Ho letto più volte e attentamente il testo di Claudio Vedovati (qui), con un senso di disagio che non è svanito neppure alla fine. Non perché non condivida la sua tesi – anzi, è proprio perché la condivido che mi mette a disagio. Quando un uomo scrive della violenza, e ne scrive così, senza moralismi né alibi, non puoi tirarti fuori. Ti senti chiamato in causa.

Parte da un’intuizione che sembra semplice ma non lo è: la violenza non è un gesto da idioti, non è una devianza. È parte della nostra storia personale e politica, del nostro modo di essere uomini. E soprattutto, non è mai solo quella che si vede. Non sono solo i pugni, i vetri rotti, le auto danneggiate, i corpi colpiti. È quella che attraversa il linguaggio, il modo in cui pensiamo la forza, il potere, perfino l’amore.

Leggendolo ho pensato che la violenza maschile non sia una parentesi del mondo, ma la sua grammatica originaria. L’homo homini lupus di Hobbes non è una massima teorica: è il mito fondativo di una civiltà che ha costruito la politica sull’idea di competizione, dominio, conquista. E noi uomini siamo i suoi eredi, spesso inconsapevoli. Anche quando crediamo di ribellarci, finiamo per parlare con lo stesso linguaggio.

Il testo lo dice con una chiarezza disarmante: nelle piazze, nei cortei, nelle relazioni, la virilità si riproduce come gesto di forza, come bisogno di mostrarsi “contro”, di esistere solo nel conflitto.

Eppure, questa volta, è un uomo a dirlo. E questo cambia tutto. Non è un gesto di espiazione, ma un atto politico di verità.

La parte che più mi ha toccato – e che più mi ha messo in crisi – è quella dedicata al femminismo radicale. Lonzi, Muraro, Melandri: nomi che, da uomo, ho incrociato già da adulto. Donne che hanno saputo guardare la violenza da dentro, partendo dalle relazioni, dal corpo, dal desiderio. Il testo non cita il femminismo solo per dovere teorico: lo riconosce come l’unica vera rivoluzione del Novecento, quella che ha costretto anche gli uomini a guardarsi allo specchio.

Vedovati si rivolge a noi uomini, ci chiede e si chiede: «Perché usiamo i nostri corpi per fare violenza? Perché ci identifichiamo in collettivi che ci cancellano – lo Stato, il partito, la squadra? Perché abbiamo accettato che il nostro corpo fosse usato, rimosso, normalizzato?»

Non è un atto d’accusa, ma una domanda che scava. Leggerla, per me, è stato come riconoscere una parte di me che faccio fatica a vedere: quella che si abitua al silenzio, che confonde la durezza con la dignità, che reprime la vulnerabilità perché “non sta bene”.

Questo è un testo necessario, ma anche difficile: intenso, carico di riferimenti teorici che richiedono una certa familiarità. A volte ho avuto la sensazione che l’autore parlasse più ai compagni di viaggio che ai profani; che la forza del pensiero rischiasse di chiudersi in un cerchio di consapevoli.

Eppure, è proprio in questa densità che sta anche il suo valore. Non offre risposte facili, non si presta a semplificazioni da social. È un testo che costringe a sostare nel disagio, che rifiuta la retorica della “nonviolenza” come slogan e anche quella della “violenza giustificata” come rabbia sacrosanta. Ci chiede di guardare la violenza non come qualcosa da estirpare, ma come qualcosa da comprendere, da riconoscere nei nostri gesti, nel modo in cui amiamo, lavoriamo, protestiamo.

Se c’è un limite, forse, è proprio l’assenza di un passo ulteriore: il riconoscimento di una maschilità altra, come soggetto in costruzione e di cui l’autore (e altri uomini) è un esempio. E che anche noi uomini siamo immersi in un mondo di violenza strutturale, culturale e diretta da cui non sarà facile uscire.

Il testo si ferma prima, come se la diagnosi – pur così lucida – non riuscisse a farsi promessa. Ma forse non poteva essere diversamente. Forse questa è la parte che tocca a noi mettere in pratica.

Alla fine, quello che resta è una domanda che pesa: che cosa possiamo fare, noi uomini, della violenza che ci abita? Non solo quella eclatante, ma anche quella sottile, quella che si nasconde nel linguaggio, nelle battute, nella paura di sembrare deboli.

Il femminismo, da decenni, ci ha già dato le parole per pensarla. Questo testo ci ricorda che dobbiamo avere il coraggio di usarle. Non per chiedere perdono, ma per restare dentro la relazione, quella tra uomini e donne, ma anche quella con noi stessi.

E forse è proprio qui che comincia qualcosa di nuovo: non nel negare la violenza, ma nel riconoscerla, nominarla, attraversarla senza lasciarla vincere. Quindi uno scritto che non consola, ma che apre. E che, per una volta, ci chiede non di capire le donne, ma di capire finalmente noi stessi.

da Noi Donne

Dopo l’espulsione dell’associazione Artemisia dalla rete antiviolenza D.i.RE, causata dalla scelta di tale associazione di prevedere uomini quali soci

Lo scorso 25 ottobre l’Assemblea nazionale di D.i.Re [Donne in Rete contro la violenza, Ndr] ha deciso di espellere dalla propria rete di associazioni antiviolenza la socia associazione Artemisia, respingendo il suo ricorso contro il provvedimento di esclusione, adottato dopo la sua decisione di associare anche uomini. L’espulsione è stata deliberata in virtù della regola prevista dallo statuto di D.i.Re, in base alla quale nei centri antiviolenza l’accoglienza debba essere «fondata sulla relazione tra donne e sul rimando positivo del proprio sesso/genere» (art. 3, comma 2). Nell’immediatezza della decisione assembleare l’associazione Artemisia ha pubblicato un post su Facebook, rendendo nota la vicenda e nel contempo motivando la propria scelta di associare uomini in tal modo. Ossia «Crediamo che il femminismo attuale, cosiddetto della quarta ondata, si debba interrogare, si debba e si possa rinnovare nel segno del cambiamento che cerchiamo ancora. Vogliamo un movimento unico, oceanico, cooperativo cui gli uomini partecipano non in quanto potenziali attori di violenza che si redimono pubblicamente ma come uomini che prendono voce e posizione e che riconoscono che è affar loro – è affar nostro».

La scelta di utilizzare i social per ampliare la platea del pubblico interessato a conoscere quanto stesse accadendo ha conseguentemente diviso le schiere tra chi fosse solidale con Artemisia o con D.i.Re, che è stata successivamente vittima di inauditi attacchi, frutto del mal sopito accanimento verso chi da decenni difende la pratica femminista all’interno dei centri antiviolenza, di cui è generatrice la stessa D.i.Re a tutti gli effetti. Eppure la decisione della sua Assemblea nazionale di escludere Artemisia non ha fatto altro che formalizzare una scelta di autoesclusione, che era già avvenuta sin dal momento in cui la stessa Artemisia aveva deciso di associare gli uomini. Allora, perché ne è disceso talmente tanto clamore da interessare centinaia di commentatori e commentatrici e da solleticare anche l’interesse dei media nazionali? A mio parere, la ragione è prettamente politica, visto che le tesi contrapposte hanno fatto chiaramente intravedere il vero obiettivo. Qual è quello di delegittimare la stessa esistenza dei centri antiviolenza basati sulla pratica femminista, così come è definita statutariamente, e la loro stessa natura.

Scrive Luisanna Porcu, coordinatrice di uno di essi, Onda Rosa: «I centri antiviolenza nascono dal femminismo, non dall’assistenzialismo. Sono spazi politici, non neutri. Luoghi in cui le donne si incontrano, si credono, si sostengono e si riprendono potere. La presenza solo femminile nelle associazioni che li gestiscono non è una discriminazione: è una scelta di libertà. Serve a spezzare le dinamiche di controllo e di dominio che la violenza maschile riproduce ovunque». Per solidarizzare con D.i.Re e le sue tremila socie, vero bersaglio di un accanimento mediatico che «ci dice quanto i luoghi delle donne siano invisi, guardati con sospetto come se per essere legittimati nella lotta alla violenza contro le donne, dovessero accettare la presenza degli uomini» (Nadia Somma, responsabile del centro antiviolenza Demetra), un gruppo di attiviste ha deciso di lanciare una raccolta di firme sotto il seguente documento politico.

«Siamo un gruppo di attiviste nel contrasto alla violenza maschile sulle donne, convinte sostenitrici del modello elaborato da D.i.Re, a cui rivolgiamo la nostra solidarietà in un momento difficile e complesso, che necessita dei giusti strumenti di riflessione e non di ulteriori scontri ideologici. Un modello che, sancito dall’art. 3, comma 2, del suo statuto prevede che si adotti “una metodologia comune: la metodologia dell’accoglienza, fondata sulla relazione tra donne e sul rimando positivo del proprio sesso/genere. Sulla base di tale relazione, ogni donna accolta ha l’opportunità di intraprendere un percorso di autonomia, consapevolezza, empowerment”.

Tutte le associazioni aderenti a D.i.Re, e conseguentemente al suo documento statutario da loro stesse sottoscritto, hanno improntato nel tempo il loro agire politico alla necessità di fare rete, proprio sulla base di una accoglienza fondata sulla relazione tra donne. Per decenni pratiche, saperi, pensieri, riflessioni, idee condivise tra donne hanno portato a ciò che oggi sono i centri antiviolenza femministi, con un cammino che è ancora in corso. Il conclamato e attuato separatismo non è per nulla un vezzo, ma una necessità per costruire relazioni tra donne improntate alla fiducia e parità, altrimenti di dimensioni impossibili.

Condividiamo con D.i.Re che la fuoriuscita dalla violenza passi da questo riconoscere e riconoscersi tra soggettività sullo stesso piano di confronto libero e rispettoso dell’autodeterminazione della donna, considerando questi principi centrali e non negoziabili. Gli uomini che vogliano camminare al nostro fianco, siano consapevoli del nostro bisogno di luoghi dell’autonomia e dedicati alle donne, a protezione di un lavoro intimo e frutto di anni di esercizio femminista. Abbiamo bisogno di luoghi di parola, pensiero, ragionamento, costruzione, elaborazione nostri, quali una stanza tutta per noi. Le battaglie sono indubbiamente comuni, ma possono essere svolte altrove dagli attivisti nel contrasto alla violenza maschile. Ciò a garanzia delle donne che si rivolgono ai centri e non hanno voglia di sentirsi sovradeterminate da figure maschili.

Agli uomini, nostri alleati, chiediamo di capire questo passaggio e la necessità del separatismo nei centri antiviolenza. Abbiamo bisogno di alleanze ma ripetiamo, in luoghi, contesti e cammini diversificati, perché la lotta al patriarcato ha bisogno di uno sforzo di coscienza in più, quale la protezione e la cura per le donne e tra donne. Si tratta di un percorso culturale di elaborazione autonoma di soluzioni, relazioni, solidarietà, empatia. Un percorso che confligge con l’istanza di aprire i centri antiviolenza femministi alla presenza di uomini, un’istanza che ci vede contrarie unitamente a D.i.Re, che di tale percorso è madre e che in queste ore viene attaccata proprio perché se ne fa strenua tutrice.

Solidarizziamo conseguentemente con tale realtà associativa, perché suffragarne le istanze è una questione politica, di politica delle donne, della necessità di spazi reali e di pensiero autonomi delle donne, per le donne, con le donne. Il cammino della rete D.i.Re è un lungo percorso fatto di ascolto e della necessità di creare luoghi che assicurino protezione, supporto, affiancamento, diritti. D.i.Re è un lungo cammino di legittimazione della parola e del pensiero delle donne nei luoghi istituzionali e decisionali. Questo è il significato di una difesa consapevole del separatismo, in un percorso che non va picconato e depotenziato. Sconfessarlo significherebbe denegare la nostra storia femminista, perché ne andremmo di mezzo tutte noi donne, i nostri bisogni, i nostri diritti, le nostre speranze.

Per questi e per mille altri motivi, intendiamo continuare a camminare al fianco di D.i.Re per non restare da sole, mai!».

Decine e decine di firme da quattro giorni a questa parte sono state raccolte, a riprova di quanto sia condivisa la scelta di centri antiviolenza che siano femminili, per consentire alle sopravvissute alla violenza maschile di essere affiancate da donne che le supportino nel percorso di fuoriuscita dalla loro condizione. Indubbiamente appare strano che proprio nel cammino verso il prossimo 25 novembre, la Giornata internazionale contro la violenza sulle donne sia anticipata dalla polemica originatasi per l’esclusione di Artemisia da D.i.Re. Le realtà attive tutti i giorni nella lotta contro la violenza di genere invece di ben altro abbisognano. Da anni denunciano come lo stanziamento di risorse pubbliche per potenziare i centri antiviolenza debba essere accompagnato da una visione strategica del loro impiego.

Purtroppo i dati presentati sul numero di Centri antiviolenza, sulle figure professionali e sulle risorse finanziarie che mancano all’appello tradiscono invece l’assenza di una seria pianificazione nel tempo che possa garantire sostegno continuativo e incondizionato alle vittime di tale tipologia di violenza. Siamo alle solite si guarda il dito e non la luna, con il rischio effettivo che per mancanza di fondi molti centri antiviolenza chiudano. Perdere di vista l’unità di intenti nel rivendicare la loro sopravvivenza a causa di una decisione interna a D.i.Re, motivata peraltro dal rispetto delle norme statutarie, sottoscritte a suo tempo anche da Artemisia, mi appare sproporzionata e anche malevola, senza se e senza ma.

da il manifesto

Per Voland l’ultimo romanzo della scrittrice ungherese che descrive il presente

La foto alla parete che ritrae una scimmia cui è stata trapiantata la testa è l’immagine ricorrente dell’ultimo romanzo della scrittrice ungherese Krisztina Tóth, reso in italiano dalla chiara traduzione di Mariarosaria Sciglitano. Essa fa da filo conduttore a una storia distopica, che si intitola, appunto, Gli occhi della scimmia (Voland, pp. 314, euro 20), si inserisce nel solco tracciato da George Orwell, ci parla di potere, di sofferenza senza voce ed espressione e dipinge a tinte fosche un’umanità divenuta anaffettiva e succube, povera immagine di sé stessa.

Ci troviamo in un luogo non definito, in un paese reduce da una paurosa guerra civile che ha diviso la sua società creando in essa un fossato incolmabile fra gli ambienti agiati contigui al potere e i derelitti che vivono nelle zone di segregazione, là dove si esaurisce ogni speranza di riscatto e rinascita. In questo mondo distonico si muovono le figure di Giselle, insegnante universitaria ancora giovane, e del dottor Kreutzer, lo psichiatra al quale la donna si affida in preda a uno stress emotivo. La docente è stata seguita a lungo da un giovane sconosciuto, comparso e scomparso chissà in quali circostanze quasi senza una ragione apparente, che dice di essere suo figlio. A lei che non ha mai partorito.

Giselle e il dottor Kreutzer si incontrano nello studio di quest’ultimo per un percorso di analisi, le loro vite si intrecciano e vengono da essi ripercorse con uno sguardo incapace di capire appieno il senso di quanto vissuto. I due sono espressione di un’umanità stretta nelle pieghe del potere, della sua capacità di controllo e di annullamento delle volontà. La foto della scimmia dalla testa trapiantata è appesa dietro la scrivania di Kreutzer; l’animale rattoppato, ricomposto, che non è più sé stesso e non è altri, guarda quasi incredulo davanti a sé, fermo nella sua impotenza che è anche quella di chi lo fissa.

I personaggi che affiorano in questa storia sono anche un po’ vittime di loro stessi, e anche quando compiono azioni riprovevoli, come lo psichiatra che usa la sua professione per portarsi a letto le pazienti e annota amplessi e orgasmi in un diario aggiornato, suscitano quasi un senso di compassione per la miseria che li tiene prigionieri e dalla quale non sanno liberarsi. Kreutzer è un uomo disturbato ma anche solo, di una solitudine non condivisa, incapace di andare oltre sé stessa. Giselle viene da una sofferenza senza nome e senza volto e quindi ancora più subdola e sotterranea.

Scappa dal giovane che pretende di essere suo figlio, corre via in macchina sotto la pioggia per sfuggire all’incubo e prova a interrogarsi sulla sua vita. In essa si vede affiancata da un uomo anonimo, dall’alito pesante, insopportabile come ogni esistenza andata a male. È il suo compagno che affiora nel racconto in modo residuale per poi sparire così com’era apparso. Pagina dopo pagina, Gli occhi della scimmia scava nella fragilità dell’individuo, nella complessa realtà del rapporto fra uomo e donna, fra padre e figlia, fra madre e figlio, fruga nelle dinamiche familiari quasi impietoso.

La narrazione si snoda in un continuum fatto di oscurità e motivi a tratti grotteschi. Su tutto grava il macigno del potere che sa assumere diverse forme e riesce a non farsi riconoscere. Chi ne è manovrato non se ne accorge e finisce per muoversi lungo percorsi da esso inesorabilmente tracciati. Una storia del potere nel potere che vede anche Kreutzer, nel suo piccolo, usare quello che gli viene dall’autorità di psichiatra che gli è propria. Con essa fruga nella mente delle persone, le riduce a uno stato di subordinazione che nel caso delle donne assume una connotazione sessuale. Il suo, però, è un piccolo potere, marginale, inglobato in quello sovrastante di un sistema che ricorda il grande fratello orwelliano.

Scrittrice e poetessa, autrice di numerosi libri per l’infanzia e di Pixel (Edizioni ETS, 2020), nella versione italiana a cura della stessa Mariarosaria Sciglitano, nonché traduttrice dal francese, Tóth si muove con agilità nell’esporre i disagi dell’esistenza, di vite insufficienti, spolpate fino all’osso. La sua è una narrazione partecipata che passa in rassegna dolori e travagli muti ai quali dà voce non senza una punta di ironia, amara ma efficace come il ritmo che caratterizza questo romanzo.

Beniamina del recente Nobel ungherese per la letteratura, László Krasznahorkai, Tóth è originaria di un paese che da quindici anni vive sotto un sistema di potere che, dalla sua formazione, si è impegnato a realizzare un controllo sempre più stretto e capillare su tutte le manifestazioni della vita pubblica. Una situazione politica, quella in cui si trova l’Ungheria, che vede la scrittrice in prima linea nella critica al regime creato e tenuto in vita da Viktor Orbán e la trova nei panni di intellettuale non esattamente approvata dal governo per le sue posizioni.

È allora verosimile che l’autrice, per il romanzo, abbia tratto spunto dalla realtà che sta caratterizzando lo Stato danubiano in questo ciclo politico. Gli occhi della scimmia offrono uno sguardo smarrito ma forse anche indulgente nei confronti di tanta umanità vessata, impoverita, chiusa negli spazi asfittici predisposti dal potere e dotata di una volontà ridotta ai minimi termini. Una volontà magari non esaurita del tutto ma nascosta nei recessi di memorie e coscienze da riattivare.

(*) Due tappe sarde per Kristina Tóth, nell’ambito del festival letterario «Lèggere emozioni»: venerdì 31, a Villacidro (Aula consiliare, ore 17), Tóth parlerà del romanzo con la traduttrice Mariarosaria Sciglitano (introduce Gianni Usai). Sabato 1° novembre, a Nuoro (Fondazione Satta, ore 17), il dialogo tra la scrittrice e la traduttrice sarà introdotto da Bastiana Madau.

Catapum: no tengo dónde caer

«A volte riesce bene, a volte male. Questo è tutto: devi seguire il ritmo e caderci sopra. Il bullerengue è una melodia, es una música que uno lleve en la sangre».

Queste sono le parole delle protagoniste del documentario della regista colombiana Palu Abadía, presentato alla Casa delle Donne di Milano in occasione del Festival del Cine Colombia Migrante 2025 in collaborazione con il Dipartimento di Lingue, letterature, culture e mediazioni dell’Università Statale di Milano, l’associazione Migras APS e il Grupo Interagencial de Género: giunto alla sua terza edizione, il Festival è un’iniziativa creata da comunità colombiane in esilio con lo scopo di rendere visibili e stimolare spazi di memoria simbolica individuale e collettiva sulla migrazione e lo sfollamento forzato in Colombia attraverso film, produzioni audiovisive e opere d’arte.

Il documentario, uscito nel 2023, presenta la vita di tre donne molto diverse per età, generazione, passato e geografia che però si parlano, si educano e si riconoscono attraverso una melodia ancestrale, originaria e perpetua: il bullerengue. La regista Palu Abadía, nata in Colombia e newyorkese da dodici anni, presentando il film al Vancouver Latin American Film Festival ammette di non aver mai ascoltato e frequentato persone, nella sua terra d’origine, che cantavano, suonavano e ballavano il bullerengue; il suo primo incontro con questi ritmi è avvenuto a New York, al concerto dei Bulla en el Barrio, collettivo di musica che conta all’attivo dodici membri e che nella grande mela organizza ritrovi musicali nei parchi, nelle chiese e nelle sale da concerto per condividere e diffondere le tradizioni e le esperienze delle cantadoras colombiane delle regioni dell’Uraba, Cordoba e Bolivar. Sarà proprio Carolina Oliveros, la cantante del gruppo, insieme ad altre due donne, Ceferina Banquez e Pabla Flores, a guidarci alla scoperta del bullerengue. Ci parlano della Colombia, di quello che è stato il suo passato e dei tentativi di ricostruzione del futuro: Ceferina descrive la sua vita da sfollata a causa della violenza della guerriglia che per cinquant’anni ha massacrato il suo paese provocando otto milioni di dispersi interni ed esterni, ricorda il ritorno dopo anni nella sua terra per riabbracciare l’eredità della sua famiglia; incarna il movimento costante per la ricostruzione del presente, che la voce e le melodie riconciliano con il passato.

Pabla Flores, cantando, racconta alla nipote come sua madre e sua nonna le abbiano trasmesso la conoscenza ancestrale del bullerengue che unisce la comunità e crea rituali.

Carolina Oliveros da New York è la più giovane delle protagoniste: trasferitasi per amore dopo un’adolescenza ribelle e conflittuale, dichiara che «Non ho cercato il bullerengue, è stato il bullerengue a trovare me» e da allora si è data la responsabilità di far conoscere alle nuove generazioni questa tradizione, che per lei è stata una herramienta de sanación, uno strumento di guarigione per unirsi con se stessa e ritrovare la sua voce.

«El toque del tambor ha acompañado generaciones y luchas de resistencia de las comunidades negras. Lo que hace es que mueve el espíritu, toca unas fibras porque tiene esa historia, tiene ese

espíritu. Es como un espíritu que se esconde dentro del tambor.»1

Resistere, lottare, non retrocedere, rimanere, ricordare, trasmettere, educare, cantare. È questa l’origine spontanea dei bailes cantaos, i balli cantati: il bullerengue è una musica afrodiscendente della costa caraibica della Colombia che gli schiavi, approdati nel porto di Cartagena de las Indias dal Congo e dall’Angola agli inizi 1500, riproducevano attorno alle palenque, fortificazioni costruite da coloro che riuscivano a scappare dalla schiavitù e che le donne gravide, senza marito oppure concubine, escluse dal fandango o dai balli popolari durante le celebrazioni religiose in onore di San Giovanni o San Pietro (il 24 e il 29 di giugno), suonavano nel patio della casa. Si narra che il bullerengue sia uno dei canti esclusivamente femminili della Colombia e ne esistono di diversi tipi: di richiamo, di celebrazione per l’inizio delle mestruazioni, allegri o tristi.

Le mura di Cartagena

e il castello di San Felipe

lo hanno costruito i neri con frustate e sudore.

Voglio partorire un bambino bianco

anche se non mi darà mai la mano

per diffondere la notizia

che partorire è umano.

È stata forse la “povertà” degli strumenti che occorrono per (ri)creare i suoni e le melodie del bullerengue a renderlo così naturale, istintivo e genetico? Sono sufficienti la voce, le mani, l’acqua. Si sono poi aggiunti il tamburo con pelle di animale e un vaso che raccoglie cocci rotti a dettare il ritmo e ordinare la voce. Si tratta di un dialogo continuo tra tutte le parti che interagiscono: la voce impera, il coro risponde, il corpo segue e comanda la melodia che, come una rete, raccoglie tutto insieme. Se prima gli schiavi neri suonavano il dolore e lo strazio davanti al fuoco, nel tempo il bullerengue è diventato un vero e proprio mezzo di educazione, di trasmissione di conoscenza ed eredità, di racconto e di memoria. Non solo sofferenza, resilienza e strategia, i bailes cantaos sono diventati apprendimento, istruzione, necessità, pratica di vita: si insegna come coltivare le piante, cucire, prendersi cura di sé e della comunità.

Catapum, il titolo del documentario, riprende il nome del movimento che fa l’acqua quando è prepotentemente percossa dalla mano: Ceferina spiega come il Catapum a volte riesca e a volte no: bisogna provare, seguire il tempo e caderci dentro. Non si premedita questo tipo di ritmo, non ci sono spartiti, non rimangono testi delle strofe già cantate: quello che non deve andare perso è la pratica del suono, la cultura della voce, l’uso delle mani per battere suoni che rinforzano e tracciano il percorso per la parola che verrà, per il pensiero che ancora non c’è. Il bullerengue è meditazione, raccoglimento, riflessione: c’è sempre qualcosa da pensare, da calcolare, da ricordare, da raccontare a chi è vicino e deve sapere quello che è stato, affinché la storia cambi e non si ripeta.

«Te levantas y cantas. Lavas los platos y cantas. Trabajas y cantas. No importa lo que enfrentes, siempre cantas…»2

(1) «Il suono del tamburo ha accompagnato generazioni e lotte di resistenza nelle comunità nere. Ciò che fa è muovere lo spirito, tocca certi nervi perché ha quella storia, ha quello spirito. È come uno spirito nascosto dentro il tamburo.»

(2) «Ti svegli e canti, lavi i piatti e canti, lavori e canti. Qualunque cosa ti capiti, canti sempre.»

da Rivista Plurale Online Ytali-Venezia

Lavoriamo insieme su diversi progetti almeno da una decina di anni, ma da più di un anno abbiamo costituito un gruppo di riflessione politica sulla città, che si è dato il nome di Labfem5.0: ci incontriamo una volta al mese da ottobre 2024 per ragionare come semplici abitanti, tenendo conto del nostro essere donne e della lunga esperienza politica e sociale di ognuna, sui problemi, le contraddizioni, le potenzialità, i punti di forza e di debolezza della città in cui abitiamo.

Ci siamo collocate tra quelle e quelli che amano la città, ne usano spazi e risorse, ma anche sentono l’obbligo di restituire, rimettere in ordine, prendersi cura, impegnarsi per il cambiamento.

Abbiamo adottato il punto di vista di chi percorre la città a piedi tutti i giorni, ne fa esperienza diretta, tocca con mano le contraddizioni, vede i problemi, intreccia trame di incontri, parla con le persone che incontra: l’edicolante, il commerciante, il postino, il farmacista, la parrucchiera, donne e uomini che stanno dietro i banchi di frutta e verdura al mercato, donne e uomini che si impegnano nella politica della città.

Molte le cose che abbiamo fatto: abbiamo individuato aspetti diversi del vivere quotidiano, problemi irrisolti che si ripresentano a ogni cambio di governo; abbiamo descritto i luoghi della città che più frequentiamo; abbiamo elaborato un elenco di ciò che della città ci piace e ciò che non ci piace, facendo differenza tra le cose che vanno bene e possono restare e quelle che, secondo noi, vanno messe in discussione e cambiate.

L’intenzione comune è stata quella di trarre dai nostri racconti, dalle nostre descrizioni dell’esistente riflessioni e indicazioni utili per orientare le future scelte politiche e prospettare possibili soluzioni dei diversi problemi o modalità più efficaci di affrontare le criticità presenti in città e nel nostro territorio.

Consapevoli che una città è tenuta insieme dalla sapienza di pratiche minuziose e pazienti, da gesti di cura che appartengono alla sfera domestica, affettiva, ma trasferibili e traducibili anche in altri ambiti, in contesti più ampi, abbiamo guardato alla città come un’interazione di soggettività che agiscono contemporaneamente, trasformando il quotidiano.

Con l’arrivo negli ultimi trent’anni dal Sud e dall’Est del mondo di donne e uomini in cerca di lavoro e di una vita migliore, Mestre si è radicalmente trasformata, è diventata un intreccio di lingue, religioni, stili di vita, tradizioni, abitudini, saperi, modi di vestire e di cucinare molto diversi tra loro. La città è spazio in cui si incontrano e si scontrano differenze etniche, religiose, economiche, sociali, culturali e in essa vivono numerose comunità di stranieri per lo più tra loro separate.

Nei quartieri e in alcune zone, dove già negli anni Settanta c’era stata una prima immigrazione dal Sud Italia, ma anche da Venezia – in particolare dopo l’alluvione del 1966, quando iniziò un vero e proprio “esodo” in terraferma – si sono formate nuove comunità e alla prima generazione ora si aggiungono le seconde e le terze.

Negli anni Novanta Mestre era una “città di frontiera”, nel senso che vi si sperimentavano pratiche innovative di integrazione e di accoglienza.

Oggi con la lenta scomparsa di reti amicali, parentali e di vicinato diminuisce anche a Mestre il senso di sicurezza. Ci siamo soffermate a lungo a ragionare sulla sicurezza che passa attraverso la rigenerazione della città, la presenza di negozi, di luoghi di aggregazione, di spazi pubblici dove avvengono incontri e discussioni politiche. La sicurezza, spesso associata a politiche di repressione e controllo, va vincolata secondo noi soprattutto alla partecipazione: prossimità e partecipazione creano, infatti, controllo sociale e di conseguenza senso di sicurezza. Siamo convinte che al diffuso senso di insicurezza che circola in città non si debba rispondere unicamente con la repressione e che questa sia in realtà un grande inganno che fa credere di risolvere i problemi, ma di fatto non lavora lì dove questi nascono. Contemporaneamente ci abitua ad un controllo che limita la nostra libertà individuale.

La città subisce un processo di invecchiamento della popolazione e le giovani generazioni fuggono da Mestre per mancanza di casa e di lavoro.

L’offerta commerciale è diminuita e anche a Mestre c’è il fenomeno della chiusura dei negozi. In compenso, in questa città c’è grande ricchezza di proposte culturali: librerie, cinema, dibattiti, convegni, mostre, gruppi lettura, gruppi di poesia, associazioni culturali.

L’attuale amministrazione non crede veramente nella partecipazione, nell’innovazione e nell’inclusione; è fortemente sicuritaria, ha abolito le Consulte, i Forum, le Municipalità, gli organismi di partecipazione, strumenti decentrati dell’ascolto e dell’agire nella città.

Ci siamo dette che è la vita quotidiana, con le sue infrastrutture fisiche e sociali, che permette di ricucire e integrare rigenerazione e welfare. È la vita quotidiana la chiave di volta che può sostenere una nuova pianificazione dei servizi. È questo il pensiero che ha innervato le pratiche di quante di noi lavorano politicamente all’interno di un partito e che l’attenzione delle donne ci suggerisce. Pensiamo che sia necessario mettere in discussione una visione ormai superata della progettazione urbana che continua a basarsi sull’idea di bisogni “universali” e standardizzati, come se la città fosse abitata da un cittadino medio, neutro, astratto. Questa logica ancora troppo presente nelle politiche pubbliche finisce per ignorare non solo la differenza tra i sessi, ma anche le profonde disuguaglianze sociali, economiche e culturali che attraversano i nostri territori. Progettare la città oggi significa riconoscere e dare spazio alla pluralità: ai corpi, ai bisogni, alle vite che troppo spesso rimangono ai margini. Significa andare oltre l’omologazione e costruire politiche urbane capaci di includere, invece di cancellare.

A un certo punto della nostra ricerca, ci siamo poste anche delle domande sulle quali tuttora siamo impegnate a lavorare. Per esempio: come possono crescere la partecipazione e la disponibilità a costruire con altre e altri?

Come pensare al futuro con uno sguardo che rimotivi alla partecipazione, restituendo ad ogni abitante emozione, desidero di impegno e voglia di lavorare per il cambiamento?

Quale azione politica è possibile per superare la logica individualistica diffusa che mette al primo posto il narcisismo individuale (spesso maschile) e gli interessi privati rispetto a quelli della comunità?

Che cosa rende un insieme di persone, donne e uomini, una comunità generativa e aperta all’agire per promuovere trasformazione politica?

La domanda da cui siamo partite è questa: le porte delle nostre case oggi sono e rimangono “aperte” o le abbiamo chiuse?

da Pressenza

In una delle province più produttive d’Italia, dove le fabbriche hanno fatto la storia del lavoro ma la disoccupazione femminile resta ancora una ferita aperta, un piccolo laboratorio sartoriale prova a cambiare il destino di molte donne. Si chiama Atelier Bebrél, e dietro a un semplice ago e filo si cela una rivoluzione silenziosa: un modello di inclusione sociale e sostenibilità che intreccia storie, competenze e nuove opportunità professionali.

Dalla fragilità alla rinascita: la forza di un progetto

Nato a Rodengo Saiano, nel cuore del bresciano, Atelier Bebrél è più di un laboratorio di sartoria creativa. È un luogo dove le donne in situazioni di fragilità – vittime di violenza, migranti, disoccupate di lunga durata – trovano una seconda possibilità attraverso la formazione e il lavoro.

Il progetto prende forma grazie alla sinergia tra Punto Missione Onlus e Associazione Casa Betel 2000 Onlus, due realtà impegnate nell’accoglienza di donne sole e madri con figli. Qui la sartoria diventa strumento di autonomia, ma anche terapia, riscatto e comunità.

«La consapevolezza che il lavoro è la chiave per costruire una nuova identità e un’integrazione sociale reale – spiega Silvia Daminelli, coordinatrice dell’Atelier – ci ha spinto a creare percorsi formativi aperti non solo alle nostre ospiti, ma anche alle donne del territorio, spesso escluse dal mercato del lavoro perché prive di competenze spendibili».

Un modello formativo a cascata

Oggi Atelier Bebrél ha compiuto un passo in più. Con il sostegno della Fondazione Marcegaglia e la consulenza di Mending for Good, ha avviato un innovativo percorso di formazione in moda sostenibile e upcycling.

Il progetto è partito da un workshop intensivo rivolto a cinque professioniste dell’Atelier – una stilista e quattro sarte – che hanno acquisito competenze avanzate in riuso creativo e design circolare. Sono poi loro, in un modello “a cascata”, a formare oggi 15 donne in situazioni di vulnerabilità, moltiplicando così conoscenze, opportunità e autonomia.

Non si tratta solo di corsi, ma di un percorso completo che include tirocini retribuiti e mentoring individuale, con l’obiettivo di un inserimento concreto nel settore della moda etica. «Vogliamo costruire un sistema di valore – spiega Alberto Fascetto, responsabile del progetto per la Fondazione Marcegaglia – dove la formazione diventa un trampolino per l’indipendenza economica e la dignità personale».

Cucire per ricucire: il valore dell’upcycling

Accanto al valore sociale, c’è una visione ambientale forte. Grazie alla collaborazione con Mending for Good, società specializzata in upcycling e design circolare, Atelier Bebrél impara a trasformare scarti tessili e materiali dimenticati in nuovi capi unici, di alta qualità e dal forte impatto etico.
«Parliamo di rammendo nel senso più ampio del termine – spiegano Alessandra Favalli e Barbara Guarducci, fondatrici di Mending for Good –. Riparare un sistema significa considerare la responsabilità ambientale e sociale, rispettare le persone e il pianeta, creando circoli virtuosi tra artigianato e moda».

Storie che diventano tessuti

Dietro ogni cucitura, ci sono storie di vita. Come quella di Olga, arrivata a Brescia da Kiev nel marzo 2022, in fuga dalla guerra insieme alla nonna novantaduenne. A casa sua gestiva una sartoria, qui, grazie ad Atelier Bebrél, ha potuto ricominciare. Oggi coordina la linea creativa del laboratorio e guida altre donne nella produzione. «A Brescia ho trovato una nuova stabilità – racconta –. Lavorare di nuovo con ago e filo mi ha permesso di ricostruire la mia vita».

O quella di Isabella, che dopo un lutto devastante ha ritrovato nel cucito una forma di rinascita: «Mi ha salvata. Lavorare in gruppo, creare qualcosa di bello insieme ad altre donne, mi ha ridato fiducia e voglia di vivere».

da il manifesto – Alias

L’estate del 1940 rappresenta il punto culminante di quel collasso della civiltà che travolge l’Europa con l’esplicarsi ormai senza più dissimulazioni della potenza distruttiva del regime nazista in Germania. Annessa l’Austria nel ’38, invasa la Polonia nel ’39, nel ’40 la Germania attacca il Belgio e i Paesi Bassi e poi la Francia con una manovra a falce che ne travolge le difese senza lasciare, parrebbe, possibilità di replica.

L’esodo di massa di apolidi (privati della cittadinanza dal regime tedesco), scrittori, intellettuali, attivisti, avversari politici, ebrei, cominciato in Germania già nel 1933, con il susseguirsi di questi eventi assume proporzioni apocalittiche: tutti coloro che si erano rifugiati in Francia, e in particolare a Parigi, per sfuggire alle persecuzioni della Gestapo e al rischio della deportazione nei campi di concentramento, da un giorno all’altro non sono più al sicuro e cercano scampo oltre la Loira, dove comincia la Francia cosiddetta libera (in realtà governata dal regime collaborazionista del maresciallo Pétain), e il regime nazionalsocialista ancora non ha il pieno controllo della situazione.

Soldati degli eserciti in rotta, disertori, profughi dai più diversi paesi confluiscono a Marsiglia nella speranza di riuscire a lasciare l’Europa su una qualche nave diretta negli Stati Uniti, in Messico, nelle colonie francesi d’oltremare. Sono molti coloro che in questa fuga trovano la morte, per mano dei tedeschi o volontariamente, come Carl Einstein, Ernst Weiss, Walter Hasenclever, Ernst Toller, Walter Benjamin.

Alla lunga lista di resoconti di questo traumatico momento storico, da qualche mese, grazie alla giovane casa editrice Palingenia e nella valida traduzione dal tedesco di Enrico Arosio, anche il lettore italiano può aggiungere Lo strappo del tempo nel mio cuore – Memorie, della pubblicista e agente editoriale austriaca Hertha Pauli, sorella del fisico quantistico Wolfgang Pauli, premio Nobel nel 1945 per la formulazione del principio di esclusione (Palingenia, Venezia, pp. 347, euro 33,00). Le memorie di Herta Pauli si affiancano infatti a Transito di Anna Seghers, a Hotel Baalbek di Fred Wanders, a Verlustanzeige [“Avviso di smarrimento”] di Karl Frucht, a Il diavolo in Francia di Lion Feuchtwanger e a Consegna su richiesta del Giusto tra le Nazioni Varian Fry, giornalista americano che con il suo Emergency Rescue Committee riuscì a salvare migliaia di profughi “eccellenti” (intellettuali, artisti, scienziati di fama mondiale) aiutandoli a raggiungere l’America.

Caratteristica di tutte queste opere è l’oscillazione tra il tenore letterario e quello testimoniale e cronachistico. E anzi, proprio in queste opere che respirano l’aria di una storia drammatica vissuta in prima persona prende forma particolarmente evidente la polarità, insita secondo Walter Benjamin in tutte le opere letterarie, tra «contenuto reale» e «contenuto di verità», tra «i ceppi pesanti del passato» e la «fiamma vivente» della verità che di questi si alimenta.

Per quanto narrata più e più volte, ripetuta in un certo senso, l’epopea di quello che Christa Wolf definì «spettrale corteo di milioni di profughi» in un’Europa sull’orlo di cadere in mano ai nazionalsocialisti non perde forza né valore testimoniale. Luoghi, persone, impressioni, dettagli anche minimi si ripresentano, uguali e ogni volta diversi, ogni volta con tutta l’autenticità dell’esperienza vissuta. Anche le memorie di Hertha Pauli restano, in questo, paragonabili a ciò che i fisici quantistici chiamano wormhole, un cunicolo spaziotemporale che collega immediatamente il nostro presente a un momento apparentemente distante nello spazio e nel tempo.

Nata nel signorile distretto viennese di Döbling, Hertha era figlia di un medico di origini praghesi ebreo convertito al cattolicesimo (che da Pascheles aveva cambiato il proprio cognome in Pauli) e di Berta Camilla Schütz, giornalista e attivista per i diritti delle donne. Trasferitasi ancora giovane a Berlino, attrice con Max Reinhardt, Hertha era tornata a rifugiarsi a Vienna nel 1933. Qui aveva creato assieme ad amici l’agenzia letteraria “Österreichische Korrespondenz”, che si occupava principalmente di trovare editori per gli autori di lingua tedesca invisi al regime nazionalsocialista. Queste sue memorie, scritte in America molto dopo i fatti a cui si riferiscono, scandiscono le tappe dei due anni dal 1938 al 1940, in cui da Vienna fu costretta a fuggire a Parigi e poi, nel giugno del ’40, in condizioni estreme, a piedi o sfruttando occasionali passaggi e qualche treno superstite, in direzione di Marsiglia, da dove Pauli riuscì fortunosamente a imbarcarsi per gli Stati Uniti (grazie appunto all’aiuto del Comitato di Fry).

La vicenda di Pauli non è individuale, ma collettiva: è la storia di tutto l’ambiente del quale Hertha si era messa al servizio con l’agenzia letteraria. In fuga assieme a lei, lungo traiettorie che sempre nuovamente e avventurosamente si intersecano, ci sono tutti i protagonisti del primo Novecento letterario e artistico, ciascuno con il suo carattere peculiare, le sue debolezze e i suoi punti di forza, le sue bizze e le sue genialità – e i suoi manoscritti o le sue opere sotto il braccio. Il cabarettista, poeta e scrittore satirico berlinese Walter Mehring, fisicamente esile, timoroso e facile al panico, deve essere quasi costretto uscire di casa per potersi alla fine imbarcare. Il drammaturgo ungherese Ödon von Horváth, superstizioso e convinto che un destino occulto agisca dietro alla superficie falsamente innocua dei fatti, muore assurdamente schiacciato dal ramo di un albero durante una tempesta a Parigi.

Joseph Roth è eternamente seduto al tavolo del Café Tournon a scrivere davanti a un bicchiere di Slivoviz, attorniato da un circolo fisso di emigrati, fino a quando l’alcol e una polmonite non hanno la meglio sul suo fisico ormai provato ed egli muore all’ospedale Necker di Parigi nel maggio del 1939. La coppia – quasi una macchietta – del poeta Franz Werfel e della carismatica seduttrice e regina dei salotti Alma Mahler, riesce a mantenere una certa grandeur anche nella fuga e viaggia con un bagaglio spropositato. Il medico e scrittore amico di Kafka Ernst Weiss, cupo e sfiduciato, al momento di lasciare Parigi non ha più la forza di rimanere attaccato alla vita. Diventerà la presenza fantasmatica che anima Transito di Anna Seghers, nella persona dello scrittore Weidel, in possesso di tutti i documenti necessari per imbarcarsi alla volta del Messico, ma in realtà già morto suicida. E assieme a loro tanti, innumerevoli altri.

Particolare anche il fatto che a pubblicare nel 1970 e poi a riproporre nel 2022 questo resoconto di prima mano degli anni in cui un’intera cultura rischiò di essere cancellata – quella del nostro Novecento più produttivo, che avrebbe gettato le basi del futuro oltre gli anni della barbarie nazista – sia stato un editore austriaco rinato dopo la guerra, ma che a suo tempo condivise il destino di Hertha Pauli e dei suoi sodali: la casa editrice viennese Zsolnay, punto di riferimento per le sperimentazioni letterarie del primo Novecento prima del ’33, poi arianizzata nel ’38 dopo anni di difficoltà dovute al boicottaggio dei suoi autori da parte della Germania nazionalsocialista e una serie di disperati tentativi di adattarsi per sopravvivere, della quale Joseph Roth scriveva, nel 1937 da Parigi: «Così si dà il caso grottesco che lo stato austriaco cattolico ospita quegli editori ebrei che obbediscono alle imposizioni pagane della camera degli scrittori del Reich».

da L’Altravoce il Quotidiano

Il libraio di Gaza, il libro di Rachid Benzine, scrittore marocchino, nasce dall’incontro del fotoreporter francese Julien Desmanges, inviato a Gaza nel 2014 durante la tregua seguita all’ennesima rappresaglia israeliana, e Nabil Al Jaber, libraio palestinese. Il vecchio Nabil, dalla «barba irregolare e brizzolata, con le spalle un po’ curve e gli occhiali posati a sghimbescio sul naso» se ne sta seduto davanti alla sua bottega a leggere, a due passi dalle macerie. Quando volta la pagina «la annusa, la accarezza, poi si immerge nuovamente nella lettura. Le sue dita toccano la carta come se coccolassero le parole». È come se volesse restare aggrappato alle parole per salvarsi «dal frastuono, dalla sofferenza, dalla morte lenta della città». La vetrina della sua bottega è circondata «da centinaia di libri, la porta aperta su migliaia d’altri. E altre centinaia posate direttamente sul marciapiede». È questa la scena straordinaria che cattura lo sguardo del fotoreporter che si avvicina a lui e gli chiede di poterlo fotografare. A quella richiesta Nabil, saggiamente, risponde: «Non crede che un ritratto fotografico riesca meglio se si conosce ciò che è nascosto? Dietro ad ogni sguardo non c’è forse una storia? Quella di una vita. Talora quella di un popolo intero. Non vorrebbe, signor fotografo, ascoltare la mia storia?». E lui inizia a raccontare la sua storia. Una storia soggettiva ma anche collettiva in cui ogni palestinese può ritrovarsi. Una storia che fa del ricordo e della memoria la fonte di verità e realtà. Storia che inizia con sua madre, la donna palestinese musulmana che lo mise al mondo nella notte tra il 31 dicembre 1947 e il primo gennaio 1948, qualche ora dopo essere stata gravemente ferita dai militari sionisti che avevano attaccato il loro villaggio, mentre tutti dormivano. Uccisero, terrorizzarono, cacciarono dalla propria casa e dalla propria terra migliaia di famiglie palestinesi, e fu la Nakba (la catastrofe). I nonni e i genitori, con lui appena nato e un altro figlio, «lasciarono il villaggio, quell’angolo di terra che avevano arato con fatica. Le loro radici, gli alberi che avevano piantato, quelle vigne millenarie che non avrebbero mai più rivisto. La casa che il nonno aveva costruito con le sue mani, pietra su pietra. Lì c’era tutta la loro vita e tutto ciò che le dava senso». Vite distrutte, sogni svaniti e ritorni agognati e proibiti. E fu l’esodo per intere famiglie che finirono nei campi profughi, dove Nabil crebbe. Ricordi narrati, anni dopo, dalla madre «attorno al fuoco». Per anni aveva taciuto, per salvaguardarlo dall’odio e dalla sete di vendetta. Ai ricordi e agli eventi narrati di un «dolore altrui» seguono, lungo il racconto, quelli del «proprio dolore». Nabil ha visto e vissuto le intifade, l’ascesa di Hamas, l’occupazione di Gaza, l’oppressione e l’umiliazione di un popolo. Ha visto schiacciati dai carrarmati israeliani i nonni, il fratello maggiore, il figlio undicenne e la moglie seppellita dalle macerie della casa nei bombardamenti del 2009. Ha conosciuto il carcere per vent’anni avendo come unica compagnia i libri. Al ricordo dei genitori morti mentre era in carcere «il lutto e la perdita affiorano sotto le sue palpebre». Tra tanto dolore racconta di essere riuscito a diventare professore all’università del Cairo e di aver deciso di aprire la sua libreria per «estraniarsi dal mondo ma senza lasciarlo». Per leggere e rileggere i romanzi della sua vita e «non aggiungere brutture» e dare il suo contributo con «i suoi libri». Nonostante tanta infelicità sorride, «un sorriso magico, luminoso». Sono i libri che lo hanno salvato dall’odio e dalla vendetta, come voleva sua madre. Dopo il 7 ottobre la sua libreria, come Gaza, è stata ridotta in polvere e la sua voce e il suo sorriso spenti per sempre. Un libro molto bello, scritto per amore della lettura, dei libri e del popolo palestinese.

da l’Avvenire

L’Irlanda ha una nuova presidente: Catherine Connolly, 68 anni, deputata indipendente di sinistra originaria di Galway, da sempre voce critica verso l’establishment politico ed economico del Paese. La sua è stata una vittoria schiacciante e annunciata – con il 63,7 percento dei voti – oscurata in parte però dal dato sull’affluenza: alle urne è andato meno del 40 per cento degli aventi diritto, un record negativo nella storia della Repubblica irlandese e il chiaro segnale di un tessuto civico sempre più diffidente verso la politica.

Sostenuta da Sinn Féin, Social Democrats e da una costellazione di movimenti progressisti, Connolly ha superato nettamente Heather Humphreys, candidata dai centristi di Fine Gael, che ha riconosciuto la vittoria dell’avversaria, ereditando da Michael D. Higgins – che per quattordici anni ha incarnato la coscienza civile del Paese – un ruolo simbolico in un momento in cui la credibilità delle istituzioni è in crisi. I numeri raccontano una stanchezza che va oltre le percentuali. Migliaia di elettori hanno infatti scelto di annullare la scheda, aderendo alla campagna di dissenso “Spoil the Vote” (Annulla il voto), nata per denunciare le regole troppo restrittive per la presentazione delle candidature.

Connolly dovrà adesso misurarsi con un mandato popolare forte nei numeri relativi ma fragile nel consenso reale. Ex psicologa e avvocatessa, deputata dal 2016, è nota per la sua retorica anti-neoliberista, per l’attenzione ai temi sociali e per la difesa della neutralità irlandese, messa in discussione dal governo con l’aumento delle spese militari. «Il Paese non ha bisogno di più armi ma di più fiducia», ha dichiarato nel suo ultimo comizio.

Durante la campagna è stata vittima di un episodio emblematico dei nuovi rischi democratici: un deepfake diffuso sui social la mostrava, in un falso telegiornale della tv pubblica RTÉ, annunciare il proprio ritiro e la vittoria dell’avversaria Humphreys. Il video, visto da oltre trentamila utenti prima di essere rimosso, è rimasto online per dodici ore. L’effetto, paradossalmente, è stato quello di rafforzarne l’immagine di outsider, simbolo di un Paese che non vuole essere ridotto a spettatore del proprio destino.

Anche l’ombra di Gaza ha pesato sulla campagna elettorale. Più dell’ottanta per cento degli irlandesi considera le azioni israeliane un genocidio, e molti accusano l’Ue di aver tradito la propria missione morale. Connolly ha dato voce a quel sentimento popolare parlando di “complicità europea” e chiedendo la sospensione dei rapporti militari e commerciali con Israele. È stata l’unica candidata a pronunciare la parola “Palestina” con convinzione, raccogliendo così l’eredità del suo predecessore, Michael D. Higgins. La nuova presidente è anche favorevole alla riunificazione dell’isola, che considera “inevitabile”, e ha paragonato l’aumento delle spese militari della Germania del cancelliere Friedrich Merz a quelle degli anni ‘30. Dichiarazioni che hanno suscitato critiche ma che le hanno guadagnato un consenso trasversale tra giovani, attivisti e chi sente l’Irlanda lontana dai poteri forti di Bruxelles, Londra e Washington. La scommessa di Catherine Connolly comincia ora. In un Paese dove meno di un elettore su due ha scelto di recarsi alle urne, il primo compito della nuova presidente sarà ridare senso alla partecipazione politica di fronte agli eloquenti segnali di protesta verso un sistema percepito come chiuso e distante.

da Internazionale

In Afghanistan 21 milioni di donne e bambine vivono soffocate dal regime. Quattro anni fa gli Stati Uniti e i loro alleati hanno abbandonato le afgane, ritirando le truppe dal paese dopo gli accordi di Doha. Il patto “di pace” che doveva debellare Al Qaeda, ha riconsegnato ai taliban le stesse donne che gli occidentali avevano promesso di salvare quando avevano invaso il paese, vent’anni prima. Da allora la repressione è sempre più violenta. Uno dei momenti più vergognosi è arrivato nell’agosto 2024, quando le autorità di Kabul hanno promulgato la legge per la propagazione della virtù e la prevenzione del vizio, un’interpretazione radicale della sharia. Tra le regole da seguire, c’è il divieto per le donne di parlare in pubblico o uscire in strada a volto scoperto. E all’interno delle mura domestiche non possono leggere né cantare. Ad agosto molte donne sono morte abbandonate sotto le macerie dopo il forte terremoto che ha scosso parte dell’Afghanistan. La loro assenza nelle immagini dei soccorsi è sconvolgente: erano lì, sotto i palazzi crollati, ma non sono state tratte in salvo perché gli uomini non potevano toccarle a meno che non fossero parenti. Quelle che sono riuscite a raggiungere un ospedale non hanno avuto una sorte migliore, perché non c’erano dottoresse. Il 30 settembre le autorità afgane hanno bloccato internet. La restrizione è durata solo 48 ore, ma non per tutti. I leader religiosi hanno ordinato agli uomini di sequestrare definitivamente i telefoni alle donne, che non potranno più seguire corsi online, informarsi, comunicare e chiedere aiuto. I taliban hanno chiuso l’ultima finestra delle afgane sul mondo. La comunità internazionale ha l’obbligo morale e umanitario d’intervenire.

Un grigio pomeriggio invernale, ragazzi e ragazze, giacche a vento e zaini sulle spalle, si radunano sul lato destro della Stazione Centrale di Milano. Qualche sorriso, qualche battuta, non di più: sono molto compresi del viaggio che stanno per intraprendere. Non partono per la settimana bianca, sanno che li aspetta il Treno della memoria. Quando il gruppo è completato ci si incammina nei sotterranei del binario 21. Un po’ di trambusto, possono vedere uno dei vagoni merci, poi il silenzio: chi ha organizzato il viaggio lascia la parola a chi su quel treno è salita bambina, decenni prima.

Il viaggio è lungo, più di ventidue ore durante le quali si legge, si discute, una classe mette in scena una piccola rappresentazione a partire dalle parole di diari e memorie di chi è stato deportato. Il sonno arriva quasi all’alba.

Il lavoro fatto nei mesi precedenti li ha preparati a vivere un’esperienza da cui torneranno trasformati: hanno studiato e ricercato, approfondito incontrando ex-deportati ed ex-deportate.

Il 27 gennaio è tutto dedicato alla visita dei Campi di sterminio di Auschwitz-Birkenau: le poche baracche ricostruite, il ‘museo’ con l’agghiacciante raccolta di quello che rimane di migliaia di vite.

Chiedono alle guide e alle docenti spiegazioni o scambiano emozioni, con voci sommesse, per non profanare il silenzio e lasciare parlare il vento gelido.

Fotografie? Sì, certo hanno scattato fotografie per documentare il viaggio: immagini che mostrano il vuoto degli spazi e il silenzio, o le scritte e gli oggetti tante volte visti riprodotti nei libri che ora, proprio perché quasi toccate con mano, assumono una pregnanza diversa. Hanno fotografato anche le compagne e i compagni in gruppo, di schiena: però i protagonisti, lì, non erano loro.

Selfie? Sì, certo la sera a Cracovia, quando la tensione in parte si è allentata.

Durante il viaggio di ritorno sul treno si formano gruppi spontanei per rielaborare ciò che avevano vissuto, cresce la consapevolezza che quell’esperienza deve essere conosciuta da chi non ha potuto partecipare: si comincia a pensare cosa fare.

Il viaggio per le ragazze e i ragazzi non è finito: sentono che ora tocca loro diventare testimoni in un passaggio tra generazioni. Riordinano le foto e le commentano, approfondiscono le diverse tipologie di deportazione, producono un video in cui si intrecciano le loro parole con quelle lette nei libri. Gli incontri con le testimoni hanno generato in loro il desiderio di condividere con altri e altre lo spessore e la preziosità dell’esperienza, consci che la ricchezza conoscitiva e l’ampiezza emozionale legate a quegli incontri siano un’occasione da spartire con altri e altri, in un’assemblea aperta non solo alla scuola.

Negli anni successivi gli e le studenti hanno assunto il ruolo attivo di “testimoni”: in occasione della Giornata della Memoria, hanno collaborato e realizzato una lezione spettacolo sulla Shoah; hanno organizzato una serie di incontri, sapendo diversificare impostazione e linguaggio, sull’esperienza del viaggio ad Auschwitz e sulle deportazioni, rivolti sia a compagni e compagne di altre classi della scuola e di altri istituti, sia anche in qualche occasione pubblica.

Questa esperienza l’ho ripetuta con le classi più volte negli anni.

Una lettera aperta, firmata da almeno 460 intellettuali, celebrità e personaggi politici ebrei e israeliani, invita le Nazioni Unite e i capi di Stato ad affrontare «le condizioni di fondo dell’occupazione, dell’apartheid e della negazione dei diritti dei palestinesi» che sono assenti dall’accordo di cessate il fuoco di Gaza del presidente degli Stati Uniti Trump

Un gruppo di importanti leader e celebrità ebraiche chiede ai leader mondiali di chiamare Israele a rispondere delle sue azioni a Gaza e di usare il cessate il fuoco con Hamas come punto di svolta verso una pace giusta e duratura.

In una lettera aperta intitolata “Gli ebrei chiedono azione” pubblicata mercoledì, l’ex presidente della Knesset e presidente israeliano ad interim Avraham Burg, l’ex negoziatore israeliano Daniel Levy, la scrittrice canadese Naomi Klein e l’autore Peter Beinart sono affiancati da almeno 460 personalità pubbliche ebraiche che sollecitano sanzioni contro Israele e l’applicazione del diritto internazionale.

La lettera, indirizzata al Segretario Generale delle Nazioni Unite e ai capi di Stato di tutto il mondo, rappresenta il primo appello coordinato di questo tipo da quando il cessate il fuoco è entrato in vigore il 10 ottobre.

«È con grande sollievo che accogliamo con favore il cessate il fuoco», si legge nella lettera. «Eppure non ci dovrebbero essere dubbi sulla fragilità di questo cessate il fuoco: le forze israeliane rimangono a Gaza, l’accordo non fa alcun riferimento alla Cisgiordania, le condizioni di base dell’occupazione, dell’apartheid e della negazione dei diritti dei palestinesi rimangono irrisolte».

Tra i firmatari figurano artisti, autori e attivisti come gli attori Ilana Glazer, Hannah Einbinder e Wallace Shawn, i registi premi Oscar Jonathan Glazer e Yuval Avraham, i comici Eric André e Leo Reich e lo scrittore premio Pulitzer Benjamin Moser.

Versione originale inglese:

New York – A group of prominent Jewish leaders and celebrities are calling on world leaders to hold Israel accountable for its actions in Gaza and to use the cease-fire with Hamas as a turning point toward a just and lasting peace.

In an open letter titled “Jews Demand Action” released Wednesday, former Knesset Speaker and interim Israeli President Avraham Burg, former Israeli negotiator Daniel Levy Canadian writer Naomi Klein and author Peter Beinart, are joined by at least 460 Jewish public figures urging sanctions on Israel and enforcement of international law.

The letter, addressed to the UN Secretary-General and global heads of state, marks the first coordinated appeal of its kind since the cease-firetook effect on October 10.

It is with great relief that we welcome the cease-fire”, the letter reads. “And yet there should be no doubt that this cease-fire is fragile: Israeli forces remain in Gaza, the agreement makes no reference to the West Bank, the underlying conditions of occupation, apartheid and the denial of Palestinian rights remain unaddressed”.

Signers include artists, authors and activists such as actors Ilana Glazer, Hannah Einbinder and Wallace Shawn, Oscar-winning directors Jonathan Glazer and Yuval Avraham, comedians Eric André and Leo Reich and Pulitzer Prize-winning writer Benjamin Moser.

da Centro Sereno Regis e Pressenza

Il giorno temuto della prima trivellazione funzionale al Tav (Treni ad Alta Velocità) a Bussoleno è arrivato.

Di buon mattino compare il messaggio: “zona ex scalo ferroviario, camion carico di materiale compatibile con il montaggio trivella”.

Mi sono precipitata sul luogo a rischio, lo stesso della mia passeggiata quotidiana lungo la Dora.

Questa volta sono sola, il mio cane Gigio l’ho lasciato a casa, a scanso pericoli… Sul fiume, sui boschi di sempre pesa la foschia della giornata piovosa: oggi l’autunno ha perso l’aura dorata dell’anno che serenamente declina, per coprirsi dell’uggiosa tristezza che sa già d’inverno.

Invece di imboccare il solito sentiero nel bosco, salgo lungo il terrapieno della ferrovia, che offre una visuale dall’alto, complessiva. Non sembra esserci nulla lungo il greto del fiume, nulla nella fascia dei prati che le mappe segnalano come a rischio sondaggi. Respiro di sollievo: forse non è ancora il momento, c’è ancora spazio per la quotidianità ‘buona’ che anche la precarietà della vecchiaia può donare…

Poi la vedo, la trivella, alta, ai margini dell’area che, fino a trent’anni fa, prima della privatizzazione delle Ferrovie dello Stato, era il fiorente scalo merci della stazione di Bussoleno. La zona è inaccessibile, bloccata da un muro di blindati e figure in assetto antisommossa.

Ci torno nel pomeriggio insieme ad un gruppetto di compagni. Il rapporto numerico non ci è favorevole: uno di noi contro almeno tre di loro. Tentiamo invano di avvicinarci. Alla fine ce ne andiamo sotto la pioggia, tra il freddo e la tristezza della sera, mentre le torri-faro si accendono ad illuminare l’ennesima ferita, l’ennesima prepotenza ai danni di questa terra e di chi l’abita.

Oggi, in quello che è diventato per me il “posto delle fragole”, là dove era stata posta a monito e a difesa la bandiera NO TAV, è piantata la trivella e intorno si allargano acqua e fango.

Sono arrivata con Gigio e mi ha colpita di lontano un rumore insolito di ferraglia, di pietra frantumata. Poi l’ho scorta, tra gli alberi, al fondo del sentiero, contro gli spalti boscosi del ponte ferroviario, nel punto in cui esiste un breve accesso al fiume, una piccola spiaggia dalla quale una mattina vidi alzarsi in volo, elegante e solitario, un airone cinerino.

Intorno alla trivella l’affaccendarsi degli operai e la presenza inquietante, più che mai fuori luogo, delle “forze dell’ordine”, in divisa e in borghese.

Non so se in me sia maggiore la rabbia o il senso d’impotenza; sento la mia voce che protesta e mi sembra una voce nel deserto. Di fronte ho un muro di gomma: solo il rumore delle carrucole contro il silenzio delle foglie che continuano a cadere.

Esco dal bosco verso i prati aperti: di fronte, sull’alto dei terrapieni, ancora mezzi blindati, divise, camion in attesa, figure che si muovono sui pendii. In mezzo, un mare di erba e di tarassaco fiorito e, sopra di tutti, il cielo e stracci di nuvole in fuga.

Di lontano arriva il suono delle campane di mezzogiorno.

Impotenza, insensatezza….

Gigio trotterella tranquillo sulla via del ritorno.

da tvxs.gr,

Venerdì 17 ottobre 2025 il segretario dell’ufficio provinciale di Teheran per l’“Imposizione del bene e la proibizione del male” ha annunciato la creazione di un nuovo “Centro operativo per la modestia e l’hijab”, insieme all’organizzazione e all’attivazione di «oltre 80.000 volontari addestrati» e 4.575 istruttori e assistenti giudiziari (noti come zabet-e qazaei).

I funzionari lo hanno presentato come una campagna socio-culturale, che sarà condotta in collaborazione con istituzioni culturali e per la sicurezza. Non si tratta di una voce: molti media iraniani hanno pubblicato dichiarazioni sull’argomento.

Si tratta di una nuova forma di polizia morale? Non esattamente, ma è stata progettata per svolgere un lavoro simile attraverso una struttura diversa. Il cosiddetto “Setad” (nuova unità di polizia) è un organismo di elaborazione e coordinamento delle politiche che opera a livello nazionale sulla base della legge del 2015 “Misure a sostegno di coloro che impongono il bene e proibiscono il male”.

La legge è chiara: la “segnalazione” verbale o scritta è consentita a qualsiasi cittadino, ma l’applicazione pratica della misura è di esclusiva responsabilità dello Stato. In altre parole, i volontari non possono arrestare, trattenere o usare la forza.

Tuttavia, la legge consente ad alcuni assistenti di giustizia certificati, solitamente formati attraverso il Basij e certificati come “funzionari giudiziari”, di raccogliere documentazione e inviare segnalazioni dirette alla polizia e agli uffici della procura.

Il Setad non ha veri e propri poteri di polizia, ma costituisce una rete. Si tratta essenzialmente di un sistema coordinato di segnalazione, documentazione e trasmissione più rapida dei casi alle autorità, non di furgoni che prelevano le donne dal marciapiede.

Perché adesso?

Perché il regime è intrappolato tra la lettera della legge così e una realtà sociale che non può far tornare indietro. Dopo la rivolta di “Donna, Vita, Libertà” le leggi sull’obbligo dell’hijab non sono mai state abrogate, ma la loro applicazione non può essere garantita ed è contestata.

Alla fine del 2024, il governo ha annunciato il congelamento il nuovo disegno di legge sulla “Modestia e l’hijab” a seguito di consultazioni interministeriali; il vicepresidente Shahram Dabiri ha dichiarato che il Parlamento non dovrebbe «per il momento» mandarlo avanti, mentre a maggio 2025 il presidente del Parlamento Mohammad-Bagher Ghalibaf ha rivelato che un ordine scritto del Consiglio Supremo di Sicurezza Nazionale intimava al Parlamento di non promulgare la nuova legge. In altre parole: il testo esiste, ma è stato “congelato” dalla massima autorità per la sicurezza.

Questa sospensione ha messo in luce fratture interne sistema. L’importante esponente conservatore Mohammad-Reza Bahonar ha dichiarato apertamente che il disegno di legge sull’obbligo dell’hijab «non è più legalmente applicabile», un’ammissione sorprendente da parte di un fedele del regime.

Allo stesso tempo, i rappresentanti della Magistratura insistono sul fatto che le vigenti normative sull’hijab «restano in vigore». La contraddizione non è superficiale: rivela un vicolo cieco, in cui lo Stato emana leggi che non riesce a imporre alla società civile, e ciascuno dei vari centri di potere improvvisa.

Il funzionamento del nuovo “Centro Operativo”

Il regime sta spostandosi dalla repressione per le strade (il classico modello della polizia morale) a un ibrido di “vigilanza” organizzata, sanzioni amministrative e sorveglianza digitale.

Dal 2023-24, le autorità hanno ripristinato le pattuglie, ma hanno introdotto anche misure di controllo “intelligenti”: uso massiccio di telecamere a circuito chiuso, monitoraggio delle targhe, riconoscimento facciale nelle università e l’app NAZER che consente a funzionari e cittadini di denunciare “infrazioni” all’interno di auto e sui mezzi di trasporto.

I proprietari ricevono SMS automatici che li avvisano che verranno sottoposti a multe o al sequestro del veicolo. I rapporti delle Nazioni Unite nel 2025 confermano questa svolta verso il controllo digitale: ora droni, app e flussi di dati supportano l’imposizione dell’hijab, mentre il pubblico la rispetta sempre meno. Il piano Noor del 2024 dimostra come si possano applicare rapidamente questi meccanismi.

Il controllo è ripristinato?

Non proprio. Le strade di Teheran assomigliano a un referendum perpetuo, con comportamenti diffusi di disobbedienza nonostante le periodiche repressioni. Per questo i funzionari adottano un modello di governance che cerca di disciplinare il rispetto della legge: volontari che avvertono e registrano, assistenti che segnalano e intensificano i controlli, telecamere e app che consentono di punire senza arresti spettacolari. Si applica la legge attraverso procedure burocratiche e pixel, non attraverso la persuasione.

Una situazione che ricalca l’esempio delle patenti per motocicli alle donne. Anni fa, il Tribunale Amministrativo dell’Iran ha stabilito che non esisteva alcuna base giuridica per vietare alle donne di ottenere la patente. Tuttavia, la polizia stradale continua a sostenere che “la legge” lo vieta. Solo il mese scorso, un ex-vicecapo della polizia stradale ha ammesso ancora una volta che non esiste uno specifico divieto legale, ma solo uno per ragioni pratiche.

Questo è lo stesso schema: la legge tace, l’applicazione rimane rigida, i diritti sono «teoricamente possibili», ma se ne nega la fruibilità. Il nuovo Centro Operativo si inserisce perfettamente in questa impasse amministrativa.

La violenza strutturale contro le donne

Questa politica si inserisce in un contesto più ampio di violenza strutturale contro le donne. Un rapporto del Centro per i Diritti Umani in Iran (gennaio 2025) ha registrato un aumento dei femminicidi e la mancanza di una legge protettiva completa, pene irrisorie per i “delitti d’onore”, una legislazione che rafforza la tutela maschile e una rete inadeguata di case-rifugio e di assistenza per le donne.

Parallelamente, organizzazioni internazionali hanno segnalato un aumento generalizzato delle esecuzioni capitali nel 2024, comprese quelle femminili, nel contesto di un clima generale punitivo e repressivo. L’imposizione dell’hijab rientra in questo contesto.

L’economia e la politica del corpo

La politica del controllo sul corpo delle donne è sostenuta dall’economia. Nel 2024 in Iran le donne erano solo il 13,4% della forza lavoro, contro il 66,3% degli uomini (secondo la Banca Mondiale e l’ILO), uno dei tassi più bassi a livello mondiale. Non si tratta di una “preferenza culturale”, ma di una scelta politica: diritto di famiglia, modalità di assunzione e precarietà del lavoro inficiano l’indipendenza economica delle donne. Uno Stato che proclama la “modestia” e ostacola l’accesso al lavoro e alla sicurezza delle donne produce economicamente la disuguaglianza che poi disciplina attraverso il codice di abbigliamento.

Quindi cosa sta succedendo?

Le autorità stanno cercando di risolvere un problema di legittimità attraverso la burocrazia. La polizia morale si fa ancora vedere di tanto in tanto, ma ad un costo politico alto, e provoca reazioni. Il Centro Operativo sotto il Setad promette qualcos’altro: una rete burocratico-digitale che sposta la responsabilità all’esterno (sui “cittadini”), standardizza la documentazione (tramite assistenti) e automatizza le sanzioni (tramite telecamere e app).

Legalmente, i volontari non possono arrestarti; praticamente, possono assediarti con una rete di segnalazioni che porta a multe, avvisi o rinvii a giudizio, ed è esattamente questo lo scopo.

Due dure verità

La prima è che lo Stato ha perso l’egemonia sulla vita quotidiana e sull’immagine delle donne; il “congelamento” della nuova legge è una tacita ammissione di questa sconfitta.

La seconda è che il regime non ha concesso diritti, ma sta riducendo la visibilità della coercizione aumentandone l’efficacia con vari nuovi mezzi, oltre ai manganelli. Se vi chiedete se questo sia il “ritorno della polizia morale”, non cogliete il punto: il modello è stato riprogettato. I vecchi furgoni non sono scomparsi del tutto; il nuovo modello trasforma ogni telefono e ogni telecamera in un’auto di pattuglia. E un “Centro Operativo” a Teheran cerca di mantenere in funzione questa macchina, mentre il Parlamento e il Consiglio di Sicurezza Nazionale discutono se esista una base giuridica.

In breve, il Setad non è formalmente una forza di polizia, ma costituisce il sistema operativo che diffonde l’attività poliziesca in tutta la società. E al momento, questo è il modo principale con cui il regime cerca di recuperare un controllo che non può più imporre per le strade.

(*) giornalista e attivista iraniano che vive in Grecia

«Non esiste un punto di vista femminista». «…Sono disposta a perdere ogni coerenza teorica per restare coinvolta nella realtà che cambia».

Due citazioni, tra le tante, nella giornata, venerdì scorso, ospite il Comune di Milano, dedicata al pensiero e alla pratica politica di Lia Cigarini, nell’ambito dei 50 anni della Libreria delle donne.

La prima è in un documento che all’apertura della Libreria, nel 1975, dice come vanno raccolti i «testi di teoria e pratica politica». È molto importante raccogliere libri e ogni scritto che documenti «il sapere conquistato dalle donne», ma sarebbe «catastrofico se questo sapere venisse assunto come ideologia». «Invece di produrre idee attraverso la modificazione collettiva della realtà ci si accontenta di assorbire una visione del mondo…». E la passione per il cambiamento della realtà torna in un testo del 2018 per il lavoro della rivista Via Dogana (c’erano state le elezioni nazionali, il successo del centrodestra e dei 5Stelle: e poi il governo “giallo-verde”).

La vita politica di Cigarini era iniziata presto, nella Federazione giovanile del Pci milanese, ma subito rivolta al femminismo, nel gruppo Demau (Demistificazione Autoritarismo Patriarcale), dove scriverà con altre il fondamentale testo Il maschile come valore dominante (1968).

Il titolo del convegno, “Aprire la porta alla parola e alla libertà”, sintetizza una pratica politica basata sulla relazione tra donne, sulla presa di coscienza della propria “differenza” che “apre” al mondo e al desiderio cambiamento. La leva è il linguaggio.

Una «sovversione», come ha detto Stefania Tarantino, filosofa e musicista, un «arieggiare» che porta vento nuovo «nelle stanze del logos e della politica». Un capovolgimento «dal basso», incarnato nei corpi. Relazioni dove giocano disparità e autorità, quali «figure dello scambio»: l’arte di confliggere in modo non distruttivo. Concetto tornato molte volte in questi tempi di guerra.

Lia è avvocata, e un pensiero originale – ne ha parlato Angela Condello (Università di Messina) – l’ha dedicato alla centralità della “pratica processuale” – ancora relazioni e linguaggio – nella creazione del diritto.

Opponendo alla furia legislativa (oggi tutta orientata al penale) l’idea di un “vuoto” capace di «tenere aperte le porte della possibilità».

Altra grande passione: la libertà nel lavoro. Giordana Masotto, tra le fondatrici della libreria, ha ricordato le moltissime iniziative, in parte sintetizzate nel Sottosopra Immagina che il lavoro (2008): al centro l’idea di «tutto il lavoro necessario per vivere».

Le donne ne sono portatrici vivendo sia la riproduzione che la produzione. E Francesca Re David (segreteria Cgil ed ex segretaria Fiom) ha portato una testimonianza appassionata sulla realtà della competizione “bellica” anche tra aziende e sugli ostacoli alla contrattazione.

Cigarini è stata sempre convinta che la politica “delle donne” e della differenza, in quanto “politica delle relazioni” e “del simbolico”, fosse un’occasione anche per gli uomini, ai quali ha rivolto con insistenza l’idea di una “relazione di differenza”, un agire comune.

La risposta non è stata finora evidente. Forse ci siamo a tal punto identificati col mondo da dominare – ipotesi di Claudio Vedovati – da ridurci a un sesso che non sa vedere se stesso. (Consiglio ai maschi che amano la politica il libro di Lia: La politica del desiderio (Orthotes, 2022), magari partendo dall’intervista che le fa Riccardo Fanciullacci).

Nicolò Nisivoccia ha letto una affettuosa lettera dell’amica Luciana Castellina («Da Lia ho capito che non c’è rivoluzione anticapitalista senza svelare l’imbroglio del neutro…»).

da Sibilla

A pochi passi dal Duomo di Milano, dietro il palazzo che ospita l’enorme store di Mondadori, c’è una via ricurva dove i tram passano a malapena. Oggi ci sono negozi alla moda e trappole per turisti; negli anni Settanta c’era una piccola libreria sulla cui porta era affisso un cartello che diceva:

Non esiste punto di vista femminista. I libri cosiddetti femministi che sono in questa libreria valgono, se valgono, per il legame che hanno con la lotta delle donne e con la modificazione della realtà. In ogni caso non contengono il punto di vista femminista.

La libreria di via Dogana 2 aveva aperto le porte il 15 ottobre 1975 e si chiamava Libreria delle donne. Resterà lì fino al 2001, quando traferirà la sua sede in Via Calvi 29, dove è ancora in attività. Nacque «per iniziativa di un gruppo di donne legate tra loro da una lunga pratica politica, […] dal desiderio di rendere più ricche e articolate le relazioni tra donne […] misurandosi in un progetto concreto che impegnasse energie, tempo e denaro». Questo gruppo di donne, che si diede la forma della “cooperativa Sibilla Aleramo”, ebbe l’idea di aprire una libreria dopo aver visitato la Librairie des Femmes di Parigi, inaugurata soltanto un anno prima dal Mouvement de Libération des Femmes – Psychanalyse et Politique.

A metà degli anni Settanta, il femminismo era ormai ovunque: si era appena conclusa la campagna per il referendum sul divorzio e si stava avviando quella per l’aborto; le piazze erano piene di donne che protestavano; c’erano gruppi e collettivi femministi in ogni città italiana, da Nord a Sud; la neonata casa editrice La Tartaruga recuperava o traduceva i classici del pensiero femminista. Il femminismo, da avanguardia politica e culturale, nel giro di cinque anni si era trasformato in un movimento di massa. In questo lasso di tempo aveva strutturato la propria pratica attraverso lo strumento dell’autocoscienza, chiamata anche “piccolo gruppo”, che prevedeva il confronto e la condivisione delle esperienze personali, attraverso il riconoscimento dell’esperienza condivisa in quanto donne. Ma dopo qualche anno, questo strumento era entrato in crisi: alcuni gruppi, più vicini alla politica di movimento, ritenevano conclusa la fase dell’analisi e dello scavo interiore e volevano passare all’azione. Altri, credevano ancora nella potenzialità dell’autocoscienza ma sentivano l’esigenza di rinnovarla.

Il femminismo milanese, sin dagli albori, si era caratterizzato per una certa diffidenza nei confronti dell’azione politica. Carla Lonzi, con Sputiamo su Hegel, aveva “vanificato la presa di potere”, rifiutando come irrimediabilmente patriarcale ogni forma di politica istituzionale o rivoluzionaria. Nel 1972 alcune donne fondarono sempre a Milano il Collettivo di via Cherubini, che fece propria quella tendenza, mettendo in secondo piano le questioni di uguaglianza giuridica ed economica per concentrarsi su un progetto più ampio, esistenziale, di ridefinizione di donna. Mentre passano gli anni, racconta la femminista Lea Melandri, «sorge l’esigenza di concretizzare materialmente, e non solo enunciare teoricamente, una pratica di vita comune. Dopo tanti gruppi di parola, si fa avanti il desiderio di un “fare insieme”, una progettualità che implicasse anche il denaro e il lavoro». L’incontro con la Librairie des Femmes, ma soprattutto con Antoinette Fouque del gruppo francese Psychanalyse et Politique segnerà una svolta cruciale, non solo per la Libreria delle donne, ma per tutto il femminismo italiano.

Il femminismo del fare

Che la Libreria non è soltanto un negozio, lo si capisce dal testo che oggi viene considerato una sorta di statuto di questa esperienza, intitolato Il tempo, i mezzi e i luoghi:

Il tempo, i mezzi e i luoghi adeguati vogliono dire creare delle situazioni in cui le donne possono stare insieme per vedersi, parlarsi, ascoltarsi, mettersi in relazione l’una all’altra e alle altre; vuol dire coinvolgere in queste situazioni collettive il corpo e la sessualità, in un luogo collettivo non regolato dagli interessi maschili. In questo luogo noi affermiamo i nostri interessi ed apriamo una dialettica con la realtà che vogliamo trasformare.

La Libreria è luogo “del fare”, ma non nel senso che è un luogo dell’azione e della rivendicazione, ma del «fare per la vita, semplicemente vivendo». La Libreria, cioè, non vuole essere dipendente da tutto ciò che le parole portano inevitabilmente con sé, (come il giudizio, la rabbia, la frustrazione) come aveva dimostrato l’esaurirsi dell’autocoscienza. La pratica del fare, si legge nel libro del 1987 Non credere di avere dei diritti, «metteva insieme donne non legate necessariamente da affetti o familiarità né mobilitate dietro una sommaria parola d’ordine, bensì da un progetto comune cui ciascuna aderiva con le sue ragioni, i suoi desideri, le sue capacità, mettendoli alla prova di una realizzazione collettiva». Fare cassa, maneggiare soldi, pagare le bollette della luce è «una politica che non aveva nome politica».

Le madri di tutte noi

E poi c’è la letteratura. L’incontro con le francesi, e in particolare con il pensiero di Luce Irigaray (il cui Speculum verrà tradotto in italiano dalla filosofa Luisa Muraro nel 1975), conduce la Libreria delle donne a ragionare profondamente sulla dimensione del simbolico. La comunità di pensiero che si riunisce intorno alla Libreria delle donne, e nello specifico intorno a Muraro, riconosce il fallimento del femminismo di movimento nella sua incapacità «di tradurre in realtà sociale l’esperienza, il sapere e il valore di essere donne», come si legge in un altro importante documento del 1983, Più che donne che uomini. Questa incapacità sarebbe dovuta al mancato riconoscimento delle differenze tra le donne, che si esprimono anche in differenze di potere, capacità e autorità e che il “femminismo ideologico” cercava di nascondere riunendo le donne in un’unica grande categoria. Per uscire da questa trappola si rendeva quindi necessario trovare «figure simboliche che traducono il fatto di appartenere al sesso femminile nella ragione sociale di tutta la libertà che una donna può desiderare per sé».

Le riviste femministe, le nuove case editrici come La Tartaruga o Scritti di Rivolta femminile, la nascita di biblioteche e centri delle donne favoriscono la ricerca di queste «madri simboliche». Nel 1982 la Libreria pubblica il “Catalogo giallo”, intitolato Le madri di tutte noi, che più che un elenco di “libri femministi”, «serviva a significare quello che la cultura umana non sa della differenza di essere donne»: Jane Austen, Emily Brontë, Charlotte Brontë, Elsa Morante, Gertrude Stein, Sylvia Plath, Ingeborg Bachmann, Anna Kavan, Virginia Woolf, Ivy Compton-Burnett. Il Catalogo si configura come il catalogo della disparità dell’esperienza delle donne, ma è proprio la sua stesura che evidenzia la difficoltà di nominarla. Pur vendendo libri, il lavoro della Libreria si poggia sulla consapevolezza che la vita sta fuori dalle parole stampate, nelle relazioni dirette che si creano fra le donne, e fra le donne col mondo.

La Libreria non è mai stato un luogo “facile”. Le sue pratiche sono diverse da tutto ciò che siamo abituate ad associare al femminismo e non sono mancate polemiche e conflitti per le sue prese di posizione. Negli ultimi anni molte donne si sono allontanate, altre si sono avvicinate. Ma ciò che rende la Libreria, anche dopo cinquant’anni, un luogo così importante, è proprio l’essere riuscita a fare il femminismo, a renderlo un’esperienza concreta, autonoma e originale per tutte le donne che hanno attraversato la sua soglia, tanto per restare quanto per prenderne le distanze.

Il consiglio

Sul sito di MemoMI (La memoria di Milano) è possibile vedere gratuitamente il documentario Libreria delle donne, realizzato da Sabina Fedeli, che ripercorre la storia della Libreria. Sempre sullo stesso sito si può trovare la serie Il documentario – Il femminismo a Milano.

Considerate “non pensanti” dai tempi di Aristotele, le donne sono rimaste fuori dalla “scena”, scrive la filosofa Annarosa Buttarelli nel suo nuovo libro. Di qui lo sviluppo di un altro punto di vista, femminile e legato all’esperienza. Ed estraneo alla logica della guerra

In un tempo in cui nel mondo sembra essere tornata a contare solo la forza e la guerra tocca anche l’Europa, c’è bisogno di riprendere a sentire una voce diversa, che si sottragga alla logica della violenza. In Pensiero osceno (Tlon, 2025), un libro nato dall’urgenza di rispondere alla minaccia della guerra, Annarosa Buttarelli – filosofa e studiosa del pensiero della differenza nel solco della femminista Carla Lonzi (di cui ha curato le opere) – spiega che questa voce non può che essere quella delle donne, da sempre estranee alla guerra e capaci di «pensare veramente», mettendo radici «in un terreno osceno, quello dell’esperienza nutrita dal sentire».

Qual è il “pensiero osceno”?

È quello – scandaloso – delle donne che pensano. Ho usato filologicamente la parola osceno, che viene dal greco ob (che significa “fuori”) e skenè (“scena”) e significa essere confinate fuori dalla scena illuminata del pensiero dominante, da cui ci ha espulse la misoginia millenaria. Fin dall’inizio della cultura europea, le donne sono identificate come animali non pensanti, secondo l’idea di differenza sessuale immaginata da Aristotele – che fu il vincitore nella costruzione della filosofia occidentale – e dagli altri filosofi.

Lei nel libro spiega che questo essere fuori scena ha permesso alle donne di sviluppare un pensiero alternativo.

Ha permesso di rimanere lontane dal potere istituito. Carla Lonzi, una delle madri del femminismo italiano, diceva: «Approfittiamo dell’assenza». Assenza delle donne dalla cultura maschile, dalle istituzioni maschili, dalla storia maschile, quelle che ancora oggi nelle università siamo abituate a considerare come cultura, istituzioni e storia in quanto tali.

Eppure, le donne pensatrici ci sono sempre state.

Lo hanno dimostrato gli studi femministi: fin dall’inizio della storia europea, nella Grecia classica, c’erano donne di pensiero che si sono poste in dialogo con gli uomini, in modo propositivo e conflittuale. Come Assiotea di Fliunte che nel IV secolo a.C. era riuscita a introdursi nell’accademia platonica, mascherandosi da uomo, per opporsi alla lezione aristotelica secondo cui la schiavitù era naturale. Assiotea ha lavorato, inascoltata, per decostruire la fallace logica aristotelica.

Perché fallace? Non è all’origine della logica occidentale?

Sì, lo è. Ma oggi sono sempre più evidenti gli errori logici, quindi la mancata scientificità, delle filosofie maschili. Ne ha scritto in un bel libro, L’errore di Aristotele (Carocci), Giulia Sissa. Uno dei suoi errori, per esempio, è stato definire l’umanità solo al maschile. Poi però anche Aristotele parlava delle donne come facenti parte dell’umanità e quindi si contraddiceva senza neanche rendersene conto: da qui la fallacia.

Nel libro lei spiega che il pensiero maschile si vuole astratto e universale, mentre quello delle donne è sempre radicato nell’esperienza. Cosa significa?

La grande filosofa María Zambrano diceva che si deve “pensare veramente”. Significa che il pensiero autentico è quello che mette le radici in un terreno considerato osceno dalla filosofia dominante, cioè quello dell’esperienza vivente che cresce sul sentire.

È questa esperienza vivente che permette alle donne di denunciare gli errori delle filosofie maschili?

Sì. Ne è un esempio eccellente il dialogo conflittuale tra la principessa Elisabetta del Palatinato e Cartesio, che già allora era un filosofo di grido. Cartesio stava scrivendo un trattato per “dominare” le passioni. In uno scambio di lettere Elisabetta, che pure aveva molta stima di lui come filosofo, gli obiettava, a partire dalla sua esperienza vivente, che sono proprio le passioni quelle che dominano la vita politica: una lezione molto importante anche per l’oggi. L’idea di Cartesio invece era che il corpo non dovesse avere nessun influsso sulla mente, considerata, in quanto pura razionalità libera, come la massima espressione dell’uomo. Ma Elisabetta gli opponeva che mente e corpo non sono così distinti, perché altrimenti non si spiegherebbero gli svenimenti.

E il grande filosofo cosa replicava?

Che lui di politica non sapeva niente perché faceva vita ritirata, da buon pensatore. Oggi sappiamo che aveva ragione lei, anche sul fatto che mente e corpo non sono separati. Eppure, Cartesio ha avuto un’enorme influenza sulla filosofia.

Crede che in questo periodo, in cui la forza e la violenza sembrano tornate arbitre dei rapporti tra i popoli, il pensiero osceno delle donne possa offrire un’alternativa?

Dietro la corsa al riarmo e dietro alla politica della forza c’è l’influenza del pensiero idealista che ha formato la cultura occidentale. Vige ancora l’idea di Hegel – su cui per fortuna noi femministe abbiamo sputato, per citare il titolo del libro di Carla Lonzi – secondo cui per arrivare a «un destino più alto», uno stadio superiore dell’umanità, «deve scoppiare il cuore del mondo». La sua idea era che per superare le vecchie strutture e consuetudini si dovesse distruggere l’organo vitale del mondo, stravolgere tutte le regole. Ora sembra che stia succedendo proprio questo: stanno facendo scoppiare il cuore del mondo, cioè il cuore di tutti e tutte noi che non facciamo la guerra. Il pensiero delle donne è esattamente un’alternativa a questa logica. Non è un caso che nel ’900 la presa di coscienza del pensiero osceno sia iniziata da Le tre ghinee di Virginia Woolf, in cui la scrittrice spiegava ai suoi amici pacifisti che per evitare la guerra l’unico modo era pensare da outsider. Fuori scena, appunto.

E oggi come possiamo fare?

Rifiutare la logica della violenza che chiama violenza. E ricordare quello che diceva proprio María Zambrano, un’altra delle pensatrici di cui parlo nel libro: che anche nella pace ci sono dei pericoli. Per esempio, vederla solo come l’assenza di guerra. È qualcosa di più, molto di più: è un modo di vivere, un modo di abitare il pianeta, un modo di essere umanità… Zambrano ha scritto il testo I pericoli della pace nel 1990, la sua ultima testimonianza di fronte all’orrore della guerra del Golfo Persico. Non si guadagnerà mai uno “stato di pace” finché non ci sarà una rivoluzione della forma mentis generale. Ho imparato da lei che la pace va preparata e praticata.

Come?

Attraverso la giustizia, che è nata come pratica femminile. Pensiamo a ciò che è accaduto quando Salomone voleva squartare il bambino per darne una metà a ciascuna delle due donne che dichiaravano di esserne la madre. La vera madre ha rinunciato al bambino pur di non vederlo squartato. Questa è una pratica paradossale di giustizia. E poi si deve preparare la pace praticando il conflitto.

Il conflitto? Non è una contraddizione?

No, anche questo è un paradosso, perché le donne riescono a pensare e ad agire soprattutto paradossalmente. Continuiamo a sovrapporre in modo insopportabile “conflitto” a “guerra”. Ma la guerra è negazione dell’altro, il conflitto è una pratica di relazione. Che ci costringe a prendere atto delle nostre differenze ma anche a cercare un terreno comune. Le filosofe del pensiero osceno sono maestre in questo.

Annarosa Buttarelli, Pensiero osceno. Edizioni Tlon, 112 pagg, 13 €

dal Corriere della Sera

Mio figlio ha undici anni e ha appena iniziato la prima media. Mi ha raccontato che è l’unico in classe a non avere un cellulare e a non giocare ai videogiochi. Ha detto che i compagni preferiscono giocare ai videogiochi o stare sui social anziché uscire, li vede assuefatti da quello strumento. Per lui una cosa così dovrebbe fare notizia, se ne dovrebbe parlare e non pensare che sia normale.

Questo bambino alieno non fa altro che giocare all’aria aperta, e a differenza di quello che pensano molti è completamente autonomo e ben inserito fra gli amici.

Molti genitori si giustificano dicendo che il cellulare li fa stare più tranquilli, questo è molto pericoloso, i ragazzi hanno bisogno di fiducia e devono essere in grado di uscire in autonomia, senza essere controllati in continuazione. Alcuni dicono: «Gli ho dato il telefono, ma controllo tutto quello che fa». Qui muore la fiducia nei figli, la loro autonomia, la voglia di scoprire cose nuove del mondo reale, anche di nascosto, muore la loro sicurezza. Aspettate che abbiano gli strumenti per gestire certe cose e quando date a vostro figlio la possibilità di accedere a pericoli virtuali, fatelo, perché sapete che è in grado di gestirli e avete fiducia in lui.

Mio figlio mi ha ringraziato per non averlo fatto ammalare di videogiochi, questo mi fa sperare che possiamo crescere figli sicuri di sé, responsabili, autonomi, facendoli uscire nel mondo reale, senza localizzarli e senza pensare che il posto più sicuro sia la loro camera davanti a uno schermo.

da arte.it

Dal 16 ottobre 2025 al 7 gennaio 2026, Milano. Luogo: Palazzo Citterio, Via Brera 12.

Orari: da giovedì a domenica, 14.00-19.00 Fino a dicembre 2025, ogni primo sabato del mese, 10.00-19.00. Costo del biglietto: intero € 12, ridotto € 8.

Sito ufficiale: http://palazzocitterio.org

Dal 16 ottobre 2025 al 7 gennaio 2026, Palazzo Citterio a Milano accoglie una grande retrospettiva dedicata a Bice Lazzari (Venezia, 1900-Roma, 1981), un’artista che ha attraversato tutto il Novecento, lasciando un segno profondo e inconfondibile, grazie al suo linguaggio unico, solitario, autentico.

L’esposizione, curata da Renato Miracco in stretta collaborazione con l’Archivio Bice Lazzari di Roma e la GNAMC – Galleria Nazionale D’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, presenta oltre 110 opere, provenienti da musei, istituzioni e collezioni italiane e straniere, tra cui la Galleria Nazionale D’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, Ca’ Pesaro – Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Venezia, Yale University, The Phillips Collection di Washington D.C., la Salomon R. Guggenheim Museum di New York, il National Museum Women in the Arts a Washington D.C.) che ripercorrono l’intera sua carriera, da quelle di Arte applicata degli anni Trenta e Quaranta, a quelle che appartengono all’ultimo periodo caratterizzato da un rigoroso minimalismo, passando lungo tutte le fasi della sua evoluzione creativa: dall’arte murale alla decorazione per la motonave Raffaello, dai disegni di stoffe commissionatele da Gio Ponti alle acquisizioni della Galleria Nazionale di Roma con Palma Bucarelli.

Bice Lazzari è una figura che ha rivestito una importanza sostanziale per la storia dell’arte italiana e per le connessioni che si sono sviluppate nel tempo.

Conosciuta e apprezzata in Italia e, soprattutto, all’estero, Bice Lazzari ha ricevuto numerosi riconoscimenti come la personale dedicatale dalla Phillips Collection di Washington D.C. nel 2021, dal titolo Bice Lazzari, the Poetry of Mark Making, l’antologica alla Estorick Collection di Londra dal titolo Bice Lazzari Modernist Pioneer nel 2022, la partecipazione all’esposizione Women in Abstraction al Centre Pompidou di Parigi; è inoltre stata l’unica donna inclusa nella mostra Kandinsky e l’avventura astratta, realizzata nel 2003 dal Peggy Guggenheim Collection di Venezia, per la sua personale ricerca in direzione dell’astrattismo.

La retrospettiva di Palazzo Citterio, la prima antologica in Italia, conduce il visitatore in un viaggio attraverso l’evoluzione di una cifra che, pur rimanendo sempre personale, ha saputo confrontarsi con il proprio tempo in modo radicale e poetico e con le ricerche italiane ed europee tra il 1940 e il 1980, rivelando la particolare inclinazione e una originale capacità nell’uso del colore, nonché la formulazione di un alfabeto visivo facilmente identificabile, costruito con coerenza lungo tutta la sua carriera. Nel comporre questo affresco, si nota la presenza di canoni pittorici che si devono imparare a decifrare per ottenere un quadro meno settoriale e più omnicomprensivo dell’arte italiana ed europea dell’epoca.

Con Bice Lazzari si assiste all’emergere di un nuovo sistema visivo, che stabilisce una stretta relazione tra immagine e struttura narrativa del quadro, rispondendo pienamente al principio etico del movimento: il rifiuto di ogni cristallizzazione in forme immobili e socialmente accettate.

La sua identità pittorica coincide con quella della ricerca: una continua germinazione di forme non dirette, ma destinate a evocare un mondo proprio, intimo e parallelo, dove il colore diventa mezzo espressivo e la creazione del segno genera una visione distesa, aperta, priva di esitazioni.

Studiare Bice Lazzari permette, anche, di mettere in luce movimenti, tendenze, assonanze e reinterpretazioni – come lo Spazialismo veneto – o di esplorare il rapporto tra pittura e musica, indagato da Mirella Bentivoglio, rapportandosi con i critici e studiosi più d’avanguardia dell’epoca quali Emilio Villa, Giulio Carlo Argan, Enrico Crispolti, Filiberto Menna, Lea Vergine, Simona Weller, Guido Montana e altri.

Ma non solo; il suo essere donna e artista o meglio, come dice Simona Weller, «il femminismo di Bice, malgrado la sua intenzione di nasconderlo», si esplicitava nella pratica quotidiana: nel fare, nel dimostrare, nel ricercare, peculiarità sottolineata per la prima volta da Lea Vergine nella mostra L’altra metà dell’avanguardia. 1910-1940. Pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche. Bice Lazzari diventa quindi una figura iconica per dare valore e la giusta considerazione storica ad artiste, parzialmente dimenticate, che hanno intrapreso una ricerca genericamente definita astratta, in un momento particolarmente intenso della produzione artistica femminile in Italia (1969-1980).

Bice Lazzari (Venezia, 1900 – Roma, 1981) è stata una delle protagoniste del Novecento, donna indipendente e moderna rispetto ai tempi in cui è vissuta, ha dedicato tutta la sua vita all’arte riuscendo ad affermarsi in un campo ritenuto all’epoca poco adatto ad una donna. Comincia a seguire i corsi di decorazione all’Accademia di Belle Arti di Venezia nel 1916, nonostante preferisse quelli di pittura che le furono preclusi a causa delle lezioni di nudo ritenute non adatte ad una signorina di buona famiglia. Precorritrice di una pittura astratta concettuale e molto contemporanea ha lavorato fin dalla giovinezza nel campo dell’arte applicata, ritenuto più idoneo ad un’artista donna, lavorando con gli architetti più in voga degli anni Trenta e Quaranta.

Nel corso della sua vita, Bice Lazzari ha creato un importante corpus di lavori (più di tremila opere) su tela e su carta, dal figurativo degli anni giovanili, alle sperimentazioni informali degli anni 1950-1960, fino alla perfetta astrazione geometrica che pratica dalla metà degli anni ’60 fino agli inizi degli anni ’80.

da Hareetz

Le persone non nascono crudeli, lo diventano. La crudeltà dei palestinesi nei confronti degli israeliani è ampiamente documentata, mentre la nostra crudeltà, quella della società israeliana, sta diventando sempre più sofisticata per proteggere il nostro bottino.

Gli ottimisti dicono che, alla fine, gli israeliani coglieranno la portata dell’atrocità che hanno commesso nella Striscia di Gaza. La verità si insinuerà nella loro coscienza.

I vecchi video di neonati fatti a pezzi dalle nostre bombe raggiungeranno a un certo punto i cuori degli israeliani e li trafiggeranno. Improvvisamente vedranno bambini ricoperti dalla polvere del cemento frantumato sotto il quale sono stati salvati, che tremano in modo incontrollabile e fissano nel vuoto con un’espressione che è tutta un grande punto interrogativo.

A un certo punto, dicono gli ottimisti, gli israeliani smetteranno di dire: «Se lo meritavano, a causa del 7 ottobre. Hanno attaccato». I numeri smetteranno di essere astrazioni e «Chi crede a Hamas». I lettori capiranno che più di 20.000 bambini sono stati uccisi – un terzo di tutti i morti – per mano nostra. Più di 44.000 bambini sono stati feriti – un quarto di tutti i feriti. Si renderanno conto di aver favorito e sostenuto una guerra di annientamento contro un popolo e di non aver sconfitto una feroce organizzazione armata.

A un certo punto, si renderanno conto che la crudeltà individuale della vendetta dimostrata da così tanti soldati – spesso accompagnata da scoppi di risate e sorrisi che hanno invaso TikTok – e la ferocia letale, fredda, chirurgica e anonima di coloro che giocano ai videogiochi dalle cabine di pilotaggio e dalle sale di controllo – non sono un segno di eroismo, ma una grave malattia. Sociale e personale.

I genitori, credono gli ottimisti, non riusciranno a dormire la notte, preoccupati che le X sui fucili dei loro figli indichino donne, anziani e giovani che raccolgono solo erbe per nutrirsi. Verrà il giorno in cui gli adolescenti chiederanno ai loro padri, che allora erano soldati, se anche loro hanno obbedito all’ordine di sparare a un anziano che aveva oltrepassato una linea rossa sconosciuta.

Le figlie dei piloti decorati chiederanno se hanno sganciato una bomba proporzionata che ha ucciso un centinaio di civili per un comandante di medio livello di Hamas. Perché non ti sei rifiutato? singhiozzerà la figlia.

I nipoti di una guardia carceraria in pensione chiederanno: hai picchiato personalmente un detenuto ammanettato fino a farlo svenire? Hai obbedito all’ordine di un ministro e negato ai prigionieri cibo e docce? Hai stipato trenta detenuti in una cella pensata per sei? Dove hanno contratto le malattie della pelle? Conoscevi qualcuno delle decine di detenuti morti in una prigione israeliana per fame o per percosse e torture? Come hai potuto, nonno? I nipoti dei giudici della Corte Suprema leggeranno le loro sentenze che hanno permesso tutto questo e smetteranno di andare a trovarli durante lo Shabbat.

A un certo punto, credono gli ottimisti, l’oscuramento della realtà da parte dei media israeliani smetterà di fare il lavaggio del cervello e di intorpidire i cuori. La frase “il contesto” non sarà più considerata una parolaccia e il pubblico collegherà i puntini: oppressione. Espulsione. Umiliazione. Deportazione. Occupazione. E tutta la sofferenza che sta in mezzo. Non sono parti di slogan coniati da ebrei che odiano se stessi, ma descrivono la vita di un intero popolo, per anni, sotto i nostri ordini e le nostre armi. Le persone non nascono crudeli, lo diventano. La crudeltà dei palestinesi nei confronti degli israeliani è ampiamente trattata dai nostri media, articoli e primi piani. Si è sviluppata in risposta e resistenza al nostro dominio straniero e ostile. La nostra crudeltà, quella della società israeliana, sta diventando sempre più sofisticata con l’obiettivo di proteggere il nostro bottino: la terra, l’acqua e le libertà da cui abbiamo espulso i palestinesi.

Gli ottimisti credono che ci sia una via di ritorno. Quanto sono fortunati, gli ottimisti.