Il piano visionato da “Avvenire” prevede di inabissare i detriti per ottenere un nuovo litorale (il doppio di Rimini). Tra le rovine anche armi e corpi. E fondi per allontanare 400mila gazawi
Il quartiere che si affacciava sul mare si è accasciato sulla bassa scogliera. Era la vista migliore di Gaza. Tra la battigia e le rovine non saranno neanche dieci metri. Verde smeraldo da una parte, polvere grigia dall’altra. «Possiamo spingerle in acqua e avremo risolto due problemi: sgomberare le macerie, ampliare la superficie». Il tecnico che nei giorni scorsi ci mostrava la bozza del piano Trump per Gaza metteva in guardia: «Non parleranno pubblicamente di inabissare i detriti, ma è quello che faranno». È il modo più rapido ed economico per mettere a posto le cose. Come quando bisogna ripulire la scena di un delitto. La conferma arriva dalle parole di Ali Shaath, ingegnere civile palestinese ed ex viceministro della pianificazione a Ramallah, indicato come coordinatore del comitato tecnocratico di quindici membri. «Se portassi dei bulldozer e spingessi le macerie in mare, creando nuove isole, nuova terra, potrei conquistare superficie per Gaza e allo stesso tempo sgomberare», ha detto nel corso di incontri a porte chiuse nei giorni scorsi. Prima, aveva aggiunto, «servono aiuti urgenti e costruzione di alloggi temporanei per gli sfollati».
Non è come usare le rocce per costruire frangiflutti. Diversi report Onu e di organismi internazionali spiegano che dentro ai cumuli di detriti e negli scheletri degli edifici possono esserci ordigni inesplosi, amianto, metalli pesanti, residui industriali e sanitari, e altre sostanze pericolose. Soprattutto, ci sono resti umani. Lo spostamento delle macerie senza un previo esame degli investigatori internazionali cancellerebbe ogni possibilità di ricostruire la catena delle responsabilità. Una colossale manomissione che dovrà scontrarsi anche con le aspirazioni dei gazawi che vorrebbero almeno una tomba su cui piangere i loro cari. Ma nel piano del “Board per la pace” di cimiteri non si parla. Solo grattacieli, alberghi, porti turistici, centri commerciali. Stime Onu parlavano di circa 39 milioni di tonnellate di detriti già a metà 2024. Poche settimane fa questo ordine di grandezza aveva superato i 60 milioni. Per Ali Shaath, «Gaza tornerà e sarà migliore di prima entro sette anni». Le Nazioni Unite ritengono invece che la ricostruzione, nella migliore delle ipotesi, andrà avanti fino al 2040.
I bulldozer sono al lavoro da settimane. I giganteschi D9 israeliani stanno ammassando milioni di metri cubi di detriti che poi vengono compattati. Le prove generali vengono svolte nel sud, tra Khan Yunis e Rafah, sul confine egiziano. Ma un trasferimento massiccio di macerie verso il mare, avverte una valutazione di Unep, l’agenzia per l’ambiente dell’Onu, solleverebbe un mucchio di domande: alterazione dei fondali, dispersione di sostanze contaminanti, erosione, danni alle risorse marine. Il “master plan” presentato a Davos dal genero di Trump esclude che ai palestinesi possano essere riservati quartieri popolari sul mare. La prima fila sarà a misura di ricchi e vacanzieri. Alle loro spalle, quei due milioni di gazawi che, secondo il progetto, troveranno facilmente occupazione: prima nella ricostruzione, poi in quella sorta di Las Vegas mediterranea “Made in Usa”. Una cosa non cambierà: il muro israeliano resterà al suo posto. La gente della Striscia potrà accogliere vacanzieri da mezzo mondo, ma continuerà a non poter andare e tornare da nessuna parte.
Al chiuso degli uffici della diplomazia immobiliare i conti sono freddi: fondali, volumi, tempi. «Con quella montagna di rovine la Striscia potrebbe spingersi verso il mare anche di 200 metri», dice un tecnico palestinese incaricato di tradurre le ipotesi in numeri. Duecento metri non sono una passeggiata in più: sono una fascia sulla costa profonda come due campi da calcio. Per circa 40 chilometri di litorale, vuol dire almeno doppiare il lungomare di Rimini. Terra nuova ottenuta spingendo avanti macerie e polvere. E, con loro, tutto ciò che quei cumuli possono ancora custodire. Tra i nomi più quotati per la spartizione di Gaza c’è “Great”, che vuol dire “grande”, ma sta per «Ricostruzione di Gaza, accelerazione economica e trasformazione». Il progetto mostrato ad Avvenire parla di «70-100 miliardi di dollari di investimenti pubblici, che generano 35-65 miliardi di dollari di investimenti privati». Uno dei più grossi affari immobiliari di sempre. «Il finanziamento – leggiamo – copre tutti gli aspetti, compresi 10 mega progetti di costruzione, assistenza umanitaria, sviluppo economico, generosi “pacchetti” per il trasferimento volontario e sicurezza di alto livello».
Al contrario di quanto prospettato a Davos, i piani interni visionati da Avvenire mostrano di scommettere sulla frustrazione dei residenti, che dovranno attendere anni per una vera casa, ospedali, scuole. Oppure accettare il “pacchetto” per togliersi di torno: «5.000 dollari a persona. Affitto sovvenzionato per 4 anni (100% nel primo anno, 75% nel secondo anno, 50% nel terzo anno, 25% nel quarto anno). Sussidio alimentare per il primo anno». Secondo le stime dei futuri palazzinari della Striscia, «si presume che del 25% dei cittadini di Gaza che lasceranno il Paese, il 75% sceglierà di non tornare». In altri termini, quasi 400 mila abitanti in meno. E una riviera costruita su un cimitero.
(Avvenire, 23 gennaio 2026)
Alla Casa delle donne di Milano, mercoledì 21 gennaio si è tenuto un incontro organizzato dal gruppo di autocoscienza aperto a tutte le socie, dal titolo “Come liberarsi dal fascino del potere nelle relazioni tra donne?”.
Purtroppo mi sono ammalata e non ho potuto partecipare, ma avrei voluto dire delle cose e le scrivo qui. Avevo già avuto occasione di dire che l’espressione “fascino del potere” non mi corrispondeva.
Io ho un senso di responsabilità rispetto all’avere un potere su altri che mi pesa molto. Penso di aver avuto un potere: io ho insegnato agli adulti e facevo gli esami. Avevo sempre paura di non essere abbastanza stimolante per la loro discussione e ricerca di sapere, indipendente dalle mie opinioni. Per non approfittarmi dell’essere il motore dell’esperienza, con loro mi domandavo continuamente se avevo aperto a sufficienza, ancora e ancora, alla discussione delle loro idee, mentre con le amiche mi permettevo un confronto più schietto.
Lo penso anche per la Casa delle donne, approfittarsi per rinsaldarsi nelle proprie idee personali o di gruppo mi sembra terribile, bisogna guardare a uno scopo molto più alto: la creazione di un sapere che prima non c’era e che creiamo con materiali preziosi, di studio ed esperienza proprio assieme alle socie.
Il 17 gennaio, sempre alla Casa delle donne, ho assistito al film La battaglia di Algeri, primo della “Trilogia di resistenza” presentata da Maria Nadotti e dal gruppo Gaza. E sono ripiombata nei primi anni Sessanta e fino al femminismo della fine dei Sessanta. La violenza come pratica politica l’ho subita con la mia adesione alla piazza maschile, era l’unica contestazione che conoscessi, ma in effetti nel PCI si era più colti, sempre però estremamente maschilisti: esisteva solo la teoria; le nostre esperienze, i nostri sentimenti non erano mai argomenti di riflessione. L’autorità gerarchica negava lo sviluppo della mente e della relazione politicamente creativa. L’incontro tra donne per parlare di noi stesse e ricercare, parlare qualche volta di noi nello studiare la storia umana, è stato rinascere.
Alla Casa il 17 gennaio eravamo poche: trenta persone, non la folla dei bei film, pur essendo La battaglia di Algeri un film grandioso, cinematograficamente parlando. Il contenuto? Il sacrificio di sé, l’unità per arrivare allo scopo di vincere una battaglia di indipendenza dallo sfruttamento dell’imperialismo. Tortura, sofferenza, negazione del piacere possibile di vivere e lottare con modalità pacifiche per se stessi oltreché per i ricchi francesi sfruttatori. Solo contrapposizione e dolore fisico per vincere, vincere totalmente e presto. Il convincimento era quello della resistenza al dolore e alla morte. Mi sono guardata in giro, forse le nostre amiche pensavano fosse l’epoca a richiederlo o la lotta ancora tanto presente nel mondo maschilista? Io no, non sono proprio d’accordo ad essere senza corpo, né pensiero, né sentimento. Bisogna far crescere consapevolezze diverse senza forzare con violenza, ma forzare con sentimento la collaborazione. È, il mio, tutto il convincimento alla collaborazione possibile.
(www.libreriadelledonne.it, 21 gennaio 2026)
Capi di Stato di tutto il mondo sono stati invitati a far parte del “Consiglio di pace per Gaza” un organismo inizialmente concepito per supervisionare la ricostruzione della striscia di Gaza, presieduto da Trump. Finora i governi hanno reagito con cautela all’iniziativa che secondo molti osservatori potrebbe indebolire le Nazioni Unite. Ne parliamo con Paola Caridi, giornalista e presidente di Lettera 22.
Uno dei primi atti di questi giorni in cui la notizia è il Consiglio per la pace deciso da Donald Trump è la distruzione della sede dell’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi, la distruzione degli uffici della sede dell’UNRWA a Gerusalemme Est da parte delle autorità israeliane. Un fatto non solo gravissimo, ma che dice molto di quello che non solo da parte statunitense, ma soprattutto da parte israeliana si sta compiendo nei confronti delle Nazioni Unite. Per fare un esempio vicino al pubblico italiano è come se a Roma le autorità italiane avessero deciso di distruggere la sede della FAO, oppure quella del Programma Alimentare Mondiale, due agenzie dell’ONU che si trovano in Italia.
La scorsa settimana l’amministrazione Trump aveva nominato i membri fondatori e altri consiglieri di quello che è stato chiamato il consiglio esecutivo di questo board, di questo consiglio di pace. Adesso ci sono stati gli inviti, che segnali arrivano dalle nomine e dagli inviti ai vari governi che sono seguiti?
Sulle nomine e cioè su queste figure che devono far parte del consiglio per la pace voluto da Donald Trump, sulle figure la prima cosa che salta agli occhi è che non c’è neanche un palestinese e cioè che si tratta di figure che in parte sono quelle che hanno sostenuto il genocidio israeliano su Gaza. Parliamo di tutti gli esponenti dell’amministrazione statunitense, dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, dell’amico fraterno di Donald Trump, Steve Witkoff, immobiliarista non un diplomatico, non un esperto di relazioni internazionali, parliamo del segretario di Stato USA, Marco Rubio e poi di altre figure importanti dell’area che però non sono palestinesi e dunque il ministro degli Esteri turco e del capo dell’intelligence egiziana e cioè persone che sono importanti per dare un sostegno regionale al Consiglio di pace. Poi riguardo agli Stati, di inviti ne sono state fatti decine, forse una sessantina almeno, che da una parte sono inviti rivolti alle grandi potenze del mondo, la Cina, l’India, il Brasile, dall’altra a paesi amici e non è detto che siano paesi democratici. Un caso per tutti, la Bielorussia oppure la Russia stessa, cosa significa? Il tentativo è quello secondo me di creare un Consiglio, cioè un organismo che possa se non sostituire le Nazioni Unite, indebolirle a tal punto da rendere questo organismo voluto dal Presidente statunitense una sorta di direttorio del mondo, anacronistico visto che siamo nel 2026. Però allo stesso tempo è come se Donald Trump volesse mettere la retromarcia alla storia contemporanea e tornare a periodi nei quali erano pochi potenti a decidere le sorti più che della pace, delle relazioni fra gli Stati e di un ordine globale. Parlo di un periodo che potrebbe essere quello successivo alla Prima Guerra Mondiale o andare un secolo prima al Congresso di Vienna, un modo di concepire il mondo che fa veramente a botte con quella che è la realtà del mondo.
Il Presidente francese Emmanuel Macron infatti ha rifiutato l’invito di Trump proprio dicendosi preoccupato per i grandi poteri di questo cosiddetto Consiglio di pace e per il rischio di indebolire le Nazioni Unite. Quanto è reale questo rischio?
È altissimo questo rischio, ma è un rischio che non si deve tanto al Consiglio per la pace voluto da Trump, quanto alla politica degli Stati Uniti anche prima dell’elezione di Trump, alla politica di Israele, della Russia etc., l’elenco sarebbe lunghissimo, che sono state politiche contro le regole, contro l’architettura delle regole internazionali, contro il sistema internazionale, i risultati sono una marginalizzazione delle Nazioni Unite, e allo stesso tempo non si può non pensare al fatto che il Consiglio per la pace viene creato su Gaza, ma perché? Perché Gaza è il laboratorio di questa rottura delle regole, di questa violazione continua del diritto internazionale e umanitario, di qualsiasi convenzione, di qualsiasi regola, e allora come si risolve un genocidio? Lo si risolve uscendo dalle Nazioni Unite e creando qualcosa di completamente diverso che metta la parola fine, che metta una specie di punto su quello che si è compiuto, sui crimini, sul genocidio. L’idea è quella cioè che si possa ripartire da qui, che si possa ripartire da una cosa che non c’entra niente con l’architettura internazionale.
Tra l’altro gli stati candidati a un seggio permanente in questo Consiglio dovrebbero anche pagare un miliardo di dollari per farne parte, è vero però che è stato creato anche un comitato tecnico palestinese incaricato di amministrare temporaneamente la striscia di Gaza, anche se una delle critiche principali che vengono fatte a tutta questa iniziativa del Consiglio di pace è proprio lo scarso coinvolgimento dei palestinesi come dicevi anche tu prima, come mai?
Perché i palestinesi sono considerati oggetti, sono considerati subalterni, non sono considerati parte in causa nonostante siano le vittime. Spesso noi usiamo in questo periodo un linguaggio che non corrisponde alla realtà dei fatti e per esempio non parliamo dei palestinesi come vittime, non solo, come protagonisti in quanto popolo che si deve autodeterminare, ma noi abbiamo dimenticato il fatto che sono vittime di un genocidio e nonostante siano vittime di un genocidio loro e la loro terra li troviamo in un consesso, in questo comitato come esecutori. Non come coloro che dettano l’agenda, che decidono del loro destino, ma sono solamente esecutori e sono esecutori di una ricostruzione che peraltro non segue assolutamente nessuna delle regole che il sistema internazionale si dovrebbe dare e si è già dato, quando il capo del comitato, Ali Shaat, che peraltro fa parte della ANP e ha una lunga storia di relazione, di rapporto con Mahmud Abbas, con il presidente della ANP, dice nella prima intervista che l’idea è quella di prendere le macerie di Gaza e buttarle a mare, questo è contro qualsiasi salvaguardia non solo dei diritti, per esempio dei diritti dei morti che sono sotto quelle macerie, ma della salvaguardia dell’ambiente, del mare. Con l’idea che queste macerie siano come materiale inerte che si possano calare nel mare e costruire una nuova Gaza da quel momento in poi, dalla marina in poi e guadagnare qualche altro chilometro in più, ma questo cosa significa? Significa inquinare il mare prospicente Gaza; e che senso ha dal punto di vista della ricostruzione di Gaza? Questo è solamente uno degli esempi che si possono fare per far comprendere quanto non ci sia non solo visione, ma non ci sia l’idea della realtà sul terreno. Che sotto quelle macerie ci sono almeno diecimila cadaveri, che in mezzo a quelle macerie ci sono agenti chimici che hanno distrutto tutto ciò che poteva essere distrutto, gli agenti chimici che vengono usati bombardando e distruggendo un intero territorio. Questo è il Consiglio per la pace, questi sono gli organismi legati al Consiglio per la pace, questo è ciò che ci aspetta per il futuro, cioè soprattutto che le Nazioni Unite non esistano in questa storia, nonostante ci sia una rappresentante delle Nazioni Unite e cioè la rappresentante per il Medio Oriente Sigrid Kaag.
Come dicevi si parla male del futuro di Gaza e non si parla quasi per niente del presente, in realtà. Come si vive nella striscia a tre mesi dall’inizio del cessate del fuoco? Ricordiamo che il 1° gennaio Israele ha vietato l’accesso alla striscia a 37 organizzazioni umanitarie internazionali, citando motivi di sicurezza.
Per l’ennesima volta stiamo parlando di una situazione unica nella storia del secondo dopoguerra, cioè di un genocidio che si compie di fronte ai nostri occhi, seppur distanti di fronte ai nostri schermi virtuali. Non c’è neanche l’idea di fermare il genocidio, perché il genocidio è ancora in corso, vengono usati altri strumenti, per esempio ancora la fame, ancora la sete e cioè non entrano i container che sono fermi dall’altra parte di Rafah, nel sud della striscia di Gaza, non entrano non solo le ONG, ma le organizzazioni umanitarie. Perché Unrwa per esempio, la cui sede è stata appena distrutta a Gerusalemme, potrebbe sfamare la popolazione di Gaza per mesi, l’ha fatto per decenni. È un genocidio che si compie attraverso l’assenza di case e anche di case mobili che sono anche queste ferme dall’altro lato della frontiera, nel sud della striscia di Gaza e quindi come si vive a Gaza? Si vive morendo di freddo, continuando ad essere denutriti e malnutriti, sopravvivendo in una situazione completamente folle e vergognosa, in cui noi ci stiamo preoccupando della ricostruzione senza preoccuparci degli esseri umani, come se la ricostruzione potesse sanare una colpa e una responsabilità che invece deve essere oggetto della giustizia internazionale.
(Il Mondo [podcast dell’Internazionale], 21 gennaio 2026)
La guerra iniziata il 7 ottobre 2023 ha portato a un’ondata senza precedenti di traumi psicologici e suicidi tra le truppe dell’IDF. Secondo il ministero della Difesa israeliano, dall’inizio del conflitto oltre 12.300 soldati sono stati inseriti nel programma di riabilitazione psicologica come disturbo da stress post-traumatico (post traumatic stress disorder, PTSD). Significa che sono colpiti da disturbi mentali, ansia, depressione.
Un numero molto più alto rispetto al passato: rappresenta «quasi il 40%» di tutti i militari mai trattati per traumi da guerra negli ottant’anni di storia dell’IDF. Secondo un’indagine interna citata dai media, solo dall’inizio del 2025 sono stati registrati 21 suicidi tra i soldati – parte di un conteggio che, complessivamente, parla di «circa 54» suicidi dall’ottobre 2023. Un rapporto del parlamento israeliano basato su dati ufficiali da gennaio 2024 a luglio 2025 – documenta 279 tentativi di suicidio tra i soldati. Inoltre, la maggior parte delle morti per suicidio recenti riguarda soldati combattenti: il 74-78% nel 2025, contro una media del 42-45% nel periodo 2017-2022.
I traumi che portano al suicidio
Questi numeri segnano un’impennata drammatica rispetto al passato: la media annuale di suicidi nell’IDF, nel decennio precedente la guerra, era di circa 13 suicidi l’anno. A dimostrazione del fatto che si può anche essere addestrati a fronteggiare qualunque ferocia, ma poi sotto la più formidabile ed equipaggiata divisa militare, non ci sono solo muscoli. Secondo un’inchiesta interna, la maggior parte dei suicidi è «direttamente collegata al trauma» vissuto durante la guerra: esposizione prolungata al combattimento, scene violente, perdita di compagni, stress psicologico cronico. I medici e terapeuti descrivono una forma di PTSD massiva: decine di migliaia di militari soffrono di disturbi psicologici, molti senza diagnosi, molti non curati.
Fenomeno fuori controllo
Un caso tipico riportato: un riservista, dopo aver prestato servizio a Gaza, rievocava costantemente odori di morte e riviveva flashback in momenti banali della vita quotidiana, perfino cambiando il pannolino al figlio. Le misure adottate includono l’invio di terapisti sul campo, linee telefoniche di emergenza, terapie di gruppo, ma gli esperti denunciano che il sistema è «in logoramento»: l’entità del fenomeno supera di molto la capacità di cura e riabilitazione.
In un rapporto divulgato alla fine del 2025, si legge che il Dipartimento di Riabilitazione del ministero della difesa israeliano ha ricevuto oltre 85mila soldati dall’inizio della guerra, di cui circa 28mila per problemi di salute mentale. Di questi 28mila, circa 9.800‑10.000 sono segnalati come affetti da disturbi da stress post-traumatico. Il governo ha aumentato il budget per la riabilitazione: il dipartimento riceve oggi circa 4,6 miliardi di shekel (oltre 1,25 miliardi di dollari) all’anno, di cui una quota significativa è destinata proprio alla salute mentale.
La guerra finirà, il trauma no
Gli esperti dichiarano che la portata del problema rimane oltre la soglia critica: molti soldati psicologicamente feriti non cercano aiuto, e tanti fra coloro che invece chiedono sostegno, ricevono cure inadeguate o troppo in ritardo. Secondo i terapeuti e le autorità, il trauma non si esaurirà con la fine del conflitto: molti veterani – specialmente riservisti – rischiano di convivere per anni con PTSD, depressione, senso di colpa, difficoltà di reintegrazione. La pressione psicologica, secondo alcuni esperti, potrebbe trasformarsi in una crisi sociale e sanitaria interna, con conseguenze non solo individuali, ma anche collettive.
Resta invisibile lo choc dei gazawi
Se per i soldati dell’IDF – pur in ritardo – esistono dati, cure, statistiche, per la popolazione di Gaza la situazione è ben diversa. In una guerra che devasta città, case, vite umane, decine di migliaia di civili subiscono lutti, perdita di case, sfollamenti, bombardamenti continui. Ma non c’è un sistema reale – ancora meno uno pubblico – che permetta di misurare l’impatto psicologico su larga scala: le ferite psichiche causate dal terrore quotidiano restano invisibili, senza diagnosi, senza cure, senza memoria ufficiale. Secondo l’Oms e Save the Children, oggi circa 1,2 milioni di persone a Gaza hanno bisogno urgente di supporto psicologico e psicosociale, e oltre il 90% dei bambini mostra segni clinici di trauma severo. Ma il Board of Peace presieduto da Trump non è interessato a questo aspetto, e tantomeno lo sono i componenti del Board, da Tony Blair, all’ immobiliarista Steve Witkoff, ai leader che girano intorno all’operazione, da Al Sisi a Putin, da Erdoğan a Giorgia Meloni.
Quando e se un giorno si proverà a fare i conti con questa guerra, si scoprirà che il numero di persone traumatizzate è molto più alto di quanto oggi evidenziano le statistiche militari o sanitarie. E non basteranno a sanarli i resort o i grattacieli che sorgeranno nel frattempo sulle macerie.
(Corriere della Sera, 21 gennaio 2026 – dataroom@corri)
Il Rapporto Oxfam presentato ieri a Davos segnala che aumenta nel mondo la disuguaglianza non solo nei redditi, ma soprattutto nella ricchezza, con effetti anche sulla tenuta delle democrazie, là dove esistono. Per due motivi. Il primo è che i più ricchi hanno sempre maggiore possibilità di influire sulle decisioni politiche e talvolta anche di entrare direttamente in politica. Gli Stati Uniti della presidenza Trump ne sono forse l’esempio più estremo, anche se non unico, tra le democrazie, inclusa la pretesa di formare un contro-ONU ad inviti con quota di ingresso. Il secondo è che diseguaglianze troppo ampie producono conflitti, estraniamento (non voto), o affidamento a sirene populiste. Entrambi questi fenomeni, a loro volta riducono la capacità di una società di migliorare le condizioni complessive, per tutti, valorizzando appieno le capacità che ci sarebbero.
L’Italia non fa eccezione. Accanto ai noti dati sulla persistenza della povertà assoluta a fronte dell’aumento della ricchezza dei più ricchi, della povertà nonostante il lavoro, della diffusione della povertà educativa, dell’ancora troppo basso tasso di occupazione giovanile e femminile, il Rapporto evidenzia due fenomeni che caratterizzano le diseguaglianze nel nostro Paese e che costituiscono un potenziale rischio per la democrazia: le disparità economiche, sociali e di opportunità tra luoghi e il peso crescente dell’eredità nella composizione della ricchezza. Per quanto riguarda le prime, accanto a quelle “tradizionali”, e irrisolte, tra Centro-Nord e Mezzogiorno, stanno divenendo sempre più importanti quelle tra grandi città e aree periferiche. C’è un’Italia di mezzo, come la definisce Filippo Barbera intervistato nel Rapporto, che non comprende solo le aree interne tradizionalmente marginali rispetto ai circuiti dello sviluppo, ma anche città medie, aree pedemontane e collinari, e zone urbano-rurali, che negli ultimi anni hanno perso centralità economica e politica, sperimentando stagnazione economica, deindustrializzazione, perdita di popolazione e servizi. È in questi luoghi che si concentrerebbe anche il voto di protesta antisistema.
Quanto al secondo fenomeno, il Rapporto evidenzia come quasi i due terzi della ricchezza dei miliardari italiani siano frutto di eredità. Il flusso annuale di tutti i trasferimenti di ricchezza – eredità, donazioni – è quasi raddoppiato tra il 1995 e il 2016, passando dall’8,5% al 15% del reddito nazionale e si è anche maggiormente concentrato. Inoltre, le eredità individuali di almeno 1 milione di euro sono cresciute dal 18,7% al 25% del valore totale dei lasciti nello stesso periodo. Ricordo che, dal 2017, fino a quella cifra si tratta di eredità esenti da ogni forma di tassazione, se l’erede è coniuge, figlio o nipote per via diretta, un trattamento tra i più generosi in Europa. A questa ricchezza ereditata si possono aggiungere le donazioni in vita e le assicurazioni sulla vita fatte a favore degli eredi dal defunto, pure esenti da tassazione. Come osserva il Rapporto Oxfam, l’aumento del peso delle eredità, e la sua ridotta tassazione, ha ridotto il dinamismo economico e sociale, limitando l’uguaglianza di opportunità e la mobilità intergenerazionale. Unito alle disuguaglianze territoriali, accentua il peso disegualizzante dell’origine sociale e rafforza la trasmissione intergenerazionale della diseguaglianza, in un modo sempre meno compatibile con il principio democratico dell’uguaglianza delle opportunità. Non solo le condizioni economiche e sociali della famiglia, ma anche quelle dei luoghi in cui si nasce e cresce sono sempre più un destino, poco o per nulla corretto, contrastato, da politiche che favoriscano un riequilibrio. Anzi, come osserva il Rapporto, le politiche dell’attuale governo sembrano piuttosto orientate a confermare, se non accentuare, i divari. È quanto si può osservare anche nella discussione sui livelli essenziali di prestazione, che dovrebbe essere preliminare all’eventuale realizzazione dell’autonomia differenziata. Come ha osservato anche Viesti in una audizione al Senato, invece di procedere a una discussione su quali dovrebbero essere i Lep da garantire omogeneamente sul territorio nazionale, li si stanno definendo sulla base dell’esistente, che, come è noto, è fortemente disomogeneo a livello territoriale, cristallizzando così i divari, invece di ridurli.
(La Stampa, 21 gennaio 2026)
«Non dimenticherò mai i volti sorridenti il giorno della liberazione di Kobane. Come donna araba, le combattenti curde delle Unità di Protezione delle Donne (Ypj) sono state un grande esempio per me e tante altre: solo insieme possiamo vincere contro il patriarcato e lo Stato Islamico». È il racconto di Arjen Furat, combattente Ypj, impegnata al fronte. «La comunità internazionale deve ricordare che il nostro sacrificio ha liberato l’umanità dal pericolo dell’estremismo islamico».
Nelle scorse settimane la situazione in Siria è precipitata. L’offensiva del governo di transizione di Ahmad Al-Sharaa e dei mercenari filoturchi dell’Esercito nazionale siriano (Sna) ha travolto prima i quartieri curdi di Aleppo e poi le città di Raqqa e Tabqa, che le Forze democratiche siriane (Sdf) e le Ypj avevano liberato dallo Stato islamico meno di dieci anni fa. L’avanzata, fronteggiata solo dalle forze della Siria del nord-est, è giunta fino alle prigioni in cui sono detenuti i miliziani di Isis, quelle di Al-Shaddadi e Al-Hol, lasciandosi dietro una lunga scia di sangue. «Mutilare i corpi delle combattenti martiri rientra nelle pratiche comuni dello Stato islamico. È un modo per punire le donne e mandare un messaggio a tutte coloro che si organizzano contro un sistema che le avrebbe volute schiave – racconta Amara, una giovane internazionalista – Ad Aleppo, così come a Raqqa, le Ypj hanno annunciato di continuare a resistere. L’attacco contro le donne è stato sferrato contro la loro libertà e la possibilità di autodeterminazione».
«In Rojava – continua Amara – le donne hanno dimostrato che ci può essere un altro destino oltre a quello previsto dal patriarcato. Non bisogna accettare di essere solo madri, mogli e restare chiuse in casa. Nelle Ypj, le donne hanno trovato la loro forza e la loro autodifesa. Ma non è così solo nelle unità armate: tutte le donne, giovani e anziane, madri e non, devono essere in grado di difendersi». «L’autodifesa non è un concetto relativo solo alle armi – ci spiega Zeryan, dall’Accademia di Jineolojî in Europa – È un concetto che nella jineolojî (scienza delle donne) e nel movimento per la libertà delle donne è connesso alla consapevolezza. Le donne devono essere consapevoli del proprio ruolo nella società. E si devono organizzare insieme contro il proprio nemico: il sistema patriarcale e genocidiario».
«Nel contesto attuale del Rojava – continua Zeryan – l’autodifesa si trasforma in una pratica che porta le donne a scendere in strada insieme e a difendere la propria esistenza. Ma tutta la società ha incarnato questo senso di autodifesa: la libertà conquistata è stata raggiunta insieme, e nessuno vuole che vada perduta». Dopo la fine dei colloqui tra l’autoproclamato presidente Al Sharaa e Mazloum Abdi, comandante delle Sdf, nelle città e nei villaggi della Siria del nord-est tutti sono scesi in strada seguendo un’unica parola d’ordine: difendere se stessi e la propria terra. Un appello che è stato accolto anche in altre aree del Kurdistan, dove migliaia di persone si sono ritrovate in strada e alla frontiera con la Siria per difendere anche a costo della vita «il sogno di pace e democrazia» del Rojava. «Le bande di Al Sharaa, guidate dalla Turchia e appoggiate da tutte le forze internazionali, si accaniscono soprattutto sulla rivoluzione delle donne – prosegue Zeryan – Non è una questione di accettare l’esistenza curda, ma piuttosto di non accettare l’esistenza curda rivoluzionaria: è un attacco ideologico».
«L’attacco in corso vorrebbe ridurre il confederalismo democratico a una questione etnica. Invece è una proposta di coesistenza pacifica tra i popoli – aggiunge Amara – Il confederalismo democratico, su cui tutta l’esperienza si basa, è l’unica ipotesi concreta per la pace in Siria e per mettere fine alle guerre volute dall’Occidente che da centinaia di anni affliggono il Medio Oriente». E continua: «Non è retorica. Ogni cultura, religione, lingua può essere libera di esprimersi nei territori dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est (Daanes). La strada per una Siria democratica è tracciata, andrebbe solo seguita».
(il manifesto, 21 gennaio 2026)
Il 12 gennaio, a poco più di un mese dal decimo anniversario dell’omicidio della dirigente indigena e attivista popolare Berta Cáceres, il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (GIEI) ha presentato un rapporto con i risultati di una lunga e complessa indagine, che aveva l’obiettivo di far luce sui responsabili della pianificazione, finanziamento ed esecuzione del crimine.
Nel novembre 2024, la Sala Penale della Corte suprema di giustizia dell’Honduras ha deciso di confermare le sentenze emesse contro i sette esecutori materiali [1], con pene comprese tra i trenta e i cinquant’anni di reclusione. Per David Castillo, coautore dell’omicidio, ex presidente della società Desarrollos Energéticos SA (Desa) ed ex membro dei servizi segreti delle forze armate honduregne, la Sala ha deciso di modificare le circostanze aggravanti e di ridurre la pena di 22 anni e 6 mesi inflitta in primo grado. Inoltre, a Castillo sono stati aggiunti altri cinque anni per frode relativa al progetto idroelettrico Agua Zarca.
Nonostante questo primo importante passo avanti, il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh), la famiglia dell’attivista popolare e il team di parte civile continuano a chiedere cattura e punizione per i mandanti dell’omicidio. Finora, è stato emesso un solo mandato di arresto nei confronti di Daniel Atala Midence, ex direttore finanziario di Desa e ancora latitante.
Si crea il GIEI
Il GIEI si è insediato in Honduras il 14 febbraio 2025, a seguito di un accordo tra la Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh), lo Stato dell’Honduras, il Copinh e il Centro per la giustizia e il diritto internazionale (Cejil). Tra le prime rivelazioni del rapporto del gruppo di esperti figura la “non occasionalità” dell’omicidio della Cáceres. «L’irruzione armata che ha posto fine alla vita di Berta Cáceres non è stato un fatto fortuito, né un atto di violenza comune. È stato il culmine di un lungo processo di persecuzione, sorveglianza, criminalizzazione e violenza esercitato contro la leader indigena, che per anni ha guidato la difesa del territorio [della popolazione] Lenca contro l’imposizione del progetto idroelettrico Agua Zarca, in un contesto caratterizzato dalla concentrazione del potere economico e da istituzioni cooptate da interessi privati», sottolinea il GIEI. I tre esperti internazionali [2] hanno poi continuato chiarendo che l’omicidio di Berta Cáceres era prevedibile e prevenibile: «Le autorità non hanno attivato meccanismi di prevenzione, non hanno ampliato le intercettazioni, né hanno effettuato arresti tempestivi. Questa inazione, di fronte a una “scoperta inevitabile”, costituisce una grave violazione del dovere di diligenza». Inoltre, gli esperti determinano che il crimine contro l’attivista è stato preceduto da molteplici operazioni illegali di intelligence, sorveglianza sistematica e pianificazione logistica, nonché da ostacoli deliberati alle indagini penali e omissioni strutturali sin dalle prime ore successive all’omicidio, che di fatto hanno impedito un’indagine completa.
Un omicidio d’impresa
Il crimine è stato finanziato con risorse provenienti dal progetto idroelettrico, erogate dalle banche internazionali BCIE e FMO [3] e deviate dal loro scopo originario. Su un totale di 18,5 milioni di dollari, il 67% (quasi 12,5 milioni) è stato dirottato o gestito in modo irregolare. «È stato identificato un modello sistematico di distrazione di fondi, caratterizzato da trasferimenti internazionali ingiustificati, conversione di fondi bancari in contanti, uso ricorrente di dipendenti di basso livello come incassatori di assegni e frammentazione degli importi per eludere i controlli antiriciclaggio delle istituzioni finanziarie». Questo circuito finanziario, spiega il GIEI, avrebbe permesso di pagare i sicari e di finanziare la logistica prima e dopo l’omicidio di Berta Cáceres. Per questo motivo, i tre esperti concludono che «si è trattato di un crimine aziendale, finanziario e politico, perpetrato attraverso una complessa architettura criminale che ha articolato interessi economici, finanziamenti internazionali, strutture di sicurezza, corruzione istituzionale e gravi omissioni statali, configurando un modus operandi sostenuto nel tempo». Principali responsabili del crimine sono, quindi, gli azionisti di maggioranza del progetto Agua Zarca, che ricoprono anche ruoli rilevanti nella costituzione e nel funzionamento del dispositivo societario e finanziario che, in ultima analisi, ha reso possibile l’omicidio di Berta Cáceres.
Il GIEI punta il dito contro José Eduardo, Pedro e Jacobo Atala Zablah e Daniel Atala Midence, che ricoprivano cariche dirigenziali sia in aziende legate al progetto Agua Zarca, sia in istituti bancari, e contro BCIE e FMO per avere firmato accordi di credito a favore di Desa «conoscendo la situazione di violenza già generata dal progetto» e l’inesistenza di un processo valido di consultazione libera, preventiva e informata. La ricostruzione effettuata dal GIEI ha permesso di dimostrare che l’omicidio è stato «il risultato di un’operazione criminale pianificata, eseguita da una struttura articolata tra sicari, attori con formazione militare, dirigenti della Desa e reti di sostegno statale», la cui responsabilità è stata solo parzialmente indagata dalle autorità honduregne, senza approfondire la possibile responsabilità penale dei rappresentanti del capitale azionario maggioritario (Inversiones Las Jacarandas / Jacobo Atala). In questa struttura, Desa ha svolto il compito di pagare informatori, strutture paramilitari e logistica repressiva, funzionari pubblici ed ex funzionari. Ha anche cooptato autorità ambientali, municipali e di sicurezza, ha manipolato la narrativa pubblica attraverso pagamenti a giornalisti e media, ha utilizzato audit e consulenze per legittimare un progetto irrealizzabile e illegale, assicurando la continuità dei finanziamenti internazionali.
Riparazione e giustizia integrale
La parte conclusiva del rapporto del GIEI è dedicata al Piano di riparazione e giustizia integrale per le vittime (famiglia, Copinh e comunità lenca di Río Blanco), che include la chiusura definitiva del progetto idroelettrico Agua Zarca, la titolazione definitiva del territorio ancestrale della comunità lenca di Río Blanco, la cancellazione dal registro commerciale e lo scioglimento di Desa, nonché la depurazione e l’apertura degli archivi dei servizi segreti relativi a Berta Cáceres, al Copinh e ad altri difensori dei diritti umani. Sono anche state consigliate allo Stato dell’Honduras misure concrete di riabilitazione, compensazione, soddisfazione e garanzie di non ripetizione (pag. 373 del rapporto), dove si persegue «un processo integrale, collettivo e trasformativo, indispensabile per ripristinare la dignità delle vittime, ricostruire il tessuto sociale del popolo indigeno Lenca di Río Blanco e garantire che crimini come l’omicidio di Berta Cáceres non si ripetano».
Note
[1] Douglas Bustillo, Mariano Díaz, Henry Hernández, Elvin Rápalo, Óscar Torres, Edison Duarte (autori materiali), Sergio Rodríguez (autore per induzione) e David Castillo (coautore)
[2] Roxanna Altholz, Pedro Biscay, Ricardo Guzmán
[3] Banca centroamericana di integrazione economica e Banca di sviluppo dei Paesi Bassi
(Pressenza, 20 gennaio 2026)
Da tre anni, il Ministro dell’Istruzione non consente al Forum delle Famiglie Israeliane-Palestinesi in Lutto di accedere alle scuole. Le famiglie che hanno perso i propri cari e hanno scelto, proprio a causa del lutto, di impegnarsi per il dialogo e un futuro diverso sono state definite dal Ministero dell’Istruzione un “fattore ostile” che potrebbe danneggiare la “rettitudine del cammino”. In che modo, esattamente? In che “modo” le famiglie in lutto, comprese quelle che hanno perso i propri cari il 7 ottobre e nella guerra che ne è seguita, e che ritengono di avere il dovere di agire in ogni modo possibile per garantire un futuro migliore a tutti noi, possono essere considerate un “fattore pericoloso”?
Sulla base di questo equivoco, al Forum è stata negata l’opportunità di proseguire il programma educativo “Dialogue Meetings”, che aveva operato con grande successo nel sistema educativo per anni. Le famiglie israeliane e palestinesi in lutto incontravano gli studenti nelle scuole, non per predicare, ma per raccontare storie, ascoltare e consentire loro un incontro umano con la complessa realtà del conflitto. Non l’ideologia e l’incitamento dei politici, ma le persone. Non slogan, ma vite spezzate. Il Ministro dell’Istruzione Yoav Kish teme apparentemente che gli studenti israeliani, compresi e soprattutto quelli che si avvicinano all’età della leva obbligatoria, siano esposti alla possibilità che la guerra, il lutto e un ciclo di spargimenti di sangue non siano scontati. Teme che sviluppino un pensiero critico, che ascoltino voci diverse, che capiscano che c’è un popolo palestinese che vive proprio accanto a loro e che i conflitti tra i popoli sono stati risolti in passato e possono essere risolti anche qui.
Grazie al Ministro Kish, nel 2026 gli studenti israeliani completeranno dodici anni di scuola senza alcuna reale conoscenza del conflitto stesso, delle sue radici, del suo costo umano e della possibilità di porvi fine. Saranno qualificati per essere soldati leali, ma difficilmente qualificati per essere cittadini dotati di pensiero critico, capaci di accogliere opinioni diverse e di affrontare la complessità. In un sistema educativo che pone al centro l’eroismo, il sacrificio e la volontà di combattere fino alla fine delle generazioni, non c’è posto per chi è in lutto e vuole parlare di vita, riconciliazione e responsabilità civica. Naturalmente, altre famiglie in lutto che santificano l’eroismo e il sacrificio sono invitate a scuola senza alcun problema; il problema inizia quando chi è in lutto pone un punto interrogativo e chiede un futuro diverso.
Questa lotta non è una questione specifica del Forum. Fa parte di un più ampio processo di silenziamento e persecuzione nel sistema educativo: insegnanti e presidi vengono trattenuti in udienza a causa delle loro posizioni, articoli di Haaretz vengono rimossi dagli esami di maturità, e vengono attaccate organizzazioni della società civile come “Brothers in Arms”. Allo stesso tempo, organizzazioni che promuovono la coercizione religiosa, l’esclusione delle donne, l’intolleranza verso le persone LGBTQ e l’opposizione alle donne che prestano servizio nelle Forze di Difesa israeliane operano nelle scuole senza alcuna restrizione. Il messaggio è chiaro: è lecito educare all’obbedienza e alla guerra, ma è proibito educare alla democrazia e alla pace.
Per giustificare il silenziamento, il Ministero dell’Istruzione si impegna anche in una deliberata delegittimazione: presenta il Forum come un’organizzazione di “famiglie di terroristi”, cancellando sistematicamente l’identità condivisa israelo-palestinese e il lutto israeliano al suo interno. Ciò fa parte di un profondo processo di disumanizzazione, in cui il riconoscimento stesso dell’umanità dell’altra parte e del dolore condiviso è percepito come un pericolo.
Tutte queste azioni, insieme agli attacchi al mondo accademico e alla creatività israeliani, sono interconnesse. Una società che desidera una guerra eterna non può permettersi un’educazione alla pace, nonostante l’educazione alla pace, alla tolleranza e alla dignità umana sia al centro della Legge sull’Istruzione Statale fin dalla fondazione dello Stato.
Chi impedisce agli studenti israeliani di essere esposti alla possibilità di un futuro diverso li condanna a continuare a vivere in un ciclo di spargimento di sangue. È imperativo educare alla pace. Non ci sarà altra realtà e altro futuro qui se non saremo educati e non agiremo consapevolmente, coerentemente e coraggiosamente per la pace. Solo una società che educa alla speranza può viverla.
(Haaretz, 20 gennaio 2026)
[…] domenica 18 gennaio 2026, decine di donne e attivisti si sono radunati in un presidio pacifico davanti alla base militare di Sigonella, storica infrastruttura italo-statunitense nel cuore della Sicilia, per lanciare un forte messaggio contro la guerra e la militarizzazione dei territori. L’iniziativa, promossa dal movimento “Le donne contro tutte le violenze”, si inserisce nel 35° anniversario dell’inizio della Guerra del Golfoe nella mobilitazione nazionale delle “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace”, contro i conflitti ancora in corso nel mondo.
Un presidio tra protesta e cultura
La manifestazione, iniziata alle ore 10.30 davanti la base militare di Sigonella, ha visto la presenza di cittadini, attiviste e musicisti. Tra slogan, canti e performance, le partecipanti hanno espresso la loro contrarietà alla presenza militare e al suo ruolo nei conflitti globali.
Durante l’evento sono stati eseguiti canti per la pace e momenti di riflessione in solidarietà con le donne iraniane che stanno protestando contro regimi autoritari. Una delle esibizioni di maggiore impatto è stata una rilettura del Monologo di Lisistrata, rivisitato dai celebri autori Franca Rame e Dario Fo, simbolo di ribellione femminile contro la guerra e il patriarcato.
Perché questa protesta
Le attiviste hanno elencato una serie di motivazioni alla base della protesta. Sigonella, secondo le partecipanti, non può essere vista come una semplice base logistica, ma è profondamente inserita nelle dinamiche belliche globali: operazioni di intelligence, sorveglianza e supporto a missioni internazionali partono regolarmente da qui, collegando la Sicilia a teatri di guerra in Europa, Medio Oriente e oltre.
Tra le richieste principali:
– La smilitarizzazione della Sicilia e la restituzione del territorio alla sua vocazione civile, culturale e pacifica;
– La conversione della base di Sigonella in struttura aeronautica civileper uso educativo e commerciale;
– La fine delle influenze militari nelle scuole e nella vita quotidiana dei giovani, percepite come propaganda e presenza invadente.
Secondo le organizzatrici, la presenza militare – inclusa quella di droni e velivoli in missioni di intelligence – rende il territorio siciliano sempre più esposto a possibili ripercussioni dovute ai conflitti internazionali, con un impatto sociale, istituzionale e culturale che va ben oltre il semplice ruolo operativo della base.
Ricordi storici e prospettive future “Verde Vigna” di Comiso.
Nel corso della manifestazione non sono mancati riferimenti storici alle battaglie pacifiste nel nostro Paese, come le mobilitazioni contro l’installazione dei missili Cruise nella base NATO di Comiso negli anni ’80, che portarono alla creazione di progetti per centri di vita nonviolenta e alla diffusione di una cultura disarmista nell’isola.
Conclusione in musica
La manifestazione si è conclusa in modo pacifico e partecipato sulle note della celebre canzone Blowin’ in the Wind di Bob Dylan, intonata da tutte le presenti come messaggio di speranza e invito alla riflessione sulle ingiustizie, le guerre e il valore della pace. […]
(Pressenza, 19 gennaio 2026)
C’è qualcosa di poetico nel varcare la soglia di una libreria a Milano. Da Brera a Garibaldi, da Duomo a Ticinese, abbiamo scovato gli indirizzi più belli (anche nascosti) dove acquistare un libro in città
Varcare una piccola porta e trovarsi, d’improvviso, in un luogo che trascende il tempo e lo spazio. Le preoccupazioni si alleggeriscono e anche la testa sembra abbandonare quelle costruzioni infondate che regolavano la vita all’esterno. Non c’è paura, e neppure adrenalina, solo ritmi lenti. La libreria è uno spazio magico, quasi poetico, in cui le idee danzano leggere, per poi raggiungere il cuore di chi le ha maturate. Tra scaffali stracolmi di libri, angoli e volumi speciali, l’uomo ritrova la sua dimensione autentica. È come se su quella porta – a caratteri cubitali – ci fosse scritto “Lasciati andare”. Scegliere la copertina su cui lo sguardo si posa, perdersi tra le brevi righe della trama, o magari della vita dell’autore – ci sarà una correlazione? A Milano, poi, ci sono alcuni indirizzi nascosti – ai più sconosciuti – in cui la scelta del libro diventa esperienza sensoriale. Interni eleganti in cui trovare antiche, prime, edizioni, ma anche spazi più moderni, lì a ricordarci che il tempo passa, ma la bellezza della letteratura no. C’è la Libreria del mare, per chi desidera perdersi (o ritrovarsi) nella profondità dell’acqua, quella delle donne o dello spettacolo. Perché entrare in libreria è come prendere la rincorsa, saltare, e afferrare la vita, entrandoci in sintonia. Esiste sensazione migliore?
Le 10 librerie più belle di Milano, da Brera a Garibaldi, da Duomo a Ticinese
Abbiamo selezionato dieci librerie nel cuore di Milano che vale davvero la pena conoscere. Indirizzi nascosti per chi cerca un libro, leggerezza, o anche solo uno sguardo complice – «Quello l’ho letto, mi ha cambiato la vita». Ecco la selezione di Vogue Italia.
Libreria Bocca dal 1775
Il primo luogo che vi suggeriamo si trova nel cuore di Milano, all’interno della Galleria Vittorio Emanuele II. La Libreria Bocca è una delle librerie più antiche d’Italia, con origini che risalgono al 1775 e una storia di prestigio editoriale unico. L’atmosfera è elegante e intima, con scaffali e oggetti che raccontano secoli di cultura, quasi come un piccolo museo del libro. È considerata autentica per la sua indipendenza, gestione familiare e selezione curata di titoli, lontana dalla standardizzazione delle grandi catene. Qui si trovano soprattutto monografie d’arte, cataloghi di mostre, libri dedicati a pittura, scultura, architettura e design. I suoi spazi sono ricchi di opere d’arte, profumi di carta e un’atmosfera che invita a esplorare con calma ogni titolo.
Libreria del Mare
Varcando la porta, si respira ancora il fascino di un’antica bottega, una di quelle d’altri tempi. La Libreria del Mare (ex salumeria negli anni Settanta) è oggi situata al civico 28 di via Broletto, ed è dedicata alla cultura marinaresca e ai libri sul mare. L’atmosfera è accogliente e suggestiva: scaffali colmi di testi, vecchi arredi e richiami visivi al mondo nautico creano un’esperienza che evoca il profumo del mare anche nel bel mezzo della città. Qui si vendono oltre 10.000 libri e pubblicazioni su navigazione, cartografia nautica, costruzione di barche, pesca, biologia marina e sport acquatici, ma anche volumi in inglese e francese. Oltre ai libri tecnici e storici, la libreria propone guide, racconti di viaggio, romanzi a tema marino e portolani nautici. Un piccolo pezzo di mare nel cuore di Milano.
Libreria Verso – libri, incontri, bar
Per chi cerca un’esperienza culturale diversa, e poliedrica, Verso – libri, incontri, bar è l’indirizzo giusto. Situata nel quartiere Ticinese, presenta un’atmosfera accogliente e dinamica: non solo libreria, ma anche bar con tavolini, divani e poltrone – l’angolo perfetto per leggere, chiacchierare o semplicemente fermarsi a prendere un caffè o un drink. La selezione di libri comprende narrativa italiana e straniera, classici e contemporanei, fumetti, graphic novel e volumi illustrati, oltre a musica, cinema e un’ampia sezione per l’infanzia. Lo spazio si dedica anche all’organizzazione di presentazioni, letture, corsi e cicli di incontri tematici, rendendo l’esperienza viva e formativa.
Libreria delle Donne
Punto di riferimento del femminismo milanese e italiano fin dal 1975, la Libreria delle Donne è nata per dare visibilità alle scrittrici (e pensatrici) donne quando ancora erano marginalizzate nell’editoria tradizionale. Situata in via Pietro Calvi 29, si presenta come uno spazio di relazione culturale e politica dove si discute, si legge e si costruiscono idee insieme. La selezione di libri è vasta: offre migliaia di titoli di saggistica, narrativa, poesia, studi di genere e testi politici scritti da donne, inclusi volumi rari e fuori catalogo.
Libreria dello Spettacolo
Per gli appassionati delle arti performative – dal teatro alla danza, passando per musica e circo – questo è l’indirizzo da segnare in agenda. Il fascino è quello di una libreria d’altri tempi, con l’insegna che condivide emozioni al primo (fugace) sguardo. Situata in zona Cadorna, al civico 11 di Via Terraggio, la Libreria dello Spettacolo è gestita da quasi quarant’anni da Maria Cristina Spigaglia, che ha raccolto un tesoro di volumi, copioni, sceneggiature, manifesti e cimeli rari. I primi pezzi le arrivarono dagli antiquari, poi, man mano che si sparse la voce, le vedove degli attori iniziarono a contattarla. Alcuni pezzi sono in vendita, altri possono essere solo consultati. Qui il tempo sembra essersi fermato, tra scaffali colmi di testi d’epoca e memorabilia che evocano il mondo dello spettacolo in tutta la sua magia.
Libri senza data
Sempre nel quartiere Ticinese, si trova un altro indirizzo davvero speciale: Libri Senza Data. Si tratta di una libreria antiquaria specializzata in volumi rari, edizioni originali e libri fuori commercio, un vero tesoro per i collezionisti. La selezione comprende prime edizioni, testi delle avanguardie artistiche, autografi, riviste storiche e titoli difficili da trovare altrove, anche per argomenti di nicchia. In questo spazio intimo è possibile anche richiedere consulenze o ricerche personalizzate, per individuare il proprio libro speciale.
Scatola Lilla
Per chi cerca una piccola libreria, intima e curata, Scatola Lilla è il luogo perfetto. Nata dalla passione di Cristina Di Canio per i libri, si trova in Porta Romana. L’ambiente è accogliente e colorato, caratterizzato dalle pareti lilla che danno il nome alla libreria e da scaffali colmi di volumi scelti con cura, creando un’atmosfera familiare e calorosa. La Scatola Lilla organizza anche eventi culturali, gruppi di lettura e presentazioni, diventando un piccolo centro culturale di quartiere.
Tempo Ritrovato Libri
Più che un negozio di libri, è uno spazio di dialogo culturale. Tempo Ritrovato Libri, in corso Giuseppe Garibaldi 17, presenta scaffali in legno, pareti tranquille e un ambiente che invita a fermarsi, sfogliare e conversare con chi lavora lì, tra un sorriso e uno sguardo complice. È considerata una delle librerie più autentiche di Milano per la selezione accurata di titoli e per il fatto di valorizzare piccole case editrici indipendenti. La proposta comprende soprattutto narrativa e saggistica, con particolare attenzione alla letteratura contemporanea, alla critica culturale e alle opere di editori non mainstream.
(Vogue Italia, 19 gennaio 2026)
Sono arrivate da varie parti della Sicilia per ribadire il proprio “No” alla guerra e alla violenza. E lo hanno fatto con un presidio-manifestazione davanti alla base di Sigonella, di cui chiedono da tempo la smilitarizzazione. Fanno parte della rete italiana “10 100 1000 piazze di donne per la pace” che si è costituita nel giugno scorso per opporsi al genocidio dei palestinesi, alla guerra e alla repressione dei popoli e delle libertà femminili. Queste donne ora scendono in strada di nuovo, in occasione del trentacinquesimo anniversario della Guerra del Golfo che allora suscitò sgomento e sorpresa, mentre oggi le guerre scoppiano ovunque nel mondo come se questo fosse ritenuto normale.
E, invece, queste donne – e gli uomini che stanno al loro fianco – gridano che la guerra non deve essere considerata come un orizzonte percorribile, come una delle possibilità, perché le guerre e le strutture militari generano dolore e morte e questo è sempre inaccettabile. «Noi donne – dice Anna Di Salvo della Ragna-Tela – pratichiamo la politica della vicinanza e della prossimità, ma la base di Sigonella, collegata al Muos e al porto militare di Augusta, è una pessima vicina di casa. La sua presenza fa sentire la nostra isola e il nostro territorio minacciati. Questa nostra terra, che per i doni che ha ricevuto è vocata alla bellezza e alla produttività, è stata votata al dolore, alla guerra e alla devastazione. Da qui partono i droni e i bombardieri per i fronti di guerra e questa base ha avuto un ruolo attivo anche nel genocidio del popolo palestinese».
Per questo le donne di La Città Felice, Ragna-Tela, Udi, Cgil, Fare stormo, Il cerchio delle donne, Centro antiviolenza Elvira Colosi, Penelope, Femministorie e Donne di classe, insieme agli attivisti di Catanesi solidali con il popolo palestinese, Anpi, Rifondazione, Comitato Antico Corso, Circolo Olga Benario, Sunia e Cobas scuola, Koine, Potere al popolo, No Muos, Alleanza Verdi Sinistra e Sinistra anticapitalista gridano che Sigonella va smilitarizzata. «Perché è un avamposto di guerra e di morte nel nostro territorio; perché è una base americana e italiana da cui ogni giorno partono sofisticate armi che uccidono bambini/e, donne e uomini, distruggono città e territori e alimentano la sete di potere e sangue degli ottusi governanti del mondo; perché l’aggressione di Trump al Venezuela e l’espansionismo americano vanno fermati; e perché patriarcato, guerre e violenze maschili sono per noi un’unica narrazione». Per questo queste donne si oppongono al militarismo che «è una cultura bieca affine al bullismo», una cultura che «normalizza lo stupro di guerra, soprattutto dei popoli vinti, per cui si fa scempio del corpo delle donne come si fa scempio dei territori e dei popoli come in Palestina, Sudan e Iran». Contro questa cultura ribadiscono la loro attenzione all’ambiente, alla pace, alle regole pacifiche di convivenza e alla composizione dei conflitti senza ricorso alla violenza. Per questo si oppongono al paradigma che considera la guerra come naturale, e dunque al ripristino della leva obbligatoria e alla promozione della carriera militare nelle scuole. «Vogliamo disarmare le parole per disarmare le menti», ripetono mentre srotolano i loro striscioni che gridano «Fuori la guerra dalla storia» e «Donne vita libertà» in omaggio alle donne iraniane massacrate da un regime violento e misogino.
(La Sicilia, 19 gennaio 2026)
C’è una storia della lotta delle donne iraniane contro il regime degli ayatollah che viene da lontano e che oggi rischia di essere travolta dalla rivolta in corso in Iran, a cui anche le donne stanno partecipando e morendo sotto la feroce repressione. Mi riferisco al fatto che l’ondata di protesta pacifica, scoppiata il 27 dicembre scorso dal Bazar di Teheran per il crollo della valuta locale e la crisi economica e dilagata rapidamente in tutto il Paese, a un certo punto si è trasformata in violenza e caos. Alcuni manifestanti nella capitale hanno dato alle fiamme auto, palazzi governativi, banche, moschee, autobus, e c’è chi – israeliani e statunitensi – soffia sul fuoco e minaccia interventi militari in nome della libertà dal tiranno, come hanno fatto, con esiti catastrofici, in Iraq, in Libano, in Siria e in Afghanistan “per la libertà delle donne”. In difesa del regime e della patria, contro le minacce dei nemici interni ed esterni, gli ayatollah hanno chiamato in piazza migliaia di iraniani, agitando così il fantasma di una guerra civile. Minacce e violenze che hanno reso più feroce la repressione nelle piazze con migliaia di morti, feriti, carcerazioni con condanne a morte. Vittime tantissime/i giovani che si sono uniti alle proteste. Rubina Aminian è una di loro. Giovane studentessa curda, si era unita alle proteste dopo essere uscita dall’università a Teheran. Le hanno sparato alla nuca, di spalle, a distanza ravvicinata. Ai suoi genitori hanno negato il funerale, dopo aver trovato davanti all’università il suo corpo dentro un sacco nero, accanto a centinaia di corpi di altre/i giovani. «Non siamo ingenui – dice Arezu F. del movimento “Donna, Vita, Libertà” (il manifesto, 13/01/2026) –. Il regime non crolla in pochi giorni. Il nocciolo duro del potere regge ancora e mantiene intatto il proprio apparato repressivo, insieme a una forza economica riservata a pochi. La strada è lunga. Un intervento militare non servirebbe a nulla, né a cambiare il sistema né a difendere i manifestanti. Occorre pazienza: lavorare per lunghi scioperi nei settori chiave, portare i militari dalla parte della popolazione ed evitare di trascinare il Paese verso un futuro di conflitti dagli esiti imprevedibili». La strada è lunga ma sono le donne iraniane, insieme agli uomini, che la devono percorrere fino in fondo, memori del tradimento subito dalle loro madri da Khomeini, “il Messia”, dopo la rivoluzione del 1979. Cacciato lo scià, la rivoluzione, di cui le donne furono protagoniste, prometteva democrazia e libertà. Le donne ben presto si resero conto che, con la salita al potere dei militanti islamici, avevano portato al governo un regime che imponeva loro la sottomissione, in nome di Dio e del Corano. La ribellione fu immediata. Per l’8 marzo di quell’anno, centomila donne scesero in piazza per protestare contro l’obbligo dell’hijab e altre restrizioni islamiche. Molte manifestanti furono aggredite e ferite da gruppi di fanatici e paramilitari, sotto lo sguardo impassibile delle forze di sicurezza. Da allora la rivolta contro l’obbligo del velo non si è più fermata, inventando, di volta in volta, nuove pratiche di resistenza e di ribellione fino al 2022 quando la morte di Mahsa Amini, la giovane studentessa curda uccisa dalla “polizia morale” per aver indossato il velo in modo non conforme, determinò una svolta. Nacque il movimento Donna, Vita, Libertà il cui grido risuonò in tutte le piazze del mondo. A Teheran le donne nelle piazze sfidarono il regime, si tolsero il velo, si tagliarono ciocche di capelli in segno di protesta, la repressione fu feroce ma non fermò la protesta sostenuta dalle donne in tutto il mondo. Un sostegno mai venuto meno. Oggi, la piazza di Teheran non è più la piazza delle donne e forse è tempo per loro di andare via da lì – cosa che sta già accadendo – per vanificare il tentativo di Trump e Netanyahu che stanno cercando di appropriarsi della loro lotta per fini che nulla hanno a che fare con la loro libertà.
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 18 gennaio 2026)

Maria Grazia Campari, nata il 30 agosto 1940 a Bologna e morta il 7 gennaio 2026, è stata avvocata civilista, specializzata in diritto del lavoro; per le donne svolgeva anche attività di diritto di famiglia, assistendole in separazioni, divorzi e affidamento di figlie e figli.
Ha fatto parte del gruppo giuriste del Tribunale di Milano, città in cui ha vissuto ed esercitato la sua professione, e ha collaborato con varie riviste e libri collettanei. Per la Libreria delle donne ha scritto con Lia Cigarini l’importante testo “Fonte e principi di un nuovo diritto” nel “Sottosopra oro” Un filo di felicità del 1989.
In seguito alle sue esperienze di pratica del processo e di assistenza alle vertenze delle lavoratrici (come la vertenza alle “conchiglie” dell’Alfa Romeo di cui racconta nella testimonianza qui sotto), in relazione con Luisa Cavaliere, Elettra Deiana e altre fonda il 23 novembre 1993 l’Osservatorio sul Lavoro delle Donne, associazione che nasce dalla constatazione dello scarto esistente tra la volontà femminile di protagonismo sociale e la sua realizzazione e dalla convinzione che tale scarto possa essere superato attraverso una pratica politica che produca autonomia delle donne. Attraverso la creazione e l’esercizio di pratiche di giustizia femminile si propone di promuovere l’acquisizione di libertà materiale e simbolica delle donne nel mondo del lavoro. L’associazione è stata attiva fino al 2004.
Socia della Libera Università delle Donne (LUD) di Milano, dopo il ritiro dalla professione si è trasferita a Firenze, dove ha fatto parte dell’associazione Rosa Luxemburg.
È stata intervistata e ha portato la sua significativa esperienza nel libro Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua di Marina Santini e Luciana Tavernini (Il Poligrafo, 2015), e qui la ripubblichiamo.
Crepe nel diritto: l’Osservatorio sul Lavoro delle Donne
Maria Grazia Campari
Alla fine degli anni Novanta, a Milano, alcune femministe diedero vita all’Osservatorio sul Lavoro delle Donne, un’associazione formata da giuriste, sindacaliste, lavoratrici.
Negli incontri, con le modalità dell’autocoscienza e mettendo in gioco il nostro sapere professionale, cercammo di svelare come la giustizia fosse organizzata in modo sessista e di individuare azioni e riflessioni per operare un cambiamento.
Inventammo una pratica del processo che si costruiva attraverso una relazione fra donne (cliente/avvocata/consulente scientifica), nel riconoscimento di autorevolezza e nella circolazione di sapere, per sostenere nel giudizio una pretesa sociale femminile, spunto per regole nuove, segnate (questa è la novità) dai soggetti dei due sessi.
Il diritto si presenta come un Giano bifronte: garantisce l’ordine vigente capitalistico-patriarcale, ma ha in sé un principio di trasformazione poiché afferma anche diritti umani, diritti di ogni persona di qualunque sesso o razza. Di qui la scommessa: le crepe garantiste dell’ordinamento potevano essere usate come fattore di modifica dei valori dati, utilizzando le pronunce delle corti di giustizia sui casi della vita. È la creazione del diritto vivente di origine giurisprudenziale e significative sperimentazioni si sono prodotte nell’ambito del diritto del lavoro. Ottenemmo dei successi quando realizzammo una diversa modalità di stare in relazione tra donne, anche nei conflitti sindacali.
Ricordo, ad esempio, il caso che portò alla modificazione dell’organizzazione del lavoro in un importante settore (le “conchiglie”) nel reparto fonderia dell’Alfa Romeo di Arese, in cui alcune operaie erano state inserite a seguito di assunzione in base alla legge di parità (L. 903/1977).
Molte di loro considerarono le mansioni e il reparto nocivi in modo insopportabile, malgrado fossero sempre stati sopportati (ovviamente malvolentieri) dai colleghi maschi e iniziarono un’agitazione e un processo di contestazione. Fu effettuato un sopralluogo da parte di esperti aziendali e sindacali, alla presenza dei legali delle parti.
La visione del reparto e delle “conchiglie” fu per me impressionante come quella di un girone infernale: si trattava di maneggiare manualmente bracci metallici che obbligavano a posizionarsi in prossimità dei forni in cui bruciava, senza apparente schermatura, un fuoco vivo. Pensai che chiunque, non solo le neoassunte, avrebbe dovuto scappare da quel luogo pericoloso.
Iniziò una vertenza sostenuta dal sindacato di zona e soprattutto da un delegato della CGIL staccato dalla produzione ed esperto del lavoro in fonderia. Dopo mesi di conflitti e di trattative, si trovò un accordo fra le parti che condusse alla robotizzazione del reparto: invece di insinuarsi in prossimità dei fuochi, si azionavano robot manovrando appositi comandi a distanza.
In questo caso il conflitto aperto dalla manodopera femminile, adeguatamente sostenuta dall’organizzazione complessiva dei lavoratori, aveva determinato un esito positivo per tutti.
Però questa pratica non si è diffusa a sufficienza per produrre le modificazioni che pure stavano a cuore a molte. Ciò è dovuto al fatto che apporti autonomi delle donne in conflitti sindacali, in cui erano coinvolte, non erano considerati un rafforzamento, ma un dato inquietante dagli esponenti maschili della forza lavoro. Va registrata anche un’insufficiente determinazione delle donne dell’Osservatorio rispetto al progetto che si erano date, io fra loro.
Si operò, se non una complicità inconsapevole, certo una sottovalutazione del fatto che l’alternativa fra quanto le donne ritengono desiderabile per sé e quanto gli uomini hanno stabilito per tutte e tutti, rende inevitabile un conflitto fra i sessi per l’attribuzione delle risorse e per l’autogoverno della propria vita.
(www.libreriadelledonne.it, 17 gennaio 2026)
Ogni romanzo è un sopravvissuto. A un editor goffo, a un editore stupido o stronzo o modaiolo, a una miseria del tempo in cui viene pubblicato, a una maledetta sfortuna e, prima di ogni cosa, al genere di chi lo ha scritto. La domanda che è sempre affascinante e ragionevole porci, quando leggiamo una scrittrice, è: lo avrebbe scritto così, se non fosse stata una donna? Fatto salvo che la differenza sessuale conta, assegna uno sguardo e un sentire (chi scrive si colloca con agio nel femminismo della differenza), e quindi la prima risposta è sempre no, c’è poi la più complicata questione di quello che a una scrittrice viene detto, consigliato, talvolta imposto di scrivere proprio perché è una donna. Le storie dei rifiuti editoriali dei capolavori di grandi scrittrici spesso costituiscono romanzo a sé, sebbene siano meno note e tracciate rispetto alle storie dei rifiuti editoriali subiti dai colleghi: quando si parla del fenomeno, e lo si fa nella sciagurata chiave «Coraggio, non desistere, anche Stephen King è stato messo alla porta», si rimanda quasi soltanto ai no assestati agli autori. Il rifiuto editoriale archetipico è sempre Il Gattopardo, mai Via col Vento.
Delle scrittrici, tuttavia, sono più intriganti le storie delle correzioni, i consigli che hanno dovuto ascoltare, gli snaturamenti delle loro opere. Alle scrittrici è successo di più che agli uomini, e in un modo preciso: dovevano dar conto di essere donne, e a lungo ci sono state cose che le donne potevano scrivere e cose che, invece, no, perché avrebbe nuociuto alla loro reputazione, perché avrebbe scandalizzato, perché avrebbe pervertito (aha!) adolescenze, etiche, ruoli. Se in molte hanno usato uno pseudonimo anche quando essere una donna è diventato, ai fini della pubblicazione, un bonus, è anche per non doversi sentir dire a quale categoria corrispondere: fino agli anni Settanta per pubblicare era tanto meglio essere (e/o scrivere da) morigerata borghese, santa, pettegola, guerrafondaia (Sibilla Aleramo non avrebbe probabilmente mai pubblicato se, ai suoi esordi, non fosse stata – non avesse scritto da – accesa interventista); ultimamente conviene aver subito quello che si racconta, soffrire di un qualche disturbo, avere un qualche cronico travaglio. È divertente che le più libere da questo giogo siano ora le autrici di romance, che non proprio a caso usano solo pseudonimi (Erin Doom, Felicia Kingsley, Stefania S.), visto che il romance è un genere al quale le autrici sono state relegate per decenni ritenendo che solo di quello potessero occuparsi e che quindi essere una scrittrice significasse fare romanzi rosa (era per smarcarsi da questo orribile sinolo che Morante ordinava di chiamarla scrittore). Per difficile che sia da immaginare, vista la mole di pubblicazioni, i rifiuti e le correzioni, anche autoindotte, a fini di performance, capitano ancora, e si intuiscono alla semplice lettura. Molta letteratura femminile contemporanea risente ancora del bisogno, tutto editoriale, di inscrivere una scrittrice nelle storie che racconta, e di decidere per quali storie di donne c’è o ci sarebbe mercato. Quanto sarebbe utile un esaustivo volume che raccontasse tutte le volte che una romanziera, dal 1726 al 2026 si è sentita dire «questa storia ti rappresenta?». Alarico Tassè, nome dietro cui è rimasta ostinatamente celata
l’autrice di alcuni dei racconti più precisi e spietati del ’900 italiano, Il topo Chuchundra (nel 1963 per Feltrinelli e nel 2017 per Elliot, grazie all’eroica Giulia Caminito), si astenne dallo svelare chi fosse e pure dallo scrivere altro per non doversi sedere a discutere con un editore. Per non dover dire «mi veda, sono brava», come fece per tutta la vita Dolores Prato, che esordì a ottantotto anni con il capolavoro Giù la piazza non c’è nessuno, falcidiato da un corposo taglio imposto da Natalia Ginzburg. Prato, che per decenni chiese e a volte supplicò, ma non cambiò mai una virgola, cedette solo con Ginzburg, perché era Ginzburg. […]
(La Stampa – TuttoLibri, 17 gennaio 2026)
«Tutti gli uomini, salvo poche eccezioni, e di qualunque classe sociale, considerano come un fenomeno naturale il loro privilegio di sesso e lo difendono con una tenacia meravigliosa, chiamando in aiuto Dio, Chiesa, scienza, etica e leggi vigenti che non sono altro che la sanzione legale della prepotenza di una classe e di un sesso dominante».
Le parole che avete appena sentito sono tratte da un discorso intitolato Il monopolio dell’uomo, che nel 1890 Anna Kulishoff fece al circolo filologico milanese, prima relatrice donna. A lei, a una figura centrale ma troppo spesso trascurata della storia politica e intellettuale italiana tra 8 e 900, è dedicato Con gli occhi di Anna, un podcast di Sara Poma, già autrice di altri lavori su alcune figure femminili rimaste ai margini del racconto pubblico.
Medica, socialista e femminista, Kulishoff ha legato in modo inscindibile la questione sociale e quella femminile. Nata nell’impero russo verso la metà dell’Ottocento, si formò tra Russia e Svizzera per poi scegliere l’Italia come luogo di impegno politico e professionale. Tra le prime donne laureate in medicina in Italia fu conosciuta come la dottora dei poveri per il lavoro svolto gratuitamente nei quartieri popolari di Milano.
Protagonista del socialismo riformista a fianco del suo compagno Filippo Turati, Kulishoff animò riviste e dibattiti e si batté per la tutela del lavoro femminile e per il diritto di voto alle donne, spesso anche contro le resistenze del suo stesso partito. A cent’anni dalla sua morte, molte delle questioni che pose restano aperte e continuano a interrogare il presente. Parliamo di Con gli occhi di Anna con la sua autrice, Sara Poma, curatrice di contenuti audio per Chora Media.
Allora, questo è uno di quei casi felici e fortunati in cui una ricorrenza, quindi un lavoro commissionato per questa ricorrenza, cioè il centenario dalla morte di Anna Kulishoff, mi ha permesso di scoprire una storia stupefacente.
Come tante altre persone, io conoscevo il nome di Anna Kulishoff, sapevo che era stata una femminista ante litteram che era legata al nome di Turati e di Andrea Costa, ma ignoravo completamente – nonostante viva nella sua città in cui ha vissuto, ha pensato, ha fatto cose importantissime – ignoravo le cose gigantesche che ha fatto e quanto sensazionale sia stata la sua vita. Quindi il podcast è nato così, come un progetto da inserire nell’ambito delle celebrazioni per il centenario dalla morte di Anna Kulishoff e per me è stato veramente un viaggio di scoperta importantissimo di una figura che, nonostante sia vissuta moltissimo tempo fa, ancora trovo attualissima e contemporanea.
In passato hai già raccontato alcune figure femminili forti che hanno vissuto ai margini della storia ufficiale, penso per esempio a Carla, una ragazza del Novecento, in cui racconti la storia di tua nonna basandoti sui suoi diari, oppure a Prima, in cui ricostruisci la vita della prima persona che si è dichiarata pubblicamente omosessuale in Italia nel ’72, o anche a Figlie, in cui racconti una storia personale legata alla dittatura argentina. In quale modo questo podcast su Anna Kulishoff dialoga con questi lavori precedenti e in quale modo invece se ne discosta?
Naturalmente non lo potevo sapere quando ho iniziato, ma in qualche modo la storia di Anna Kulishoff, il suo pensiero, è un po’ una matrice per tutto ciò che è la storia delle donne del Novecento. Le cose che lei ha pensato, ha cercato di mettere in pratica, in qualche modo hanno sicuramente influito nella vita delle donne che sono venute dopo di lei.
Citavi il primo podcast che io ho realizzato, ancora quando Chora non esisteva, e il mondo dei podcast era molto diverso da quello di oggi. Questo podcast che si chiama Carla, una ragazza del Novecento sulla vita di mia nonna, che è stata un’infermiera e ha trovato la sua emancipazione, liberazione attraverso proprio il suo lavoro di infermiera. Se lo riguardo oggi nella prospettiva di quello che Anna Kulishoff ha fatto per il lavoro femminile, per i diritti delle donne, vedo che sicuramente c’è un legame, così come anche per quanto riguarda Mariasilvia Spolato in Prima e per la storia di Figlie, che ha al centro la vita di un’architetta desaparecida durante la dittatura argentina.
Quelle sono persone, donne, che in modo diverso si sono battute e ne hanno pagato le conseguenze cercando di immaginare un mondo più giusto e più equo, cosa che ha fatto anche Anna. Quindi mi sembra, volendo tirare dei fili, devo dire che quei fili sicuramente riconducono alla storia di Anna, solo che quando ho lavorato a queste altre storie di fatto non lo sapevo. È stato proprio un viaggio di scoperta anche per me, quest’ultimo podcast.
Parli di scoperta, dal podcast emerge una figura molto complessa che tiene insieme femminismo, socialismo, la professione medica, anche una vita privata decisamente anticonformista. Preparandoti a questo podcast, cosa ti ha sorpreso di più e che cosa hai trovato più difficile da raccontare?
La cosa più sorprendente nel mio viaggio alla scoperta di questa figura è stato proprio il tema legato al suo essere socialista, proprio a questa parola, “socialismo”, una parola che a noi in Italia oggi riporta alla mente tutta una serie di cose che in qualche modo, per varie ragioni abbiamo deciso di dimenticare, di silenziare, ma l’essere socialista di Anna contiene tantissime cose. In primo luogo il suo pensiero femminista, la sua tensione verso le persone ai margini, le persone più bisognose, le persone verso cui ogni suo pensiero, ogni sua azione tendeva per cercare di immaginare una vita migliore.
E se dovessi dire, la cosa che mi porto a casa dopo aver esplorato questa storia è quanto questa parola “socialista” forse ce la dobbiamo riprendere in qualche modo. Forse va rivendicata in un mondo come quello di oggi. Guardiamo con tanta curiosità, attenzione quello che farà Mamdani a New York, quando vediamo e ci stupiamo tutte le parole anche molto pratiche e molto concrete che hanno un impatto sulla vita quotidiana delle persone sono legate al mondo socialista che guardiamo oltreoceano.
Io ho pensato che tutto viene da quella matrice, da quel pensiero di Anna Kulishoff e delle persone che come lei in quel momento lottavano per immaginare un mondo diverso, un mondo che poi si è scontrato con l’avvento del fascismo ma che rimane ancora estremamente vitale e a cui mi sono sentita di guardare con molta speranza. Questa è una storia che a rimetterla insieme in ogni suo pezzo, al di là dell’epilogo, che sicuramente è stato un epilogo tragico e ingiusto anche per quella che è stata la vita di Anna che si va a schiantare con l’avvento di Mussolini, però penso che sia qualcosa a cui riguardare oggi per nutrirci di speranza in un momento in cui sicuramente ne abbiamo tanto bisogno.
E quali sono gli aspetti del suo pensiero e delle sue battaglie che ti sembrano ancora oggi attuali?
Sicuramente tutto ciò che ha a che fare con l’impatto concreto sulla vita delle persone. La sua era una politica molto concreta che si rivolgeva soprattutto alle donne per tentare di migliorare la condizione femminile che all’epoca era una condizione disastrosa e terribile, perciò questo elemento di concretezza, di impatto reale, fisico sulla vita delle persone.
Lei oltretutto ha provato a portare avanti anche delle cose di cui stiamo discutendo ancora ora, per esempio il gap salariale: ne parlava più di cento anni fa e oggi si dice che ci vorranno centotrent’anni perché donne e uomini abbiano lo stesso salario; siamo ancora a questo punto però ci sono delle istanze che lei ha immaginato, portato avanti e cercato di rendere molto pratiche già alla fine dell’Ottocento.
Questa per me è stata una cosa veramente incredibile come tutto il suo lavoro di medica: lei per prima insieme alla società civile milanese che si formava in quegli anni ha capito che la medicina deve avere una funzione sociale, quindi in qualche modo anche lei si è inventata quello che oggi sono i consultori.
Certo lo faceva in modo clandestino e “punk” perché ricordo che le donne non potevano studiare, in alcuni casi. Lei è stata una delle prime donne a laurearsi in medicina e a voler praticare la professione di medica anche se non era possibile farlo e lei è riuscita a mettere in piedi questi luoghi dove le persone che avevano bisogno e non potevano permettersi le cure andavano e venivano ascoltate.
Prima di tutto questi sono i due elementi: la parte relativa alla cura delle persone e la parte relativa all’impatto veramente concreto nella vita delle persone sono le cose che più mi hanno colpito del suo pensiero e che trovo siano ancora estremamente attuali.
Nel tuo racconto fai entrare anche il tuo sguardo e il tuo processo di ricerca. Cosa significa per te raccontare la storia in questo modo e cosa speri che resti a chi ascolta?
Allora, a me piace moltissimo portare chi ascolta insieme a me in questo processo di scoperta perché credo che sia un modo per aumentare l’empatia verso la storia che sto raccontando, seguirmi genuinamente in questo processo di scoperta.
Io davvero partivo dal sapere veramente pochissimo di questa donna, mi sembra un patto di comunione e fiducia nei confronti di chi mi ascolta e credo che in qualche modo lo svelamento della storia così risulti più potente.
Quindi mi piace moltissimo quando racconto questo tipo di storie inserire anche tante parti di registrazioni in cui si sente lo sfogliare delle carte negli archivi si sentono i citofoni che vengono suonati o le porte che si aprono perché penso che diventi come dire un viaggio non solo per me ma anche fatto insieme a chi ha voglia di seguire questa storia insieme a me.
Ed è diciamo ormai una cosa che è più forte di me; non riesco a sedermi in uno studio e raccontare una storia leggendo un testo semplicemente.
Ci devono essere sempre queste parti che sono per me vitali per rendere questa storia più vera e più vicina e quindi anche in questo podcast ho voluto fare in questo modo.
(Il Mondo Cultura [podcast di Internazionale per abbonati], 17 gennaio 2026)
La sede dell’Anw jigi art si trova lontano dal trambusto del centro di Bamako, nascosta in un quartiere tranquillo. L’associazione è guidata da Assitan Tangara, rappresentante di una nuova generazione di artisti socialmente impegnati, ben inseriti nelle loro comunità, che fin da piccoli hanno nutrito una passione per il palcoscenico.
Per raggiungere l’Anw jigi art a Djalakorodji, un sobborgo nella periferia settentrionale della capitale maliana, percorro strade caotiche e sconnesse, ma grazie all’aiuto delle persone del posto riesco a orientarmi. L’ingresso è segnalato da qualche manifesto colorato e pneumatici riciclati. Lì, in una casa dall’aspetto modesto trasformata in centro culturale, incontro Assitan Tangara, attrice dall’eleganza sobria, fondatrice dell’associazione e da poco anche presidente della federazione Funu funu (‘vortici’, nella lingua bambara), una collaborazione tra l’Anw jigi art e altri gruppi di creativi maliani. È vestita normalmente, con un semplice boubou, cosa che la distingue dagli artisti maliani che ho incontrato finora, spesso definiti da uno stile originale, con gioielli artigianali e preziosi tessuti locali.
«Se vuoi guadagnarti la loro fiducia, devi somigliargli», mi confida con un sorriso Tangara, riferendosi al suo pubblico di donne comuni. Un’introduzione sincera e concreta, che riflette lo spirito del suo lavoro: lei usa il teatro per sensibilizzare, educare e amplificare le voci più trascurate. Fin da subito l’attrice ha capito che una carriera nel mondo dell’arte l’avrebbe portata ad affrontare il giudizio degli spettatori e a dover superare molti ostacoli. Quella resilienza conquistata con fatica oggi la guida come una bussola: «Considero sempre le difficoltà delle lezioni da imparare. Si deve restare fedeli alle proprie convinzioni e avere un obiettivo chiaro».
Confida nell’arte come strumento di dialogo, come ponte per unire generazioni e gruppi sociali diversi. «Perché possa esserci un vero scambio, le persone devono essere disposte a incontrarsi, a esprimere la loro verità. Il Mali di oggi ne ha un disperato bisogno».
Le brillano gli occhi per l’emozione quando parla della sua commedia, Sinankouya, che racconta la tradizione di prendersi in giro tra parenti, anche fra gruppi etnici diversi, in cui la risata e il confronto aiutano a capirsi meglio.
Fin dall’inizio l’Anw jigi art si è dedicata alla creazione di uno spazio in cui le donne possono parlare liberamente, rivendicare il loro posto nella società e stimolare il cambiamento.
Nei gruppi di dibattito con le donne della comunità si trattano argomenti considerati tabù: menopausa, mestruazioni, divorzio o violenza di genere. Senza giudicare o imporre il proprio punto di vista, gli scrittori e gli attori le ascoltano con attenzione, raccogliendo frammenti di vita che poi trasformano in testi teatrali.
Un esempio è il progetto Moussoya gundo (‘Segreti di donne’), in cui Tangara e gli attori della sua compagnia mettono in discussione i dettami religiosi e le barriere socioeconomiche. Lo spettacolo ha creato uno spazio di dialogo tra donne provenienti da contesti diversi, nel corso del quale sono stati accesi i riflettori su quei vincoli religiosi e sociali che le costringono a essere sottomesse.
Ispirati dalla realtà
Tangara vuole che il suo teatro sia radicato nella realtà e ispirato alle esperienze delle persone più vulnerabili: «Andiamo da loro, ascoltiamo le loro storie e, a partire da quelle, cominciamo a scrivere».
I suoi spettacoli non vanno in scena solo nei teatri tradizionali, ma prendono vita nelle strade, nei mercati, nei cortili e perfino a bordo dei sotrama, i sovraffollati minibus di Bamako. Questa scelta è significativa: lei vuole parlare negli spazi dove le persone portano avanti le loro lotte quotidiane. E questo ha fatto sì che, nel tempo, il lavoro dell’Anw jigi art sia diventato una forma di attivismo culturale.
A volte rompere il silenzio può creare tensioni all’interno delle famiglie. Dopo aver assistito a rappresentazioni sul tema della violenza domestica, alcune donne trovano il coraggio di parlare e di denunciare. Non tutti gli uomini accolgono con favore questo cambiamento, perché stravolge norme consolidate, dettate dalla fede musulmana e da tradizioni radicate. Ma, nonostante le resistenze, Tangara e la sua compagnia non mollano.
Non tutti i temi possono essere affrontati facilmente negli spazi pubblici. L’artista ricorda un momento raggelante su un sotrama quando ha cominciato a parlare di stupro. «Al primo accenno è stato come se sul minibus non ci fosse più nessuno, anche se era strapieno. Prima avevamo parlato d’altro e le persone erano sembrate coinvolte e collaborative. Ma, nominato lo stupro, nessuno ha osato aprire bocca».
Tangara spiega che il Mali sta attraversando un periodo di crisi, con molte sfide da superare. «Come artista dovresti porti dei limiti quando tratti certi argomenti? Certo che no! C’è sempre un modo per affrontare le cose, bisogna solo scegliere il posto giusto. Dopo quel giorno nel sotrama abbiamo cambiato strategia».
Per rompere il silenzio che circonda il tema dello stupro, Tangara si è rivolta a un altro spazio di ascolto, alternativo e privilegiato: le tontine. Questi gruppi femminili esistono in quasi tutti i quartieri, posti di lavoro, famiglie o mercati, e servono a creare delle forme di risparmio collettivo, aiutando le donne a sostenersi a vicenda dal punto di vista economico. Allo stesso tempo offrono occasioni per parlare liberamente.
La nuova strategia di Tangara è stata sostenuta da un’emittente radio che è diventata partner dell’iniziativa per sapere perché nelle tontine si affrontasse un argomento tabù. Questo ha contribuito ad amplificare il progetto e a portare il tema dello stupro fuori dei circoli delle tontine e dei sotrama.
Anche se Tangara non si definisce un’attivista, il suo lavoro a sostegno dei diritti delle donne parla da sé. Solo la decisione di stabilirsi in un quartiere che non offriva nulla dal punto di vista culturale riflette la sua lotta e il suo impegno. Grazie a lei, l’Anw jigi art è diventata uno spazio di espressione per i giovani e un rifugio per le donne. I suoi spettacoli in bambara arrivano al cuore della comunità, permettendo alle voci dimenticate di essere ascoltate e alle ferite invisibili di guarire.
Dolci e macchine da cucire
Alla periferia di Bamako incontro una donna che sta ispezionando attentamente i dolci che ha preparato quella mattina stessa per gli ordini della giornata. Si muove con disinvoltura, come se lo facesse da una vita. Aminata, che ha circa trent’anni, è coinvolta nell’Anw jigi art fin dalla fondazione nel 2012. Oltre al teatro, l’associazione sostiene economicamente le ragazze che vogliono imparare un mestiere. Il sogno di Aminata è sempre stato diventare una pasticciera e, con quest’aiuto, le è bastato procurarsi la carta d’identità. Tutto il resto è stato fornito dall’associazione.
Oggi, con un diploma in mano, ha avviato una piccola attività di catering e ha assunto altre cinque donne che, a loro volta, sostengono le loro famiglie. «Prima non riuscivo a provvedere a me stessa. Ora sono indipendente», afferma con orgoglio. Ha anche cominciato a coltivare peperoncini in un piccolo appezzamento di terreno di sua proprietà e a trasformare i prodotti locali per venderli.
Il sostegno che ha ricevuto è andato ben oltre l’indipendenza finanziaria: frequentando l’Anw jigi art, la sua idea della famiglia, dell’istruzione e del ruolo delle donne è molto cambiata. «Prima, quando rimproveravo i miei figli, alzavo la voce. Ora non lo faccio più: mi prendo il tempo di parlare con loro e ascoltarli».
Aminata racconta come alcune rappresentazioni teatrali le abbiano aperto gli occhi, aiutandola a capire che non dovrebbero esserci discriminazioni di genere: «Prima mia figlia si occupava di tutte le faccende domestiche mentre i fratelli giocavano. Ora tutti condividono le incombenze, anche se alcuni vicini mi criticano per questo».
Aminata fa parte di una nuova generazione di donne che stanno rompendo con la tradizione e rifiutano di essere confinate al ruolo di casalinghe: «Un uomo da solo non può mantenere una famiglia. Ogni donna deve dare il suo contributo».
Poco lontano, in una casa silenziosa, un’altra donna, Fatoumata, spinge il pedale della sua macchina da cucire. Si avvicina un’importante festa religiosa e lei ha molti ordini in sospeso da consegnare. Anche la sua vita è cambiata. Madre di tre figli, trascorreva giornate monotone desiderando di lanciare un’attività che le garantisse un reddito. Poi, un giorno, la sorella di Assitan Tangara l’ha messa in contatto con l’associazione. Oggi è al terzo anno di formazione in sartoria e riesce a mantenersi. Confeziona abiti per i suoi familiari, guadagna un po’ di soldi e contribuisce alle spese domestiche. «Non dipendo più da mio marito per le piccole necessità della vita quotidiana. E lui è molto orgoglioso di me», dice sorridendo.
«Ho sempre creduto di dovermi limitare alla cura della casa e all’educazione dei figli. Ma ora so che posso fare di più», afferma con soddisfazione parlando del suo lavoro, che incuriosisce i suoi figli. «Quando mi vedono alla macchina da cucire, si avvicinano e vogliono copiare quello che faccio. Sono felice che anche mia figlia voglia imparare. Mi rassicura sapere che ha già capito di potersi costruire una professione e di non doversi limitare a fare solo ciò che ci si aspetta da lei».
L’associazione non si concentra soltanto sulle donne, ma anche sui bambini, che fin da piccoli si avvicinano all’arte attraverso la narrazione, il teatro, la scrittura e la scenografia.
Tangara ricorda un momento durante un workshop, quando un bambino di dieci anni, superando la timidezza, ha improvvisato una scena sui litigi in famiglia. «Perché i genitori ci sgridano sempre invece di spiegarci le cose?», ha chiesto davanti agli altri.
Quel giorno, con il suo coraggio ha rotto il silenzio, proprio come quando una bambina della stessa età ha inviato a Tangara un testo su sua madre, venditrice di ciambelle. «Mia madre è una regina per me: è coraggiosa come una leonessa», ha scritto con orgoglio la bambina.
In questo quartiere emarginato la pratica teatrale ha subìto una profonda trasformazione ed è diventata motivo di vanto. Grazie ai social media e all’incoraggiamento degli anziani, i giovani osano proclamare apertamente: «Siamo artisti».
Verità necessarie
Ritorno a Djalakorodji in un giorno di festa. Donne, giovani, rappresentanti delle istituzioni culturali, artiste e giornalisti si riuniscono nella sede dell’Anw jigi art sotto lo sguardo curioso dei bambini appollaiati sui tetti di lamiera, affascinati dalla magia del teatro.
Oggi sono in programma tre spettacoli per la cerimonia di chiusura del progetto Doni blon, noto anche come il “grande vestibolo della conoscenza”. La giornata segna il culmine di mesi di formazione per ragazzi e ragazze provenienti dalle scuole d’arte dei quartieri poveri, uniti da un unico obiettivo: raccontare la storia del Mali in un modo nuovo.
Nato dall’esigenza di crescere una nuova generazione di autrici e autori maliani, il programma ha visto la partecipazione di insegnanti del paese o di altre parti dell’Africa occidentale. È Moussa, un giovane regista, ad attirare la mia attenzione. Con un atteggiamento calmo, un tono misurato, ma parole che colpiscono nel profondo, presenta al pubblico due opere: una sulle devastazioni causate dalle sostanze stupefacenti tra i giovani, l’altra sulle ferite invisibili del divorzio. «Quando due persone divorziano, pensano solo a se stesse. Ma sono bambini e bambine a soffrire». È per loro che Moussa ha preso in mano la penna. Per trovare ispirazione, è andato per strada. «Ci immergiamo nei quartieri. Osserviamo. Le ragazze e i ragazzi navigano sui social media come se non avessero uno scopo, come se fossero tagliati fuori dal mondo… Alcuni pensano che sia figo. Ma cosa ne ricavano alla fine?».
Per Moussa il palcoscenico è il mondo intorno. Il suo lavoro non ha niente a che fare con la finzione. Per lui il teatro non è solo intrattenimento, ma uno spazio artistico per sensibilizzare e far riflettere: «Il teatro ti costringe a farti delle domande. Sono sulla strada giusta? Cosa devo cambiare?».
Come molti altri artisti dell’Anw jigi art, Moussa ha scelto un teatro di prossimità, immerso nella vita quotidiana. Per lui qualsiasi argomento può essere affrontato, purché lo si faccia con onestà e senza giri di parole. «Se abbiamo paura di toccare certi temi, allora abbiamo già fallito. La nostra missione avrà perso il suo significato», spiega.
La lotta che porta avanti non è solo culturale, ma anche sociale e politica. Tuttavia, come Tangara, anche lui rifiuta l’etichetta di attivista. «Sono un regista che dice verità necessarie, nei luoghi in cui devono essere dette».
Assitan Tangara trasforma i quartieri svantaggiati in una fonte d’ispirazione collaborando con artisti come Moussa. Il loro lavoro riflette la realtà sociale e crea uno spazio di espressione per gli invisibili, le cui voci raramente vengono ascoltate. Visti nel loro insieme, gli spettacoli dell’Anw jigi art fanno molto di più che fornire una speranza ai giovani, per quanto preziosa. Trasformano l’arte in dialogo, libertà ed emancipazione.
(Internazionale, 16 gennaio 2026)
Rileggere oggi due articoli di James W. Prescott (Body Pleasure and the Origins of Violence, 1975, e The Origins of Human Love and Violence, 1996) significa confrontarsi con una critica radicale a uno dei luoghi comuni più persistenti del pensiero occidentale: l’idea che la violenza sia inscritta nella natura umana.
La tesi di Prescott è netta: la violenza non è innata, ma nasce dalla mancanza di contatto, tenerezza e prossimità affettiva nei primi anni di vita. In altri termini, è il prodotto di un corpo che non è stato sufficientemente accolto. L’approccio dello psicologo dell’evoluzione colloca dunque l’origine della violenza sul piano corporeo e relazionale, prima ancora che su quello culturale o simbolico. È una proposta sorprendente, soprattutto perché formulata da un uomo, e che può essere ulteriormente arricchita dal pensiero della differenza sessuale, il quale introduce un elemento decisivo e spesso rimosso: il ruolo delle madri nella costruzione dell’essere umano.
Prescott mostra come il corpo sia, in primo luogo, un’eredità materna e come la qualità del contatto fisico nei primi mesi e anni di vita incida profondamente sulla futura capacità di relazione. Un bambino o una bambina toccati con dolcezza, ascoltati e accolti crescono con l’esperienza corporea che la prossimità è buona e che l’altro non è una minaccia. Al contrario, la carenza di contatto comunica al corpo che l’intimità è rischiosa, che la relazione espone, che la distanza protegge. Una tesi già innovatrice negli anni Settanta, che oggi dialoga con una consapevolezza più matura del ruolo materno come prima fonte di umanizzazione.
La madre è infatti la prima mediatrice del mondo: la prima pelle, la prima voce, la prima misura del desiderio e del limite. Non per una concezione essenzialista della biologia, ma per una realtà concreta e storica: nelle nostre società le madri continuano a sostenere la gran parte del lavoro di cura, spesso in solitudine. Sono loro, nella pratica quotidiana, a introdurre i figli e le figlie alla relazione con l’altro. Prescott lo suggerisce implicitamente; il pensiero della differenza sessuale lo esplicita: la relazione materna costituisce la prima grammatica del legame, il primo simbolo della differenza tra sé e l’altro.
Nei suoi lavori, Prescott rileva come gli uomini crescano spesso con una povertà affettiva e tattile strutturale, che li rende più vulnerabili alla frustrazione e più inclini a compensare la mancanza di relazione attraverso il dominio, il controllo e la forza. Tuttavia, è proprio qui che emergono i limiti del suo impianto teorico. In alcuni passaggi, infatti, l’autore scivola verso una colpevolizzazione implicita delle madri, senza interrogarsi a fondo sulla responsabilità maschile e paterna nella costruzione di questa deprivazione relazionale. È un punto in cui pesa l’orizzonte patriarcale da cui Prescott non riesce completamente a emanciparsi.
Il contributo più fecondo della sua ricerca resta però l’idea che la violenza derivi da un fallimento della relazione, non da un eccesso di aggressività naturale. Incrociando dati antropologici, psicologici e neuroscientifici, Prescott mostra come le società che negano il contatto corporeo ai bambini siano anche quelle caratterizzate da alti livelli di violenza interpersonale, guerra, gerarchie rigide e uso sistematico della punizione.
La violenza maschile contro le donne può allora essere letta come l’esito estremo, ma non inevitabile, di questa mancanza di relazione. È il segno di un’incapacità maschile di reggere l’alterità senza viverla come minaccia, di un’educazione che insegna a temere l’intimità e a trasformare la vulnerabilità in potere.
Questa lettura non assolve in alcun modo gli uomini autori di violenza. Ma, una volta chiarita questa premessa imprescindibile, l’intuizione di Prescott rimane preziosa: la prevenzione della violenza non può esaurirsi nelle politiche penali o nei dispositivi di protezione delle vittime. Deve cominciare molto prima, nella vita primaria, nei piccoli corpi, nella qualità delle relazioni quotidiane.
Non è accettabile, come accade in Prescott, attribuire alle madri una responsabilità che è invece collettiva e strutturale. Occorre piuttosto affermare con forza la responsabilità maschile e paterna nella cura dei neonati e degli infanti, e riconoscere alle madri un’autorità reale, politica e concreta, che passi attraverso i tempi del lavoro, i servizi di sostegno alla cura, il riconoscimento sociale della funzione materna, la fine della solitudine educativa.
Prescott ci ricorda che la pace è anche un sapere del corpo. Le madri questo sapere lo praticano da sempre, ma la cultura dominante non ha ancora imparato ad ascoltarlo. Se vogliamo una società almeno meno violenta, dobbiamo ripartire da qui: dalla differenza sessuale, dal corpo e dalla madre come prima e radicale fonte di relazione.
(www.libreriadelledonne.it, 15 gennaio 2026)
Crescendo a Gaza, ho imparato che per essere un uomo dovevo trattenere le lacrime, nascondere i tremiti e soffocare il dolore. Ma come potevo trattenere tutto questo quando tutto intorno a me era crollato?
Sono diventato uomo sotto i bombardamenti, in un mondo che raramente considera le vite di persone come me meritevoli di protezione o persino di cordoglio. Il genocidio israeliano in corso a Gaza non solo ha rubato la vita ai nostri familiari e vicini, ma ha anche sistematicamente smantellato e rimodellato il nostro senso di identità, comunità e personalità.
Fin da piccolo ho imparato che come uomo avrei dovuto proteggere, provvedere e rimanere saldo in qualsiasi circostanza. Ma fin dall’inizio ho capito che questo compito sarebbe stato completamente diverso per me rispetto a molti altri ragazzi in tutto il mondo.
Avevo nove anni la prima volta che sono sopravvissuto a un attacco aereo. Stavo andando a scuola quando una bomba ha squarciato la strada su cui camminavo con i miei compagni di classe. Quando la cenere e la polvere si sono diradate, sono corso a casa superando i miei compagni di classe, alcuni dei quali erano già morti, altri urlavano, privi di arti.
Quando finalmente sono arrivato a casa, tutta la mia famiglia stava piangendo. Ricordo distintamente di aver guardato mia madre tremante e di aver detto qualcosa di troppo grande per un bambino: «Mamma, sono un uomo. Nessuno dovrebbe piangere per me». Con una certezza che solo un bambino è in grado di avere, ho aggiunto: «So come sfuggire alla morte».
Da quel momento, sono sopravvissuto a più di dieci attacchi. Ma ora, all’età di ventisei anni, e dopo quasi due anni di questo genocidio, mi sono reso conto che lo stoicismo e la fermezza richiesti agli uomini palestinesi sono quasi impossibili.
Come posso essere un “protettore” quando i jet da combattimento riducono la mia casa in macerie, i droni in volo ci privano del sonno e lo sfollamento forzato diventa l’unica garanzia? Come posso “provvedere” quando il blocco israeliano durato diciotto anni ha decimato la nostra economia, il suo assedio intensificato continua a farci morire di fame e avvicinarsi a un camion degli aiuti significa rischiare la morte?
Ho perso mio fratello Nour in questo caos. Era un agente di polizia dedito alla sicurezza dei civili. È scomparso durante il bombardamento israeliano di Khan Younis. La mia famiglia ancora non sa cosa gli sia successo.
Nella cultura gazawi, il nostro senso di virilità è legato alla responsabilità verso la famiglia. L’assenza di Nour non solo ci ha spezzato il cuore, ma ha anche frantumato l’immagine che avevo di me stesso: il fratello maggiore, la guida, il protettore. Ma come uomo, responsabile di sfamare i miei dieci fratelli, non ho avuto il tempo nemmeno di iniziare a elaborare quel dolore.
Un giorno, mentre mi allontanavo dalla nostra tenda, la mia sorella più piccola mi ha chiesto dove sia Nour. Non posso mentirle di nuovo, ma non posso nemmeno distruggere la piccola speranza che ha costruito. Raccolgo pezzi di legno e metallo rotto, fingendo che servano per il fuoco o per ricostruire, quando in realtà sto solo tenendo le mani occupate per evitare che il mio cuore esploda.
Ogni notte seppellisco Nour nei miei pensieri e ogni mattina lo riporto in vita nei miei ricordi. Quando non ci sono bombardamenti, mi siedo in riva al mare, ai confini di Gaza, dove l’acqua è libera anche se noi non lo siamo, e mi lascio andare al pianto senza emettere alcun suono.
È così che elaboro il genocidio: in silenzio, di nascosto, a pezzi. Non posso urlare davanti a mia madre. Non posso crollare davanti a mio padre. Sono il loro figlio e ai loro occhi sono ancora il loro scudo, anche se dentro di me mi sento distrutto.
Ma non sono solo. Il danno emotivo subito dagli uomini palestinesi è incalcolabile. Un rapporto del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione del 2022 sugli uomini nelle zone di conflitto ha messo in guardia dal “doppio trauma”: il dolore fisico e psicologico aggravato dalle aspettative sociali che esigono silenzio, stoicismo e soppressione emotiva.
A Gaza, dove l’assistenza sanitaria mentale è quasi inesistente e lo stigma rimane elevato, gli uomini interiorizzano tutto. I dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità precedenti alla guerra indicavano solo 0,2 psichiatri ogni 100.000 persone. Il poco sostegno alla salute mentale che avevamo un tempo è sepolto sotto le macerie.
Eppure, nonostante le circostanze inimmaginabili, continuo a testimoniare la tenerezza degli uomini che sostengono la sopravvivenza delle loro famiglie.
«Ho tenuto mia figlia in braccio tutta la notte dopo che la pioggia ha distrutto la nostra tenda», mi ha raccontato Mahmoud, un padre che ho intervistato in un campo vicino a Rafah. «Dovrei essere il suo scudo, ma ero bagnato fradicio e impotente». La sua voce si è incrinata.
Quell’incrinatura era sfida, non debolezza. Lasciando che la sua voce tremasse, lasciando che qualcuno fosse testimone del suo dolore, stava rifiutando l’aspettativa che gli uomini palestinesi debbano essere sempre stoici. Stiamo iniziando a rivelare le nostre crepe gli uni agli altri.
Ibrahim Abu Naji, padre di quattro ragazzi, ha condiviso qualcosa che mi ha colpito nel profondo: «Essere un uomo a Gaza in questo momento significa scegliere di rimanere affamati piuttosto che partecipare alla corsa per il cibo che arriva sui camion degli aiuti».
Si riferiva alle scene che si sono verificate in tutta Gaza negli ultimi mesi, dove, a causa dell’assedio paralizzante di Israele, folle affamate di palestinesi si precipitano disperatamente verso i camion che trasportano cibo per afferrare tutto ciò che possono. Israele ha successivamente sfruttato queste scene di caos per giustificare la chiusura di tutte le operazioni di aiuto internazionale a Gaza, prima di istituire un proprio meccanismo di distribuzione degli aiuti che funge da veicolo per la pulizia etnica.
Prima del 7 ottobre, Abu Naji lavorava nell’edilizia in Israele, ma dall’inizio della guerra ha perso ogni fonte di reddito. «La mia fame diventa una forma di protesta», mi ha detto. «Non li aiuterò a distruggere quel poco di dignità che ci è rimasta».
In arabo, la parola che descrive più da vicino la virilità non è la traduzione letterale, rujula, ma karama, ovvero “dignità”. Nonostante la deliberata disumanizzazione del nostro popolo e la svirilizzazione dei nostri uomini, Gaza sta dando vita a un nuovo tipo di mascolinità: non basata sul militarismo, ma sulla chiarezza morale e sulla dignità, anche nella fame. Nonostante i continui bombardamenti, ricostruiamo le nostre tende e le nostre vite più e più volte.
Nelle mie interviste con altri uomini sfollati, sono emersi nuovi modelli di virilità. «Essere un uomo significa mantenere i miei figli calmi quando sono terrorizzati dal cielo», mi ha detto Abu Omar, trentasette anni. Un altro ha spiegato: «Pensavo di dover essere sempre forte. Ma ora mi lascio andare alle lacrime e lascio che mio figlio mi veda piangere».
Lasciando che i propri figli vedano il loro dolore, la loro paura e la loro debolezza, i padri dimostrano la loro vera forza. Le nostre lacrime non sono un segno di debolezza, ma un atto di ribellione in un mondo che cerca di schiacciare la nostra umanità. Le nostre emozioni e la nostra riluttanza a diventare insensibili a questo dolore sono una forma di resistenza.
Questi momenti rivelano qualcosa che raramente si vede nei servizi giornalistici internazionali: dietro le immagini dei militanti o delle vittime ricoperte di macerie ci sono uomini intrappolati tra il genocidio e il peso di dover sostenere una concezione ereditaria della mascolinità. I media globali spesso riducono gli uomini palestinesi a stereotipi – minacce o statistiche – privandoci della nostra complessità e umanità.
Eppure, tra le rovine, sta prendendo forma qualcos’altro.
Oggi a Gaza sta emergendo una mascolinità diversa, che abbraccia la vulnerabilità, la cura e la tenerezza. Gli uomini cucinano pasti in rifugi affollati, confortano i bambini, piangono apertamente mentre stringono i corpi senza vita dei loro nipoti e raccontano storie di dolore.
Stiamo iniziando a dare un nome ai nostri traumi ad alta voce. E questa trasformazione non è apolitica, è un atto di sfida.
Nonostante il nostro dolore, gli uomini continuano a portare il peso di correre dei rischi, attraversando i bombardamenti per procurarsi acqua o cibo, perché è troppo pericoloso per le donne o i bambini farlo. Ma ora, essere un uomo non significa solo essere forti, significa essere presenti. Essere l’uomo che piange e continua a rischiare la vita per procurarsi i beni di prima necessità, che porta sia l’acqua che il dolore.
Questa è la nuova mascolinità che stiamo costruendo qui. Una mascolinità che non riguarda solo la sopravvivenza, ma anche il rimanere umani. Uomini che piangono in pubblico, che cambiano i pannolini nelle tende, che condividono il dolore con estranei: questi uomini stanno forgiando un nuovo tipo di mascolinità, che rifiuta il dominio e abbraccia la cura.
Ricostruire le nostre identità distrutte richiederà generazioni. Ma rivendicare ciò che significa essere un uomo – gentile, spezzato, in via di guarigione e ancora in piedi – è un inizio.
Gli uomini palestinesi meritano di essere visti non come militanti o ombre, ma come persone complete con cuori fragili e fardelli impossibili. Porre fine all’occupazione non significa solo restituire la terra, ma anche restituire la dignità. Ciò significa ricostruire le case, riparare ciò che si è spezzato dentro di noi e reimmaginare come presentarci a noi stessi e agli altri.
Gaza, 30 giugno 2025
Abdallah Aljazzar è un palestinese gazawi. Attualmente sta studiando per un master alla Maynooth University in Irlanda, dove è coordinatore del programma per gli studenti palestinesi provenienti da Gaza.
(+972 magazine, 30 giugno 2025)
Dialogo con un’analista iraniana, anonima per motivi di sicurezza: «La composizione sociale in termini di classe, etnia e generazione è più eterogenea rispetto a Donna Vita Libertà per la natura intersezionale delle istanze rivendicate. I monarchici stanno operando una sofisticata manipolazione, ma nel paese non hanno consenso»
Di quanto sta avvenendo in Iran abbiamo parlato con una analista e scienziata politica iraniana, residente all’estero, che per motivi di sicurezza chiede di restare anonima.
Che notizie le giungono, nonostante il blocco di internet?
Il blackout informativo senza precedenti imposto dall’8 gennaio ha reso quasi impossibile reperire informazioni attendibili. Nonostante ciò, i social media sono riusciti a diffondere video e immagini delle proteste, anche se verificarne l’attendibilità è arduo. Da stamattina [ieri, ndr] alcuni iraniani sono riusciti a effettuare brevi telefonate all’estero: uno spiraglio di speranza che le comunicazioni potrebbero riprendere. Le notizie che mi sono giunte confermano ciò che sospettiamo: un contatto ha definito la repressione un vero e proprio “genocidio”. Le immagini delle famiglie assiepate negli obitori per riconoscere i propri cari hanno fatto il giro del mondo. L’atmosfera di Teheran mi è descritta come pesantemente militarizzata e securizzata, le persone che devono lavorare continuano una parvenza di normalità, ma le strade sono ogni giorno ingorgate dal traffico di chi non vuole ritrovarsi fuori al calar del sole. Mi è giunta anche voce di un calo apparente dell’intensità delle manifestazioni, giustificata dalla brutalità della repressione. Ma si tratta di informazioni inevitabilmente parziali.
L’attuale mobilitazione giunge ad appena tre anni dallo scoppio di Donna Vita Libertà e dopo vent’anni di proteste cicliche. Quanto le mobilitazioni precedenti hanno influito?
È difficile operare una distinzione netta tra motivazioni e istanze economiche e politiche, e non sono convinta che sia corretto farlo; riuscire a comprare il pane o permettersi un affitto è una questione estremamente politica. La società iraniana si trova in un ampio ciclo di mobilitazioni strutturali, non dobbiamo dimenticare quelle del 2017 e del 2019. Se diversi anni fa esitavo a definire le diverse proteste come strutturalmente antiregime, dal 2022 non sembra esserci dubbio: la caduta della Repubblica islamica è ormai un nodo centrale. Mi rattrista sentire da più fonti che gli slogan legati a Donna Vita Libertà abbiano subito una marginalizzazione: le proteste successive alla morte di Jina Mahsa Amini erano fortemente segnate da istanze femministe e progressiste, hanno contribuito alla nascita di un nuovo immaginario politico e sociale, la cui eredità oggi è meno evidente. Occorre interrogarsi su quali elementi le stanno oscurando.
La mobilitazione è mossa da speranza di cambiamento? O al contrario, dalla perdita delle illusioni?
Se per speranza di cambiamento intendiamo la fiducia nel riformismo interno, questa si è estremamente indebolita negli ultimi anni. La situazione economica disastrosa è sicuramente fonte di profonda disillusione e rabbia. Non vedo per ora quegli immaginari e slanci creativi che avevano distinto mobilitazioni precedenti.
Chi sono le persone nelle piazze? Si parla di background politici diversi, età diverse, classi sociali diverse.
Questo nuovo ciclo di proteste ha preso il via da soggettività spesso marginalizzate nelle rappresentazioni internazionali, ossia i lavoratori del bazar e i piccoli commercianti. C’è stata poi un’espansione della composizione sociale in termini di classe, generazione ed etnia, più eterogenea rispetto al 2022. Alcune province e popolazioni tradizionalmente poco presenti, come curdi e azeri, si sono mobilitate, a dimostrazione della natura intersezionale delle manifestazioni e delle istanze rivendicate. È un elemento sorprendente solo per chi conosce l’Iran esclusivamente attraverso le lenti della borghesia urbana: queste minoranze sono oggetto di repressione e sorveglianza da decenni e hanno subito in modo drammatico l’ulteriore involuzione autoritaria degli ultimi anni.
E poi c’è il ruolo delle opposizioni all’estero, per lo più quelle monarchiche, che guardano con favore a un eventuale intervento Usa. Che consenso hanno tra la popolazione?
Mai come ora il ruolo e il potere delle opposizioni all’estero sono stati così dibattuti. La famiglia Pahlavi sta investendo enormemente in una propaganda che la legittimi come unica alternativa democratica. Reza Pahlavi si è ripetutamente proposto come figura di riferimento per un periodo di transizione post-Repubblica islamica. Un’artista iraniana ha definito quella dei Pahlavi una «sofisticata manipolazione mediatica»: secondo diverse fonti, circolano video modificati con l’intelligenza artificiale per gonfiare il supporto monarchico interno. In molti esprimiamo forti perplessità per via dei suoi stretti legami con la destra repubblicana statunitense e Israele, evidenti nel suo supporto dei raid israeliani dello scorso giugno. Come molti analisti iraniani hanno commentato, il sostegno a questa opposizione è più forte e rumoroso soprattutto nella diaspora, residente in maggioranza negli Stati uniti, e trova meno risonanza nelle piazze iraniane.
(il manifesto, 14 gennaio 2026)
Un attimo prima di essere uccisa a Minneapolis, non tradiva né paura, né soggezione ed è questa indifferenza un affronto intollerabile per l’agente dell’Ice. E per Trump
«Gli uomini temono che le donne ridano di loro. Le donne temono che gli uomini le uccidano», scriveva Margaret Atwood in Second Words. Sono queste le parole più calzanti per descrivere l’omicidio di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’Ice.
È stato il video filmato dal telefono dell’agente Jonathan Ross a restituire con chiarezza la sequenza degli eventi. Mostra, da un lato, Renee Good, donna bianca con cittadinanza statunitense che operava come osservatrice legale per monitorare i raid dell’Ice. Dall’altro, gli agenti dell’agenzia federale responsabile del controllo della sicurezza delle frontiere e dell’immigrazione. Il video riprende Good all’interno della sua auto, intenta in una conversazione leggera con la moglie Becca, mentre il cane siede nel sedile posteriore e i peluche del figlio sono in quello anteriore. «Guida, amore, guida», le sussurra la moglie mentre chiude la portiera dell’auto e Renee Good si rivolge all’agente sorridendo, «Amico, non ce l’ho con te». Qui, da fuoricampo, la voce di un agente le intima di scendere dall’auto.
«Fuori dall’auto. Fuori dall’auto. Fuori dalla cazzo di auto». Poi, il rumore di tre colpi di pistola. L’inesorabile schianto dell’auto di Good quando questa perde conoscenza. Le parole di Ross «Fottuta stronza» chiudono una scena in cui si alternano l’ironia delicata delle donne e la violenza degli agenti.
Negli ultimi giorni, questo video ha suscitato sconcerto e cordoglio in tutto il mondo. Ice out for Good (‘Ice fuori per sempre’, ‘Ice fuori per Renee Good’), ben riassume il sentimento prevalente nelle piazze, unite dalla richiesta di espellere l’Ice dalle città. Negli ultimi mesi, l’Ice ha ricevuto dall’amministrazione Trump finanziamenti superiori a quello di interi eserciti. Ha fatto raid e rastrellamenti su larga scala, oltre a settantamila arresti, la maggior parte dei quali persone incensurate. In questo quadro, una sola domanda non trova risposta adeguata: perché?
Kate Manne, filosofa politica e autrice di Down Girl. The Logic of Misoginy l’ha detto nel modo più chiaro. «È un caso di misoginia e di fascismo in azione», che emerge «con una chiarezza nauseante, prevedibile e tuttavia moralmente sconvolgente». In questo quadro, il tono disinvolto di Good è vissuto dall’agente come un oltraggio. «La rabbia che le donne suscitano quando mettono in discussione figure maschili di autorità», scrive Manne, «è un esempio archetipico di una dinamica di genere che ignoriamo a nostro rischio e pericolo». In questo quadro, la misoginia non va intesa banalmente come ostilità nei confronti delle donne. È la punizione che spetta a chi disconosce l’ordine patriarcale.
Subito dopo i fatti, Donald Trump ha definito Good come una «terrorista interna», che «guidava in modo turbolento», «ostacolava e opponeva resistenza», sino a costringere l’agente a sparare per legittima difesa. L’evidente discrasia tra le parole di Trump e i fatti è stata descritta come simbolo della post-verità, il modo con cui l’amministrazione Trump distorce la realtà per proteggere la propria legittimità politica. Le parole di Trump, tuttavia, potrebbero descrivere a un tempo i fatti in modo distorto e il suo sguardo in modo fedele. Potrebbero essere, in altre parole, false ai nostri occhi e vere ai suoi.
A partire dal testo classico di Richard Hofstadter Lo stile paranoide nella politica americana, la letteratura ha mostrato come la personalità autoritaria tenda a confondere le cause e gli effetti, i carnefici con le vittime, sino a sentirsi al centro di uno stato d’assedio con il compito di salvare la civiltà. In questo quadro, lo stato d’assedio descrive il timore che la gloria imperiale soccomba alle forze ataviche che la minacciano.
Prima ancora di essere falsa, la proiezione paranoica è una spettacolare messa in scena del mondo fantasmagorico della personalità autoritaria, ossessionata dalla paura che tutte le forze che le sono state subordinate si rivolteranno.
In questo quadro, non sorprende che l’omicidio di Renee Nicole Good sia stato interpretato, da alcuni, come un femminicidio perché il suo scherno è stato percepito come un oltraggio. Lo scopo della misoginia è usare premi e punizioni per educare le donne a essere deferenti nei confronti dell’autorità. Good non tradiva sottomissione, né paura, né soggezione, ed è proprio questa indifferenza a costituire un affronto intollerabile. Le donne e le persone migranti pagano ogni giorno il prezzo di un disciplinamento mai richiesto. Ed è tragico che questo diventi scandaloso solo quando diventa letale.
(il manifesto, 14 gennaio 2026)