28 ottobre 2018)
di Michele Farina
Ha 68 anni ed è la maggiore di quattro sorelle che il padre funzionario del governo imperiale volle far studiare. A 17 anni lasciò Addis Abeba per i corsi di scienze naturali in Francia. Ha un marito e due figli maschi, per tutta la vita ha fatto la diplomatica in Africa da ultimo per l’Onu. Qualcuno l’ha paragonata all’imperatrice Zewditu, che governò un secolo fa. Con i capelli orgogliosamente grigi Sahle-Work Zewde è la prima donna presidente nella storia dell’Etiopia e l’ultimo simbolo della rapida rivoluzione che nel giro di dieci giorni ha «cambiato sesso» al governo di un Paese percepito come sinonimo di rassicurante (e maschile) immobilità.
«Le donne sono meno corrotte degli uomini e ci aiuteranno a portare pace e stabilità» ha spiegato Abiy Ahmed, il quarantaduenne primo ministro che qualcuno chiama «il messia» e qualcun altro vorrebbe fare fuori. Sei mesi fa, il giovane premier che ha chiuso la ventennale guerra con l’Eritrea aveva suscitato un certo scalpore nel discorso di insediamento, citando la moglie per riconoscerne il valore. La moglie? Non l’aveva fatto nessuno dei suoi predecessori nel secondo Paese più popoloso dell’Africa (104 milioni di abitanti). Se non sono campionesse di atletica di norma le donne non vengono «calcolate» in una società patriarcale come quella etiope (dove pure costituiscono la metà della forza lavoro, spesso non pagata, soprattutto in agricoltura), e più in generale in un continente che vanta molti presidenti maschi a vita, con relative first lady più o meno potenti, ma pochissime leader. Su 55 Paesi, ultimamente ne era rimasta soltanto una, a Mauritius, che però di recente si era dimessa proprio per uno scandalo di spese non contabilizzate.
Da zero donne al potere l’Africa è tornata almeno a una, anche se la carica di Sahle-Work Zewde, eletta all’unanimità dal Parlamento di Addis Abeba, è simbolica più che politica. Il potere è nelle mani del primo ministro, che comunque ha voluto portare la parità di genere nel suo governo (in Africa l’aveva fatto finora soltanto il Ruanda): venti ministri (erano 28 in precedenza), di cui dieci donne. Non era mai accaduto. E i dicasteri governati da donne sono tutt’altro che secondari. Responsabile della Difesa è l’ingegnere Aisha Mohammed, una delle due ministre «velate» del governo. L’altra (entrambe sono scelte significative per rappresentare il 30% della popolazione etiope di fede musulmana) è Muferit Kamil, ex speaker del Parlamento, a cui è stato affidato il nuovo ministero della Pace, che non è affatto uno scatolone vuoto. A lei faranno capo le forze di sicurezza, compresi i servizi segreti. È un settore delicatissimo, in un Paese che per tre anni è stato scosso da violente proteste e da ancora più violente repressioni.
Le tensioni a sfondo etnico non si sono ricomposte con l’arrivo del «messia» Ahmed: il primo Oromo (la maggioranza del popolo) a raggiungere il potere è sfuggito questa estate a un attentato in una piazza. Poco più di un mese fa ci sono stati oltre 30 morti nella capitale. Il nodo delle autonomie regionali è cruciale (anche se sotto traccia) in vista delle elezioni 2020. È stata la neo presidente Sahle-Work nel suo primo discorso a indicare la via, chiedendo a tutti di ripudiare la violenza per una ragione, come dire, femminile: «Vi imploro in nome delle madri, le prime a soffrire quando manca la pace».
(27esimaora.corriere.it, 26 ottobre 2018)
di Luisa Muraro
Cari giudici, andate a leggervi il commento fatto da Miryam Camilleri, presidente della Rete Lenford, in appoggio al vostro decreto che ordina di attribuire due padri a una bambina nata negli Usa con la maternità surrogata. Dice la Camilleri: “Non conta come si diventa genitori”. Secondo questa signora, che sicuramente non parla a vanvera, sarebbe questo il vostro messaggio: non conta come si diventa genitori. Con i soldi? Con la violenza? Con l’inganno?
Non è questo che dice la legge, ma questo è il messaggio che si ricava dalla vostra sentenza. Cari giudici, imparate a non seguire gli interessi di parte né gli umori viscerali di un’opinione pubblica informata a metà. Non usate il bene del minore come un pretesto. Imparate a interpretare la legge e ad applicarla come si deve, senza creare conflitti che non fanno giustizia ma disordine.
(www.libreriadelledonne.it, 26 ottobre 2018)
di Renata Sarfati
Nel maggio del 2017 ho fatto un viaggio in Iran. Per una felice coincidenza, nello stesso periodo si svolgeva a Teheran la Fiera Internazionale del Libro dove l’Italia partecipava come “paese ospite d’onore”. Cosa che abbiamo appreso solo sull’aereo, dove abbiamo incontrato alcuni della delegazione italiana. Chiacchierando con loro, abbiamo notato che erano un po’ preoccupati per la delicatezza della loro posizione. L’Italia era il primo paese occidentale ad essere stato invitato come ospite d’onore e questo fatto aveva una valenza simbolica, culturale e politica.
Il tema della manifestazione era suggestivo: Bellezza senza tempo, tema che ben si adatta all’Italia non meno che all’Iran.
Nel corso del viaggio ho scoperto un paese dove la bellezza e l’armonia sono presenti ovunque: nei grandi monumenti preislamici e islamici o nei siti archeologici quali Persepoli, dove la storia ti viene addosso e ti lascia a bocca aperta.
Questa grande civiltà si può intuire nella grazia e la gentilezza delle persone che si incontrano nei bazar, per la strada, nel loro desiderio di comunicare con lo straniero, di aprirci al senso di quello che vediamo. In particolare sono le donne di questo paese ad essere sorprendenti: è evidente anche al turista che hanno messo in atto una rivoluzione silenziosa. Si vedono in giro baldanzose e sempre eleganti, in gruppo nei caffè e nei ristoranti con grande allegria. Nonostante i vari divieti nei loro confronti, hanno imposto in molti ambiti la loro libertà di disattenderli. Il loro livello culturale è alto e, come ci diceva la nostra guida, molte convivono senza sposarsi o vivono da sole. Lei stessa ne era un esempio.
Vorrei qui dire perché la presenza dell’Iran al salone del libro di Torino sarebbe secondo me una straordinaria opportunità.
Opportunità di conoscere una grande cultura e occasione per dare una risposta a una politica che con la demonizzazione e l’umiliazione ha saputo solo seminare distruzione.
Infine, mi ha commosso l’amore degli iraniani per la poesia, così diffuso a livello popolare che quando devono festeggiare un qualche evento felice è loro consuetudine fare un pellegrinaggio alla tomba del più grande e amato poeta, portando fiori alla sua tomba e soffermandovisi a lungo con allegria.
(www.libreriadelledonne.it, 26 ottobre 2018)
di Giancarla Dapporto
Pensando al coraggio e alla determinazione e alla forza di Ilaria Cucchi nel portare avanti la sua battaglia per ottenere la verità sulla morte del fratello Stefano, mi appare un’immagine antica, coscienza dell’umana stirpe: Antigone, personaggio intramontabile del mito greco. Nel pamphlet «Sputiamo su Hegel» Carla Lonzi critica l’interpretazione che il filosofo dà alla figura di Antigone, che assurgerebbe al “sentore” dello Spirito, in quanto custode dell’istanza della Famiglia, contrapposta all’istanza della Comunità.
Per me la luminosa figura etica, da molti anni cara al mio cuore*, agisce per istanze interiori, principi culturali, appresi nei millenni.
Antigone piange il fratello ucciso e gli dà sepoltura disobbedendo al decreto del re Creonte che vuole lasciarne il cadavere sulla nuda terra in pasto a cani ed uccelli.
Antigone si ribella al potere del tiranno in nome della Pietas, di leggi eterne non scritte, che non si sa quando apparvero, ma che diedero inizio alla civiltà come seppellire i morti, accogliere gli stranieri, salvare i naufraghi, rispettare i prigionieri, non infierire sui vinti, accudire gli orfani, nutrire gli affamati, curare gli ammalati che attualmente sono i principi delle Carte Costituzionali di molti paesi democratici.
Mentre le leggi degli umani sono effimere e possono cambiare da un giorno all’altro secondo le ideologie dei governi in carica e sovvertire diritti fondamentali acquisiti nel corso della storia da cittadine e cittadini con sudore e sangue.
Trascinato in carcere in custodia cautelare, il giovane Stefano Cucchi (accusato di spaccio di droga), sofferente di epilessia e fisicamente prostrato, subisce sevizie così gravi da perdere la vita.
Ilaria Cucchi da nove anni si appella alla Legge accusandola di non avere onorato il codice che prevede il rispetto, la cura e la rieducazione del detenuto. Si batte per ottenere chiarezza e verità sull’assassinio di suo fratello, perché venga riconosciuta da tutti la ferocia primordiale dell’abuso di potere. In questo modo scardina il sistema di silenzi, di omertà, di falsità inique annidate nelle gerarchie di Istituzioni che dovrebbero difenderci.
Come Antigone, Ilaria Cucchi non si batte solo per amore del fratello, ma per tutti noi. Combatte per noi una battaglia esemplare di civiltà.
Grazie Ilaria!
(www.libreriadelledonne.it, 26 ottobre 2018)
Franca Fossati, giornalista, femminista storica, ha militato in Lotta Continua e ha diretto per anni la rivista “Noi donne”. Intervistata da Fabrizia Bagozzi per la rivista di AREL (Agenzia di ricerche e legislazione fondata da Nino Andreatta), sul numero Libertà, 1/2018, p. 108, ha preso posizione sulle tecnologie in tema di libertà femminile e procreazione. E ci invita a tener conto dei cambiamenti, veri e propri salti, che ci sono stati dopo gli anni Settanta.
Sull’aborto però vorrei aggiungere qualcosa. Quella stagione [approvazione della legge 194 e sconfitta del referendum abrogativo] fu vissuta con radicalità. Lo slogan era “Aborto libero, gratuito, assistito” e, perlomeno all’inizio, non si andava tanto per il sottile. Sapevamo molto poco della vita prenatale: il punto era avere la possibilità di abortire, l’autodeterminazione sul proprio corpo […]. Nella maternità e nell’Interruzione di gravidanza la tecnologia non era ancora entrata, se non de minimis. Quindi essere radicali nella rivendicazione dell’autodeterminazione sul proprio corpo – l’utero è mio e lo gestisco io – era per certi versi più semplice. Già non è più così per la fecondazione assistita, a cui io non sono contraria, dove invece la tecnologia entra eccome, basta pensare alla fecondazione in vitro. Con l’ingresso della tecnologia l’utero lo gestisce la medicina e quindi è più difficile essere radicali nel dire “decido io del mio utero”. Poi la separazione fra rapporto amoroso sessuale e procreazione che comporta la tecnologia è un’operazione simbolica non da poco. […]
E un salto ancora maggiore, sul piano simbolico, lo compie la Gestazione Per Altri, di cui oggi si discute molto. Fino alla fecondazione assistita il corpo materno non è espropriato dalla gestazione. Con la Gpa, la gravidanza – intesa come rapporto intimo e profondo fra chi la vive e ciò che cresce nella sua pancia – perde valore. Sia per chi la chiede, che non vive la gravidanza, sia per chi assume su di sé la gestazione, il cui frutto però va ad altri. È un fatto oggettivo a prescindere da come la si pensa, se si è pro o contro. Io sono contro. (A cura di L.M.)
(www.libreriadelledonne.it, 26 ottobre 2018)
Nella storia ci sono momenti in cui l’impegno civile è sollecitato in maniera più forte, momenti nei quali la presa di posizione delle cittadine e dei cittadini diventa centrale. Le nuove forme di populismo, razzismo e fascismo in Italia, in Europa e nel mondo richiedono l’impegno di ciascuno, degli intellettuali innanzitutto: di qui l’esigenza di un fronte delle filosofe. Per dire che il momento attuale desta preoccupazione e allarme. E che le donne possono e devono essere la molla del cambiamento.
Sono necessari coraggio e talento nella vita e nella scrittura, impegno nella vita di tutti i giorni e nelle opere.
Noi filosofe intendiamo impegnarci con le nostre capacità, la nostra intelligenza, la nostra sensibilità. Vogliamo prendere partito ed esporci pubblicamente. Non per ricevere voti, o per creare consenso, ma per invitare a riflettere. Ci presentiamo come donne, e come filosofe, perché riteniamo, senza falsa modestia, che dalle donne emergano oggi stimoli e proposte importanti nella filosofia e nella sfera pubblica.
Crediamo, tuttavia, che questa nostra lotta non debba escludere nessuno ed essere, anzi, motore per fronti in grado di aggregare quelle forze di opposizione che sembrano disperse e disorientate.
Laura Bazzicalupo
Laura Boella
Caterina Botti
Annarosa Buttarelli
Adriana Cavarero
Donatella Di Cesare
Simona Forti
Olivia Guaraldo
Enrica Lisciani Petrini
Michela Marzano
Francesca Nodari
Elena Pulcini
Caterina Resta
Francesca Rigotti
Elettra Stimilli
Nadia Urbinati
Nicla Vassallo
(https://27esimaora.corriere.it/, 25 ottobre 2018)
Care e cari delle Città Vicine, riceviamo dalla Carovana Migranti e dalle Madres buscando desaparecidos che ogni anno coinvolgono a Catania le donne e gli uomini della Città Felice nelle loro intrepide imprese, la seguente «Lettera alle/agli amici».
E volentieri ve la inoltro… un caro saluto,
Anna Di Salvo.
Lettera alle/agli amici
A quanti/e ci hanno aiutato in tutte le forme possibili e impensabili. A quanti/e fanno parte, o in parte, di questa nostra piccola comunità. Di questa esperienza che cresce di esperienze. A quelli che vanno a quelle che vengono.
Vi scriviamo da Tapachula, Messico, disordinata città di frontiera, ai piedi del vulcano Tacaná e a pochi chilometri da Ciudad Hidalgo adagiata invece sul Rio Suchiate. Da qui domattina partirà la Quattordicesima Caravana de Madres centroamericanas buscando a sus hijos migrantes desaparecidos. Da qui è passato in questi anni il continuo flusso di migranti centroamericani e proprio in questi giorni il mondo ha saputo della Carovana Migrante. La carovana di migliaia di honduregni/e, delle famiglie e tantissimi bambini, che si muovono insieme e che hanno “bruciato”, proprio questa notte, il confine tra Guatemala e Messico.
Li abbiamo incontrati lungo la strada, tra un sole violento e durissimi temporali. Sono inarrestabili. Fanno tremare Trump e i governi centroamericani, e dicono al mondo che le persone devono potersi muovere liberamente nel diritto di cercarsi una vita migliore. Puntano dritti al confine nord-americano e intanto tutto il mondo per la prima volta si accorge di loro, e con loro della moltitudine di popoli che fuggono dai paesi di origine.
Seguiremo, secondo il programma originale, la Carovana delle Madri fino a Città del Messico (https://movimientomigrantemesoamericano.org/2018/10/05/ruta-de-la-caravana-de-madres-de-migrantes-desaparecidos-2018/) per dare vita al primo incontro mondiale delle Madri delle e dei migranti scomparsi. Sarà in contemporanea al Forum Sociale Mondiale sulle migrazioni che si terrà nella capitale messicana dal 2 al 4 di novembre.
Con la nostra piccola esperienza abbiamo cercato di unire, anche grazie al vostro costante aiuto economico, le storie del Mediterraneo e del Centroamerica, ed è per noi un buon risultato aver dato la possibilità alle madri tunisine e algerine di partecipare a questo incontro mondiale.
Anche se la burocrazia mette a dura prova la nostra resistenza e nonostante cerchino ogni scusa per non dar loro il visto abbiamo la speranza che possano partire e che possiamo incontrarle a fine mese da questa parte dell’Oceano. Il loro arrivo è previsto per il 1° di novembre.
Quanto accade in Europa, e nel nostro paese in particolar modo con i decreti del Ministero dell’Interno, impone ai singoli, quanto ai movimenti sociali di base uno scatto di prospettiva e di intelligenza. Pensiamo ad atti concreti di solidarietà e disobbedienza, di accoglienza indipendente. La realizzazione di Città santuario (Riace non ne è forse uno straordinario esempio?) sembra far parte degli impegni dell’incontro messicano. Nessuna energia deve essere dispersa, come ci hanno insegnato la marcia prodigiosa del popolo honduregno e la costante ricerca delle Madri che da quattordici anni cercano la verità. Siamo il muro contro la barbarie.
Seguite il diario della Carovana su https://www.facebook.com/carovanemigranti/
Un abbraccio fraterno e a presto,
Donne e uomini di CarovaneMigranti
Tapachula, Chiapas, 23 ottobre 2018
(carovanemigranti.com, 24 ottobre 2018)
di Riccardo Redaelli
L’Iran è una contraddizione. È un paese in cui manca la libertà personale ma è anche il più affamato di cultura occidentale nel Medio Oriente. La scelta del Salone del Libro di Torino di invitarlo per il 2020 come ospite d’onore può configurarsi come una straordinaria opportunità per l’Italia: oltrepassare i muri ed essere un ponte tra mondi diversi. A una condizione: dare voce anche a quella parte di società iraniana che il sistema ha cercato di silenziare.
Va bene, d’accordo. Ci arrendiamo. Dinanzi al fuoco di sbarramento attivato contro l’idea – spericolata, certo – di invitare l’Iran quale ospite d’onore alla Fiera del Libro di Torino del 2020, anche il manipolo di chi non vuole cedere alla demonizzazione ossessiva e martellante di quel paese deve rinunciare. Perché andrà a finire che, vuoi per pressioni politiche, vuoi per minacce di ritorsione da altri paesi, vuoi perché il Salone, come si dice, deve essere inclusivo e non divisivo, non se ne farà poi nulla.
Una sconfitta per chi ama la storia e la cultura di questo paese complesso e straordinariamente poliedrico, ma anche per chiunque rifiuti di trasformare ogni dibattito in due monologhi solipsisti in cui si scaricano sull’altro slogan e frasi fatte, una contrapposizione di semplice bianco o nero, ove viene guardato con sospetto ogni chiaroscuro.
L’Amministrazione Trump, ha lanciato da tempo una campagna massiccia per isolare la Repubblica islamica dell’Iran, sposando acriticamente le posizioni della destra israeliana e dell’Arabia Saudita. L’Iran è il male, la minaccia ontologica, il fomentatore del terrorismo islamista. Inutile sottolineare come quest’ultimo sia quasi esclusivamente di matrice sunnita e non sciita come i persiani e che proprio Riad abbia le maggiori colpe per la crescita del salafismo-jihadismo che insanguina il mondo contemporaneo. L’unica politica possibile verso l’Iran è quella dell’isolamento e della demonizzazione. Da qui il ritiro unilaterale statunitense dall’accordo nucleare faticosamente stipulato nel 2015 e le nuove sanzioni che minacciano ogni azienda in affari con Teheran.
Contro questa politica che trasforma un paese – certo non privo di ombre cupe e di lati oscuri – in un demone da isolare, l’Europa oggi sembra impotente: ha difeso a parole l’accordo nucleare, ma non fatto nulla di concreto per impedire che le minacce di sanzioni economiche USA lo svuotassero di significato. A livello di politica estera regionale, Brussels rimane passiva e irrilevante, un burocratico cetaceo spiaggiato sulla propria inerzia e sulle proprie contraddizioni interne.
Se vi è un canale che rimane tuttavia aperto, soprattutto per noi italiani, è proprio quello culturale. La vicinanza dei nostri paesi a questo livello è una costante dell’ultimo secolo, basti pensare ai continui scambi di studenti, all’importanza delle nostre missioni archeologiche e storiche nel ricostruire il passato plurimillenario iraniano, solo per fare due esempi.
L’Iran è anche il paese più affamato – a dispetto dei luoghi comuni – di cultura occidentale, quello in cui si traducono più libri stranieri in tutto il Medio Oriente: 8mila case editrici pubblicano 61mila libri. Gli artisti iraniani, dalla cinematografia alla scrittura, hanno ottenuto moltissimi riconoscimenti internazionali. Ve ne sono di molto famosi, si pensi a Kiarostami, Makhmalbaf e Panahi per il cinema, o alle scrittici in esilio come Nafisi e Satrapi, che hanno denunciato le violenze e la illiberalità del regime. Ma vi sono molti altri nomi, forse meno noti, che offrono una voce importante dall’interno dell’Iran. Voci spesso critiche verso i comportamenti del sistema di potere (il nezam).
È per questo che la scelta del Salone per il 2020 sembra utile e opportuna. Il che non significa negare la mancanza di libertà personale che affligge l’Iran, ma l’invito intendo proprio non chiudere le porte alla componente più aperta e migliore di quel paese. Gli intellettuali sono una voce critica e scomoda: alcuni se ne vanno, e spesso il dolore dell’esilio li rende estremamente duri con il loro stesso paese, altri rimangono, in un percorso faticoso, uno slalom fra divieti e censure, giocando fra le divisioni e le contraddizioni del sistema. Rinunciare a questa opportunità serve solo a chi, in quel paese, guarda con sospetto a ogni contatto con l’Occidente e sfrutta il clima da assedio e di isolamento per rafforzare ancor più il proprio controllo su tutti i gangli del sistema, siano essi politici, economici o culturali.
La cultura persiana ha dato tantissimo – nei secoli – a quella occidentale. Ancora oggi la sua società civile ha una maturità e una vitalità sconosciuta a molti dei suoi vicini: il Salone potrebbe essere un’occasione importante per farla conoscere meglio all’Italia e all’Europa e per mandare il messaggio che non tutti si adeguano alla demonizzazione imperante. Lanciando nel contempo una cima di salvataggio alla parte più moderata del ceto politico iraniano, che ha tentato inutilmente in questi anni di rafforzare i legami con l’Occidente proprio per normalizzare il quadro politico interno. Insomma, l’invito a Torino rappresenta un classico di quella “diplomazia della cultura” che il nostro paese, in passato, ha saputo spesso guidare con perizia.
Certo, al Salone spetta il compito irrinunciabile di dare voce anche a quella parte di società iraniana che il sistema ha cercato di silenziare. È importante che l’invito all’Iran non sia solo un invito alla parte ufficiale del sistema. Gli accorgimenti perché sia assicurata la presenza anche di chi, pur amando il proprio paese, non ama quel regime vi sono, in una realtà così composita come quella di Torino. Nella sua autonomia il Salone potrà trovarli.
Ma per sostenere questo invito occorrerebbe una visione di lungo periodo di tutto il sistema-paese Italia, che metta in connessione politica, scambi economici (siamo uno dei partner più importanti per Teheran) e relazioni culturali. Niente di tutto questo sembra oggi esserci in un paese, come il nostro, dominato dal tatticismo elettorale di brevissimo respiro e dalla passione irrefrenabile del parlare per slogan.
Finirà allora, è il ragionevole timore, che l’invito verrà ritirato. E un altro ponte fra Teheran e l’Occidente, fra i pochi rimasti in piedi, sarà dato in pasto alle fiamme della contrapposizione ideologica e manichea.
Riccardo Redaelli è professore ordinario di Geopolitica e di Storia e istituzioni dell’Asia presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Presso lo stesso Ateneo dirige il Centro di Ricerche sul Sistema Sud e il Mediterraneo Allargato (CRiSSMA) e il Master in Middle Eastern Studies dell’ASERI (Alta Scuola di Economia e Relazioni Internazionali).