
In Assemblea CNEL il ricordo della sua recente scomparsa
Nel corso dell’Assemblea del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro di questa mattina la consigliera Rossana Dettori, presidente del Comitato per le pari opportunità, ha ricordato Lia Cigarini, scomparsa lo scorso 20 aprile.
«Desidero dedicare un momento di questa Assemblea – ha dichiarato la consigliera Rossana Dettori– al ricordo di Lia Cigarini, figura di altissimo profilo intellettuale e politico, e storica femminista del nostro Paese, scomparsa lo scorso 20 aprile.
Molti conoscono Lia per il suo fondamentale ruolo nella libreria delle donne di Milano – di cui è stata fondatrice – e per i suoi studi pioneristici sulla libertà femminile, ma il suo grande contributo, che vorrei ricordare qui oggi, è sulla sua visione del lavoro.
Non credere di avere diritti (1987) è il suo libro più conosciuto, studiato anche nelle Università, nel quale l’autrice non si limita a chiedere il raggiungimento della piena parità, ma segnala la necessità, per le donne, di affermare la propria differenza per cambiare effettivamente il mondo.
Lia – prosegue Dettori – non ha mai considerato il lavoro come un semplice dato statistico, o una variabile economica, ma ci ha insegnato che il lavoro ha una profonda qualità relazionale – spesso dimenticata o sottovalutata – in cui si esercita la libertà di ogni persona e, in particolare, la libertà delle donne, attraverso il buon lavoro.
Lia, con il suo instancabile lavoro, ancora oggi, ci ricorda che ogni nostra decisione sul lavoro deve avere come obiettivo la valorizzazione della dignità e la rimozione di quegli ostacoli che impediscono – in particolare alle donne – di esercitare appieno la propria libertà, autorevolezza, e competenza.
Ricordarla qui oggi, significa, anche per noi, impegnarsi a fare di questa Istituzione un luogo dove la differenza non è un ostacolo, ma una risorsa, un valore e una grande ricchezza. Un luogo dove la politica non è gestione del potere, ma servizio alla collettività e cura e rispetto di chi vive lavorando nel nostro Paese.
Il suo esempio di donna libera, capace di dialogare con tutte le complessità, sia per noi un invito a lavorare con maggiore consapevolezza e responsabilità per il bene comune», conclude la consigliera.
(https://www.cnel.it/, 22 aprile 2026)
Avvocata e giurista, tra le protagoniste del femminismo italiano, è venuta recentemente a mancare. Il ricordo e il saluto di Fiom e Cgil

La sera di lunedì 20 aprile è morta Lia Cigarini (1937-2026) avvocata e giurista, tra le protagoniste del femminismo italiano. Con altre Lia ha fondato nel 1975 la Libreria delle donne di Milano.
Negli anni in cui nasce la Libreria delle donne nasce l’esperienza del femminismo sindacale, un’esperienza unica in Europa, in cui le donne unitariamente svilupparono riflessioni e lotte sul rapporto tra donne e lavoro.
Con il rinnovo del contratto del 1973 le metalmeccaniche e i metalmeccanici conquistavano le “150 ore retribuite”, uno spazio e un tempo di libertà che operaie, delegate e sindacaliste scelgono di utilizzare con incontri separati di sole donne «rivendicando un tempo tutto per sé nel quale riappropriarsi della cultura»; l’incontro con il movimento femminista le aiuta a ripensare il lavoro a partire dalla propria esperienza, dal pensiero politico e dalla pratica politica del movimento delle donne; con «il separatismo, l’autocoscienza, il partire da sé» le donne della Fiom e della Cgil iniziano a interpretare e leggere la condizione di lavoro a partire dall’esperienza.
Sono gli anni in cui il movimento delle donne attraversa e contamina tutti i rapporti sociali e il sindacato, un “dentro e fuori” che diventa ed è pratica politica, producendo una rivoluzione senza precedenti nella politica e nel costume; nella vita delle persone, il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, la legge sulla parità di trattamento salariale, l’aborto sono temi nella vita di ognuna di noi.
In ogni realtà sindacale e nelle fabbriche nasce l’esperienza dei collettivi di sole donne e dei coordinamenti delle donne; nasce la pratica di gruppi di donne che svolgono lavoro politico nel sindacato che si mettono insieme al di fuori delle regole dell’organizzazione e si danno una forma politica. Da questa pratica le donne del sindacato ricavano la forza di essere e fare il sindacato nei diversi livelli dell’organizzazione, determinandone l’azione di rappresentanza delle lavoratrici e dei lavoratori.
Qui incontriamo Lia, la Libreria delle donne di Milano e una radicalità di pensiero e pratiche politiche per il diritto e il lavoro, per la politica; incontriamo il femminismo della differenza perché siamo interessate alla questione di come «tradurre in realtà sociale l’esperienza, il sapere e il valore di essere donne» su cui stanno ragionando Lia e la Libreria nel Sottosopra verde, perché abbiamo la necessità di costruire nuovi rapporti di forza per arginare e contrastare la mistificazione a cui assistiamo sul tema della rappresentanza che costruisce recinti e riserve in cui rinchiudere l’esperienza delle donne.
È una relazione durata e cresciuta nel tempo, da cui abbiamo ricavato forza nel continuo e reciproco scambio di pratiche e pensiero politico. Lia ci seguiva ed era interessata al nostro lavoro, alle nostre difficoltà, alle nostre conquiste; una mente politica e sindacale che individuava subito il punto in una discussione e una sapienza delle relazioni che appianava ogni ostacolo e valorizzava ogni esperienza. L’abbiamo invitata più volte a partecipare alle nostre iniziative, in Fiom e in Cgil, e sempre ha consegnato alla discussione un contributo che cambiava lo sguardo di tutte e di tutti.
L’ultimo incontro pubblico in occasione del convegno organizzato dalla Libreria in Sala Alessi a Palazzo Marino a Milano, una giornata di studio per riportare al centro il suo pensiero mettendone in rilievo la vitalità e la forza politica per l’oggi, dove abbiamo ragionato di libertà senza la quale non c’è dignità nel lavoro perché la libertà e il lavoro sono stati temi al centro della sua elaborazione politica e sono temi centrali nella nostra pratica sindacale.
Un saluto e un abbraccio Lia, dalla Fiom e dalla Cgil.
(https://www.collettiva.it/copertine/italia/leredita-di-lia-cigarini-evke1cgc, 22 aprile 2026)
«[…] per me materialista e atea libertà è l’unico nome che mi dà l’emozione dell’infinito come il mare e il deserto. […] La libertà resta affidata, nella prospettiva che qui io avanzo, alla forza delle pratiche politiche. E, prima ancora, alle coincidenze e all’infinità del desiderio di libertà delle singole e dei singoli» (Lia Cigarini, “Sopra la legge”).

Ho conosciuto Lia Cigarini molti anni fa, nel 1987 in Camera del Lavoro a Brescia dove, con Luisa Muraro e Clara Jourdan, era venuta, invitata dal Gruppo del Martedì della Camera del Lavoro e dall’Università delle donne di Brescia Simone de Beauvoir, a presentare il “Sottosopra blu”.
In quell’incontro è nato un rapporto politico e di amicizia con Lia e la mia relazione con la Libreria delle donne e, nel corso degli anni, con un pensiero politico e una pratica da cui ho ricavato – in un movimento continuo tutt’ora in corso – una forza generativa che prima non avevo mai sperimentato e che ha cambiato la mia militanza politica e sindacale.
I ricordi si affollano numerosi e disordinati e ricordo Lia nei convegni del Gruppo B del Virginia Wolf alla Casa internazionale delle donne a Roma; quando, con altre, richiama il femminismo a discutere dopo 36 anni a Paestum; partecipa, in Camera del Lavoro a Lecco, al convegno sulla rappresentanza del lavoro con un intervento dal titolo “Rappresentare e contrattare a misura dei soggetti in carne e ossa”; in Cgil nazionale, a cinquant’anni dall’autunno caldo e dal contratto nazionale dei metalmeccanici del 1969, cambia il paradigma e ricostruisce per il gruppo dirigente della Fiom nazionale le lotte del decennio che precedono quella stagione sindacale raccontando lo sciopero del 1960 degli elettromeccanici a Milano (per Lia l’autunno caldo operaio nasce a Milano con la lotta degli elettromeccanici e non, come tutti spiegano, a Torino in Fiat), spiegando che in quella lotta «sono venute fuori allora tre figure che domineranno l’intero decennio e oltre: i giovani operai più scolarizzati dei precedenti, le operaie e gli studenti, ragazze comprese. Questa lotta io ho avuto la fortuna di viverla dall’interno. Ero infatti a Milano segretaria del Circolo A. Banfi, composto per lo più da studenti comunisti. Abbiamo iniziato da subito a unirci ai picchetti operai davanti alle fabbriche […] e volantinato all’università per dare notizie sullo sciopero […]». All’assemblea nazionale delle metalmeccaniche, parlando della Libreria e del Gruppo Lavoro, dice: «Abbiamo cominciato a pensare che la narrazione sia qualcosa di prioritario, non solo quella delle donne che già la facevano ma anche quella del lavoro operaio e subordinato in genere»; segue la discussione e dice «Si sente la forza della vostra pratica e delle vostre relazioni, brave». Questa era Lia quando veniva in Fiom.
Negli anni gli scritti, gli articoli, gli interventi di Lia – sul lavoro, sul diritto, sulle pratiche politiche delle donne – attraversano la mia storia; scopro che è quella che firma il primo scritto femminista sulla rivista “Il manifesto” nel 1969; è lei che mi racconta lo sciopero, nel 1902 a Milano, delle bambine sfruttate e sottopagate e la storia delle “piscinine”.
Penso a Lia e si affollano, numerosi e disordinati, i tratti distintivi del suo modo di stare al mondo. L’empatia che stabiliva istintivamente con le persone, la semplicità con cui discuteva di temi e concetti complessi, la capacità di stare senza strappi nelle discussioni animate e conflittuali, la ricerca continua di un’interlocuzione in particolare con le giovani donne, l’umanità che non perdeva mai di vista il merito, la curiosità e l’apertura nei confronti del mondo e delle esperienze, la ricchezza delle sue analisi, della sua esperienza, del suo pensiero che mi aprivano spiragli e mondi sempre nuovi.
Nel gennaio del 1983 Lia, insieme alle donne della Libreria, scriveva sul Sottosopra verde: «C’è dentro di noi una voglia di stare al mondo da signore, in grande, di avere con le cose sicura familiarità, di trovare di volta in volta i gesti, le parole, i comportamenti conformi al nostro sentimento interno e rispondenti alla situazione, di andare fino in fondo nei pensieri, nei desideri, nei progetti. La chiameremo voglia di vincere».
Questo desiderio di stare al mondo da signore mi ha poi accompagnato, è stata per me una misura preziosa.
Il rapporto politico e di amicizia con Lia negli ultimi anni ha preso più spazio e più tempo; in questi incontri ogni tanto ritornava agli anni della guerra e della resistenza, al confino e alla scelta della clandestinità di suo padre e della sua famiglia a Torino, alla sua formazione giovanile, alla scelta radicale di uscire dal PCI e di dar vita al primo gruppo femminista in Italia, il Demau; e raccontava anche di Milano e dei cambiamenti della città che amava. Ne conservo un bel ricordo, ho guadagnato uno sguardo – il suo – sulle vicende politiche che hanno attraversato l’Italia, e sulle cause e ragioni in campo, di cui le sono grata.
Ma soprattutto Lia tornava – sempre e da sempre – sull’importanza di garantire continuità all’esperienza della Libreria, di un luogo aperto sulla strada, come tratto distintivo della pratica politica del femminismo della differenza. Voleva assicurarsi che ne avessimo compreso fino in fondo il valore per la politica delle donne.
Lia oggi non è più fisicamente in Libreria ma il suo pensiero non è mai andato via, è il precedente di forza di cui la Libreria ha bisogno per ricercare l’agio che serve per stare al mondo da signore.
(http://www.libreriadelledonne.it/, 22 aprile 2026)
Lunedì 20 aprile è morta la femminista Lia Cigarini, una delle fondatrici, nel 1975, della Libreria delle donne di Milano. Lì è nata nel 1987 la nostra rivista Aspirina, di cui era direttora responsabile/irresponsabile la scrittrice Bibi Tomasi. Da lì Aspirina è uscita nel 2018 diventando Erbacce.

(Erbacce, 22 aprile 2026)
A.D., la donna che ha lanciato i suoi tre figli e poi se stessa dal terzo piano, abitava a meno di un km dalla mia casa di famiglia dove mi trovo adesso. Siamo tutti sconvolti. Conosco persone che la conoscevano, e non avevano mai percepito segnali di disagio mentale grave, salvo una lieve depressione post-partum (che però, si sa, può rivelarsi devastante). Non è neanche vero che fosse circondata da un deserto di solitudine sociale, perché frequentava assiduamente la comunità parrocchiale che è appunto una vera comunità, ricca di rapporti non formali e con a capo un sacerdote di rara sensibilità. Leggo giudizi come al solito troppo istintivi e affrettati. Io credo che si debbano sospendere, e che la sola cosa da fare sia chiedersi se siamo diventati tutti/e ciechi/e davanti al disagio mentale, o se il disagio mentale sia talvolta così muto da essere indecifrabile.
(facebook, 22 aprile 2026)
Una frequentazione lunghissima, fatta di scambi quotidiani e politici, con la scoperta dell’autocoscienza come inchiesta delle donne su loro stesse
Non riusciva a sorridere quando l’ho vista l’ultima volta nell’ospedale dove dopo l’ictus era stata ricoverata per riprendersi e tornare alla vita. Era arrabbiata, Lia, perché non riusciva ancora a parlare, sebbene si sforzasse per farlo. Intorno, nelle pur belle sale dell’edificio destinato alle lunghe degenze, molte persone in carrozzina che chiacchieravano animatamente fra loro, relativamente serene. Lia invece, resa muta dalla lentezza della sua guarigione, e dunque isolata da tutti, non sorrideva.
Ripartita per Roma quella sua immagine corrucciata mi è restata impressa, ho continuato a pensarla così, mortificata, e aspettavo di liberarmi anche io dai miei malanni per poter tornare a Milano al più presto e trovarla finalmente guarita. Non è stato così: ieri all’alba sul mio telefono un primo messaggio, che mi ha avvertito che la sera prima Lia se ne era andata.
La mia amicizia con Lia Cigarini ha una data antica, più antica di quella in cui il suo contesto – pensieri, riflessioni, esperienze e anche amicizie – è diventato il femminismo. La mia amicizia molto stretta con lei nasce dalla Fgci, lontani anni ’50, quando Lia diventa la prima segretaria dell’organizzazione di una delle grandi città italiane, Milano. La mia stessa organizzazione, io a Roma a dirigerne il settimanale Nuova Generazione. Tutte e due impegnate in un lavoro «da maschi», o meglio coperto dall’imbroglio del neutro, soddisfatte perché all’epoca esser donne significava essere «un po’ meno», un po’ più stupide, più malaticce, più debolucce. Per difendersi non c’era che travestirsi da maschi. E così erano tutte quelle che all’epoca frequentavamo. Erano gli anni in cui stava prendendo forma quella che fu poi chiamata l’area ingraiana, la sinistra da cui è poi nato il Manifesto, e ci trovavamo a Milano, a via Bigli, a casa di Rossana Rossanda, con Lucio Magri, Michelangelo Notarianni, Achille Occhetto, Luca Cafiero. Ho ancora le lettere – non c’erano i telefoni cellulari e perciò si comunicava così – che commentano quegli incontri, i più giovani che chiamano ancora Rossana «signora Banfi».
Scusate se vi parlo di quella stagione, ma Lia per me nasce lì, anche se poi lei scopre il femminismo ben prima di me ed è a lei che debbo le prime illuminazioni. Il Manifesto è già nato, ed è dal suo numero 2,1969 che Lia ne spiega il significato, come Demau, il primo nucleo del femminismo della differenza. È grazie a Lia che ho cominciato a sapere e a capire; è grazie a lei che ho scoperto la straordinaria importanza dei gruppi di autocoscienza, di cui quando sono nati ero diffidente, non capivo perché le donne volessero essere sole a parlarsi fra di loro, non avevo neppure intuito che avevano bisogno di fare un’inchiesta su loro stesse, per cominciare ad afferrare cosa voleva dire essere donne, «un lavoro lungo tutta la vita», come scrisse Simone de Beauvoir.
A Milano io andavo sempre a dormire da Lia, all’epoca a via Legnano, dove ha vissuto per alcuni anni con Aldo Tortorella. Nella casa, in bagno, c’erano due lavandini e per tutta l’epoca in cui proprio a Milano si andava avvicinando la rottura che portò alla nostra radiazione, al mattino ci ritrovavamo a lavarci i denti insieme ad Aldo, che invece col Manifesto non ebbe mai a che fare. E ricordo che lui mi si rivolgeva arrabbiato e mi diceva: «sei una pirla, proprio una pirla». Lia fu invece vicina al Manifesto perché a dargli vita sono stati i suoi migliori amici – Lucio, Michelangelo, Achel, io – ma il suo impegno e interesse era già tutto per il femminismo. Che tuttavia non è stato speciale solo per essersi qualificato a partire dalla differenza femminile e dunque di tutto quanto a questo fa seguito, ma senza mai perdere l’attenzione per la battaglia politica direttamente legata al conflitto di classe, un terreno diverso, certo, da quello del movimento operaio ma anche per molti aspetti comune.
Lia è stata, infatti, assolutamente unica, nel panorama del femminismo, nel restare legata al sindacato, occupandosi delle operaie (le prime, ricordo, furono quelle della Siemens), presente sempre a tutti i convegni Fiom, partecipe di tutti i problemi diversi ma anche comuni. Lo provano tanti dei suoi scritti. E vorrei che tutti andassero a rileggerli oggi, in una fase in cui si ridiscute se sia possibile che esistano due movimenti – quello delle donne e quello dei maschi – e però possa continuare a esistere un solo Partito. È l’interrogativo che si è imposto fino all’ultimo a Rossana, come testimoniano i suoi scritti in preparazione di un libro che avrebbe dovuto scrivere sull’argomento insieme a Balibar, appunti ritrovati dopo la sua morte sul suo computer.
Gabriele Polo li ha ritrovati e ne ha fatto un interessante libro. Un solo partito, ribadisce Rossanda, perché c’è anche un nemico comune: il capitalismo, giacché non penseremo mica che si possa rendere vincente la nostra rivoluzione femminile nell’ambito di questo sistema così lontano per via delle sue strutture e dei suoi valori come questo per cui gli esseri umani sono solo merce.
E a proposito della rivoluzione: in queste settimane tutte dedicate a celebrare l’anniversario del voto alle donne mi sono sentita fare cento volte domande su cosa quelle donne che votarono allora per la prima volta si aspettavano dagli anni a venire, anni che con il loro voto per la prima volta avevano potuto contribuire a delineare. Ebbene: mi è venuto in mente che certo le aspettative furono tante e molte furono anche soddisfatte. E però nessuna, proprio nessuna avrebbe mai pensato che il futuro sarebbe stato segnato nientemeno che da una rivoluzione, la sola vincente pur con tutti i suoi limiti, e la sola di dimensioni mondiali: quella femminile! Non è cosa da poco.
Ma Lia non c’è più, e non riesco a rassegnarmi.
(il manifesto, 22 aprile 2026)
Addio alla protagonista del femminismo della differenza, se ne va a 89 anni. Tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano. Nel 1995 è uscito «La politica del desiderio» che raccoglieva i suoi scritti e cruciale è stato il suo volume «Non credere di avere dei diritti». Moltissimo le devono anche i successivi e i precedenti «Sottosopra» e la rivista «Via Dogana»
Da alcuni anni in qua, alle piccole e deliziose ossessioni che la caratterizzavano Lia Cigarini aveva aggiunto l’invito ricorrente a scrivere autobiografie femministe. Altrimenti, diceva, poco o niente resterà di noi, salvo un pensiero astratto consegnato a una saggistica per poche, laddove solo la narrativa può restituire a tante i mille piani, i colori e i sapori di quella straordinaria avventura esistenziale e politica, personale e collettiva che abbiamo avuto la fortuna di vivere e che va sotto il nome approssimativo di «femminismo».
Lei stessa si doleva di aver raccontato molto di sé, e del rapporto fra dimensione del sé e dimensione della politica e della storia, nei primi anni del movimento, e troppo poco in seguito. Aveva ragione, come sempre del resto. Infatti come restituire, oggi che lei se n’è andata senza lasciarci un’autobiografia, i mille piani della sua vita? Come scrivere l’essenziale che lei non affidava alla scrittura, bensì allo scambio di parola faccia a faccia, alle relazioni in carne e ossa, al realismo della pratica? Come descrivere la sua figura asciutta ed elegante, il sorriso aperto e ironico, la sigaretta che chiudeva ogni pasto prima della frutta quando lei si alzava dal tavolo e si sdraiava su un divano? E come dire della sua grandezza politica, di quella sua aura che per tante di noi ha fatto da bussola per decenni, in un mondo senza bussole e pieno di idoli senz’aura?
Meglio seguire la scia luminosa dei ricordi. Roma, primavera 1983, un’assemblea affollatissima di donne riunita a discutere il «Sottosopra verde» Più donne che uomini con «le milanesi» venute a presentarlo: fu lì che incontrai di persona Lia per la prima volta (e con lei Luisa Muraro, e capii quale forza può avere una relazione fra due donne), e fu un incontro decisivo – anche per la mia vita professionale, come forse ricordano lettori e lettrici d’antan di questo giornale.
Era un tempo confuso, con tanti e tante pronti/e ad annettere il destino del femminismo alla parabola discendente della sinistra ex sessantottina o alle false promesse della modernizzazione craxiana. Quel testo fulminante raccoglieva la radicalità del femminismo degli anni Settanta e la rilanciava in un lessico inedito – desiderio, agio, voglia di vincere – che da un lato tagliava i ponti con il paradigma dell’oppressione femminile proprio della sinistra storica, dall’altro alzava la scommessa della libertà femminile sottraendola al neoliberalismo montante. Era tracciata la sagoma del femminismo della differenza per i decenni a venire: di lì a poco avrebbe proseguito l’opera Non credere di avere dei diritti, il libro-cult della Libreria delle donne di Milano che molto deve a Lia, come molto, moltissimo le devono i successivi e i precedenti «Sottosopra» e la rivista Via Dogana.
Flashback su Milano, 1966. Una non ancora trentenne Lia Cigarini «si aggirava un po’ stordita – sono parole sue – dopo la sconfitta della sinistra comunista all’XI Congresso del Pci, decisa solo a non rifare alcuna esperienza di partito, e con in mano uno scritto che parlava di trascendenza anziché di questione femminile»: era Il maschile come valore, proto-testo del femminismo della differenza stilato dal collettivo Demau e pubblicato nel 1969 sulla rivista de il manifesto: molto di quello che abbiamo sviluppato in seguito viene da lì. Sarà poi su iniziativa di Lia che vedrà la luce nel 1975 la Libreria di Milano, a tutt’oggi, per le amiche ma anche per chi amica non ne è mai stata, la più importante e più longeva istituzione del femminismo italiano.
Lia l’ha abitata e animata come sovrana «signora del gioco» fino all’ultimo, e la concepiva come una finestra sul mondo: alla lettera, un posto aperto sulla città, diceva sempre, dove le donne entrano, escono, si incontrano, parlano, si scambiano idee, leggono i giornali, discutono i libri, intrecciano amicizie e amori, portano desideri e progetti.
Dall’incontro del 1983 nacque tra noi un’amicizia inossidabile, fatta di molti accordi nonché di qualche disaccordo («sei troppo pessimista», mi diceva spesso, e io «sei tu troppo ottimista»). Le cartoline raccontano di riunioni in Libreria, seminari al Centro Virginia Woolf di Roma, convegni all’estero, vacanze al mare, il tutto in un clima di felice baldanza in cui la chiave della differenza ci apriva, o sembrava aprirci, tutte le porte necessarie per colpire al cuore con la nostra critica la crisi della politica tradizionale. Anzi maschile, precisava sempre Lia, perché è la politica maschile a declinare, da quando non ha trovato risposta all’altezza della sfida lanciata dalla libertà femminile.
A un certo punto, nel ’95, a Liliana Rampello venne l’idea di raccogliere gli scritti di Lia disseminati per ogni dove, e Luisa Muraro mi chiese di introdurli. Così ce ne andammo tutte e tre a Manarola, dove un mare pieno di meduse invitava più a lavorare che a nuotare. Il libro uscì per Pratiche con il titolo La politica del desiderio, e nel 2020 è stato aggiornato agli scritti di Lia più recenti e ri-editato per Orthotes a cura di Stefania Ferrando e Riccardo Fanciullacci, con una intervista di Riccardo in cui Lia ripensa il proprio percorso.
Non è una autobiografia, ma molte tracce di vissuto pervadono la sua scrittura scarna e precisa e il suo ragionamento rigoroso su tutti capitoli del pensiero della differenza ai quali ha dato un’impronta indelebile: il rapporto fra pratica analitica e pratica politica (su cui era tornata nel volume a cura di Chiara Zamboni La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe, Moretti & Vitali 2020), il fantasma del materno (tema privo in Lia di retoriche rassicuranti), la libertà e l’autorità femminile, la critica della rappresentanza e dell’emancipazione, il rapporto fra politica e diritto («la politica è sopra la legge»), la priorità delle pratiche sulla teoria, la centralità del lavoro nelle vite femminili. Nessun grazie di quelli che le dobbiamo colmerà il vuoto di una intelligenza e di uno stile inimitabili.
(il manifesto, 22 aprile 2026)
In Cisgiordania i coloni israeliani sottopongono donne, uomini e bambini palestinesi a violenze sessuali e ad altre forme di abuso basate sul genere con l’obiettivo di allontanarli dalle loro terre. È quanto emerge da un rapporto del West Bank Protection Consortium guidato dal Norwegian refugee council che denuncia come molestie, aggressioni e umiliazioni sessualizzate siano tollerate dalle forze israeliane presenti sul terreno in un clima di impunità che favorisce ulteriori abusi. Nell’audio che avete ascoltato un giovane palestinese intervistato dalla CNN racconta l’umiliazione subita dai coloni che dopo averlo spogliato gli hanno legato i genitali con delle fascette e lo hanno mostrato ai suoi familiari. Ma ad essere prese di mira come conferma il rapporto sono soprattutto le donne e le ragazze. Ne parliamo con Cecilia Dalla Negra giornalista e autrice di “Questa terra è donna, movimenti femminili e femministi palestinesi” pubblicato da Astarte.
Il Norwegian Refugee Council è un’organizzazione umanitaria internazionale che da oltre 75 anni sostiene le popolazioni costrette alla fuga o forzatamente espulse in contesti di conflitto che ha appena pubblicato questo report in cui attraverso numerosissime interviste e focus group realizzati nella Valle del Giordano nell’area centrale della Cisdordania e nelle colline a sud di Ebron, dunque in area C, l’area interamente sottoposta controllo amministrativo e militare israeliano che rivelano un uso sistematico di violenza di genere, violenza sessuale, abusi e minacce rivolte in particolare contro donne e minori e commesse dai coloni israeliani nella totale impunità.
Il rapporto prende in esame il periodo conseguente di ottobre del 2023 e configura queste violenze come una vera e propria strategia volta a terrorizzare la popolazione palestinese in qualche modo costringerla alla fuga dai propri villaggi. Entriamo un po’ nel dettaglio del rapporto e di cosa racconta, quali violenze documenta e con quali conseguenze per i palestinesi e le palestinesi.
Il rapporto ci dice qualcosa che in realtà la popolazione palestinese denuncia da sempre, in particolare ciò che rileva è che il 70% delle persone intervistate considera queste violenze o minacce di violenze di genere sessuali come un displacement driver, vale a dire la ragione principale per abbandonare case e villaggi.
Ci dice che queste violenze si inseriscono evidentemente in un contesto di sistemica violazione e abuso coloniale esteso che però è enormemente aumentata dopo l’ottobre del 2023, basti pensare che si registrano nella sola Cisgiordania occupata oltre 1800 episodi di violenze e si stima che adesso ci siano oltre 50.000 persone a rischio. E infine ci dice che violenza di genere e violenza sessuale sono pattern, cioè un comportamento ripetuto nel tempo che irrompe anche negli spazi domestici e privati, dunque con irruzioni dentro le case, dentro le camere da letto, negli spazi più intimi in cui le donne abitano con delle conseguenze gravissime sia a livello evidentemente fisico e psicologico immediato ma anche in seguito allo sfollamento forzato, se pensiamo che la maggior parte dei minori e delle minori che poi si ritrovano in uno stato appunto di sfollamento non hanno poi accesso o continuità allo studio e che per le donne c’è una gravissima conseguenza di perdita dell’indipendenza economica e del lavoro. La violenza sessuale non è una novità nei contesti di guerra, in questo caso però non è un effetto collaterale del conflitto ma fa parte di una strategia che punta ad allontanare i palestinesi dalle loro terre.
Possiamo parlare di un trasferimento forzato?
Possiamo decisamente parlare di un trasferimento forzato che, è utile ricordarlo, rappresenta un crimine di guerra secondo la Convenzione di Ginevra e per il diritto internazionale umanitario. Purtroppo l’uso della violenza sessuale di genere in Palestina ad opera della potenza coloniale israeliana che si tratti dell’esercito, dunque delle forze armate regolari, o della popolazione di coloni è tutto fuorché una novità e, come ampiamente dimostrato, è stata utilizzata già nel 1948 durante la Nakba, la catastrofe palestinese, proprio per terrorizzare la popolazione e spingerla a lasciare le proprie terre. All’epoca furono centinaia di migliaia le persone costrette ad abbandonare città e villaggi e sono numerosissimi i casi di violenza sessuale che sono stati testimoniati.
È stata usata sistematicamente anche come forma di deterrenza alla partecipazione politica delle donne nel corso dei decenni, se pensiamo all’utilizzo che viene fatto dello stupro all’interno delle carceri come ampiamente denunciato dalle prigioniere, dalle detenute politiche palestinesi, purtroppo è utilizzata ancora oggi, quindi sono tutte strategie volte evidentemente a tormentare la popolazione e fare in modo che abbandoni la propria terra.
Anche se non sono le uniche, come ci dice il rapporto, le donne palestinesi sono le principali vittime di violenze e abusi sessuali e tu ti sei occupata in particolare proprio della loro condizione sotto l’occupazione israeliana. Al di là degli abusi sessuali, in quale modo specifico l’occupazione agisce sulle donne palestinesi?
Da un punto di vista materiale, agisce in una fittissima rete di checkpoint che costellano tutto il territorio della Palestina occupata e ai controlli corporali e violenti a cui le donne sono sottoposte nell’attraversamento di queste frontiere di fatto.
Pensiamo alle limitazioni alla libertà di movimento, di studio, all’accesso alle cure, al lavoro, anche alla stessa organizzazione politica a cui vengono sottoposte evidentemente queste frontiere coloniali, hanno sui corpi femminili un peso diverso rispetto a quello che hanno sui corpi maschili sebbene l’intera popolazione palestinese sia sottoposta a un regime di violenza sistemica ed estesa. Le condizioni di militarizzazione e di violenza a cui assistiamo in Cisgiordania, nella striscia di Gaza non ne parliamo, non sono certo favorevoli evidentemente per la libertà e l’autodeterminazione delle donne, ma c’è anche un aspetto simbolico da tenere in considerazione, che riguarda il controllo dei corpi femminili palestinesi necessario alla potenza coloniale per esercitare il suo dominio: è centrale la loro capacità generativa di riproduzione della popolazione della Palestina stessa, della capacità di resistenza, e dunque sono corpi che da sempre rappresentano una minaccia demografica che Israele tende a voler controllare nel suo progetto di colonialismo di insediamento che, quindi, ha come obiettivo la permanenza e lo sterminio della popolazione indigena. Dominio coloniale e patriarcato sono sistemi di oppressione interconnessi come stai dicendo, si intrecciano.
Che ruolo hanno avuto e hanno le donne nella lunga storia di resistenza palestinese?
Hanno avuto un ruolo assolutamente centrale, in primis nel rendere evidente questa interconnessione esistente tra esercizio del potere coloniale e sistema patriarcale perché il primo evidentemente sfrutta, nutre e rinforza le gerarchie di genere esistenti all’interno della società per poterla meglio controllare. Questo è vero storicamente in tutti i contesti coloniali e lo è anche nella storia del colonialismo israeliano. E poi le donne hanno avuto un ruolo assolutamente di primo piano nella resistenza a cui, anche se qui insomma se ne sa molto poco, hanno in realtà preso parte sin dall’inizio del novecento e poi lungo tutto il corso della storia palestinese e hanno avuto un ruolo di primo piano anche nella risignificazione di questa violenza subita. Se pensiamo ad esempio alle denunce che a un certo punto le prigioniere palestinesi, rinchiuse nelle carceri coloniali, iniziano a fare tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, denunciando apertamente gli stupri e le violenze subite nelle carceri e quindi riappropriandosi anche di quell’onore che la potenza coloniale voleva togliere loro e, come direbbe oggi Giselle Pellicot, “la vergogna doveva cambiare lato”, che loro avevano tutto il diritto a far parte della resistenza volta alla liberazione nazionale, nonostante appunto contro di loro siano state utilizzate forme di tortura sessuale.
(Il Mondo, podcast di Internazionale, 22 aprile 2026)
È morta Lia Cigarini.
Per noi è stata una figura politica di riferimento: una presenza capace di orientare il pensiero e di aprire domande che restano. Avvocata, tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano e protagonista della pratica dell’autocoscienza, ha tenuto insieme con rigore pensiero e vita, senza mai cadere nell’astrazione né nell’ideologia.
Ci ha mostrato che la libertà femminile non si dà dentro un modello già definito, ma nasce da uno spostamento di sguardo e di posizione nel mondo.
Nel femminismo ha aperto una pratica generativa: una libertà che passa dal desiderio, dal linguaggio, dalle relazioni tra donne.
E ha insistito su un punto che resta decisivo: la politica delle donne non è una parte separata, ma un modo di interrogare l’universale a partire da sé, senza rinunciare a farlo entrare in gioco. Con la Libreria delle donne ha dato corpo a questa ricerca dando vita ad uno spazio politico attraversato da relazioni, lavoro e confronto, dove il sapere delle donne resta processo vivo.
La “politica del desiderio” che ci lascia è un invito esigente: partire da sé senza chiudersi in sé, attraversare la realtà senza ridurla, continuare a cercare forme di libertà non già date.
Il dolore oggi è reale. E insieme resta ciò che Lia ha reso possibile. Con gratitudine.
(https://www.facebook.com/share/p/1DiSadDmgB/, 21 aprile 2026)
È morta lunedì Lia Cigarini, aveva 89 anni ed era un’avvocata femminista, autrice di saggi e fondatrice (nel 1975) della Libreria delle donne, centro storico della cultura femminista italiana e internazionale.
La Libreria delle donne di Milano, con profondo dolore, condivide la notizia: «Con la morte di Lia Cigarini perdiamo una delle menti politiche più lucide e argute del femminismo italiano. Perdiamo una grande donna, iniziatrice di imprese femministe, ispiratrice di percorsi, presenza capace di aprire pensiero e indicare passaggi di libertà. Ci mancherà la sua presenza fisica, la sua voce, il suo modo inconfondibile di leggere le situazioni e di trovare quasi senza esitazione il punto politico decisivo. Ci mancherà il suo rigore e la sua capacità di vedere più a fondo e più avanti. Ci mancheranno le sue mani affusolate che si muovono al ritmo del suo pensiero, il suo sorriso, la bellezza del suo viso. La Libreria, che è la sua creazione e la sua casa, non resta senza di lei in un senso assoluto. Il suo pensiero, le sue parole, la sua pratica politica continueranno ad accompagnarci e resteranno come orientamento e come eredità viva».
Cigarini era stata Parigi a seguito di un invito giunto al gruppo femminista dell’Autocoscienza di Milano a un grande convegno in Normandia, da parte delle femministe francesi. Fecero prima tappa a Parigi dove visitarono la Librairie des femmes, dalla quale rimasero incantate. Appena rientrate in Italia, la decina di partecipanti al convegno francese si riunirono piene di entusiasmo per fondare anche a Milano qualcosa di simile. L’idea era quella di valorizzare le grandi scrittrici dell’epoca, perché se oggi le donne dominano il mercato editoriale, al tempo la scrittura femminile era presa poco in considerazione. Chiesero in affitto al Comune un locale minuscolo in pieno centro, e lo ottennero. Si riunivano due o tre volte a settimana per scegliere i libri da proporre e ci impiegarono nove mesi a decidere i titoli, con già tutto pronto e un’architetta del gruppo che aveva messo da un pezzo gli scaffali, pagati con i pochi fondi che avevano. Non riuscivano a decidersi e a fare l’inaugurazione. Quando Feltrinelli e Longanesi diedero loro dei libri in conto vendita, si decisero ad alzare la saracinesca. I vigili si presentarono subito a fare i controlli perché insinuavano che non avessero una regolare licenza. Ma dopo i primi tentativi di boicottaggio, la libreria iniziò a essere frequentata.
(Corriere della Sera – Milano, 21 aprile 2026)
Era nata nel 1937, avvocata e giurista, cinquantun anni fa creò con altre donne un luogo diventato punto di riferimento per il femminismo
Aveva ottantanove anni, e la sua vita l’aveva spesa per i diritti delle donne. È morta ieri Lia Cigarini, tra le fondatrici nel 1975 della Libreria delle donne di Milano. Avvocata e giurista, autrice di molti saggi femministi e, negli anni Novanta, tra le anime del Gruppo lavoro della Libreria delle donne, ispirando anche percorsi di femminismo sindacale.
A ricordarla è, tra tante e tanti, una delle anime di oggi della Libreria, Laura Colombo: «Con la morte di Lia Cigarini perdiamo una delle menti politiche più lucide e argute del femminismo italiano. Perdiamo una grande donna, iniziatrice di imprese femministe, ispiratrice di percorsi, presenza capace di aprire pensiero e indicare passaggi di libertà. Con Luisa Muraro e altre ha fondato la Libreria delle donne di Milano nel 1975 e a questa sua creatura ha dato intelligenza e visione, insieme a tempo, fedeltà e presenza concreta, non separando il pensiero dall’opera necessaria a tenerlo vivo dentro un luogo. Fino alla malattia ha fatto il suo turno il sabato pomeriggio. Il suo modo di abitare la politica prende corpo nelle responsabilità assunte e nella cura di un luogo ritenuto essenziale per il valore che può rappresentare per tutte. Lia desiderava che la Libreria avesse una vetrina aperta sulla strada, una porta aperta per chi si affaccia e per chi entra».
C’è poi, un ricordo personale: «Io l’ho conosciuta nel Gruppo lavoro, alla fine degli anni Novanta. All’inizio la temevo. La sua autorità era grande e grande era l’illuminazione che sapeva dare con le sue parole. In lei c’era una forza di intelligenza che metteva soggezione perché obbligava a pensare meglio, a essere più precise, più vere, più all’altezza di ciò che stavamo facendo. Stare con Lia voleva dire non potersi accontentare. Col tempo l’ho conosciuta più da vicino. Ho fatto con lei un pezzo di strada e negli ultimi anni ho anche potuto starle accanto, sostenerla. Questo rende il dolore di oggi molto concreto, molto fisico, tocca la vita vissuta, i gesti, la vicinanza di una relazione. Ci mancherà la sua presenza fisica, la sua voce, il suo modo inconfondibile di leggere le situazioni e di trovare quasi senza esitazione il punto politico decisivo. Ci mancherà il suo rigore e la sua capacità di vedere più a fondo e più avanti. Ci mancheranno le sue mani affusolate che si muovono al ritmo del suo pensiero, il suo sorriso, la bellezza del suo viso».
(la Repubblica, 21 aprile 2026)
Bene! Il referendum costituzionale ha determinato la sconfitta dell’attuale governo e il ripudio delle modifiche costituzionali proposte: un risultato raggiunto attraverso la massiccia mobilitazione elettorale dei giovani e in particolare delle giovani donne, un no per la vita e l’esistenza e oltre gli schieramenti come chiarisce Laura Colombo.
Votare, partecipare a un presidio e manifestazione è importante, ma non mi basta e soprattutto non ci fa fare passi decisivi per esaudire i bisogni della comunità umana che sono ignorati dal sistema esistente. Provo una profonda insoddisfazione per una politica pubblica che per me si concretizza principalmente in cortei, presidi e votazioni.
Era il 2006 quando Erica Chenoweth, politologa americana specializzata in conflitti internazionali, si avvicinò quasi per caso allo studio della resistenza nonviolenta. Lo fece con aperto scetticismo: come molti nel suo campo, dava per scontato che la violenza fosse l’unico strumento capace di sfidare seriamente il potere. La Rivoluzione francese, l’Algeria, il Vietnam sembravano confermarlo.
Quello che scoprì, dopo due anni di analisi sistematica su oltre un secolo di movimenti di massa (dal 1900 al 2006), la sorprese: più della metà delle campagne nonviolente aveva avuto successo, contro solo un quarto di quelle armate. E questo indipendentemente dal tipo di regime, dalla conformazione geografica o dalla potenza militare degli avversari. I dati parlavano chiaro: la resistenza civile, che si radica fortemente in una politica delle relazioni, non è una scelta passiva né una rinuncia alla lotta. È una strategia più che efficace.
Il primo equivoco da sfatare è il più radicato: la resistenza civile non ha nulla a che fare con l’essere miti. Chenoweth lo dice esplicitamente: significa ribellarsi, costruire alternative reali attraverso metodi più inclusivi ed efficaci della violenza.
Come funziona? Non facendo leva sulla bontà d’animo dell’avversario, ma erodendo la base di consenso. Scioperi, boicottaggi, non cooperazione di massa, sit-in: questi strumenti non “convincono” i potenti, li isolano. Tolgono loro soldati, funzionari, fornitori, alleati. Quando le defezioni si moltiplicano, il potere crolla, non per buona volontà, ma per mancanza di sostegno.
Il movimento Otpor! in Serbia che cacciò Milošević, Solidarność in Polonia che mise in crisi il Partito Comunista, il Potere Popolare nelle Filippine che costrinse Marcos a dimettersi: non sono eccezioni fortunate, sono dimostrazioni di un meccanismo che si può riprodurre.
Uno degli elementi più significativi, e spesso trascurati, nella ricerca di Chenoweth riguarda il ruolo centrale delle donne nei movimenti di resistenza civile. Non come comparse, ma come strateghe, inventrici di tattiche e custodi della memoria collettiva.
Già nei primi anni del ’900 in Nigeria le donne igbo, per contrapporsi al tentativo del colonialismo britannico di limitare il tradizionale ruolo sociale, economico e politico delle donne, si rifiutarono collettivamente di permettere agli ufficiali coloniali di valutare le loro proprietà e di pagare le tasse corrispondenti. Organizzarono grandi manifestazioni e, facendo leva sui tabù locali, si spogliarono in pubblico, svergognando gli uomini che avevano scelto di appoggiare il regime coloniale. E in questo modo ripresero il loro ruolo, anzi lo ampliandolo, diventando capi di mandato e giudici; continuando queste iniziative anche negli anni successivi e avendo così un ruolo centrale nella successiva indipendenza della Nigeria.
A partire dalla Seconda guerra mondiale, furono i pochissimi movimenti che esclusero le donne dai ruoli di organizzazione e risultarono vincenti. Le ragioni sono strutturali: escludere le donne significa tagliare fuori almeno metà della popolazione, indebolendo la variabile più critica, la partecipazione di massa. Ma c’è di più: le donne portano reti sociali più ampie, conoscenze pratiche fondamentali (boicottare, sostenere uno sciopero nel tempo, ostracizzare chi nell’esercito si presenterà in servizio) e una creatività tattica unica.
Sono state le donne, per esempio, a inventare il cacerolazo, la protesta con pentole e padelle, in cui migliaia di persone restano al sicuro nelle proprie case, percuotendo ritmicamente le stoviglie vuote. Un rumore assordante che simboleggia la fame e il disgusto collettivo, senza esporre nessuno alla violenza di piazza.
Sono state le Madri di Plaza de Mayo a Buenos Aires a trasformare il dolore in resistenza, radunandosi ogni giovedì per decenni davanti alla sede del governo argentino per chiedere conto dei figli desaparecidos. Il loro coraggio morale contribuì a instillare coraggio in un intero movimento, che nel 1983 ottenne la transizione democratica. Le donne cilene sotto Pinochet fecero lo stesso, ballando da sole la cueca nella piazza del parlamento con le fotografie dei familiari scomparsi in mano – un gesto che attirò l’attenzione internazionale.
In Egitto, nel 2011, la venticinquenne Asmaa Mahfouz postò un video su YouTube sfidando gli uomini a dimostrare il proprio coraggio unendosi alle donne già in piazza Tahrir. Sono state donne nere queer a fondare Black Lives Matter; sono giovani donne a guidare il movimento globale per il clima.
La presenza femminile non è un dettaglio demografico: è una «risorsa strategica» che amplia le possibilità tattiche, rafforza la credibilità morale del movimento e ne aumenta l’universalità percepita.
Il decennio 2010-2020 ha registrato più rivoluzioni nonviolente di qualsiasi altro periodo documentato nella storia. Eppure i dati più recenti mostrano una tendenza preoccupante: i movimenti contemporanei subiscono una repressione più intensa rispetto al passato. Il motivo? Sono diventati più piccoli, più dipendenti dalle piazze e meno strutturati, con leadership diffuse ma deboli e una disciplina nonviolenta spesso incrinata da frange radicali, che finiscono per alienare i sostenitori e giustificare la durezza dello Stato.
Chenoweth individua cinque punti fondamentali: la resistenza civile è un’alternativa realistica e più efficace alla violenza nella maggior parte dei contesti; agisce erodendo le basi di potere dell’avversario, non convertendolo; include molto più della semplice protesta e scioperi, boicottaggi, strutture di mutuo soccorso, economie alternative; negli ultimi cento anni ha promosso la democrazia con meno crisi umanitarie rispetto alla lotta armata; e infine, anche quando non vince, funziona molto meglio di quanto i suoi detrattori vogliano far credere.
Come risolvere i conflitti senza armi e senza odio di Erica Chenoweth (Sonda Editrice, 2023) è un’introduzione empirica e accessibile alla resistenza civile, basata su decenni di ricerca e su migliaia di casi storici.
(www.libreriadelledonne, 16 aprile 2026)
Col senno di poi, organizzare un’intervista a Francesca Albanese in un bar non è stata la migliore delle idee. Prima ancora di iniziare, la cameriera voleva una foto con l’avvocata italiana per i diritti umani. Lo stesso ha fatto la cassiera. Poi è uscito il cuoco dalla cucina in divisa per una foto di gruppo. Anche alcuni clienti volevano farsi fotografare. Albanese si è dimostrata gentile con tutti e loquace in tre lingue, quindi l’intervista ha richiesto un po’ di tempo.
Albanese, quarantanove anni, ultimamente riceve ovunque accoglienze da rockstar, cosa insolita per gli esperti legali delle Nazioni Unite che lavorano a titolo gratuito. In altri tempi, il suo incarico – relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 – la condannerebbe all’anonimato. È una degli oltre quaranta relatori speciali, esperti di diritti umani nominati per svolgere indagini e redigere rapporti pro bono su aree problematiche.
Questi, tuttavia, non sono tempi ordinari. La ferita non rimarginata del conflitto israelo-palestinese ha dimostrato, di generazione in generazione, la sua capacità di contagiare il resto del mondo. L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha causato circa 1.200 morti, ha provocato una feroce reazione israeliana che ha ucciso più di 75.000 palestinesi a Gaza, ha costretto oltre il 90% della popolazione a lasciare le proprie case e ha ridotto in macerie la stragrande maggioranza del territorio.
Albanese non è stata la prima a definire la campagna militare israeliana un genocidio, ma è stata la prima persona con le iniziali ONU nel suo titolo a farlo. Negli ultimi due anni ha costantemente usato la sua voce non solo per condannare il governo israeliano e il suo esercito, ma anche la costellazione di stati e multinazionali occidentali che li hanno appoggiati. Il suo messaggio, espresso con enfasi di persona e in una serie di rapporti delle Nazioni Unite, è che viviamo in un sistema interconnesso che si è dimostrato capace di sterminio di massa.
A causa della sua posizione pubblica, Albanese ha ricevuto minacce di morte e la sua famiglia è stata messa in pericolo. Ha rischiato l’arresto in Germania per le sue dichiarazioni. L’amministrazione di Donald Trump l’ha nominata “cittadina specialmente designata”, un termine solitamente riservato a terroristi, narcotrafficanti e, occasionalmente, a dittatori sanguinari. È la prima funzionaria delle Nazioni Unite a ricevere tale designazione.
«È una brutta esperienza. Ti mette sullo stesso piano di assassini di massa e narcotrafficanti di portata internazionale», afferma Albanese. «È stato un paradosso dover affrontare una delle forme di punizione più dure senza un giusto processo, perché non mi è stata data nemmeno la possibilità di difendermi. Sono stata semplicemente sanzionata senza processo».
L’ordine esecutivo di Trump che sanziona Albanese vieta a qualsiasi persona o entità americana di fornirle “fondi, beni o servizi” – una definizione così ampia da essere stata paragonata a una “morte civile”. Il suo appartamento a Washington, acquistato quando lei e la sua famiglia vivevano nella capitale statunitense, è stato sequestrato. Non può più usare una carta di credito in nessun luogo del mondo, poiché quasi tutte le transazioni di questo tipo vengono elaborate da servizi con sede negli Stati Uniti. «Mi muovo con i contanti oppure devo chiedere soldi in prestito ad amici o familiari», afferma.
Accusa attivisti filo-israeliani con base a Ginevra di aver perseguitato suo marito, Massimiliano Calì, economista senior della Banca Mondiale, in una campagna che ha portato alla sua rimozione dal ruolo di responsabile del dossier siriano. «La Banca Mondiale è stata assolutamente vile», afferma Albanese. «Lui ha un curriculum impeccabile per tutti i suoi incarichi».
Calì e la figlia tredicenne della coppia, cittadina statunitense, hanno intentato causa contro Trump e alti funzionari dell’amministrazione presso il tribunale distrettuale federale di Washington per violazione dei loro diritti costituzionali ai sensi del primo, quarto e quinto emendamento e per sequestro di proprietà senza giusto processo. In base alle direttive delle Nazioni Unite, Albanese non può presentare la causa personalmente; un gruppo di professori di diritto statunitensi ha depositato un parere legale a sostegno della famiglia, avvertendo dell’“effetto paralizzante” che le sanzioni personalizzate hanno sulla libertà di parola.
La demonizzazione di Albanese da parte dell’amministrazione Trump non ha fatto altro che accrescere il suo status di eroina popolare agli occhi di alcuni. Fa parte di una piccola ma significativa rinascita della sinistra, alimentata dall’indignazione per Gaza in Occidente, che comprende anche la vittoria di Zohran Mamdani alle elezioni per la carica di sindaco di New York e l’ascesa di Zack Polanski e del Partito dei Verdi nel Regno Unito.
«I genocidi in Ruanda e in Bosnia non hanno suscitato questa reazione di massa», afferma Albanese. «Significa quindi che i diritti umani sono ora meglio compresi. Questa è una prova per l’universalità dei diritti e per l’umanità». La differenza nella risposta pubblica è dovuta in parte alla complicità occidentale. Il massacro in Ruanda è stato perpetrato con i machete, le esecuzioni di massa a Srebrenica con mitragliatrici e fucili d’assalto. Molti palestinesi a Gaza sono stati uccisi da bombe di precisione fornite dagli Stati Uniti, guidate da algoritmi di selezione del bersaglio assistiti dall’intelligenza artificiale. È a tutti gli effetti un genocidio del XXI secolo.
Parallelamente al suo impegno per i diritti umani, Albanese sta pubblicando un libro, “When the World Sleeps: Stories, Words and Wounds of Palestine” (‘Quando il mondo dorme: storie, parole e ferite della Palestina’), che è in parte un’autobiografia e in parte un’elegia per i palestinesi, per quella che lei considera la loro dignità sotto l’oppressione e la loro “rabbia senza odio”. Il libro è costruito attorno alle storie di dieci personaggi, a cominciare da Hind Rajab, una bambina di cinque anni uccisa nel gennaio 2024 a Gaza, rannicchiata sul sedile posteriore di un’auto di famiglia, insieme a quattro cugini, dopo ore di disperate richieste di aiuto telefoniche alla Mezzaluna Rossa Palestinese.
Tra i personaggi figura anche Alon Confino, un professore universitario italo-israeliano scomparso nel 2024, che prese le difese di Albanese quando fu accusata per la prima volta di antisemitismo. Era tra le centinaia di progressisti ebrei con cui aveva condotto una campagna contro le definizioni di antisemitismo che includono la critica allo Stato israeliano, una confusione di confini che, a loro dire, è pericolosa tanto per gli ebrei quanto per i palestinesi.
Albanese è stata molto criticata per aver tracciato parallelismi tra le politiche del governo israeliano a Gaza e il Terzo Reich, e per aver commentato positivamente un post a schermo diviso su X nel 2024 che paragonava Benjamin Netanyahu a Hitler.
Difende il suo utilizzo di parallelismi storici sostenendo che la comunità internazionale dovrebbe imparare dal passato per identificare, prevenire e fermare i genocidi che si stanno verificando ai giorni nostri. Ammette di avere dei rimpianti, ma solo in riferimento ad alcune dichiarazioni rilasciate nel 2014, quando affermò che gli Stati Uniti erano «dominati dalla lobby ebraica», un’espressione criticata in quanto riecheggia stereotipi antisemiti sul controllo ebraico sui governi nazionali. Insiste comunque sul fatto che tali commenti non fossero in alcun modo antisemiti.
«Non mi avete mai sentito dire nulla che si riferisca al popolo ebraico in modo dispregiativo, a parte il riferimento alla “lobby ebraica” che ho usato nel 2014, veramente per ignoranza sul fatto che potesse essere uno stereotipo». Afferma di essersi riferita in particolare al ruolo influente svolto nella politica statunitense dall’American Israel Public Affairs Committee.
In “When the World Sleeps” Albanese rintraccia le radici della sua dichiarata «intolleranza per l’ingiustizia» nella sua infanzia trascorsa in una piccola città del Sud Italia, in un mondo permeato dalla criminalità organizzata e dal clientelismo, in cui il successo di un cittadino dipende unicamente dalle sue conoscenze politiche. «Da giovane ero inorridita da questa mentalità per cui puoi essere bravo in quello che fai, ma non hai mai fiducia in te stesso, quindi chiedi sempre ai potenti: “Potreste aiutarmi, per favore?”», afferma.
Il suo disprezzo per questa corruzione dilagante le è stato ispirato dai suoi genitori, che si rifiutarono di soccombervi. I suoi modelli di riferimento erano i martiri della giustizia italiana: Paolo Borsellino, magistrato antimafia assassinato da un’autobomba nel 1992, e il suo collega Giovanni Falcone, ucciso nello stesso anno con la moglie e tre guardie del corpo quando la mafia fece saltare in aria un intero tratto di autostrada mentre la loro auto lo stava percorrendo. «Ho condiviso il dolore di una nazione per la perdita di queste due preziose figure della giustizia», afferma. «Questo ha piantato un seme importante in me».
Ha pensato a loro soprattutto quando ha iniziato a ricevere minacce di morte dopo aver presentato il suo rapporto sul conflitto di Gaza, intitolato “Anatomia di un genocidio”, nel marzo 2024. Un anonimo ha telefonato dicendo che sua figlia sarebbe stata violentata, indicando il nome della scuola che frequentava a Tunisi, dove vive la famiglia. Albanese si è rivolta alla polizia per chiedere protezione. Pur non fornendo dettagli sugli accordi presi, afferma: «Ho ciò di cui ho bisogno».
Descrive il periodo successivo ad “Anatomy of a Genocide” come «brutale». «È stato allora che ho iniziato a chiedermi: ne vale la pena? Ho due figli. E se facessero loro del male? Non posso assumermi questa responsabilità», afferma. Descrive il dilemma come una “questione irrisolta”, anche se ciò che dice subito dopo suggerisce che per il momento l’abbia risolta: «Sto mettendo molto in gioco, ma, allo stesso tempo, non ho alternative. Devo continuare a gettare acqua sul fuoco e ora ho un secchio più grande… e braccia forti».
La sua missione principale è il mandato delle Nazioni Unite che il suo team ha ricevuto per indagare e riferire al più alto livello internazionale, e intende continuare a impegnarsi a fondo per i restanti due anni del suo secondo mandato triennale. Crede di dover affrontare non solo i governi di Trump e Benjamin Netanyahu, ma anche le «élite predatorie» di tutto il mondo, pronte a difendere con la violenza un accumulo di ricchezze senza precedenti. La guerra di Israele contro la resistenza palestinese è solo uno dei tanti campi di battaglia, afferma.
L’anno scorso, la Germania ha tentato di impedirle di parlare e ha inviato la polizia antisommossa nel luogo in cui avrebbe dovuto tenere un discorso. La polizia l’ha persino minacciata di arresto per aver fatto riferimento a due genocidi perpetrati dalla Germania nella prima metà del XX secolo: quello dei popoli Herero e Nama in Namibia e poi l’Olocausto. Mettendo i due eventi sullo stesso piano, le è stato detto che aveva banalizzato l’Olocausto, il che potrebbe costituire un reato penale. Aveva anche definito l’area sotto controllo israeliano «dal fiume al mare», un’espressione vietata in Germania a causa del suo utilizzo da parte di Hamas.
Descrive il Regno Unito come più cortese in apparenza, pur aggiungendo: «[Keir] Starmer probabilmente mi odia tanto quanto [Giorgia] Meloni ed [Emmanuel] Macron». Descrive la repressione di Palestine Action da parte del governo britannico come «brutale» e il primo ministro come un «mostro» per aver sostenuto nel 2023 che Israele «ha il diritto» di interrompere la fornitura di elettricità e gas a Gaza: «Non sei affatto una persona che difende i diritti umani se dici una simile mostruosità. E l’università che ti ha dato la laurea in giurisprudenza dovrebbe revocartela».
Nel giugno 2025, Albanese ha pubblicato un rapporto intitolato “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, che mostrava come molte aziende in tutto il mondo, comprese quelle di fama mondiale, avessero investimenti legati all’occupazione israeliana dei territori palestinesi.
Prima della nostra intervista, ho chiesto ad altri esperti internazionali di diritti umani la loro opinione su Albanese, e ho riscontrato grande ammirazione per il suo impegno e il suo impatto, sebbene in alcuni casi si esprimesse rammarico per il fatto che avesse mescolato il linguaggio imparziale di un’avvocata con la retorica appassionata di un’attivista politica. Questo, secondo i detrattori, la renderebbe un bersaglio più facile per chi difende i crimini di guerra.
Albanese si è mostrata allegra e cordiale durante tutta la nostra conversazione, ma quando ho accennato a queste critiche hanno suscitato in lei un lampo di rabbia. «Quindi non farmi domande politiche», ha detto. «Questo è un approccio così paternalistico. Viene sempre dagli uomini».
Quando le faccio notare, con un certo imbarazzo ma con sincerità, che i commenti provenivano da donne, Albanese non si scompone. «Ci sono persone dominanti anche tra le donne», dice. «Mi scusi, perché non posso esprimere un’opinione politica? Tutto ciò che viene fatto è politico. Il modo in cui i diritti umani non vengono rispettati è politico. Ma siamo abituati a pensare per compartimenti stagni, quindi devo rimanere nel mio compartimento?»
In questo momento di tensione un’altra cliente del caffè, una giovane donna, si avvicina. «Posso interromperla per dirle che la ammiro? Grazie. Sta facendo un ottimo lavoro», dice ad Albanese. L’ammiratrice è greca e Albanese ne è felicissima, dicendole che presto presenterà la traduzione greca del suo libro ad Atene e che si incontreranno di nuovo in quell’occasione.
È un’ulteriore conferma della straordinaria visibilità e influenza della relatrice speciale. Una volta che la donna se ne è andata, Albanese, visibilmente rassicurata, affronta la possibilità di un futuro in politica. «In Italia, alcuni temono e altri sperano che io possa entrare in un partito politico. E, francamente, se ci fosse un partito che mi sembrasse davvero una casa abbastanza grande da permettermi di continuare a essere me stessa, lo farei», afferma, prima di aggiungere subito: «Non esiste».
Lei si considera troppo ancorata al secolo scorso, dice, con tutti i pregiudizi che ne conseguono. Ritiene invece che il suo ruolo sia quello di “fare spazio” ai membri di una generazione più giovane che siano «abbastanza saggi e umili da entrare in politica e prendersi cura di ciò che resta del nostro mondo».
La sera stessa, una lunga fila di studenti provenienti da tutto il mondo, molti con la kefiah palestinese al collo, si forma fuori dall’Università di Ginevra per ascoltare il discorso di Albanese. È il secondo evento a cui è stata invitata nel campus e la sala è gremita ben oltre la sua capienza di quattrocento posti.
Si rivolge alla folla nello stesso modo in cui parla in privato: con disinvoltura, umorismo, aneddoti e un approccio ampio. Offre una narrazione di speranza, affermando che il mondo è in piena trasformazione. «La giustizia fiorirà per voi e per i vostri figli», dice alla sala. «Abbiamo il potere di porre fine a tutto questo. Lo cambieremo. Insieme, stiamo facendo meglio. Questo è il primo genocidio che ha provocato uno sconvolgimento. La Palestina è diventata una ferita, ma è la nostra ferita».
Gli studenti applaudono praticamente a ogni frase e quasi tutti si fermano a fare domande. Una giovane donna georgiana si alza per dire che Albanese ha ispirato tutti quelli che la circondano. Un’altra donna chiede come trovare il coraggio politico, lasciando intendere di aver perso il lavoro per aver parlato apertamente di Gaza. Il consiglio di Albanese è di non arrendersi mai: «La mia vita è diventata un’altalena», dice riferendosi alle minacce di morte e alle sanzioni. «Non avrei mai immaginato di vivere senza una carta di credito, eppure ci riesco. Le persone mi aiutano. La mia libertà è più forte della mia paura. Sei sconfitta nel momento in cui smetti di combattere».
(The Guardian, 14 aprile 2026)
È nella cura, nelle relazioni e nella partecipazione la via per costruire una comunità inclusiva, capace di trasformare Venezia in uno spazio condiviso e solidale
In vista delle prossime elezioni amministrative, ci siamo chieste quale contributo può dare una piccola comunità come la nostra (labfem5.0) che da più di un anno ha messo al centro della propria ricerca e discussione la città, facendo attenzione ai suoi problemi, alle criticità e ai punti di forza. Abbiamo pensato alla città avendo presente il dibattito politico in corso e alla luce dell’elaborazione di urbaniste e architette contemporanee come Annalisa Marinelli, Elena Granata e molte altre che, prima di progettare case, ambienti, luoghi pubblici, si sono interrogate sulle difficoltà che complicano la vita quotidiana in città e hanno cercato soluzioni pratiche per rendere gli spazi urbani vivibili, facilmente accessibili, più sicuri e dinamici.
Abbiamo posto al centro, come cardine della vita in città, la relazione, forza viva della società, in cui coesistono dipendenza per la soddisfazione dei bisogni elementari e indipendenza di pensieri, progetti e aspirazioni.
Relazioni, cura, comunità sono state le parole-chiave che abbiamo cercato di tenere insieme nelle nostre discussioni. Assunte come criteri-guida dell’azione, queste parole aiuterebbero a governare la città secondo una prospettiva diversa da quella che tiene separate le numerose parti della città e non promuove legami di fiducia tra abitanti e istituzioni.
Il percorso che delineiamo richiede la disponibilità a spostarsi dalla competizione alla cooperazione, dall’individualismo alla relazione, dal soggetto neutro universale al riconoscimento della pluralità e delle diverse soggettività che abitano in città.
Proponiamo di abbandonare il modello di città basato sul gioco degli interessi individuali e le logiche del profitto e adottare, piuttosto, quello che concepisce la città come organismo vivente complesso e interconnesso, intreccio di legami che sostengono la vita delle e degli abitanti.
Occorre uscire dagli schemi e assumere la responsabilità di parole e gesti che restituiscano umanità e senso di possibilità. Occorre confrontarsi con la complessità e la forte conflittualità del mondo attuale, avendo fiducia nell’efficacia di una pratica quotidiana fatta di gesti, scelte, decisioni che vengono ancora prima della politica nei partiti, pratica che spesso è invisibile o data per scontata.
In un mondo in piena crisi ecologica, economica e di valori, la cura, intesa come ascolto e attenzione all’altro e all’altra, è secondo noi il principio più adeguato al governo della città, è una forma di intelligenza relazionale che tiene conto della nostra vulnerabilità, dà valore al lavoro invisibile su cui si regge la vita comune, riconosce il tempo necessario ai processi di cambiamento, non sacrifica le persone all’efficienza e consente di trovare di volta in volta soluzioni originali ai problemi.
Agire nell’orizzonte della cura restituisce alle persone la fiducia di essere tenute in considerazione e il piacere di legami sociali che danno senso all’esistenza.
Nel corso delle nostre discussioni ci siamo poste la domanda su che cosa fa comunità. Nella nostra città ci sono tante comunità legate a interessi o a diverse appartenenze culturali, linguistiche, sociali. Il problema è il passaggio dall’appartenere a una comunità specifica al sentirsi parte della comunità abitante e agire di conseguenza, con responsabilità e rispetto, avendo presente il bene della città in cui si abita. Occorre che ogni abitante possa sentirsi parte viva e attiva della città e della sua storia in continua evoluzione. Questo passaggio non è automatico, va pensato, favorito. Sono necessarie delle mediazioni perché ci sia partecipazione, accoglienza, inclusione.
Pensiamo che sia compito di un’amministrazione promuovere il senso di comunità, creando occasioni di partecipazione, istituendo spazi di incontro, di socialità, momenti di festa, di gioco, di discussione pubblica, manifestazioni culturali, artistiche, sportive.
Auspichiamo che la nuova amministrazione agisca in questa direzione e riconosca senso politico ai luoghi della partecipazione, traendo da qui indicazioni e orientamento per il governo della città.
(YTALI, 14 aprile 2026)
A quarant’anni dalla morte di Simone de Beauvoir, continuiamo a oscillare tra due tentazioni opposte: trasformarla in un monumento, oppure archiviarla come una pensatrice superata. Ma il problema, forse, è proprio questo: Beauvoir non si lascia incasellare. Non è una filosofa rassicurante né, tantomeno, monolitica. Non lo è mai stata. E anche il suo pensiero sulle donne è cambiato, si è trasformato nel corso dei decenni.
Quando nel 1949 pubblica “Il secondo sesso” – che oggi viene ripubblicato nella Pléiade, la celebre collana di Gallimard – compie un gesto di cui, ancora oggi, fatichiamo a cogliere la portata. Dire «non si nasce donna: lo si diventa» in un’epoca in cui il destino delle donne era ancora legato al corpo significava rivendicare un’uguaglianza che, di fatto, non esisteva. Significava dire che nessuna donna è condannata a ciò che è: che si può sottrarsi, costruirsi, inventare la propria vita a partire dai propri desideri.
Grande rivoluzione, dunque. Anche se la possibilità di emancipazione passava, per Beauvoir, principalmente attraverso la ragione. Una ragione che, non avendo sesso, escludeva perdefinizione il corpo in cui si incarnava. È grazie a questa idea, però, che Beauvoir può opporsia una tradizione che ha sempre confinato le donne dalla parte della natura, della passività,della dipendenza. Come se, per essenza, fossero creature fragili e incapaci di autonomiamorale. Basta con l’idea che l’obbedienza, la fedeltà e il silenzio siano virtù femminili. Basta,soprattutto, con un pensiero che assegnava sistematicamente alle donne il ruolo dell’“Altro”: «Egli è il Soggetto, l’Assoluto: lei è l’Altro».
Da questo punto di vista, per Simone de Beauvoir, restituire alle donne la ragione significavarestituire loro la possibilità di esistere come soggetti. Ma è proprio qui che qualcosascricchiola. Perché quella ragione che dovrebbe liberarci – universale, neutra, disincarnata –non è mai davvero neutra. Persino la ragione porta con sé una storia, un punto di vista. Equando non interroga le condizioni della propria universalità, finisce per escludere. Ancheperché, come scrive Beauvoir: «Ogni incarnazione dell’esistente ha un significato sessuale».Con il paradosso che, nel momento in cui cerca di liberarci dalla naturalizzazione del corpo, lalibertà crea una distanza quasi insopportabile da quel «corpo che siamo». Come seemanciparsi significasse sottrarsi a ciò che ci lega alla materia, alla dipendenza, allavulnerabilità. E allora la domanda diventa inevitabile: per essere libere, dobbiamo davvero allontanarci dal nostro corpo?
È qui che il suo pensiero si incrina. Ed è qui che continua a parlarci ancora oggi. Perché nonsiamo più (o non siamo più soltanto) in un mondo che riduce le donne al loro corpo in modoesplicito. O meglio: lo siamo ancora, ma in modo più sottile, più pervasivo. Il caso Epstein ci hamesso di fronte a una verità brutale: il corpo delle donne continua a essere un luogo diaccesso, di scambio, di dominio. Non un’eccezione. Un sistema. E questo sistema non riguardasolo pochi uomini potenti: ci riguarda tutti. Perché dice qualcosa di come funzionano il desiderio, il potere, il silenzio.
Ma, nello stesso tempo, qualcosa è cambiato – o almeno così ci piace credere. Oggi il corpo nonè più soltanto imposto. È esposto. Mostrato. Costruito. Messo in scena. Le immagini scorrono –TikTok, Instagram, Telegram, YouTube – e raccontano una storia di libertà: spesso scegliamo,o crediamo di scegliere, come mostrarci, cosa fare del nostro corpo, come usarlo. Ma qualelibertà è possibile quando il desiderio stesso è già modellato, anticipato, orientato? Non citroviamo piuttosto di fronte a un’altra forma di adattamento? Un modo per interiorizzare ciò che ci viene richiesto, fino a farlo nostro?
Beauvoir diffidava di una libertà che non interrogasse le proprie condizioni. «Voler essereliberi, scriveva, è anche voler liberi gli altri». Ma cosa significa, oggi, voler essere liberi, quandoil corpo è diventato il principale capitale simbolico? Quando l’esposizione è al tempo stessoscelta e vincolo? Quando si finisce per aderire spontaneamente a ciò che ci determina? Forse ilpunto è che non siamo mai usciti davvero dal problema che Beauvoir aveva individuato. Loabbiamo solo spostato. Non è più il corpo a imporci un destino: siamo noi a metterlo in scena,a lavorarlo, a offrirlo. Convinti, spesso, di scegliere. E allora la domanda cambia, ma restaaltrettanto complessa: che cosa significa essere liberi quando il potere passa attraverso ciò che sentiamo più nostro?
Anche le contraddizioni di Beauvoir fanno parte di questa eredità. Le relazioni ambivalenticon alcune delle sue allieve, le asimmetrie e gli abusi di autorità e di potere che oggi leggiamocon occhi diversi, non possono essere semplicemente rimosse. Ci obbligano a riconoscere chela libertà non è mai pura. Che può convivere con il potere. Che può persino non accorgersi diesercitarlo. Come si fa allora a sottrarsi a un destino senza negare ciò che ci costituisce? Comesi può essere liberi senza rimuovere le condizioni che rendono possibile (o impossibile) quella libertà?
È scomodo affrontare questo tipo di problemi. Ma forse è proprio qui che Beauvoir continua aessere necessaria. Non perché avesse già capito tutto, ma perché ci mette di fronte a unaverità complicata che preferiremmo evitare: non basta voler essere liberi per esserlo davvero.Non c’è, nelle sue pagine, nessuna promessa di riconciliazione definitiva tra libertà econdizione, tra desiderio e vincolo, tra corpo e progetto. C’è piuttosto l’invito a restare dentroquesta tensione, a non smettere di interrogarla. Perché è proprio quando crediamo di esserefinalmente liberi che rischiamo di non vedere più ciò che continua a determinarci. E forse è inquesta cecità che si gioca, ancora oggi, la forma più sottile del dominio e dell’abuso.
(la Repubblica, 14 aprile 2026)
«Sono stata scorretta. Gli ho mentito. In realtà non prendevo la pillola». Non è solo una frase rubata a una conversazione dolente, di impronta confessionale. È spesso il detonatore di un dibattito che ciclicamente riemerge, tra cronaca giudiziaria e narrazioni mediatiche sugli uomini “incastrati” da gravidanze indesiderate. «Lei mi ha mentito, mi ha raggirato. Io mi fidavo. Mi sento a pezzi».
Sentimenti in parte persino comprensibili, ma che non trovano punti di appoggio, per fare un gioco di parole, né leali, né legali.
Quando il racconto si sposta dal piano emotivo a quello giuridico, infatti, il terreno cambia radicalmente: il diritto, qui, non conferma il senso comune. Lo contraddice. Eppure le consuetudini non vanno ancora di pari passo con le conquiste giuridiche. Alcune battaglie socioculturali meritano di essere portate più avanti.
La domanda, tanto semplice quanto carica di implicazioni, è questa: una donna è obbligata a dire al partner se assume o meno un contraccettivo? La risposta, sul piano normativo, è un secco: «no». Non esiste, in linea generale, un obbligo giuridico di informazione.
È un punto fermo che trova fondamento in più principi, consolidati anche dalla giurisprudenza di legittimità e che ci dà prova che il corpo della donna può ancora sperare, con le lotte femministe (condotte sia sul piano normativo che su quello culturale) di non subire progressive, ulteriori espropriazioni. Ma chiariamo la cosa punto per punto.
Primo. La riservatezza.
Le informazioni relative alla fertilità, alla contraccezione e, più in generale, alla sfera sessuale e riproduttiva rientrano nel diritto fondamentale alla privacy. Si tratta di un ambito in cui vige la piena autodeterminazione individuale. Questo spazio resta, in linea generale, sottratto alle pretese di controllo o alle ambizioni di conoscenza da parte del partner. In altre parole, la scelta di assumere o non assumere un contraccettivo appartiene, anzitutto, alla persona interessata. Pretendere una trasparenza totale in questo ambito rischia di spostare il baricentro dal consenso reciproco al controllo del corpo altrui.
Secondo. La natura del rapporto sessuale.
Un rapporto sessuale tra adulti consenzienti non può essere ridotto a un contratto patrimoniale. Le categorie contrattuali non si applicano in modo meccanico all’intimità. La buona fede, la correttezza e l’informazione sono le benvenute, certo. Ma una diretta traslazione tra questi due ambiti rischia di essere fuorviante. Ovvio: la correttezza non è irrilevante. Ma per parlare di responsabilità giuridica servono presupposti più precisi: ad esempio, una condotta coercitiva, una minaccia, un inganno giuridicamente rilevante o una lesione effettiva dei diritti.
Terzo. L’auto-responsabilità.
Questo punto è cruciale. Chi non vuole procreare è chiamato ad attivarsi in prima persona, come soggetto direttamente implicato e come parte attiva. La disponibilità e l’accessibilità dei mezzi contraccettivi sono dati acquisiti, specialmente oggi: farvi ricorso è una forma di diligenza. Se un uomo si fida ciecamente della parola di una donna, implicitamente, questi le sta delegando in modo assoluto ogni responsabilità. E, di base, questa è la paradossale e sartriana scelta di chi non sceglie.
Quarto. L’assenza di illecito in un caso specifico.
Tacere, o persino mentire, sul proprio stato di fertilità o sull’uso di contraccettivi, in un noto caso esaminato dalla Corte di Cassazione (10906/2017), non è stato ritenuto né reato, né illecito. In quella occasione, la semplice menzogna sull’uso di contraccettivi o sulla fertilità non è stata considerata sufficiente, da sola, per dirsi già truffa o violenza privata. Si tratta di un pronunciamento forte, che però non chiude definitivamente tutti i casi possibili (specialmente quando l’inganno incida in modo rilevante sulla libertà e consapevolezza del consenso). È un passaggio importante, perché impedisce letture troppo semplificate, come il diffuso adagio: «mi ha mentito, ha commesso un reato».
Quinto. Il perimetro della legge 194.
Esiste, è vero, il principio della procreazione cosciente e responsabile. Esso è sancito dalla legge 194 del 1978. Ma si tratta di una garanzia pubblica che impegna lo Stato. Non intende creare obblighi di verità assoluta tra privati. Nel diritto italiano, non esiste un obbligo generale e automatico, per una donna, di informare il partner sull’uso o meno di un contraccettivo.
Il punto, allora, è meno scandaloso di quanto certa retorica suggerisca. È giusto ricordare che non va cercata alcuna rassicurazione personale nelle scelte contraccettive altrui. Esiste, del resto, una responsabilità personale che non può essere demandata ad altri. Proprio con questi cinque punti di femminismo, in definitiva, si vuole incidere culturalmente, spezzando l’assurda pretesa di garanzie, o la continua richiesta di rassicurazioni sul corpo dell’altra e dal corpo dell’altra.
Senza cinismo, senza inasprire i rapporti tra i sessi, facciamo nostro un principio elementare di libertà: l’autodeterminazione non si negozia.
(Noi Donne, 13 aprile 2026)
Notaio Roberta Valente, sostituto procuratore Imma Tataranni. A vedere i titoli delle fiction sembra che la Rai non abbia ancora imparato la lezione di Alma Sabatini per un uso non sessista della lingua, fatto proprio anche dal codice deontologico del servizio pubblico. Lo denuncia Elisa Messina, giulia lombarda e giornalista del Corriere della Sera che ne ha scritto sul blog la 27esimaora che qui ripubblichiamo.
(La redazione di Giuliagiornaliste)
L’hanno fatto di nuovo. La fiction Rai in quattro puntate che debutta su Rai 1 in prima serata domenica 12 aprile si intitola “Roberta Valente – Notaio in Sorrento” e la protagonista è interpretata da Maria Vera Ratti. “Notaio”, al maschile, non “notaia” come sarebbe stato più corretto scrivere e come ormai si dice e si legge ovunque: sui giornali (quasi tutti), sui siti di informazione, nei libri. Ma nei corridoi di Viale Mazzini, evidentemente non ancora.
Del resto, “Imma Tataranni – Sostituto procuratore”, serie di successo con una bravissima Vanessa Scalera, è arrivata alla quinta stagione con quel titolo lì. Al maschile. Nel caso di “notaia” poi, la declinazione al femminile è ancora più facile.
Ecco, sembrava “strano”, forse, titolare “Sostituta procuratrice” la bella serie tv ambientata a Matera. Ma è corretto: si può dire, si deve dire. Così spiega l’Accademia della Crusca: «I nomi maschili uscenti in -tore, anche detti nomi d’agente in quanto designano “chi compie un’azione”, formano nella maggior parte dei casi il femminile in -trice (quindi, ad esempio, attore/attrice, lettore/lettrice, pittore/pittrice, scrittore/scrittrice)». Lo diceva già Alma Sabatini nel 1987 nel fondamentale volume Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italianascritto per la presidenza del Consiglio.
Era il 1987, a Palazzo Chigi si erano alternati ben tre presidenti del Consiglio: Craxi, Fanfani e Goria. Eppure, nonostante fossimo nell’era dei governi balneari le istituzioni sembravano interessate alla società che cambiava e alla lingua che la deve raccontare. Perché quel libretto di Sabatini era pensato per il mondo politico, per gli enti pubblici, per le scuole e per gli organi di informazione. Ed è scritto facile facile, for dummies si direbbe.
Tra le raccomandazioni di Sabatini per un linguaggio rispettoso della parità c’era anche quella di non nominare le donne solo con il nome proprio. E qui si rivolgeva soprattutto ai giornali quando, per esempio, facevano i titoli su Margaret Thatcher chiamandola “Maggie” ma non facevano altrettanto quando titolavano con i nomi dei leader uomini. Oggi succede ancora ogni volta che Meloni diventa Giorgia, Schlein diventa Elly, Von der Leyen Ursula e così via.
Abbiamo ricordato questa buona regola del nome proprio in occasione di un’altra fiction Rai (che coincidenza!): il biopic dedicato a Margherita Hack andato in onda con il titolo “Margherita delle stelle”. Il paradosso era che quella fiction arrivava dopo altri due fiction biografiche dedicate a uomini, “Mameli” e “Califano” dove il cognome c’era, eccome.
Ma questa vecchia abitudine non vale solo per le famose o le leader: succede spesso nei titoli degli articoli sui giornali e in rete. La studentessa italiana che vince una competizione internazionale di matematica può diventare “Caterina, la maga dei numeri”, l’atleta che vince una medaglia “Sara, la regina dello sprint”. «L’uso del nome proprio delle donne in contesti non confidenziali riduce la distanza simbolica, esprime paternalismo, agevola l’uso del tu familiare e diminuisce l’autorevolezza della funzione ricoperta riportando la donna alla condizione di principiante» scriveva Michela Murgia in “Stai zitta!”, un pamphlet sui tanti modi in cui, consciamente o inconsciamente, non si rispettano diritti e dignità delle donne.
La premessa culturale di Alma Sabatini al suo manuale era: se si vuole cambiare in meglio la realtà bisogna iniziare dalle parole che usiamo per rappresentarla. «L’uso di un termine anziché di un altro comporta una modificazione nell’atteggiamento e nel pensiero di chi lo pronuncia e quindi di chi lo ascolta. La parola è una materializzazione, un’azione vera e propria» scrive la linguista. Insomma, se ci si abitua a dire “avvocata”, “ministra”, “procuratrice”, “notaia”, “medica” come la grammatica ci consente di fare, diventa normale riconoscere che quei ruoli appartengono alle donne. Trentasette anni dopo il manuale di Sabatini, molti altri ne sono stati scritti, sul tema si fanno conferenze e seminari, le aziende (Rai compresa) le università e gli enti pubblici si fregiano di codici di comportamento che invitano ad usare un linguaggio più inclusivo. Non perché scrivere al maschile «la notaio Maria Rossi», per tornare al primo esempio, sia sbagliato (lo abbiamo fatto fino a ieri), ma perché declinare al femminile le professioni contribuisce, pian piano, a ridurre quella percezione che certe professioni (guarda caso quelle più di prestigio e potere) siano solo maschili.
Eppure queste buone regole continuano ad essere disattese. A volte perché bollate come esagerazioni woke e giudicate cacofoniche. Oppure semplicemente perché c’è ignoranza: se i media mainstream si abituassero di più a declinare al femminile le professioni, per esempio, queste definizioni sarebbero percepite come normali e stimolerebbero un virtuoso effetto emulazione.
Lo dice chiaro il codice deontologico Rai: «La Rai assicura la più completa e plurale rappresentazione dei ruoli che le donne svolgono nella società». Nel codice troviamo anche la voce “Contrasto agli stereotipi” dove si legge: «Nei programmi di informazione, intrattenimento e pubblicità, è richiesto di evitare la rappresentazione stereotipata della figura femminile».
Perché, allora, “notaio” e “sostituto procuratore” nei titoli? Perché realisticamente a Matera e a Sorrento (dove sono ambientate le fiction) si usa di più dire così? Sarebbe una giustificazione poco rispettosa della capacità di noi italiani e italiane di seguire l’evoluzione culturale della società.
Dal Servizio Pubblico ci aspettiamo che voli alto.
Qui il link all’articolo originale
(Giulia Giornaliste, 13 aprile 2026)
Spesso, troppo spesso, commemoriamo la storia celebrando un singolo individuo con una statua, oppure intitolandogli un luogo o un giorno di festa. Alcune statue sono state abbattute – in diverse città degli Stati Uniti quelle del generale confederato Robert E. Lee hanno lasciato il posto ad altre dedicate all’attivista contro la schiavitù Harriet Tubman –, ma i repubblicani stanno tentando d’invertire questa tendenza. Di recente l’amministrazione Trump ha messo una statua di Cristoforo Colombo nei giardini della Casa Bianca, una replica di quella gettata nelle acque del porto di Baltimora nel 2020 sull’onda delle proteste del movimento Black lives matter contro il razzismo e il colonialismo.
Forse l’epoca degli eroi sta finendo. Quest’anno Jon Wiener, direttore della rivista The Nation, ha candidato al Nobel per la pace la città di Minneapolis, per il valore e la solidarietà dei suoi cittadini nel contrastare l’Ice. Vincere il Nobel è una possibilità remota, ma gli abitanti di Minneapolis e St. Paul hanno già ricevuto il Profile in courage award intitolato a John F. Kennedy «per aver rischiato la vita per proteggere i propri vicini e la comunità migrante».
Forse ci stiamo rendendo conto che spesso l’eroe è la collettività, il movimento, la comunità, e che pescare dalla massa un singolo da consacrare non funziona.
Il 31 marzo la California ha celebrato per la prima volta il Farmworkers day (giornata dei lavoratori agricoli), una festività proclamata in tutta fretta dal parlamento dello stato dopo le rivelazioni sulla storia di abusi sessuali commessi da César Chávez, famoso sindacalista dei braccianti. Forse ci stiamo rendendo conto che spesso l’eroe è la collettività, il movimento, la comunità, e che pescare dalla massa un singolo da consacrare non funziona. Troppe persone trasformate in eroi nella loro vita hanno fatto cose per cui non avrebbero meritato quel riconoscimento.
Ma anche quando le loro vite sono irreprensibili, il mondo non cambia solo grazie a singoli individui. A volte una persona, che può essere una scrittrice, un predicatore, un visionario, ispira le masse. A volte lavora con un gruppo. Queste persone spesso vengono chiamate leader, ma io le considero dei catalizzatori. Definire qualcuno un leader significa implicitamente considerare tutti gli altri dei seguaci. I seguaci obbediscono, come un gregge, mentre in realtà in molte rivolte e movimenti ognuno ha scelto di essere lì.
La parola “leader” deriva forse da un periodo in cui i vertici militari guidavano le truppe in battaglia. Tuttavia, quasi tutti i cambiamenti degli ultimi decenni non si sono realizzati con le armi. Il motore della maggior parte dei movimenti democratici è fatto di persone che partecipano al processo decisionale. In questo momento stiamo cercando di difendere la democrazia e la democrazia all’interno dei movimenti è fondamentale.
«Aquí manda el pueblo y el gobierno obedece», qui il popolo comanda e il governo obbedisce, era uno slogan degli zapatisti, i rivoluzionari indigeni che nel 1994 insorsero nel sud del Messico. Un catalizzatore è qualcuno che sa motivare le persone e tenere insieme il gruppo. Ma non c’è catalizzatore se non c’è una popolazione da catalizzare, convogliandola verso una comunità o un movimento. Il premio Nobel negli ultimi decenni è andato spesso a organizzazioni collettive, come il Centro per le libertà civili (fondato a Kiev), il Programma alimentare mondiale e il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (ai tempi di Al Gore).
Ho sempre pensato che gli eroi dei film d’azione di Hollywood diano alle persone un’idea sbagliata di come realizzare il cambiamento. Spesso si tratta di tizi muscolosi o armati fino ai denti il cui talento speciale è la violenza corpo a corpo.
È evidente che gli uomini dell’amministrazione Trump hanno visto troppi di questi film: il segretario alla difesa Pete Hegseth e il direttore dell’Fbi Kash Patel sembrano convinti che i loro sottoposti debbano concentrarsi sul combattimento a mani nude. Patel ha perfino chiamato alcuni lottatori della Ufc, l’organizzazione statunitense di arti marziali miste (Mma), ad “addestrare” gli agenti dell’Fbi.
Gli eroi di Minneapolis non hanno usato la violenza: hanno sfidato degli invasori armati in condizioni di freddo brutale, giorno dopo giorno, e continuano a consegnare la spesa alle persone che non possono uscire di casa, accompagnando i loro figli a scuola. Hanno avuto un enorme impatto nella difesa dei loro quartieri. E come la gente di Los Angeles, Charlotte, Chicago e Memphis, sono stati d’ispirazione per tutti gli altri.
Anche se la festa dei lavoratori agricoli è nata da una circostanza spiacevole, si tratta di una cosa provvidenziale in California, dove la maggior parte dei braccianti sono immigrati proprio come le persone perseguitate dall’Ice. Sarebbe opportuno un monumento al bracciante ignoto, o meglio ai milioni di braccianti che ci sono stati negli anni. Dedicare una giornata a loro sarebbe un inizio.
(Internazionale, 11 aprile 2026)
Al Festival di letteratura Working Class, un’intervista con la sociologa e femminista francese sul suo volume “Riappropriarsi di sé”, edito da Alegre
«Ho analizzato le ragioni del silenzio delle donne transfughe: le loro traiettorie hanno un’ampiezza minore rispetto a quelle degli uomini, e dunque difficilmente occupano la scena pubblica; inoltre, dichiararsi transfuga quando si è donna significa subire una doppia pena, un doppio stigma». Nel suo volume edito da Alegre, Riappropriarsi di sé. Inchiesta autobiografica di una transfuga di classe femminista (pp. 496, euro 22, traduzione di Annalisa Romani), Rose-Marie Lagrave, sociologa e directrice d’étude all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi, racconta il suo percorso che ha discusso pubblicamente a Campi Bisenzio (Firenze) sabato 11 aprile nell’ambito del Festival di Letteratura Working Class.
Nel suo libro attraversa le diverse età della vita e ciò che emerge è un sentimento persistente di illegittimità. Quando ha iniziato a riconoscerlo come un fatto sociale, e non come una colpa individuale?
Due elementi, combinati tra loro, mi hanno permesso di capire che l’illegittimità non era imputabile a me, bensì derivava dalle disuguaglianze della struttura sociale: da un lato, la sociologia, che svela il ruolo riproduttivo delle classi sociali attraverso la scuola e che si oppone a qualsiasi psicologizzazione dei fenomeni sociali, e, dall’altro, l’impegno politico che rivela la forza del dominio simbolico che i dominanti esercitano sui dominati, facendogli credere e accettare la loro inferiorità. Da qui il senso di illegittimità provato dai transfughi, poiché, pur avendo avuto accesso al mondo accademico, non possiedono tutti i codici che determinano la disinvoltura sociale e la parola autorevole.
“Riappropriarsi di sé” è anche un lavoro sugli archivi e sulla memoria famigliare. Cosa accade quando la memoria intima conversa con gli strumenti della ricerca?
Confrontando gli archivi di famiglia con le interviste a mio fratello e alle mie otto sorelle, ho notato una discrepanza. I ricordi dei miei fratelli e delle mie sorelle raramente coincidevano con quanto riportato negli archivi scritti: o abbellivano la nostra genealogia, oppure adottavano una visione troppo malinconica o idealizzata della nostra infanzia comune. Molto presto ho capito che il problema non era tanto la questione della “verità”, quanto quella della riappropriazione o della reinvenzione di ricordi destinati a riaffermare il posto e il ruolo di ciascuno nell’universo famigliare. La difficoltà risiedeva nella ricerca di un equilibrio instabile tra l’oggettivazione dell’intimo e l’analisi della soggettività che era il mezzo utilizzato per far valere l’importanza della narrazione di ciascuno.
Evoca dei piccoli “interstizi” – incontri, alleanze, opportunità – che rendono possibile un percorso non previsto. Che ruolo ha avuto la dimensione collettiva nella sua esperienza?
I collettivi hanno svolto un ruolo centrale e decisivo nel passaggio da una classe sociale all’altra. Alcuni insegnanti del liceo, il Gruppo di studi di sociologia della Sorbonne, il mio gruppo di discussione all’interno del MLF (Mouvement de libération des femmes), lo Stato sociale che mi ha concesso una borsa di studio: questi sono solo alcuni dei collettivi senza il cui sostegno la mia migrazione sociale sarebbe stata impossibile. Ciò smentisce formalmente lo slogan liberale «quando si vuole, si può», poiché occorre disporre dei mezzi e delle risorse per poter volere, e non si può mai farlo da soli. Così, chi cambia classe sociale non è il frutto di un talento individuale, ma il risultato di una costruzione collettiva a cui hanno partecipato alleati.
Bisogna anche saper cogliere le opportunità o addirittura crearle. Quando, in seguito a una rottura coniugale, ho chiesto al mio relatore di tesi “un lavoro” e lui, scioccato da tanta audacia, mi ha respinta, ho creato un’opportunità, poiché sei mesi dopo sono stata assunta come precaria. Il percorso di una transfuga non è lineare; è fatto di improvvisazioni e di rotture; è collettivo o non è.
La malattia e la disabilità occupano un posto centrale nella storia della sua famiglia. In che modo queste esperienze hanno trasformato il suo sguardo?
La malattia e la disabilità hanno svolto ruoli paradossali nella mia famiglia. La tubercolosi contratta da mio padre nel 1942 è stata la causa del declassamento sociale e geografico della famiglia, seguito da un ricollocamento all’interno di un villaggio in cui mio padre ha fatto valere l’ordine morale, l’istruzione e il successo scolastico dei propri figli come capitale sociale.
L’autismo ha creato attorno a mio fratello maggiore una sollecitudine che contrastava con il rigore dell’educazione. Dopo la morte di mia madre, è attorno a lui che si è ricomposta la fratellanza, ed è lui che ha saputo creare una famiglia, la quale, dopo la sua scomparsa, esiste ormai solo nei ricordi. Fin dall’infanzia, ho vissuto la malattia e la disabilità come aspetti ordinari della vita sociale. Ho sempre vissuto con la sensazione che queste situazioni di vulnerabilità richiedessero un’attenzione particolare e, più tardi, sotto l’impulso del femminismo e della sociologia, ma anche dell’impegno politico, ho potuto trasformare l’approccio volontaristico in cura politica, ovvero, pur continuando a prestare questa sollecitudine nei confronti di mio fratello, comprendere che la cura deve essere radicata in una morale della giustizia e che non deve essere delegata e relegata alle classi subalterne, in particolare alle donne.
Il Mouvement de libération des femmes segna una svolta decisiva. La descrive come una vera “conversione”.
Facevo parte del Mouvement de libération des femmes, l’ho costruito insieme ad altre militanti ed è stata una vera conversione. Prima attribuivo tutte le difficoltà alla mia classe sociale d’origine; percepivo il disprezzo di classe, ma ero cieca rispetto al sessismo. Cresciuta in una famiglia con nove figlie e in scuole non miste, ero quasi saturata del femminile e pensavo che solo il mondo maschile fosse desiderabile. Avrei potuto diventare antifemminista se non avessi vissuto e analizzato esperienze di sessismo quotidiano.
Anche nei movimenti studenteschi di sinistra, che avrebbero dovuto decostruire i ruoli di genere, si riproduceva una divisione sessuata: gli uomini parlavano nelle assemblee, noi distribuivamo volantini. Da allora ho sempre intrecciato classe e genere, adottando uno sguardo “a doppio fuoco”, senza dimenticare altre dimensioni come sessualità, razza ed età. Il femminismo ha prodotto nuove epistemologie nelle scienze sociali: è una grande conquista.
Tra le poche narrazioni di transfughe ci sono quelle di Annie Ernaux. Come si è costruito il vostro dialogo?
Assumendo la letteratura come arma – «vendicare la propria stirpe» (lo ha detto Ernaux al conferimento del Nobel per la Letteratura del 2022, ndr) – Annie Ernaux rovescia positivamente questo stigma. Ho letto i suoi libri via via che uscivano, molto prima di conoscerla (nel 2024 è uscita per Oligo Una conversazione, di Lagrave ed Ernaux, ndr). Apparteniamo alla stessa generazione: ogni libro esplorava tappe della sua vita simili alle mie, anche se non identiche nelle esperienze. Mi sono costantemente riconosciuta nei suoi racconti, provando un’immediata adesione e una profonda gratitudine per questo riconoscimento reciproco.
La sua “inchiesta autobiografica” prende le distanze dalle narrazioni meritocratiche. Quali sono i rischi e le insidie?
Il merito, valorizzato dalla Terza Repubblica francese con la figura del “borsista meritevole”, è diventato uno strumento ideologico. Oggi è una variabile di aggiustamento liberale, utilizzata anche per giustificare le disuguaglianze salariali. È una finzione che serve a far credere che l’ascensore sociale funzioni. Ma non esiste alcun ascensore sociale: i transfughi salgono per le scale di servizio. Le posizioni sono già inscritte nell’ordine sociale.
Il merito non è una qualità individuale né la rivelazione di un talento nascosto: è il prodotto di un sistema scolastico che seleziona, promuove ed esclude. Il rischio più insidioso è far ricadere sull’individuo la responsabilità del proprio destino, convincendolo che basti la volontà per riuscire. Non si dice mai di un “erede”, nel senso di Bourdieu, che è meritevole: questo aggettivo è riservato ai figli delle classi subalterne.
Nell’ultima parte del volume affronta la vecchiaia in una prospettiva femminista.
Il femminismo permette di dimostrare che qualsiasi approccio alla vecchiaia in quanto tale è un fallimento annunciato, poiché la vecchiaia va pensata politicamente a monte. Pensare in anticipo alla vecchiaia significa organizzare e incoraggiare l’autonomia e la libertà nel corso di tutte le età affinché, al momento della vecchiaia, siano già interiorizzate.
Invecchiare significa non essere più in grado di esercitare la propria libertà e la propria autonomia. Accettare questa definizione significa quindi rifiutare quella statistica e biologica dell’età, per sostituirla con un interrogativo sulle ragioni e sui contesti che generano la perdita di controllo e la spoliazione di sé e della propria libertà. L’approccio femminista mostra che la vecchiaia è particolarmente soggetta a norme sociali, sessuali e famigliari, talvolta di tipo sospensivo e talvolta repressive, nonché a una biopolitica.
La vecchiaia è un rivelatore delle norme di genere e di sessualità, un osservatorio della durezza del mondo sociale. L’approccio femminista alla vecchiaia permette così una riflessione a ritroso sulle norme e sui valori della nostra società per reintrodurvi l’umano, il fragile, il vulnerabile, la solidarietà in tutti i rapporti sociali, a tutte le età della vita, per destituire lo spirito di competizione e di concorrenza.
È quindi a un ribaltamento dello sguardo e alla presa in considerazione dei percorsi di vita che invita una prospettiva femminista. Tutto lascia pensare che la vecchiaia sia lo stigma degli stigmi. La vecchiaia sembra prevalere sulle discriminazioni di genere, di sessualità, di classe e forse di razza, non per annullarle ma per inglobarle. A causa del suo carattere irreversibile: nessuna riassegnazione di genere possibile, nessun disordine nelle età, nessun passaggio da un’età all’altra, il suo destino è la morte.
(il manifesto, 9 aprile 2026)
Il 5 aprile 2026 si è svolta nel centro di Vilnius un’azione di protesta antinucleare congiunta. L’iniziativa è stata organizzata da organizzazioni bielorusse in esilio, tra cui “La nostra casa”, Dapamoga, Re:Bel e altre organizzazioni partner bielorusse. L’azione mirava a richiamare l’attenzione sui crescenti rischi nucleari nella regione a seguito della scadenza del trattato New START.
La protesta si è svolta durante le celebrazioni pasquali, coinvolgendo deliberatamente i passanti in uno spazio pubblico solitamente associato alla sicurezza e alla normalità. I partecipanti hanno evidenziato la vicinanza dei previsti dispiegamenti di missili russi rispetto alla Lituania, sottolineando quanto tali minacce siano prossime al centro di Vilnius, inclusa l’area attorno alla Torre di Gediminas.
Un elemento centrale dell’azione è stato il numero “444”. Secondo i calcoli degli organizzatori, esso rappresenta la distanza approssimativa in chilometri tra l’aeroporto militare di Krichev-6 e il Palazzo Presidenziale di Vilnius. Questo numero è diventato un simbolo ricorrente in una più ampia serie di iniziative a favore della denuclearizzazione della Bielorussia.
Al fine di visualizzare i rischi, gli attivisti hanno installato un grande “pulsante” rosso nello spazio pubblico, avvertendo esplicitamente di non premerlo. Molti passanti hanno evitato qualsiasi interazione, riflettendo una comprensione intuitiva del pericolo associato a decisioni irreversibili. Gli organizzatori hanno utilizzato questo simbolismo per illustrare le conseguenze imprevedibili e potenzialmente catastrofiche dell’espansione degli arsenali nucleari in contesti autoritari.
La protesta ha inoltre messo in relazione le questioni di sicurezza regionale con la più ampia situazione dei diritti umani in Bielorussia. Dal 2020, almeno 1.990 organizzazioni senza scopo di lucro sono state sciolte con la forza. Le attività in materia di diritti umani sono state criminalizzate.
Più di 4.500 persone sono state riconosciute come prigionieri politici, di cui almeno 1.141 risultavano ancora detenute al 28 febbraio 2026. Esponenti della società civile, giornalisti e attivisti vengono regolarmente qualificati come “estremisti” o “terroristi”, mentre l’elenco ufficiale dei “materiali estremisti” supera le 8.000 voci. Rapporti dei meccanismi delle Nazioni Unite hanno inoltre documentato il ricorso al lavoro forzato che coinvolge detenuti, inclusi prigionieri politici, nonché pratiche di espulsione forzata a seguito di cosiddette grazie. La pena di morte rimane in vigore e diversi importanti difensori dei diritti umani rischiano la sua applicazione.
La scadenza del trattato New START il 5 febbraio 2026 ha segnato un punto di svolta critico nella governance nucleare globale. Il trattato costituiva l’ultimo quadro bilaterale vincolante tra gli Stati Uniti e la Russia che limitava le testate nucleari strategiche dispiegate e i relativi vettori. La sua scadenza, in assenza di un accordo successivo, ha determinato una situazione in cui non esistono più limiti efficaci alle dimensioni degli arsenali nucleari strategici.
In questo contesto, La Nostra Casa prosegue la sua campagna internazionale StopByNukes, avviata il 25 marzo 2023. La campagna chiede il ripristino dello status della Bielorussia come Paese privo di armi nucleari, il ritiro delle armi nucleari russe dal suo territorio, l’adesione al Trattato sulla proibizione delle armi nucleari e l’integrazione di impegni per la pace nel diritto internazionale vincolante. Ulteriori informazioni sugli obiettivi e le attività della campagna sono disponibili qui: https://ndBielorussia.com/2025/10/14/stop-by-nukes-campaign/
Gli organizzatori esprimono la loro gratitudine a Het Actiefonds per il sostegno a questa azione.
È possibile consultare sul nostro sito un’analisi dettagliata in lingua inglese di questa azione di protesta qui:
(Our House Centro per i diritti umani e gli aiuti umanitari, 6 aprile 2026)