Ricordo della filosofa, morta il 13 giugno a Milano. Era nata a Montecchio Maggiore il 14 giugno 1940

Luisa Muraro ha un posto speciale nell’elaborazione del femminismo italiano e nel mio cuore, così come nella riflessione teologica delle donne evangeliche, spinte dal suo pensiero ad approfondire le proprie posizioni. Mi riferisco a Cassiopea, Sophia, alle singole teologhe e ai campi donne di Agape, per definizione aperti a ogni istanza del movimento.

L’importanza di Luisa Muraro, dunque, non può essere descritta solo a partire dalla sua filosofia che declina la differenza femminile come espressione libera delle donne in relazione fra loro. Essa passa dalla sua presenza nei luoghi delle donne, dalla Libreria di Milano alla Comunità filosofica Diotima di Verona, ai convegni di “Terra di lei” a Orvieto e altri ancora.

“Esserci davvero” si intitola la sua ultima lunga intervista, e lei in presenza c’era davvero. Noi abbiamo conosciuto e riconosciuto la sua maestria, la severità con cui correggeva, la donna che stava sempre un passo oltre il luogo dove noi stavamo ammirando e ripetendo i suoi passi. In anni di frequentazione e lettura appassionata, spesso conflittuale, dei suoi testi, l’abbiamo invitata ad Agape in un campo femminista internazionale. Era il 1991. “Il Dio delle donne” (2003) non era ancora stato scritto, ma Luisa Muraro aveva già una lunga consuetudine di studio delle mistiche e di alcune beghine o eretiche medievali.

Si tratta soprattutto di Margherita Porete, al cui testo venne indirizzata da Romana Guarnieri, un testo dato alle fiamme nel 1310 assieme all’autrice, e poi attribuito per secoli a un autore maschio, segno ineludibile dell’invisibilità del discorso femminile con Dio, inaudito e imprevisto nella storia maschile. Si tratta di Guglielma e Maifreda, quest’ultima bruciata sul rogo nel 1300, che scorgevano l’incarnazione del divino in un corpo di donna, celebrato nel sacramento dell’eucarestia. E oltre alle beghine anche le streghe attiravano lo sguardo di Luisa Muraro, che ci ha regalato un testo dal titolo ormai classico “La Signora del gioco” (1976).

Ma è nel libro “L’Ordine simbolico della madre” (1991) che Muraro inserisce nella genealogia femminile a ritroso quell’ulteriorità che rimanda alla trascendenza, con l’espressione “la madre o chi per essa” (p. 53). La madre che insegna il linguaggio, che offre assieme al corpo e alla sua cura anche la legge, che scardina il dualismo tra natura e cultura, che rimanda a un oltre sé. Quando, nel campo di Agape del 1991, Francesca Spano le chiese se con ciò intendesse indicare anche il divino, disse che non si sentiva autorizzata a parlarne, ma che certamente il divino trovato attraverso la mediazione femminile non faceva “l’imbroglio di mettersi in mezzo”, tra le donne e Dio, come i maschi mediatori per secoli di una religione e di una cultura patriarcale.

In seguito Luisa Muraro scrisse ancora di donne e Dio soprattutto a partire dalle esperienze delle mistiche e soprattutto parlando di amore libero e di gratuità. Un amore libero originato nell’amore materno: se la creatura viene al mondo con il bisogno di cura, la cura materna “non risponde al dovere ma all’amore libero, o vale meno di niente”. E Dio, “di lui, unica traccia, resta un buco nelle parole. Quel buco è un passaggio”. Gratuità, un Dio che non può essere usato e strumentalizzato (“Dio è violent” 2012) ma che nella lingua, sempre inadeguata, sempre spiazzante, lascia le sue tracce. Nel libro “Il Dio delle donne” c’è una sua poesia molto citata, a p.116:

“Approfittare dell’assenza/per essere altrove./ Per fare luce, nel senso di: farla passare… Approfittarne/per non farsi trovare/non rispondere all’appello/andare in vacanza.”.

Dio avviene, ma può anche non avvenire, e forse neppure noi siamo così autorizzate a parlarne, a meno che il nostro linguaggio non possa diventare quel buco da cui a tratti passa la luce. Ma sempre rimanendo nella relazione, in cui sappiamo le une delle altre, non siamo ignare delle vite altrui, e il nostro desiderio non è centrato su noi stesse ma misurato dalla relazione, dalla mediazione femminile. La mediazione è strumento dello scarto del desiderio, che non solo porta fuori di sé a desiderare di più, ma porta anche altrove da un egocentrismo tipico del soggetto maschile autosufficiente.

Non so quanto abbiamo imparato da Luisa (tantissimo!), quanto in profondità abbiamo condiviso le sue pratiche nelle relazioni tra donne, complicate e conflittuali ma sempre appassionate. Credo però che la forza della sua presenza resti preziosa nei suoi scritti, per una generazione nuova di donne che non hanno potuto conoscerla, e per noi, nella pratica dei giorni, nell’intreccio dei cammini e dei desideri. (“Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio”, 2009). Resta forte il suo invito a imparare la mediazione necessaria, mediazione fatta di relazioni femminili, anche nella politica: “quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere” (“Dio è violent”, p. 72).

(Riforma.it Quotdiano online delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia, 17 giugno 2026 https://riforma.it/2026/06/17/riconoscenza-a-luisa-muraro/)

COMUNICATO STAMPA

Auser Lombardia esprime profondo cordoglio per la scomparsa di Luisa Muraro, filosofa, attivista e figura cardine del femminismo italiano e internazionale, spentasi a Milano all’età di ottantasei anni. Cofondatrice della storica Libreria delle donne di Milano nel 1975 e della comunità filosofica Diotima dell’Università di Verona, Muraro ha dedicato la sua intera esistenza a scardinare i modelli patriarcali, dando voce e dignità all’esperienza femminile attraverso il pensiero della differenza sessuale.

Per Auser Lombardia, un’organizzazione da sempre in prima linea nella difesa dei diritti, nel contrasto alle discriminazioni di genere e nel supporto alle donne di ogni generazione, la perdita di Luisa Muraro – avvenuta a pochissima distanza da quella della sua compagna di vita, di pensiero e di pratica politica Lia Cigarini – lascia un grande vuoto, ma consegna anche un’eredità morale e intellettuale imprescindibile.

«Con la scomparsa di Luisa Muraro perdiamo una maestra straordinaria – dichiara Tiziana Scalco, Presidente di Auser Lombardia –. Luisa era una mente illuminata che ha insegnato a generazioni di donne il valore della libertà, dell’autodeterminazione e della parola “a partire da sé”. In un momento storico complesso come quello attuale, in cui i diritti delle donne sono tragicamente messi sotto attacco, la violenza di genere non accenna a diminuire, il concetto di femminicidio viene messo in discussione e vecchi modelli patriarcali tentano di riaffermarsi, il pensiero di Luisa è più vivo e necessario che mai. Auser Lombardia vuole onorare la sua memoria trasformando il suo immenso patrimonio ideale in potenziamento della nostra azione quotidiana: il nostro impegno per la tutela dei diritti delle donne, per il superamento delle solitudini e per la costruzione di una società basata sulle relazioni e sulla solidarietà si nutre anche della sua lezione. Luisa ci ha insegnato a fare luce dove c’è buio; continueremo a farlo nei territori, accanto alle donne e difendendo la loro libertà e la loro dignità in ogni fase della vita».

(Auser Regionale Lombardia APS – ETS, Milano, 15 giugno 2026)

Apprendo con profondo dolore la notizia della morte di Luisa Muraro, filosofa, pensatrice femminista, tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica Diotima

Con lei se ne va una delle voci più autorevoli del pensiero della differenza sessuale in Italia, una donna che ha saputo trasformare la filosofia in pratica viva di relazione, libertà e autorità femminile.

Luisa Muraro ha attraversato la storia culturale e politica del nostro Paese lasciando un segno profondo. Il suo lavoro ha contribuito a dare parola, forma e dignità al pensiero delle donne, rompendo schemi, aprendo spazi, costruendo luoghi di confronto e di sapere.

Milano le deve molto.

La Libreria delle donne non è stata soltanto uno spazio culturale, è stata – ed è ancora – un presidio politico, simbolico e intellettuale della nostra città.

Un luogo in cui generazioni di donne hanno potuto pensarsi libere, autorevoli, capaci di nominare il mondo a partire da sé.

In un tempo in cui il dibattito pubblico tende spesso alla semplificazione, la lezione di Luisa Muraro ci ricorda il valore della parola pensata, della relazione, della differenza, della libertà femminile come pratica quotidiana e politica.

Alla Libreria delle donne di Milano, alla comunità di Diotima, alle sue allieve, ai suoi allievi e a tutte le persone che l’hanno amata e ascoltata va il mio cordoglio più sincero.

Monica Romano

Consigliera comunale di Milano

Vicepresidente Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili Vicepresidente Commissione Speciale contro i discorsi e i fenomeni d’odio

(comunicato stampa, 15 giugno 2026)

La mistica cristiana insieme a Romana Guarnieri, il femminismo della differenza e la battaglia contro l’utero in affitto: la filosofa di Diotima ha aperto strade nuove nel pensiero delle donne. Un ricordo

Era brusca, non faceva niente per riuscire simpatica, ma con quei suoi occhi azzurri pieni di intelligenza e ironia, con il suo coraggio libero e nuovo, Luisa Muraro è stata la più importante femminista italiana. Quella che leggeva tutto, seguiva come andava il mondo, ma non ne era influenzata. Anzi è stata lei che ha influenzato tutto, ha aperto nuovi filoni di militanza, di ricerca, di pensiero.

La sua libertà coraggiosa è emersa subito, quando non ci ha pensato un momento a buttare alle ortiche una promettente carriera accademica di filosofa all’Università Cattolica di Milano per andare a insegnare nelle primarie, a sperimentare quel progetto di riforma didattica che si sviluppò intorno al gruppo dell’“Erba voglio”.

Dagli anni Settanta, trasferitasi a Milano, diventa una delle leader del movimento femminista: nel 1975 è parte attiva del gruppo che fonda la “Libreria delle donne”, che esiste ancora, terreno fertile di confronti e dibattiti. Mentre all’Università di Verona riprende a insegnare filosofia, fondando il gruppo “Diotima”, una sorta di cabina pensante del femminismo italiano, esce il suo primo libro, molto fortunato, “La signora del gioco”. In esso per la prima volta la cultura e i saperi delle streghe venivano letti come una forma perseguitata di cultura femminile. Il libro ha dato origine a una vera e propria moda – e a quell’ormai leggendario grido di battaglia che allora echeggiò per la prima volta nelle manifestazioni: “Tremate, tremate, le streghe son tornate!”.

Ma Muraro è già più avanti: comincia la sua lunga ricerca delle voci femminili nella tradizione cristiana, alla riscoperta dell’anima femminile di una cultura apparentemente solo patriarcale. In questo lungo e ricco percorso intellettuale non si allea con accademiche di chiara fama, che pure non mancavano, ma a una outsider anziana e isolata, con la quale non era facile trattare: con Romana Guarnieri. La sua compagna di avventura era la scopritrice di uno dei testi mistici più importanti della tradizione cristiana: il libro di Margherita Porete, bruciata sul rogo nel 1300 e le cui opere erano state – per fortuna non completamente – distrutte. Muraro scopre che le parole della Porete, se pure anonime, avevano innervato i testi del mistico tedesco, Meister Eckart, che sono al fondamento della tradizione filosofica tedesca.

Così le due originali e acute studiose riscrivono insieme la storia medievale e quella della filosofia. Intanto Muraro non smette di pensare il femminismo, proponendone una versione originale, quella che verrà chiamata il femminismo della differenza, che si allontana dalla tradizione emancipazionista – cioè chiedere per le donne gli stessi diritti degli uomini, facendole diventare di fatto simili a questi – per rivalutare invece con coraggio le specificità femminili, in primis la maternità, intesa anche come maternage, come rapporto di amore e insegnamento verso le più giovani. Non le bastava ottenere nuovi spazi, nuovi posti per le donne: voleva ripensare tutto, dall’inizio. Questa era per lei la battaglia delle donne.

Il suo ultimo intervento politico – “L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto”, del 2016 – ritorna sul tema della ricchezza della maternità per le donne, e sul pericolo di venire private di questo potere unico in cambio da una parte di un po’ di soldi, dall’altra di un apparente spicchio di libertà.

Non so se questo ricordo sarebbe piaciuto a Luisa: agli elogi preferiva i confronti aspri, ben consapevole della originalità di ogni sua battaglia, ma per il ricordo del suo rapporto con Romana sarebbe stata senz’altro felice. Fino alla fine la sua solidarietà con le altre donne è stata sempre generosa, intelligente totale.

(Il Foglio, 15 giugno 2026 https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/06/15/news/dalle-streghe-alla-maternita-luisa-muraro-lanima-libera-del-femminismo-italiano–400583)

FEMMINISMO Addio alla femminista, madre e maestra del pensiero della differenza sessuale. Tra i suoi libri più significativi «Maglia o uncinetto» (1981) e «L’ordine simbolico della madre» (1991)

Poco più di un anno fa Vita Cosentino e Laura Colombo (della Libreria delle donne di Milano), Chiara Zamboni (della comunità filosofica «Diotima» di Verona) e io ci siamo incontrate mosse dal desiderio di manifestare con un gesto pubblico e corale la nostra gratitudine nei confronti di Luisa Muraro. Da un po’ di tempo Luisa non era nel pieno della sua forma, parlava poco e talvolta si ritraeva dalle riunioni della Libreria come già da quelle di Diotima. E noi quel grazie volevamo dirglielo finché c’era ed era in grado di riceverlo, in un paese che si accorge delle sue eccellenze (tanto più femminili) solo quando non ci sono più.

Da quel desiderio, e grazie all’apporto di altre amiche della Libreria e di Diotima, è nato il convegno sul pensiero di Luisa che si è tenuto all’Università Cattolica di Milano il 20 settembre dell’anno scorso, una giornata intensa e affollata, affettuosa e sincera alla quale Luisa ha partecipato felice e a sua volta grata, e dalla quale è venuto fuori un libro a più mani, Come quando si accende la luce (citazione da un testo di Luisa del 2011, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna), di imminente uscita per Mimesis.

Eravamo impazienti di portarlo a Luisa per festeggiarlo con lei, ma non accadrà. Luisa si è spenta ieri, il giorno prima del suo compleanno, dopo essere sopravvissuta per meno di due mesi alla scomparsa di Lia Cigarini, sua compagna di vita, di pensiero e di pratica politica, a riprova dell’inossidabilità di una coppia che ha orientato per più di mezzo secolo il femminismo della differenza italiano. Luisa e Lia, Lia e Luisa: sembra impossibile rassegnarsi a fare a meno di una doppia presenza che diventa un doppio vuoto e apre per tutte noi, inutile negarlo, una voragine.

IN PREPARAZIONE del convegno milanese era uscito Esserci davvero, un Quaderno di «Via Dogana» che raccoglie, insieme con la bibliografia completa di Luisa, una sua lunga conversazione del 2003 con Clara Jourdan. Un testo prezioso, in cui Luisa ripercorre le tappe principali del suo percorso personale e politico (l’infanzia segnata dalla guerra e dalla Resistenza; il disorientamento della giovinezza, prima di trovare una bussola nelle relazioni con Rosetta Infelise, Elvio Fachinelli, Lia; «l’esserci nella storia» scoperto nel Sessantotto, e «l’esserci davvero, in prima persona, senza dadi truccati» scoperto nel femminismo, ma soprattutto mette a nudo il suo rapporto esistenziale con la scrittura, pratica di messa in forma del vissuto, del pensiero e di sé stessa («scrivo per salvarmi l’anima»), che nella lettura e nell’ascolto delle altre trova autorizzazione e rispondenza. Altrettanto prezioso è un altro libro-intervista con Riccardo Fanciullacci, Non si può insegnare tutto (2013), dove il racconto si allunga fino ad anni più recenti, con il fuoco spostato stavolta sulla pratica filosofica. Parto da questi due testi invece che da altri e più famosi perché entrambi restituiscono come meglio non si potrebbe, in forma dialogica e in lingua corrente, lo stile unico e inimitabile del pensiero di Luisa, che procede sempre sul doppio registro della metafora e della metonimia, dell’astrazione e delle piste indiziarie, del rigore logico e delle libere associazioni, della teoresi e del racconto. E perché il tema della passione della scrittura come messa in forma «di ciò che è ancora semipensato, ma già vissuto» ci introduce a quello che si può considerare il nocciolo della ricerca filosofica di Muraro: il problema della dicibilità dell’esperienza e della attendibilità della verità soggettiva, problema che percorre come un filo rosso tutta la sua produzione, da Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia (1981) a L’ordine simbolico della madre (1991) agli svariati saggi sulla politica del simbolico pubblicati nei volumi collettivi di Diotima e altrove.

SI TRATTA DI UN PROBLEMA squisitamente filosofico, che muove però nel percorso di Muraro da un fatto storico e da un’urgenza politica, e trova soluzione nella pratica prima che nella teoria. L’urgenza politica è quella di dare voce e significato all’esperienza muta o tacitata del «corpo sociale selvaggio», cioè di quella parte della società che non trova rappresentazione nel discorso dominante ed è costretta all’imitazione del linguaggio altrui e al conformismo. È la condizione tradizionale delle donne ma non solo la loro, una condizione di miseria simbolica prima che di oppressione materiale dalla quale siamo uscite con la rivoluzione femminista degli anni 70, grazie alle pratiche di separazione dal discorso maschile, di presa di parola «a partire da sé», di autorizzazione reciproca a «dire la verità» che ci hanno fatto guadagnare indipendenza simbolica dal maschile. Un fatto storico di cui Luisa è protagonista e testimone, e che assume per lei il valore di un evento epistemico. Che da un lato la porta a rileggere la storia delle donne del passato restituendo voce a quante sono state concepite dalla storiografia ufficiale solo come vittime passive (La signora del gioco, 1976; Guglielma e Maifreda, 1991). Dall’altro lato apre la strada, per le donne e per tutti, a una politica reinventata, che mette al primo posto la modificazione del regime del dicibile e dell’indicibile, del visibile e dell’invisibile, del vero e del falso, in una parola dell’ordine simbolico che detta le regole dell’intellegibilità dell’esperienza: senza la quale modificazione i tentativi di sovversione dell’ordine sociale sono destinati a bloccarsi e a ricadere nella ripetizione, come la storia delle rivoluzioni novecentesche andate a male insegna.

In termini più strettamente filosofici, quello che è in gioco nella ricerca di Muraro è un ripensamento impegnativo del circolo fra esperienza, linguaggio, verità e realtà, dove l’esperienza è l’intervallo fra il già e il non ancora interpretato, il linguaggio la nomina e le dà significato, la verità risuona quando dice qualcosa che altrimenti non esisterebbe, e il reale si allarga a ciò che prima restava muto e nascosto (cruciali, in quest’ultima direzione, i testi sulla mistica femminile).

QUESTO CIRCOLO colloca il pensiero di Muraro in una posizione originale nel panorama filosofico novecentesco cui pure appartiene integralmente, nonché nel panorama internazionale della teoria femminista con cui pure dialoga costantemente. Potremmo definirla una collocazione terza rispetto alle contrapposizioni fra moderno e postmoderno e fra metafisica e decostruzione che hanno dominato la scena nella seconda metà del secolo scorso. Muovendo dall’analisi della posizione di internità estraniata delle donne nell’edificio sociopolitico moderno, Muraro assume in pieno la crisi del paradigma moderno ma senza cedere alla deriva postmoderna della dissoluzione del soggetto, anzi rilanciandone la potenzialità politica di trasformazione del reale. E muovendo dalla critica dell’ordine simbolico dominante assume il metodo imprescindibile della decostruzione, ma senza cedere alla deriva di una critica interminabile e allergica a qualunque approdo affermativo e a qualunque verità attendibile. Ne consegue una filosofia pratica, impegnata nella trasformazione di sé e del mondo, che declinando la differenza come leva del conflitto potenzia la migliore tradizione del pensiero politico sovversivo italiano (Toni Negri, La differenza italiana, 2005). E ne consegue anche l’originalità del pensiero italiano della differenza sessuale rispetto alla teoria femminista soprattutto anglofona, che nelle secche della contrapposizione fra moderno e postmoderno e fra metafisica e decostruzione è rimasta e rimane tuttora molto spesso impigliata. Non stupisce dunque, per quanto sia un indice della loro lacunosità, che la figura di Muraro trovi raramente posto nelle mappe geo-filosofiche più accreditate di una teoria femminista sovente tutt’altro che indipendente dalle scuole maschili. Sorprende di più che sia la scena femminista italiana a subire l’influenza di etichette, classificazioni e imputazioni – le sempreverdi accuse di essenzialismo e «monumentalizzazione del materno» rivolte al pensiero della differenza – nate altrove, che il pensiero di Luisa vanifica ponendosi peraltro oltre il canone della «teoria femminista».

CON LUISA siamo infatti fuori dal perimetro di un pensiero di e sul genere fermo alla critica della costruzione patriarcale del femminile. Ed entriamo in un territorio in cui se il genere è l’effetto della continuità storica del dominio maschile, la differenza sessuale è l’evento simbolico, epistemico e politico che spezza questa continuità inaugurando per le donne una storia di libertà, la libertà di pensarsi e di agire indipendentemente dalle destinazioni prescritte. Un territorio in cui le donne non sono costrutti del linguaggio maschile bensì soggetti pensanti e parlanti, la differenza sessuale non è il nome di un’identità stereotipata bensì un significante aperto e perciò stesso radicalmente anti-identitario, l’autorità della madre non è una figura del comando bensì dell’autorizzazione, e la lingua materna, mantenendo a contatto corpo e parola, esperienza e significazione, è portatrice di verità soggettive credibili e fa luce su pezzi di realtà altrimenti invisibili. Un territorio, infine, in cui la politica del simbolico è una scommessa continua, e aperta a chiunque ne condivida le pratiche, sulla trasformazione del regime della dicibilità e della produzione del senso.

Eppure, detto tutto questo di Luisa non abbiamo ancora detto l’essenziale. Che sta non tanto nel contenuto quanto nell’andamento e nello stile di un pensiero pensante e sempre inquieto, che si forma in relazione e in contesto, spiazzando le posizioni e i conflitti precostituiti. Luisa la chiamava la mossa della schivata: cambiare improvvisamente traiettoria, non farsi trovare dove sarebbe prevedibile trovarsi, aggirare l’ordine del discorso dato, guardare le cose da un punto di vista decentrato, aprire una prospettiva imprevista e accendere una luce dove prima era buio.

Luisa era così, non la trovavi mai dove pensavi che fosse, e ti costringeva sempre a spostarti a tua volta impedendo sul nascere fissazioni e arroccamenti. Era il suo modo, talvolta non poco ruvido, di essere e aiutarti a essere libera. La sua luce si spegne mentre il mondo in cui siamo cresciute si capovolge, la guerra che aveva offeso la sua infanzia torna a massacrare la vita e a umiliare la politica, la tecnologia pretende di catturare e ammutolire l’esperienza, la libertà femminile diventa preda di fantasie di ripristino di sovrani e patriarchi claudicanti. «Un nuovo disordine simbolico si è installato sul protrarsi di un patto sociale morto», scriveva già nel 2012 in Dio è violent, consapevole di quanto il cambio di stagione sfidasse la scommessa politica della differenza ma pronta ad accettare la sfida e ad alzare la posta. Il disordine sarà più buio senza la sua capacità di fare luce, ma l’immenso patrimonio che ci lascia è lì per noi come un bene comune a cui attingere, ancora e encore.

SCHEDA. Qualche nota biografica

Nata il 14 giugno del 1940 a Montecchio Maggiore (Vicenza), Luisa Muraro si accosta alla filosofia negli anni 60 con Gustavo Bontadini all’Università Cattolica di Milano, dedicandosi soprattutto agli studi di linguistica e di filosofia della scienza. La partecipazione alla rivolta del ’68 e alla «rivolta nella rivolta» femminista decidono il seguito del suo percorso biografico, politico e filosofico. Nel ‘70 entra nel DEMAU, gruppo pionieristico del femminismo della differenza, dove incontra Lia Cigarini; con lei e altre fonderà nel ‘75 la Libreria delle donne di Milano. Dei primi anni 70 anche l’incontro con Elvio Fachinelli e la psicoanalisi, con la conseguente partecipazione, con Lea Melandri, alla rivista «L’Erba voglio» e a un esperimento antiautoritario di didattica nella scuola dell’obbligo. Traduce e introduce in Italia il pensiero della differenza sessuale di Luce Irigaray. Insegna in seguito all’Università di Verona, dove con Chiara Zamboni, Adriana Cavarero e altre fonda nell’83 la comunità filosofica femminile Diotima, cui dopo Chernobyl si affiancherà la comunità scientifica femminile Ipazia. Ma innumerevoli sono i luoghi di pensiero e pratica politica femminista che portano la sua impronta in tutta Italia, a partire dal Centro culturale Virginia Woolf-B di Roma, e frequenti i contatti con il femminismo internazionale, in Spagna, Francia, Germania, negli Stati uniti, in Cile, nello Yemen, in Burkina Faso Nel ‘91 dà vita alla rivista della Libreria di Milano «Via Dogana», nel ‘93 avvia con altre il Movimento di autoriforma della scuola e dell’università, dal 2007 al 2017 tiene in Libreria una Scuola di scrittura pensante. La sua sconfinata bibliografia, curata e pubblicata da Clara Jourdan in «Esserci davvero», include oltre 25 monografie, più di cento volumi collettanei, innumerevoli interventi su «il manifesto», «l’Unità» e altri quotidiani, su riviste specialistiche, settimanali pop, siti web, nonché interviste radiofoniche e televisive.

(il manifesto, 14 giugno 2026)

Inesorabile e amoroso è il ricordo che Fleur Jaeggy dedica alla amica Ingeborg Bachmann, compagna di strada e di pensieri che il 25 giugno avrebbe compiuto 100 anni, in Gli ultimi giorni di Ingeborg (Adelphi, pp. 44, € 6,00).

C’è qualcosa di deliberatamente incompiuto in queste pagine, come se la forma volesse replicare la natura della loro amicizia: fatta di presenze, di silenzi condivisi, di ciò che non ha senso spiegare. All’inizio di questo omaggio in un trittico – smembrato, suggestivo, capace di tenere insieme momenti lontanissimi senza cuciture visibili – troviamo una incantevole commedia estiva sullo sfondo del Mediterraneo, La casa dell’acqua salata: rievocazione del viaggio su una vecchia Alfa Romeo verso un luogo, Poveromo in Versilia, abitato da uomini graziati dalla banalità e dal conformismo. E qui incontrano l’idillio, la pace e i molti silenzi.

Poi, collocato nel mezzo, Da Ingeborg, è un dialogo sulla vecchiaia e la morte che registra sorrisi e paure appena placate nella prospettiva di essere sepolte vicine nel Cimitero degli inglesi a Roma, «accanto a Keats», aggiunge Jaeggy. Ma la tomba di Bachmann sarà a Klagenfurt per una scelta della famiglia e per uno dei molti tradimenti subiti dalla poetessa in vita come in morte.

La terza parte, che dà il titolo al volume, Gli ultimi giorni di Ingeborg ripercorre giorno dopo giorno, come fosse un diario, le ultime drammatiche fasi della sua vita: l’incidente, la malattia e la morte il 17 ottobre 1973 al Sant’Eugenio di Roma. Il tono cambia: la prosa si fa più ruvida, e il racconto si contrae descrivendo in frammenti la lotta per salvare l’amica: perché la disperazione non accetta il lavoro di lima, non raffina e solo a tratti mostra una rara tenerezza per quel lutto devastante, che l’autrice non ha intenzione di esibire. Ricorda le conversazioni attraverso l’interfono della terapia intensiva, un ultimo incontro, un bacio sulla fronte, la rabbia – quasi gridata – per i ritardi e i silenzi «criminali» di chi dovrebbe starle più vicino. E, su tutto la lotta per stabilire una gerarchia tra le persone riunite attorno al capezzale, una gerarchia che finisce per escluderla.

«Wir haben es schön gehabt» (il nostro tempo è stato bello) ripete alla fine per un contrappunto ostinato, rivendicando, al di sopra della morte, l’eccezionalità del loro rapporto fatto di bellezza e appagamento in una breve, tormentata esistenza.

(il manifesto, 14 giugno 2026)

Insieme con la notizia della morte di Luisa Muraro, il manifesto ha ripubblicato un suo articolo scritto in occasione del 40° anniversario del Maggio ’68, il 22 marzo 2008.

Anche noi lo riproponiamo.

(La redazione del sito)

Una istantanea del Maggio francese

Ai pittori di una volta e oggi ai fotografi è sempre piaciuto fare ritratti di donne, Giovane donna davanti allo specchio, Donna che scrive una lettera, Dama con ermellino, Signora seduta con amici in piedi, e così via. Questa, come la chiamiamo? Giovane donna con un braccio per aria? È una foto del famoso Maggio francese. Arrivati per ultimi, dopo gli americani, i tedeschi, gli italiani, gli inglesi non so, i francesi si sono bellamente impadroniti della cosa, le hanno dato il nome, il Sessantotto (noialtri, veramente, avevamo cominciato prima) e perfino un mese, il mese della Madonna, il più bello dell’anno nel nostro clima. A loro fa così piacere, oltre che lo fanno bene, come lo champagne.

Il ritratto che stiamo guardando, s’indovina che è stato inventato lì sul momento, ma non rubato, ed è questa combinazione il suo bello, la ragazza è arrivata alla manifestazione senza premeditazione, con un presentimento appena, ha visto il fotografo, ne ha intuito l’intenzione, gli ha fatto intendere “ci sono”, si è messa in posa, tutto in un lampo e la fotografia era fatta. Ed ecco il ritratto di lei, distaccata, per un attimo ma definitivamente, da quello che la circondava, che è finito in ombra o fuori dal quadro.

Tutto il contrario dalla vasta e impressionante visione della battaglia di Valle Giulia, commentata da Alessandra Bocchetti che l’aveva ripresa, e pubblicata sul manifesto dell’1 marzo scorso in apertura di questa serie di foto del Sessantotto, dove “tutto” è dispiegato, il luogo, le forze in campo, i fronti contrapposti e le rispettive intenzioni (se avete guardato bene, avrete visto anche, nella piega della schiena, la paura di alcuni dei poliziotti, quelli sulla gip di destra), e questo “tutto” ci appare angosciosamente gravato da cose che stanno per accadere.

In questa foto, al contrario, quello che doveva succedere, è lì, felice, il resto è contorno. S’indovina che siamo in una piazza, sul fondo c’è un edificio di nobile fattura, qualcosa di neoclassico; dai vestiti di lei, cuffia di lana e manica di camicia, si suppone che non siamo né d’estate né d’inverno (il maggio parigino va a pennello), due gruppi umani si fronteggiano a distanza ultra ravvicinata, occhi negli occhi; quelli che vediamo di spalle, anche qui, sono gli uomini in divisa, messi in doppia fila, la divisa non è italiana, potrebbe essere dei corpi speciali della polizia francese, giacca di cuoio e berretto tipo bustina, profilato in cuoio: non sono dunque in assetto antisommossa, e forse stanno a guardia di un luogo o di una cerimonia che gli altri vorrebbero occupare o disturbare pacificamente. Ma non potrebbero essere, questi altri, molto banalmente, persone che fanno la fila? No, la posizione dei corpi lo esclude come anche lo sguardo dell’uomo a destra, un bel viso maschile i cui occhi sono duramente puntati sull’uomo in divisa che ha di fronte.

In mezzo a questa virilità tutta compresa nella serietà dei suoi compiti storici e quasi rabbuiata in viso, la figura di lei spicca lucente e serena, sembra un volatile che batte un’ala per prendere il volo, la trattiene la massa scura dei corpi. Da questa emerge solo con il braccio destro e buona parte del viso: ha tratti ben disegnati, grandi occhi, sopracciglia marcate, naso regolare, grande bocca, guance tonde e rialzate, un bel viso incorniciato da capelli scuri coperti da una cuffia di lana chiaroscura. Che mi porta, di colpo, dolorosamente, un’immagine che è nella sequela del Sessantotto (scusate la parola troppo rara, ma ci voleva), quella della giovanissima protagonista di un’ultima impresa delle Brigate rosse, a Roma, nel 1986, si chiamava Wilma Monaco, altre vittime non ricordo che ci furono: il suo viso seminascosto tra il cappotto e l’asfalto, gli occhi chiusi, la testa coperta da una cuffia di lana, anche lei, che non aveva neanche l’età di questa.

La ragazza di Parigi, schivando gli occhi di quelli che ha di fronte, rivolge lo sguardo a qualcuno che si trova al di qua dell’immagine, allora era il fotografo, ora siamo noi. Non ci sta salutando, ci guarda con l’aria di voler comunicarci o mostrarci qualcosa. Naturalmente, quello che più colpisce, è il braccio alzato, la cui vista mi ha fatto venire in mente una miriade di situazioni, i bambini nella classe di una maestra che frequento, quando sanno la risposta, la capocomitiva quand’è sprovvista di ombrellino, il tedoforo delle Olimpiadi, la statua della Libertà a New York che giusto i francesi hanno regalato agli americani, la persona perduta tra i flutti del mare per segnalare la sua esistenza ad un’imbarcazione di passaggio, il pugile vincitore alla fine dell’incontro, le tombole in piazza, tanti anni fa, quando uno o una segnalava di avere vinto, ambo, tris, quaterna, cose così. Lei, perché? Forse per il fiore. Infatti, il braccio tiene in alto, senza stringerlo, fra tre dita, un fiore bianco delle dimensioni di un ranuncolo, il cui esile gambo le attraversa il palmo. Era un’usanza delle anime belle, offrire fiori ai poliziotti, e delle canzoni pacifiste, metterli nelle bocche dei cannoni.

Questo unico fiore, al sommo del braccio sollevato, nella mano dischiusa, impedisce che questa si stringa a pugno e sta al posto di una bandiera. E mi porta un’altra immagine, molto distante ma precisa nel particolare comune, un’icona bizantina del 1637, di Maria bambina in braccio alla madre sant’Anna cui porge un fiore, una margherita, tenendola anche lei fra pollice, indice e medio, le altre due dita ripiegate.

Dietro all’immagine, si affaccia un titolo, “Sola del suo sesso”, coniato dalla teologia femminista per Maria adulta, quasi l’ultima delle litanie, ora pro nobis, con trasparente allusione al contrasto fra la posizione elevatissima riservata unicamente a costei e l’umile rango di tutte le altre, nella società cristiana. Anche la protagonista di quest’immagine è sola, in un mondo di uomini, e realizza il detto di Lacan, erede della teologia cattolica: una per una. Ma nel Sessantotto, come andò, veramente? Che cosa facevano le donne, quando non porgevano fiori al cielo? Il Sessantotto fu una cosa dei maschi, direbbero due bambini che frequento.

Le femmine però, rispondo loro, c’erano e questa foto ne ritrae una, io ero un’altra e tante ne ho conosciute che c’erano, insieme alle loro amiche, una mia si chiamava Rosetta, e ai loro compagni, uno mio si chiamava Giuseppe, nelle manifestazioni di piazza, nelle occupazioni di università, nelle assemblee ad ascoltare, nei sottoscala a ciclostilare, nelle riunioni di gruppi e gruppetti, negli appartamenti presi in comune, nei picchetti delle fabbriche, nelle feste estive in riva ai fiumi, e tutto il resto.

Allora, cambio domanda: che cos’è stato il Sessantotto per me e le mie simili? Fu un passaggio – prima risposta – ma importante e, chissà, necessario, certo che ci ha portate molto avanti. Infatti, si dice “rivolta femminile” e “fine del patriarcato” e i più pensano all’Italia arcaica degli anni Cinquanta. È sbagliato. La rivolta che ha aperto la breccia da cui sono passate poi tante altre, fu contro i costumi e la cultura dei giovanotti che in questa foto fronteggiano i poliziotti. E che, fermi in questa posizione, hanno consumato un sacco di tempo e di energie, troppe. Siamo volate via… avete visto quel magnifico film di plastilina, Galline in fuga? Noi.

C’è una seconda risposta, perché, con la storia dei quarant’anni, ho dovuto tornare a pensarci. A distanza di tanti anni, facendo il confronto con il tempo presente, mi sono resa conto che ci fu un’investitura, allora, in favore delle persone giovani, che adesso non c’è. Quell’ebollizione mondiale aveva la forma espressiva del contro, ma era attesa e ci fu chiesta da un mondo che voleva cambiare, eravamo segretamente autorizzati. Come e da chi precisamente, sono cose che la cultura maschile di sinistra, con la sua dialettica e il suo antagonismo, non ha ancora imparato a captare. Non porto esempi. Autorizzati, chi? Ovviamente, allora, i maschi. Ma le femmine c’erano, ci eravamo anche noi e, per finire, oso dire, il credito del cambiamento possibile è andato a noi. Fu necessario alzare un braccio.

(il manifesto, 14 giugno 2026)

La morte di Luisa Muraro lascia un vuoto difficile da nominare. Non soltanto perché scompare una delle più importanti pensatrici del Novecento e di questo primo scorcio di secolo, ma perché viene meno una figura che per molte e molti è stata insieme maestra, interlocutrice, misura e orientamento.

Una figura che ha attraversato anche Palermo, dove è venuta più volte su invito della Biblioteca delle donne e del Centro di consulenza legale UDIPalermo, per presentare i suoi libri, partecipare a incontri e seminari.

Colpiva il rigore del suo pensiero, sempre esigente e mai accomodante. Colpivano anche la sua capacità di ascolto e la generosità con cui metteva in circolo idee, intuizioni e domande. Non parlava da un sapere già concluso: piuttosto dalla passione di chi continua a cercare, insieme ad altre, parole capaci di dire il reale.

Il suo lavoro ha segnato profondamente il pensiero contemporaneo perché non è nato dall’elaborazione di un sistema teorico astratto, separato dalla vita. È nato dentro l’esperienza del femminismo, nelle pratiche politiche delle donne, nelle relazioni, nei conflitti, nelle scoperte che quel movimento ha reso possibili. Per Luisa il femminismo non è stato un tema da studiare né un settore particolare del sapere: è stato il luogo a partire dal quale il pensiero ha preso forma e si è trasformato. Da qui si comprende come il pensiero non si separi dal luogo in cui prende parola, e come quel luogo ne modifichi il senso.

Ha insegnato a generazioni di donne a dare credito alla propria esperienza, a riconoscere che la relazione non è un fatto secondario o privato, ma una condizione fondamentale dell’esistenza umana; che la lingua non è uno strumento neutro, ma il luogo in cui si forma il senso del mondo; che l’autorità può esistere senza dominio e senza potere.

Tra i suoi libri, L’ordine simbolico della madre segna una svolta decisiva. In quelle pagine Muraro mette in questione l’idea di un soggetto autosufficiente, riportando al centro la relazione originaria con la madre come ciò da cui ciascuna e ciascuno prende avvio. Nessuna e nessuno viene al mondo da sé: si nasce dentro una relazione e si entra nel linguaggio attraverso una voce ricevuta. In questa esperienza originaria, non riconosciuta nel suo valore simbolico, Muraro indica una condizione che riguarda tutte e tutti.

Non era una questione soltanto teorica: per molte il pensiero di Luisa Muraro ha aperto un diverso rapporto con la propria esperienza e con le parole necessarie a nominarla.

È stata una maestra nel significato più profondo della parola: non perché offrisse risposte definitive, ma perché sapeva aprire domande che cambiano il modo di stare al mondo.

Aveva il raro dono di rendere più esigente il pensare e insieme più libera la vita.

La salutiamo con dolore profondo, sapendo che il modo migliore per onorarla non è custodirne il ricordo come qualcosa di concluso. È continuare a fare ciò che lei ci ha insegnato: partire dall’esperienza, cercare parole vere, affidarci a ciò che tiene insieme le vite, andare più a fondo nel presente.

(Pressenza, 14 giugno 2026)

È difficile scrivere di Luisa Muraro al passato.

Con la sua morte scompare una delle pensatrici che più profondamente hanno segnato il femminismo e la filosofia contemporanea, una pensatrice che ha cambiato il modo di intendere la differenza sessuale, la politica, il linguaggio e l’autorità. Ci legava una lunga amicizia politica. Per noi a Palermo, è stata anche una presenza reale: nelle nostre pratiche, nelle relazioni che le hanno alimentate e nei percorsi di libertà che abbiamo cercato di costruire.

Nel corso degli anni è venuta tante volte nella nostra città. L’abbiamo invitata a discutere dei suoi libri, a partecipare a seminari, a confrontarsi con donne e uomini. Ogni volta colpivano il rigore del suo pensiero e la disponibilità autentica allo scambio. Ricordiamo la sua capacità di ascoltare una domanda fino in fondo, di non accontentarsi delle formule, di riportare sempre la discussione all’esperienza viva. Non era interessata alle parole che sostituiscono la realtà; cercava piuttosto quelle che permettono di avvicinarla.

Luisa ci ha insegnato che occorre interrogare continuamente il luogo da cui parliamo, partire da sé e dalla propria esperienza, cercando parole fedeli a ciò che si vive, ma senza “farsi trovare” là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe. Ci ha insegnato a diffidare delle astrazioni che si allontanano dalla vita e a riconoscere che il pensiero nasce nelle relazioni, nelle pratiche, nell’esperienza condivisa.

Da questa ricerca sono nati libri che hanno lasciato un segno profondo nel pensiero delle donne e non solo. Tra questi, L’ordine simbolico della madre, che ha rappresentato una svolta decisiva. Muraro vi riportava al centro ciò che la cultura aveva reso invisibile: la relazione originaria da cui veniamo, la lingua ricevuta da una donna, il fatto che nessuna e nessuno si dà da sé, l’autorità che nasce dal riconoscimento e non dal potere. Mostrava che proprio quel legame, rimasto senza rappresentazione simbolica, custodisce una verità fondamentale della nostra esistenza e apre nuove possibilità di pensare la libertà, il linguaggio, l’autorità e la convivenza umana. Luisa aveva una qualità rara: faceva sentire il pensiero come una possibilità aperta, non come qualcosa di già acquisito. Non occupava lo spazio. Lo rendeva abitabile.

Per questo la sua scomparsa ci addolora profondamente.

Ma insieme al dolore c’è la gratitudine per ciò che ha saputo mettere in circolo: relazioni, domande, pratiche di libertà, fiducia nella capacità delle donne di produrre pensiero e trasformazione.

Ed è forse questo che rende possibile il suo continuare a “esserci davvero”.

(Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale UDIPALERMO, 14 giugno 2026)

Nel 1975 Luisa Muraro e altre quindici donne crearono un luogo che avrebbe cambiato il femminismo: un negozio e centro culturale con libri solo scritti da donne. Trovarono autrici inglesi, americane, tedesche che l’Italia non aveva mai tradotto

Sua madre aveva trovato un volantino. C’era scritto: Accademia delle Piccole Filosofe e dei Piccoli Filosofi. Era il 2015. Fosca Giovanelli aveva undici anni. Si annoiava, leggeva tanto. Andò alla Libreria delle donne di Milano. Dentro c’era Luisa Muraro, e adulte coltissime, abituate a prendere la parola. Muraro cominciò a leggere quello che scriveva. Correggeva, commentava, restituiva. Una bambina consegnava pagine. Una filosofa le prendeva sul serio. Fosca non sapeva ancora che quella fosse già una scuola. Oggi ha ventidue anni, studia filosofia ed è la socia più giovane della Libreria – quella che Muraro contribuì a fondare.

Via Dogana è una strada di quaranta metri, incastrata tra Duomo e Palazzo Reale. Nomen omen, verrebbe da dire. Nel 1975, in quel budello del centro antico, il 15 ottobre, al numero 2, quindici donne aprirono un varco, «una porta sulla strada». Dentro: libri scritti solo da donne. Nel 2001, quando il Comune chiese quarantamila euro l’anno per quei locali, la Libreria dovette andarsene. Si spostò in via Pietro Calvi 29, zona Dateo, vicino a piazza Cinque Giornate. Un indirizzo meno simbolico, forse più esatto. Lì non si arriva per sbaglio. L’insegna è discreta, in una via defilata. Non salta agli occhi. Non è mai saltata agli occhi. Dal centro alla periferia borghese. E la porta sulla strada rimase aperta, anche lì.

Renata Sarfati, che quel primo giorno c’era, ricorda tutto. Parigi, un convegno, le francesi con la loro libreria. Il treno del ritorno. «Perché non noi?». Era già una risposta. «Fu un’impresa materiale». Quindici donne, una cooperativa, i soldi messi insieme centesimo per centesimo.Alle artiste della città dissero: dateci qualcosa. Dadamaino diede. Grazia Varisco diede. Valentina Berardinone diede. Lea Vergine curò il portfolio. Nessuna telefonata ai partiti, nessuna supplica al Comune. «Così abbiamo aperto», dice adesso. La voce è ferma. Prima ancora c’erano stati i gruppi di autocoscienza. Riunioni nelle case private, a turno. Le donne parlavano di sé partendo da sé. Era la pratica che il femminismo della differenza sessuale opponeva all’emancipazionismo: non diventare uguali agli uomini, ma partire dalla propria esperienza. La Libreria fu il passo successivo. Quel pensiero aveva bisogno di misurarsi con una forma: scaffali, affitto, cassa, una porta sulla strada. Anche questo, dice Sarfati, fu un tratto milanese. Non solo pensare. Fare. Tenere in piedi. Durare. Un rigore a volte difficile, necessario.

La scelta dei libri fu una ricognizione paziente. Austen, Woolf, Morante esistevano già, ma nei repertori editoriali restavano confinate tra le letture per fanciulle, in una zona minore, quasi pedagogica. «Abbiamo preso tutti i cataloghi e cominciato a dire: questo sì, questo sì», ricorda Sarfati. Trovarono autrici inglesi, americane, tedesche che l’Italia non aveva mai tradotto. Le serate in via Dogana non somigliavano a presentazioni di libri. Si cominciava alle sei, si finiva alle nove. Figli e amanti, fratelli e mariti, annessi e connessi. Nessuna critica letteraria – si cercava di entrare nel cuore del testo, di trovare parti di sé nei personaggi. «Ci siamo appassionate in modo straordinario». Una ventina di titoli scelti tra centinaia fu il risultato di discussioni aspre: chi preferiva la protagonista passionale che scappava di casa con il suo amore, chi preferiva quella razionale. «Non eravamo d’accordo. Ma i conflitti erano produttivi».

«È girata la voce che non eravamo simpatiche», ammette Sarfati. «C’era chi si aspettava un’accoglienza sororale immediata – siamo donne, ci vogliamo bene. Non avevamo questo atteggiamento. Volevamo relazioni vere, non solidarietà per decreto». Un femminismo esigente.Che a Milano, in quella via stretta dietro il Duomo, aveva trovato la sua forma severa e concreta. Romanzi, riunioni, turni, dibattiti. E poi il lavoro, i tempi, la maternità, la carriera, la fatica di entrare nel mondo degli uomini senza diventarne la copia più stanca. Lo chiamavano «doppio sì»: sì ai figli, sì al lavoro.

Non tutte, però, si riconoscevano in quel mondo. Francesca Zajczyk, sociologa urbana, per trent’anni alla Statale, non indulge alla celebrazione. La Libreria l’ha guardata a lungo da fuori. «Erano mondi altri», dice. Altri anche rispetto alla Milano delle istituzioni, delle deleghe, della politica amministrata. Oggi ne riconosce il salto: «Un’apertura virtuosa», la chiama. Un luogo che ha prodotto pensiero. Che ha costretto anche chi restava fuori a misurarsi con uno scarto. Poi si ferma. Come se stesse ancora decidendo quanto concedere. «Il passo è stato fatto», dice. E subito: «Non compiuto. Ma fatto».

Quel passo, oggi, ha anche il volto imprevisto di un uomo. Umberto Varischio – settant’anni, informatico in pensione – è uno dei due che frequentano la Libreria ogni settimana. «Per me il femminismo non era una novità», dice. «Negli anni Settanta l’ho incontrato in fabbrica, nelle organizzazioni sindacali». Ma la Libreria è stata diversa. Ha trovato «un pensiero forte, che apre problemi che non finiscono mai». Anche sul maschile: il cameratismo, le resistenze, la fatica di non rimettersi al centro. «Mi ha cambiato la vita», dice. Senza enfasi.

Lia Cigarini, l’avvocata che aveva voluto la Libreria più di chiunque altra, è morta poco più di due mesi fa. Ora se ne va Muraro. Le fondatrici lasciano, una dopo l’altra. Eppure, in via Pietro Calvi la porta è ancora aperta. Il giovedì, al banco, c’è Fosca. «Che libro cerca?». E la Libreria ricomincia.

(Corriere della Sera, 14 giugno 2026)

Ci ha lasciate Luisa Muraro. Grande rivoluzionaria e madre di tutte noi

Luisa Muraro è stata una grande rivoluzionaria.

La tua vita di donna -ma anche quella di tanti uomini-, dopo l’incontro con lei e la sua lingua non poteva più essere quella di prima. “Un passaggio in altro e un’apertura d’infinito che portano non oltre e al di là, ma proprio qui, dove e come siamo, dove e come non sapevamo di essere e di stare”.

Una rivoluzione simile a quella che si produce per ogni creatura quando- dopo la grande fatica della lallazione- grazie a sua madre e a quella che Luisa ammirava come “competenza materna”, la creatura incontra la parola e dunque se stessa e il mondo, per poi smarrirvisi. A meno di non avere la grande fortuna di incontrare qualcuna che ti reinsegni a parlare e a stare al mondo, riaccompagnandoti in prossimità della madre, la prima maestra, e del suo ordine simbolico.   

Finissima studiosa del linguaggio, Muraro ha sempre preferito esprimersi nelle parole povere e precise dell’esperienza quotidiana, talora violente nella loro nudità ed essenzialità, restituendo valore alla lingua dei semplici così prossima ai corpi e alla realtà materiale. La lingua dei contadini della sua Montecchio. O per fare un esempio commovente, quella di Sibilla e Pierina, mandate al rogo come streghe dal tribunale dell’Inquisizione di Milano, episodio inaugurale della caccia alle streghe che Luisa ha raccontato nel suo splendido “La Signora del Gioco”.

Un dire di più con meno, preciso e libero dalle sovrastrutture, così simile all’esperienza femminile di fare del proprio meglio con quel poco che si ha, e senza mai cedere alla tentazione di piangersi addosso per la miseria materiale e simbolica in cui gli uomini ci hanno costrette, perché l’altra lezione di Muraro è stata questa: sfuggire alla tentazione di accomodarsi nella parte delle vittime e nella recriminazione paritaria, dandosi autorità “nello scoprire in me, nelle altre, nella realtà storica, la grandezza femminile e affermarla qui e ora, subito, con i mezzi che abbiamo, Alzando il cielo e allargando l’orizzonte”. Interpellare Dio senza mediazioni, facendo in sé il vuoto di quella mancanza che permette al desiderio di correre, lezione di Margherita Porete e delle altre mistiche e beghine a cui Luisa si è accostata con tanta passione e tanto studio. Un Dio che ha bisogno di te per essere, come ci ha insegnato un’altra grande mistica vissuta nel Novecento, Etty Hillesum.

Basta farlo una volta e non lo dimentichi più, il vittimismo non ti tenta più.

Luisa Muraro mancherà enormemente alle sue consorelle perché nel “campo di battaglia”, come lei stessa ha definito il femminismo, oggi la voce del pensiero della differenza sessuale sembra essersi è fatta più flebile. L’indifferentismo sessuale, l’intersezionalità, la subordinazione permanente della ricerca di libertà ad altre cause ritenute superiori sembrano averne relativizzato la forza trasformatrice.

Ma nel campo di battaglia bisogna accettare di stare, e lottare. Pratica della differenza sessuale è essere rinate una volta per tutte alla propria lingua autentica e non rinunciare a parlarla in ogni occasione e ovunque ci si trovi. 

Da qualche anno Luisa non parlava più e nelle poche occasioni pubbliche si limitava ad ascoltare tenendo gli occhi chiusi. Aveva annunciato che sarebbe andata in vacanza e ha mantenuto la sua promessa.

Solo qualche settimana fa ci aveva lasciate Lia Cigarini, da sempre sua compagna di vita. Nella mia immaginazione sarebbe stata Lia, ragazza per sempre e con le sue malcelate fragilità, a non sopravvivere alla scomparsa del suo “Luisino”. Non avrei mai pensato che sarebbe invece toccato a Luisa, con quel suo carattere aspro e insopportabile, cedere al dolore della perdita. Mi sono sbagliata.

Voglio ricordarla in certe cene pazzoidi e spensierate nell’antro-cucina della comune amica Nadia, perduta troppo presto. Mi ha segnato per sempre una sua terribile rampogna per essermi vantata di qualcosa di buono che avevo fatto: “Non sei stata tu! E’ stato lo Spirito Santo!”.

Amava molto lo Chanel n°5.

Oggi, 14 giugno, sarebbe stato il suo 86esimo compleanno.   

(Feminist Post, 13 giugno 2026)

Fondatrice della Libreria delle Donne e della comunità Diotima, ha costruito una delle riflessioni più originali del Novecento sul rapporto tra donne, linguaggio, maternità e autorità

«L’Uomo non esiste. Esistono uomini e donne».  Era una frase tipicamente sua. Semplice, netta, impossibile da equivocare. Eppure dietro quelle poche parole Luisa Muraro aveva costruito una delle riflessioni filosofiche più originali del Novecento italiano.
  È morta a Milano alla vigilia del suo ottantaseiesimo compleanno. Filosofa, pedagogista, fondatrice della Libreria delle Donne e della comunità filosofica Diotima, Muraro è stata una delle figure centrali del femminismo italiano. Ma definirla semplicemente una femminista sarebbe riduttivo. Era una pensatrice. Una donna che ha dedicato la vita a interrogare ciò che molti consideravano ovvio: la libertà, l’autorità, il linguaggio, la maternità, la differenza sessuale. Apparteneva a una generazione che non voleva soltanto ottenere nuovi diritti. Voleva cambiare il modo di pensare il mondo.

Quando negli anni Settanta nacque il femminismo della differenza, Muraro fu tra quelle che indicarono una strada inattesa. Mentre altre inseguivano l’uguaglianza come superamento della differenza tra uomini e donne, lei sosteneva che proprio lì, in quella differenza, si nascondeva una risorsa di libertà ancora inesplorata. «La differenza sessuale è la vita stessa», ripeteva. 
Per Muraro la liberazione femminile non consisteva nel diventare simili agli uomini, ma nel dare parola e significato all’esperienza delle donne. Era una convinzione che attraversava tutte le sue riflessioni, anche le più controverse. Sull’aborto, per esempio, difendeva la legge 194 e il principio secondo cui nessuna donna può essere obbligata a diventare madre. «La maternità inizia con un sì», sosteneva. Ma rifiutava di parlare dell’aborto come di un diritto in senso proprio: non una conquista da celebrare, bensì una scelta spesso dolorosa, che chiamava in causa anche la responsabilità maschile. Era il suo modo di sottrarsi agli schieramenti e tornare sempre all’esperienza concreta delle donne. Da questa stessa intuizione nacque il suo libro più influente, L’ordine simbolico della madre, dove individuava nella relazione con la madre e nella lingua materna il primo accesso al mondo.

La madre fu il centro segreto della sua riflessione. Non la madre idealizzata, né la madre come ruolo sociale, ma la donna da cui impariamo a parlare e a stare al mondo. In un secolo che aveva celebrato il padre, l’autorità, la legge e le istituzioni, Muraro riportò al centro ciò che era rimasto ai margini della filosofia: la relazione originaria. Per questo è stata una filosofa anomala. 
Lo è stata anche nel rapporto con il sacro. Studiosa delle mistiche medievali, appassionata di Margherita Porete e di Teresa di Lisieux, non separava mai la ricerca della libertà dalla ricerca di senso. In un panorama culturale spesso diviso tra laicismo e religione, occupava uno spazio tutto suo. Non smise mai di interrogarsi su Dio, ma lo fece sempre a partire dall’esperienza concreta delle donne. 
Negli ultimi anni il suo nome è tornato spesso al centro delle polemiche. Si dichiarò contraria alla maternità surrogata e contestò le teorie che tendevano a dissolvere la differenza sessuale nell’identità percepita. Perché la libertà femminile non ha bisogno di cancellare il corpo delle donne per affermarsi.

In fondo, tutta la sua ricerca ruotava attorno a una stessa domanda. «Alla nostra civiltà manca una teoria della libertà femminile», scrisse. È una frase che potrebbe riassumere quarant’anni di riflessioni sulla maternità, sull’aborto, sulla violenza maschile, sul linguaggio e sulla differenza sessuale. Temi diversi, che per Muraro rimandavano sempre allo stesso problema: come rendere pensabile la libertà delle donne senza costringerle a prendere a modello l’esperienza maschile.

Ma ridurre Muraro alle battaglie degli ultimi anni sarebbe un errore. La sua vera eredità è altrove. Sta nel metodo che ha trasmesso a migliaia di donne. Nel partire da sé. Nel fidarsi della propria esperienza. Nel non delegare ad altri l’interpretazione della realtà. Nel cercare parole nuove quando quelle esistenti non bastano più. Per questo chi l’ha conosciuta la ricorda prima di tutto come una maestra. Non una leader. Non una guru. Non un’autorità nel senso tradizionale del termine. Una maestra. Una donna che insegnava a pensare. 
In uno dei suoi ultimi libri, Esserci davvero, definiva il femminismo come «un esserci in prima persona in qualcosa che accade». Forse nessuna formula racconta meglio la sua vita. Per oltre cinquant’anni Luisa Muraro è stata questo: una presenza vigile dentro il proprio tempo. Mai accomodante. Mai allineata. Mai disposta a rinunciare alla complessità per inseguire il consenso. Con la sua morte scompare una delle ultime protagoniste della stagione che rivoluzionò il femminismo italiano. Ma le domande che ha lasciato aperte restano intatte. In un tempo che fatica a nominare il corpo, la maternità, l’autorità e perfino la differenza tra uomini e donne, il pensiero di Luisa Muraro continua a interrogare il presente. 

(27esimaora.corriere.it, 13 giugno 2026)

Il 13 giugno 2026 è morta Luisa Muraro, figura importante del femminismo italiano, cofondatrice della Libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica Diotima di Verona, dove insegnava filosofia teoretica. Poche settimane prima, il 22 aprile era morta Lia Cigarini, a lei unita da una lunga relazione politica e affettiva. Tra i suoi libri La Signora del gioco sui processi alle streghe, L’ordine simbolico della madre e Guglielma e Maifreda.

Ha collaborato ai primi numeri della nostra rivista Aspirina (bisnonna di Erbacce) negli anni ’80 con lo pseudonimo Edvige Kirche.

Ci invidiava un po’, a noi di Aspirina, e ci confidava che se non fosse diventata filosofa, avrebbe voluto fare la vignettista.

Auguriamo a Luisa, nella sua prossima vita, di realizzare questo desiderio.

Cerca Edvige Kirche qui:

Aspirina n.6 (dicembre 1988)> https://www.erbaccelarivista.org/prodotto/aspirina-n-6/

Aspirina n.8 (giugno 1989)> https://www.erbaccelarivista.org/prodotto/aspirina-n-8/

(Erbacce, 13 giugno 2026)

Nel giorno della sua scomparsa risuona ancora la voce originale e influente che ha ridefinito la differenza sessuale e aperto nuove strade alla libertà femminile

Oggi, 13 giugno 2026, il mondo della filosofia piange la scomparsa di Luisa Muraro (Montecchio Maggiore, 14 giugno 1940), una delle sue voci più originali e influenti.

[…]

Come ha scritto Giancarlo Gaeta sul Manifesto circa un anno fa, chi è Luisa Muraro l’ha raccontato lei stessa in una conversazione con Clara Jourdan del 2003, pubblicata nei Quaderni di via Dogana (Esserci davvero, Libreria delle donne, Milano, pp. 244). Muraro riferisce del suo itinerario intellettuale e delle scelte esistenziali attribuendole a una sua disposizione ad affidarsi alle occasioni, agli incontri, più che a una progettualità fermamente perseguita. È questa sua apertura all’imprevisto e agli incontri che ha plasmato un itinerario intellettuale unico, lontano appunto dalle rigidità accademiche e insieme sempre attento alle sfumature dell’esperienza. Al di là di una filosofia che si fonda sul pensiero della differenza sessuale – ovvero una prospettiva teorica che parte dalla convinzione che l’essere umano sia originariamente diviso in due sessi (maschile e femminile) e che l’uguaglianza omologante tra i due generi sia un tentativo di cancellare l’identità femminile – Muraro è stata tante altre cose assieme e nello stesso tempo, semplicemente questa cosa sola: «Io sono una che scrive sempre», diceva di sé.

Chi è stata allora Muraro se guardiamo i suoi scritti, ad esempio “L’ordine simbolico della madre”, “Il Dio delle donne”, “Non è da tutti” e anche “La signora del gioco” e “Guglielma e Maifreda”? È stata anzitutto una filosofa e teologa che ha messo in pagina storie di donne a tratti dimenticate, il cui pensiero ha avuto anche una teorizzazione nel suo indimenticato “Il Dio delle donne”. Donne ai margini, dunque, come sono e sono state molte mistiche, da lei amate. Fra queste Margherita Porete, Matilde di Magdeburgo, Hadewijch di Anversa, Giuliana di Norwich, Angela da Foligno e poi mistiche più recenti come Teresina di Lisieux, donne attraverso le quali Dio trovava una sua nuova voce, femminile, appunto «la possibilità di un nuovo inizio di Dio».

“Il Dio delle donne” uscì nei primi anni Duemila (Papa Francesco non era che un lontano miraggio) e scandalizzò non poco parte dell’universo maschile credente per l’importanza che diede alla differenza femminile e per lo spirito di libertà che lo animava: «Le donne – scrisse – si prendono con Dio una libertà che gli uomini neanche si sognano». Solo i grandi pensatori, come senza ombra di dubbio è stata Muraro, sanno inventare una teologia in lingua materna, rinunciando alle sicurezze della dottrina affinché «Dio possa capitare a questo mondo», aprendo così nuove strade alla libertà del pensiero femminile.

(RSI cultura, 13 giugno 2026)

È morta a Milano Luisa Muraro, una delle maggiori protagoniste del femminismo italiano. Avrebbe compiuto ottantasei anni il giorno successivo. A Milano Luisa Muraro fu tra le fondatrici della Libreria delle donne ed è stata la stessa Libreria a dare la notizia della sua morte. «Luisa – scrive la Libreria delle donne – era una maestra, lo è stata per i suoi studenti, dalla scuola media all’Università di Verona, dove ha insegnato tanti anni e dove ha dato vita con altre alla comunità filosofica Diotima; per le donne e gli uomini che l’hanno letta e ascoltata; per chi ha avuto la fortuna di pensare con lei». Un ricordo di Luisa Muraro nelle parole di Renata Sarfati.

https://podcast.radiopopolare.it/podcast/popolare-clip/clip_13_06_2026_17_19.html

Alla vigilia del suo ottantaseiesimo compleanno ci ha lasciato oggi Luisa Muraro, filosofa, docente universitaria e insegnante, scrittrice ma soprattutto femminista. Una delle teoriche e delle protagoniste, tra le più importanti, del femminismo della “seconda ondata” in Italia, in Europa e nel mondo.

Il femminismo degli anni Sessanta e Settanta che rappresenta forse l’unica rivoluzione riuscita e pacifica, del secolo scorso. È stata tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica femminile “Diotima”: due esperienze femministe che al di là di molte parole descrivono il significato profondo del suo pensiero e della sua opera.

Anche a lei dobbiamo l’elaborazione e il pensiero del femminismo della differenza.

Oggi perdiamo non solo una fine intellettuale, ma anche una maestra, una donna che ha sperimentato, insieme alle altre e con coraggio, nuove forme possibili del vivere per le donne. Una delle madri del nostro pensiero e dei nostri diritti e delle nostre libertà.

È con gratitudine e commozione che la salutiamo, certe di ritrovarla – sempre e per sempre – in tutti i suoi molti scritti.

Grazie Luisa, ciao!

(Post Facebook, 13 giugno 2026)

N.B. Di seguito i link al video del ricordo di Luisa Muraro pronunciato da Valeria Valente in seduta al Senato il 17 giugno 2026, pubblicati sui canali social della senatrice. (La redazione del sito)

https://www.instagram.com/reel/DZu2Yw7svi8

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Apprendo adesso della morte di Luisa Muraro, che ho incontrato prima ancora del femminismo, quando fui invitata da Elvio Fachinelli a partecipare alla preparazione del convegno sulla “pratica non autoritaria” nella scuola, da cui sarebbe poi uscito il libro L’erba voglio, Einaudi 1971.

Dopo il decennio degli anni ’70, che ci ha visto insieme, dal collettivo di via Cherubini alla Libreria delle donne e la sede di Col di Lana, una divergenza sulle posizioni del femminismo ci ha allontanate, senza per questo interrompere un dialogo critico alla distanza.

Se leggo l’intervista, raccolta da Elvira Roncalli insieme alla mia e a quella di Adriana Cavarero – Il futuro è aperto, Prospero Editore 2025 – mi rendo conto che il filo conduttore della lunga storia che abbiamo condiviso non è mai venuto meno.

Alla domanda di Elvira Roncalli se c’è «uno scarto tra l’esperienza soggettiva del femminismo e il femminismo come sapere teorico», Luisa risponde:

«Su questo mi viene in mente quello che dice Lia Cigarini, è lei che mi ha introdotta nel pensiero femminista ed è tuttora un’autorità per me […] Lei ha una veduta chiara su questa questione. Io non ho una veduta chiara su questo. So che la teoria è necessaria e so anche che la teoria non basta. Se lo diciamo con Hannah Arendt, se crediamo di sostituire l’esperienza o la realtà con qualche veduta teorica, cadiamo in errore. Infatti, in altri momenti io contrappongo la teoria al racconto, alle volte è la pratica, ma altre è il racconto, cioè il racconto delle cose che capitano. È vero, io ho un gusto per la teoria, sono stata formata alla teoria e credo che la teoria – il pensare e ragionare teoricamente – siano indispensabili, ma non occorre che tutti lo facciano. Occorre invece che il pensiero ragionante non pretenda di completare il discorso e lasci posto all’esperienza».

Ciao Luisa.

(Post Facebook, 13 giugno 2026)

È morta a ottantasei anni Luisa Muraro, filosofa, “maestra” e attivista femminista, tra le fondatrici della Libreria delle Donne di Milano. Era un punto di riferimento per il femminismo vivo e contemporaneo

La Libreria delle Donne di Milano ha annunciato con dolore la scomparsa di Luisa Muraro, una delle sue fondatrici, oltre che filosofa, attivista femminista e tra le figure centrali del pensiero della differenza sessuale in Italia. Muraro è morta questa mattina, sabato 13 giugno, all’età di ottantasei anni. «Luisa era una maestra, la più grande maestra che io abbia incontrato», si legge nel messaggio diffuso dalla Libreria, che la ricorda non solo come intellettuale ma come punto di riferimento umano e politico per generazioni di donne e uomini.

Chi era Luisa Muraro

Nel ricordo condiviso dalla Libreria, Muraro viene descritta come una guida capace di attraversare mondi diversi: la scuola, l’università e gli spazi del femminismo politico. Ha insegnato per molti anni all’Università di Verona dove ha contribuito alla nascita della comunità filosofica Diotima, insieme ad altre studiose, dando vita a uno dei laboratori teorici più influenti del pensiero femminista italiano contemporaneo.

La sua figura è ricordata come quella di una “maestra” nel senso più ampio del termine: per gli studenti, per chi l’ha letta, per chi ha partecipato ai suoi seminari e per chi ha condiviso con lei percorsi di pensiero e pratica politica. Centrale, nel suo approccio, era l’idea che la relazione fosse la misura di ogni cosa, anche nel rapporto con la tecnica e con la scrittura.

Luisa Muraro e la Libreria delle Donne

La storia di Muraro è profondamente intrecciata con quella della Libreria delle Donne di Milano, spazio nato nel 1975 e diventato un punto di riferimento per il femminismo italiano e internazionale.

Come ricostruito anche da Fanpage.it, infatti, la Libreria è stata un luogo politico e culturale che ha dato voce a soggettività femminili spesso escluse dal dibattito pubblico, costruendo nel tempo una rete di pensiero e pratiche condivise. In questo contesto, Muraro ha lavorato fianco a fianco con altre figure fondamentali del femminismo milanese, tra cui Lia Cigarini, scomparsa recentemente e ricordata anch’essa tra le co-fondatrici della Libreria.

(Fanpage.it, 13 giugno 2026)

Filosofa e pedagogista, tra le figure più autorevoli del femminismo italiano, Luisa Muraro si è spenta a Milano alla vigilia del suo ottantaseiesimo compleanno. La sua morte un mese dopo la scomparsa di Lia Cigarini

Domani avrebbe compiuto ottantasei anni Luisa Muraro, filosofa, pedagogista, tra le figure più autorevoli del femminismo italiano, è morta oggi nella “sua” Milano. A darne notizia è stata la Libreria delle donne di Milano, di cui fu tra le fondatrici e le principali animatrici, con un messaggio pubblicato sui social. «Una grande maestra», la definiscono le donne della Libreria. «Lo è stata per i suoi studenti, dalla scuola media all’Università di Verona, dove ha insegnato tanti anni e dove ha dato vita, con altre, alla comunità filosofica Diotima; per le donne e gli uomini che l’hanno letta e ascoltata; per chi ha avuto la fortuna di pensare con lei». La morte di Muraro arriva poco più di un mese dopo la scomparsa di un’altra storica fondatrice della Libreria delle donne, Lia Cigarini. 

Nata nel 1940 a Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza, Muraro a Milano si era laureata all’Università Cattolica. E proprio a Milano, a cui era legata in modo indissolubile, avrebbe sviluppato gran parte del proprio percorso intellettuale e politico. Dopo gli anni dell’insegnamento e dell’impegno nei movimenti delle donne, contribuì alla nascita della Libreria delle donne di Milano, aperta nel 1975 in via Dogana e divenuta uno dei luoghi simbolo del femminismo italiano ed europeo.

L’incontro con Lia Cigarini

Muraro apparteneva alla generazione che contribuì a costruire il femminismo della differenza in Italia. Dopo l’incontro con il gruppo Demau (Demistificazione autoritarismo patriarcale), una delle prime esperienze femministe italiane, a Milano conobbe Lia Cigarini, destinata a diventare una delle figure centrali del suo percorso politico e teorico. Insieme fondarono nel 1975 laLibreria delle donne, luogo che sarebbe diventato un punto di riferimento internazionale in città e per il pensiero femminista. 

Il ricordo di Lea Melandri

Tra i primi ricordi arrivati dopo la notizia della scomparsa c’è quello della scrittrice e saggista Lea Melandri, compagna di percorso nei primi anni del femminismo milanese. In un messaggio pubblicato sui social, Melandri ricorda di avere conosciuto Muraro ancora prima della stagione femminista, all’inizio degli anni Settanta, durante il lavoro con lo psicanalista Elvio Fachinelli attorno all’esperienza pedagogica de L’erba voglio. «Dopo il decennio degli anni ’70, che ci ha visto insieme, dal collettivo di via Cherubini alla Libreria delle donne e la sede di Col di Lana, una divergenza sulle posizioni del femminismo ci ha allontanate, senza per questo interrompere un dialogo critico alla distanza», scrive Melandri. Un passaggio che racconta bene la storia del femminismo italiano: una vicinanza politica e intellettuale che non ha escluso differenze profonde. Eppure, osserva Melandri, «il filo conduttore della lunga storia che abbiamo condiviso non è mai venuto meno». A confermarlo, secondo la saggista, sono le parole pronunciate da Muraro in una recente intervista raccolta da Elvira Roncalli nel volume «Il futuro è aperto» (Prospero Editore, 2025), dove la filosofa rifletteva sul rapporto tra teoria ed esperienza: «La teoria è necessaria e so anche che la teoria non basta», affermava Muraro, aggiungendo che il pensiero non deve mai pretendere di sostituire la realtà vissuta. «Occorre invece che il pensiero ragionante non pretenda di completare il discorso e lasci posto all’esperienza». Melandri conclude il suo ricordo con un semplice saluto: «Ciao Luisa».

(Corriere della Sera, 13 giugno 2026)

È morta a Milano Luisa Muraro, filosofa, pedagogista e attivista. Nata a Montecchio Maggiore (Vicenza) il 14 giugno 1940, ha dedicato la sua vita professionale alla condizione delle donne. Il suo lavoro si è concentrato sul cosiddetto femminismo della seconda ondata, quello nato alla fine degli Anni Sessanta, che insiste sulla differenza tra donne e uomini. Senza ovviamente rinnegare il valore dell’uguaglianza, ma usandolo come punto di partenza. Il primo nemico è il sessismo, con tutto ciò che da esso deriva. Fu tra le fondatrici della Libreria delle Donne.

L’intervista a TuttoLibri

Nel 2010 raccontava a TuttoLibri che si avvicinò al femminismo «negli Anni Sessanta, quando arrivarono le prime ondate dagli Stati Uniti». «Ancora prima che iniziasse il movimento italiano – raccontava –, ho iniziato a leggere Sexual Politics di Kate Millet e Betty Friedman, La mistica della femminilità. Poi da noi sono iniziati i gruppi di autocoscienza: il trionfo dell’oralità, un’esperienza molto intensa, cui non rendono giustizia le spente trascrizioni. Quindi con la maggioranza delle donne gli scambi restavano orali. Solo il rapporto con Carla Lonzi è stato sempre mediato dalla scrittura: non l’ho mai conosciuta, ma ho molto apprezzato i suoi librini verdi, come Sputiamo su Hegel. Poi, dal 1975 ho scoperto Luce Irigaray, con Speculum e Questo sesso che non è un sesso, che è diventata il mio punto di riferimento per il pensiero della differenza. Insieme agli scritti politici di Virginia Woolf, Le tre ghinee e poi Una stanza tutta per sé, che leggo e rileggo».

La Libreria delle Donne

Oltre all’incontro con Luce Irigaray, nel 1975 aprì anche la Libreria delle Donne: «Fu un’iniziativa rivoluzionaria – ricordava la filosofa –. Adesso si fatica a comprenderne la portata, ma a quei tempi vendere solo libri scritti da donne aveva un gran significato, poiché persino le donne colte avevano poca familiarità con la letteratura femminile. Si avevano pregiudizi verso le scrittrici: io stessa ad esempio pensavo che Jane Austen scrivesse per dare consigli di comportamento alle ragazze, e l’avevo sempre evitata. Dopo anni passati ad occuparmi solo di saggi, l’ho scoperta allora, insieme a Ivy Compton-Burnett e a Elsa Morante. Il femminismo è uno sfondamento di ordine intellettuale, oltre che simbolico e sociale: quando la differenza femminile interviene, cambia il paesaggio circostante. È il processo simbolico di un movimento interiore, e la lettura si presta benissimo a questi viaggi, è come e meglio delle droghe».

La difesa del femminismo

Le era stato chiesto se il femminismo aveva fallito, era il periodo degli scandali a sfondo sessuale che avevano travolto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: «Che c’entra il femminismo? Semmai, ne esce confermato nella sua critica della politica e dei partiti, ma anche questa è una forzatura, le esigenze che avanziamo si pongono su un altro piano rispetto alla storia degli uomini – aveva risposto Muraro –. Oggi ci riconosciamo in una Veronica Lario. Detesto anche il moralismo spicciolo che critica le veline: niente di male a mostrarsi se può essere l’inizio di una carriera, purché non sia l’anticamera della prostituzione. Non fanno fare una bella figura alla tv italiana, ma questo è un altro discorso. Non bisogna mai giudicare le singole persone che provano a tenersi a galla, piuttosto bisogna prendersela con chi è in posizione di potere».

(La Stampa, 13 giugno 2026)