Da La Sicilia – Femminismo mon amour – Pratiche femministe per donne e uomini è una pubblicazione a cura della Libreria delle donne di Milano che raccoglie gli articoli della rivista “Via Dogana 3” redatti e resi noti on line nel corso del 2023. Diversi i temi, unico il filo conduttore: la riflessione sulla politica delle donne concepita come una pratica di trasformazione del mondo a partire dalla soggettività e dalla relazione con le altre e gli altri. Se ne è discusso a Catania a Scienze Politiche nel corso di un incontro cui hanno preso parte le femministe della differenza della Libreria delle donne di Milano Laura Colombo e Laura Giordano e le catanesi Mirella Clausi, Anna Di Salvo, Stefania Mazzone, Giusi Milazzo, Nunzia Scandurra e Giulia Caruso.

Centrale il tema dell’autocoscienza definita da Luisa Muraro “la danza dell’io”, lo spazio generativo e creativo della parola libera caratterizzato dal partire da sé, dal prendere la parola uscendo da un secolare silenzio, e dal mettersi in relazione con le altre riconoscendosi reciprocamente. Una pratica sperimentata a partire dagli anni Settanta e che vive ancora anche attraverso forme diverse come il dialogo pubblico innescato dal “Me too” e attraverso lo strumento dei podcast, un tentativo di trasformare in un fatto politico la frustrazione e la rabbia per le violenze e le discriminazioni subite. Un modo di fare politica altro rispetto a quello dell’individualismo e all’autosufficienza predicato dal neoliberismo e da quello della politica novecentesca delle grandi masse praticata da partiti, sindacati e organizzazioni e volta alla conquista e all’esercizio del potere. Forme ereditate dal passato patriarcale che attraggono sempre meno, soprattutto i giovani, come rivela l’ormai abituale alto tasso di astensionismo. Uno stato delle cose rispetto al quale le pratiche del femminismo si pongono come un possibile modo di ritornare a fare politica. Un modo caratterizzato dall’amore e dalla cura per il mondo e da un certo modo di essere delle femministe al tempo stesso partecipi ed estranee al sistema politico e simbolico dominante, un modo capace di concepire e offrire nuovi orientamenti e nuove pratiche per il vivere comune. Un modo di essere diverso da quello con cui le donne, a torto, sono state spesso considerate: prepolitiche o apolitiche.

Temi affrontati alla luce dell’attuale contesto politico in cui le destre al governo si sono appropriate di alcune parole del femminismo snaturandone il senso, come quando, di fronte al moltiplicarsi dei femminicidi – e tanto più dopo le riflessioni innescate dall’omicidio di Giulia Cecchettin e dalla presa di parola della sorella e del padre – sostengono che il patriarcato è morto per concludere che questo è un fenomeno individuale. Invece è il femminicidio un fenomeno politico – denunciano le femministe – espressione del post-patriarcato in cui viviamo in un’epoca in cui le donne hanno conquistato notevoli spazi di espressione e di libertà che hanno messo in crisi il modello sociale e simbolico preesistente creando nei maschi una frustrazione cui spesso reagiscono con la violenza, non avendo saputo trovare un nuovo ruolo. Eppure anche tra gli uomini si registra una fase di analisi e di riflessione sul proprio modo di essere tra quanti hanno deciso di confrontarsi con realtà e pratiche femministe e quanti, come Maschile Plurale, prediligono una relazione tra uomini facendo propria la pratica dell’autocoscienza.

Eppure oggi si registrano delle divisioni all’interno del mondo femminista che pure era sempre stato «un campo di battaglia dove tante soggettività confliggono, ma stanno insieme perché la sfida è comune». Oggi, segnalano le redattrici della pubblicazione, «si registra un arroccarsi in una politica identitaria». E il riferimento è al movimento Lgbtqia+ e alle questioni legate all’identità, al genere, al corpo. Temi tutti affrontati nel volume in questione che rivendica l’importanza e l’efficacia delle pratiche femministe delle origini nella consapevolezza che necessitano di essere rivitalizzate.

Da Roba da Donne

Dall’aprile del 2023 nel Paese africano si combatte una guerra civile logorante che sta mietendo migliaia di vittime tra la popolazione, ma che è ignorata completamente o quasi dai media internazionali.

Nel silenzio generale di gran parte della stampa internazionale, da oltre un anno in Sudan si sta consumando una guerra civile sanguinosa e lacerante, che vede contrapposto l’esercito alle Rapid Support Forces (RSF), le milizie paramilitari responsabili anche del genocidio in Darfur, precedentemente agenti per conto del governo sudanese.

Come denunciato in un post Instagram dalla community Land Palestine, le RSF, finanziate dagli Emirati Arabi, avrebbero massacrato oltre 600 civili negli ultimi giorno solo ad Al Jazira, uno degli Stati del Sudan; 130 donne avrebbero commesso un suicidio di massa per non essere stuprate dai militari delle Rapid Support Forces. Fra i 29 casi di stupro confermati nello Stato, la vittima più giovane avrebbe appena sei anni.

Interi villaggi sono stati spazzati via, le fattorie, come denunciato dall’Ufficio per il coordinamento degli affari umani delle Nazioni Unite, sono state date alle fiamme, così come mercati e case. «Hanno sparato in testa ai bambini – afferma la ragazza del video – ucciso i pazienti negli ospedali, le persone con disabilità […] centinaia di donne si suicidano perché è il solo modo per sfuggire alle violenze sessuali».

Ad Al-Sireha, nel nord di Al Jazira, nella sola giornata di venerdì sono stati 124 i civili assassinati. In totale, dal 15 aprile 2023, giorno di apertura del conflitto, la guerra civile sudanese ha causato più di 24.800 vittime, ma i medici affermano che, con le vittime non segnalate, il bilancio potrebbe arrivare a 150.000.

Sono invece 11 milioni gli sfollati, 24 milioni le persone che l’ONU stima abbiano bisogno di assistenza, in quella che sembra essere una guerra “dimenticata”. Solo ad Al Jazira la scorsa settimana, secondo l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ci sono state almeno 46.500 persone sfollate.

E, come accade di solito nei conflitti, gli stupri di guerra sono una delle armi più sordide e abiette usate dai combattenti: l’Unità per la lotta alla violenza contro le donne del Sudan, un ente governativo, ha fatto sapere di aver avuto segnalazioni di donne stuprate dai militari dell’RSF al fine di umiliare gli uomini dei villaggi, costringendoli ad abbandonare le proprie case. Secondo un rapporto di Human Rights Watch pubblicato a luglio in tre città donne di età compresa tra i nove e i sessant’anni sono state violentate e stuprate in gruppo dall’inizio della guerra, così come accaduto a uomini e ragazzi incarcerati.

Hala Al-Karib, direttrice regionale dell’Iniziativa strategica per le donne nel Corno d’Africa (SIHA), già lo scorso febbraio aveva dichiarato che oltre il 70% degli stupri era avvenuto collettivamente, di fronte alle famiglie delle vittime. Secondo il commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Volker Türk, circa l’80% degli stupri è opera delle RSF, ma solo 1 su 20 verrebbe effettivamente denunciato.

La guerra civile sudanese ha avuto inizio dopo che il governo instauratosi con il colpo di stato del 2021 avrebbe dovuto insediarsi; le RSF, chiamate anche Janjaweed, hanno compiuto crimini contro l’umanità in Darfur secondo Human Rights Watch.

Da Lucysullacultura.com

In occasione dell’uscita del film tratto dal suo libro più celebre, Leggere Lolita a Teheran, Azar Nafisi ha discusso con Elena Stancanelli di letteratura, democrazia e del suo paese, l’Iran, dove le donne lottano ancora contro il regime.

Ho intervistato Azar Nafisi in occasione della presentazione alla Festa del Cinema di Roma del film tratto da Leggere Lolita a Teheran, con la regia di Eran Riklis. Israeliano, noto soprattutto per La sposa siriana, Il giardino di limoni sul conflitto isarelo-palestinese e Il responsabile delle risorse umane, quest’ultimo tratto da un romanzo di Abraham Yehoshua. 

Azar Nafisi è nata a Teheran nel 1948, ma dal 1997 vive negli Stati Uniti. In Leggere Lolita a Teheran racconta la sua storia, quella di un insegnante di letteratura inglese che, per aggirare i divieti imposti dal regime degli ayatollah, fa lezione a sette studentesse nella sua casa. Il libro è diviso in quattro parti, ognuna dedicata a un autore che accompagna il percorso di conoscenza ed emancipazione delle ragazze, il Nabokov di Lolita, il Fitzgerald de Il grande Gatsby, Henry James e Jane Austen. Il romanzo, pubblicato in Italia da Adelphi nel 2003, ebbe un successo enorme. Tradotto in più di trenta lingue è diventato, anche, un manifesto di libertà delle donne contro l’oppressione del regime islamico. 

Azar Nafisi è una donna di smisurata gentilezza, parla un inglese piano e comprensibile e risponde a ogni domanda con cura e senza affettazione. È un’interlocutrice perfetta, non fa pesare la sua celebrità e nasconde la stanchezza che certamente deve provare. È andata bene, ho pensato tornando a casa e mi sono messa a sbobinare le sue parole. Ascoltandole, da sola, con la cuffia che mi isolava dai rumori, mi sono subito resa conto che, stregata dal suo sguardo e dalla mia emozione, non avevo capito niente di quello che stava cercando di dirmi. Avevo compreso il suo inglese, le sue frasi eleganti, ma non avevo colto il senso profondo, che invece era lì, in quella voce registrata, in quel modo pacato ma implacabile di mandare avanti la conversazione. E mi sono commossa, travolta dalla sua precisione e profondità, così diversa dalla mia, nostra, distrazione. Dalla mia, nostra, idea un po’ frivola e un po’ narcisa di letteratura. Mi sono dovuta fermare nella trascrizione, e ascoltare soltanto la sua voce, fino alla fine, per rispetto della sua forza e del suo coraggio. Azar Nafisi era lì con me, seduta al tavolino di un hotel del centro di Roma, a rispondere con garbo alle mie domande, e sarà in giro per il mondo, accanto a questo film, a rispondere ad altre domande, sempre con garbo, per un’unica ragione: quelle ragazze. Le ragazze che leggevano Lolita a Teheran vent’anni fa e alle quali i “mostri”, come li chiama lei, hanno tolto la possibilità di vivere come desideravano, hanno imposto il velo e mille divieti liberticidi. Le ragazze che prima dell’avvento della Repubblica islamica camminavano libere per strada, con le minigonne e i capelli al vento, che frequentavano i caffè, le librerie che vendevano i libri inglesi, le ragazze che bevevano, cantavano, ballavano e di colpo, per ragioni incomprensibili, non potevano più farlo. Le ragazze che non si sono mai arrese e scendono ancora per strada a combattere per la loro esistenza, contro la follia degli ayatollah urlando: Donna, vita, libertà! È soprattutto per loro che Nafisi era lì, ai tavolini di quel bar con me. Anche per questo noi, assieme a quelle ragazze, le dobbiamo un’infinita gratitudine.  

Elena Stancanelli: Ha visto il film ieri?

Azir Nafasi: Ho visto il film, sì. Confesso che ero molto preoccupata. Anche perché in questi anni sono diventata molto amica del regista, Eran Riklis, e sarebbe stato davvero spiacevole dovergli dire che non mi piaceva. Ma non è successo. Alcune delle cose che accadono a Golshifteh Farahani (N.d.A.: l’attrice, bravissima, che interpreta Azar Nafisi, l’insegnante che si ritira dall’università quando non riesce più a sopportare l’insensatezza di indossare velo e abiti neri, la giovane donna che alla fine, decisa a vivere la vita che vuole vivere, deciderà di lasciare l’Iran per trasferirsi negli Stati Uniti) non sono accadute, o almeno non sono accadute a me, ma quello che il regista è riuscito a intercettare è un sentimento. Guardando il film ho provato qualcosa di simile allo stupore, come se avessi dimenticato molte delle cose che avevo raccontato. Per esempio che Sanaz, (N.d.A.: interpretata da Zahra Amir Ebrahimi, attrice e anche regista del film Tatami, presentato quest’anno a Venezia nella sezione Orizzonti e molto apprezzato da critica e pubblico) avesse subìto in carcere il test di verginità. Non che lo avessi dimenticato, ma non era più presente nei miei pensieri. Direi che la cosa più affascinante del film, per me, è che il regista sia stato in grado di restituire l’emozione dietro gli accadimenti. Poco importa che tutto sia vero ed esatto rispetto alla mia vita, ma è vero rispetto allo spirito del libro. Mi sono tornate alla memoria tante cose, come se fossi tornata a quegli anni. Dopo due giorni, sono ancora sotto quell’effetto: è stato molto forte, quasi scioccante.

ES: Sono passati vent’anni, il mondo è cambiato, ho avuto la sensazione che il film, per dire quello che il libro aveva detto con leggerezza, dovesse gridare di più. Presentare la violenza in maniera più esplicita. Negli occhi delle attrici, tutte bravissime, ho visto un’angoscia che nel libro mi sembrava più nascosta.

AN: Il mondo è cambiato, ma la violenza è la stessa. La differenza è che le donne iraniane adesso, rispetto a prima, sono più forti. Ma per queste ragazze, per Sanaz, per Azin, per Nasrin, le cose non sono cambiate. Vivono ancora in uno stato totalitario. Io ho scritto un libro su quello che accadeva in Iran, ma adesso, vedendo il film, mi rendo conto che è una storia universale, ed è questa la cosa a cui tengo di più. È la storia dei tanti totalitarismi che opprimono la vita delle persone, perseguitano gli artisti, gli scrittori. Pensa a quello che è accaduto nell’Europa dell’est, a Václav Havel, a Iosif Brodskij e tanti altri. Quello che mi preme, adesso, è ricordare che non si tratta di una questione politica che riguarda l’Iran, ma di una questione esistenziale. Quelle ragazze combattono per la loro vita. Guardare il film mi ha ricordato quanto profondo sia quel sentimento, quel senso di umiliazione, che riguarda soprattutto le donne. Non è solo il dolore fisico, ma l’umiliazione. L’umiliazione di quel test sulla verginità, per esempio. Il fatto che una mattina mi sono svegliata e ho dovuto indossare il velo, e sono diventata estranea a me stessa. Bisogna essere intime con se stesse, volersi bene, proprio nel momento in cui quelli ci insegnano a odiarci. E il film secondo me pone l’attenzione proprio su questo, sul tema dell’identità, sul modo in cui ce l’hanno rubata. Quando ti uccidono, ti puntano una pistola alla testa ed è finita. Ma morire ogni giorno è terribile. Io credo che nel film le attrici siano state capaci di creare personaggi che mostrano questa angoscia. Vuole vedere le foto?

(Azar Nafisi tira fuori una cartellina. C’è una scena del film, verso la fine, in cui il regista inquadra per un istante due fotografie, che Azar, ormai trasferita a Washington, tiene sulla sua piccola scrivania. È un attimo, una pennellata, perché quelle due foto non possono essere mostrate davvero. Sono le ragazze del corso di scrittura di Azar Nafisi, fotografate due volte. La prima come vorrebbero essere, senza il velo, vestite all’occidentale, bellissime, la seconda come sono costrette a mostrarsi, ingoffate nel chador nero, i capelli nascosti sotto la stoffa. È davvero molto impressionante. Nella prima vedi delle ragazze, nella seconda delle donne senza età, dei fantasmi. Eppure, mi dice Azar Nafisi, anche in questa foto sorridono. Le donne iraniane non saranno mai domate. Nafisi mi chiede di non fotografarle a mia volta perché, nonostante siano passati vent’anni, per quelle ragazze è ancora pericoloso. E io, dice, ho deciso che non avevo diritto di mostrare i loro volti senza il loro permesso. Mi mostra invece un disegno, una giovane donna rannicchiata, nuda, carpita dalle zampe di un animale, un rapace, un’enorme aquila forse. È il disegno originale di Sanaz, che nel film diventa quello di una donna stretta da un serpente. Non serve spiegare cosa ha nel cuore quella ragazza, cosa significhi questa immagine).

“Guardando il film ho provato qualcosa di simile allo stupore, come se avessi dimenticato molte delle cose che avevo raccontato”.

ES: Il film sarà proiettato in Iran?

AN: Impossibile. Il libro è stato bandito molti anni fa, insieme a un altro libro che avevo scritto prima, in persiano, colpevole di formalismo secondo le autorità del regime.

ES: In Leggere pericolosamente (N.d.A: anche questo pubblicato in Italia da Adelphi, come tutti i libri di Nafisi) lei scrive “Come in tutti gli stati totalitari, in Iran il regime presta eccessiva attenzione a poeti e scrittori, perseguitandoli, arrestandoli, e perfino assassinandoli. In America il problema è opposto: gliene prestano troppo poca. A ridurli al silenzio qui, non sono il carcere e la tortura, ma l’indifferenza e la noncuranza.” 

AN: Questo è il centro di tutto quello che ho scritto. Alla fine di Leggere Lolita a Teheran, nel capitolo intitolato Austen, menziono Saul Bellow. Bellow parla del regime di Stalin ma anche del peso della libertà. Ed è quello che ho provato arrivando in America. Come se la coscienza fosse ormai sepolta, atrofizzata, e la gente indifferente. Avevo la sensazione che pensassero ai diritti come a un dono divino, intoccabile. Ma io arrivavo dall’Iran, e sapevo quanto è facile invece che ti vengano revocati, i diritti, e come sia facile per una democrazia scivolare nel fascismo. 

I regimi totalitari sono basati sul principio che gli avversari politici sono nemici, e come tali vanno eliminati. Che loro sono i buoni mentre gli altri i cattivi. La democrazia invece è basata sulla responsabilità dell’individuo, bisogna essere coinvolti, sempre, non è possibile tirarsi fuori dalla democrazia. Ma non tutti hanno questa disponibilità. Una delle ragioni per cui ho scritto Leggere Lolita a Teheran è che quando sono arrivata negli USA mi dicevano vabbè, ma quella è la loro cultura, sono iraniani. Non è vero! La nostra cultura sarebbe far sposare le bambine a nove anni? Lapidare la gente a morte? È come dire che la cultura americana è fondata sullo schiavismo o quella europea sul fascismo e sul comunismo. Ogni cultura contiene in sé qualcosa di spaventoso, di vergognoso, ma questo non significa che non possa essere cambiata. In Iran, prima dell’avvento della Repubblica islamica, nessuno veniva lapidato. 

Sono molto arrabbiata e mi sono ripromessa che una volta lasciato l’Iran avrei parlato del silenzio a cui le donne sono costrette e avrei parlato per loro, costrette al silenzio. E avrei protestato per il modo in cui l’Occidente guarda alla cultura orientale. Il modo in cui i talebani trattano le donne non è la cultura pakistana. Tutti pensano che la loro sia una protesta nei confronti dell’Occidente, ma l’unica cosa conta per loro è togliere la libertà. Se io o qualsiasi altro artista chiediamo la libertà di scrivere, e di esprimerci, questo fa di noi degli occidentalizzati. È importante che le persone sappiano, che escano dall’ignoranza a cui sono costrette. Ed è per questo che ho deciso di accompagnare questo film anche se per me è strano fare il red carpet, muovermi in ambienti così diversi da quelli della letteratura. Ah, ieri alla presentazione del film ho conosciuto mio marito! (N.d.A.: dice riferendosi all’attore che interpreta Bejan, Arash Marandi). 

Anche se questo per me è faticoso, ci tengo a farlo, sento che devo farlo. Perché continua ad accadere qualcosa di spaventoso. Pensa a Germaine Greer, a quello che dice e scrive sull’infabulazione. 

ES: Germaine Greer, filosofa femminista australiana, soprattutto in un saggio intitolato The Whole Woman, ha proposto una tesi molto controversa, secondo la quale nella rigida segregazione di genere di certe culture mediorientali c’è più vitalità che nel modus vivendi della società occidentale. Portando la critica femminista dell’establishment medico a estremi assurdi: mentre denuncia pap test, medici della fertilità, screening prenatali e tagli cesarei, difende perversamente le mutilazioni genitali femminili come una pratica culturale di cui gli occidentali non hanno il diritto di parlare.

AN: Germaine Greer, che dice di essere femminista, pensa che una bambina di nove anni dovrebbe avere la libertà di farsi mutilare, come se fosse un fatto estetico, come un piercing o un tatuaggio, una questione culturale. Spenderò il resto della mia vita a parlare di questo, contro questa stortura.

ES: In La Repubblica dell’immaginazione racconta che, nel 2001, fece leggere ai suoi studenti un’inchiesta del «Washington Post» sulla sparizione de Il giovane Holden di Salinger dai piani di studio delle scuole superiori. Gli insegnanti intervistati dicevano che Holden Caulfield, il protagonista, in quanto maschio bianco privilegiato, non sarebbe stato interessante e utile da studiare per gli studenti che appartenevano a minoranze. I quali invece rispondevano dicendo che sì, Holden era diverso da loro, ma proprio per questo volevano leggere il libro. “Erano incuriositi da quel mondo diverso e apprezzavano il fatto che il romanzo offrisse uno scorcio sui suoi pensieri e le sue inquietudini”. Quanto conta nel suo lavoro il tema dell’altro, dell’ascolto, del comprendere le ragioni di chi è diverso da noi? 

AN: Moltissimo. Io penso che è un grande scrittore chi riesce a dare voce a tutti, ai buoni e ai cattivi. Una coscienza immaginativa sa mettere in scena tutti i personaggi. Ed è una benedizione poterlo fare. Esattamente come dovrebbe fare la democrazia: per combattere quello che riteniamo malvagio dobbiamo prima conoscerlo. Il totalitarismo è come un cattivo romanziere, che sovrappone la sua voce a quella di tutti i personaggi al punto che i personaggi diventano come pupazzi. Questo è quello che faceva l’ayatollah Khomeini, voleva trasformarci tutti quanti nei suoi pupazzi. Ci hanno provato, lui e i suoi compari, per più di quarant’anni, senza riuscirci. Quando parlo con gli amici rimasti in Iran, da una parte mi raccontano della guerra e della fame, dall’altra sento che non si sono mai arresi. Le donne continuano ad andare per strada senza il velo, sorridenti, contro ogni imposizione. Chi detiene il potere usa le armi contro queste ragazze, che rispondono ballando e cantando. Questo ha perso l’Occidente: la capacità di ballare e cantare per opporsi alle le armi e alla violenza. È per questo che sono innamorata dello slogan “Donna, vita, libertà” perché non riguarda solo la politica, ma la vita, la possibilità di poter vivere come si vuole. Questo è il messaggio che l’Occidente dovrebbe recepire: la democrazia non è facile, bisogna combattere per tenerla in piedi e questo è il momento di farlo. E questa è la cosa più moderna del mio libro, la libertà, le ragazze che danzano per imparare come si sentono i personaggi di Jane Austen quando danzano. Noi non abbiamo mai smesso di sorridere, questo è il messaggio. È questo che rende le donne iraniane potenti. Se le ragazze a Teheran continuano ad andare per strada, vuol dire che il regime piano piano sta cambiando. Il regime ha paura. Non possono ucciderci tutti. 

ES: Che rapporto ha con la parola “Persia”? Quando Benjamin Netanyahu ha annunciato l’allargamento del conflitto ha detto che sarebbero andati a liberare il popolo persiano, come volesse rifarsi a un tempo che precede quello della rivoluzione.

AN: Ho sentimenti diversi sull’uso di questo termine. La parola Iran è addirittura più antica della parola Persia. Inoltra Persia si riferisce a una specifica regione dell’Iran (Pars o Parsa è il nome di una provincia dell’Iran meridionale, Fārs, in lingua persiana moderna). Oltre al fatto che Persia è il nome che i greci diedero all’Iran (Secondo Erodoto il nome Persia deriva da Perseo, l’eroe mitologico). Capisco che gli iraniani siano fieri del loro passato, ma io non sono convinta che ci si debba sempre guardare indietro. In questo modo le cose non cambieranno mai.

Lo zoroastrismo, che aveva già smesso di essere popolare, essendo avversato dal regime adesso è stato recuperato. Il calendario iraniano, i nomi dei mesi, sono di origine zoroastriana. Il mio nome, Azar, significa “dicembre”, che è il mese in cui sono nata. Ma significa anche “fuoco”. Noi iraniani siamo in un rapporto di intimità col nostro passato, non è mai morto per noi.

Mio padre mi raccontava che l’Iran, invaso tante volte, tante volte ha modificato e adattato le sue usanze a quelle dei conquistatori. Ma ciò che costituisce davvero la nostra identità, ed è immodificabile, è l’amore per i nostri poeti. Le persone dietro le automobili hanno scritte prese da poesie celebri, molte strade hanno nomi di poeti, ai cui santuari si va a rendere omaggio. Gli ayatollah, all’inizio della rivoluzione, hanno deciso di cambiare i nomi delle strade. Prima hanno tolto i nomi dei re. Ma quando hanno deciso di abbattere le statue dei nostri poeti epici, come Omar Khayyam, la gente si è ribellata. Anche la rivoluzione ha dovuto arrendersi di fronte all’amore per i poeti. Questo sono gli iraniani, questa è la nostra cultura.

ES: Percival Everett ha scritto un romanzo intitolato James dove racconta le avventure di Huckleberry Finn dal punto di vista di Jim, lo schiavo coprotagonista del capolavoro di Mark Twain, dove peraltro usa la parola “nigger” perché la ritiene necessaria. Lei ha scritto un bellissimo saggio su Huckleberry Finn, in La Repubblica dell’immaginazione. Che effetto le fa, come si pone rispetto alla polemica sulla N word?

AN: Mi fa molto arrabbiare chi critica Mark Twain. Quello che penso è che Mark Twain usa quella che ormai chiamiamo la N word per condannare la schiavitù. Nel romanzo non c’è violenza fisica, non vediamo mai Jim picchiato: la violenza sta tutta in quella parola. C’è una scena nel romanzo in cui Huck si interroga su quello che deve fare, se deve o no consegnare la lettera con le istruzioni per rintracciare Jim, il suo amico che è scappato e si è nascosto. Mi piace moltissimo il modo in cui ragiona, sull’amico, sulla giustizia, e alla fine si decide a strapparla. Decide di andare all’inferno, pur di fare la cosa giusta. E io mi chiedo: quanti di noi sono disposti a fare la cosa giusta, sapendo che finiranno all’inferno?

In una parola Huck Finn è uno dei più importanti romanzi contro la schiavitù. La schiavitù è una cosa orrenda, non può essere addolcita sostituendo le parole più divisive o violente. Un editore aveva proposto di cambiare la parola nigger con la parola slave. Ma questo farebbe cadere tutto. La proposta di sostituire la parola nigger con la parola schiavo è insensata, perché è proprio la parola nigger che è carica di tutto quel dolore, dell’oppressione contro i neri. Io penso che è un grande scrittore chi riesce a dare voce a tutti, ai buoni e ai cattivi. Una coscienza immaginativa sa mettere in scena tutti i personaggi. Ed è una benedizione poterlo fare.

ES: È diventato complicato leggere Lolita di Nabokov nelle università degli Stati Uniti?

AN: Ne ho discusso spesso. Nabokov viene criticato perché avrebbe giustificato un pedofilo trasformandolo in un poeta, dando al protagonista Humbert quel meraviglioso linguaggio così ricercato. Ma non è così. Una persona può essere un grande poeta e insieme un essere disgustoso. I mostri non si presentano con la coda e le corna dicendo ciao, sono un mostro. Pensi agli ayatollah, che si sono presentati come guide spirituali. Lolita è il libro più ostile alla pedofilia che abbia mai letto. Il cuore del lettore sanguina per Lolita. Si ricorda quella scena in cui Humbert dice che Lolita torna tra le sue braccia perché non ha nessun altro posto dove andare? È solo una bambina. Le critiche sul fatto che lei sia consenziente mi ricordano chi dice che quello che fa la Repubblica islamica appartiene alla nostra cultura, colpevolizzando le vittime. Humbert è un esempio perfetto di mente totalitaria, non le permette di vivere, plasma Lolita e la trasforma in una creatura della sua immaginazione, ed è per questo che ho scelto questo libro per il mio corso e non un libro più evidentemente anti-totalitario. Perché questo fa la letteratura: per raccontare una mente totalitaria non usa Khomeini o Stalin ma un poeta.

ES: Lei conosceva bene Christopher Hitchens, e lui aveva amato molto il suo libro. Come lo ricorda?

AN: Era una persona gentile, coraggiosa. Non ero sempre d’accordo con lui, ma ammiravo la sua passione. Per esempio credo che la sua posizione, decisamente a favore, sulla guerra in Iraq fosse sbagliata. Ma il modo in cui scriveva, si batteva, parlava, erano insuperabili. 

ES: E aveva un’idea profondamente laica della società. Lo stato e la religione devono essere due cose separate, come si dice anche nel suo libro.

AN: Assolutamente. Questo è centrale, nel libro e nel film. Io ho sempre chiamato l’Iran “l’unione sovietica del mondo musulmano”. È la prima moderna teocrazia, come il comunismo staliniano e la Corea del Nord di Kim Jong-il, il padre dell’attuale dittatore, alla quale l’Iran guarda ancora con favore. Anche nel mondo musulmano esiste una dissidenza, ci sono ayatollah che non sono affatto d’accordo con l’idea di una sovrapposizione totale di stato e religione. Ma le loro voci vengono messe a tacere. Così come ci sono donne che vogliono indossare il velo. L’obiettivo è che a nessuno venga imposto come comportarsi.

ES: Nel film la protagonista, rivolgendosi alla sua classe, a un certo punto dice: In English please, rivolgendosi ai maschi che si ostinano a parlare in farsi. Cos’è l’inglese per lei, e cos’è per gli iraniani.

AN: Scrivere in inglese, che per me è una seconda lingua, mi dà un’enorme libertà. Non sento più mia nonna alle spalle che dice «no, no». In inglese posso essere pazza quanto voglio. Nabokov è un bugiardo, e ci mente quando dice che in russo non riusciva a scrivere. Ma le cose più belle sono comunque quelle che ha scritto inglese, tirando fuori forme, luci, sfumature da una lingua che non era la sua. 

La cosa interessante è che gli immigrati portano e porteranno sempre uno sguardo diverso sulla lingua, tirando fuori cose nuove. Ti consentono di vedere te stesso sotto attraverso il loro sguardo, e quindi in maniera diversa.

Mi piace scrivere e leggere in inglese. Ma leggere in persiano, i poeti persiani, mi spezza il cuore, ogni volta. È una sensazione diversa. Quando voglio spiegare cosa sia la Persia parlo dei poeti, la spiego con le loro parole. Come è possibile che un paese che ha creato poeti tanto incredibili, poi abbia creato anche quegli incredibili mostri?

(*) Elena Stancanelli è scrittrice, giornalista, conduttrice radiofonica. Il suo ultimo libro è Il tuffatore (La Nave di Teseo, 2022).

Da Doppiozero – La necessità di contribuire alla fuoriuscita dal caos cognitivo in cui tutto il mondo è precipitato, ha suggerito a due filosofe femministe, del calibro di Adriana Cavarero e di Olivia Guaraldo, di portare un contributo imprescindibile alla chiarezza e all’assunzione di responsabilità soggettiva nel momento in cui si sceglie per quale causa lottare. La causa per cui, nel travaglio contemporaneo, si impone il loro libro Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa), (Mondadori, Milano 2024) ha molti motivi. Tra i più urgenti quelli che occupano il dibattito pubblico, non solo italiano, e che riguardano soprattutto i rapporti tra i sessi, i generi, la maternità, le famiglie, le richieste delle minoranze sessuali, le neolingue, il linguaggio impreciso che, ad esempio, inventa “persona che mestrua” per evitare di dire donna. Parecchie recensioni hanno messo a fuoco l’importanza del libro nell’affrontare temi cruciali come il femminicidio e la violenza contro le donne.

Oppure l’intersessualità che contesta il cosiddetto binarismo maschio-femmina, come fanno anche le identità trans-sessuali. È molto importante l’affondo sull’equivoco prodotto dall’uso eccessivo di gender, tradotto come “genere”, una parola che prende la scena in ogni contesto senza che si sappia veramente cosa significa: «(per il pensiero della differenza) la distinzione tra genere e sesso è secondaria, anche perché ciò che si intende per genere è spesso sostituibile con la categoria di stereotipo culturale» (p.11). Il lavoro di chiarificazione espande il testo delle autrici fino a coprire tutto il campo dell’aspra discussione contemporanea: ad esempio, nel capitolo intitolato “Sesso e genere”, Cavarero e Guaraldo hanno la possibilità di dare ampia voce a Judith Butler, la più famosa teorica del gender, che imposta le sue proposte a livello di «regimi discorsivi che intendono produrre la verità sui sessi e sulle loro differenze» (p. 120). Butler, scrivono le autrici, non lavora sui dettami misogini del patriarcato, ma propone di concentrarsi sulle «ingiunzioni di quella che, riprendendo Adrienne Rich, Butler chiama matrice eterosessuale o eterosessualità obbligatoria […] stabilendo quindi ciò che è normale e ciò che non lo è» (p. 124).

Nel cruciale capitolo “Maternità surrogata. Corpi in vendita?”, si può vedere come sia questo il campo in cui infuria maggiormente la “lotta per il linguaggio”, e nel quale, ancora una volta, si provi a cancellare l’esistenza delle madri proponendo di chiamarle portatrici gestazionali: «È questo forse il sintomo più mostruoso di una terminologia che deve fare i conti con uno stravolgimento del concetto stesso di maternità, ora frammentata in più corpi di donna, dall’assemblaggio delle cui funzioni organiche nasce un bambino che è figlio di terzi (p. 165)».

Dal mio punto di vista di filosofa femminista coinvolta, trovo decisivo assumere l’impegno del libro riportato in quarta di copertina: «Il femminismo della differenza sessuale non intende affatto definire in maniera rigida e stereotipata il femminile, anzi, ne vuole liberare le potenzialità espressive, esaltandone la libertà». Bisogna rendersi conto dell’urgenza con cui è presentato il compito dal libro, un’urgenza che deve farsi largo tra le più drammatiche del nostro tempo non certo privo di pericoli radicali: la divenuta precaria presenza nell’agonica cultura del presente dell’autorevolezza del femminismo, sostengono le autrici. Il femminismo si è certamente diffuso tanto da moltiplicare le sue declinazioni e da obbligare a dire che ormai esistono parecchi femminismi.

La diffusione, da un lato, è un bene, poiché significa l’irreversibilità della rivoluzione mondiale delle donne che fa accedere a un senso comune della libertà femminile; dall’altro lato può anche significare perdita di qualità e di pensiero profondo, significato come “espressività” dalle autrici, cosicché la “libertà” può declinarsi facilmente in una generica richiesta di diritti o, ancor peggio, può indurre a rendersi complici dei consumi culturali che il neoliberismo propone di continuo, sfruttamento dell’ondata queer compresa. In un momento storico in cui si gioca quasi tutto sulla scena mediatica, in cui l’appello ai diritti è sostenuto dall’individualismo identitario che ha forgiato la cultura europea-occidentale, in cui la scientificità ha abbandonato l’insegnamento, la formazione, la cultura umanistica stessa, il confronto tra posizioni, il moltiplicarsi dei femminismi, e la conseguente difficoltà a unirsi in lotte comuni urgentissime, tutto questo sta producendo quasi una rimozione della presenza vivificante del pensiero e delle pratiche della differenza sessuale.

«Il (vocabolario pubblico) è in perpetuo accrescimento strutturalmente equivoco, e i singoli termini, assumono un significato diverso a seconda dello schieramento politico e culturale di chi li usa (p. 7)». Non è solo per questo che si è persa la scientificità del pensare e dell’agire (una perdita incalcolabile nel campo dell’istruzione e della formazione delle giovani generazioni), ma si è persa generalmente anche nel compito fondamentale di un filoso-fare degno di questo nome: saper leggere la realtà per come è, «le cose per ciò che esse sono». E non è stata solo la fenomenologia di inizio ’900 e reindirizzare così la ricerca filosofica, lo è stata ancor di più e differentemente la ricerca filosofica delle pensatrici del secolo scorso (Weil, Murdoch, Arendt, Lonzi, Zambrano, Lispector, Irigaray…) che hanno forgiato la loro offerta di discernimento, di coraggio di fronte alla realtà, di rivoluzione filosofica improntata dal segno differente del loro pensiero di donne. Oggi sarebbe il momento di ripristinare quella che un tempo si chiamava “onestà intellettuale”, e di ribadire che c’è ignoranza nel mondo della cultura e dell’insegnamento dove si è installata una certa mancanza di scientificità. Le letture della realtà che prescindono pervicacemente dalla differenza sessuale sono astratte e troppo imprecise.

Le rimozioni del materno, quindi delle origini concrete di ogni essere umano, e del fatto che anche le donne fanno filosofia eccellente, ribadiscono le autrici, hanno creato all’interno della filosofia stessa, che ha a sua volta creato la cultura occidentale dicotomica, la differenza sessuale negativa «tradotta in inferiorità femminile», dunque hanno imposto la caduta verticale della capacità scientifica di presentare letture aderenti alla realtà così com’è raccontata, almeno, dalla Rivoluzione francese in poi, come pervasa dall’utile metafora dell’uguaglianza. Tanto che le autrici si interrogano sulla probabile incompatibilità tra democrazia moderna ugualitaria e esistenza concreta della differenza femminile, genealogicamente capace di praticare politicamente la «soggettività relazionale e anti-individualista» (p. 136).

A questo punto, come ringraziare adeguatamente Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo per il contributo che stanno dando al cambio di civiltà in corso, nel quale, se lo vogliamo accompagnare, non si potrà più ignorare l’autorità del pensiero della differenza sessuale?

Da la Repubblica – Scrittrice sassarese, di sé lascia pochissime tracce biografiche, muovendosi sempre ai limiti del canone. Collabora con il cinema di Fellini e Zavattini e consegna alla storia del costume indimenticabili istantanee di personaggi letterari e no. E due romanzi che hanno per protagoniste donne, amiche, sorelle.

Nel discorso sempre molto frequentato sul canone letterario, il crinale più interessante negli ultimi tempi non è tanto la distinzione tra ciò che è canone (o lo è stato o forse lo sarà) e ciò che non lo è, ma la galassia scivolosa e multiforme di quegli autori che vivono un’esistenza indifferente e parallela ai parametri, e in quella zona, solo in apparenza opaca, trovano a volte un’originale forma di fortuna. Appartiene a questa genìa Leila Baiardo, scrittrice sarda di cui si rintracciano poche notizie biografiche e ancor meno fotografie, che la ritraggono quasi tutte da anziana, negli ultimi anni della sua lunga vita conclusasi qualche anno fa. On line è difficile scoprirne la data di nascita, le bandelle dei suoi romanzi la omettono (un vezzo adorabile) e il canone l’ha ignorata: le scarne notizie su di lei riportano perlopiù informazioni filtrate da lei stessa.

Nata a Castelsardo, vicino Sassari, dopo la maturità classica si sposta a Roma, dove inizia a collaborare con le maggiori riviste letterarie della sua epoca, tra cui Noi donne e Nuovi Argomenti, occupandosi di interviste e recensioni. Nel 1976 pubblica con Bompiani L’inseguimento, proposto all’editore da Cesare Zavattini, con il quale all’epoca l’autrice collaborava nella stesura di soggetti per il cinema. Il romanzo ha un buon riscontro di critica, Leila Baiardo è piuttosto conosciuta nell’ambiente letterario e cinematografico, lavora con i fratelli Taviani e, sette anni dopo il suo esordio, vince il Premio Noi Donne con il romanzo Sogno d’amore. Risalgono a quegli anni i suoi ritratti di poeti e scrittori oggi raccolti nell’antologia Incontri, pubblicata per la prima volta in formato elettronico nel 2010 da La Recherche e oggi disponibile in cartaceo nel catalogo delle Commari, piccola e attivissima casa editrice indipendente che di Baiardo sta curando l’opera omnia e la riscoperta. Incontri è un libro fresco e spigolosamente sincero, ideale per fare la conoscenza del personaggio, prima ancora che dell’autrice: in queste pagine gli intellettuali vengono fotografati con una libertà che può apparire disarmante nell’eccesso di sussiego al quale oggi siamo abituati. «Devo dirlo subito e poi spararmi. Era una donna antipaticissima» scrive Baiardo di Elsa Morante. E di Jolanda Insana: «Un’altra antipaticona (quasi quanto la Morante) ma una buona poetessa». Amelia Rosselli «era intelligentissima e contemporaneamente stupida e pazza. Forse più pazza che stupida. Ma non è un giudizio e tantomeno una diagnosi. Anch’io sono pazza. E a volte anche stupida». Leila Baiardo ricorda poi le lunghe quasi oniriche conversazioni con Sandro Penna e i suoi guai con i ragazzini di cui si invaghiva e che portava nella casa dove viveva con la madre, l’affabilità affettuosa di Federico Fellini, il dialogo fulmineo e ricco di presagi con Anna Proclemer.

Sempre, la notizia delle morti di questi conoscenti la coglie anni dopo, quando è già lontana dai loro mondi e appartata, quasi isolata, tanto che si ritrova a fare le condoglianze a sé stessa, celebrando a ogni addio un altro pezzo della fine del suo mondo. In questo librino irresistibile l’autrice mette insieme con audace disinvoltura Antonio Delfini e Mike Bongiorno, Topazia Alliata e Fred Buscaglione, il tutto introdotto da un’accorata prefazione di Elio Pecora, che per Leila Baiardo, «donna molto singolare e con un’esperienza di vita assai varia », si augura un destino preciso: «Vorrei tanto che toccasse a Leila, anche se con troppo ritardo, l’attenzione che merita dalla famiglia ampia e composita di chi cerca nella narrativa la qualità e il piacere, la complessità del reale e la leggerezza del sogno».

Il lavoro della casa editrice Le Commari raccoglie questo augurio.

La santa e Dies Illa, i due romanzi in catalogo, giocano sulla stessa schiettezza di scrittura, sulla stessa fresca ironia, ma qui il registro è alto, non più di costume si tratta ma di opere di valore letterario, che rielaborano ritagli di vissuto dell’infanzia e dell’adolescenza per restituirli in forma narrativa. In Dies Illa, esplicitamente ambientato a Castelsardo, le protagoniste sono Ela e Mira, al secolo Electa e Mirìce, sorelle adolescenti, molto diverse fra loro: attraverso le loro vite possiamo leggere il cambiamento epocale della Sardegna negli anni Cinquanta e Sessanta, quando l’isola fu travolta dall’arrivo del turismo e i sogni di tutti offuscati dal miraggio del benessere. Anche La santa ha per protagoniste una coppia di ragazze, stavolta cugine: una delle due, la più capricciosa e stupida, ma forse invece la più illuminata, costruirà intorno a sé un’aura mistica, raccontando di avere delle visioni e ritirandosi sempre più a una vita mortificata: il filo esile che tiene insieme egocentrismo e santità viene tenuto magistralmente dall’autrice fino alle ultime pagine.

Abbiamo iniziato la conoscenza di Leila Baiardo premettendo una sua estraneità al canone, è vero. Eppure, di Dies Illa Toni Maraini ha scritto: «C’è qualcosa di antico in questo libro, un pathos che evoca i grandi romanzi del Novecento». Inoltre, Baiardo figura tra le cinquanta scrittrici della mitica antologia Il pozzo segreto, pubblicata da Giunti nel 1993, accanto a nomi come Natalia Ginzburg, Goliarda Sapienza e Maria Bellonci. Forse il canone è più imprevedibile di quanto pensiamo. Forse l’augurio di Elio Pecora si sta segretamente avverando. Forse possiamo solo godere di una scrittura interessante e disinteressata a vendite e promozioni, lasciando ad altri la costruzione dei totem editoriali.

Da il Corriere della Sera – Capita che a un incontro pubblico, in qualche titolo di giornale, in una discussione privata, ci sia qualcuno che a un certo punto dica: ci sono anche donne che uccidono uomini però non se ne parla mai. A parte il fatto che non è vero; le rare volte che succede se ne parla eccome. Ma quello che risulta fastidioso è la tracotanza di chi accende un faro sulle (pochissime) storie di violenza femminile convinto che sia giusto dare a quella violenza la stessa rilevanza che meritano – tutti assieme – i casi di uomini che si accaniscono contro le donne. Che poi: quando parliamo di violenza contro le donne spesso evochiamo unicamente il femminicidio ma come sappiamo c’è molto altro. C’è la violenza economica, con la quale si alzano muri per tenere prigioniera una donna in una relazione, soprattutto quando ci sono di mezzo dei figli. C’è la violenza psicologia, sottile e tagliente come lama di coltello. E ci sono moltissime donne che portano i segni della brutalità del partner: lividi, fratture, lesioni di vario genere non di rado gravi o gravissime.

Nel libro “Il futuro mi aspetta” (Feltrinelli Up) scritto a quattro mani con Daniela Palumbo, Lucia Annibali racconta del suo “dopo”. Dopo l’acido in faccia ordinato per lei dal suo ex e dopo il tempo della sofferenza fisica, del processo. In quel dopo ci sono anche gli incontri con i ragazzi nelle scuole e le domande più frequenti che le rivolgono. Una, definita «ricorrente» e «inquietante», e che in genere viene dalla voce di un ragazzo, è proprio quel «perché si parla sempre di violenza sulle donne e mai viceversa?». Lucia scrive che «è un quesito terribile che svilisce la cura e la fatica del mio racconto». E aggiunge che «è anche capitato che a questa domanda seguissero applausi di gruppi di studenti presenti… Quando succede ci resto male. Mi sembra una provocazione e dunque un’occasione sprecata».

Per quanto scoraggiante sia la domanda, la risposta è facile ed è nei dati. Donna uccisa = movente da cercare in una relazione intima, quasi sempre. Uomo ucciso = moventi vari, quasi mai legati a una relazione intima. Certo, poi sarebbe necessario andare alla radice del problema, e cioè alla domanda – questa sì – che bisognerebbe farsi: da dove arriva l’incapacità di accettare un abbandono che fa scegliere ai più violenti la morte di lei piuttosto che la vita senza di lei?

Da il manifesto

Le carte dell’autrice di «Sputiamo su Hegel», saggista e critica d’arte verso una nuova sede

L’Archivio Carla Lonzi arriva alla Fondazione Basso. Si apprende da una nota del centro di ricerca romano di via della Dogana Vecchia, con cui è stata annunciata la nuova sede delle carte della femminista, saggista e critica d’arte italiana, dopo che pochi giorni fa Battista Lena, figlio di Lonzi e proprietario del Fondo, ha firmato il contratto di comodato.

Cinque mesi fa, la direzione della Galleria nazionale (ovvero Renata Cristina Mazzantini) aveva infatti sospeso anzitempo il comodato tra lo stesso Lena e la Gnam che nel 2017, per volontà dell’allora direttrice Cristiana Collu, avviava il primo riordino delle carte. La ritirata aveva suscitato, legittimamente, non poche perplessità e richieste di chiarimento tra cui una interrogazione parlamentare di Luana Zanella (Avs) al Mic per domandare, insieme alle ragioni per cui non fosse stato chiesto a Battista Lena di donare il fondo preferendo l’interruzione dei rapporti con tre anni di anticipo, che lo stesso archivio potesse diventare «Bene Culturale, rappresentando esso rilevante interesse artistico, storico, archivistico e bibliografico» (ne avevamo scritto su queste pagine il 30 maggio, ndr).

Ora, insieme alla buona notizia della nuova dimora che ospiterà le carte di Carla Lonzi, il cui prezioso inventario, a cura di Marta Cardillo, con la collaborazione di Lucia R. Petese, il coordinamento di Claudia Palma e la consulenza scientifica di Annarosa Buttarelli è consultabile nel sito della Gnam, sappiamo che il destino dell’autrice di Sputiamo su Hegel non sarà la dispersione. Potrà invece essere consultato da studiose e studiosi nella sede storica della Fondazione Lelio e Lisli Basso, che oltre a conservare quasi 90 fondi archivistici e un indiscutibile prestigio, nel 2015 aveva organizzato con il Centro Riforma dello Stato un ciclo di tre seminari proprio intorno alla figura di Carla Lonzi declinando tre parole cruciali: politica (con gli interventi di Maria Luisa Boccia e Ida Dominijanni), arte (con Laura Iamurri e Maria Antonietta Trasforini) e profezia (con Gaia Leiss e l’indimenticata Rosetta Stella).

«Sono felice che l’archivio di mia madre trovi la sua collocazione alla Fondazione Basso, che l’ha accolto con entusiasmo», dichiara Battista Lena, che accenna a «nuovi e interessanti materiali» del fondo per cui, nel luglio di quest’anno, la Soprintendenza archivistica e bibliografica del Lazio ha avviato la procedura per la dichiarazione di interesse storico.

Tra i lasciti più grandi di Carla Lonzi vi è il lavorio mai esausto nel solco della libertà femminile, capace di generare simbolico ancora oggi. Ecco spiegate le numerose – e fortunate – iniziative intorno al suo nome, alla produzione – sua e di Rivolta femminile – e alla sua esperienza, multiforme se consideriamo quanto ancora riesca a interrogare generazioni di donne assai diverse, non solo anagraficamente. In questa direzione si legga, per esempio, la recente ripubblicazione da parte de La Tartaruga della sua opera completa, come anche i convegni, le mostre, le discussioni pubbliche riguardanti i suoi testi, che hanno il pregio di saper parlare al presente. Del resto si tratta di un’eredità d’amore senza testamento.

Da il manifesto

Morta a novantasette anni una delle più straordinarie figure della musica americana. Comunista e protagonista della stagione di lotte dei ’60 e degli anni seguenti

Mi raccontò una volta Barbara Dane: «Quando decisi di rinunciare a un tour mondiale con Louis Armstrong per dedicarmi alla canzone di lotta e ai movimenti contro il razzismo e la guerra, il mio ormai ex manager mi disse: che peccato, potevi essere la nuova Janis Joplin! E io gli risposi: però io sono viva!».

Barbara Dane è rimasta una voce viva e irresistibile fino all’inizio di questa settimana, quando ci ha lasciati all’età di novantasette anni intensi, creativi, generosi.

È stata una delle più straordinarie voci della musica americana dagli anni ’50 fino ad oggi; ed è stata una protagonista della stagione di lotte degli anni ’60 e della ostinata resistenza nei decenni seguenti – e forse proprio per questo relativamente, e ingiustamente, poco conosciuta.

Solo nei suoi ultimi anni ha ricevuto un po’ dei riconoscimenti che meritava.

Fino a poco tempo prima di morire faceva ancora seguitissimi concerti blues a San Francisco, Berkeley e dintorni, aveva appena pubblicato una coinvolgente autobiografia, era uscito un film su di lei e un cd di blues con la pianista Tammy Hall e un doppio cd antologico di tutti i suoi settant’anni di carriera di grande musicista e di insopprimibile militante.

Era nata nel 1927 da una famiglia proletaria in un quartiere operaio di Detroit. Era bianca, bionda, occhi azzurri. Nel 1959, Ebony – la rivista che sta al pubblico afroamericano come Life sta al resto d’America – le dedicò un articolo di sette pagine – «Bianca e bionda, tiene vivo il blues» – in cui la riconosceva come la vera erede di Bessie Smith. Incideva per majors discografiche, faceva musica con i maggiori bluesmen e jazzisti afroamericani, da Earl “Fatha” Hines a Lightnin’ Hopkins. Ma aveva un difetto: era comunista. E lo è rimasta fino alla fine.

Quando ho saputo della sua morte, ho pensato a che cosa scrivere qualcosa per ricordarla. Ma mi sono accorto che l’incipit che mi era venuto in mente era esattamente lo stesso che avevo usato pochi mesi fa per Giovanna Marini. Perché Barbara era sia molto diversa da Giovanna, sia anche un po’ come lei: come lei, amava la musica che faceva e aveva una voglia inesausta di condividerla.

Così, anche lei, una sera, dopo cena a casa sua, prese la chitarra e mi disse, ti va se suono qualcosa? E mi cambiò la vita.

Una delle canzoni che suonò per me (e per il mio registratore, fortunatamente acceso) era I Hate the Capitalist System – odio il sistema capitalistico – scritta negli anni ’30 da Sara Ogan Gunning, moglie e figlia di minatori di Harlan County, Kentucky. Fu quella registrazione che mi ha aperto gli occhi sulla profondità della lotta di classe negli Stati Uniti e mi ha spedito a trascorrere trent’anni a cercare di raccontarla facendo storia orale a Harlan.

Barbara diventò un punto di riferimento nel mondo del folk revival, partecipò ai folk festival di Newport, incise un disco di canzoni popolari (Anthology of American Folk Song, 1959) e continuò a fare blues.

Ma a mano a mano abbatteva le separazioni dei generi musicali: il suo ultimo disco blues prima del cambio di carriera già includeva un classico di Pete Seeger, The Hammer Song; e in un memorabile album col gruppo soul dei Chambers Brothers (1964) entrano tutte le canzoni del movimento dei diritti civili, gospel e soul riversati in note di lotta.

Nel frattempo – quando per i cittadini statunitensi era ancora vietato – aveva partecipato al festival della Canción Protesta a Cuba ed è rimasta legata all’isola per il resto della sua vita (suo figlio Pablo Menéndez è rimasto a Cuba e col suo gruppo Mezcla è una delle voci più innovative e intelligenti della musica cubana contemporanea).

Come Giovanna Marini, come Violeta Parra, anche nei suoi anni più militanti Barbara non dimenticò mai di essere in primo luogo una musicista. Però il tempo premeva, c’era il Vietnam, c’erano le rivolte urbane afroamericane, nasceva il nuovo femminismo, e fare musica era inseparabile dal fare politica e fare cultura. Così andò a cantare, e a inventare e insegnare canzoni contro la guerra, davanti alle basi militari, creando luoghi di incontro (le GI coffee houses, i caffè dei soldati) dove i militari contro la guerra potevano incontrarsi e organizzarsi.

Insieme col suo compagno Irwin Silber (altra voce della sinistra comunista, fondatore e direttore per anni della storica rivista Sing Out!) creò un’etichetta discografica militante che fece conoscere musica e voci di tutti i movimenti antirazzisti e anticoloniali, da Haiti a Porto Rico, dall’Irlanda alle Black Panthers – e persino, in collaborazione coi Dischi del Sole, una antologia di canzoni di lotta italiane, intitolata naturalmente Avanti popolo!).

L’album più significativo che pubblicò in quegli anni (e che ripubblicammo coi Dischi del Sole) si chiamava, naturalmente, I Hate the Capitalist System.

Le registrazioni di quella sera a casa sua, e altre – con lei e con altri musicisti che mi aveva fatto conoscere – erano confluite in un album, L’America della contestazione (Dischi del Sole, 1969), e le abbiamo ristampate e arricchite di recente in un’altra raccolta (We Shall Not Be Moved, Squilibri 2020).

Da lì, un paio di brani sono stati prelevati addirittura nella colonna sonora dell’Alligatore, la serie tv tratta dai romanzi di Massimo Carlotto).

Riuscimmo a far invitare Barbara alla festa dell’Unità nel 1972 e nel 1973; fino ad anni 2000 inoltrati le sue tournée europee includevano sempre tappe a Roma ospitate dal Circolo Gianni Bosio.

Ma il momento che ricordo di più è quella sera, credo nel 1973, che organizzai di farla incontrare coi compagni del manifesto nella storica sede di via Pomponazzi. Cantò un po’ di cose, ma a lei e ai compagni interessava soprattutto parlare di politica.

Così, uno dei nostri le chiese: quali fossero i movimenti più importanti in quel momento negli Stati Uniti. E lei disse: il movimento delle donne. Ricordo ancora lo sconcerto nei visi dei compagni (quasi tutti maschi): non ci avevano ancora pensato.

Se devo pensare a una canzone che tiene insieme tutta la vita e l’opera di Barbara Dane, non penso tanto a I Hate the Capitalist System, quanto a un blues degli anni ’20, di Ida Cox: Wild Women Don’t Get the Blues – che traduco sempre con “alle cattive ragazze non viene il blues”. Barbara la cantava già in uno dei suoi album degli anni ’50, l’ha cantata al concerto che organizzammo col Bosio a Roma alla Locanda Atlantide nel 2001 e c’è in We Shall Not Be Moved.

Barbara era wild a modo suo: non sfrenata, neanche tanto esibitamente trasgressiva; ma sempre oltre il confine della rispettabilità, del conformismo, del prevedibile, del subalterno.

Anche per questo, quando più di mezzo secolo fa alla sua porta si presentò uno sconosciuto e ingenuo viandante italiano, lo accolse, lo ospitò, gli regalò musica e gli aprì strade e visioni. Indimenticabile.

Da il manifesto – In queste settimane, sono usciti due libri che dietro un tono lieve, divulgativo, nascondono strutture robuste e uno scomodo interrogarsi: sono libri diversi, ma entrambi si rivolgono alle nuove generazioni per un confronto su cosa significhi essere oggi ragazza, donna, femminista. Uno è Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa) pubblicato da Mondadori e firmato dalle filosofe Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo (pp. 216, euro 18,50); l’altro Contrattacco! Ribellarsi e difendersi dalla violenza maschile scritto per Sperling&Kupfer (pp. 256, euro 14,90) dalla giornalista Paola Tavella e illustrato dalla fumettista Teresa Cherubini (che ragazza lo è ancora). Escono a pochi giorni di distanza l’uno dall’altro, interpretando un desiderio femminile collettivo, non troppo sotterraneo, di parlarsi fra donne rompendo il puro dato anagrafico. Entrambi si rivolgono alle ragazze contemporanee con uno spessore che li rende godibili a ogni età, ed entrambi hanno cura di tenere la porta aperta perché circoli aria fresca nella doppia direzione dell’ascolto reciproco: possiamo ammirare la libertà che nuovi corpi e voci stanno portando in strada e in rete, e insieme riconoscere altre esperienze e non cancellare segmenti fondamentali della nostra storia.

Tutti e due i libri scelgono una seconda persona che chiama sulla pagina le giovani lettrici, e tutti e due scansano la forma funerea e saccente del lascito, preferendo piuttosto configurarsi come intersezioni vive, accese e scomode. Tutti e due affrontano temi divisivi come la maternità surrogata (Donna si nasce) e la gestione femminile del denaro e del potere (Contrattacco!) cercando una necessaria distanza dalle soluzioni più ammiccanti della divulgazione massificata. Pur presentandosi come manuali, divergono nella forma: piacevolmente eccentrica, la prosa di Tavella che esorta alla consapevolezza del proprio e della propria forza materiale e magica viene completata dalle incursioni fumettistiche di Cherubini, mentre Cavarero e Guaraldo, con sapienza e arte di sintesi, decostruiscono gli slogan confusi che funzionano come sirene vuote per un femminismo di superficie. Se l’Adrienne Rich di Nato di donna e la Simone de Beauvoir del Secondo sesso insieme a Carla Lonzi fanno da comune sostrato, l’analisi di Donna si nasce saccheggia la poetica di scrittrici come Clarice Lispector ed Elena Ferrante e si confronta criticamente con il pensiero di Judith Butler, mentre Contrattacco! ricorda alle ragazze il lavoro di Elena Giannini Belotti e i passi in avanti di bell hooks. Pur presentandosi in vesti editoriali snelle, questi due libri ci ricordano che essere femministe implica una, a tratti sgradevole, postura di libertà, un continuo sforzo di luce e chiarezza.

Nascere donne è un fatto, la cui coscienza è una strada accidentata tutta da percorrere, una strada in cui cultura e biologia non sono avversarie l’una dell’altra, come oggi va di moda sostenere. «La differenza sessuale innanzitutto è un fatto», scrivono Cavarero e Guaraldo, «nella specie umana, così come in molte altre specie viventi, le femmine e i maschi hanno caratteristiche anatomiche e quadri ormonali differenti. Avremmo potuto dire un fatto biologico, se non fosse che il fatto della differenza sessuale viene registrato, interpretato e valutato da tutte le culture di cui abbiamo una documentazione storica fin dall’antichità, ovvero in tempi in cui la biologia non era ancora nata e ben poco si sapeva dei codici invisibili che fanno funzionare i corpi». Anche la cultura ha le sue trappole, ricorda Tavella: «Veniamo educate a farci benvolere, a non disattendere le aspettative degli altri, a sorridere anche quando vorremmo piangere, a non essere mai scostanti, a non fare capricci, a essere carine», e ancora: «Il manuale della femmina adorabile è infarcito di istruzioni sull’arrendevolezza, remissività, pazienza, dolcezza, paura, oltre che di consigli subdoli, tipo: se sorridi sei più bella». Essere arrabbiate è vietato, sottolinea Contrattacco!, che indica chiaramente in questa zona rossa la neutralizzazione maschile della possibilità per le donne di difendersi e di conoscere e gestire le proprie emozioni. L’industria del fitness che oggi spopola insegna un controllo sul corpo dedicato alla bellezza e alla perfezione piuttosto che alla consapevolezza, al mito dell’invincibilità piuttosto che alla conoscenza e all’utilizzo strategico dei propri limiti.

Uno dei nodi più interessanti di Contrattacco! riguarda proprio questo tipo di esplorazione personale, che ha che fare con la forza anche se viene spacciato per debolezza: conoscere i propri confini non significa difettare, ma sapere quali zone di noi sono inviolabili, e imparare a difenderle. In queste pagine, i disegni di Teresa Cherubini mostrano due esercizi a metà tra corpo e spirito, derivati dal percorso yogico di Tavella, che insegnano non solo alla nostra parte cosciente a dire no, che si tratti di una molestia o una proposta più melliflua, o semplicemente qualcosa che non desideriamo ricevere. Se fissiamo confini troppo stretti rischiamo l’asfissia, se troppo ampi non avvisteremo chi vuole travalicarli a forza: per trovare la nostra dimensione dobbiamo, innanzitutto, prendere contatto con noi stesse, tutte intere. Altro che disprezzo della biologia: è attraverso il corpo che sappiamo chi siamo, come ricordano Cavarero e Guaraldo: «La corporeità e i suoi dati elementari, il nostro esser corpo non solo eretto ma sessuato nella differenza, svolgono un ruolo decisivo in quella piena capacità di significazione, altrimenti chiamata linguaggio, che caratterizza la specie umana rispetto alle altre specie animali».

Siamo corpi, dunque, e attraverso la nostra postura, il nostro passo, i nostri movimenti ci definiamo. Lo sanno le ragazze che attraversano le strade al buio e che chiedono oggi, a gran voce, di riprendersi la notte: è una richiesta del corpo, dello spazio che ci è concesso occupare. Lo sanno attraverso la maternità, come figlie o come madri, le donne che fanno l’esperienza di «espellere un frammento vivo del proprio corpo, e di sentirsi figlia come frammento di un corpo intero e ineguagliabile» (la citazione di Elena Ferrante viene riportata dalle filosofe in Donna si nasce, libro che ha, fra gli altri, il non comune merito di parlare di uteri gravidi non come se fossero un difetto o un dettaglio da rimuovere). Sappiamo di essere corpo e allo stesso tempo sappiamo di non essere soltanto corpo: se come femministe decidiamo di abitare questa contraddizione senza forzarla da una parte o dall’altra, senza cedere alla facile tentazione di scioglierla, ci costringeremo a sguardi diversi, a volte sorprendenti, moltiplicando le possibilità di approccio alla vita e aumentando in noi la difesa dalle trappole meno esplicite del maschilismo e del patriarcato. Scrive Tavella: «I corpi femminili sono mortificati, educati e addestrati per perpetuare la disuguaglianza. Ma i nuovi corpi, i corpi ‘cattivi’, quelli da ragazzacce scalmanate che scopriamo e ridisegniamo imparando a difenderci e a contrattaccare, possono essere vissuti e rappresentati per garantirci indipendenza e autonomia, finora esclusiva degli uomini». Quei corpi sono rappresentati da Teresa Cherubini nelle sue efficaci e belle illustrazioni, mentre lo stesso corpo che si spacca e genera un frammento di sé non mostra meno potenza nelle pagine di Cavarero e Guaraldo: la Grande Madre, la Madre Terra, Rea, Gea, Gaia, Cibele, Inanna, Ishtar, Astarte e le altre divinità delle società più arcaiche non vengono tirate in ballo con la fumosa nostalgia di un tempo perduto, ma come simbolo di una forza che non si può cancellare e che mostra come è stato costruito il ruolo della debole e della vittima sul corpo delle persone di sesso femminile. Una decostruzione presente anche nelle pagine di Tavella, che individua precise strade di libertà: «Un corso di autodifesa femminista, la frequentazione di una palestra di arti marziali per donne, iscrivere le nostre bambine a ju jitsu o karate fin da piccole sono tutte esperienze del corpo ma anche della psiche».

Nei collettivi di autodifesa si impara a dare e ricevere sostegno, si impara a fidarsi ed essere oggetto di una riposta fiducia, ma si impara anche che l’aggressività non è per forza sbagliata o evitabile, soprattutto se reattiva. La consegna alle ragazze, in questi due libri, è densa di libertà e indipendenza dagli uomini ma anche da fazioni sclerotizzate. «Come femministe abbiamo imparato a elaborare un pensiero concreto ma libero, non subordinato né ai partiti né alla visibilità mediatica degli schieramenti dati. Non ci interessa essere inquadrate in fazioni politiche progressiste o oscurantiste», scrivono Cavarero e Guaraldo, invitando le ragazze a leggere senza paraocchi. Perché di tutte le strade femministe che si possono percorrere, capire resta la più autenticamente sovversiva.

Da il Corriere della Sera

Due mostre in Italia ricordano la figura dell’artista, pioniera di un genere

Se per il centenario del futurismo (nel 2009) in Italia si è fatto poco, le celebrazioni dei primi 150 anni degli impressionisti sembrano non finire mai. E di quella pionieristica mostra allestita a Parigi il 15 aprile del 1874 si continua a parlare anche in Italia e a volte da prospettive poco familiari, per esempio attraverso la pittura delle donne. Avviene così che dopo decenni di silenzio o quasi, due città in contemporanea, Torino e Genova, dedichino una mostra a Berthe Morisot, la prima donna impressionista, nonché una delle figure più importanti del movimento reso famoso da Monet e da Renoir. A Genova “Impression, Morisot” (Electa) sarà allestita a Palazzo Ducale fino al 23 febbraio, mentre la Gam di Torino ospita “Berthe Morisot, pittrice impressionista” (24Ore cultura) fino al 9 marzo.

Non è stata l’unica pittrice impressionista, ce ne saranno altre e famose (per esempio Mary Cassatt), però Morisot è stata l’unica donna a esporre in quella celebre mostra ospitata nell’atelier di Félix Nadar, al 35 di rue des Capucines di Parigi. Al di fuori del Salon ufficiale, Monet, Pissarro e altri decisero di esporre per proprio conto, affrontando le (inevitabili) critiche dalle quali nascerà per paradosso il termine “impressionismo”, coniato dal critico Louis Leroy quando volle parlare male del bellissimo Impression, soleil levant di Claude Monet, del 1872. Berthe Morisot, in quella occasione, espose il suo dipinto più toccante, anche questo del 1872: La culla. Raffigura una madre finemente vestita che veglia con dolcezza il suo bambino nel sonno. Sarà questo dipinto a consacrarla nella storia dell’arte, ma non solo: è proprio qui che Morisot ricava quella “singolarità” di cui scrisse Paul Valéry parlando di lei, quella originalità che permise a una donna di entrare a far parte di una cerchia d’artisti.

Ma forse, per parlare di Morisot, è più utile partire dalla fine, dalla tomba: se andate a visitarla, nel cimitero parigino di Passy, scoprirete che le tombe di Berthe e del gigante della pittura francese, Édouard Manet, non sono tanto distanti. In fondo erano cognati, lei aveva sposato il fratello di lui. Eppure, se a ricordare la grandezza del pittore si erge un alto busto commemorativo, la tomba della pittrice è contrassegnata solo da una scarna epigrafe: «Berthe Morisot, vedova di Eugène Manet». Peggio ancora fece l’anagrafe della capitale francese quando registrò la sua morte, avvenuta nel 1895 a soli cinquantaquattro anni, a causa di una polmonite: nel certificato di avvenuto decesso scrissero «Berthe Morisot, senza professione». Bruciando così, in poche righe, una intera vita dedicata all’arte e alla sperimentazione.

Morisot era nata in una famiglia colta e benestante, nella quale l’arte non era bandita, anzi: sia Berthe che le sue sorelle Yves e Edma avevano preso lezioni private di pittura. Però, nelle intenzioni della madre Cornélie, queste dovevano servire a un intento preciso, cioè renderle “coltivate” e pronte per una vita sociale ricca e brillante.Detto in poche parole: dovevano servire a maritarle bene. Il problema fu che Berthe cominciò a pensare come un’artista vera e dunque quando andava nei grandi musei come il Louvre e copiava diligentemente i corpi pieni di Rubens, non si lasciava ingabbiare in un banale compito accademico. Studiava l’anatomia, le espressioni, le tecniche. Solo così si diventa bravi davvero, copiando con originalità. E allora un artista molto popolare all’epoca, Henri Fantin-Latour, la notò e le presentò Édouard Manet.

Questo, nella seconda metà dell’Ottocento, poteva essere una svolta nella carriera. Perché conoscere Manet non voleva dire solo entrare a far parte di un giro di conoscenze importanti nell’avanguardia, ma era anche come imboccare una direzione tutta nuova, distante dai canoni dell’accademia, considerare insomma l’arte come un territorio di coraggiosa sperimentazione. E i timori della madre di Morisot assunsero una concretezza allarmante: come può una donna dell’Ottocento pensare di fare l’artista e, per giunta, l’artista “sperimentale”, contraria ai dettami della tradizione? Sopravvivrà? Berthe sapeva bene che avrebbe dovuto muoversi con intelligenza: non diventare “di maniera”, ma nemmeno poteva permettersi quello che aveva fatto Manet nel 1863, quando diede scandalo con Le Déjeuner sur l’herbe, un dipinto nel quale una donna completamente nuda si lascia ritrarre in una quieta conversazione con due uomini vestiti, come se fosse stata la cosa più normale del mondo.

Morisot aveva osservato e studiato il lavoro del maestro, anche perché lui la ritrasse in numerosi dipinti. E quindi sapeva che lo “scandalo” in questo caso non stava tanto nel nudo in sé e per sé(le sale del Louvre erano piene di nudi pittorici) quanto nel fatto che quella donna era una cortigiana conosciuta in tutta Parigi, quindi la provocazione di Manet consisteva nell’inserire in una dimensione quasi rinascimentale (tizianesca) il corpo e il viso di una modella molto chiacchierata. Morisot comprende che non bastano l’originalità del tratto pittorico o la tecnica o i temi – peraltro, alle donne era permesso poco anche in questo senso. Comprende che deve trovare una sua “singolarità” e così si colgono bene le parole che a lei riservò un grande critico come Paul Valéry, nel 1941: «La singolarità di Berthe Morisot fu di vivere la sua pittura e di dipingere la sua vita».

Rimase così nell’alveo tematico del femminile: culle, madri, bambini, giovani donne, eleganti signore. Ma torniamo a osservare La culla, il dipinto che venne esposto nella prima mostra impressionista: nulla si ferma al dettame accademico, nulla è stereotipato. Non c’è una madre vestita di retorica, ma nell’osservare la piccola si coglie, assieme alla dolcezza, una certa apprensione, come un presagio dei tempi che verranno. E c’è un’ombra di stanchezza, modernissima perché la figura della madre, idealizzata da secoli di pittura, qui comincia ad assomigliare alla realtà. La maternità è tutt’altro che riposante, come ci dirà più apertamente in seguito Louise Bourgeois. Ecco perché questo dipinto piacque prima di tutto agli uomini, che apprezzarono molto anche le altre opere di Morisot, attenta a calibrare la sperimentazione con un gusto personale, un’attitudine. L’artista restò legata a Manet per tutta la vita e il matrimonio con il fratello del pittore sigillò un sodalizio segreto, quasi carbonaro tra i due. Per Berthe fu come scegliere una strada, quella dell’avanguardia, con un’enfasi e uno spirito critico che le fecero affrontare le inevitabili difficoltà. Infatti le sue opere – come anche quelle degli altri impressionisti – vennero criticate aspramente dai conservatori, ma per lei ci fu una punta di veleno in più in quanto donna. Per esempio, una volta fu insultata in pubblico da un avventore che la chiamò “prostituta”, scatenando la reazione violenta di Camille Pissarro. Morisot non arretrò di un passo, anzi. Negli autoritratti che – via via sempre più di frequente – riservò a sé stessa, la si vede ora madre e ora gran dama a suo agio nell’alta società. Grazie alla pittura, ha raccontato la sua vita e così trovano un senso compiuto le parole di Paul Valéry: «La singolarità di Berthe Morisot fu di vivere la sua pittura e di dipingere la sua vita».

Segnaliamo una nuova voce apparsa quest’anno sull’Enciclopedia delle donne, a cura di Elena Petrassi: quella dedicata alla scrittrice, filosofa e femminista francese Simone de Beauvoir. Curata, documentata e ricca di informazioni, ne raccomandiamo la consultazione. Qui due brevi estratti dell’incipit.

(La redazione del sito)

«Sono una scrittrice, una persona la cui esistenza è interamente determinata dalla scrittura.»

(Simone de Beauvoir)

Icona dell’intellettuale “engagée”, scrittrice, filosofa, saggista, femminista, amante, Simone è stata una donna poliedrica che ha incarnato lo spirito esistenzialista della Francia del Novecento e consegnato al mondo alcuni dei libri che più hanno contribuito alla lotta dei movimenti femministi del secondo dopoguerra a partire dal celebre motto «Donne non si nasce, lo si diventa». La sua opera e la sua vita hanno influenzato generazioni di studiose in tutto il mondo come nessun’altra scrittrice del Novecento, forse più ancora nel mondo anglosassone che in quello francese.

Simone Lucie Ernestine Marie Bertrand de Beauvoir è nata il 9 gennaio 1908 in una famiglia borghese di inizio secolo. Cresciuta in boulevard Montparnasse al numero 103, nel piccolo edificio d’angolo con boulevard Raspail […].

La futura scrittrice mostrò sin da bambina un temperamento appassionato e vivace e l’acutezza di uno spirito critico che la sosterrà sempre e la condurrà a far diventare sé stessa e le persone che facevano parte della sua vita materiale primario sia della nota autobiografia in più volumi, a partire dalle Memorie di una ragazza perbene, che dei romanzi che la consacrarono regina delle lettere francesi con I Mandarini.

Accovacciata sul balconcino di casa la bambina amava osservare il viavai dei passanti e dei lavoratori, ascoltare le loro voci, immaginare le loro vite. Prediletta della madre che si occupava personalmente della sua educazione, Simone dimostrò sin da piccola di essere destinata a una vita eccezionale. Anche il padre, seppure in maniera meno diretta della madre, appoggiava le passioni intellettuali della bambina e aveva composto per lei, in un quadernetto in similpelle nera, un’antologia che conteneva anche brani di Racine, Corneille, Molière e Hugo; fu proprio Georges a trasmetterle l’idea che al mondo non esisteva niente di più bello del mestiere di scrittore. […]

(enciclopediadelledonne.it, voce pubblicata nel 2024)

Da L’Indice dei libri

Clarice Lispector, La città assediata, Adelphi 2024

In un’intervista concessa a Julio Lerner nel 1977, Clarice Lispector definiva la propria scrittura «caotica, intensa, completamente fuori dalla realtà della vita», sottolineando di avere iniziato a scrivere poco dopo aver imparato a leggere, già da bambina. Forse per questo, la scrittrice mal sopportava certe analogie che la critica soleva instaurare, quale quella con l’esistenzialismo sartriano. Dicendosi timida e coraggiosa al contempo, puntualizzava: «Non sono una professionista: scrivo quando voglio. Sono una dilettante e ci tengo a continuare a esserlo», spiegando che questo le permetteva di mantenere la propria libertà. Sentiva i periodi fra la stesura di un romanzo e un altro come momenti di vuoto insopportabile: «Quando non scrivo sono morta», dichiarava con la sua congenita erre moscia che si adattava alla perfezione all’accento carioca, il bellissimo volto slavo, serio, le palpebre sottolineate dall’eyeliner come appaiono in tutte le immagini – fotografie in bianco e nero irresistibili per le copertine dei suoi libri –, palpebre che continuamente chiudeva quasi per raccogliere frammenti dal proprio mondo interiore e restituirli, uscendone esausta, all’intervistatore. Si ha la sensazione, guardandola, che la necessità di scrivere sia per lei stessa un mistero, che non sente il bisogno di sciogliere. Sempre nel corso di quell’intervista, parlando dei bambini per i quali aveva scritto storie, Lispector definiva gli adulti tristi e solitari, ma alla domanda di quando e perché ciò accadesse nella vita, si mostrava perentoria ed evasiva: «È un segreto, se non le spiace preferisco non rispondere. Sono triste perché sono stanca». La fine dell’intervista è impressionante: «In questo momento sono morta, ma rinascerò», dice riferendosi a quando avrebbe ripreso a scrivere. Quello stesso anno, però, Clarice Lispector muore davvero, di cancro, all’età di cinquantasette anni.

Nata in Ucraina nel 1920 da una famiglia ebrea costretta a emigrare per via delle persecuzioni razziali e stabilitasi in Brasile, Lispector ha sempre considerato il paese latinoamericano la sua vera patria dal momento che della Russia non aveva mai, letteralmente, calpestato il suolo, essendone venuta via in braccio, quando aveva due mesi. La scrittrice è, di fatto, una delle più grandi, se non la più grande scrittrice brasiliana del XX secolo. Malgrado l’ermetismo poetico della sua prosa abitata da epifanie e folgorazioni con venature di “misticismo laico” come nell’indimenticabile La passione secondo G.H. (1964), questa autrice «schiva e insieme popolare, anti-letteraria e insieme raffinatissima» come l’ha definita Rita Desti, ha conquistato un vasto pubblico proprio grazie a una voce talmente originale da renderla unica. Scoperta, per così dire, in Italia negli anni ottanta dalla piccola raffinata casa editrice torinese La Rosa, l’opera di Lispector ha suscitato l’interesse di editori quali Feltrinelli e Sellerio, approdando ad Adelphi che ne ha ripreso tre romanzi (Vicino al cuore selvaggio, 1987; Acqua viva, 2017; Il lampadario, 2022) e pubblicato per la prima volta nel 2019 Un soffio di vita (cfr. “L’Indice” 2019, n. 6) e ora La città assediata, scritto a Berna nel 1949 e terzo romanzo dell’autrice. Ancora una volta, la traduzione di questa lingua affascinante e difficile che si misura di continuo con l’indicibile è stata affidata all’impeccabile penna di Roberto Francavilla qui in collaborazione con Elena Manzato.

La città assediata è ambientato durante gli anni venti nel sobborgo di São Geraldo dov’è nata e vive la protagonista Lucrécia Neves, giovane donna che pur non essendo bella è dotata di un «eccesso di bellezza che non si trova nelle persone belle», la quale – come tutte le eroine di Lispector – è animata da una ricerca, quella di dare una forma al mondo che la circonda, divisa fra il desiderio romantico della metropoli, con i suoi teatri e giardini, e l’identificazione con il proprio borgo natale ai margini della modernità, che in qualche modo rimane indelebilmente associato a lei, diventando esso stesso un personaggio che prende forma specchiato nel suo sguardo inaugurale: «La ragazza non possedeva immaginazione bensì un’attenta realtà delle cose che la rendeva quasi sonnambula; aveva bisogno di cose perché queste esistessero». In preda a inquietudini senza nome che non è in grado di esprimere nella sua incantata ottusità, Lucrécia non è solo assediata dal proprio contesto, ma da sé stessa, è lei La città assediata. Clarice Lispector sosteneva che fosse stato il suo libro più difficile da scrivere. Narrato in terza persona e sviluppato in dodici capitoli secondo una cronologia lineare, segue l’itinerario di andata e ritorno della protagonista, fra città e campagna, che la vede transitare per diverse figure maschili: il tenente Felipe, il cui fascino risiede nella divisa ma disprezza São Geraldo e quindi la stessa Lucrécia; Perceu Maria tanto bello quanto vuoto; e il prospero commerciante Mateus Correia, che sposa realizzando il sogno della grande città subito frustrato dalle mansioni di casalinga e moglie. Tornata in paese dopo la vedovanza, troverà che anche São Geraldo ha subito un’inesorabile e deludente metamorfosi in nome della modernità. Focosa come un cavallo e irraggiungibile come una statua, sempre in bilico fra equilibrio e squilibrio, Lucrécia Neves si aggiunge alle tante memorabili figure femminili della narrativa di Lispector, anche qui in virtù della scrittura che ce la restituisce facendosi ancora una volta essa stessa protagonista indiscussa del romanzo. È forse semplicistico e livellante, come ricordava Luciana Stegagno Picchio, dire che un autore scrive sempre lo stesso libro, ma per Lispector la sentenza anziché riduttiva diventa illuminante: anche qui l’autrice sembra infatti scrivere con il corpo anziché con il cervello, e con il corpo e non solo col cervello va ricevuta La città assediata.

(*) Vittoria Martinetto insegna lingua e letterature ispanoamericane all’Università di Torino.

Da Lucy Sulla Cultura

Gisèle Pelicot è stata abusata per anni da più di cinquanta uomini, con la complicità del marito. La sua battaglia ci sta costringendo a ripensare i concetti di colpa e vergogna nei casi di violenza sessuale.

In questi giorni le prime pagine dei giornali mostrano il viso di Gisèle Pelicot, la donna settantaduenne divenuta famosa in tutto il mondo per essere la vittima del caso di stupro più impressionante degli ultimi anni. Suo marito, con cui si era ritirata in Provenza per la pensione, l’ha drogata e ha invitato quasi un centinaio di sconosciuti nel corso di più di dieci anni a violentarla. Gisèle Pelicot ha chiesto che il processo non si svolgesse a porte chiuse, rinunciando così alla sua privacy, nella speranza che il suo esempio possa essere d’aiuto ad altre donne vittime di violenza sessuale. Lo slogan che la signora Pelicot ripete più spesso è che la vergogna deve cambiare lato: non sono le vittime di stupro a doverla provare, ma gli aggressori.

È interessante l’utilizzo del termine “vergogna” al posto di “colpa”. Nei processi, nei reati, si cerca di stabilire la seconda, non la prima. Se la colpa è giuridicamente rilevante perché investe un’azione, la vergogna investe l’intera persona. La colpa, poi, a differenza della vergogna, richiede la consapevolezza del significato e dell’effetto delle proprie azioni. La vergogna no. Il senso di vergogna si internalizza da bambini come norma sociale implicita. I genitori ci dicono di non fare una certa cosa che sarebbe socialmente sconveniente. La prima cosa che mi viene in mente: indossare il pezzo di sopra del costume è un ordine che i genitori danno alle figlie quando cresce loro il seno, rendendole implicitamente edotte del fatto che il loro corpo, da quel momento, ha un potere erotico sconveniente, pericoloso. La vergogna dunque ha come funzione principale quella di mantenere ordine nella società, appoggiandosi a postulati ontologici sull’essere umano. Gli uomini non potranno fare a meno di guardare un seno, quindi il seno va coperto.

Se si fa un piccolo esperimento di genere (è stato fatto) e si chiede a uomini e donne di dire quali sono le cose che suscitano in loro vergogna, la differenza di genere della vergogna è evidente. Le donne ne provano di più e per ragioni legate alle aspettative sul ruolo sociale femminile: il corpo, la maternità, la sessualità, l’esposizione, la compostezza e via dicendo. Per gli uomini la vergogna è legata all’inadeguatezza e alla debolezza in determinati contesti che ne definiscono il ruolo in società. (Mi chiedo, a latere, se non sia l’assenza di aspettative sulla loro riuscita scolastica, lavorativa ed economica a far sì che le donne stiano un poco alla volta superando gli uomini in questi campi).

Ad ogni modo, la vergogna è un sentimento che non richiede una consapevolezza di tipo morale delle proprie azioni. Le ragazzine si vergognano di avere i pantaloni macchiati durante il ciclo o di non indossare il reggiseno, attirando gli sguardi maschili, ma difficilmente sapranno spiegare perché provano quel sentimento. La vergogna è interiorizzata come struttura sentimentale paralizzante e non espressa, ed è spesso alla base di un certo tipo di educazione piuttosto repressiva. Lo stesso varrebbe per gli uomini, se solo fossero educati allo stesso modo.

Durante il processo Pelicot, molti degli imputati si sono dichiarati innocenti, sostenendo di essere stati ingannati dal signor Pelicot, che gli avrebbe fatto credere che la moglie addormentata (e che addirittura nei video russa!) era in realtà consenziente. Che si trattasse, insomma, di un gioco erotico, non di una violenza sessuale. Alcuni uomini (non imputati) contattati dal signor Pelicot per prendere parte agli stupri hanno rifiutato ma non per questo denunciato alle autorità la condotta dell’uomo. Questa forma di meschina solidarietà maschile da parte di chi si è tirato indietro pur rimanendo omertoso sta indignando molti. Come si può essere così indifferenti? Stanno mentendo oppure davvero non si rendevano conto?

Il fatto è che per molti maschi, al di là del dato legale per cui lo stupro è un reato, l’istinto che lo sottende non lo è. C’è una sorta di complicità di fondo, di benevola comprensione, anche in chi razionalmente capisce la legge, e in alcuni casi la attua.

Per esempio: gli avvocati della difesa nel processo hanno mostrato pubblicamente le foto intime della signora Pelicot, quelle scattate da sveglia e consenziente con il marito. La ritraggono nuda, in pose provocanti, mentre utilizza vari sex toys (hanno provato ad accusarla di essere avvezza a certe perversioni, e quindi in fondo consenziente anche agli stupri). Questi stessi avvocati hanno però chiesto che i video degli stupri fossero visionati privatamente. Il giudice ha accettato: il contenuto era troppo sconvolgente. Quindi: la vittima la vergogna la deve gestire, per gli uomini è troppo. Non l’avevano mai interiorizzata prima, evidentemente.

La vergogna deve cambiare lato, e la coraggiosissima signora Pelicot fa bene a esigere questo ribaltamento, che è sociale, di genere e culturale. Ma a noi sta un altro compito, che contribuirebbe ad ampliare e approfondire il discorso portato avanti da Pelicot: capire che farcene del sentimento di colpa. Se la vergogna scaturisce da una morale che può non coincidere con la propria, il sentimento di colpa invece nasce da una presa di coscienza individuale, dal riconoscimento di una morale personale, che non ha bisogno, per esistere, di essere espressa all’altro. Non c’è bisogno dello sdegno altrui per sentirci in colpa. Il sentimento della colpa è pensato e riconosce l’altro come soggetto ferito da un’azione commessa. Forse, da spettatori, potremmo provare a capire come fare a far sì che il senso di colpa si sviluppi al pari di quello della vergogna. Altrimenti finiamo per dare per scontata una visione molto cinica del maschio, che implica che, nella maggior parte dei casi, sarà più semplice per lui sentirsi a disagio socialmente per aver violato una norma collettiva che riconoscere la donna come essere umano.

Da Marie Claire – Una tradizione che avremmo sperato di non istituire mai, e che ci colpisce al ribasso. I numeri sul calo delle nascite diffusi dall’ISTAT sono il report crudo e impietoso di comein Italia si fanno sempre meno figli, ma a margine c’è un dato in positivo che fa vedere il futuro in HDR: l’attribuzione del doppio cognome. Una percentuale a una cifra – per ora – di bambini nati in Italia nel 2023 non ha solo il cognome del padre ma anche quello della madre, un timido segnale di come la società cambia più velocemente di chi la rappresenta istituzionalmente. Dare il doppio cognome alla nascita è una realtà in crescita, e meno male.

Doppio cognome alla nascita, i dati Istat sulle nuove attribuzioni

Una cifra piccola ma potente:tra i nuovi nati in Italia il doppio cognome nel 2023 è stato registrato sul 6,2%, più del doppio rispetto alla misura del 2020. L’aumento riguarda tutte le aree geografiche, con il Centro-nord a fare da traino con oltre il 7% di genitori che scelgono di attribuire il doppio cognome alla nascita. Più basso al Sud con il 4%. Nella maggior parte dei casi si tratta di primi figli (9,1%), percentuali minori per i secondi e terzi (3,7% e 2,8%).

Doppio cognome in Italia, in quali famiglie si usa di più

Un buffo paradosso: a scegliere di dare il doppio cognome in Italia sono in percentuale più alta le famiglie composte da coppie mai coniugate (8%) o quelle in cui almeno uno dei due genitori ha avuto un precedente matrimonio (7,8%), mentre le coppie sposate restano nella scia dell’attribuzione di un unico cognome, tendenzialmente paterno (4,9%). La percentuale più alta di doppi cognomi si registra tra le coppie miste formate da madre italiana e padre straniero (14,2%), seguita da coppie in cui la madre è straniera e il padre italiano (7,7%). Tra le coppie di italiani si arriva al 6,1%, nelle coppie in cui entrambi i genitori sono stranieri ci si attesta sul 5%. Altro paradosso: nelle coppie di cittadinanza latina – nominalmente Spagna, Portogallo e Centro-Sud America – i nati col doppio cognome sono addirittura l’86,7%: i genitori preferiscono seguire la consuetudine dei paesi di origine (o persino l’obbligatorietà, in alcuni casi) di attribuire entrambi i cognomi ai nuovi nati.

Doppio cognome, quale prima

Non ci sono obblighi di legge da rispettare, nel doppio cognome dei figli quale prima lo decide la famiglia stessa in base alle proprie esigenze. Si può mettere prima quello della madre poi quello del padre, o viceversa, o ancora optare per un (apparente) neutrale ordine alfabetico, che teoricamente non fa torto a nessuno.

Doppio cognome alla nascita, problemi e come funziona

Con una sentenza storica, la numero 131 del 27 aprile 2022, la Corte costituzionale ha stabilito l’illegittimità dell’articolo 262, comma 1, che imponeva di dare automaticamente ai figli il cognome del padre. Secondo la Consulta sta ai genitori la decisione di dare ai figli il cognome che preferiscono e nell’ordine che vogliono, a meno che non siano loro stessi a decidere di attribuire un solo cognome dei due. Tradotto con estensione di significato: nessun ufficiale di stato civile può impedirvi di assegnare il doppio cognome ai vostri figli. Resta pur vero che ancora oggi la riforma sul doppio cognome non è stata fatta, ci si appoggia alla sentenza della Corte costituzionale. All’atto pratico possono presentarsi difficoltà burocratiche e per questo molti genitori rinunciano al doppio cognome.

Da Avvenire – L’industria della maternità surrogata «è per sua natura criminale»; riduce la donna a merce e il bambino a oggetto di compravendita: per questo Kajsa Ekis Ekman, femminista svedese, giornalista e scrittrice, da anni impegnata in una battaglia contro la gestazione per altri (Gpa) e contro la prostituzione, gioisce per la legge approvata la settimana scorsa dal Parlamento che definisce il ricorso alla maternità surrogata “reato universale”, cioè perseguibile anche se i cittadini italiani vi fanno ricorso all’estero. «Sono stata molto felice quando ho saputo che la legge è stata approvata. È ora che la maternità surrogata venga riconosciuta per quello che è: un reato. Spero che la legge italiana costituisca un precedente e venga seguita da altri Paesi. Contrariamente a quanto mi aspettavo, non è stato il Nord, ma il Sud del mondo (India, Thailandia…) a vietare per primo la maternità surrogata. Finalmente un Paese del Nord lo segue. È importante che anche i Paesi in cui vivono gli acquirenti si assumano la responsabilità del comportamento dei loro cittadini».

Nel suo libro “Essere ed essere comprate” (Meltemi, pag. 250, euro18) lei sottolinea la somiglianza della maternità surrogata alla prostituzione. Un paragone che sorprende. Può spiegarne i motivi?

Entrambe sono industrie che mercificano le donne e trasformano in prodotti ciò che è al fondamento della vita umana. Nella prostituzione ciò che viene venduto è il sesso senza riproduzione. Nella maternità surrogata, si tratta di riproduzione senza sesso. In entrambi i casi, però, è la donna a essere venduta e le viene negato il punto fondamentale dell’attività stessa: non prova piacere dal sesso e non ottiene alcun figlio dalla riproduzione. In entrambi i casi è totalmente disumanizzata.

Lei è una femminista e come tale combatte la sua battaglia culturale contro la maternità surrogata. Ma è difficile, perché l’immagine prevalente è quella della coppia con problemi di sterilità che desidera realizzare il sogno di un figlio, e dall’altra parte la madre surrogata è presentata come una donna generosa, una sorta di fata madrina… In realtà sappiamo che si tratta di un business mondiale, e per questo difficile da ridurre o sradicare. Insomma, dottoressa Ekman, qual è la strada per abolire la maternità surrogata?

La maternità surrogata è, come disse la prima madre surrogata americana, Elizabeth Kane, un trasferimento di dolore. Una donna è infelice perché non può avere figli, ma quando compra la maternità surrogata, prende il figlio di un’altra donna. Le madri surrogate non sono robot. Hanno sentimenti e spesso sono traumatizzate dalla perdita del figlio. Inoltre, al bambino viene negato il diritto di conoscere la propria madre, il che rappresenta una violazione dei diritti dei bambini. Per rispondere alla domanda, la maternità surrogata non è difficile da sradicare: gli Stati devono solo smettere di essere complici. Se gli Stati non riconoscessero più la validità dei contratti di maternità surrogata, questa industria scomparirebbe da un giorno all’altro.

In Italia la legge sulla maternità surrogata “reato universale” è stata presentata dal centrodestra e ha spaccato la sinistra. Da un lato le femministe storiche plaudono a un tentativo di contrastare la gestazione per altri, pur con alcuni distinguo, dall’altro i partiti di opposizione al governo la considerano liberticida, punitiva per le coppie omosessuali maschili e discriminatoria per i bambini. Cosa ne pensa?

Qualsiasi movimento di sinistra che voglia essere credibile deve opporsi alla vendita dei bambini. Altrimenti è un movimento per i diritti dei capitalisti.

Qual è la situazione globale oggi? Ci sono casi gravi di sfruttamento delle donne che potete documentare?

L’industria della maternità surrogata è per sua natura criminale. Viola una serie di leggi nazionali e internazionali. Quando un Paese dopo l’altro la vieta, si sposta e si installa in un altro luogo. Quando l’India e la Thailandia hanno chiuso i battenti, si è spostata in Nepal e poi in Messico. Finge di essere un’attività rispettabile e crea siti web patinati, ma in realtà è una mafia. Ci sono casi in cui le donne vengono rapite e vendute per la maternità surrogata. Ci sono casi in cui lo sperma utilizzato non è nemmeno quello degli acquirenti, ma quello dei gestori, che semplicemente violentano le donne per metterle incinte. Ci sono estorsioni di ogni tipo. Alcune donne sono morte a causa della maternità surrogata, come Natasha Caltabiano e Brooke Brown.

Qualcuno dice anche che dovrebbe essere autorizzata la gestazione surrogata solidale, escludendo solo quella commerciale. Questo potrebbe eliminare il sospetto che ci sia uno sfruttamento dei più ricchi sui più poveri. È d’accordo?

Se non pagare un lavoratore elimina lo sfruttamento, allora dovremmo abolire del tutto gli stipendi! Nessuno dovrebbe essere pagato e tutti i lavoratori dovrebbero lavorare per solidarietà con i loro padroni. No? Be’, se non potete chiederlo a un lavoratore che produce il vostro telefono cellulare, perché dovreste chiederlo a una donna – che deve rimanere incinta per nove mesi, rischiare l’infertilità e la morte, sottoporsi a tutti i tipi di interventi medici dolorosi, astenersi dai viaggi e dalle attività sessuali, partorire e rimanere con cicatrici sul corpo a causa del cesareo – gratuitamente? A me non sembra solidarietà, sembra schiavitù.

Lei è svedese. Com’è la situazione nei Paesi scandinavi?

È molto negativa. Le leggi non sono al passo con la situazione. Nel frattempo, l’industria della maternità surrogata si è affermata qui e vende bambini a prezzi scontati dall’Ucraina. Nel 2011 c’è stata un’indagine statale che ha proposto di vietare la maternità surrogata, ma non è mai stata votata in Parlamento. Non esiste alcuna legge e le autorità sono complici di questi crimini gestendo i casi di adozione presso le nostre ambasciate nel mondo.

Un’ultima domanda: la maternità surrogata riduce la maternità a un lavoro, disumanizza la madre e in definitiva il bambino. Perché è così difficile da capire?

Perché quando i ricchi vogliono qualcosa dai poveri, fanno credere che sia un diritto umano ottenerlo.

Da il manifesto

Marianne Heier racconta la mostra “La passione” alla Fotogallieret di Oslo. Il nucleo principale tra fotografie, video e libri proviene dalla celebre collezione di Donata Pizzi

«Il mio ruolo è soprattutto di guida per il pubblico norvegese nella conoscenza del femminismo radicale italiano e della sua relazione con le arti visive», afferma Marianne Heier (classe 1969, vive e lavora a Oslo), co-curatrice della mostra La passione (fino al 29 dicembre) insieme a Antonio Cataldo, ex direttore artistico della Fotogalleriet di Oslo, lo spazio istituzionale che la ospita.

Realizzata con il sostegno della Arts and Culture Norway e dell’Istituto italiano di cultura di Oslo, la collettiva offre una panoramica sul lavoro di artiste italiane di diverse generazioni che riflettono l’energia e la forza nella lotta alla parità di genere: Chiara Fumai, Pippa Bacca, Silvia Giambrone, Bingöl Elmas, Betty Bee, Ottonella Mocellin, Marcella Campagnano, Agnese De Donato, Tomaso Binga, Lisetta Carmi, Lucia Marcucci, Alessandra Spranzi e il Gruppo del Mercoledì (Diane Bond, Bundi Alberti, Paola Mattioli, Silvia Truppi).

Il nucleo principale tra fotografie, video e libri proviene dalla collezione di Donata Pizzi, la più importante collezione privata italiana dedicata alla conoscenza del lavoro delle artiste italiane dagli anni ’60 ad oggi. In occasione della serata inaugurale Heier, il cui lavoro artistico è collegato alla tradizione della critica istituzionale, ha reso omaggio alla figura di Carla Lonzi (1931-1982) attraverso una performance-monologo in cui ha raccontato aneddoti e metafore sulla condizione della donna all’interno della storia patriarcale.

Un’altra parte del lavoro sono i poster che affissi in giro per Oslo. «Serigrafie in tiratura limitata con due foto di sculture classiche dell’Afrodite di Knidos che ho scattato una ad Atene e l’altra a Napoli. La venere pudica che si copre o indica i genitali, invita o è intimorita, si protegge o si apre. Un’ambiguità che è ancora oggi alla base della raffigurazione del corpo femminile nell’arte. Sopra ho scritto le informazioni sulla mostra e alcune note che mi sono appuntata leggendo i testi di Lonzi ed altri sul femminismo italiano. Ho, poi, invitato sui social gli abitanti di Oslo a prendere quei poster-opere per appendere una parte di questa mostra nelle loro case, in modo che questo pensiero si espanda anche fuori dalla galleria. Volevo che la mostra fosse il più vicino possibile all’idea stessa di Carla Lonzi sulla porosità dell’arte, sia in termine di creatività che di relazioni. È importante la partecipazione».

In che modo si pone come artista e curatrice di “La Passione”, un omaggio al femminismo radicale italiano?

«In questo caso sono sia artista che curatrice e, allo stesso tempo, né l’una e né l’altra. Una posizione che rispecchia un po’ la mia condizione personale. Infatti, sono nata e cresciuta in Norvegia ma la mia formazione artistica è legata all’Italia, dove ho incontrato le esperienze, le voci e le espressioni delle artiste femministe che mi hanno formata. Quando studiavo all’Accademia di belle arti di Brera a Milano, negli anni ’90, sono rimasta folgorata da quella tradizione di grande complessità e coraggio. Ancora oggi è il mio punto di riferimento nel modo di pormi politicamente come artista. All’Accademia la maggior parte dei docenti erano uomini e i corsi di storia dell’arte erano solo su figure del genio maschile, ma c’erano anche delle artiste che insegnavano e dalle loro conversazioni si coglievano delle frasi. La presenza delle artiste femministe italiane era sospirata ma pervasiva, come fossero spiriti, sotto al monologo costante di quei grandi geni maschili che tutti conosciamo.»

In particolare, cosa la aveva colpita nella lettura di “Sputiamo su Hegel” e degli altri scritti di Carla Lonzi?

«La sua disponibilità e il coraggio nella radicalità. La pratica dell’autocritica è molto difficile, perché si tratta di riconoscere il patriarcato dentro di sé come presenza nella quotidianità, nelle relazioni, nel modo di porsi o di esprimersi. Una pratica continua di cui liberarsi. La stessa Lonzi nel Diario di una femminista scrive: «Vent’anni fa ero una studentessa dell’università/ quindici anni fa ero una dottoressa in storia dell’arte/ dieci anni fa ero scrittrice d’arte e amica di artisti/ due anni fa ero femminista […] Adesso non sono niente, niente assolutamente». C’è questo ridursi, il togliersi di dosso un bagaglio che è la stessa società a proiettarci. M’ispira molto questa richiesta di autenticità che è uno standard altissimo e che funziona come una specie di bussola. Un altro aspetto è la possibilità di trasformare la società. Quella in cui viviamo è una costruzione sociale e politica determinata da determinate condizioni storico-politiche ed economiche, ma che fondamentalmente può essere cambiata, riscritta e ripensata. Questo pensiero, per me, ha uno spazio d’azione e libertà illimitata che riconosco nel lavoro delle artiste presenti in questa mostra. Quante posizioni divergenti, in tensione tra loro, coraggiose, appassionate e che incredibile energia! Come pure l’insistere nell’affermare «io dico io», il peso dell’unicità.»

Ha affermato che in Norvegia si conosce ben poco delle artiste femministe italiane…

«Dopo aver trascorso 11 anni a Milano, durante la mia formazione artistica e personale, nel 2000 sono tornata in Norvegia perché in Italia, per me, era impossibile vivere da artista. Qui la condizione finanziaria e la produzione dell’arte è diversa, ci sono sovvenzioni pubbliche che rendono possibile l’esistenza di un’artista come me che non ha un mercato. Però l’Italia mi manca moltissimo, soprattutto l’energia, il rischio che si riflette – lo sottolineo ancora una volta – nel lavoro delle artiste femministe italiane. Un femminismo che è diverso da quello norvegese che ha ottenuto tantissimo, ma che non ha passione e neanche il fuoco sul lavoro interiore. Il femminismo norvegese è rivolto soprattutto alla ridistribuzione del potere, alla sua accessibilità per le donne, mentre per Carla Lonzi si trattava di ridefinire lo stesso concetto di potere. Due approcci diversi. Molte volte mi sono chiesta se questa radicalità italiana, il dramma, la passione e l’energia quasi febbrile del lavoro femminista derivino dalla presenza del cattolicesimo. Qui non c’è mai stata quell’aggressione, oppressione e controllo sul corpo e sulle vite delle donne.»

Un approccio che si riflette anche nel titolo della mostra?

«La scelta del titolo La Passione deriva proprio da queste considerazioni e implica l’ambiguità di amore e sofferenza. Tutto nasce dalle conversazioni che ho avuto con Antonio Cataldo che è il vero curatore della rassegna, perché la mia è una co-curatela da artista esterna. Anche Antonio, che è uno dei più importanti curatori in Norvegia, si è trasferito qui dall’Italia. Abbiamo scoperto di avere tanti riferimenti in comune. Per me è stato come un ponte tra lì e qui, passato e presente. Per la prima volta c’era qualcuno che poteva confermare quelle figure sulle quali basavo molta della mia pratica artistica. Materiali, voci, donne che esistevano ma di cui in Norvegia non si sapeva nulla. Non si era mai parlato del lavoro di queste artiste, né tradotto e reso accessibile il pensiero di Carla Lonzi, malgrado si conoscessero i movimenti italiani come quello dell’arte povera. Però era tutto declinato al maschile. La storia raccontata è parziale, non è questione di qualità, volontà di sperimentazione o fervore intellettuale, artistico ed estetico. Il modo stesso in cui se ne parla deriva dalla visione patriarcale.»

Da il manifesto – Alias – Nel 1980, in occasione della riorganizzazione delle collezioni africane del Museo Pigorini, venne ritrovato un oggetto di cui si erano perse le tracce: un indumento realizzato nell’Impero ottomano nel 1665 circa e approdato poco dopo a Roma nelle collezioni di Athanasius Kircher. Si tratta di una rarissima camicia talismanica in tela di cotone bianca, con corpetto, maniche e colletto coperti di iscrizioni a caratteri arabi in blu, nero, rosso e oro, disposte in una elaboratissima composizione simbolica che culmina con i 99 nomi di Allah racchiusi nella decorazione del colletto. Un mistico sufi, un astrologo, un calligrafo e almeno un illuminatore hanno concorso alla realizzazione di questa stupefacente pagina miniata in tessuto che aveva la funzione di proteggere dalla malasorte il personaggio di alto rango che la indossava.

La camicia talismanica è il punto di partenza della mostra Tessere è umano: Isabella Ducrot e le collezioni del Museo delle Civiltà di Roma (a cura di Anna Mattirolo, Andrea Viliani con Vittoria Pavesi, fino al 16 febbraio), che raccoglie alcuni straordinari tessuti conservati nelle collezioni del museo assieme a opere di Isabella Ducrot nelle quali i tessuti sono protagonisti.

Nel grande ambiente dove è allestita la mostra attraversiamo cinque continenti e quasi quattro secoli di storia delle collezioni: a partire dal “Teatro del mondo” fondato da Athanasius Kircher nel 1651, attraverso le relazioni diplomatiche vaticane e l’ambiziosa istituzionalizzazione compiuta da Luigi Pigorini alla fine dell’Ottocento, fino alle raccolte dedicate alle tradizioni popolari e alle colonie, nelle quali prendono forma quotidiana irrisolte tragedie novecentesche.

Incontriamo, per la prima volta raccolti insieme, frammenti preistorici, sopraffini kimono giapponesi, evanescenti garze precolombiane e tessuti in corteccia dell’Oceania e dell’America latina.

Tutto si tiene insieme in virtù dell’intreccio di trama e ordito, struttura essenziale di ogni tessuto, e della storia di Isabella Ducrot. Andrea Viliani, direttore del Museo delle Civiltà dal 2022, ha eletto il coinvolgimento di artisti contemporanei a metodo per esplorare e ri-semantizzare le collezioni, ma questa mostra si discosta da altri progetti in corso.

Da vari decenni Isabella Ducrot raccoglie stoffe in tutto il mondo e di tessuti ha anche scritto in varie occasioni. Più che ricerca di manufatti rari o di particolare valore, il suo è un collezionismo di tracce umane rimaste imbrigliate nei pezzi di stoffa, nel quale è centrale l’attenzione ai tessuti che fanno da tramite tra l’umano e il divino.

Non lontano dalla camicia talismanica è esposta una preghiera tibetana blu del XVII secolo proveniente dalla sua collezione, nella quale il testo non è ricamato o dipinto a posteriori ma elemento strutturale del tessuto: ordito e trama. Questo intreccio costitutivo tra la dimensione materiale e quella immateriale è l’elemento ricorrente di tutti i manufatti in mostra.

Negli anni ottanta Ducrot ha cominciato a combinare nei suoi lavori d’artista i tessuti che aveva raccolto, restituendogli il valore d’uso che avevano perduto quando erano diventati pezzi da collezione, come scrisse Patrizia Cavalli molti anni fa. Anche il più prezioso dei tessuti è quasi sempre servito a qualcosa, ma persino il più umile è stato contemplato.

Riuscire a tenere in vita la dimensione d’uso degli oggetti, lasciando spazio alla loro contemplazione, è forse la sfida maggiore per un museo di collezioni etnografiche, e senza dubbio i tessuti che ci accompagnano dalla nascita alla morte sono la categoria ideale per coglierla: palinsesti, documenti e linguaggi; inconsapevoli strumenti di trasmissione e mediazione culturale; frutti corali di imprese collettive; merce di scambio e trofeo di conquista.

In alcuni casi la funzione spirituale è espressa nella struttura stessa della stoffa, vedi il tessuto rituale indonesiano realizzato a Sumatra nel XIX secolo, dove parte della trama non viene completata e i fili dell’ordito non vengono tagliati perché rappresentano la circolarità della vita e conferiscono al tessuto un potere protettivo.

La preghiera tibetana, la camicia talismanica e il tessuto indonesiano, posti al centro della sala e circondati da alcuni lavori recenti di Isabella Ducrot, sono membrane tra la temporalità del corpo e l’atemporalità dello spirito.

Attorno a questo centro gravitano umiltà e potenza, ricchezza e potere di scambio, vita quotidiana e riti di passaggio.

Un punto di raccordo suggestivo con la ricerca di Isabella Ducrot è la vetrina con indumenti e costumi di uso quotidiano provenienti dalle collezioni di arti e tradizioni popolari e dedicata ai tessuti a quadretti. La stoffa a quadri è il titolo di un saggio (Quodlibet, 2018) nel quale Ducrot racconta della sua epifania di fronte all’Annunciazione di Simone Martini (Uffizi, 1333): nel celeberrimo trittico a fondo oro, summa della sinuosa preziosità del pittore senese, il mantello svolazzante dell’Angelo annunciante è foderato di una stoffa a quadretti, pattern domestico e umile per eccellenza e ciò nonostante scelto dell’artista per mostrare la sua straordinaria maestria.

Dal lato opposto incontriamo un rarissimo manufatto tessile mesoamericano cinquecentesco che, secondo la tradizione, probabilmente celebra un condottiero che all’arrivo degli spagnoli scelse di schierarsi dalla parte di Hernán Cortés, e forse per questo è decorato con aquile bicefale di ascendenza asburgica.

In questo caso ordito e trama ospitano delle preziosissime piumette cangianti – i popoli americani consideravano gli oggetti impiumati depositari di forza divina – e danno vita a un tessuto che è monumento e poema del tracollo delle potenze precolombiane.

Pur lavorando da decenni, Isabella Ducrot ha incontrato la fama tardivamente, a ottant’anni compiuti: l’estate scorsa le è stata dedicata una grande retrospettiva al Consortium di Digione e il prossimo anno sarà la volta del Museo Madre di Napoli.

È anche la protagonista di Tenga duro signorina. Isabella Ducrot Unlimited, un documentario di Monica Stambrini presentato all’ultimo festiva di Venezia e in sala in questi giorni, che osserva come persino la vecchiaia, uno degli ultimi tabù, non sia poi così terrorizzante. Rispetto a questi progetti la mostra Tessere è umano va ben oltre la persona dell’artista o la celebrazione della sua opera: come nei tessuti oceanici o sudamericani, in alcuni lavori Isabella Ducrot usa la corteccia, e basterebbe questo per dimostrare che l’umanità è ancora interconnessa.

Da il manifesto

«Sorellanze. Per una psicoanalisi femminista», edito da DeriveApprodi. Il volume scritto da Silvia Lippi e Patrice Maniglier è il primo della nuova collana editoriale «Sabir». Un testo a metà tra l’invettiva, la ricostruzione storica e la critica radicale al maschilismo insito nella teoria freudiana e lacaniana. L’autrice e l’autore si affidano idealmente alla guida di Valerie Solanas che immagina un mondo costituito a partire dalle sole relazioni tra donne

Se la pratica politica dell’autocoscienza, il «partire da sé», l’idea di un posizionamento che parte dal corpo, anziché dal ruolo e dallo status giuridico, hanno segnato profondamente la storia dei femminismi negli anni Settanta, è altrettanto vero che negli stessi anni si andava dipanando una matassa molto più complessa: il rapporto tra psicoanalisi e femminismi inglesi, francesi e italiani, con approdi diversi eppure accomunati dall’idea secondo cui scavare a fondo significa decolonizzare l’inconscio dallo sguardo maschile e patriarcale per aprirlo ad una sessualità libera e indipendente, in poche parole al desiderio di ciascuna.

Coscienza e inconscio hanno a che fare sempre con il linguaggio, ma la prima risponde alla possibilità di prendere parola sulla propria condizione a partire dalla riflessività, il secondo richiede sicuramente un processo di emersione più lento e articolato perché assai lontano dalla razionalità. 

Sinteticamente, infatti, si potrebbe dire che «prendere coscienza» di una condizione risponde più alle logiche sociali e culturali, mentre maneggiare l’inconscio significa riportare alla luce gli abissi che si manifestano sotto forma di sintomi, fantasmi, linguaggi scomposti e notturni. Pertanto, potremmo dire che se l’inconscio si manifesta sempre a partire dal proprio vissuto singolare, la coscienza può anche manifestarsi collettivamente.

In tal senso gli anni più floridi del rapporto tra femminismi e psicoanalisi sono senz’altro stati i primi Settanta della seconda metà del Novecento. L’approccio freudo-marxista di Juliet Mitchell, ad esempio, è stato importantissimo nel contesto anglosassone e poi ovunque per sostenere la tesi secondo cui nei femminismi socialisti riferirsi solo a Marx, senza tener conto di Freud, significa ridurre la portata di quest’ultimo nel momento in cui ha indicato nel profondo l’origine della scena edipica, a partire dalle figure paterne e materne, nonché della sessualità.

Secondo Mitchell, infatti, al di là della condizione di subalternità femminile prescritta dalla biologia, l’inconscio incamera anche la condizione sociale e culturale dell’asimmetria disegnata dal patriarcato divenendo un fatto psichico di matrice storica, non solo biologica.

Parallelamente, in quegli anni, in Francia si andava costituendo il gruppo fondato da Antoinette Fouque «Psy-et-Po» (psicoanalisi e politica), da cui poi emergeranno figure fondamentali per il femminismo radicale della differenza, quali Luce Irigaray, Julia Kristeva e altre.

Su quest’ultimo approccio diveniva centrale l’influenza di Jacques Lacan, dello strutturalismo e della centralità del linguaggio. Loro, a differenza di Mitchell, non faranno sconti né a Freud, né a Lacan, né all’intero plesso costitutivo della filosofia occidentale, al punto che la stessa Irigaray, come noto, con le sue idee centrate sulla valorizzazione della sessualità e del sesso femminile inteso come «speculum» e non come «specchio» del e dal maschile, sarà letteralmente cacciata dalla scuola lacaniana.

In quegli anni, in altre parole, il gesto dell’inconscio o, se vogliamo, il taglio dal logos maschile e dal fallocentrismo, in sintesi dall’ordine simbolico del padre, si sarebbe poi andato a sedere sull’ordine simbolico della madre e della sessualità femminile, non senza generare problemi, equivoci, conflitti intergenerazionali.

Da allora, a parte Judith Butler che ha criticato con veemenza alcune categorie lacaniane, collocandosi all’interno di ciò che potremmo definire «post-strutturalismo», a parte altre psicoanaliste interessanti come Manuela Fraire da una parte e Clotilde Leguil dall’altra, con la sua interessantissima critica al concetto di «genere» inteso come linguaggio incline all’ideologismo, nonché al nascondimento del valore singolare di ogni essere umano, donna o uomo che sia, e poco altro, non abbiamo assistito a vere e proprie scene di rottura rispetto alla tradizione teorica e clinica della psicoanalisi. Quantomeno non dal suo interno.

A rompere tutti questi schemi, invece, è arrivata da poco nelle nostre librerie, l’edizione italiana di “Sorellanze. Per una psicoanalisi femminista” (pp. 256, euro 20) di Silvia Lippi e Patrice Maniglier, primo testo di una promettente collana di Derive Approdi dal titolo “Sabir”, diretta da Federico Chicchi, Luca Negrogno e Marco Rovelli.

Il volume, già uscito in Francia nel 2023, si presenta sin dalle prime pagine come un testo a metà tra l’invettiva, la ricostruzione storica del rapporto tra femminismi e psicoanalisi, la critica radicale al maschilismo insito nella teoria freudiana e lacaniana, provando con ogni mezzo a ritessere un rapporto critico e articolato tra femminismi contemporanei, psicoanalisi e politica.

Scritto da una psicoanalista e da un filosofo, un «noi» sempre declinato utilizzando un linguaggio al femminile, il volume mira a compiere una serie di mosse ardite e sorprendenti.

Proviamo a sintetizzarne alcune.

L’inconscio è sempre rivoluzionario, è senz’altro singolare, ma può anche diventare collettivo, connotandosi attraverso il filtro della «sorellanza» al fine di decostruire la triade eterosessuale «madre, padre, bambino/bambina»; per mettere in luce «l’impensato eteropatriarcale, coloniale, borghese, eventualmente anche omofobo e razzista», bisognerebbe decostruire i discorsi della psicoanalisi al fine di renderla più attuale e rispondente alle realtà sociali della contemporaneità; la «psicoanalisi sororale» è indispensabile per destrutturare il nesso tra essa e i contesti storici patriarcali in cui è nata; sul fronte femminista è bene, invece, recuperare il nesso che secondo Lippi e Maniglier esiste tra il Manifesto “SCUM” di Valerie Solanas e il #metoo contemporaneo per permeare di nuova psicoanalisi il femminismo odierno di quarta ondata.

Per fare cosa? Semplice, rispondono Lippi e Maniglier: «Per ricominciare con la psicoanalisi su un’altra strada. Non più quella del fallo, ma della sorellanza». Come noto, Solanas ha avuto una biografia alquanto complessa: spara a Andy Warhol che cerca di appropriarsi illegittimamente di un suo scritto lasciandolo inabile per il resto della sua vita, vive ai margini della società, trasforma la sua labile psiche in qualcosa che, secondo Lippi e Maniglier, «colpisce nel segno».

Ma cosa può voler dire davvero in questo testo «eliminare tutti gli uomini», nonché fare della vita «delirante» di Valerie Solanas qualcosa di rivoluzionario anche per la psicoanalisi, oltre che per il femminismo?

Innanzitutto, vuol dire definire le donne e tutto il femminismo odierno senza fare più riferimento al maschile se non attraverso il filtro delle relazioni reciproche, ma significa anche rimettere al centro il concetto di sorellanza intendendo con ciò il principio secondo cui una donna può diventare una sorella, mentre un uomo è sempre ciò che ostacola la sorellanza, proprio come accaduto quando molti uomini attaccavano il movimento #metoo considerandolo bigotto, vittoriano e criminalizzante.

Messa così, con questa sintesi, potrebbe persino apparire un libro a sua volta provocatorio, oltre che molto semplificato. In realtà, invece, i processi di decostruzione e ricostruzione presenti in ogni pagina di questo testo mirano fondamentalmente a sostenere la tesi secondo cui sia il desiderio che la politica non sono saggi, né mai si sono dati in questa forma e dunque perché continuare ad imbastire parole ipocrite basate ancora sull’egemonia del patriarcato e di una sua presunta normalità?

Certamente osare, spingere in avanti, generare tagli epistemologici e posizionati è sempre stato importantissimo per i femminismi. Tuttavia, relazionandosi con questo libro qualche piccola perplessità arriva.

Il concetto di sorellanza, ad esempio, proveniente dall’ideologia socialista ed emancipazionista non si è mai dato nella realtà della relazione tra donne e ciò perché sia la pratica dell’autocoscienza che la psicoanalisi hanno sempre dimostrato quanto di fatto ognuna sia singolare, per esperienza e per vissuto.

Inoltre, il patriarcato old school oggi si manifesta a sua volta come un “sintomo” votato spesso al rovescio violento e aggressivo, risentito, nonché affetto da gravi patologie del desiderio: siamo certe che “castrare” definitivamente il maschile sia davvero fecondo per i femminismi?

La discussione potrebbe continuare all’infinito, intanto non v’è dubbio che questo libro costituisce un nuovo taglio, qualcosa di radicalmente nuovo che senz’altro può contribuire al lavoro di decolonizzazione dal maschile dell’inconscio transfemminile e a cambiare la psicoanalisi.

Da Il Foglio – Roma. Non ha letto «l’inutile legge sulla maternità surrogata», dice, perché non occorre una legge per sapere che «dietro la gestazione per altri (Gpa) si nascondono l’utero usato come forno, la donna usata come merce, ma soprattutto il corpo del bambino fabbricato e venduto: il vero scandalo di questa pratica». Sicché non c’è affatto bisogno, ribadisce, della «fiction del reato universale». E cioè del disegno di legge approvato in via definitiva al Senato dal centrodestra e rivendicato dalla premier Giorgia Meloni per rendere punibile, in Italia, chi ricorra alla Gpa anche all’estero. Piuttosto, spiega, «occorrerebbe una riflessione profonda sull’umano, a destra come a sinistra. Una presa di posizione contro un fitto business e contro una filiera orientata al profitto che smonti qualsiasi ciarla sulla maternità surrogata come atto d’amore». Così parla al Foglio Anna Finocchiaro, presidente della fondazione Italiadecide, già ministra delle Pari opportunità del governo Prodi e dei Rapporti con il Parlamento del governo Gentiloni. Donna e politica di sinistra (entrata in Parlamento nel 1987 con il Pci) che su questo punto, però, sembrerebbe più vicina alle posizioni della premier Meloni, convinta che “la vita umana non abbia prezzo”. E, per contro, parrebbe assai distante dall’approccio della segretaria Elly Schlein.

Finocchiaro, è così?

«Non mi permetto di giudicare la segretaria Schlein. Anche perché, come le ho detto, questa legge è una legge di bandiera. Tuttavia, certo, alla base c’è un tema complicato che riguarda i limiti dell’umano, il confine tra desideri e diritti o, come dire, l’invalicabile soglia oltre la quale il corpo della donna diventa merce e quello del bambino prodotto».

D’accordo. Ma non crede che l’opposizione alla mercificazione del corpo dovrebbe essere una battaglia di sinistra? O, se non altro, una battaglia femminista?

«Credo sia una questione che non dovrebbe contemplare reclami e propaganda. Riflettiamo: ci siamo battuti contro l’inferno dell’adozione dei bambini vietnamiti, contro la schiavitù, persino. E adesso…».

Adesso?

«Adesso accade che, forse senza accorgercene, ne replichiamo un’altra, di schiavitù: quella delle donne usate come forni».

Il messaggio è chiaro: per Anna Finocchiaro la gestazione per altri o utero in affitto – «la sostanza non cambia» – è «una nuova guerra di religione». «Un tema», argomenta, «che interroga l’essenza dell’uomo ben oltre gli steccati politici».

E su questo non c’è dubbio. Ma non sarà che a sinistra s’interrogano meno? Non sarà che proprio a sinistra si calpesta con più agio quel confine tra diritto e desiderio?

«Il tema è delicato. E però, certo, quello che non capisco è perché non si lavori, congiuntamente, per rilanciare le adozioni per le coppie omogenitoriali».

Perché, secondo lei?

«Difficile dirlo. Ma è evidente, ormai, come per sdoganare la Gpa ci si nasconda dietro l’alibi delle adozioni difficili. Al che sa cosa penso?».

Cosa?

«Che alla base di tutto ci sia un’idea proprietaria del figlio. Che ci sia la volontà di avere col figlio un legame di sangue senza curarsi del suo vuoto d’origine».

Ed ecco, a tal proposito il senatore del Pd Filippo Sensi, durante il dibattito in Aula, definiva la Gpa un fatto di altruismo: un atto d’amore addirittura cristiano.

«Amore? Cristiano? Sa quante cose, anche sbagliate, si fanno per amore? Piuttosto vorrei dire a Filippo che non si può fare finta di niente! Che non si possono ignorare le macerie che un bambino nato con maternità surrogata incontrerà sul suo cammino!».

Lei parla di utero come forno. E però c’è tutto un filone di pensiero che nella Gpa non vede mercificazione bensì libero uso del corpo.

«Certo. Anch’io posso ammettere che una donna ospiti un bambino nel grembo per generosità o per denaro. Lo contemplo. L’abiezione, però, è tutto quanto ruota intorno. È la filiera – dicevo – di avvocati, medici, agenzie, assicuratori e, non ultimo, di donne e bambini».

Elisa Pirro, senatrice M5s, criticando la legge accampava ancora una domanda, a quanto pare retorica. E cioè: perché se posso donare un rene non posso offrire il mio utero? Insomma, il rene (che filtra il sangue) e l’utero (che accoglie il figlio) messi sullo stesso piano. Finocchiaro, è possibile?

«Impossibile. Mi viene solo da pensare che Elisa Pirro, forse, non ha mai avuto figli».

Da Sette – Corriere della Sera, con il titolo “La differenza sessuale è un fatto: la galassia lgbt accetti le critiche”

In Donne si nasce (e qualche volta lo si diventa), la filosofa prova a ricucire il dialogo con le generazioni più giovani (a cui appartiene l’autrice di queste pagine). «Il pensiero queer è militante e la militanza richiede semplificazione»

La filosofa francese Simone de Beauvoir, autrice di uno dei testi chiave del femminismo europeo, Il secondo sesso, in cui afferma che «donna non si nasce, lo si diventa», sostenendo che a definire il destino della donna non è lo status biologico e psicologico ma la sua condizione sociale e storica.

Nel viaggio di consapevolezza di molte donne e ragazze under 30 c’è stato un libro che ha segnato una svolta da un femminismo “sentito” a uno “capito”. Era un’antologia di testi femministi curata dalla filosofa Adriana Cavarero, che ha permesso a un’intera generazione di fare la conoscenza, tra le altre, di Virginia Woolf, Carla Lonzi, Monique Wittig. Oggi Cavarero ha scritto, insieme alla professoressa ordinaria di filosofia politica all’Università di Verona Olivia Guaraldo, un altro libro che è destinato ad avere la stessa funzione: Donna si nasce (e qualche volta si diventa), edito da Mondadori. Stavolta non c’è una raccolta di estratti ad accompagnarci a una consapevolezza maggiore verso il femminismo, ma una appassionata ricostruzione – e difesa – della ricchezza del pensiero femminista, in particolare di quello della differenza sessuale. Il tema senz’altro è divisivo e le due generazioni, quella del femminismo storico e quello nuovo, rischiano di non riuscire a trovare le basi per un dialogo. Questo libro cerca di porle.

Il vostro libro si rivolge in maniera esplicita a delle “ragazze”, perché?

«Oggi il linguaggio del femminismo è dappertutto, soprattutto sui social, ma questa onnipresenza può creare confusione. Non è detto che quelli che lo usano conoscono veramente la storia di questi termini e come si sono evoluti. Io e Olivia Guaraldo volevamo fare chiarezza, spiegare, diradare questa confusione. Ma non è solo questo: queste ragazze, come te, sono la nuova generazione del femminismo e abbiamo voluto passarvi il testimone, perché siete voi che dovete continuare a fare evolvere la teoria e la pratica femminista. Ma per farlo è indispensabile conoscerne bene la storia».

Mi sembra che l’intento sia riuscito. L’ho trovato un libro molto onesto: voi dichiarate subito il vostro posizionamento, ma c’è un’apertura verso chi ha idee differenti. Si vede che c’è uno sforzo di comprensione. Su tanti temi io la vedo in modo diverso, ma leggendo non ho mai avuto l’impressione che mi voleste convincere di qualcosa. È uno strumento di cui la mia generazione ha bisogno, perché spesso l’ostilità verso certe teorie è dovuta proprio a quella confusione di cui parlava prima. Penso soprattutto al tema della differenza sessuale.

«Questo patrimonio va tesaurizzato, ma anche fatto evolvere. Ogni generazione ha la sua versione del femminismo, ed è normale che sia così. Io credo che l’ostilità verso la differenza sessuale sia causata anche da un problema di comunicazione, che noi abbiamo del tutto trascurato perché abituate a un femminismo fatto di corpi in presenza. Noi eravamo abituate ad altro, all’autocoscienza, ai gruppi di donne, e abbiamo sottovalutato l’importanza della comunicazione. D’altro canto i social hanno portato una diffusione capillare delle teorie queer fra le giovani, ma senza alcun approfondimento, per cui spesso l’assorbimento è stato quasi di tipo ideologico».

E le stesse teorie queer ne hanno sofferto. Nel libro si parla molto di come il pensiero di una delle più importanti pensatrici di questo filone, Judith Butler, con cui lei è in ottimi rapporti anche se siete in disaccordo, sia stato male interpretato e portato all’estremo. A volte sono state ignorate le evoluzioni successive delle sue teorie. Pensa che questa estremizzazione sia capitata anche col pensiero della differenza? A volte noi giovani abbiamo questa impressione.

«Il pensiero queer è militante, e la militanza richiede semplificazione. Il pensiero della differenza tende a diffondersi a macchia d’olio, andando a toccare molti ambiti disciplinari e creando gruppi di ricerca in campi molto diversi, dalla storia alla sociologia. E all’università non si è mai estremisti. Se tu avessi un professore estremista, sarebbe un cattivo professore. L’accademia non si presta molto alle estremizzazioni, mentre la politica sì. Le stesse opere di Butler sono molto difficili da leggere e infatti quella che ne è circolata è la loro rimasticazione militante».

Ci sono temi di cui il femminismo storico si è occupato moltissimo, mentre oggi sono marginali nei nostri dibattiti. Penso alla potenza di generare, e quindi alla maternità, che sta alla base del pensiero della differenza sessuale. La mia generazione tende a considerare l’importanza che avete dato alla madre come una mistica della maternità, che a noi pesa.

«Non è affatto così. Noi siamo partite da un fatto, cioè che siamo “tutti e tutte nati da donna”, come diceva Adrienne Rich. Oggi questo fatto viene considerato trascurabile, ma da filosofa non posso pensare che l’origine di ognuno sia poco interessante. I filosofi maschi non si sono mai posti questo problema, perché gli uomini non partoriscono, ma le donne non possono fare altrettanto. Anche tu sei nata da tua mamma, ma questo non ti obbliga a diventare madre. È la Chiesa cattolica a invitarti a partorire, non il femminismo. Il femminismo però ti invita a riflettere sul fatto che, come esseri umani, non solo moriamo, ma nasciamo e nasciamo da corpo di donna, e che il corpo di donna rispetto al corpo maschile ha questa capacità di gonfiarsi, di scindersi e di partorire».

Forse è proprio questo tassello a mancarci: non teorizziamo la maternità, ma la pensiamo solo nei termini di una scelta personale.

A proposito di maternità, l’ultimo capitolo è dedicato a quella surrogata, un tema che ha spaccato profondamente il movimento e su cui c’è un grande divario, anche generazionale, tra il femminismo della differenza e il transfemminismo di oggi. Nel libro si parla più volte dell’alleanza storica tra il femminismo e i movimenti di liberazione omosessuale, lesbico e transgender. Secondo lei, questa alleanza si è rotta? E se si è rotta, su quali basi si può ricostruire, sempre che vada ricostruita?

«Secondo me questa alleanza è molto in crisi in questo momento e lo si capisce da alcuni esempi presenti nel libro, come il fatto che la parola “donna” viene sostituita con “persona con utero”. Ovviamente noi auspichiamo che questa crisi venga superata e che attraverso la ragione e il buon senso si torni alle alleanze, e si torni a collaborare. Ma finché c’è un’estremizzazione e un attacco al binarismo, come se fosse una cosa brutta nascere maschi o femmine, le alleanze sono molto difficili».

A molte femministe della differenza si contesta che le posizioni di critica alla categoria del “gender” finiscono per assomigliare alle posizioni dei conservatori che parlano di “ideologia gender”, che però sono gli stessi che limitano i diritti delle donne, che le considerano solo come madri e mogli, che vogliono vietare il divorzio e l’aborto. Come risponde a questa obiezione?

«Quando abbiamo scritto il libro, ci siamo rese conto che c’era questo grande rischio, ma la nostra posizione è tutt’altro che conservatrice o favorevole alla famiglia tradizionale. Ma questo pericolo non può diventare il motivo per cui non si può più fare alcuna critica alle posizioni della galassia LGBT. Di mestiere sono filosofa e ho sempre operato col pensiero critico. Devo assumermi il rischio: riconoscere la differenza sessuale è un fatto. Poi ci sono tante interpretazioni a questo fatto: c’è quella conservatrice, ma c’è anche quella femminista che è rivoluzionaria e che ha permesso alle donne di creare la propria soggettività libera nella relazione».