L’associazione D.i.Re. (Donne in rete contro la violenza) è stata tra le prime ad alzare la voce [qui il comunicato della rete D.i.Re., che raccoglie la maggior parte dei centri antiviolenza italiani] contro la proposta di riformulazione del ddl Violenza sessuale avanzata dalla senatrice leghista Giulia Bongiorno, relatrice del provvedimento, che aggiunge una nuova fattispecie di reato nell’articolo 609-bis c.p.. Oltre all’attuale formulazione dello stupro, quella commessa mediante violenza, minaccia o abuso di autorità, e punita con il carcere dai 6 ai 12 anni – che rimane – la proposta prevede un nuovo reato, considerato meno grave, che si configura sulla volontà contraria all’atto sessuale. In sostanza, che guarda al «dissenso» anziché al «consenso», contemplato invece nel testo approvato all’unanimità alla Camera, in prima lettura. Ne parliamo con l’avvocata della Rete D.i.Re.

Avvocata Elena Biaggioni, cosa pensa della proposta della senatrice Bongiorno?

Tutto il male possibile, perché è un arretramento rispetto all’attuale orientamento giurisprudenziale. Attualmente infatti tutta la giurisprudenza della Cassazione – senza alcun contrasto interpretativo – è già perfettamente allineata con le disposizioni della Convenzione di Istanbul sul modello del «consenso libero e attuale». Lo stesso rapporto del Grevio (Group of Experts on Action against Violence against Women and Domestic Violence, organo del Consiglio d’Europa, ndr) pubblicato a dicembre, lo dice chiaramente quando parla dell’Italia. Ora, nei processi, questo orientamento è legge, di fatto. Cambiando invece il 609-bis del Codice penale, necessariamente si dovrà creare una nuova interpretazione giurisprudenziale. Che sarà per forza diversa, in quanto la Cassazione dovrà sostituire al “consenso” il concetto del “dissenso”.

Secondo Bongiorno, nella sua proposta conta la volontà della donna. Tanto è vero, dice l’avvocata leghista, che è stato introdotto anche il reato di “freezing” che si compie quando la vittima non manifesta la propria volontà in quanto bloccata dalla paura. Assicura la senatrice che in questo caso si presume automaticamente il dissenso. Come a dire: consenso o dissenso, sempre di volontà della donna, si parla. Non è così?

No. Se si parla di “volontà” e non di “consenso”, significa che per provare il reato devo provare la volontà contraria. Faccio un esempio: casa nostra. Affinché si configuri il reato di una persona che si introduce in casa – sia con la violenza, con l’effrazione, con l’inganno o solo perché la porta è aperta – non si cerca di capire se io, padrone di casa, ho detto esplicitamente «no». Di base, a casa mia non può entrare nessuno a meno che non abbia suonato il campanello, chiesto permesso e io lo abbia invitato ad entrare espressamente. È tutta un’altra cosa, soprattutto nella fase delle indagini e del processo. C’è un’enorme differenza tra raccogliere le prove sull’intrusione o raccogliere le prove del mio «no».

Per questo qualcuno temeva, nel primo testo del ddl, l’inversione dell’onere della prova. È sbagliato?

È una mistificazione bella e buona: la parola della donna o della vittima, in questo tipo di reati, ha valore ma non è l’unica prova. Si valutano tutta una serie di circostanze di contorno. Non è l’imputato che deve provare di aver chiesto permesso, è il Pubblico ministero che deve raccogliere le prove.

Mentre così c’è il rischio di una vittimizzazione secondaria?

Sì, il focus è su quel dire «no» invece che sull’azione di chi ha commesso il fatto. E questo rischia tra l’altro di aprire tutta una serie di alibi, tipo «non ho capito», «il no non era abbastanza forte» o «abbastanza chiaro», ecc.

Lei dunque non aveva alcun dubbio sulla formulazione del reato basata sul «consenso libero e attuale»?

Non ne sentivo una grande esigenza ma se si fosse riusciti a scrivere la fattispecie secondo la Convenzione di Istanbul ne sarei stata contenta. D’altronde in molti Paesi europei è così: Spagna, Francia, Svezia, Belgio, Finlandia, Grecia, Croazia, Irlanda, Lussemburgo e molti altri. Non capisco tutto l’allarme suscitato dal testo licenziato alla Camera: se quella formulazione avesse intasato i tribunali dalle denunce delle donne, avrei anche capito. Ma sappiamo che lo stupro è tra i reati meno denunciati e che il tasso di condanna è particolarmente basso. Secondo l’Istat la metà dei casi di denuncia per violenza sessuale viene archiviato subito. E solo un quarto delle denunce arriva a condanna. Non c’è alcun allarme di processi ingiusti, di incarcerazioni o di denunce di massa.

Quindi meglio a questo punto lasciare la legge così com’è?

Molto meglio. Sarà piuttosto il caso di cominciare a fare un po’ di cultura.

Il ministro Salvini chiede di aumentare le pene.

Le nostre sono tra le pene più alte a livello europeo. A noi non interessa assolutamente la pena. Sicuramente non è la legge penale a far diminuire la violenza sessuale.

Idem per quella sul femminicidio?

Anche quella non era una mia priorità ma in quel caso il tema è ancora più ampio. La legge sul femminicidio, al di là di ogni demagogia da un lato e dall’altro, credo che abbia il pregio di guidare lo sguardo e di contribuire a considerare un disvalore il possesso e il controllo sulla donna. Anche così si fa cultura.

(il manifesto, 24 gennaio 2026)

Valentina Berardinone (Napoli, 1929 – Milano, 2024) è un’artista che ha attraversato il XX secolo muovendosi dalla pittura alla scultura, dal film alla Xerox e poi ancora al disegno, ibridando questa varietà di media in forme non facilmente categorizzabili, ma generalmente astratte o para-architettoniche. Nel film Silent Invasion (1971), Berardinone colloca una struttura in legno a gradoni in una stanza bianca, struttura che viene indagata dalla macchina da presa in una serie di inquadrature dall’alto verso il basso, tali da enfatizzarne la mole e renderla presenza incombente. A un certo punto dalla sommità della struttura inizia a colare un denso liquido nero: l’artista segue la sua discesa gradino dopo gradino, registrando il duplice movimento della colata, dall’alto verso il basso e in senso longitudinale lungo il piano di ciascun gradino, nel suo allargarsi all’aumentare del volume di resina versata. La scena quindi si ripete identica, ma l’immagine è ora oggetto di un viraggio azzurro. Le due sequenze sono destinate a ripetersi l’una dopo l’altra, proiettate in loop – Berardinone scrive infatti “No End” al termine della bobina.

A partire da questo film Nicola Pellegrini, Bianca Trevisan e Jennifer Malvezzi, all’interno del programma di mostre storiche portato avanti dalla Galleria Milano, ora divenuta Fondazione, hanno raccolto e indagato queste due costanti – la scalinata e la colata – in un libro-documento (edito da Kunstverein Milano, a cura di Bianca Trevisan e Nicola Pellegrini) e in una mostra (visitabile fino al 31 gennaio 2026, realizzata in collaborazione con Fondazione Home Movies per la parte filmica) che presentano, accanto a film, fotografie e sculture, delle tavole progettuali che rendono esponenzialmente più profonda la nostra percezione dell’artista napoletana-milanese.

Per esempio, da appunti e storyboard relativi a Silent Invasion sappiamo che per Berardinone le riprese in bianco e nero indicano «la contemporaneità dell’azione», «il tempo dell’accadimento», da cui segue che il viraggio azzurro vuole dare luogo a una diversa temporalità all’interno della ripetizione di quella stessa azione. La maggior parte dei progetti è costituita da grandi fogli di carta quadrettata in cui sono disegnate delle strutture a gradoni, simili a ziggurat, piramidi o altre forme architettoniche di civiltà arcaiche. Queste strutture sono prodotte dall’incrocio di linee proiettate a partire da punti focali, dando l’idea della solidificazione di un settore dello spazio astratto, preordinato a priori, del foglio quadrettato. Per l’artista i punti sono «luoghi», e «là dove alcuni punti s’incontrano si generano le immagini». Le scalinate sono prodotte da punti focali esterni e invisibili da cui si dipartono le rette che si agganciano alla quadrettatura dei fogli, quadrettatura che torna insistentemente in un altro film di Berardinone, Letture n. 3 (1972).

Queste strutture sono per Berardinone traduzione architettonica di un’idea di ordine gerarchico. Un’altra tavola ci ricorda che, secondo la Genesi, «dall’alto del tempio discende la divinità», ma questa divinità è una lingua di liquido rosso ed è, sappiamo dalle altre tavole, la «natura». La colata informe è infatti presentata come manifestazione di un contro-ordine, che l’artista ci presenta come «naturale». L’immagine della colata come «natura» che scende la scalinata del potere è un’immagine di enorme forza, abbastanza da farci dimenticare che abbiamo imparato a diffidare da ogni struttura binaria: questo in particolare quando c’è di mezzo la “natura”. Un innominabile informe viene nominato in questo modo, e Berardinone ci dà ricche spiegazioni per la scelta. Così, a scendere le scale è «l’ordine naturale dialettico e in continuo divenire» nel rapporto fra «situazione ambientale e sviluppo biologico». Questa binarietà è tale solo in apparenza, percorsa in realtà da un’ambiguità originaria.

In ogni caso, come ha scritto giustamente Trevisan, una simile ermeneutica è importante fino a un certo punto, in quanto la scelta di proporre queste strutture prive di “spiegazione”, in una programmatica dimensione di ambiguità non può che essere rilevata. Solo una struttura non è “muta”, quella Scala nera del potere che Berardinone espone alla Mostra incessante per il Cile (Galleria di Porta Ticinese, Milano 1974), nella quale il rapporto fra natura e coercizione si pone in modo ancora più problematico. Una stretta struttura a gradinate è percorsa, questa volta, da pietre chiare poggiate al centro dei gradini: difficile non ricordare che il reperto geologico era diventato da almeno alcuni anni a quella parte l’elemento più emblematico per pensare “la natura” nell’arte. Su ogni pietra Berardinone scrive dei nomi: quelli di Francisco Franco, di Augusto Pinochet e di altri governanti fascisti dai nomi oggi più sbiaditi e sepolti dalla memoria collettiva.

Manifestazioni di «uno stato di allarme permanente». Così Berardinone risponde a Lea Vergine, che cerca nei suoi film nostalgie di condizioni uterine e trascrizioni di angosce legate alla maternità: rispetto a questi temi, Berardinone sposta l’attenzione, nel film Urbana (1973), al movimento dalla condizione underground della metropolitana milanese alla piazza del Duomo riempita da una manifestazione che riempie lo spazio pubblico, alla luce del sole. Il movimento avviene attraverso una scala mobile: difficile sfuggire al senso di automazione e standardizzazione trasmesso dalla visione dei corpi umani trasportati dalla scala, ma allo stesso tempo metropolitana e scala mobile ci consentono di recarci fisicamente alla manifestazione, rompendo l’isolamento che l’artista rappresenta nel montaggio di riprese filmiche del contenuto casuale di uno schermo televisivo. Al termine del film, a essere trasportato dalla scala mobile è un cartello per il “No” in favore al referendum sul divorzio (in dialogo, immaginiamo, con le coeve Immagini del no dell’amica Paola Mattioli). La scala persiste così nell’essere strumento per la messa in scena di una dialettica difficilmente estinguibile.

Un’altra immagine che troviamo alle pareti della galleria ci mostra la scala nera su fondo bianco, attraversata da una colata nera che si espande alla sua base. Un ulteriore rivolo di colore rosso l’attraversa nel centro. A prima vista disegno fra i disegni, nelle sue colature di qualità pittorica, il quadretto si dimostra un oggetto di ulteriore complessità: si tratta infatti di una fotografia eseguita da Paola Mattioli, sulla quale Berardinone è intervenuta coprendo lo sfondo di vernice bianca e aggiungendo la linea di tempera rossa al centro. In questo modo l’ambiguità è totale, la vernice fotografata ridiventa elemento pittorico e così via nel film “senza fine”.

Difficile darsi risposte su queste compenetrazioni di media, ma la sensazione è che, più che giocare all’interno di processi formali, questa ambiguità e incertezza linguistica sia figura di una condizione esistenziale: delle tracce emergono nelle ricerche che l’Archivio Valentina Berardinone sta portando avanti, e che ci daranno in futuro nuove occasioni di approfondire il lavoro dell’artista.

(*) Valentina Berardinone, Silent invasion, a cura di Nicola Pellegrini e Bianca Trevisan, Fondazione Galleria Milano, fino al 31 gennaio 2026

(DoppioZero, 24 gennaio 2026)

Non solo serrande abbassate. La “Giornata della verità e della libertà”, convocata in Minnesota per dire “basta” ai raid dell’Ice contro gli immigrati, ha portato i cittadini di Minneapolis a sfidare, in strada, il freddo artico con temperature fino a meno 24 gradi. Si è tenuta all’aperto anche la manifestazione organizzata al Terminal 1 dell’aeroporto internazionale della capitale Saint Paul per dare voce all’indignazione contro i voli carichi di irregolari deportati.

L’appello a boicottare lavoro, scuola e acquisti è arrivato dopo le tese dimostrazioni sollevate dalla morte di Renée Good, l’americana uccisa il 7 gennaio da un agente dell’Ice durante un raid anti-migranti. La donna, lo ricordiamo, è stata raggiunta da tre colpi di pistola esplosi da una guardia che l’accusava di bloccare il passaggio. Il caso ha indignato l’opinione pubblica statale ed è diventato nazionale. L’amministrazione di Donald Trump si è schierata dalla parte dell’agente che, questa è stato il ragionamento del vicepresidente J.D. Vance, avrebbe aperto il fuoco perché in pericolo. A gettare benzina sul fuoco delle proteste sono stati tanti altri episodi di “abuso” della forza e del potere che ha visto protagonisti gli uomini arruolati per eseguire i blitz contro gli indocumentados. L’ultimo, solo in ordine temporale, riguarda il piccolo Liam, cinque anni, usato dagli agenti dell’Ice come esca per far uscire la madre di casa. Caso su cui l’Ecuador, il Paese di origine della famiglia, ha chiesto spiegazioni a Washington tramite il ministero degli Esteri.

L’idea dello sciopero come strumento di protesta è legata al fatto che le tante attività commerciali gestite dagli immigrati sono state duramente colpite dall’attività dell’Ice: per mettersi al sicuro dai raid, molti gestori sono stati costretti a chiudere le proprie attività o a ridurre l’orario di lavoro al minimo indispensabile. All’iniziativa hanno aderito per solidarietà anche esercenti americani, e senza personale di origine immigrata. Adesioni sono arrivate pure da leader religiosi, sindacati e dirigenti d’azienda.

Chiusi, in tutto lo Stato, bar, ristoranti e negozi. Aperte le attività di chi ha invece deciso di mettersi al servizio dei manifestanti offrendo loro caffè gratuito e materiali per preparare i cartelli “Ice out” (Ice fuori). Decine le anche veglie di preghiera.

All’aeroporto internazionale di Saint Paul circa cento esponenti di varie denominazioni cristiane si sono inginocchiati in strada cantando inni e pregando per attirare l’attenzione anche sulla detenzione di lavoratori aeroportuali da parte dell’Ice e chiedere che le compagnie aeree smettano di collaborare con l’agenzia. Nonostante gli ordini di sgomberare la carreggiata, i manifestanti hanno continuato la loro protesta e le forze dell’ordine li hanno arrestati, e caricati su bus senza che opponessero resistenza.

Fa discutere il caso di una foto ritoccata dalla Casa Bianca per rendere più drammatico il fermo di un’attivista per i diritti civili. L’immagine originale era stata pubblicata dalla segretaria agli Interni Kristi Noem su X e ritraeva l’attivista Nekima Levy Armstrong mentre guardava serenamente davanti a sé, al momento del suo arresto. La donna è una delle tre persone fermate per l’irruzione in una chiesa a St. Paul domenica scorsa. Ma la foto modificata e pubblicata dalla Casa Bianca mostra l’attivista disperata, in lacrime. Uno dei portavoce ha provato a sminuire l’episodio parlando di un “meme”.

L’Ice sembra intanto acquisire ancora più potere. Una circolare interna autorizza gli agenti a entrare nelle case senza un mandato giudiziario. Una mossa che secondo gli esperti legali viola le garanzie sancite dal quarto emendamento della Costituzione. Anche in un’amministrazione che ha sempre promosso una visione espansiva della propria autorità in materia di applicazione della legge, la direttiva – secondo gli studiosi – si distingue per il modo in cui ignora i divieti di lunga data contro le perquisizioni senza mandato in proprietà private, un concetto giuridico che precede la creazione degli Stati Uniti e che è tra i principi fondamentali del Paese.

(Avvenire, 24 gennaio 2026, apparso con il titolo “Nelle proteste contro l’Ice arrestati anche 100 leader cristiani a Minneapolis”)

Incontro Noga Kadman, una donna israeliana che da circa un anno si è stabilita in Italia con i due figli, un ragazzo di quattordici anni e una bambina di sette, per lasciarsi alle spalle la guerra. Mi dice che è abbastanza alto il numero di israeliani che si trasferisce in un altro paese a causa del conflitto in corso, tanto che il Canada ha deciso di concedere un visto di tre anni a chi lascia Israele, così come ai palestinesi che riescono a espatriare.

Molti ebrei israeliani hanno anche la cittadinanza della propria famiglia d’origine e ne approfittano per andarsene. Sono numerose le organizzazioni di volontariato e gli studi legali che aiutano a procurarsi il passaporto del paese di provenienza.

Lei ci ha provato senza riuscirci, perché sua nonna ha rinunciato alla cittadinanza lituana quando si è trasferita in Palestina negli anni ’30 del secolo scorso. Quindi ha approfittato del passaporto del giovane figlio di padre italiano.

Sono le donne, le madri in particolare, a spingere per fare questa scelta? «Gli uomini non sono esclusi» tiene a precisare.

È vero che nelle scuole è forte findalla prima infanzia la spinta a immaginarsi combattenti in armi a difesa del proprio paese? «È sempre stato così, ma ora la pressione è più forte che mai. Nelle scuole, le maestre contrarie alla guerra, soprattutto quelle di origine araba, sono costrette a tacere».

Mi spiega che i militari sono una casta che ha potere e prestigio, e i giovani e le giovani pensano al servizio militare come a una grande occasione di impegno, di socialità, di successo. Per questo, aggiunge Noga, oltre a quella delle donne è molto importante la presa di posizione dei militari che si schierano contro l’attuale stato di cose.

«Di recente ha avuto molta rilevanza la lettera di dissenso di un gruppo di aviatori. Proprio alcuni di quelli che bombardano, che lasciano dietro di sé una scia di morti e macerie, vogliono che si smetta. Resta importante e insostituibile, però, il lavoro continuo delle organizzazioni di donne e di madri che chiedono il ritiro dei soldati e delle soldate dai territori palestinesi. Assieme a molte altre organizzazioni, aiutano e sostengono obiettori e obiettrici di coscienza politici e i giovani e le giovani che decidono di lasciare il servizio militare».

Noga mi racconta che in Israele c’è un grande precedente di forza nell’azione delle donne contro la guerra. Proprio le madri dei soldati infatti furono la componente più importante del forte movimento politico che nel 2000 costrinse il primo ministro laburista, Ehud Barak, a ritirare l’esercito che occupava il sud del Libano da diciotto anni.

Le chiedo se le pare che le donne, le madri in particolare, possano avere la stessa influenza oggi. «Le associazioni, le attiviste si fanno sentire e le manifestazioni contro il regime di Netanyahu sono forti, ma riguardano pur sempre una minoranza della popolazione. La maggioranza, anche se critica nei confronti dell’attuale governo, rimane indifferente, continua la propria vita che poco risente della situazione di guerra, e i principali mezzi di informazione in Israele non mostrano la distruzione di Gaza e la sofferenza dei palestinesi».

«Ho lasciato Israele perché non voglio far parte di un paese che commette crimini di guerra gravi a Gaza e in Cisgiordania, causando molto dolore a tanta gente. Non voglio far parte di una società in cui la maggioranza dei cittadini è indifferente a questa sofferenza, anche se non la giustifica e non vi partecipa. Non voglio che i miei figli si arruolino nell’esercito e partecipino a questi crimini. Non sono disposta a farli crescere in un ambiente in cui il razzismo è considerato normale. Ci sono poi molte altre buone ragioni per lasciare Israele. Molti, indifferenti alle motivazioni che hanno spinto me, se ne vanno perché vogliono vivere in un paese liberale, non in una dittatura religiosa come comincia a diventare Israele».

Ma, anche se ha lasciato Israele, Noga non si è certo disconnessa da ciò che accade lì. «La sofferenza a Gaza e il deterioramento della situazione in Israele sono sempre con me. Mi sento ancora parte e responsabile, e vorrei continuare anche da qui a protestare contro i crimini. Da tempo non credo più che il cambiamento possa arrivare dalla società israeliana, che ha interiorizzato una crescente disumanizzazione dei palestinesi. Con l’attuale amministrazione statunitense e la generale passività in Europa, sembra che nemmeno una pressione esterna possa portare a un cambiamento. L’unica speranza è un risveglio tra i soldati, che capiscano che si tratta di una “guerra” politica, che colpisce innocenti (inclusi gli ostaggi israeliani) e non porta né sicurezza né un futuro normale a nessuno. Un inizio di questo risveglio c’è già: migliaia di soldati hanno firmato lettere di protesta e una percentuale significativa non si presenta al servizio. Tuttavia, le forze contrarie sono ancora molto forti, e il servizio militare è considerato “sacro” dalla maggior parte degli israeliani».

Questa non è una “guerra”, di Noga Kadman

Credo che l’uso della parola “guerra” sia scorretto. Non si tratta di una guerra tra due eserciti armati, ma di una potenza militare che attacca principalmente una popolazione civile. Invece, il governo continua a presentarla – e molti israeliani la vedono così – come una guerra di difesa imposta su di noi. A un anno e mezzo dal 7 ottobre, questa narrazione è molto lontana dalla realtà. Il governo sfrutta la buona fede di molti soldati – credono davvero di proteggere i propri figli e di aiutare gli ostaggi – per conquistare, espellere, uccidere e insediarsi nella Striscia di Gaza.

(VDS – Via Dogana Speciale n. 2, giugno 2025)

È stato fatto buio nella piazza su cui si affaccia l’Accademia Carrara nel cuore di Bergamo: buio per far parlare la scritta luminosa che da qualche settimana è apparsa a coronare la facciata settecentesca progettata da Simone Elia. Con l’oscurità infatti dialettizza la scritta immaginata e disegnata da Emma Ciceri: «Essere luminosi nel buio». Quasi una tautologia che si riversa su chi transita in quel luogo magico della città. Ciceri, videoartista bergamasca che aveva mosso i primi passi in quella fabbrica creativa che era stato lo studio di Stezzano di Adrian Paci, si è ispirata ad una delle sue figure di riferimento, Etty Hillesum.

La frase non è una citazione della scrittrice ebrea olandese uccisa ad Auschwitz nel 1943, quanto una dedica a lei e insieme una libera interpretazione del suo pensiero e della sua avventura umana. «Mi ero annotata questa frase anni fa, dopo avere letto i suoi Diari e le sue Lettere, per me un riferimento importante nel processo di pensare la vita mentre la si vive. Lei ha saputo essere “un cuore pensante” dentro uno dei più tragici disastri della storia dell’umanità. Cosa c’è di più urgente oggi se non ristudiare la storia e la biografia di chi è stato luminoso nelle pagine più buie?», si legge nel testo con cui Ciceri ha voluto accompagnare l’opera.

L’artista ha dialogato con il disegno architettonico della facciata. Ha colto i motivi orizzontali che la attraversano vedendovi delle righe di un quaderno e ha scelto la riga più alta, quella rimasta libera da altri motivi, per appoggiarvi il neon bianco con la frase. L’immagine del quaderno ha acceso nell’artista l’idea che a scrivere la frase fosse la mano di suo figlio Matteo, otto anni, nel cui corsivo traspare la chiarezza di una grafia disciplinata e non ancora personalizzata.

Ciceri non è nuova a lavorare a quattro mani con i suoi figli. Due tra i suoi lavori più recenti sono stati realizzati in coppia con Ester (detta Etty, non a caso…), una ragazzina segnata da gravi lesioni subite alla nascita: con lei ha realizzato Nascita aperta, video di una performance fatta ai piedi della Pietà Rondanini e presentato davanti al capolavoro di Michelangelo al Castello Sforzesco, e Studio di mani, meditazione sul Compianto di Giovanni Bellini esposta al Museo Diocesano di Milano.

Due opere che si potranno rivedere l’anno prossimo in occasione della mostra che Emma Ciceri terrà negli spazi suggestivi dell’ex chiesa di San Lupo a Bergamo, che così riprende la sua programmazione. Nell’attesa ha lanciato alla sua città questo messaggio in bottiglia come invito discreto a mettersi in gioco nella stagione confusa e oscura della storia che stiamo attraversando.

(il manifesto, 23 gennaio 2026)

Il piano visionato da “Avvenire” prevede di inabissare i detriti per ottenere un nuovo litorale (il doppio di Rimini). Tra le rovine anche armi e corpi. E fondi per allontanare 400mila gazawi

Il quartiere che si affacciava sul mare si è accasciato sulla bassa scogliera. Era la vista migliore di Gaza. Tra la battigia e le rovine non saranno neanche dieci metri. Verde smeraldo da una parte, polvere grigia dall’altra. «Possiamo spingerle in acqua e avremo risolto due problemi: sgomberare le macerie, ampliare la superficie». Il tecnico che nei giorni scorsi ci mostrava la bozza del piano Trump per Gaza metteva in guardia: «Non parleranno pubblicamente di inabissare i detriti, ma è quello che faranno». È il modo più rapido ed economico per mettere a posto le cose. Come quando bisogna ripulire la scena di un delitto. La conferma arriva dalle parole di Ali Shaath, ingegnere civile palestinese ed ex viceministro della pianificazione a Ramallah, indicato come coordinatore del comitato tecnocratico di quindici membri. «Se portassi dei bulldozer e spingessi le macerie in mare, creando nuove isole, nuova terra, potrei conquistare superficie per Gaza e allo stesso tempo sgomberare», ha detto nel corso di incontri a porte chiuse nei giorni scorsi. Prima, aveva aggiunto, «servono aiuti urgenti e costruzione di alloggi temporanei per gli sfollati».

Non è come usare le rocce per costruire frangiflutti. Diversi report Onu e di organismi internazionali spiegano che dentro ai cumuli di detriti e negli scheletri degli edifici possono esserci ordigni inesplosi, amianto, metalli pesanti, residui industriali e sanitari, e altre sostanze pericolose. Soprattutto, ci sono resti umani. Lo spostamento delle macerie senza un previo esame degli investigatori internazionali cancellerebbe ogni possibilità di ricostruire la catena delle responsabilità. Una colossale manomissione che dovrà scontrarsi anche con le aspirazioni dei gazawi che vorrebbero almeno una tomba su cui piangere i loro cari. Ma nel piano del “Board per la pace” di cimiteri non si parla. Solo grattacieli, alberghi, porti turistici, centri commerciali. Stime Onu parlavano di circa 39 milioni di tonnellate di detriti già a metà 2024. Poche settimane fa questo ordine di grandezza aveva superato i 60 milioni. Per Ali Shaath, «Gaza tornerà e sarà migliore di prima entro sette anni». Le Nazioni Unite ritengono invece che la ricostruzione, nella migliore delle ipotesi, andrà avanti fino al 2040.

I bulldozer sono al lavoro da settimane. I giganteschi D9 israeliani stanno ammassando milioni di metri cubi di detriti che poi vengono compattati. Le prove generali vengono svolte nel sud, tra Khan Yunis e Rafah, sul confine egiziano. Ma un trasferimento massiccio di macerie verso il mare, avverte una valutazione di Unep, l’agenzia per l’ambiente dell’Onu, solleverebbe un mucchio di domande: alterazione dei fondali, dispersione di sostanze contaminanti, erosione, danni alle risorse marine. Il “master plan” presentato a Davos dal genero di Trump esclude che ai palestinesi possano essere riservati quartieri popolari sul mare. La prima fila sarà a misura di ricchi e vacanzieri. Alle loro spalle, quei due milioni di gazawi che, secondo il progetto, troveranno facilmente occupazione: prima nella ricostruzione, poi in quella sorta di Las Vegas mediterranea “Made in Usa”. Una cosa non cambierà: il muro israeliano resterà al suo posto. La gente della Striscia potrà accogliere vacanzieri da mezzo mondo, ma continuerà a non poter andare e tornare da nessuna parte.

Al chiuso degli uffici della diplomazia immobiliare i conti sono freddi: fondali, volumi, tempi. «Con quella montagna di rovine la Striscia potrebbe spingersi verso il mare anche di 200 metri», dice un tecnico palestinese incaricato di tradurre le ipotesi in numeri. Duecento metri non sono una passeggiata in più: sono una fascia sulla costa profonda come due campi da calcio. Per circa 40 chilometri di litorale, vuol dire almeno doppiare il lungomare di Rimini. Terra nuova ottenuta spingendo avanti macerie e polvere. E, con loro, tutto ciò che quei cumuli possono ancora custodire. Tra i nomi più quotati per la spartizione di Gaza c’è “Great”, che vuol dire “grande”, ma sta per «Ricostruzione di Gaza, accelerazione economica e trasformazione». Il progetto mostrato ad Avvenire parla di «70-100 miliardi di dollari di investimenti pubblici, che generano 35-65 miliardi di dollari di investimenti privati». Uno dei più grossi affari immobiliari di sempre. «Il finanziamento – leggiamo – copre tutti gli aspetti, compresi 10 mega progetti di costruzione, assistenza umanitaria, sviluppo economico, generosi “pacchetti” per il trasferimento volontario e sicurezza di alto livello».

Al contrario di quanto prospettato a Davos, i piani interni visionati da Avvenire mostrano di scommettere sulla frustrazione dei residenti, che dovranno attendere anni per una vera casa, ospedali, scuole. Oppure accettare il “pacchetto” per togliersi di torno: «5.000 dollari a persona. Affitto sovvenzionato per 4 anni (100% nel primo anno, 75% nel secondo anno, 50% nel terzo anno, 25% nel quarto anno). Sussidio alimentare per il primo anno». Secondo le stime dei futuri palazzinari della Striscia, «si presume che del 25% dei cittadini di Gaza che lasceranno il Paese, il 75% sceglierà di non tornare». In altri termini, quasi 400 mila abitanti in meno. E una riviera costruita su un cimitero.

(Avvenire, 23 gennaio 2026)

Alla Casa delle donne di Milano, mercoledì 21 gennaio si è tenuto un incontro organizzato dal gruppo di autocoscienza aperto a tutte le socie, dal titolo “Come liberarsi dal fascino del potere nelle relazioni tra donne?”.

Purtroppo mi sono ammalata e non ho potuto partecipare, ma avrei voluto dire delle cose e le scrivo qui. Avevo già avuto occasione di dire che l’espressione “fascino del potere” non mi corrispondeva.

Io ho un senso di responsabilità rispetto all’avere un potere su altri che mi pesa molto. Penso di aver avuto un potere: io ho insegnato agli adulti e facevo gli esami. Avevo sempre paura di non essere abbastanza stimolante per la loro discussione e ricerca di sapere, indipendente dalle mie opinioni. Per non approfittarmi dell’essere il motore dell’esperienza, con loro mi domandavo continuamente se avevo aperto a sufficienza, ancora e ancora, alla discussione delle loro idee, mentre con le amiche mi permettevo un confronto più schietto.

Lo penso anche per la Casa delle donne, approfittarsi per rinsaldarsi nelle proprie idee personali o di gruppo mi sembra terribile, bisogna guardare a uno scopo molto più alto: la creazione di un sapere che prima non c’era e che creiamo con materiali preziosi, di studio ed esperienza proprio assieme alle socie.

Il 17 gennaio, sempre alla Casa delle donne, ho assistito al film La battaglia di Algeri, primo della “Trilogia di resistenza” presentata da Maria Nadotti e dal gruppo Gaza. E sono ripiombata nei primi anni Sessanta e fino al femminismo della fine dei Sessanta. La violenza come pratica politica l’ho subita con la mia adesione alla piazza maschile, era l’unica contestazione che conoscessi, ma in effetti nel PCI si era più colti, sempre però estremamente maschilisti: esisteva solo la teoria; le nostre esperienze, i nostri sentimenti non erano mai argomenti di riflessione. L’autorità gerarchica negava lo sviluppo della mente e della relazione politicamente creativa. L’incontro tra donne per parlare di noi stesse e ricercare, parlare qualche volta di noi nello studiare la storia umana, è stato rinascere.

Alla Casa il 17 gennaio eravamo poche: trenta persone, non la folla dei bei film, pur essendo La battaglia di Algeri un film grandioso, cinematograficamente parlando. Il contenuto? Il sacrificio di sé, l’unità per arrivare allo scopo di vincere una battaglia di indipendenza dallo sfruttamento dell’imperialismo. Tortura, sofferenza, negazione del piacere possibile di vivere e lottare con modalità pacifiche per se stessi oltreché per i ricchi francesi sfruttatori. Solo contrapposizione e dolore fisico per vincere, vincere totalmente e presto. Il convincimento era quello della resistenza al dolore e alla morte. Mi sono guardata in giro, forse le nostre amiche pensavano fosse l’epoca a richiederlo o la lotta ancora tanto presente nel mondo maschilista? Io no, non sono proprio d’accordo ad essere senza corpo, né pensiero, né sentimento. Bisogna far crescere consapevolezze diverse senza forzare con violenza, ma forzare con sentimento la collaborazione. È, il mio, tutto il convincimento alla collaborazione possibile.

(www.libreriadelledonne.it, 21 gennaio 2026)

Capi di Stato di tutto il mondo sono stati invitati a far parte del “Consiglio di pace per Gaza” un organismo inizialmente concepito per supervisionare la ricostruzione della striscia di Gaza, presieduto da Trump. Finora i governi hanno reagito con cautela all’iniziativa che secondo molti osservatori potrebbe indebolire le Nazioni Unite. Ne parliamo con Paola Caridi, giornalista e presidente di Lettera 22.

Uno dei primi atti di questi giorni in cui la notizia è il Consiglio per la pace deciso da Donald Trump è la distruzione della sede dell’Agenzia delle Nazioni Unite che si occupa dei rifugiati palestinesi, la distruzione degli uffici della sede dell’UNRWA a Gerusalemme Est da parte delle autorità israeliane. Un fatto non solo gravissimo, ma che dice molto di quello che non solo da parte statunitense, ma soprattutto da parte israeliana si sta compiendo nei confronti delle Nazioni Unite. Per fare un esempio vicino al pubblico italiano è come se a Roma le autorità italiane avessero deciso di distruggere la sede della FAO, oppure quella del Programma Alimentare Mondiale, due agenzie dell’ONU che si trovano in Italia.

La scorsa settimana l’amministrazione Trump aveva nominato i membri fondatori e altri consiglieri di quello che è stato chiamato il consiglio esecutivo di questo board, di questo consiglio di pace. Adesso ci sono stati gli inviti, che segnali arrivano dalle nomine e dagli inviti ai vari governi che sono seguiti?

Sulle nomine e cioè su queste figure che devono far parte del consiglio per la pace voluto da Donald Trump, sulle figure la prima cosa che salta agli occhi è che non c’è neanche un palestinese e cioè che si tratta di figure che in parte sono quelle che hanno sostenuto il genocidio israeliano su Gaza. Parliamo di tutti gli esponenti dell’amministrazione statunitense, dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, dell’amico fraterno di Donald Trump, Steve Witkoff, immobiliarista non un diplomatico, non un esperto di relazioni internazionali, parliamo del segretario di Stato USA, Marco Rubio e poi di altre figure importanti dell’area che però non sono palestinesi e dunque il ministro degli Esteri turco e del capo dell’intelligence egiziana e cioè persone che sono importanti per dare un sostegno regionale al Consiglio di pace. Poi riguardo agli Stati, di inviti ne sono state fatti decine, forse una sessantina almeno, che da una parte sono inviti rivolti alle grandi potenze del mondo, la Cina, l’India, il Brasile, dall’altra a paesi amici e non è detto che siano paesi democratici. Un caso per tutti, la Bielorussia oppure la Russia stessa, cosa significa? Il tentativo è quello secondo me di creare un Consiglio, cioè un organismo che possa se non sostituire le Nazioni Unite, indebolirle a tal punto da rendere questo organismo voluto dal Presidente statunitense una sorta di direttorio del mondo, anacronistico visto che siamo nel 2026. Però allo stesso tempo è come se Donald Trump volesse mettere la retromarcia alla storia contemporanea e tornare a periodi nei quali erano pochi potenti a decidere le sorti più che della pace, delle relazioni fra gli Stati e di un ordine globale. Parlo di un periodo che potrebbe essere quello successivo alla Prima Guerra Mondiale o andare un secolo prima al Congresso di Vienna, un modo di concepire il mondo che fa veramente a botte con quella che è la realtà del mondo.

Il Presidente francese Emmanuel Macron infatti ha rifiutato l’invito di Trump proprio dicendosi preoccupato per i grandi poteri di questo cosiddetto Consiglio di pace e per il rischio di indebolire le Nazioni Unite. Quanto è reale questo rischio?

È altissimo questo rischio, ma è un rischio che non si deve tanto al Consiglio per la pace voluto da Trump, quanto alla politica degli Stati Uniti anche prima dell’elezione di Trump, alla politica di Israele, della Russia etc., l’elenco sarebbe lunghissimo, che sono state politiche contro le regole, contro l’architettura delle regole internazionali, contro il sistema internazionale, i risultati sono una marginalizzazione delle Nazioni Unite, e allo stesso tempo non si può non pensare al fatto che il Consiglio per la pace viene creato su Gaza, ma perché? Perché Gaza è il laboratorio di questa rottura delle regole, di questa violazione continua del diritto internazionale e umanitario, di qualsiasi convenzione, di qualsiasi regola, e allora come si risolve un genocidio? Lo si risolve uscendo dalle Nazioni Unite e creando qualcosa di completamente diverso che metta la parola fine, che metta una specie di punto su quello che si è compiuto, sui crimini, sul genocidio. L’idea è quella cioè che si possa ripartire da qui, che si possa ripartire da una cosa che non c’entra niente con l’architettura internazionale.

Tra l’altro gli stati candidati a un seggio permanente in questo Consiglio dovrebbero anche pagare un miliardo di dollari per farne parte, è vero però che è stato creato anche un comitato tecnico palestinese incaricato di amministrare temporaneamente la striscia di Gaza, anche se una delle critiche principali che vengono fatte a tutta questa iniziativa del Consiglio di pace è proprio lo scarso coinvolgimento dei palestinesi come dicevi anche tu prima, come mai?

Perché i palestinesi sono considerati oggetti, sono considerati subalterni, non sono considerati parte in causa nonostante siano le vittime. Spesso noi usiamo in questo periodo un linguaggio che non corrisponde alla realtà dei fatti e per esempio non parliamo dei palestinesi come vittime, non solo, come protagonisti in quanto popolo che si deve autodeterminare, ma noi abbiamo dimenticato il fatto che sono vittime di un genocidio e nonostante siano vittime di un genocidio loro e la loro terra li troviamo in un consesso, in questo comitato come esecutori. Non come coloro che dettano l’agenda, che decidono del loro destino, ma sono solamente esecutori e sono esecutori di una ricostruzione che peraltro non segue assolutamente nessuna delle regole che il sistema internazionale si dovrebbe dare e si è già dato, quando il capo del comitato, Ali Shaat, che peraltro fa parte della ANP e ha una lunga storia di relazione, di rapporto con Mahmud Abbas, con il presidente della ANP, dice nella prima intervista che l’idea è quella di prendere le macerie di Gaza e buttarle a mare, questo è contro qualsiasi salvaguardia non solo dei diritti, per esempio dei diritti dei morti che sono sotto quelle macerie, ma della salvaguardia dell’ambiente, del mare. Con l’idea che queste macerie siano come materiale inerte che si possano calare nel mare e costruire una nuova Gaza da quel momento in poi, dalla marina in poi e guadagnare qualche altro chilometro in più, ma questo cosa significa? Significa inquinare il mare prospicente Gaza; e che senso ha dal punto di vista della ricostruzione di Gaza? Questo è solamente uno degli esempi che si possono fare per far comprendere quanto non ci sia non solo visione, ma non ci sia l’idea della realtà sul terreno. Che sotto quelle macerie ci sono almeno diecimila cadaveri, che in mezzo a quelle macerie ci sono agenti chimici che hanno distrutto tutto ciò che poteva essere distrutto, gli agenti chimici che vengono usati bombardando e distruggendo un intero territorio. Questo è il Consiglio per la pace, questi sono gli organismi legati al Consiglio per la pace, questo è ciò che ci aspetta per il futuro, cioè soprattutto che le Nazioni Unite non esistano in questa storia, nonostante ci sia una rappresentante delle Nazioni Unite e cioè la rappresentante per il Medio Oriente Sigrid Kaag.

Come dicevi si parla male del futuro di Gaza e non si parla quasi per niente del presente, in realtà. Come si vive nella striscia a tre mesi dall’inizio del cessate del fuoco? Ricordiamo che il 1° gennaio Israele ha vietato l’accesso alla striscia a 37 organizzazioni umanitarie internazionali, citando motivi di sicurezza.

Per l’ennesima volta stiamo parlando di una situazione unica nella storia del secondo dopoguerra, cioè di un genocidio che si compie di fronte ai nostri occhi, seppur distanti di fronte ai nostri schermi virtuali. Non c’è neanche l’idea di fermare il genocidio, perché il genocidio è ancora in corso, vengono usati altri strumenti, per esempio ancora la fame, ancora la sete e cioè non entrano i container che sono fermi dall’altra parte di Rafah, nel sud della striscia di Gaza, non entrano non solo le ONG, ma le organizzazioni umanitarie. Perché Unrwa per esempio, la cui sede è stata appena distrutta a Gerusalemme, potrebbe sfamare la popolazione di Gaza per mesi, l’ha fatto per decenni. È un genocidio che si compie attraverso l’assenza di case e anche di case mobili che sono anche queste ferme dall’altro lato della frontiera, nel sud della striscia di Gaza e quindi come si vive a Gaza? Si vive morendo di freddo, continuando ad essere denutriti e malnutriti, sopravvivendo in una situazione completamente folle e vergognosa, in cui noi ci stiamo preoccupando della ricostruzione senza preoccuparci degli esseri umani, come se la ricostruzione potesse sanare una colpa e una responsabilità che invece deve essere oggetto della giustizia internazionale.

(Il Mondo [podcast dell’Internazionale], 21 gennaio 2026)

La guerra iniziata il 7 ottobre 2023 ha portato a un’ondata senza precedenti di traumi psicologici e suicidi tra le truppe dell’IDF. Secondo il ministero della Difesa israeliano, dall’inizio del conflitto oltre 12.300 soldati sono stati inseriti nel programma di riabilitazione psicologica come disturbo da stress post-traumatico (post traumatic stress disorder, PTSD). Significa che sono colpiti da disturbi mentali, ansia, depressione. 

Un numero molto più alto rispetto al passato: rappresenta «quasi il 40%» di tutti i militari mai trattati per traumi da guerra negli ottant’anni di storia dell’IDF. Secondo un’indagine interna citata dai media, solo dall’inizio del 2025 sono stati registrati 21 suicidi tra i soldati – parte di un conteggio che, complessivamente, parla di «circa 54» suicidi dall’ottobre 2023. Un rapporto del parlamento israeliano basato su dati ufficiali da gennaio 2024 a luglio 2025 – documenta 279 tentativi di suicidio tra i soldati. Inoltre, la maggior parte delle morti per suicidio recenti riguarda soldati combattenti: il 74-78% nel 2025, contro una media del 42-45% nel periodo 2017-2022.  

I traumi che portano al suicidio

Questi numeri segnano un’impennata drammatica rispetto al passato: la media annuale di suicidi nell’IDF, nel decennio precedente la guerra, era di circa 13 suicidi l’anno. A dimostrazione del fatto che si può anche essere addestrati a fronteggiare qualunque ferocia, ma poi sotto la più formidabile ed equipaggiata divisa militare, non ci sono solo muscoli. Secondo un’inchiesta interna, la maggior parte dei suicidi è «direttamente collegata al trauma» vissuto durante la guerra: esposizione prolungata al combattimento, scene violente, perdita di compagni, stress psicologico cronico. I medici e terapeuti descrivono una forma di PTSD massiva: decine di migliaia di militari soffrono di disturbi psicologici, molti senza diagnosi, molti non curati.

Fenomeno fuori controllo

Un caso tipico riportato: un riservista, dopo aver prestato servizio a Gaza, rievocava costantemente odori di morte e riviveva flashback in momenti banali della vita quotidiana, perfino cambiando il pannolino al figlio. Le misure adottate includono l’invio di terapisti sul campo, linee telefoniche di emergenza, terapie di gruppo, ma gli esperti denunciano che il sistema è «in logoramento»: l’entità del fenomeno supera di molto la capacità di cura e riabilitazione.

In un rapporto divulgato alla fine del 2025, si legge che il Dipartimento di Riabilitazione del ministero della difesa israeliano ha ricevuto oltre 85mila soldati dall’inizio della guerra, di cui circa 28mila per problemi di salute mentale. Di questi 28mila, circa 9.800‑10.000 sono segnalati come affetti da disturbi da stress post-traumatico. Il governo ha aumentato il budget per la riabilitazione: il dipartimento riceve oggi circa 4,6 miliardi di shekel (oltre 1,25 miliardi di dollari) all’anno, di cui una quota significativa è destinata proprio alla salute mentale. 

La guerra finirà, il trauma no

Gli esperti dichiarano che la portata del problema rimane oltre la soglia critica: molti soldati psicologicamente feriti non cercano aiuto, e tanti fra coloro che invece chiedono sostegno, ricevono cure inadeguate o troppo in ritardo. Secondo i terapeuti e le autorità, il trauma non si esaurirà con la fine del conflitto: molti veterani – specialmente riservisti – rischiano di convivere per anni con PTSD, depressione, senso di colpa, difficoltà di reintegrazione. La pressione psicologica, secondo alcuni esperti, potrebbe trasformarsi in una crisi sociale e sanitaria interna, con conseguenze non solo individuali, ma anche collettive.

Resta invisibile lo choc dei gazawi

Se per i soldati dell’IDF – pur in ritardo – esistono dati, cure, statistiche, per la popolazione di Gaza la situazione è ben diversa. In una guerra che devasta città, case, vite umane, decine di migliaia di civili subiscono lutti, perdita di case, sfollamenti, bombardamenti continui. Ma non c’è un sistema reale – ancora meno uno pubblico – che permetta di misurare l’impatto psicologico su larga scala: le ferite psichiche causate dal terrore quotidiano restano invisibili, senza diagnosi, senza cure, senza memoria ufficiale. Secondo l’Oms e Save the Children, oggi circa 1,2 milioni di persone a Gaza hanno bisogno urgente di supporto psicologico e psicosociale, e oltre il 90% dei bambini mostra segni clinici di trauma severo. Ma il Board of Peace presieduto da Trump non è interessato a questo aspetto, e tantomeno lo sono i componenti del Board, da Tony Blair, all’ immobiliarista Steve Witkoff, ai leader che girano intorno all’operazione, da Al Sisi a Putin, da Erdoğan a Giorgia Meloni. 

Quando e se un giorno si proverà a fare i conti con questa guerra, si scoprirà che il numero di persone traumatizzate è molto più alto di quanto oggi evidenziano le statistiche militari o sanitarie. E non basteranno a sanarli i resort o i grattacieli che sorgeranno nel frattempo sulle macerie.

(Corriere della Sera, 21 gennaio 2026 – dataroom@corri)

Il Rapporto Oxfam presentato ieri a Davos segnala che aumenta nel mondo la disuguaglianza non solo nei redditi, ma soprattutto nella ricchezza, con effetti anche sulla tenuta delle democrazie, là dove esistono. Per due motivi. Il primo è che i più ricchi hanno sempre maggiore possibilità di influire sulle decisioni politiche e talvolta anche di entrare direttamente in politica. Gli Stati Uniti della presidenza Trump ne sono forse l’esempio più estremo, anche se non unico, tra le democrazie, inclusa la pretesa di formare un contro-ONU ad inviti con quota di ingresso. Il secondo è che diseguaglianze troppo ampie producono conflitti, estraniamento (non voto), o affidamento a sirene populiste. Entrambi questi fenomeni, a loro volta riducono la capacità di una società di migliorare le condizioni complessive, per tutti, valorizzando appieno le capacità che ci sarebbero.

L’Italia non fa eccezione. Accanto ai noti dati sulla persistenza della povertà assoluta a fronte dell’aumento della ricchezza dei più ricchi, della povertà nonostante il lavoro, della diffusione della povertà educativa, dell’ancora troppo basso tasso di occupazione giovanile e femminile, il Rapporto evidenzia due fenomeni che caratterizzano le diseguaglianze nel nostro Paese e che costituiscono un potenziale rischio per la democrazia: le disparità economiche, sociali e di opportunità tra luoghi e il peso crescente dell’eredità nella composizione della ricchezza. Per quanto riguarda le prime, accanto a quelle “tradizionali”, e irrisolte, tra Centro-Nord e Mezzogiorno, stanno divenendo sempre più importanti quelle tra grandi città e aree periferiche. C’è un’Italia di mezzo, come la definisce Filippo Barbera intervistato nel Rapporto, che non comprende solo le aree interne tradizionalmente marginali rispetto ai circuiti dello sviluppo, ma anche città medie, aree pedemontane e collinari, e zone urbano-rurali, che negli ultimi anni hanno perso centralità economica e politica, sperimentando stagnazione economica, deindustrializzazione, perdita di popolazione e servizi. È in questi luoghi che si concentrerebbe anche il voto di protesta antisistema.

Quanto al secondo fenomeno, il Rapporto evidenzia come quasi i due terzi della ricchezza dei miliardari italiani siano frutto di eredità. Il flusso annuale di tutti i trasferimenti di ricchezza – eredità, donazioni – è quasi raddoppiato tra il 1995 e il 2016, passando dall’8,5% al 15% del reddito nazionale e si è anche maggiormente concentrato. Inoltre, le eredità individuali di almeno 1 milione di euro sono cresciute dal 18,7% al 25% del valore totale dei lasciti nello stesso periodo. Ricordo che, dal 2017, fino a quella cifra si tratta di eredità esenti da ogni forma di tassazione, se l’erede è coniuge, figlio o nipote per via diretta, un trattamento tra i più generosi in Europa. A questa ricchezza ereditata si possono aggiungere le donazioni in vita e le assicurazioni sulla vita fatte a favore degli eredi dal defunto, pure esenti da tassazione. Come osserva il Rapporto Oxfam, l’aumento del peso delle eredità, e la sua ridotta tassazione, ha ridotto il dinamismo economico e sociale, limitando l’uguaglianza di opportunità e la mobilità intergenerazionale. Unito alle disuguaglianze territoriali, accentua il peso disegualizzante dell’origine sociale e rafforza la trasmissione intergenerazionale della diseguaglianza, in un modo sempre meno compatibile con il principio democratico dell’uguaglianza delle opportunità. Non solo le condizioni economiche e sociali della famiglia, ma anche quelle dei luoghi in cui si nasce e cresce sono sempre più un destino, poco o per nulla corretto, contrastato, da politiche che favoriscano un riequilibrio. Anzi, come osserva il Rapporto, le politiche dell’attuale governo sembrano piuttosto orientate a confermare, se non accentuare, i divari. È quanto si può osservare anche nella discussione sui livelli essenziali di prestazione, che dovrebbe essere preliminare all’eventuale realizzazione dell’autonomia differenziata. Come ha osservato anche Viesti in una audizione al Senato, invece di procedere a una discussione su quali dovrebbero essere i Lep da garantire omogeneamente sul territorio nazionale, li si stanno definendo sulla base dell’esistente, che, come è noto, è fortemente disomogeneo a livello territoriale, cristallizzando così i divari, invece di ridurli.

(La Stampa, 21 gennaio 2026)

«Non dimenticherò mai i volti sorridenti il giorno della liberazione di Kobane. Come donna araba, le combattenti curde delle Unità di Protezione delle Donne (Ypj) sono state un grande esempio per me e tante altre: solo insieme possiamo vincere contro il patriarcato e lo Stato Islamico». È il racconto di Arjen Furat, combattente Ypj, impegnata al fronte. «La comunità internazionale deve ricordare che il nostro sacrificio ha liberato l’umanità dal pericolo dell’estremismo islamico».

Nelle scorse settimane la situazione in Siria è precipitata. L’offensiva del governo di transizione di Ahmad Al-Sharaa e dei mercenari filoturchi dell’Esercito nazionale siriano (Sna) ha travolto prima i quartieri curdi di Aleppo e poi le città di Raqqa e Tabqa, che le Forze democratiche siriane (Sdf) e le Ypj avevano liberato dallo Stato islamico meno di dieci anni fa. L’avanzata, fronteggiata solo dalle forze della Siria del nord-est, è giunta fino alle prigioni in cui sono detenuti i miliziani di Isis, quelle di Al-Shaddadi e Al-Hol, lasciandosi dietro una lunga scia di sangue. «Mutilare i corpi delle combattenti martiri rientra nelle pratiche comuni dello Stato islamico. È un modo per punire le donne e mandare un messaggio a tutte coloro che si organizzano contro un sistema che le avrebbe volute schiave – racconta Amara, una giovane internazionalista – Ad Aleppo, così come a Raqqa, le Ypj hanno annunciato di continuare a resistere. L’attacco contro le donne è stato sferrato contro la loro libertà e la possibilità di autodeterminazione».

«In Rojava – continua Amara – le donne hanno dimostrato che ci può essere un altro destino oltre a quello previsto dal patriarcato. Non bisogna accettare di essere solo madri, mogli e restare chiuse in casa. Nelle Ypj, le donne hanno trovato la loro forza e la loro autodifesa. Ma non è così solo nelle unità armate: tutte le donne, giovani e anziane, madri e non, devono essere in grado di difendersi». «L’autodifesa non è un concetto relativo solo alle armi – ci spiega Zeryan, dall’Accademia di Jineolojî in Europa – È un concetto che nella jineolojî (scienza delle donne) e nel movimento per la libertà delle donne è connesso alla consapevolezza. Le donne devono essere consapevoli del proprio ruolo nella società. E si devono organizzare insieme contro il proprio nemico: il sistema patriarcale e genocidiario».

«Nel contesto attuale del Rojava – continua Zeryan – l’autodifesa si trasforma in una pratica che porta le donne a scendere in strada insieme e a difendere la propria esistenza. Ma tutta la società ha incarnato questo senso di autodifesa: la libertà conquistata è stata raggiunta insieme, e nessuno vuole che vada perduta». Dopo la fine dei colloqui tra l’autoproclamato presidente Al Sharaa e Mazloum Abdi, comandante delle Sdf, nelle città e nei villaggi della Siria del nord-est tutti sono scesi in strada seguendo un’unica parola d’ordine: difendere se stessi e la propria terra. Un appello che è stato accolto anche in altre aree del Kurdistan, dove migliaia di persone si sono ritrovate in strada e alla frontiera con la Siria per difendere anche a costo della vita «il sogno di pace e democrazia» del Rojava. «Le bande di Al Sharaa, guidate dalla Turchia e appoggiate da tutte le forze internazionali, si accaniscono soprattutto sulla rivoluzione delle donne – prosegue Zeryan – Non è una questione di accettare l’esistenza curda, ma piuttosto di non accettare l’esistenza curda rivoluzionaria: è un attacco ideologico».

«L’attacco in corso vorrebbe ridurre il confederalismo democratico a una questione etnica. Invece è una proposta di coesistenza pacifica tra i popoli – aggiunge Amara – Il confederalismo democratico, su cui tutta l’esperienza si basa, è l’unica ipotesi concreta per la pace in Siria e per mettere fine alle guerre volute dall’Occidente che da centinaia di anni affliggono il Medio Oriente». E continua: «Non è retorica. Ogni cultura, religione, lingua può essere libera di esprimersi nei territori dell’Amministrazione autonoma della Siria del Nord e dell’Est (Daanes). La strada per una Siria democratica è tracciata, andrebbe solo seguita».

(il manifesto, 21 gennaio 2026)

Il 12 gennaio, a poco più di un mese dal decimo anniversario dell’omicidio della dirigente indigena e attivista popolare Berta Cáceres, il Gruppo interdisciplinare di esperti indipendenti (GIEI) ha presentato un rapporto con i risultati di una lunga e complessa indagine, che aveva l’obiettivo di far luce sui responsabili della pianificazione, finanziamento ed esecuzione del crimine.

Nel novembre 2024, la Sala Penale della Corte suprema di giustizia dell’Honduras ha deciso di confermare le sentenze emesse contro i sette esecutori materiali [1], con pene comprese tra i trenta e i cinquant’anni di reclusione. Per David Castillo, coautore dell’omicidio, ex presidente della società Desarrollos Energéticos SA (Desa) ed ex membro dei servizi segreti delle forze armate honduregne, la Sala ha deciso di modificare le circostanze aggravanti e di ridurre la pena di 22 anni e 6 mesi inflitta in primo grado. Inoltre, a Castillo sono stati aggiunti altri cinque anni per frode relativa al progetto idroelettrico Agua Zarca.

Nonostante questo primo importante passo avanti, il Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh), la famiglia dell’attivista popolare e il team di parte civile continuano a chiedere cattura e punizione per i mandanti dell’omicidio. Finora, è stato emesso un solo mandato di arresto nei confronti di Daniel Atala Midence, ex direttore finanziario di Desa e ancora latitante.

Si crea il GIEI

Il GIEI si è insediato in Honduras il 14 febbraio 2025, a seguito di un accordo tra la Commissione interamericana dei diritti umani (Cidh), lo Stato dell’Honduras, il Copinh e il Centro per la giustizia e il diritto internazionale (Cejil). Tra le prime rivelazioni del rapporto del gruppo di esperti figura la “non occasionalità” dell’omicidio della Cáceres. «L’irruzione armata che ha posto fine alla vita di Berta Cáceres non è stato un fatto fortuito, né un atto di violenza comune. È stato il culmine di un lungo processo di persecuzione, sorveglianza, criminalizzazione e violenza esercitato contro la leader indigena, che per anni ha guidato la difesa del territorio [della popolazione] Lenca contro l’imposizione del progetto idroelettrico Agua Zarca, in un contesto caratterizzato dalla concentrazione del potere economico e da istituzioni cooptate da interessi privati», sottolinea il GIEI. I tre esperti internazionali [2] hanno poi continuato chiarendo che l’omicidio di Berta Cáceres era prevedibile e prevenibile: «Le autorità non hanno attivato meccanismi di prevenzione, non hanno ampliato le intercettazioni, né hanno effettuato arresti tempestivi. Questa inazione, di fronte a una “scoperta inevitabile”, costituisce una grave violazione del dovere di diligenza». Inoltre, gli esperti determinano che il crimine contro l’attivista è stato preceduto da molteplici operazioni illegali di intelligence, sorveglianza sistematica e pianificazione logistica, nonché da ostacoli deliberati alle indagini penali e omissioni strutturali sin dalle prime ore successive all’omicidio, che di fatto hanno impedito un’indagine completa.

Un omicidio d’impresa

Il crimine è stato finanziato con risorse provenienti dal progetto idroelettrico, erogate dalle banche internazionali BCIE e FMO [3] e deviate dal loro scopo originario. Su un totale di 18,5 milioni di dollari, il 67% (quasi 12,5 milioni) è stato dirottato o gestito in modo irregolare. «È stato identificato un modello sistematico di distrazione di fondi, caratterizzato da trasferimenti internazionali ingiustificati, conversione di fondi bancari in contanti, uso ricorrente di dipendenti di basso livello come incassatori di assegni e frammentazione degli importi per eludere i controlli antiriciclaggio delle istituzioni finanziarie». Questo circuito finanziario, spiega il GIEI, avrebbe permesso di pagare i sicari e di finanziare la logistica prima e dopo l’omicidio di Berta Cáceres. Per questo motivo, i tre esperti concludono che «si è trattato di un crimine aziendale, finanziario e politico, perpetrato attraverso una complessa architettura criminale che ha articolato interessi economici, finanziamenti internazionali, strutture di sicurezza, corruzione istituzionale e gravi omissioni statali, configurando un modus operandi sostenuto nel tempo». Principali responsabili del crimine sono, quindi, gli azionisti di maggioranza del progetto Agua Zarca, che ricoprono anche ruoli rilevanti nella costituzione e nel funzionamento del dispositivo societario e finanziario che, in ultima analisi, ha reso possibile l’omicidio di Berta Cáceres.

Il GIEI punta il dito contro José Eduardo, Pedro e Jacobo Atala Zablah e Daniel Atala Midence, che ricoprivano cariche dirigenziali sia in aziende legate al progetto Agua Zarca, sia in istituti bancari, e contro BCIE e FMO per avere firmato accordi di credito a favore di Desa «conoscendo la situazione di violenza già generata dal progetto» e l’inesistenza di un processo valido di consultazione libera, preventiva e informata. La ricostruzione effettuata dal GIEI ha permesso di dimostrare che l’omicidio è stato «il risultato di un’operazione criminale pianificata, eseguita da una struttura articolata tra sicari, attori con formazione militare, dirigenti della Desa e reti di sostegno statale», la cui responsabilità è stata solo parzialmente indagata dalle autorità honduregne, senza approfondire la possibile responsabilità penale dei rappresentanti del capitale azionario maggioritario (Inversiones Las Jacarandas / Jacobo Atala). In questa struttura, Desa ha svolto il compito di pagare informatori, strutture paramilitari e logistica repressiva, funzionari pubblici ed ex funzionari. Ha anche cooptato autorità ambientali, municipali e di sicurezza, ha manipolato la narrativa pubblica attraverso pagamenti a giornalisti e media, ha utilizzato audit e consulenze per legittimare un progetto irrealizzabile e illegale, assicurando la continuità dei finanziamenti internazionali.

Riparazione e giustizia integrale

La parte conclusiva del rapporto del GIEI è dedicata al Piano di riparazione e giustizia integrale per le vittime (famiglia, Copinh e comunità lenca di Río Blanco), che include la chiusura definitiva del progetto idroelettrico Agua Zarca, la titolazione definitiva del territorio ancestrale della comunità lenca di Río Blanco, la cancellazione dal registro commerciale e lo scioglimento di Desa, nonché la depurazione e l’apertura degli archivi dei servizi segreti relativi a Berta Cáceres, al Copinh e ad altri difensori dei diritti umani. Sono anche state consigliate allo Stato dell’Honduras misure concrete di riabilitazione, compensazione, soddisfazione e garanzie di non ripetizione (pag. 373 del rapporto), dove si persegue «un processo integrale, collettivo e trasformativo, indispensabile per ripristinare la dignità delle vittime, ricostruire il tessuto sociale del popolo indigeno Lenca di Río Blanco e garantire che crimini come l’omicidio di Berta Cáceres non si ripetano».

Note

[1] Douglas Bustillo, Mariano Díaz, Henry Hernández, Elvin Rápalo, Óscar Torres, Edison Duarte (autori materiali), Sergio Rodríguez (autore per induzione) e David Castillo (coautore)

[2] Roxanna Altholz, Pedro Biscay, Ricardo Guzmán

[3] Banca centroamericana di integrazione economica e Banca di sviluppo dei Paesi Bassi

(Pressenza, 20 gennaio 2026)

Da tre anni, il Ministro dell’Istruzione non consente al Forum delle Famiglie Israeliane-Palestinesi in Lutto di accedere alle scuole. Le famiglie che hanno perso i propri cari e hanno scelto, proprio a causa del lutto, di impegnarsi per il dialogo e un futuro diverso sono state definite dal Ministero dell’Istruzione un “fattore ostile” che potrebbe danneggiare la “rettitudine del cammino”. In che modo, esattamente? In che “modo” le famiglie in lutto, comprese quelle che hanno perso i propri cari il 7 ottobre e nella guerra che ne è seguita, e che ritengono di avere il dovere di agire in ogni modo possibile per garantire un futuro migliore a tutti noi, possono essere considerate un “fattore pericoloso”?

Sulla base di questo equivoco, al Forum è stata negata l’opportunità di proseguire il programma educativo “Dialogue Meetings”, che aveva operato con grande successo nel sistema educativo per anni. Le famiglie israeliane e palestinesi in lutto incontravano gli studenti nelle scuole, non per predicare, ma per raccontare storie, ascoltare e consentire loro un incontro umano con la complessa realtà del conflitto. Non l’ideologia e l’incitamento dei politici, ma le persone. Non slogan, ma vite spezzate. Il Ministro dell’Istruzione Yoav Kish teme apparentemente che gli studenti israeliani, compresi e soprattutto quelli che si avvicinano all’età della leva obbligatoria, siano esposti alla possibilità che la guerra, il lutto e un ciclo di spargimenti di sangue non siano scontati. Teme che sviluppino un pensiero critico, che ascoltino voci diverse, che capiscano che c’è un popolo palestinese che vive proprio accanto a loro e che i conflitti tra i popoli sono stati risolti in passato e possono essere risolti anche qui.

Grazie al Ministro Kish, nel 2026 gli studenti israeliani completeranno dodici anni di scuola senza alcuna reale conoscenza del conflitto stesso, delle sue radici, del suo costo umano e della possibilità di porvi fine. Saranno qualificati per essere soldati leali, ma difficilmente qualificati per essere cittadini dotati di pensiero critico, capaci di accogliere opinioni diverse e di affrontare la complessità. In un sistema educativo che pone al centro l’eroismo, il sacrificio e la volontà di combattere fino alla fine delle generazioni, non c’è posto per chi è in lutto e vuole parlare di vita, riconciliazione e responsabilità civica. Naturalmente, altre famiglie in lutto che santificano l’eroismo e il sacrificio sono invitate a scuola senza alcun problema; il problema inizia quando chi è in lutto pone un punto interrogativo e chiede un futuro diverso.

Questa lotta non è una questione specifica del Forum. Fa parte di un più ampio processo di silenziamento e persecuzione nel sistema educativo: insegnanti e presidi vengono trattenuti in udienza a causa delle loro posizioni, articoli di Haaretz vengono rimossi dagli esami di maturità, e vengono attaccate organizzazioni della società civile come “Brothers in Arms”. Allo stesso tempo, organizzazioni che promuovono la coercizione religiosa, l’esclusione delle donne, l’intolleranza verso le persone LGBTQ e l’opposizione alle donne che prestano servizio nelle Forze di Difesa israeliane operano nelle scuole senza alcuna restrizione. Il messaggio è chiaro: è lecito educare all’obbedienza e alla guerra, ma è proibito educare alla democrazia e alla pace.

Per giustificare il silenziamento, il Ministero dell’Istruzione si impegna anche in una deliberata delegittimazione: presenta il Forum come un’organizzazione di “famiglie di terroristi”, cancellando sistematicamente l’identità condivisa israelo-palestinese e il lutto israeliano al suo interno. Ciò fa parte di un profondo processo di disumanizzazione, in cui il riconoscimento stesso dell’umanità dell’altra parte e del dolore condiviso è percepito come un pericolo.

Tutte queste azioni, insieme agli attacchi al mondo accademico e alla creatività israeliani, sono interconnesse. Una società che desidera una guerra eterna non può permettersi un’educazione alla pace, nonostante l’educazione alla pace, alla tolleranza e alla dignità umana sia al centro della Legge sull’Istruzione Statale fin dalla fondazione dello Stato.

Chi impedisce agli studenti israeliani di essere esposti alla possibilità di un futuro diverso li condanna a continuare a vivere in un ciclo di spargimento di sangue. È imperativo educare alla pace. Non ci sarà altra realtà e altro futuro qui se non saremo educati e non agiremo consapevolmente, coerentemente e coraggiosamente per la pace. Solo una società che educa alla speranza può viverla.

(Haaretz, 20 gennaio 2026)

[…] domenica 18 gennaio 2026, decine di donne e attivisti si sono radunati in un presidio pacifico davanti alla base militare di Sigonella, storica infrastruttura italo-statunitense nel cuore della Sicilia, per lanciare un forte messaggio contro la guerra e la militarizzazione dei territori. L’iniziativa, promossa dal movimento “Le donne contro tutte le violenze”, si inserisce nel 35° anniversario dell’inizio della Guerra del Golfoe nella mobilitazione nazionale delle “10, 100, 1000 piazze di donne per la pace”, contro i conflitti ancora in corso nel mondo.

Un presidio tra protesta e cultura

La manifestazione, iniziata alle ore 10.30 davanti la base militare di Sigonella, ha visto la presenza di cittadini, attiviste e musicisti. Tra slogan, canti e performance, le partecipanti hanno espresso la loro contrarietà alla presenza militare e al suo ruolo nei conflitti globali.

Durante l’evento sono stati eseguiti canti per la pace e momenti di riflessione in solidarietà con le donne iraniane che stanno protestando contro regimi autoritari. Una delle esibizioni di maggiore impatto è stata una rilettura del Monologo di Lisistrata, rivisitato dai celebri autori Franca Rame e Dario Fo, simbolo di ribellione femminile contro la guerra e il patriarcato.

Perché questa protesta

Le attiviste hanno elencato una serie di motivazioni alla base della protesta. Sigonella, secondo le partecipanti, non può essere vista come una semplice base logistica, ma è profondamente inserita nelle dinamiche belliche globali: operazioni di intelligence, sorveglianza e supporto a missioni internazionali partono regolarmente da qui, collegando la Sicilia a teatri di guerra in Europa, Medio Oriente e oltre.

Tra le richieste principali:

– La smilitarizzazione della Sicilia e la restituzione del territorio alla sua vocazione civile, culturale e pacifica;

– La conversione della base di Sigonella in struttura aeronautica civileper uso educativo e commerciale;

– La fine delle influenze militari nelle scuole e nella vita quotidiana dei giovani, percepite come propaganda e presenza invadente.

Secondo le organizzatrici, la presenza militare – inclusa quella di droni e velivoli in missioni di intelligence – rende il territorio siciliano sempre più esposto a possibili ripercussioni dovute ai conflitti internazionali, con un impatto sociale, istituzionale e culturale che va ben oltre il semplice ruolo operativo della base.

Ricordi storici e prospettive future “Verde Vigna” di Comiso.

Nel corso della manifestazione non sono mancati riferimenti storici alle battaglie pacifiste nel nostro Paese, come le mobilitazioni contro l’installazione dei missili Cruise nella base NATO di Comiso negli anni ’80, che portarono alla creazione di progetti per centri di vita nonviolenta e alla diffusione di una cultura disarmista nell’isola.

Conclusione in musica

La manifestazione si è conclusa in modo pacifico e partecipato sulle note della celebre canzone Blowin’ in the Wind di Bob Dylan, intonata da tutte le presenti come messaggio di speranza e invito alla riflessione sulle ingiustizie, le guerre e il valore della pace. […]

(Pressenza, 19 gennaio 2026)

C’è qualcosa di poetico nel varcare la soglia di una libreria a Milano. Da Brera a Garibaldi, da Duomo a Ticinese, abbiamo scovato gli indirizzi più belli (anche nascosti) dove acquistare un libro in città

Varcare una piccola porta e trovarsi, d’improvviso, in un luogo che trascende il tempo e lo spazio. Le preoccupazioni si alleggeriscono e anche la testa sembra abbandonare quelle costruzioni infondate che regolavano la vita all’esterno. Non c’è paura, e neppure adrenalina, solo ritmi lenti. La libreria è uno spazio magico, quasi poetico, in cui le idee danzano leggere, per poi raggiungere il cuore di chi le ha maturate. Tra scaffali stracolmi di libri, angoli e volumi speciali, l’uomo ritrova la sua dimensione autentica. È come se su quella porta – a caratteri cubitali – ci fosse scritto “Lasciati andare”. Scegliere la copertina su cui lo sguardo si posa, perdersi tra le brevi righe della trama, o magari della vita dell’autore – ci sarà una correlazione? A Milano, poi, ci sono alcuni indirizzi nascosti – ai più sconosciuti – in cui la scelta del libro diventa esperienza sensoriale. Interni eleganti in cui trovare antiche, prime, edizioni, ma anche spazi più moderni, lì a ricordarci che il tempo passa, ma la bellezza della letteratura no. C’è la Libreria del mare, per chi desidera perdersi (o ritrovarsi) nella profondità dell’acqua, quella delle donne o dello spettacolo. Perché entrare in libreria è come prendere la rincorsa, saltare, e afferrare la vita, entrandoci in sintonia. Esiste sensazione migliore?

Le 10 librerie più belle di Milano, da Brera a Garibaldi, da Duomo a Ticinese

Abbiamo selezionato dieci librerie nel cuore di Milano che vale davvero la pena conoscere. Indirizzi nascosti per chi cerca un libro, leggerezza, o anche solo uno sguardo complice – «Quello l’ho letto, mi ha cambiato la vita». Ecco la selezione di Vogue Italia.

Libreria Bocca dal 1775

Il primo luogo che vi suggeriamo si trova nel cuore di Milano, all’interno della Galleria Vittorio Emanuele II. La Libreria Bocca è una delle librerie più antiche d’Italia, con origini che risalgono al 1775 e una storia di prestigio editoriale unico. L’atmosfera è elegante e intima, con scaffali e oggetti che raccontano secoli di cultura, quasi come un piccolo museo del libro. È considerata autentica per la sua indipendenza, gestione familiare e selezione curata di titoli, lontana dalla standardizzazione delle grandi catene. Qui si trovano soprattutto monografie d’arte, cataloghi di mostre, libri dedicati a pittura, scultura, architettura e design. I suoi spazi sono ricchi di opere d’arte, profumi di carta e un’atmosfera che invita a esplorare con calma ogni titolo.

Libreria del Mare

Varcando la porta, si respira ancora il fascino di un’antica bottega, una di quelle d’altri tempi. La Libreria del Mare (ex salumeria negli anni Settanta) è oggi situata al civico 28 di via Broletto, ed è dedicata alla cultura marinaresca e ai libri sul mare. L’atmosfera è accogliente e suggestiva: scaffali colmi di testi, vecchi arredi e richiami visivi al mondo nautico creano un’esperienza che evoca il profumo del mare anche nel bel mezzo della città. Qui si vendono oltre 10.000 libri e pubblicazioni su navigazione, cartografia nautica, costruzione di barche, pesca, biologia marina e sport acquatici, ma anche volumi in inglese e francese. Oltre ai libri tecnici e storici, la libreria propone guide, racconti di viaggio, romanzi a tema marino e portolani nautici. Un piccolo pezzo di mare nel cuore di Milano.

Libreria Verso – libri, incontri, bar

Per chi cerca un’esperienza culturale diversa, e poliedrica, Verso – libri, incontri, bar è l’indirizzo giusto. Situata nel quartiere Ticinese, presenta un’atmosfera accogliente e dinamica: non solo libreria, ma anche bar con tavolini, divani e poltrone – l’angolo perfetto per leggere, chiacchierare o semplicemente fermarsi a prendere un caffè o un drink. La selezione di libri comprende narrativa italiana e straniera, classici e contemporanei, fumetti, graphic novel e volumi illustrati, oltre a musica, cinema e un’ampia sezione per l’infanzia. Lo spazio si dedica anche all’organizzazione di presentazioni, letture, corsi e cicli di incontri tematici, rendendo l’esperienza viva e formativa.

Libreria delle Donne

Punto di riferimento del femminismo milanese e italiano fin dal 1975, la Libreria delle Donne è nata per dare visibilità alle scrittrici (e pensatrici) donne quando ancora erano marginalizzate nell’editoria tradizionale. Situata in via Pietro Calvi 29, si presenta come uno spazio di relazione culturale e politica dove si discute, si legge e si costruiscono idee insieme. La selezione di libri è vasta: offre migliaia di titoli di saggistica, narrativa, poesia, studi di genere e testi politici scritti da donne, inclusi volumi rari e fuori catalogo.

Libreria dello Spettacolo

Per gli appassionati delle arti performative – dal teatro alla danza, passando per musica e circo – questo è l’indirizzo da segnare in agenda. Il fascino è quello di una libreria d’altri tempi, con l’insegna che condivide emozioni al primo (fugace) sguardo. Situata in zona Cadorna, al civico 11 di Via Terraggio, la Libreria dello Spettacolo è gestita da quasi quarant’anni da Maria Cristina Spigaglia, che ha raccolto un tesoro di volumi, copioni, sceneggiature, manifesti e cimeli rari. I primi pezzi le arrivarono dagli antiquari, poi, man mano che si sparse la voce, le vedove degli attori iniziarono a contattarla. Alcuni pezzi sono in vendita, altri possono essere solo consultati. Qui il tempo sembra essersi fermato, tra scaffali colmi di testi d’epoca e memorabilia che evocano il mondo dello spettacolo in tutta la sua magia.

Libri senza data

Sempre nel quartiere Ticinese, si trova un altro indirizzo davvero speciale: Libri Senza Data. Si tratta di una libreria antiquaria specializzata in volumi rari, edizioni originali e libri fuori commercio, un vero tesoro per i collezionisti. La selezione comprende prime edizioni, testi delle avanguardie artistiche, autografi, riviste storiche e titoli difficili da trovare altrove, anche per argomenti di nicchia. In questo spazio intimo è possibile anche richiedere consulenze o ricerche personalizzate, per individuare il proprio libro speciale.

Scatola Lilla

Per chi cerca una piccola libreria, intima e curata, Scatola Lilla è il luogo perfetto. Nata dalla passione di Cristina Di Canio per i libri, si trova in Porta Romana. L’ambiente è accogliente e colorato, caratterizzato dalle pareti lilla che danno il nome alla libreria e da scaffali colmi di volumi scelti con cura, creando un’atmosfera familiare e calorosa. La Scatola Lilla organizza anche eventi culturali, gruppi di lettura e presentazioni, diventando un piccolo centro culturale di quartiere.

Tempo Ritrovato Libri

Più che un negozio di libri, è uno spazio di dialogo culturale. Tempo Ritrovato Libri, in corso Giuseppe Garibaldi 17, presenta scaffali in legno, pareti tranquille e un ambiente che invita a fermarsi, sfogliare e conversare con chi lavora lì, tra un sorriso e uno sguardo complice. È considerata una delle librerie più autentiche di Milano per la selezione accurata di titoli e per il fatto di valorizzare piccole case editrici indipendenti. La proposta comprende soprattutto narrativa e saggistica, con particolare attenzione alla letteratura contemporanea, alla critica culturale e alle opere di editori non mainstream.

(Vogue Italia, 19 gennaio 2026)

Sono arrivate da varie parti della Sicilia per ribadire il proprio “No” alla guerra e alla violenza. E lo hanno fatto con un presidio-manifestazione davanti alla base di Sigonella, di cui chiedono da tempo la smilitarizzazione. Fanno parte della rete italiana “10 100 1000 piazze di donne per la pace” che si è costituita nel giugno scorso per opporsi al genocidio dei palestinesi, alla guerra e alla repressione dei popoli e delle libertà femminili. Queste donne ora scendono in strada di nuovo, in occasione del trentacinquesimo anniversario della Guerra del Golfo che allora suscitò sgomento e sorpresa, mentre oggi le guerre scoppiano ovunque nel mondo come se questo fosse ritenuto normale.

E, invece, queste donne – e gli uomini che stanno al loro fianco – gridano che la guerra non deve essere considerata come un orizzonte percorribile, come una delle possibilità, perché le guerre e le strutture militari generano dolore e morte e questo è sempre inaccettabile. «Noi donne – dice Anna Di Salvo della Ragna-Tela – pratichiamo la politica della vicinanza e della prossimità, ma la base di Sigonella, collegata al Muos e al porto militare di Augusta, è una pessima vicina di casa. La sua presenza fa sentire la nostra isola e il nostro territorio minacciati. Questa nostra terra, che per i doni che ha ricevuto è vocata alla bellezza e alla produttività, è stata votata al dolore, alla guerra e alla devastazione. Da qui partono i droni e i bombardieri per i fronti di guerra e questa base ha avuto un ruolo attivo anche nel genocidio del popolo palestinese».

Per questo le donne di La Città Felice, Ragna-Tela, Udi, Cgil, Fare stormo, Il cerchio delle donne, Centro antiviolenza Elvira Colosi, Penelope, Femministorie e Donne di classe, insieme agli attivisti di Catanesi solidali con il popolo palestinese, Anpi, Rifondazione, Comitato Antico Corso, Circolo Olga Benario, Sunia e Cobas scuola, Koine, Potere al popolo, No Muos, Alleanza Verdi Sinistra e Sinistra anticapitalista gridano che Sigonella va smilitarizzata. «Perché è un avamposto di guerra e di morte nel nostro territorio; perché è una base americana e italiana da cui ogni giorno partono sofisticate armi che uccidono bambini/e, donne e uomini, distruggono città e territori e alimentano la sete di potere e sangue degli ottusi governanti del mondo; perché l’aggressione di Trump al Venezuela e l’espansionismo americano vanno fermati; e perché patriarcato, guerre e violenze maschili sono per noi un’unica narrazione». Per questo queste donne si oppongono al militarismo che «è una cultura bieca affine al bullismo», una cultura che «normalizza lo stupro di guerra, soprattutto dei popoli vinti, per cui si fa scempio del corpo delle donne come si fa scempio dei territori e dei popoli come in Palestina, Sudan e Iran». Contro questa cultura ribadiscono la loro attenzione all’ambiente, alla pace, alle regole pacifiche di convivenza e alla composizione dei conflitti senza ricorso alla violenza. Per questo si oppongono al paradigma che considera la guerra come naturale, e dunque al ripristino della leva obbligatoria e alla promozione della carriera militare nelle scuole. «Vogliamo disarmare le parole per disarmare le menti», ripetono mentre srotolano i loro striscioni che gridano «Fuori la guerra dalla storia» e «Donne vita libertà» in omaggio alle donne iraniane massacrate da un regime violento e misogino.

(La Sicilia, 19 gennaio 2026)

C’è una storia della lotta delle donne iraniane contro il regime degli ayatollah che viene da lontano e che oggi rischia di essere travolta dalla rivolta in corso in Iran, a cui anche le donne stanno partecipando e morendo sotto la feroce repressione. Mi riferisco al fatto che l’ondata di protesta pacifica, scoppiata il 27 dicembre scorso dal Bazar di Teheran per il crollo della valuta locale e la crisi economica e dilagata rapidamente in tutto il Paese, a un certo punto si è trasformata in violenza e caos. Alcuni manifestanti nella capitale hanno dato alle fiamme auto, palazzi governativi, banche, moschee, autobus, e c’è chi – israeliani e statunitensi – soffia sul fuoco e minaccia interventi militari in nome della libertà dal tiranno, come hanno fatto, con esiti catastrofici, in Iraq, in Libano, in Siria e in Afghanistan “per la libertà delle donne”. In difesa del regime e della patria, contro le minacce dei nemici interni ed esterni, gli ayatollah hanno chiamato in piazza migliaia di iraniani, agitando così il fantasma di una guerra civile. Minacce e violenze che hanno reso più feroce la repressione nelle piazze con migliaia di morti, feriti, carcerazioni con condanne a morte. Vittime tantissime/i giovani che si sono uniti alle proteste. Rubina Aminian è una di loro. Giovane studentessa curda, si era unita alle proteste dopo essere uscita dall’università a Teheran. Le hanno sparato alla nuca, di spalle, a distanza ravvicinata. Ai suoi genitori hanno negato il funerale, dopo aver trovato davanti all’università il suo corpo dentro un sacco nero, accanto a centinaia di corpi di altre/i giovani. «Non siamo ingenui – dice Arezu F. del movimento “Donna, Vita, Libertà” (il manifesto, 13/01/2026) –. Il regime non crolla in pochi giorni. Il nocciolo duro del potere regge ancora e mantiene intatto il proprio apparato repressivo, insieme a una forza economica riservata a pochi. La strada è lunga. Un intervento militare non servirebbe a nulla, né a cambiare il sistema né a difendere i manifestanti. Occorre pazienza: lavorare per lunghi scioperi nei settori chiave, portare i militari dalla parte della popolazione ed evitare di trascinare il Paese verso un futuro di conflitti dagli esiti imprevedibili». La strada è lunga ma sono le donne iraniane, insieme agli uomini, che la devono percorrere fino in fondo, memori del tradimento subito dalle loro madri da Khomeini, “il Messia”, dopo la rivoluzione del 1979. Cacciato lo scià, la rivoluzione, di cui le donne furono protagoniste, prometteva democrazia e libertà. Le donne ben presto si resero conto che, con la salita al potere dei militanti islamici, avevano portato al governo un regime che imponeva loro la sottomissione, in nome di Dio e del Corano. La ribellione fu immediata. Per l’8 marzo di quell’anno, centomila donne scesero in piazza per protestare contro l’obbligo dell’hijab e altre restrizioni islamiche. Molte manifestanti furono aggredite e ferite da gruppi di fanatici e paramilitari, sotto lo sguardo impassibile delle forze di sicurezza. Da allora la rivolta contro l’obbligo del velo non si è più fermata, inventando, di volta in volta, nuove pratiche di resistenza e di ribellione fino al 2022 quando la morte di Mahsa Amini, la giovane studentessa curda uccisa dalla “polizia morale” per aver indossato il velo in modo non conforme, determinò una svolta. Nacque il movimento Donna, Vita, Libertà il cui grido risuonò in tutte le piazze del mondo. A Teheran le donne nelle piazze sfidarono il regime, si tolsero il velo, si tagliarono ciocche di capelli in segno di protesta, la repressione fu feroce ma non fermò la protesta sostenuta dalle donne in tutto il mondo. Un sostegno mai venuto meno. Oggi, la piazza di Teheran non è più la piazza delle donne e forse è tempo per loro di andare via da lì – cosa che sta già accadendo – per vanificare il tentativo di Trump e Netanyahu che stanno cercando di appropriarsi della loro lotta per fini che nulla hanno a che fare con la loro libertà.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 18 gennaio 2026)

Maria Grazia Campari, nata il 30 agosto 1940 a Bologna e morta il 7 gennaio 2026, è stata avvocata civilista, specializzata in diritto del lavoro; per le donne svolgeva anche attività di diritto di famiglia, assistendole in separazioni, divorzi e affidamento di figlie e figli.

Ha fatto parte del gruppo giuriste del Tribunale di Milano, città in cui ha vissuto ed esercitato la sua professione, e ha collaborato con varie riviste e libri collettanei. Per la Libreria delle donne ha scritto con Lia Cigarini l’importante testo “Fonte e principi di un nuovo diritto” nel “Sottosopra oro” Un filo di felicità del 1989.

In seguito alle sue esperienze di pratica del processo e di assistenza alle vertenze delle lavoratrici (come la vertenza alle “conchiglie” dell’Alfa Romeo di cui racconta nella testimonianza qui sotto), in relazione con Luisa Cavaliere, Elettra Deiana e altre fonda il 23 novembre 1993 l’Osservatorio sul Lavoro delle Donne, associazione che nasce dalla constatazione dello scarto esistente tra la volontà femminile di protagonismo sociale e la sua realizzazione e dalla convinzione che tale scarto possa essere superato attraverso una pratica politica che produca autonomia delle donne. Attraverso la creazione e l’esercizio di pratiche di giustizia femminile si propone di promuovere l’acquisizione di libertà materiale e simbolica delle donne nel mondo del lavoro. L’associazione è stata attiva fino al 2004.

Socia della Libera Università delle Donne (LUD) di Milano, dopo il ritiro dalla professione si è trasferita a Firenze, dove ha fatto parte dell’associazione Rosa Luxemburg.

È stata intervistata e ha portato la sua significativa esperienza nel libro Mia madre femminista. Voci da una rivoluzione che continua di Marina Santini e Luciana Tavernini (Il Poligrafo, 2015), e qui la ripubblichiamo.

Crepe nel diritto: l’Osservatorio sul Lavoro delle Donne

Maria Grazia Campari

Alla fine degli anni Novanta, a Milano, alcune femministe diedero vita all’Osservatorio sul Lavoro delle Donne, un’associazione formata da giuriste, sindacaliste, lavoratrici.

Negli incontri, con le modalità dell’autocoscienza e mettendo in gioco il nostro sapere professionale, cercammo di svelare come la giustizia fosse organizzata in modo sessista e di individuare azioni e riflessioni per operare un cambiamento.

Inventammo una pratica del processo che si costruiva attraverso una relazione fra donne (cliente/avvocata/consulente scientifica), nel riconoscimento di autorevolezza e nella circolazione di sapere, per sostenere nel giudizio una pretesa sociale femminile, spunto per regole nuove, segnate (questa è la novità) dai soggetti dei due sessi.

Il diritto si presenta come un Giano bifronte: garantisce l’ordine vigente capitalistico-patriarcale, ma ha in sé un principio di trasformazione poiché afferma anche diritti umani, diritti di ogni persona di qualunque sesso o razza. Di qui la scommessa: le crepe garantiste dell’ordinamento potevano essere usate come fattore di modifica dei valori dati, utilizzando le pronunce delle corti di giustizia sui casi della vita. È la creazione del diritto vivente di origine giurisprudenziale e significative sperimentazioni si sono prodotte nell’ambito del diritto del lavoro. Ottenemmo dei successi quando realizzammo una diversa modalità di stare in relazione tra donne, anche nei conflitti sindacali.

Ricordo, ad esempio, il caso che portò alla modificazione dell’organizzazione del lavoro in un importante settore (le “conchiglie”) nel reparto fonderia dell’Alfa Romeo di Arese, in cui alcune operaie erano state inserite a seguito di assunzione in base alla legge di parità (L. 903/1977).

Molte di loro considerarono le mansioni e il reparto nocivi in modo insopportabile, malgrado fossero sempre stati sopportati (ovviamente malvolentieri) dai colleghi maschi e iniziarono un’agitazione e un processo di contestazione. Fu effettuato un sopralluogo da parte di esperti aziendali e sindacali, alla presenza dei legali delle parti.

La visione del reparto e delle “conchiglie” fu per me impressionante come quella di un girone infernale: si trattava di maneggiare manualmente bracci metallici che obbligavano a posizionarsi in prossimità dei forni in cui bruciava, senza apparente schermatura, un fuoco vivo. Pensai che chiunque, non solo le neoassunte, avrebbe dovuto scappare da quel luogo pericoloso.

Iniziò una vertenza sostenuta dal sindacato di zona e soprattutto da un delegato della CGIL staccato dalla produzione ed esperto del lavoro in fonderia. Dopo mesi di conflitti e di trattative, si trovò un accordo fra le parti che condusse alla robotizzazione del reparto: invece di insinuarsi in prossimità dei fuochi, si azionavano robot manovrando appositi comandi a distanza.

In questo caso il conflitto aperto dalla manodopera femminile, adeguatamente sostenuta dall’organizzazione complessiva dei lavoratori, aveva determinato un esito positivo per tutti.

Però questa pratica non si è diffusa a sufficienza per produrre le modificazioni che pure stavano a cuore a molte. Ciò è dovuto al fatto che apporti autonomi delle donne in conflitti sindacali, in cui erano coinvolte, non erano considerati un rafforzamento, ma un dato inquietante dagli esponenti maschili della forza lavoro. Va registrata anche un’insufficiente determinazione delle donne dell’Osservatorio rispetto al progetto che si erano date, io fra loro.

Si operò, se non una complicità inconsapevole, certo una sottovalutazione del fatto che l’alternativa fra quanto le donne ritengono desiderabile per sé e quanto gli uomini hanno stabilito per tutte e tutti, rende inevitabile un conflitto fra i sessi per l’attribuzione delle risorse e per l’autogoverno della propria vita.

(www.libreriadelledonne.it, 17 gennaio 2026)

Ogni romanzo è un sopravvissuto. A un editor goffo, a un editore stupido o stronzo o modaiolo, a una miseria del tempo in cui viene pubblicato, a una maledetta sfortuna e, prima di ogni cosa, al genere di chi lo ha scritto. La domanda che è sempre affascinante e ragionevole porci, quando leggiamo una scrittrice, è: lo avrebbe scritto così, se non fosse stata una donna? Fatto salvo che la differenza sessuale conta, assegna uno sguardo e un sentire (chi scrive si colloca con agio nel femminismo della differenza), e quindi la prima risposta è sempre no, c’è poi la più complicata questione di quello che a una scrittrice viene detto, consigliato, talvolta imposto di scrivere proprio perché è una donna. Le storie dei rifiuti editoriali dei capolavori di grandi scrittrici spesso costituiscono romanzo a sé, sebbene siano meno note e tracciate rispetto alle storie dei rifiuti editoriali subiti dai colleghi: quando si parla del fenomeno, e lo si fa nella sciagurata chiave «Coraggio, non desistere, anche Stephen King è stato messo alla porta», si rimanda quasi soltanto ai no assestati agli autori. Il rifiuto editoriale archetipico è sempre Il Gattopardo, mai Via col Vento.

Delle scrittrici, tuttavia, sono più intriganti le storie delle correzioni, i consigli che hanno dovuto ascoltare, gli snaturamenti delle loro opere. Alle scrittrici è successo di più che agli uomini, e in un modo preciso: dovevano dar conto di essere donne, e a lungo ci sono state cose che le donne potevano scrivere e cose che, invece, no, perché avrebbe nuociuto alla loro reputazione, perché avrebbe scandalizzato, perché avrebbe pervertito (aha!) adolescenze, etiche, ruoli. Se in molte hanno usato uno pseudonimo anche quando essere una donna è diventato, ai fini della pubblicazione, un bonus, è anche per non doversi sentir dire a quale categoria corrispondere: fino agli anni Settanta per pubblicare era tanto meglio essere (e/o scrivere da) morigerata borghese, santa, pettegola, guerrafondaia (Sibilla Aleramo non avrebbe probabilmente mai pubblicato se, ai suoi esordi, non fosse stata – non avesse scritto da – accesa interventista); ultimamente conviene aver subito quello che si racconta, soffrire di un qualche disturbo, avere un qualche cronico travaglio. È divertente che le più libere da questo giogo siano ora le autrici di romance, che non proprio a caso usano solo pseudonimi (Erin Doom, Felicia Kingsley, Stefania S.), visto che il romance è un genere al quale le autrici sono state relegate per decenni ritenendo che solo di quello potessero occuparsi e che quindi essere una scrittrice significasse fare romanzi rosa (era per smarcarsi da questo orribile sinolo che Morante ordinava di chiamarla scrittore). Per difficile che sia da immaginare, vista la mole di pubblicazioni, i rifiuti e le correzioni, anche autoindotte, a fini di performance, capitano ancora, e si intuiscono alla semplice lettura. Molta letteratura femminile contemporanea risente ancora del bisogno, tutto editoriale, di inscrivere una scrittrice nelle storie che racconta, e di decidere per quali storie di donne c’è o ci sarebbe mercato. Quanto sarebbe utile un esaustivo volume che raccontasse tutte le volte che una romanziera, dal 1726 al 2026 si è sentita dire «questa storia ti rappresenta?». Alarico Tassè, nome dietro cui è rimasta ostinatamente celata

l’autrice di alcuni dei racconti più precisi e spietati del ’900 italiano, Il topo Chuchundra (nel 1963 per Feltrinelli e nel 2017 per Elliot, grazie all’eroica Giulia Caminito), si astenne dallo svelare chi fosse e pure dallo scrivere altro per non doversi sedere a discutere con un editore. Per non dover dire «mi veda, sono brava», come fece per tutta la vita Dolores Prato, che esordì a ottantotto anni con il capolavoro Giù la piazza non c’è nessuno, falcidiato da un corposo taglio imposto da Natalia Ginzburg. Prato, che per decenni chiese e a volte supplicò, ma non cambiò mai una virgola, cedette solo con Ginzburg, perché era Ginzburg. […]

(La Stampa – TuttoLibri, 17 gennaio 2026)

«Tutti gli uomini, salvo poche eccezioni, e di qualunque classe sociale, considerano come un fenomeno naturale il loro privilegio di sesso e lo difendono con una tenacia meravigliosa, chiamando in aiuto Dio, Chiesa, scienza, etica e leggi vigenti che non sono altro che la sanzione legale della prepotenza di una classe e di un sesso dominante».

Le parole che avete appena sentito sono tratte da un discorso intitolato Il monopolio dell’uomo, che nel 1890 Anna Kulishoff fece al circolo filologico milanese, prima relatrice donna. A lei, a una figura centrale ma troppo spesso trascurata della storia politica e intellettuale italiana tra 8 e 900, è dedicato Con gli occhi di Anna, un podcast di Sara Poma, già autrice di altri lavori su alcune figure femminili rimaste ai margini del racconto pubblico.

Medica, socialista e femminista, Kulishoff ha legato in modo inscindibile la questione sociale e quella femminile. Nata nell’impero russo verso la metà dell’Ottocento, si formò tra Russia e Svizzera per poi scegliere l’Italia come luogo di impegno politico e professionale. Tra le prime donne laureate in medicina in Italia fu conosciuta come la dottora dei poveri per il lavoro svolto gratuitamente nei quartieri popolari di Milano.

Protagonista del socialismo riformista a fianco del suo compagno Filippo Turati, Kulishoff animò riviste e dibattiti e si batté per la tutela del lavoro femminile e per il diritto di voto alle donne, spesso anche contro le resistenze del suo stesso partito. A cent’anni dalla sua morte, molte delle questioni che pose restano aperte e continuano a interrogare il presente. Parliamo di Con gli occhi di Anna con la sua autrice, Sara Poma, curatrice di contenuti audio per Chora Media.

Allora, questo è uno di quei casi felici e fortunati in cui una ricorrenza, quindi un lavoro commissionato per questa ricorrenza, cioè il centenario dalla morte di Anna Kulishoff, mi ha permesso di scoprire una storia stupefacente.

Come tante altre persone, io conoscevo il nome di Anna Kulishoff, sapevo che era stata una femminista ante litteram che era legata al nome di Turati e di Andrea Costa, ma ignoravo completamente – nonostante viva nella sua città in cui ha vissuto, ha pensato, ha fatto cose importantissime – ignoravo le cose gigantesche che ha fatto e quanto sensazionale sia stata la sua vita. Quindi il podcast è nato così, come un progetto da inserire nell’ambito delle celebrazioni per il centenario dalla morte di Anna Kulishoff e per me è stato veramente un viaggio di scoperta importantissimo di una figura che, nonostante sia vissuta moltissimo tempo fa, ancora trovo attualissima e contemporanea.

In passato hai già raccontato alcune figure femminili forti che hanno vissuto ai margini della storia ufficiale, penso per esempio a Carla, una ragazza del Novecento, in cui racconti la storia di tua nonna basandoti sui suoi diari, oppure a Prima, in cui ricostruisci la vita della prima persona che si è dichiarata pubblicamente omosessuale in Italia nel ’72, o anche a Figlie, in cui racconti una storia personale legata alla dittatura argentina. In quale modo questo podcast su Anna Kulishoff dialoga con questi lavori precedenti e in quale modo invece se ne discosta?

Naturalmente non lo potevo sapere quando ho iniziato, ma in qualche modo la storia di Anna Kulishoff, il suo pensiero, è un po’ una matrice per tutto ciò che è la storia delle donne del Novecento. Le cose che lei ha pensato, ha cercato di mettere in pratica, in qualche modo hanno sicuramente influito nella vita delle donne che sono venute dopo di lei.

Citavi il primo podcast che io ho realizzato, ancora quando Chora non esisteva, e il mondo dei podcast era molto diverso da quello di oggi. Questo podcast che si chiama Carla, una ragazza del Novecento sulla vita di mia nonna, che è stata un’infermiera e ha trovato la sua emancipazione, liberazione attraverso proprio il suo lavoro di infermiera. Se lo riguardo oggi nella prospettiva di quello che Anna Kulishoff ha fatto per il lavoro femminile, per i diritti delle donne, vedo che sicuramente c’è un legame, così come anche per quanto riguarda Mariasilvia Spolato in Prima e per la storia di Figlie, che ha al centro la vita di un’architetta desaparecida durante la dittatura argentina.

Quelle sono persone, donne, che in modo diverso si sono battute e ne hanno pagato le conseguenze cercando di immaginare un mondo più giusto e più equo, cosa che ha fatto anche Anna. Quindi mi sembra, volendo tirare dei fili, devo dire che quei fili sicuramente riconducono alla storia di Anna, solo che quando ho lavorato a queste altre storie di fatto non lo sapevo. È stato proprio un viaggio di scoperta anche per me, quest’ultimo podcast.

Parli di scoperta, dal podcast emerge una figura molto complessa che tiene insieme femminismo, socialismo, la professione medica, anche una vita privata decisamente anticonformista. Preparandoti a questo podcast, cosa ti ha sorpreso di più e che cosa hai trovato più difficile da raccontare?

La cosa più sorprendente nel mio viaggio alla scoperta di questa figura è stato proprio il tema legato al suo essere socialista, proprio a questa parola, “socialismo”, una parola che a noi in Italia oggi riporta alla mente tutta una serie di cose che in qualche modo, per varie ragioni abbiamo deciso di dimenticare, di silenziare, ma l’essere socialista di Anna contiene tantissime cose. In primo luogo il suo pensiero femminista, la sua tensione verso le persone ai margini, le persone più bisognose, le persone verso cui ogni suo pensiero, ogni sua azione tendeva per cercare di immaginare una vita migliore.

E se dovessi dire, la cosa che mi porto a casa dopo aver esplorato questa storia è quanto questa parola “socialista” forse ce la dobbiamo riprendere in qualche modo. Forse va rivendicata in un mondo come quello di oggi. Guardiamo con tanta curiosità, attenzione quello che farà Mamdani a New York, quando vediamo e ci stupiamo tutte le parole anche molto pratiche e molto concrete che hanno un impatto sulla vita quotidiana delle persone sono legate al mondo socialista che guardiamo oltreoceano.

Io ho pensato che tutto viene da quella matrice, da quel pensiero di Anna Kulishoff e delle persone che come lei in quel momento lottavano per immaginare un mondo diverso, un mondo che poi si è scontrato con l’avvento del fascismo ma che rimane ancora estremamente vitale e a cui mi sono sentita di guardare con molta speranza. Questa è una storia che a rimetterla insieme in ogni suo pezzo, al di là dell’epilogo, che sicuramente è stato un epilogo tragico e ingiusto anche per quella che è stata la vita di Anna che si va a schiantare con l’avvento di Mussolini, però penso che sia qualcosa a cui riguardare oggi per nutrirci di speranza in un momento in cui sicuramente ne abbiamo tanto bisogno.

E quali sono gli aspetti del suo pensiero e delle sue battaglie che ti sembrano ancora oggi attuali?

Sicuramente tutto ciò che ha a che fare con l’impatto concreto sulla vita delle persone. La sua era una politica molto concreta che si rivolgeva soprattutto alle donne per tentare di migliorare la condizione femminile che all’epoca era una condizione disastrosa e terribile, perciò questo elemento di concretezza, di impatto reale, fisico sulla vita delle persone.

Lei oltretutto ha provato a portare avanti anche delle cose di cui stiamo discutendo ancora ora, per esempio il gap salariale: ne parlava più di cento anni fa e oggi si dice che ci vorranno centotrent’anni perché donne e uomini abbiano lo stesso salario; siamo ancora a questo punto però ci sono delle istanze che lei ha immaginato, portato avanti e cercato di rendere molto pratiche già alla fine dell’Ottocento.

Questa per me è stata una cosa veramente incredibile come tutto il suo lavoro di medica: lei per prima insieme alla società civile milanese che si formava in quegli anni ha capito che la medicina deve avere una funzione sociale, quindi in qualche modo anche lei si è inventata quello che oggi sono i consultori.

Certo lo faceva in modo clandestino e “punk” perché ricordo che le donne non potevano studiare, in alcuni casi. Lei è stata una delle prime donne a laurearsi in medicina e a voler praticare la professione di medica anche se non era possibile farlo e lei è riuscita a mettere in piedi questi luoghi dove le persone che avevano bisogno e non potevano permettersi le cure andavano e venivano ascoltate.

Prima di tutto questi sono i due elementi: la parte relativa alla cura delle persone e la parte relativa all’impatto veramente concreto nella vita delle persone sono le cose che più mi hanno colpito del suo pensiero e che trovo siano ancora estremamente attuali.

Nel tuo racconto fai entrare anche il tuo sguardo e il tuo processo di ricerca. Cosa significa per te raccontare la storia in questo modo e cosa speri che resti a chi ascolta?

Allora, a me piace moltissimo portare chi ascolta insieme a me in questo processo di scoperta perché credo che sia un modo per aumentare l’empatia verso la storia che sto raccontando, seguirmi genuinamente in questo processo di scoperta.

Io davvero partivo dal sapere veramente pochissimo di questa donna, mi sembra un patto di comunione e fiducia nei confronti di chi mi ascolta e credo che in qualche modo lo svelamento della storia così risulti più potente.

Quindi mi piace moltissimo quando racconto questo tipo di storie inserire anche tante parti di registrazioni in cui si sente lo sfogliare delle carte negli archivi si sentono i citofoni che vengono suonati o le porte che si aprono perché penso che diventi come dire un viaggio non solo per me ma anche fatto insieme a chi ha voglia di seguire questa storia insieme a me.

Ed è diciamo ormai una cosa che è più forte di me; non riesco a sedermi in uno studio e raccontare una storia leggendo un testo semplicemente.

Ci devono essere sempre queste parti che sono per me vitali per rendere questa storia più vera e più vicina e quindi anche in questo podcast ho voluto fare in questo modo.

(Il Mondo Cultura [podcast di Internazionale per abbonati], 17 gennaio 2026)