L’animo di vedere chi ti sta davanti, un attimo, come dice Luisa Muraro (A proposito di gentilezza), uno sguardo di intesa: ti vedo! L’apertura a vedere che l’altra c’è è l’apertura al riconoscimento della sua esistenza, personalità, azione e pensiero. Sì, dice molto, moltissimo: invece che sole con se stesse ci si mette in apertura all’altra. Perché? Perché ci relazioniamo invece di restare sole. Relazionarci è il grande guadagno di sentire che l’altra c’è. Non ci vuole tanto tempo o ce ne vuole tantissimo, ma quell’attimo di vista è un ascolto, più ti disponi a vedere e sentire, ad interagire più ti piace conoscere un’altra persona. Qualcuna va avanti un’intera vita.

Il 13 novembre è il giorno della gentilezza (ndr)

Metro, 12 novembre 2010

L’eroismo dei gentili

di Luisa Muraro

Per chi vuole coltivare in sé e intorno a sé la gentilezza, questi sono tempi eroici. A formare una persona gentile contribuiscono il suo temperamento, l’educazione ricevuta e la cultura circostante: nella nostra società non mancano persone spontaneamente inclini alla gentilezza così come non manca l’educazione di base nelle famiglie e nelle scuole, ma è franata la cultura sociale. Le nemiche della gentilezza, villania e volgarità, trionfano sulla scena sociale. Non è colpa di nessuno, le cose sono andate così. Tutti invocano un po’ di gentilezza, pochi la offrono. D’altra parte, non si può comprarla (quella che si compra è finta). Si riceve in regalo e si ricambia. Si può anche cercare di produrla in proprio e offrirla a chi non la conosce. È contagiosa, ma meno delle sue nemiche. Come posso insegnare la gentilezza ai miei alunni, mi ha chiesto una prof. Come si insegna un’arte marziale, le ho risposto: le mosse giuste, il senso della misura, la nobiltà d’animo; alle alunne, insegna a non imitare i villani e a coltivare la differenza femminile insieme alla forza: nessuno si permetta di crederle deboli perché gentili, tutto al contrario.

Confesso che, personalmente, non sono sempre gentile con le persone che conosco: con queste esprimo a volte la violenza congenita che ho dentro, fidando nel nostro rapporto. In compenso, sono gentile con le persone sconosciute in cui ci si imbatte nel caotico mondo di oggi. Dicono che per essere gentili ci vorrebbe del tempo e noi non ne abbiamo, io mi sono specializzata in una gentilezza mordi e fuggi: un sorriso e uno sguardo d’intesa, a chi? A un essere umano. Quello che propongo non è certo un buon esempio, ma un’idea: concediamo alle nostre vite e alle nostre città il lusso di essere ogni tanto gentili per la pura gioia di esserlo.

(Metro, 12 novembre 2010)

Da Il Quotidiano del Sud – Il parto di che mondo e mondo è un’esperienza solo delle donne che per secoli hanno partorito in casa aiutate da levatrici, poi ostetriche, mammane, vicine di casa, donne anziane esperte. Donne custodi di saperi, competenze e relazioni cancellate dall’ospedalizzazione e medicalizzazione del parto, ritenuto dalla medicina ufficiale più sicuro. Un “Gruppo di ostetriche” di Mestre, sulla spinta del movimento politico delle donne, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso ha tenuto in vita la pratica del parto in casa, rendendo onore al «sapere scientifico femminile» e ponendo al centro la relazione tra madre ed ostetrica. Un’esperienza la loro che Franca Marcomin, fondatrice del gruppo, racconta nel libro Parti in casa a Venezia. Storia di un’ostetrica femminista e delle sue colleghe, edito da Il Poligrafo. Ciò che spinge l’autrice è il desiderio di lasciare memoria e testimonianza di quarant’anni di straordinaria esperienza sua e delle sue colleghe, di formazione e trasmissione di memoria che hanno cambiato la concezione di questa antica professione. Destinatarie del libro sono le giovani ostetriche neolaureate o in procinto di laurearsi perché «sappiano che non partono da zero. C’è una genealogia femminile a cui riferirsi, che costituisce un precedente di forza» e perché traggano orientamento «dall’elaborazione e dal pensiero delle donne sul parto». Al racconto diretto dell’autrice si unisce la voce delle colleghe attraverso interviste e quella di alcune delle madri aiutate in questi anni a partorire in casa in modo naturale, restituendo «autorità ai saperi, alle pratiche e alle relazioni femminili presenti sulla scena della nascita». Racconti e testimonianze che ci dicono come la casa «si è rivelato il luogo più vicino a una nascita naturale e non violenta», senza traumi e ferite, di cui le madri sono protagoniste attive e non passive, e le ostetriche si riappropriano di quella autonomia di cui hanno goduto per secoli le loro ave e che negli ospedali è stata loro tolta da medici, ginecologi e primari. Le donne hanno sempre saputo come fare nascere le loro creature, le ostetriche sanno come aiutarle a partorire in modo “naturale”. È pur vero che «non tutte le donne possono partorire a casa propria», allora perché non «rendere l’ospedale il più possibile simile a una casa?». Trasformare le strutture ospedaliere per «fare del momento della nascita un’esperienza soddisfacente per la madre, il padre e il neonato o neonata», come nel parto in casa, è stato l’obiettivo dell’autrice e delle sue colleghe che hanno continuato a lavorare anche in ospedale, qualcuna, invece, si è licenziata. Si sono impegnate per avere ovunque «forme pubbliche di assistenza per il parto in casa e l’assistenza a domicilio dopo la dimissione precoce dall’ospedale dopo il parto». Qualcosa in molti ospedali è cambiato, grazie a loro e a tante altre: c’è di nuovo l’autonomia nell’assistenza al parto fisiologico e l’ostetrica può far intervenire il medico solo quando ne ravvisa la necessità clinica. Alcune regioni nei loro piani sanitari hanno inserito la possibilità di scelta dei luoghi del parto e/o il rimborso delle spese dei parti a domicilio. Molto deve ancora cambiare: il parto in casa è solo l’1%, non è offerto dal Servizio sanitario e nessuna legge nazionale in tal senso è stata mai approvata, anche se presentata. «Credo sia giusto che ogni donna possa scegliere di partorire nel modo che lei sente più sicuro e giusto per sé», dice una madre con esperienza di parto sia in casa che in ospedale. In un tempo in cui si cerca di cancellare la madre attraverso l’utero in affitto non ci si deve dimenticare «che comunque il luogo del parto è il corpo sessuato» di donna. Un corpo che si vuole cancellare come le levatrici, che le figlie, loro eredi, onorano con il loro racconto.

Da Fanpage – Un anno fa l’Italia piangeva la scomparsa di Giulia Cecchettin, uccisa a ventidue anni dal suo ex fidanzato Filippo Turetta. Non ci sono stati, nella storia recente, altri femminicidi che hanno avuto un così grande impatto sull’opinione pubblica e che, soprattutto grazie al comportamento dei familiari della vittima, sono andati ben oltre la commozione o il mero interesse per il “caso di cronaca”.

È difficile ricordarlo, a volte, ma i femminicidi non sono mai semplici casi di cronaca: c’è l’impatto devastante su chi rimane, ma c’è anche tutto il portato politico che ogni uccisione di una donna in quanto donna porta con sé. Questo lo sa bene chi si occupa di contrasto alla violenza di genere, ma è un messaggio che non è facile da far capire alla società.

Tendiamo infatti a considerare la violenza un fatto privato, che riguarda due individui: una vittima e un carnefice. A maggior ragione se questi due individui sono stati legati da una relazione affettiva, il rapporto tra causa ed effetto ci sembra ancora più ovvio: lei lo ha lasciato, lui l’ha uccisa. Ma è evidente che c’è qualcosa d’altro in questo rapporto, che ha a che fare non solo con le questioni personali dei due individui, ma col contesto politico e sociale che abitavano.

Cosa porta un ragazzo di ventidue anni a pianificare dettagliatamente l’uccisione della propria ex fidanzata? Cosa l’ha fatto sentire legittimato? I giornali cercano risposte facili: la depressione, la malattia mentale, la perdita dei valori, la vendetta. Sono risposte rassicuranti, ma fuori fuoco.

Nel caso di Giulia Cecchettin, il portato politico del femminicidio è riuscito a bucare l’anestetizzazione che ormai circonda il fenomeno della violenza di genere. Non solo perché tante giovani donne, sempre più sensibili e impegnate nel femminismo, si sono identificate in lei e nella sua storia di apparente normalità, ma anche perché è stato uno dei rari casi in cui qualcuno, la sorella Elena e il padre Gino, è riuscito a nominare un responsabile diverso dall’esecutore materiale. La parola “patriarcato”, sebbene usata da ormai più di un secolo in antropologia e da più di cinquant’anni nel femminismo, è piombata addosso agli italiani come un neologismo misterioso, di cui diffidare.

Ma la parola scelta da Elena Cecchettin è precisa, chirurgica, condivisa anche da chi si occupa di contrasto alla violenza di genere, che ne individua la causa proprio nei rapporti di disparità di potere tra uomini e donne. Potere che non è tanto quello istituzionale o economico, ma più il potere di decidere per se stesse, di porre fine a una relazione senza conseguenze, di andare avanti con la propria vita, di laurearsi, di realizzarsi. È questo potere che fa paura agli uomini che uccidono le donne, e il femminicidio di Giulia Cecchettin ne è la dimostrazione.

Un paio di settimane dopo la sua morte, 500mila persone sono scese in piazza con l’organizzazione femminista Non Una Di Meno, nella Giornata internazionale contro la violenza di genere. Chi è stato in quella piazza ha percepito commozione, rabbia, ma anche l’impressione che da quel punto non si poteva più tornare indietro, solo andare avanti.

A un anno di distanza però questo proposito non sembra essersi realizzato davvero. La famiglia Cecchettin ha continuato il suo impegno di divulgazione, ora diventato anche una Fondazione che porta il nome di Giulia. Le istituzioni, dal canto loro, non si sono mosse di un passo: persino la promessa di istituire corsi di educazione alle relazioni fatta in quei giorni in fretta e furia dal ministro dell’Istruzione non si è mai davvero concretizzata.

I fondi contro la violenza continuano a scarseggiare, le misure securitarie, come il braccialetto elettronico, non funzionano e il nuovo protocollo d’intesa Stato-regioni rischia di mettere ancora più in difficoltà i centri antiviolenza.

La società italiana, dopo settimane di grande coinvolgimento emotivo, è tornata al punto di partenza. Almeno 90 donne sono state uccise dal partner o dell’ex dall’11 novembre 2023. I loro nomi, salvo alcuni casi, sono tornati a essere caratteri stampati per qualche giorno sui quotidiani. La parola “patriarcato” ricompare ogni tanto in qualche salotto televisivo, tra brontolii di disapprovazione. Il processo nei confronti di Turetta è cominciato rivelandoci fin troppi dettagli.

Il femminicidio di Giulia Cecchettin ci ha risvegliati da un torpore. Le parole di Elena ci hanno indicato una causa. Quelle di Gino ci hanno invitato ad assumere una responsabilità. Non le abbiamo ancora ascoltate davvero. Anzi, abbiamo lasciato che il compito di riaggiustare questa società ricadesse sulle loro spalle, anziché prendercene cura tutti insieme, e dopo qualche mese siamo tornati a parlare di violenza di genere solo nelle occasioni “comandate”: 8 marzo e 25 novembre.

Ma non è giusto dire che il femminicidio di Giulia Cecchettin non ci ha insegnato niente. Giulia non doveva morire per darci una lezione, ma laurearsi, cominciare la sua carriera da ingegnera, coltivare le sue passioni, vivere. Esercitare quel potere che spaventa gli uomini ma che, in fondo, spaventa tutti noi: il potere di una donna libera.

Da Avvenire

Pino Pinelli non è “caduto” dalla finestra del quarto piano della Questura di Milano. Pino Pinelli, ingiustamente incolpato della strage di piazza Fontana del 1969, è stato «ucciso innocente nei locali della Questura di Milano il 15-12-1969», come recita la lapide posta in piazza Fontana nel 1977 da «gli studenti e i democratici milanesi».

La redazione del sito

https://www.avvenire.it/c/2024/PublishingImages/a8351433fea64492bd261e35bacc347a/Piazza-Fontana-Pinelli.jpg?width=1024
Licia Rognini, vedova dell’anarchico Giuseppe Pinelli, è morta all’età di 96 anni – Ansa

Si è spenta a novantasei anni la vedova di Giuseppe, caduto dalla finestra della questura durante gli interrogatori per la strage di piazza Fontana. Nel 2019 l’incontro con la vedova del commissario Calabresi

Per anni ha difeso la memoria di suo marito. Quel ferroviere anarchico, Giuseppe (Pino) Pinelli morto in questura nel dicembre del 1969, caduto dalla finestra del quarto piano durante un lunghissimo interrogatorio per la strage di Piazza Fontana. Il ricordo di quella notte, con l’annuncio della tragedia dato dai giornalisti che bussano alla sua porta e poi confermata da una drammatica
difesa del marito, che una frettolosa e orientata ricostruzione dei fatti aveva indicato tra i responsabili della strage, e poi nella ricerca della verità su quel tragico 12 dicembre, dignitosa e mai doma. Licia Rognini, questo il nome da nubile, era arrivata a Milano nel 1930 a due anni non ancora compiuti da Senigallia, nelle Marche.
Cresciuta in viale Monza, conobbe Pino a un corso di esperanto, la lingua universale: sposi in chiesa nel 1955, nell’appartamento di via Preneste allietato da due bimbe, Claudia e Silvia, Licia batteva a macchina le tesi degli studenti per contribuire al bilancio familiare mai abbondante con lo stipendio del marito ferroviere. Una storia comune che cambia la notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969. Pino era da alcuni giorni in questura: c’era arrivato dal circolo anarchico Scaldasole a bordo del suo motorino seguendo l’auto del commissario Luigi Calabresi che stava indagando sul primo atto del terrorismo in Italia, la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana.
I depistaggi dei servizi deviati orientarono le indagini sulla pista anarchica e Pinelli venne interrogato a lungo e per giorni. Poi, nella notte, la tragedia. Il ferroviere cadde dal quarto piano in circostanze mai chiarite fino in fondo dopo un interrogatorio che si era protratto ben oltre le 48 ore previste dalla legge. Per Licia sarà sempre la diciottesima vittima innocente della strage, come si legge sulla targa che Palazzo Marino pose nel 50° anniversario della bomba. Un riconoscimento preceduto dieci anni prima da un evento storico, come lo definì la stessa Licia: l’invito al Quirinale per la Giornata della memoria delle vittime del terrorismo con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che definì Pino Pinelli «vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti, e poi di un’improvvisa, assurda fine».
Quel 9 maggio del 2009 diventò una data storica perché fu anche la prima volta che Licia Pinelli incontrò e abbracciò Gemma Capra, la vedova del commissario Calabresi: «Mi sarebbe piaciuto incontrarla prima. – ricordò Licia Pinelli – Non c’è mai stato rancore verso la famiglia Calabresi; non l’ho mai provato, anzi. Non ci deve essere odio, c’è il ricordo e basta». «Ho un ricordo tenerissimo di quell’abbraccio al Quirinale tra me e Licia Pinelli, quando lei mi disse: “Peccato non averlo fatto prima”», ha detto in queste ore Gemma Capra, vedova del commissario assassinato da un commando di Lotta Continua il 17 maggio 1972, che nel suo libro La crepa e la luce ha scritto che «quella frase non la dimenticherò mai».
«Eravamo due donne legate dallo stesso dolore – ha aggiunto – e siamo state capaci di cogliere l’importanza di un incontro pacificatore. La ricordo con affetto, lo stesso che ho provato nei nostri successivi incontri, e porgo alle sue figlie Silvia e Claudia le mie più sentite e affettuose condoglianze». Nominata, insieme a Gemma Capra, Commendatore della Repubblica nel 2015 dal Presidente Sergio Mattarella, Licia Pinelli si è spenta ieri nella sua abitazione di Porta Romana convinta che «lo Stato abbia perso, però non ha saputo colpire chi ha sbagliato».

Da La Stampa – Sui manuali di storia più attenti alla storia dell’umanità si trova scritto che, nel ’900 e a parte quella freudiana, l’unica rivoluzione riuscita senza spargimento di sangue e senza presa del potere è quella femminista. È vero, anche se trovo imprecisa l’indicazione perché, in realtà, si dovrebbe dire che è l’unica rivoluzione in corso: come sosteneva Carla Lonzi, il femminismo è «l’eterna istanza delle donne». La sua bellezza, la sua eleganza e le sue ragioni vanno mantenute, insieme alla sua radicalità, qualsiasi sia l’istanza femminile che porti avanti. Ma le cose si stanno ingarbugliando e confondendo, tanto che si è obbligati ormai a parlare di “femminismi”, usando malamente quel plurale che piace tanto agli adoratori e alle adoratrici del caos cognitivo contemporaneo. Il femminismo è diventato un campo di battaglia, almeno in Italia, ma non nel nobile senso che aveva dato a questa espressione Etty Hillesum, descrivendo il suo obbligo a farsi lei stessa campo in cui si scontrano e si evidenziano le più abissali contraddizioni. Oggi, tempo di guerre e di rigidi schieramenti identitari, il campo di battaglia che è diventato il femminismo sta mostrando una certa perdita di orientamento e di radicalità, parola quest’ultima che sta ad indicare un’etica della differenza sessuale, come Luce Irigaray auspicava si costruisse per mostrare anche il disgusto femminile per la violenza sui corpi, non solo delle donne. Se il femminismo, inteso come movimento e non come somma di gruppi identitari, diventasse luogo di scontri violenti e non, invece, di conflitti fecondi come sempre è accaduto per differenze interne inevitabili ma compatibili, allora diventa un obbligo fare chiarezza pubblica e indicare ciò che non può accreditarsi pubblicamente con il nome di “femminismo”. A proposito: è di questo periodo lo stupore di gran parte delle femministe per l’attribuzione a Giorgia Meloni del titolo di “icona del femminismo”; la si elogia perché «vive all’interno di un matriarcato» (sic!); la si propone addirittura, lei il presidente, come colei che «ha reso femminile la politica», e invece le donne di sinistra, poverine… Questo disinvolto uso di frasi a effetto si accompagna all’accreditamento politicamente corretto delle donne “di destra” come esemplari femministe. Bisogna avere il coraggio di fare chiarezza: le magnifiche sorti e progressive della donna che riesce a imporsi ai compagni di partito con una leadership (anche come premier di governo) non possono essere separate dai contenuti che il suo governo impone alla nazione. Da quando la forma non è anche il contenuto? La carriera personale è ammirevole e legittima, ma con il femminismo c’entra di striscio, e forse neanche, se non è inscritta in un orizzonte di contenuti condivisi dal movimento femminista. Il femminismo di tutti i tempi si è battuto soprattutto per la giustizia sociale, primariamente intesa come dovuta alle donne, ma non solo alle donne, sia chiaro. Si è battuto sempre e anche ora e anche domani per la libertà femminile (e di tutti) e per l’autodeterminazione delle donne. Cosa rimane di femminismo in una ministra che chiede ai medici di denunciare le coppie che hanno praticato la cosiddetta maternità surrogata all’estero? Non rimane nulla. C’è un grosso discrimine, infatti, utile per verificare l’appropriatezza del vanto di praticare il femminismo (e addirittura quello della differenza sessuale, il più eticamente radicato) da parte dell’attuale governo, e da parte delle donne che lo sostengono. Il discrimine è questo: le cosiddette destre di ieri e di oggi agiscono con la privazione progressiva delle libertà, anche individuali; elaborano soprattutto norme punitive agevolando la formazione di regimi di stretta sorveglianza sociale; restringono o azzerano la libera espressione del pensiero; millantano di occuparsi del bene del popolo mentre attaccano i beni comuni come lo sono la cultura, la sanità, ecc. ecc. Tutto questo è senza ombra di dubbio distruttivo della libertà femminile di ieri, di oggi e di domani, conquistata con ammirevole pazienza nel corso di due millenni.

Le leggi hanno scarsa efficacia quando tentano di forzare dei cambiamenti nella società, e peraltro di solito registrano invece quelli già avvenuti. In questo caso hanno anche una valenza simbolica, perché la norma esprime la trasformazione di quello che è condiviso dalla comunità e quello che considera inaccettabile, diventando a sua volta orientante. Una parte del femminismo chiede una messa al bando mondiale della pratica che viene definita “gestazione per altri”, sia per sradicarla, sia per marcare a livello simbolico che in tutto il mondo è inaccettabile assoggettare corpi altrui alla realizzazione dei propri progetti, che è illegittimo imporre pratiche mediche potenzialmente nocive a donne sane, “prenotare” e pagare neonate e neonati come se fossero articoli di merce prodotti su misura. Per questo molte, all’estero e in Italia, hanno accolto con favore la recente legge italiana che stabilisce la perseguibilità in Italia della surrogazione di maternità, già reato da vent’anni, commessa da cittadini italiani anche se all’estero. Dall’estero, estranee al contesto in cui la legge è stata approvata e ignorandone i termini precisi, molte la vedono come un primo passo verso l’internazionalizzazione del divieto, come un’importante occasione da cogliere. Qui in Italia però dobbiamo trattare la questione in modo più approfondito.

La norma dovrebbe avere un taglio che sancisca il riconoscimento dell’inviolabilità del corpo femminile per avere l’impatto simbolico che desideriamo come femministe, ma non è affatto così. Il reato di cui si estende la punibilità è stato istituito dalla legge 40/2004. Va ricordato che questa legge non è ispirata all’autodeterminazione delle donne: mira a “tutelare” l’embrione a prescindere dalla madre, facendone un potenziale portatore di un conflitto di interessi con lei, come se potesse esistere e svilupparsi scisso dalla madre e quindi dalla sua volontà. La logica non è quella dell’inviolabilità del corpo femminile. Il punto oggetto dell’intervento legislativo è il comma 6 dell’articolo 12, che recita: «Chiunque, in qualsiasi forma,realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni ola surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro». «Chiunque», «in qualsiasi forma», «realizza» è una formula che mette la gestante e la fornitrice di ovuli sullo stesso piano dei soggetti che dispongono dei loro corpi per i propri fini, vantaggi o profitti: agenzie di intermediazione, cliniche, committenti. Il torto non è ridurre a mezzi di produzione le donne coinvolte, ma l’uso dei gameti e degli embrioni. Questo taglio può essere davvero d’aiuto a una battaglia contro la gpa centrata sull’inalienabilità della libertà delle donne e sulla relazione tra madre e figlia o figlio come fondamento della nostra umanità?

La pratica della maternità surrogata va sradicata internazionalmente, certo, perché dove è legalizzata consiste nel legittimare contratti privati inaccettabili, che violano un sacco le convenzioni internazionali sui diritti umani ratificando il controllo totale di ogni aspetto della vita e del corpo della gestante, la sua perdita di libertà d’azione e d’espressione, la costrizione a subire trattamenti medici che ne mettono a repentaglio la salute, e si concludono di fatto con la compravendita di una neonata o un neonato, separato traumaticamente dalla madre. Non si può sradicarla però se non si considera uno dei due soggetti coinvolti, la madre, o forse nessuno dei due, dato che il comma 6 dell’art. 12 si preoccupa di gameti ed embrioni, ma della neonata o del neonato non fa menzione.

Quello di cui c’è bisogno è un nuovo patto di civiltà che rompa il “contratto sessuale” ereditato dal patriarcato e rifondi a partire dalle donne i principi di indisponibilità del corpo al mercato e l’inalienabilità della libertà umana, che attualmente in Italia e nel mondo sembrano essere compresi solo se attagliati sul corpo maschile, che ne è stato il modello fondante e il beneficiario intenzionale.

A rendere più opaco l’impatto di questo provvedimento contribuisce l’aura nefasta di due anni di leggi repressive con cui il governo in carica ha creato decine di nuovi reati e ha inasprito le pene di quelli esistenti, inquadrandolo in un disegno repressivo piuttosto che di riconoscimento di libertà femminile, aggravato dai commenti con cui la presidente del Consiglio ne ha accompagnato l’iter, per esempio che «non bisogna perdere la specificità del ruolo della madre e del padre», commenti che rimandano più a rigide divisioni di ruoli familiari e all’imposizione della presenza della figura paterna.

La prima volta in cui ho sentito parlare di gestazione per altri (GPA) è stato all’incirca dieci anni fa, in concomitanza con la legge Cirinnà sulle unioni civili. Già allora bazzicavo ambienti più o meno politici, più o meno reali – direi più virtuali che altro. Già allora facevo dell’ora di religione in classe occasione di dar voce alle mie remore relative al sistema che allora chiamavo “eteropatriarcale” in cui mi vedevo calata. Così un giorno finimmo a parlare di questa famosa GPA. Ovviamente mi sembrava scontato definirmi pro alla pratica, anche in senso di bastian contrario con quanto comunicato dai miei compagni maschi e/o cattolici e/o omofobi.

Mi sono portata dietro questa posizione a lungo, un po’ sollevata dallo slogan l’utero è mio e lo gestisco io: mi sembrava una posizione di libertà, non sapevo fosse una posizione liberista. Il badge di “pro-GPA” si aggiungeva alla mia fascetta da brava femminista, attiva su ogni fronte, pronta a ripetere ogni serie di slogan appresi nei vari circoli cassa-di-risonanza.

Ho iniziato a pormi più domande in merito alla pratica solo avvicinandomi al pensiero della differenza, quando ho iniziato a leggere i testi delle cosiddette “femministe storiche”, quando ho iniziato a studiare, a leggere, tutto per i fatti miei, lontana dalla bolla del femminismo del terzo millennio. Ho iniziato a pormi più domande in merito quando ho trovato il modo di relazionarmi con altre donne alla ricerca di un nuovo pensiero critico, lontano dagli slogan, lontano dai settarismi, dai vari pro e contro. Ho incontrato voci di donne del passato e del presente che mi hanno tolto la spilla sulla fascia e mi hanno fatto riflettere sulle contraddizioni tra libertà e liberismo: come potevo io – che avevo passato l’estate a leggere Il Capitale – accettare passivamente queste nuove logiche del tardo capitalismo che mercifica ogni aspetto della vita? Così ho letto di molte donne e femministe che da anni studiano e scrivono per una presa di coscienza allargata.

Allo stesso tempo ho letto contro queste donne commenti abietti, carichi di prese di posizione e strumentalizzazione, figli della logica binaria che ora pervade e appiattisce il discorso politico, soprattutto sulla GPA. Così se sei “pro”, ecco la tua spilletta, sei con noi, fai parte di qualcosa di bello, sei progressista, sei aperto, sei giovane, sei bello. Se sei anche solo dubbioso, sei “contro” e se sei “contro” non sei solo contro la GPA, sei “contro” tutto, sei contro di noi, sei cattolico, sei bigotto, sei fascista, sei chiuso e devi stare zitto.

Ho avuto paura di esprimere la mia posizione insieme ai miei conoscenti. Ho avuto paura delle dita puntate, della strumentalizzazione delle mie opinioni, di sentirmi dare della fascista catto-bigotta solo perché ritengo che una transazione economica non sia il non-plus-ultra della libertà femminile. Mi sarebbe piaciuto dirlo ad alta voce, a una cena. Mi sarebbe piaciuto dire «Ritengo che questa legge sia l’ennesima strumentalizzazione del corpo delle donne, che vuole strizzare l’occhio al conservatorismo imperante nell’ambito di una serie infinita di provvedimenti repressivi e che non sarà mai la soluzione al problema; però dobbiamo ricordarci che la GPA è l’ennesima mercificazione del corpo delle donne al servizio del sistema capitalista, non è libertà, è l’ennesima prigione», ma non l’ho fatto. Sono stata zitta e ho continuato a mangiare. Ho pensato a quello che avrebbero potuto dire su di me, come avrebbero travisato la mia posizione, come sarebbe andata a finire e sono stata zitta.

Così il liberismo si appropria del corpo delle donne e del discorso politico che lo circonda. Annacqua le pratiche, scioglie le relazioni e strumentalizza la lotta. Con questo binarismo si annulla il dialogo, che viene sostituito con shitstorm e porte in faccia. Allora forse, quando sono contro, mi tengo tutto per me: così non perdo il mio badge.

Da Roba da Donne

L’attore, in una lunga intervista a Vanity Fair, parla del suo ultimo lavoro, una rivisitazione dell’Otello che non empatizza con il protagonista. «Avrei fatto un’operazione antistorica se avessi permesso al pubblico di provare compassione per il carnefice».

Oltre a essere uno degli attori più brillanti della scena cinematografica italiana, Edoardo Leo è anche un uomo intenzionato ad abbattere i dogmi del maschilismo tossico e del patriarcato, come dimostra l’impegno nel sindacato Unita, che chiede condizioni eque per i lavoratori dello spettacolo, nel direttivo diUna Nessuna Centomila, fondazione nata per parlare e sensibilizzare sulla violenza di genere che vede tra i propri membri volti noti della musica, dello spettacolo e del grande schermo italiano, ma anche alcuni lavori di cui è stato regista; come il più recente, Non sono quello che sono, una rilettura in chiave contemporanea e non “machista” dell’Otello di Shakespeare che, finalmente, non romanticizza la gelosia ossessiva del “moro”.

In quel film, nelle sale dal prossimo 14 novembre, Leo interpreta Jago, l’“amico” che stuzzica la gelosia in Otello, in un’idea che gli è venuta, racconta in un’intervista per Vanity Fair, con «un titolo di giornale: “Uomo uccide la moglie e poi si suicida”. Ho pensato: è la storia di Otello».

L’idea, spiega l’attore romano al giornale, in realtà gli è venuta in mente anni fa: «Quel titolo risale al 2006 o al 2007. Volevo che Non sono quello che sono fosse il mio esordio alla regia, ma allora non me l’avrebbe prodotto nessuno: io non ero nessuno, il cinema puntava sulle commedie e i femminicidi non occupavano le prime pagine dei quotidiani. Ho cominciato comunque a scrivere la sceneggiatura nei ritagli di tempo. Ho letto parecchie traduzioni e visto tutti i film possibili sull’Otello, musical indiani compresi».

Pur restando fedele all’originale, ha tolto dalla figura di Otello quell’aura di commiserazione che ha portato per anni a empatizzare con lui, il femminicida; un’operazione che ancora troppo spesso avviene nei casi di cronaca, complice anche la pessima narrazione giornalistica dei fatti. «Avrei fatto un’operazione antistorica se avessi permesso al pubblico di provare compassione per il carnefice – dichiara Leo – Ho tagliato di netto il famoso monologo dell’addio alla vita del protagonista, cavallo di battaglia di tanti primi attori del ’900. Per questo verrò bannato da qualche circoletto di Shakespeare? Va bene così».

Sulla fase di preparazione del film Edoardo Leo ammette: «ha acceso una luce sul mio maschilismo inconsapevole, sui comportamenti patriarcali che qualche volta non ho riconosciuto o tenuto a bada […]. Ho realizzato di non essermi mai indignato guardando il pugilato, sport nobilissimo dove a un certo punto però una ragazza in costume sui tacchi sfila con il cartellone del round e gli spettatori la insultano per divertimento. Quando è uscito il film Mia, ho intimato a mia figlia di 14 anni: “Non permettere a nessuno di dirti come truccarti, come vestirti, a che ora uscire. Nemmeno a me”, e mi sono pure sentito figo. Non mi ha sfiorato invece il pensiero di chiedere a mio figlio, oggi diciottenne, se è mai stato ossessivo, morboso, possessivo. L’altro giorno, davanti a una partita di calcio in tv, mi sono rivolto a un giocatore con un’espressione infelice: “Ma fai il maschio!”. Siamo tutti parte del problema». La soluzione, per lui, per arginare il maschilismo interiorizzato che ci vede tutti come vittime, è «fermarci: per riflettere su quello che diciamo e facciamo, per metterci in discussione. E, per quanto mi riguarda, spingere di più sul potere dell’arte».

«Ci sono femminicidi che scuotono l’opinione pubblica più di altri – aggiunge – Quando è stata uccisa Giulia Cecchettin ero in tournée a teatro e tutti parlavano della sua storia. Ho deciso di cambiare metà dello spettacolo: ho cominciato a leggere alcuni passaggi del monologo di Franca Rame Lo stupro e le domande agghiaccianti che nelle aule di tribunale vengono rivolte alle donne vittime di violenza sessuale. Prendendo poi le parole di Elena Cecchettin, «Non fate un minuto di silenzio per mia sorella, fate un minuto di rumore», ho chiesto agli uomini presenti in sala di alzarsi in piedi e alle donne di fare un baccano infernale.

Dal palco io guardavo quegli uomini: qualcuno è rimasto seduto, molti avevano il terrore dipinto in faccia, altrettanti mi hanno detto che non avevano mai provato un tale imbarazzo. Sa che cosa rispondevo? “È lo stesso che avverte una ragazza quando al ristorante, vestita come pare a lei, va verso il bagno e passa davanti a un tavolo di quattro maschi: nel migliore dei casi la fissano come carne da macello, spesso le rivolgono commenti terribili”. Ecco, nella vita privata, posso fare che, se sto a quel tavolo, me ne vado; nella vita professionale, invece, devo creare occasioni di riflessione».

Da La Stampa – Il mare di fango e lamiere di calle Gómez Ferrer, alla periferia Sud di Valencia – immagine divenuta simbolo della catastrofe, con le sue carcasse di automobili accatastate e rovesciate contro le facciate delle case, con le sue figure che vagano smarrite in quella scena esorbitante – era talmente assurdo da far pensare, sulle prime, a una simulazione prodotta dall’intelligenza artificiale: qualcosa di non verosimile, che investe lo statuto della verità; qualcosa che chiede decostruzione, dunque rassicurazione.

Le automobili sbalzate sull’autostrada o inabissate in sotterranei divenuti vasche di melma, la solitudine di chi vi è restato imprigionato – «come topi», ha detto il sindaco di Utiel, uno dei centri più colpiti –, i garage di casa, gli ipermercati, i luoghi della nostra normalità divenuta distopica, toccano qualcosa che giace sul fondo della nostra coscienza e che non vogliamo sapere.

Una rappresentazione perturbante della fragilità e della follia del nostro modo di vivere: le macchine in cui passiamo tanto tempo da essere diventate un’estensione del nostro corpo ridotte d’un tratto a rifiuti di metallo, i corpi di persone perse e disperse negli abitacoli, aggrappate a uno smartphone senza segnale, ci mettono di fronte al nostro carrello della spesa, al biglietto del parcheggio sotterraneo, alle code in autostrada, al cellulare come cordone ombelicale col mondo, a un modo di vivere innaturale e cieco che è concausa dei disastri prodotti da un clima ingovernato e forse già ingovernabile.

Ci mostrano lo smarrimento davanti alla perdita delle cose senza le quali ci pare di non essere, la cui deprivazione tocca la nostra identità profonda, al punto da preferire non vedere, non sapere, non correre ai ripari, non pretendere politiche diverse da un’imbarazzate inadeguatezza fatta di negazione o di millantata preoccupazione a coprire la ricerca del profitto, da ultimo con la riesumazione delle centrali nucleari, magari a Venezia.

La risposta, da noi come in Spagna, è negare il disastro, isolarlo come evento straordinario, criminalizzare chi lo denuncia, procedere nella marcia ferrata della distruzione. Siccità, ondate di calore, desertificazione, incendi, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento dei mari, erosione costiera, uragani, tempeste di grandine, alluvioni, piogge torrenziali: tutto viene rimosso, ridotto a scontro ideologico, mostrato come una stucchevole panoplia di minacce senza costrutto o con un secondo fine da smascherare e respingere.

La realtà ci passa davanti agli occhi e si sfalda come il residuo di un sogno: gli alberi secolari di Milano divelti e scagliati sui cavi dei tram da un downburst a cento chilometri orari, le ripetute alluvioni dell’Emilia-Romagna, il mare nel sud d’Italia ancora estivo a novembre, l’iperbole del Sahara allagato. Il desiderio è sempre lo stesso: richiudere, dimenticare il più in fretta possibile, anche quando i fenomeni ci toccano da vicino.

Nel 2023, l’Italia ha subito 378 eventi meteo estremi, il 22% in più rispetto all’anno precedente. Incendi in Trentino, grandinate nel Veneto, mareggiate nelle Marche, ondate di calore in Calabria, desertificazione di intere zone della Sicilia, visti immancabilmente come eventi a sé stanti. Guardiamo senza vedere, in un doppio registro cognitivo dove ogni enormità viene normalizzata, negata, ricacciata in fondo alla coscienza, ben lontana dalla necessità di pretendere da chi ci governa decisioni politiche conseguenti.

Meglio adattarci a vivere sempre più in bilico, fingendo che sia normale. Le scale mobili così familiari che portano a riprendere le nostre macchine dopo aver fatto una grande spesa sono ora ripugnanti, inservibili accessi al magma nauseabondo in cui i corpi si stanno decomponendo; così come, verosimilmente, si decompongono le merci sugli scaffali, allegorie medievali del trionfo della morte sui beni terreni, non fosse che qui si tratta di beni intensivi, non diversamente dalla nostra vita, e dalla nostra morte.

«Ciascuno reca racchiusa in sé la propria morte. Come il proprio nòcciolo un frutto», scrive Rilke ne I quaderni di Malte Laurids Brigge. Ma la morte che rechiamo oggi nel petto è un nòcciolo che non germina, un ogm delle serre. La morte mostrata dall’iconografia macabra di Valencia è industriale, è la scomparsa dei singoli nella solitudine di luoghi affollati e iperconnessi, in templi dissacrati del quotidiano, inventario delle emissioni climalteranti prodotte da automobili, industria, agricoltura e allevamento intensivi.

È una morte alienata, deprivata che dice della nostra normalità, come Pompei cristallizzata sotto la lava. La morte di Valencia per un momento prezioso squarcia un velo e ci rende estranea la nostra esistenza fatta soprattutto di solitudine: prigionieri dei dispositivi, delle automobili, degli ipermercati, privi di comunità.

L’Oms ha definito la solitudine «un problema di salute pubblica globale», al punto che la Gran Bretagna, primo Paese al mondo, ha istituito il Ministero della Solitudine. Ma solitudine e crisi climatica sono fenomeni connessi, non solo perché lo stile di vita che maggiormente induce la catastrofe è prerogativa di un mondo fatto di bolle di esistenza e consumi individuali, ma perché le conseguenze della crisi climatica rendono ancora più inerme chi è solo. Più di otto milioni di italiani sono esposti al rischio di frane e alluvioni – su 900mila frane in Europa, 600mila si sono verificate in Italia – e il 40% degli italiani vive da solo. Uno su dieci dichiara di non avere nessuno a cui chiedere aiuto in caso di bisogno.

Conforta il rovesciamento agito dai cittadini della comunità valenciana che, abbandonati dalle autorità regionali, si sono autorganizzati portando soccorso a La Torre, Alfafar, Paiporta e agli altri luoghi simbolo della tragedia. Non è un caso che il climatologo di fama mondiale Jean Jouzel abbia affermato, in un’intervista a La Stampa, che il surriscaldamento globale deve essere affrontato con una «solidarietà reale».

E non stupisce che il governatore della Regione valenciana, esponente del Partito popolare alleato dell’estrema destra di Vox che nega il cambiamento climatico, abbia diffuso un video che minimizzava l’allerta idrogeologica proprio mentre il ciclone Dana iniziava a flagellare le zone interne, inducendo così la popolazione a non adottare le misure di sicurezza che avrebbero potuto evitare, o almeno contenere, l’ecatombe.

D’altra parte, non appena insediata, nel 2023, la giunta di destra aveva eliminato il piano per l’emergenza climatica e azzerato l’unità di crisi creata dal precedente governo: una spesa inutile, diceva, mentre procedeva alla cementificazione della costa. I corpi di lamiera spiaggiati in calle Gómez Ferrer, le scale mobili allagate che scendono in una morgue limacciosa sono un’apparizione del nostro tempo, impietosa nella sua agnizione. «C’è un sapere che preesiste a tutti gli approcci, ad ogni ricezione delle immagini», scrive il filosofo e storico dell’arte Georges Didi-Huberman. «Ma avviene qualcosa di interessante quando il nostro sapere precedente, composto di categorie già fatte, è messo in pausa per un momento – che inizia nell’istante stesso in cui l’immagine appare».

Da la Repubblica

Intervista a Manuela Ulivi, avvocata, presidente della Casa delle donne maltrattate di Milano e consigliera nazionale D.i.Re. (Donne in rete contro la violenza)

Perché c’è un aumento così rilevante delle minorenni fra le persone offese?

«Penso che finalmente nell’elaborazione dei dati abbiano prestato attenzione anche alla “violenza assistita” considerando i figli minori della donna maltrattata in famiglia sempre persone offese. L’abbiamo chiesto nelle interlocuzioni con la Procura».

Quindi non c’è un aumento delle ragazze che restano vittime di aggressioni e violenze?

«Certo che c’è. A Milano, fra le 4-5 mila denunce annue per maltrattamento, violenza sessuale e stalking, c’è sicuramente un dato importante e in crescita che riguarda le giovanissime. Ma ci sono ancora troppe archiviazioni. E il numero delle denunce va confrontato con quello delle sentenze. Facciamo una manifestazione proprio sabato su questo tema: le ragazze sono il bersaglio nelle relazioni tossiche di cui abbiamo tutti la responsabilità».

Cioè?

«Sono relazioni di dominio, che nascono anche dal fatto che li chiamiamo “fidanzatini”. È uno sbaglio considerare le prime storie d’amore già come legami fortissimi, perché questo lascia spazio alla volontà di dominio, di controllo. Queste relazioni da giovani possono ingabbiare».

Gli adulti sbagliano se danno importanza alle prime storie d’amore dei figli?

«Non parlo solo dei genitori, ma più in generale della società, dei mass media anche, che anche nel modo di dare le notizie sono indirizzati verso l’amore “per sempre”, un amore assoluto, protettivo, che però così può diventare relazione di possesso, invece che relazione libera e felice, da cui un giorno si può anche uscire».

Quindi la cultura del “per sempre” sui giovani è pericolosa?

«Lo è quando viene intesa come un “sei mia”. Da lì nasce il senso di possesso che può fare danni gravi».

E le violenze dopo le feste, dopo l’alcol, il sesso preso come gioco che sfugge di mano?

«Sì, tutto quello esiste ed è vero, ma non dobbiamo cavarcela col dire che è tutta colpa dei social, che c’è in giro tanto nervosismo. Bisogna smettere di girare la testa dall’altra parte. C’è bisogno che gli uomini si esprimano e non dicano soltanto “io non sono un violento”».

Molti se la cavano dicendo “lei ci stava”.

«Il consenso deve esserci all’inizio. E non è che se una accetta di andare a casa di qualcuno allora “ci sta”».

il manifesto – Nessuno stupore che il Presidente della Comunità autonoma di Valencia, Carlos Mazón, cerchi di bloccare le carovane di giovani e di persone solidali che accorrono nelle zone colpite dall’alluvione per portare il loro aiuto: acqua, viveri, abiti asciutti, coperte, medicamenti. E per spalare il fango, liberare chi ne è rimasto imprigionato, salvare ciò che ancora può essere salvato. «Ai volontari dico – ha detto – tornate a casa». Perché?

Innanzitutto, perché è un uomo di destra e un negazionista climatico; non vuole che si diffonda la percezione diretta delle dimensioni del disastro che si sta rivelando molto maggiore di quanto accertato finora. È uno che, come dice Altan, pensa che «Il sedicente cambiamento climatico da anni ci prende alla sprovvista». Quindi, non è successo niente che giustifichi la presenza di quei volontari. Poi, per far dimenticare di non aver dato l’allarme e, anzi, di aver tranquillizzato i suoi concittadini-elettori quando ancora poteva salvarne molti. L’allarme lo dà invece adesso, per bloccare i soccorsi: «Le strade possono crollare» avverte, perché l’emergenza non è finita. Poi, ancora, perché vuole controllare tutto. Infatti, ha impedito anche ai pompieri dell’odiata Catalogna di venire a prestare il loro aiuto; bastano quelli locali, che però non l’hanno presa bene… Ma, soprattutto, perché teme il volontariato, l’iniziativa dal basso, la mobilitazione popolare e soprattutto l’attivismo dei giovani; perché nella solidarietà attiva si creano relazioni, organizzazione, comunità, spirito critico, autonomia. Le premesse di un orientamento alternativo a quella soggezione che permette a chi comanda di gestire le cose a proprio piacimento. E ne potrebbe anche nascere una prospettiva radicalmente alternativa all’inerzia con cui i negazionisti, ma non solo loro, mandano avanti i loro affari cercando di nascondere i rischi che incombono sulle vite e la convivenza di tutti.

Il pensiero corre ovviamente ai cosiddetti “angeli del fango”: la marea di giovani accorsi spontaneamente per far fronte ai danni dell’alluvione di Firenze del 1966, una mobilitazione che aveva colpito chi già allora deprecava consumismo, disinteresse e passività nei giovani di sessant’anni fa. Ma c’erano, in quella mobilitazione, i segni riconoscibili, ancorché in gran parte non riconosciuti, di quella che un anno dopo sarebbe stata l’esplosione del ’68: prima nelle università e nelle scuole, poi tra i giovani operai delle fabbriche, poi in tutta la società.

Un processo registrato dapprima come una rivolta non priva di simpatie nel mondo benpensante, poi inquadrato come una sua “degenerazione ideologica”, per essere poi definitivamente archiviato come “anni di piombo”. Ma quello che era sfuggito allora ai commentatori, e che sfugge ancora oggi agli epigoni della denigrazione del ’68, era il fatto che accanto alla rivolta e al conflitto, e come loro ispirazione e supporto, c’era la scoperta della solidarietà, del valore delle relazioni non formali tra eguali, la creazione di uno spirito comunitario e di una cultura critica che avrebbe permesso il protrarsi di quelle mobilitazioni per quasi dieci anni e anche oltre: soprattutto in Italia, ma un po’ in tutto il mondo. Ciò che rende ragione degli sforzi messi in atto a livello globale per screditare, smorzare e poi affossare per anni quello spirito.

Poi, per avvicinarsi al nostro tempo, accanto a molti altri episodi abbiamo avuto una anticipazione di quello che succede oggi a Valencia con il terremoto dell’Aquila. Una voluta – per motivi di consenso – sottovalutazione da parte delle autorità del rischio incombente, mandando al macello centinaia di vite; poi uno sforzo indefesso per stroncare, purtroppo con successo, l’organizzazione, guidata soprattutto dai giovani, che si era andata costituendo nei campi degli sfollati per contrastare e sopperire alla criminale gestione del dopo-terremoto da parte di Berlusconi e della sua banda. Anche le alluvioni in Romagna avevano visto una grande ondata di solidarietà attiva, soprattutto di giovani. Proprio in quei giorni La Russa, che non se ne era accorto, aveva invitato «i giovani» ad andare a spalare il fango invece di imbrattare i monumenti. Ma quelli lo avevano preceduto facendo entrambe le cose, perché sanno che oltre a rimediare ai danni della crisi climatica occorre fare tutto il possibile per costringere i governi a prevenirla.

Oggi probabilmente un inizio come quelli si ripropone a Valencia e dintorni e gli sforzi di Mazón per tenere i volontari lontani dall’esercizio della loro solidarietà si spiega bene con la consapevolezza che eventi come quelli di Valencia sono destinati a ripetersi e a moltiplicarsi, anche se in altre forme, in altri luoghi e in altri tempi; e con essi, il consolidarsi delle reti di solidarietà. Una consapevolezza che accomuna tanto chi vuole combattere la deriva imboccata dalla crisi climatica e ambientale, e tra questi soprattutto i giovani, quanto i negazionisti che costruiscono il loro consenso sulla falsa promessa che nulla cambi.

Ma c’è in tutti, anche se non in maniera chiara, l’idea che la solidarietà, le relazioni, lo spirito di iniziativa e l’autonomia che si sviluppano in una mobilitazione come quella che si è messa in moto a Valencia, se riusciranno a consolidarsi, possono costituire l’embrione di una alternativa, sociale e culturale, prima ancora che politica, in grado di misurarsi con le dimensioni della crisi ambientale e climatica. Abbiamo visto negli ultimi anni un movimento di giovani, innescato dagli “scioperi” di Greta Thunberg e poi affiancato da altre organizzazioni e reti impegnate nella stessa battaglia, che hanno messo all’ordine del giorno, con modalità differenti e alterne vicende, la crisi climatica e ambientale come sfida esistenziale per la loro generazione e per tutte quelle a venire. Finora non hanno trovato l’occasione per consolidarsi in un processo capace di garantirne la continuità o la riproposizione in forme più efficaci: ma la frequenza, l’intensità e la gravità dei disastri climatici che ci attendono sono destinati a diventare altrettante occasioni per imporre una svolta radicale alle politiche ufficiali, quelle che alla crisi ambientale rispondono con l’inerzia e il business as usual.

La legge che estende la sanzione per la surrogazione di maternità prevista vent’anni fa (dalla l. 40/2004, art. 12 c. 6) «anche se il fatto è commesso all’estero», approvata dal Senato il 16 ottobre scorso, è opera della maggioranza parlamentare di destra ma l’impulso è venuto da gruppi femministi italiani e di altri paesi che da tempo si battono contro l’utero in affitto o gestazione per altri. Però non tutte le donne impegnate in questa lotta sono d’accordo con l’istituzione del cd “reato universale”, c’è discussione anche in questo sito. C’entra il fatto che la legge è stata proposta e approvata dalle destre e la sua strumentalizzazione fa problema, ma l’obiezione di fondo è che «la via non sia la criminalizzazione per legge» (Laura Colombo, Conquiste del femminismo?, 17 ottobre 2024). Sì, la via è agire per «una presa di coscienza allargata». Tuttavia proprio per questo considero questa legge un aiuto, perché il diritto ha una funzione simbolica prima che repressiva. Si tratta di un simbolico maschile di eredità patriarcale, certo, ma sulle grandi questioni di civiltà può sostenere la possibilità di un altro ordine di rapporti.

Penso alla prostituzione: come aveva capito e lottato Lina Merlin negli anni ’50 in Italia, per abolirla serve penalizzarne lo sfruttamento. Non è bastato e non basta, è evidente, a sradicare questa forma tenace della sessualità maschile, ma è un punto fermo che va nella direzione della presa di coscienza, continuata dalle donne fino a nominare la prostituzione “stupro a pagamento” (Rachel Moran) invece di chiamarla lavoro come fa chi vuole perpetuarla in tempi di libertà femminile. E penso alla schiavitù, che a volte esiste ancora in modi più o meno nascosti anche nel lavoro salariato, ma certamente è diventata impensabile: a chi mai verrebbe in mente oggi di proporre un dibattito pro o contro la schiavitù? La lotta degli abolizionisti è riuscita a sradicare una istituzione plurimillenaria, considerata normale in molte culture.

Ho ricordato prostituzione e schiavitù perché in tante vediamo nella gestazione per altri una somma delle due forme di disumanizzazione. Come la prostituzione, l’utero in affitto sfrutta il corpo femminile, come la schiavitù fa dell’essere umano un oggetto di scambio. Per fortuna non si è ancora radicato nella cultura, esiste da poche decine di anni ed è forse possibile che non occorrano millenni per abolirlo nel mondo. Tuttavia ha dalla sua la potenza della tecnologia e del capitalismo, ed essendo una realtà nuova non è facile capirne il senso (ricordo che vent’anni fa la credevo una forma di solidarietà fra donne). Anche per questo considerare la surrogazione di maternità “reato universale” può servire a prendere coscienza che è in pericolo qualcosa di irrinunciabile dell’umano. Se non riuscirà a impedire nei fatti la sua pratica, specie nelle forme surrettizie silenziosamente portate avanti da alcuni (la madre rinuncia alla creatura, il “padre” la riconosce e poi sua moglie l’adotta), il divieto assoluto è un segno inequivocabile della sua inaccettabilità.

Soprattutto per le creature, che sono al centro dei miei pensieri più delle loro madri. Creature progettate apposta per essere private della madre per soddisfare bisogni altrui, vendute o regalate non cambia, e per vivere con chi le ha commissionate. Una crudeltà di cui non possiamo sapere le conseguenze, anche nell’inconscio dei committenti e nella loro relazione di “genitori”. Ma so per esperienza personale che quello che succede nella relazione materna prima e dopo la nascita ha effetti per tutta la vita, anche se non si vede e nessuno se ne accorge. Le poche interviste pubblicate di creature diventate adulte dicono che stanno bene e sono felici, spero di cuore che a tutte vada così. Ma hanno comunque subito una violenza grave.

Il diritto di un paese civile non può tollerare questa barbarità, ovunque essa si compia.

La discussione aperta dall’intervento di Laura Colombo e da quello di Paola Mammani e Tiziana Nasali mi riguarda e credo riguardi tutte noi.

Sono contraria alla maternità surrogata; non sottovaluto e provo rispetto per il desiderio di maternità e di paternità – di tante donne e tanti uomini – che per ragioni diverse non si può realizzare; nonostante questo non riesco a sopprimere in me il sentimento di rifiuto per la contrattualizzazione commerciale del corpo delle donne e della maternità, non riesco a non provare indignazione per la separazione programmata di una neonata o di un neonato dalla madre. Sono femminista ma sono sicura che non sia determinante essere femminista per condividere queste mie convinzioni profonde.

Io non riesco a esultare per la recente approvazione al Senato del provvedimento legislativo che interviene sulla legge 40/2004, “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, che estende l’illiceità della procedura, già vietata in Italia, anche all’estero e mi ha colpito la denominazione di “reato universale” per perseguire accordi commerciali stipulati in altri luoghi del mondo – da alcune donne e alcuni uomini – per soddisfare il loro desiderio di maternità e di paternità.

In ogni famiglia c’è esperienza di creature cresciute da zie o zii o altre persone di famiglia senza figli; nei rapporti sociali è stata e, secondo me, resta la “risposta universale” al desiderio di maternità o paternità a chi non riesce, non riusciva, a realizzare il proprio desiderio e non può o non vuole ricorrere ad accordi commerciali per realizzarlo.

La legge del 2004 rispondeva al sentire di chi voleva opporsi all’introduzione in Italia della gestazione per altri (GPA), a quella commerciale e a quella cosiddetta solidale.

Quello che invece è avvenuto con il provvedimento legislativo del 16 ottobre ha, secondo me, un segno e una direzione diversa determinata dalla spinta dei movimenti pro-vita e dai partiti politici che vogliono riportare i rapporti sociali tra uomini e donne all’ordine simbolico e sociale del patriarcato. E a me poco importa che sia una donna a condurre o a intestarsi il gioco.

Ragioniamo dei rapporti di forza in campo, nel parlamento e nel paese; sostenere che in questa decisione il femminismo abbia orientato la politica è secondo me velleitario e un pericolo per l’autonomia della pratica e del pensiero politico del movimento delle donne.

Il femminismo ha modificato radicalmente i rapporti sociali, e dal pensiero politico della differenza sessuale sono nate le pratiche che hanno reso possibile questo cambiamento.

Tuttavia, persiste il rischio che parole e pratiche femministe vengano travisate dalla politica dei partiti. Dovremmo oggi interrogare il travisamento, il femminismo delle origini lo ha fatto a partire da Carla Lonzi.

Sicuramente «la presenza attiva di donne consapevoli e appassionate» ha impedito che si soffocasse il sentimento di rifiuto verso la gestazione per altri nonostante la “propaganda” di un pensiero che giustifica questa pratica con il desiderio di maternità e paternità e nega la differenza sessuale.

Ora serve esprimere la stessa autonomia – di pratica e di pensiero politico – nei confronti della “propaganda” di un pensiero che mette al centro la donna “madre” e la famiglia patriarcale e che in questo orizzonte interviene legislativamente anche sulla procreazione per altri.

In assenza di questa autonomia «ci sono tutte le premesse di una sconfitta» per il pensiero della differenza e non si troveranno parole nuove per le nostre pratiche politiche; la differenza sessuale sarà declinata nel ruolo assegnato da altri e inevitabilmente useremo le loro parole.

Da Avvenire

Eran Etzion, ex vice-direttore del Consiglio di sicurezza israeliano: «Nessuno sa cosa stia accadendo nel nord di Gaza: i media hanno accesso limitato per raccontarlo. Il che mi preoccupa»

«Se sei un soldato o un ufficiale, un coscritto, un professionista o un riservista, sei obbligato a rifiutarti di prendere parte a qualsiasi azione che rappresenti un crimine di guerra». Può sembrare quasi un’ovvietà. Se, però, a scriverlo e pubblicarlo su Twitter, il 22 ottobre, è Eran Etzion, il messaggio acquista una forza dirompente. Lo confermano le oltre 820mila visualizzazioni ricevute dal post solo nell’arco di una settimana. E gli strali dell’ultra-destra. Diplomatico ed esperto di strategia militare, Etzion è stato il vice-direttore del Consiglio di sicurezza nazionale tra il 2000 e il 2008. Tra il 2004 e il 2006 il suo capo era il generale Giora Eiland, l’autore del cosiddetto “Piano dei generali” che prevede l’evacuazione di tutti i civili del nord di Gaza mediante l’interruzione degli aiuti umanitari in modo da aumentare la pressione su Hamas. «Una proposta illegale poiché esorta ad “affamare” la popolazione e non assicura soccorsi adeguati per gli sfollati. Potrebbe costituire un crimine di guerra. Ecco perché io e molti altri siamo fermamente contrari», afferma Eran Etzion. Eppure tanti sospettano che l’operazione israeliana nei campi di Jabalia, Beit Lanoun e Beint Lahiya rappresenti l’esecuzione del piano, nonostante le rassicurazioni date agli Usa dal ministro della Difesa Yoav Gallant e dal premier Benjamin Netanyahu.

Il dubbio ha qualche fondamento?

Il premier lo ha negato nella riunione privata con il segretario di Stato Usa Antony Blinken. Quando, però, quest’ultimo gli ha chiesto di ripetere pubblicamente tale affermazione, Benjamin Netanyahu ha rifiutato. L’altro giorno, poi, Amit Segal, giornalista televisivo tra i più noti e più vicini al governo, ha detto, di fronte alle telecamere, che il piano è in marcia: si starebbe implementando la fase 1. Direi che qualche fondamento, dunque, il sospetto ce l’ha.

Che cosa sta accadendo nel nord di Gaza?

Non lo so, come non lo sa la gran parte dei cittadini. È proprio questo il problema. Non sappiamo quanto stia accadendo poiché i media hanno accesso limitato per raccontarlo. Il che mi preoccupa. Vorrei essere sicuro che i soldati israeliani stiano combattendo secondo le regole del diritto nazionale e internazionale.

Se i militari dovessero ritenere di no, potrebbero rifiutare di obbedire agli ordini?

Non solo possono, devono farlo. È la legge israeliana. C’è una decisione cruciale di una corte militare speciale del 1956: afferma che quando un soldato riceve un comando palesemente illegale – come una bandiera nera sventolata sulla sua testa, così si legge nel testo – ha l’obbligo di rifiutare. Da allora “bandiera nera” è sinonimo di ordine illegale.

Quanto sta accadendo nel nord della Striscia potrebbe essere una “bandiera nera”?

Potrebbe. Tocca a ogni militare sul campo valutare. Noi non possiamo farlo perché non ci è permesso di avere sufficienti elementi. Il punto è che da oltre un anno le autorità israeliane non consentono ai giornalisti, nazionali e stranieri, di entrare a Gaza se non alcuni a cui è consentita una breve incursione embedded. Un fatto inedito rispetto alle guerre recenti.

Qualcuno definisce la procedura illegittima.

Non so se sia illegittima. Ritengo, però, necessaria la presenza dei giornalisti se fattibile dal punto di vista operativo.

Ha senso proseguire la guerra?

Il conflitto sarebbe dovuto finire parecchio tempo fa. Almeno a maggio quando c’era una concreta possibilità di accordo che Netanyahu ha fatto naufragare ponendo più e più condizioni aggiuntive. Le ragioni per continuarlo non sono di tipo strategico o di sicurezza nazionale bensì riguardano gli interessi personali e politici del premier. È lui il maggior ostacolo per il raggiungimento di un’intesa a cui è favorevole il 70 per cento degli israeliani.

Potrebbe cambiare qualcosa da domani con il voto Usa?

Molto dipende da chi vincerà. Il ritorno di Trump sarebbe un disastro, non solo per Israele.

E Harris?

Non ha la bacchetta magica ma avrebbe maggiore libertà di manovra di Biden e aumentare le pressioni su Netanyahu.

Pensa all’interruzione dei rifornimenti di armi?

Spero non si debba arrivare a tanto. Forse sarebbe sufficiente che Netanyahu sentisse di avere meno margini con Washington.

E se i militari in massa decidessero di non obbedire agli ordini potrebbero fermare la guerra?

Difficile da dire. Sarebbe un caso estremo. Ma del resto siamo in una situazione estrema.

Da Il Fatto Quotodiano – Facile da qui: provateci voi, mentre vi tirano le bombe in testa in un campo profughi, mentre qualche manciata di proiettili vi rende orfani, mentre soffrite la fame e non avete acqua, mentre non potete andare all’ospedale se state male, provateci voi, mentre vi dovete nascondere in un armadio (col fiato mozzato) perché hanno fatto irruzione a casa vostra, mentre vi rinchiudete in un bunker perché le sirene vi fanno scoppiare la testa e il cuore, mentre vi sparano contro mentre ballate a un concerto. Facile da qui: provateci voi a parlare di pace da lì, dalla Striscia di Gaza e da Israele, in questo momento pieno di dolore e di rabbia in cui il Medio Oriente è sprofondato in un vortice nero, senza fondo e senza cielo, senza più parole. Non sarà facile come da qui, forse, ma chissà se può stupire – in questa epoca che rende un po’ assuefatti dall’indigestione di informazioni – sapere che dal centro di quel vortice nero c’è ancora chi non smette di provare a parlare di pace, nemmeno da lì, nemmeno dopo il crinale del 7 ottobre. Rabbini, suore cristiane, politologi, agricoltori, ex ufficiali dell’esercito diventati attori, attivisti, psicologhe, giovani renitenti alla leva, tour operator. Chiara Zappa, giornalista di Mondo e Missione che da anni racconta storie da quell’area del mondo, li ha definiti Gli irriducibili della pace (Ts Edizioni, 208 pp., 18 euro, prefazione di Noa). Il titolo inquadra con una parola la linea editoriale del libro: il ribaltamento del linguaggio a cui siamo abituati – gli irriducibili come quelli che si battono “all’ultimo sangue”, “fino alla morte” – per neutralizzare un immaginario stratificato negli anni per il quale le figure che non si arrendono sono i “forti” che fanno la guerra e coloro che fanno la pace invece sono disegnati come quelli che cedono, i “deboli”.

In questo libro, invece, l’ostinato è proprio chi solleva la bandiera bianca più in alto, e ancora di più in questi mesi in cui infuria il conflitto, fischiano i missili e il paesaggio è uno sterminato cumulo di macerie. Non tra israeliani e palestinesi, “la lotta dovrebbe essere tra gli estremisti e i moderati che vogliono condividere la terra fianco a fianco come uguali”. Può apparire una frase ingenua, al limite del fanciullesco, eppure a pronunciarla nel libro di Zappa è Mohammed Dajani Daoudi, 78 anni, politologo, professore all’università Al Quds di Gerusalemme, che discende da una delle storiche famiglie arabe della città tre volte santa e ha un passato giovanile ai vertici di Al-Fatah, il partito che fu di Yasser Arafat e combatteva per la liberazione della Palestina. “Al-thawra ḥattā al-nāṣir” c’è scritto nel suo simbolo: rivoluzione fino alla vittoria.

“Dicevamo no alla pace, no ai negoziati e no al riconoscimento dello Stato di Israele – racconta a Chiara Zappa nel libro. – Ricevetti un addestramento militare e mi radicalizzai sempre di più”. Finì bandito da Libano, Israele e Giordania e studiò negli Stati Uniti: “Questo mi permise di muovere i primi passi fuori dalla caverna dell’ignoranza e dell’estremismo e di assumere una nuova prospettiva”. Un grande sogno o una piccola speranza? è stata la domanda che ha fatto da crocevia della sua storia: è diventato il nome del suo modello di risoluzione del conflitto. Bisogna passare – è il ragionamento – dalla contrapposizione ebrei-arabi alle categorie di “coloro che, da entrambe le parti, accettano un compromesso in nome della pace oppure vi si oppongono”. In una parola wasatia che letteralmente significa via di mezzo e nel Corano – spiega Daoudi nel libro – indica l’equilibrio, la giustizia, la tolleranza”.

Sembrano parole cadute da un altro mondo eppure sono la copertina del lavoro di Chiara Zappa. “Dai margini del discorso pubblico a cui si è cercato di relegarli – sottolinea l’autrice nell’introduzione – gli ‘irriducibili della pace’ stanno provando a tornare al centro, per proporre la loro alternativa. Spesso sono liquidati come folli, ingenui, illusi. Ma l’utopia che inseguono è in realtà la forma più chiara di pragmatismo” perché “la forza, anche la più soverchiante, non potrà mai garantire incolumità e benessere a nessuna di queste due comunità talmente vicine da essere inseparabili”. Per rompere il muro del suono che investe tutto il mondo con la incessante descrizione di attacchi e vendette, raid e rappresaglie puntualmente giustificati dalle classi dirigenti di tutto punto armate, Zappa alza il volume della voce di 15 cittadini “comuni”: tra loro c’è chi ha perso dei parenti negli attacchi di Hamas del 7 ottobre e c’è chi ha pianto un figlio di 6 mesi perché dopo aver respirato i gas lacrimogeni lanciati dai militari israeliani nel villaggio di Battir (vicino a Betlemme) innumerevoli posti di blocco non permisero di arrivare in tempo a un ospedale.

Lo stile asciutto e l’esposizione britannica di Chiara Zappa permettono al libro di avere più livelli di lettura. Grazie alle informazioni di contesto e alle note esaurienti, per esempio, diventa una mappa per chi vuole riannodare i fili di una vicenda che si consuma da decenni, un equipaggiato che rimette in ordine gli elementi in un tornado di titoli strillati. Nello stesso momento riesce a svuotare il serbatoio dell’abituale racconto dei mass media declinata solo su un vocabolario bellico, attraversando le storie di chi è immerso – suo malgrado – nella tragedia di quelle terre. Layla Alsheikh è la mamma di quel bimbo di 6 mesi morto perché non soccorso in tempo. Oggi è un membro di Parents’ Circle che mette insieme 700 famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso parenti stretti. Dice Layla: “Non possiamo sederci ad aspettare che i nostri leader facciano qualcosa: abbiamo aspettato per più di 75 anni. E loro non ci hanno mai chiesto il permesso quando hanno fatto scoppiare l’ennesimo conflitto. È vero, sono i governanti ad avere in mano le scelte politiche, solo loro possono firmare un accordo di pace. Ma solo noi, cittadini comuni, abbiamo il potere di fare la riconciliazione”.

I leader fomentano la polarizzazione tossica, chiarisce a Zappa Sofia Orr. Ha 18 anni ed è la prima obiettrice di coscienza donna dopo il 7 ottobre (“ingenua, egoista, traditrice, persino ebrea antisemita” gli insulti che ha ricevuto). Ha passato 85 giorni in carcere su decisione della corte militare. È una refusenik, come si chiamano i renitenti alla leva: una circostanza sempre più rara. I giovani sono il bersaglio grosso di questa onda dell’odio e della guerra che si autoalimenta. “L’intera sfera politica – dice Sofia nel libro – si è spostata più a destra ed è diventata molto più violenta e aggressiva”. E le nuove generazioni, si spiega ancora, non hanno mai avuto neanche l’opportunità di vedere tentativi di colloqui di pace come invece i loro genitori. Così riconoscere le rivendicazioni degli “altri” non è nel novero delle opzioni. Quando ha spiegato all’opinione pubblica perché si è rifiutata di indossare la divisa dell’esercito, Orr ha messo giù concetti che appaiono indicibili in queste settimane: “Il presente e il futuro dei cittadini palestinesi e israeliani sono inseparabili. Non siamo ‘noi’ contro ‘loro’. La sicurezza e l’incolumità saranno raggiunte solo quando entrambe le parti vivranno con dignità: o perderemo tutti in guerra o vinceremo tutti in pace”. Nessuno può dire quanto tempo sarà necessario. Eppure è proprio dal centro di questi giorni di sconforto che questa israeliana del futuro lancia il suo messaggio verso l’avvenire: “Mi rifiuto di arruolarmi perché voglio creare una realtà in cui tutti i bambini tra il fiume e il mare possano sognare, senza gabbie”.

(Il Fatto Quotidiano, 3 novembre 2024, titolo originale: Ex ufficiali, renitenti alla leva, prof: la buona battaglia di palestinesi e israeliani per la pace in Medio Oriente (anche dopo il 7 ottobre): “La lotta non può essere tra i nostri popoli, ma tra estremisti e moderati”)

Da il manifesto – Alias

Oltrepassare, come Alice, lo schermo del mondo… Un numero di «Riga» su Giulia Niccolai (1934-2021), singolare artista dalle molte esperienze: fotografa, scrittrice sperimentale, monaca buddista

Se si apre la pagina Wikipedia dedicata alla poetessa, scrittrice, fotografa e traduttrice Giulia Niccolai, la voce Biografia si chiude con una curiosità: la fine della relazione intrattenuta con Adriano Spatola, col quale Niccolai ha convissuto per nove anni nel Mulino di Bazzano, la cosiddetta «Repubblica dei poeti», ispirerebbe il testo di una canzone di Guccini, Scirocco (lo segnala Alessandro Giammei su «Engramma», 145, 2017). La nota è succosa e in linea con il contesto divulgativo in cui è inserita, ma non rischia anche di suggerire, posta com’è a conclusione della (breve) scheda biografica dedicata all’autrice, una marginalizzazione della sua esperienza artistica, da misurarsi magari «in appendice» a quella della Neoavanguardia o, in questo caso, del compagno co-fondatore della rivista «Tam Tam»?

Chi conosce l’opera di Niccolai non ha dubbi riguardo alla sua autonomia e originalità, e sa che la vita della scrittrice potrebbe diventare il canovaccio di una sceneggiatura: italo-americana bilingue, esplora giovanissima il mondo come fotografa (immortalando, fra gli altri, Kennedy, Kubrick, Fidel Castro, Fellini…) per poi abbandonare, delusa, il reportage; a Roma, vive a casa di Giosetta Fioroni e si lega al Gruppo 63, come segretaria di redazione di «Quindici». Nel ’69 l’avanguardia chiude i battenti e Niccolai si trasferisce al Mulino con Spatola – ha stretto amicizia con Corrado Costa e Giorgio Manganelli, il suo «primo lettore» – per poi fuggire nel 1978 a Milano («feci una vigliaccata, […] scrissi una lettera e scappai»).

Ha già all’attivo un romanzo, numerose raccolte sperimentali, il libro d’artista Poema&Oggetto. Poi, l’ictus cerebrale, che la rende momentaneamente afasica (ecco una prima, strana coincidenza: lo stesso era capitato a Baudelaire, col cui nome gli amici pare chiamassero proprio l’ex compagno, Spatola), e la conversione al buddismo, il viaggio in India nel 1989 e la sua ordinazione a monaca. Continua a scrivere, accumulando riconoscimenti (nel 2006, l’onorificenza di Grande Ufficiale della Presidenza della Repubblica Italiana) e, quando viene intervistata da Sara Pagani nel 2018, ha più di ottant’anni e pensa alla morte senza paura, perché «è come decidere di cambiare vestito», «nasco dove voglio io la prossima volta».

Commemorandone la scomparsa, Andrea Cortellessa ricordava sul «manifesto» del 24 giugno 2021 la molteplicità delle vite che Niccolai sembra aver vissuto; si possono ripercorrere, oggi, sfogliando il ricco volume che «Riga 45» ha dedicato a Giulia Niccolai, a cura di Alessandro Giammei, Nunzia Palmieri e Marco Belpoliti (Quodlibet, pp. 495, € 26,00), attraverso interviste, una raccolta antologica e di interventi critici, saggi, scritti autobiografici. La numerosità dei contributi fa sì che queste disparate vite si ricompongano come in un mosaico, e tuttavia permane la sensazione che il ritratto definitivo di Niccolai, l’unico completamente «a fuoco», sia sempre imprendibile e rimanga «sul retro» della composizione, in un negativo pur così ben sviluppato.

Il che è, a ben vedere, una sorta di rovello per la stessa artista, nel corpo a corpo costante con la decifrazione della realtà che la circonda, dalla fotografia alla poesia al romanzo – che si intitola proprio Il grande angolo, rimarcando l’ulteriore prova dello sguardo dell’autrice sul mondo, recensita nel ’66 da Walter Pedullà e commentata per «Riga» da Graziella Pulce.

Basti prendere gli esperimenti prospettici di Facsimile, che giocano deformando, tramite rappresentazione, la realtà – una lattina e la fotografia di un barattolo, ritratti frontalmente, sembrano solidi e tridimensionali, ma spostando l’angolo dello scatto si svela la verità, ché «un oggetto fotografato si trasforma in un oggetto fotografato, e tale rimane» (si contempla, insomma, «la differenza tra apparenze fenomenologiche e stati ontologici», Taylor Yoonji Kang). O ancora, si pensi allo scavo linguistico della poetessa, al «lavoro di costruzione e decostruzione su significante […] e significato» di Greenwich – «Riga» ne accoglie l’introduzione di Manganelli, del ’71 – e al suo celebre calembour topografico «Como è trieste Venezia…», che ricerca una nuova correspondance tra senso e nonsenso nella deformazione del significante, un po’ come accadeva nei Facsimile.

Ciò significa che gli strumenti dell’indagine derivano dalla neoavanguardia, ma il loro impiego è orientato in una direzione privata, ironica e giocosa, non politicizzata (l’allontanamento da Roma è dovuto alla sensazione che «lì era impossibile fare una rivista di poesia perché tutti erano concentrati su altri scenari», afferma Niccolai nell’intervista di Massimo Rizza). La sua ricerca ruota, piuttosto, intorno alla discrasia fra le cose «come appaiono» e le cose come «effettivamente sono» (Beppe Sebaste), in una specie di tentativo di superare, come Alice attraverso lo specchio, lo schermo del mondo come rappresentazione. Non è un caso che Carroll rappresenti il feticcio della poetessa esordiente in Humpty Dumpty (1969), un «vampirico omaggio» di giochi di parole «trasgressivi» (Belpoliti), descritto qui da Milli Graffi, che prepara il terreno alle acrobazie verbali successive, da Substitution (’75) alle varie declinazioni dei famosi Frisbees, le «poesie da lanciare», alle ballate composte come «un’insalata russa» di lingue delle Russky Salad Ballads – fra cui la celebre Harry’s Bar Ballad, in cui l’autrice dichiara, come imprimendo un marchio a fuoco sul testo, la propria identità: «voglio del gin perché sono G. N. / Giulia Niccolai»; a mancare, nell’acrostico, è la I inglese di «io» prestata però, sub specie di passaporto identitario, alla chiusa della prima raccolta, «And Lewis I Carrol End», also known as A.L.I.C.E.

Emerge sempre, anche a partire dalle interviste a Giulia e dai contributi critici (Raffaele Manica, Rossana Campo, Cecilia Bello Minciacchi, Roberto Galaverni e molti altri) questo refrain della ricerca della corrispondenza fra la «parola» e la «cosa», la rappresentazione e la realtà, indagata facendo deflagrare le apparenze, semantiche o dell’oggetto, scrutate come attraverso un obiettivo fotografico mai dismesso. Ecco allora la seconda e ultima coincidenza: è proprio il testo che si citava all’inizio, Scirocco, che sembra inquadrare questa predisposizione, descrivendo non solo (o non tanto) la fine di una storia d’amore ma anzi suggerendo l’inizio di un altro rapporto, quello di Niccolai col mondo, per la propensione dell’artista a spingersi «a guardare dietro alla faccia abusata delle cose, / […], dietro allo specchio segreto d’ogni viso».

Se i tentativi – condotti tramite il medium fotografico e, poi, poetico – di attraversare lo specchio e incidere il velo schopenhaueriano finiscono per coincidere, è comunque la fede buddista a dare a Niccolai una risposta, perché è grazie a quest’ultima che la tensione irrisolta a ricomporre la realtà si placa e la poesia si rende inessenziale: «quando si riesce a squarciare anche solo momentaneamente il velo di Maya il senso di compiutezza è tale che la scrittura e la necessità di esprimersi per dare un senso alla vita non sussistono più».

E «adesso», si chiede Niccolai nel Diario del 2009, «come mi sento? Libera». A renderla inafferrabile è la libertà che ne contraddistingue l’esperienza artistica, nella capacità di cambiare percorso, di rileggersi – e personale – di donna che negli anni cinquanta brucia il motore della 600 «guidando in una sola notte da Milano a Lagonegro» (Palmieri). È forse proprio per questo che Silvia Mazzucchelli, che negli ultimi anni ha lavorato con Niccolai al suo archivio fotografico, immagina che l’amica si sarebbe stupita di questa pubblicazione: «Chi l’avrebbe mai detto che un giorno qualcuno mi avrebbe messo in Riga?».

Da Il Quotidiano del Sud – «Quello che succede oggi in Medio Oriente è per Israele un vero e proprio suicidio. Un suicidio guidato dal suo governo, contro cui – è vero – molti israeliani lottano con tutte le loro forze, senza riuscire a fermarlo. E senza nessun aiuto, o quasi, da parte degli ebrei della diaspora» scrive la storica Anna Foa nel suo libro di recente pubblicazione Il suicidio di Israele edito da Laterza. Ebrea della diaspora, l’autrice si rivolge a tutte/i le/gli ebree/i del mondo, in particolare a quelle/i dell’Italia, affinché prendano coscienza della necessità e dell’urgenza di agire per riappropriarsi dell’ebraismo e della memoria della Shoah, separandoli dallo Stato d’Israele e dai sionisti al governo, per fermare, prima che sia troppo tardi, l’antisemitismo insorgente.

«Gli ebrei – scrive – sono assimilati tout-court agli israeliani, ai sionisti e la guerra di Gaza alimenta ovunque l’antisemitismo» che «non è mai morto del tutto nel mondo, nemmeno nell’Europa i cui ebrei sono stati completamente distrutti nella Shoah». «Come fermare il suicidio di Israele se non attraverso una sollevazione dell’intera società? E come possono partecipare gli ebrei della diaspora?», visto che «quanto avviene si delinea come una catastrofe non solo per lo Stato ma anche per il resto del mondo ebraico?». Come spiegare quella identificazione? Per farlo, l’autrice ripercorre la storia del sionismo, anzi dei sionismi, e quella dello Stato d’Israele, nato come Stato ebraico, di tutti gli ebrei del mondo, cancellando «quella parte del sionismo che avrebbe voluto ebrei e palestinesi insieme in un solo Stato». Tale identificazione si completò col processo a Gerusalemme ad Eichmann con cui «lo Stato d’Israele si poneva come l’erede dei sei milioni di ebrei assassinati nella Shoah e si assumeva il ruolo di mantenerne la memoria». Poi nel 1974, con l’occupazione di Gaza e Cisgiordania, arrivarono i coloni, i sionisti religiosi messianici, oggi al potere, sostenitori della «terra d’Israele data loro da Dio e loro compito era colonizzarla e mantenerla ebraica». «Essi chiamavano – e ancora oggi chiamano – i territori occupati coi loro nomi biblici, Giudea e Samaria, a significare la volontà di considerarli parte integrante di Israele».

Il libro è un crescendo di domande. Come possono gli ebrei della diaspora non reagire di fronte ai morti di Gaza che sono opera di uno Stato che si dice democratico, ma che non esita a colpire vecchi e bambini per uccidere un solo capo di Hamas? Come possono parlare solo dell’antisemitismo senza guardare a ciò che in questo momento lo fa divampare, la guerra di Gaza? Come respingere l’assimilazione fra israeliani ed ebrei quando nella diaspora le voci contro Netanyahu sono flebili e accusate troppo spesso di antisemitismo? Come possiamo oggi limitarci a condannare l’antisemitismo che cresce, estendendo il termine “antisemitismo” ad ogni condanna della guerra di Gaza?

«Occorre una definizione dell’antisemitismo – è la sua risposta – che consente di distinguere nettamente ciò che è antisemitismo e ciò che non lo è». Certo, aggiunge, «è ingiustificabile l’atroce massacro del 7 ottobre ma altrettanto ingiustificabile però è chiudere gli occhi di fronte al massacro di Gaza, alle parole di pulizia etnica dei ministri di Israele, alla politica di Netanyahu che sta trascinando Israele nell’abisso» e rischia di trascinare con sé anche gli ebrei della Shoah vanificando l’insegnamento di tutti questi anni dei testimoni «mai più a nessuno». Conclude il libro con la consapevolezza che «non si può dare per scontato» che l’odio scatenato da entrambe le parti un giorno cesserà. Ma non ci sono altre strade. Un libro di una ebrea coraggiosa.

Da AP Autogestione e Politica prima

Mail art 2024 organizzata dalla Merlettaia di Foggia insieme alla Rete delle Città Vicine e all’Atelier di artiste dell’Alveare di Lecce: “Trame di vita” “Trame di pace” due temi che si intrecciano tra di loro, si annodano, si rafforzano.

È un appuntamento atteso con le artiste e gli artisti e anche con chi artista non lo è, ma che ci prova e lo diventa per il tempo e nello spazio di una cartolina.

La ricerca delle parole, dei colori, delle immagini, le modalità per rappresentare il proprio messaggio diventano una sfida, una pacifica sfida dove, grazie al cielo, non si vince nulla.

Una sfida con sé stessi e con il proprio desiderio che è anche quello di affidare la propria creazione allo sguardo critico, benevolo, severo, indulgente di chi si fermerà davanti alla piccola opera.

La mail art non è solo il prodotto finito che sono le cartoline.

È una strada percorsa da persone che si incontrano in tanti modi e si lasciano attraversare dalle altrui sensibilità.

Il suo iter, meraviglioso, comincia con le idee, le proposte sugli argomenti da sviluppare e le motivazioni.

Le problematiche che ogni giorno il mondo ci elargisce, con una generosità pari solo alla mancanza di senso di responsabilità in fatto di guerre, ambiente, questioni sociali, libertà, libertà femminile, discriminazioni, sono tante che non è difficile trovare il tema che sta più a cuore (eh sì proprio a cuore) a tutte e tutti sia individualmente che come associazioni.

Scelto il tema, segue la condivisione con il mondo degli artisti e delle associazioni con relativi inviti a partecipare.

La casa di Katia Ricci per oltre un mese diventa punto di raccolta di tutti i lavori, ogni anno più numerosi e di provenienza anche estera.

Arriva di tutto, carta cartoncini collage tavolette metallo ricami uncinetto fiori foglie foto e le previste piccole dimensioni, non sono da freno alle ambizioni artistiche, anzi si aggiungono alle sfide a cui accennavo prima.

Non mi dilungo sulla fase della ricerca dei luoghi dove tenere la mostra e le relative difficoltà, in quanto gli iter burocratici sono sempre un po’ noiosi da descrivere e a volte irritanti da vivere.

Però mi piace anche dire, per mia diretta esperienza, che quando ci si confronta con le istituzioni non solo sulla base dei ruoli, ma come persone, la relazione si fa più agile, più vera e diventa anche piacevole.

Tra una richiesta da un lato ed una concessione dall’altra e scambi più personali, ognuna/o comprende meglio le problematiche dell’altra/o con reciproca soddisfazione.

Con l’installazione delle artiste Rosy Daniello e Anna Fiore, le nude pareti del museo di Foggia, luogo della prima esposizione, hanno preso vita; vita che proseguirà coi successivi itinerari.

Colori, poesie, frasi, foto diventano il prolungamento dell’anima degli artisti/e della loro forza, delle loro fragilità.

Ma c’è un’altra fase artistica, una parte irrinunciabile della mostra che è la realizzazione a cura di Rosaria Campanella del video delle foto di tutte le opere (visibile su you tube digitando trame di vita trame di pace).

La mostra è itinerante e Anna Fiore, con la stessa attenzione con cui ha affisso al muro le opere, a chiusura della mostra, ha provveduto a toglierle, con amorevole cura e rispetto per il lavoro degli artisti/e.

Ciascuna opera l’ha avvolta in un foglio di carta per poi unirle in piccoli gruppi onde evitare che si potessero danneggiare. Ha recuperato quindi diligentemente spilli e pinzette varie, utili per la successiva esposizione e infine consegnandomi il tutto perché lo portassi a Vico del Gargano, successiva sede della nuova inaugurazione, mi ha chiesto, premurosa, se per caso volessi anche il martello (suo).

L’ho abbracciata per tutto l’amore che ci ha messo.

Così come mi viene di abbracciare Katia per la generosità e la pazienza (con gli artisti ce ne vuole, si sa);

Rosy alla quale siamo tutte legate con un tenace lungo filo di stima ed amore;

Rosaria per il video che rende ancora più belle le già belle opere;

e tutti e tutte senza il cui sostegno mai nulla si potrebbe realizzare.

Messaggi, sogni di pace, poesie desideri, esempi di un’altra vita possibile, sono stati espressi nelle cartoline, come nella mia dal lungo fiore azzurro, attraverso la quale desidero che sulla Terra venga seminata la Pace per far crescere e raccogliere la pietà, la speranza e veder rifiorire i sogni in nuove notti d’amore.

Ma questa mia utopia non riesce a lenire l’inquietudine, il disappunto, la rabbia che provo per ciò che accade nei luoghi del potere, dove la pace sembra essere un argomento di rari incontri autoreferenziali e sterili.

Di altro tenore e solerti nelle decisioni, invece, sono quelli sulla guerra e sulle armi vendute dalle ricche case di produzione.

Da qui nasce a mia poesia “Non hanno cieli gli uccelli” che condivido in questo scritto.

Lungi dal chiudersi a ogni speranza, la mia vuole essere una denuncia verso chi, pur avendo prerogative decisionali e strumenti, non si adopera concretamente per far cessare sofferenze e disumanità e non “libera la colomba della pace dalla inutile cornice in cui è stata messa”.

È una poesia che affianca il desiderio di pace, di fiducia, di attesa della mostra stessa, aggiungendosi così alla voce degli artisti e al positivo coinvolgimento emotivo che il pubblico sta esprimendo davanti alle opere e a tutta la manifestazione.

Non hanno cieli

gli uccelli

in tempo di guerra.

Non volano per i campi di grano

tra i rossi papaveri,

né sui paesi a cinguettare stagioni.

Hanno perso il nido

e anche le nuvole nelle quali nascondersi.

Cercano la pace,

la colomba di pace.

Fedele a se stessa, su rami anneriti,

è rimasta ad attenderla, seppur accartocciata,

una tenace piccola foglia d’ulivo.

Ma… non si vedono bianchi voli

in questi cupi cieli,

rumorosi di ferro e di fuoco.

Eppure una colomba c’è.

Proprio lì sulla tela,

l’artista ha dipinto una grande colomba luminosa.

Le sue ali sono … candide

le sue ali sono … aperte

le sue ali sono … ferme.

Sembra una croce e forse lo è.

Una croce che rammenta

il dolore … la morte,

ma non la redenzione.

È lì la PACE

dentro una inutile cornice dorata.

La inchioda

lo sguardo incolore

del pubblico che conversa distratto,

mentre sorseggia, lentamente,

il calice di un fresco prosecco

offerto dalla ricca Casa d’arte.

(AP Autogestione e Politica prima, ottobre-dicembre 2024)

Quando ci trovammo tra donne in un movimento di riflessioni sulla nostra condizione, negli anni sessanta, ci dissero altre donne che eravamo borghesi, come oggi ci dicono che siamo di destra, perché avevamo l’agio del benessere di pensare a noi stesse.

Eravamo di destra per la pratica maschile che esponeva la sofferenza degli altri tacendo la propria.

La destra perseguiva i propri interessi e faceva tacere quelli di ogni altra persona, anche quelli propri che perseguiva nella cecità, nel silenzio, sempre indicandone altri.

Indicare la luna, fare ideologia invece di parlare di sé stesse/i in modo da poter elaborare la verità della condizione umana fu per le donne in movimento la discriminante del fare politica con sincerità. Mettendosi in discussione personalmente. Mostrandosi agli altri e a sé stesse in modo da poter elaborare la verità della condizione umana: nelle sue differenze e uguaglianze, nelle sue similarità e personalità.

Essere di destra, ce lo siamo tenute. Perché la sincerità del tenere a sé stesse ci serviva a districare le nostre vite dal sacrificio per gli altri e a trovare noi stesse, con il coraggio di mostrare la nostra misura parziale di verità. Così dobbiamo continuare a comunicare tra noi e con tutti, facendo parlare le persone che, spinte dai loro dolori, si comportano egoisticamente senza il criterio della luminosità della loro esperienza.

Illuminate dal ragionamento ogni esperienza ci insegna; la pratica del dire sé stesse, ascoltate e discusse, interloquite, è lunga, difficile, noiosa se senza una guida che scavi nelle esistenze per toccare quel trauma, quel desiderio, quella rivalsa, quel non detto che ci spinge ciecamente.

La psicoanalisi, subito, fu una indicazione di approfondimento del nostro lavoro. Ma la paura di affidarsi alla cultura maschile, così falsificante e astuta nel comando di sottomettersi a chi ha più potere e si nasconde meglio è ancora qui a farci esitare tra coraggio di rischiare e volontà di vincere affermando il proprio desiderio su quello degli altri. O meglio per la paura di perdere il proprio desiderio.

Si può solo avere coraggio, si può solo rischiare per vedere la verità, continuamente.

Per questo la cultura femminile è proseguita abbandonando il ciclostile che le donne di sinistra ruotavano per gli uomini e agendo il proprio egoismo quanto più sinceramente era possibile, lottando contro il desiderio di mentire per vincere sugli altri.

Non dobbiamo vincere gli altri ma soltanto dire noi stessi. Questa l’indicazione delle donne, contro la pratica politica di sinistra di indicare negli altri le proprie sofferenze.

Diciamo la nostra, ciascuna a e ciascuno, e ci intenderemo più facilmente che se ci nascondiamo dietro agli altri. Fingere generosità è l’inganno delle guerre. La pace è comunicazione sincera per rinunciare alla propria vittoria in virtù del concordare una misura di soddisfazione degli egoismi diversi e vedere allora che non siamo soli al mondo ma aiutati dagli altri a raggiungere beni comuni.

Beni comuni è l’unico obiettivo, realizzare beni comuni è l’unica via di soddisfare quello che desideriamo.

Davanti alla tecnica che sostituisce la fatica umana noi perseguiamo la strada opposta a quella di limitare i nostri guadagni per concordare la misura con altre esigenze umane, come la salute, la pace verso gli altri, altri che sono gli altri soggetti di cui tenere conto per salvare l’equilibrio tra molti. Molti equilibri diversi ci sono in natura e li abbiamo studiati e compresi.

La pace con la natura è proprio il contrario della vittoria sulla natura. La pace con gli altri è il contrario della vittoria di una fazione contro un’altra. La capacità politica è essere sinceri nonostante il desiderio di vincere l’altro, la capacità politica è non parteggiare per fazioni ma tendere alla verità.

Dunque la legge che indica come reato universale l’appropriarsi della capacità femminile di creare nel proprio organismo un altro essere vivente a cui si darà la luce e l’assistenza è una buona indicazione. Non ci si può approfittare delle donne! Non si può commerciare il figlio o la figlia di una donna, e neppure negare a quel figlio il padre. Responsabilizzarci rispetto alla nascita di un nuovo essere vivente è la grande qualità che le donne indicano deve essere raggiunta. Una pratica educativa fatta di tanti aspetti da mettere in luce. Per questo indicare il reato universale da non commettere è una grande operazione piena di promesse politiche per tutti.

Non dobbiamo avere paura delle conseguenze politiche connesse a questo coraggio di verità, siamo qui a collaborare ancora alla scoperta delle verità per tutti che il movimento delle donne, senza schieramenti inutili e dannosi, suggerisce.

Siamo contrarie alla gestazione per altri (GPA), sia a quella commerciale sia a quella cosiddetta solidale, per i tanti motivi che studiose e attiviste hanno analizzato approfonditamente (Danna, Gramolini, Izzo, Muraro, Niccolai, Pazé, Terragni, e la lista potrebbe continuare a lungo). Per questo accogliamo con favore il recente provvedimento legislativo che interviene sulla legge 40/2004 “Norme in materia di procreazione medicalmente assistita”, che estende l’illiceità della procedura, già vietata in Italia, anche a quella praticata all’estero.

Qualcuna obietta che il governo attualmente in carica avrebbe dovuto promuovere un ampio confronto nelle sedi internazionali e non estendere il divieto anche alle italiane e agli italiani che praticano la gravidanza per altri all’estero. Non capiamo perché le due cose debbano essere poste in alternativa. Nel 2023 la costituzionalista Silvia Niccolai osservava, «[…] il divieto universale in Italia rafforzerebbe enormemente la capacità del nostro Paese di operare in modo influente nelle sedi internazionali» (1). Fosse anche solo per questo, la legge che rende la cosiddetta gestazione per altri “reato universale” non ci sembra mera propaganda.

È vero che esponenti dell’attuale maggioranza politica hanno enfatizzato l’ovvio, e cioè che in presenza di un certificato di nascita rilasciato all’estero, che indica due uomini come genitori, è evidente il falso, non solo giuridico, della dichiarazione. Costoro sembrano dimenticare che la stragrande maggioranza di chi ricorre alla pratica della cosiddetta surrogazione di maternità, è fatta di coppie eterosessuali È probabile che vogliano assecondare sentimenti omofobi esistenti in una parte del loro elettorato. Se questo è, troviamo esecrabile l’intento, ma resta impregiudicata la verità del rilievo.

Il provvedimento è stato anche utilizzato da esponenti dell’attuale governo di destra per enfatizzare l’importanza della famiglia cosiddetta tradizionale, punto di vista opinabile e probabilmente gradito ad una parte dell’elettorato conservatore, ma fondato sul fatto incontrovertibile che una creatura, ancora oggi, nasce necessariamente da una donna, con il contributo di un uomo.

Pensiamo si debba resistere alla tentazione di valutare il singolo, concreto provvedimento e più in generale l’attività politica istituzionale, utilizzando forme del pensiero e del linguaggio che ci lasciano impigliate nel tradizionale scontro delle forze politiche di destra e di sinistra. Un esempio di questo pericolo sta proprio nell’assumere come nostra, una delle più frequenti e reciproche accuse che gli schieramenti politici rivolgono l’un l’altro, che è quella di fare propaganda.

Nel caso in questione si rischia di non vedere quanto il provvedimento sia stato assunto nella certezza di assecondare un sentimento profondo e forse anche “universale”, di repulsa per l’idea stessa di indurre una gravidanza con l’intento programmato di separare la creatura dalla madre.

Dell’esistenza diffusa di questo sentire siamo certe ma pensiamo anche che senza la presenza attiva di donne consapevoli e appassionate questo sentire avrebbe potuto, potrebbe, inabissarsi. Come abbiamo già detto, molte hanno analizzato le questioni sollevate dalla cosiddetta maternità surrogata, in tante si sono espresse pubblicamente, hanno prodotto libri, articoli di stampa, hanno riferito nelle commissioni di Camera e Senato, hanno dato cioè un grande contributo per sostenere con la forza del sapere e della consapevolezza, il “sentimento universale” di rifiuto di questa pratica. Definire questa legge un fatto di propaganda, significa anche non vedere che questo femminismo, impegnato a difendere dall’avidità del mercato la relazione che è all’origine della vita, è riuscito ad orientare la politica (2), (3).

Infine, sul piano del diritto, non si può parlare di criminalizzazione, come pure si sente dire, poiché la legge non introduce alcun nuovo reato per azioni e comportamenti ritenuti leciti fino a ieri. Anzi, pur nella parzialità e limitatezza della mossa, quest’atto di legge amplia la possibilità di «[…] spostarsi altrove rispetto al diritto praticato come strumento di lotta all’interno di relazioni di potere» (4). Infatti può aiutare le donne, tutte le donne del mondo, a riflettere ulteriormente e a lottare per non finire schiacciate nell’ennesimo, ben oliato meccanismo, anche giuridico, pensato per garantire il potere di fare commercio della maternità e dei suoi frutti.

Quanto al dibattito internazionale, il giorno dopo l’approvazione della legge il New York Times riportava la notizia in prima pagina, con disappunto. Non sarà un’organizzazione internazionale il NYT, ma quasi. Non l’ha presa bene e non è un cattivo segnale.

  1. https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/dallarete/utero-in-affitto-reato-universale-intervista-a-silvia-niccolai/
  2. https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/dallastampa/gpa-non-confondiamo-liberta-con-subalternita/
  3. https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/contributi/un-femminismo-capace-di-guidare-le-forze-politiche/
  4. Stefania Ferrando nell’introduzione alla ripubblicazione de La politica del desiderio e altri scritti di Lia Cigarini, Orthotes 2022.