di Monica Ricci Sargentini
Le donne in Italia sono il 51,3% della popolazione, eppure il loro potere è ridotto al minimo. Sui giornali le firme delle editorialiste si contano sulla punta delle dita anche se il numero delle assunte è cospicuo. Per non parlare delle presenze nei dibattiti televisivi. La politica ormai si coniuga solo al maschile, soprattutto a sinistra. Le donne sono sparite, messe in un angolo a guardare. E lo stesso accade nel mondo del lavoro dove sono sommerse da una scansione dei tempi rigidamente maschile ben rappresentata dalle riunioni interminabili cui partecipano.
Come uscire dall’angolo? Se lo sono chieste diverse femministe in un’affollata e molto sentita assemblea sabato scorso alla Casa Internazionale delle Donne di Roma. «La civiltà è nelle mani delle donne. Oggi più che mai: facciamoci avanti» il titolo dell’incontro che si propone di «ragionare della miseria di una politica sempre più misogina».
«Abbiamo un’enorme potenza ma non abbiamo governo – dice Alessandra Bocchetti, una delle figure fondanti del femminismo italiano -. C’è ancora chi vorrebbe convincerci che siamo aggiuntive, non indispensabili, non capaci. Siamo stufe di essere trattate come una minoranza quando siamo la maggioranza».
Il patriarcato
L’idea è di cogliere lo slancio del movimento MeToo per buttarsi alle spalle l’icona della donna vittima e rilanciare la differenza femminile che può portare a un cambiamento in senso positivo della società. «Tutto quello che era femminista – dice Daniela Dioguardi dell’Udi – è stato masticato dal patriarcato e ci è tornato contro. L’affido condiviso, per esempio, è nato dal nostro desiderio di condividere la genitorialità ed è stato tramutato da Pillon in un’arma contro le madri. Con lo slogan “né puttane né madonne” non intendevamo certo rendere la prostituzione un lavoro né abbiamo mai pensato all’autodeterminazione come a un commercio di pezzi di corpo femminile».
«Gli uomini non sono consapevoli della differenza – dice la presidente di Arcilesbica Cristina Gramolini – pensano che essere uomo e essere donna sia la stessa cosa. I maschi trovano nella prostituzione soddisfazione, tutto il sesso è buon sesso».
Le giovani
Nella sala Carla Lonzi parlano anche le nuove generazioni. Martina Caselli, palermitana, 29 anni, dei collettivi Dipende da noi donne, detta l’agenda delle questioni: «Siamo contro la tratta e la prostituzione, contro la mercificazione del corpo, contro le mistificazioni queer, è difficile chiamarsi femministe se si pensa che le donne non esistano». Arianna di Vitto, romana, 30 anni, del gruppo RadFem Italia, denuncia l’occupazione maschile in Non Una di Meno: «È come se il patriarcato si fosse camuffato da femminista» dice.
Per contare
Tutte chiedono azione da tradursi nella nascita di un nuovo soggetto politico con forme e dispositivi ancora da stabilire. Il tempo stringe e c’è chi pensa alle europee come Roberta Gasparetti della Rete delle donne per la rivoluzione gentile: «Parliamo alla maggioranza delle italiane, possiamo contare». «Nominiamo la differenza, proponiamo un nuovo patto» dice Gramolini. «Sfidiamo il politicamente corretto e cominciamo a dire la verità su come sono organizzati i luoghi di lavoro, sulle politiche del biomercato», è la proposta di Marina Terragni che ha appena pubblicato il libro Gli uomini ci rubano tutto. «È il salto quantico che produrrebbe la rivolta come la intendeva Carla Lonzi, cioè del tutto incruenta, per riportare nel giusto ordine, a camminare sulle proprie gambe e nel suo originario stato di armonia e di quiete, tutto ciò che è stato rovesciato e che non cammina più».
In Europa
Una nuova prospettiva che viene abbracciata anche in altri Paesi europei tanto che lo scorso 30 novembre a Bruxelles è nato Fun Europe, acronimo per Feminists United Network Europe, il cui slogan è «Europe needs Feminism» (l’Europa ha bisogno di femminismo). A farne parte femministe di organizzazioni non governative e di partiti politici. I Paesi rappresentati sono al momento Svezia, Danimarca, Germania, Romania, Polonia, Spagna e Italia. L’obiettivo del network è offrirsi supporto reciproco partecipando ad azioni congiunte e formare una piattaforma politica comune per le prossime elezioni europee. Liv Dali di Feminist Initiative Danimarca ha dichiarato: «Oggi abbiamo scritto un pezzo di storia. Abbiamo creato Feminist United Network Europa. Il femminismo non conosce confini, e insieme uniremo le nostre forze e svilupperemo l’Agenda Femminista Europea!».
(Corriere della sera, 4 dicembre 2018)
di Shendi Veli
Diritti. I movimenti e i centri anti-violenza denunciano gli effetti specifici della misura da un punto di vista di genere. Le donne richiedenti asilo in Italia sono quadruplicate negli ultimi tre anni
Le implicazioni del decreto sicurezza, approvato dalle camere nei giorni scorsi, sono rilevanti per chiunque, ma in modo particolare per le donne. A farlo presente è Dire, la rete dei centri anti-violenza, con un comunicato stampa. Ma sul tema si è espresso anche Non Una di Meno, movimento nato contro la violenza di genere, con una scheda illustrativa sugli aspetti più problematici della misura.
L’elemento più contestato è l’eliminazione della protezione umanitaria. A differenza dell’asilo politico, accordato quasi esclusivamente in base al paese di provenienza, la protezione considerava la condizione individuale del richiedente, e veniva solitamente concessa a chi scappava da catastrofi naturali, discriminazioni, estrema povertà o situazioni di violenza. Per molte donne vittime di tratta ottenere la protezione umanitaria era il primo passo per uscire dalla condizione di schiavitù. «Le donne incinte o con bimbi nati da stupri buttate in mezzo a una strada smascherano definitivamente quell’apparente schierarsi al fianco delle donne con provvedimenti roboanti quanto elusivi tipo il Codice rosso, che di fatto interviene su misure già ampiamente previste dal Codice ma disapplicate nei fatti» afferma la rete Dire.
Altra novità del decreto Salvini è l’aumento da 3 a 6 mesi del tempo massimo di permanenza nei Cpr (Centri per il Rimpatrio) per chi perde o non ottiene il permesso di soggiorno. In queste strutture, spesso denunciate per le pessime condizioni igienico sanitarie e la privazione di libertà, sono recluse molte donne. Le migranti, infatti, più soggette a contratti di lavoro a tempo o al lavoro nero, sono le più esposte al rischio di non vedersi rinnovare il permesso. Nel Cpr di Ponte Galeria, vicino Roma, lo scorso 13 novembre è morta per un malore una donna, Natalia.
Sancita nel decreto anche la lotta alle occupazioni abitative. Un approccio che senza un investimento strutturale nell’housing sociale, rischia di lasciare migliaia di persone per strada. «Le donne, in particolare le madri single, trovano spesso nelle occupazioni l’unica soluzione praticabile all’emergenza abitativa, soprattutto quando costrette ad allontanarsi da un partner violento» spiega Enrica Rigo, Non Una di Meno – Roma.
Inoltre le nuove norme sulla cittadinanza rivedono in senso restrittivo quelle vigenti, in particolare allungano i tempi di acquisizione della cittadinanza attraverso il matrimonio, rendendo l’iter burocratico dell’integrazione più difficile. Anche questa misura colpisce soprattutto le donne straniere che, stando alle statistiche Istat, sono il quadruplo rispetto agli uomini nei matrimoni misti.
«La mascolinità dei muri come la chiama Wendy Brown» dice Enrica Rigo, docente di Diritto dell’immigrazione e della cittadinanza a Roma Tre «sembra riflettere anche una presunta mascolinità di ciò da cui questi muri dovrebbero difendere, la realtà è che il decreto Salvini colpisce in primis le donne e i minori, non solo perché soggetti più vulnerabili come spesso si usa dire, ma perché soggetti coinvolti nel lavoro riproduttivo e di cura, e per questo più ricattabili».
Negato anche il diritto ad avere una residenza per i richiedenti asilo. «Questa misura è gravissima, in particolare per le donne richiedenti, spesso vittime di tratta, che nei centri antiviolenza hanno finora trovato un sostegno concreto per dare una svolta alla propria vita» si legge nel comunicato della rete Dire. «La marea femminista» aggiunge Enrica Rigo «fa sua la battaglia per la libertà di movimento, siamo al fianco delle donne che attraversano i confini per fuggire dalla violenza e dallo sfruttamento».
(il manifesto, 4 dicembre 2018)
Annarosa Buttarelli e Sarantis Thanapulos
Introduzione: il tentativo di eliminare forme di discriminazione sessuale rischia di annullare le differenze rendendo impossibile il dialogo con il diverso da sé. La proposta di definire la genitorialità “genitore 1” e “genitore 2”, andando in questa direzione, crea identità indifferenziate in nome dell’uguaglianza. Intorno a questo tema dialogano Sarantis Thanopulos e Annarosa Buttarelli interrogandosi su come sia possibile superare la discriminazione sociale basata sul sesso salvaguardando la diversità. (Maria Antoncecchi)
Sarantis Thanapulos, psichiatra, psicoanalista, membro ordinario della Società Psicoanalitica Italiana con funzioni di training
Annarosa Buttarelli, filosofa, saggista, docente e ricercatrice italiana nell’ambito del Pensiero della differenza sessuale e della Filosofia di trasformazione
T. «Pare, Annarosa, che nel nostro mondo confuso la norma e la sua eccezione si sovrappongano. Mentre forte è la protesta nei confronti della proposta di legge del senatore Simone Pillon, che equipara il padre alla madre nell’affidamento dei figli, in caso di separazione, esponenti importanti delle lotte contro ogni forma di discriminazione si battono per l’affermazione legale di una definizione neutrale della genitorialità che distingue tra “genitore 1” e “genitore 2”.
A Salvini che rivendica una differenza tra madre e padre fatta di stereotipie sociali, che ne comprimono e rinsecchiscono il significato e la funzione, viene opposto uno schema più “stitico”: l’istituzione di una distinzione numerica che rimanda alle file di attese negli uffici e nei supermercati o alle precedenze gerarchiche. Sembrerebbe che, da una parte, la differenza venga usata come fattore discriminante, e, dall’altra, la distinzione che difende la parità, annulli la differenza, affidandosi a definizioni, convenzionali, omologanti e molto più vulnerabili all’arbitrio.»
B. «Nella sostanza è così. Servono, tuttavia, alcune precisazioni. Salvini non ha in mente la differenza sessuale, ma quella di genere che sostiene storicamente lo schema del ruolo sociale basato sul sesso. È la mancanza di questo sottile discernimento, difficilmente presente nelle coscienze, che rende possibile confondere gli argomenti di femministe radicali come me – per le quali l’esperienza delle donne di mettere al mondo bambini e bambine non è contrattabile – con gli argomenti patriarcali che vogliono mantenere la subordinazione delle donne assegnando loro il ruolo materno di “angeli del focolare”. Così ci si sente dire che le femministe radicali sono “di destra”. Un malinteso senso dell’uguaglianza, e della “parità”, porta acqua al mulino di chi ha interesse ad affermare il “neutro”, un vertiginoso azzeramento della differenza sessuale. Come acutamente noti tu, sono proprio quelli e quelle che hanno tanto a cuore la lotta contro la discriminazione razziale e di orientamento sessuale, a voler rendere insignificante la ricchezza della differenza tra uomini e donne, perfino quella biologica e fisiologica.»
T. «Perdono di vista il fatto che le origini della discriminazione non sono nelle differenze di nascita o sessuali, ma nella proiezione di un proprio limite nell’eccezione alla “normalità”, vera o immaginaria, dell’altro. Annullare le differenze – che rendono i limiti dialoganti ed elaborabili – con la definizione legale di identità indifferenziate, porta alla discriminazione, più temibile, di chi al “neutro”, al chiuso in sé, non vuole adattarsi. Se le forze attrattive che legano i nostri idiomi psicocorporei vengono ridotte a una grammatica di “generi” sociali, la vita ruota attorno al “sesso degli angeli” e l’uniformità, supposta uguaglianza, svilisce la profondità erotica della donna e della maternità».
B. «Suppongo, Sarantis, che per te ruotare attorno al “sesso degli angeli”, sia un parlare a vuoto se poi essi non hanno una vita erotica. Tuttavia si tratta solo di portare in salvo la profondità del desiderio delle donne e della maternità o dobbiamo anche introdurre nella riflessione l’unicità della relazione materna? L’uniformità per legge va nella direzione di moltiplicare le forme esterne della maternità, neutralizzandola.
La differenza vera inizia, invece, a germogliare all’interno della relazione materna, per il differente rapporto con il corpo della madre che un bambino è costretto a riconoscere come per sempre diverso dal suo, rispetto a una bambina che potrà coltivare la coscienza di stare in un continuum materno».
(il manifesto, 1 dicembre 2018)
Misoginia terminale e protagonismo politico femminile

La civiltà è nelle mani delle donne – pagina facebook
In un tempo come questo, in cui tante cose vanno male e alcune bene -in particolare per le donne- abbiamo pensato di chiamare un grande incontro.
Di vederci, noi donne, noi femministe, per ragionare nel modo più libero e ampio sulla miseria di una politica sempre più misogina.
La politica non può essere più a lungo la cosa scadente che vediamo, e della sapienza femminile il mondo ha sempre più bisogno: una corrispondenza che ci chiama a un passo avanti necessario e indifferibile.
Proprio in questo tempo abbiamo la formidabile opportunità di consolidare l’“altrove” politico che già vive nel fermento nella società femminile legata in una rete di relazioni e di scambi: la presa di coscienza globale nel MeToo; gruppi, aggregazioni e imprese di ogni tipo; collettivi di “resistenza” sui vari fronti: utero in affitto, prostituzione e tratta, ddl Pillon, violenza maschile e mascheramenti queer, invasività del biomercato.
Resistere non basta più.
Si tratta di giocare intensamente nel campo politico la differenza femminile, individuando e rivisitando forme, figure, dispositivi che lo rendano possibile.
Questo è un appello e un invito: incontriamoci per discutere insieme
1° dicembre 2018, a Roma
Casa Internazionale delle Donne
Sala Carla Lonzi, h 10.45-17.45
Ilaria Baldini, Paola Bassino Martinetto, Alessandra Bocchetti, Sandra Bonfiglioli, Zina Borgini, Annarosa Buttarelli, Giovanna Camertoni, Lia Cigarini, Laura Corradi, Valeria Damiani, Daniela Danna, Daniela Dioguardi, Lucia Giansiracusa, Cristina Gramolini, Marisa Guarneri, Luisa Muraro, Pina Nuzzo, Monica Ricci Sargentini, Sara Rinaudo, Marina Terragni, Vittoria Tola, Roberta Trucco, Stella Zaltieri Pirola
Per firmare scrivere a convocazioneprimodicembre@gmail.com

(www.libreriadelledonne.it, 15 ottobre 2018)
L’11 dicembre verrà presentato alla Libreria delle donne di Milano il libro di Gisella Modica, Come voci in balìa del vento. Un viaggio nel tempo tra storia personale e storie collettive, Iacobellieditore, pp.208, 13 euro
«Come voci in balìa del vento», di Gisella Modica
di Claudia Bruno
Una ragazza alle prese con una figlia appena nata si appassiona al passato della sua terra e decide di lasciare la bambina a sua madre, alla ricerca della verità. Siamo nella Palermo degli anni Settanta e la ragazza racconta cosa è successo dopo. Una donna rientra nella casa di sua madre, a dieci anni dalla sua scomparsa, e trova abbandonato nel cassetto di un vecchio scrittoio un registratore. Siamo nella Palermo degli anni duemila e la donna racconta cosa è successo prima.
Come voci in balìa del vento (Iacobelli editore, pp. 224, euro 13) ha almeno due inizi e due fini, ma la donna in questione è sempre Gisella Modica, attivista, femminista, autrice del volume in cui racchiude una parte importante di sé. «Si fa storia quando si dà senso a ciò che si vive», scrive Maria Milagros Rivera Garretas. Ecco, il memoir di Gisella Modica è forse prima di ogni altra cosa un libro sulle asperità che comporta il voler raccontare una storia vera, tradurre in parole l’esperienza vissuta e trovarle una forma. Perché se c’è una cosa che una forma non ce l’ha quella è la vita, Modica lo sa bene, e in questa raccolta di frammenti fa una scelta precisa: invece che la narrazione di una storia, ci consegna il diario di una scrittura.
Un viaggio nel tempo tra la nascita di una figlia e la morte di una madre – tra la morte di una madre e il ritrovamento di una figlia – dove il vero protagonista è un registratore a nastro che è chiamato a incarnare il filo che ricuce, un filo in cui si può anche inciampare. Al centro, la Sicilia del dopoguerra, la lotta contadina per l’occupazione delle terre incolte e la ripartizione dei raccolti.
Che ruolo hanno avuto le donne in tutto questo? Modica inizia a chiederselo in mezzo al fumo delle sigarette di un raduno comunista. Ha appena partorito, ma la domanda le punge più di quello straniamento. E non trovando informazioni nei documenti d’archivio la domanda si fa ingombrante, invade tutto. Per questo Modica decide di partire, prende il registratore, un’agenda, e va a cercare la risposta nell’entroterra palermitano. Piana degli Albanesi, Prizzi, Polizzi, Valledolmo, San Cipirrello, San Giuseppe Jato, Bisaquino, Corleone, Castellana. È un itinerario attraverso i luoghi – crepe e ciuffi d’erba, campagne e caseggiati seccati dal sole – quello in cui l’autrice s’inoltra, un percorso a ritroso in una parte significativa della storia italiana, della questione meridionale. La riforma agraria seguita agli anni delle grandi guerre, la fame dei contadini e la ribellione per la mancata attuazione della legge Gullo che prevedeva una redistribuzione più equa, la politica come ancora di salvezza alternativa e a volte persino contigua alla religione, l’autodeterminazione delle donne prima del femminismo.
C’è sempre un’anziana pronta a lasciar entrare la ragazza con il registratore, sedersi a un tavolo, puntellare il nutrimento del racconto di gesti burberi e severi ammonimenti. «La vita della rivoluzionaria» dice Antonietta, la prima a indossare i pantaloni nel suo paese da ragazza «è andare dove c’è bisogno, buttare semi anche dove non c’è niente. Ma non basta. Bisogna stare attente a convincere prima se stesse per poi convincere gli altri». Eccole le voci in balia del vento di cui l’autrice custodirà per sempre l’eco. Sono voci che lungo quarant’anni di esistenza si trasformeranno, mescolandosi ai deliri e ai sogni e che solo a un certo punto si faranno pronte a diventare racconti. Dieci, raccolti nell’ultimo capitolo, dove ogni storia ha la sua forma che sa lasciarla andare.
(il manifesto, 06 giugno 2018)
di Luisa Cavaliere
Dolore, smarrimento, paura e, anche, un filo di felicità sono le emozioni contrastanti e tumultuose che ci assalgono (assalgono noi donne) quando scopriamo il “pregiudizio di genere”. Una lente deformante travestita in mille modi che si annida velenosa dappertutto. Nel linguaggio che la svela pervasiva. Nelle relazioni d’amore. In codificate abitudini trasformate dolosamente in leggi di natura. Nei processi di simbolizzazione che presiedono alle concezioni del mondo, agli stili di vita, alle gerarchie, alle regole morali, all’etica. Scopriamo ognuna a suo modo e, come tante volte pure è avvenuto, insieme alle altre (insieme al gruppo che ci associa intorno ad un desiderio, a un diritto da rivendicare, a un sopruso da contrastare) la verità che segnala quel pregiudizio come causa prima di differenti solitudini, di silenzi, di violenza, di odio che non arretra e si nutre della sua miseria che vuole l’altra addomesticata e silente. Una verità non dogmatica che si innerva nella storia della relazione uomo – donna e la impressiona, la pervade con i suoi frutti velenosi. Di questo tumulto che è anche timore, senso di colpa e che è certezza e, insieme, onda che porta dubbi e genera abbandoni di porti apparentemente sicuri, racconta la giudice Paola di Nicola nel suo utilissimo “La mia parola contro la sua”.
Paola Di Nicola racconta quel suo “venire alla luce” che la scoperta dell’inganno ha provocato. Una scoperta che le ha cambiato la vita, il rapporto con il lavoro, con la maternità, con l’altro. Gliel’ha resa più difficile, più faticosa ma, anche, più vicina ai suoi sentimenti, più capace di nominare il disagio, di raccontare l’inquietudine, di fare crescere la responsabilità che lo svelamento di un inganno così radicale impone. La responsabilità di trovare mediazioni efficaci per un conflitto che, lasciato a se stesso, sarebbe (è) distruttivo, impolitico. “La mia parola contro la sua” narra con sapienza e linguaggio pieno di passione questo percorso “iniziatico” dentro il mondo del diritto, della legge del padre, dei tribunali, delle motivazioni delle sentenze. Dentro quel dispositivo di rimozione politica che sono le parole che, con apparente innocenza, nascondono, negano, quella prima differenza, la più significativa, che sta alla base dell’umano. La scrittura, impietosa, avanza e svela contraddizioni, bugie, complicità, debolezze. Offre statistiche, cifre impressionanti, crudeli mistificazioni. “La mia parola contro la sua” è un libro importante che arriva in un momento inquieto del femminismo non solo italiano costellato di significativi passi avanti ma, anche, afflitto da continui attacchi qualunquistici volti a ridicolizzare e a rifiutare le risposte non ideologiche che esso offre. Per le donne, per noi, questa “messa in ordine”, questo smascheramento minuzioso dell’occultamento è utile come lo è un manuale per stare meglio al mondo. Agli uomini potrebbe servire per alzare lo sguardo vedere ciò che è tanto evidente e che pure non riescono a vedere. Un libro per costruire la mia parola e la sua. Per provare a generare sintesi provvisorie ma efficaci. Risposte che nascano dal reciproco ascolto di una lingua che tutti i giorni si modula come effetto dell’incontro e non più dell’occultamento. Per far venire al mondo ciò che oggi (e Paola Di Nicola sembra pensarlo) è impossibile.
(www.libreriadelledonne.it, 30 novembre 2018)
Il libro di Daniela Danna “La piccola principe” e la scelta di presentarlo nel nostro spazio di documentazione “La Piralide” sono stati attaccati come transfobici. Ma cosa dice di così sconvolgente questo libro?
Forse questo non si può sapere se neanche un libro viene letto e se si preferisce seguire acriticamente le vuote accuse di transfobia girate nel rapidissimo (quando vuole) flusso di internet e FB. (…)
Noi, come Daniela, ci poniamo contro la somministrazione di farmaci bloccanti per la pubertà.
Questo non è negare che esista l’identità transessuale o volerla invisibilizzare.
Una cosiddetta autodeterminazione acritica e a briglia sciolta portata all’estremo degenera nel pensiero che una/un bambina/o o un adolescente sia in grado di scegliere con coscienza di intraprendere un percorso irreversibile verso la transessualità.
Solo a posteriori si può vedere se quella/quel bambina/o avrebbe poi voluto fare una transizione. Non prima.
Affermare che non esistono bambine/i-adolescenti trans non è essere transfobiche/i.
Sono bambine/i-adolescenti che vivono un malessere verso ciò che i ruoli di genere, basati sul proprio sesso biologico, impongono a livello sociale e culturale fin dalla nascita.
Vivere e/o percepire un malessere con il proprio corpo sessuato durante lo sviluppo della pubertà non significa sentirsi o riconoscersi come persone transessuali. (…)
(Centro di documentazione La Piralide, 28 novembre 2018)
di Redazione
Giovedì la protesta delle femministe aveva causato la sospensione dei lavori in Consiglio: oggi nuova manifestazione a Palazzo Marino
E’ stata ritirata la mozione pro-vita presentata dal consigliere di Forza Italia, Luigi Amicone, nella seduta odierna del Consiglio comunale. Giovedì scorso la proposta aveva scatenato le proteste delle femministe di ‘Non una di meno’, che si erano presentate in aula vestite da ancelle, causando l’interruzione dei lavori.
La mozione chiedeva al sindaco e alla giunta di “sostenere” Milano “città per la vita” e di prevedere “congrui finanziamenti a istituzioni, associazioni e gruppi che sostengono concretamente politiche a favore della famiglia e della vita”, oltre ad “approfondire con adeguate iniziative di informazione e sensibilizzazione gli effetti sociali e culturali prodotti dalla legge 194”.
(la Repubblica, 26 novembre 2018)
di Aurelio Mancuso
Un tempo ormai lontano, per distanza strategica, Arcigay si contraddistingueva per la capacità di porsi sempre in ascolto e con una visione riformista, rispetto a questioni complesse e conflitti del pensiero. Invece, con lo stupefacente messaggio lanciato (che pubblico qui sotto), in occasione della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, si colloca come entità in preda ad un estremismo ideologico in netta discontinuità rispetto alla sua storia. Arcigay ha scelto di non parlare di violenza sulle donne ma di attaccare frontalmente chi, in special modo lesbiche e gay, è contro la pratica dell’utero in affitto, definendo questa posizione, appunto, violenta e contro l’autodeterminazione delle donne. L’immagine usata dalla locandina è la summa (involontaria?) di un pensiero patriarcale che nemmeno l’arte medioevale sapeva così chiaramente proclamare. Arcigay è un’associazione che per decenni, per peso numerico e capacità egemonica, ha rappresentato una comunità lgbt unita nelle battaglie fondamentali e plurale nel pensiero culturale, oggi invece ha dismesso il suo ruolo e va a rimorchio di posizioni partigiane, minoritarie, estremiste e liberiste. Al netto del martellamento mediatico, il corpo di un bambino se diventa un possibile dono, o oggetto di contrattazione commerciale, ha vinto il desiderio ad ogni costo a detrimento dei diritti inviolabili soggettivi dei nascituri. Si comprende che associazioni come Famiglie Arcobaleno non vogliano affrontare questa realtà, perché i suoi associati maschi devono trovare giustificazioni morali rispetto alla pratica di concordare il confezionamento di un figlio, ma Arcigay, che non è una associazione corporativa, avrebbe il dovere di riflettere sulle opinioni che si esprimono su un tema come la maternità surrogata. La locandina invece è un chiaro messaggio, dopo anni di silenzioso imbarazzo la maggiore associazione gay italiana si schiera con durezza e chiarezza dalla parte dell’utero in affitto, che se non piace come espressione potrà essere addolcito con utero in uso capione, o utero prestato, o utero in condivisione, ecc. In ultimo, per praticità propagandista, la stragrande maggioranza dei militanti del movimento lgbt italiano taccia le lesbiche e i gay (pochissimi) contrari all’utero in affitto come collaborazionisti dei cattolici reazionari, di essere uguali ad Adinolfi, Pillon ecc. Nel ribadire la vastità di un movimento internazionale composto da partiti e reti progressiste, socialiste, femministe, lesbiche, gay, contrario alla maternità surrogata, non si può che prendere atto che la vana speranza dell’apertura di un confronto, anche conflittuale, dentro la comunità lgbt non è più assolutamente possibile. Con questo manifesto Arcigay ha suggellato una completa e definitiva rottura.
(Facebook, 26 novembre 2018)
Stefania Passaro ex capitana della Nazionale di basket attacca le umiliazioni che i tecnici infliggono in campo incluso quello della Nazionale nei confronti di Raffaella Masciadri
di Stefania Passaro
Raffaella Masciadri che alla sua ultima partita con la Nazionale italiana non trova spazio, non viene fatta entrare dal c.t. Marco Crespi, nemmeno un minuto dedicato alla celebrazione di una delle più forti giocatrici della storia del basket femminile, ha creato dibattito, polemiche, riflessioni anche profonde. Non doveva essere un “contentino”, ma il giusto rispetto e la dovuta valutazione tecnica per una campionessa, la Masciadri, convocata per giunta dallo stesso Crespi per la delicata partita con la Svezia che ha regalato all’Italia la qualificazione agli Europei. Il dibattito si arricchisce e decolla anche con questa lettera aperta di Stefania Passaro, ex giocatrice, campionessa pluriscudettata con Vicenza e Como, tante maglie azzurre sulle sue spalle: Passaro ha scritto a Gianni Petrucci, presidente della Federbasket , che ha dissentito dal comportamento del suo commissario tecnico Marco Crespi. Il prossimo atto dev’essere una risposta, sicuramente ci sarà, di Petrucci.
Egregio Presidente Gianni Petrucci,
prima di presentarmi, permetta una domanda: lei che di sport se ne intende, cosa penserebbe se un calciatore, diciamo del calibro di Gigi Buffon, nel giorno del suo addio alla Nazionale, al culmine della sua forma fisica e mentale, davanti ad uno stadio gremito, fosse costretto dall’allenatore di turno a guardare tutta la partita dalla panchina, senza poter accogliere dal campo, neanche per un secondo, l’ultimo applauso del suo pubblico? Questa cosa è appena successa nel basket femminile, e nessuno, ad eccezione del Corriere della Sera, che di cuore ringrazio, ne ha parlato. Il silenzio mi pare assordante, e la cosa mi ferisce profondamente. Le scrivo perché, come forse ricorda, ho indossato per 178 volte la maglia nella Nazionale italiana di pallacanestro, anche in veste di capitana, e proprio per questo non riesco, per quanto ci abbia riflettuto, a trovare alcuna giustificazione per quello che ho visto succedere mercoledì scorso, 21 novembre, durante la partita di qualificazione ai Campionati Europei di basket femminile Italia Svezia.
Per chi, diversamente da me e da lei, mercoledì scorso non era presente alla partita, ecco i fatti.
Raffaella Masciadri, la Capitana della Nazionale per antonomasia, si appresta a giocare la sua ultima partita con la maglia azzurra. Mascia – così la chiamiamo tutti nell’ambiente – ha onorato quella maglia per ben 17 anni. Ha un palmares formidabile, per il basket è molto di più di Gigi Buffon per il calcio: 193 presenze in Nazionale, 14 scudetti, 9 Coppe Italia, 13 Supercoppe italiane, una EuroCup Women, una medaglia d’oro e una d’argento ai Giochi del Mediterraneo, un argento alle Universiadi.
Insomma, un mito. Un’atleta simbolo, a cui le giocatrici accorse da tutta Italia per festeggiarla guardano come modello di comportamento ed esempio da seguire, dentro e fuori dal campo. Mascia, infatti, è anche una delle poche sportive d’élite che ha una laurea, e per evidenti meriti sportivi è Presidente della Commissione Atleti del Coni, oltre a far parte anche del direttivo dell’Associazione Giocatori.
Senza possibilità d’appello, l’Italia dovrà battere la Svezia per esser certa di andare agli Europei 2019. La partita inizia. Mascia non entra in quintetto. Non entra neanche quando l’Italia è avanti di 23 punti. Perché? Non è, come sanno tutti, la sua festa? Non ha forse il diritto di bagnare di sudore per l’ultima volta la maglia della Nazionale?
Per tutta la partita, l’allenatore azzurro Marco Crespi, davanti alle telecamere della diretta tv, ad ogni errore delle nostre, esplode in gesti furiosi, balza in campo mentre il gioco è in corso pur essendo contro il regolamento, si gela in calme improvvise per poi tornare a trascendere, pronunciando rivolto alla nostra panchina insulti irripetibili, come aspettandosi un’approvazione che, per fortuna, da nessuno della panchina gli arriva mai. Un comportamento, questo, che in quel momento, nella vetrina più prestigiosa del basket femminile nazionale ed europeo, mi umilia come se ci fossi io, in campo. Allora, all’improvviso, mi tornano alla mente certiallenatori che ho avuto, la violenza verbale fitta di insulti a sfondo sessuale di cui io e le altre eravamo succube, il pugno in testa che ricevette una mia compagna di squadra durante un time out per un tagliafuori mal fatto, il calcio nel sedere che solleva da terra il corpo minuto del mio playmaker perché aveva sbagliato uno schema, gesti mai sanzionati dai presidenti, a cui non potevamo ribellarci pena l’esclusione dalla squadra, ritenuti normali da tutti, perché “con le donne ci vuole polso”, si diceva, lo sento dire ancor oggi, come se la bravura tecnica di certi allenatori potesse sdoganare qualsiasi gesto, qualsiasi parolaccia, come se noi giocatrici ne avessimo in fondo bisogno, di tutto questo, per dare in campo il meglio di noi.
E Mascia non entra neanche quando la Svezia arriva a – 2. In campo, le sue compagne hanno perso lucidità, è il momento in cui la sua esperienza, il suo carisma e la sua motivazione servirebbero come il pane. Ma anche in questo frangente, Crespi decide di ignorarla.
Tutto il pubblico, allora, inizia ad invocare Mascia a gran voce. Mi unisco ai cori. La vogliamo in campo. Di cosa la crede incapace, adesso, il suo allenatore? Dopo averne tessuto le lodi, teme forse che improvvisamente non sia più all’altezza e gli faccia perdere la partita? Sono incredula, i minuti passano inesorabili, la squadra soffre, uno dei tre arbitri donna ingiunge a Crespi di smettere di dare in escandescenze e assumere un comportamento consono. Finché, a + 6 per l’Italia, ecco l’ultima occasione per onorare Mascia, per farle prendere la standing ovation dal campo.
Time out, pochi secondi alla fine, il risultato è ormai in tasca, impossibile perdere la partita. Vedo Mascia senza più la sopramaglia chiamare per nome Crespi. Vuole entrare, lo esige dal suo allenatore, ne ha tutto il diritto, chi se non lei? Ma lui, così come già pochi attimi prima aveva ignorato il pubblico e il proprio vice che gli suggeriva di far entrare Mascia, stavolta ignora anche lei. Con 6 punti di vantaggio, senza più rischi per il risultato, la lascia lì, a vivere dalla panchina gli ultimi struggenti attimi della sua splendida carriera in Nazionale. Perché?
Ora, Presidente, visto che, come me, lei era presente alla partita, mi risponda: c’è una spiegazione che non conosco per tutto questo? C’è qualcosa, di cui solo lei è al corrente, che possa giustificare ciò che a me e ai tanti giovani venuti per far festa è sembrata una macroscopica indelicatezza? Glielo chiedo perché so cosa si prova ad essere al termine di una lunga carriera sportiva, so cosa vuol dire strapparsi di dosso per sempre un pezzo ancora vivo di sé e aspettare invano dagli altri gesti che non arrivano, atti magari anche piccoli, certo, ma più preziosi di mille parole, che servano a lenire in qualche modo quell’enorme ferita. Non sapere perché non sono arrivati, quei gesti, può mettere addosso rabbia e tristezza, e condannare ad una cicatrizzazione lenta. Molto lenta. Qualora, però, non ci fosse alcuna ragione per ciò che è successo, o meglio, alcuna ragione che possa sembrare ragionevolmente sensata, se è vero che, come ho visto, non era volontà della Capitana rimanere tutta la partita in panchina, allora le chiedo sin d’ora di porre rimedio a questo grossolano errore, nei modi che il rispetto di questa grande atleta impone a chi come lei ricopre un ruolo così importante.
Oggi è la giornata mondiale contro la violenza sulle donne, ma la violenza, è bene ricordarlo, è anche quella verbale, quella che urla umiliando. Ed è anche l’indifferenza deliberata di chi, ricoprendo un ruolo di potere, disattende diritti che a volte non sono normati, ma che non per questo possono essere ignorati. Compreso, secondo me, il diritto di scendere in campo anche solo per un secondo nell’ultima partita in azzurro della propria lunghissima, vincente carriera. Attendo fiduciosa una sua risposta.
Cordiali saluti,
(Corriere della Sera, 25 novembre 2018)
di Anna Maria Merlo
Non solo gillet gialli, la marcia delle donne contro le violenze sessiste e sessuali riempie la città, come a Parigi non si vedeva da tempo. Le cifre delle violenze. Le richieste allo stato per poter lottare contro
Non solo giallo, ieri a Parigi, ma una valanga di viola nelle strade della capitale. C’erano migliaia di persone, un lungo corteo dall’Opéra a place de la République, per la “marcia” contro le violenze sessiste e sessuali, un anno dopo il #Metoo. È stata una giornata «storica», dicono le organizzatrici. Manifestazioni hanno avuto lungo in una cinquantina di città francesi, 80mila le persone scese in piazza per la vigilia della giornata mondiale che l’Onu dedica alla lotta alle violenze contro le donne.
Mai a Parigi si era vista una partecipazione così elevata, 30mila (12mila per la polizia), anche se ieri la marcia ha dovuto fare i conti con la concorrenza dei gilet gialli, che hanno attirato tutti i commenti di giornalisti e politici, anche a causa delle ore di scontri sugli Champs Elysées.
La manifestazione di #Noustoutes, coordinamento nato lo scorso settembre, era stata prevista da tempo. La marcia, che era stata dichiarata in Prefettura, ha però dovuto cambiare punto di partenza a causa dei gilet gialli, che erano presenti non lontano, anche se place de la Concorde era stata loro negata dalle autorità a causa della vicinanza alla Senna (che faceva temere incidenti, e anche perché l’Eliseo non è lontano). A Montpellier ci sono stati anche momenti di convergenza con i gilet gialli, che hanno fatto un’ala d’onore al corteo femminista.
Nel pomeriggio, dalle 14.30, Parigi è stata attraversata da un lungo corteo, due ore di marcia, con il colore viola dominante. In testa uno striscione: «Vogliamo essere libere senza paure e in vita – agitazione femminista permanente». C’era l’allegria e la creatività tipica dei cortei parigini: «Moins de patriarcat, plus de chocolat» diceva un cartello. Anche questa manifestazione non è stata esente da polemiche. Alcuni non hanno gradito che nel corteo ci fosse uno «spazio non misto» (senza uomini), ma da #Noustoutes hanno spiegato che era opportuno per convincere delle donne a partecipare, per poter superare la paura.
I dati fanno paura: in Francia, secondo le cifre più recenti, ci sono ogni anno 220mila donne vittime di violenze. Ogni giorno ci sono 250 stupri, nel 2016, le donne morte sotto i colpi del loro congiunto sono state 123, una ogni tre giorni. La principale richiesta della marcia di ieri è la «fine dell’impunità degli aggressori». Grazie a #Metoo, le denunce sono aumentate in un anno del 23%. Le femministe chiedono il conto a Emmanuel Macron, che in campagna elettorale aveva promesso di fare della lotta alla violenza una «grande causa» nazionale. Ma i fondi per venire in aiuto delle donne vittime di violenze sono pochi, 79 milioni, mentre le organizzazioni femminili chiedono un consistente aumento, almeno a 500 milioni, per poter trovare luoghi di accoglienza non precari, per permettere di ricostruire la vita.
C’erano anche molti uomini alla marcia, ieri. L’appuntamento è stato preceduto nei giorni scorsi da varie petizioni a favore di un impegno chiaro contro le violenze. E anche per una vera parità, a cominciare dal salari, che in Francia, come altrove, restano inferiori per le donne a parità di competenze. C’è stato anche un Appello, firmato da 400 giornaliste, per sensibilizzare sul sessismo nelle redazioni.
(il manifesto, 25 novembre 2018)
di Cristina Gramolini
La giornata contro la violenza sulle donne è celebrata da un peloso manifesto di Arcigay, in cui si vede un corpo senza testa di donna incinta che tiene la mano sulle mani unite di due uomini e in piccolo la frase “L’espressione utero in affitto è violenza che si annida nel linguaggio”.
Il manifesto è un capolavoro di autosmascheramento, Arcigay scomoda l’autodeterminazione delle donne per chiedere implicitamente il libero accesso al corpo femminile fecondo. Sono disgustata da questo manifesto perché distorce le parole del femminismo. “Essere madre è una libera scelta, ma anche non esserlo lo è” non significa che si possano fare figli per chi li commissiona! Infatti quelle di noi che non vogliono essere madri non lo sono, le gravidanze indesiderate sono evitate con la contraccezione o con l’IVG, oppure una puerpera può non riconoscere suo/a figlia/a che viene data in adozione. I figli non sono merci proprietà di chi li partorisce. Trasformare la gravidanza in lavoro: questa sì è violenza sulle donne, ridotte a contenitore-incubatore per i progetti familiari altrui.
Arcigay non si accorge di dilapidare il consenso sociale e la simpatia delle donne guadagnata in anni di lotta per la libertà di amare, lanciando messaggi che sono contrari al vero senso dei diritti umani e per di più nella giornata in cui piangiamo le atroci violenze commesse contro noi donne.
Se ci sono gay che non vogliono sfruttare una giornata come quella di oggi per violare il femminismo è meglio che parlino, altrimenti noi donne, che abbiamo creduto di essere al riparo dalla predazione perché i gay non sono interessati al nostro sesso, ci convinceremo che abbiamo sbagliato.
(Arcilesbica Nazionale, 25 novembre 2018)
di Luisa Muraro
Care amiche e colleghe, condivido il vostro giudizio che questo è un momento della storia che chiede un accresciuto impegno. Voi lo chiamate impegno “civile” ma lo presentate in termini per cui io lo chiamo e lo considero un impegno politico.
Intendo fare la mia parte, anzi pretendo di essermi già impegnata da anni, da quando cioè ho assistito all’affermazione del leghismo nelle regioni del Veneto (di cui sono originaria) e della Lombardia, sull’onda di una diffusa ostilità popolare nei confronti degli immigrati in cerca di condizioni di vita migliori.
Sono d’accordo con voi che le ragioni d’impegnarsi stanno diventando gravi e pressanti. Sono convinta, come voi, che dalle donne emergano oggi stimoli e proposte importanti. Tuttavia non mi unisco a voi perché ho motivo di pensare che il mio impegno non corrisponda al vostro, senza essere in alcun modo contrario. Voi denunciate e vi opponete alle nuove forme di populismo, razzismo e fascismo: come potrei dissentire?
Il mio impegno è più circoscritto. È la difesa di Simplicio: sicuramente riconoscete l’origine di questo nome (si trova nel Dialogo dei massimi sistemi). Il nome è stato usato recentemente per etichettare le persone che si oppongono all’immigrazione perché ignorano le leggi dello sviluppo economico. Il mio impegno è cominciato dieci anni fa con la critica di quegli intellettuali di sinistra che denunciavano il razzismo invece di ascoltare i motivi della xenofobia e capire quello che stava succedendo. E che poi è successo. Oggi è diventato l’impegno di ascoltare quello che vogliono dire i molti che, senza essere leghisti, hanno votato per la Lega, e capire quello che sta succedendo in Italia e nel mondo. Ne ho parlato in occasione del grande seminario di Diotima, Università di Verona, il 5 ottobre 2018.
Per tornare al vostro messaggio: io penso che il populismo, il razzismo e il fascismo siano reazioni, indubbiamente temibili, alle conseguenze di un progresso mutilato nella sua razionalità, squilibrato nelle sue prospettive e iniquo nel suo funzionamento. C’è stato un tempo in cui il capitalismo aveva bisogno della democrazia, oggi purtroppo è la democrazia che ha bisogno del capitalismo. Ma voi, contro ogni tentazione di scoraggiamento, mi ricordate che possiamo contare sulla grande corrente positiva di un amore femminile della libertà, che cresce. Sì, e in questo io sono con voi.
(www.libreriadelledonne.it, 23 novembre 2018)
di Antonella Mariani
La rivolta in Francia contro il caro vita si può leggere in molti modi. Le periferie del Paese contro il centro. Il ceto medio e medio-piccolo spremuto dalle tasse contro le élite dirigiste. Ma c’è anche un altro aspetto, ugualmente rilevante. All’origine della protesta contro il rincaro dei carburanti, la goccia che ha fatto traboccare il vaso del malcontento, ci sono due donne. Jacqueline (o Jacline, come ama farsi chiamare lei) Mouraud, 51 anni, bretone, ha lanciato il guanto di sfida al presidente Emmanuel Macron con un video pubblicato su Facebook il 18 ottobre, visto da 5 milioni di persone. Priscilla Ludosky, 33enne della regione parigina, venditrice di cosmetici online e «automobilista», ha raccolto 850mila firme con una petizione lanciata su change.org lo scorso maggio. È lecito pensare che nessuna delle due avrebbe mai voluto che la protesta degenerasse e causasse la morte di una manifestante e il ferimento di decine di altri, come è accaduto ieri.
Al netto dei drammatici risvolti della mobilitazione, Jacqueline e Priscilla esprimono il potenziale di una politica declinata direttamente al femminile, senza intermediazioni partitiche. Una politica che va al sodo, archivia le ideologie, abbraccia il pragmatismo e mette al centro le persone e i loro bisogni. In effetti, le voci dei manifestanti con i gilet gialli, raccolte nei giorni scorsi dai media francesi, raccontano di lavoratori e lavoratrici pagati mille euro al mese, che vivono in centri periferici, mal collegati tra loro dai servizi di trasporto pubblico, che ricorrono all’auto privata per gli spostamenti casa-lavoro e per ogni necessità familiare, dal panificio all’ambulatorio medico. E che nell’accelerazione ecologista di Macron, accompagnata dai rincari dei carburanti, credono poco, anche perché a pagarla sono loro, appartenenti alla classe media e medio-bassa, non i parigini benestanti che viaggiano a bordo delle metropolitane veloci.
Il protagonismo femminile però non suscita solo simpatie. È un meccanismo ben noto, quello dello screditamento e della delegittimazione. Jacqueline Mouraud si è vista addebitare la sua passione per il paranormale e altre stravaganze come la riscrittura del testo della Marsigliese. Un cliché che conosciamo anche al di qua delle Alpi. Le sette signore che il 10 novembre a Torino hanno catalizzato le istanze dei Sì Tav sono state classificate come “madamin”, termine che, al di fuori dei confini sabaudi, al resto d’Italia fa pensare più a un club di salottiere in tailleur e foulard che a un gruppo di professioniste – quali sono – seriamente preoccupate per il futuro della città, della regione e del Paese e che per questo hanno messo in gioco le proprie energie.
Ancora, le sei donne che a Roma il 27 ottobre hanno portato migliaia di cittadini sotto il Campidoglio «contro il degrado» della Capitale sono state anch’esse trattate da molti come snob viziate. La cosa che più dispiace è che a questa “narrativa” dai toni sessisti, già piuttosto in voga tra gli uomini, partecipano altre donne. Non che lo spirito di corpo (femminile) debba prevalere sulla valutazione dei fatti e delle opinioni, ma almeno non si contribuisca ad alimentare stereotipi e strumentalizzazioni che si potrebbero ritorcere contro chi li formula. Come è successo in effetti alla consigliera comunale torinese dei Cinque Stelle Viviana Ferrero, la prima a parlare di «madamin salottiere», e alla stessa sindaca Virginia Raggi, che aveva rimproverato alle manifestanti romane le loro borse costose. L’auspicio, dunque, è che quando si parla di donne impegnate nella cosa pubblica nel senso più generale del termine, si stia ai fatti e alle idee, senza antichi riflessi condizionati dal maschilismo, in Francia come in Italia e altrove. Un augurio che riguarda anche gli Stati Uniti, dove le elezioni di medio termine del 6 novembre hanno visto un numero record di donne elette al Congresso. O l’Etiopia, dove per la prima volta una donna è diventata presidente.
Con questo, non crediamo che le donne in piazza in Francia, a Roma e a Torino siano le eroine di un rinnovato femminismo, né che siano le nuove rivoluzionarie. Cogliamo però il segnale: le donne si mobilitano non tanto quando si toccano questioni ideologiche e di puro potere (ne è lampante prova il dibattito che da mesi agita al suo interno il Partito democratico, tutto rigorosamente al maschile), ma piuttosto quando è la vita quotidiana, il benessere e il futuro delle persone a “chiamarle”. Gli aumenti dei prezzi e dunque il bilancio familiare in Francia, le buche e l’immondizia e dunque il decoro e la sicurezza di tutti a Roma, la prosecuzione della Tav e dunque lo sviluppo e il lavoro a Torino… Mobilitazioni riconosciute da tutti gli osservatori come apartitiche, ma che non sono affatto apolitiche. Una politica diversa, più concreta, forse, più umana. Ebbene, lasciamole lavorare.
(Avvenire, 18 novembre 2018)
di Marina Terragni
Per la prima volta in Italia il Tribunale dei Minori di Milano ha concesso a un uomo di adottare i figli del partner (adozione in casi particolari) nati da utero in affitto, realizzando, è scritto nella sentenza «il preminente interesse dei minori, formalizzando da un lato una situazione di fatto già esistente, caratterizzata da un legame di affiliazione già ampiamente riconosciuto e diffusosi nel loro ambito sociale e, dall’altro, dando loro considerevoli garanzie aggiuntive rispetto all’attuale situazione».
I giudici non hanno perciò inteso considerare che l’utero in affitto è un reato quasi in tutto il mondo (salvo che in 18 paesi su 200); che è ignobile sfruttamento per l’Europa, che pregiudica gravemente le relazioni umane (Corte Costituzionale, sentenza 272/2017) e che secondo la legge italiana (legge 40, art.12 comma 6) va punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con una multa da 600 mila a un milione di euro.
Anzi, si dice nella sentenza, «si deve rilevare come nel caso di specie non sussistano elementi, nemmeno indiziari, per fare ritenere che il ricorrente […] abbia inteso offendere o sfruttare terze persone» (la madre, ndr) e di fatto si invita il legislatore a adeguare velocemente le normative alle «frontiere del possibile […] enormemente dilatate dal progresso medico scientifico», intendendo con ciò l’utero in affitto alla stregua di una qualunque tecnica di fecondazione assistita.
Non è così strano che la madre dei bambini non si dichiari offesa né sfruttata, avendo volontariamente sottoscritto il contratto, spesso fitto di clausole vessatorie, in base al quale si è impegnata a condurre una gravidanza e a cedere i figli in cambio di denaro. Qualche volta si offendono e si disperano, ma in buona parte dei casi queste donne – almeno le “surrogate” occidentali, altrove lo sfruttamento è lampante – non si dichiarano offese o sfruttate, il che non significa che oggettivamente non lo siano. Né in base a questo loro supposto sentimento, tutto da verificare, può essere giustificata la compravendita di esseri umani, core business del surrogacy market o #Bigfertility. Per sapere come si sentono i bambini oggetto di mercato sarà necessario attendere qualche tempo.
Sarebbe quindi stato opportuno che il Tribunale dei Minori evitasse queste considerazioni sul tema dell’utero in affitto e si limitasse a valutare la situazione dei bambini, il cui eminente interesse è sempre e comunque non essere separati per contratto dalla donna che li ha messi al mondo. Magari osservando che non potendo godere di questo diritto, che è l’unico che conta, e trovandosi ormai in una situazione familiare consolidata, il male minore era l’adozione da parte del padre. Il male minore, appunto, non il superiore interesse dei bambini, che è stato buttato a mare nel momento in cui sono stati separati dalla madre. Il male minore quando il guaio ormai è stato fatto. E l’ottimo sarebbe che, pur concedendo l’adozione, si stigmatizzasse l’utero in affitto […]. Non è affatto difficile individuare chi ha fatto ricorso alla surrogata, non solo le coppie di uomini, ma anche le coppie eterosessuali che si presentassero alle anagrafi con bambini venuti al mondo in California, in Canada, in Ucraina, o peggio in Cambogia o in Cina: accertare che la donna abbia effettivamente partorito è cosa molto semplice. Se le cose andassero in questo modo, la platea dei surrogatori intenzionali si ridurrebbe giocoforza ai minimi termini.
Purtroppo su questo fronte il governo, e in particolare il ministro degli Interni Matteo Salvini, sono solo chiacchiere e distintivo: il no all’utero in affitto è buono per il Capitano di Pontida, che ha il fiuto di intuire che la Gpa non piace alla maggioranza delle cittadine e dei cittadini e ne fa tema di propaganda politica. Ma quando si tratta di intraprendere politiche conseguenti, tutta questa retorica si scioglie come neve al sole.
Va pertanto detto che l’adozione del figlio del partner – nella logica del male minore per il bambino – è senz’altro preferibile alla registrazione tout-court dei due padri all’anagrafe – ingiunta da un’altra sentenza del Tribunale di Milano di qualche settimana fa -, registrazione che formalizza un’impossibile omofecondità, che cancella del tutto la madre e crea un enorme disordine pubblico e simbolico, negando al/la bambino/a la verità sulle sue origini. Il “secondo padre” può essere solo adottivo […]. In questo senso si è pronunciata anche la Corte costituzionale. Ma va soprattutto detto che lasciare questo enorme tema di civiltà nelle mani di una giurisprudenza creativa, con sentenze a macchia di leopardo che autorizzano a Milano quello che negano a Napoli o viceversa – in attesa, a giorni, di un’importante sentenza della Cassazione sul caso dei “due padri” a Trento – è un atto di grave irresponsabilità da parte di questo governo, come peraltro di quelli che lo hanno preceduto.
Non si tratta semplicemente di un tema politicamente divisivo, politicamente imbarazzante ma tutto sommato marginale, da nascondere il più possibile sotto il tappeto evitando di affrontarlo in tutta la sua complessità. Si tratta di una questione altamente politica che la dice lunga sul mondo che intendiamo mettere al mondo.
(marinaterragni.it, 14 novembre 2018)
di Rebel Network
Care amici e amiche,
vi rivolgiamo una richiesta davvero sentita di aiutarci a diffondere e firmare la petizione che la ginecologa non obiettrice Silvana Agatone, nostra splendida amica e socia fondatrice, e altre 3 coraggiose ginecologhe hanno scritto.
Si tratta di una petizione preziosa perché per la prima volta delle persone coinvolte negli Enti Ospedalieri si espongono così tanto, in una raccolta di adesioni che finora (è stata lanciata da qualche giorno) ha raccolto le firme di più di 9 mila persone.
In molte/i ci hanno detto: non servono le petizioni. E, invece, come avete visto per la manifestazione del “No Pillon”, le petizioni servono ancora eccome. Fare informazione in canali che non siano solo quelli delle/degli attiviste/i, parlare alla gente, parlare anche ai decisori, invitare all’azione. A questo crediamo che questa petizione serva, oltre a sostenere il grande coraggio di queste quattro donne.
Per questa ragione, vi chiediamo di spingerla sui vostri social network o attraverso mail e messaggi mirati.
Vi ringraziamo per quanto vorrete fare e a prestissimo
https://www.change.org/p/applicatela194-giuliagrillom5s-le-parole-non-bastano
Associazione di promozione sociale Rebel Network
C.F. 93154150424
Egregia Ministra Grillo,
siamo 4 ginecologhe non obiettrici. Da sempre ci prendiamo cura di ogni paziente, nel rispetto della sua dignità e del suo diritto alla libertà riproduttiva.
Abbiamo letto le sue dichiarazioni in cui rassicura che la legge 194 non sarà oggetto di revisione.
Sappia Ministra che sempre più spesso accade che:
– quando vuoi interrompere la gravidanza, non trovi negli ospedali medici che ti sostengano e diano seguito alla tua scelta;
– se vuoi abortire, vieni giudicata e pressata da chi dovrebbe rispettare la tua decisione e permetterti di viverla in tranquillità e sicurezza;
– non riesci ad usufruire dell’aborto farmacologico, perché in Italia è consentito solo fino a 49 giorni di gravidanza, invece che fino a 63, come in tutti gli altri paesi del mondo.
Tutto questo per noi è inaccettabile.
Come inaccettabile è stata la tragedia di Valentina Milluzzo, morta a 32 anni in un ospedale a Catania, dove pare che di 12 medici obiettori nessuno sia voluto intervenire per praticare un aborto d’urgenza.
Ministra, da anni assistiamo a una continua chiusura dei luoghi dove le pazienti possono sottoporsi a interruzione di gravidanza volontaria.
Nel 2015 su un totale di 614 ospedali solo 385 effettuavano l’aborto (ovvero solo il 59,4%).
Nel 2016, da 385 si è passati a 371 e da allora continuano a diminuire.
Nella realtà, quindi, poco più della metà degli ospedali garantisce il rispetto della legge.
Inoltre delle strutture che danno la possibilità di usufruire della legge 194 solo una piccolissima percentuale permette alle donne che scoprono di avere un feto gravemente malformato di sottoporsi ad aborto dopo i 90 giorni di gravidanza.
Nel 2016, in tutto il Lazio, su un totale di 41 ospedali, solo 20 garantivano la possibilità di abortire in sicurezza e di questi solo 6 praticavano l’aborto per malformazioni del feto.
Tutto questo vuol dire che, a meno che una donna non sia ricca, il diritto di abortire diviene una ricerca affannosa da provincia a provincia e talvolta da regione a regione, con il rischio di arrivare fuori tempo nei pochissimi ospedali dove vi sia un ginecologo disponibile.
In questo penoso scenario, lo Stato accetta l’obiezione anche di medici e infermieri che dovrebbero assistere le pazienti prima, durante e dopo l’intervento.
L’obiezione di coscienza di anestesisti e personale di sala operatoria che dovrebbero garantire la sicurezza delle donne, provoca di fatto umiliazione e abbandono della paziente che richiede l’IVG. Tutto ciò disattende in maniera clamorosa l’articolo 9 della legge 194/78 che obbliga tutti gli Enti ospedalieri a garantire l’effettuazione delle interruzioni volontarie di gravidanza. Il personale ospedaliero in molte strutture sanitarie subisce pressioni e mobbing per firmare l’obiezione.
No, non possiamo accettarlo.
Lei ha sottolineato che, in quanto Ministra della salute, sia suo dovere adoperarsi perché la legge sia applicata in ogni sua parte e in tutto il territorio nazionale.
Non ci basta la rassicurazione che la legge non sarà sottoposta a revisione.
Per garantire i diritti di ogni donna, la strada è una sola:
- lei deve disporre l’erogazione del servizio IVG in ogni ospedale, istituendo la presenza obbligatoria di ginecologi non obiettori 24 ore su 24, così da garantire piena applicazione alle disposizioni della legge;
- lei deve sanzionare le direzioni sanitarie che non assicurano piena assistenza a chi ne ha bisogno e diritto;
- lei deve istituire una helpline nazionale e gratuita con un servizio di assistenza attivo 24 ore su 24, gestito direttamente dal Ministero della Salute, per informare e accompagnare le donne respinte da medici/ospedali obiettori così che possano ottenere l’IVG a cui hanno diritto.
La legge 194 è una legge di civiltà, voluta da tante e tanti cittadini italiani. Non vogliamo che le ragazze e le donne ricomincino a morire di aborto clandestino.
È compito suo, Ministra, tutelare il diritto alla salute delle donne e che oggi, uomini e donne, le chiedono di difendere firmando questa petizione.
Silvana Agatone – Ginecologa Presidente LAIGA Libera Associazione Italiana Ginecologi per l’applicazione della Legge 194/78 e socia fondatrice della rete nazionale di politica femminista “Rebel Network”
Elisabetta Canitano – Ginecologa non obiettrice Vita di Donna
Concetta Grande – Ginecologa non obiettrice socia Laiga
Giovanna Scassellati – Ginecologa non obiettrice – Responsabile UOSD salute riproduttiva Ospedale San Camillo
di Alessandra Pigliaru
No Pillon. Un incontro con la responsabile del Centro Antiviolenza Onda Rosa di Nuoro, e segretaria dell’associazione nazionale D.i.Re – donne in rete contro la violenza
«Il ddl Pillon deve essere ritirato. Si tratta di un disegno di legge sbagliato nell’impianto e nessuna modifica lo potrebbe mai rendere accettabile. Le piazze indicano la piena consapevolezza da parte dei cittadini e delle cittadine della violazione dei diritti civili e umani inserite nella proposta». Lucida ed esatta, Luisanna Porcu commenta così la giornata di ieri in cui migliaia hanno manifestato per dire no alla proposta del senatore leghista. Psicologa-psicoterapeuta, responsabile del Centro Antiviolenza Onda Rosa di Nuoro, e segretaria dell’associazione nazionale D.i.Re – Donne in rete contro la violenza, conferma che il ddl sia «un passo che ci riporta indietro anche rispetto alla riforma del diritto di famiglia del 1975, prevedendo un’unica famiglia e un intervento statale nelle relazioni familiari, disciplinando minuziosamente ciò che sarà la vita di chi intende separarsi».
Che cosa raccontano le oltre cento piazze di ieri?
Rappresentano la richiesta di ritiro del ddl che nega l’accesso alla giustizia per tutte e tutti, crea un percorso a ostacoli per arrivare alla separazione generando delle enormi differenze da un punto di vista economico e familiare, affermando l’immenso potere del patriarcato e violando l’interesse dei bambini e delle bambine.
Quali sono i punti più critici del decreto e perché non si può cedere?
Entra pesantemente nella vita individuale e familiare delle persone cercando di imporre un unico «modello» come se tutte le separazioni fossero uguali; crescono tantissimo i costi della separazione, e nel momento in cui questo avviene va a colpire il soggetto più debole economicamente all’interno della coppia; è una proposta che non mette al centro i bambini e le bambine; abolisce il diritto del bambino a continuare a vivere nella casa familiare e non tiene conto delle donne che nella coppia subiscono violenza.
In che modo Di.Re. si colloca in questo percorso?
I Centri Antiviolenza della rete D.i.Re sottolineano da 30 anni il tentativo costante da parte delle istituzioni, della politica e degli ordini professionali di «normalizzare la violenza». Il ddl Pillon è esattamente uno di questi tentativi e discrimina le donne e i bambini. Il ddl nomina la violenza, è vero, ma la riconosce tale dopo il terzo grado di giudizio. È un disegno di legge che si traduce in azioni contraddittorie e contrapposte alle reali azioni di supporto necessarie dando continuità alla sottomissione e discriminazione delle donne e dei bambini. Obbliga le donne tutte a sottoporsi a sei mesi di mediazione prima di poter presentare istanza di separazione. Pretendere che le donne medino con il violento, cosa vietata non a caso dall’art. 48 della Convenzione di Istanbul, è vietata proprio perché non è possibile mediare tra chi prevarica e chi ha una posizione di subordinazione. Questo ddl pretende che le donne separino il loro essere donna e persona dal loro ruolo materno; chiede a loro che considerino la violenza come un problema tra partner e impone un modello di bigenitorialità che lede i diritti dei minori.
Pensare che la violenza e la funzione genitoriale siano “distinti” comporta sempre un ulteriore danno sia alla madre che ai minori. I bambini vittime di violenza assistita sono cresciuti con la consapevolezza costante di “quanto sarebbe potuto accadere” e quindi con un senso di profonda disperazione. Hanno sperimentato sulla loro pelle, direttamente o indirettamente, la loro funzione di “strumento” per l’esercizio del potere maschile sulla madre.
John Bowlby ha concluso i suoi studi affermando che i bambini sono programmati per svilupparsi in modo socialmente cooperativo e se non lo fanno dipende da come sono stati trattati. Il trauma da violenza assistita sulla madre rappresenta l’improvvisa interruzione dell’interazione umana, in quanto la violenza è la privazione della libertà di azione e di scelta a tutti i livelli.
I bambini investono di significato tutte le proprie esperienze e il modo in cui intrepretano le esperienze stesse è intimamente legato al senso di sé, che assistere alla violenza compromette in modo significativo. Quindi un uomo violento, anche se non lo è stato direttamente con il proprio figlio, non è e non dovrebbe mai essere considerato “comunque un buon padre”.
L’introduzione “sottobanco” della PAS non riconosciuta in nessun manuale diagnostico per la sua infondatezza clinica, andrà contro le donne in fuga da situazioni di maltrattamento. I bambini non potranno affermare di avere paura del genitore violento, perché il ddl prevede a quel punto un allontanamento dalla madre e addirittura l’inserimento in una comunità per minori.
Un bambino che chiede di non vedere il padre violento è un bambino “sano”, intendendo con questa parola, che è un bambino che attivamente struttura e mette in atto meccanismi di difesa che non sono solo inconsci ma espliciti. È un bambino che va ascoltato nella sua richiesta di assoluta protezione e riconoscimento della relazione sana e significativa con la madre, come sua richiesta non solo di protezione dalle violenze ma come unico modo per poter strutturare dei nuovi modelli operativi interni che gli consentiranno un nuovo senso di sé. È necessario, nell’intervento con i minori, sostenere le madri sopravvissute alle violenze, nella consapevolezza che solo contesti e relazioni significative prive di violenza consentiranno al bambino la creazione di nuovi modelli interni di funzionamento. E questo dovrebbe essere un concetto chiaro per tutti affinchè nei casi di violenza si preveda l’affido esclusivo alle madri e si vieti categoricamente l’uso strumentale della PAS nei tribunali.
Il ddl e i suoi sostenitori non riconoscono la violenza e la collocano nell’alveo delle liti familiari, nel conflitto. La violenza non è un conflitto, è esercizio di potere e la denuncia è uno dei momenti più delicati per l’incolumità della donna, in quanto innalza il rischio per la sua vita: non è un caso che la quasi totalità delle donne uccise dal partner avevano in precedenza già denunciato maltrattamenti e avevano a volte ritirato le querele a causa delle minacce subite. La donna che denuncia vive una condizione di assoggettamento a causa delle continue minacce, pressioni, ricatti dal partner maltrattante che causano nella stessa paura di ulteriori violenze e ne violano la sua autodeterminazione. Motivo per cui qualunque tipo diintervento di mediazione imposto è pericoloso oltre che dannoso. Il ddl Pillon prevede che: “qualsiasi trasferimento del minore non autorizzato in via preventiva da entrambi i genitori o dal giudice deve esser ritenuto contrario al suo superiore interesse e privo di ogni efficacia giuridica. È compito delle autorità di pubblica sicurezza, su segnalazione di uno dei genitori, adoperarsi per ricondurre immediatamente il minore alla sua residenza qualora sia stato allontanato senza il consenso di entrambi i genitori o l’ordine del giudice”. Questo va contro la Convenzione di Istanbul. Protegge i padri violenti e impedisce alle donne di mettere in protezione se stesse unitamente ai loro bambini.
Il prossimo passo che intendete fare?
Dopo l’audizione in Senato fissata del 13, la manifestazione femminista del 24 novembre. È dovere di noi tutte e tutti difendere i nostri diritti, che vanno dai nostri spazi alla 194, non dobbiamo permettere a nessun governo e nessun partito politico di prendere parola sui nostri corpi, sulle nostre vite e sulla nostra libertà di movimento.
(il manifesto, 11 novembre 2018)
di Marina Catucci
Stati Uniti. 19 donne afroamericane si sono candidate per diventare giudice in Texas. E tutte e 19 sono state elette in un successo senza precedenti.

In Texas qualcosa è cambiato, lo ha dimostrato la corsa di Beto O’Rourke, che pur senza concludersi con una vittoria è stata comunque gloriosa. Ma questo «cambiamento» è dimostrato da un risultato inaudito conosciuto come Black Girl Magic, e arriva dalla contea texana di Harris, che comprende Houston, dove 19 donne afro-americane hanno corso per diventare giudice, e tutte e 19 hanno sono state elette.
Il nome se lo sono date loro, e hanno fatto la campagna elettorale in comune, proprio con lo slogan Black Girl Magic, con il supporto del partito democratico della contea di Harris, e si sono unite per una fotografia pre-elettorale di gruppo scattata durante l’estate all’interno di un’aula di tribunale.
L’impatto visivo è molto forte e rappresenta uno scossone non solo iconografico allo status quo del potere maschile e bianco. Le loro vittorie hanno segnato un livello di successo senza precedenti per i candidati giudici neri di sesso femminile in tutto il Paese e in quella contea.
Con una popolazione di oltre 4,5 milioni di persone la contea di Harris è più grande di 24 degli Stati
Usa, e circa il 70% della sua popolazione non è bianca.
Se vogliamo, dunque, l’anomalia c’era prima, e non ora che 19 giudici nere sono state elette. Una delle elette, LaShawn Williams, ha pubblicato su Facebook la foto con le colleghe scattata ad agosto, scrivendo: «Non avrei mai immaginato, il giorno in cui ho deciso di candidarmi per diventare giudice, che sarei diventata parte di un club di donne nere fenomenali, dotate, brillanti, forti, tutto ciò che spero di essere anch’io».
La loro vittoria si aggiunge alla lunga lista di primati che questo midterm ha registrato in tutta la nazione, con la più ampia gamma di candidati mai eletti al Congresso, tra cui 111 donne.
Tramite l’hashtag #Houston19, in molti sui social media hanno celebrato l’elezione di queste giudici che si ritiene riflettano più da vicino le comunità del Texas che rappresentano.
Questo evento rende conto anche della cifra complessiva di queste elezioni di midterm; se la fotografia dello staff di Trump composto solo da uomini bianchi di mezza età era sembrata disturbante e scollegata dal Paese, la foto che arriva dalla Camera rappresenta davvero una nazione dove le donne non sono invisibili e dove ci sono musulmani, nativi americani, transgender e gay.
Le 19 giudici afro-americane rappresentano la contea di Harris più dei loro predecessori e avranno da gestire compiti giudiziari e amministrativi, compreso il presidio di casi penali minori come i piccoli casi civili. La maggior parte di loro sono nate e hanno studiato ad Houston; hanno trascorso almeno una decina d’anni lavorativi collaborando con degli studi legali locali.
Le loro posizioni, portate avanti e spiegate agli elettori nei mesi scorsi, sono state innovative e coraggiose. Durante la sua campagna elettorale, Germaine Tanner, eletta presso il 311 Family Court, ha descritto la visita ai detenuti nelle carceri per il «Progetto Paternità» nella Contea di Harris, che mira a dare responsabilità ai padri, in modo da aiutare a cambiare il concetto della funzione maschile all’interno della famiglia.
Un’altra delle nuove giudici, Michelle Moore, ha spiegato sul suo sito web un approccio su tre fronti per lavorare con «giovani in difficoltà», che non sia punitivo ma rieducativo, basato su «riabilitazione, tutoraggio e istruzione».
(il manifesto, 10 novembre 2018)
di Elvia Franco
Ho appena letto il libro «Tacita Muta» di Neria De Giovanni, edizioni Nemapress, 2018.
È un testo molto bello che parla nel profondo della differenza delle donne. Della violenza, reale e di pensiero, che sono costrette a subire e della determinazione a redimersi da sé. Con le loro forze.
Racconta della bellissima ninfa Lala, la cui voce era un gorgoglio squillante che inneggiava alla gioia della vita. Per proteggere la sorella che Zeus bramava e voleva violentare, fu lei fatta oggetto di brutale violenza da parte di Zeus con il taglio della lingua. Fu poi da lui consegnata ad Hermes perché la rinchiudesse nell’Ade. Hermes aggiunse violenza a violenza e la possedette contro la sua volontà. Sapendo che era muta, non esitò a soddisfare le sue voglie sul corpo di lei. E la ingravidò.
Muta e violentata, Lala, ora Tacita Muta, decise di tenere quei bambini innocenti a cui pose il nome di Lari. Erano due. Divennero i custodi delle soglie delle case, con la funzione di proteggere i loro abitanti da ogni forma di violenza. La madre non era stata protetta. Loro ora proteggevano chi abitava le case.
Lala, la bellissima ninfa, diventò Tacita Muta. Ma rifiutò di accettare la violenza subita e trasformò il suo silenzio in voce nuova. La voce del silenzio, appunto. Rivolse il suo sguardo all’interiorità e lì trovò nuove parole, un nuovo linguaggio, una nuova visione del mondo. Trovò la differenza. Stravolse la violenza della lingua tagliata in sapienza di lingua nuova. Lingua di Grande Madre, voce di Dea “simile al vento”. Lingua che permette ogni anno a Tacita Muta di ritornare Lala, rivedere Cibele, la sua Grande Madre, e «narrare ancora la gloria della vita, la felicità di eros, la potenza della Grande Madre».
In questo tempo di “lingue tagliate” e di mutismo di senso, circolante ovunque, solo nei recessi fecondi dell’interiorità si trovano i suggerimenti per una lingua nuova e le intuizioni, che dovranno diventare pensiero, di nuovi paradigmi di lettura del mondo.
Continuando ad usare i paradigmi di pensieri già fatti, cercando in essi scappatoie di senso, pensando di liberare l’esistente con chiavi arrugginite che non aprono più, dando consigli di redenzione a destra e a manca, come ahimè si fa, si finisce elegantemente di inaridire un pensiero già inaridito. Come si vede ogni giorno.
(www.libreriadelledonne.it, 9 novembre 2018)