https://www.raiplaysound.it/audio/2026/03/Uomini-e-Profeti-del-28032026-6be27a9e-b7c5-4e3b-bc9b-ac6252917a13.html

Nella puntata del 28 marzo 2026 di “Uomini e profeti”, programma di Rai Radio Tre, accessibile gratuitamente previa registrazione, Felice Cimatti dialoga con la filosofa Wanda Tommasi e con la teologa Cristina Simonelli, autrici del libro Sostare nell’imperfezione. L’inadeguatezza come possibilità, Edizioni Paoline, 2026. La puntata contiene anche un breve commento sull’insediamento dell’arcivescova di Canterbury, Sarah Mullally e un’intervista di Benedetta Caldarulo con Michele Lipori, caporedattore della rivista Confronti, che ha seguito la marcia silenziosa delle madri palestinesi e israeliane unite per la pace, Barefoot Walk for Peace, avvenuta a Roma lo scorso martedì 24 marzo 2026.

(Uomini e profeti, RaiRadio3, 28 marzo 2026)

La presidente del consiglio Giorgia Meloni aveva perfino partecipato a una puntata del podcast del rapper Fedez, uno dei più seguiti in Italia, per far conoscere la sua riforma della magistratura ai più giovani. Ma loro non si sono lasciati convincere: il referendum costituzionale del 22 e 23 marzo ha bocciato lo stravolgimento della giustizia proposto dal governo di estrema destra guidato da Meloni.

È stato decisivo il voto delle nuove generazioni, a cui oggi la democrazia italiana deve essere molto grata.

Certo, anche se avesse vinto il sì, l’Italia non sarebbe precipitata da un giorno all’altro in una dittatura. Ma la riforma rappresentava un duro attacco alla separazione dei poteri. Com’è emerso durante la campagna per il voto, Meloni avrebbe voluto una giustizia più incline ad assecondare, con le sue sentenze, l’operato del governo. Senza contare che la vittoria del sì avrebbe dato all’esecutivo un lasciapassare per proseguire l’opera di smantellamento delle garanzie liberali, pezzo dopo pezzo.

Le italiane e gli italiani si sono opposti a tutto questo. A far sentire la loro voce sono state in particolar modo le persone con meno di 34 anni, che hanno fatto registrare un’affluenza alle urne del 61 per cento. Il no ha fatto presa tra chi fatica ad arrivare alla fine del mese con il suo stipendio, e in Italia questa categoria è rappresentata soprattutto dai giovani. Al referendum i fuori sede, soprattutto studenti che risultano ancora residenti all’indirizzo dei genitori, non hanno potuto votare nelle città dove vivono. E tanti di loro hanno dovuto fare un lungo viaggio per raggiungere il seggio.

Ma il voto del 22 e 23 marzo ha espresso anche l’insoddisfazione delle giovani generazioni per le scarse opportunità, e la loro sensazione di essere trascurate e di contare poco. Quello che è successo in Italia si osserva anche in altri contesti: se i cittadini di mezza età di solito hanno un orientamento più pragmatico e nel voto oscillano più facilmente tra la destra e la sinistra, i giovani sono più ideologici. Scelgono gli estremi, e in Italia, soprattutto tra i ragazzi, spesso ha prevalso quello di destra. Forse questa volta sono state le donne ad aver fatto la differenza.

Di certo tutti i giovani hanno manifestato interesse per la vita pubblica del paese. Ed è il caso di dirlo: è stata una fortuna.

(Internazionale, 27 marzo 2026)

A commento dell’articolo, pubblichiamo i dati ripartiti per sesso e per fascia d’età del voto al referendum costituzionale sulla giustizia del 22-23 marzo (fonte: ISTAT).

(La redazione del sito)

Ripartizione per sesso e fascia d’età

18-34 anni

– Donne: No 64,2% – Sì 35,8%

– Uomini: No 58,0% – Sì 42,0%

35-54 anni

– Donne: No 54,8% – Sì 45,2%

– Uomini: No 51,8% – Sì 48,2%

55+ anni

– Donne: No 47,1% – Sì 52,9%

– Uomini: No 51,6% – Sì 48,4%

Che cos’è capitato il 22 e 23 marzo? Milioni di persone, molte delle quali giovani, sono andate alle urne e hanno detto “No” a una riforma della Giustizia che il governo presentava come necessaria. Il No ha vinto con quasi il 54%. L’affluenza è stata più alta di quanto si prevedesse.

A Radio Popolare, il giorno dopo, un giornalista chiedeva ai giovani se il loro No si potesse sovrapporre a un voto di sinistra. Loro hanno risposto di no, perché questo voto viene da un luogo che le mappe correnti della politica non riescono a intercettare. C’è più di quello che le categorie degli schieramenti ci fanno vedere, più di quello che si riesce a far stare dentro a un’alleanza o a un programma.

Che cosa c’è di più? Io direi: un senso della giustizia intesa come orientamento, come modo di riconoscere cosa vale e cosa non vale. E un legame quasi affettivo con la Costituzione, intesa come patto di convivenza ancora aperto, ancora una promessa.

I partiti dicono di aver capito. «Un popolo della Costituzione che non si sente nelle discussioni tattiche», ha detto il PD milanese. In questa frase si vede l’inghippo: le discussioni tattiche da una parte, le persone dall’altra. E allora si propongono punti condivisi, si annunciano luoghi di ascolto, si parla di coalizioni larghe. Le solite risposte a una domanda di politica che non cerca rappresentanza o delega ma chiama piuttosto il riconoscimento di una verità basica: quello che senti è reale, quello che desideri è politico, sei già dentro questo mondo e hai già voce. È la materia viva di cui la politica dovrebbe essere fatta e senza la quale ogni programma resta un vuoto elenco.

La forza dei movimenti (e ho in mente soprattutto quello delle donne) cresce finché si mantiene la forza del contagio, quella capacità di spingere donne e uomini a farsi protagoniste delle proprie vite, a sottrarsi alla complicità involontaria col dominio. Il No dei giovani ha questa forma. È una sottrazione dal cinismo, dall’indifferenza, dall’idea che le cose non possano andare altrimenti. Sta a chi fa politica capirlo, rinunciando al terreno degli schieramenti (le tattiche, le alleanze, i calcoli) per tornare al terreno dell’umano. Non so se ci riusciranno, so che vale la pena provarci.

(http://www.libreriadelledonne.it/, 26 marzo 2026)

Le conseguenze negative del ricorso massiccio a servizi digitali non sono solo le difficoltà, talvolta insormontabili per alcune categorie di persone, nell’utilizzo di questi servizi ma sono molto più profonde e pericolose.

All’inizio di marzo 2026 tre data center di Amazon Web Services (AWS), situati tra gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrain, sono stati colpiti durante gli attacchi iraniani in risposta alle operazioni militari statunitensi e israeliane. Problemi di alimentazione, interruzioni di connettività, infrastrutture danneggiate: per la prima volta nella storia, un’azione di guerra ha preso di mira fisicamente i server di una grande azienda tecnologica. Non è un episodio marginale ma un evento che svela il ruolo di quell’area anche nella rete digitale mondiale.

Il Medio Oriente ospita circa 350 data center, una concentrazione cresciuta enormemente negli ultimi anni. Amazon, Google, Microsoft hanno investito massicciamente in quell’area, attratte dalle economie del Golfo, dalle rotte commerciali strategiche e dall’ambizione di fare di quella regione uno dei fulcri mondiali per l’addestramento dei modelli di intelligenza artificiale. Grandi quantità di energia disponibile, costi contenuti, manodopera migrante da impiegare nei microtask: tutto questo offre condizioni ideali per i giganteschi algoritmi che alimentano l’IA generativa.

Ma quella stessa area è anche un centro militare cruciale per gli Stati Uniti. Ed è qui che sta il nodo del problema: le infrastrutture che reggono la nostra economia digitale e quelle che permettono di condurre operazioni militari coincidono sempre più. I data center che ospitano WhatsApp o Google Maps sono gli stessi che supportano droni, sistemi d’arma autonomi e sorveglianza di massa.

Non è una novità assoluta: AWS, Microsoft e Starlink hanno già giocato un ruolo determinante nel conflitto in Ucraina, e molte delle operazioni militari israeliane in Palestina si fondano su algoritmi sviluppati con infrastrutture Big Tech (le grandi aziende tecnologiche). La novità è che ora queste aziende private sono diventate esplicitamente obiettivi di guerra. Il complesso militare digitale è allo scoperto.

C’è un paradosso che questa vicenda mette in chiaro: noi tendiamo a immaginare internet come qualcosa di immateriale, diffuso, decentralizzato per natura. Ma la realtà è diversa: la rete è fisicamente vulnerabile, perché si concentra nelle mani di pochissimi attori privati, i quali localizzano le infrastrutture seguendo logiche geopolitiche e militari. L’intelligenza artificiale che usiamo ogni giorno poggia su un sottostante fisico enorme: edifici, cavi, server, energia, acqua. E questi edifici si trovano in luoghi scelti anche per ragioni strategiche.

L’“imperialismo digitale”1 è un fenomeno in cui le multinazionali del digitale (di USA e Cina) dominano mercati e dati globali, creando squilibri economici, sociali e geopolitici. Questo modello, basato sul controllo delle piattaforme e dell’IA, integra le piattaforme digitali con il potere militare (complesso militare-digitale), trasformando la tecnologia in uno strumento di egemonia e guerra. Poche piattaforme multinazionali controllano le infrastrutture, i dati e le informazioni, influenzando lo spazio economico.

Il caso Anthropic ha aggiunto un ulteriore livello di complessità al quadro. L’azienda guidata da Dario Amodei ha dichiarato di aver resistito alle pressioni del Pentagono, che voleva accesso illimitato ai suoi sistemi di IA per usi militari. Il risultato? L’emarginazione da parte del Dipartimento della Difesa USA e la sostituzione immediata con OpenAI, pronta a raccogliere gli appalti lasciati liberi. La vicenda insegna tre cose: primo, in tempo di guerra, il Pentagono ha il coltello dalla parte del manico. Secondo, la competizione tra grandi colossi tecnologici non lascia spazio a posizioni di principio: chi pone problemi etici, anche solo formali per ragioni di immagine esterna, viene rimpiazzato in poche ore. Terzo, le politiche etiche delle aziende tecnologiche sono spesso molto meno solide di quanto dichiarato: infatti, un’analisi delle policy reali di Anthropic mostra che molti dei vincoli più significativi all’utilizzo dell’IA per scopi militari e di controllo sociale erano già stati rimossi prima dello scontro con il Pentagono.

Quello che emerge, in definitiva, è il ritratto di un’alleanza pericolosa: da un lato gli Stati, soprattutto USA e Cina (con Tencent e Huawei), sempre più dipendenti dalle infrastrutture e dalle competenze di un pugno di aziende private; dall’altro le Big Tech, che trovano negli appalti militari una fonte di profitto stabile e una protezione politica contro tasse più alte o regolamentazioni avverse. Una simbiosi che orienta la traiettoria dell’innovazione verso la morte, la distruzione e la sorveglianza e che crea forti incentivi affinché i conflitti si moltiplichino.

Ma, come ci ricorda Laura Colombo2, l’IA e le tecnologie digitali non sono meri strumenti e soprattutto non sono neutri.

Bisogna, infatti, porre particolare attenzione all’evidenza che i proprietari delle grandi piattaforme digitali che permettono ai servizi digitali di essere erogati sono tutti maschi, di età varia ma legati, oltre che dalla smania di profitto, da atteggiamenti maschilisti e misogini. Oltre che da una solidarietà intrinseca che Ida Dominijanni3 ha nominato “fratriarcato”, una “broligarchia” (brothers + oligarchia) dove i “maschi bianchi arrabbiati” descritti da Michael Kimmel4 trovano rifugio e che si può individuare soprattutto nel settore tecnologico, nelle figure come Elon Musk e Mark Zuckerberg che stanno costruendo nuovi modelli basati su una “mascolinità nostalgica” che cerca di riaffermare il controllo sulle donne.

Un caso emblematico di questa mentalità è Peter Thiel, fondatore di Palantir Technologies, un’azienda statunitense specializzata nell’analisi dei big data e quindi della sorveglianza sociale, presente nei giorni scorsi in Italia per delle conferenze riservate su invito e ossessionato tanto dal femminismo quanto dalla venuta dell’Anticristo, inteso come chiunque si opponga allo “sviluppo” (o meglio agli affari e ai profitti di Thiel stesso), per lui personificato, guarda caso, da una giovane donna: Greta Thunberg.

1 Dario Guarascio, Imperialismo Digitale. Economia e guerra ai tempi delle piattaforme e dell’IA, Laterza, 2026

2 https://puntodivista.libreriadelledonne.it/non-e-uno-strumento/

3 https://puntodivista.libreriadelledonne.it/fratelli-di-sangue-resistenza-e-esodo-nazionalismo-e-femminismo-nella-guerra-ducraina/

4Michael Kimmel, Angry White Men: American Masculinity at the End of an Era, Nation Books, 2013.

(http://www.libreriadelledonne.it/, 26 marzo 2026)

La buona notizia è che finalmente la mascolinità è diventata un tema; quella cattiva è che siamo ancora nel mezzo del tumulto dei significati. E non perché gli uomini siano improvvisamente al centro di una rivendicazione, ma perché qualcosa si è incrinato: la mascolinità, da dato implicito e invisibile, è diventata oggetto di attenzione culturale, di conflitto, di racconto. Allora ho pensato di parlarne con due uomini che si sono presi la briga di analizzare tanto la condizione maschile in senso generale (come genere non neutro) quanto la condizione particolare di essere un uomo sul crinale del cambiamento epocale.

Da una parte Quel che resta degli uomini (2025) di Manolo Farci, un saggio che prova a tenere insieme numeri, storia, economia, politica, e che parla soprattutto di ragazzi: l’adolescenza come zona critica, la vita maschile scandita per età e aspettative, lo smarrimento che attraversa una generazione. Dall’altra La voce del padrone (2025), un monologo di Francesco Pacifico che rifiuta la teoria, che parla in prima persona, e che mette in scena una posizione maschile precisa: un uomo dentro una relazione con una femminista, dentro un mondo che cambia, dentro una serie di paure che è scandaloso nominare.

Non c’è, in questo trialogo, la pretesa di far dialogare due prodotti come rappresentassero lo Zeitgeist o, ancor peggio, un compendio di “tutto quello che c’è da sapere sul tema”. Uno prova a spiegare, l’altro a esporsi; uno generalizza, l’altro resta ostinatamente personale. Entrambi però girano intorno allo stesso quesito: «Che cosa significa essere un uomo oggi?».

Silvia Gola: Partiamo, allora. Prima di tutto, cosa pensate l’uno del libro dell’altro?

Francesco Pacifico: Una cosa che mi ha messo spalle al muro, leggendo il tuo libro, è una cosa che avevo notato anche nei tanti incontri con femministe e intellettuali varie. E cioè, mi sono reso conto che ad oggi ho un rifiuto della mascolinità, che è diventato un rifiuto di comodo. Cioè, quando ho scritto il libro, io pensavo che la cosa difficile fosse interfacciarsi con le femministe, e poi solo dopo averlo scritto ho visto la generosità della loro accoglienza. Cioè, bastava essere un po’ caotici e appassionati e non controllare troppo il ragionamento che si stava facendo per trovare una fortissima connessione, anche con le persone con cui ho litigato e di cui racconto nel libro. E leggendo il tuo, di libro, ho avuto conferma di una cosa che mi hanno detto le femministe: «Devi parlare coi maschi!». Ma io ho paura. Il ritratto che fai mostra una situazione esplosiva: c’è tutta quella fragilità e tutti quei modi violenti di nasconderla… Questi maschi che nascondono la fragilità e diventano una specie di fusione a freddo costante. Io, sinceramente, vorrei non avere più il problema di averci a che fare.

Però noto anche un’altra cosa, che è molto legata alla prossemica. Negli ultimi anni ho imparato come il mio corpo possa essere percepito come minaccioso. E dal video in cui mi appare, invece, vedo che il linguaggio del corpo di Manolo non è minaccioso. E allora, improvvisamente, penso che forse posso farcela. Quindi, come stanno le cose? Ho paura di occuparmi di quella violenza del mondo maschile da cui mi sono allontanato e riesco a parlare solamente se c’è qualcuno che ha il linguaggio del corpo di Manolo? Mi andava di aprire così il discorso perché ho provato nausea per te, pensandoti lì a fare la tua ricerca. Per me è intollerabile – dal rapporto col padre, con gli amici, alla parrocchia, agli scout – è tutto intollerabile.

Manolo Farci: Volevo aggiungere una cosa che ho avvertito anch’io. Quando scrivevo il libro pensavo: «Adesso lo presenterò e sicuramente tante donne e tante femministe mi remeranno contro». Perché comunque è un libro che, per certi aspetti, ha uno sguardo compassionevole verso i maschi, cerca di capire certe dinamiche. È diverso da altri approcci che partono da una condanna netta, e che però, nel condannare, finiscono per riprodurre a volte la stessa postura violenta che dicono di voler combattere. E siccome io questa postura non ce l’ho proprio – non è una posa, sono fatto così – ero convinto che sarei stato accolto male dalle donne e dalle femministe. Invece è successo esattamente il contrario.

Cioè, proprio il mio modo di stare nel discorso – come dici tu, caotico, contraddittorio (che secondo me è la posizione più difficile, né capibara [il progressista che “dice ‘andrà tutto bene’ per rassicurare lei, per rassicurare sé stesso”, N.d.A.] né conservatore per parafrasare il tuo libro) – funziona perché non ti dà un’identità netta e dunque nessuna pretesa di superiorità morale. Noi due siamo dentro questa contraddizione, in questa via di mezzo. Io pensavo che questa via di mezzo sarebbe stata la prima cosa a essere stigmatizzata. E invece no. Al contrario, il mio libro non viene letto dagli uomini. In casa editrice mi hanno detto: «Guarda che il tuo testo lo comprano le donne e le persone queer, mica gli uomini».

FP: Anche il mio, uguale.

MF: Non mi aspettavo molto dai ragazzi più giovani, ma pensavo che almeno gli uomini lo avrebbero letto, perché è un libro che parla proprio a loro. A uomini con cui, in realtà, non ho mai avuto grandi legami: come te, sono sempre stato più a mio agio nel femminile, e non lo dico come un merito ma come un limite. A un certo punto però ho sentito il bisogno di recuperare questo “fatto” di essere maschio, senza orgoglio, provando a fare i conti con il corpo maschile e con il rapporto con altri uomini, che per me è sempre stato difficile. Per questo il capitolo sull’amicizia è quello a cui tengo di più: l’amicizia maschile l’ho esperita pochissimo, e leggendo il tuo libro, soprattutto nella parte più autobiografica, mi sono ritrovato molto anche nella mancanza di amici maschi.

FP: Ho alcuni amici uomini molto importanti nella mia vita, e il modo in cui vivo il rapporto con loro è sempre stato essenzialmente uno a uno. C’è un tipo di intimità che conosco bene: quella a due, che può concretizzarsi nel parlare in piedi, appoggiati a un muretto, fino alle due di notte. Non appena, però, l’intimità si allarga e diventa logica di gruppo – con le sue battute, il suo cameratismo, i suoi ruoli predefiniti – io mi alzo e me ne vado. Non riesco a capacitarmi di come si faccia a dire che l’uomo è più libero delle altre soggettività quando, ogni volta che si sta in gruppo, uno apre bocca ed è subito una sanzione sociale. È una cosa che mi fa impazzire.

SG: Sai come si dice? Il privilegio delle subalterne… Comunque sull’amicizia voglio tornarci in modo più approfondito, però prima volevo dire due cose su voi che non ve la sentite di parlare con i maschi. La prima: se non lo fate voi, è un lavoro di cura che fate fare alle femministe. Pensateci. La seconda cosa è che il libro di Manolo sembra configurarsi come un enorme spazio di mankeeping, il termine con cui intendiamo un uomo che delega la propria tenuta emotiva e quotidiana alle presenze femminili che ha intorno – siano esse la partner o le amiche. Ecco, non mi sconvolge che il tuo libro venga comprato più da donne o persone LGBTQIA+ – anche perché in Italia chi legge sono le donne. E quindi chi è che legge un libro sui maschi? Le donne. Forse addirittura le femministe, più che le donne, per entrambi i vostri libri. Forse meno le transfemministe…

Una terza cosa: se entrambi, come stavate dicendo, vi sentite a metà tra il rivoluzionario e il reazionario, quella è proprio la fatica del concetto. Non c’è bisogno che io butti il solito asso sul tavolo: «Il femminismo è una pratica», perché lo sapete. Però chi sta a metà deve passare necessariamente da quella fatica là. E allora, mi viene da dire: siete proprio le persone migliori per andare a parlare con questi uomini.

FP: Volevo partire proprio da questa autocritica perché il passaggio successivo è stato rendermi conto che dovevo far parte anche io di questo mankeeping. Mi è stato chiesto di andare a parlare con gli uomini, quindi il prossimo progetto, in questa parte dei miei interessi, sarà un’interazione con gli uomini. È una sorta di inchiesta che farò durante quest’anno: mi spaventa e però sono anche molto curioso di vedere cosa viene fuori.

SG: Manolo, invece, con i maschi già ci parla, soprattutto con i ragazzi nelle scuole, giusto?

MF: Sì, tra l’altro parte del mio modo di affrontare la questione è cambiato dopo che sono stato nelle scuole perché lì ho capito che un certo linguaggio che viene usato nei consessi più liberal e progressisti (sulla decostruzione del maschio, sulla mascolinità tossica ecc.) viene percepito come qualcosa di molto lontano, soprattutto da chi usa la virilità tutti i giorni come valuta sociale per non essere picchiato dai compagni di classe, tanto per fare un esempio.

Se dico a uno studente: «Mostra le emozioni! Piangi!», lui, se va bene, mi risponde: «La fai facile tu, vieni a stare dove sto io». È anche per questo che muovo una piccola critica all’ambiente a cui mi sento più vicino: spesso questi temi vengono discussi all’interno di cerchie già profondamente convinte, da persone che, inoltre, hanno oggettivamente meno da perdere. Anzi, a volte se ne parla proprio con chi, rispetto alla decostruzione, rischia meno e può persino ottenere una valuta di riconoscimento sociale in più dichiarandosi femminista. Nel mio ambiente, dirlo è vantaggioso: produce consenso, legittimazione, persino prestigio. Ed è evidente che, in quel contesto, come maschio “decostruito” ci guadagno.

FP: Comunque voglio aggiungere che quando invece uno si definisce serenamente misogino – non voglio dire che lo sono serenamente, ma io serenamente dico di esserlo perché ho potuto vedere in tempo reale tutte le mie reazioni misogine, e le descrivo anche nel libro – ecco, questa cosa non è molto ben accetta. Il mio definirmi misogino, nel contesto di questi discorsi, è il risultato delle mie letture femministe – ecco, questa cosa non fa sì che io venga invitato nei posti. Cioè, nel nostro mondo – nel nostro consesso, come dicevi tu, Manolo – non puoi dire di essere misogino. E per me, che nel nostro mondo nessuno parli volentieri di quanto, per noi, voi donne ci siate state presentate come esseri inferiori, è un problema.

Una donna che irrompe sulla scena è sempre percepita come un qualcosa di troppo, e questa è misoginia. Nel mondo competitivo dell’editoria, ad esempio, io sento definire come cagacazzi o «Che sei venuta a fare?» solo le donne – e corrisponde a delle reazioni che anche io ho di pancia. Quando parlo con una femminista che certe cose le mette sul tavolo come un’ipotesi astratta perché non è nella testa di un uomo e io dico: «Confermo tutto» – io confermo tutti i pensieri più negativi che si possono addossare agli uomini: è pure peggio di quanto non si creda. Però è chiaro che siamo misogini: siamo stati cresciuti in famiglie dove le femmine erano sempre o inferiori o in una posizione di cura, è ovvio che non siano umane per noi. Ma siccome questa cosa non si può dire normalmente, ovvero che siamo cresciuti sentendo questa cosa, allora questo viene del tutto rimosso e diventa imbarazzante dire che si pensa.

MF: La cosa che mi piace molto della riflessione di Francesco è sicuramente la sincerità, nel senso che lui non sta né dalla parte del capibara, né da quella dell’uomo sciovinista, e cerca di capire come si vive nel mezzo. Questo secondo me è la cosa più complessa, perché il maschio reazionario e quello rivoluzionario in realtà sono avvantaggiati, in quanto sono figure coerenti, leggibili, hanno un linguaggio, una comunità di riferimento, e quindi entrambi hanno una legittimazione.

Invece lui no, perché lui resta in questa contraddizione e non cerca di risolverla, e soprattutto lui non fa quell’operazione del rifiuto del femminismo, in qualche maniera, però allo stesso tempo non sta neanche nella posizione comoda di dire «Ho scelto il femminismo, sono a posto». No, lui dice «Questo mi fa stare male». Sta nominando un trauma, e in questo, secondo me, c’è una sincerità di fondo. È la sincerità di un vero e proprio equilibrismo esistenziale in cui oggi si trovano molti uomini: da un lato il richiamo dei modelli tradizionali è ancora forte – e tanti fenomeni stanno a dimostrarlo, tanto che non siamo di fronte a una crisi della mascolinità, ma semmai a un suo eccesso. Dall’altro lato, però, c’è anche una pressione crescente, quasi un dovere morale, che spinge verso un cambiamento percepito come necessario. Una cosa che secondo me è importante è stare nel mezzo: abitare la contraddizione senza trasformarla in una postura identitaria.

FP: Esatto, è che secondo me è mezzo impossibile.

MF: Eh, questo è il grande problema. Non ci dobbiamo chiedere: «Io sono misogino o non sono misogino?», un’ossessione dei nostri tempi – anche nell’attivismo progressista – doverci dare delle etichette. Io personalmente non direi mai «Sono un uomo femminista»…

SG: … E quindi forse proprio per questo lo sei.

MF: … Sì, ma al di là di questo tenderei a riflettere di più sulle pratiche. Una cosa che detesto è che, quando vado in giro a parlare in pubblico di questi temi, non è raro che io mi trovi “calato” nel ruolo del maschio buono, quello sano che spiega agli altri come essere dei bravi uomini. Non lo trovo interessante e francamente non mi piace. È una posizione di comodo e, paradossalmente, nel nostro ambiente finisce per essere ancora più virile di un Andrew Tate qualunque.

FP: Ho sempre pensato che la violenza dell’uomo venga dall’incapacità di gestire la contraddizione, e quindi è per questo che io forzo il discorso sulla contraddizione, come dire che sono le letture femministe che mi hanno fatto capire di essere – storicamente e culturalmente – misogino.

MF: E questo, già di per sé, ti mette in una posizione migliore persino del maschio femminista che pensa di poter risolvere la contraddizione.

FP: Diciamo che è esattamente il motivo per cui non sto in quella posizione. Come uomini, abbiamo detto per secoli che eravamo la luce del mondo e ora, appena siamo stati messi un po’ in ombra dall’emersione di altre soggettività, sembra che dobbiamo trovare velocemente un’altra via per rimetterci al centro e dire che siamo la luce del mondo e che avevamo ragione noi. Io gioco solo di sponda, e tu, Silvia, prima mi facevi vedere le contraddizioni di quello che dico, e tecnicamente hai pure ragione, però quello che provo a fare io quando parlo di questi argomenti è usare il paradosso.

SG: Tu dici di usare il paradosso come strumento per far emergere le contraddizioni. Mi viene in mente una frase di Siti: «La letteratura può dare cittadinanza a Satana», nel senso che lo spazio letterario permette di dire tutto, anche ciò che è scomodo o moralmente ambiguo. Per fortuna, aggiungerei. Partendo da qui, comunque, mi piacerebbe adesso sentire la storia di misoginia di Manolo, come nasce e come si è trasformata nel tempo.

MF: Leggendo il tuo libro, Francesco, mi ha colpito moltissimo quando dici che una parte della paura maschile nasce dalla precarietà economica: è una cosa vera e quasi mai detta fuori dalle analisi sociologiche, e nel mio libro torno anch’io su questo punto, senza evitare il tema della mia misoginia. Spesso il limite di queste discussioni è pensare che il cambiamento passi da una conversione morale o spirituale. È un’idea sbagliata e anche neoliberale: come se bastasse “diventare consapevoli” per cambiare davvero.

Comunque, dovendo parlare della “mia misoginia”: io mi occupo di manosphere, e inizialmente il libro doveva parlare solo di quello. Poi però mi sono accorto che spesso a questi fenomeni si guarda con una specie di sguardo esotico e così si esorcizzano. A un certo punto io mi sono detto: «Se tu a sedici anni avessi avuto Internet, saresti stato un incel» [Per incel, dall’inglese involuntary celibate, s’intende un membro di una subcultura online costituita da persone che si definiscono “celibi involontari”, attribuendo l’assenza di una relazione sentimentale o sessuale a fattori, secondo loro oggettivi, quali ad esempio la bruttezza esteriore e/o povertà economica, ndr]. Lo dice anche Francesco a un certo punto del suo monologo, e mi ha fatto piacere trovare questa consonanza. Mi sono detto: «È inutile che fai quello distante dal suo oggetto di ricerca, le cose che dicono gli incel le hai pensate anche tu tantissime volte», solo che poi non le hai concettualizzate in quel modo, non le hai trasformate in un discorso d’odio strutturato. E tuttavia le hai pensate fino a che non ti sei sposato con una donna che, per certi aspetti, ti ha “rassicurato” sul tuo valore. Ma se lei non ci fosse, tu forse saresti ancora là, te ne vergogneresti un po’, certo, ma sotto sotto alcune di quelle cose le penseresti ancora.

SG: Ma infatti, probabilmente, come il “reazionario” e il “rivoluzionario” (per usare i modelli del libro di Francesco) anche l’incel non è semplicemente una persona a sé stante. È piuttosto un gradiente che può esistere in ciascun uomo. È pieno Internet di questi messaggi annacquati che sembrano di buon senso ma che, invece, pescano a piene mani da quella subcultura e la addomesticano per una fruizione generalista. Poi alcuni hanno la fortuna, la posizione, le occasioni o il talento per accedere a strumenti culturali, intellettuali o relazionali che possono condurli verso un destino diverso dall’odio per le donne.

MF: No, infatti, nel mio libro tratto gli incel più approfonditamente di altre subculture, perché li trovo un fenomeno davvero interessante: nel loro odio, in certi aspetti, c’è una sincerità difficile da ignorare.

FP: L’incel è un individuo in cerca di una verità, è uno che veramente ha toccato il fondo di “quella cosa”, non è riuscito a stare a galla, c’è del tutto dentro e non si è salvato. Il suo dolore gli indica un nucleo di verità sull’oggi.

MF: Sì, anche se pure loro prendono molti abbagli, come è normale che sia, forse. Quando ad esempio sostengono che il problema è che gli uomini fanno meno sesso e le donne di più, non solo affermano qualcosa di falso ma non si accorgono che non è nemmeno questo il punto. Restano intrappolati in una concezione della sessualità profondamente “idraulica”, incentrata sull’erezione e sul raggiungimento di un traguardo finale, in cui l’atto penetrativo viene considerato più importante di altre forme di piacere. Una visione che, per come funzionano i corpi, crea una disparità tra l’esperienza sessuale di uomini e donne.

Se si dà preminenza alla stimolazione vaginale rispetto ad altri modi di raggiungere il piacere, molte donne finiscono per non arrivare all’orgasmo, e spesso simulano perché hanno paura di ferire l’ego del partner. La conseguenza è che l’uomo crede di aver avuto una grande performance sessuale, mentre la partner, fingendo l’orgasmo, rimane insoddisfatta. Questo è quello che viene chiamato “divario dell’orgasmo”, un concetto reso popolare da Laurie Mintz, che ha contribuito a diffondere il termine orgasm gap nel dibattito contemporaneo, soprattutto con Becoming Cliterate (2017).

FP: Sì, ma io a questo vorrei aggiungere: «Okay, veniamo di più, ma parliamo della qualità di questi orgasmi».

MF: Esatto! Siamo d’accordo: fanno benissimo le femministe, le studiose e le donne a denunciare il cosiddetto orgasm gap. Ma a un certo punto dovremmo anche avere il coraggio di guardarci tra uomini. Come chiede Francesco: di che tipo di orgasmi stiamo parlando, esattamente? Perché è vero che gli uomini, in media, raggiungono l’orgasmo più spesso, ma la qualità delle relazioni sessuali è spesso poverissima. Ridurre il sesso all’eiaculazione significa accettare una forma di relazionalità miserabile, impoverita, e questo non lo dicono solo le critiche femministe: lo mostrano con chiarezza anche moltissimi studi.

FP: Ascoltando le persone del mondo queer, ho scoperto la dimensione pratiche di sesso non penetrativo: per me è stato aprire un mondo…

MF: Difatti, secondo me, insegnare pratiche kink o queer a scuola potrebbe aiutare ragazze e ragazzi a superare questo modello di sessualità, che spesso lascia insoddisfatte le ragazze perché confonde il piacere con la penetrazione come affermazione di potere. È un altro enorme problema, che dovremmo mettere molto più spesso al centro quando parliamo di parità di genere tra uomini e donne: la questione della sessualità, perché quella dimensione, stringi e stringi, è quella dove è più importante interrogarci. Qui si gioca la partita più urgente.

FP: Aggiungo che potrebbe essere proprio la dimensione dove è più facile “convertirsi” a certe cose che apparirebbero così meno come teorie ma più come pratiche di vita.

SG: Si può dire che la sessualità sia quasi un epifenomeno del patriarcato, no? Questa sessualità, per come è oggi costruita in modo socio-materiale, alle donne eterosessuali non fa bene, e neanche agli uomini, anche se se ne rendono conto un attimo dopo, in ritardo. Per questo è un epifenomeno del patriarcato. Pensandolo in chiave strategica di discorso politico, senza lasciarlo alla sola conversione morale o personale, diventa il terreno più interessante per far capire a ragazzi e uomini che l’assetto patriarcale nuoce anche loro, al netto delle eiaculazioni magari quantitativamente soddisfacenti. Ma forse, qualitativamente, questo sesso, occasionale o meno, potrebbe andare meglio. È questo, per me, il senso del discorso sul sesso: riconnetterlo a un contesto più ampio, non lasciare i ragazzi da soli nelle loro camerette a radicalizzarsi e pensare al sesso idraulico. Il problema è lasciare la sfera personale senza discussione pubblica nelle scuole o nelle istituzioni. Il sesso diventa così un grimaldello, un piede di porco, attraverso cui presentare il conto e dirci: “Il patriarcato ha fallito”.

FP: Mi disturba la mancanza di buon senso, di senso comune e di amor proprio nei discorsi su queste cose. Io ho deciso di vivere in un certo modo perché per gran parte della mia vita ho visto la comunità di persone “subalterne” vivere troppo meglio di me. E ogni volta che ne parlo, sembra che lo faccia per interesse bieco, ma in realtà lo faccio per amor proprio, per curiosità, perché mi piace osservare il mondo e capire come vive un’altra persona. Tanto che, come nel caso di Manolo, sono stato una persona che ha seguito con molta curiosità la cultura incel, per tutta la sensibilità che riusciva a mostrare.

A me interessa tantissimo; eppure, a sinistra sembra che se non stai “salvando il mondo” – sempre per quel senso di colpa occidentale che poi ci viene rinfacciato da destra – non ti puoi concedere di divertirti o avere interessi personali o fare battaglie che ricomprendano te e la tua categoria per prime. Questo è problematico, non perché non si debbano fare certe cose, o perché non siano belle, ma perché dà l’impressione che non si possa avere una vita intellettuale e affettiva per sé stessi. E questa cosa emerge chiaramente quando si parla di educazione sessuo-affettiva: sembra che uno debba parlare solo perché “fa bene ai ragazzi”, non perché sia interessato personalmente o ne tragga un vantaggio anche personale. Mi fido di più di chi porta avanti una battaglia per sé stesso, come sta accadendo ad esempio nelle rivendicazioni del ceto medio impoverito.

MF: Mi dai un gancio formidabile per finire con la questione di classe. Abbiamo parlato prima del fatto che non c’è posto per tutti, e questo secondo me è un altro punto centrale. Mi è piaciuto molto il passaggio nel libro di Francesco: «Il reazionario ha paura di qualcosa di reale. Sta giocando con gli amici maschi al gioco delle sedie. Otto bambini che corrono intorno a sette sedie, nello stereo suona una canzone, lui aspetta con gli altri bambini che l’adulto vicino allo stereo spenga la musica, a quel punto proverà a lanciarsi sulla sedia più vicina per non farsi eliminare dal gioco. Mentre corre e corre attorno alle sedie e comincia a girargli la testa, scopre che insieme a lui, mischiate agli altri maschi, stanno correndo otto bambine. Otto bambine assatanate che aspettavano da millenni di poter giocare al gioco delle sedie. Poi la musica si spegne».

Sappiamo che oggi molti uomini provano rabbia perché la promessa patriarcale che era stata fatta loro è venuta meno. Una promessa che non riguardava solo il potere, ma anche l’identità. L’idea di poter essere come il proprio padre o il proprio nonno: provvedere alla propria famiglia, proteggerla, prendersene cura e sentirsi utili per essa. Tutto questo, di per sé, non è sbagliato, è anche nobile, se vuoi. Tuttavia, è evidente che oggi questo modello non è più praticabile così com’era un tempo.

SG: Ma non lo è mai stato, è questo il punto. Gli uomini hanno più paura delle donne che dei ricchi?

MF: È vero, solo che oggi è più evidente che quel modello non sia realmente sostenibile. In questo contesto, i manfluencer hanno avuto gioco facile, proponendo narrazioni di sacrificio estremo: l’idea è lavorare fino allo sfinimento pur di proteggere la propria famiglia, essere qualcuno su cui gli altri possono contare, e lasciare un segno anche a costo di compromettere la propria vita. È un discorso completamente sbagliato, ma proprio per questo riesce a risultare molto seducente. Qualcuno ha parlato di “capitalismo spirituale” o “broicism”: qui il machismo non è edonista, ma esige rinunce totali, lavoro incessante e sofferenza come destino.

Il problema è che riproduce logiche neoliberali: se non ce la fai, la colpa non è mai del sistema che premia le disuguaglianze ma o è colpa tua (perché non ci hai creduto abbastanza) o, in alternativa, il bersaglio possono diventare le politiche che avvantaggerebbero le donne e le minoranze. Quindi sì, sono molto d’accordo con l’espressione usata prima da Silvia: «Gli uomini hanno più paura delle donne che dei ricchi». Ma il fatto è che queste narrative offrono consolazione: la destra, da Trump in avanti, è stato il fenomeno politico che più di tutti ha trasformato una frustrazione economica in identità ferita. Non viene detto agli uomini: «Siete impoveriti» ma «Siete indeboliti».

SG: Sì, magari funziona di più per chi ha una famiglia da proteggere, quindi «Lavoro tanto per proteggere moglie e prole». Quando però questa cornice manca, il lavoro tende ad avvitarsi su sé stesso in una forma ancora più tossica e autoreferenziale. La promessa implicita del successo resta in piedi, ma è una promessa strutturalmente irrealizzabile: se tutti potessero emergere, il concetto stesso di successo perderebbe senso. Per questo ripeto la mia provocazione e dico che è curioso attribuire la colpa alle donne – in realtà non c’è mai stato davvero spazio per tutti. Le donne, semmai, accelerano o rendono evidente una condizione che esiste da sempre: uno stato delle cose fondato sulla scarsità delle risorse, che oggi diventa semplicemente più visibile.

MF: Anche per questo penso che, quando parliamo di mascolinità e di crisi del maschile, dobbiamo intersecare il genere con la classe e l’etnia. Il disagio maschile non colpisce tutti allo stesso modo. Un uomo bianco, istruito, con capitale culturale, ha molte più risorse per riorientarsi nel nuovo scenario dei rapporti di genere rispetto a un uomo cresciuto in contesti di povertà, per dirne una. Ci sono problematiche legate al lavoro, alla scuola, al welfare: se non teniamo conto di questi aspetti, stiamo semplicemente parlando agli uomini che stanno già bene e hanno strumenti, reti e possibilità di adattamento.

È anche questo che mi differenzia da un certo attivismo. Dire a un ragazzo: «Stai zitto, il tuo disagio è solo il lamento di un privilegiato» rischia di produrre un effetto opposto, spingendolo verso una lettura compensativa che gli dice: «Il problema sono le donne». Per questo credo che il problema vada spostato dal piano identitario a quello strutturale. Non è che le donne avanzano e io perdo: è che il sistema restringe lo spazio, rende le sedie sempre meno e sempre più instabili. Chi ha risorse riesce a spostarsi, a trovarne un’altra, magari più scomoda ma comunque solida. Chi sta peggio, invece, resta in piedi. E noi dobbiamo parlare con quelli che rimangono in piedi.

(Il Tascabile, 25 marzo 2026)

La sua casa è una galleria di ricordi. Sui muri la rivoluzione fatta di calcoli e numeri è nelle lauree e nei riconoscimenti incorniciati, nelle foto con gli studenti e in quelle dei congressi in tutta Europa. Nel suo appartamento all’Appia, in stile retrò, gli occhi sorridono e lei racconta: «Cosa provavo quando risolvevo un problema? Gioia. E un sottile piacere se il computer faceva quello che mi aspettavo». Luigia Carlucci Aiello, Gigina per tutti, è la madre dell’intelligenza artificiale in Italia e la fondatrice dell’associazione nazionale per l’IA. Una matematica e ricercatrice femminista e antifascista, la donna che ha portato in giro per il mondo i risultati sulla «rappresentazione della conoscenza e deduzione automatica» formando generazioni di informatici, ingegneri e matematici. E continua a farlo anche adesso, alla soglia degli ottant’anni. Tra qualche settimana sarà a Palermo per una lectio magistralis su Alan Turing.

Lei era una scienziata già negli anni Sessanta. C’era disparità tra uomini e donne?

Alla Scuola Normale Superiore di Pisa c’era un ambiente maschile e maschilista, lì sono stata a lungo l’unica studentessa di matematica. Le donne venivano tollerate a malapena da professori e colleghi, alcune si sono anche ritirate. I normalisti rimanevano dietro le porte, durante gli esami, in attesa di sapere se le femmine venivano buttate fuori. Al Cnr di Pisa, dove venni assunta nel 1970, invece, eravamo poche donne su oltre cinquanta uomini ed eravamo tutti uguali. C’era bisogno di menti e braccia in un settore ancora nuovo.

È stata una donna di rottura in ambienti tutti maschili?

Ero un mostro strano per la mia formazione eccentrica. Nel 1990, quando già ero una professoressa ordinaria da dieci anni alla Sapienza, passai al triennio. Ero la prima docente del primo corso di IA. Iniziarono le ostilità, avevo sfondato una barriera. Ad ogni intervento venivo attaccata, ad ogni mia proposta percepivo di avere sempre tutti contro. Nonostante tutto sono sopravvissuta bene. Il mio motto è «Testa bassa e andare avanti». Se ci credi nel tuo sogno, non devi mollare. Tanto che sono diventata la direttrice del dipartimento e ho inaugurato la nuova facoltà di ingegneria dell’informazione, informatica e statistica.

Una rivoluzione con alle spalle una famiglia patriarcale.

Sono nata a Cerreto d’Esi, in provincia di Ancona. Papà era capotreno e aveva nove fratelli, mamma era casalinga. Lo zio più grande era prete, come in quasi tutte le famiglie patriarcali del tempo, e con lui ho imparato a leggere a quattro anni sull’Osservatore romano. Ma io avevo le idee chiare già a otto anni. In un tema ho scritto che sarei diventata una professoressa di matematica. Sullo stesso foglio ho disegnato me con un grembiule nero, quello che indossavano le insegnanti a quei tempi, e davanti alla lavagna. I miei genitori non mi hanno mai ostacolata, a loro devo tanto.

In America arriva a ventisette anni per fare ricerca a Stanford, con un figlio di quattro mesi e un marito al seguito.

Ho conosciuto Mario nel 1969 al Cnr, l’anno dopo ci siamo sposati. Lui era un ingegnere elettronico e siamo diventati una coppia anche nella ricerca. Nel gennaio 1973 eravamo a Stanford nel laboratorio fondato da John Mc Carthy, che allora era visto come un visionario un po’ hippy. Noi ricercatori di IA, di conseguenza, eravamo considerati dei matti. Invece c’era una solidità scientifica dietro a quegli studi e io volevo dimostrare la correttezza del programma su un computer. Sono riuscita a lavorare con un sistema che era stato sviluppato lì da un professore inglese.

Lei ha cambiato il modo di fare ricerca.

Ho viaggiato moltissimo in Europa e in America per la ricerca e per la divulgazione. Ho sempre dato molta importanza alla sperimentazione, come hanno imparato gli studenti che hanno frequentato i miei corsi. Ancora oggi quegli allievi mi fermano per strada e mi riconoscono, mi fa molto piacere.

Presto rimane una mamma sola ma ritorna oltreoceano.

Mio marito morì precocemente, fu un colpo terribile. Quando mio figlio aveva sei anni tornai in America. Al termine del biennio di studi, mi offrirono un contratto. Rifiutai, volevo che Marco studiasse in Italia e desideravo restituire al mio paese tutto quello che avevo imparato.

Che futuro avremo con l’intelligenza artificiale?

L’IA è già nelle nostre vite. Guai a farsi trovare impreparati, altrimenti la subiremo soltanto. C’è bisogno di formazione continua per scacciare il timore che le macchine prendano il posto nostro in tutte le professioni. Il mio messaggio, comunque, è rivolto soprattutto ai potenti. Non devono mettersi in mano ai venditori, a chi non ha etica, a chi pensa solo al guadagno. L’uso dell’IA deve essere disciplinato.

Un giovane ha raccontato al nostro giornale che si sente più a suo agio a confidarsi con ChatGPT che non con i suoi coetanei. Che ne pensa?

L’IA ci ha superato nella velocità e nella capacità di calcolo e soluzioni. Ma il campo sul quale non ci ha battuti è quello della creatività. A quel ragazzo ricordo che ChatGPT è stato progettato per compiacere, è pieno di tutto quello che noi umani abbiamo voluto metterci dentro. Ma non guarderà mai negli occhi la persona che ha davanti e non coglierà, ad esempio, i suoi sentimenti in quel momento. Se è triste o contento, se mente o dice la verità. Perché l’intelligenza artificiale non ha un cuore e non prova emozioni.

(la Repubblica, 25 marzo 2026)

Ogni giorno apriamo gli occhi su un mondo che si mostra sempre più incomprensibile: pare vacillare la nostra capacità di assimilare nuovi scenari poiché il mutamento è incessante. Nuovi conflitti, nuove pagine di violenza, continue nuove infrazioni della normalità precipitano nella confusione dell’ignoto. Le categorie con cui leggevamo la realtà appaiono fragili perché agganciate a principi che credevamo eterni e che invece sono crollati sotto gli sconvolgimenti del presente. Ne consegue una strisciante condizione psichica di paralisi, da cui sembra inimmaginabile uscire.

Eppure, anche se sempre più insidiata dalle tecnologie, abbiamo ancora a disposizione la più ingegnosa tra le facoltà umane, in grado di liberarci dall’oppressione della passività: il pensare, una pratica che presuppone tensione, non si svolge nella stasi, rifiuta la paralisi, sottintende un movimento. Per descrivere la condizione moderna del pensiero, Arendt propone di ripensare una breve parabola di Kafka: un uomo (Er/egli) si trova al centro di un combattimento tra due avversari, uno lo incalza da dietro, è il passato; l’altro gli sbarra la strada davanti, è il futuro.

Nella disputa tra passato e futuro, innescata dallo spezzarsi del filo della tradizione, il pensiero moderno nasce come intervallo. Pensare significa allora abitare integralmente questa dimensione resistendo alla tentazione di rifugiarsi nella nostalgia o di dissolversi nella profezia: in antitesi a quanto, in questi anni, sia stato avanzato dal pensiero maschile che, nel riflesso tragico della parabola, nell’agonismo della lotta tra passato e futuro, non realizza la promessa arendtiana, ma manifesta la lacuna come tenebra, come depressione. In un immaginario di lotta eminentemente maschile, il soggetto Egli si percepisce assediato dalla storia, e, trascinato tra rovine e catastrofi, si esprime in forme apocalittiche: crisi irreversibili, collassi ecologici, fine delle democrazie, scenari di estinzione. Il tempo è vissuto come precipizio perché, sembrano ammonire, se il simbolico maschile ha fallito, allora è la fine del mondo.

Come agire contro lo spirito del ripiegamento, come rilanciare la promessa arendtiana di una lacuna inaugurale, di un pensiero imprevisto liberato dalle insidiose controversie del tempo, di una «forza diagonale»? Proviamo a immaginare cosa accade se, in quella parabola, sostituiamo il pronome: se egli fosse ella come cambierebbe l’atto del pensare? Il gesto potrebbe sembrare minimo, quasi grammaticale, ma il pronome non è neutro: organizza una posizione nel tempo, determina una dislocazione nell’asse delle forze generando un’altra esperienza della mente, quella di lei, l’esclusa dalla tradizione, l’inassimilabile, colei che è naturalmente “equipaggiata” per stabilirsi nella lacuna. Cacciata da ogni campo del sapere, ella ha creato spazi carsici al di fuori della linearità del sapere maschile, in «momenti radianti» (Chiara Zamboni) che manifestano una relazione diversa con le chiamate della Storia.

Fuori da queste contese, le pensatrici si collocano in una posizione laterale: assistono a una lotta che non le rappresenta e dalla quale possono scegliere di distaccarsi, volgendo altrove lo sguardo. In questo gesto di sottrazione inaugurano una temporalità diversa, che non è segnata dalla rovina ma dall’invenzione: un tempo fatto di traiettorie eccentriche, che deviano dai percorsi stabiliti. È un modo di stare nel tempo che sfugge alle trappole della linearità, sia quando questa si presenta come reazione, come annuncio di apocalisse, sia quando assume le vesti rassicuranti del progresso.

La parabola così si trasforma e si rinnova, l’asse si sposta, lo spazio del presente si apre nella prefigurazione di una rivoluzione simbolica che è appena cominciata e che ci interpella chiedendoci di mettere in gioco le nostre forze in una pratica della mente che non si lasci imbrigliare entro i recinti del femminile, che rifiuti di essere inglobata nelle istituzioni che la spartiscono in ambiti disciplinari, e che, immercificabile, si elevi al di sopra delle logiche voraci del mercato. Il pensiero delle donne sottraendosi alla colonizzazione conquista quell’autonomia indispensabile per interrogarsi liberamente sulle grandi questioni epocali. Queste ultime rivelano allora la loro natura di possibilità generative: non semplici ostacoli da rimuovere, ma occasioni feconde di un momento radiante e inedito, che preesiste in stato di latenza e attende esclusivamente l’intervento del nostro pensiero per pervenire alla piena manifestazione.

(L’imprevista – newsletter di Lìbrati, 24 marzo 2026)

Quanto avrà contato nel successo del No il rifiuto e la paura della guerra devastante scatenata da Trump e Netanyahu, tanto più essendo al governo una alleata del capo americano che ha molto esitato a prenderne le distanze?

L’interrogativo girava nei primi commenti in tv mentre l’affermazione del No prendeva consistenza. Il risultato andrà analizzato attentamente, ma direi “a caldo” che ha avuto due aspetti positivi e rincuoranti.

La partecipazione inaspettatamente alta, che conferma l’attenzione molto diffusa anche tra chi si astiene dal voto politico quando si tocca la Costituzione. Non credo che fosse molto conosciuto il merito giuridico della faccenda, ma il modo in cui governo e maggioranza, e Giorgia Meloni nel suo “sprint” finale, hanno forzato e detto bugie grossolane senza aver mai minimamente cercato un accordo largo, come sarebbe necessario su temi costituzionali così importanti, deve avere insospettito e “mobilitato” gran parte di chi è andato a votare.

Il secondo credo proprio che sia il riemergere di una spinta popolare a reagire “politicamente” a una situazione sempre più segnata dallo scivolamento verso comportamenti autoritari e dal ricorso alla guerra nei suoi aspetti più aberranti: non solo nemici da sterminare, ma civili da terrorizzare, scacciare dalle loro case, distruggendo scuole, ospedali e centrali per l’energia, affermando la forza fuori da qualunque regola e “diritto” internazionale. Dall’Ucraina al Medio Oriente, e in tante realtà che nemmeno si nominano.

Non è un caso che si annuncino nei prossimi giorni nel nostro paese varie iniziative contro la guerra e a favore della pace.

Ne segnalo una, coordinata con le altre, lanciata all’inizio da un gruppo di femministe siciliane, ma ora estesa già a 150 città e paesi su tutto il territorio nazionale: sabato prossimo, 28 marzo, la rete nazionale “10, 100, 1000 Piazze di donne per la pace” porterà in tantissimi comuni, grandi e piccoli, dal nord al sud d’Italia, in presidi contro la guerra, creazioni frutto dell’arte della tessitura: arazzi, bandiere, tappeti, lenzuoli e chiameranno altre donne a finirli insieme. Sabato 20 giugno questi manufatti, frutto dello “stare insieme” di migliaia di donne di età, provenienze ed esperienze diverse, saranno portati a Roma per una manifestazione nazionale.

«Cucire – si legge nel comunicato della rete – ricamare, tessere, lavorare a maglia, ad uncinetto, dipingere, insieme per settimane, ha creato in tutta Italia un ordito di impegno e partecipazione, una trama resistente capace di fare da argine alla violenza armata. Le donne, coloro che quotidianamente reggono la vita, non si arrendono alla disumanizzazione e contrastano l’idea falsa e mortifera dell’inevitabilità della guerra».

«Tutti i dispositivi legali che gli uomini si sono dati per limitare l’uso della forza e della contrapposizione armata – scrivono ancora le organizzatrici – sono saltati. Siamo in balia di un potere internazionale in mano a uomini senza scrupoli e senza morale».

Che si tratti di “uomini” a produrre questa deriva violenta verso l’altro considerato nemico, ma inesorabilmente anche autodistruttiva (ne stanno diventando vittime anche le “nostre” democrazie, e le culture politiche che le hanno sostenute), non è detto casualmente. Certo vediamo oggi anche donne che seguono questa tendenza all’annientamento di ogni umanità (del resto il patriarcato si è retto per secoli anche sul consenso femminile. Ma ora non più).

Sono state donne, nella lunga ondata del femminismo, a dimostrare che si può tessere una politica capace di cambiare le nostre vite, esercitando anche conflitti radicali, ma senza giungere alla violenza che la vita la toglie all’altro.

(il manifesto, 23 marzo 2026)

Women of the Sun (le donne del sole) e Women Wage Peace (le donne portano la pace) sono due associazioni, l’una palestinese fondata a Gaza e in Cisgiordania nel 2021 da Reem Hajajreh, e l’altra israeliana, cofondata da Yael Admi, entrambe candidate al premio Nobel per la pace 2025. Da anni, prima del 7 ottobre, portavano avanti insieme iniziative di pace, dando l’esempio di una possibile convivenza tra due popoli su un’unica terra.

Tre giorni prima del massacro di Hamas avevano marciato insieme da Gerusalemme Est alla Cisgiordania fino al mare dove «attorno a un simbolico tavolo negoziale alla presenza di varie attiviste e politiche internazionali» avevano richiamato l’urgenza della partecipazione femminile alle trattative di pace. Subito dopo il 7 ottobre e la conseguente vendetta israeliana, le donne di Women Wage Peace scesero in piazza per chiedere il cessate il fuoco a Gaza e un accordo per il rilascio di tutti gli ostaggi. Ma non furono ascoltate. Molte attiviste di Women of the Sun sono morte a Gaza sotto i bombardamenti d’Israele, in diversi casi insieme a tutta la famiglia, di altre si sono perse le tracce, inghiottite dalla violenza e dall’orrore genocida contro il popolo palestinese. Dalle macerie, materiali e spirituali, dal dolore e dalle sofferenze per tanta violenza che non si ferma né a Gaza né in Cisgiordania ma anzi si allarga per tutto il Medio Oriente, ecco risorgere le donne delle due associazioni che il 24 marzo a Roma cammineranno fianco a fianco a piedi nudi e alla fine leggeranno il loro “Appello delle madri” per invitare le donne di tutto il mondo ad unirsi a loro.

Un appello che fuoriesce dai confini d’Israele e Palestina e si rivolge anche agli uomini per fermare la violenza, la cecità e la pazzia di maschi che idolatrano la forza delle armi e minacciano l’umanità intera. «Noi donne palestinesi e israeliane – si legge nell’appello – di ogni estrazione sociale, siamo unite nel desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza, diritti e sicurezza. Crediamo che anche la maggior parte delle persone delle nostre nazioni condivida il nostro desiderio comune. Pertanto, chiediamo ai nostri leader di ascoltare il nostro appello e di avviare tempestivamente colloqui e negoziati di pace, con un impegno determinato a raggiungere una soluzione politica al lungo e doloroso conflitto, entro un lasso di tempo limitato». «Invitiamo – continuano – i popoli di entrambi le nazioni, palestinese e israeliano, e i popoli della regione, a aderire al nostro appello e a dimostrare il loro sostegno alla soluzione del conflitto. Invitiamo le donne del mondo a sostenerci per un futuro di pace e sicurezza, prosperità, dignità e libertà per noi stesse, i nostri figli e gli abitanti della regione. Invitiamo le persone di pace di tutto il mondo, giovani e anziani, i leader religiosi, le persone influenti, i leader delle comunità, gli educatori e coloro che hanno a cuore questa questione, ad aggiungere la loro voce al nostro appello. Invitiamo i nostri leader ad ascoltare la voce e la volontà dei popoli in questo appello per risolvere il conflitto e raggiungere una pace giusta e inclusiva». «Ci impegniamo – scrivono ancora – a svolgere un ruolo attivo nel processo negoziale fino alla sua risoluzione, in linea con la Risoluzione Onu 1325 del 2000 che impose l’inclusione di negoziatrici nelle trattative di pace e nei processi decisionali». Infine, invitano i loro leader «a mostrare coraggio per questo cambiamento» e unire le forze «per restituire speranza» ai due popoli. Al loro appello si sono unite altre voci, tra cui quella della rete 10, 100, 1000 piazze di donne per la pace che il 28 marzo scenderà con gli arazzi della pace in più di cento città, tra cui Soverato, Palmi, Reggio Calabra, Gioia Tauro. Ancora una volta la pace è donna.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 22 marzo 2026)

La vicenda-choc in Francia: un gruppo di attiviste ha portato in tribunale il colosso Lafarge con l’accusa di aver finanziato il Daesh in Siria tra il 2013 e il 2015 pur di tenere aperto l’impianto. Un libro racconta la storia

Bisogna immaginarsela, la scena: quattro giovani donne sedute intorno al tavolino di un caffè davanti al Palazzo di Giustizia di Parigi. Sono giuriste esperte, lavorano senza sosta da mesi, in segreto, chiuse in un piccolo ufficio, sono sottopagate, pallide, stanche. Un po’ impaurite e perfino incredule per l’impresa che loro stesse hanno compiuto e che sta prendendo consistenza nell’edificio di fronte: portare a giudizio il più grande cementificio francese – un colosso con centinaia di filiali nel mondo – grazie a una enorme mole di documenti sul trasferimento di milioni di euro al Daesh, lo Stato islamico, tra il 2013 e il 2014, in piena guerra civile, pur di tenere aperto un impianto in Siria. È il novembre 2019; la denuncia era stata depositata dalle giuriste nel 2016, l’anno successivo la magistratura aveva aperto un’inchiesta per finanziamento a impresa terroristica e gli ex amministratori della Lafarge erano stati incriminati, così come nel 2018 la stessa azienda in qualità di “persona giuridica”. Ora, a tre anni dall’inizio di quell’avventura legale, Marie-Laure, Clara, Cannelle e Claire sono sedute al caffè e attendono la decisione della Corte, una delle tante su questa vicenda lunga, piena di ricorsi, di impugnazioni, di appelli. Ed eccola, la scena: il gruppo di donne smette di parlare quando arrivano in Tribunale gli avvocati dalla Lafarge, «con abiti ognuno dei quali deve valere più di un mese dei nostri stipendi. Per diversi minuti, escono uno dopo l’altro dalle loro berline con i vetri scuri e li abbiamo contati: erano diciannove, tutti uomini».

La vicenda ha provocato grande clamore in Francia: la Lafarge negli stessi anni in cui stava trattando la fusione con l’altro gigante del cemento, la Holcim, pervicacemente e consapevole dei rischi connessi alla guerra civile incipiente in Siria, teneva aperto lo stabilimento a Jalabiya, nel nord-ovest del Paese. Mentre i dipendenti europei erano già al sicuro nei Paesi confinanti, i lavoratori siriani venivano uccisi, taglieggiati, rapiti e minacciati dai terroristi dello Stato islamico nel tragitto da casa verso l’impianto, e le loro famiglie, residenti nei villaggi vicini, sottoposte a bombardamenti. Dalla presentazione della denuncia delle due Ong per la giustizia internazionale – la francese Sherpa supportata dalla tedesca Ecchr, il Centro europeo per i diritti umani e costituzionali – sono trascorsi dieci anni, la Lafarge e otto suoi dirigenti, tutti uomini, sono andati a giudizio nonostante la fiera opposizione di uno stuolo di avvocati degli studi legali più blasonati di Parigi, e quel gruppo di intrepide giuriste ha continuato ad accumulare faldoni e testimonianze, incrociare date, verificare circostanze che appartengono ormai alla storia della martoriata Siria. Il verdetto finale, dopo il processo che si è svolto tra novembre e dicembre 2025, è atteso per il prossimo 13 aprile. Nel frattempo la Lafarge si è dichiarata colpevole negli Stati Uniti, da cui erano transitate alcune transazioni, per avere versato 6 milioni di dollari allo Stato Islamico e al Fronte al Nusra, gruppo affiliato ad al-Qaeda, tra il 2013 e il 2014, e ha chiuso il processo versando 778 milioni di dollari.

Nello slancio per la verità di questo manipolo di donne non si può non pensare all’eterna sfida di Davide contro Golia, oppure al coraggio di Erin Brockovich, l’archetipo dell’eroina che si scontra con i poteri forti armata solo della verità. Ad accendere la miccia della vicenda della Lafarge è stata in effetti una donna, Dorothée Myriam Kellou, una giovane giornalista freelance franco-algerina che, colpita dal racconto di un dipendente siriano della Lafarge che l’aveva agganciata via mail per raccontarle cosa era successo a lui e alla sua famiglia, aveva raccolto altre voci, testimonianze, messo insieme date e circostanze fino a pubblicare un articolo sulla prima pagina de Le Monde, l’8 giugno 2016. Quell’inchiesta scatenò l’interesse di una associazione specializzata nel “contrasto ai crimini economici e nella difesa delle vittime della globalizzazione”, la francese Sherpa, che ha messo al lavoro sul caso una giurista e due stagiste.

Ed eccole, le donne-coraggio di questa storia, all’epoca giovanissime: la giurista Marie-Laure Guislain, le stagiste Babaka Tracy Mputu e Sara Brimbeuf. E poi Clara Gonzales, Maria Dossé e altre colleghe e stagiste, chiamate in rinforzo da un’associazione specializzata con sede a Berlino, l’Ecchr, come Cannelle Lavite e Claire Tixeire. Tutte donne. E insieme sono riuscite nell’impresa impossibile di alzare il tiro: l’accusa per la Lafarge e i suoi dirigenti non era “solo” il presunto finanziamento del terrorismo e mancato rispetto delle leggi sulla sicurezza dei lavoratori (accusa poi caduta), ma anche una possibile complicità in crimini contro l’umanità, quelli commessi dal Daesh in Siria: lo sterminio degli yazidi, le uccisioni indiscriminate, le crocifissioni dei prigionieri… La Francia restò attonita: nello stesso periodo storico in cui il colosso del cemento, mediante la sua sussidiaria siriana, avrebbe trasferito milioni ai terroristi del Daesh, alcuni “affiliati” compivano gli attentati che sconvolsero la capitale, da Charlie Hebdo al Bataclan. Potevano aver contribuito i soldi di Lafarge – si parla di 13 milioni di euro – a finanziare le stragi di innocenti del 2015 in terra francese? Se lo chiede un’altra donna protagonista di questa vicenda, Justine Augier, autrice di Personne morale, considerato da Le Monde uno dei libri più importanti del 2024, tradotto e pubblicato in Italia da poche settimane dalla piccola casa editrice genovese Magdalena con il titolo L’impresa (pagg. 254, euro 20).

Il libro di Justine Augier, “L’impresa”, illumina il lavoro nascosto, ostinato e malpagato di queste legali che hanno trasformato un’inchiesta giornalistica in un caso giudiziario senza precedenti.

Augier, parlando con Avvenire, spiega perché non sia un caso la presenza in questa storia di decine di donne, a vario titolo (non solo giornaliste, avvocate e giuriste, ma anche la presidente del Tribunale, e le due procuratrici che a dicembre hanno chiesto pene severe) contro un capitalismo malato, interessato solo al profitto e indifferente alle vite umane. «Penso che in questa vicenda – ci dice in videocollegamento da Parigi – ci siano due visioni del mondo che si confrontano: da un lato le forze che vogliono perpetuare l’impunità e i privilegi, e dall’altra quelle che chiedono giustizia e vogliono rimodulare i rapporti di forza. No, non è un caso che ci siano molte donne nel secondo fronte: si è trattato di un lavoro svolto nell’ombra, estenuante, senza garanzia di successo, collettivo, malpagato, privo di riconoscimento sociale». Un “lavoro sporco”, insomma, che esula da prospettive di carriera o di riconoscimenti economici. Un “lavoro da donne”?

Augier spiega che con il suo libro ha voluto portare un po’ di luce nella vicenda «cinica e terribile» della Lafarge, e quella luce è la «richiesta di giustizia» avanzata da un gruppo di donne idealiste per conto dei dipendenti siriani – uno è stato ucciso, altri rapiti e taglieggiati – lasciati in balìa della guerra per inseguire il profitto. Il libro di Augier si legge come un romanzo, ma mette in fila la pura verità. Ci sono le storie avvincenti delle attiviste-giuriste, il racconto della loro volontà di ferro, e la ricostruzione precisa di ciò che accadde in Siria: come e perché fu costruito il grande impianto di Jalabya, chi volle che continuasse a produrre cemento nonostante i rischi crescenti per i dipendenti, messi sotto una aleatoria “protezione” degli stessi terroristi opportunamente foraggiati. Nel libro ci sono le tante mail dei responsabili della filiale siriana alla casa madre, che informavano sui bombardamenti del Daesh, i rapimenti, i checkpoint… E poi le toccanti testimonianze di chi, nonostante l’enorme squilibrio di potere, ha deciso di denunciare. «Questa storia dimostra che anche le ingiustizie più clamorose, pur provocando un senso di impotenza, non devono impedirci di agire – continua Augier –. Sembrava impossibile far vacillare una potenza come la Lafarge, ma lo svolgimento di questo processo, qualunque sia l’esito, è già un enorme successo, una forma di giustizia in sé. È anche un precedente: d’ora in poi una multinazionale non potrà più pretendere di non aver responsabilità sulle azioni di una filiale all’estero».

(Avvenire, 21 marzo 2026)

L’artista Mili Romano* ci ha mandato un “intervento sonoro” che ha creato in gennaio come una sua «reazione personale a quelle guerre e atrocità senza senso che da troppo tempo ci accerchiano travolgendo le nostre vite, e rischiando anche di farci diventare spettatori assuefatti e indifferenti»… È stato ripetutamente mandato in onda alla Radio Città Fujiko di Bologna – e ora ci invita a partecipare, ciascuna o ciascuno con un contributo audio di un minuto, per farlo diventare un’azione corale contro la guerra. Ascoltate l’audio!

Per mandare un vostro contributo basta un vocale whatsapp al numero 3385944122

(*) Mili Romano è artista e curatrice indipendente soprattutto di progetti di public art, è stata ospite alla libreria delle donne di Milano con un intervento su VD3 “L’arte della relazione” (ottobre 2024) e alla presentazione del suo libro “Crossing… attraversamenti, tracce, indizi” (Carta Banca editore) nel mese di ottobre 2025, con Donatella Franchi.

(www.libreriadelledonne.it, 19 marzo 2026)

Sabato 28 marzo le aderenti alla rete nazionale “10 100 1000 piazze di donne per la pace” porteranno in più di 125 comuni, grandi e piccoli, dal nord al sud d’Italia, i loro lavori per la pace: arazzi, bandiere, tappeti, lenzuoli e chiameranno altre donne a finirli insieme. Sabato 20 giugno questi manufatti, frutto dello “stare insieme” di migliaia di donne di età, provenienze ed esperienze diverse, saranno portati a Roma per una manifestazione nazionale per la pace. Cucire, ricamare, tessere, lavorare a maglia, ad uncinetto, dipingere, insieme per settimane, ha creato in tutta Italia un ordito di impegno e partecipazione, una trama resistente capace di fare da argine alla violenza armata. Le donne, coloro che quotidianamente reggono la vita, non si arrendono alla disumanizzazione e contrastano l’idea falsa e mortifera dell’inevitabilità della guerra.

In tutto il paese e nel mondo intero crescono angoscia, ansia e preoccupazione per quanto sta avvenendo sugli scenari mediorientali. La guerra diventa sempre più distruttiva e feroce, si abbatte sugli inermi, rischia di normalizzarsi ed estendersi: una marea che finirà con il travolgere ogni vita e ogni cosa. Tutti i dispositivi legali che gli uomini si sono dati per limitare l’uso della forza e della contrapposizione armata sono saltati. Siamo in balia di un potere internazionale in mano a uomini senza scrupoli e senza morale.

È il momento dell’assunzione di responsabilità e di trasformare paura e rabbia in parola e azione. È il momento di far valere l’etica della cura, della giustizia e dell’amore, centrale nell’esperienza storica delle donne contro la logica patriarcale del più forte. Le donne della rete nazionale non permetteranno che si azzeri il futuro, faranno risuonare in tutte le piazze il loro NO alla guerra fino a che non diventi un boato tale da costringere il governo ad assumere una posizione chiara e netta di stop al riarmo e di rifiuto della guerra.

Vogliamo, pretendiamo, faremo in modo che la vita continui! Per informazioni:

https://www.facebook.com/profile.php?id=61577566614538 https://www.instagram.com/100piazze_pace/
email: donnecontroguerra.pinerolese@gmail.com

10 100 1000 Piazze di donne per la pace

ELENCO DELLE PIAZZE (IN AGGIORNAMENTO)

1.Acireale(CT) 2.Acquedolci(ME) 3.Alba(CN) 4.Alcamo(TP) 5.Alimena(PA) 6.Alpignano(TO) 7.AltoGardaeLedro(TN) 8.Arese(MI) 9.AsceaMarina(SA) 10.Augusta (SR) 11.Bagheria (PA) 12.Belmonte Mezzagno (PA) 13.Bergamo (BG) 14.Bisacquino (PA) 15.Bologna (BO) 16.Bricherasio (TO) 17.Buseto Palizzolo (TP) 18.Caltagirone (CT) 19.Caltanissetta (CL) 20.Capaci (PA) 21.Capo d’Orlando (ME) 22.Carini (PA) 23.Carpi (MO) 24.Casale Monferrato (AL) 25.Castelbuono (PA) 26.Castelfranco Emilia (MO) 27.Castellammare del Golfo (TP) 28.Castelnuovo Cilento (SA) 29.Castelvetrano (TP) 30.Catania (CT) 31.Cecina (LI) 32.Cefalù (PA) 33.Cerda (PA) 34.Cernusco sul Naviglio (MI) e Gessate (MI) 35.Chiavari (GE) 36.Chioggia (VE) 37.Cinisi (PA) 38.Cividate al Piano (BG) 39.Colleferro (RM) 40.Collegno (TO) e Pianezza (TO) 41.Colli a Volturno (IS) 42.Comacchio (FE) 43.Como (CO) 44.Corleone (PA) 45.Cortenuova (BG) 46.Cremona (CR) 47.Cuneo (CN) e Mondovì (CN) 48.Desenzano del Garda (BS) Castiglione delle Stiviere (MN) 49.Enna (EN) 50.Erice (TP) 51.Fenestrelle (TO) 52.Figline Valdarno (FI) 53.Firenze 54.Foggia (FG) 55.Garbagnate Milanese (MI) 56.Genova (GE) 57.Giarre (CT) 58.Gioia Tauro (RC) 59.Ionico Etnea (CT) 60.Isnello (PA) 61.Lercara Friddi (PA) 62.Licata (AG) 63.Livorno (LI) 64.Mantova (MN) 65.Marineo (PA) 66.Marsala (TP) 67.Messina (ME) 68.Mestre-Venezia (VE) 69.Milano (MI) 70.Militello in Val di Catania (CT) 71.Misiliscemi – Locogrande (TP) 72.Modena (MO) 73.Modica (RG) 74.Monopoli (BA) 75.Montedoro (CL) 76.Musile di Piave (VE) 77.Napoli (NA) 78.Narni (TR) 79.Noventa di Piave (VE) 80.Oleggio (NO) 81.Otricoli (TR) (insieme a Calvi dell’Umbria TR) 82.Paderno Dugnano (MI) 83.Padova (PD) 84.Palermo (PA) 85.Palmi (RC) 86.Partinico (PA) 87.Patti (ME) 88.Pavia (PV) 89.Perugia (PG) 90.Pesaro (PU) 91.Petralia Soprana(PA) 92.Petralia Sottana (PA) 93.Pinerolo (TO) 94.Piombino (LI) 95.Piossasco (TO) 96.Polizzi Generosa (PA) 97.Pratrivero in Valdilana (BI) 98.Quattro Castella (RE) 99.Ragusa (RG) 100.Reggio Calabria (RC) 101.Resuttano (CL) 102.Rivoli (TO) 103.Roccafiorita (ME) 104.Roma (RM) 105.Rovereto (TN) 106.San Cataldo (CL) 107.San Donà di Piave (VE) 108.Santo Stefano Quisquina (AG) 109.Santa Caterina di Villarmosa (CL) 110.Sant’Agata di Militello (ME) 111.Saronno (VA) 112.Sarzana (SP) 113.Sesto San Giovanni (MI) 114.Siracusa (SR) 115.Settimo Torinese (TO) 116.Sondrio (SO) 117.Soverato (CZ) 118.Termini Imerese (PA) 119.Tione (TN) 120.Torino (TO) 121.Tortorici (ME) 122.Trapani (TP) 123.Tusa (ME) 124.Uboldo (VA) 125.Valledolmo (PA) 126.Venezia (VE) 127.Vignola (MO) 128.Vittoria (RG)

(Facebook, 18 marzo 2026)

A quasi ottant’anni dalla sua approvazione, la nostra Costituzione resta l’ancoraggio più solido a difesa della democrazia e dello Stato di diritto. Per i valori che esprime e tutela, per la visione lungimirante che continua a offrire e per l’equilibrio istituzionale che la attraversa, la Carta rappresenta ancora oggi il presidio più forte delle libertà di tutte e tutti. Fu scritta quando le macerie della guerra e le ferite dell’autoritarismo erano ancora sotto gli occhi di tutti. Donne e uomini che avevano conosciuto sulla propria pelle la perdita del senso del limite propria di ogni tirannia costruirono allora un ordinamento fondato sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sulla tutela dei diritti fondamentali. Le donne, entrate nella vita pubblica e politica dopo una lunghissima esclusione, contribuirono in modo decisivo sia alla nascita della Repubblica che alla redazione della nostra Costituzione. La Carta non sarebbe quella che è senza il contributo delle madri costituenti, che portarono la propria esperienza e la propria domanda di libertà. Per le donne la democrazia costituzionale non è stata un dato scontato: è stata una conquista. Ogni avanzamento nei diritti, nella libertà e nell’autodeterminazione è passato attraverso istituzioni capaci di garantire equilibrio tra i poteri e indipendenza della giustizia. Indebolire questo equilibrio significa mettere a rischio anche il percorso di emancipazione costruito dalle donne nel tempo. Difendere la Costituzione significa quindi difendere anche la possibilità concreta per le donne di far valere i propri diritti.

Il senso del limite: un principio femminista e democratico

Viviamo un tempo in cui il senso del limite – così centrale nel pensiero e nella pratica femminista – sembra progressivamente smarrito. Nel pensiero femminista il limite, lontano dall’essere una mancanza, è la condizione che rende possibile la libertà e la relazione. La libertà nasce dal riconoscimento del limite, che impedisce a qualcuno di farsi assoluto, di porsi come misura unica del mondo e di cancellare o assorbire l’altro. Senza limite non c’è relazione, ma dominio. Il limite è ciò che impedisce l’assolutizzazione del potere e mantiene aperto lo spazio della pluralità, della differenza, quindi delle libertà. Questa intuizione attraversa anche la tradizione costituzionale delle democrazie moderne. La separazione dei poteri nasce dalla stessa consapevolezza. Il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario si bilanciano anche per evitare che uno di essi possa ergersi a potere assoluto. La democrazia costituzionale non si fonda sulla concentrazione del potere, ma sul suo limite e sull’equilibrio che garantisce la libertà. Quando uno dei poteri tenta di espandersi senza riconoscere i limiti che gli sono propri, la logica della relazione tra poteri lascia il posto alla logica del dominio. Per questo difendere il limite è un atto profondamente democratico. Ed è proprio questo principio che la riforma della giustizia oggi proposta rischia di incrinare.

Una riforma sbagliata nel metodo e nel merito che non giova alle donne

La riforma della giustizia sulla quale siamo chiamate e chiamati a esprimerci il 22 e 23 marzo mette in discussione proprio l’equilibrio tra i poteri. Presentata come riforma della “separazione delle carriere”, interviene in realtà sull’architettura complessiva dell’ordinamento giudiziario, alterando il sistema di pesi e contrappesi tra i poteri disegnati dalla Costituzione. Anche il metodo seguito per la sua approvazione è significativo: il percorso previsto dall’articolo 138 della Costituzione nasce per favorire il dialogo tra maggioranza e opposizione su modifiche che riguardano l’intero ordinamento democratico. In questo caso, invece, ogni proposta di modifica è stata respinta e il testo approvato coincide integralmente con quello presentato dal governo. Questa chiusura al confronto segnala una concezione del potere che nega il riconoscimento dei limiti e dei contrappesi istituzionali.

La riforma stravolge il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) quale organo di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Il CSM è il luogo in cui si difende l’indipendenza di giudici e pubblici ministeri, si valutano le professionalità, si nominano i dirigenti degli Uffici e si esercita la funzione disciplinare. Dividerlo in due organi distinti – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri – significa frammentarne la forza e ridurre la capacità di difesa dell’autonomia della magistratura. A questo si aggiunge la sottrazione del potere disciplinare al controllo del Capo dello Stato, che viene attribuito a un nuovo organo: l’Alta Corte di Giustizia. Il risultato complessivo è una magistratura più fragile e più esposta alle pressioni della politica. Ma l’indipendenza della magistratura non è una questione astratta o corporativa: è una garanzia per i diritti di tutti e di tutte e, in particolare, per chi si trova in condizioni di maggiore vulnerabilità. Quando l’autonomia della giustizia si indebolisce, si indebolisce anche la capacità dello Stato di riconoscere e tutelare violenze, discriminazioni e disuguaglianze. Ed è proprio per questo che la difesa dell’indipendenza della magistratura riguarda direttamente e nel concreto la libertà e i diritti delle donne.

Più a rischio i diritti delle donne nelle aule di giustizia, più difficile contrastare la violenza maschile

L’assetto della giustizia determina una scelta fondamentale: chi viene protetto dallo Stato e chi no; cosa è rilevante per lo Stato e cosa non lo è. Dentro questa scelta ci siamo anche noi donne, perché la tutela non è astratta: è protezione concreta. La riforma rischia di modificare profondamente il ruolo del pubblico ministero e di produrre due effetti che possono sommarsi: da un lato un pubblico ministero più esposto all’indirizzo politico nella definizione delle priorità investigative, dall’altro un suo progressivo allontanamento dalla cultura della giurisdizione a favore di una cultura dell’investigazione pura. Le donne rischiano di diventare l’ultimo dei problemi nell’agenda delle procure. Violazione dei diritti umani, violenza maschile contro le donne e discriminazioni potrebbero non rientrare più tra le priorità effettive dell’azione penale. La separazione netta delle carriere e dei percorsi formativi tra magistrati giudicanti e requirenti può produrre un ulteriore effetto pericoloso: pubblici ministeri sempre più distanti dalla cultura della giurisdizione e sempre più assimilabili ad “avvocati dell’accusa” o “della polizia”. Questo è un punto decisivo. L’ostacolo maggiore all’accesso delle donne alla giustizia non è infatti soltanto legislativo: è soprattutto culturale e formativo. Oggi questa formazione avviene all’interno di una magistratura unitaria, nella quale pubblici ministeri e giudici si formano insieme, condividono percorsi e confronti professionali. Separare le carriere significa spezzare questo circuito. Il pubblico ministero è un organo pubblico, è custode della legalità e ha un ruolo di garanzia pubblica, per questo deve condividere con i giudici la cultura della giurisdizione.

Un pubblico ministero che condivide la cultura del giudicante sa leggere il ciclo della violenza maschile, sa che le ritrattazioni spesso sono il segno di una condizione di assoggettamento prodotta dalla sperequazione di potere tra uomo e donna che caratterizza le relazioni violente, come pure sa che il ritardo nelle denunce non delegittima la persona offesa. Questa è la cultura della giurisdizione: cercare la verità dei fatti nel rispetto delle norme, non condizionati da stereotipi e pregiudizi e senza rivittimizzare chi denuncia. Le conseguenze non riguardano solo i processi penali, ma anche i processi civili e minorili. La magistratura inquirente si occupa anche di violenza assistita, di tutela dei minori, di molestie nei luoghi di lavoro, di discriminazioni e diritti delle persone più vulnerabili. Quando la giustizia si indebolisce non sono i più forti a pagare il prezzo della riduzione delle garanzie, ma chi è già più esposto. Le donne che denunciano violenza lo sanno bene. In questo contesto l’indipendenza costituzionale del pubblico ministero rappresenta una garanzia fondamentale: significa che la tutela dei diritti non dipende dall’orientamento politico del governo di turno. Se questa indipendenza venisse indebolita – attraverso gerarchizzazione delle procure, priorità investigative o nuovi strumenti di controllo – il rischio sarebbe una tutela più incerta e disomogenea dei diritti. E nei reati di violenza maschile contro le donne ogni arretramento interpretativo o ogni disomogeneità può trasformarsi in un rischio concreto per tutte le donne.

Votiamo NO a tutela delle donne

I problemi della giustizia italiana sono reali: lentezza dei processi, carenze organizzative, insufficienza di personale, di risorse e mancanza di formazione continua. Modificare sette articoli della Costituzione non accelera di un solo giorno i processi. Servono invece investimenti in magistrati e personale amministrativo, risorse per l’edilizia giudiziaria e formazione.

Occorre che il ministro della Giustizia, in attuazione dell’articolo 110 della Costituzione garantisca l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.

Per questo il nostro NO è una scelta femminista e democratica.

Votiamo NO per difendere:

– la Costituzione nata dal lavoro delle nostre madri e dei nostri padri costituenti

– l’equilibrio tra i poteri dello Stato, contro la volontà di potere assoluto di questa destra che

ostacola i diritti e la libertà di autodeterminazione delle donne.

Carla BASSU, costituzionalista // Concetta GENTILE, avvocata civilista // Fabrizia GIULIANI, filosofa // Teresa MANENTE, avvocata penalista // Maria MONTELEONE, magistrata // Elvira REALE, psicologa hanno lanciato questo appello, che in pochi giorni è stato sottoscritto da migliaia di giuriste, scrittrici, giornaliste, filosofe, attrici, registe, sindacaliste, cantanti, professioniste della sanità e tutte le professioniste delle reti antiviolenza, parlamentari e attiviste femministe.

(NoiDonne, 17 marzo 2026)

Riparare l’irreparabile è possibile? E prima ancora: cosa dobbiamo intendere per “irreparabile”? Il male lo è? È irreparabile, irredimibile, imprescrittibile? È sufficiente giudicarlo e punirlo, quando si sia tradotto nella commissione di un reato perseguibile come tale? In cosa consiste, il suo mistero? La punizione, intesa come condanna pronunciata da un giudice, può bastare a renderne conto, a restituirne il senso? O non ne avanzerà sempre un resto, una mancanza?

Dal punto di vista delle vittime, in primo luogo: e dunque della loro esperienza di ingiustizia subita o percepita e di dolore sofferto. Ma anche dal punto di vista degli autori del reato: della loro responsabilità, o meglio della loro responsabilizzazione, rispetto al dolore inflitto (al di là di qualunque ragione o motivazione). E più in generale, dal punto di vista dell’umanità di tutti, perché è questo ciò che il male, più radicalmente, chiama in causa: il nostro modo di abitare le relazioni e di concepire il rapporto fra bisogni e desideri; la nostra interpretazione del mondo e le parole con le quali la esprimiamo.

Le ferite, le mancanze, i vuoti di senso, le ombre. Ciò resta fuori da una mera applicazione delle norme. Allo scopo non di una riconciliazione a tutti i costi, ma di una ricomposizione

Sono queste le domande,e sono questi i temi, che fondano La via riparativa alla giustizia, il nuovo libro di Antoine Garapon (Vita e Pensiero, pp. 244, euro 20). È una figura complessa, Garapon: «tanto autorevole», sottolineano Gabrio Forti, Emanuela Fronza e Claudia Mazzucato nella loro magistrale prefazione, «quanto difficile da inquadrare». Sia giurista che filosofo, allievo di Paul Ricœur; giudice, in passato, e da ultimo presidente della Commissione Riconoscimento e Riparazione, istituita in Francia a seguito delle indagini di una commissione indipendente sugli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica; grande studioso ed esperto di giustizia riparativa. Il suo è uno sguardo largo, profondo, e lo è anche la sua prosa: più narrativa, a tratti quasi lirica, che non tecnica. Larghe e profonde sono anche le risposte che a quelle domande prova a fornire: non sono soluzioni che pretendano di esaurire il discorso, ma proposte che a loro volta ci interrogano e ci smuovono.

Irreparabile, ci dice Garapon, può essere ciò che il male lascia dietro di sé: irreparabili possono essere le conseguenze derivanti dai reati, specialmente da quelli che Garapon definisce “fondativi”. Cioè da quei reati – da tutti i crimini contro l’umanità agli abusi sessuali (tanto più se compiuti nell’ambito di contesti familiari o religiosi) – che «coinvolgono la costituzione stessa dell’umano», inscrivendosi nella vita delle vittime «come sorgente avvelenata che contamina l’intero corso dell’esistenza».

Sono crimini,come li definiva Hannah Arendt, che non si possono né punire né perdonare (e Crimini che non si possono né punire né perdonare è anche il titolo di un libro di Garapon): nel senso che la giustizia ordinaria, nella sua funzionalità alla pura e semplice emanazione di una condanna o di un’assoluzione, si rivelerà sempre inadeguata. Non è forse vero che nelle aule delle corti, per usare le parole di un racconto di Yasmina Reza, «non si ha il tempo di andare a ritroso nel tempo» né di «scrutare seriamente» la storia delle persone? A cominciare da quella delle vittime, al cui racconto il giudice non è neppure interessato: il giudizio si gioca solo intorno a fatti precisi e circoscritti, al solo fine di valutarne la riconducibilità alle norme. Cos’è, la giustizia ordinaria, se non un rito incentrato sull’attribuzione di ruoli fissi e predeterminati, secondo una logica binaria? L’imputato da una parte, il pubblico ministero dall’altra; e davanti a loro il giudice, chiamato a dividere il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato, il bene dal male. Ma il punto è che la realtà è sempre più ampia di un giudizio, sarà sempre eccedente.

A tale logica Garapon contrappone quella della giustizia riparativa, quale forma di giustizia interessata esattamente a tutto ciò che nella giustizia ordinaria non entra: le ferite, le mancanze, i vuoti di senso, le ombre. Allo scopo non di una riconciliazione a tutti i costi, ma di una ricomposizione. Quello che interessa alla giustizia riparativa è provare a costruire un nuovo equilibrio, «uno spazio condiviso di riparazione e responsabilità», che consenta a ciascuno, dentro un ordine simbolico diverso da quello ordinario, di prendere «le distanze da sé stesso»: la vittima, per rifondare il legame fiduciario nei confronti del mondo; l’autore di reato, per non rimanere chiuso per sempre nel reato compiuto. Che consenta, in altri termini, di immaginare «nuovi possibili», come li chiama il filosofo François Jullien nel suo Sciogliere, edito sempre da Vita e Pensiero. Perché quello che è successo non può essere cancellato: ma può essere curato, e quindi superato.

Attenzione però:Garapon intende proporre la giustizia riparativa non in chiave alternativa a quella ordinaria, bensì quale suo “compimento”. Né d’altronde il suo discorso è circoscritto ai soli “crimini fondativi”, pur essendovi spesso riferito. No, il suo è un discorso che riguarda i fondamenti epistemologici e la logica della giustizia tout court: è un «progetto di giustizia a pieno titolo, non riducibile a una qualsivoglia funzione (di transizione, ricostruttiva, riparativa, restaurativa, ecc.)», è «qualcosa di più profondo». Si tratta di immaginare una giustizia più aperta al futuro, alla vita, di quanto non sia una giustizia fondata solo sulla fredda applicazione delle norme. D’altra parte cosa sarebbe la giustizia, si chiedeva Camus, senza la possibilità della felicità?

(il manifesto, 17/03/2026)

Garapon sarà a Milano giovedì per due incontri: alle 15,30 all’Università Cattolica con Gabrio Forti, Carla Bagnoli, Guido Bertagna, Pierantonio Frare, Loredana Garlati; alle 20,15 alla Fondazione Feltrinelli con Claudia Mazzucato e Valeria Cantoni Mamiani.

Un murales nel quartiere milanese di Gorla, a Nord-Est della città, di fianco al naviglio della Martesana. Il canale è stato progettato da Leonardo da Vinci nel 1400

Da sedici anni il progetto porta a scoprire le città e i suoi quartieri con uno sguardo interculturale e decoloniale. Visite guidate da accompagnatori e accompagnatrici con origini migranti fanno sperimentare un turismo urbano in cui le storie diventano la forma più efficace di resistenza. L’ultima tappa è a Nord-Est del capoluogo lombardo, un’altra zona preda di dinamiche di gentrificazione.

Dal latino solĭtas-atis, solitudine, la parola portoghese saudade, letteralmente “nostalgico rimpianto”, è quella che per Carla Oller meglio rappresenta il sentimento con cui ogni persona migrante deve fare i conti: la malinconia. Uno stato d’animo che include la mancanza di casa, della terra, della famiglia, della lingua e del cibo.

Una sensazione che Oller conosce bene, essendosi trasferita a Milano dall’Argentina insieme al marito dieci anni fa. Le sue origini, però, restano ben salde e si sono integrate con la nuova vita in città. Durante la giornata beve sempre il suo yerba mate – che ormai riesce a comprare anche al supermercato – insegna spagnolo a ragazzi e adulti e gestisce un blog, il Crónicas de Milán, dove condivide storie e aneddoti della città che l’ha accolta. Lo sguardo personale e originale ha anche portato Carla a diventare una delle accompagnatrici interculturali di Migrantour, il progetto nato 16 anni fa tra Torino e Milano per far raccontare le città da persone con origini migranti.

Come scriviamo da anni non si tratta di una semplice visita guidata ma di una passeggiata collettiva in cui si scoprono i quartieri attraverso le storie e le identità di chi li abita, con quello che l’antropologo Giacomo Pozzi, collaboratore di Migrantour, chiama lo “sguardo obliquo”: un modo, ideato dalla collaborazione tra il professore Francesco Vietti e l’operatore di Viaggi solidali, di intendere e visitare lo spazio con gli occhi dell’antropologia, “disciplina che si mette in ascolto di diversi saperi, non per parlare per conto di qualcuno ma affinché i processi di invisibilizzazione emergano e vengano scardinati attraverso le voci di chi li vive”, osserva Pozzi.

Migrantour mette quindi in evidenza quell’unione tra radici (in inglese roots) e percorsi (routes) teorizzata dall’antropologo statunitense James Clifford che contemplava l’idea che la cultura non sia solo statica e legata al territorio ma anche il risultato degli spostamenti e dei contatti culturali che si creano. Il progetto parte da questa concezione e dall’idea che le città stesse siano il frutto di tali incontri e trasformazioni.

Attiva in 12 comuni – tra cui Roma, Parma, Bologna, Firenze, Cagliari e Palermo – e in nove città europee, l’esperienza a Milano ha già coinvolto Chinatown, Porta Venezia e via Padova: tutte zone molto interculturali. Con Carla, il quartiere di Gorla, soprannominato “la piccola Parigi”, a Nord-Est della città, è diventato l’ultima aggiunta delle passeggiate.

Borgo storico del 1800, Gorla viene annesso a Milano solo nel 1923. «La sua storia è una storia di immigrazione, non solo internazionale da un continente all’altro, come oggi il termine fa sempre pensare, ma interna, da una regione all’altra» racconta Carla, munita di microfono ad archetto, di fronte a una trentina di persone radunatesi lo scorso 28 febbraio, per una tappa di Migrantour organizzata da Acra in occasione dell’Anthro day, iniziativa che ogni anno l’Università di Milano-Bicocca propone in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano e di Torino, Iulm e La Sapienza di Roma, per far conoscere l’antropologia.

Prima tappa dell’itinerario sono le case popolari ex Crespi-Morbio di via Sant’Erlembaldo, nate nel 1939 in risposta alla crisi abitativa di quegli anni e all’aumento delle baracche – che in spagnolo Carla traduce come villas miseria – dove chi non aveva nulla, soprattutto le famiglie numerose provenienti dalla Puglia, trovava rifugio. La camminata prosegue poi dal Teatro Officina, punto di riferimento dell’area nato nel 1973 da un gruppo di studenti, insegnanti e operai che trasformarono il salone di una balera in un teatro di sperimentazione. A essere rappresentate però non sono le grandi opere ma le storie di chi vive il quartiere. Ne sono un esempio gli spettacoli Memoria di terra contadina, dove il teatro diventa cascina, oppure Cuore di fabbrica, che testimonia le voci degli operai. Il palco diventa anche spazio per laboratori con rifugiati politici e persone senza dimora, «dall’idea che sia importante raccontare le storie delle persone comuni», commenta l’accompagnatrice.

Con la stessa attenzione ai vissuti quotidiani, Carla legge ai partecipanti la storia di Ambrogino Sironi, un bambino di sei anni che la mattina del 20 ottobre 1944, a cinque giorni dall’inizio dell’anno scolastico, cercò in ogni modo di convincere i genitori a non mandarlo a scuola senza però riuscirci. 

Anche lui fu ucciso dalle 170 bombe anglo-americane che quella mattina, “per errore”, anziché colpire le fabbriche Breda, Alfa Romeo e Isotta Fraschini, distrussero l’istituto elementare Francesco Crispi di Gorla. Oggi a ricordare lui, il personale scolastico, i genitori e gli altri 200 bambini morti c’è una statua nella piazza dei Piccoli Martiri, con una madre che solleva il figlio deceduto e la scritta “Ecco la guerra”.

«Ero passata davanti a questo monumento tante volte senza mai fermarmi a guardarlo. – dice una partecipante al tour – Per chi non conosce il quartiere, queste passeggiate sono un modo originale di scoprirlo, mentre per chi ci abita un’occasione per soffermarsi su dettagli che prima, presi dalla frenesia della quotidianità, non si notavano neppure».

Carla Oller legge le storie di Ambrogino Sironi e Graziella Ghisalberti, quest’ultima sopravvissuta ai bombardamenti alla scuola Francesco Crispi del 20 ottobre 1944. Il monumento commemorativo ai piccoli martiri di Gorla, realizzato nel 1947, dispone di una cripta-ossario dove dalla metà degli anni Cinquanta sono conservate le spoglie dei caduti.

Dopo essere passati dal Circolo famigliare di unità proletaria in viale Monza, dove l’Italia si fonde con il Sudamerica grazie ai corsi di lingua e alle serate dedicate al nostalgico tango argentino e alla più vivace milonga, la passeggiata si conclude sulla Martesana, cuore del quartiere, con una riflessione dell’accompagnatrice. «Sono cresciuta in un continente che si dice essere stato “scoperto” e non “conquistato”. Un continente ribattezzato “America”, di cui non si conosce neppure con certezza il nome originario, e che dalla dottrina Monroe in poi viene utilizzato per indicare una singola popolazione, gli americani o statunitensi, e non gli abitanti dei 35 Paesi indipendenti che lo compongono. Se non si tramandano le storie e si parla di scoperta anziché di conquista, si invisibilizza il passato, le persone che hanno vissuto un luogo e la loro storia».

Un rischio che sembra attuale in un quartiere popolare come quello di Gorla, già preda di dinamiche di gentrificazione guidate da fondi immobiliari, attratti da quel passato che oggi lo rende “attrattivo”. Ma come dice Carla, descubrir in spagnolo significa manifestare e rivelare ciò che è nascosto: raccontare il quartiere attraverso le storie di chi lo ha reso quello che è, rappresenta forse un primo passo di resistenza, per evitare che qualcun altro lo faccia. «Quando non scriviamo la nostra storia, sono gli altri a farlo per noi».

(Altreconomia, 16 marzo 2026)

I padri sono sempre esistiti, ma non si può dire lo stesso della paternità. Tuttavia, anche se è difficile datare la comparsa di questo concetto, è importante ricostruirne il percorso perché è una storia che ha plasmato il mondo.

Lo storico Augustin Sedgwick ci prova nel libro Paternità. Da Platone a Bob Dylan, dall’età del bronzo a oggi, Sedgwick fa emergere il sistema di dominio e potere dietro la paternità. Il codice di Hammurabi del 1750 a.C. ne è un esempio perfetto.

Un padre poteva divorziare e vivere con delle concubine, cosa che non potevano fare le donne. Inoltre, un capo famiglia accusato di aver commesso dei crimini poteva trasferirli ai figli, ma a un figlio che colpiva un padre gli si potevano tagliare le mani. Se pensiamo che questo codice sia qualcosa di molto lontano da noi, basti sapere che un ritratto di Hammurabi fu appeso alla Camera degli Stati Uniti subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Il potere affidato ai padri è sopravvissuto al sovrano babilonese, incarnandosi in versioni più o meno subdole, più o meno violente, come hanno mostrato le tante lotte del femminismo. Ed è proprio a queste lotte che Sedgwick invita a guardare per costruire un modello di paternità che preferisca l’ascolto e la cura degli altri al potere.

Paternità una storia, di amore e potere di Augustin Sedgwick, traduzione di Sara Reggiani, Il Saggiatore, 2026

(Il Mondo, podcast dell’Internazionale, 16 marzo 2026)

Il 6 marzo 2026 due autrici del pamphlet collettaneo “Vietato a sinistra. Dieci interventi femministi su argomenti scomodi” (Castelvecchi, 2024), Silvia Baratella e Laura Minguzzi, hanno presentato il loro libro con Betti Briano di Eredibibliotecadonne nei locali dell’associazione QuiArte, nella bellissima fortezza del Priamar.

In questa occasione sono state anche intervistate dalla trasmissione “Il salotto” dell’emittente savonese Radio Jasper. Hanno parlato del libro, di femminismo e invitato tutte alla Libreria delle donne di Milano. L’intervista, condotta da Daniela Liaci, è andata in onda il 16 marzo 2026.

Qui il podcast.

(www.radiojasper.it, 16 marzo 2026)

La mia generazione non ha conosciuto la guerra né la paura di una guerra, se non in tempi più recenti. Quella venuta prima di me è stata la generazione che la storia «obbligò a vivere in un clima di morte e indicibili violenze tra il fumo dei forni», come scrisse nel 1950 la filosofa ebrea ucraina Rachel Bespaloff, la cui storia ho conosciuto leggendo il libro La riparazione Donne che rammendano il mondo di Marcella Filippa. Oggi quella storia sembra tornare in un clima che ci avvolge di morte, di odio, di violenza e di forza tra il genocidio di un popolo. In quel periodo tragico dei totalitarismi, della guerra, delle persecuzioni e della ferocia imperante, furono donne, note o sconosciute – raccontate da Filippa nel suo libro – quelle che, con le loro scelte esistenziali, hanno saputo tenere accesa la luce, a volte fioca, della pietas, dell’umanità, dell’amore, delle relazioni tra donne, salvando sé stesse e tutte noi. Una su tutte, Maria Lucia Apicella Pisapia (1887- 1982), chiamata la “mamma dei morti”. Una storia poco nota, rimasta nell’ombra e sepolta per tanto tempo. Lucia nasce a Cava dei Tirreni, in provincia di Salerno, in una famiglia povera e numerosa. Coltiva la passione per il ricamo. Di lei si sa poco. È la “madre dei morti”, che – come racconta l’autrice – si prende cura del corpo dei soldati caduti in guerra, senza badare alla loro nazionalità, ma solo all’essere umano. La guerra lascia una scia di cadaveri da entrambe le parti, e Lucia – spesso da sola, talvolta con una donna più giovane, Carmela Passaro – decide di recuperare ciò che resta di quei corpi martoriati, di scavare per trovare qualche oggetto che li identifichi, nonostante il pericolo delle mine. Scava con le nude mani per riportare alla luce ciò che resta di quei corpi per dare degna sepoltura. Recupera oltre mille corpi, che pulisce delicatamente e restituisce alle famiglie in piccole scatole di zinco. Quando molto tempo dopo la Germania, in segno di riconoscenza, le conferì la gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica Federale Tedesca, incontrò Karolina Wagner, alla quale aveva consegnato il corpo del figlio e l’orologio che il giovane portava al polso. Le due donne si sono abbracciate. Lucia rifiutò un riconoscimento per il suo impegno nel recuperare i resti degli “invasori nemici tedeschi” e la cittadinanza onoraria, se la parola “nemici” non fosse stata cancellata. Leggendo questa storia ho pensato, in particolare, ai giovani ucraini e russi mandati a morire in una guerra senza fine. Chi sa se un giorno ci sarà anche lì una “madre dei morti” che restituirà alle madri il corpo massacrato dei propri figli? L’ odio, la violenza, il dominio sugli uomini, sulle donne e sulla natura non sono che facce feroci di un patriarcato incarnato, oggi come ieri, da uomini che idolatrano la forza e seminano distruzione, morte, massacri, genocidi, dolori e sofferenze, rendendo il mondo più insicuro e disumano. Generazioni di donne hanno invaso le piazze del mondo contro la guerra e per la pace da cui ha avuto origine la stessa data dell’8 marzo, scelta nel 1921 da Alessandra Kollontaj alla Conferenza Internazionale delle donne comuniste, in ricordo di una manifestazione di donne – 23 febbraio 1917 nel calendario giuliano corrispondente al nostro 8 marzo –, a Pietrogrado, per chiedere la fine della guerra e dello zarismo. La storia di donne per la pace viene da lontano e le madri e i padri costituenti l’hanno iscritta nella nostra Costituzione, che viene calpestata e tradita da quelle donne che hanno scelto di stare dalla parte degli uomini guerrafondai e militaristi, tradendo anche se stesse. A testimoniare quella storia, invece, il 28 marzo saranno le 10,100, 1000 piazze di donne per la pace che manifesteranno nelle città italiane e srotoleranno gli arazzi che stanno cucendo col filo della pace, nel dialogo e nelle relazioni.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 15 marzo 2026)

Introduzione all’incontro Pensare, fare, amministrare giustizia. A proposito del Referendum, Libreria delle donne, Milano 13 marzo 2026 ore 18. Un’occasione preziosa per riscoprire la ricchezza di pensiero e pratiche di donne su temi sempre più urgenti: giustizia, legge, Costituzione, politica. Dialogo aperto con Angela Condello, docente di filosofia del diritto; Ilaria Gentile, magistrata; Stefania Lerro, avvocata. Introduce Giordana Masotto.

Link registrazione dell’incontro (2h 11m): https://www.youtube.com/live/i7cjmiGf1OQ

Tra dieci giorni votiamo al Referendum Giustizia. Si vuole intervenire sull’ordinamento giudiziario con modifiche a 7 articoli della Costituzione, in merito alla separazione delle carriere giudicanti/requirenti, alla struttura degli organi di controllo con due CSM distinti e una nuova Alta Corte disciplinare. Ho pensato che questa è un’occasione per tutte e tutti noi per metterci in gioco, capire in cosa ci riguarda, stare al mondo sentendo che anche questo è agire politica. Questo è un luogo vivo in cui è importante la ricerca di giustizia. E di giustizia vogliamo ragionare oggi a partire dal molto che le donne hanno pensato e fatto.

Sono qui con noi e le ringrazio, Ilaria Gentile, magistrata; Stefania Lerro, avvocata, entrambe attive a Milano e impegnate nella campagna per il No (è stata Stefania a contattare la Libreria delle donne) e Angela Condello, docente di filosofia del diritto, che ricordiamo anche per il suo contributo al convegno sul pensiero di Lia Cigarini (Il vuoto legislativo come possibilità di giustizia. Il femminismo giuridico di Lia Cigarini), e autrice/curatrice con Anna Simone e Ilaria Boiano di Femminismo giuridico,testo prezioso, agile e ricco. Importante anche perché dà corpo alla genealogia femminile nel diritto.

Dunque giustizia. Perché solo ripensando la giustizia si può fare un po’ di luce sulla complessità dei nessi tra giustizia, diritto e politica. Come tutte e tutti noi sentiamo la necessità di fare in questi tempi. Come appunto hanno fatto il pensiero e la pratica politica delle donne.

Pensare giustizia

Proprio la pratica politica delle donne, la parola e le relazioni tra donne hanno generato una critica radicale al diritto, svelando le sue matrici universaliste – l’Uno – che appiattiscono i soggetti. Come è accaduto anche negli altri campi del sapere, anche qui arriviamo a un cambio epistemologico: non i diritti delle donne ma donna soggetto che ri-pensa e ri-significa la giustizia e quindi il diritto per tutti. Dunque “il diritto diventa interessante solo in quanto esercizio politico votato a realizzare una forma di giustizia più ampia e allargata” (Introduzione di Femminismo giuridico).
“Quello femminile è un diritto sessuato che nasce dalla constatazione che i sessi sono due: la sua universalità è una forma storicamente e logicamente nuova, che domanda riflessione anche filosofica” (M.G. Campari, L. Cigarini, Fonte e principi di un nuovo diritto, Sottosopra oro 1989).

Le donne hanno affermato che: non sono una questione femminile, non sono una categoria e non sono soggetto debole da proteggere (a volte, come vedremo, anche le leggi antidiscriminatorie possono essere un passo indietro nella ricerca di giustizia in senso ampio). Le donne quando prendono la parola e agiscono politica, rendono più giusto il mondo. E “tutto il mondo deve cambiare perché io possa esservi inclusa”. Lo dice Clarice Lispector e lo ricordano le autrici di Femminismo giuridico.

Fare giustizia

Pensare giustizia e dunque fare giustizia. Lavoro non da poco ovviamente, in tutti i campi. Dobbiamo esserne consapevoli. Interpreto come un’allerta sulla grandezza della sfida che abbiamo di fronte il titolo di un libro che ben conoscete: Non credere di avere dei diritti, Libreria delle donne di Milano 1987. Quel titolo deriva dall’esergo che è una citazione dai Quaderni di Simone Weil. “Non credere di avere dei diritti. Cioè, non offuscare o deformare la giustizia, ma non credere che ci si possa legittimamente aspettare che le cose avvengano in maniera conforme alla giustizia; tanto più che noi stessi siamo ben lungi dall’essere giusti. … Vi è un cattivo modo di credere di avere dei diritti, e un cattivo modo di credere di non averne.”

La sfida dunque è riuscire a tenere semprevivo e fecondo il confronto tra giustizia e diritto.

C’è un simbolico antico e consolidato su questo, come sottolinea Anna Simone: la giustizia ha sempre assunto le sembianze di una donna, Mater Iuris, mentre la legge, a differenza della giustizia, è al maschile, sempre rappresentata dall’occhio di Dio, del principe e del sovrano, Pater Legis. Mater Iuris trasmette un insieme di significati che non riducono la giustizia alla legge: la legge definisce ciò che è lecito, non ciò che è giusto, bisogna distinguere tra ius quia iustum e ius quia iussum, cioè il diritto in quanto giusto e il diritto in quanto sancito/lecito. Ed è la Costituzione stessa che dice che bisogna costantemente ridurre la distanza tra i due, tra ciò che è giusto e ciò che è lecito. Ribadisco: non si tratta di legge della madre in conflitto con la legge del padre, ma della madre in quanto fonte di giustizia che, restando in relazione dialettica con la legge, può aprire la strada a un diritto più giusto, dunque anche sessuato, non più espressione dell’universalismo simbolico maschile. Possiamo dire che aspira a generare anche un senso comune su ciò che è giusto e ciò che è ingiusto.

Anche Silvia Niccolai, costituzionalista, sottolinea che la vera alta funzione del diritto non è risolvere le controversie, ma proprio continuare a tenere aperta la domanda di giustizia. Ed è la domanda di giustizia che agisce sul diritto, lo trasforma.

Per questo la giustizia deve restare un campo di battaglia aperto. E questa è una delle domande che dobbiamo farci oggi: con il cambio contenuto nel decreto giustizia, quello su cui ci andiamo a esprimere nel referendum, migliora o peggiora la possibilità di fare giustizia attraverso il diritto?

Oggi più che campo di battaglia e di confronto c’è una polarizzazione che porta alla ipertrofia del diritto penale, un nuovo populismo penale che ben poco ha a che fare con la ricerca di giustizia.

Mettiamo paletti: invito a rileggere un testo (sul sito della libreria) firmato da Lia Cigarini, Lea Melandri e da me dal titolo Un sì e tre no, scritto in occasione delle elezioni di febbraio 2013. Riprendo i nodi principali di quel discorso, illuminanti anche oggi:

Quello che vogliamo e quello che non vogliamo dalle elette. Pensieri e proposte per tenere la rotta e non perderci di vista. Puntando in alto.

– Sì a stare in relazione con le elette. Vorremmo una pratica politica comune – elette e non – che avesse come oggetto e scopo creare una misura di giudizio autonoma e inedita, segnata dalla esperienza delle donne e dalle loro relazioni, sulla politica istituzionale e sulla democrazia oggi.

– No a leggi ‘di genere’ come facile e pericolosa scappatoia per sentirsi – sia le donne sia gli uomini – ‘dalla parte delle donne’. Il pensiero e la pratica delle donne hanno prodotto negli ultimi 40 anni elaborazioni ricchissime. Giuriste, filosofe, scienziate offrono spunti che non possono essere ignorati da chi fa leggi. …

– Non nascondersi che la posta in gioco oggi è il discorso sulla democrazia. Parlare di adeguamento e rilegittimazione della democrazia e della rappresentanza ci sembra francamente un grave errore di prospettiva. Possiamo oggi entrare nel discorso sulla democrazia come soggetti che sono già nel discorso pubblico e che agiscono già politica. Le donne non sono un problema di adeguamento della rappresentanza.

– Non cercare di andare avanti con lo sguardo rivolto all’indietro. … In questo momento politico non ci si può affidare alla pura e semplice difesa della Costituzione … Oggi ci sono molti movimenti che rivendicano la propria natura costituente … il femminismo è stato fin dall’origine, ed è, uno di questi.”

Un altro caso in cui l’attenzione alla giustizia fa chiarezza sul diritto è un intervento di Silvia Niccolai sull’ambiguità delle norme antidiscriminatorie (2017). Il caso era quello dell’Ikea, il licenziamento di una madre di figlio disabile che non poteva rispettare i nuovi orari imposti dall’azienda. In un mio testo (sul sito libreria) dal titolo I diritti delle donne nel lavoro riguardano tutti. Parola di Silvia Niccolai osservavo: “Cominciamo a vedere nei diritti delle donne, in ciò che accade alle donne, qualcosa che riguarda tutti, come sempre è, ma come spesso è difficile percepire”. Silvia Niccolai entra con tutta la sua autorevolezza nella vicenda della donna licenziata all’Ikea e ci aiuta a dare nuovo spessore teorico a questioni che ci premono.

Quando in Europa e anche in Italia sono state cancellate le norme speciali che riguardavano le donne (lavoro notturno, età della pensione ecc.) molti hanno sostenuto che così si combattevano gli stereotipi di genere. Ma in molte abbiamo notato che era una rincorsa al basso, uno dei tanti casi in cui prendere a modello il maschile non era affatto un guadagno di civiltà … Il lavoratore neutro a cui tendono le norme antidiscriminatorie è un lavoratore che è costretto a cancellare l’irrinunciabile. Dice Niccolai: “Non si tratta di garantire alle mamme il recinto in cui accudire i bambini. Si tratta di tornare a chiarire che non deve essere la produzione a dominare ogni singola esistenza e dettarne le priorità”. … Ribadire le priorità dell’esistenza umana: bisogna riconoscere che questo è possibile oggi (per nulla facile, ma pensabile) perché le donne sono entrate nel mondo del lavoro con tutto il peso della loro libertà e materialità. … Le donne, quando prendono la parola, rendono più giusto il mondo. Io non so se molti lavoratori siano disposti a sentire che quelle battaglie sono giuste non perché sono disposti a difendere i diritti delle donne, ma perché un mondo a misura di donne e di uomini è più giusto e più libero per ogni essere umano.

Amministrare giustizia

Per introdurre questo ultimo punto sono andata a riprendere, un po’ provocatoriamente, uno dei primi numeri di Via Dogana (n. 5, giugno 1992) il titolo è Sopra la legge. Lia Cigarini nel testo di apertura spiega che “il sopra la legge è il luogo dell’esistenza simbolica, il luogo dell’autorità che io oggi mi riconosco e riconosco ad altre donne”. Come spiega Annarosa Buttarelli nel suo Sovrane, per questa formula siamo in debito con Margherita Porete, grande mistica, dichiarata eretica e morta sul rogo a Parigi nel 1310. La perfetta formula di Porete è “al di sopra della legge, ma non contro” e mi pare interessante di questi tempi in cui tutti sentiamo l’impellenza del rigenerare giustizia, e di invertire un processo di svuotamento.

Dunque la domanda rimane sempre: è questo un amministrare giustizia che genera nuova giustizia?

A questo punto voglio inserire un elemento in più. Stiamo parlando dilavoro: quello di avvocate magistrate docenti. Voglio dire: non sono solo competenze, ma il senso del loro lavoro, ribadire che tutte e tutti aspiriamo ad essere intere in quello che facciamo, consapevoli che vita/lavoro/diritto devono stare connessi. Le nostre ospiti per esempio ci hanno raccontato la bellezza e forza vitale degli incontri che stanno facendo in occasione del referendum, momenti in cui il loro lavoro prende forza e senso nuovi.

A partire da qui aggiungo due spunti, oltre a quanto già detto.

È proprio a partire dal sopra la legge che Lia Cigarini (ma anche donne del Palazzo di Giustizia di Milano e del gruppo Giuriste) ha ripensato il suo lavoro di avvocata ragionando – e sperimentando – sulla scelta della relazione tra donne nella pratica del processo.

Sul fronte della magistratura ci sono le testimonianze della giudice Paola di Nicola Travaglini (nel 2019 ha aggiunto cognome madre) che si racconta nel libro La giudice(2012): è il percorso per arrivare a quell’articolo femminile – è stata la prima in Italia – una donna in magistratura che si interroga sulla apparente neutralità del diritto e sulla necessità di sessuarlo, la volontà di elaborare in autonomia un modo di essere che non si riduca alla assimilazione passiva del modello maschile.

Per concludere voglio lanciare due ulteriori spunti per continuare a pensare giustizia. Come rilanciamo questi temi in un mondo che sembra assistere alla fine del diritto e al declino della democrazia? Il capitalismo della sorveglianza è strutturalmente incompatibile con diritti effettivamente garantiti dalla legislazione. E gli indici di democrazia diminuiscono con riforme elettorali che peggiorano la rappresentanza, meno pluralità di informazione, stati d’emergenza, perdita di diritti collettivi.

E infine:si parla molto di difesa della Costituzione. Molte giuriste l’hanno valorizzata sostenendo che sia meglio in molti casi fare leva sulla Costituzione piuttosto che moltiplicare gli interventi legislativi specie in campo paritario. Ma c’è un campo che rimane aperto e che è stato sollevato a suo tempo dal gruppo giuriste (vedi sopra, Un sì e tre no): ed è di continuare a pensare a una Costituente delle donne. Dunque riproporre la natura costituente del pensiero delle donne nel loro cammino di libertà. Per continuare a pensare giustizia per tutte e tutti.

(www.libreriadelledonne.it, 15 marzo 2026)

“La Sposa!”, da qualche giorno nelle sale italiane, è il nuovo film della statunitense Maggie Gyllenhaal, che torna alla regia con una rilettura molto libera del mito di Frankenstein. Più che un remake del classico del 1935 intitolato “La moglie di Frankenstein”, il film è una sorta di variazione contemporanea su quella storia. Prende un personaggio che nel mito è quasi una comparsa, la sposa, e lo mette al centro del racconto. La storia è ambientata nella Chicago degli anni Trenta. Qui arriva Frank, il mostro interpretato da Christian Bale, una creatura solitaria che vaga da più di un secolo e che porta con sé il peso della propria diversità. La sua unica speranza è una scienziata anticonvenzionale, la dottoressa Euphronius, alla quale chiede di creare una compagna per lui. Il corpo scelto per questo esperimento è quello di Ida, una giovane donna appena morta in circostanze violente. Quando Ida viene riportata in vita, però, non diventa la sposa che Frank aveva immaginato. La nuova creatura ha una personalità imprevedibile e ribelle, e la loro relazione si trasforma presto in qualcosa di caotico e pericoloso. I due diventano una coppia di outsider in fuga, quasi una versione punk di Bonnie & Clyde. Il film mescola horror gotico, gangster movie, musical e commedia nera, ma soprattutto prova a rileggere un grande mito della cultura popolare attraverso uno sguardo contemporaneo, mettendo in primo piano temi come la libertà femminile, il consenso e il diritto di definire la propria storia.

Parliamo di “La Sposa!”con Tiziana Triana, direttrice editoriale di Fandango.

Nel romanzo “Frankenstein”, Mary Shelley dedica solo poche righe alla possibile compagna della creatura. È un personaggio fugace che esiste appena il tempo di voltare pagina prima di essere già distrutto dal suo creatore, il dottor Frankenstein. Eppure questa figura quasi fantasma ha continuato a generare, nel corso degli anni, spin-off, reinterpretazioni e nuove mitologie.

“The Bride!”, o “La Sposa!”, con il punto esclamativo,di Maggie Gyllenhaal dialoga apertamente con“The Bride of Frankenstein” di James Whale del 1935, che aveva seguito ovviamente il fortunato “Frankenstein” di quattro anni prima, riprendendone alcuni elementi strutturali, ma ribaltandone completamente il punto di vista. In entrambi i film abbiamo un prologo, che ci introduce alla storia vera e propria. Nel film del 1935, Whale apre il racconto con un raffinato gioco metanarrativo, ambientato in una lussuosa villa con una terribile tempesta fuori, dove Mary Shelley, suo marito Percy Shelley e Lord Byron, che sono tre dei quattro protagonisti della sfida letteraria di Villa Diodati che diede appunto origine a Frankenstein, introducono la storia come una sorta di continuazione del romanzo.

In “The Bride!” questo dispositivo ritorna, ma viene radicalmente trasformato. Mary Shelley appare come un fantasma vendicativo, deciso a scrivere il seguito rivoluzionario della sua creatura, quello che i suoi contemporanei non le hanno mai permesso di realizzare. Quindi una presenza fantasmatica, infestante, che possiede la sposa per farne la sua giustiziera contro un mondo di uomini violenti.

Un altro elemento di continuità è l’ironia. Già nel film di Whale, l’orrore convive con un gusto ironico e teatrale, fatto di citazioni visive e di costume che contribuiscono a rendere il tono sorprendentemente moderno. Anche l’estetica della sposa appartiene a questa dimensione.

La figura creata nel 1935 è immediatamente iconica e, in retrospettiva, già profondamente camp [uno stile teatrale, esagerato e affettato], con la celebre acconciatura a cono attraversata da sette ciocche bianche, un’immagine talmente potente da essere stata poi ripresa e parodiata anche nella versione anarchica di Mel Brooks, “Frankenstein Junior”. La differenza principale sta però nel centro del racconto. In “The Bride of Frankenstein” la storia ruota attorno agli uomini, il dottor Frankenstein la creatura e il dottor Praetorius, e la sposa appare solo per pochi istanti, pur restando una presenza memorabile.

In “La Sposa!”, invece, il vero motore narrativo è proprio lei. Il titolo stesso elimina la dicitura di Frankenstein. La sposa non appartiene a nessuno. È una creatura autonoma che rivendica la propria identità dichiarandosi, con un esplicito rimando alla celebre canzone di Anouk che ha segnato una generazione di adolescenti femmine degli anni ’90, a cui evidentemente appartengo, una nobody’s wife, un gesto che trasforma una figura nata ai margini del racconto in protagonista assoluta.

Lo accennavi, uno dei motivi che attraversano il film è la rabbia femminile. In che modo questa dimensione contribuisce a costruire il personaggio della sposa e tutto il racconto nel suo insieme?

Nel contesto del femminismo pop, dei social e dei meme, è nata un’espressione che trovo molto efficace per rispondere a questa domanda. «We support women’s rights and wrongs». La frase riprende il più noto «We support women’s rights» e vi aggiunge provocatoriamente “and wrongs”. Sosteniamo i diritti delle donne, certo, ma anche i loro torti, i loro errori, le donne che sono antieroine e che usano la propria rabbia per rivendicare libertà e autodeterminazione. A questa categoria appartiene senza dubbio la rabbia vendicativa del fantasma di Mary Shelley e della sposa. È una rabbia che si manifesta innanzitutto attraverso le parole. Un linguaggio frammentato, scomposto, nato dal dialogo continuo fra Mary Shelley e la sua nuova creatura. Parole che possono sembrare casuali o incoerenti, ma che in realtà esprimono il caos che la sposa sta per scatenare nel mondo. A questa dimensione verbale si affianca poi una rabbia più fisica, mostruosa, orrorifica, che prende forma in morsi, sangue, uccisioni e smembramenti.

La scrittrice Jude Ellison Sadie Doyle, nel libro dedicato al mostruoso femminile [“Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne”], pubblicato in Italia da Tlon, scrive: «Il terrore delle donne è forse la più importante verità dietro alla misoginia. Del resto una gabbia ha due scopi. Il primo è confinare, tenere in trappola, impedirci di fare incursioni nel loro territorio e di impadronirci di ciò che reputano proprio. Ma il secondo scopo, quello di una gabbia, è più interessante, è quello di proteggere il mondo circostante da ciò che è rinchiuso dentro. La gabbia esiste per evitare che le donne ne escano fuori». Ecco, la sposa è uscita dalla gabbia e a farla uscire sono state anche le lotte che le donne hanno portato avanti, spesso proprio attraverso la rabbia, dal 1818, anno di pubblicazione di “Frankenstein”.

In questa prospettiva la sua furia non è soltanto distruzione, è il segno di una liberazione tardiva, ma ormai irreversibile.

Nel film torna più volte la frase di Herman Melville tratta da Bartleby, lo scrivano, «I would prefer not to», “preferirei di no”. Come viene trattato il tema del consenso nel film?

L’uso della celebre espressione, «I would prefer not to», tradotta con un non perfetto “preferirei di no”, è chiaramente un inserimento consapevole da parte della regista Gyllenhaal, per indicare quel rifiuto un po’ polite, quel sottrarsi a un sistema che non si sopporta più.

Mary Shelley muore prima della pubblicazione del racconto, che è del 1853, ma il suo fantasma che appare nel prologo evidentemente non solo lo ha letto, ma ne ha compreso la radicale forza di cambio di prospettiva. Così come Bartleby, che sembra doversi negare agli altri, o quantomeno alle aspettative che gli altri nutrono nei suoi confronti per affermare se stesso, anche la sposa reclama il diritto di rifiutare il destino che le è stato imposto. Fin dall’origine, infatti, la sposa nasce da un gesto radicalmente non consensuale, viene creata per essere la compagna e la creatura, senza che nessuno le chieda cosa desideri davvero. In questo senso, il suo stesso corpo è il risultato di una decisione presa da altri. La ripetizione come un mantra dell’espressione durante tutto il film permette alla sposa di sottrarsi alla logica che la vorrebbe definita soltanto in relazione a qualcuno, moglie di, creatura di, come proprietà o corpo a disposizione. Dire no, o anche solo preferirei di no, diventa il primo gesto di autodeterminazione, e il rifiuto di Bartleby diventa il linguaggio con cui la sposa può finalmente esprimere ciò che nel XIX secolo non poteva ancora essere detto apertamente, cioè il diritto di negare il consenso e di sottrarsi al ruolo che altri hanno scelto per lei.

Molte recensioni parlano di un film pieno di idee, citazioni e riferimenti, ma anche un po’ caotico. In effetti il film passa dal gotico, al gangster movie, al musical, alla commedia nera, ed è pieno zeppo di rimandi da altri film, da “Joker Folia at Two”, “The Rocky Horror Picture Show”, “Frankenstein Junior” e tanti altri che poi sono stati citati nelle recensioni. Questa mescolanza, secondo te, arricchisce il film o lo rende dispersivo?

Sicuramente “The Bride!” è costruito come un oggetto volutamente ibrido, che attraversa generi diversi e che dialoga continuamente con altre opere della cultura pop e del cinema. Non a caso, per esempio, proprio in Rocky Horror compare uno dei motti più celebri della cultura queer, «Don’t dream it, be it», «Non limitarti a sognarlo ma diventalo», che sembra risuonare perfettamente anche nel percorso della sposa, una creatura che non accetta più di essere solo un progetto o un desiderio altrui ma rivendica il diritto di diventare qualcosa di nuovo. Da questo punto di vista la mescolanza di stili forse non è solo decorativa, riflette la natura stessa delle creature fatte di pezzi diversi, assemblate insieme. Anche il film in un certo senso è cucito, come il corpo di Frankenstein e della sposa, prende frammenti di generi, epoche e immaginari differenti e li ricompone. Questa instabilità è anche una scelta coerente con il personaggio, la sposa è una figura che sfugge alle categorie e il film che la racconta rifiuta lo stesso modo di restare dentro un solo genere.

(Internazionale Cultura, podcast di Internazionale riservato agli abbonati, 14 marzo 2026)