Apprendo adesso della morte di Luisa Muraro, che ho incontrato prima ancora del femminismo, quando fui invitata da Elvio Fachinelli a partecipare alla preparazione del convegno sulla “pratica non autoritaria” nella scuola, da cui sarebbe poi uscito il libro L’erba voglio, Einaudi 1971.
Dopo il decennio degli anni ’70, che ci ha visto insieme, dal collettivo di via Cherubini alla Libreria delle donne e la sede di Col di Lana, una divergenza sulle posizioni del femminismo ci ha allontanate, senza per questo interrompere un dialogo critico alla distanza.
Se leggo l’intervista, raccolta da Elvira Roncalli insieme alla mia e a quella di Adriana Cavarero – Il futuro è aperto, Prospero Editore 2025 – mi rendo conto che il filo conduttore della lunga storia che abbiamo condiviso non è mai venuto meno.
Alla domanda di Elvira Roncalli se c’è «uno scarto tra l’esperienza soggettiva del femminismo e il femminismo come sapere teorico», Luisa risponde:
«Su questo mi viene in mente quello che dice Lia Cigarini, è lei che mi ha introdotta nel pensiero femminista ed è tuttora un’autorità per me […] Lei ha una veduta chiara su questa questione. Io non ho una veduta chiara su questo. So che la teoria è necessaria e so anche che la teoria non basta. Se lo diciamo con Hannah Arendt, se crediamo di sostituire l’esperienza o la realtà con qualche veduta teorica, cadiamo in errore. Infatti, in altri momenti io contrappongo la teoria al racconto, alle volte è la pratica, ma altre è il racconto, cioè il racconto delle cose che capitano. È vero, io ho un gusto per la teoria, sono stata formata alla teoria e credo che la teoria – il pensare e ragionare teoricamente – siano indispensabili, ma non occorre che tutti lo facciano. Occorre invece che il pensiero ragionante non pretenda di completare il discorso e lasci posto all’esperienza».
Ciao Luisa.
(Post Facebook, 13 giugno 2026)
È morta a ottantasei anni Luisa Muraro, filosofa, “maestra” e attivista femminista, tra le fondatrici della Libreria delle Donne di Milano. Era un punto di riferimento per il femminismo vivo e contemporaneo
La Libreria delle Donne di Milano ha annunciato con dolore la scomparsa di Luisa Muraro, una delle sue fondatrici, oltre che filosofa, attivista femminista e tra le figure centrali del pensiero della differenza sessuale in Italia. Muraro è morta questa mattina, sabato 13 giugno, all’età di ottantasei anni. «Luisa era una maestra, la più grande maestra che io abbia incontrato», si legge nel messaggio diffuso dalla Libreria, che la ricorda non solo come intellettuale ma come punto di riferimento umano e politico per generazioni di donne e uomini.
Chi era Luisa Muraro
Nel ricordo condiviso dalla Libreria, Muraro viene descritta come una guida capace di attraversare mondi diversi: la scuola, l’università e gli spazi del femminismo politico. Ha insegnato per molti anni all’Università di Verona dove ha contribuito alla nascita della comunità filosofica Diotima, insieme ad altre studiose, dando vita a uno dei laboratori teorici più influenti del pensiero femminista italiano contemporaneo.
La sua figura è ricordata come quella di una “maestra” nel senso più ampio del termine: per gli studenti, per chi l’ha letta, per chi ha partecipato ai suoi seminari e per chi ha condiviso con lei percorsi di pensiero e pratica politica. Centrale, nel suo approccio, era l’idea che la relazione fosse la misura di ogni cosa, anche nel rapporto con la tecnica e con la scrittura.
Luisa Muraro e la Libreria delle Donne
La storia di Muraro è profondamente intrecciata con quella della Libreria delle Donne di Milano, spazio nato nel 1975 e diventato un punto di riferimento per il femminismo italiano e internazionale.
Come ricostruito anche da Fanpage.it, infatti, la Libreria è stata un luogo politico e culturale che ha dato voce a soggettività femminili spesso escluse dal dibattito pubblico, costruendo nel tempo una rete di pensiero e pratiche condivise. In questo contesto, Muraro ha lavorato fianco a fianco con altre figure fondamentali del femminismo milanese, tra cui Lia Cigarini, scomparsa recentemente e ricordata anch’essa tra le co-fondatrici della Libreria.
(Fanpage.it, 13 giugno 2026)
Filosofa e pedagogista, tra le figure più autorevoli del femminismo italiano, Luisa Muraro si è spenta a Milano alla vigilia del suo ottantaseiesimo compleanno. La sua morte un mese dopo la scomparsa di Lia Cigarini
Domani avrebbe compiuto ottantasei anni Luisa Muraro, filosofa, pedagogista, tra le figure più autorevoli del femminismo italiano, è morta oggi nella “sua” Milano. A darne notizia è stata la Libreria delle donne di Milano, di cui fu tra le fondatrici e le principali animatrici, con un messaggio pubblicato sui social. «Una grande maestra», la definiscono le donne della Libreria. «Lo è stata per i suoi studenti, dalla scuola media all’Università di Verona, dove ha insegnato tanti anni e dove ha dato vita, con altre, alla comunità filosofica Diotima; per le donne e gli uomini che l’hanno letta e ascoltata; per chi ha avuto la fortuna di pensare con lei». La morte di Muraro arriva poco più di un mese dopo la scomparsa di un’altra storica fondatrice della Libreria delle donne, Lia Cigarini.
Nata nel 1940 a Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza, Muraro a Milano si era laureata all’Università Cattolica. E proprio a Milano, a cui era legata in modo indissolubile, avrebbe sviluppato gran parte del proprio percorso intellettuale e politico. Dopo gli anni dell’insegnamento e dell’impegno nei movimenti delle donne, contribuì alla nascita della Libreria delle donne di Milano, aperta nel 1975 in via Dogana e divenuta uno dei luoghi simbolo del femminismo italiano ed europeo.
L’incontro con Lia Cigarini
Muraro apparteneva alla generazione che contribuì a costruire il femminismo della differenza in Italia. Dopo l’incontro con il gruppo Demau (Demistificazione autoritarismo patriarcale), una delle prime esperienze femministe italiane, a Milano conobbe Lia Cigarini, destinata a diventare una delle figure centrali del suo percorso politico e teorico. Insieme fondarono nel 1975 laLibreria delle donne, luogo che sarebbe diventato un punto di riferimento internazionale in città e per il pensiero femminista.
Il ricordo di Lea Melandri
Tra i primi ricordi arrivati dopo la notizia della scomparsa c’è quello della scrittrice e saggista Lea Melandri, compagna di percorso nei primi anni del femminismo milanese. In un messaggio pubblicato sui social, Melandri ricorda di avere conosciuto Muraro ancora prima della stagione femminista, all’inizio degli anni Settanta, durante il lavoro con lo psicanalista Elvio Fachinelli attorno all’esperienza pedagogica de L’erba voglio. «Dopo il decennio degli anni ’70, che ci ha visto insieme, dal collettivo di via Cherubini alla Libreria delle donne e la sede di Col di Lana, una divergenza sulle posizioni del femminismo ci ha allontanate, senza per questo interrompere un dialogo critico alla distanza», scrive Melandri. Un passaggio che racconta bene la storia del femminismo italiano: una vicinanza politica e intellettuale che non ha escluso differenze profonde. Eppure, osserva Melandri, «il filo conduttore della lunga storia che abbiamo condiviso non è mai venuto meno». A confermarlo, secondo la saggista, sono le parole pronunciate da Muraro in una recente intervista raccolta da Elvira Roncalli nel volume «Il futuro è aperto» (Prospero Editore, 2025), dove la filosofa rifletteva sul rapporto tra teoria ed esperienza: «La teoria è necessaria e so anche che la teoria non basta», affermava Muraro, aggiungendo che il pensiero non deve mai pretendere di sostituire la realtà vissuta. «Occorre invece che il pensiero ragionante non pretenda di completare il discorso e lasci posto all’esperienza». Melandri conclude il suo ricordo con un semplice saluto: «Ciao Luisa».
(Corriere della Sera, 13 giugno 2026)
È morta a Milano Luisa Muraro, filosofa, pedagogista e attivista. Nata a Montecchio Maggiore (Vicenza) il 14 giugno 1940, ha dedicato la sua vita professionale alla condizione delle donne. Il suo lavoro si è concentrato sul cosiddetto femminismo della seconda ondata, quello nato alla fine degli Anni Sessanta, che insiste sulla differenza tra donne e uomini. Senza ovviamente rinnegare il valore dell’uguaglianza, ma usandolo come punto di partenza. Il primo nemico è il sessismo, con tutto ciò che da esso deriva. Fu tra le fondatrici della Libreria delle Donne.
L’intervista a TuttoLibri
Nel 2010 raccontava a TuttoLibri che si avvicinò al femminismo «negli Anni Sessanta, quando arrivarono le prime ondate dagli Stati Uniti». «Ancora prima che iniziasse il movimento italiano – raccontava –, ho iniziato a leggere Sexual Politics di Kate Millet e Betty Friedman, La mistica della femminilità. Poi da noi sono iniziati i gruppi di autocoscienza: il trionfo dell’oralità, un’esperienza molto intensa, cui non rendono giustizia le spente trascrizioni. Quindi con la maggioranza delle donne gli scambi restavano orali. Solo il rapporto con Carla Lonzi è stato sempre mediato dalla scrittura: non l’ho mai conosciuta, ma ho molto apprezzato i suoi librini verdi, come Sputiamo su Hegel. Poi, dal 1975 ho scoperto Luce Irigaray, con Speculum e Questo sesso che non è un sesso, che è diventata il mio punto di riferimento per il pensiero della differenza. Insieme agli scritti politici di Virginia Woolf, Le tre ghinee e poi Una stanza tutta per sé, che leggo e rileggo».
La Libreria delle Donne
Oltre all’incontro con Luce Irigaray, nel 1975 aprì anche la Libreria delle Donne: «Fu un’iniziativa rivoluzionaria – ricordava la filosofa –. Adesso si fatica a comprenderne la portata, ma a quei tempi vendere solo libri scritti da donne aveva un gran significato, poiché persino le donne colte avevano poca familiarità con la letteratura femminile. Si avevano pregiudizi verso le scrittrici: io stessa ad esempio pensavo che Jane Austen scrivesse per dare consigli di comportamento alle ragazze, e l’avevo sempre evitata. Dopo anni passati ad occuparmi solo di saggi, l’ho scoperta allora, insieme a Ivy Compton-Burnett e a Elsa Morante. Il femminismo è uno sfondamento di ordine intellettuale, oltre che simbolico e sociale: quando la differenza femminile interviene, cambia il paesaggio circostante. È il processo simbolico di un movimento interiore, e la lettura si presta benissimo a questi viaggi, è come e meglio delle droghe».
La difesa del femminismo
Le era stato chiesto se il femminismo aveva fallito, era il periodo degli scandali a sfondo sessuale che avevano travolto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: «Che c’entra il femminismo? Semmai, ne esce confermato nella sua critica della politica e dei partiti, ma anche questa è una forzatura, le esigenze che avanziamo si pongono su un altro piano rispetto alla storia degli uomini – aveva risposto Muraro –. Oggi ci riconosciamo in una Veronica Lario. Detesto anche il moralismo spicciolo che critica le veline: niente di male a mostrarsi se può essere l’inizio di una carriera, purché non sia l’anticamera della prostituzione. Non fanno fare una bella figura alla tv italiana, ma questo è un altro discorso. Non bisogna mai giudicare le singole persone che provano a tenersi a galla, piuttosto bisogna prendersela con chi è in posizione di potere».
(La Stampa, 13 giugno 2026)
Il saluto della Libreria delle donne, da lei fondato a Milano: “Aveva quell’intelligenza che faceva della relazione la misura di ogni cosa, anche della tecnica”
«Luisa era una maestra, la più grande maestra che io abbia incontrato: lo è stata per i suoi studenti, per le donne e gli uomini che l’hanno letta e ascoltata, per chi ha avuto la fortuna di pensare con lei. Io l’ho conosciuta in libreria tanti anni fa e abbiamo condiviso fianco a fianco l’avventura del sito della Libreria delle donne. Il sito esiste anche grazie a lei, a quella intelligenza che faceva della relazione la misura di ogni cosa anche della tecnica».
Così, con un post sulla pagina Facebook della Libreria delle donne di via Calvi, è stata annunciata la morte, avvenuta stamattina a Milano, della filosofa e scrittrice Luisa Muraro, ottantasei anni fra pochi giorni, una delle più importanti femministe italiane, fra le fondatrici della storica insegna milanese.
Luisa Muraro era nata a Montecchio Maggiore il 14 giugno 1940, sesta figlia di una famiglia che aveva fatto la Resistenza. Era cresciuta nel vicentino, ma dal ’76 viveva stabilmente nel capoluogo lombardo, dove aveva studiato e si era laureata in filosofia alla Cattolica, e dove aveva cominciato la sua militanza politica femminista. È stata filosofa impegnata sul pensiero della differenza sessuale, pedagogista, traduttrice e attivista del movimento femminista italiano, saggista e autrice di tanti studi imperniati sul concetto cardine del “primato della lingua materna”.
Negli anni Settanta aveva insegnato anche nella scuola dell’obbligo e fondato con Elvio Facchinelli la “scuola antiautoritaria”. Proprio in quel periodo aveva incontrato i gruppi femministi di Milano, fondando nel 1975 la prima Libreria delle donne italiana, con l’amica di tutta la vita e compagna di mille battaglie Lia Cigarini (mancata anche lei lo scorso aprile a Milano) e con molte altre attiviste che ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, tengono in piedi questo bastione del pensiero femminista. Muraro scrisse in quegli anni “Non credere di avere diritti: la generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne”, testo firmato da tante delle fondatrici della libreria di via Calvi. Con Adriana Cavarero, Anna Maria Piussi, Elvia Franco e altre filosofe aveva fondato la comunità Diotima che ancora oggi è attiva e porta avanti studi dedicati alle donne.
Lascia un’opera vastissima fra libri, articoli, interventi e lezioni. Tradusse in italiano le opere di Luce Irigaray. Fra i suoi testi Maglia o uncinetto (1981), Guglielma e Maifreda, storia di un’eresia femminista (1985), L’ordine simbolico della madre (1991), Autorità (2013), L’anima del corpo (2016). L’ultimo libro scritto con Clara Jourdan, Esserci davvero, è stato edito dalla stessa Libreria delle donne.
Fra i primi a esprimere cordoglio per la sua morte c’è Chiara Valerio, scrittrice, attivista e direttrice editoriale di Marsilio: «I libri di Luisa Muraro mi hanno insegnato molte cose, la più importante di tutte è che si può non essere d’accordo. E che talvolta bisogna non essere d’accordo. Che sia con la chiesa, gli uomini, i padri, le madri, se stesse».
(la Repubblica, 13 giugno 2026)
Elena Granata, fin dal suo singolare testo “Placemaker” e quindi con “Le città femminili” e infine ultimo “La città è di tutti” (Einaudi 2026), sceglie di intervenire sul tema cruciale dello spazio urbano, di quello spazio che sempre più soffriamo e sentiamo ostile ed estraneo, con un approccio sempre creativo, sempre attento a quanto ancora in noi è reattivo e sensibile agli stimoli naturali.
Si tratta quasi di un catalogo, di un elenco di piccole/grandi esigenze che noi ormai ci siamo adattati a ignorare, a sottovalutare… Si tratta di un recupero dei sensi, non solo di quelli fisici, ma anche di quelli psicologici o infine spirituali: il bisogno di silenzio, di buio, di vedere i cielo stellato o di guardare negli occhi un vicino, di sentire le grida dei bambini che giocano liberi, di vedere dei gatti che sfilano sui tetti, di poter sedere su panchine ombrose, sentire suoni lontani di campane… Non c’è una gerarchia precisa, sia tratta ogni volta di leggere nel proprio corpo le reazioni alla luce, al calore del sole, agli odori, al saluto o al sorriso di un passante… tutte cose che nella città di oggi sono state soffocate, ignorate, ritenute inutili o secondarie rispetto a un funzionamento della macchina urbana che ha nella produzione ma soprattutto nel consumo la sua parola vincente: tutto diventa merce da consumare, da comprare. Si è perso il significato del gratuito: lo spazio pubblico urbano, quello che vive solo se offerto e godibile da tutti, lo spazio pubblico urbano è sempre più ridotto, fruibile solo da pochi, privatizzato, difeso.
A questo esito collaborano le architetture, la loro sempre più ferrea esaltazione della privacy, l’annullamento nella loro progettazione di tutti gli aspetti e i luoghi di possibili incontri, di partecipazione a esperienze comuni, quali un tempo erano per esempio rappresentati dai cortili, nei quali anche i bambini potevano incontrarsi e giocare… E in parallelo processi incontrollati di densificazione con sempre più numerosi piccoli e grandi grattacieli, quali per esempio ora a Milano, vero e proprio emblema della non-città,torreggiano a Cascina Merlata.
«È sufficiente fare un giro a Cascina Merlata – scrive Elena Granata – per avere contezza di quanto povera possa essere l’idea di città costruita ex novo in una periferia a bordo autostrada. Una selva di grattacieli, senza un disegno capace di produrre la benché minima complessità urbana, che significa intreccio tra strade, negozi, piazze, spazi aperti, porticati, servizi, scuole… La città novecentesca è qui solo un lontano ricordo… Il parco di pertinenza delle torri, le strade assolate, il monumentale centro commerciale, i box dai quali si sale direttamente negli appartamenti riducendo al minimo gli incontri con i vicini, scrivono un’altra grammatica urbana.»*(“La città è di tutti”, pp. 151-152).
Ma ci si deve rivoltare le maniche: e se ci si guarda intorno con attenzione si possono scoprire numerosissime piccole o grandi resistenze a questo terribile processo di impoverimento umano. Non è impresa facile perché, ed Elena Granatacerto non se lo nasconde, al fondo di tutto questo c’è il problema della rendita urbana e dei processi di finanziarizzazione ad essa legati. Ed è qui che lei mostra la sua curiosità, la sua fiducia e diciamo pure il suo ottimismo, per una sorta di istinto naturale umano che ha ancora la capacità di esprimersi e di reagire. E cita non solo iniziative da parte di giovani, di famiglie, di gruppi spontanei, delle quali sottolinea la grande portata esemplare. Ma anche sottolinea e descrive proposte legislative e iniziative istituzionali che tra mille difficoltà, secondo percorsi anche contrastati vengono portate avanti ormai da anni da numerose città europee, da Barcellona come da Parigi, da Vienna, da Amsterdam, da Lisbona, da Helsinki e da tanti centri minori, alle quali anche contribuiscono architetti, urbanisti, sociologi, amministratori e soprattutto amministratrici, spinti da una forte partecipazione popolare. Una partecipazione che ahimè in Italia è ancora troppo debole, dispersa, priva di guida. Così che anche le politiche di “rigenerazione urbana” che vengono ultimamente promosse da molte città e parrebbero poter rappresentare un importante elemento di vero miglioramento qualitativo dell’ambiente urbano, rischiano di seguire obiettivi non chiari, ancora sottomessi a logiche di profitto.
Elena Granata, come lei stessa ci dice, fornisce ultimamente su questi temi consulenza a molte amministrazioni. E credo che la sua impostazione teorica non facilmente banalizzabile, può costituire un importante aiuto a che le diverse iniziative mantengano un orizzonte ampio, legato a un senso vero e vivo della natura, della infinita bellezza del creato.
(*) Racconta Elena Granata che a seguito di questo duro giudizio un gruppo di residenti, coordinati da un agente immobiliare del posto, ha scritto una lettera di protesta alla dirigente del Dipartimento di urbanistica del Politecnico dove lei insegna, chiedendo che fosse sanzionata dall’Università.
(http://www.libreriadelledonne.it/, 12 giugno 2026)
In classe c’è un ragazzo che trattiene le lacrime. Quando gli chiedo perché non piange, risponde: “Perché se no mio padre mi dice che sono una checca”. Non so cosa dire. E non lo dico. Aspetto.
Un’altra volta, una ragazza parlava della pressione che sentiva tra le coetanee: il corpo, le aspettative, la verginità vissuta non come qualcosa di suo ma come un criterio sociale, uno strumento di giudizio collettivo. Le ho chiesto: “Tu cosa senti? Cosa vuoi per te?” C’è stato un silenzio lungo. Poi ha parlato, e con lei hanno parlato altri.
Un ragazzo era venuto a chiedermi di parlare con una ragazza che aveva fatto piangere. Non trovava le parole. Le cercava, e sapeva di non averle.
Dopo l’ennesima notizia di una ragazza uccisa da un coetaneo, un’altra aveva detto, sottovoce: “Ora non posso fidarmi neanche del mio migliore amico”.
Queste non sono risposte che si prevedono. Non si ottengono con un progetto, non si pianificano in un’unità didattica. Vengono fuori dopo un lavoro lungo, quotidiano, fatto di attenzione, quell’attenzione di cui parlava Simone Weil, che non è competenza ma disponibilità a essere sorpresi da ciò che l’altro porta. È dentro questo spazio — fragile, imprevedibile, necessario — che il decreto Valditara arriva come qualcosa di profondamente estraneo. Perché la logica del decreto è esattamente l’opposto di quella che questi ragazzi richiedono. Presuppone che l’educazione affettiva e sessuale sia un “contenuto”, qualcosa di definibile, circoscrivibile, autorizzabile. Qualcosa che una famiglia può approvare o rifiutare come si approva o rifiuta una gita scolastica. Ma quello che accade in quell’aula non è un contenuto. È una relazione. Ed è dentro la relazione che i ragazzi trovano — o non trovano — le parole per ciò che vivono.
Il ragazzo che trattiene le lacrime non ha bisogno di un’ora di educazione emotiva inserita nel registro. Ha bisogno che qualcuno non guardi dall’altra parte. Ha bisogno che l’adulto davanti a lui sappia stare nel silenzio senza riempirlo di risposte pronte. E noi non siamo esperti di questo. È un’illusione pensare di esserlo. Siamo — se siamo fortunati, se ci alleniamo ogni giorno — attenti. Aperti a essere sorpresi. Disposti a non sapere già tutto. È questo che il decreto non può normare, e che tuttavia tenta di regolare: la possibilità stessa che una scuola sia un luogo vivo. Che una classe diventi, per un momento, lo spazio in cui un ragazzo può non trattenere le lacrime. In cui una ragazza può dire ciò che davvero sente, non ciò che ci si aspetta che senta.
La voce dei ragazzi, in tutto questo dibattito, non si sente. Si discute su di loro, per loro, intorno a loro. Ma nessuno sembra chiedersi cosa stiano vivendo mentre noi litighiamo sui moduli di consenso. Forse basterebbe una domanda. Come sempre.
L’educazione non è un corso. Non è un insieme di informazioni da erogare con cautela, con il modulo firmato, con il contenuto approvato. È attenzione a ciò che accade mentre si sta insieme, alle parole, ai silenzi, a chi viene escluso, alle dinamiche che nessun programma ministeriale riesce a vedere. Significa esporsi a ciò che i ragazzi dicono davvero, non a ciò che immaginiamo che dicano. Significa mettere in discussione le nostre categorie, i nostri pregiudizi, l’idea rassicurante che basti spiegare — o vietare — per educare. E significa accettare che la scuola non finisce con la campanella. È un luogo che può continuare oltre l’orario, oltre le aule, nel dialogo con le famiglie e i territori, non come progetto, ma come pratica quotidiana di presenza. Perché la parola e la relazione non si lasciano ridurre a un’autorizzazione.
(Comune-info.net, 9 Giugno 2026, https://comune-info.net/scuole-aperte/leducazione-affettiva-e-sessuale-non-e-un-contenuto/)
Scritto nel 1927 da Hilda Doolittle (H.D.), “HERmione” racconta una crisi di formazione in quanto figlia, moglie, allieva, musa: edito da Safarà, prima traduzione italiana
Romanzo autobiografico di formazione sensoriale, estetica ed erotica, frammentario, ricorsivo, stocastico, spiraliforme, “HERmione” venne composto nel 1927 da Hilda Doolittle, scrittrice e poeta, che fu cofondatrice del movimento imagista nella Londra nei primi anni Dieci. Il suono buffo e desueto del suo nome fece sì che, nel 1912, Doolittle venisse prontamente ribattezzata “H.D. Imagiste” dall’amico di una vita Ezra Pound. E come H.D. avrebbe dunque firmato le sue opere: nella nuova edizione americana, uscita nel 2022 per la raffinata New Directions (che lo aveva pubblicato per la prima volta nel 1981, a vent’anni di distanza dalla morte dell’autrice) la biografa del modernismo Francesca Wade presenta “HERmione” (ora tradotto per la prima volta da Paola Bono e Marina Vitale per Safarà, pp. 326, € 21,00) come l’autoritratto di un’artista, che «procede a tentoni, lentamente», verso un’autoespressione complessa, laboriosa, che la porta a un «risveglio della sua sessualità e delle sue facoltà artistiche», spingendola a «nominare se stessa affinché il mondo intero possa sapere chi è».
A condensare i temi più manifesti del romanzo è infatti il monosillabo “HER” – diminutivo del nome della protagonista, Hermione Gart, ma anche aggettivo possessivo e pronome oggettivante – “lei”, “la”, “sua”.
Primo: la difficoltà di costituirsi come soggetto stabile. H.D. non racconta la crescita di una donna, ma la crisi delle categorie attraverso cui quella crescita dovrebbe rendersi intelligibile. Figlia, futura moglie, allieva fallita, musa, amante, artista, Her è nominata, rinominata, abbreviata, deformata: è Hermione, Miss Gart, Her Gart, dove l’instabilità onomastica mima la lotta con i padri, con la genealogia, con la cultura di appartenenza, in cui l’abbozzo di un’unica sillaba, “Her”, funziona come residuo minimo di una identità personale e poetica, che per quanto instabile è tuttavia l’unica appartenenza certa.
Secondo: il fallimento come cuore della personalità di Her – che ha mancato il suo percorso accademico, è inadeguata alla razionalità della sua famiglia, non sa che forma darsi. Dalla soggettività della protagonista, il fallimento si trasferisce alla struttura del romanzo. E H.D. non avanza dalla immaturità verso una qualche forma di integrazione, bensì vive il dissolversi delle forme disponibili – famiglia, matrimonio, eterosessualità, lavoro, riconoscimento – seguito da un processo aggrovigliato, parziale e anticonsolatorio di ricomposizione artistica. Non c’è un posto nel mondo per la protagonista, perché non è disponibile al mondo una forma in cui riconoscersi.
Terzo: l’opposizione fra il sapere scientifico – ovvero il linguaggio lineare e progressivo praticati dal padre e dal fratello di Hermione – e la capacità di lei di percepire la realtà solo per via di immagini, parole, ritmo, ripetizione, frammento, pattern. Non è in questione un conflitto generazionale, o di genere sessuale, ma una contrapposizione più profonda, di natura epistemologica: da una parte c’è una conoscenza astratta, misurabile, quantificabile, dall’altra una conoscenza incarnata, percettiva, poetica. Hermione sa parlare soltanto questa seconda lingua – il suo pensiero non avanza ma ruota – mentre i suoi interlocutori conoscono soltanto la prima, ed è raro che queste due sensibilità riescano a comunicare, al di là delle reciproche parentele.
Quarto: il desiderio è sempre strutturalmente dispari, incerto, precario. Hermione oscilla fra attrazione, dipendenza, rivalità, identificazione e desiderio, e fra George Lowndes (alias di Ezra Pound) e Fayne Rabb, riconducibile a Frances Gregg, che al tempo stesso ebbe una relazione con lei e fu compagna di Pound.
Se George mostra a Hermione l’orizzonte artistico, minaccia tuttavia di assorbirla nel suo sistema simbolico. Formalmente ancora più destabilizzante è l’attrazione verso Fayne, perché altera le maglie e il ritmo della percezione, disgrega e moltiplica le immagini, confonde i confini fra sé e l’altra. E il corpo, ovvero la sostanza di cui siamo fatti, investita da desideri così contraddittori, non può limitarsi a fare da imballaggio della coscienza; funziona invece come una sorta di antro in cui il mondo penetra, si imprime, si deforma, continua a tornare. Paesaggi, giardini, alberi, fiori, e stanze, oggetti, superfici, colori, volti e voci sono pieghe, annidamenti strutturali, non soltanto contenuti oggettuali, della coscienza. Non a caso, Hermione si pensa botanicamente come organismo in formazione: qualcosa che può attecchire o marcire, essere potato, trapiantato, crescere storto, o soffocare.
«Le persone fanno le cose, le cose fanno le persone»: questa la considerazione che, più volte, torna nella storia. Quanto al linguaggio narrativo, l’autrice ne tenta la trasfigurazione mediante procedure di condensazione imagista, frammentazione sintattica, ripresa fonetica, ripetizione e variazione, parallelismo, chiasmo.
Non racconta per scene ma procede per nuclei percettivi, per forme che si fanno e si disfano in presenza, impossibili a tracciarsi linearmente perché una forma lineare, di sé in primo luogo, semplicemente non esiste.
Dunque, nell’interpretare il tema modernista di una temporalità discontinua, iterativa, sovrapposta, H.D. scrive una storia in cui ogni gesto, ogni dialogo, ogni evento, ogni pensiero non accade una volta e poi mai più: subito carpito dalla percezione prima e dalla memoria poi, diventa proiezione e in quanto tale viene agito per essere immediatamente interrotto, ibridato con ciò che la protagonista pensa, ricorda, teme o desidera; e successivamente riavviato, secondo una precisa tecnica di “montaggio” fatta di salti, raccordi ed echi che fa pensare, in maniera piuttosto puntuale, a quello che sarà il jump cut cinematografico.
Non che H.D. scriva “come al cinema”; ma come accade in certi film – l’esempio più classico è “Fino all’ultimo respiro” (1960) di Godard – il romanzo è costruito su tagli di montaggio che rompono la continuità attesa di una scena o di un’azione, generando una grammatica della discontinuità ritagliata in maniera millimetrica sulla protagonista.
Tramite interruzioni, transizioni, ellissi, collisioni fra segmenti non raccordati e ritorni differenziali, questa grammatica ci restituisce una geometria viva, fra l’inceppo e la circolarità, fra la sincope e l’intensificazione della simultaneità, in un overlap non meno che strutturale fra azione, parola e pensiero.
H.D. non conosce transizioni morbide, fluidità, solo l’urto fra momenti narrativi e formule percettive e cognitive che riemergono a più riprese, sempre uguali e sempre diverse. In una stessa inquadratura narrativa, Hermione compare in quanto figlia fallita, corpo desiderante, oggetto dello sguardo altrui, artista non ancora nata, figura impersonale, pronome senza volto, cambiando statuto identitario all’improvviso, una volta dopo l’altra.
Il tempo non contiene le nostre azioni, sembra suggerire H.D., è piuttosto la materia, fatta di arresti, ritorni, tagli, sovrapposizioni, in cui la soggettività si disgrega, si ripete, si smonta e si rimonta, si cerca senza trovarsi. E la geometria, l’antica nemica dei tempi della scuola, torna nelle linee, nei cerchi, nelle figure concentriche di una coscienza che attraverso queste operazioni poetiche tenta di riconoscere la sua fisionomia.
(il manifesto, 7 giugno 2026)
Nei giorni scorsi ha fatto il giro del mondo un video in cui uomini e bambini palestinesi, con grande gioia, recuperavano nelle acque del mare di Gaza i resti di una barca e del suo carico, o meglio quello che era rimasto del suo carico, dopo l’abbordaggio dell’esercito israeliano. Era l’ammiraglia turca Kasri Sadabat, una delle 74 imbarcazioni della Flotilla, salpate da diversi paesi per raggiungere Gaza e rompere il blocco navale imposto illegalmente da Israele. Portava, come tutte le altre, medicinali e viveri. Dopo l’abbordaggio in acque internazionali, un vero atto di pirateria, l’equipaggio veniva sequestrato, incarcerato, torturato e infine liberato. La Kasri Sadabat, come le altre, veniva abbandonata alla deriva in mezzo al mare. Il vento e le correnti marine l’hanno portata a Gaza. Così il mare ha rotto il blocco navale. Non lo hanno fermato né i droni, né le navi da guerra, né il potente esercito israeliano. Non è stato a guardare, non si è fatto complice d’Israele, non ha segnato confini, né creato blocchi navali. Insieme ai resti della nave – chi sa se ne arriveranno altri? – ha portato a Gaza quel poco che si è salvato: una confezione di riso, una di pasta, tre merendine, una bottiglia mezza vuota e qualche pannello solare. La gioia di quei bambini è il sapere che non sono soli, che c’è un mondo che non li dimentica e non si arrende alla distruzione e allo sterminio di un popolo. La Flotilla simbolicamente, alla fine, è arrivata a Gaza, anche senza equipaggio, e prima o poi ripartirà perché la solidarietà e l’umanità si possono rallentare ma non fermare, come il vento e le correnti marine. «In qualche modo siamo a Gaza. Una delle imbarcazioni è arrivata a riva anche senza di noi. Nonostante le calunnie, l’abbordaggio illegale, i rapimenti, i fermi illegali, le torture subite dal nostro equipaggio, oggi è successo qualcosa che ci ricorda una verità semplice: non ci stiamo fermando. Non vi lasciamo soli», hanno scritto gli attivisti della Global Sumud Italia. Quello che non ha permesso l’esercito israeliano lo ha fatto il mare, ribellandosi alla disumanità e crudeltà umana. La stessa ribellione che, di fronte all’orrore dei naufragi, ripete ogni volta che restituisce, spiaggiandoli, i corpi senza vita di migranti. Corpi senza nome, senza volto, senza storia, restituiti per una degna sepoltura, come ogni essere umano. Non è il mare che uccide i naufraghi ma l’indifferenza e la crudeltà di chi li lascia affogare nelle sue acque, non li salva e impedisce che altri lo facciano. Come non ricordare la fotografia del corpicino del bambino curdo-siriano, Alan Kurdi, vestito con una maglietta rossa e i pantaloni blu, ritrovato nel 2015 riverso a faccia in giù, sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia? Aveva solo tre anni ed era annegato insieme al fratellino di cinque anni e alla madre. Fuggivano dalla guerra in Siria e volevano raggiungere l’Europa. Quella fotografia fece il giro del mondo e scosse profondamente le coscienze. Molte Ong intitolarono le loro iniziative di salvataggio in mare a quel bambino, come la nave Alan Kurdi della ong Sea Eye. Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, a Steccato di Cutro, un barcone partito dalla Turchia si è infranto a pochi metri dalla riva. A bordo c’erano 180 migranti, poco meno di 80 riuscirono a salvarsi, 94 i corpi senza vita recuperati (34 uomini, 26 donne, 34 bambine/i). Anche allora tanta commozione e sdegno. Il mare, nei giorni e nelle settimane successive alla strage, continuò a restituire cadaveri lungo il litorale, quasi a ributtare tanto orrore, in nome di una pietà tutta umana. Il 15 febbraio scorso, nella notte dell’uragano Harry, altri naufragi, altri morti (mille). Il mare, ad oggi ha restituito 15 corpi lungo le coste della Calabria e della Sicilia. Il mare, il nostro Mediterraneo, sa che cos’è la vita e la morte, la pietà e la solidarietà.
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 7 giugno 2026)
Gisella Modica, La somiglianza, Iacobelli 2025
Il viaggio nella memoria di Gisella Modica ci conduce nella Sicilia mafiosa del nonno, detestato perché si teme una sgradita somiglianza. Ma chi era davvero don Fifì? E sua nipote cosa cerca nel diario della madre che tanto lo amava perché era un padre premuroso e generoso?
La storia comincia con una festa dove un ramarro in smoking invita a ballare la narratrice, Amalia. Al risveglio dopo il sogno, veniamo a sapere che l’ombra del ramarro per qualche tempo rimane sul muro, «ombra sconosciuta. Mostruosa, eppure così familiare». Chi è l’animale che al mignolo porta un grosso anello? Ecco un altro indizio: «Coi mostri io non gioco. Non faccio parte della tua cosca. Parola dura che faccio fatica a espellere». E ancora: «Compari, ricompari. Prendi forme diverse e mi confondi. Ma io non voglio essere confusa con te. Non ti somiglio».
Avvincente, sontuoso racconto di un’adulta che ha nostalgia dell’infanzia e di un borgo siciliano ormai scomparso, Borgo De Spuches, col suo pozzo di pietra lavica, un pozzo stregato da cui i bambini dovevano stare ben lontani. Ma quel luogo nasconde anche l’angoscia di essere la nipote del ramarro che poi per i siciliani significa camaleonte ovvero capace di cambiare pelle: sposo e padre premuroso, uomo dalla parte del potere, il potere mafioso naturalmente, di cui la nipote ha trovato tracce in un volume sulla storia della Trinacria del resto.
Il vecchio – Amalia lo chiama così «per non pronunciarne il nome» – alla morte ha lasciato un’eredità con la quale sua madre Lella se n’è scappata dal borgo per andare a Palermo e comprarsi una merceria. Lella, detta Lilluzza, suo padre lo amava moltissimo e questo Amalia non glielo perdona, tanto più quando le dice che lei assomiglia al nonno. C’è una sola speranza di poterlo guardare anche, non soltanto, ma anche sotto un’altra luce: quel nonno, che lei rinnega, forse era antifascista e per la Amalia che negli anni Settanta è stata una rivoluzionaria, una comunista e antifascista convinta, quella sarebbe almeno un’attenuante da contrapporre alla figura del don Fifì mafioso cui non vuole per nessuna ragione essere assimilata.
Tutto il libro di Gisella Modica, già autrice di un altro bel volume (Come voci in balia del vento, Iacobelli Editore 2018) in cui storia privata e Storia si intrecciano nella sua Sicilia, è un esercizio della memoria: quanto è fallace? Che senso ha ricostruire il proprio passato e insieme quello degli altri? Amalia ha trovato il diario di sua madre, che non c’è più, e alla fine c’è scritto: «se questa storia ti piace, continuala», una frase diretta a lei molto probabilmente. Il nonno, don Fifì, appare in tante pagine come padre affettuoso e “uomo giusto”. Ma cosa c’è dietro?
Don Fifì ha dato un solo schiaffo a Lilluzza ed è stato quando lei ha detto di volersi sposare con Saro, più povero di loro, ma soprattutto figlio di un fascista: questo per il vecchio era imperdonabile. Amalia ospita in casa, a Palermo, Michele, un ragazzo del Nord, un piemontese, artista di strada conosciuto una sera in birreria. Forse lo ama e lui la ama, comunque la ascolta paziente mentre lei, ansiosa, furiosa, tesa gli racconta tutta la storia e lo rimprovera spesso: «Tu sei del Nord, non puoi capire, non capisci niente della Sicilia». Così veniamo a sapere che don Fifì era antifascista, ma non comunista: apparteneva al partito degli indipendentisti siciliani, il potere degli agrari e dei nobili alleati con gli americani contro il fascismo. Nessun idealismo, piuttosto una lotta tra poteri. Eppure sua madre lo trovava un uomo giusto e glielo ripete.
«Sei mafiusa come lui. Sei tutta don Fifì», le diceva. E Amalia incalza Michele: «Come si spiega mafiusa a uno del Nord?». E continua: «Mafiusa sta per persona prepotente, pure un po’ malandrina, se vuoi, ma si tratta di quella prepotenza che alla gente di qui piace perché si fa rispettare in una terra in cui nessuno è rispettato per quello che è. Insomma è persona sperta e se hai un problema da risolvere sai che a lei ti puoi affidare». Il povero Michele azzarda: «Vuoi dire esperta?». Amalia scuote la testa. «Mafiusa dalle nostre parti è una parola che può assumere un significato o esattamente il suo contrario, secondo la visione del mondo della persona che la pronuncia, secondo l’ambiente dove vive, l’educazione avuta, il partito che frequenta…».
Se mi dilungo su questo dialogo è per far comprendere l’intensità del racconto di Gisella, la felicità della lingua che sa evocare e suggerire significati su diversi piani, toccando i sentimenti e la ragione. Così seguiamo la sua Amalia ritornare al borgo abbandonato da anni e stravolto dalla speculazione edilizia, malgrado l’odiato nonno l’avesse a modo suo contrastata. E qui non vi svelo il finale perché fa parte del viaggio in cui Gisella/Amalia ci conduce alla scoperta delle ambiguità della vita, del nostro bisogno di verità e della speranza di poter ancora cambiare il mondo.
(Letterate Magazine, 5 giugno 2026)
L’artista americana, oggi ottantasettenne, è in mostra alla Galleria Alberta Pane di Venezia. «Ho cercato di costruire una nuova iconografia centrata sulle donne, che offrisse un accesso all’esperienza umana universale, tanto quanto lo è stata la prospettiva maschile»
Tra le grandi artiste arrivate a Venezia, in occasione della 61/a Biennale, Judy Chicago ha un posto di rilievo, perché all’età di 87 anni condensa memoria e futuro, arte e attivismo, identità plurali in permanente stato di indagine e un modo scomodo di attraversare istituzioni e mondo dell’arte. Forse per questo, la mostra promossa dalla Galleria Alberta Pane, con la regia di Allison Raddock, ha provato una messa a terra, puntando sulla materialità di una lunghissima carriera. The Materiality of Judy Chicago sarà visitabile fino al 22 novembre.
Nel 1971 lei ha scelto il suo cognome, Chicago, sfidando le regole della società patriarcale. Cosa puoi dirci invece di Judy Cohen? Chi erano i Cohen?
Discendo da ventitré generazioni di rabbini, una tradizione che mio padre avrebbe dovuto continuare. Ma lui se ne distaccò, diventando invece marxista e sindacalista. Quando io e mio marito, il fotografo Donald Woodman, stavamo lavorando a Holocaust Project (1985-1993), un rabbino mi disse di non preoccuparmi «perché Mosè è stato il primo organizzatore sindacale». Anche se sono cresciuta in una famiglia laica, tutto era permeato di valori ebraici, che per me derivano dal Seder di Pesach e dalla sua enfasi sull’idea che, poiché un tempo eravamo schiavi in Egitto e siamo diventati liberi, è nostro dovere impegnarci per la libertà di tutti coloro che condividono questo pianeta, sia umani che non umani. La lunga tradizione talmudica, che costituisce la mia eredità, valorizza l’educazione e mi ricorda sempre il valore del tikkun olam, ovvero la guarigione o la riparazione del mondo. Questo precetto mi è stato trasmesso come un mandato e mio padre mi ha insegnato che avevo l’obbligo di lavorare per la giustizia e l’equità.
La sua opera più celebre, “The Dinner Party”, si trova al Brooklyn Museum of Art. Cinquant’anni fa lei ha immaginato 39 grandi donne a tavola e altre 999 i cui nomi sono incisi a terra, sul «Pavimento del patrimonio». Oggi, a chi farebbe spazio in questa tavola della Storia?
Ho sempre descritto The Dinner Party come una storia simbolica delle donne nella civiltà occidentale, plasmata e limitata dal periodo in cui l’ho concepita e creata. Per esempio, fino a poco tempo fa, gli studi storici e d’arte ruotavano attorno alla cultura occidentale: ho usato quella “narrazione” per strutturare la mia opera, sostituendo gli eroi maschili con figure femminili altrettanto importanti ma trascurate. Da allora, c’è stata una profonda revisione di questo approccio alla storia: il Los Angeles County Museum of Art è stato recentemente riallestito con una prospettiva più globale. Questo ha reso possibile l’idea di una storia globale delle donne, poiché è ancora in gran parte sconosciuta. Anche al tempo di The Dinner Party, nelle mie ricerche ho raccolto una quantità di informazioni che non potevano essere contenute in una singola opera. Avevo bisogno di creare qualcos’altro. Così è nato il libro Revelations, che ha richiesto cinquant’anni prima di essere pubblicato, oltre a un film. Oggi, grazie alla tecnologia sarebbe possibile utilizzare una gamma molto articolata di media per raccontare quella storia e su scala globale.
Perché, secondo lei, le istituzioni e il mondo dell’arte hanno impiegato così tanto tempo per riconoscere il valore e la profondità del suo lavoro?
Questa è una domanda di storia dell’arte. Da parte mia, posso dire di aver affrontato una lunga e difficile lotta per presentare e far comprendere il mio lavoro, fino alla mostra di Claudia Schmuckli al De Young Museum nel 2021, seguita da Herstory di Massimiliano Gioni e poi da quella curata da Hans Ulrich Obrist alla Serpentine, entrambe nel 2024. La rassegna di Gioni, che includeva The City of Ladies, una «mostra nella mostra» come lui l’ha definita, ha contestualizzato il mio lavoro all’interno di sei secoli di produzione culturale femminile. Per il pubblico è stato un modo per comprendere ciò che ho cercato di fare per decenni: costruire una nuova iconografia centrata sulle donne, capace di offrire un accesso all’esperienza umana universale tanto quanto lo è stata la prospettiva maschile.
È stata una pioniera nell’insegnamento dell’arte da una prospettiva femminista. Quanto ne sono state influenzate le università e le scuole d’arte?
Tutti i miei progetti didattici hanno avuto un profondo impatto sugli studenti, come dimostrano le tante lettere ricevute nel corso degli anni. Il che è davvero notevole considerando quanto poco tempo abbia effettivamente insegnato. In realtà quello che mi chiedo, alla luce delle mostre nate dai miei corsi (da Womanhouse al Cal-Arts nel 1972 a Los Angeles fino a Evoke/Invoke/Provoke, condotto con Donald nel 2006) e vista la mole di documentazione raccolta, perché nessuna istituzione mi abbia mai invitata a tornare. Forse la stessa resistenza al mio approccio artistico, durata decenni, ha influenzato anche la resistenza verso la mia pedagogia, che mette in discussione il modo in cui oggi si insegna arte. Il mio approccio mira ad aiutare studenti e studentesse a “trovare la propria voce” piuttosto che a “sfondare nel mondo dell’arte”.
Negli ultimi anni è emersa una nuova generazione di artiste donne e queer, soprattutto dal Sud globale: cosa pensa abbiano apportato di nuovo rispetto alla sua generazione?
Credo abbiano ampliato enormemente il discorso artistico, aggiungendo molteplici dimensioni, esperienze e narrazioni a una storia dell’arte che per troppo tempo è stata bianca, maschile ed eurocentrica. Allo stesso tempo, essendo una studiosa di storia, riconosco che il cambiamento, se non diventa istituzionale e strutturale, tende a essere temporaneo. Tutto ciò che di nuovo abbiamo visto negli ultimi decenni può creare l’illusione che tutto sia davvero cambiato. Ma, come dimostrano studi recenti (le statistiche scoraggianti sulle artiste pubblicate da artnet.news), esiste ancora un enorme divario: le artiste continuano a guadagnare solo il 42% rispetto ai loro colleghi uomini. Il cambiamento richiede tempo. Ma sono determinata a seguire un altro mandato ebraico: «Scegliere la speranza». Dunque, continuare a lavorare per una vera trasformazione globale, di cui abbiamo disperatamente bisogno.
Ha esplorato anche la dimensione maschile, cercando di decostruirla ancora prima del boom dei queer studies. Secondo lei, quali sono i codici della mascolinità che resistono ancora?
Ho l’impressione che il “costrutto della mascolinità” continui a sedurre troppi uomini, affascinati così tanto dal potere fino a immaginare che gli esseri umani saranno sostituiti dalle macchine, potranno vivere per sempre e avranno il diritto di continuare a distruggere il nostro pianeta per poi abbandonarlo. Tuttavia, so che esistono uomini che desiderano un’altra strada, che consenta di essere sé stessi invece di conformarsi a ruoli crudeli e restrittivi imposti dalla società. Come ha scoperto mio marito, il femminismo offre questa possibilità non solo alle donne ma anche agli uomini. Negli anni Settanta, all’inizio della seconda ondata del femminismo in Occidente, abbiamo commesso un errore: pensare che tutte le donne fossero nostre alleate e tutti gli uomini nostri nemici. La lunga storia della lotta per la liberazione femminile ha incluso molti uomini solidali, i cui contributi sono stati cancellati. E ci sono anche molte donne che agiscono come “sostenitrici del patriarcato”, contribuendo a perpetuare sistemi che imprigionano tutti noi.
(il manifesto, 5 giugno 2026)
Un anno e mezzo fa una schiera di dirigenti del settore tecnologico prendeva posto in prima fila alla cerimonia d’insediamento di Donald Trump, sancendo la nuova alleanza con il movimento Make America Great Again (Maga). Da allora l’amministrazione Trump ha steso il tappeto rosso alla Silicon Valley, favorendo le ambizioni dell’industria dell’intelligenza artificiale e gli interessi dei suoi principali azionisti.
Washington ha distribuito miliardi in sussidi federali e ricchi contratti a un settore che già dispone di grande liquidità, gonfiando una bolla che secondo gli esperti potrebbe mettere a rischio l’intero sistema economico e bloccare qualsiasi forma di controllo sull’evoluzione di questa tecnologia.
Ma c’è una buona notizia. Negli ultimi mesi è nata un’improbabile coalizione che si oppone con forza a questa ascesa incontrollata, prendendo di mira l’infrastruttura stessa su cui poggia il settore dell’Ia. Nel 2025 l’opposizione delle comunità locali ha bloccato o rallentato almeno 48 progetti per costruire data center, per un valore stimato di 156 miliardi di dollari. E tutto fa pensare che il 2026 sarà un anno ancora più importante nella resistenza all’Ia.
Dal nostro punto di vista, è una cosa positiva. Ma il movimento contro i data center è stato criticato da più parti, anche in ambienti progressisti, che l’hanno liquidato come l’ennesima espressione privilegiata della politica nimby (not in my backyard, non nel mio cortile). Un commento uscito sul New York Times ha definito la lotta contro i data center una “distrazione miope” dalla “vera battaglia”. In realtà, l’organizzazione del movimento contro i data center è la vera battaglia: una battaglia che si concentra su un punto nevralgico del settore e che ha conseguenze dirette sulla vita delle persone. Questa resistenza dal basso non riguarda solo il blocco di nuovi progetti di sviluppo locale: rappresenta un fronte cruciale nella lotta contro l’autoritarismo tecnologico. Quali altre armi hanno le persone comuni per contrastare algoritmi che divorano posti di lavoro, video falsi che distorcono la realtà e attacchi di droni autonomi?
Moratorie e divieti
Dalle campagne della North Carolina ai piccoli centri della Virginia fino alle zone di montagna e alle terre agricole del New Mexico e dell’Oregon, le comunità locali stanno superando le divisioni di partito per contrastare una situazione che permette ai lobbisti della tecnologia di far approvare in fretta e furia accordi per nuovi centri di elaborazione dati, spesso dietro un velo di omertà imposto dalle clausole di riservatezza.
Nell’Indiana, uno degli stati più conservatori del paese, più di dieci contee hanno introdotto moratorie o divieti temporanei alla costruzione dei centri dati per l’Ia; la nazione dei nativi seminole in Oklahoma ha approvato una moratoria nel suo territorio; e in tutto il New Jersey vari progetti sono stati cancellati per la reazione indignata delle comunità a condizioni giudicate inaccettabili. Eppure, molti che dovrebbero sostenere questa causa non perdono occasione per avanzare critiche fuorvianti, come un recente articolo di Holly Buck, docente del dipartimento di ambiente e sostenibilità all’università di Buffalo, uscito sulla rivista Jacobin. Buck descrive il movimento contro i data center come un “vicolo cieco” elitario destinato solo a privare i più poveri dei benefici delle Ia. Pubblicato su una delle principali riviste di sinistra degli Stati Uniti, l’articolo ha molti punti in comune con un commento del Washington Post firmato da due dirigenti della Palantir, il colosso della sorveglianza tecnologica vicino a Trump, secondo cui rallentare o fermare i data center danneggerebbe la classe lavoratrice: «Il modo più sicuro per garantire che l’intelligenza artificiale diventi uno strumento dell’élite ricca è bloccare l’infrastruttura che la rende accessibile a tutti gli altri».
Il lato nascosto
Argomentazioni come queste stanno diventando fin troppo comuni, nonostante la loro logica traballante e paternalistica. Le critiche da sinistra al movimento contro i data center rivelano soprattutto una scarsa comprensione di come stanno nascendo queste battaglie e di come funziona davvero l’organizzazione e la costruzione del potere dal basso (d’altra parte, se i vertici della Palantir avessero davvero a cuore la giustizia economica, non difenderebbero una tecnologia che secondo il loro stesso amministratore delegato è destinata a provocare «profondi sconvolgimenti sociali»).
Buck sostiene di volere un’Ia governata democraticamente, ma non spiega come raggiungere questo lodevole obiettivo. Intanto, colossi come Meta, xAi e Blackstone continuano a siglare accordi dietro le quinte grazie a dirigenti che hanno un filo diretto con Trump e soldi in abbondanza per influenzare la politica. Organizzarsi per bloccare la costruzione dei data center è uno dei pochi strumenti che le persone comuni hanno per farsi ascoltare; protestare con forza è lo strumento di chi non ha soldi né agganci politici. Come ricorda l’esperta di antitrust Zephyr Teachout: «Per avere una gestione democratica dell’Ia bisogna bloccare i data center. Google non si siederà a nessun tavolo democratico e non rispetterà nessuna regola finché la gente non mostrerà i muscoli».
I data center sono un bersaglio strategico anche per un altro motivo. Come internet, l’Ia è dovunque e in nessun posto. I data center, invece, sono luoghi concreti, punti nevralgici dove le persone possono riunirsi e confrontarsi direttamente con i miliardari fuori controllo della tecnologia, altrimenti irraggiungibili.
Proprio per questo, quegli edifici offrono un’occasione unica: permettono di incontrarsi di persona e di unirsi superando divisioni politiche per altri versi insormontabili. Per commentatori come Buck, la varietà ideologica del movimento rappresenta una debolezza, perché significa che non tutti hanno gli stessi obiettivi. In realtà quello che colpisce di più è la quantità di cose su cui quelle persone sono d’accordo. Seguendo le proteste abbiamo notato che il movimento contro i data center ruota intorno a una serie di preoccupazioni comuni: bollette insostenibili, consumi esagerati di acqua e di energia, inquinamento acustico e luminoso, degrado del suolo, nessuna offerta di posti di lavoro decenti nelle zone interessate (oltre alla prospettiva di un’apocalisse occupazionale su vasta scala) e un potere aziendale fuori controllo. A tutto ciò si aggiungono gli usi socialmente discutibili dell’Ia generativa, dai bot che cercano di far spogliare le minorenni alla spazzatura che infesta i feed sui social media.
Questi problemi sono il lato nascosto dei data center, quello che chi li costruisce evita accuratamente di menzionare quando arriva su un territorio e che molti politici preferiscono non affrontare. Visto come stanno le cose non c’è da stupirsi se tanti agricoltori rifiutano offerte milionarie per vendere i loro terreni: sanno bene i rischi che questi progetti comportano per i luoghi in cui vivono.
C’è chi liquida queste mobilitazioni come “nimbysmo”, ma le battaglie locali creano le condizioni per riforme più generali, a partire dai controlli basilari sull’Ia. La maggior parte delle persone non è entusiasta del mondo iper-automatizzato e invadente che la Silicon Valley sembra voler imporre, e i sondaggi mostrano con chiarezza che la grande maggioranza degli statunitensi chiede che il settore sia regolamentato. Oggi, ci sono più vincoli per chi apre un salone di bellezza o un negozio di tacos che per una startup dell’Ia.
Passi falsi
Il movimento che ha portato al centro del dibattito la proposta di una sospensione o di una moratoria sulla costruzione dei data center è fondamentale per costruire il consenso politico necessario a introdurre misure di sicurezza di buon senso e largamente condivise. Ed è soprattutto un modo per mettere con le spalle al muro un settore abituato a passare come uno schiacciasassi sull’opinione pubblica. Il disegno di legge presentato di recente al congresso statunitense da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez (due politici del Partito democratico) prevede una moratoria nazionale proprio per spingere verso una regolamentazione dell’Ia: il divieto di costruire sarebbe revocato subito dopo l’approvazione di norme efficaci per limitare davvero i danni causati dai data center.
Ad aprile il Maine è diventato il primo stato a introdurre una moratoria per i grandi data center. La deputata Melanie Sachs, promotrice della legge, ha parlato di un «approccio ponderato e pragmatico a un tema molto complesso», con «ramificazioni» che vanno oltre le comunità direttamente coinvolte. La pausa di 18 mesi serve a dare alle persone il tempo di discutere e decidere con più consapevolezza: «È un modo per dire: mettiamoci intorno a un tavolo, assicuriamoci di avere un quadro normativo adeguato al contesto e ad affrontare i problemi che ci premono».
Prima che la proposta diventasse legge, la governatrice Janet Mills, del Partito democratico, ha posto il veto. Pochi giorni dopo, Mills ha sospeso la sua campagna per le primarie al senato, di fatto lasciando campo libero al populista Graham Platner, che è favorevole al provvedimento ma lo ha definito un “cerotto”, invocando un intervento molto più deciso a livello federale. Il passo falso di Mills dovrebbe essere un campanello d’allarme. Dall’aria che tira nella politica statunitense si capisce chiaramente che l’Ia sta diventando una delle principali linee di frattura nelle elezioni di metà mandato di novembre, e anche in vista delle presidenziali del 2028. Ma la maggior parte dei politici esita a prendere una posizione netta. Molti democratici temono di inimicarsi l’industria tecnologica, e il partito fatica a proporre una prospettiva morale chiara capace di contrastare la retorica dei miliardari sull’“innovazione” e gli spauracchi sulla concorrenza della Cina.
Come al solito, gli elettori sono più avanti dei politici. La crescita spontanea del movimento contro i data center, che attraversa territori, interessi economici e orientamenti politici diversi, riflette sia la quantità di rischi legati alle infrastrutture dell’Ia sia l’insofferenza crescente verso l’élite tecnologica. L’energia sprigionata da queste mobilitazioni, con le loro richieste sensate e capaci di unire mondi diversi, può diventare la base di una nuova coalizione dal basso, in grado di indicare un programma per la classe lavoratrice che parli davvero al presente e intercetti il malessere degli elettori delusi. Un movimento così organizzato ed efficace andrebbe sostenuto, non liquidato.
Visto il ritmo con cui il movimento sta crescendo e i suoi primi successi, non sorprende che il settore tecnologico abbia cominciato a reagire con campagne di comunicazione mirate, una pioggia di finanziamenti occulti alla politica o metodi ancora meno trasparenti. Una persona che ha partecipato a una conferenza dell’industria dei data center del 2025 ha riferito che alcuni relatori hanno elencato diverse strategie per soffocare il dissenso locale: usare società di comodo per evitare controlli, comprare il silenzio dei residenti vicino ai siti individuati, collaborare con le autorità per «tenere i manifestanti lontani dalla vista» e organizzare attività per i giovani con l’obiettivo di «normalizzare i data center nelle comunità della zona». Un relatore ha perfino ipotizzato «l’uso di tattiche di contro-insurrezione apprese durante il servizio militare, come infiltrarsi nei bar e nelle chiese per valutare il potenziale di resistenza della comunità alla costruzione di nuovi centri dati».
Con avversari così è demoralizzante vedere persone di sinistra unirsi al coro ipocrita di chi chiede alle comunità direttamente colpite di usare canali politici più giusti ed efficaci, che poi però restano sempre indefiniti. Il movimento contro i data center offre ai progressisti che vogliono cambiare gli equilibri politici un’occasione unica: incontrare le persone, ascoltare i loro bisogni e i loro desideri e contribuire a coltivare dal basso un’alternativa all’alleanza tra big tech e fascismo. È un’occasione per sostenere i nuovi militanti nelle loro battaglie contro un’Ia fuori controllo e contro il dominio soffocante delle aziende private sulla nostra economia. Ed è un’opportunità irripetibile per riconquistare la fiducia di comunità che, comprensibilmente, hanno perso ogni speranza nella politica e non si fidano più dei grandi partiti, soprattutto quando si parla di Ia.
In altre parole, la lotta contro i data center non riguarda solo la tecnologia. In gioco c’è la qualità della democrazia: si tratta di stabilire chi controlla l’economia e se le persone comuni possono ancora dire la loro sulle decisioni che le riguardano. Visto che siamo stati esclusi da ogni dibattito su questa rivoluzione tecnologica, tutti dovrebbero sostenere il movimento. O, meglio ancora, dovrebbero unirsi alla lotta.
(*) Astra Taylor è una scrittrice, regista e attivista canadese-statunitense. In Italia ha pubblicato Capitalismo dell’insicurezza (Wudz 2025).
Saul Levin è un ambientalista statunitense.
(Internazionale, 5 giugno 2026)
La regista e attivista nata a Teheran, che oggi vive a Parigi, ricorda l’autrice di Persepolis
Bani Khoshnoudi è una regista, artista visiva, attivista nata a Teheran, immigrata negli Stati uniti durante la Rivoluzione del ’79. È costretta all’esilio dal 2010, dopo il suo film The Silent Majority Speaks che racconta le rivolte del 2009 contro l’elezione di Ahmadinejad presidente. I suoi lavori attingono da materiale d’archivio per raccontare e costruire una memoria della resistenza contro il regime. L’abbiamo sentita al telefono a Parigi, dove vive.
L’opera di Marjane Satrapi ha influenzato il suo lavoro? In che modo?
Non molto il modo in cui lavoro ma penso che per la generazione di cui faccio parte, cresciuta o costretta all’esilio a partire dagli anni ’90, sia stata fondamentale nel comunicare cosa era accaduto a molte famiglie negli anni ’80 in Iran. La sua opera, soprattutto i primi libri, si focalizzano nel momento in cui la Rivoluzione è sfociata in tendenze islamiste e cosa hanno fatto alle famiglie che avevano dato vita alla rivoluzione. Tra le sue istanze di giovane donna, ci ha trasmesso l’importanza di essere capace di pensare liberamente e apertamente nella società. Questo è qualcosa in cui mi riconosco profondamente, anche se proveniamo da storie familiari differenti ed era più grande di me quando ha lasciato l’Iran.
È una figura di riferimento per le artiste e gli artisti iraniani?
Rappresenta un certo tipo di artista nella diaspora, nel periodo del movimento “Donna Vita Libertà” ha cercato di creare un ponte, si è spesa per raccontare cosa accadeva in Iran. È una grande perdita per tutta la comunità iraniana che vive all’estero. I suoi primi libri sono stati pubblicati in ogni parte del mondo, non ho seguito molto gli ultimi lavori, politicamente ha preso delle posizioni che non sempre ho condiviso, che accentuavano un po’ troppo questa dicotomia occidente/tradizione, io penso sia un po’ più complesso di così, ma trovo la sua una voce estremamente appassionata.
Satrapi usava il disegno, lei l’archivio: la questione centrale è raccontare, ridare voce alle storie.
Molti della nostra generazione – io sono sette anni più giovane di lei – sono ossessionati dalla prima decade dopo la Rivoluzione, in quel periodo sono accadute cose orribili. Molti lavorano con gli archivi, lei era l’unica che lavorava con i fumetti, che ha dato al corpo e alla voce delle giovani donne un ruolo centrale. In questo penso fosse sicuramente una figura di riferimento per molte giovani artiste, ha reso le giovani donne protagoniste delle storie con la voce di una donna e non di un uomo: molti registi uomini raccontano personaggi femminili nei loro film, ma si tratta di una prospettiva completamente diversa.
Come vede la situazione attuale?
Siamo molto preoccupati, il governo iraniano ha sempre voluto una guerra, purtroppo l’hanno avuta. È una guerra tra potenze, in termini geopolitici una guerra di invasione capitalista, liberista che viene usata dal regime per opprimere ancora e controllare ancora di più la sua popolazione. Questo ci porta indietro e rende la lotta per il movimento di Liberazione, movimento che esiste da oltre duecento anni, ancora più complicata.
(il manifesto, 5 giugno 2026)
Addio all’artista iraniana, con “Persepolis” ha creato un racconto dell’Iran intimo e collettivo. Dalla graphic novel al cinema, un percorso artistico che ha unito ricerca, femminismo, battaglie contro il regime


«La ragazzina che vedete nel film e che crescendo diventerà la giovane donna che ero io quando ho lasciato il mio Paese, a ventitré anni, oggi non avrebbe mai lasciato l’Iran ma sarebbe scesa in strada, avrebbe combattuto, forse avrebbe perso un occhio. All’epoca noi eravamo così terrorizzati che non ci azzardavamo a parlare. Ma questa nuova generazione non è spaventata, quel muro di paura è stato abbattuto. Adesso la paura è dall’altra parte, sono loro ad avere paura di noi e fanno bene a essere spaventati», diceva Marjane Satrapi a Bologna due anni fa presentando la versione restaurata di Persepolis (a cura della Cineteca di Bologna). Quel film, realizzato insieme a Vincent Paronnaud, con le sfumature del bianco e del nero che dall’universo della sua graphic novel graffiavano lo schermo ispirandosi al neorealismo italiano e all’espressionismo, aveva conquistato il Festival di Cannes nel 2007 – premio della giuria – facendo infuriare la Repubblica islamica che aveva accusato l’artista di «dare un’immagine falsa della società iraniana a beneficio delle potenze straniere». Satrapi, come la piccola Marjane protagonista di Persepolis, lei stessa e insieme tante altre donne iraniane e anche di ovunque, non si faceva però intimidire. La sua era la resistenza delle storie che narrava, l’umorismo di fronte all’orrore, quel tono duro e lieve allo stesso tempo, non sottrarsi alla realtà e continuare a cercare le forme e i modi per narrarla mettendo in discussione anche le proprie certezze.
Quando era stato pubblicato in due volumi, agli inizi del Duemila, Persepolis era diventato subito il riferimento di un genere fino allora inedito, l’autobiografia a fumetti. Quel tratto di ombra e di luce, di paura e di felicità raccontava l’infanzia e l’adolescenza di Marji, l’alter ego di carta dell’autrice, ma era anche un documento politico di grande potenza e affermava la presa di parola di un femminile contro le convenzioni della propria rappresentazione. La ragazzina punk e inventiva di Satrapi mette in discussione i barbuti islamici e le suore di Vienna dove adolescente arriva per studiare. Il maschilismo in oriente e in occidente mentre cerca il sogno di un Iran senza dogmi, e come alleata migliore ha la combattiva e caustica nonna la quale della tradizione le insegna la sensualità di profumare col gelsomino la biancheria intima. In un altro suo romanzo grafico, Broderies (2003), un gruppo di donne iraniane di ogni provenienza sociale si ritrovano per un tè e parlano di sesso: interventi chirurgici, superstizioni, tabù religiosi, l’umiliazione, il rifiuto e le assurdità degli uomini in una lunga conversazione che rompe il limite di “dentro” e “fuori” imposto dalla società iraniana al femminile così come una certa immagine dell’Iran nello sguardo dell’occidente.
È la resistenza vitale, inventiva che era Marjane Satrapi, inconfondibile col suo look nerissimo, come i capelli, e le labbra rosso acceso, che le amiche, fra cui Chiara Mastroianni – voce di Marjiane nel film Persepolis – ricordano per la sua gioia. E per quel pensiero libero che affermava nella ricerca artistica e nello stare al mondo, lei che da piccola si immaginava prigioniera politica, e sognava di essere Bruce Lee. Che dall’Europa aveva deciso di tornare in Iran per andare via di nuovo, e per sempre portando con sé l’immagine della madre – di cui parlava spesso – che era svenuta mentre lei stava partendo e che l’aveva fatta studiare per essere libera, in una famiglia colta, laica, con lo zio comunista e del nonno vittime dello scià.
Marjane era nata nel novembre del 1969 a Rasht, sul Mar Caspio, aveva studiato a Teheran, a Parigi, dove era esiliata aveva continuato a studiare arte e, grazie all’amicizia con dei disegnatori che avevano aperto una loro casa editrice, realizza Persepolis – «Mi hanno sempre incoraggiata e sostenuta». Un ’opera con cui appunto inventa una nuova narrazione, e che contiene già quella sua volontà di non rimanere intrappolata neppure in sé stessa. Al cinema, in una filmografia di sei titoli, dopo il successo di Persepolis aveva sempre rifiutato il 2 cercando nuove sperimentazioni possibili. Aveva declinato le proposte blockbuster Usa per confrontarsi con materiali molto diversi, sempre insieme al suo compagno, lo sceneggiatore e attore Mattias Ripa, e al di là degli esiti la scelta afferma comunque il desiderio di tracciare una propria strada. Così dopo Persepolis arriva Poulet aux prunes [“Pollo alle prugne”] (2011) anch’esso legato a una sua graphic novel e realizzato insieme a Paronnaud – nel quale narra l’Iran degli anni Cinquanta attraverso la figura di un musicista, con degli attori – nel cast ci sono Mathieu Amalric e Golshifteh Farahani – e in un décor stilizzato di studio. A questo seguono La bande de Jotas (2012) un omaggio al cinema di genere girato in Spagna, con lei stessa e Mattias Ripa nel ruolo dei protagonisti; The Voices (2014), un horror schizofrenico, che è anche il suo primo lungo in lingua inglese, interpretato da Ryan Reynolds; Radioactive (2019) sulla figura di Marie Curie e Paradis Paris (2024), un film corale che la riporta a girare in Francia.
Ma è sempre lei, è sempre Marjane, che nei mesi della rivoluzione esplosa in Iran dopo l’omicidio di Mahsa Amini cura il progetto Donna, vita, libertà (Rizzoli Lizard), una raccolta di quasi 300 pagine, di cui 192 tavole disegnate, su cui hanno lavorato quattro fumettisti iraniani e tredici provenienti dall’Europa e dall’America, insieme a un politologo, un giornalista e uno storico, tutti esperti di Iran o di origini iraniane, schierandosi senza esitazione con il movimento. E che lo scorso anno aveva rifiutato la Legion d’onore francese non “contro” la Francia ma come gesto di critica verso la politica francese «ipocrita» nei confronti dell’Iran, e il suo mancato sostegno a chi lottava contro il regime, gli artisti, i dissidenti, ai quali si rifiutava persino il visto per rifugiarsi sul suo territorio.
Marjane Satrapi adesso se ne è andata, nel comunicato che ne ha annunciato la morte i famigliari hanno scritto che è morta «di dolore dopo la perdita dell’amore della sua vita», Mattias Ripa. Come che sia questo morire di tristezza in qualche modo le appartiene, era già la storia di Pollo alle prugne, dove il protagonista si lascia morire quando la moglie distrugge il suo prezioso tar [strumento musicale a corde, ndr] che non potrà mai sostituire perché racchiude un segreto che lo ha accompagnato per sempre, quello di un amore perduto nelle violenze di regole sociali che condannano all’infelicità.
Alchimistadel fantastico, Satrapi nei suoi frammenti di memoria tesse la trama dei sentimenti calpestati insieme a un’altra parte di storia iraniana che riguarda l’America e le ingerenze della vita politica del paese – il colpo d stato nel ’53 e il ritorno dello scià, non un’autobiografia ma nuovamente una storia e un sentire condivisi. Perché era questa la sua scommessa e il suo desiderio, un’arte legata all’esperienza ma che sapesse dire di tutti, che fosse una voce e uno spazio comuni. Mantenendo la gioia del desiderio e il piacere della rivolta. Punk is not dead.
(il manifesto, 5 giugno 2026)
A Prato dal 1997 è attivo il centro antiviolenza La Nara. Il nome deriva da un libro (La Nara. Una donna dentro la storia. Aracne, 2017) scritto dalla giornalista e sceneggiatrice Maricla Boggio che raccoglie anni di interviste fatte a Nara Marconi.
Nara è nata a Prato nel 1924 da una famiglia contadina anarchica e molto colta. Il padre ad esempio conosceva la Divina Commedia a memoria. Serve la borghesia fascista prima a Roma, poi in Eritrea e poi ritorna nella sua città per partecipare alla Resistenza.
Nel dopoguerra, dopo essersi specializzata come artigiana tessile, essersi sposata e separata, inizia la sua attività civile fondando incontri e circoli femministi e aprendo il primo consultorio autogestito della città. Alla fine degli anni ’70 Nara Marconi incontra Maricla Boggio durante alcuni gruppi di discussione femminista ad Assisi. Per una decina d’anni si danno degli appuntamenti il sabato e la domenica nella casa di Boggio a Roma per delle lunghe conversazioni che vengono registrate su audiocassetta.
I 24 nastri con le loro chiacchierate sono alla base di Nara Marconi, voglio trasformarmi con il mondo. Un podcast scritto e realizzato dal collettivo Misconosciute che racconta la vita di Nara Marconi, la storia dell’incontro tra l’attivista di Prato e la scrittrice romana e la storia del femminismo popolare del secondo novecento. Un femminismo che costruisce la sua teoria partendo dalla terra, dalla politica, dall’attivismo, dal confronto reale con la gerarchia patriarcale nella famiglia e nell’organizzazione del lavoro e proprio per questo solida e forte come un tessuto tirato a telaio.
Nara Marconi, voglio trasformarmi con il mondo di Giulia Morelli, Maria Lucia Schito e Silvia Scognamiglio per RaiPlay Sound, disponibile su RaiPlay Sound.
https://www.raiplaysound.it/programmi/naramarconi-vogliotrasformarmiconilmondo
(Il Mondo – podcast di Internazionale, 4 giugno 2026)
La notizia della morte di Carola Frediani lascia un grande vuoto nel giornalismo italiano. In un panorama spesso dominato dalla velocità, dalla semplificazione e dal rumore, Carola è stata una voce rara: autorevole senza essere autoreferenziale, rigorosa senza essere distante, capace di raccontare la complessità senza mai renderla inaccessibile.
Per molte persone è stata il punto di riferimento quando si trattava di capire cosa accade dietro le tecnologie che attraversano le nostre vite: la sorveglianza digitale, la cybersicurezza, gli attacchi informatici, il potere delle grandi piattaforme, le minacce ai diritti e alle libertà online. Ma il suo sguardo andava sempre oltre la dimensione tecnica. Ci ricordava che dietro ogni algoritmo, ogni infrastruttura digitale, ogni sistema di controllo ci sono persone, rapporti di potere, scelte politiche e conseguenze concrete sulle nostre vite.
Con Guerre di Rete ha costruito negli anni uno spazio indipendente, prezioso e insostituibile per chi voleva comprendere il mondo digitale senza cedere né all’entusiasmo acritico né al catastrofismo. La sua capacità era quella di tenere insieme competenza tecnica, sensibilità giornalistica e attenzione ai diritti fondamentali, offrendo chiavi di lettura che aiutano a orientarsi in un contesto sempre più complesso.
La sua strada si è incrociata con quella del manifesto quando internet era ancora una frontiera da esplorare e da raccontare. In quegli anni entrò a far parte della comunità di giornaliste e giornalisti che attorno a Franco Carlini costruì uno dei più originali laboratori italiani di riflessione critica sulle tecnologie digitali. Mentre gran parte dell’informazione guardava alla rete come a una curiosità tecnica o a una promessa di mercato, quel gruppo provava a comprenderne le implicazioni sociali, culturali e politiche.
Carola crebbe professionalmente in quell’ambiente, contribuendo con articoli, approfondimenti e inchieste che già mostravano la cifra che avrebbe caratterizzato tutto il suo lavoro successivo: la capacità di leggere la tecnologia come una questione di potere e di democrazia. Dalle battaglie sul software libero alle trasformazioni dell’economia digitale, dai temi della sicurezza informatica fino all’attualissimo tema dei dati personali, i suoi articoli per il manifesto hanno accompagnato alcune delle principali svolte dell’ecosistema tecnologico degli ultimi vent’anni.
Una tappa importante di quel percorso fu l’esperienza di Chips&Salsa, l’agorà della rete animata da giornalisti, ricercatori, hacker, attivisti. Fu uno spazio di incontro e discussione unico nel panorama italiano: un luogo in cui la tecnologia veniva osservata con curiosità ma anche con spirito critico, senza separarla dalle questioni della conoscenza, dei diritti, della partecipazione e della giustizia sociale. Carola ne fece parte con entusiasmo, contribuendo a costruire quel dialogo tra innovazione tecnologica e cultura democratica che sarebbe rimasto al centro della sua attività professionale.
Attraverso il suo lavoro giornalistico, i suoi libri, le sue analisi e il suo impegno nella sicurezza digitale a fianco di organizzazioni per i diritti umani, ha contribuito a formare e ispirare un’intera generazione di giornalisti, attivisti e persone appassionate di tecnologia.
Ciò che resterà più di tutto è il suo modo di guardare il presente: con curiosità, lucidità, indipendenza di giudizio e una profonda attenzione alle implicazioni democratiche delle trasformazioni tecnologiche. In un’epoca in cui la tecnologia tende a presentarsi come inevitabile e opaca, Carola ha continuato a fare ciò che fanno le migliori giornaliste: porre domande, cercare connessioni, illuminare le zone d’ombra.
Il suo lavoro continuerà a essere una bussola per chi crede che il giornalismo debba aiutare a capire il mondo e che una rete più libera, trasparente e consapevole sia ancora un obiettivo per cui vale la pena impegnarsi.
(il manifesto, 4 giugno 2026)
Torna in libreria Note di un metodo di María Zambrano grazie a Edizioni degli animali (pp. 141, euro 22) e alle cure sapienti di Rosella Prezzo che firma una imperdibile introduzione al volume e offre una nuova traduzione. Comparso in Italia nel 2003 per Filema, la prima traudzione del testo di Zambrano, ormai irreperibile, è stata a cura di Stefania Tarantino. Notas de un método, edito nel 1989, due anni prima della morte della filosofa andalusa, risponde a una stratificazione di scritti confluiti nel volume; una lunga cova, tanto che la stessa autrice ha immaginato sarebbe stato edito postumo. Il principio è nella definizione della parola “note” su cui poggia la comprensione di ciò che si sta leggendo.
Intanto, scrive Zambrano, non si tratta di annotazioni ma appunto di note, in senso musicale, ovvero di un andamento discontinuo e frammentario, di un cammino, specificando quanto uno dei maggiori ostacoli dell’Occidente sia rilevabile proprio nella “continuità” intesa come forma di cieca ostinazione logico-razionale per cui si è inteso “salvare” la melodia al di là del ritmo (a discapito di una ragione poetica − una ragione che è una e molteplice). Il riferimento è, in prima battuta, storico e politico, concernendo il meccanismo dei totalitarismi, del nazismo in particolare.
Di violenza ne sapeva qualcosa in prima persona, María Zambrano, anche qui mostrando l’imprescindibilità esperienziale, mai neutra né distante dal mondo: rientrata in Spagna, a Madrid, dopo il lungo esilio a causa della dittatura franchista, torna sulla funzione mediatrice del pensiero, su cui era intervenuta più volte, ad esempio quando evocava la “filosofia sistemica” che non sa immergersi nelle condizioni di crisi della esistenza. È ciò che chiama “conversione del cuore” a consentire orientamento, sono i ritmi di questo viscere supremo – fondamentale per Zambrano – a fare ordine e da tenere presenti nell’avvicendarsi del suo metodo. Ché non si candida a essere astratto ma sempre e comunque “uno” e “a posteriori”, a differenza di quello cartesiano. Il pensiero, scrive Zambrano, non avviene nella solitudine della mente di chi lo accoglie e, anche per questo, il metodo è un sentiero «accessibile» e «trasmissibile», da percorrere numerose volte, «un luogo di convivenza». Per “mente”, lo scriverà anni prima, Zambrano intende «anima e cuore e persino sensi».
Quando parla di un metodo tratta allora di un «a priori vivente dell’esperienza» più che di una dittatura della evidenza. Quanto il metodo zambraniano si sgrani attraverso una precisa traiettoria temporale (la sua apertura è «simile a una rosa») e di illuminazione (la «chiarezza» non può scacciare le tenebre «senza penetrarvi»), lo spiega ancora lei stessa. «Le aporie della ragione e i paradossi della Vita» fanno parte di questo metodo, che si oppone al divoramento e parla dall’amore. «Non su, né verso, né per», scriveva già in una lettera del 3 marzo 1975 ad Agustín Andreu (Lettere da La Pièce, Moretti&Vitali, 2016, a cura di Annarosa Buttarelli): è dall’interno di Amore che bisogna parlare. Di cosa invece è più difficile discutere? Alla fine di Note di un metodo segnala quanto sia quasi impossibile parlare della ragione poetica: «è come se facesse morire e rinascere a un tempo; essere e non essere, silenzio e parola, senza cadere nel martirio né nel delirio che alimenta l’insonnia di chi non riesce a addormentarsi, solo perché è da solo. Lo chiameremmo abbandono? Forse».
(il manifesto, 4 giugno 2026)
28 maggio 2026
Abbiamo deciso di scrivere questa lettera dopo una inquietante serie di cancellazioni di appuntamenti femministi: ultimi in ordine di tempo la Festa delle lettrici 2026 alla Casa della Donna di Pisa, in cui era previsto tra l’altro un incontro con Monica Lanfranco della rivista “Marea”, e alla Biblioteca delle donne di Bologna la presentazione del libro “Donne si nasce (e qualche volta si diventa)” di Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo, entrambe annullate alla vigilia di date programmate da tempo.
Ma sono alcuni anni che il fenomeno si ripete: presentazioni di libri annullate all’ultimo minuto a fiere dell’editoria (Feminist 2023), lezioni universitarie boicottate, sale concesse per dibattiti o presentazioni di libri revocate il giorno prima, talvolta dopo mailbombing o velate minacce mail alle organizzatrici dell’incontro di turno. La costante: appuntamenti su tematiche femministe e con femministe annullati in contesti femministi. Si tratta di gesti di potere che offendono la reputazione di tante femministe.
È un fenomeno sempre più grave e pensiamo che non possa più essere ignorato.
In tutti questi casi, al centro del dibattito avrebbe dovuto esserci il corpo e la soggettività delle donne, declinati di volta in volta in vari aspetti: maternità, libertà femminile, sessualità, prostituzione e abusi, violenza maschile. In tutti questi casi sono state private delle donne (organizzatrici, invitate e pubblico) della libertà di incontrarsi, ascoltare, confrontarsi. Le stesse organizzatrici che hanno finito per “rimandare” sine die gli appuntamenti all’ultimo minuto spesso hanno dovuto buttar via settimane o mesi di lavori di preparazione. Case delle donne, biblioteche delle donne, persino centri antiviolenza, festival letterari: nessun tipo di spazio femminista è stato risparmiato dalle pressioni che hanno portato ad annullare incontri.
In molti casi i mailbombing sono arrivati da mittenti “targati” movimento lgbtq, in altri persone che si definiscono transfemministe, presenti in case delle donne o in centri antiviolenza della rete D.i.Re., hanno posto dall’interno veti settari e ultimatisti a eventi già in calendario da tempo, organizzati da altre donne delle stesse realtà. Sempre all’ultimo momento, sempre senza rispetto per il lavoro già svolto né per le relatrici che, talvolta, erano già in viaggio.
È una dinamica che crediamo debba essere fermata, nell’interesse di tutte. Mai prima d’ora la libertà dei singoli luoghi associativi delle donne era stata messa in discussione e ostracizzata da simili pressioni.
Nel femminismo ci sono e ci sono sempre state posizioni e visioni differenti, ci sono sempre stati conflitti aspri e polemiche anche dure, ma che si sono sempre esplicitate nel confronto. Le argomentazioni politiche non sono state mai sostituite da campagne di boicottaggio. E soprattutto non era mai stato impedito a nessuna di realizzare le proprie iniziative. Chi non era d’accordo o non ci andava, o andava e polemizzava, e da quei conflitti talvolta sono persino maturate idee nuove.
Negli spazi delle donne si lavora a promuovere e a far crescere la produzione di cultura femminista, si tessono reti di relazioni con donne di tutto il mondo, si produce pensiero politico, si riflette sulla sessualità, si discute di lavoro delle donne, di salute, di ecologia, si fanno laboratori di scrittura, gruppi di lettura e molto altro. In alcuni di essi, i centri antiviolenza, si mette al centro la relazione tra donne in un delicatissimo equilibrio per liberarsi dalla violenza maschile.
Si può rischiare che una o più di queste attività venga boicottata o snaturata da un momento all’altro, e chi la pratica scomunicata, da una sola corrente politica che improvvisamente decide di farne il suo nuovo bersaglio ideologico? Ne va della libertà di tutte e della sopravvivenza dei nostri spazi.
Invitiamo tutte le femministe che hanno a cuore le proprie pratiche politiche, la propria storia e i propri spazi a costruire un momento di confronto sulle pratiche di convivenza nel femminismo. Da parte nostra, nessuna è esclusa: anche chi vuole venire a spiegare perché ritiene di dover censurare qualcosa può parlare. Ma impedire di parlare no. Non più.
Prime firmatarie:
Roberta Trucco, Francesca Beatrice Muresan, Lucia Giansiracusa, Doranna Lupi, Anna Merlino, Stella Zaltieri Pirola, Cristina Gramolini, Monica Lanfranco, Luciana Tavernini, Martina Albuzzi, Ilaria Baldini, Laura Minguzzi, Silvia Baratella, Paola Mammani, Martina Persenico, Tiziana Adele Nasali, Wilma Plevano, Alda Capoferri, Rossana Ciambelli, Flavia Franceschini, Clelia Pallotta, Emanuela Risso, Francesca Palazzi Arduini, Giovanna Franchetti, Franca Fortunato, Paola Cavallari, Maria Aprile, Vittoria Tola, Silvia Marastoni, Anna Maria Bardellotto, Raffaella Silvestre, Caterina Gatti, Daniela Dioguardi
Chi è interessata a sottoscrivere questo documento può inviare la propria adesione all’indirizzo mail
con oggetto “Firmo la lettera del 28 maggio” e all’interno il proprio nome e cognome.
È morta il 4 giugno Marjane Satrapi, iraniana naturalizzata francese, autrice di graphic novel, strisce, film d’animazione e altro. Per alcune di noi, la sua opera è stata un elemento importante per capire l’Iran contemporaneo e le donne iraniane. Diverse sue interviste sul movimento Donna vita libertà sono state riprese da questo sito. La ricordiamo pubblicando la voce a lei dedicata dall’Enciclopedia delle donne a cura di Carlotta Eco.
(La redazione del sito)
Marjane Satrapi (Rasht 1969 – Parigi 2026)
Nata nella regione dell’Iran che si affaccia sul Mar Caspio, Marjane Satrapi si è rivelata agli occhi del mondo intero con Persepolis, graphic novel che racconta con grande umorismo la storia della sua vita e quella del suo Paese nel periodo compreso tra la caduta dello Scià Pahlavi e l’affermarsi della teocrazia khomeinista. Persepolis è il primo fumetto autobiografico sulla storia iraniana. Scritta con l’intento di “ribattere ai pregiudizi sul mio Paese senza essere interrotta”, Persepolis (dal nome greco dell’antica “città dei persi” fondata nel 520 a.C.) è la saga di una famiglia iraniana che vive a Teheran tra il 1960 e il 1990.
Marjane cresce in una famiglia di origine nobile e viene educata secondo principi progressisti e aperti alla lettura della tradizione illuminista e marxista. A Teheran frequenta il Liceo Francese sino a quindici anni, quando, per sfuggire al clima oppressivo ed estremista del regime di Khomeini viene “fatta emigrare” dai genitori a Vienna. A Vienna frequenta la scuola superiore e sperimenta le frustrazioni del pregiudizio e del razzismo in prima persona.
Nel 1988, a diciannove anni, alla fine della guerra con l’Iraq, Marjane decide di ritornare a casa per ritrovare l’affetto della famiglia. A Teheran frequenta la Facoltà delle Belle Arti, dove imparare a disegnare significa copiare modelli interamente coperti dallo chador.
Terminati gli studi, a ventidue anni, Marjane decide di fuggire di nuovo dal clima di censura che vige nel suo Paese e si trasferisce prima a Strasburgo, per studiare arte, e poi a Parigi. Nella capitale francese frequenta l’atelier des Vosges, un gruppo di autori di “strisce” che daranno vita al movimento d’avanguardia della Nouvelle bande dessinée. È in questi anni, e precisamente nel 2001, che nasce Persepolis; la vita di una bambina, i suoi giochi, i primi giorni di scuola, la scoperta della musica e del rock si svolgono in mezzo all’ascesa del fondamentalismo religioso in Medio Oriente, in una città martoriata dalla guerra e dalle persecuzioni politiche. Alle imposizioni dell’integralismo la piccola Marjane contrappone il valore dell’integrità umana che le viene insegnato in famiglia, in particolare da sua nonna, figura di riferimento importante, come anche dalle esperienze del nonno e dello zio morti in prigione per difendere i loro ideali di giustizia. La drammaticità degli eventi è tuttavia sempre mediata attraverso gli occhi ingenui e al tempo stesso ironici della piccola, e poi giovane donna, Marjane.
Attraverso il suo racconto dell’Iran, Satrapi fa riflettere sui comportamenti legati alla superficialità, al pregiudizio, all’apparenza e al conformismo che portano a identificare un paese, un’intera civiltà, con alcuni estremi, drammatici e condannabili aspetti della sua storia recente. In questo contesto, l’uso del velo, simbolo principe in Occidente della sottomissione femminile, è visto da Marjane Satrapi solo come uno degli aspetti del ben più ampio problema della repressione e della mancanza di libertà di pensiero e di parola nell’Iran del regime.
Il successo della Satrapi si spiega con lo stile semplice e immediato del disegno, volutamente naïf e talvolta elementare, e sempre efficace. La storia assume carattere di universalità grazie all’astrazione conferita dal segno in bianco e nero e dalla semplificazione delle figure. La forma del romanzo grafico riesce a sintetizzare specificità culturali e quindi a entrare in comunicazione con culture e età diverse.
Dopo Persepolis (2001) Marjane pubblica Taglia e cuci (2003) e Pollo alle Prugne (2004) con il quale vince l’Oscar del fumetto al festival internazionale di Angoulême.
Nel 2008 esce il film d’animazione tratto da Persepolis, scritto e diretto da Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud.
La fertile collaborazione fra i due fumettisti, che per tre anni condividono lo spazio di lavoro (uno studio di animazione con più di cinquanta collaboratori) ha prodotto un “cartone” vivo ed emozionante.
Un risultato ottenuto anche grazie alla costante presenza e partecipazione di Marjane che ha letteralmente recitato ai disegnatori il carattere dei seicento personaggi da rappresentare. Realizzato interamente a mano, secondo le tecniche più tradizionali, per ricreare il segno del fumetto, il film è stato candidato al premio Oscar nel 2008 e distribuito in Francia, in Italia e negli Stati Uniti.
Per circa trent’anni Satrapi ha vissuto e lavorato a Parigi dove ha collaborato con numerose riviste e testate di giornali (The New Yorker, The New York Times, Internazionale), ha scritto e illustrato libri per bambini. È morta nella capitale francese il 4 giugno 2026, a cinquantasei anni.
(Enciclopedia delle donne, aggiornata al 4 giugno 2026)
L’artista franco-iraniana ha raggiunto la massima notorietà con il fumetto e poi il film “Persepolis”. Nel 2024 ha rifiutato il titolo di Cavaliere della Legione d’Onore per «motivi di principio»
«Marjane Satrapi è morta di tristezza poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita», si legge in un comunicato diffuso dai suoi cari all’Afp (Mattias Ripa, produttore, attore e sceneggiatore, era morto l’8 aprile 2025 dopo una lunga malattia). Nel suo account Instagram, Satrapi aveva espresso il dolore causato dalla perdita del marito con le parole «I Lost the love of my life» (‘Ho perso l’amore della mia vita’). Secondo Le Point, era ricoverata in una clinica di Monaco di Baviera da circa due mesi.
Il presidente francese Emmanuel Macron ha espresso le sue «sincere condoglianze» alla famiglia e agli amici della scrittrice, parlando di «una grande artista che ha trasformato un’infanzia iraniana in una favola universale. Con la sua prospettiva infantile, la sua ironia, la sua tenerezza, i suoi demoni interiori, l’autrice ha creato un mondo commovente con cui i lettori si sono identificati».
Cinquantasei anni, nata a Racht in Iran, artista franco-iraniana celebre per il fumetto e il film Persepolis, Marjane Satrapi ha lasciato l’Iran cinque anni dopo la rivoluzione islamica, quando i suoi genitori l’hanno inviata in Austria per sottrarla agli abusi della polizia morale e perché studiasse al liceo francese di Vienna. Arrivata in Francia nel 1994, naturalizzata francese nel 2006, all’inizio del 2025 Satrapi aveva rifiutato la Legion d’Onore per denunciare «l’atteggiamento ipocrita della Francia nei confronti dell’Iran». In un video pubblicato su Instagram, spiegava il suo gesto come «un segno di solidarietà con gli iraniani, soprattutto con le donne e con i giovani iraniani, ma anche con i compatrioti francesi tenuti in ostaggio in Iran». Marjane Satrapi si rammaricava che a «giovani iraniani amanti della libertà, dissidenti, artisti, vengano negati i visti», compresi quelli turistici, mentre i figli degli oligarchi iraniani «se ne vanno in giro a Parigi come a Saint-Tropez senza che ciò ponga alcun problema».
Marjane Satrapi era stata oggetto suo malgrado di una nuova polemica all’inizio del marzo scorso, quando la rete del servizio pubblico France 4 ha trasmesso di nuovo il suo film capolavoro Persepolis, suscitando (surreali) accuse di islamofobia sui social media. Del resto, già al momento della sua uscita, un anno dopo aver ricevuto un premio al Festival di Cannes nel 2008, il film era stato definito dal governo dell’allora presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad “islamofobo” e “anti-iraniano”. Poi era stato vietato in Libano, su pressione di Hezbollah, alleato dell’Iran. Negli album in bianco e nero poi adattati al cinema Marjane Satrapi racconta la repressione del regime degli ayatollah e soprattutto la vita quotidiana degli iraniani, tra arresti ed esecuzioni sommarie.
Nel 2005 un altro dei suoi fumetti ambientato in Iran, Pollo alle prugne, aveva vinto il premio come miglior album al Festival di Angoulême e Marjane Satrapi ne aveva co-diretto l’adattamento cinematografico nel 2011, con un cast che comprendeva Mathieu Amalric, Edouard Baer e Maria de Medeiros.
Marjane Satrapi «era molto malata», ha confidato Azadeh Kian, una «cara amica» dell’artista ai microfoni della radio France Info. L’artista «non era più la stessa» dalla morte di Mattias Ripa, scomparso lo scorso anno a seguito di una lunga malattia. «Si è lasciata morire dopo la morte del marito che adorava. Mi diceva “smetto di lottare, voglio andarmene”», ha aggiunto commossa Azadeh Kian.
Nel 2022 Marjane Satrapi aveva realizzato il video della canzone Barayé, inno della gioventù iraniana cantato da una cinquantina di artisti francofoni, come Benjamin Biolay, Camille Cottin e Chiara Mastroianni, in solidarietà con i ragazzi di Teheran. Due anni dopo, una polemica l’aveva opposta alla deputata ecologista Sandrine Rousseau, che difendeva il velo islamico: «Da quando il velo è diventato sinonimo di emancipazione? Per non essere accusati di razzismo fate il gioco dei fanatici. Che non capiate la situazione e che siate stupidi, ok, tutti hanno il diritto di essere stupidi. Ma in quel caso è meglio tacere».
In un’intervista al Figaro nel 2023, Marjane Satrapi aveva detto: «Io ho due patrie: la Francia, la patria dei diritti umani, e l’Iran, dove sono nata. Vivo contemporaneamente la crisi politica che sta attraversando il mio Paese d’adozione e, nel mio Paese d’origine, una lotta per la democrazia che porterà a un risultato positivo, ne sono convinta per la prima volta. Nel 1979 avevo nove anni quando le donne, tra cui mia madre, manifestarono contro il velo. Al suo fianco c’erano mio padre e alcuni uomini, ancora pochi. Sempre nel 1979, solo il 40% della popolazione in Iran sapeva leggere e scrivere, oggi è più dell’80%. Tra il 1981 e il 1988, la Repubblica islamica dell’Iran ha giustiziato, nell’indifferenza più totale, 20.000 giovani che avevano l’età di coloro che manifestano oggi».
(Corriere della Sera, 4 giugno 2026)