Da La Nuova Ferrara

The Dinner Party di Judy Chicago diventa l’opera simbolo della battaglia. Il suo tributo ai personaggi femminili della storia celebra anche Isabella d’Este

Se “The Dinner Party” di Judy Chicago può essere considerata, a detta di numerosi critici, l’opera artistica che meglio simboleggia il messaggio dell’arte femminista negli anni Settanta, anche Ferrara è presente in tale opera.

Fra le 39 donne che nella storia hanno più efficacemente rappresentato l’universo femminile figura infatti anche la ferrarese Isabella d’Este. Nata nel 1474, «Isabella liberale e magnanima», come la definì Ludovico Ariosto, fu reggente del marchesato di Mantova per quasi un anno durante l’assenza del marito Francesco II Gonzaga e per due anni durante la minore età del figlio Federico. Mecenatessa delle arti, ammirata anche per l’innovativo stile del vestire, venne considera «suprema tra le donne» da Matteo Bandello.

Il fermento Tornando agli anni Settanta, l’universo artistico – nonostante le spinte innovatrici del Sessantotto – si presentava, in Italia e nel mondo occidentale, come una realtà di impervio accesso per le donne. Al grido «Ribaltiamo il patriarcato!» le donne si destarono, sollevando un’ondata di proteste fino ad allora impensabile.

Dal Vecchio al Nuovo continente urlarono il loro dissenso contro chi le pretendeva subalterne, marginalizzate, indifese e silenti di fronte al dominio incontrastato del potere maschile che dettava legge. Dimostrarono invece di avere una forza non più nascosta, lottando per riscrivere la struttura non solo dell’arte ma dell’intera società partendo dalle fondamenta, con le artiste schierate in prima linea come promotrici e protagoniste del cambiamento.

Correva l’anno 1972, quando il sistema dell’arte iniziò a comprendere che le cose sarebbero

cambiate, anche se Judy Chicago (al secolo Judith Cohen) e Miriam Schapiro avevano già proposto il primo programma femminista. A partire dall’inizio del decennio i movimenti femministi avevano dato una robusta spallata alla realtà preesistente, puntando a cambiare radicalmente le vecchie regole del gioco. Le donne avevano trasformato quadri e sculture in gesti performanti, riportando l’attenzione su attività considerate secondarie come la ceramica o la scenografia teatrale, mettendo sotto accusa prassi, regole, convenzioni e assetti gerarchici cristallizzatisi nei decenni precedenti. Al grido ideale di “épater le bourgeois” avevano intenzionalmente disturbato la quiete della società perbenista, dimostrando all’opinione pubblica di non aver bisogno del permesso altrui per operare e di non essere figure secondarie in una società patriarcale superata dai tempi.

Fu proprio nel 1972 che Barbara Zucker e Susan Williams, volendo realizzare un luogo di

scambio, di confronto e di condivisione fondarono, nel cuore di New York, la Air Gallery, che costituì il primo “artist-run space”, come si evince dal ritratto del gruppo Air di Sylvia Sleigh. Ideata e realizzata dalle donne per le donne, la Air Gallery fu certamente la rampa di lancio per numerose artiste respinte da altre gallerie.

Come ricorda Zucker: «Non eravamo accettate dal mondo dell’arte, forse perché eravamo delle outsider. Quindi potevamo fare qualsiasi cosa ci pareva, e così abbiamo fatto. Ci eravamo date il permesso aveva detto no».

L’opera simbolo Se New York vedeva il fiorire di luoghi di aggregazione femminile fino ad allora sconosciuti, con la pubblicazione dello storico saggio di Linda Nochlin “Perché non ci sono state grandi artiste?” (“Artnews”, gennaio 1971), il dibattito raggiunse anche la West Coast. Il saggio, che diede vita alle discussioni sulla disparità di genere, ebbe notevoli ripercussioni come un robusto sasso gettato nell’acqua stagnante, al punto che, secondo l’iperbole utilizzata da Judy Chicago, “trasformò il mondo”.

Fu proprio Judy Chicago, trasferitasi dall’Illinois in California dove teneva corsi d’arte per donne al Fresno State College, a ideare – in collaborazione con Schapiro – un luogo di ritrovo per artiste dove lavorare in libertà. Nacque così il progetto Womanhouse: in soli due mesi un piccolo gruppo capeggiato da Judy e Miriam ripristinò un vecchio edificio abbandonato di Hollywood trasformandolo in uno spazio artistico di aggregazione femminile aperto a tutte le arti. La Womanhouse divenne così in breve tempo il principale laboratorio politico femminista della California.

Anche le artiste nere rialzarono la testa. Fra esse è degna di nota Faith Ringgold (che ci ha lasciato il 15 aprile 2024, a 93 anni) co-fondatrice del “Where We At” Black Women

Artists, un collettivo artistico femminile con sede a New York, associato al Black Arts Movement. Lo spettacolo inaugurale di “Where We At”, che presentava piatti soul (tipici della cucina afroamericana): fu presentato per la prima volta nel ’71 con otto artisti e fu ampliato a 20 nel ’76.

Quanto a Judy Chicago (che aveva scelto tale cognome in omaggio alla città natale ma, soprattutto, per compiere un gesto controcorrente) si era guadagnata un certo riconoscimento con le sue sculture minimaliste “a blocchi”. Una sua opera (“Rainbow Pickett), datata 1965, era stata esposta in una celebre mostra del ’66 al Jewish Museum Primary Structures. Judy fu una delle tre sole donne selezionate su oltre cinquanta artisti. È conosciuta soprattutto per la sua opera The Dinner Party (1974-1979), a cui hanno partecipato centinaia di volontarie, un tributo alla storia e alla memoria delle donne. Essa si presenta sotto forma di un grande tavolo triangolare, che comprende 39 posti apparecchiati, dove ogni posto rappresenta una figura storica femminile.

Fra le altre figure femminili sono rappresentate l’imperatrice Teodora, la regina Eleonora d’Aquitania, Artemisia Gentileschi, Georgia O’Keeffe, Emily Dickinson, appunto Isabella d’Este, Virginia Woolf e la suffragetta americana Susan Brownell Anthony, che disse «Non pagherò nemmeno un dollaro» al giudice che voleva multarla per aver votato in un periodo in cui l’espressione del suffragio per l’elezione del Congresso Usa non era consentita alle donne.

La performance

La nuova aria che spirava agli inizi degli anni Settanta non poteva lasciare insensibili di fronte a stupri e violenze di cui le donne erano spesso vittime silenziose, indotte sovente (come troppo spesso accade ancor oggi) a tacere per la vergogna, il senso di colpa o le regole convenzionali e familiari della società. Fra le artiste più sensibili a tale tema occupa un posto di rilievo Ana Mendieta.

Nata a Cuba in una famiglia dell’alta borghesia anticastrista, nel 1961, appena dodicenne approdò negli Stati Uniti con la sorella Raquelin. Dopo aver studiato al Liceo di Dubuque, nello stato dell’Iowa, si iscrisse nel 1967 all’Università del medesimo stato, seguendo corsi di arte primitiva e di culture indigene, nonché frequentando corsi di pittura e di arti intermediali. Motivata a combattere contro le ingiustizie subite dalle donne tramite la propria corporeità, si impose con la “Scena di stupro” del 1973. Dopo lo stupro e l’omicidio di Sara Otten, avvenuto nel suo stesso campus universitario, Ana chiamò studenti e docenti nel proprio appartamento per quella che sarebbe stata considerata una delle performance artistiche più visivamente traumatiche. Gli invitati arrivarono nell’appartamento di Mendieta e si trovarono dinanzi a una scena da brividi: una porta spalancata e una ragazza – Ana, che s’immedesimava in Sara – brutalmente denudata e sporca di sangue, esattamente come fu ritrovato il corpo esanime della studentessa assassinata. Lo scopo era evidente: Ana voleva sbattere in faccia ai presenti, alle autorità accademiche e all’intera società, lo stupro, la violenza e l’odio contro la donna.

Capì che occorreva sfruttare la potenza espressiva dell’arte con la presenza personale della performance per trasmettere un messaggio o una denuncia: in quel caso una condanna dello stupro e di ciò che ora definiamo femminicidio.

Femminicidio di cui, per un amaro quanto brutale scherzo del destino, fu forse vittima la stessa Mendieta, precipitata in circostanze controverse dal 34º piano nel settembre ’85 dopo una lite con il marito che fu processato ma, alla fine, venne assolto con una sentenza che suscitò molte perplessità.

Nel Belpaese E in Italia come andavano le cose? In una lettera inviata nel 1975 a Lucy Lippard, Ketty La Rocca illustrò le difficoltà e il pesante clima di un ambiente artistico segnato da forti disparità tra uomo e donna: «Ancora, in Italia essere una donna e fare il mio lavoro è di una difficoltà incredibile». La fatica di essere artista e donna di cui parla La Rocca, non era un malessere riconducibile all’individualità, bensì un fenomeno sociale, dato che a quel tempo la presenza femminile nelle grandi mostre, nei concorsi e nelle collezioni pubbliche e private era ridotta ai minimi livelli, rivelando una condizione di subalternità non più accettabile.

In questo quadro alcune artiste ripensano il proprio ruolo nella società e si decidono a rivendicare agibilità nei musei, nelle gallerie e nelle istituzioni, mettendo sotto accusa un sistema che le marginalizza, rivelandosi insensibile alle istanze dalle artiste donne, che non vengono adeguatamente sostenute neppure dai critici e dagli intellettuali più aperti. Siamo nel periodo dei “ghetti rosa”, come venivano chiamate ironicamente le mostre con presenze solo femminili.

Ma fortunatamente la lotta delle donne impegnate nell’arte vide protagoniste di elevato spessore come Lea Vergine, Annemarie Sauzeau Boetti, Romana Loda, Mirella Bentivoglio, Simona Weller e Carla Accardi. Ma, soprattutto, occorre citare Carla Lonzi, di cui è stato finalmente ripubblicato nel 2024 un testo fondamentale: “Taci, anzi parla. Diario di una femminista” 1972-1977, (editrice La Tartaruga).

Con la sua radicalità scuote lo stantio modo di pensare e l’immobilismo culturale di quegli anni, a partire dal luglio ’70, quando sui muri di Roma apparve il manifesto di “Rivolta femminile”, basato su un testo elaborato dalla Lonzi in collaborazione con Accardi ed Elvira Banotti.

A tale proposito vogliamo ricordare la mostra “Altra misura”, tenutasi dal novembre del 2015 al marzo 2016 nella Galleria Frittelli Arte Contemporanea di Firenze, nata dalle ricerche condotte per il libro “Arte, fotografia e femminismo in Italia negli anni Settanta” (Postmedia Books, 2013), che vedeva la presenza di Tomaso Binga, Diane Bond, Lisetta Carmi, Nicole Gravier, Ketty La Rocca, Lucia Marcucci, Paola Mattioli, Libera Mazzoleni, Verita Monselles, Anna Oberto e Cloti Ricciardi. Artiste che hanno usato la fotografia contro gli stereotipi di genere e i cliché tipici di una comunicazione inguaribilmente maschilista.

Quale messaggio ci trasmettono, infine, le artiste che si batterono mezzo secolo fa per la rivalutazione della figura femminile nell’arte e nella società? Un messaggio che suona come incitamento a continuare la lotta per l’affermazione del ruolo che compete alle donne nella società. Un ruolo non ancora pienamente riconosciuto nel mondo occidentale (per tacere di paesi in cui la condizione della donna è a dir poco umiliante), ma che otterrà il giusto apprezzamento se sapremo far tesoro dell’esempio personale e dell’audacia artistica che ci hanno lasciato in eredità le protagoniste degli anni Settanta.

Da il manifesto

Il libro di Giulia Cavaliere dedicato alla critica militante, curatrice e docente di Bologna che segnò culturalmente gli anni ’80, prima di essere uccisa a trentacinque anni

Se gli anni Ottanta continuano a popolare i nostri sogni e i nostri incubi – prova ne sia il successo internazionale della serie Stranger Things –, sarà perché probabilmente in quel decennio si nasconde un rimosso che non abbiamo indagato abbastanza. E di quel rimosso è senz’altro parte emblematica, in Italia ma non solo, una figura come quella di Francesca Alinovi, critica militante, curatrice e docente al Dams di Bologna, tragicamente scomparsa a soli trentacinque anni.

Diventata un caso di cronaca nera tra i più famosi e discussi, allo stesso tempo il lavoro critico di Alinovi è stato per troppi anni dimenticato dopo aver occupato una porzione importante della scena artistica e culturale a cavallo tra la seconda metà degli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta. Se qualche anno fa è stata Veronica Santi a raccontarla con il documentario I am not alone anyway (2017) e a riproporne gli scritti in una preziosa e indispensabile antologia curata con Matteo Bergamini (postmedia books, 2019), ora è Giulia Cavaliere a offrirci un ritratto sentimentale di una delle penne migliori della new wave italiana, in un prezioso libretto intitolato Quel che piace a me. Francesca Alinovi (Electa, pp. 96, euro 12) nella bella collana «oilà» curata da Chiara Alessi e dedicata alle protagoniste femminili della scena artistica e creativa contemporanea. Un ritratto che parte dalle stanze della casa in via del Riccio a Bologna, dagli arredi e dagli oggetti di uso quotidiano che sono traccia di una “forma di vita” specifica, ovvero di un paesaggio culturale che l’autrice ricostruisce velocemente (e minuziosamente), ricordando l’infanzia, l’adolescenza e poi la rapida crescita bolognese tra le aule del Dams e l’altrettanto veloce “scoperta” e “costruzione” della nuova scena artistica che si dipana tra la Bologna post-settantasettina e la New York dei graffitisti che, per prima, Alinovi raccontò sulle pagine di Flash Art, iniziando a fare la sponda tra l’Italia e l’America.

Ne viene fuori il ritratto di una protagonista assoluta della scena “alternativa” degli anni Ottanta, non quella della Transavanguardia e della “deflazione” generalizzata, ma quella che mantiene un legame ancipite con il Settantasette perché ne è figlia “anomala” e “puntuale” allo stesso tempo. Gli anni Ottanta di Francesca Alinovi, insomma, sono quelli di Pier Vittorio Tondelli e di Frigidaire, della new wave post-punk di Siouxsie Sioux, dalla quale mutua la pettinatura – nel salone «cult» Orea Malià di Marco Zanardi – per trasformarsi in linea con la sua scrittura e fare della sua attività saggistica una «critica-performativa» che oggi ispira la metodologia di molte giovani penne.

Se da un lato il libro di Cavaliere scopre anche il lato più intimo e privato di Alinovi, quello attraversato dalla solitudine e dalla mancanza, una condizione tipica del lavoro culturale contemporaneo, dall’altro fa emergere chiaramente come la ricerca creativa di quegli anni non possa essere ridotta a pochi nomi maschili, ma debba necessariamente essere riscritta a partire dalla pratica critica e curatoriale di questa “anomalia” che è stata Alinovi, tutta dentro e al tempo stesso fuori, ovvero sulla “frontiera” (suo tema prediletto) di quella scena culturale che ha contribuito a disegnare i tratti di un postmoderno che dobbiamo ancora comprendere fino in fondo, nella sua ambivalenza incantatrice, per riuscire a liberarcene davvero. L’autrice, in sintesi, ci restituisce una preziosa introduzione a una delle interpreti di quella che potrebbe essere una italian theory dell’arte ancora tutta da scrivere.

Da l’Avvenire

La Corte d’Appello di Bruxelles ha condannato lo Stato per crimini contro l’umanità, con l’obbligo di risarcire cinque donne meticce congolesi che sin da bambine erano state vittime di abusi

Quelle bambine non erano né bianche né nere, erano state sottratte alle loro famiglie d’origine e private dell’identità. Anche dopo l’indipendenza del Congo nel 1960 erano state cresciute nella discriminazione e poi abbandonate in mano alle milizie. La loro colpa era quella di essere nate da madri congolesi e padri europei. A quei tempi, i minori come loro venivano chiamati enfants métis e per il Belgio che aveva colonizzato il Paese alla fine del XIX secolo costituivano un problema da risolvere a ogni costo. Ma dopo decenni di silenzio quelle bambine hanno fatto causa allo stato belga per crimini contro l’umanità e al termine di una lunga battaglia legale hanno ottenuto una vittoria che potrebbe costituire un precedente significativo anche contro le altre ex potenze coloniali responsabili del feroce sfruttamento del continente africano. «La sentenza pronunciata dalla Corte d’Appello di Bruxelles (il 2 dicembre 2024, ndr) può essere definita storica, perché per la prima volta un tribunale nazionale ha condannato un paese europeo per crimini commessi durante il periodo coloniale» ci spiega Rachele Marconi, esperta in diritto coloniale dell’Università di Cagliari.

Al centro del caso ci sono cinque donne oggi settantenni originarie del Congo, Monique Bitu Bingi, Léa Tavares Mujinga, Noëlle Verbeken, Simone Ngalula e Marie-José Loshi. I giudici hanno condannato lo stato belga a risarcirle e a pagare un milione di euro di spese legali stabilendo che negli anni ’40 furono vittime di «rapimento sistematico» e di «segregazione». Come tante altre bambine e bambini figli di coppie miste, erano state separate con la forza dalle loro famiglie e rinchiuse negli orfanotrofi dallo stato belga che governava Congo, Burundi e Ruanda. All’epoca le unioni interrazziali erano all’ordine del giorno, sebbene agli uomini bianchi belgi non fosse consentito sposare donne africane, ma ancora più frequenti erano le situazioni in cui queste venivano usate come concubine. In entrambi i casi l’esistenza di migliaia di minori nati da madri congolesi e padri europei allarmava profondamente il governo, che li considerava una minaccia alla narrativa della supremazia bianca comunemente usata per giustificare il colonialismo.

Per risolvere quello che i funzionari belgi della prima metà del XX secolo chiamavano «il problema dei mulatti» lo stato mise in atto una politica sistematica volta a identificare e a segregare quei bambini strappandoli dalle braccia delle madri e costringendoli sotto la tutela dello Stato. Una politica resa possibile da due decreti promulgati alla fine dell’Ottocento dal famigerato re Leopoldo II – il satrapo che gestì il Congo come un suo feudo privato – e rafforzata dopo la Seconda guerra mondiale con una legge in base alla quale i bambini potevano essere allontanati dai genitori «per qualsiasi motivo».

Monique, Léa, Noëlle, Simone e Marie-José avevano dai tre ai cinque anni quando, tra il 1948 e il 1953, finirono nell’orfanotrofio di Katende, nel Congo centromeridionale, a centinaia di chilometri dai loro villaggi d’origine. Un luogo dove furono registrate con nuovi cognomi e false date di nascita, e poi costrette a crescere tra gli abusi, le violenze e le privazioni, riuscendo a ottenere la cittadinanza belga soltanto molti decenni dopo, in seguito a lunghe controversie legali. In anni recenti il Belgio ha cominciato a fare i conti con il suo passato coloniale, rompendo finalmente il muro del silenzio e dell’ipocrisia sugli orrori commessi in Congo a partire dalla fine del XIX secolo. La vera svolta è arrivata però soltanto nel 2018, quando l’allora primo ministro Charles Michel presentò le scuse ufficiali ai figli meticci della colonizzazione affermando che lo Stato aveva violato a lungo i loro diritti fondamentali. Monique, Léa e le altre ritennero però che quelle scuse non fossero sufficienti a ripagare i drammi che avevano segnato le loro vite e decisero di rivolgersi a Michèle Hirsch, un’avvocata di Bruxelles che aveva già rappresentato le vittime del genocidio in Ruanda, e dopo averle raccontato le loro infanzie segnate dallo sradicamento forzato, dalla fame, dalle violenze e dagli stupri, la incaricarono di intentare una causa contro lo stato belga. L’azione legale si sarebbe rivelata però subito in salita, e infatti nel 2021 il tribunale di primo grado respinse le loro istanze sostenendo che durante l’era coloniale l’allontanamento forzato e la segregazione non costituivano un crimine e inoltre che i fatti, risalenti al periodo compreso tra il 1948 e il 1961, erano anche soggetti a prescrizione.

Ma le cinque donne non si sono date per vinte e hanno portato avanti quella battaglia legale per altri tre anni. La loro determinazione è stata finalmente premiata alcuni giorni fa, quando la Corte d’appello ha ribaltato il verdetto di primo grado affermando che era stato violato il loro diritto all’identità e alla vita familiare causando loro gravi danni psicologici. Nell’illustrare la sentenza i giudici di Bruxelles hanno sottolineato inoltre che il Belgio aveva continuato a implementare queste politiche discriminatorie anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, quando il concetto di crimine contro l’umanità era già stato codificato dallo statuto del Tribunale di Norimberga. Lo stato belga è stato quindi condannato a risarcire le ricorrenti per le sofferenze causate dalla rottura del legame con la madre e l’ambiente domestico. Il risarcimento che otterranno sarà di appena 50mila euro ciascuna (loro stesse avevano scelto una cifra non ingente per limitare i rischi in caso di mancata condanna) ma dal grande significato simbolico. «Senza alcun dubbio questa sentenza costituisce innanzitutto un precedente importante in Belgio, dove si stima ci siano ancora decine di migliaia di ex enfants métis, i quali d’ora in poi saranno incentivati ad avviare azioni legali contro lo Stato belga per gli stessi abusi subiti», prosegue Marconi. «Ma la decisione dei giudici rappresenta anche un passo avanti molto significativo nel riconoscimento del diritto delle vittime del colonialismo a una riparazione per le ingiustizie subite».

Un caso simile ai danni di un’ex potenza coloniale si era verificato una decina di anni fa, quando i keniani sopravvissuti alla feroce repressione della rivolta Mau Mau degli anni ’50 avevano citato in giudizio lo stato britannico ottenendo infine un risarcimento dal governo di Londra. Ma in quel caso, precisa Marconi, non era stata raggiunta una decisione giudiziale: «L’Alta Corte di Londra respinse le argomentazioni del governo britannico, che preferì raggiungere un accordo con gli avvocati dei ricorrenti e pagare una ventina di milioni di sterline di risarcimento. Finora le ex potenze coloniali avevano riconosciuto al massimo una responsabilità morale o storica per i crimini commessi durante il periodo coloniale – mai una responsabilità di tipo giuridico – e quindi avevano sempre negato qualsiasi forma di riparazione alle vittime, sostenendo che all’epoca non esistevano norme di diritto internazionale che proibivano tali condotte nei confronti delle popolazioni».

L’avvocata Michèle Hirsch, che ha rappresentato in giudizio le cinque donne congolesi, ha dunque tutte le ragioni per definirla una decisione storica che potrebbe incoraggiare altre vittime di crimini coloniali a cercare giustizia. Ancora oggi le ferite di quell’epoca restano profonde e altri paesi dal passato coloniale come la Gran Bretagna, la Francia e la Germania affrontano da tempo richieste di risarcimenti per i crimini commessi dai loro imperi. Durante il lungo dominio del Belgio sui territori dell’attuale Repubblica Democratica del Congo, del Ruanda e del Burundi si calcola che circa 20mila bambini nati da coloni bianchi e donne nere locali siano stati colpiti dalle politiche di allontanamento forzato e segregazione. Anche secondo Rym Khadhraoui, ricercatrice di Amnesty International che ha seguito da vicino il caso alla Corte di Bruxelles, questa sentenza rappresenta un passo verso la definitiva assunzione di responsabilità da parte del colonialismo europeo.

da Domani

Donne che scrivono, donne che leggono, donne che vendono. Scrittrici, women-writer. Donne che vanno in America: alcuni di questi libri, oltre ad avere successo in Italia, volano più in alto dei premi italiani (che comunque vincono: L’età fragile, Donatella Di Pietrantonio, Premio Strega 2024 regular e Giovani). Giocano nel campionato dei grandi, quello di Elena Ferrante. Oh, yes, My brilliant friend dicono gli scrittori che passano da Roma. Non è che solo lo amano, lo mettono in esergo, lo indicano come ispirazione.

[…]

Il festival Multipli Forti*, promosso dall’Istituto italiano di cultura a New York e curato da Maria Ida Gaeta, riunisce alcune tra le principali voci della letteratura italiana contemporanea. Fra gli ospiti dei prossimi incontri (14-16 gennaio) ci sono molti nomi di scrittrici.

Donatella Di Pietrantonio, già da tempo molto amata negli Stati Uniti, dove L’arminuta è A Girl Returned, con la traduzione di Ann Goldstein (traduttrice di Ferrante). Ma ci saranno anche due esordienti, una è Aurora Tamigio, che con Il cognome delle donne (Feltrinelli, 2023) è stato un caso editoriale enorme, ambientato nella Sicilia di inizio Novecento, e potrebbe parlare anche all’incessante ricerca di radici di molti lettori americani.

Riequilibrare

Si parla del successo di queste scrittrici con un ragionamento dedicato solo perché storicamente le voci femminili sono sempre state marginalizzate, escluse dal canone, a volte proprio cancellate (possiamo ricordare L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, che è stato in un baule per decenni perché non trovava un editore) e non perché pensiamo siano una moda (non noi, qualcuno lo pensa) è un riequilibrare, più che un ribaltare. Un vendicare molti premi mancati (nel periodo dal 2003, Vita di Melania Mazzucco, al 2018, La ragazza con la Leica di Helena Janacezek, il premio Strega è stato vinto solo da uomini, cosa che nessuno ha trovato singolare e su cui nessuno ha scritto articoli.

La curatrice Maria Ida Gaeta, dice: «Mi sono trovata a scegliere più donne che uomini, semplicemente perché per raccontare la scena contemporanea, i generi, le scritture in corso, erano significative le scrittrici». All’interno di questa contemporaneità, «ci sono, anche in Italia, le voci di seconda generazione, Nadeesha Uyangoda, Djarah Kan, Cristina Ali Farah. Anche questo era un ponte con una letteratura che esiste anche lì». Il concetto di creare un ponte implica anche la precisa scelta di associare voci che fanno parte di un canone a voci giovani: «Un anno in cui c’erano Walter Siti e Fumettibrutti che hanno due modi diversi di raccontare la stessa cosa». E sul valore dello scambio: «fare un festival vuol dire portare in un altro paese non lo scrittore singolo, con il suo libro, ma riuscire a creare attenzione su un panorama di narrativa e poesia italiana. Anche grazie alla presenza dei traduttori americani e dei legami con le università».

Il paese delle lettrici

In Italia, il 72 percento dei lettori sono donne. Non so se è ancora vera la regola per cui le donne leggono libri scritti sia da autori che autrici mentre i lettori maschi non leggono libri scritti da donne, forse è per essere sollevati da quest’imbarazzo che molti uomini hanno smesso di leggere del tutto? È vero ancora che leggono più saggi che romanzi, perché sono più seri e “almeno si impara”, come li sentivo dire alla macchinetta del caffè in ufficio? Avranno compreso, quei giovani pubblicitari, il senso dell’arte? Quest’anno la critica tedesca Anna Vollmer ha detto che a leggere i libri italiani si ha l’idea di un paese popolato di donne con fattezze di strega che abitano in luoghi remoti, ci si sorprende a vedere che anche in Italia ci sono i cellulari, una citazione rimbalzata sui social che credo sia indicativa di una cosa che pensiamo noi.

È vero che la contemporaneità è perlopiù esclusa dalla letteratura italiana recente, e non si capisce perché, la mia idea è che sia un problema più generale del paese che si guarda solo indietro in modo pericolosamente nostalgico, e in cui il mercato di una lingua “piccola” sia particolarmente conservatore: se funziona una cosa, non possiamo permetterci di fare gli sperimentatori come possono fare gli americani, in cui anche un romanzo di nicchia può avere un conto economico positivo.

Vivere nel presente

Anche nella letteratura italiana ci sono delle eccezioni e cioè autrici particolarmente orientate al presente, oltre quelle citate da Gaeta, alcune saranno a New York questo gennaio: Emanuela Anechoum, di cui ho amato il romanzo d’esordio Tangerinn (e/o) che racconta una giovane donna italiana che vive a Londra e il suo rapporto con il padre immigrato, e il suo bar in Calabria, Tangerinn.

Per scrivere un libro contemporaneo mi sembra si debba vivere più nel presente che nei libri. Faccio fatica a pensare che Sally Rooney non viva nelle stanze in cui persone simili ai suoi personaggi (gli ultimi hanno ventitrè e trentatrè anni) parlano, giocano a scacchi, fanno sesso. Anechoum ha “vissuto” con quella coinquilina londinese che fa la liberal, ecologista, anticlassista, ma vive in un appartamento ereditato dalla nonna al centro di Londra, e vede nella protagonista un progetto da plasmare non una pari. Interessante narrativizzazione dei rapporti di classe e di potere fra donne. Gabriella Dal Lago, una voce giovane, scrive sia romanzi sia critica culturale sia non-fiction (Le più brave, Einaudi, Quanti). Muoversi tra varie forme è di per sé un approccio contemporaneo.

C’è anche da fare una riflessione sulla “storia”, cioè la trama. Da cui anche il romanzo letterario non riesce ad uscire, e alcuni ne avrebbero beneficiato. C’è il timore che senza storia il lettore non prosegua la lettura. E allora come spiegare il successo del saggio narrativo come genere? Olivia Laing (Il giardino contro il tempo, Il Saggiatore) non è di nicchia.

Dal Festival sono passate anche Giulia Caminito, che ha scritto del presente nel suo tema forse più pressante, l’ansia di vivere, la precarietà, in Il male non esiste (Bompiani) e Antonella Lattanzi, che è riuscita a ridefinire i confini del memoir in modo letterario e travolgente, creando qualcosa che non esisteva (Cose che non si raccontano, Einaudi). E Carmen Pellegrino, un’autrice con un forte carattere di ricerca stilistica.

Può sembrare limitante parlare di scrittura considerando il genere di chi la fa, ma è un antidoto allo standard appiattito sul maschile, e cioè che considera la produzione degli autori maschi il metro di ciò che è valido e letterario. Tante storie non sono state conservate, pubblicate, trasmesse, anche Una donna di Sibilla Aleramo (1906) ha rischiato di non vedere la luce, perché si pensava che il pubblico non fosse interessato. Era solo la storia di una donna. Il pubblico non interessato è spesso la scusa per non rischiare, poi Una donna è stato un caso editoriale, ha venduto molto in Italia e ora, naturalmente, è molto amato in America.

(*) La quarta edizione del Festival Multipli Forti si è tenuta a New York dal 14 al 16 gennaio. Promosso dall’Istituto Italiano di Cultura, è curato da Maria Ida Gaeta.

Da il manifesto

Nelle sale dal 16 gennaio il film pluripremiato sulla violenta occupazione in Cisgiordania. La lotta per difendere la propria casa, i diversi destini oltre i check point

«Gli israeliani hanno chiuso le nostre scuole, ci hanno tolto l’acqua e questo per mandarci via dalle nostre case e costruire insediamenti illegali e avamposti che violano ogni diritto internazionale». Sono chiare e dirette le parole scelte da Basel Adra, regista e giornalista palestinese classe 1996, nel ritirare a Lucerna lo scorso dicembre il premio per il miglior documentario agli Efa (European Film Awards). No Other Land, che Adra ha realizzato insieme a Hamdan Ballal, Yuval Abraham e Rachel Szor e che uscirà nelle sale italiane giovedì 16 gennaio grazie a Wanted, è altrettanto pregnante. Mostra la storia del villaggio di Masafer Yatta, in Cisgiordania, attraverso gli occhi di Adra che lì è nato e cresciuto, e quelli di Yuval Abraham, giornalista israeliano nato a Gerusalemme nel ’95 che, dopo aver studiato l’arabo, ha modificato radicalmente il proprio modo di vedere. Le ingiustizie sono ora palesi per lui come lo è la violenza del governo israeliano, che da un momento all’altro interdice l’accesso a strade e abitazioni, appropriandosene e rendendo «abusiva» la vita di prima, con l’ausilio di una subdola propaganda.

Nel film, il giovane Adra si ricorda di quando, piccolissimo, suo padre lo portava alle manifestazioni per difendere un diritto che sembrerebbe scontato: quello di abitare nella propria casa. La resistenza è insomma nel dna di famiglia, tanto quanto l’avanzata di quei bulldozer che arrivano a spazzare via le costruzioni e gli oggetti di una vita, a volte uccidendo chi si oppone. Lo stato israeliano vorrebbe in quel territorio una base militare, e non c’è verso di convincerlo a desistere dalla sua fame di conquista. Eppure la comunità di Masafer Yatta non abbandona la sua terra, anziani e bambini dormono nelle grotte mentre i giovani ricostruiscono di notte. In effetti non c’è altra scelta: come recita il titolo, non c’è «alcuna altra terra» dove andare.

I giovani del villaggio accolgono Abraham, nonostante abbia la stessa nazionalità degli occupanti, e lo coinvolgono nella loro opera di ricostruzione notturna, quasi un fare e disfare la stessa tela senza alcuna speranza all’orizzonte. Il rapporto di amicizia che nasce tra Abraham e Adra misura la vicinanza e la distanza tra due ragazzi coetanei, entrambi con studi alle spalle, interessati al giornalismo e alla divulgazione.

Yuval è impaziente, vuole documentare tutto pensando che questo basterà a innescare un cambiamento; Basel è abituato invece alla lentezza di una resistenza che non si piega, perché «va avanti così da decenni». Abraham però può rientrare dall’altra parte, attraversare i check point – punti di passaggio «solo per israeliani» – scegliere di fare della sua vita ciò che desidera. Adra è bloccato a Masafer Yatta invece, ha studiato legge, ma cosa se ne fa del suo titolo?

Una discrepanza messa in luce anche dal discorso alla Berlinale, dove il film è stato presentato la prima volta l’anno scorso. I due giovani sono saliti insieme sul palco per ritirare i premi vinti, quello per il miglior documentario e il premio del pubblico. Abraham ha affermato: «Siamo qui ora di fronte a voi, io e Basel, e abbiamo la stessa età. Io sono israeliano, Basel è palestinese. E tra due giorni torneremo in una terra dove non siamo considerati uguali. A differenza di Basel io non vivo sotto una legge militare. Viviamo a trenta minuti di distanza, ma io ho diritto di voto, Basel no. Sono libero di muovermi dove voglio in questa terra, mentre Basel, come milioni di palestinesi, è bloccato nella Cisgiordania occupata. Questa situazione di apartheid, questa ingiustizia deve finire». Parole ancora una volta molto chiare, che sui media tedeschi sono state però bollate come antisemite. Vedere un giovane palestinese e uno israeliano lottare per lo stesso obiettivo deve aver incrinato le certezze di alcuni. Un paradosso fortunatamente non recepito dalla Academy, che ha incluso No Other Land nella shortlist per il Miglior documentario nella prossima edizione degli Oscar. Un ulteriore riconoscimento per un film che ha fatto incetta di premi, dall’Idfa al festival di Vancouver, da Cph: Dox a Visions du Réel.

Nel “galleggiare” che caratterizza la vita di Adra, emerge il rapporto con la telecamera, che già il padre utilizzava per riprendere le lotte: tracce di un villaggio che non c’è più, immagini del passato che testimoniano la vita e la sua tenacia – proprio ciò che si vorrebbe distruggere – così come quelle girate dai quattro giovani nel 2020. Cinque anni dopo a Gaza c’è un genocidio, ma quella immortalata da No Other Land è già guerra a tutti gli effetti, una prevaricazione insopportabile che non può non chiamarci in causa. «A Gaza – ha dichiarato Adra agli Efa – c’è attualmente una pulizia etnica che nasce da una precisa scelta: quella di non firmare nessun accordo di cessate il fuoco in cambio della libertà degli ostaggi israeliani ancora brutalmente detenuti».

Da il manifesto

Ha compiuto ieri 78 anni Franca Viola: nata ad Alcamo, provincia di Trapani, è stata la prima donna in Italia a rifiutare pubblicamente un matrimonio riparatore. Il 26 dicembre 1965, a quasi diciannove anni, era stata rapita e segregata per otto giorni dall’ex fidanzato, Filippo Melodia, venticinquenne rampollo di una famiglia mafiosa locale che non accettava la fine della relazione. Durante la prigionia subì violenze fisiche e psicologiche, mentre i parenti di Melodia cercavano di imporre ai suoi genitori la paciata, accordo volto a pacificare la vicenda con le nozze riconciliatrici.

All’epoca l’articolo 544 del codice penale prevedeva che il matrimonio cancellasse i reati di sequestro e violenza carnale, proteggendo l’aggressore. Non solo: per il senso comune dell’epoca l’“onore” perduto della giovane donna e della sua famiglia veniva così “ripristinato”. Non restava che sposare lo stupratore, ma Franca Viola disse No. Il suo rifiuto è stato un gesto rivoluzionario che ha scosso l’opinione pubblica, avviando un acceso dibattito che molto più tardi, nel 1981, è culminato nell’abrogazione di quella norma odiosa. «Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce», aveva dichiarato la donna.

Parole che risuonano terribilmente attuali: riecheggiano quelle pronunciate di recente dalla francese Gisèle Pelicot, quasi coetanea di Franca Viola. Sedata e abusata per anni dal marito e decine di altri uomini, ha affermato che «la vergogna deve cambiare lato». Una frase diventata subito un potente slogan femminista perché svela un retaggio culturale duro a morire: l’idea che “colpa” e “vergogna” debbano ricadere su chi subisce le violenze. Anche Gisèle ha scelto di affrontare la questione con il coraggio di un processo pubblico riecheggiando un principio chiave del femminismo: il personale è politico.

“Onore” è tuttora un concetto evanescente. A differenza di altre parole a cui spesso si associa – onestà, integrità, moralità – viene sancito solo da sguardo e giudizio altrui. Ma è soprattutto il suo rovescio – il marginalizzante “disonore” – ad avere una connotazione spettrale: il peso insostenibile della vergogna pubblica, la diffamazione, il venir meno non solo della propria rispettabilità, ma del buon nome dell’intera famiglia. Dinamica che spesso, come un’ombra, si estende sull’intera comunità. Quando la buona reputazione è legata alle aspettative che una determinata società ha sui comportamenti considerati appropriati per le donne, si innesca quel legame fatale tra onore e genere in nome del quale si agisce la violenza. Un capitolo tutt’altro che concluso. Anche in Italia.

In diversi paesi europei con il termine honour-based violence si indicano un insieme di forme di violenza di genere con specifiche caratteristiche. La definizione non è un vezzo, nominare le cose aiuta a farle uscire dall’oscurità. E infatti la violenza basata sull’onore è fenomeno sommerso, di cui si ha poca contezza, che oggi avviene soprattutto all’interno di alcune comunità di origine straniera e in contesti familiari con forte controllo patriarcale. Ne sono esempio matrimoni forzati, mutilazioni genitali femminili, aborti forzati (compresi quelli selettivi), femminicidi d’onore e in generale il controllo del corpo e dei desideri delle donne, le aspettative costruite sui loro comportamenti.

Secondo un rapporto di Action Aid ogni anno nel mondo almeno 12 milioni di minori o giovani donne rischiano di subire un matrimonio precoce e forzato. In Italia, dove il matrimonio forzato è stato inserito come reato all’interno del Codice Rosso solo nel 2019, non abbiamo dati sufficienti. Nel 2023 la polizia ha raccolto 28 denunce, ma sono numeri opachi. Si stima che ogni anno siano a rischio 2mila bambine e ragazze (Action Aid).

La violenza legata all’onore viene agita soprattutto contro ragazze straniere o di origine straniera, come nel caso del femminicidio di Saman Abbas, la diciottenne italiana di origine pakistana strangolata dai propri familiari nel 2021 perché aveva rifiutato un matrimonio combinato e gettato, secondo loro, “disonore” sulla famiglia. Ne parla il documentario @italiangirl – La storia di Saman Abbas (2024) di Gabriele Veronesi e Luca Bedini, che ricostruisce la vicenda attraverso voci diverse e complementari: imam, parroco, forze dell’ordine e una giovane che ha vissuto una situazione simile.

Tiziana Dal Pra,attivista e fondatrice dell’associazione Trama di Terre, più volte chiamata in causa nel documentario, mette spesso in guardia dalla polarizzazione su questi temi. Da un lato c’è chi evita di parlarne temendo accuse di islamofobia o di stigmatizzare intere comunità, dall’altro chi strumentalizza tragici eventi per alimentare xenofobia e razzismo. Le recenti dichiarazioni del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara rappresentano l’esempio perfetto di tale deriva. Durante l’inaugurazione della Fondazione Giulia Cecchettin, ha negato l’esistenza del patriarcato e collegato l’aumento della violenza di genere alla presenza in Italia di stranieri irregolari. Come insegnano i movimenti femministi la violenza di genere è un fenomeno strutturale e trasversale, che attraversa culture, confini, tempi e luoghi. Invero c’è un tratto che accomuna gli aggressori: non la nazionalità, ma l’intima conoscenza delle oppresse. Stupratori, aggressori, assassini nel 90% dei casi sono mariti, compagni, padri, ex. Hanno le chiavi di casa.

C’è un’espressione che attraversa storie, luoghi e generazioni come un filo rosso: la paura, o forse l’ossessione, del giudizio altrui. Cosa dirà la gente (Hva vil folk si) è il film del 2017 di Iram Haq, racconta la storia di una ragazza norvegese di origine pakistana accusata dal padre di aver portato vergogna sulla famiglia. Come punizione viene deportata in Pakistan e segregata dagli zii per essere “rieducata”. Parole che riecheggiano una vecchia storia, quella di Lucia Galante, costretta dai genitori a sposare un uomo che non amava. Anni di violenze non erano bastati a spezzare quel legame imposto, perché «Sono gli uomini a decidere. O meglio, è il loro pregiudizio sul giudizio degli altri: “Mo la gente ch’ dic?”». Lucia decise infine di fuggire con l’uomo che amava. Dalla loro unione è nata Maria Grazia Calandrone, che ricostruisce la vicenda familiare nel romanzo Dove non mi hai portata (Einaudi, 2022). Ma la storia ha un epilogo tragico: il 24 giugno 1965, sopraffatti da pressione sociale e stigma, i genitori di Maria Grazia si tolgono la vita gettandosi nel Tevere, lasciando la figlia di appena otto mesi nel parco di Villa Borghese, a Roma.

La vicenda di Franca Viola si svolge solo sei mesi dopo, alla fine del 1965, quando rifiuterà il matrimonio forzato con grande coraggio, ma anche con la fortuna di avere il sostegno del padre, aprendo così una strada di riscatto per molte altre donne. Come ricorda Calandrone, la sua storia familiare non è un’eccezione: anche senza epiloghi tragici, storie simili hanno segnato la vita di molte famiglie italiane. Quella dinamica di controllo e giudizio sociale riguarda il presente di molte. Donne di origine afghana, pakistana, bengalese, nigeriana, ivoriana, come racconta il libro Femminicidi d’onore. Dal processo «Saman» ai diritti negati delle donne migranti (a cura di Ilaria Boiano e Isabella Peretti, Futura Editrice, 2024). O come testimonia Lilith, una donna bengalese che sotto pseudonimo ha voluto raccontare la sua storia di resistenza e salvezza Le femmine e i cani non possono entrare (Terre di Mezzo, 2023).

Dobbiamo molto a Franca, Gisèle, Lucia, Saman, Lilith e a tutte le donne che si sono ribellate. Le loro battaglie sono, in fondo, la stessa battaglia: quella per libertà e autodeterminazione. Come ricorda Dal Pra, questa va condivisa da donne native e migranti, unite contro ogni violenza.

L’autrice coordina il progetto Fatima2 per Arci nazionale.

Da il manifesto

La cella, la piccola finestrina in alto, il raggio di luce, l’insonnia, l’auto-rimprovero e quel martellio del pensiero, diventeranno un ricordo nella memoria di Cecilia Sala. Il carcere di Evin rimarrà là, imponente, con i suoi abitanti, con le loro storie e dolori, con centinaia di intellettuali, scrittori, giornalisti, artisti e attivisti colpevoli delle loro idee, col grigio del carcere che tenta di sbiadirne i colori. Per loro il dramma si consuma anche dopo la liberazione: rinunciare o rischiare di tornarci. Chi abbandona il paese salva la voce ma porta con sé la ferita del taglio delle radici, che non si rimarginano mai.

I molti attivisti e giornalisti iraniani gioiscono insieme all’Italia per la liberazione di Cecilia Sala, ma sanno che la strada per l’affermazione della libertà di parola e di opinione nel loro paese è lunghissima e piena di insidie. Scrivere sull’Iran e sulla Repubblica islamica non è mai stato facile, né per chi risiede nel paese né per chi non si accontenta di rimanere dietro la sua scrivania e osservare il paese da lontano. Per fortuna, nonostante tutto, nel panorama dell’informazione e dell’arte iraniana palpitano numerosi talenti che fanno salti mortali per conservare la loro integrità morale, essere critici e onesti senza cadere nella rete della censura del sistema.

Ma alcuni rischiano di non tornare più. Quando Cecilia Sala lasciava il carcere di Evin dopo 21 giorni di prigionia, arrivava la notizia che la Corte suprema aveva confermato la condanna a morte di Pakhshan Azizi, attivista per i diritti delle donne e assistente sociale. Azizi era stata condannata dal Tribunale rivoluzionario di Teheran il 24 luglio con l’accusa di «ribellione armata contro lo Stato» e per il suo coinvolgimento in gruppi di opposizione al regime. L’accusa di appartenenza ai gruppi separatisti curdi o beluci è ripetutamente utilizzata dai tribunali iraniani per non provocare empatia tra la popolazione.

Azizi, nata a Mahabad, nell’Iran nord-occidentale, fu arrestata per la prima volta nel 2009 durante una manifestazione di protesta degli studenti curdi dell’Università di Teheran contro l’esecuzione di un prigioniero politico curdo. Dopo quattro mesi di detenzione fu rilasciata su cauzione. All’epoca era una studentessa di scienze sociali presso l’Università Allameh Tabatabai di Teheran. In precedenza aveva collaborato con associazioni non governative attive nel campo sociale e in quello delle problematiche relative alle donne.

Nel 2008 faceva parte di un gruppo che conduceva ricerche e studi sul tema della «circoncisione femminile». Insieme a un gruppo di attiviste per i diritti delle donne nel Kurdistan iracheno, e in collaborazione con alcune ong e il governo della regione del Kurdistan, raccoglie informazioni significative su questo tema. Si trasferì nel Kurdistan iracheno dopo aver completato gli studi e iniziò a collaborare con associazioni femminili coinvolte nelle attività sociali. Nell’autunno del 2014 si recò nel nord della Siria, nella città di Qamishli, per prestare aiuto nei campi dei rifugiati, assistendo donne e bambini traumatizzati.

Nell’estate del 2023, dopo circa dieci anni, tornò in Iran per incontrare la sua famiglia. La mattina del 5 agosto fu arrestata insieme al padre e ad altri due membri della sua famiglia. Fu sottoposta a interrogatori presso l’intelligence detention center prima di essere trasferita al reparto 209 della prigione di Evin e successivamente al reparto femminile. In una sua lettera pubblicata dai media Kurdpa riferì che le avevano legato le mani dietro la schiena e le avevano puntato un’arma alla testa.

Nessuna delle obiezioni sollevate riguardo al suo caso ha ricevuto attenzione dalla Corte suprema, scrive l’avvocato dell’attivista Reisiian: «La Corte non ha preso in considerazione che le sue attività nel nord della Siria, nei campi dei rifugiati di Shengal e in altri campi dei rifugiati della guerra contro Isis, sono state azioni pacifiche, senza alcun aspetto politico, finalizzate ad aiutare le vittime degli attacchi di Isis», conclude l’avvocato.

La premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, in congedo per malattia dal carcere di Evin, ha scritto sul suo account Instagram: «Con l’esecuzione di una “donna prigioniera politica” il regime vuole punire il movimento di Donna, Vita, Libertà. Gli iraniani, i sostenitori della libertà in tutto il mondo, le organizzazioni internazionali per i diritti umani e le Nazioni unite devono unirsi contro la politica delle esecuzioni. È nostro dovere non rimanere in silenzio».

Da il manifesto – La scena, che se non ho capito male durerebbe parecchi minuti, sarebbe stata girata dalla telecamera posta sull’elmetto del soldato ucraino. Uso il condizionale perché lì per lì non ho avuto la forza di guardare immagini che venivano descritte come molto cruente. Ma poi quando l’ho fatto, mi sono reso conto che non si trattava della riproduzione integrale del filmato, ma – su diversi giornali – di brevi sintesi con una serie di “fermo immagine” e sottotitoli, con audio alterato, oppure di una altrettanto breve sequenza finale, con audio originale e sottotitoli in russo, credo, e in inglese.

E alla fine del video succede qualcosa che ha impressionato chi ne ha scritto. E anche me. Il soldato ucraino è a terra, colpito a morte, ma ha ancora le energie per chiedere al russo di lasciarlo morire in pace e da solo. Così racconta dialogo e immagini Francesco Battistini sul Corriere: «“Fermo… non toccarmi più. Lasciami andare tranquillo… Per favore, vattene via… Voglio morire da solo…”. Il russo s’alza barcollando, stremato. “Grazie…” sussurra l’ucraino: “Sei stato il miglior combattente del mondo. Arrivederci, sei stato il migliore”. Tra nemici che parlano la medesima lingua – continua Battistini – tra soldati che conoscono la medesima guerra, ci si capisce. Il russo si sposta, lascia al nemico l’onore della solitudine: “Hai combattuto bene”, gli riconosce prima di andarsene».

Dopo le scene di violenza efferata ecco riemergere qualcosa che ricorda gli antichi sentimenti “cavallereschi”, e in rete ho trovato qualche commento che si aggrappa a questo per sperare in un condiviso ripudio della violenza bellica.

Ho anche letto che in Russia sarebbe stato diffuso il volto del soldato eroicamente vincitore. Sarà tutta una montatura propagandistica? Eppure la prima frase nel video è quella dell’ucraino che grida «Sei venuto a invadere casa mia!». I propagandisti russi l’avrebbero lasciata, o inserita?

Forse oggi bisogna rassegnarsi a chiedersi se anche un falso ci comunica qualche verità importante.

Ora sembra improvvisamente chiaro per molti e molte che la guerra in Ucraina, di fatto ignorata dai più finché sembrava riguardare il solo Donbass, è una carneficina assurda e che solo un serio negoziato – cioè un confronto disposto a riconoscere anche qualche ragione nella parte avversa – può cercare di ricomporre il conflitto.

Diventa più “facile” riconoscere l’orrore della guerra? L’orrore dell’intelligenza artificiale che detta all’esercito israeliano quante decine o centinaia, migliaia di innocenti possono essere eliminati per uccidere i nemici combattenti e i loro capi. L’orrore di un corpo a corpo tra due uomini che parlano la stessa lingua.

Cosa che definisce il mostro di una guerra fratricida dentro un confronto globale tutto giocato sulla pelle dei soldati e dei civili ucraini e dei soldati russi, ora con l’appoggio di alcune migliaia di nordcoreani (al centro anche loro di racconti più o meno propagandistici a base di orrore).

Le immagini, le interpretazioni, di questo “duello”, mi confermano nell’idea che alla radice della capacità, se non del desiderio e del piacere, di combattere per uccidere giocandosi la vita c’è qualcosa di intimamente legato all’essere maschi, e alla cultura patriarcale che non vuole morire.

Da qui bisognerebbe partire.

Da il manifesto – È che noi abbiamo visto a Roma, alla stazione Ostiense, le panche in marmo da cui affiorano cilindri di acciaio, così che non ci si possa stendere su. E ci ricordiamo il vicesindaco di Trieste che si vantava di aver gettato gli abiti dei senza fissa dimora.

Addirittura ci ricordiamo di quando la Villa Comunale di Napoli era aperta, cioè con il suo impianto originario di passeggiata a mare, come ricordiamo quando nel 1999 fu commissionata all’atelier Mendini una cancellata, una “cancellata” con dei cancelli chiusi, cioè non a delimitarne l’area, ma proprio a chiuderla.

Così le notizie che si richiamano dai due capi d’Italia all’inizio del nuovo anno, due notizie gemelle, di due città capitali un tempo e metropolitane ora, ci fanno riaffiorare i ricordi. Una viene da Torino, sorge da una protesta di cittadini e commercianti della circoscrizione 1, che denunciano l’incuria dei porticati dove dormono i senza fissa dimora – dentro degli scatoloni, dormono (attenzione, le chiamano “casette di cartone”: sono scatoloni, pacchi) – L’azienda municipale prende provvedimenti.

L’altra viene da Napoli: la Galleria Umberto verrà chiusa, durante la notte, con dei cancelli appositamente commissionati a un artista per novecentomila euro.

Per motivi di opportunità, si legge, per garantire sicurezza e decoro ai cittadini, si intende quelli per bene, i residenti, quelli che hanno voce nel capitolo della città, che non hanno vergogna a denunciare l’altro, anche se l’altro è l’ultimo della terra, che si sentono più cittadini degli altri. Quelli a cui arriva la tessera elettorale.

C’è una foto della nostra bella Galleria ancora aperta: si vede la prospettiva marmorea, l’occhio di vetro lì in alto, poi, sulla sinistra un monomarca di prodotti per l’estetica e a destra, in primo piano, appoggiato a una vetrina, un ragazzo seduto su delle coperte di lana, con un cappuccio sulla testa. Al centro della galleria: mandrie di turisti inebetiti. Chissà perché quel ragazzo sta seduto lì invece di star seduto a uno dei tavolini di cui è pieno l’altro braccio della galleria. Chissà perché i senza fissa dimora nella notte torinese fanno pipì sotto i portici in corso Vinzaglio e non nei gabinetti delle loro tiepide case.

Ecco, questa avanzata trionfante del denaro, questo arretrare precipitoso della pietas mettono la politica difronte a un obbligo: devi avere un’idea di come vuoi che sia la tua città. Cosa farsene di un problema, come guardarlo, dove puntare il dito per iniziare a risolverlo e le risposte che ne nascono: in politica è tutto. Il Ministro Piantedosi del resto queste due parole, decoro e sicurezza, se le è rigirate spesso in bocca proprio a capodanno, le ha utilizzate come un grimaldello – e così i governatori locali – per allontanare i dolori dal centro delle città, per marginalizzare i marginali. Diceva bene De Vito da queste pagine: ci sveglieremo dalle zone rosse e vedremo i volti di chi è fuori dal recinto «le vittime della crescita diseguale delle città».

Che sconfitta chiudere le nostre città aperte.

Da Rivista Emergency – Sto per concludere la mia missione; sto chiudendo le valigie che in questi mesi si sono arricchite di esperienze, incontri ed emozioni: ho lavorato a un nuovo progetto che mi ha portato a conoscere l’Helmand e a incontrare molte donne.

Scrivo da Lashkar-gah, capoluogo della provincia dell’Helmand, nel sud dell’Afghanistan, nota per essere stata teatro di scontri cruenti nelle due decadi di guerra che hanno causato nel Paese una crisi umanitaria senza precedenti. Qui la guerra è finita tre anni fa; ci sono stati pesanti combattimenti fino all’agosto 2021, quando si è ridefinito l’assetto politico nel Paese. Spostandomi sul territorio durante i miei viaggi verso i Posti di primo soccorso di Emergency, ho potuto vedere ciò che resta degli edifici distrutti e ascoltare le storie di coloro che hanno subito questi anni di duro conflitto sulla loro pelle.

Ora che l’Afghanistan vive una fase storica di pace apparente, i bisogni sanitari – prima sovrastati dalla guerra – iniziano a fare più rumore, ma non trovano ascolto perché il sistema sanitario è al collasso. Dall’agosto 2021 le strutture di Emergency hanno cercato di controbilanciare la mancanza di assistenza, venendo incontro alle nuove esigenze di salute.

Sul territorio abbiamo avviato un nuovo progetto con l’obiettivo di convertire i Posti di primo soccorso (First aid posts – FAP), che fornivano una prima assistenza alle vittime di guerra o di traumi, in cliniche nelle quali i pazienti accedono alla medicina di base (Primary health centres – PHC) e in cui viene garantita la salute materna e riproduttiva. Ed è proprio dell’universo femminile che mi sono occupata in questi mesi, come ostetrica, facilitando l’inserimento della mia figura professionale nei cinque PHC di Emergency intorno a Lashkargah, per garantire assistenza alle donne in gravidanza, nel post-partum e nella pianificazione familiare.

Nello specifico, le ostetriche offrono visite gratuite, forniscono integratori alle pazienti – come ferro e acido folico – e trattamenti per disturbi della gravidanza; si occupano di aumentare la consapevolezza delle future madri nei comportamenti da tenere in gravidanza con sessioni di educazione e promozione della salute; consigliano il luogo più sicuro per il parto e condividono informazioni sull’importanza delle vaccinazioni per le pazienti e per il nascituro; individuano le situazioni che deviano dalla fisiologia ordinaria e indirizzano le donne verso centri di cura specialistici; eseguono visite alle madri e ai neonati e forniscono sostegno nell’allattamento; assistono le donne nella pianificazione delle gravidanze con l’educazione sessuale e la distribuzione gratuita di metodi contraccettivi. In due mesi i nostri PHC hanno garantito circa 550 visite prenatali – assistendo circa 500 donne in tutta la provincia –, visitato circa 60 madri con i loro bambini e fatto consulenze di pianificazione familiare, fornendo metodi contraccettivi a circa un centinaio di donne.

Quando, qualche mese fa, sono arrivata in Afghanistan non sapevo bene cosa aspettarmi: ero condizionata dall’immaginario che in Occidente abbiamo di queste terre. Mi avevano parlato di questo progetto, avevo letto la valutazione (assessment) sulle strutture che forniscono cure alle donne sul territorio e avevo cercato di prepararmi come meglio potevo ma, fino a quando non sono arrivata e non mi sono mescolata a questa terra e ai suoi abitanti, tutto rimaneva solo immaginazione. Nell’Helmand, una provincia in cui la situazione politica e culturale ostacola la vita delle donne, in cui non è permesso alle bambine e alle ragazze di frequentare la scuola oltre la 6a classe, in cui le donne possono uscire di casa per lunghi tragitti solo se accompagnate dal mahram (parente maschio), credo che un progetto che si prenda cura di loro sia prezioso. I bisogni legati alla maternità sono numerosi: il numero di figli per donna è molto alto, non è stato raro visitare donne alla decima, undicesima… quindicesima gravidanza. Non ci sono dati ufficiali e affidabili sulla mortalità materna, ma la percezione nella popolazione è che si tratti di numeri elevati.

In questi mesi ho lavorato per le donne e con le donne: le relazioni che sono nate con le ostetriche locali hanno reso quest’esperienza un vero rinnovamento per la mia vita. Sono ragazze giovani, forti e piene di sogni, fiduciose nella forza del corpo femminile nel dare la vita. Sono consapevoli di cosa comporti essere donna qui, ma anche di quanto cruciale sia il lavoro. Ho conosciuto diversi modi di vivere e di essere donna, ma in tutte ho trovato lo stesso desiderio di vita, di condivisione e di passione per il proprio lavoro.

Ora che la guerra è finita, il presente degli afgani sembra non interessare più nessuno: mi sono unita a Emergency perché ho sempre visto nel suo mandato sanitario l’opportunità di pensare e agire “contro” e “oltre” la guerra: anche a conflitto concluso, con Emergency proviamo a contrastare l’isolamento degli afgani e il disimpegno della comunità internazionale, intervenendo sugli effetti di una lunga storia di guerra che in questi territori ha lasciato in eredità cicatrici insanabili.

La guerra è non avere cura; è non ascoltare i bisogni silenziosi di coloro che portano avanti nuove vite; è la negazione dell’incontro e delle relazioni, ricchezze per la nostra esistenza. La guerra è finita, ma le sue conseguenze sono visibili ancora oggi.

Sarò sempre grata a queste donne. E alla loro cura.

Da La Stampa – Tuttolibri – La ricercatrice indipendente Vanessa Roghi, nata nei primi anni Settanta, ha seguito l’impulso di rintracciare nella propria biografia La Parola Femminista, titolo scelto per il suo ultimo libro (Mondadori). Ha trovato nostalgia e grazia, ha dedicato pagine adorabili alla sua famiglia, alla sua infanzia, alla mamma Irma. Roghi è una di quelle figlie e figli di femministe che hanno passato ore a colorare nelle Case delle Donne, tenute per mano o nei passeggini alle manifestazioni, addormentate sui divani durante riunioni appassionate, assorbendo anche ciò che non capivano. Oggi alcuni di loro sono immediatamente riconoscibili, nutrono un rispetto guardingo verso quelle madri e le loro amiche, e hanno un intuito eccezionale nel circumnavigare asperità e suscettibilità femministe. E il femminismo ha talvolta depositato in loro fantasie meravigliose, tanto che nel libro di Roghi, oltre ai ricordi dell’autrice, si trovano le testimonianze delle sue coetanee, tipo quella di Barbara, nata nel 1973 a Viareggio, che dice: «Io volevo essere femminista, ma anche elettricista», siccome ha una grande ammirazione per i compagni che allestiscono la festa dell’Unità. Roghi ha genitori irregolari e bizzarri, nonni accudenti, cresce in provincia, a Grosseto, ed è iscritta alla Fgci. Si stupisce perché nel Vocabolario delle ragazze comuniste del 1988 la parola “femminista” non si trova. Non c’era del resto traccia, nel Pci di fine anni Ottanta, di nessuna delle istanze rivoluzionarie che avevano cambiato la storia del nostro Paese, e della sinistra di classe le cui macerie ancora fumavano al centro della scena, macerie di cui ben presto anche il comunismo, e il Pci, avrebbero fatto parte.

Per maneggiare questo oggetto imprevisto, il femminismo, Roghi fruga nella memoria e nei libri altrui. Il sondaggio di argomenti disparati è il suo mestiere, attraverso fonti e letture vuole ricostruire una storia femminista eppure, nella sostanza, le rimane misteriosa, non ha pratica concreta dello sprofondare e riemergere, del coltivare pensiero e relazione insieme. Restare a lungo appartate, andare e venire dall’estraneità è ritmo essenziale della politica delle donne; la parola femminista può nascondersi ma resta infrangibile, non si piega al conformismo dei tempi, non è affatto «tornata sulla bocca di tutti anche grazie all’attivismo di persone non binarie e di identità queer che hanno dato nuova linfa a un movimento che era scomparso dall’orizzonte politico». Al contrario, quella parola indica un’esperienza di tante che non smettono di desiderare e creare, salvando le vite pure di quelle che non lo sanno. La fine del patriarcato dura secoli, non è un pranzo di gala, scriveva Luisa Muraro su Sottosopra nel ’95, quando per Roghi eravamo in letargo, in attesa del messianico “queer”. Sempre Muraro: «Se qualcuno o qualcuna vi dice che questi sono tempi brutti, chiedetevi di chi è questo pensiero […]. Da anni, anzi da secoli e forse da millenni, vi sono state donne che hanno desiderato la fine del controllo maschile sul corpo femminile fecondo. E che hanno agito e parlato di conseguenza, pronte a cogliere o inventare ogni occasione per avanzare in questo senso».

Da Concorso Lingua Madre

Pinuccia Corrias, docente, autrice e parte del Gruppo di studio del Concorso letterario nazionale Lingua Madre (CLM)

Pinuccia Corrias aveva appreso da Lia Cigarini l’importanza del “desiderio”, da Luisa Muraro di essere stata allevata secondo “l’ordine simbolico della madre”. Si è spenta oggi, 25 dicembre. Docente e anche amica, autrice e parte del Gruppo di Studio CLM non ha mai smesso di illuminare con il suo pensiero la politica delle donne anteponendo la relazione, l’ancoraggio alla genealogia femminile e fornendo pratiche di verità su di sé e sul mondo.

«Ottanta anni e sono insegnante. Sì, ne ho avuto la conferma da poco. Una mia ex-alunna ha denunciato il marito che l’aveva minacciata con una pistola, al giudice che le chiedeva dove avesse trovato il coraggio, ha risposto: Io ho avuto una docente che mi ha insegnato che una donna non deve mai accettare che qualcuno le manchi di rispetto. Mi pare che non serva scrivere “ex”». Così scriveva di sé.

E così sono nati i suoi libri Abbardente (Neos, 2016) e Rosario sardo, inedito. Ha contribuito a numerosi testi curati dal Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile. Suoi saggi sono contenuti in Il simbolico in gioco. Letture situate di scrittrici del Novecento (Il Poligrafo, 2011); L’alterità che ci abita. Donne migranti e percorsi di cambiamento (SEB27, 2015), Con forza e intelligenza. Aida Ribero 1935-2017 (Il Poligrafo, 2024). 

Aveva ricevuto il premio Macopsissa, per le sue poesie giovanili. All’Università Cattolica di Milano ha vissuto il ’68, che ha dato un’impronta politica al suo insegnamento: a cominciare dalla gestione di un asilo con preti operai a Pomigliano d’Arco.

Viveva tra Torino, la Sicilia e la Sardegna, ma aveva vissuto anche a Milano, Roma e Napoli. Conosceva quindi l’esperienza della migrazione così ben rappresentata nel racconto Shalom Inshallah Amén con cui, nel 2014, ha vinto la sezione donne italiane del IX Concorso Lingua Madre.

Da femminista e come docente ha contribuito alla pedagogia della differenza e nella sua scrittura ha sempre messo in luce la presenza femminile nel mondo. Infatti, aveva fatto suo e praticato – soprattutto nella scuola, dove ha insegnato italiano e storia – il femminismo della differenza, che ha poi approfondito nella Libreria delle donne di Milano e nel Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile di Torino, nel Gruppo di ricerca teologica donne valdesi e della comunità di base e nel Gruppo intergenerazionale di Pensieri in piazza, a Pinerolo.

A Casa “Chantal” del Monastero della Visitazione di Pinerolo, ha seguito dal 2008 un percorso di spiritualità e di servizio con le monache e le volontarie e qui, nel 2015, ha accompagnato l’inserimento di una rifugiata di Bangui.

Viveva a Sciacca, di fronte al mar d’Africa, luogo amato dai suoi quattro figli e dai nipoti.

Nel suo saggio Itinerari d’esilio (in L’alterità che ci abita) scriveva che quando il mondo le aveva mostrato il suo volto più solo, più ferito, più fragile, aveva resistito «quel che mia madre mi aveva insegnato, questo solo mi ha aiutato a non perdermi. È qualcosa, io credo, che può servire, ancora nei nostri giorni brevi. Qualcuno la chiama più laicamente “cura del mondo” e una parte di essa spetta, di certo, da sempre a ciascuna di noi».

A lei va il nostro pensiero, il nostro affetto e la nostra gratitudine.

Da RivistaStudio – Del processo Pelicot resteranno l’orrore dei fatti e il coraggio di Gisèle Pelicot. È diventata un simbolo, un’ispirazione per milioni di donne in tutto il mondo. Donne come quelle dell’Australia’s Older Women’s Network, che «in segno di sostegno e gratitudine» hanno regalato a Pelicot una sciarpa, la sciarpa che le abbiamo visto indossare mentre veniva pronunciata la sentenza di condanna al suo ex marito e agli altri cinquanta “Monsieur Tout-le-monde”. «Una sciarpa è come un abbraccio… Ti cinge il collo e sta vicina al cuore», ha spiegato a Bbc Beverly Baker, la presidente dell’Australia’s Older Women’s Network. «Gliel’abbiamo inviata (la sciarpa, ndr) per solidarietà, per dirle che non è da sola, che le donne di tutto il mondo la sostengono».

Pelicot ha indossato questa sciarpa spesso, nei giorni del processo (compreso quello in cui ha fornito la sua testimonianza). La fantasia della sciarpa ritrae delle pozze di acqua salmastra che si trovano in Australia, nella regione di Pilbara: è un luogo-simbolo del popolo Martu, si chiama Wilarra ed è noto per le sue proprietà curative. Sul tessuto della sciarpa è anche raccontata una storia folkloristica, una favola: i protagonisti sono una famiglia di dingo, dei cuccioli che vengono accuditi e tenuti al sicuro dalla luna. Mulyatingki Marney, che questa sciarpa l’ha realizzata, è un’artista aborigena di ottantatré anni che ha voluto così raccontare a Pelicot e al mondo 60mila anni di coraggio e resilienza delle donne indigene, la durezza della vita nel deserto e la violenza della colonizzazione.

Marney fa parte di un gruppo di artisti e artiste, Martumili Artists. Sylvia Wilson, rappresentante di questo gruppo, ha concesso un’intervista all’Australian Broadcasting Corporation in cui spiega che la sciarpa non simboleggia solo la forza di donne che sono sopravvissute a violenze inaudite. «Wilarra è un posto in cui si guarisce», ha detto: che è quello che tutti ci auguriamo per Gisèle Pelicot.

Da Morel voci dall’isola

Trame di nascita. Tra miti, filosofie, immagini e raccontidi Rosella Prezzo propone di “ricominciare dall’inizio” e riflettere sull’esperienza della gestazione e del parto/nascita facendo di questa origine il luogo relazionale e trasformativo della vita singolare e comunitaria.

La cancellazione della nascita, dell’inizio che è relazione, ha condotto a una cultura che si è illusa di poter affermare la vita negando la fragilità e la dipendenza reciproca.

Il testo, ricco di riferimenti filosofici e artistici, guarda alla nascita come la prima forma di trasformazione esistenziale e indica un altro modello di con-vivenza e azione in ambito etico e politico in cui è la relazione, non la soggettività individuale a essere al centro. Se partiamo dalla relazione e dal corpo, partiamo da un concetto che si individua e diviene sé stesso grazie alla relazione. […]

Comincerei col chiederti del titolo Trame di nascita, dove la nascita lungi dall’essere un fatto singolare viene già inserita all’interno di una pluralità, le trame, sottolineando in questo modo la portata relazionale e “politica” di questo evento originario. Scrivi: «Interveniamo in una storia già iniziata, come entrando in un teatro, a sipario già levato, cercando nella semioscurità il nostro posto e sforzandoci di afferrare la trama che si sta svolgendo». E ancora: «La nascita come evento è un agire trasformativo e trasfigurante, in cui si con-viene al mondo, nella originaria e comune non-autoctonia e non-autosufficienza». Che ruolo ha la dimensione dell’attesa e dell’essere attesi nel nascere?

Premetto che, più che un libro sulla maternità, ho voluto scrivere un libro sulla nascita. Sull’evento cioè che riguarda ciascun essere umano, ci riguarda tutti/e: un duplice evento attraverso cui si è messi al mondo (passività) nel momento in cui si viene al mondo (azione attiva).

L’attenzione portata all’evento inaugurale (nella sua concretezza) della comune condizione umana mi ha permesso di formulare significati di senso e valori simbolici mai elaborati prima dal pensiero, che ha sempre privilegiato invece la morte come oggetto di meditazione, di senso e simbolo (già presente nella definizione stessa di “umani” = “i mortali”). Da qui:

1) l’origine umana è relazionale (non si nasce mai da soli);

2) nessuno possiede la propria origine, perché bisogna passare per un corpo altro (di una donna) per esistere (è perciò del tutto infondata e assurda l’idea che ci sia prima un Io autoctono);

3) Non siamo gettati-nel-mondo, come ha affermato l’esistenzialismo heideggeriano, ma siamo sempre figli di un’attesa;

4) quindi, l’ospitalità precede la proprietà;

5) il/la nato/a è un ospite atteso, che però disattende l’attesa, perché chi arriva non è mai quello/a che ci si aspettava, che ci si immaginava che fosse;

6) il primo riconoscimento della madre verso il figlio è un riconoscimento di amore («voglio che tu sia»).

Tutte questi aspetti ridefiniscono la condizione umana sotto un’altra luce e indicano un altro modello di con-vivenza (hanno quindi una valenza anche etico-politica).

Il termine ‘concetto’, nell’etimo latino, ha infatti una costellazione semantica diversa dal tedesco Begriff che è prevalso a partire dalla filosofia classica tedesca. Se l’etimo di Begriff rinvia all’afferrare (greifen), il latino conceptus rimanda anzitutto a una forma concava che è capace di raccogliere e quindi al corrispettivo verbo concipio, che ha come significato originario quello di “rimanere gravida” e poi anche quello di “accogliere qualcosa nell’animo, nel pensiero, nel sentimento”. Da qui il significato di un concetto che anziché all’“afferrare”,“assoggettare”, rimanda piuttosto all’“accogliere”, “ospitare”. In questo senso, concepire non vuol dire appropriarsi di qualcosa, ma fare spazio a esso. Trovo questa riflessione all’interno del saggio assai preziosa per il discorso che svolgi. Mi piacerebbe una tua considerazione in merito.

Mi sembra già implicito in quanto dicevo prima.

Nel 1976 Adrienne Rich con Nato di donna tematizza il dato corporeo affermando che si nasce inevitabilmente da un corpo di donna. Rich mette tuttavia in guardia dalla maternità intesa come modello ideale fungente da esempio di altruismo e sacrificio, che fa scomparire l’esperienza della maternità nella sua complessità e contraddittorietà. La madre sublimata cancella la donna reale. Questo è un nodo centrale anche per gli innesti di pensiero e azione che porta con sé. Qual è la tua posizione alla luce dei dibattiti attuali? C’è una convergenza tra le considerazioni del tuo testo e quanto affermato da Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo nel loro Donnasinasce(e qualche volta lo si diventa)?

È proprio indagando l’esperienza reale della nascita e della maternità che ne ho estratto significati differenti rispetto a quelli che la società patriarcale ha attribuito per secoli alla maternità come “destino” delle donne e loro confinamento nella vita privata, ma anche rispetto a certi miti regressivi della Grande Madre.

Per quanto riguarda il dibattito attuale, non mi piace l’atteggiamento diffuso per cui prima ci si schiera (come nel tifo calcistico) e poi si cercano argomenti a proprio favore. Compito del pensiero è cogliere i cambiamenti, fornire una lettura critica della realtà e certo, prendere anche una posizione di conseguenza. Uno dei temi oggetto di questi schieramenti è la presunta dicotomia tra il biologico e il culturale. Credo che nell’umano non ci sia niente di puramente biologico né, all’inverso, credo che siamo solo delle costruzioni culturali. Per es., il nutrirsi è qualcosa che riguarda il corpo ma quanti modi ci sono che danno al cibo e al consumare un pasto significati e ritualità simboliche differenti?

Sulla Gpa ho espresso le mie critiche perché penso che non abbia tanto a che fare con una libertà femminile conquistata ma che sia l’espressione di un sistema economico e di profitto in cui la produzione ha inglobato anche la riproduzione umana. Di conseguenza, ritengo che l’attuale dibattito sulla gravidanza per altri (soprattutto per altra, bisognerebbe sottolineare) sarà presto superato da una questione ben più grossa: l’utero artificiale. Nei processi “lavorativi”, infatti, come mostra la storia, a un certo punto le macchine sostituiscono il lavoro umano (anche quello che è diventato il “lavoro riproduttivo”). Non ho motivi per non pensare che sarà così anche in questo caso. Dovremmo perciò cominciare a rifletterci per non ritrovarci di fronte a situazione di fatto, da cui poi è difficile tornare indietro. Anche perché ciò andrebbe a intaccare quella differenza fondamentale per cui si diventa madre “all’interno” del proprio corpo, e padri “al di fuori” del proprio corpo.

Proseguendo il gioco di Cavarero e Guaraldo, potrei dire aggiungere «madre non si nasce, si diventa (e non sempre)», e sulla base non solo della differenza di cui parlavo prima, ma anche sul fatto che per qualsiasi donna arriva sempre il momento della scelta di diventare o meno madre. Una scelta che per fortuna, grazie anche alle lotte delle donne, è una libera scelta (sappiamo pure che è sempre minacciata e quindi va difesa).

«La scena era occupata soprattutto da figlie in rivolta, che comprensibilmente non volevano essere come le loro madri oppure volevano dare all’autonomia femminile una legittimazione teorica attraverso una figurazione astratta della madre. Essa veniva allora scelta nella ricostruzione di una genealogia culturale e di pensiero (“le madri di tutte noi”), che si rivelava peraltro ricca ed entusiasmante, al fine di riscattare il proprio genere dal silenzio della Storia». Trovo che questa rivolta delle figlie, per quanto comprensibile e importante, sia anche una ferita o forse meglio una cicatrice che ha impedito ad alcune di sperimentare le potenzialità plurali e sfaccettate della relazione con la madre, occultata talvolta anche dall’imperativo egualitario della sorellanza.

La lotta delle donne nata da un movimento di liberazione da stereotipi, ruoli codificati e differenze gerarchiche derivanti da un sistema di privilegio e dominio maschili, comprendeva necessariamente la profonda critica al modello di donna-madre come unica meta da raggiungere per essere una “vera donna”. Certo questo ha fatto passare in secondo piano il fatto di ripensare in altro modo la maternità ma soprattutto l’elemento comune agli esseri umani (uomini e donne) di venire al mondo attraverso un corpo di donna. Il richiamo alla “sorellanza” credo sia invece un elemento fondamentale, e ancora di più oggi, in una società dall’individualismo sfrenato e dove cui si ammantano dell’aggettivo femminista donne che hanno semplicemente acquisito potere, ma solo per sé. Hanno cioè sostituito un uomo nella medesima posizione di potere. Credo infine che ogni nuova generazione deve portare qualcosa di nuovo e di suo nel mondo in cui si trova a vivere e a pensare.

Da VanityFair.it

La parola scelta da Oxford a rappresentare il 2024 punta l’attenzione sull’impatto che Internet sta avendo sulla nostra materia grigia. Certo, dovremmo preoccuparci seriamente per certe evidenti conseguenze sulla salute mentale e cerebrale. Ma non prima di aver compreso alcuni concetti fondamentali. Perché la buona notizia c’è

La parola dell’anno suscita inquietudine. Brain rot, letteralmente «marciume cerebrale», termine eletto dall’Università di Oxford a rappresentare il 2024, fa quasi pensare a un popolo di zombie che si aggirano per le strade, lo sguardo fisso su di un punto preciso, orecchie tappate, reazione agli stimoli pressoché inesistente. Zombie come quelli creati dal Fentanyl, la droga più letale del momento, che sta strappando cervelli, speranze e vite a un numero sempre più elevato di giovani nel mondo. L’associazione sembra esagerata? Converrà allora ricordare che il meccanismo alla base dei due fenomeni è sostanzialmente il medesimo: la dipendenza.

In Italia, secondo il rapporto Digital 2024, passiamo in media 5 ore e 49 minuti connessi a Internet. Un tempo enorme, se consideriamo che durante lo stato di veglia dovremmo essere tendenzialmente impegnati tra scuola/studio/lavoro, pasti, sport e hobby, relazioni e varie altre attività. 5 ore e 49 minuti al cellulare come media significa rinunciare a una copiosa fetta di vita reale, esperienze, conoscenza, attività e contatto umano. Peggio ancora, significa che si usa lo smartphone mentre si sta facendo altro, distogliendo l’attenzione dalla realtà e facendosi catturare, ancora una volta, dallo schermo.
Ma che cosa guardano le persone? Contenuti virali e video divertenti, balletti, meme, battute, ma anche profili social di interesse pubblico e privato, talvolta video e articoli di carattere informativo (ma raramente con la capacità di distinguere le fake news) e molto probabilmente anche contenuti porno.

Secondo il dizionario inglese, per brain rot si intende «il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona dovuto a un consumo eccessivo di materiale – nel caso specifico i contenuti online – definito banale o poco impegnativo».
Ma i primi “sintomi” di questo decadimento cerebrale potrebbero risalire addirittura a una ventina di anni fa, quando gli scienziati studiarono gli effetti di una nuova invenzione chiamata “e-mail” e l’impatto che un’incessante raffica di informazioni avrebbe avuto sul cervello. Ciò che emerse dal loro studio fu che il costante sovraccarico cognitivo portava a un effetto peggiore rispetto a quello generato dall’assunzione di cannabis: il quoziente intellettivo dei partecipanti scendeva in media di 10 punti. Che cosa è potuto accadere nell’arco di questi due decenni che hanno portato ad avere internet sempre a portata di mano sui cellulari?

Stiamo vivendo «una tempesta perfetta di degrado cognitivo» ha sentenziato in un’intervista rilasciata al The Guardian Earl Miller, neuroscienziato del MIT ed esperto mondiale di attenzione divisa. E non è stato l’unico a lanciare l’allarme. Gloria Mark, professoressa di informatica all’Università della California e autrice di Attention Span, ha trovato prove di quanto drasticamente stia diminuendo la nostra capacità di concentrazione. Nel 2004, il suo team di ricercatori ha scoperto che la capacità media di attenzione su qualsiasi schermo era di due minuti e mezzo. Nel 2012 erano 75 secondi. Sei anni fa l’attenzione era già scesa a 47 secondi. Tutto ciò rappresenta «qualcosa di cui penso che dovremmo preoccuparci molto come società», ha detto nel 2023 in un podcast dell’American Psychological Association.

Sono numerosissime le ricerche accademiche condotte negli ultimi anni a riprova di come un uso intenso e prolungato di internet stia riducendo la nostra materia grigia, accorciando la durata dell’attenzione, indebolendo la memoria e distorcendo i nostri processi cognitivi.
Sebbene agli occhi degli psicologi americani appaia ancora troppo presto per trarre delle conclusioni definitive, nel 2018, un report prodotto dalla Sandford University ha rilevato che secondo i dati degli ultimi dieci anni di ricerca, le persone che utilizzano frequentemente più tipi di media contemporaneamente ottengono risultati peggiori in semplici compiti legati alla memoria.

L’uso eccessivo di tecnologia durante gli anni di sviluppo cerebrale è stato persino definito da alcuni ricercatori canadesi come l’atteggiamento che può condurre allo sviluppo di una «demenza digitale». Il loro studio sulla Demenza digitale nella generazione di Internet spiega come un tempo eccessivo trascorso davanti allo schermo durante lo sviluppo del cervello aumenterà il rischio di malattia di Alzheimer e demenze correlate in età adulta.

Questo in aggiunta a tutta una serie di altri problemi psicologici legati allo sviluppo che di recente, nel nostro Paese, hanno indotto un gruppo di pedagogisti a lanciare un appello – sottoscritto anche da docenti ed esperti di educazione, medici, scrittori e personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo – per chiedere al governo di vietare lo smartphone sotto i quattordici anni e il profilo social prima dei sedici.

Ma non è solo responsabilità nostra se la tecnologia ci rende meno intelligenti. La funzione dello “scrolling”, che induce a scorrere immagini e contenuti all’infinito – determinata da un feed on line che si ricarica incessantemente – manipola il sistema di ricompensa innescato dalla dopamina a livello cerebrale. E questo lasciarsi andare alla ricerca “infinita” di contenuti può creare dipendenza. È così che il brain rot diventa una minaccia reale.
Quante persone, in definitiva, sono davvero consapevoli di come la tecnologia stia letteralmente facendo marcire il nostro cervello e di come l’uso decisamente compulsivo di Internet stia distruggendo la nostra materia grigia?

È tutto vero, ma non tutto è perduto

La buona notizia è che il termine “marciume cerebrale” è stato reso popolare on line dai giovani che sono maggiormente a rischio dei suoi effetti. Il New York Times riporta che nell’arco di due anni c’è stato un incremento del 230% nell’uso del termine brain rot; un aumento sostenuto anche dalla crescente diffusione del concetto su piattaforme social come TikTok e X.

Il fatto che coloro che sono più a rischio siano anche quelli con la maggiore consapevolezza del problema è una notizia incoraggiante: per mettere in atto un qualsiasi cambiamento, il primo passo è la comprensione del problema. E c’è allora motivo di sperare, grazie anche ai movimenti anti-tecnologia sorti negli ultimi anni, alle leggi che puntano a vietare l’uso degli smartphone al di sotto di una determinata età (un caso fra tutti quello dell’Australia, che ha ufficialmente vietato l’uso dei social al di sotto dei sedici anni), alle campagne per un’infanzia senza smartphone, che sembrano trovare sempre più consenso persino fra gli stessi ragazzi: secondo un’indagine degli psicologi dell’Associazione Di.Te. – che si occupa di dipendenze tecnologiche e cyber bullismo – e del portale studentesco Skuola.net, quasi la metà dei giovani italiani tra i dieci e i venitquattro anni (47%) sarebbe d’accordo con questi divieti. Piccoli passi verso un futuro in cui saremo in grado di riappropriarci delle nostre menti.

Da Marie Claire

Quanti di noi sanno che una donna di nome Giuseppina Re si è battuta per la legge che vieta il licenziamento per nozze?

Proviamo a iniziare questa storia leggendo attentamente qualche riga in “legalese”: «Le clausole di qualsiasi genere, contenute nei contratti individuali e collettivi, o in regolamenti, che prevedano comunque la risoluzione del rapporto di lavoro delle lavoratrici in conseguenza del matrimonio sono nulle e si hanno per non apposte. Del pari nulli sono i licenziamenti attuati a causa di matrimonio». Al primo impatto, quanto abbiamo letto sembra un estratto dalla sentenza di qualche assurda vertenza sindacale, intentata da una lavoratrice dopo che uno sconsiderato titolare l’ha licenziata per un motivo ingiustificato, ossia perché si è sposata. Chi mai licenzierebbe una donna solo perché si è sposata? Purtroppo (per allora) e per fortuna (per noi, oggi), un tempo invece era così. Quello riportato sopra è un estratto dalla Gazzetta Ufficiale che nel 1963 pubblicava il testo della legge n. 7 del 9 gennaio 1963 con cui veniva cancellato per sempre (si spera) il diritto del datore di lavoro, anche nella pubblica amministrazione, di licenziare una donna per il semplice motivo di essersi sposata. Si trattava di una facoltà discriminatoria del datore di lavoro di cui a distanza di oltre sessant’anni si è persa memoria, ma che al tempo non faceva indignare nessuno. Non è stata certo l’ultima ingiustizia subita dalle donne sul lavoro, tutte sempre in violazione dell’articolo 3 della Costituzione che dice «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [etc.]»: proprio nel 2022 il ministero della Difesa, nei bandi di concorso, ha chiesto ancora alle donne il test di gravidanza.

Oggi i sindacati di categoria insorgono, ma prima del 1963 la motivazione del licenziamento per una donna andata a nozze sembrava legittima perché parlava di un ipotetico fine di «proteggere la funzione familiare della donna». In pratica, la si mandava a casa in modo che non trascurasse marito e figli, era un favore non chiesto a lei e alla società. Nella realtà sappiamo che le future gravidanze delle dipendenti sono da sempre uno spauracchio di molti datori di lavoro, e che al tempo sbarazzarsi di una futura mamma era molto più semplice di oggi. Poi è arrivata la legge 7/63 che ha stabilito dei paletti, monitorando il licenziamento e le dimissioni della dipendente nel periodo che va dal giorno della richiesta delle pubblicazioni di matrimonio a un anno dopo la celebrazione. Chi bisogna ringraziare per questa norma? Una deputata che sembra essere stata dimenticata dalla storia. Si chiamava Giuseppina Re, era di Pieve Porto Morone, in provincia di Pavia, e aveva il pallino dei diritti civili sin da quando da bambina il padre le raccontava la storia di Sacco e Vanzetti, i due italiani giustiziati innocenti in America. Durante la guerra Pina Re ha fatto la commessa nei grandi magazzini Duomo e nella drogheria di piazzale Lagosta a Milano, e nel capoluogo lombardo aveva conosciuto e iniziato a collaborare giovanissima con i partigiani, mentre cominciava coraggiosamente a fare attività ante litteram per le questioni femminili, un tema al quale al tempo stentavano a interessarsi persino le donne stesse, per non irritare padri e mariti. Nel 1948, Pina Re è stata una delle prime donne elette al Parlamento italiano, ma diede presto le dimissioni per problemi di salute. Fu rieletta nel 1958, si rimboccò le maniche e spinse alcune delle riforme più importanti della giustizia minorile e del diritto di famiglia di questo Paese. E ovviamente, è stata la prima firmataria della legge contro i licenziamenti delle donne per matrimonio. Anche dopo la fine del suo mandato, Giuseppina Re ha continuato a fare attività per una società migliore: è lei che ha fondato il Sunia, il sindacato degli inquilini, ed è lei ad aver lottato per l’istituzione del Parco Nord a Milano. Morta nel 2007 a 94 anni, è stata una grande politica e oggi è vittima della memoria corta dei nostri tempi, un personaggio di cui le nuove generazioni dovrebbero chiedere un monumento e studiare la biografia, per tenere sempre bene a mente che i diritti di cui godiamo non sono mai caduti dal cielo, e che la loro permanenza non va mai, mai data per scontata.

Da Leggendaria

Il volume del 2024 dei Quaderni di Via Dogana raccoglie in forma stampata quarantotto interventi, frutto di un dibattito aperto sulle pratiche femministe e la loro evoluzione svolto per mesi in presenza e online

Ci sono libri che aprono prospettive e permettono a donne e uomini di agire in modo imprevisto nel mondo. Lo fanno perché sono frutto del pensiero dell’esperienza che scaturisce da relazioni di stima coltivate nel tempo e di apertura attenta a sempre nuovi incontri. È quello che accade con Femminismo mon amour. Pratiche femministe per donne e uomini, nato nella Libreria delle donne di Milano, che nel 2025 compirà 50 anni.

Trentanove autrici e autori compongono un mosaico di quarantotto interventi, rivisti, ampliati e altri inediti, legati alla rivista Via Dogana 3. Via Dogana è la storica rivista della Libreria delle donne di Milano, che dal 2001 si è spostata dalla centralissima via Dogana 2 a via Pietro Calvi 29. Col numero 111, dal significativo titolo Le donne sono ovunque, la rivista cartacea ha chiuso e nel 2015 è diventata on line ad accesso libero nel sito della Libreria delle donne col nome di Via Dogana 3.

Oggi ogni numero nasce da una proposta, elaborata da una dozzina di donne della redazione ristretta che individua un tema e invita di volta in volta un paio di interlocutrici o interlocutori, i cui interventi iniziali avviano un libero confronto in presenza e in collegamento on line coinvolgendo più di un centinaio persone. L’invito alla redazione aperta è pubblicato sul sito e chiunque può partecipare, anche dall’estero. Al termine del confronto di circa tre ore viene richiesta la scrittura di alcune riflessioni che, vagliate dalla redazione ristretta, verranno via via pubblicate fino a quando il numero della rivista verrà chiuso con l’invito per la redazione successiva. La rivista da quest’anno ha una nuova veste grafica più leggibile che permette anche di consultarne l’archivio. (https://puntodivista.libreriadelledonne.it/via-dogana-3/).

La storica pratica femminista del partire da sé riconosce e scarta forme ideologiche precostituite e ripetizioni di formule che cancellano la singolarità e livellano lo sguardo: è fondamentale per questa impresa. Del resto la Libreria è un luogo di relazioni in cui, fin dalla sua nascita, si riflette sulle pratiche che le donne hanno inventato e inventano per stare nel mondo.

Nei quattro capitoli del libro si mettono appunto in luce pratiche politiche femminili con uno sguardo che rivisita quelle storiche, mostrandone alcune continuità e variazioni nel presente; si testimoniano pratiche messe in atto da giovani donne; si riconosce dove l’azione politica conta sulla potenza trasformatrice dell’esserci e dell’agire in relazione con altre e altri, come, ad esempio, quella della popolazione di Crotone dopo il tremendo naufragio del febbraio 2023 a Cutro.

Perché pubblicare un libro se gran parte dei testi sono consultabili in rete?

Esiste una politica che trasforma il mondo a partire dalla soggettività con innegabili risultati. Infatti la rivoluzione femminista continua ed è stata l’unica vincente e non cruenta del Novecento. Comunemente si intende per politica quella che coincide col potere e la lotta per la sua conquista, la politica di partiti, sindacati, elezioni, ecc., non basata sull’invenzione di pratiche ma su un’organizzazione gerarchica e sulla rappresentanza. Come scrive Vita Cosentino: «In questo momento non circola abbastanza, soprattutto tra le persone giovani, l’idea che le pratiche sono la strada maestra per fuoruscire da un regime simbolico e anche dalle forme politiche maschili. […] Quando ne abbiamo discusso nella nostra redazione ristretta, una giovane ha detto: “Solo ora con questa discussione ho capito cos’è una pratica”» (p. 65).

La scommessa del libro è quella di offrire uno strumento per aprire confronti pubblici che permettano di riconoscere la politicità delle pratiche già esistenti.

Nella prima parte Autocoscienza ancora, dopo lo sguardo di Linda Bertelli e Marta Equi, su cos’è l’autocoscienza per Carla Lonzi e Rivolta femminile, si mostrano attraverso racconti di esperienze personali gli elementi di continuità e di modificazione di questa pratica oggi, riconoscendoli, ad esempio, nel #MeToo, nei nuovi gruppi promossi da Daniela Pellegrini, nelle modalità del podcast A day in a Female Life-Racconti di ordinaria violenza, creato da Angelica Pirro e Silvia Protino, nel blog de Le Compromesse, nelle Comunità di storia vivente. Non vengono proposti modelli o tecniche, ma le pratiche femministe offrono l’opportunità di un’inestinguibile ricerca di senso e si modificano nel tempo.

Nella seconda parte Il senso della politica e l’efficacia delle pratiche si vedono i limiti sempre più evidenti della politica istituzionale, come dimostra il forte tasso di astensionismo e il diffuso senso di impotenza che genera la società della prestazione con la spinta a un individualistico autosfruttamento. Ma, come nota Lia Cigarini, la politica sta cambiando e, se i partiti, come li abbiamo conosciuti, mostrano uno scenario desolante, invece il movimento delle donne, quelli ecologisti, l’associazionismo attivo, il volontariato sono la nuova politica che trasforma e crea civiltà, a partire dai desideri, dalla messa in gioco soggettiva e dalla forza delle relazioni. Nel confronto/conflitto col potere se viene concesso uno spazio per attività come flash mob, manifestazioni, eventi culturali, è invece difficile contendere lo stesso spazio, lo stesso oggetto del desiderio di chi ha potere. Tuttavia, come suggerisce Maria Castiglioni delle Giardiniere di Milano riprendendo le figure di Antigone e Ismene, il potere non è un monolite, è possibile accerchiarlo, aprendo relazioni senza preconcetti, oltre gli schieramenti tradizionali, «un lavoro continuo di dilatazione e di esplorazione di reti, relazioni, prospettive […] che implica un di più di pensiero quando dall’altra parte c’è una donna» (p.74). Oppure, cogliendo le suggestioni di Sarah Polley nel film Women Talking, a volte occorre avere la forza e il coraggio di andare via insieme alle altre per non sprecare preziose energie «quando il contesto di vita e di lavoro si presenta refrattario a ogni ragione femminile» (p.70), come scrive Annarosa Buttarelli. Sono alcune tra le tante indicazioni che emergono dal libro.

Nella terza parte Orientarsi con l’amore si valorizzano pensieri ed esperienze presenti nel femminismo della differenza grazie soprattutto a Luisa Muraro, di cui è pubblicato Intelligenza dell’amore, un inedito in italiano, dove si mette in luce la condizione umana universale, segnata dalla mancanza, la cui accettazione ci apre agli scambi con l’altro, secondo un’economia centrata sulla relazione e sull’amore: «l’amore non teme di essere trovato mancante, poiché è la mancanza che gli dà nuova energia» (p. 108). Molte sono le indicazioni sull’amore come forza in grado di trasformare la dimensione politica. Indico solo le illuminanti riflessioni di Chiara Zamboni sulle differenze tra amicizia, amicizia politica e relazione politica, riprese anche in altri interventi, e l’importanza politica dell’amore di sé, proposta da Jennifer Guerra attraverso il racconto della sua esperienza.

Il libro si conclude con È ora di cambiare uno spazio rivolto soprattutto agli uomini in cui alcuni, in dialogo con le donne presenti, riflettono in modo sincero e profondo sulle difficoltà che molti incontrano nel dissociarsi dalla violenza. Una presa di parola suscitata dal momento aperto da Elena Cecchettin e suo padre, dopo l’uccisione di Giulia, momento di svolta nella consapevolezza che la struttura patriarcale, anche interiorizzata, sostiene i femminicidi.

Ad esempio, Marco Deriu sottolinea il legame fra le varie forme distruttive della cultura maschile e dell’idea di potenza e virilità, come l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra di posizione, l’attacco di Hamas e l’invasione/distruzione israeliana di Gaza, i femminicidi. Si interroga su che cosa significa oggi per gli uomini stare di fronte alla libertà delle donne, come non sentirsi sminuiti o minacciati, ma «fare di questa libertà un’esperienza di apprendimento, […] anche per il proprio modo di amare, sentire, stare nel mondo» (p.132). E testimonia come nella sua vita la libertà femminile sia libertà per tutti. Massimo Lizzi riflette, a partire dalla propria interiorità e dall’osservazione di comportamenti di altri uomini, su Gli ostacoli interiori ed esteriori della dissociazione maschile dalla violenza, come dice il titolo del suo intervento.

Tra i molti contributi, segnalo l’inedito Domande per il presente in cui Ida Dominijanni argomenta con la sua consueta precisione come la violenza misogina, il virilismo bellico, le politiche di attacco alla libertà femminile «sono sintomatiche non di un rinnovato vigore ma di una destabilizzazione del patriarcato, che reagisce violentemente alla ferita che gli è stata inferta dalla libertà e dall’indipendenza simbolica femminile» (p.167).

È questo un libro indispensabile per donne e uomini in cerca di parole e forme politiche fuori dalle narrazioni e dalle modalità correnti per trovare energia e invenzioni trasformatrici del presente.

Redazione di Via Dogana 3 (a cura di), Femminismo mon amour. Pratiche femministe per donne e uomini, Quaderni di Via Dogana,Libreria delle donne di Milano, 2024, 173 pagine, 12,00 euro.

(Leggendaria n.167, settembre 2024)

Da Erbacce

Da il manifesto – Sono passati cinquantacinque anni dalla strage di piazza Fontana e questo anniversario sarà il primo che vivremo senza Licia. Lei, peraltro, le ricorrenze le ha sempre vissute male: pensava che fare della memoria una commemorazione non avesse senso, perché ricordare non è mettere una corona di fiori su una lapide ma uno sforzo costante. La sua storia, del resto, è lì a testimoniarlo. Quando alla fine della guerra Licia venne mandata nella Roma liberata dagli Alleati, decise di iscriversi al Pci.

Tornata a Milano, però, una volta il partito le chiese di andare in giro a vendere mimose. Lei disse di no perché riteneva la cosa poco dignitosa, le fu dato della reazionaria e così decise di stracciare la tessera. Era un fatto di coerenza, e il punto lo avrebbe tenuto per tutto il resto della sua vita, anche rifiutando le tante offerte di candidatura che sarebbero arrivate in seguito.

Noi figlie viviamo questo anniversario in maniera più dolorosa del solito, ma non possiamo che portare avanti le battaglie di Pino e Licia. Nostra madre ci ha dato la possibilità di scegliere cosa fare, e noi scegliamo di continuare a ricordare. Non è scontato né facile. Solo due anni fa siamo state costrette a denunciare un ex questore che era andato in televisione a raccontare vecchie menzogne su Pino e su quello che gli è accaduto.

Significa che non c’è niente di acquisito e che bisogna lottare ogni giorno: la memoria è una scelta che va fatta quotidianamente, perché non c’è niente di acquisito e la riscrittura della storia rientra all’interno di una strategia precisa. Non è un caso che molti diritti che davamo per certi adesso li stiamo via via perdendo. Nel 1969 si discuteva per esempio di disarmare le forze di polizia e il dibattito era arrivato a una fase molto avanzata, mentre oggi non si riesce nemmeno a introdurre un elemento di civiltà come quello dei numeri identificativi sulle divise di chi dovrebbe mantenere l’ordine nelle piazze. E tante battaglie che sono state vinte sul fronte della sanità pubblica, della scuola pubblica, delle tutele dei lavoratori e dei diritti di tutti adesso sono tornate in discussione.

Anche qui ritorna un po’ il senso di quella strage e di quella che chiamiamo “strategia della tensione”: fermare un forte movimento sociale e culturale che stava ottenendo consenso e vittorie. Viviamo in un paese in cui la verità è sempre a metà, però: sappiamo dalle sentenze che la manovalanza delle stragi fu di stampo fascista, ma, almeno a livello giudiziario, tante complicità non sono mai venute fuori.

Da qui il nostro impegno per la memoria: come facevano i partigiani, continueremo a incontrare i ragazzi e le ragazze per raccontare loro la nostra parte della storia. In queste circostanze conosciamo tanti giovani che, tra tante difficoltà, lottano per delle istanze sociali e collettive, senza personalismi, con coraggio e impegno. A volte ci chiedono cosa si può fare. La risposta è che bisogna sempre andare avanti a chiedere libertà e giustizia, continuando a coltivare una speranza che serve a tutti quanti.

Da Il Quotidiano del Sud – In un villaggio della Sierra Leone, in Africa, viveva una bambina di undici anni con il padre e tre fratelli più grandi di lei. La madre (forse) era morta. Un giorno il padre decise di lasciare la propria casa con tutta la sua famiglia. Sognavano di andare in Italia, in Europa, ma avrebbero dovuto attraversare il deserto, arrivare in Tunisia e da lì affrontare la traversata di quel mare che ormai faceva paura. Un mare, il Mediterraneo, divenuto un cimitero che accoglie nei suoi abissi migliaia di esseri umani come loro (1.600 nel 2024, 20.894 i riportati indietro con la forza nei lager libici). A ucciderli è la disumanità, crudeltà e ferocia di chi li vuole fermare, respingere, e ostacola in ogni modo chi, invece, vuole soccorrerli e salvarli. Costruisce prigioni, come quella in Albania, per rinchiuderli e respingerli più velocemente in quanto non degni di vivere in un paese europeo. L’Europa tutta, dopo la Shoah, si sta macchiando di crimini contro l’umanità. Nel cuore di quel padre e dei suoi figli il desiderio di partire era più forte della paura del viaggio. Volevano lasciarsi alle spalle miseria, fame, disperazione. Attraversarono a piedi il deserto, arrivarono in Tunisia ma quando venne il momento d’imbarcarsi, dopo aver pagato uno scafista, sul barchino di ferro non c’era posto per tutti. Il padre volle che a partire per primi fossero la figlia e il figlio maggiore, li avrebbero poi raggiunti.

Maria, Maryam, è questo il nome della bambina. Un nome che, in prossimità del Natale, non può non fare pensare a quella giovinetta di Nazareth che, duemila anni fa con il suo sì, rese possibile quell’evento straordinario, che si ripete ogni anno, dell’irrompere di Dio nella storia umana. Maryam parte col fratello che doveva proteggerla. Partono l’8 dicembre. Il mare è agitato, il barchino scivola tra le acque ma ben presto si scatena una tempesta. «Sulla barca di ferro eravamo in 45. Ma a un certo punto il mare – racconta Maryam – è diventato troppo più grande di noi. La barca si è riempita d’acqua ed è andata a fondo. Per un po’ siamo rimasti in tre», lei il fratello e il cugino, «tutti attaccati a quel salvagente», una camera d’aria che il fratello era riuscito ad afferrare prima del naufragio. «Eravamo vicini nel mare. Ci tenevamo. Pregavamo. Ma poi non li ho più visti. Sono rimasta sola». Unica sopravvissuta al naufragio. Non oso nemmeno immaginare cosa abbia provato in quelle ore, forse giorni, notti, albe rimasta da sola aggrappata disperatamente alla camera d’aria. Sola, in preda alla paura, immersa nell’acqua a soffrire il freddo, la fame, la sete e a pregare il suo Dio. Nessuna bambina o bambino, in ogni parte del mondo, dovrebbe mai provare quello che ha provato lei. Non c’è crimine più grande di questo. L’11 dicembre, in una notte senza stelle e senza luna, la bambina sente in lontananza il rumore del motore di una barca. È il veliero Trotamar III di una Ong tedesca. Raccoglie tutte le sue forze e si mette a urlare «Help!», Aiuto. Il suo grido arriva fino al veliero. «È stata una coincidenza incredibile, noi eravamo in mare a cercare altre persone che avevano lanciato Sos. Ma dopo una tempesta durata giorni non c’era speranza. Solo per caso, alle 3,20 del mattino, il nostro equipaggio – racconta il capitano – ha sentito le urla della bambina nell’oscurità e ha avviato immediatamente una manovra di salvataggio». «Incredibile, pazzesco, un miracolo aver sentito la sua voce», dice la vice-capitana, Ina Fien. Maryam è a Lampedusa, «le sue condizioni sono abbastanza buone, a parte il trauma di quello che ha vissuto e che è inimmaginabile». Il Natale di quest’anno avrà il volto della bambina di undici anni salvata dalla strage degli innocenti di Erode del nostro tempo.