Voilà qui je suis.
(Barbara Pravi)
Anche a me è capitato di recente di trovarmi nella parte scomoda di chi viene frainteso e guardato con sospetto. Eravamo con le mie bambine in una libreria e ragionavamo attorno ad una storia illustrata per bambini che avevano tirato fuori dallo scaffale delle letture consigliatissime, del perché il principe era una principessa; dell’aspetto volutamente ambiguo di una delle due principesse, né troppo femminile né troppo maschile, ma piuttosto un po’ maschile e un po’ femminile; del perché fosse poi sempre la solita storia di riscatto di una principessa, anche se stavolta ad aiutarla era un’altra principessa. Della vergogna che nessuno dovrebbe mai farti provare, del destino che non dovrebbe essere una pagina scritta, dell’amore e delle sue multiple forme e del rispetto che dovrebbe informare ogni amore. Soprattutto ragionavamo della confusione, sì, la gran confusione a cui una storia così esponeva loro e tutti gli altri ragazzi. Ma non è stato tutto questo ad attirare l’attenzione della coppia forse omosessuale, forse no che era seduta proprio accanto a noi; una di quelle coincidenze assurde, anche perché erano italiani come noi in un caffè libreria in cui tutti gli altri parlavano francese. Mi sono girata e li ho distinti solo quando ho captato quelle parole sdegnate che provenivano dalla loro direzione: «una di destra». Parole seguite alle mie con cui spiegavo alle ragazze proprio con le parole della filosofa Adriana Cavarero che esiste un dato biologico, che per nascita i sessi sono due, che ci sono casi di intersessualità, eccetera, eccetera. Giusto per fare un po’ di chiarezza nello sguardo sperduto e interrogativo delle bambine. Perché dire queste cose oggi è politicamente scorretto, peggio, è reazionario. Se gli avessi detto che sono piuttosto di sinistra, da una vita, non mi avrebbero creduto; se gli avessi detto che sono femminista, da una vita, mi avrebbero dato della “TERF”, femminista bacchettona e omofoba… meglio rimanere zitta, non dire niente. Del resto a me le etichette, le sovraidentità, gli schieramenti che ti collocano nettamente di qua o di là, non sono mai piaciuti. Situazione grottesca, piccolo fastidio per non aver dato sfogo alla mia impulsività, libro riposto nello scaffale e siamo andate via con una storia di fantasmi. Erano “i morti”, meglio conosciuti nel colonialismo linguistico angloamericano come Halloween.
Nel 2019 la filosofa e attivista americana Judith Butler scriveva tra le altre cose un articolo intitolato “Sex and Gender in Simone de Beauvoir’s Second Sex”. Il saggio di Cavarero e Guaraldo, Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa) è anche una risposta alla posizione di Butler, distante da quella di Cavarero ma in dialogo serrato. Al rileggere il testo di Butler mi sento di affermare che in fondo il punto di partenza di Butler e Cavarero è lo stesso. Perché quel punto di partenza è insormontabile. Anche per la pensatrice americana, Beauvoir distingue chiaramente il “sesso” femminile, dato incontrovertibile, e quello che poi dopo di lei è stato chiamato “gender”, concetto introdotto dal pensiero anglosassone, dai gender studies, e usato oggi à tort et à travers [a proposito e a sproposito]. Il sesso è il dato anatomico, mentre il gender è il significato culturale che sesso e corpo femminile acquisiscono o piuttosto subiscono nel sistema androcentrico. Butler lo riassume con una espressione felice in cui c’è il corpo e quello che viene dopo: body’s acculturation [‘acculturazione del corpo’]. Il sesso anatomico (femmina/maschio) è il locus, il corpo in cui ci costruiamo come individui e in cui avviene anche la costruzione del genere che è un processo costante, discontinuo, casuale e volitivo di appropriazione, riappropriazione, interpretazione e reinterpretazione del nostro corpo e delle possibilità culturali (spesso limitanti, veri e propri tabù e restrizioni) che riceviamo. Il femminile, la femminilità (vergine, moglie, madre, ma con corpo ammiccante e desiderabile, puttana, traditrice, ecc.) è una manipolazione culturale del nostro corpo di donna; non esiste un comportamento “naturalmente” femminile (debole, instabile, bisognosa di protezione, ecc). Being female and being a woman are two different sorts of things1, scrive Butler. Come tale il genere o identità sessuale è innaturale, acquisito, immaginato, percepito (all gender is by definition unnatural2). Possiamo anche concedere a Butler che per divenire un certo genere non è necessario essere di un certo sesso.
Butler scrive: one is one’s body from the start, end only thereafter becomes one’s gender3! La stessa Butler scrive nero su bianco che the masculine pursuit of disembodiment is necessarily deceived because the body can never really be denied4! Il corpo sessuato sta lì, dall’inizio, anche per Butler. L’anatomia è un limite (o piuttosto una possibilità), una restrizione ma è anche il punto di partenza, inevitabile, semplice e necessario. Subito dopo però Butler si mangia la coda e continuare dicendo che questo punto di partenza sarebbe fittizio perché è anch’esso il frutto di quella attività volitiva costante di crearci e generarci, rinnovarci incessantemente. Né uovo né gallina.
Il sé è un’unità fragile che si proietta e desidera incessantemente ma a un certo punto di quello che è un difficile processo di accettazione bisogna però anche scegliere: quello che siamo sarà anche la somma degli atti che abbiamo compiuto. Sarà come ogni narrazione, anche la più “disordinata”: qualcosa di compatto. Che lo vogliamo oppure no, il divenire, la vita implica una progressione nelle scelte e nei ripensamenti, una sintesi, il capitolo successivo, perché il dinamismo continuo implica anche dispersione e instabilità; perché se stessimo a compiere sempre la stessa scelta rimarremmo impantanati, fermi nella coazione a ripetere sempre la scelta del nostro genere, della nostra identità sessuale (altro che fluidità!). Quanto possiamo divenire nella costruzione della nostra identità come persona sessuata? Forse è questa la domanda. Ma i limiti sono fuori moda.
Per Cavarero il sé alla nascita è un’unicità incarnata dunque sessuata, assolutamente irripetibile: l’insostituibile che permane nel tempo («ogni essere umano è chi nacque e vive finché muore») piuttosto che la molteplicità dei nostri frammenti. L’identità che si costruisce sul chi è anche desiderio e promessa. E la parola porta e veicola il desiderio di identità e di unità. A differenza della visione del post-strutturalismo e del post-femminismo in cui l’identità è una chimera, si confonde e si perde nel linguaggio, non esiste senza il linguaggio, un linguaggio che sta finendo per censurare piuttosto che portare il nostro desiderio di unicità.
Poi, sappiamo, Butler (e con lei il femminismo post-strutturalista) compiono un salto logico da quella premessa che è l’interpretazione legittima dell’affermazione di Beauvoir ad una conclusione che resta la legittima ipotesi di Butler. E la dislocazione di genere (quando il genere non coincide con il sesso anatomico, in caso di disforia) diventa una specie di regola, di percorso necessario per ognuno di noi, per ognuna di noi (In these moments of gender dislocation in which we realize that it is hardly necessary that we be the genders we have become, we confront the burden of choice intrinsic to living as a man or as a woman or some other gender identity, a freedom made burdensome trough social constraints5).
Beauvoir non affronta il problema del genere che vogliamo divenire (in uno spettro fluido di possibilità non binarie) in caso di “gender dislocation”. Ma solo quello essenziale per il femminismo di allora e di oggi dell’alienazione e frustrazione che la femminilità, intesa come quel modo di essere donna confezionato dalla cultura patriarcale, impone alle donne. A lei interessa che le donne possano trascendere non il loro corpo sessuato, ma la lettura che di quel corpo è stata data dal patriarcato come l’altro, come il secondo sesso, come quel corpo “naturalmente” limitato e contingente. Che l’anatomia possa non essere un limite alle possibilità del genere, che il corpo non sia un fenomeno naturale, ma solo occasionale, che il corpo puro e semplice non potrà mai essere trovato, è solo l’ipotesi di Butler, non di Beauvoir. Beauvoir si muove nell’idea che i sessi sono due e in nessun momento suggerisce la possibilità di altri generi, oltre al maschile e femminile.
Cavarero e Guaraldo restituiscono al dato anatomico il suo peso, la sua realtà e necessità. Nulla toglie che dopo il dato anatomico (due sessi, uno femminile e uno maschile, oltre ai casi di intersessualità e transessualità), il corpo femminile o maschile diventino anche il luogo della costruzione del genere e delle altre identità attraverso cui il sé (il “chi”) transita (facendosi “che cosa”). In fondo Cavarero già sosteneva nel suo saggio Tu che mi guardi, tu che mi racconti, che siamo identità narrabili, quindi interpretabili, relazionali, quindi esposte allo sguardo altrui e al racconto altrui, perciò sempre diverse, costantemente dislocate. L’unità della nostra identità non è una realtà sostanziale ma appartiene solo alla sfera del desiderio. Eppure, seguendo il pensiero assolutamente originale di Hannah Arendt, siamo «questo e non altro». Laddove Butler attribuisce una varietà incommensurabile al fittizio essere un genere e insiste sul dinamismo nel campo delle infinite interpretazioni culturali, Beauvoir vedeva invece proprio nell’interpretazione culturale dell’essere donna una specie di prigione, fissa, bloccata, confinata in una sola interpretazione. Quello che diventiamo, che diventa la donna, è proprio ciò che la limita quando quella costruzione identitaria passa attraverso il colino della cultura patriarcale e fallologocentrica.
In “Donna si nasce” c’è un grande desiderio di riportare il femminismo a casa, in una sua dimensione, di ridare a questo femminismo, inglobato quasi dal movimento LGBTQ+ e che questa dispersività e l’aggressività del transfemminismo sembrano rendere “obsoleto”, una sua autonomia, un suo senso proprio. Oggi ancora più necessario.
Ma soprattutto c’è un gesto, sicuramente filosofico, che è forse ancora più importante della tesi portata avanti dalle autrici. Cavarero e Guaraldo si rivolgono alle lettrici e identificano quella lettrice con: tu ragazza dei nostri giorni. Non è un vezzo stilistico, un trucco o un artificio. Ma il gesto filosofico e politico del dialogo. Un capitolo ulteriore di quel percorso filosofico che passa per Tu che mi guardi, tu che mi racconti, di una teoria empatica. Quell’idea forte di reciprocità secondo la quale il sé sarà narrato dall’altro, quell’altra necessaria. In cui l’io (che è quasi più individualista e onnipotente che nell’etica androcentrica, sganciato dalla natura, che tutto può fare e rifare) si aprirà finalmente al tu.
“Tu ragazza” è un gesto potente di responsabilità, che smette di fingere che le cose siano risolte (tanto per dirne una, la storia di Gisèle Pelicot è dei nostri giorni). “Tu ragazza” si rivolge alle nostre figlie. Per tutte le volte in cui tua figlia, i tuoi figli sono trascinati nel “gioco” dei ruoli, per tutte le volte in cui hanno visto la loro madre mal sopportare un retaggio di autorità e paternalismo. Per tutte le volte in cui l’hanno vista perdere il terreno sotto i piedi. Per tutte le volte in cui quella ragazza si identificherà con sua madre. Per tutte le volte in cui sarà esposta a messaggi contraddittori e spesso superficiali sul suo corpo.
Tu ragazza non omologarti, sii politicamente scorretta. Tu l’unica capace di un rovesciamento radicale di prospettiva, oltre la cultura e la controcultura, oltre il bianco e il nero. Tu, smarginati!
1«Essere una femmina ed essere una donna sono due cose diverse.»
2«Tutti i generi sono innaturali per definizione.»
3«Una all’inizio è il proprio corpo, solo dopo diventa il proprio genere.»
4La ricerca maschile i disincarnazione viene necessariamente delusa perché il corpo non può mai essere veramente negato.»
5«In quei momenti di “dislocazione” in cui realizziamo che difficilmente ci serve essere il genere che siamo diventati, ci confrontiamo con il peso della scelta intrinseco al vivere come uomo o come donna o come qualsiasi altra identità di genere; una libertà resa gravosa dai vincoli sociali.»
Da Rivista Studio
Ho approfondito davvero l’affaire Leonardo Caffo soltanto qualche giorno fa, quando è stata emessa la sentenza di condanna di primo grado a quattro anni per lesioni alla sua ex compagna. Non per entrare nella faccenda da amante del torbido, ma perché volevo capire meglio la reazione che io stessa avevo avuto di fronte alla notizia.
Dopo aver letto qualche breve articolo che riportava i fatti, sono incappata in alcune frasi tratte dalle deposizioni della ex riguardo i maltrattamenti ricevuti, di carattere verbale e fisico. Tralasciando la seconda tipologia – non per sminuirla, al contrario: un maltrattamento fisico come un dito rotto o delle percosse sono autoevidenti e per questo condannate immediatamente da tutti – la mia riflessione si è concentrata soprattutto sulle violenze verbali. «Devi morire», «Sei un’idiota, un’incapace», insulti a lei, alla famiglia, agli amici. Leggendole, la reazione che ho avuto è stata qualcosa del tipo: vabbè, può succedere quando si litiga. Dopo un attimo, mi sono soffermata su questa mia reazione. Cosa significa “succede”? Significa che per me tutto questo è lecito in determinati contesti? Che non è violenza? Che augurare la morte, essere sviliti in quello che si è, si fa, le relazioni che si hanno, può essere considerato normale, ogni tanto? Mi sono resa conto che sì, la mia prima reazione intendeva dire questo. Che stavo, parzialmente, giustificando l’accaduto. Come me, molte altre persone avranno pensato la stessa cosa. Poi mi sono resa conto sminuivo la gravità della violenza perché, per un certo periodo della mia vita, la ho sminuita mentre la subivo.
È successo non molti anni fa. Accettavo che quando si litigava volassero parole pesanti, che il modo in cui conducevo la mia vita diventasse un’accusa, che mi venissero rimproverate le mie amicizie, cosa e come postavo sui social. Ho sminuito l’essere colpevolizzata se alcuni comportamenti non mi andavano bene e la mia reazione a tutto questo diventava poi un motivo di senso di colpa e di denigrazione da parte sua. Ho accettato che dopo un litigio il mio desiderio di allontanarmi venisse frustrato, che ci si avvicinasse di nuovo perché aveva capito, sarebbe stato tutto diverso e dopotutto lo era già: non lo vedevo come era mogio e accorato nel dirmelo?
Quando ho letto la lista delle accuse a Leonardo Caffo mi sono ricordata di quanto è facile entrare in un vortice di debolezza e di risposta anticipata, nel tentativo di evitare tutte quelle situazioni che potrebbero portare a parole di quel tipo, a situazioni di quel tipo. E di quanto, una volta entrati nel vortice, sia difficile uscirne. Anche se ti rendi conto che lo stai vivendo, che stai mettendo in atto un meccanismo di difesa che però non equivale ad andarsene, ma di base ad accettare che le nuove regole del gioco siano quelle, anche se la prima volta che ti vengono presentate sembrano da subito assurde e fuori fuoco rispetto a come sei, a come ti definiresti, a come hai sempre pensato di essere. Credo di essere una persona piuttosto solida, femminista, razionale, con dei valori e una discreta dose di autostima. Tutte caratteristiche che avevo sempre pensato mi avrebbero messo al riparo da situazioni come quelle di cui si legge sui giornali, che qualche conoscente ti racconta. Quelle emerse nella vicenda di Leonardo Caffo.
Non è così. Non sono sempre sufficienti, e l’amore e le relazioni amorose non sono sempre un terreno di parità e comprensione, di raziocinio dove se le regole comuni non sono condivise allora salta il banco. Le regole invece si inventano, si modulano, si adattano di volta in volta. E ogni giorno si piegano e piegano le persone che le accettano.
Al di là dell’opinione generalizzata su questi temi, sulle prese di posizione aprioristiche, al di là di un certo malsano silenzio attorno alla questione di Leonardo Caffo e anche alla sua difesa in occasione della sua presenza a Più Libri Più Liberi (quest’anno dedicata alla memoria di Giulia Cecchettin), dove l’amica e direttrice del festival Chiara Valerio ha comunque deciso di stare dalla sua parte, quello che mi ha fatto riflettere è che su questi temi troppo spesso la reazione è quella di una scrollata di spalle, di un ridimensionamento del danno, di un ridimensionamento della colpa e della responsabilità del colpevole. Deriva dal patriarcato o, se vogliamo dirla meglio, dal modo in cui per secoli si sono accettate consuetudini e modi di ragionare, ma anche dalla fatica di separare i fatti da chi quei fatti li compie.
Un nostro amico non lo potrebbe mai fare. Una persona acculturata, un filosofo, non lo potrebbe mai fare. Una persona con un’aria rispettabile, bonaria, non lo potrebbe mai fare. E invece possono farlo in tanti, possono farlo tutti. Tanti, tutti, possono ritrovarsi nella situazione di accettarlo. E quando lo si fa non si torna più indietro. Ieri sera, mentre parlavo della vicenda Caffo, ho realizzato che non sono più quella di prima. Mi metto in guardia, certo, so bene cosa significano le vicende che ho vissuto e quanto fossero tossiche, come si dice. Lo sapevo anche mentre le vivevo. Ma sono entrate dentro di me, hanno provocato dei cambiamenti impercettibili: oggi, anche se sto con una persona completamente diversa e so di non voler più accettare certi comportamenti, capita che la prima reazione che sento sia quella di una colpa. Voglio prevenire, percepisco già il timore delle conseguenze. Come un virus che, anche se si debella, in qualche modo ha modificato l’organismo in maniera irreparabile. Come una violenza.
A queste cose, quando accade quello che è successo tra Caffo e la sua ex compagna, non si pensa granché, si è troppo occupati ad approfondire il gossip, a schierarsi da una parte o dall’altra, a interpretare tutto secondo l’etica corrente. Per alcuni può essere quella aprioristica del «sorella io ti credo», per altri quella altrettanto aprioristica dell’“Ormai non si può più dire niente”. Per qualcuno, “quando capisci che uno è così te ne devi andare”; “sei troppo debole”; “se ci rimani significa che ti sta bene”. Nel frattempo però si perde il filo del discorso.
Approfondendo la vicenda di Leonardo Caffo ho sentito un ulteriore strato di tristezza, che non nasce soltanto dal realizzare l’incoerenza di chi, avendo sempre difeso le vittime – le donne in questo caso – non l’ha fatto soltanto per questa volta (come ha anche scritto Simonetta Sciandivasci su La Stampa). Viene piuttosto dall’arroganza serpeggiante nel comportamento di Caffo, dall’irrisione delle accuse e di chi lo accusa. Una specie di martirio portato avanti come esempio, lo stoico capro espiatorio che con il suo corpo risponde della sete di sangue di un supposto clima da caccia alle streghe («Ne hanno colpito uno per educarne mille», ha dichiarato quando è stata emessa la sentenza). Solo chi custodisce la verità, il filosofo, può sopportare tutto questo perché può andare oltre le mere questioni umane, anzi da queste può trarre linfa per il suo lavoro, per poter elaborare più alte e universali teorie perché perfetto conoscitore delle bassezze umane. Può «leggere Spinoza» mentre fuori si scatena la shitstorm, come dice nel passaggio di un podcast dove è stato ospite sette mesi fa. La sua esperienza vissuta al limite per poterla rendere testimonianza. La vita come un romanzo russo.
Leonardo Caffo è stato condannato in primo grado e ha due altri gradi di giudizio per cercare di dimostrare la sua innocenza. Nel frattempo e a prescindere dall’esito, potremmo utilizzare questo tempo per imparare a ragionare meno per assiomi, soprattutto se basta un conoscente per spazzarli via, soprattutto se chiunque, anche quelli che credono di esserne immuni, possono fare esperienza di violenza e rimanerne toccati per sempre.
Da il manifesto
«Più in là sugli scogli ricoperti di alghe che con la bassa marea sembravano animali dal pelo ispido che s’erano avvicinati all’acqua per bere, la luce del sole pareva facesse le piroette come una moneta d’argento buttata nelle diverse piccole pozze»: il mare ondeggia pigro mentre leggiamo righe di puro incanto, una scrittura che palpita tutta di una lingua lieve e precisa ad illuminare la natura di parole trasparenti.
È Katherine Mansfield, straordinaria scrittrice, la cui parabola intensa e troppo rapida ha occupato la scena del primo Novecento con l’inquietudine della sua enigmatica figura e con i suoi racconti, brevi e brevissimi, lievi e tragici, musicali e visivi, festa completa di ogni minima sensazione, di cui arriva ora in libreria una nuova raccolta, dal titolo perfetto: Pura felicità (Feltrinelli, pp. 336, euro 14). A restituire quel bliss inglese che è diverso da felicità e si fa parola di suono e colore: stringe a sé tutti i sensi, come raccontano in una loro nota Sara De Simone, che cura e introduce il libro, e Nadia Fusini che con lei traduce e ci accompagna nella lettura con un saggio che svela, in un mirabile arco, il cuore mitico e antico che questi racconti percorrono, da Freud fin dentro la modernità. Scrivere è «un’avventura dell’anima» dice KM. Ma lo è anche leggere, tradurre, commentare, e ne abbiamo prova nel lavoro appassionato e appassionante che ha legato di desideri due donne e la loro entusiasta editor, Anita Pietra, «in una fredda mattina d’autunno di due anni fa», intorno a lei, la scrittrice «nomade», quarta necessaria presenza d’amore per la scrittura del mondo, la sua rappresentazione artistica. «Tre donne intorno al cor mi son venute» ha cantato il poeta e non si può che essere felici che ora si tratti di tutte donne.
Nuove traduzioni di un classico, dunque, che non dimentica la qualità di altre traduzioni, come quella di Franca Cavagnoli, ma che ora propone nel suo indice una leggibilità che, saltando l’abituale cronologia, si dà subito come forma dell’interpretazione, guida nel labirinto affollato di «evocazioni visive» di una «incomparabile bambina», una «scrittrice eccezionalmente istintiva, fiorita» secondo Anna Banti, «una mente terribilmente ricettiva», secondo Virginia Woolf. La raccolta ora in libreria accoglie e va ben oltre queste parole, per i lunghi e diversi studi che entrambe le nostre autrici hanno alle spalle (per Fusini ricordo La figlia del sole: vita ardente di Katherine Mansfield, e Viaggio in Urewera, per De Simone la curatela di La vita della vita. Diari 1903-1923 e Nessuna come lei. Katherine Mansfield e Virginia Woolf: storia di un’amicizia) e permettono loro di presentare diversamente questa «prosa speciale», scarna e asciutta.
I racconti sono qui raggruppati in quattro sezioni, Il romanzo familiare; Amanti, amiche, sorelle; Donne sole; La vita, la morte: non «sovrastrutture tematiche» «ma tracce», che però indicano uno scenario in cui possiamo vedere meglio, o vedere differentemente. Sara De Simone nella sua introduzione ci fa conoscere l’essenziale della vita di KM, ne tratteggia un ritratto intenso, mai banale, ne disegna il coraggio nella ricerca della «vita nella vita», ci insegna a decifrare una poetica che vuole creare e non «rappresentare», fino al punto che «scrivere la cosa» sia «diventare la cosa», questo il «fremito di libertà» che KM assapora guardando i postimpressionisti, in particolare Van Gogh, e che la porterà a scrivere non del «bambino che giocava, ma la sua mano roteante nell’aria della sera», non di un albero, ma del «palpitare degli uccelli dentro la sua chioma». È con queste notazioni fra le dita che possiamo avvicinarci con più chiara consapevolezza a tutte le pagine di questi racconti, che stupiscono non per qualche effetto ricercato ma, al contrario, per quanto naturale appare, di colpo, l’inaspettato.
Nadia Fusini ci accompagna invece, con traduzione sapiente, nella lettura della prima sezione, legando tre racconti (scritti fra il 1917 e il 1922, Preludio, Alla baia e La casa delle bambole) a quel «romanzo familiare» che muove da Freud per dire della «delusione», del «trauma» che ne sono «il cuore», ma dire poi, ed è questa l’essenziale originalità trovata, di come la capacità «di stare nella lingua, di giocare con le parole, di usare la fantasia», rendono sopportabile il dolore, fino ad oltrepassarlo in creazioni meravigliose, che rielaborano la realtà in «mito». Tutto è trasformato in emozione estetica, emozione universale e catartica, è questo il miracolo che si compie nei racconti di KM., per questo ci scuotono e sorprendono e inquietano.
Ora abbiamo dunque due guide per inoltrarci nell’universo di Mansfield e affrontare, ad esempio, la potenza vertiginosa dei suoi finali, in cui precipita sempre il delicato e complesso montaggio di un insieme trasparente di dettagli, invisibili e numerosi, così che questa scrittrice sembra conoscere i segreti più nascosti della realtà, che riesca a bucare in una riga la ragnatela dell’apparenza dentro la quale siamo tutti catturati.
I suoi personaggi sono spesso voce, questo sono spesso le sue donne, ombre leggere ma potenti, «voce fioca dal pozzo profondo» di Linda con Stanley, il marito, o «voce speciale» se parla con la madre, o voce «che le donne usano tra di loro di notte», o ancora «voci calde e amorevoli come se condividessero un segreto» quando non c’è un uomo per casa, o sussurri spaventati, ammutoliti, dalla semplice ombra paterna. Le sue donne sono sguardo che tutto così racconta, come lo sguardo «fisso e scialbo» di Constantia, o quello della bambina Else, che vede «la piccola lampada» prima di sorridere tacendo, e straordinari sono bambine e bambini ogni volta che attraversano la pagina con grazia raramente raggiunta in altre scritture.
Si potrebbero ritagliare intarsi che raccontano di madri che non amano i loro figli, di nonne che lavorano a maglia e insegnano tranquille la vita e la morte a una piccola nipote, Kezia, che le si aggrappa al collo e la bacia «sotto il mento e dietro l’orecchio e a soffiarle sul collo».
Ogni donna da lei creata è differente, non dagli uomini, il che è ovvio, ma dalle tante rappresentazioni che affollano la nostra mente, la occupano, spesso la colonizzano con il già pensato, e KM, sottovoce, come è la sua scrittura, fa vedere quanto altro è reale e vero e bello, per lei che insegue bellezza e verità per vocazione.
Si sente ovunque in questa scrittura veloce, a volte febbrile, un temperamento letterario di raro valore, sempre bruciante, a volte quasi noncurante, come se a guidarlo fosse una stella polare che abita il cielo solo per lei, che lei segue da un margine che non possiamo vedere e che la rende unica. Unica nel creare una natura selvaggia che è solo ricordo di fiori e alberi che non vede più, ma nomina insistente a renderli sempre presenti, come l’eucalipto che appare «immenso: un enorme gigante con i capelli dritti in testa e le braccia spalancate», o nel colorare di rosa un cielo con «grandi masse di nuvole accartocciate» mentre in alto «l’azzurro sbiadiva; diventava oro pallido». Unica nella descrizione della morte per crudeltà di una mosca, che si batte, misera, contro una goccia d’inchiostro, o del gelo che accompagna l’affrettata simpatia di una signora verso il parrucchiere che ha perso la sua bambina, o della crudeltà di classe verso due bambine, le figlie di una lavandaia. Unica a farci intuire quello che della vita, di ciò che è o non è la vita, in un rapido balbettio possono comprendere un fratello e una sorella alla fine di una festa.
Nel non detto, nell’ellissi, KM mostra il meraviglioso nel quotidiano, che sia una festa in giardino, un canarino perfetto compagno di vita, la ritrovata giovinezza nella passione fra due donne, in un movimento incessante che cuce l’essere con il non essere, e travolge una ragazza e i suoi sogni di libertà, o «una donna raggiante, con le labbra frementi, sorridenti, e grandi occhi neri e l’aria di chi è in ascolto, in attesa di qualcosa di… divino che accada… che sapeva sarebbe accaduto… immancabilmente»: pura felicità. Pura e indimenticabile, come ogni pagina di questa maestra del racconto.
Dal Corriere della Sera – Negli Stati Uniti il solo fatto di rimanere incinta o di avere da poco dato alla luce un bambino aumenta del 20% la probabilità di una donna di essere uccisa. Nel caso delle ragazze con meno di 25 anni addirittura lo raddoppia. È un dato impressionante a cui il New York Times dedica un lungo articolo. La causa di questo aumento drastico del rischio di morte legato alla maternità sono i femminicidi, cioè la violenza maschile sulle donne. Nella maggior parte di questi omicidi, infatti, l’assassino è il partner o l’ex partner.
«I decessi per omicidio – scrive il New York Times – vengono solitamente omessi dalle statistiche sulla mortalità materna perché non sono considerati sufficientemente correlati alla gravidanza stessa. Ma l’omicidio non è un’anomalia rara per le donne incinte e post-parto: è una delle principali cause di morte. Questo rende gli omicidi associati alla gravidanza, come vengono chiamati dagli epidemiologi e dai ricercatori sanitari, un vero e proprio problema di salute pubblica». La violenza maschile è la seconda causa di morte per le donne incinte o neo-madri (il primo sono le overdosi da droga) e il rischio aumenta per tutte le donne, ma è particolarmente alto per le madri nere.
«Lo stress e le turbolenze emotive di una gravidanza, soprattutto se inaspettata, possono esacerbare una relazione già violenta. Secondo gli esperti di violenza domestica, l’abuso precede quasi sempre la gravidanza. La violenza domestica è radicata nel potere e nel controllo e la gravidanza è un vincolo che può cambiare la dinamica di una relazione. Una volta che i partner sono legati da un bambino all’orizzonte, i maltrattanti possono sentirsi più impuniti ed esacerbare il loro comportamento. Improvvisamente, non ci sono solo legami emotivi, ma anche legali e finanziari. E altrettanto improvvisamente, per una donna incinta, diventa molto più difficile andarsene» spiega ancora il New York Times, che racconta la storia di una vittima ventenne, Markitha Sinegal, neomamma di due gemelle di nove mesi, uccisa dal padre delle bambine che lei voleva lasciare perché era violento e controllante.
In questo aumento del rischio di femminicidio ci sono alcuni fattori prettamente americani, come la diffusione delle armi da fuoco: circa tre quarti degli omicidi rilevati da questa statistica sono compiuti a colpi di pistola o fucile. È noto che se gli uomini maltrattanti hanno una maggiore disponibilità di armi letali è più probabile che le usino. E questo, a parità di violenza nella relazione di coppia, aumenta il numero di femminicidi. Una delle forme di prevenzione raccomandate dal quotidiano americano è quindi diffondere e applicare meglio le leggi, già presenti in alcuni Stati americani, che permettono di togliere le armi a chi ha precedenti di qualsiasi tipo per violenza domestica o lesioni personali. Un altro strumento di prevenzione consigliato è migliorare le informazioni sulla contraccezione e l’accesso all’aborto per far sì che le donne che non vogliono portare avanti una gravidanza possano scegliere di non farlo (negli ultimi due anni però l’accesso all’aborto è stato fortemente limitato se non eliminato del tutto in molti Stati americani).
Sarebbe importante anche includere nelle visite pre- e post-parto degli screening per la violenza di genere, a cominciare dai cosiddetti test Isa per la valutazione del rischio di femminicidio (si può fare anche online qui) e formare le forze dell’ordine e i medici in modo che sappiano rilevare e segnalare meglio i rischi connessi alla violenza domestica. In Italia in parte si è fatto con alcune sperimentazioni (come il codice rosa negli ospedali), ma dovrebbe diventare un approccio sistematico: la carenza di risorse nei pronto soccorso e nella medicina territoriale non aiuta nemmeno per questo aspetto.
Tra gli strumenti di prevenzione segnalati dal New York Times ce n’è infine uno molto complesso e importante: «Insegnare ai giovani come si presentano le relazioni pericolose. Le bandiere rosse di una relazione che tende all’abuso possono essere difficili da vedere se non si sa cosa cercare. L’apprendimento di ciò che è sano può iniziare in classe con i bambini piccoli». È quello che in Italia sta cercando di fare anche Gino Cecchettin con la Fondazione intitolata a sua figlia Giulia.
In Italia non ci sono dati statistici sul legame tra maternità e rischio femminicidio, ma è noto che le donne vengono uccise soprattutto nell’ambito delle relazioni di coppia. Nel 2023 il tasso delle donne uccise da un partner o un ex partner – sia esso un coniuge, un convivente o un fidanzato o un amante – è stato dello 0,21 per 100mila donne (del tutto simile a quello del 2022, che era stato dello 0,20). È un tasso più basso di quello medio europeo (in Germania per esempio è dello 0,32 per 100 mila) e questo fatto viene spesso usato per dire che in Italia i femminicidi non sono un vero problema. Ma è un uso strumentale dei dati, perché prescinde da un fatto fondamentale: l’Italia ha il tasso di omicidi più basso d’Europa. Per valutare l’incidenza dei femminicidi basta confrontare il tasso delle donne uccise da partner o ex (0,21 ogni 100mila) con quello degli uomini uccisi da un/a partner o ex, che è dello 0,02 ogni 100mila uomini. Dieci volte di meno.
Da Pagine Esteri – Era rimasta solo questa possibilità alle donne afghane per studiare e avere un lavoro: diventare ostetriche o infermiere. Il nuovo decreto del governo de facto dei talebani nei giorni scorsi ha strappato alle ragazze anche quest’ultima speranza. Il divieto ha sospeso tutti i corsi di studio in ostetricia e infermieristica per le donne.
È stato il Ministero della Salute Pubblica afghano tre giorni fa a rilasciare il comunicato che tutti i corsi di formazione in ambito sanitario per le donne sarebbero stati «sospesi in tutto l’Afghanistan fino a nuovo avviso».
Circa 17.000 ragazze studiavano per diplomarsi come ostetriche o infermiere. Erano ormai le uniche studentesse nel Paese. L’emirato talebano ha, infatti, progressivamente escluso le donne dalla vita pubblica e dall’istruzione: una progressiva stretta che nel marzo 2023 aveva chiuso persino le scuole alle bambine oltre l’ottavo grado scolastico.
Era rimasta soltanto un’eccezione che permetteva alle ragazze di continuare a sognare un futuro diverso che non fosse soltanto quello di diventare mogli e madri recluse in casa. Potevano, infatti, ancora frequentare i corsi sanitari di ostetricia e infermieristica. Molte ex studentesse di medicina o aspiranti tali così come molte ragazze iscritte ad altri corsi universitari non più accessibili alle donne si erano spostate tra i banchi delle professioni sanitarie. Solo a loro, oltre che alle bambine non più grandi dei dodici anni, era permesso di studiare. E di andare in ospedale e imparare sul campo il mestiere.
Un mestiere, tra l’altro, necessariamente femminile: in Afghanistan un uomo non può visitare una donna in assenza di un tutore e le sale parto sono bandite al personale maschile. Il lavoro delle ostetriche è un’esclusiva delle donne. Era, pare, perché se non potranno formarsi nuove ostetriche questa figura rischierà di scomparire dalle corsie dei già pochi e carenti ospedali afghani.
Il decreto non colpisce “soltanto” le studentesse. L’Afghanistan detiene uno dei più alti tassi di mortalità da parto al mondo: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), 620 donne afghane su 100.000 muoiono nel tentativo di dare alla luce un bambino. Un numero altissimo che dimostra quanto fosse necessario migliorare proprio l’assistenza alla gravidanza e al parto, piuttosto che infliggervi un ulteriore danno tanto miope e violento. Proprio pochi mesi fa l’Agenzia Onu per la salute riproduttiva (Unfpa) dichiarava «l’urgente bisogno di altre 18.000 ostetriche qualificate per soddisfare la domanda di assistenza al parto» in Afghanistan. Migliaia di studentesse sono, invece, adesso rispedite in casa, e la vita di migliaia di donne e neonati viene messa ulteriormente a repentaglio.
La Missione Onu di Assistenza all’Afghanistan (UNAMA) ha osservato come tale restrizione «alla fine avrà un impatto dannoso sul sistema sanitario in Afghanistan e sullo sviluppo del Paese». Anche Richard Bennett, osservatore speciale Onu sui diritti umani nel Paese, ha commentato che un decreto del genere «avrà un impatto devastante sull’intera popolazione».
Da il manifesto – Lo scorso mese, su un grattacielo alla periferia di Kharkiv, in Ucraina orientale, è improvvisamente comparso uno strano slogan: «I fucili – diceva – puntateli contro coloro che ve li hanno messi in mano». La frase, dal gradevole retrogusto eversivo, sarebbe certamente piaciuta agli ex soldati russi Vyacheslav Trutnev e Dmitry Ostrovsky, che dopo aver disertato dall’esercito di Putin, a inizio ottobre, hanno scritto e diffuso via social la seguente canzone rap: «Me ne frego se mi chiamano traditore/ non ho perso la mia dignità/ Aiutiamo le nostre madri/ mettiamolo in culo ai nostri comandanti».
E poi, c’è chi è già passato dalle parole ai fatti, come il disertore pietroburghese Alexander Igumenov, che la sera del 30 ottobre scorso ha accolto il capo della pattuglia venuta ad arrestarlo puntandogli direttamente una pistola in mezzo agli occhi: «O ti levi di torno – gli avrebbe detto -, oppure al ministero della Difesa avranno bisogno di un ufficiale in più». Una scena non molto dissimile si è verificata la settimana successiva sull’altro versante del confine, nel villaggio ucraino di Lykhivka, dove un anonimo camionista si è smarcato da un gruppo di reclutatori dell’esercito minacciandoli con un fucile e una bottiglia Molotov. Non sappiamo se l’uomo avesse ascoltato le rime di Trutnev e Ostrovsky, ma è certo è che il clima di mobilitazione patriottica, tra la Moscova e il Dnipro, ultimamente sembra essersi parecchio guastato.
Per sincerarsene, basta consultare i recenti report pubblicati dal collettivo anarchico “Assembly” di Kharkiv (assembly.org.ua), che dal febbraio del 2022 si sforza di censire ogni singolo episodio di ribellione antimilitarista su entrambi i lati del fronte. «La fuga del personale delle Forze Armate – scrivono gli attivisti nel loro ultimo rapporto, datato novembre 2024 – ha ormai assunto il carattere di una valanga». E in effetti i numeri parlano piuttosto chiaro. Dall’inizio dell’invasione a oggi, secondo i dati della Procura generale, circa 95mila soldati ucraini sarebbero stati incriminati per aver abbandonato i propri reparti senza autorizzazione. Di questi, circa 60mila uomini avrebbero gettato la divisa nel corso del 2024, e ben 9.500 nel solo mese di ottobre.
Ma è probabile che il fenomeno sia ancora più vasto: «Di sicuro il numero dei nostri disertori ha già superato i 150mila e si avvicina a 200mila – ha scritto il giornalista di Kiev Volodymyr Boiko, che attualmente presta servizio nella 101ª Brigata delle Forze armate ucraine – Se le cose vanno avanti così, arriveremo a 200mila entro fine dicembre».
Anche sul fronte russo la gente sembra ormai stanca di combattere: è degli scorsi giorni la notizia che circa mille uomini avrebbero disertato in massa dalla 20a Divisione fucilieri motorizzata, trascinando con sé persino 26 ufficiali, un maggiore e un colonnello. «I militari che si danno alla macchia sono sempre più numerosi – si legge in un messaggio che gli attivisti di “Assembly” hanno recentemente ricevuto da Horlivka, nella repubblica filorussa di Donetsk – Qualcuno va ripetendo in giro che i nostri soldati dovrebbero smetterla di sparare agli ucraini, e che piuttosto bisognerebbe aprire il fuoco contro chi ci governa. Ma la gente ha ancora paura di questi discorsi, e in molti si fanno prendere dal panico: “Volete tornare al 1917?”, chiedono, “Volete la guerra civile?”».
Un altro messaggio proviene da un giovane coscritto dell’esercito di Putin dislocato sul fronte di Kursk: «Molti dei nostri ufficiali sono dei veri nazisti – dice. Ho parlato con il capo delle comunicazioni della Divisione mortai, il quale senza troppi giri di parole mi ha esortato a leggere “i pensatori tedeschi degli anni Trenta”. D’altro canto, gli uomini della truppa appartengono quasi tutti alla classe operaia, e in generale non hanno nessuna voglia di combattere. Perciò quando spiego ai miei compagni che questa è una guerra ingiusta, di padroni contro altri padroni, in tanti si dicono d’accordo con me».
È uno scenario che stride non poco con quello insistentemente magnificato dagli uffici di propaganda, che a Mosca come a Kiev continuano a battere sulla grancassa dell’“armatevi e partite”. La musica al fronte è un po’ diversa.
Il 3 ottobre a Voznesensk, nella regione di Mykolaiv, circa cento soldati della 123ª Brigata di difesa territoriale ucraina hanno dato vita a una improvvisa manifestazione di dissenso e si sono rifiutati di andare in trincea, protestando per la mancanza di armi ed equipaggiamento adeguato. La stessa cosa era accaduta appena il giorno prima a Vuhledar, sul fronte di Donetsk, dove un altro battaglione della 123ª Brigata, il numero 86, aveva voltato le spalle al nemico e si era dato alla fuga, permettendo peraltro alle truppe russe di conquistare la città. L’unica vittima dell’ammutinamento era stato il comandante in capo del reparto, il trentatreenne Igor Hryb, che secondo alcune fonti sarebbe stato giustiziato dai suoi stessi uomini dopo che, invano, aveva cercato di fermarli.
Gli ufficiali, del resto, hanno vita difficile anche sull’altro versante del fronte, dove le possibilità che vengano abbattuti dal fuoco amico sono forse ancora più numerose. Solo negli ultimi mesi, infatti – sempre secondo “Assembly” – i casi di comandanti moscoviti fatti fuori dai propri soldati sarebbero stati almeno tre. L’ultimo episodio risale al maggio scorso, quando i militari dell’unità 52892 dell’esercito di Putin, «portati alla follia» dagli sfiancanti turni di guardia, hanno deciso di aprire il fuoco contro il proprio capo-brigata, ammazzandolo sul colpo. Perché i fucili – come sostengono i writer di Kharkiv – bisogna saperli puntare nella direzione giusta.
Da l’Unità – Un’iniziativa, riscoperta dal romanzo di Viola Ardone, che portò migliaia di bambini dalle zone più colpite dalla guerra a famiglie più al sicuro. «Non esiste Nord e Sud, esiste l’Italia», recitava uno degli slogan.
Come se fosse un Erasmus per bambini, un progetto di scambio e solidarietà per riparare alla devastazione della II Guerra Mondiale. Li chiamavano “treni della felicità” quei vagoni che portarono migliaia di bambini dalle zone più colpite dalle bombe a famiglie che dal conflitto erano state meno danneggiate. Un’esperienza riscoperta grazie al romanzo di Viola Ardone, Il treno dei bambini, un grande successo tradotto in decine di lingue diventato un film presentato al Festival del Cinema di Roma in uscita il 4 dicembre sulla piattaforma Netflix, diretto dalla regista Cristina Comencini e interpretato da Serena Rossi, Christian Cervone, Barbara Ronchi e Stefano Accorsi.
Il progetto dei “treni della felicità” fu assemblato dall’Unione Donne Italiane (Udi) e dal Partito Comunista Italiano, partì alla fine della II Guerra Mondiale e andò avanti fino al 1952. Dalle città più colpite come Milano, Napoli o Roma, o da zone come Puglia, Sicilia, Polesine e Cassinate, bambini di famiglie poco abbienti o molto colpite dalla guerra e dalle sue conseguenze venivano assegnate ad altre famiglie in minore difficoltà, presso le quali restavano per il tempo di un anno scolastico o più. A offrire ospitalità non erano soltanto militanti del Pci o famiglie abbienti, spesso erano famiglie di contadini che figli già ne avevano. Di solito le destinazioni erano Emilia-Romagna, Toscana, Marche e Liguria.
Il progetto di Pci e Udi: l’idea di Teresa Noce
Ideatrice del progetto fu Teresa Noce, partigiana che aveva preso parte alla Guerra Civile in Spagna con il nome di battaglia Estella, imprigionata dai nazisti, tra le fondatrici dell’Unione Donne Italiane, organizzazione nata a Napoli di donne antifasciste che avevano partecipato alla Resistenza con l’obiettivo di inserire i diritti delle donne nella Costituzione Italiana. Il progetto partì con le famiglie di “compagni” tra Bologna, Modena e Parma. Si trattava di sfamare, curare, vaccinare, pulire, educare, formare, istruire migliaia di bambini in condizioni di disagio. Molti erano figli di operai e contadini arrestati nelle manifestazioni represse con violenza dal ministro dell’Interno Scelba all’inizio degli anni ’50.
Se a partire erano fratelli, poteva capitare che venissero divisi tra più famiglie: un altro shock dopo l’iniziale separazione dalle famiglie di origine che poteva essere anche drammatico. «Non esiste Nord e Sud, esiste l’Italia», recitava uno degli slogan dell’iniziativa. Il divario era già evidente e cominciava ad allargarsi. Se decenni prima l’Italia si era unita nelle trincee, con i soldati fianco a fianco in guerra, quelli della Sicilia come quelli della Lombardia, i “treni della felicità” unirono l’Italia nella solidarietà.
Non mancava la propaganda dei partiti di destra o della Democrazia Cristiana che spaventava piccoli e grandi con la puntuale e immancabile leggenda dei comunisti che mangiano i bambini o con la minaccia della spedizione dritti dritti in Unione Sovietica. Quando arrivavano a destinazione e sentivano parlare nei dialetti del nord, alcuni davvero pensavano di essere arrivati a Mosca o in Siberia. E si rifiutavano perfino di scendere dal treno. Alcuni di quei bambini, orfani della loro famiglia, arrivati con i treni della felicità non tornarono mai più indietro. Altri tornarono per continuare il percorso scolastico.
Ardone ha preso questa esperienza dimenticata ed emozionante della storia della Repubblica e ne ha fatto un romanzo di grande successo, tradotto in decine di Paesi. Il protagonista è Amerigo, il bambino che parte da Napoli, lascia la madre nei Quartieri Spagnoli per il Nord, è lui a dare il punto di vista alla narrazione, l’io narrante. Circa 20mila bambini partirono da Napoli.
Pubblicato nel 2019 da Einaudi, 200mila copie vendute, tradotto in 35 lingue, Il treno dei bambini è stato un successo enorme che ha riportato alla luce un capitolo bellissimo, struggente ed emozionante, oltre che dimenticato, della storia italiana del dopoguerra. «A volte dobbiamo rinunciare a tutto, persino all’amore di una madre, per scoprire il nostro destino. Nessun romanzo lo aveva mai raccontato con tanto ostinato candore», recitava la quarta di copertina del libro alla sua uscita, un caso editoriale.
(unita.it 4 dicembre 2024, con il titolo: Il treno dei bambini: che cos’erano i “treni della felicità”, la storia vera del film, l’idea di Pci e Unione delle Donne nel dopoguerra)
Da Fanpage – La giustizia, scriveva la teorica femminista statunitense bell hooks, non è né violenza né retribuzione, ma integrità: è «avere un universo morale, non è sapere soltanto cos’è giusto o sbagliato, ma mettere le cose in prospettiva, soppesarle». Questo universo morale, nel luogo in cui la giustizia si manifesta nella sua forma più istituzionale, viene ridotto a due possibilità: una assoluzione o una condanna. Ma spesso nessuna di queste due possibilità riesce a farci sentire che “giustizia è stata fatta”.
Filippo Turetta è stato condannato in primo grado all’ergastolo per omicidio volontario per aver ucciso la sua ex fidanzata Giulia Cecchettin l’11 novembre del 2023. Anche se gli è stato dato il massimo della pena, i giudici hanno riconosciuto l’aggravante della premeditazione ma non quelle della crudeltà e degli atti persecutori. Questo nonostante la perizia abbia stabilito che Cecchettin è stata uccisa con 75 coltellate e nonostante in aula siano stati letti i messaggi che Turetta le inviava in continuazione, in cui pretendeva di essere aggiornato su ogni momento della sua vita.
Ma non è tanto il mancato riconoscimento delle aggravanti, che è stato definito dall’avvocato di parte civile per Elena Cecchettin “un passo indietro”, a non riuscire a dare alla conclusione del processo un vero senso di giustizia, bensì il concetto che ha espresso Gino Cecchettin dopo la lettura della sentenza: «Abbiamo perso tutti come società. Nessuno mi ridarà indietro Giulia, non sono né più sollevato né più triste rispetto a ieri. È chiaro che è stata fatta giustizia, ma dovremmo fare di più come esseri umani, la violenza di genere va combattuta con la prevenzione, non con le pene. Come essere umano mi sento sconfitto, come papà non è cambiato niente rispetto a ieri o a un anno fa». Parole che ricordano quelle pronunciate solo pochi giorni fa da Chiara, la sorella di Giulia Tramontano, uccisa dal compagno Alessandro Impagnatiello, anche lui condannato all’ergastolo il 25 novembre scorso: «Nessuna donna ha vinto in quest’aula: oggi è arrivato l’ergastolo, ma dopo la morte».
Come ha ricordato in tante occasioni lo stesso Gino, la violenza di genere non riguarda solo due individui, chi ha ucciso e chi è stata uccisa. Tante altre cose sarebbero potute succedere senza che un tribunale dovesse arrivare a pronunciare una sentenza per omicidio: una richiesta di aiuto, un percorso terapeutico, una denuncia, magari un corso di educazione affettiva. Queste mancanze sono responsabilità di tutta la società, dalla famiglia alla scuola, passando per la cultura in cui tutti e tutte siamo immersi e il fallimento non può che essere collettivo. Il padre di Giulia lo ha riconosciuto subito, tanto da dedicarvi l’orazione al funerale della figlia: anziché chiedere una pena esemplare, anziché attribuire colpe, ha chiesto cosa possiamo fare come società per essere migliori.
E proprio perché la violenza di genere e il femminicidio in particolare sono così radicati in un tessuto culturale che normalizza, se non addirittura celebra, la cultura del dominio e della violenza, è logico che non può essere la cultura del dominio e della violenza a porvi rimedio. La punizione severa, allontanando “il mostro” dalla collettività, ci può dare l’illusione che il problema sia risolto, anche se evidentemente non è così: dal 2009 a oggi le pene previste per i reati di genere, dai maltrattamenti in famiglia all’introduzione dell’aggravante del femminicidio (inteso come omicidio di una persona con cui si ha o si è avuta una relazione affettiva, indipendentemente dal genere), sono state aumentate più volte. Da quando è stato introdotto il reato di stalking si è passati dalle 169 condanne del 2009 alle 2.402 del 2018, sebbene ci siano stati ben quattro interventi del legislatore per incrementare le pene previste per questo reato. Secondo l’Istat sono 2 milioni 229mila le donne ad aver subito atti persecutori almeno una volta nella vita da un uomo, di cui 2 milioni 151mila da parte di un ex partner.
Il processo ha dimostrato che Turetta aveva ben chiaro cosa stava facendo, così come aveva ben chiaro che sarebbe stato punito severamente se scoperto, tanto da aver architettato in modo dettagliato un piano di fuga. La prospettiva di passare il resto della sua vita in carcere non lo ha fatto desistere dall’uccidere Giulia Cecchettin; lo ha soltanto spronato a scappare in Germania.
Non sarà questa sentenza, di cui non conosciamo ancora le motivazioni e che non sappiamo ancora se verrà impugnata, a fare giustizia. Sarà fatta giustizia solo quando sarà ricucito quell’universo morale di cui parlava bell hooks: quando sapremo non solo che il femminicidio è sbagliato (lo sappiamo già), ma quando non dovremo più arrivare a pronunciare una sentenza simile. E per farlo, come ha detto Gino, abbiamo bisogno di prevenzione, non di pene.
Da il manifesto – Kate Crawford è una studiosa di tecnologia, dotata della rara capacità di elaborare anche artisticamente la sua ricerca critica sull’Intelligenza artificiale (IA). È Research Professor alla Scuola per la comunicazione e il giornalismo Annenberg di Los Angeles, e Senior Principal Researcher a Microsoft. Ha vinto di recente il prestigioso premio S+T+ Arts Prize 2024 per un lavoro in collaborazione con Vladan Joler: Calculating Empires. Il riconoscimento è per i lavori artistici che coinvolgano anche scienza e tecnologia. Il progetto sarà esposto in otto nuove destinazioni, dopo essere già stato esibito a Milano (Fondazione Prada), a Berlino e al festival Ars Electronica di Linz in Austria.
Il centro dell’opera è una dark room, che consente di entrare in una black box letterale, un ambiente immersivo fatto di mappe concettuali. Una analizza sistemi di comunicazione e computazione, mentre l’altra affronta i meccanismi di controllo e di classificazione. Gli imperi di cui si descrivono i tentacoli si estendono dall’occidente per più di cinque secoli.
Il processo di potere integra colonialismo, rivoluzione scientifica e industrializzazione, come facce composite di un unico prisma, che include gli strumenti di comunicazione e calcolo delle tecnologie digitali contemporanee, inserendole in un flusso ininterrotto.
Crawford è una delle più importanti voci critiche internazionali sull’IA. Ha studiato l’insieme dei materiali necessari per le infrastrutture tecnologiche, ma anche le strategie nel coniugare ricerca e politica dell’IA. È un’attivista generosa, impegnata a concepire progetti con l’obiettivo di difendere la società e la democrazia dagli attacchi dei sistemi di controllo, sorveglianza e predizione dell’industria dell’IA della Silicon Valley. L’abbiamo incontrata per discutere del rapporto tra ricerca scientifica e artistica.
Ci descriverebbe la genesi di questo particolare progetto?
Ho interagito con Vladan per buona parte del decennio. La nostra ricerca è cominciata con il progetto, Anatomy of an AI system, nel quale abbiamo analizzato le dipendenze di Amazon Echo – un singolo sistema di IA – dai materiali di tutto il pianeta. Un’analisi spaziale delle connessioni concrete dell’IA. Calculating Empires è invece uno studio sul tempo. È stato uno dei progetti più difficili ai quali ho partecipato. È enorme e ci sono voluti quattro anni per gli approfondimenti storici necessari per mappare il modo in cui gli imperi hanno usato la tecnologia per centralizzare il potere negli ultimi cinque secoli.
Da studiosa e artista come sceglie i progetti da realizzare nei diversi ambiti? Ha pesato il desiderio di attivare il pubblico generale attraverso la vostra cartografia critica?
Il lavoro artistico è sempre interconnesso con la ricerca accademica. Scegliamo gli esiti in base all’opportunità. Si tratta di modi diversi per contestualizzare meglio le trasformazioni che stiamo attraversando. Calculating Empires funzionava meglio come progetto visuale, concepito per far partecipare le persone con le proprie storie. In mostra sono presenti dei grandi libri scritti a mano e diamo alle persone le penne per contribuire con la propria visione e la propria prospettiva critica, perché la immaginiamo come una storia aperta e collettiva. Crediamo sia importante che questi dibattiti avvengano in luoghi pubblici e possano permeare la cultura e l’educazione.
Considerato che il vostro lavoro è una critica costante all’oggettività e all’universalismo delle categorie, come avete selezionato quelle della vostra storia degli imperi?
La classificazione è un metodo per introdurre un ordine e una struttura nel mondo, spesso a favore di un sistema di potere. Noi abbiamo scelto delle categorie per riflettere con le persone su quanto i sistemi tecnologici siano interconnessi a quelli sociali. Nella mappa abbiamo rappresentato i sistemi di comunicazione, quelli di calcolo, di classificazione e di controllo. Abbiamo cercato di evidenziare come tecnologia e potere siano interdipendenti in questi quattro domini, per raccontare una storia alternativa.
Cosa vi ha ispirato nel concepire un progetto così complesso, in evoluzione continua?
L’ispirazione è nata dalla frustrazione su come l’intelligenza artificiale venga discussa al momento: la falsa rappresentazione che viviamo una fase unica della storia, che questa tecnologia non somigli a niente di ciò che è stato inventato, ecc. Ma non è così e lo possiamo mostrare attraverso la descrizione dello sforzo materiale necessario per realizzare il sistema tecnologico, le infrastrutture industriali emergenti, e del potere implicato nella sua realizzazione. Lo sguardo più ampio ci ha permesso di uscire dalla spinta presentista nella quale viviamo rispetto alla tecnologia, che inibisce una visione più profonda di storia e società.
Durante la realizzazione di Calculating Empires è esplosa l’eccitazione per l’IA generativa. Come avete vissuto questi annunci che investivano il futuro mentre concepivate la storia dei sistemi tecnologici di calcolo e controllo? È servito a contrastare la distrazione?
Ci ha aiutato a mantenere la calma, invece di correre dietro alle promesse sulla realizzazione a breve dell’intelligenza artificiale generale e ci ha consentito di concentrarci sugli aspetti storici di queste tecnologie. Siamo bombardati negli ultimi due anni dagli annunci di successi, e questo ci fa distrarre. Siamo attratti dai nuovi prodotti, dimenticandoci del quadro generale. Non riflettiamo su quali siano gli effetti a lungo termine di esternalizzare le nostre abilità creative, la scrittura, il discernimento. Come ci stiamo trasformando? Concentrarci sul passato è stato un antidoto per restare immuni alla narrazione di invincibilità promossa dai sostenitori della tecnologia, perché abbiamo studiato come le precedenti trasformazioni abbiano condotto le persone ad attivare una resistenza nel tempo. Non esiste solo la narrazione del potere.
Nel suo libro The Atlas of AI (Né intelligente né artificiale, Il Mulino, 2021) ha indagato gli aspetti materiali delle tecnologie dell’IA, mostrando da un lato che non sono intelligenti, perché richiedono l’intervento nascosto di tantissime persone, e dall’altro che dipendono da un’infrastruttura industriale energeticamente avida. Come si applica questo approccio all’IA generativa?
Nel testo ho descritto l’atlante delle implicazioni materiali, commerciali e geopolitiche dei processi di questa tecnologia. L’IA generativa ha un costo ancora maggiore di pochi anni fa. Fare una ricerca con ChatGPT consuma 15 volte l’energia rispetto all’accesso ai motori di ricerca. E richiede molta più acqua. I data center ne hanno bisogno per il loro raffreddamento e questo fa letteralmente evaporare l’acqua da bere in molte regioni affette da siccità. Ogni interazione con ChatGPT è come buttare mezzo litro d’acqua per terra. Queste esternalità andrebbero considerate attentamente.
Pensa che l’avvento di Trump cambierà qualcosa in termini di pratiche e regolazione dell’IA?
È troppo presto per dirlo. È interessante che in Usa a livello di singoli stati siano state recentemente introdotte più di 200 leggi, che riguardano l’IA a vari livelli. Ritengo che tale orientamento non smetterà nei prossimi anni. Ma siamo molto preoccupati e stiamo monitorando la situazione. È importante trovare un modo più sostenibile di costruire sistemi di IA, rendendoli più ricchi di sfumature. È urgente definire gli ambiti nei quali abbia senso usarla. Questa è la battaglia politica e critica dei prossimi quattro anni. Per farlo abbiamo bisogno degli sforzi di tutti i gruppi di pressione a livello internazionale.
Da GenovaToday – «Non dico di essere sollevata, ma non mi importa neanche tanto, il punto non è punire il singolo, se avessi voluto punire il singolo mi sarei mossa in altre direzioni». Così Francesca Ghio commenta l’eventuale e probabile archiviazione dell’inchiesta da parte della procura di Genova. La consigliera comunale che ha denunciato in aula consiliare di avere subito uno stupro a dodici anni, ieri è stata ospite del programma condotto da Massimo Gramellini “In altre parole”, su La7, dove ha raccontato la sua storia, ma soprattutto l’importanza del gesto politico che l’ha portata a parlarne in pubblico.
«Quel testo – ha detto riferendosi al testo letto in aula – l’ho scritto la mattina sapendo che in consiglio comunale ci sarebbe stato un documento che avrebbe parlato di violenza di genere. Mi sono accorta che tutti i discorsi che vengono fatti nelle aule, e nel mio caso nell’aula consiliare del Comune di Genova, sono discorsi vuoti e pieni di apatia. Portare un pezzo di me, metterlo al centro della sala, è stato per me un atto politico. Riportare quel dolore come responsabilità delle istituzioni. L’ho fatto per le figlie e i figli di tutti, è stato difficile. Avevo bisogno di togliermi dalla mia esperienza per non emozionarmi, non è stato semplicissimo frantumarmi davanti a tutti. Un mio amico che ha esperienza nel teatro mi ha detto: “Vai decisa fino in fondo, leggi bene e fatti capire”».
Com’è noto, dopo l’intervento di Ghio non c’è stata una reazione immediata da parte del consiglio comunale, ma lei racconta di non esserne stupita: «Forse lo eravate voi, ma per me era la normalità. È il silenzio che fa sì che le istituzioni non abbiano nessun peso risolutivo sulla realtà». Poi: «Mi rendo conto della forza comunicativa, da giorni ricevo centinaia di messaggi, ma la mia è una delle tante storie».
Tra i messaggi e le telefonate c’è anche quella di Giorgia Meloni: «Prendevo una tisana con mia mamma, ho ricevuto una chiamata da un numero sconosciuto, poi un messaggio, ho richiamato e mi è stato passato il telefono: “Pronto, sono Giorgia Meloni”. Ero molto stanca, alienata, ma ho scelto di non sottomettermi alla strumentalizzazione, ringrazio per la vicinanza che però non posso accettare da chi ha la responsabilità istituzionale di risolvere i problemi. Non ho mollato il punto sul ribadire l’importanza di non scaricare la responsabilità sul singolo, ma capire che se abbiamo problemi il primo passo è guardarli negli occhi, deresponsabilizzare non risolve i problemi».
«Lei – continua – rispondeva in romanaccio, come poteva. Diceva che sta facendo tanto per quello che ha la possibilità di fare, ma se siamo a questo punto la responsabilità è di tutti, non accetto la strumentalizzazione del dolore della mia storia».
Ghio ha dribblato la domanda di Gramellini su cosa provi per il suo stupratore: «I miei sentimenti personali non sono il punto della questione, la mia scelta è stata portare la mia storia nelle istituzioni perché la soluzione deve arrivare da lì, non possiamo chiedere soluzione ai centri antiviolenza o alle famiglie».
Centri antiviolenza che, come ha ricordato Fiorella Mannoia, presidente onoraria del centro Una Nessuna Centomila e anche lei ospite di Gramellini, soffrono per il precariato: «Le operatrici sono precarie. Non sanno se riusciranno a prendere lo stipendio il mese dopo. Sono eccellenze nei loro campi, avvocate, psicologhe, in parte volontarie e in parte abbandonano perché non hanno uno stipendio. Lo vogliamo mettere in finanziaria questo come problema?».
«Avrei accettato una consapevolezza del problema. – ha aggiunto Ghio – L’educazione sessuo-affettiva e sul consenso nelle scuole non solo è la prima cosa da cui dobbiamo partire, è un investimento per tutti, ci dobbiamo trovare tutti d’accordo, mettere strumenti in mano ai bambini vuol dire evitare carnefice e vittima. Siamo immersi nella violenza e non se ne esce. Il primo passo politico è applicare in Italia modelli che già esistono, per portare ai nostri bambini la speranza che nel futuro questo modello di violenza non si debba replicare. Alla presidente del consiglio ho chiesto di ricordarsi che siamo tutti fratelli e sorelle in questo pianeta. Continuare a dividerci è tragico al punto della storia in cui siamo, noi che ci candidiamo ad amministrare abbiamo il dovere morale nei confronti della collettività di fare meglio. Sapere che siamo rappresentati da persone che non riescono ad assumersi la responsabilità e si dichiarano intimamente contenti se qualcuno soffre ci dimostra che siamo a un punto agghiacciante».
«Ho un’enorme speranza per la mia generazione, voglio lavorare, continuare a impegnarmi non per mia figlia, ma per tutti i figli di tutti», ha concluso la consigliera.
Da Il Fatto Quotidiano – «Mi è sembrato evidentemente inopportuno invitare a una fiera dedicata a Giulia Cecchettin un uomo (confesso che non sapevo manco chi fosse…) accusato di violenza ai danni della sua compagna. Mi è sembrato sbagliato invocare il garantismo (che pure è un tema che mi sta molto a cuore in questo tempo di barbarie) per troncare una discussione sulla violenza di genere, senza problematizzare il calvario che tante donne incontrano nel denunciare gli abusi, la difficoltà di essere credute, di vedere riconosciuta la propria verità. Una discussione complessa che afferisce più alla cultura che alle procedure penali». Con una lunga riflessione, pubblicata attraverso una serie di storie Instagram, il disegnatore Michele Rech, in arte Zerocalcare, annuncia di aver annullato l’incontro previsto il 6 dicembre a Più libri più liberi, la fiera della piccola e media editoria di Roma, a cui avrebbe dovuto partecipare insieme alla scrittrice Chiara Valerio, curatrice della manifestazione. Il motivo sta nella scelta di Valerio di invitare alla fiera, dedicata quest’anno alla memoria di Giulia Cecchettin (la ventiduenne veneta uccisa dall’ex fidanzato a novembre 2023) lo scrittore e opinionista Leonardo Caffo, imputato a Milano per maltrattamenti e lesioni ai danni dell’ex compagna (a ottobre il pm ha chiesto quattro anni e mezzo di reclusione).
Dopo una valanga di polemiche Caffo ha ritirato la partecipazione. Valerio, però, ha difeso in un primo momento la scelta di invitarlo, appellandosi alla presunzione d’innocenza e annunciando di voler presentare lei stessa il suo libro sull’anarchia. Solo in seguito l’organizzazione della kermesse ha diffuso un messaggio di scuse, comunicando che la sala destinata alla presentazione sarebbe stata messa a disposizione della «discussione contro la violenza di genere».
«Credo che tutto, compresi i video, le comparsate televisive, letteralmente tutto almeno fino all’ultimo messaggio di scuse sia stato sbagliato; per come conosco Chiara Valerio, ci credo che sia mossa da fedeltà a un principio e non da altro; ma quando quello che facciamo si presta a così tante strumentalizzazioni, quando diventiamo utili agli articoli della Verità, quando i nostri nemici ci prendono a simbolo, è il momento di fermarci a riflettere pure se siamo in buona fede», scrive Zerocalcare. E definisce l’incontro «oggettivamente impossibile da tenere» perché, scrive, «mi pare impossibile glissare su questo tema e parlare d’editoria come se niente fosse; e al tempo stesso mi pare grottesco pensare che un maschio tenga un incontro in cui spiega a una donna come avrebbe dovuto comportarsi in termini di femminismo». Anche se non parteciperà all’incontro, Zerocalcare sarà presente in fiera presso lo stand della sua casa editrice, Bao Publishing, per i firmacopie.
Dal Corriere della Sera – «La violenza sulle donne è in aumento, anche il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, ha detto che siamo ai livelli di una pandemia». Reem Alsalem, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla violenza contro le donne e le ragazze, parla con il Corriere della Sera alla vigilia dell’incontro “Violenza contro le donne e prostituzione: quale relazione?”, organizzato il 23 novembre a Milano dalla Casa di Accoglienza delle Donne Maltrattate e Resistenza Femminista, in collaborazione con Anteo e lo storico quotidiano milanese. Lo fa tenendo il punto su argomenti scottanti come la pornografia che considera «una forma di prostituzione cinematografica» e gli sport femminili che, afferma con convinzione, «devono essere riservati solo alle donne». Alsalem individua nel patriarcato «una delle maggiori cause della violenza contro le donne, degli abusi e del desiderio di dominare». Un sistema, dice, «che danneggia anche gli uomini, perché si aspetta che aderiscano ai modelli di mascolinità aggressivi, dominanti e violenti che vengono loro proposti». E spera di portare l’attuale governo dell’Afghanistan davanti alla Corte Internazionale di Giustizia: «Incriminare i talebani per aver violato i propri obblighi nei confronti delle proprie donne ai sensi del diritto internazionale avrebbe un forte potere simbolico».
La violenza contro le donne è in costante aumento in tutto il mondo, secondo lei cosa possiamo fare per fermarla?
«I dati che abbiamo dipingono un quadro molto allarmante. Oltre alle forme tradizionali di violenza, ne esistono di nuove che si generano grazie alla tecnologia digitale, penso ai deepfake [montaggi di immagini realizzati con l’intelligenza artificiale, Ndr] e alla crescente commercializzazione e mercificazione delle donne, delle loro capacità riproduttive e sessuali, come è il caso della prostituzione e della maternità surrogata. Per combattere la violenza sappiamo quello che dobbiamo fare, gli Stati hanno leggi chiare in proposito così come il diritto internazionale. Quello che serve è l’impegno politico. Le autorità devono dare priorità a questo problema e dire: “Faremo in modo che metà della nostra società sia al sicuro, sia trattata con pari dignità”».
E perché non c’è quest’impegno?
«Per attuare le leggi servono risorse e il mio timore è che in un periodo di austerità, anche in Europa, dove i servizi e l’attenzione per i più vulnerabili e per coloro che sono più a rischio vengono tagliati o declassati, temo che non vengano stanziati fondi e risorse sufficienti allo scopo. È davvero importante continuare a finanziare e sostenere le organizzazioni di difensori dei diritti umani e coinvolgerli in modo davvero significativo. Un’altra cosa che mi preoccupa è che parliamo molto della necessità di far partecipare le donne a tutti i processi che le riguardano, ma quando le donne dicono qualcosa che non piace ai governi o che non corrisponde alle loro priorità, le loro voci vengono messe da parte e questo accade ovunque nel mondo. Anche in Occidente le organizzazioni femminili vengono messe da parte, le voci delle donne vengono eclissate, le donne vengono vilipese e questo ovviamente va contro i principi dei diritti umani. Poi ci sono le guerre. Sappiamo che la violenza sessuale contro donne e ragazze nei conflitti è stata usata come strumento di guerra, ed è un problema preoccupante e allarmante, ma direi che, con l’accresciuta eradicazione della credibilità dell’ordine basato sul diritto internazionale e del rispetto del diritto internazionale e del diritto umanitario e delle leggi sui conflitti armati, stiamo assistendo anche a un’erosione della protezione di donne e ragazze contro tale violenza nei conflitti».
In un rapporto lei ha definito la prostituzione un sistema di violenza contro le donne e le ragazze. Qual è il modello migliore per porvi fine?
«È molto importante pensare all’immenso danno che viene inflitto alle donne nella prostituzione, inclusa la sofferenza psicologica, un trauma che può anche causare la dissociazione delle vittime e persino lo sviluppo di una relazione di dipendenza e attaccamento agli aggressori. Il modo miglior per affrontare questo sistema di violenza è il modello nordico o abolizionista, che si propone di sradicare la prostituzione ponendo alcuni punti fermi. Prima di tutto le donne nella prostituzione vanno considerate vittime e sopravvissute alla violenza. Quindi se le forze dell’ordine si imbattono in una donna nella prostituzione, lei non dovrebbe essere punita, criminalizzata, giudicata, vilipesa. In secondo luogo va affrontata la questione della domanda, che è al centro di questo sistema di sfruttamento. L’unico attore che ha davvero la possibilità di scegliere è l’acquirente: ogni volta che esce per acquistare un atto sessuale prende una decisione consapevole e ha la libertà di dire di no. E quindi dobbiamo iniziare a rendere più difficile e più inaccettabile, sia socialmente che legalmente, per uomini e ragazzi comprare corpi di donne. La domanda va criminalizzata, comminando multe considerevoli o condanne penali. E questo è cruciale perché finché non diventerà più difficile e punibile per gli uomini acquistare atti sessuali, non saremo mai in grado di affrontare davvero questo problema. La terza cosa è offrire strategie di uscita. Le donne nella prostituzione devono avere accesso a un supporto immediato alle cure per affrontare le conseguenze della prostituzione sui loro corpi e sulle loro menti, a un alloggio, a percorsi di formazione per ricominciare la loro vita in una situazione di sicurezza, dignità e protezione».
Lei ha chiesto che un test obbligatorio sul sesso venga introdotto negli eventi sportivi. Alle ultime Olimpiadi, però, ci si basava solo sul sesso presente sul passaporto. Come pensa di raggiungere questo obiettivo? Qual è la sua posizione sul caso di Imane Khelif?
«Sono stata chiara su questo. Il responsabile di ciò che è successo alle Olimpiadi di Parigi è il Comitato Olimpico. Il Cio deve proteggere gli sport femminili limitandone l’accesso alle donne. Non ci si può basare sul passaporto perché si sa che un certo numero di Paesi metteranno l’identità di genere della persona che può non corrispondere con il sesso biologico. Spero che il Cio abbia imparato la lezione da quello che è successo a Parigi e dal fatto che le giocatrici sono state messe in pericolo ed esposte ad attacchi. I test sul sesso erano stati scoraggiati negli anni ’80 perché erano invasivi e usati solo su certi gruppi di persone ma oggi sono economici ed efficienti oltre ad essere assolutamente necessari per determinare il sesso biologico di un partecipante. È quello che chiedono le atlete e noi dobbiamo ascoltarle».
In uno dei suoi ultimi rapporti al Consiglio per i diritti umani ha sottolineato il tremendo danno che la pornografia crea alle società e i chiari legami che ha con l’aumento e il mantenimento della violenza contro le donne. Come è possibile che la Commissione Europea abbia inviato un relatore al Pornfilmfestival di Berlino? E cosa si può fare per combattere l’industria del porno?
«Nel mio rapporto sulla prostituzione e la violenza contro le donne e le ragazze parlo della pornografia come prostituzione cinematografica. È un fenomeno che produce danni duraturi sulla parità di genere e anche sulla salute mentale e fisica di tutti, compresi adolescenti, ragazzi e ragazze, bambini e bambine. La mia raccomandazione finale è che la pornografia sia messa fuori legge. Nel frattempo dovremmo limitarne la visione ai maggiorenni e rafforzare i metodi di verifica dell’età. Ci vogliono norme serve per chi possiede, promuove o dà spazio a materiale che promuove la violenza. Quanto alla Commissione Europea, penso che sia giunto il momento che gli Stati smettano di trattare i produttori di pornografia e coloro che ospitano pornografia sui loro siti web come imprese senza responsabilità. Devono esserci delle conseguenze. Devono essere chiusi i siti se non rispettano le norme e i regolamenti. Mi preoccupa che la Commissione Europea abbia inviato un relatore al festival del porno perché dà l’impressione che tolleri gli aspetti dannosi e negativi di quell’industria».
In Iraq, Iran e Afghanistan, per citare alcuni Paesi, le donne sono sempre più messe in un angolo, i loro diritti cancellati. Sembra che la reazione delle Nazioni Unite non sia così netta soprattutto nel caso dei talebani a Kabul. Perché?
«Il problema della violenza contro le donne e le ragazze o la regressione nei diritti delle donne non è limitato a certi paesi o a una certa regione perché questa è una pandemia a livello globale. Certo ci sono Paesi che hanno fatto enormi progressi ma tutti devono affrontare questo problema. Se guardiamo all’Iran e all’Iraq, le donne e le ragazze godono ancora di diritti in una serie di aree importanti. Allo stesso tempo in Iraq c’è una bozza di legge per legalizzare il matrimonio delle bambine ma sta incontrando una feroce opposizione da parte di molte parti della società, di donne e di organizzazioni della società civili. Faccio notare che il matrimonio infantile esiste in una serie di Paesi tra cui 37 Stati americani. Quindi è qualcosa su cui dobbiamo lavorare. In una sorta di categoria a sé stante è l’Afghanistan, dove abbiamo assistito alla cancellazione più grave dei diritti delle donne nella vita pubblica e privata. Ma ancora una volta questa regressione non riflette le opinioni o le posizioni della società afghana ma di un gruppo armato che è salito al potere e ne sta abusando».
Non pensa che qualsiasi negoziato con i talebani, a qualunque tavolo, debba essere escluso finché loro non ammettono le donne nelle loro delegazioni? Come si può avere un dialogo o riconoscere l’autorità di queste persone?
«Ovvio che debbano esserci delle conseguenze per il modo in cui i talebani trattano le donne e le ragazze. Dobbiamo esplorare tutte le strade per ritenerli responsabili di ciò. E per questo sostengo l’iniziativa di quei Paesi che vogliono portare i talebani davanti alla Corte internazionale di giustizia. Perché l’Afghanistan è firmatario, ad esempio, della Convenzione sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne. Incriminare i talebani per aver violato i propri obblighi nei confronti delle proprie donne ai sensi del diritto internazionale avrebbe un forte potere simbolico. Ho anche, tra l’altro, sostenuto il fatto che dobbiamo rendere più difficile per l’Afghanistan normalizzare questo tipo di esclusione, repressione e discriminazione in campo culturale. Per esempio non far partecipare alle competizioni internazionali le squadre sportive maschili dell’Afghanistan, in qualsiasi disciplina, finché alle donne non sarà permesso di partecipare agli sport. Il discorso è diverso in campo umanitario perché la popolazione ha bisogno di assistenza. Ed è sottinteso che per promuovere i diritti umani e l’accesso all’assistenza umanitaria bisogna interfacciarsi con i poteri che hanno il controllo. E questo non significa dar loro un riconoscimento. Questo è quello che ha fatto l’Onu e che ho fatto anch’io, che sono andata in Afghanistan sei mesi dopo la presa del potere dei talebani. Ho anche chiesto all’OIC, l’Organizzazione della Conferenza Islamica, di essere più severa e più esplicita nel comunicare ai talebani che non possono nascondersi dietro l’Islam o la loro interpretazione dell’Islam. L’Islam non tollera, non supporta questo trattamento esclusivo, discriminatorio e invisibilizzante delle donne. Non dobbiamo far sì che il trattamento delle afgane venga normalizzato altrove, come stanno per esempio provando a fare gli Houthi in Yemen».
Contro le madri viene spesso usata nei tribunali la sindrome di alienazione parentale, che non ha basi scientifiche. Quali armi abbiamo contro questo fenomeno?
«Nel mio rapporto sulla custodia dei figli e la violenza contro le donne e le ragazze, che ho presentato al Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite lo scorso anno, ho formulato una raccomandazione molto forte: dobbiamo mettere al bando l’uso di questo concetto, l’alienazione parentale. Innanzitutto non è un concetto scientifico, è uno pseudo-concetto. In secondo luogo viene utilizzata nei procedimenti giudiziari come un’arma contro le donne dagli autori di violenza che, odio dirlo, sono soprattutto uomini, per distrarre l’attenzione dai loro misfatti. La usano come forma di punizione. Dobbiamo togliere dalla scena questo concetto e prestare attenzione alle storie di violenza precedenti nella famiglia».
In Italia è stata appena introdotta una legge contro la maternità surrogata che punisce le coppie che vanno all’estero per accedere alla pratica. Qual è il suo punto di vista?
«Penso in generale che la pratica rappresenti la mercificazione della donna da un punto di vista riproduttivo e sessuale. Non posso però dare una posizione precisa sulle leggi in proposito perché non rientra nel mio mandato. Tuttavia ho inviato una lettera al governo della Grecia sulla mancanza di garanzie per prevenire lo sfruttamento delle donne, ma anche perché garantisca il miglior interesse del bambino nella sua legge sulla maternità surrogata. Ho intenzione, in futuro, di concentrarmi su questo. Nel frattempo accolgo con favore gli sforzi degli Stati che si battono contro lo sfruttamento».
Le faccio una domanda provocatoria: visto che sono gli uomini i maggiori responsabili dei comportamenti antisociali e violenti, oltreché delle guerre, non sarebbe ora che facessero un passo indietro e cedessero il passo alle donne? Come sarebbe un mondo in cui il potere è in mano alle donne?
«Penso che la causa della violenza contro le donne, degli abusi e del desiderio di dominare sia il patriarcato. E penso anche che il patriarcato danneggi anche gli uomini, perché si aspetta che aderiscano ai modelli di mascolinità aggressivi, dominanti e violenti che vengono loro proposti. Quindi, in realtà, credo che anche gli uomini e i ragazzi siano vittime ma in un modo diverso, perché se non aderiscano a questi modelli soffrono anche loro. E penso, ad esempio, che la pornografia danneggi anche chi la usa. Provoca disfunzioni sessuali, distrugge le famiglie. Ma, naturalmente, sono le donne e le ragazze a soffrire di più perché sono oggetto di questa dominazione. Ed è sicuramente vero che se coinvolgiamo le donne e le ragazze nella costruzione della pace, nella risoluzione dei conflitti, le possibilità di successo saranno maggiori. I dati dimostrano anche che si ridurrebbe la probabilità di una guerra».
Da Marea
Nel 2017 la rivista Marea ha inaugurato, su proposta di Rossana Piredda, una nuova e originale serie di numeri speciali, “Grazie a lei”. Un esperimento ben riuscito che ha contribuito a preservare la memoria del femminismo, offrendo uno spazio alle autrici per celebrare le donne che le hanno ispirate. Attraverso i loro racconti personali, abbiamo potuto conoscere donne che hanno lasciato un’impronta indelebile nella loro vita e nella società, infondendo forza e autorevolezza. Otto numeri speciali, 76 storie nate dalla gioia della riconoscenza, che rendono omaggio a donne che ci hanno precedute o ancora in vita. Un invito a ringraziarle per il loro contributo, mantenendo viva la loro eredità.
Quante donne dovrei ringraziare per essere quella che sono? Una donna che ama la vita e accetta di attraversarla nella sua complessità.
Primo fra tutti un grazie va a mia madre, Giuseppina Operti, che mi ha messo al mondo a venticinque anni. Desiderava tanto una femmina e sono arrivata io. Negli ultimi anni della sua vita, lasciandosi alle spalle i tratti un po’ severi e riservati della sua piemontesità, mi ha rivelato: «Quando la levatrice ti ha messo tra le mie braccia mi sembrava di sognare!». In quel momento ho percepito quale fosse l’origine del mio amore per me stessa, della mia preferenza per l’amicizia femminile, della fiducia e ammirazione che nutrivo per le maestre. Quando ogni cellula del tuo corpo sprigiona il desiderio e la gioia di tua madre per averti generato, le fate madrine depongono quel brillio nello scrigno del tuo essere, la stanza segreta che è dentro ognuna di noi. E così porto in me una sorgente di desiderio e di amore che illumina i miei passi, orientandomi principalmente verso il mondo delle donne con gratitudine.
Nel femminismo ho ritrovato questo sentimento di valore, ammirazione e fiducia, molto diverso dal fascino provato in gioventù per gli uomini che mi seducevano mettendomi in scacco, come una replicante di mondi estranei oppure silente e alienata in un limbo d’inconsistenza.
Se penso alle donne della mia vita si fa avanti un corteo in cui sfilano, al seguito di mia madre, le nonne e le zie che mi hanno coccolato da bambina, le mie maestre di scuola. E poi Anna Garelli, Pinuccia Corrias, Elena Fogarolo, Aida Ribero, Adriana Sbrogiò che mi hanno introdotto alle pratiche del femminismo fin dagli anni Ottanta; Luisa Muraro che mi ha insegnato l’autorità femminile nell’agire politico; le tante donne dei Gruppi donne delle Comunità cristiane di base e le molte altre con cui ho condiviso il percorso di ricerca di un divino leggero, liberato dalle gabbie patriarcali; le mie migliori amiche Grazia Villa e Carla Galetto, sorelle d’anima; Maura e Simona le mie sorelle di sangue e la bella matrioska creata con le mie figlie Valeria e Francesca da cui è nata Virginia, l’ultima arrivata. Ma in questa occasione desidero dedicare il mio “grazie a lei” alla donna che in ordine di tempo e solo momentaneamente chiude il corteo: Luciana Tavernini.
L’ho incontrata la prima volta l’8 giugno 2014 durante la redazione allargata di Via Dogana, storica rivista della Libreria delle donne di Milano. Carla Galetto e io eravamo state invitate dalla filosofa Luisa Muraro a raccontare la nostra storia nei Gruppi donne delle Comunità cristiane di base, in quelli che non sapevamo ancora sarebbero stati gli ultimi due numeri della rivista nella sua forma cartacea. La redazione si teneva di domenica mattina mentre il sabato sera era dedicato agli incontri in libreria. In quell’occasione tra le donne presenti, per noi ancora in gran parte sconosciute, si fece avanti Luciana, determinata, sguardo attento e concentrato, molto diretta che, con gentilezza, andò subito al sodo: «Ho una casa molto spaziosa e ora che mia madre non c’è più e i figli hanno preso la loro strada, se le prossime volte volete venire il sabato, potete dormire da me». Aveva pronunciato quelle parole con la naturalezza di chi mantiene salda la dimensione umana dell’ospitalità. Ma c’era qualcosa di più. Questa prima mossa di Luciana mi ha toccata a un livello profondo. Esprimeva un grande amore per la pratica politica delle relazioni tra donne, il desiderio di generare insieme qualcosa di bello e di grande e la consapevolezza che il pensiero trae energia dal fare insieme. Perché questo accadesse, sapeva creare agio attraverso la concreta cura dei corpi, degli spazi e dei tempi necessari per l’incontro, mostrando sapienza nell’arte di tessere relazioni.
Non la conoscevo ancora, anche se avevo letto alcuni suoi interventi nelle pubblicazioni dell’associazione Melusine, di cui aveva fatto parte negli anni ’90, e in quelle della Pedagogia della differenza a cui aveva partecipato fin dall’inizio, della Comunità di pratica e riflessione pedagogica e ricerca storica, confluita nella Comunità di storia vivente. Scriveva su alcune riviste come Via Dogana, Duoda, Legendaria e con Marina Santini aveva pubblicato Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua (Il Poligrafo, Padova 2015), una narrazione storica e dialogica del femminismo intrecciata a 58 testimonianze delle protagoniste dei fatti narrati e a un centinaio di fotografie.
Ho capito, leggendo il suo primo racconto di storia vivente, Gli oscuri grumi del disordine simbolico (La pratica della storia vivente DWF n. 3, 2012, pp. 35-45), da dove venisse la sua munificenza. Come lei scrive è «la capacità di capire cosa far circolare in un’abbondanza sotterranea che lega le vite e le rende degne di essere vissute». È un’eredità ricevuta dalla sua genealogia materna. Sua nonna e sua madre che, nonostante le ristrettezze economiche, «avevano sempre qualcosa da offrire a chiunque passasse da casa» e sapevano anche vedere le situazioni difficili inventando modi per «tendere la mano senza farsi travolgere e riuscendo a riportare a galla chi stava per essere sommerso». Anche Luciana sa donare ciò che è necessario e offrirlo generosamente, non per aver qualcosa in cambio ma per nutrire e far crescere «in una circolarità di attenzione, di gratuità e di parola».
L’occasione per iniziare a fare amicizia si presentò più avanti quando Carla Galetto e io le rivolgemmo una richiesta specifica. Nel Collegamento dei gruppi donne delle Comunità cristiane di base italiane e delle molte altre era nata l’esigenza di raccontare il nostro percorso trentennale fatto di ricerca teologica, politica, riappropriazione di espressioni liturgiche, coinvolgimento dei corpi, avendo come punto fermo la coscienza dell’essere sessuate e il partire da sé. Volevamo raccontare l’intreccio tra la storia personale di ciascuna nel proprio contesto e l’eccezionale esperienza comune nata da quelle singole storie.
Alcune di noi avevano sentito vicina alla propria ricerca la pratica sperimentata dalla Comunità di storia vivente di Milano, nata da un’invenzione di Marirì Martinengo. Una pratica di donne in relazione che si erano autorizzate a narrare la storia, partendo dal loro sentire profondo per indagare nella loro vita i nodi che non avevano ancora trovato parole corrispondenti alla propria verità soggettiva e rendere così visibile nel mondo l’esperienza femminile. Luciana era una delle iniziatrici di questa esperienza. Accettò subito la nostra richiesta e iniziò con noi un proficuo confronto, sfociato in un incontro alla Libreria delle donne di Milano tra una parte del Collegamento donne CDB e le molte altre e la Comunità di storia vivente di Milano, e successivamente nella nascita della nostra Comunità di storia vivente in faccia al Monviso. Ci ha accompagnate mentre muovevamo i primi passi, assicurandoci con Marina Santini una presenza costante.
Ho ancora in mente i mantra delle sue esortazioni, delle sue domande incalzanti per approfondire i nostri racconti. «Non stare in un recinto! Tieni sempre tutto aperto finché arrivi a un nucleo. Domandati se ciò che fai è un atto di libertà o ti incatena. Quanto gioca il voler essere perfetta e rassicurante? Dove va la libertà femminile? Dove è il tuo godimento? Ciò che fai non diventa in qualche modo un rafforzamento del patriarcato? Stai ai limiti che ti vengono imposti o li forzi?»
Per Luciana districare i nodi del nostro vissuto significa liberare soggettività femminile e mostrare altre possibilità di leggere il mondo. In questo impegno di creare simbolico femminile inventava pratiche in cui far circolare in abbondanza la valorizzazione di ciascuna e far nascere scoperte impreviste, rendendo vive le pratiche politiche del femminismo.
Uno dei doni racchiusi nel mio scrigno segreto è lo stupore che provo di fronte alla bellezza e alla grazia che mi vengono incontro nel presente, nel qui e ora. La “meraviglia” che genera gratitudine e fiducia, dando origine a potenti alchimie relazionali.
Così è nato il mio desiderio di affidarmi a lei per un pezzo di strada.
Con Luciana ho sperimentato la “pratica di scrittura relazionale generativa”, come lei la nomina, una pratica in cui una donna elabora il suo scritto in una relazione duale con un’altra a cui riconosce autorità che l’aiuta a chiarire il suo pensiero e dargli forma. «Una relazione simile a quella della partoriente e della levatrice, che permette di dare alla luce qualcosa di nuovo per entrambe». Una pratica che non crea dipendenza ma crescita e libertà.
Tra noi due ci sono stati incontri, anche virtuali, mail, lunghe telefonate, in un confronto serrato sui miei testi da lei discussi e rivisti più e più volte e da me riscritti più e più volte, e un coinvolgimento in azioni pubbliche su temi politici condivisi, per esempio l’abolizione della prostituzione, raccontata dalle sopravvissute al mercato del sesso, come stupro a pagamento.
Le sue parole, i suoi pensieri mi hanno aperto spazi inediti, mi hanno dato fiducia. Con lei ho imparato che è importante andare oltre il linguaggio ideologico, che può essere anche femminista, cercando parole più chiare per dire ciò che illumina la mia esperienza; ho approfondito il valore simbolico del linguaggio e l’effetto liberante che possono avere le parole quando riesco a esprimere pubblicamente la mia verità.
Per tutto questo desidero ringraziarla.
Cara Luciana, mi hai aiutato a ritrovare le parole in lingua materna, che volano alto restando ancorate all’esperienza concreta. Sono ammirata dalla tua generosità, dall’efficacia del tuo fare che realizza idee e progetti, trovando però sempre il tempo e il modo per far crescere le relazioni. Più passa il tempo e più la nostra amicizia mi appare come un dono prezioso.
Da la Repubblica
Ha molte forme, può essere fisica, sessuale, psicologica, economica.
È trasversale ai territori, alle classi sociali, alle nazionalità e alle età. È la violenza con cui l’uomo esercita la volontà di possesso e di prevaricazione sulla donna. E non dipende solo dagli uomini che la praticano, ma anche dal contesto economico e sociale che la perpetua motu proprio da lungo tempo, durante il quale il dominio maschile si è articolato e stratificato e la discriminazione femminile non è stata sradicata. Il contesto socio-economico è rappresentato, innanzitutto, dal lavoro. La situazione di metà delle donne del nostro Paese che è senza lavoro (la peggiore in Europa) è grave. Perché significa che metà delle donne non è autonoma, non è indipendente economicamente.
E ciò rappresenta un vulnus, non solo perché è messo in discussione il diritto a un lavoro dignitoso, ma perché le donne, così, sono oggettivamente limitate nelle loro libertà. Provate a mettervi nei panni di queste donne che non lavorano. In molti casi sono obbligate a chiedere denaro al proprio partner, anche per il minimo indispensabile, non possono scegliere autonomamente come spenderlo, sono tenute sotto controllo o comunque devono giustificare, in una perenne condizione di subordinazione e dipendenza. Ciò crea un humus culturale in cui il controllo maschile sulle donne è di fatto legittimato e risulta assolutamente facilitato. E, se protratto nel tempo, cristallizza ruoli asimmetrici che favoriscono lo sviluppo di violenza nella coppia, o perlomeno l’enorme difficoltà delle donne a sottrarvisi.
La vulnerabilità socio-economica non solo espone maggiormente le donne al rischio di violenza domestica, ma ne limita anche la possibilità di allontanarsi e di rompere una storia tossica. È già difficile per una donna che dispone di reddito fare il passo di denunciare il partner violento, oppure di rivolgersi a un centro antiviolenza o a chiunque altro per chiedere aiuto. Solo il 15% delle vittime di femminicidio ha denunciato. La dipendenza economica può trasformarsi in un ostacolo insormontabile alla rottura di una relazione con un partner violento. Come ci si mantiene dopo averlo lasciato? Certo esiste un contributo economico da parte dello Stato ma l’importo è talmente basso che difficilmente può rappresentare una copertura adeguata.
La violenza contro le donne non si combatte solo con provvedimenti specifici sulla violenza. Una volta per tutte in questo Paese bisogna adottare una strategia globale che metta al centro le donne. Lo sviluppo della loro indipendenza economica, l’eliminazione dei gap e delle discriminazioni. Possibile che non si promuovano politiche per abbattere gli ostacoli alla valorizzazione delle risorse femminili, come recita l’articolo 3 della Costituzione? Possibile che si vada alla ricerca di diversivi sugli immigrati, come responsabili di violenze, e non si vedano le gravi emergenze sociali ed economiche che riguardano le donne e che determinano ruoli asimmetrici nel Paese? Abbiamo bisogno di una strategia globale per un lavoro dignitoso e di qualità per le donne, per una formazione non stereotipata, per lo sviluppo di servizi di cura e congedi parentali e di paternità adeguati, per l’abbattimento della cultura del possesso del corpo e dell’anima delle donne.
I piccoli passi e le mezze misure sono pannicelli caldi che mantengono immutata la condizione di diseguaglianza delle cittadine del nostro Paese e creano le condizioni dell’esercizio della violenza. Mai come oggi appare evidente come tale condizione sia non solo anacronistica, ma il principale ostacolo al pieno dispiegamento delle risorse umane e creative che blocca lo sviluppo
economico del Paese. Giochiamo una partita economica globale con le mani legate dietro la schiena, non potendo avvalerci appieno del fondamentale apporto femminile. C’è bisogno di un contrattacco da parte delle donne. Solo la forza e l’unità delle donne, la sorellanza, possono innescare il cambiamento epocale di cui c’è bisogno.
Da il manifesto – Alias
La singolare concezione dell’attività letteraria di Annie Ernaux è esplicitata fin dal titolo del breve e intenso La scrittura come un coltello (L’orma, pp. 168, € 18,00), raccolta di una serie di interviste realizzate via mail, e concesse da Ernaux a Frédéric-Yves Jeannet – scrittore messicano di origine francese – tra il 2002 e il 2003, nelle quali l’autrice si sofferma con analisi dettagliate e appassionanti sulle motivazioni che stanno dietro la sua opera: i due interlocutori si riconoscono molto distanti l’uno dall’altra, con punti di vista lontani, quasi opposti, che paradossalmente – riconosce Ernaux – hanno permesso una grande libertà di espressione in obbedienza a un «duplice mandato di sincerità e precisione».
L’approdo a se stessa
Con grande lucidità e chiarezza, l’autrice ripercorre le tappe della sua vita e della sua scrittura, legate tra loro indissolubilmente. La conquista della propria voce, dichiara la scrittrice francese, si compie nel 1983 con Il posto: «In quel libro ho inaugurato una postura di scrittura, che mantengo tuttora: un’esplorazione della realtà esterna o interna, dell’intimo e del sociale in un unico movimento che si colloca al di fuori della finzione».
La sua presa di coscienza politica, a partire dalla posizione di “transfuga” che approda a una classe sociale più agiata di quella d’origine, fa maturare via via in lei il desiderio di voler realizzare con la letteratura «non più qualcosa di bello, ma innanzitutto qualcosa di reale». Da qui, la sua «scrittura piatta» che in una rastremata economia verbale intende restituire una realtà personale e collettiva, «perché in fondo di universale non esiste nulla». È in questo senso che la sua scrittura si fa «coltello», vera e propria arma e «atto politico», in grado di operare uno «svelamento e un cambiamento del mondo». Scrivere è nella concezione di Ernaux l’intrapresa di un’esplorazione rischiosa, che deve muoversi sempre “tra”: tra la letteratura, e la sociologia, tra la sociologia e la storia, allo scopo di giungere a quella che la scrittrice chiama «transustanziazione», ossia una «trasformazione di ciò che avviene al vissuto, a “me”, in qualcosa che esiste completamente al di fuori della mia persona». Questo passaggio si può compiere proprio grazie a quella lama affilata, la scrittura, che, abbandonata la funzione di specchio dell’Io, si fa ricerca di una verità al di fuori di sé.
Tutt’altro che narcisistica, la prosa di Annie Ernaux si investe della missione di salvare dall’oblio persone e cose. Eppure questo salvataggio della memoria non è mai scindibile dalla funzione della letteratura come scoperta: «Se dovessi dare una definizione di ciò che è la scrittura, sarebbe questa: scoprire scrivendo quel che è impossibile scoprire in altro modo, attraverso le conversazioni, i viaggi, gli spettacoli eccetera. O anche solo attraverso la riflessione pura e semplice. Scoprire qualcosa che non esiste prima della scrittura. E questa è la gioia – e la paura – della scrittura: non sapere cosa farà ergere, cosa farà accadere».
La lunga intervista è seguita da un «Aggiornamento» scritto da Ernaux dieci anni dopo, in un contesto generale profondamente mutato, e vale come dimostrazione di quanto siano rimasti fedeli a se stessi i principi estetici della scrittrice normanna nel corso del tempo, pur nella varietà dei territori narrativi esplorati.
Impietosa precisione
In chiusura, una nota del traduttore e editore, Lorenzo Flabbi, ripercorre la storia dell’incontro con l’opera di Annie Ernaux e l’approdo all’Orma fin dall’anno della sua fondazione. Le sue note alla traduzione del primo testo pubblicato, Il posto, sono preziose proprio perché illustrano le difficoltà nel rendere la precisione della “scrittura piatta” di Annie Ernaux e ne fanno comprendere la particolarissima fisionomia: «L’esattezza… La sua impietosa precisione priva di fronzoli, uno stile inconfondibile e anche, proprio in virtù della sua ricercatissima semplicità, massimamente fraintendibile».
Da la Repubblica
Osservatele bene, queste donne. Sorridono quasi sempre, anche quando invocano la rabbia. Sfidano l’obiettivo guardando dritte in camera, a volte sembra che lo vogliano sbeffeggiare, caricate a mille da secoli di sottomissione. Sono diverse le une dalle altre, alte e slanciate, piccole e tarchiate, ricce e lisce, giovani e vecchie, borghesi e proletarie, non c’è una estetica comune se non l’esibita noncuranza con cui indossano gonnellone, ponchos e maglioni peruviani. Possono alzare la voce e picchiare sui tamburelli ma generalmente danno l’impressione di essere serene, anche orgogliose di sé stesse, capaci di suggerire ricette su qualsiasi cosa, «dalla poesia al pollo arrosto», come scrisse Lidia Menapace, «le mani affondate nell’impasto del mondo per farlo diverso e migliore». Guardatele bene queste ragazze degli anni Settanta perché tra un girotondo, un concerto, una manifestazione e centinaia di slogan hanno cambiato l’Italia, uniche rivoluzionarie in un Paese che non conosce rivoluzioni.
Bisogna sfogliare il bellissimo album “Covando un mondo nuovo. Viaggio tra le donne degli anni Settanta” per capire perché le ragazze di quella stagione non invecchiano mai. Oggi potranno pure essere vegliarde e piene di acciacchi, ma lo sguardo resta irriverente, la postura mai arresa, e integra negli occhi la luce di chi sa captare a distanza la coda violenta di un patriarcato che non muore.
A raccontarcele attraverso le immagini è una di loro, Paola Agosti, fotografa del movimento femminista negli anni più tumultuosi, figlia del partigiano Giorgio e pioniera in un terreno ancora monopolizzato dai maschi. E ad accompagnare questi scatti d’autrice con esemplari didascalie narrative è una ragazza che potrebbe essere loro figlia, Benedetta Tobagi, nata nello stesso anno in cui Paola fermava in una celebre foto-manifesto un gruppo di donne molto divertite nel lanciare in alto le loro mani in forma di rombo davanti ai poliziotti in assetto di guerra (era il 1977). «Quale migliore risposta alla P38?», commenta laconica Tobagi, che ripropone in queste pagine una felice formula già sperimentata con successo nel libro sulle partigiane.
Al tema dell’uso legittimo della violenza cedette anche una parte delle femministe, ma la cifra che accomuna queste immagini è l’allegria di chi fa la cosa giusta, abbattendo muri di silenzio e di subalternità. Le donne prendono la parola e insieme scoprono l’autocoscienza, partendo da sé stesse, dalle storie personali, da storie di ingiustizia e anche umiliazione.
Una liberazione collettiva che è una corsa ad ostacoli, ovunque sono le resistenze maschili, a casa con il compagno di vita, in fabbrica tra operai e sindacati diffidenti verso un’imprevista e contagiosa “isteria”, anche tra i movimenti dell’estrema sinistra perché va bene fare la rivoluzione, ma questa storia del separatismo femminista si fa fatica a digerirla, che vi siete messe in testa, non vi basta fare gli angeli del ciclostile? E se poi non ci stai, allora sei frigida o repressa.
E non fu certo un caso che Lotta Continua – dove le donne venivano chiamate con il genitivo dell’appartenenza maschile, Maria di Gigino o Lorenza di Gigetto – fu sciolta grazie alla protesta delle compagne contro l’autoritarismo dell’organizzazione. E i ragazzi di Potere Operaio arrivarono a interrompere nel 1972 una seduta di femministe a Roma lanciando preservativi pieni d’acqua. Il Manifesto s’affrettò a stigmatizzare, ovviamente, ma con un’interessante postilla: «Non c’è niente di serio nel trattenersi in assemblee unisessuali».
Ci si accapiglia tra maschi e femmine, ma anche tra le donne è una discussione senza fine, di qua le emancipazioniste del Pci e dell’Udi – eguali diritti per tutti – di là le teoriche della differenza e del separatismo, che mettono più radicalmente in discussione il patriarcato, accusando le prime di connivenza con il nemico e venendo a loro volta accusate di mettere i bastoni tra le ruote della rivolta sociale.
Ma poi alla fine si trovò una intesa, anche tra le madri partigiane e le irrequiete figlie del Sessantotto, perché il femminismo di quella stagione fu proprio la scoperta di tutte le altre: soltanto unite, tenendosi per mano, in una solidarietà che andava oltre sé stesse, si potevano conquistare nuove frontiere, la legge sul divorzio, i consultori, poi la legalizzazione dell’aborto, i processi collettivi per stupro, per la prima volta a porte aperte. E non importa se difetti e incompiutezze segnavano i comuni traguardi perché comunque andava cambiando il corso della storia.
Una rivoluzione affettuosa, che passa attraverso gesti di sorellanza, sorrisi e sguardi incrociati, carezze tra chi per la prima volta condivideva «un’esperienza fondativa e totalizzante», anche la scoperta del corpo e della sessualità. Mossa da empatia, la macchina fotografica di Agosti riesce a cogliere la fisicità complice delle ragazze che indicava un nuovo modo di stare al mondo. Una complicità estesa anche ai bambini, portati nelle piazze con allegria, quasi a rivendicare l’orgoglio di una maternità felice contro l’immagine luttuosa proiettata sulle donne che si battevano per legalizzare l’aborto, assassine allora e infanticide ancora oggi nella propaganda dei cosiddetti comitati che si dichiarano “pro-vita”, come se tutte le altre fossero pro-morte e non per una gravidanza voluta e consapevole.
La domanda che attraversa questo straordinario viaggio per immagini è se realmente sia stata una rivoluzione, anche perché mezzo secolo dopo il panorama è tra i più sconfortanti, con il patriarcato che appare più agguerrito che mai – nonostante il ministro dell’Istruzione Valditara lo ritenga una bizzarra invenzione ideologica –, con le istanze antiabortiste che trovano sponda nei nuovi padroni politici e con le donne di nuovo in tribunale non in veste di vittima ma in quella di imputata se fanno i figli con una compagna. Ma la parola rivoluzione riferita al femminismo serve a rimarcare il valore assoluto dei diritti conquistati, come a dire che indietro non si deve tornare.
E ancora oggi le spavalde protagoniste degli anni Settanta ci dicono che non bisogna abbassare la guardia, che la solidarietà femminile deve andare oltre «uno sguardo maschile che continua a dividere tra belle e brutte, giovani e vecchie, accondiscendenti e riottose» (copyright Silvia Vegetti Finzi), che non esiste una liberazione personale se non ci si impegna in un cambiamento della società per renderla più giusta e aperta. Tra tutte – conclude Tobagi – è forse questa l’eredità più importante per le donne del XXI secolo. Anche la più impegnativa, in un mondo sempre meno umano.
Covando un mondo nuovo, di Paola Agosti e Benedetta Tobagi (Einaudi, pagg. 152, euro 35).
Da il manifesto – Anni fa – era il 2006 – con alcuni amici di «Maschile plurale», scrivemmo un testo che, in sintesi, affermava una cosa che dovrebbe essere evidente: la violenza maschile contro le donne la agiamo noi uomini. Tocca a noi farcene carico per estirparla. Scoprimmo che non eravamo i soli a pensarlo.
Oggi, dopo le parole della sorella Elena e del padre Gino di Giulia Cecchettin, è diventata più evidente una presa di coscienza maschile su questo dramma del nostro vivere comune. Non certo grazie a quel vecchio testo. Ma avevamo intravisto una tendenza.
Martedì scorso c’è stata a Roma la presentazione della Fondazione intitolata a Giulia Cecchettin, con gli spropositi del ministro dell’istruzione Valditara sulla violenza degli «stranieri» e sul «patriarcato» come ubbia ideologica. E le risposte adeguate di Gino Cecchettin.
Ho poi partecipato a un incontro sul tema «Politica senza amore». Si discuteva sulla validità delle pratiche politiche inventate dal femminismo: dall’«autocoscienza» alla ricerca di un fare politica «partendo da sé». Frutti derivati dalla famosa affermazione: «il personale è politico». Circolavano dubbi. Giusto cercare di fecondare con amicizia, e amore – pronunciamola questa parola ingombrante – l’esperienza della politica che oggi vediamo in grandissima crisi. Ma quelle parole non saranno inattuali? È maturo il tempo di condividere esperienze simili tra donne, uomini, persone che non si identificano in nessuno dei due sessi?
Alla sera assemblea al centro Spin Time – spazio sociale che ospita famiglie straniere e gestisce ampi locali pubblici – con un centinaio di uomini e donne di diverse generazioni, venuti e venute all’invito di gruppi di maschi che sulla violenza interrogano se stessi, con il titolo «Disertare il patriarcato». Ascolto ragazze ripetere quel «il personale è politico» a proposito delle dinamiche di potere nelle relazioni amorose, e uomini giovani e meno giovani rispondere alla domanda di un’altra ragazza: che cosa vi muove a mettervi in discussione?
Nelle risposte tante esperienze: dalla ricerca dei propri comportamenti violenti (spesso quelli psicologici più dolorosi delle «botte»), al senso di imprigionamento negli stereotipi maschilisti, fatti di competizione, di censure e distorsioni del desiderio, di disagio per un vivere e viversi male. E poi la prova di un altro modo di parlare di se stessi e con altri nei «gruppi» maschili.
Si esita a dire «autocoscienza» – ricorda forse, dice uno, l’autoaffermazione solitaria dell’io: meglio mutuare dall’inglese il termine «autoconsapevolezza»?
Vedo il manifestarsi un desiderio nuovo di incontrarsi tra donne e uomini, e qualcuno che parla anche di altre identità sessuali: qualcosa di indispensabile, credo, all’invenzione di una politica capace di cambiamento. Di sé e del mondo.
E il discorso arriva a questo mondo in cui prevalgono tirannie, predicazioni violente e guerre, e crisi delle nostre «democrazie liberali» in corsa verso riarmo e politiche razziste, disuguaglianze abissali create da un capitalismo sfrenato che produce nuovi schiavi, mostri tecnologici, disastri ambientali e poteri personali smisurati, assurdi.
Penso al valore di quella parola nel titolo dell’incontro: disertare il patriarcato.
Disertare prima di tutto vuol dire rifiutarsi di fare la guerra. Di giocarsi la vita e di uccidere sconosciuti chiamati «nemici». In nome di cattivi sentimenti identitari, nazionalistici, e per me discutibili anche quando è in gioco la libertà. Credo legittima la domanda se la guerra non sia una caratteristica, la peggiore, proprio dell’ordine simbolico che chiamiamo «patriarcato».
Se non sia la violenza maschile che si manifesta nel ricorso sistematico agli stupri «di guerra», come ha scritto Edoardo Albinati (https://maschileplurale.it/lo-stupro-bellico/), il fondamento «quintessenziale» della guerra: la violenza dell’uomo sulla donna come violenza primaria.
Credo, con una parte del femminismo, che la capacità regolativa di questo «ordine simbolico» sia finita, o comunque in crisi in tutto il mondo. È il risultato della rivoluzione disarmata, ma dotata di un potente «altro genere di forza», delle donne. Una rivoluzione riconosciuta a parole ma non ancora compresa dalla politica figlia di culture – socialiste e comuniste, liberaldemocratiche, religiose – di matrice maschile. Quando guardiamo ai decisori delle guerre che ci sconvolgono vediamo maschi che professano idee e offrono immagini orribili, tragiche e ridicole: gli integralismi religiosi opposti della destra israeliana e delle fazioni islamiche armate. Le figure di questi vecchi e nuovi americani: Biden e il binomio Trump-Musk. E del russo Putin. E di Netanyahu.
La «follia» bellica di questi «stati maggiori» maschili per me assomiglia molto alla violenza personale dei «figli sani del patriarcato» contro le donne che vogliono vivere libere.
Disertiamo il patriarcato. E disertiamo la guerra riconoscendola finalmente come secolare forma collettiva della violenza maschile. Apriamo su questo una discussione pubblica.
Da Maremosso
Il 14 dicembre 2024 sarà presentata in Libreria delle donne di Milano la graphic novel di Francesca Bellino e Lidia Aceto Matilde Serao. La voce di Napoli, edizioni BeccoGiallo (Ndr).
«Donna Matilde ha il giornalismo nel sangue» scrive Anna Banti nella sua biografia. «Passa la Signora» bisbigliano i napoletani quando, nei pressi del Mattino, appare la sua carrozza trainata da un cavallo bianco. Qualcuno allunga anche il collo per spiarne la figura goffa eppure carismatica, sempre vestita di scuro e con lunghe collane di perle, con la segreta speranza di essere notato da lei.
Lei, la Signora col giornalismo nel sangue è Matilde Serao (ne abbiamo già scritto qui), pioniera del genere in Italia e scrittrice da Nobel (mancato nel 1926 solo perché antifascista).
Al tempo della carrozza e del cavallo bianco è già una personalità nota e influente: tutti sanno, a Napoli, che La Signora ha occhi per vedere sia lo splendore della città, sia la sofferenza della sua gente, e che in più ha quel “supplemento d’anima” indispensabile, secondo Henri Bergson, per comunicare quello che ha visto e che ha capito.
Greca per nascita ma napoletana per temperamento, Matilde Serao è una donna appassionata, scaltra e intelligente tanto da inventarsi un destino eccezionale per una donna di fine Ottocento. È arrivata a Napoli subito dopo l’Unità, quando il padre, giornalista antiborbonico in esilio, ha potuto farvi ritorno e, ancora molto giovane, è stata costretta a contribuire al bilancio di casa con un lavoro da ausiliaria presso le Poste e Telegrafi della città.
È andata a scuola tardi, ma a quindici anni ha già un diploma da maestra di cui peraltro non si servirà mai, e legge, legge di tutto e voracemente, a cominciare dall’opera completa di Shakespeare e di Balzac, dal quale erediterà anche la fragorosa risata con cui taglia corto i giudizi e le lungaggini che non le garbano.
Oltre a leggere, Matilde scrive instancabilmente, con identica passione. «Io appartengo alla gente da tavolino» afferma in un’intervista e in una lettera alla figlia (rinvenuta da poco) arriverà a dire: «Sono grafomane e la carta, la penna e il calamaio sono le sole cose che mi avvincono, fra tutti gli oggetti di questa terra». Forse esagera, anzi esagera di certo, se si può chiamare esagerazione quella che è una vera, esigente vocazione a cui Matilde si concede senza risparmio, per tutta la vita.
Anche per l’influenza del padre, Matilde si misura fin da subito con il giornalismo, mondo in prevalenza maschile, dove può mettere a frutto la particolare combinazione di intelligenza e sensibilità femminile verso i temi della vita quotidiana, dal cibo alla moda allo sport, inquadrati nel contesto storico dell’epoca.
Con prorompente creatività, inventa supplementi letterari e la Piccola Posta dei lettori; scrive per la neonata pubblicità e per il cinema; fonda quotidiani locali e infine imprime per sempre il suo nome nella storia del giornalismo italiano con la fondazione del Mattino di Napoli e del Giorno.
Come stregata dalla sua stessa abilità, e dal bisogno incessante di esprimersi, Matilde si dedica contemporaneamente alla narrativa con racconti spesso incentrati su figure femminili che, oppresse da miseria e pregiudizi, lei guarda e valuta con una empatia di stampo quasi materno.
«Il femminismo non esiste», scrive, ma non dimentica di aggiungere: «Esistono solo delle questioni economiche e morali che si scioglieranno quando saranno migliorate le condizioni generali della donna e si sarà assicurato alla donna il diritto di vivere».
Due i romanzi che, tra gli altri, segneranno la vicenda esistenziale e la fama di Matilde Serao: il primo è Fantasia che, pubblicato nel 1883, narra la storia avventurosa e patetica di due amiche ed è molto apprezzato dal pubblico, non così dalla critica. «Ha uno stile tutto suo, aspro, rotto», scrive infatti Edoardo Scarfoglio, il giornalista sulla cresta dell’onda, bello e ammirato dalle donne che quando poi incontra l’autrice ne è tanto colpito da innamorarsene e sposarla. «Mi piace troppo, troppo, troppo», scrive a un amico, anticipando in qualche modo l’ammirazione che di lì a poco Matilde riscuoterà ovunque, dai salotti aristocratici ai circoli culturali più esclusivi, a Napoli e a Roma, come a Londra o a Parigi.
A dispetto della sua figura tutt’altro che aggraziata, Matilde è magnetica, vulcanica, fuori da ogni canone (anche stilistico), capace di imporsi per intelligenza e libertà di pensiero all’ammirazione di personalità di indiscusso valore intellettuale, come Henry James o Edith Warton che, in un memoir del 1934, scrive: «La viva immaginazione della narratrice (due o tre dei suoi romanzi sono magistrali) era alimentata da vaste letture e da una varia esperienza di classi e di tipi che le veniva dalla sua carriera giornalistica; e la cultura e l’esperienza si fondevano nello splendore della sua poderosa intelligenza».
Non sappiamo a quali romanzi si riferisca Edith Wharton, ma di certo non può mancare il secondo dei romanzi di cui si diceva, ossia Il ventre di Napoli, analisi minuziosa, commossa, scandalizzata, delle reali condizioni di Napoli dopo che il colera del 1884 aveva causato 6000 morti e la fuga di molti tra gli abitanti più abbienti.
E mentre da Roma il ministro tuonava «Bisogna sventrare Napoli» Matilde ne visita di persona i bassifondi più bui e miseri dove la povera gente si accalca e muore in condizioni disumane, e dopo averla ancora una volta guardata, osservata, compatita, scrive: «Efficace la frase. Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli. Avevate torto, perché voi siete il Governo e il Governo deve sapere tutto», dando inizio a un’opera tuttora insuperata per realismo e forza morale.
Gli stessi caratteri che poi ritroveremo in molti aspetti della vicenda esistenziale di Matilde Serao, come: l’accoglienza materna che riserva alla bambina che, in un giorno di agosto del 1894, l’amante respinta da Edoardo Scarfoglio aveva depositato sulla sua soglia prima di suicidarsi; o il viaggio in Palestina, sola e sempre con una pistola a portata di mano, sulle tracce di una spiritualità solo all’apparenza in contrasto con la disinvoltura con cui Matilde ha conquistato il mondo dei salotti più esclusivi dell’epoca, o il nuovo patto sentimentale e professionale che dopo la separazione da Scarfoglio la lega a Giuseppe Natale, giovane giornalista romano col quale fonda Il Giornoe, a quarantotto anni, dà alla luce Eleonora, la quinta figlia così chiamata in omaggio all’amicizia che la lega alla Duse.
Impareggiabile fino all’ultimo istante di vita, Matilde muore il 25 luglio del 1927 per un infarto mentre, al tavolino, è intenta a scrivere l’ennesima opera. «Amabile», pare sia l’ultima parola digitata sulla macchina da scrivere.
Dal Corriere della Sera – Quelle che vivono in una casa di 300 metri quadri ma non hanno nemmeno un piccolo spazio tutto per sé. Quelle che guadagnano di più e, per impedire che il marito si senta sminuito, versano l’intero stipendio sul suo conto. Quelle che tirano discretamente la carta di credito dal portafogli e la passano al compagno per permettergli di pagare al ristorante o in hotel. «Sono tante le storie di donne, benestanti, che arrivano da noi per fare un percorso di consapevolezza e trovare il coraggio di lasciare relazioni violente»: lo raccontano le fondatrici di Labodif, laboratorio e istituto di ricerca sulle differenze di genere attivo da più di venti anni, che testimonia quanto l’indipendenza economica sia solo un aspetto del problema. Uno studio ONU (United Nations Population Fund, UNFPA, 2020) ha dimostrato che le donne che possiedono una sicurezza finanziaria e una rete di supporto sono significativamente più capaci di lasciare relazioni violente. Questo studio ha sottolineato come la dipendenza economica sia uno dei fattori principali che costringe le donne a rimanere in relazioni pericolose. L’indipendenza economica può dunque essere uno dei fattori di protezione, ma deve essere accompagnata da un impegno strutturale più ampio che includa riforme educative, cambiamenti culturali e supporti psicologici e sociali.
Perché donne anche economicamente abbienti non riescono spesso a uscire da situazioni tossiche o abusanti? «Perché manca loro una sorta di autorizzazione interna – spiega Gianna Mazzini, documentarista, una delle fondatrici di Labodif – Noi donne siamo spesso sotto lo scacco dei valori maschili, la misura delle cose è il maschile, e quindi se manca lo sguardo maschile, non si riesce ad andare avanti. Persino la rottura del matrimonio, nonostante ci sia una stragrande maggioranza di donne separate, a volte è ancora un tabù: c’è ancora lo stigma, la vergogna di ammettere che un matrimonio è finito, perché la misura di sé è data dall’adesione a un modello di famiglia felice». Nonostante tutti i progressi compiuti a livello legislativo e sociale, resta «molto forte la tendenza a coprire il marito, l’imbarazzo di essere più del maschio», sottolinea Giovanna Galletti – economista, l’altra fondatrice – «La donna stessa ha un uomo interno, che dice che non è corretto se è di più, c’è qualcosa che le dice che non è esattamente così che dovrebbe essere, e che sminuire un uomo dal punto di vista della capacità economica non è accettata. Come racconta Linda Babcock nel suo “Le donne non chiedono. Perché le donne contrattano meno degli uomini negli affari, nella professione, nella vita privata”, a volte si tratta di atteggiamenti inconsci. La scrittrice riferisce che spesso era suo marito a pagare e un giorno la sua bambina le chiese: «Mamma, ma le ragazze possono avere i soldi?». Quando Babcock si rese conto del danno che le stava arrecando, iniziò a cambiare atteggiamento». Ovviamente una donna senza mezzi è in maggiore difficoltà se vuole staccarsi dalle relazioni tossiche, specie se non una rete di supporto, ma i mezzi e la rete non sono sufficienti, «perché conosciamo troppi casi di donne con grandi patrimoni che non si definiscono libere», incalza Mazzini.
Ma allora, che cos’è la libertà? «Finché la misura resta quella maschile, ho un’idea “importata” di cos’è il denaro, l’armonia, la famiglia, e quindi sono ricattabile da quest’idea», spiega ancora Mazzini. Non a caso quando la saggista Carla Lonzi disse negli anni ’70 che l’indipendenza simbolica era più importante di quella economica, venne fortemente criticata. Eppure è spesso proprio «attraverso l’indipendenza simbolica che puoi raggiungere una autentica indipendenza economica, ed è fondamentale, in questo contesto, avere figure di donne che ti autorizzino, che ti ispirino, quelle che noi chiamiamo “madri simboliche”». Per questo è così importante il valore della rappresentazione: ogni film, ogni storia, dove si racconta che una donna è riuscita a liberarsi da qualcosa che le faceva male è un’autorizzazione per altre a fare lo stesso. Ma allo stato attuale «manca ancora la consapevolezza che esiste un ordine simbolico femminile, che esiste una lingua nostra», spiega Giovanna Galletti. L’ordine simbolico sono le regole non dette che orientano ogni nostro pensiero, parola o azione, una sorta di schema che ci dice cosa è giusto e cosa è sbagliato, un codice binario di si/no. Ed è costruito su valori maschili. Adeguarsi costantemente a questo schema è per noi uno spreco di energie enormi. È come «se le donne giocassero sempre in trasferta, viviamo nel mondo degli uomini come fossimo ospiti, e l’ospite chiede permesso». Allora come si esce da una relazione pericolosa?
Allora come si esce da una relazione pericolosa? «Si dice sempre “al primo schiaffo vattene”, ma non ha mai funzionato, perché per quella donna lo schiaffo è anche suo, noi abbiamo un io poroso, dischiuso, è come se fossimo corresponsabili di quella cosa che ci riguarda», spiega Mazzini. «Se non sei radicata nel tuo ordine, è come se mendicassi la salvezza dall’altro. Gran parte del successo del film C’è ancora domani sta proprio nel fatto che nomina un “mancante”: lo spettatore fino all’ultimo pensa che lei scapperà dall’uomo cattivo all’uomo buono. Che è l’unica possibilità. E che sorpresa quando capiamo invece che Delia (la protagonista del film, ndr) compie un’operazione assai più potente. Una riappropriazione di sé attraverso il gesto simbolico del voto. Quando una donna comincia a prendere coscienza del suo potere, della possibilità di avere un punto di vista sulle cose e che quel punto di vista conta nel mondo, allora matura una capacità di accorgersi di ciò che le fa male, e di prenderne le distanze».
Qual è il primo passo? «Farsi sempre questa domanda: questa cosa mi corrisponde? Dove sono io rispetto a quello che sto vivendo? Il disagio è il primo grado del desiderio, una donna scopre cosa desidera, sapendo cosa non desidera. Sapere cosa non voglio è già desiderare. Può sembrare una risposta provvisoria, in attesa di qualcosa di più definito. Invece dire cosa non voglio è già la risposta. Non questo. Non così. Non oltre. Nei nostri laboratori lavoriamo tantissimo con il “non”. Il “non” è un metodo, indica una direzione. Quando arriva questo momento, il momento del “non più così”, è un segno importante, è un segno che quella persona ce la farà». Ma le donne come fanno a cambiare, a capirlo? «Noi spesso cambiamo per stanchezza, non per volontà – conclude Gianna Mazzini. Le donne di Carrara, il 7 luglio del ’44, si rivoltarono contro i nazisti che avevano occupato la città. Si radunarono, nella piazza del mercato, Piazza delle Erbe, e quando le camionette arrivarono, loro cominciarono a tirare patate e pomodori. A mani nude. Senza paura. E i tedeschi, inaspettatamente arretrarono. Quando chiesi, qualche anno fa a una delle sopravvissute: “Ma come avete fatto? Come avete avuto il coraggio?”, lei sorrise in un modo che non dimentico. A quel punto intervenne il marito, capo partigiano, che era lì con noi, che rispose semplicemente: “Erano stanche. Quando una donna è stanca può fare di tutto”».
Da il manifesto
Un percorso di letture e tre protagoniste nel cuore della Silicon Valley, a partire dall’ultimo libro di Sarah Rose Etter Qui non c’è niente per te, ricordi? (La Nuova Frontiera)
Affidare un senso compiuto alla parola umanità sta diventando un’impresa difficile. Bisognerebbe forse inoltrare la richiesta a un’intelligenza artificiale, lasciarsi sorprendere dalla fantasiosa sintesi di credenze che la nostra specie ha prodotto nel tempo. Oppure iniziare a discernere le allucinazioni come si faceva setacciando l’oro, separando chi crede nei sogni sbagliati da chi invece non sogna più niente.
Fa così Cassie, protagonista poco più che trentenne del romanzo Qui non c’è niente per te, ricordi? di Sarah Rose Etter (La Nuova Frontiera, traduzione di Lorenzo Medici, pp. 288, euro 18,50) arrivata a San Francisco dalla provincia con un pugno di speranze sul futuro. «La città è piena di credenti – racconta – Vengono dalle università più prestigiose e si gettano a peso morto sulla tecnologia. Hanno occhi che brillano come se fossero fatti di pixel e cuori che battono per il mercato azionario».
Poi ci sono tutti gli altri, partiti dagli anfratti del paese, spinti a Ovest dalle famiglie per andarsi a meritare una ricompensa. Cassie si colloca tra questi, ma si comporta come se appartenesse ai primi. «Per sopravvivere qui devo dividermi tra due entità, una vera e una fittizia», si rivela. È il 2019, gli scienziati hanno appena diffuso la prima foto di un buco nero e Cassie lavora come creativa dell’ufficio marketing di un’azienda «il cui valore è dovuto a un oscuro trattamento dei dati per profilare gli utenti stimolandoli a fare acquisti online». La seguiamo percorrere ogni giorno lo stesso tragitto, arrancare nella calca tra i palazzi di vetro che costeggiano la baia sostenuta dalla polvere bianca che appena sveglia somministra al posto del caffè; abbandonarsi alla corrente di giacche a vento con sopra appuntati i loghi delle startup più in voga, in un orizzonte dove il brand a cui vendi la mente e l’icona del tuo profilo collassano in un nuovo grado di appartenenza. A poco servono le conversazioni telefoniche con un padre dall’altro lato del continente o il calore insufficiente di un amore troppo liquido.
Sarah Rose Etter torna a raccontare il lavoro come un horror. «Ci hanno aperto il corpo a metà, le viscere sparse sul tavolo della sala conferenze»
Contro l’intransigenza dei discorsi da «donne alfa» di una schiera di vegane appassionate di pilates, muscolose ma ingobbite dalle troppe ore trascorse davanti a un pc non c’è femminismo che tenga, il valore di una lavoratrice si misura ancora in base al modo in cui un amministratore delegato la guarda. «Qui non c’è niente per te, ricordi?», dice la voce all’altro capo del filo mandando in crash la memoria a lungo termine – «è difficile distinguere i ricordi corretti da quelli che sono stati corrotti», ci confida Cassie, persino se in fondo all’elenco delle cose da fare c’è un tamburo che rimbomba – «il mio cuore che canta, no, no, no».
Dopo Il libro di X e la sua versione dark del precariato cognitivo, Etter torna a raccontare il lavoro come se fosse un horror – «ci hanno aperto il corpo a metà, le viscere sparse sul tavolo della sala conferenze» – e lo scrive come un trattato di fisica astronomica: quanto più le sue pagine affondano nella realtà, tanto più definitive risuonano. «Immaginate di addentare un frutto apparentemente maturo, e poi ritrovarvi la bocca piena di marciume», dice la ragazza alle prese con un corpo fertile ormai privo di desideri. La sua voce custodisce al centro il buio che Anna Wiener dispensava ne La valle oscura (Adelphi, 2020, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra), ma ne ha fatto evaporare la parte più lucida, il chiarore della materia che si appresta a sparire dal mondo. Accade così quando si viaggia nel tempo, anche solo con un salto piccolo. «Era l’alba dell’era degli unicorni», scriveva Wiener all’inizio di quello che sarebbe diventato il manifesto istantaneo di un sentimento generazionale, «il settore tecnologico si era espanso oltre la sfera di competenza di futuristi e fanatici dell’hardware per assumere stabilmente il nuovo ruolo di impalcatura della vita quotidiana».
Siamo negli anni successivi alla recessione, quelli che hanno visto i millennial fare il primo ingresso nel mercato del lavoro, la cosiddetta share economy stava consolidando un impero sulla compravendita di dati personali. «Un’interfaccia ben progettata era come la magia o la religione: alimentava una collettiva sospensione dell’incredulità» raccontava Wiener che nel 2013, all’età di venticinque anni, aveva lasciato la piccola agenzia letteraria di Manhattan dove lavorava come assistente per trasferirsi nel cuore della uncanny valley e prendere parte alla mega-transizione del settore editoriale. Dalla correzione di bozze all’assistenza clienti il passo era sembrato semplice, era bastato lasciarsi addosso una maglietta stropicciata con su scritto I’m data driven, sbocconcellare «accaventiquattro» culture aziendali insapori come bombe chimiche.
A sgocciolare dai soffitti di quegli uffici informali tacitamente fondati su sbornie, Xanax e patatine era il linguaggio semi-analfabeta che negli anni a seguire ci avrebbe addestrati a un futuro «dove ogni cosa – ridotta alla versione più veloce, semplice e patinata di se stessa – poteva essere ottimizzata, gerarchizzata, monetizzata, e controllata».
La grammatica che avrebbe assurto le emoji a sostituti di un discorso iperesteso di aggressività passiva sarebbe stata la stessa che avrebbe perorato la causa del «più donne ai vertici del tech» senza che ne venissero assunte a sufficienza, vincolando il merito all’automiglioramento, costringendo tutti a guardare continuamente se stessi fingendo di guardarsi l’un l’altro «in un atto di sorveglianza infinita».
Opportunità e pericoli della smaterializzazione di sé al tempo dell’intelligenza artificiale, attraversando l’ultima membrana del mondo reale
Certi giorni, scriveva Wiener che nel frattempo come la Cassie di Etter aveva imparato a destreggiarsi tra almeno due avatar – la lavoratrice eccezionale, la femminista guastafeste – «mentre aiutavo uomini a risolvere problemi che si erano creati da soli mi sentivo io stessa un software, un bot: anziché essere un’intelligenza artificiale, ero un artificio intelligente, un frammento di codice empatico o una voce calda che forniva istruzioni».
La fine del lavoro materiale passa inevitabilmente per la smaterializzazione di sé. I corpi sarebbero diventati piattaforme, interi sistemi di conoscenza si sarebbero sgretolati in frammenti di codice. Tutto, persino la coscienza, si stava trasferendo «nel cloud». A essere saltata era la relazione con la macchina che così bene Ellen Ullman descriveva nel suo Accanto alla macchina (Minimum Fax, 2018, traduzione di Vincenzo Latronico), uscito per la prima volta nel 1997 – lo stesso anno in cui l’informatica Rosalind Picard avrebbe dato alle stampe il suo trattato sui rapporti affettivi tra umani e macchine –, agli albori di quel «bagliore azzurro» che ci avrebbe per sempre modificato la vita. «Ho attraversato una membrana oltre la quale il mondo reale e i suoi fini perdono consistenza», ci avvertiva la software engineer arrivata in California negli anni ’80 per lavorare a un database di malati di Aids.
Le sue pagine oggi odorano del pulviscolo che fuoriesce dalle ventole di raffreddamento, emanano l’alone vintage di un femminismo radicale. «I nostri corpi sono stati abbandonati da un pezzo, costretti alla fame e all’insonnia e alla tortura di passare ore incollati a mouse e tastiera», collocava la sua postazione nel momento esatto in cui «chissà quante pagine di specifiche» sarebbero andate incontro alla traduzione «in una lingua straniera chiamata codice». È un confine che rassomiglia a uno stato alterato di coscienza, dove «il mondo come lo comprendono gli umani e il mondo per come va spiegato a un computer» collidono in una disgiunzione matematica capace di raggiungere gli effetti della metanfetamina.
Poi succede qualcosa, le irregolarità prendono il sopravvento e lo schermo si riempie di domande a cui nessuno sa rispondere. «La mente umana è un casino» ci mette in guardia Ullman, piratessa nell’oceano di un’obsolescenza che dalle cose si trasmette alle persone. «Tutto ciò che vogliamo creare, tutto ciò che il sistema dovrà essere in grado di fare, ha bisogno di essere snaturato nel momento del passaggio alla macchina», scriveva affidando al suo sé personaggio, una quarantenne disinibita nelle relazioni e politicamente sensibile, la matassa di implicazioni collettive e intime che nessuno sarebbe più riuscito a sbrogliare.
«Mi piacerebbe pensare che i computer sono neutrali, uno strumento come tutti gli altri» lasciava scritto in quello che funziona come un testamento ritrovato al nucleo di una matrioska immateriale, «ma il problema è che più tempo passiamo a osservare un’idea ristretta dell’esistenza, più la nostra idea di esistenza si restringe». Eravamo convinti di aver inventato un sistema, quello che non avevamo messo in conto era come quel sistema stava inventando noi. Il fatto che persino la baia dorata, le sue navi dirette nel mar del Giappone, le decappottabili che sfrecciavano veloci sulle autostrade mentre qualcuno decideva di lanciarsi sotto una metro, avrebbero perso un valore reale. Che sarebbe contato solo come quel bagliore azzurro ci avrebbe illuminato ancora.