di Luisa Muraro
Meno di un anno fa, a Milano, in una stanza d’affitto, una giovane donna di 19 anni, Jessica Valentina F., è stata uccisa dall’uomo che le aveva affittato la stanza. E che voleva fare sesso con lei. Lui era un dipendente dell’Azienda tramviaria milanese. Domanda: com’è possibile che in tempo di pace un onesto lavoratore in una città come Milano si sia reso colpevole di un simile misfatto? Immagino che la psicologia, sempre pronta a rendere servizio, si consideri chiamata a rispondere. La domanda invece riguarda l’intera nostra civiltà, a partire da Aristotele.
Fra lui e lei, a difendere lei e lui stesso dalla prepotenza del desiderio maschile, non c’era un imperativo dotato di efficacia simbolica, niente di paragonabile, per fare un esempio, al rispetto della proprietà privata che s’impara ancora bambini. La farragine di norme, obblighi e convenzioni che, nel regime patriarcale, hanno regolato l’accesso degli uomini al corpo femminile, oggi non vale più. Il principio dell’inviolabilità del corpo femminile, d’altra parte, non si è imposto nella cultura maschile.
In altre parole, alla nostra civiltà manca da sempre una teoria della libertà femminile, con effetti di disordine simbolico che si sono trasmessi nei secoli fino a noi.
Stesso discorso per la procreazione. Esiste, misconosciuto, un principio di libertà secondo cui non si può vietare né obbligare una donna a diventare madre: la relazione materna comincia con il sì della donna. Con la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza, la nostra legislazione l’ha finalmente recepito. Non così la Chiesa cattolica che, di conseguenza, si trova in una crescente difficoltà nel rivolgersi alle donne, aggravata dalle nuove (e disinvolte) tecnologie in materia di riproduzione.
Quale libertà per le donne? Non può bastare quella che discende da diritti inventati da uomini tra uomini e poi estesi alle donne, per cui si arriva a formule insensate come il “diritto di aborto”, o ambigue, come la disponibilità del proprio corpo sui mercati del sesso e della fertilità. La libertà, io dico in generale, precede la conquista dei diritti e viene con la forza che si sprigiona dalla relazione con un’altra (o un altro) da sé, nel corrisposto amore della sua e mia libertà. Parlo a partire dalla mia esperienza nel movimento femminista, dove più importante del femminismo sono la relazione e la fiducia.
(Corriere della Sera – Liberi tutti, 28 dicembre 2018)
Quella che segue è una mia traduzione, sapientemente rivista e editata da Stenelo di ealcinemavaccitu, di un post in francese di Rim Ben Fraj – giornalista e traduttrice tunisina – pubblicato il 28 novembre scorso su Nawaat. È una lettera al presidente della Repubblica della Tunisia dopo che il Consiglio dei ministri, da lui presieduto, ha approvato pochi giorni fa una proposta di legge sull’uguaglianza di genere nel diritto ereditario. La ripubblico qui, alle stesse condizioni della licenza originaria, perché è un esempio di contestazione da sinistra del disegno di legge in questione, agli antipodi delle posizioni e degli scopi dei tradizionalisti e dei religiosi che continuano a sostenere che alle donne spetta la metà dell’eredità rispetto all’erede maschio. (L’autore di Strenlik)
Spiacente, signor Presidente, ma non condivido l’entusiasmo suscitato dal disegno di legge sulla parità di genere nel diritto ereditario. Lavoro tanto, ma senza alcuno stipendio, senza protezione sociale, senza assicurazione sanitaria, e non verso contributi pensionistici.
Con questo ritmo, non so neppure se arriverò viva alla fine dell’anno. In ogni caso, se mai arrivassi all’età della pensione, sarò probabilmente costretta a vendere crêpes o a frugare nell’immondizia per non morire di fame. Poiché né io né le mie sorelle avremo figli, dopo di noi non ci sarà nessuno. Comunque, i nostri eventuali figli, quale che fosse il loro genere, non avrebbero assolutamente nulla da ereditare da noi, così come noi non abbiamo nulla da ereditare dai nostri genitori. Allora, una domanda: di cosa saranno mai eredi in parti uguali le donne tunisine? Siamo centinaia di migliaia a doverci porre questa domanda.
Noi che siamo state brave ragazze, che abbiamo studiato, accumulato esperienze professionali, inviato il nostro curriculum vitae in tutte le lingue in giro per il mondo. Noi che abbiamo visto stroncare sul nascere la maggior parte dei nostri progetti dalla vostra burocrazia. Tutto ciò ci dà buone ragioni per andarcene, per fuggire lontano da questo Paese, per non volere figli e dover lasciar loro – in parti uguali! – tutta questa miseria. Sfortunatamente, i muri sono invalicabili: niente salario, niente protezione sociale, niente visto Schengen. D’altronde, quando vediamo i brutti ceffi al potere in tutta l’area Schengen, ci passa la voglia di andare a bere una birra a Berlino o un bicchiere di vino a Barcellona.
La tanto vantata proposta di legge sulla parità tra uomo e donna nel diritto ereditario ha sollevato un baccano mondiale che impedisce di udire le grida dei disperati di una Tunisia ridotta al silenzio, lontana dal triangolo [per soli ricchi, NdT] Cartagine-La Marsa-Il Bardo. Lei non è stato capace di affrontare neppure uno dei veri problemi che affliggono la nostra società ed ecco che ora se ne viene fuori con questo disegno di legge mediatico per accaparrarsi le lodi ipocrite dei suoi capi a Bruxelles, Washington e Berlino: «Toh, ecco degli arabi buoni!» Visto dal basso, a noi arabi questo spettacolo non importa un fico secco. In hijab o in minigonna siamo tutte nella stessa merda.
Siamo stufe: stufe dei call center che ci pagano una miseria per farci molestare sei giorni su sette, stufe delle fabbriche dove il capo tedesco ci offre generosamente un litro di olio di mais in occasione dell’Eid [la festività religiosa che segna la fine del Ramadan, NdT] come premio per le nostre competenze e l’agilità delle nostre piccole dita, pagate dieci volte meno che nel suo paese. Stufe di associazioni farlocche lautamente finanziate per consentire ai loro direttori esecutivi di offrire giri di birra e comprare borsette Michael Kors alle loro ragazze. Stufe di vedere su Facebook le foto di queste furbette che si fanno finanziare una vacanza studio a Disneyworld da una fondazione di Washington (e la chiamano “youth leadership” e “women empowerment”).
Signor Presidente, ci dividono 57 anni luce. Mi sa che lei e io non abitiamo sullo stesso pianeta. Il suo crede di star bene, il nostro sa di star male. Le sole cose che erediterà il mio pianeta saranno il suo debito, quello dei suoi predecessori e il suo fallimento. Per concludere, qualche suggerimento: vuole davvero far piacere alle donne di questo paese? Allora cominci col dar loro i mezzi per comprare vero caffè, vero formaggio, vera cioccolata, così che possano riempirsi lo stomaco con quel cibo che la maggior parte di esse non può più permettersi. Per il resto si vedrà.
(http://www.strelnik.it/blog/lettera-di-una-femminista-tunisina-trentenne-precaria-e-disperata/, 30 novembre 2018)
Il link all’articolo originario: https://nawaat.org/portail/2018/11/28/lettre-dune-feministe-tunisienne-trentenaire-precaire-et-desesperee/
di Non una di meno
Premessa
Questo documento non vuole essere un’imposizione o uno strumento di censura/autocensura ma un punto di partenza per una discussione seria e approfondita. A tutti gli artisti e le artiste che si riconoscono nei suoi valori chiediamo di sottoscriverlo e farlo girare. A chi, invece, non lo condivide, chiediamo comunque di prendere esplicitamente posizione e contribuire alla discussione con le proprie argomentazioni. Di sicuro, da ora in poi tutti i concerti e gli eventi musicali che ci vedono coinvolte ad ogni titolo saranno ancora più attenti e selettivi nel rifiutare la partecipazione di chiunque, direttamente o indirettamente, si rende protagonista di testi o pratiche sessiste.
1 – L’ammissione
Chiediamo a chi scrive e a chi ascolta rap di ammettere che, insieme a valori positivi e infinite potenzialità estremamente interessanti, esiste un problema serio di sessismo all’interno della scena, è questa (an)estetizzazione che contribuisce a suo modo, consapevoli o meno, alla normalizzazione e all’accettabilità sociale della violenza sulle donne.
2 – L’impegno all’antisessismo formale
Chiediamo a chiunque sottoscrive questo manifesto di non produrre o promuovere testi di carattere esplicitamente sessista, il sessismo e l’omofobia negli spazi Hip Hop continuano a non essere controllati, non è più accettabile giustificarli come una componente valoriale imprescindibile della cultura.
3 – L’impegno all’antisessismo sostanziale.
Chiediamo a chiunque sottoscrive questo manifesto di non produrre o promuovere testi implicitamente sessisti, oggettificanti nei confronti della donna e del suo corpo o in cui si dia per scontata una posizione subalterna del genere femminile, testi che influenzano i modelli sociali e la mentalità comune, fuori e dentro ai contesti Hip Hop.
4 – Il diritto/dovere all’autocritica
Chiunque si è reso in passato protagonista o promotore di testi o comportamenti sessisti può e deve prendere coscienza dell’errore e delle conseguenze di tali comportamenti. L’autocritica è sempre ammessa e salutare, senza censura e processi pubblici. Non ci sono rapper che non si siano pentiti di qualche loro pezzo, ma è inaccettabile continuare a far finta di niente e soprattutto è imperdonabile difendere questo atteggiamento.
Si ha una contorta interpretazione di ciò che è la libertà di espressione, il rap è una responsabilità condivisa.
5 – La coscienza che anche l’uomo è vittima del maschilismo
Chiediamo di comprendere e ammettere che il machismo e la cultura patriarcale offendono anche il genere maschile, non è solo gerarchia tra uomini e donne, ma anche gerarchia tra gli stessi uomini e, per estensione, la sua produzione artistica. Un testo che allude a discorsi superficiali, in fondo, non richiede né intelletto né critica da parte di chi lo riceve. È naturale che i fan percepiscano i rapper di maggior spicco come modello da seguire, il problema emerge nel momento in cui la gravità dei fatti compiuti da un rapper viene giudicata sulla base del suo stesso successo: più quest’ultimo è alto e più è accettabile ciò che dice o fa, accondiscendendo ai contenuti più beceri e rafforzando il problema della misoginia e della cultura machista.
6 – Il dibattito
Chiediamo ad artisti e ascoltatori di affrontare il problema del sessismo in tutti i luoghi – reali e virtuali – dove si fa musica e si discute di musica. L’evoluzione è fisiologica ma il rispetto non deve mancare: il rispetto per se stessi, per le persone e per la cultura.
7 – La promozione dell’antisessismo
Chiediamo ai locali, i centri sociali, le associazioni e le realtà che organizzano eventi musicali di prendere posizione e promuovere dando supporto agli artisti ed alle artiste che si siano impegnat* in maniera esplicita contro il sessismo.
La scena rap non ha mai risposto concretamente alle critiche riguardo al sessismo, non ha mai preso una netta posizione ed è ora il momento di farlo esplicitamente.
nonunadimeno |10 luglio 2018
di Ludovica Eugenio, 15 giugno 2018
Parigi – ADISTA. È ancora in gran parte sotterraneo, parlarne è ancora un enorme tabù. Forse l’ultimo. Ma esiste, e lentamente, caso dopo caso, le vittime cominciano a superare le resistenze e a liberarsi da questo fardello pesantissimo. È il fenomeno degli abusi sessuali sulle religiose, versante ancora poco noto di una piaga che sembra senza fondo, in gran parte nascosto per le dinamiche di controllo e di potere che causano omertà e senso di colpa. Sono abusi sessuali perpetrati spesso su donne fragili e vulnerabili da uomini in posizione di superiorità gerarchica, ma non di rado anche da consorelle o superiore, e che restano sepolti nella coscienza per decenni; spesso, se una vittima riesce a parlarne, lo fa dopo aver abbandonato la vita consacrata, dopo aver trovato la forza di ricominciare un’altra esistenza. In questi ultimi anni, tuttavia, sempre più frequenti sono le denunce, anche se spesso si tratta di casi ormai prescritti
Si tratta comunque della punta di un iceberg dalle dimensioni ancora sconosciute, diffuso in tutto il mondo e che si è iniziato a intravedere nel lontano 2001, quando grazie al settimanale statunitense National Catholic Reporter furono pubblicati quattro documenti strettamente confidenziali; tra questi, uno del 1998 a firma di suor Marie Mc Donald e l’altro del 1995, di suor Maria O’ Donohue – all’epoca coordinatrice dei programmi sull’Aids per conto della Caritas Internationalis e dell’agenzia Cafod (Fondo cattolico per lo sviluppo oltremare) (v. Adista nn. 24, 26, 27, 30, 36, 37 e 42/01) – consegnato al card. Martinez Somalo, allora prefetto della Congregazione vaticana per la Vita Consacrata. Erano rapporti in cui si parlava di suore sfruttate sessualmente, sedotte e spesso violentate da preti e missionari in quanto considerate “sicure” dal punto di vista sanitario. Sul problema è poi tornata in tempi più recenti, nel 2015, la teologa congolese suor Rita Mboshu Kongo, docente alla Pontificia Università Urbaniana, in un seminario internazionale dal titolo «La Chiesa di fronte alla condizione delle donne oggi», promosso dal mensile Donna Chiesa Mondo, supplemento dell’Osservatore Romano (v. Adista Notizie n. 22/15). In Africa, denunciò con forza suor Rita, ci sono suore costrette a “vendersi”, abusate da ecclesiastici e poi abbandonate dalle loro stesse congregazioni.
Quasi un incesto
Ora la questione è stata sollevata dal quotidiano Le Parisien (11/6) al quale alcune vittime, fuoriuscite dalla propria congregazione religiosa, hanno affidato la propria storia, per un’inchiesta sul tema firmata da Vincent Mongaillard. «È la prova che si tratta di un fenomeno molto più ampio. Se le religiose liberano totalmente la parola, può emergere uno scandalo enorme», osserva François Devaux, presidente dell’associazione di vittime di abusi nella Chiesa La parole libérée, nata per dare sostegno alle vittime del prete pedofilo padre Preynat di Lione (v. Adista Notizie nn. 8, 12, 13, 15, 29/16). E l’11 giugno scorso, a Parigi, la Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia (Corref) ha dedicato una giornata proprio al tema degli abusi sessuali: «Quando un religioso aggredisce una religiosa, oltre a una violenza fisica e psichica estrema c’è una violenza spirituale. L’aggressore spezza il corpo, spezza il nucleo più intimo della fede di una persona nel suo rapporto con Dio», è la denuncia della presidente della Corref, suor Véronique Margron, che invita le vittime a parlare e a «far risalire la parola dal fondo della tomba». Si tratta, per l’abuso consumato in questo contesto, di una sorta di «incesto», come lo ha definito la psichiatra Muriel Salmona, presidente dell’associazione Mémoire traumatique: «Là dove le suore dovrebbero essere più al sicuro, sono esposte». Soprattutto le più vulnerabili, ad esempio quelle che hanno già subìto un abuso in passato e hanno una immagine di sé del tutto negativa. Perché la scelta delle vittime non è certo casuale, e maggiore è l’influenza esercitata sulla religiosa, meno la parola si libera e più i predatori sono “al sicuro”, spiega Devaux. Grave responsabilità, poi, è quella della struttura organizzativa delle comunità religiose: «Ognuno degli istituti è autonomo nel suo governo ed è legato al diritto pontificio, a Roma», per cui l’indipendenza dalle diocesi è un altro elemento che favorisce la legge del silenzio.
La storia di “Christelle”
Tra i casi cui Le Parisien fa riferimento c’è quello di “Christelle”, ex religiosa, oggi insegnante, che non riesce più ad avvicinarsi a un prete, a confessarsi, persino a partecipare alla messa domenicale. Lo scorso autunno ha presentato una denuncia per violenza e aggressioni sessuali avvenute nel 2010-2011. La sua è una storia “da manuale”, fatta di vulnerabilità, manipolazione, dipendenza emotiva e spirituale, ricatto, sensi di colpa. All’epoca, racconta, subiva «l’influenza» di “Jean”, prete della sua congregazione conosciuto nel 2004. «Ci era stato raccomandato come un grande e santo predicatore», ed era divenuto una sorta di «fratello spirituale» e di confidente, in un contesto nel quale il suo rapporto con le consorelle, tutte molto più anziane di lei, è molto teso. Nel 2007 la relazione prende un’altra piega: «Al momento di salutarsi in parlatorio ha cercato di baciarmi. Di fronte al mio sguardo sconvolto, mi ha chiesto scusa». Il prete prende le distanze: «Sono crollata, era il mio unico sostegno». Nel 2010, in un periodo in cui sente di aver smarrito la propria direzione spirituale, si ha un riavvicinamento: «Era l’ultima persona che mi restava, aveva un’aura e un’autorevolezza, poteva aiutarmi a trovare il mio posto nella Chiesa», era ciò che si raccontava al tempo. Ma negli incontri i gesti dell’uomo si sono fatti «sempre più inappropriati»: «Ogni volta gli dicevo di no, ma lui continuava. A ogni sbandamento si mostrava pentito. Fino al giorno in cui mi ha violentata. Non era capace di controllarsi, sopraffatto dalle sue pulsioni». L’ex-religiosa assiste a una sorta di «sdoppiamento della personalità»: «È perverso. Mi colpevolizzava sempre. Per esempio, quando aveva cercato di baciarmi, mi aveva rinfacciato: “Non mi hai dato uno schiaffo, quindi ne avevi voglia”. Altre volte si comportava bene e pensavo: “Vedi, le mie preghiere servono a qualcosa”». In ogni caso, conferma l’avvocato di “Christelle”, si è sentita manipolata in un momento di vulnerabilità. Quando poi, nel 2011, “Jean” ha ricevuto un incarico all’estero, la religiosa è riuscita a sottrarsi al meccanismo di dipendenza, pur distrutta: «Ero uno straccio, ho pensato di suicidarmi».
La sua rinascita, ricostruisce Le Parisien, passa attraverso l’allontanamento dalla vita religiosa e la giustizia. Dopo aver saputo che il suo aggressore era stato promosso nonostante ne avesse segnalato le azioni alla gerarchia ecclesiastica, nel 2017 ha deciso di rivolgersi al procuratore della Repubblica. Il religioso – che nega tutte le accuse – è stato sottoposto a una procedura canonica che gli ha vietato di svolgere attività esterne alla comunità. «Ho avuto legami affettivi ma nulla di sessuale. È una storia d’amore casta. Io l’ho interrotta e lei ne è rimasta ferita», è la sua difesa. Il suo superiore lo sostiene: «Penso che vi sia una relazione tra due adulti consenzienti», ha detto. Però, quando ha saputo che era stata sporta una denuncia, quest’ultimo ha contattato “Christelle” telefonicamente per «vedere se c’era modo di accordarsi diversamente»: «Se posso fare qualcosa per te…», le ha detto. La telefonata è stata registrata.
Rompere il silenzio
«Un predatore procede in tre tappe: fascinazione, occupazione progressiva di terreno spingendo oltre i limiti; riprogrammazione»: padre Pierre Vignon, prete della diocesi di Valence, giudice del tribunale ecclesiastico di Lione, spiega su Le Parisien le dinamiche della manipolazione e del silenzio che creano il contesto per l’abuso delle religiose. Quando una suora è “riprogrammata”, si ritrova incastrata nel meccanismo che l’aggressore ha messo a punto per convincerla della colpevolezza, ritorta contro di lei. La “deprogrammazione” richiede «una personalità forte», che si sottragga al meccanismo, per arrivare alla denuncia. Ma i primi a sottrarsi alla denuncia sono i vescovi, interrogati sul fenomeno: «Quelli che consideravo coraggiosi si sono tutti defilati con un artificio ecclesiastico consumato: “Non posso dire niente perché non so niente”», spiega p. Vignon, traendone la conclusione che la Chiesa non si è ancora presa carico di queste storie. Per evitare questi drammi devastanti, «bisogna parlare. E per farlo, bisogna uscire da un difetto che ricorre negli ambienti religiosi. Esiste talvolta un infantilismo psicologico che consiste nel non chiamare il male per nome. Si confonde il male con l’idea del male. Mi spiego: dei genitori devono mettere in guardia una figlia preadolescente, e anche prima, dei pericoli che corre. Se è stata messa in guardia, saprà riconoscere il male quando si presenterà e saprà difendersi. Se non si parla mai “di quelle cose”, la ragazza è sprovveduta e può diventare una vittima. Lo stesso vale per la vita religiosa. Una superiora e delle religiose intelligenti pregheranno il predatore di tenersi a distanza e lo denunceranno se tenta di superare i limiti».
In ogni caso, è molto importante che questo ennesimo vaso di Pandora si stia scoperchiando. «Ma si è solo all’inizio. Se una religiosa arriva a capire che non è lei la colpevole, non è lei ad aver sbagliato, ma il religioso perverso che ha abusato della situazione, sarà più coraggiosa nel denunciarlo. I carnefici avranno la vita molto più difficile se le vittime non solo parlano, ma si uniscono tra loro per difendersi». Una campagna #metoo per le religiose è alle porte?
(Adista Notizie, n. 23 del 23/6/2018)
di Clara Jourdan
Sono preoccupata. Sempre di più compare, e anche in bocca a vecchie femministe che da decenni lottano per il senso libero della differenza sessuale, la parola “genere” dovunque si parli di questioni che riguardano i rapporti tra i sessi, ormai all’ordine del giorno in tutti i contesti: “pregiudizio di genere”, per esempio, e perfino “violenza di genere”. Eppure, nei “pregiudizi di genere” si tratta di pregiudizi di uomini e purtroppo anche di donne contro le donne. E nella “violenza di genere” si tratta di violenza maschile contro le donne. Dunque in questi casi (e non solo) “di genere” sta al posto di “contro le donne”, o di “maschile contro le donne”. Ma perché non parlare chiaro? Mi è stato detto che sono espressioni tradotte letteralmente da documenti internazionali, si sa come fa la burocrazia, prendiamole come formule per intenderci… Eh no! In realtà il “genere” usato così serve a nascondere le cose, sono vere e proprie politiche, anche linguistiche, volte a neutralizzare le questioni, a farne problemi di tipo solo culturale, insinuando che le differenze siano di per sé discriminatorie e vadano eliminate il più possibile. E più precisamente, “di genere” significa che è la differenza di essere donna a dover restare nascosta, a non doversi far notare, per il buon funzionamento del sistema liberista. Altro che libertà femminile! Perciò non possiamo prendere alla leggera queste espressioni e seguire la corrente: sono controproducenti per tutte e tutti, non solo per le femministe e per gli uomini di buona volontà. In tema di violenza e di pregiudizi, poi, queste formule ambigue inducono a sottovalutare i problemi, dato che anche le femministe hanno pregiudizi contro gli uomini e ci sono pure donne che picchiano gli uomini: così si svia l’attenzione dal grave problema messo in luce dicendo “contro le donne”.
Non è una parola proibita, “genere”, ci sono contesti in cui si può usare e va usata quando è necessario, innanzitutto nella grammatica. Il nuovo significato per cui è stato introdotto nella lingua inglese il “gender”, in italiano andrebbe tradotto con “genere sessuale” (*), che si potrebbe intendere come il nome della rappresentazione che l’identità sessuale riceve in una cultura e attribuisce rispettivamente a maschi e femmine. Ma essere creature sessuate non inchioda alle rappresentazioni e ai ruoli sociali, con il femminismo abbiamo scoperto che ci può essere una ricerca libera del senso della differenza sessuale. Per non tornare indietro bisogna evitare l’automatismo e il non pensare. Come ha detto un arcivescovo, siamo autorizzati a pensare.
*Nota: Lo ha segnalato Olivia Guaraldo (vedi Luisa Muraro, Un tentativo di fare chiarezza nelle confuse polemiche intorno alla cosiddetta teoria del cosiddetto genere, 26 settembre 2015, http://www.libreriadelledonne.it/un-tentativo-di-fare-chiarezza-nelle-confuse-polemiche-intorno-alla-cosiddetta-teoria-del-cosiddetto-genere/)
(www.libreriadelledonne.it, 21 dicembre 2018)
di Antonietta Lelario (Circolo La Merlettaia di Foggia)
Cambio di civiltà, punti di vista e di domanda è il titolo significativo dell’ultimo Sottosopra, discusso oggi 19 dicembre 2018 a Foggia, Parco San felice, ore 18.30. La proposta politica è introdotta da Katia Ricci e Gemma Pacella, presenti alcune delle donne che vi hanno scritto, nomi storici del femminismo italiano: Lia Cigarini, Giordana Masotto e Alessandra Bocchetti.
I Sottosopra
Dalla metà degli anni ’70 i fogli periodici con il titolo di SOTTOSOPRA, pubblicati dalla Libreria delle donne di Milano, ci hanno accompagnati per aiutare una lettura della Storia che svelasse la presenza femminile. Non solo la Storia passata, ma quella presente, la cui lettura è tanto più difficile perché vi siamo immersi ed è tanto più necessaria perché senza un’analisi condivisa del presente non si dà politica.
Cambio di civiltà
Quindi molte di noi, del circolo la Merlettaia ma non solo, abbiamo accolto con particolare piacere quest’ultimo numero del Sottosopra Cambio di civiltà, punti di vista e di domanda del settembre 2018, che nasce dalla collaborazione di amiche della libreria di Milano e di Roma.
In questo numero c’è una rotazione dello sguardo che permette di vedere le cose più importanti in un’altra prospettiva. Vi si sostiene che non sono le donne ad aver bisogno di sfondare tetti di cristallo per farsi spazio, ma la società tutta ha bisogno delle donne per un cambio di civiltà. Essendo quella attuale a rischio di perdita di umanità.
È necessaria una svolta storica
In questo sottosopra Giordana Masotto invita le donne a non attardarsi più sullo scontro fra chi pensa che il patriarcato sia morto o vivo. Tutte verifichiamo che “è morente, ma pericoloso, ferito, ma trasformista e dunque rimane un campo di battaglia da cui non possiamo prescindere” e possiamo anche smetterla di dividerci fra quelle della parità e quelle della differenza. Possiamo invece far tesoro del fatto, dimostrato dal MeToo, che la parola delle donne ha credito e che la narrazione della realtà che le donne fanno può vincere su quella degli uomini. Piuttosto Lia Cigarini si chiede “se la pratica messa in campo dal MeToo possa avere efficacia anche nel lavoro e nella politica”. Questo è il desiderio che lei ci consegna nella consapevolezza che non è solo il suo. Ché anzi questa è la scommessa del nostro tempo.
Una visione femminista del mondo
Con slancio rinnovato questo sottosopra ci fa intravvedere il salto di civiltà a cui le donne stanno lavorando da anni. Perché “Le donne sono portatrici di un tale scardinamento dell’idea, della qualità e del senso del lavoro che non possiamo pensare di affrontare discriminazioni e segregazioni senza cambiare il punto di vista sul quadro generale. Le donne al lavoro ci vanno intere… il di più che portano chiede di ripensare il lavoro per tutti… perché il lavoro è tutto ‘quello necessario per vivere’, quello pagato per il mercato e quello di riproduzione sociale. Un insieme di denaro, tempo, senso, espressione di sé, relazioni”, aggiunge Giordana Masotto.
Quando presentammo alla CGIL il precedente Sottosopra dal titolo intrigante “Immagina che il lavoro” ci fu risposto che il problema è la carenza di lavoro, soprattutto al Sud. Avevano ragione se si rimane nelle logiche esistenti, altrettanta ragione se, nel leggere i mutamenti in corso, si vedono solo quelli determinati dal potere. Ma in questo modo contribuiamo anche noi a cancellare una seconda volta la soggettività femminile che invece nel frattempo ha posto sul piatto della bilancia le sue necessità e ha operato già importanti modificazioni. Occorre quella rotazione di sguardo per ricordare che non è scontato che esista l’attuale super sfruttamento né che venga ignorato il tempo necessario alla vita. La mancanza del tempo necessario per coltivare il senso di ciò che facciamo, per prenderci cura di coloro che amiamo, viene oggi considerata normale. È considerato normale dire che si possa andare al lavoro fino al nono mese di gravidanza. È considerato normale concedere 5 giorni all’anno ai padri per le necessità della crescita. Invece tutto questo normale non è, ma occorre che la narrazione femminile che conosce i tempi della cura, della crescita dei figli vinca sulla narrazione che vede il profitto come unico motore del lavoro, subordinandogli tutto il resto. È lo sguardo che deve allargarsi e riavvicinarsi alla vita! Questo sguardo ha bisogno delle donne perché ciò che è considerato secondario si riprenda invece il centro! Proprio l’attenzione ai corpi e al valore dell’esperienza fa riconoscere alle donne quell’annodamento di lavoro e cura che solo un pensiero astratto può illudersi di tenere separati. E, se lo fa, lo fa a patto di mutilare la realtà, e di separarsene irrimediabilmente.
Una verità incontrovertibile
Il presente ha bisogno delle donne anche per affermare un ruolo della tecnologia che appunto liberi tempo o protegga la salute o permetta quel meraviglioso miracolo avvenuto qualche giorno fa per cui in una donna con la sindrome di Mayer è stato trapiantato un utero donato da una donna morta ed è nata una bambina. La tecnologia deve essere al servizio della nostra umanità non stravolgerla, come sostiene nel Sottosopra Luisa Muraro. C’è un punto limite nel tradimento del corpo a cui rischia di giungere la società attuale. Dobbiamo saper dire “no”: il corpo gravido non è un contenitore del nuovo nato come se la creatura fosse un prodotto che può essere venduto o regalato.
In questi anni noi donne abbiamo conquistato ancora più coscienza, non solo di avere un corpo la cui integrità va rispettata, ma soprattutto di essere il nostro corpo nel quale sono iscritte le nostre relazioni, nel quale avviene il colloquio intimo con noi stesse, che ci accompagna sulla scena sociale, che attraverso l’agire quotidiano mostra ciò che pensiamo e sentiamo. “In ogni corpo c’è anche l’anima” dice Alessandra Bocchetti nel monologo, presente all’interno del Sottosopra, contro la prostituzione, ispirato al libro di Rachel Moran, Stupro a pagamento. Questa è per noi una verità incontrovertibile.
Naturale non significa banale
Al circolo La merlettaia abbiamo lavorato a lungo su questa concezione unitaria del corpo, In molte siamo insegnanti e sapevamo di aver portato il corpo a scuola e di esserci lasciate guidare nell’insegnamento da ciò che sentivamo, dal bisogno di dare possibilità di esistenza alle soggettività di ragazze e ragazzi, di aver introdotto una modalità di conoscenza che passa per i corpi e le esperienze, di aver voluto restituire spazio alle relazioni e all’imprevedibilità che esse portano con sé. Sapevamo che questa concezione unitaria del corpo è la bussola che ci ha permesso di agire e nello stesso tempo di immaginare un altro modo di lavorare. Questo sapere “naturale” che è di tante insegnanti, che rimette insieme ciò che era stato artificialmente separato intellettualizzando i saperi e considerando muto il corpo, ha ancora bisogno di essere narrato, sottratto al rischio di banalità, come si dice in questo Sottosopra.
Proprio il riferimento all’esperienza ci fa riconoscere quell’annodamento di lavoro professionale e cura che solo un pensiero astratto può illudersi di tenere separati. E su questo la narrazione femminile è appena cominciata, ha ragione Lia Cigarini.
Ora è il tempo
La grandezza di questo Sottosopra sta proprio nel far vedere i punti a nostro vantaggio da cui partiamo. Come si è detto intanto c’è il credito che le donne si sono conquistate e poi il modo in cui se lo stanno giocando, assumendosi la responsabilità di indicare una nuova civiltà per tutti. In una riunione di Libera poco tempo fa si denunciava il meccanismo del potere che funziona cooptando dall’alto i suoi simili e omologando ogni differenza, per cui l’apertura alle donne, anche quando c’è, non lo scalfisce. Molto opportuna ho trovato quindi la sottolineatura di Giordana Masotto: “gli uomini non possono più accontentarsi di fare spazio alle donne e alla loro differenza, ma devono farsi carico di un cambiamento che riguarda la natura stessa del potere”. C’è discrepanza fra ciò che è ormai maturo nella coscienza ed è una necessità per tutti, da una parte, e l’immobilismo sociale e politico dall’altra. Questo è causa di sofferenza, ma sta anche suscitando una potente presa di parola femminile.
Inoltre devono cambiare i presupposti della società moderna iscritti nel contratto sessuale, stipulato fra uomini per l’accesso al corpo femminile, basti pensare al rito del matrimonio in cui il padre conduce la sposa all’altare e la affida al futuro marito. Certo quel contratto sta già crollando, ma questo non basta, si sente la mancanza di una teoria della libertà femminile. Le donne l’hanno praticata e agita nell’impensabile, ma ora le loro vite e il loro racconto l’hanno resa pensabile e hanno reso possibile porla come limite inviolabile agli uomini. Quando una donna dice no, è no. La libertà inoltre non agisce solo come limite per l’altro, agisce anche come tensione per il di più che vogliamo. In questi anni, e in passato secondo ciò che ci dicono grandi figure di donne, la libertà femminile si è espressa mostrando un desiderio di altro che usciva dai contesti smarginandoli. Sia sull’ascolto del no femminile che su ciò che le donne desiderano la narrazione è appena cominciata. Manca una concezione diffusa della natura dell’Infinito a cui tende il desiderio delle donne È possibile dargli corpo senza una teologia della donna? Luisa Muraro ci pone di fronte a questa domanda. Punti di vista e di domanda è infatti il sottotitolo di questo Sottosopra. Sapremo esserne all’altezza tutte e tutti? L’incontro del 19 è una buona occasione per parlarne.
(L’Attacco, 19 dicembre 2018)
di Francesco Carboni
Ti contatto come Responsabile per l’attività di Advocacy degli uffici europei della World Youth Alliance (WYA), un’organizzazione che opera a livello mondiale con più di un milione di giovani membri, di cui ben 300.000 in Europa. Da anni ci occupiamo della difesa della Dignità umana nel contesto delle Nazioni Unite, delle Istituzioni Europee, del Consiglio d’Europa, e di altre organizzazioni internazionali.
Come già saprai, lo scorso mercoledì è stata approvata nella Plenaria di Strasburgo la Relazione annuale sui diritti umani e la democrazia nel mondo nel 2017 e sulla politica dell’Unione europea in materia (2018/2098(INI)).
Come WYA, abbiamo lavorato con i Membri del Parlamento Europeo e con le organizzazioni partner qui a Bruxelles per sostenere l’emendamento 1, qualificante la pratica della maternità surrogata come una minaccia ai diritti umani e alla dignità delle donne.
Sfortunatamente, tale emendamento non è passato per un margine ristretto di 271 voti contro e 270 voti a favore. In seguito alle correzioni post-voto, l’emendamento ha raggiunto un risultato finale di 277 voti a favore e 264 contrari: nove deputati hanno sbagliato a votare contro durante la Plenaria. Purtroppo le correzioni post-voto non dispongono di conseguenze dal punto di vista legale.
Potrai trovare maggiori dettagli nel nostro comunicato stampa. Inoltre, abbiamo anche stilato un elenco dettagliato sul voto nominale per l’emendamento 1 che troverai qui. Sentitevi liberi di fare vostre tali informazioni, e di diffonderle a chi riteniate opportuno.
Rimaniamo a vostra disposizione in caso siate interessati a ricevere maggiori informazioni.
Cordialmente,
Francesco Carboni
Regional Advocacy Fellow
World Youth Alliance Europe
Rue de la Loi, 42 (Box 7)
B-1040 Brussels
www.wya.net
(email, 17 dicembre 2018)
di Barbara Gerosa
LECCO. Manutentori meccanici ed elettronici cercansi. Possibilmente donne. Non una semplice offerta di lavoro, ma un vero e proprio grido dall’allarme quello lanciato delle aziende lecchesi, che non riescono a trovare personale specializzato da inserire nelle loro industrie. «I numeri sono preoccupanti — spiega Mauro Gattinoni, direttore Api Lecco —. Tra la fine del 2018 e l’inizio del prossimo anno sono previste 1.400 nuove assunzioni nel settore manifatturiero, composto per il 70 percento dal metalmeccanico. Alle richieste degli imprenditori del territorio sarà possibile una risposta solo parziale: secondo le stime almeno 600 posti resteranno scoperti. E stiamo parlando di un solo trimestre. La fame di operai specializzati sta assumendo i contorni di un’emergenza occupazionale al contrario, con le imprese che si contendono gli studenti già dal quarto anno di superiori».
E c’è un altro elemento inaspettato. «Le figure tecniche femminili — prosegue — saranno le più richieste, perché nella nuova industria 4.0 servono intelligenza e cultura e le donne, spesso, hanno una marcia in più. Peccato che le ragazze che frequentano le scuole professionali siano ancora troppo poche». Il nodo è a monte. «Spesso la colpa, se così si può dire, è anche dei genitori che nelle loro aspettative vorrebbero figli medici o avvocati. Eppure — è la conclusione — un manutentore qualificato può arrivare a guadagnare fino a 4 mila euro al mese e le assunzioni sono a tempo indeterminato. Insomma: il posto fisso esiste, ma per assurdo non ci sono i candidati».
La situazione ha raggiunto un tale livello di allarme che importanti aziende delle province di Lecco, Como e Brianza, istituti tecnici e professionali, università, società di consulenza e di formazione, agenzie per il lavoro e studi di liberi professionisti, una trentina di realtà in tutto, hanno dato il via a un patto di collaborazione e costituito il «club Roadjob», che porterà alla creazione di una «academy territoriale»: un’accademia di studenti selezionati per rispondere alla richiesta di personale specializzato delle imprese. La proposta lanciata da Rodacciai, sede a Bosisio Parini, 750 dipendenti, 350 milioni di fatturato annuo, ha subito raccolto il plauso di Agrati Group, del Mollificio Sant’Ambrogio e di numerose altre realtà del territorio, oltre che di Api e dei due più importanti istituti tecnico professionali lecchesi, Badoni e Fiocchi. «Il 70 per cento dei nostri diplomati in produzioni industriali e manutenzione ha un posto fisso a sei mesi dal diploma. Entro l’anno lavorano tutti. Per non parlare di chi frequenta il corso di meccatronica — snocciola i numeri Claudio Lafranconi, preside del “Fiocchi” e membro del comitato direttivo del neo costituito club —. Abbiamo 900 studenti, un centinaio i maturandi ogni anno, una goccia nel mare rispetto alle necessità. Formiamo giovani in grado di partire dal disegno del prodotto fino alla sua realizzazione lavorando alla fresa e al tornio. La bacheca dell’alternanza scuola-lavoro è sempre piena, facciamo fatica a rispondere a tutte le richieste. Le ragazze sono le più brave e solitamente fanno più carriera dei compagni» […]
(Meccanica manca un operaio su due. Nasce l’accademia, Corriere della Sera Milano, 16 dicembre 2018)
Ndr : Le donne stanno occupando spazi impensabili un tempo
di Bianca Bottero
Se esistesse una rubrica con questo titolo su Via Dogana o sul sito scriverei: Ho sfortunatamente assistito ieri a una intervista di tale Formigli a Virginia Raggi: aggressiva, grossolana priva di un minimo di cavalleria (Luisa Muraro docet) come per es. chiederle: “come sta il suo bambino? Ha tempo per lui oltre che per i rifiuti di Roma?” Di contro lei, affilata, sempre comunque gentile e ferma e capace anche di ironia sulle sue grandi orecchie di cui la stampa così spesso la deride… veniva voglia di abbracciarla e di portarla via al più presto.
(www.libreriadelledonne.it, 14 dicembre 2018)
di Marina Terragni
Oggi si è tenuta a Palazzo Marino la prima seduta della Commissione consiliare sulla trascrizione dei “due padri”. La seconda seduta si terrà venerdì 14 dalle 13 alle 14.30.
L’aula commissioni era affollatissima, molto folta la rappresentanza di Famiglie Arcobaleno che ha battuto e ribattuto in un gran numero di interventi sul tasto dei diritti dei bambini.
Vale la pena di ricordare che un bambino registrato con il solo padre biologico non è affatto un “fantasma senza diritti”, argomento forte della retorica Rainbow. Un’altra balla grossolana, dopo quella del “dono”.
Così come i figli di donne sole, senza un padre al fianco, hanno sempre e pienamente goduto di tutti i diritti di cittadinanza – sanità, scuola e via dicendo – anche i figli registrati unicamente con il padre biologico non sono deprivati di alcun diritto.
Il compagno del padre biologico – o la compagna, nel caso di coppia eterosessuale – può accedere all’adozione del bambino o stepchild – lo ha fatto recentemente Nichi Vendola – senza pretendere di essere registrato in origine come l’“altro padre”. Due uomini non fanno figli.
Se una “ragazza madre” vuole che il suo compagno, che non è padre biologico del bambino, sia riconosciuto nella sua funzione paterna, può consentirgli di adottare.
Non vi è ragione alcuna perché ai “due padri” sia riservata una corsia preferenziale: si tratterebbe di una discriminazione positiva in base all’orientamento sessuale, in violazione dell’art. 3 della Costituzione che ci vuole uguali davanti alla legge.
Del resto in Francia, in Spagna, in Svezia, dove pure è riconosciuto il matrimonio omosessuale, i due padri non vengono registrati: si registra solo il padre biologico, l’altro può accedere ad adozione, rispettando il diritto del bambino alla verità sulle proprie origini.
Famiglie Arcobaleno contrasta fortemente questa soluzione, e chiede invece il riconoscimento all’anagrafe di una impossibile fantasia di omofecondità.
In quanto Rete contro l’utero in affitto abbiamo esposto molti argomenti, rappresentando peraltro l’opinione della maggioranza della popolazione italiana, come da sondaggio realizzato in crowdfunding un anno fa: trovate i nostri interventi nei filmati che abbiamo condiviso.
Aggiungiamo solo alcune notizie, anche piuttosto sconcertanti: l’Assessora ai Servizi civici Roberta Cocco ha comunicato che attualmente ci sono 4 coppie di “padri” che hanno fatto ricorso a utero in affitto e che chiedono di essere registrati.
Ha aggiunto che viste le recenti sentenze che ordinano la trascrizione, non si ritiene di “dover far perdere altro tempo ai Tribunali” e altri soldi a queste coppie, e si pensa quindi di passare a trascrivere tout court.
Ci ha altresì informato del fatto che gli atti di nascita registrati nei paesi dove questi “padri” hanno acquistato ovociti e affittato uteri non contengono l’indicazione di chi sia il padre biologico: basterebbe la richiesta da parte delle nostre anagrafi di un semplice test del Dna – così, come detto, si fa in Spagna, in Svezia, in Francia – e invece a questi bambini, commettendo uno straordinario sopruso e violando un diritto riconosciuto da ogni Convenzione internazionale sui diritti dei minori, non solo viene tolta la madre ma viene perfino negata la verità sulle proprie origini – verità che ha anche rilevanza dal punto di vista sanitario – per non disturbare la fantasiosa narrazione sull’omofecondità dei “due padri”.
Questo appare mostruoso perché almeno in linea teorica, come verificatosi nel caso dei coniugi Campanelli e in altri casi di Gpa realizzata in particolare in Ucraina, i bambini potrebbero non avere ALCUN legame genetico con i committenti, ed essere stati semplicemente acquistati da una donna povera messa incinta da chissà chi.
Noi non crediamo che il Comune di Milano possa intraprendere questa strada di profonda ingiustizia e continueremo a lottare per i diritti delle donne e dei bambini che il business del biomercato riduce a mezzi di produzione e a merce.
(www.libreriadelledonne.it, 12 dicembre 2018)
Più di 815mila persone hanno visitato la 32a edizione della fiera internazionale del libro di Guadalajara
La Feria internacional del libro de Guadalajara, in Messico, è il più grande evento editoriale al mondo delle pubblicazioni in lingua spagnola. E i numeri della 32a edizione, che si è chiusa il 2 dicembre, sono impressionanti: oltre 815mila visitatori e ottocento autori di più di quaranta paesi hanno animato nove giorni frenetici di incontri, discussioni e presentazioni. In un’edizione caratterizzata dall’introspezione e dal ricordo di alcuni grandi autori del passato, protagoniste sono state le donne. In almeno una decina di tavole rotonde si è parlato di femminismo, letteratura e #MeToo. “È una novità che in un mondo tradizionalmente maschile ci si ponga il problema di avere una quota proporzionale di presenze femminili”, ha detto la scrittrice argentina Leila Guerriero. […]
(Internazionale, El País, 7-13 dicembre 2018)
di Pinella Leocata
La maternità surrogata è una delle forme in cui si esprime la violenza maschile contro le donne. Legittimare la pratica della “gestazione per altri”, che cancella l’importanza e il significato profondo della gestazione e del parto, significa assumere un approccio maschile che nega e svaluta il ruolo della madre e la specificità della procreazione per la quale non può valere il principio della simmetria dei sessi. Una posizione, questa – condivisa da molte femministe – di cui si è discusso nei giorni scorsi a Catania nel corso di un incontro promosso dalle donne de La Ragna-Tela sul libro-ricerca Maternità. Surrogata? di Daniela Danna, docente di Scienze politiche alla Statale di Milano. Sottotitolo: Nel bazar della vita: il prezzo di un figlio? Trattabile (Asterios editore).
La ricerca condotta dalla prof. Danna in Usa, in India e in tanti Paesi in cui questa pratica è legittima le ha consentito di mettere a fuoco alcuni punti cruciali della questione, a partire da quello relativo alla salute della gestante e del nascituro. La donna che “offre” il proprio utero per la gestazione viene sottoposta, spesso senza essere avvertita, a pesanti “cure” in vista della fecondazione, procedure – debilitanti dal punto di vista fisico – che si traducono in gravidanze e parti difficili e in maggiori rischi per il bambino. Non solo. Durante la gestazione la donna è obbligata a essere controllata dal medico della coppia per cui genera e a seguire il tipo di vita che le viene imposto. Al parto, poi, il bambino le viene subito tolto, con i gravi danni che questo provoca emotivamente non solo alla madre, ma anche al neonato che per 9 mesi ha vissuto con lei, nutrendosi del suo sangue, delle sue emozioni, della sua voce, del suo odore. Non solo. In caso di gravidanze multiple, e sono frequenti visto che per sicurezza vengono impiantati più ovuli, è il committente a scegliere quanti e quali embrioni tenere e quanti e quali eliminare. La gestazione per altri, dunque, sconfina nell’eugenetica e considera la gestante come una macchina di produzione a disposizione del committente, negando alla maternità il significato profondo di relazione tra madre-figlio.
Ancora. Lì dove questa pratica è legale si è passati rapidamente dal “dono”, con divieto di pagamento per la gestazione, al rimborso spese e al contratto di pagamento; e dalla possibilità per la partoriente di scegliere di tenersi il bambino all’eliminazione di questo diritto. Una clausola capestro che non è data in nessun altro contratto di lavoro dal quale si può sempre retrocedere. E anche nei Paesi dove la legge non è scritta, in caso di conflitto, i tribunali finiscono per scegliere la situazione migliore per bambino, intesa sempre come la famiglia che ha più soldi.
Secondo il diritto romano “la madre è sempre certa”, cioè è colei che ha partorito, ed è questo che sancisce la filiazione. Regolare la maternità attraverso l’istituto giuridico del contratto, invece – denuncia la prof. Daniela Danna – significa non solo stabilire che la filiazione non passa dalla generazione ma dal contratto, ma anche mettere in piedi un mercato della filiazione di cui, come per tutti i mercati, lo Stato si fa regolatore. «E nel mercato entrano le dinamiche del potere economico, tant’è che la gestazione per altri è diffusa in India e nei Paesi poveri dove per alcune donne questo, insieme alla prostituzione, è considerato l’unico modo di guadagnare». Una realtà che si cerca di nascondere attraverso la neutralizzazione del linguaggio per cui si parla della gestante come di una “portatrice”, reificando così l’evento della maternità come se si trattasse di cose e non di relazioni.
«Non è vero che la gestazione per altri è un dono – sostiene Daniela Danna – tant’è che i committenti preferiscono pagare per assicurarsi il figlio e la libertà di imporre le proprie decisioni alla gestante. E questo parla di un’idea di figlio come possesso e come diritto. Un falso diritto perché un diritto presuppone che dall’altra parte ci sia qualcuno che abbia il dovere di dare».
Tra le tante questioni poste dalla pratica dell’utero in affitto c’è anche il tema della libertà della donna (ma di quale libertà parliamo?) e quello del “lavoro” che in questo caso viene declinato non certo come uno strumento di emancipazione, ma come mera possibilità di fare dei soldi. Ancora. Sostenere che la madre è colei cui appartiene l’ovocita significa fare prevalere il legame genetico con il figlio e, dunque, assumere una posizione maschile a discapito della relazione madre/figlio che è legata alla gestazione e al parto. E significa non tenere conto dei diritti del neonato, a partire dal diritto alla continuità familiare.
Alla luce di tutte queste considerazioni, Daniela Danna conclude che il movimento LGBT – di cui è stata alfiera – rivendicando il diritto alla gestazione per altri «rischia di essere la testa di ponte per una trasformazione della procreazione umana che iscriverà la disuguaglianza negli stessi corpi, con il ricorso crescente a tecniche di riproduzione assistita che non si distinguono dall’eugenetica».
(www.libreriadelledonne.it, 12 dicembre 2018)
di Fanny Gallot
Più della presenza delle donne nel movimento dei “gilet gialli”, a colpire è la loro visibilità, legata al guadagno di legittimità della loro parola avvenuto in questi ultimi mesi, sottolinea la storica Fanny Gallot.
Da qualche giorno, i media danno conto della significativa presenza di donne di tutte le età nella mobilitazione dei “gilet gialli”. Sul campo sono effettivamente presenti durante i blocchi stradali, e appaiono regolarmente sui media. Denunciano il calo del loro potere d’acquisto, l’iniquità fiscale, i salari bassi, ma anche la condiscendenza del potere e il suo disprezzo di classe, chiedendo a Emmanuel Macron di dimettersi.
La partecipazione delle donne agli scioperi e ai movimenti non è affatto una novità, in particolare contro il caro-vita. Fin dal XVIII secolo hanno fatto parte a pieno titolo delle rivolte, che fossero quelle del grano (contro il rialzo dei prezzi dei cereali), quelle contro le tasse o contro i signori. Mettere avanti le donne impressiona le autorità, che le reprimono meno duramente. E il disordine che produce la loro presenza può condurre il movimento alla vittoria.
Anelli della catena femminista
In tutte le mobilitazioni recenti l’impegno delle donne è stato altrettanto forte, eppure sorprende. Ogni volta appare come una novità. La presenza femminile è vista come il segno di una mobilitazione eccezionale: se ci si mettono anche le donne… In realtà, ciò che dovrebbe stupire è che ci si dimentichi della loro partecipazione, la loro invisibilità retrospettiva. Le donne hanno dato da diversi anni un contributo decisivo, con scioperi a maggioranza femminile della sanità animati dalle infermiere o nelle imprese di pulizia. In questo momento, per esempio, lo sciopero delle addette alle pulizie dell’Hôtel Park Hyatt Vendôme ha reso visibile non solo il loro lavoro, ma anche le condizioni in cui viene svolto.
Oggi, il coinvolgimento delle donne con i “gilet gialli” è legato in parte al loro farsi carico del lavoro domestico, svolto essenzialmente da loro (anche se la molla che le ha spinte a muoversi non si riduce a questo): è ancora a loro che tocca mettere insieme il quadro lavorativo con quello familiare. In un contesto che rende impossibile farcela a molte di loro, la mobilitazione permette di far emergere nello spazio pubblico ciò che era confinato alla sfera privata: se molte non ce la fanno, vuol dire che i problemi vissuti di solito come personali hanno cause sociali, che il personale è politico. Inoltre, certe donne impegnate nel movimento dei “gilet gialli” lavorano nell’ambito dei servizi alla persona, in cui le forme d’organizzazione e di mobilitazione collettiva, sul lavoro e a causa del lavoro, sono difficili da mettere in opera: mobilitarsi con i “gilet gialli” significa portare alla luce e politicizzare le loro difficili condizioni di lavoro e di vita.
Quello che forse cambia nella mediatizzazione del movimento dei “gilet gialli” è che la presenza femminile è diventata parzialmente visibile e se ne è parlato. Un fenomeno probabilmente legato al guadagno di legittimità della parola delle donne di questi ultimi mesi. Con un continuo inanellarsi femminista che si è dispiegato su scala mondiale, dallo sciopero dell’8 marzo in Spagna alle mobilitazioni per l’aborto in Argentina, dal #metoo negli Stati Uniti alla manifestazione del 24 novembre a Parigi, è in corso una nuova ondata femminista. Questo favorisce la presa di parola delle donne nello spazio mediatico. Se la scelta dei “gilet gialli” di dotarsi di portavoce è sintomatica di una certa tendenza a fare sparire le donne, l’originalità del movimento è proprio di non avere una sua direzione in cui gli uomini possano monopolizzare l’attenzione. Le forme di organizzazione democratica che di tanto in tanto vengono abbozzate nel movimento non possono quindi tagliar fuori la parola delle donne.
Fanny Gallot, storica, è docente all’università Paris-Est Créteil e fa parte del Centro di ricerca in Storia europea comparata. In particolare, è l’autrice di « En découdre. Comment les ouvrières ont révolutionné le travail et la société » edizioni La Découverte, 2015.
(Le Monde, 11 dicembre 2018, traduzione dal francese di Silvia Baratella)
Aujourd’hui comme hier, les femmes au cœur des mobilisations
par Fanny Gallot
Plus que la présence des femmes dans le mouvement des «gilets jaunes», c’est leur visibilité qui frappe, liée au gain de légitimité de leur parole ces derniers mois, souligne l’historienne Fanny Gallot.
Depuis quelques jours, les médias rendent compte de la présence importante des femmes de tous âges dans la mobilisation des «gilets jaunes». Sur le terrain, elles sont effectivement présentes aux ronds-points et apparaissent régulièrement dans les médias. Elles dénoncent la baisse de leur pouvoir d’achat, les injustices fiscales, les bas salaires, mais aussi la condescendance du pouvoir et son mépris de classe, appelant Emmanuel Macron à démissionner.
La participation des femmes dans les grèves et dans les mouvements sociaux n’a rien de nouveau, en particulier contre la vie chère. Dès le XVIIIe siècle, elles sont partie prenante des révoltes, que celles-ci soient frumentaires [relatives à la hausse des prix des céréales], antifiscales ou antiseigneuriales. La mise en avant des femmes impressionne les autorités, car elles se trouvent moins réprimées. Et le désordre qu’elles produisent peut conduire à la victoire du mouvement.
Séquence féministe
Dans toutes les mobilisations sociales de la période récente, l’implication des femmes est également forte et, pourtant, elle surprend. Cette implication apparaît à chaque fois comme une nouveauté. Leur présence est alors comprise comme le signe d’une mobilisation exceptionnelle : si même les femmes s’y mettent… En réalité, ce qui mérite l’étonnement, c’est qu’on oublie leur participation : leur invisibilité rétrospective. Elles ont contribué de façon décisive depuis plusieurs années, avec des grèves majoritairement féminines dans le secteur de la santé avec les infirmières ou encore dans celui du nettoyage. En ce moment, par exemple, la grève des femmes de ménage de l’Hôtel Park Hyatt Vendôme a permis de rendre visible non seulement leur travail, mais également les conditions dans lesquelles il est accompli.
Aujourd’hui, avec les «gilets jaunes», l’implication des femmes est pour partie liée à leur prise en charge du travail domestique, un travail gratuit réalisé pour l’essentiel par les femmes (même si les ressorts de leur mouvement ne s’y réduisent pas) : c’est toujours à elles qui revient de joindre les deux bouts dans le cadre du travail et de la famille. Dans un contexte qui rend impossible la réalisation de cette tâche pour nombre d’elles, la mobilisation permet de faire apparaître dans l’espace public ce qui restait dans la sphère privée : si beaucoup n’y parviennent plus, c’est bien que les problèmes vécus généralement comme personnels ont des causes sociales, que le privé est politique. En outre, certaines femmes impliquées dans le mouvement des «gilets jaunes» travaillent dans les métiers des services à la personne, où les formes d’organisation et de mobilisation collectives, dans et par le travail, sont difficiles à mettre en œuvre : se mobiliser avec les «gilets jaunes», c’est faire apparaître en pleine lumière et politiser leurs difficiles conditions de travail et d’existence.
Ce qui change peut-être dans la médiatisation du mouvement des «gilets jaunes», c’est que l’invisibilité des femmes est partiellement rendue visible et débattue. Un phénomène probablement lié au gain de légitimité de la parole des femmes ces derniers mois. Avec la séquence féministe qui se déploie à l’échelle mondiale, de la grève du 8 mars en Espagne aux mobilisations pour le droit à l’avortement en Argentine, de #metoo aux Etats-Unis à la manifestation du 24 novembre à Paris, une nouvelle vague féministe est en cours. Elle favorise la prise de parole des femmes dans l’espace médiatique. Si la mise en place des porte-parole des «gilets jaunes» a été symptomatique de la tendance à voir disparaître les femmes, l’originalité du mouvement est justement de ne pas avoir de direction où les hommes pourraient monopoliser l’attention. Les formes d’organisation démocratique telles qu’elles s’esquissent parfois dans le mouvement ne peuvent donc passer à côté de leur parole.
Fanny Gallot, historienne, est maitresse de conférence à l’université Paris-Est Créteil et membre du Centre de recherche en histoire européenne comparée. Elle a notamment écrit «En découdre. Comment les ouvrières ont révolutionné le travail et la société» (La Découverte, 2015).
(Le Monde, 11 décembre 2018)
L’ultimo numero di Donne Chiesa Mondo, diretto da Lucetta Scaraffia, è dedicato a “Il gusto”, con un’immagine di copertina che non ha niente di spirituale: Nonna Papera con una crostata. E, cosa più importante, con un articolo di apertura Si cucina, si offre e si mangia per legarsi all’altro, firmato (sorpresa) Stefania Giannotti, maestra-cuoca nel Circolo della rosa presso la Libreria delle donne di Milano.
(la redazione del sito)
Si cucina, si offre e si mangia per legarsi all’altro
di Stefania Giannotti
Una cucina, abbastanza modesta, è il mio primo ricordo. C’è la solita credenza celeste di legno, un tavolo, quattro sedie, un lavello di pietra, i profumi della cucina di casa. Ai fornelli sta mia nonna, subito dietro mia madre, io nel seggiolone, poi sul tavolo con i quaderni. Più tardi nel tempo conquisterò il diritto a qualche mansione che non comporti l’uso di coltelli: impastare, sbattere, mescolare… È in quella cucina che il filo genealogico tra noi tre si tende e mi raggiunge. Il cibo sarà poi per sempre il momento più alto e felice del rapporto con mia madre. Il cibo, per dire il nutrimento, da dove passava anche il piacere che lei sapeva dare. Sarà proprio la cucina il luogo dell’autorità di mia madre, l’autorità che fui capace di riconoscerle, la stessa che sua madre, la nonna, riceveva da lei. Quella cucina era il luogo di un sapere che circolava tra noi.
Il nutrimento è un legame. Un legame tra corpi. Lo sperimenta la creatura appena nata nel prendere il latte e la madre nel darlo. Nutrire, preparare il cibo e renderlo commestibile fanno parte di un’esperienza, di un sapere che riguarda soprattutto le donne. La cucina è di certo nei secoli opera di civiltà femminile, civiltà del dono, della vita e del piacere. Passa di madre in figlia, inizia con una femmina piccola che guarda una donna grande, si trasmette e si impara senza libri né sillabari, in un corpo a corpo che segna il rapporto. All’inizio è un balbettio proprio come in quel primo apprendimento che è la lingua materna, in cui non esistono regole ma il mistero dell’appartenenza di due corpi e un passaggio inconsapevole del più grande dei saperi: il linguaggio.
Talvolta, ma non sempre, la passione fa il resto. Eleva la preparazione del cibo, la distoglie dal senso dell’obbligo e del servizio e la fa diventare un lavoro speciale. Il nutrimento, la cura restano presenti e accanto, ma la passione li sorpassa. Incomincia allora il lavoro di ricerca del gusto, del piacere dell’altro, della fatica e del dono. Uscire dall’obiettivo di puro nutrimento dota la cucina di un senso in più, un valore libero e relazionale. È questo legame tra nutrimento e passione che dirige il gioco che un giorno chiamai «cucina relazionale».
Mi accorsi che ogni gesto, e fin dal primo, anche se da sola ai fornelli, prevedeva gli altri. L’immagine di altri corpi mi stava accanto fin dalla prima mossa, la loro necessità di nutrirsi e la capacità di provare gusto e piacere mi accompagnava.
Si cucina, si offre, si mangia per legarsi all’altro. Materialmente col corpo.
Tutte le fasi che prevedono la preparazione del cibo prevedono l’altra/o. I commensali ti stanno già muti e invisibili a fianco fin dall’inizio e in attesa, per tutto il tempo. E poi c’è la tavola: si fanno le parti, è il momento della condivisione, e se il cibo ha fatto da buon tramite è più probabile che si aprano relazioni.
Il cibo è percorso facile e abbreviato per favorire la comunicazione. È un piacere da donare e condividere, per di più un piacere del corpo, quindi forte, ma anche praticabile e spendibile con leggerezza. In questo senso è oltre e di più del mero nutrimento e se ne va lontano dal ruolo e dall’accudimento. Entra nella gratuità della relazione. Nominarne il valore simbolico e di scambio gli dà un senso in più. Eccola qui la cucina relazionale.
«Volete due spaghetti?» è la frase più importante che conosco. È dolorosa, è bella e l’associo a casi estremi. Va dritta all’altro e gli tende una mano. Rifà ponti dove tutto è crollato.
La pronunciò mia madre. Quando ebbi il gravoso compito di dirle che era morto suo figlio, mentre temevo per la sua salute e un possibile improvviso malessere, lei diventò invece più bella, le si distese il volto, occhi verdi e pallore di pietra, e con una calma ieratica chiese: «Volete due spaghetti?». Fu la prima frase che pronunciò. Nello smarrimento altro non c’era da dare, altro non si poteva prendere. Se ne stava andando lontana col pensiero, ma i fornelli le servivano per restare con noi, con me.
Una sorte non benevola colpì anni dopo anche me con lo stesso irrimediabile dolore. E poi un’amica. Tutte e tre ci rivolgemmo al cibo come fosse santo, ai fornelli come al tabernacolo.
Nutrimento e morte vanno d’accordo. Il nutrimento ripara la morte. L’obbedienza passa di lì. Obbedienza che nessuno richiede. Obbedienza per vivere. Obbedienza come sollievo. C’è un nulla che non si può riempire, c’è un dolore che non si vuole smarrire. Impari presto che quel dolore può accompagnare l’esistenza e che a cercare di farlo fuori o di sconfiggerlo si resta soli. Quando non c’è lo cerchi e quando è troppo passi a mille stratagemmi. Uno è cucinare.
Nel nulla della perdita, della mancanza e dell’assenza, un nulla che non c’è verso di riempire, quando la ribellione è inutile, la rassegnazione impossibile, la dimenticanza pericolosa, l’elaborazione una sciocchezza, restano l’obbedienza e un gesto di resistenza pacifica: cucinare cibo. Allora c’è una stanza segreta dove portare quel grande silenzio in cui è necessario ritirarsi: è la cucina. Qui c’è il rumore dell’acqua che lo copre, del fuoco, dei coltelli che tagliano, degli attrezzi di cucina che si fanno sentire. È lì che imbocchi la strada che porta agli altri per restare attaccata alla terra. È lì che la vita vince su tutto.
Il nutrimento è gesto di sottrazione alla morte e alla sua attrattiva in casi estremi. Il cibo, forza e potenza vitale, gli si contrappone.
Cucinare significa allora opporre a quel nulla che non si può riempire un movimento. Quei gesti rapidi, obbligati, attenti a evitare la catastrofe sempre in agguato come nella vita, il sugo che in un minuto attacca, la pasta che scuoce, il troppo sale, quei gesti riportano alla realtà che scappa, ti rimettono i piedi per terra. Le dosi, le procedure, la ricetta diventano la regola. Da non trasgredire. Esercizio di vita, regola di una vita che sfugge.
Quando cucino mi sembra che la vita sia eterna. Per tutti. Nutrire la rimette in pista. E infine qualcuno mangerà quel cibo. E sarà compiuta la relazione.
Per abbonarsi alla rivista scrivere a: donnechiesamondo@ossrom.va
di Lidia Baratta
Mentre i centri antiviolenza arrancano, associazioni e onlus si sono buttate nella difesa delle donne vittime di violenza. Basta guardare gli 11,7 milioni distribuiti dal Dipartimento Pari opportunità tra società sportive, comuni, enti religiosi e agenzie di comunicazione.
La Giornata contro la violenza sulle donne arriva puntuale anche quest’anno il 25 novembre. Le iniziative e gli eventi di sensibilizzazione si moltiplicano. E si citano i dati: le donne uccise nel 2017 sono state 123, nel 2018 da inizio anno i femminicidi sono stati 32. Ma mentre i centri antiviolenza vivono ancora di volontarie che lavorano gratis, con i pochi spiccioli che arrivano sempre tardi e a singhiozzo, il pinkwashing di tanta politica, gli slogan della lotta alla violenza di genere e i milioni a disposizione per prevenirla hanno fatto miracolosamente moltiplicare le iniziative in “rosa”. Anche chi prima si occupava di tutt’altro, si è buttato nella difesa delle donne. E i fondi hanno cominciato a cadere a pioggia.
Basta guardare i 121 beneficiari dell’ultimo bando del Dipartimento per le pari opportunità della Presidenza del Consiglio, con cui sono stati distribuiti 11,735 milioni, divisi tra progetti di inserimento lavorativo, comunicazione, educazione e trattamento degli uomini maltrattanti. Così, ad esempio, ben 175mila euro sono andati alla Nazionale Cantanti e alla Associazione italiana calciatori. La stessa cifra – per fare un paragone – destinata a Dire, Donne in rete contro la violenza, la rete dei centri antiviolenza italiani. La nazionale degli attori ha incassato invece 125mila euro. Ma non sono gli unici sportivi dell’elenco, anzi. La Robursport Volley di Pesaro ha portato a casa 115mila euro; l’associazione sportiva dilettantistica Sphera di Cadoneghe, Padova, 42mila euro; il San Lorenzo Rebels Rugby Club di Roma 124.750.
Dopo il terzo tempo, arriva poi il lungo elenco degli enti religiosi. Alla Comunità Papa Giovanni XXIII è stato concesso un finanziamento di oltre 106mila euro, alla Congregazione delle suore di San Giovanni Battista di Roma 125mila euro. Stessa cifra alla Piccola casa della divina provvidenza di Torino, al Centro per la Famiglia di Roma (della Congregazione dei Missionari oblati di Maria Immacolata), alla Fondazione Famiglia di Maria di Napoli e l’elenco è ancora lungo. In totale, se si contano tutti gli enti religiosi coinvolti, incluse le Acli, sono quasi 1,2 milioni di euro. A cui vanno aggiunti 175mila euro per l’Unione delle comunità ebraiche italiane.
Non mancano neppure le agenzie di comunicazione e produzione video. La Strategica Community di Carlo Robiglio, presidente della Piccola industria di Confindustria, che già aveva sottoscritto un protocollo di intesa con il ministero dell’Istruzione, per la lotta alla violenza di genere si è aggiudicata 140mila euro. Mentre alla Fondazione Cinema per Roma, che organizza il festival della Capitale, vanno 100mila euro. Per restare nell’alveo della cultura, anche la Treccani si porta a casa 175mila euro per la realizzazione di un film sulla donna attraverso la storia delle religioni.
Ben 175mila euro sono andati alla Nazionale Cantanti e alla Associazione italiana calciatori. La nazionale degli attori ha incassato invece 125mila euro. Gli enti religiosi si accaparrano quasi 1,2 milioni. Lo stesso scuole e università.
L’elenco è popolato poi da centinaia di migliaia di euro dati a piccoli comuni e province: Minturno, Vercelli, Viterbo, Roccamontepiano, Raiano, Limone Piemonte, Taviano, Grosseto, Trieste, Roccagorga, Bedizzole, Campobasso e pure il piccolo centro salentino di Scorrano, che si aggiudica poco più di 50mila euro. Fino al capitolo scuole e università, che a conti fatti si accaparrano oltre 1 milione. I soldi, in questo caso, dovrebbero arrivare dal ministero dell’Istruzione che – giustamente – come prevedeva la Buona Scuola si impegna a educare alla non violenza i ragazzi di oggi per evitare futuri omicidi domani. Il Miur però non ha ancora stanziato un euro. Scuole e atenei presentano i progetti, e i fondi partono dal Dipartimento Pari opportunità. Nell’elenco ci sono il liceo Socrate, il Giulio Cesare e il Vittoria Colonna di Roma, il Salvemini di Bari, il Perticari di Senigallia, il Da Vinci di Reggio Calabria, il Dettori di Cagliari, un istituto comprensivo triestino e uno di Palermo, un tecnico di Sezze e uno di Sersale (Catanzaro). Ma compaiono anche molte università: Tuscia, Bicocca di Milano, Pisa.
Ai progetti presentati, c’è da dire, non è stato concesso mai oltre il 70% dell’importo richiesto. Alla maggior parte solo la metà. Per cui molto spesso si tratta di iniziative ferme, che avranno bisogno di altri sponsor per essere messe in piedi. L’elenco, in ogni caso, è stato aggiornato lo scorso 3 ottobre, con l’aggiunta di altri due beneficiari: l’associazione “Fare per bene” con un progetto centrato sulle scuole, e l’Istituto Agrario Emilio Sereni. A ciascuno sono andati poco più di 60mila euro.
C’è stata una sorta di esplosione di centri antiviolenza realizzati e gestiti da chi fino a poco tempo prima si occupava di altro. Così una volta intascati i soldi, tempo uno o due anni e si chiude.
Tutti progetti grandi o piccoli, che si realizzeranno o no, qualcuno più utile qualche altro meno utile. Con il paradosso però che mentre distribuiamo a pioggia fondi per la comunicazione, le lezioni emozionali e i corsi di difesa personale, alle donne vittime di violenza e a chi lavora per la loro incolumità alla fine arriva poco o nulla.
Nonostante esista un Piano nazionale con tanto di finanziamenti, nei centri antiviolenza i problemi sono sempre gli stessi. Ci sono regioni come Calabria e Marche che non hanno neanche una casa rifugio. E i fondi latitano: solo il 13% arriva dal Dipartimento per le pari opportunità, oltre la metà dagli enti locali, e per il resto bisogna barcamenarsi con progetti e iniziative, competendo con migliaia di onlus e associazioni che si sono scoperte “sensibili” alla lotta alla violenza di genere. Come denuncia da tempo Dire, c’è stata addirittura una sorta di esplosione di centri antiviolenza realizzati e gestiti da chi fino a poco tempo prima si occupava di altro. Così una volta intascati i soldi (il 33% di quanto destinato nel Piano antiviolenza deve essere realizzato per la realizzazione di nuovi centri), tempo uno o due anni e si chiude. Tutti soldi sottratti a chi davvero lavora sul campo da tempo.
Con il paradosso in più che, anche se i fondi per i centri antiviolenza ci sono e continuano ad aumentare, nella maggior parte dei casi restano bloccati nelle maglie della burocrazia. Degli 85,7 milioni stanziati per il periodo 2015-2017, come ha denunciato ActionAid, ne sono arrivati ancora solo 30,8 (il 35,9%). Con le Regioni che hanno liquidato solo un quarto delle risorse trasferite. Fatto sta che mentre si sta cercando di capire che fine abbiano fatto i soldi del passato, il piano 2017-2020 per i centri antiviolenza è ancora solo un pezzo di carta. Niente di più. Eppure dal 2018 è previsto che i fondi passino da 10 a 30 milioni l’anno. Per il momento solo immaginari, ovviamente.
(www.linkiesta.it, 22 novembre 2018)
Stufe di veder usare la Bibbia per legittimare la “sottomissione delle donne”, una ventina di teologhe protestanti e cattoliche, proveniente da diversi paesi europei e africani e dal Québec, si sono associate per pubblicare una lettura femminista della Bibbia. Il progetto è stato lanciato a Ginevra da Elisabeth Parmentier e Lauriane Savoy, due docenti della Facoltà di teologia dell’Università di Ginevra. Pubblicata nel settembre 2018 per le edizioni Labor et Fides, «Une Bible des femmes» [Una Bibbia delle donne] sta suscitando un vivo interesse sui media svizzeri e internazionali. L’opera collettiva è un omaggio a un libro dal titolo simile, The Woman’s Bible, pubblicato nel 1898 e redatto sotto la direzione della suffragetta americana Elizabeth Cady Stanton che, già allora, si indignava di fronte alle interpretazioni maschili della Bibbia.
Lassées de voir la Bible utilisée pour légitimer la « soumission des femmes », une vingtaine de théologiennes protestantes et catholiques, issues de plusieurs pays d’Europe, d’Afrique et du Québec, se sont réunies pour publier une lecture féministe de la Bible. Le projet a été lancé à Genève par la prof. Elisabeth Parmentier et Lauriane Savoy, deux enseignantes de la Faculté de théologie de l’Université de Genève. Publiée en septembre 2018 aux éditions Labor et Fides, « Une bible des femmes » suscite un vif intérêt dans les médias suisses et internationaux. L’ouvrage collectif est un hommage à un livre au titre similaire « The Woman’s Bible », paru en 1898 sous la direction de la suffragette américaine Elizabeth Cady Stanton qui, déjà, s’indignait des interprétations masculines de la Bible.
(www.liberation.fr, 27 novembre 2018. Traduzione dal francese di Silvia Baratella)
di Luisa Muraro
Da qualche anno, insieme ad altre e altri partecipo alla riflessione sul tema della maternità surrogata, detta anche gravidanza per altri (GPA) o, più polemicamente, utero in affitto. Infatti, c’è bisogno di riflessione e non si può sempre evitare che ci sia polemica. Ma facciamo il possibile perché la qualità dell’informazione sia salva: la richiesta di notizie chiare su questo tema sta crescendo.
La notizia data dal Corriere della sera del 28 novembre, già in prima pagina, con il titolo “Papà gay la battaglia vinta”, a mio giudizio non ha questa caratteristica. Io ritengo anzi che contribuisca a fare confusione e che in ciò il quotidiano abbia mancato a un suo preciso dovere.
In quest’articolo, per cominciare, si parla di procreazione medicalmente assistita (PMA), che è autorizzata e regolata, e non si parla invece mai di GPA, una pratica medica e un commercio che sono esplicitamente vietati dalla legge. Ma è proprio quest’ultima che si trova al centro della questione! Infatti, in che cosa consiste la battaglia vinta dai papà gay? Che il Comune di Milano ora deve fare quello che prima non voleva fare, registrare una nascita resa possibile dal ricorso alla GPA. La cosa viene detta nell’articolo, ma in termini tali per cui il lettore dovrebbe, primo essere già informato della questione di fondo e poi fare un’operazione mentale per concludere: ah, di questo si tratta!
In quest’articolo, inoltre, leggiamo che le gemelline (la cui registrazione anagrafica era stata sospesa), sono nate (in California) da due uomini, testuali parole. La cosa è ovviamente impossibile, ma il Tribunale di Milano, come sappiamo dall’articolo, ha ordinato al Comune di registrarla all’anagrafe. Io ho commentato dentro di me: battaglia vinta contro il buon senso comune e contro la verità scientifica. Purtroppo non è la prima volta che capita.
In quel medesimo articolo, però, troviamo la spiegazione del prodigio californiano. Consiste in una complicata operazione chirurgica su due corpi femminili, fatta per distruggere la relazione materna e ottenere la gestazione e il parto di creature di cui i due uomini possono immaginarsi esclusivi generatori e genitori.
Nell’articolo c’è anche una specie di spiegazione giuridica: il Tribunale di Milano dice di seguire (e impone al Comune di seguire) una sedicente “linea transnazionale” che, in questa materia, paesi come la Francia non seguono.
Lascio a chi mi legge di giudicare dalla lettura dell’articolo che sto contestando. E proprio per questo chiedo al sito della Libreria delle donne di pubblicarlo qui di seguito. Aggiungo un altro particolare di mala informazione. Nell’articolo, in un passaggio cruciale, si parla di “due ovuli donati da una donna anonima”. Qui si sfiora babbo natale: qualche volta capita, ma non si può passarci sopra come se niente fosse, gli ovuli femminili sono merce pregiata (mi scuso per la parola “merce”), e hanno un mercato.
E allora, adesso, le gemelline? Appunto, di loro si tratta alla fin fine. A loro e alle due donne anonime dobbiamo rispondere di quello che facciamo e diciamo.
(www.libreriadelledonne.it, 6 dicembre 2018)
Pubblichiamo di seguito l’articolo del Corriere della sera del 28 novembre 2018
Papà gay, la battaglia vinta
Nate negli Usa. I giudici: Milano trascriva l’atto, è la linea transnazionale
di Luigi Ferrarella
Per «contrarietà all’ordine pubblico» il Comune di Milano rifiuta la trascrizione di due gemelle nate negli Stati Uniti da due uomini, ma il Tribunale ordina di farlo alla luce «dei principi fondamentali comuni ai diversi ordinamenti».
Cosa è «contrario all’ordine pubblico»? In cosa consiste questo unico limite alla trascrizione o meno in Italia degli atti di nascita di bambini nati da persone dello stesso sesso in Paesi che ammettono forme di procreazione medicalmente assistita non contemplate in Italia dal legislatore? Sinora era un «limite di sbarramento alla circolazione in Italia di istituti giuridici stranieri». Ma ora l’ottava sezione civile del Tribunale di Milano sposa una lettura più transnazionale, parametrata sui «principi fondamentali» basati «su esigenze di tutela dei diritti dell’uomo e comuni ai diversi ordinamenti, nonché collocati a un livello superiore alla legislazione ordinaria». E su questa base ordina al Comune di Milano di fare ciò che come ufficiale di Stato civile aveva rifiutato: trascrivere l’atto di nascita di due gemelle nate meno di un anno fa in California da due uomini italiani ricorsi alla fecondazione di due ovuli donati da una donna anonima, e poi all’impianto e alla gestazione nell’utero di un’altra donna con la quale si erano accordati in base al diritto di famiglia californiano.
La coppia, insieme da 10 anni e unitasi civilmente in un Comune lombardo, aveva scelto gli Usa per la fecondazione di due ovuli, uno contenente il 50% del patrimonio genetico di uno dei due uomini e il 50% della donatrice anonima dell’ovulo, e l’altro contenente il 50% del patrimonio genetico dell’altro uomo e il 50% della donatrice.
Con l’impianto in un’altra donna gestante, nel 2017 nascono due gemelle: i genitori, che non avevano voluto sapere (tramite test) quale fosse biologicamente figlia dell’uno o dell’altro, al rientro in Italia chiedono al Comune di Milano la trascrizione dell’atto di nascita delle bimbe cittadine statunitensi, firmato in California con l’indicazione dei due uomini come genitori e senza menzione della gestante. Il Comune motiva però il rigetto con la necessità di attendere (tra pochi mesi) le Sezioni Unite della Cassazione proprio sulla nozione di «contrarietà all’ordine pubblico» in un caso simile.
Ma ora il Tribunale (relatore Enrica Manfredini, a latere Paola Corbetta e Maria Rita Cordova) da «una sorta di giudizio “preventivo e virtuale”» di compatibilità con la Costituzione desume che il fatto che i due uomini vengano «riconosciuti genitori delle piccole, nonostante abbiano ciascuno un legame biologico con una soltanto delle minori, non può ritenersi lesivo di principi superiori», visto che il quadro normativo e giurisprudenziale «internazionale, comunitario e interno tende a valorizzare sempre meno questo legame, in favore di altri aspetti della maternità/paternità correlati al consenso, alla volontarietà e all’assunzione della responsabilità genitoriale». In Italia il legislatore non ha previsto la stepchild adoption, ma per il Tribunale ciò non fa ritenere la genitorialità dello stesso sesso «contraria all’“ordine pubblico”, dal momento che non solo all’estero essa è pacificamente prevista e tutelata, ma anche in Italia ha ormai trovato riconoscimenti in recenti pronunce giurisprudenziali sulla base dell’interesse del minore», tra l’altro «non esistendo dati scientifici che attestino la rilevanza dell’orientamento sessuale dei genitori sul benessere dei figli».
(Corriere della sera, 28 novembre 2018)
di Silvana Ferrari
Il prossimo 10 dicembre si svolgerà a Stoccolma la cerimonia di consegna del Premio Nobel per la Pace 2018 assegnato a Denis Mukwege e a Nadia Murad «per il loro impegno nel mettere fine all’uso della violenza sessuale come arma sistematica in guerra e nei conflitti armati.»
Denis Mukwege, ha spiegato l’Accademia svedese nell’annunciare la premiazione, «è un medico che ha trascorso gran parte della sua vita aiutando le vittime delle violenze sessuali nella Repubblica Democratica del Congo.
Mukwege e il suo staff hanno curato migliaia di vittime. Il ginecologo ha ripetutamente condannato l’impunità per gli stupri di massa e ha criticato il governo congolese e quelli di altri Paesi per non aver fatto abbastanza per fermare l’uso della violenza sessuale contro le donne come arma di guerra.»
Nadia Murad è una giovane donna yazida «vittima e testimone di crimini di guerra. Ha rifiutato di accettare i codici sociali che impongono alle donne di rimanere in silenzio e vergognarsi degli abusi a cui sono state sottoposte. Ha mostrato un coraggio raro nel raccontare le sue stesse sofferenze e nel parlare per conto di altre vittime.»
Nel 2014 i miliziani dell’Isis arrivarono a Kocho, il villaggio dove Murad abitava, nell’Iraq settentrionale, e la rapirono insieme ad altre ragazze e bambini. Nadia dopo torture indicibili riuscì a scappare, come racconta nella sua autobiografia L’ultima ragazza (Mondadori 2017).
Divenuta ambasciatrice di Buona Volontà delle Nazioni Unite, premiata dall’Unione Europea con il premio Sakharov, la giovane persegue con tenacia il duplice obiettivo di divulgare il più possibile lo sterminio di migliaia di yazidi e di veder processati i suoi aguzzini come Abu Omar, il famigerato Barba Bianca, affinché «nessuna più al mondo viva ciò che ha passato lei»
In coincidenza con il Nobel esce nelle sale, dal 6 al 12 dicembre, il documentario di Alexandria Bombach, Sulle sue spalle (On Her Shoulders), ritratto di Nadia Murad, una giovane donna coraggiosa che combatte affinché la memoria sulle atrocità di cui è stata vittima e testimone non siano dimenticate
(www.libreriadelledonne.it, 6 dicembre 2018)
di Andrea Nicastro
Molestie, abusi ripetuti. Vittime le giocatrici della nazionale afghana di calcio. Che hanno trovato il coraggio di ribellarsi e denunciare gli aguzzini. Subendo anche ritorsioni. Il presidente della federazione commenta: uno choc. E interviene anche la Fifa.
Se venisse tutto confermato, quel che è successo è quasi banale e, come cantava Guccini, non meriterebbe neanche due colonne sul giornale: degli uomini potenti hanno approfittato sessualmente di ragazze che dipendevano da loro per poter mangiare. Se poi si aggiunge che le donne sono afghane, abituate alla sottomissione, e gli uomini sono anche capi militari a cui è oggettivamente difficile dire di no, si rientra nell’ordinario quotidiano di un Paese senza giustizia. La vera notizia, però, non è l’ennesima violenza in Afghanistan, ma è il coraggio di un intero gruppo di ragazze di ribellarsi. Non uno qualsiasi, ma la nazionale di calcio donne dell’Afghanistan.
La loro rivolta è cominciata quasi un anno fa durante il ritiro in Giordania. Erano andate fin laggiù per allenarsi assieme: afghane che vivono in patria ed emigrate. Le «straniere», però, hanno visto e sono inorridite: il «responsabile del calcio femminile» e il «vice allenatore» allungavano le mani, minacciavano, comandavano e soprattutto si chiudevano nelle camere d’albergo con attaccanti, terzine e centrocampiste. Le giocatrici che vivono a Kabul hanno impiegato quasi sei mesi a confidare che non si trattava di un episodio, ma di un sistema. Ne è emerso un quadro spaventoso di abusi, ricatti, stupri che continuerebbe da anni. La nazionale di calcio afghana era un simbolo del progresso richiesto dai donatori internazionali. Finalmente il Paese che sotto i talebani bastonava le donne senza burqa e vietava loro le scuole, poteva mostrare al mondo di fuori le nuove afghane. Una bella foto sul campo di calcio e la modernità era servita. Non era vero, ovviamente, ma faceva comodo pensarlo.
Zitte zitte, però, quelle ragazze hanno cominciato ad allenarsi su una pista per elicotteri della Nato. Protette dagli sguardi bigotti hanno battuto una squadra di soldati, resistito ai sassi tirati allo stadio, agli insulti e alle coltellate contro i fratelli. Sono anche riuscite a vincere qualche partita passando dal 128° al 116° posto nella classifica Fifa. Non molto, ma abbastanza per dar loro un pizzico di autostima in più e con quello il coraggio.
La denuncia alla Federazione afghana è stato un autogol: 9 ragazze sono state espulse con l’accusa di essere lesbiche e le altre obbligate a giocare gratis e senza sponsor. La nazionale era di fatto azzerata, ma era solo il primo tempo. Sfidando lo stigma sociale e le ritorsioni le calciatrici hanno coinvolto The Guardian, la Bbc, la Fifa. Il caso è deflagrato. A Kabul il presidente Ashraf Ghani ha parlato di «profondo choc nazionale». La procura generale ha aperto un’indagine. Più che una bella foto, la nazionale donne potrebbe diventare motore di cambiamento. Bisogna solo vedere come andrà a finire e se, per una volta, una storia afghana avrà un finale diverso. Se vincerà la giustizia o come sempre la prepotenza.
(Corriere della Sera, 5 dicembre 2018)
di Katia Ricci
Sabato 1 dicembre presso la Casa internazionale delle donne di Roma si è tenuto il Convegno La civiltà è nelle mani delle donne. Oggi più che mai: facciamoci avanti. La Sala Lonzi era straripante di donne venute da ogni parte d’Italia, tra cui un buon numero della Merlettaia di Foggia, come è avvenuto in molte manifestazioni contro le politiche governative e il tentativo di imporre leggi e atteggiamenti improntati a misoginia, nonostante ci sia, e forse proprio per questo, un protagonismo femminile diffuso e potente, come è risuonato in molti interventi. Per Alessandra Bocchetti che ha introdotto insieme a Cristina Gramolini e Marina Terragni, la situazione generale è scadente, c’è una ripresa della misoginia arrogante e aggressiva (vedi decreto Pillon). La politica si sta rimascolinizzando, e il PD ha divorziato dalle donne, le quali a loro volta lo hanno abbandonato e per questo perde voti e consensi. Eppure in ogni settore della vita c’è una forte attività di donne, ovunque sono in maggioranza. Le difficoltà principali: prostituzione e maternità surrogata (che il PD vorrebbe legalizzare, vedi Giudice); il “femminismo di stato” che punta sulla donna come vittima. Secondo Cristina Gramolini gli uomini favorevoli alla GPA (utero in affitto) dicono che la maternità è solo cura, parlano di mistica della maternità, ma in realtà viene annullata la relazione materna. Sulla GPA pochi sono favorevoli, poche dicono che è lo scadimento dell’umanità, in mezzo il silenzio. Quel silenzio non è assenso, ma incertezza, dobbiamo chiamare alla parola quel silenzio. E dobbiamo respingere l’ingombro degli uomini femministi. Nell’intervento di Luisa Muraro risuona la necessità di stare nelle tematiche attuali mettendo in gioco il senso libero della differenza sessuale senza cadere nelle strane teorie che mettono tra parentesi l’essere corpo. Se non si tiene conto della differenza viene fuori una grande confusione. Confusione e disinformazione di cui è piena molta stampa italiana che spesso tace sulle numerose e affollate manifestazioni di donne degli ultimi tempi. Se alcune hanno proposto di creare liste di donne alle prossime elezioni europee, tra cui l’ecofemminista Laura Cima per una piattaforma politica di tutti i paesi Europei, altre, come Anna Rosa Buttarelli, ritengono che questo momento di difficoltà della politica generale non si risolve entrando nelle varie istituzioni e nei luoghi decisionali. Infatti è stata feconda l’estraneità e la separazione da quei luoghi per la crescita delle pratiche politiche delle donne. Non basta fare resistenza, come non è mai bastato, precisa Luisa Muraro, ma elaborare e diffondere le analisi e le narrazioni della realtà che le donne hanno saputo e sanno fare per dialogare con le giuste ragioni popolari e non lasciare spazio a forze reazionarie che usano il linguaggio sovranista. Per Bocchetti è necessario realizzare un soggetto politico femminile che intersechi la politica istituzionale.
Bisogna dire la verità rispetto al mondo, dice Marina Terragni, estendendo a tutti gli ambiti della vita la narrazione del Metoo, perché gli uomini hanno organizzato il mondo sul non dire la verità servendosi del linguaggio politicamente corretto che neutralizza e svuota i discorsi. Importante è continuare a essere in rete ed allargarla, dialogando con tutte le varie posizioni del movimento, ma facendo chiarezza sul rifiuto della GPA, la prostituzione, la tratta e ogni forma di sfruttamento del corpo delle donne che nulla hanno a che fare con la libertà femminile. “Noi non interessiamo alla politica degli uomini, ma quella politica non interessa a noi”, ha detto Marina Terragni, una delle promotrici del convegno, che da anni svela la trappola della GPA per le donne. Contrarietà all’utero in affitto anche nell’intervento di Aurelio Mancuso, ex presidente di Arcigay e leader di Equality: “È un crimine contro l’umanità quello che avviene nei Paesi poveri come l’India, dove le donne per miseria vengono sfruttate”. Molti secondo lui sono i gay contrari, che però tacciono per timore di essere messi al bando da quanti sono favorevoli, ma ritiene che oggi il conflitto deve essere sempre più esplicito. Molti gli interventi di giovani donne di vari collettivi, come Radfem, agguerritissime ed entusiaste, che hanno denunciato l’ostracismo in piazza da parte di Non una di meno e le ambiguità di Se non ora quando e dichiarato di sentire il bisogno di un rilancio del femminismo unitario e plurale, che metta al centro la forza femminile contro la mercificazione del corpo delle donne e le mistificazioni del queer. Bisogna capire che cosa è in gioco nella GPA: non solo l’integrità della donna e del bambino, ma l’idea stessa di progressismo che si è imposta negli ultimi decenni. L’integrità del corpo delle donne 20 anni fa sarebbe stato considerato scontato, oggi non lo è più. Chi è contraria alla GPA e alla legalizzazione della prostituzione è additata come sessuofoba e bigotta. C’è un’urgenza di carattere politico per le donne, perché rischiamo di essere “mangiate” da una politica informe e scadente (Francesca Izzo di Se non ora quando libere). Se le donne si sono affermate in ogni campo e sono in maggioranza, ci si chiede, come è possibile che la politica sia così scadente e misogina? Quale può essere il collante tra le donne? Molti gli interventi che invitano all’unità e le proposte per la costruzione di una rete aperta per continuare a costruire relazioni, progetti e percorsi comuni, facendo però chiarezza sui concetti essenziali e lavorando sull’informazione, che nella maggior parte dei casi tace sulle iniziative, le manifestazioni e le parole delle donne.
L’assemblea si è chiusa con un breve comunicato
Per un femminismo unito e plurale, che tenga al centro
la libertà femminile e di tutti, la giustizia e il rispetto
della dignità umana
contro la violenza maschile
contro ogni forma di mercificazione della vita
(come utero in affitto, prostituzione e tratta)
contro le mistificazioni queer
Una RETE nazionale e internazionale per una libera soggettività femminile che metta in comune iniziative e imprese. Resistere non basta e non è mai bastato.
È necessario costruire insieme. Il momento è adesso.
(L’Attacco, Foggia, 5 dicembre 2018)