Ogni giorno apriamo gli occhi su un mondo che si mostra sempre più incomprensibile: pare vacillare la nostra capacità di assimilare nuovi scenari poiché il mutamento è incessante. Nuovi conflitti, nuove pagine di violenza, continue nuove infrazioni della normalità precipitano nella confusione dell’ignoto. Le categorie con cui leggevamo la realtà appaiono fragili perché agganciate a principi che credevamo eterni e che invece sono crollati sotto gli sconvolgimenti del presente. Ne consegue una strisciante condizione psichica di paralisi, da cui sembra inimmaginabile uscire.

Eppure, anche se sempre più insidiata dalle tecnologie, abbiamo ancora a disposizione la più ingegnosa tra le facoltà umane, in grado di liberarci dall’oppressione della passività: il pensare, una pratica che presuppone tensione, non si svolge nella stasi, rifiuta la paralisi, sottintende un movimento. Per descrivere la condizione moderna del pensiero, Arendt propone di ripensare una breve parabola di Kafka: un uomo (Er/egli) si trova al centro di un combattimento tra due avversari, uno lo incalza da dietro, è il passato; l’altro gli sbarra la strada davanti, è il futuro.

Nella disputa tra passato e futuro, innescata dallo spezzarsi del filo della tradizione, il pensiero moderno nasce come intervallo. Pensare significa allora abitare integralmente questa dimensione resistendo alla tentazione di rifugiarsi nella nostalgia o di dissolversi nella profezia: in antitesi a quanto, in questi anni, sia stato avanzato dal pensiero maschile che, nel riflesso tragico della parabola, nell’agonismo della lotta tra passato e futuro, non realizza la promessa arendtiana, ma manifesta la lacuna come tenebra, come depressione. In un immaginario di lotta eminentemente maschile, il soggetto Egli si percepisce assediato dalla storia, e, trascinato tra rovine e catastrofi, si esprime in forme apocalittiche: crisi irreversibili, collassi ecologici, fine delle democrazie, scenari di estinzione. Il tempo è vissuto come precipizio perché, sembrano ammonire, se il simbolico maschile ha fallito, allora è la fine del mondo.

Come agire contro lo spirito del ripiegamento, come rilanciare la promessa arendtiana di una lacuna inaugurale, di un pensiero imprevisto liberato dalle insidiose controversie del tempo, di una «forza diagonale»? Proviamo a immaginare cosa accade se, in quella parabola, sostituiamo il pronome: se egli fosse ella come cambierebbe l’atto del pensare? Il gesto potrebbe sembrare minimo, quasi grammaticale, ma il pronome non è neutro: organizza una posizione nel tempo, determina una dislocazione nell’asse delle forze generando un’altra esperienza della mente, quella di lei, l’esclusa dalla tradizione, l’inassimilabile, colei che è naturalmente “equipaggiata” per stabilirsi nella lacuna. Cacciata da ogni campo del sapere, ella ha creato spazi carsici al di fuori della linearità del sapere maschile, in «momenti radianti» (Chiara Zamboni) che manifestano una relazione diversa con le chiamate della Storia.

Fuori da queste contese, le pensatrici si collocano in una posizione laterale: assistono a una lotta che non le rappresenta e dalla quale possono scegliere di distaccarsi, volgendo altrove lo sguardo. In questo gesto di sottrazione inaugurano una temporalità diversa, che non è segnata dalla rovina ma dall’invenzione: un tempo fatto di traiettorie eccentriche, che deviano dai percorsi stabiliti. È un modo di stare nel tempo che sfugge alle trappole della linearità, sia quando questa si presenta come reazione, come annuncio di apocalisse, sia quando assume le vesti rassicuranti del progresso.

La parabola così si trasforma e si rinnova, l’asse si sposta, lo spazio del presente si apre nella prefigurazione di una rivoluzione simbolica che è appena cominciata e che ci interpella chiedendoci di mettere in gioco le nostre forze in una pratica della mente che non si lasci imbrigliare entro i recinti del femminile, che rifiuti di essere inglobata nelle istituzioni che la spartiscono in ambiti disciplinari, e che, immercificabile, si elevi al di sopra delle logiche voraci del mercato. Il pensiero delle donne sottraendosi alla colonizzazione conquista quell’autonomia indispensabile per interrogarsi liberamente sulle grandi questioni epocali. Queste ultime rivelano allora la loro natura di possibilità generative: non semplici ostacoli da rimuovere, ma occasioni feconde di un momento radiante e inedito, che preesiste in stato di latenza e attende esclusivamente l’intervento del nostro pensiero per pervenire alla piena manifestazione.

(L’imprevista – newsletter di Lìbrati, 24 marzo 2026)

Quanto avrà contato nel successo del No il rifiuto e la paura della guerra devastante scatenata da Trump e Netanyahu, tanto più essendo al governo una alleata del capo americano che ha molto esitato a prenderne le distanze?

L’interrogativo girava nei primi commenti in tv mentre l’affermazione del No prendeva consistenza. Il risultato andrà analizzato attentamente, ma direi “a caldo” che ha avuto due aspetti positivi e rincuoranti.

La partecipazione inaspettatamente alta, che conferma l’attenzione molto diffusa anche tra chi si astiene dal voto politico quando si tocca la Costituzione. Non credo che fosse molto conosciuto il merito giuridico della faccenda, ma il modo in cui governo e maggioranza, e Giorgia Meloni nel suo “sprint” finale, hanno forzato e detto bugie grossolane senza aver mai minimamente cercato un accordo largo, come sarebbe necessario su temi costituzionali così importanti, deve avere insospettito e “mobilitato” gran parte di chi è andato a votare.

Il secondo credo proprio che sia il riemergere di una spinta popolare a reagire “politicamente” a una situazione sempre più segnata dallo scivolamento verso comportamenti autoritari e dal ricorso alla guerra nei suoi aspetti più aberranti: non solo nemici da sterminare, ma civili da terrorizzare, scacciare dalle loro case, distruggendo scuole, ospedali e centrali per l’energia, affermando la forza fuori da qualunque regola e “diritto” internazionale. Dall’Ucraina al Medio Oriente, e in tante realtà che nemmeno si nominano.

Non è un caso che si annuncino nei prossimi giorni nel nostro paese varie iniziative contro la guerra e a favore della pace.

Ne segnalo una, coordinata con le altre, lanciata all’inizio da un gruppo di femministe siciliane, ma ora estesa già a 150 città e paesi su tutto il territorio nazionale: sabato prossimo, 28 marzo, la rete nazionale “10, 100, 1000 Piazze di donne per la pace” porterà in tantissimi comuni, grandi e piccoli, dal nord al sud d’Italia, in presidi contro la guerra, creazioni frutto dell’arte della tessitura: arazzi, bandiere, tappeti, lenzuoli e chiameranno altre donne a finirli insieme. Sabato 20 giugno questi manufatti, frutto dello “stare insieme” di migliaia di donne di età, provenienze ed esperienze diverse, saranno portati a Roma per una manifestazione nazionale.

«Cucire – si legge nel comunicato della rete – ricamare, tessere, lavorare a maglia, ad uncinetto, dipingere, insieme per settimane, ha creato in tutta Italia un ordito di impegno e partecipazione, una trama resistente capace di fare da argine alla violenza armata. Le donne, coloro che quotidianamente reggono la vita, non si arrendono alla disumanizzazione e contrastano l’idea falsa e mortifera dell’inevitabilità della guerra».

«Tutti i dispositivi legali che gli uomini si sono dati per limitare l’uso della forza e della contrapposizione armata – scrivono ancora le organizzatrici – sono saltati. Siamo in balia di un potere internazionale in mano a uomini senza scrupoli e senza morale».

Che si tratti di “uomini” a produrre questa deriva violenta verso l’altro considerato nemico, ma inesorabilmente anche autodistruttiva (ne stanno diventando vittime anche le “nostre” democrazie, e le culture politiche che le hanno sostenute), non è detto casualmente. Certo vediamo oggi anche donne che seguono questa tendenza all’annientamento di ogni umanità (del resto il patriarcato si è retto per secoli anche sul consenso femminile. Ma ora non più).

Sono state donne, nella lunga ondata del femminismo, a dimostrare che si può tessere una politica capace di cambiare le nostre vite, esercitando anche conflitti radicali, ma senza giungere alla violenza che la vita la toglie all’altro.

(il manifesto, 23 marzo 2026)

Women of the Sun (le donne del sole) e Women Wage Peace (le donne portano la pace) sono due associazioni, l’una palestinese fondata a Gaza e in Cisgiordania nel 2021 da Reem Hajajreh, e l’altra israeliana, cofondata da Yael Admi, entrambe candidate al premio Nobel per la pace 2025. Da anni, prima del 7 ottobre, portavano avanti insieme iniziative di pace, dando l’esempio di una possibile convivenza tra due popoli su un’unica terra.

Tre giorni prima del massacro di Hamas avevano marciato insieme da Gerusalemme Est alla Cisgiordania fino al mare dove «attorno a un simbolico tavolo negoziale alla presenza di varie attiviste e politiche internazionali» avevano richiamato l’urgenza della partecipazione femminile alle trattative di pace. Subito dopo il 7 ottobre e la conseguente vendetta israeliana, le donne di Women Wage Peace scesero in piazza per chiedere il cessate il fuoco a Gaza e un accordo per il rilascio di tutti gli ostaggi. Ma non furono ascoltate. Molte attiviste di Women of the Sun sono morte a Gaza sotto i bombardamenti d’Israele, in diversi casi insieme a tutta la famiglia, di altre si sono perse le tracce, inghiottite dalla violenza e dall’orrore genocida contro il popolo palestinese. Dalle macerie, materiali e spirituali, dal dolore e dalle sofferenze per tanta violenza che non si ferma né a Gaza né in Cisgiordania ma anzi si allarga per tutto il Medio Oriente, ecco risorgere le donne delle due associazioni che il 24 marzo a Roma cammineranno fianco a fianco a piedi nudi e alla fine leggeranno il loro “Appello delle madri” per invitare le donne di tutto il mondo ad unirsi a loro.

Un appello che fuoriesce dai confini d’Israele e Palestina e si rivolge anche agli uomini per fermare la violenza, la cecità e la pazzia di maschi che idolatrano la forza delle armi e minacciano l’umanità intera. «Noi donne palestinesi e israeliane – si legge nell’appello – di ogni estrazione sociale, siamo unite nel desiderio umano di un futuro di pace, libertà, uguaglianza, diritti e sicurezza. Crediamo che anche la maggior parte delle persone delle nostre nazioni condivida il nostro desiderio comune. Pertanto, chiediamo ai nostri leader di ascoltare il nostro appello e di avviare tempestivamente colloqui e negoziati di pace, con un impegno determinato a raggiungere una soluzione politica al lungo e doloroso conflitto, entro un lasso di tempo limitato». «Invitiamo – continuano – i popoli di entrambi le nazioni, palestinese e israeliano, e i popoli della regione, a aderire al nostro appello e a dimostrare il loro sostegno alla soluzione del conflitto. Invitiamo le donne del mondo a sostenerci per un futuro di pace e sicurezza, prosperità, dignità e libertà per noi stesse, i nostri figli e gli abitanti della regione. Invitiamo le persone di pace di tutto il mondo, giovani e anziani, i leader religiosi, le persone influenti, i leader delle comunità, gli educatori e coloro che hanno a cuore questa questione, ad aggiungere la loro voce al nostro appello. Invitiamo i nostri leader ad ascoltare la voce e la volontà dei popoli in questo appello per risolvere il conflitto e raggiungere una pace giusta e inclusiva». «Ci impegniamo – scrivono ancora – a svolgere un ruolo attivo nel processo negoziale fino alla sua risoluzione, in linea con la Risoluzione Onu 1325 del 2000 che impose l’inclusione di negoziatrici nelle trattative di pace e nei processi decisionali». Infine, invitano i loro leader «a mostrare coraggio per questo cambiamento» e unire le forze «per restituire speranza» ai due popoli. Al loro appello si sono unite altre voci, tra cui quella della rete 10, 100, 1000 piazze di donne per la pace che il 28 marzo scenderà con gli arazzi della pace in più di cento città, tra cui Soverato, Palmi, Reggio Calabra, Gioia Tauro. Ancora una volta la pace è donna.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 22 marzo 2026)

La vicenda-choc in Francia: un gruppo di attiviste ha portato in tribunale il colosso Lafarge con l’accusa di aver finanziato il Daesh in Siria tra il 2013 e il 2015 pur di tenere aperto l’impianto. Un libro racconta la storia

Bisogna immaginarsela, la scena: quattro giovani donne sedute intorno al tavolino di un caffè davanti al Palazzo di Giustizia di Parigi. Sono giuriste esperte, lavorano senza sosta da mesi, in segreto, chiuse in un piccolo ufficio, sono sottopagate, pallide, stanche. Un po’ impaurite e perfino incredule per l’impresa che loro stesse hanno compiuto e che sta prendendo consistenza nell’edificio di fronte: portare a giudizio il più grande cementificio francese – un colosso con centinaia di filiali nel mondo – grazie a una enorme mole di documenti sul trasferimento di milioni di euro al Daesh, lo Stato islamico, tra il 2013 e il 2014, in piena guerra civile, pur di tenere aperto un impianto in Siria. È il novembre 2019; la denuncia era stata depositata dalle giuriste nel 2016, l’anno successivo la magistratura aveva aperto un’inchiesta per finanziamento a impresa terroristica e gli ex amministratori della Lafarge erano stati incriminati, così come nel 2018 la stessa azienda in qualità di “persona giuridica”. Ora, a tre anni dall’inizio di quell’avventura legale, Marie-Laure, Clara, Cannelle e Claire sono sedute al caffè e attendono la decisione della Corte, una delle tante su questa vicenda lunga, piena di ricorsi, di impugnazioni, di appelli. Ed eccola, la scena: il gruppo di donne smette di parlare quando arrivano in Tribunale gli avvocati dalla Lafarge, «con abiti ognuno dei quali deve valere più di un mese dei nostri stipendi. Per diversi minuti, escono uno dopo l’altro dalle loro berline con i vetri scuri e li abbiamo contati: erano diciannove, tutti uomini».

La vicenda ha provocato grande clamore in Francia: la Lafarge negli stessi anni in cui stava trattando la fusione con l’altro gigante del cemento, la Holcim, pervicacemente e consapevole dei rischi connessi alla guerra civile incipiente in Siria, teneva aperto lo stabilimento a Jalabiya, nel nord-ovest del Paese. Mentre i dipendenti europei erano già al sicuro nei Paesi confinanti, i lavoratori siriani venivano uccisi, taglieggiati, rapiti e minacciati dai terroristi dello Stato islamico nel tragitto da casa verso l’impianto, e le loro famiglie, residenti nei villaggi vicini, sottoposte a bombardamenti. Dalla presentazione della denuncia delle due Ong per la giustizia internazionale – la francese Sherpa supportata dalla tedesca Ecchr, il Centro europeo per i diritti umani e costituzionali – sono trascorsi dieci anni, la Lafarge e otto suoi dirigenti, tutti uomini, sono andati a giudizio nonostante la fiera opposizione di uno stuolo di avvocati degli studi legali più blasonati di Parigi, e quel gruppo di intrepide giuriste ha continuato ad accumulare faldoni e testimonianze, incrociare date, verificare circostanze che appartengono ormai alla storia della martoriata Siria. Il verdetto finale, dopo il processo che si è svolto tra novembre e dicembre 2025, è atteso per il prossimo 13 aprile. Nel frattempo la Lafarge si è dichiarata colpevole negli Stati Uniti, da cui erano transitate alcune transazioni, per avere versato 6 milioni di dollari allo Stato Islamico e al Fronte al Nusra, gruppo affiliato ad al-Qaeda, tra il 2013 e il 2014, e ha chiuso il processo versando 778 milioni di dollari.

Nello slancio per la verità di questo manipolo di donne non si può non pensare all’eterna sfida di Davide contro Golia, oppure al coraggio di Erin Brockovich, l’archetipo dell’eroina che si scontra con i poteri forti armata solo della verità. Ad accendere la miccia della vicenda della Lafarge è stata in effetti una donna, Dorothée Myriam Kellou, una giovane giornalista freelance franco-algerina che, colpita dal racconto di un dipendente siriano della Lafarge che l’aveva agganciata via mail per raccontarle cosa era successo a lui e alla sua famiglia, aveva raccolto altre voci, testimonianze, messo insieme date e circostanze fino a pubblicare un articolo sulla prima pagina de Le Monde, l’8 giugno 2016. Quell’inchiesta scatenò l’interesse di una associazione specializzata nel “contrasto ai crimini economici e nella difesa delle vittime della globalizzazione”, la francese Sherpa, che ha messo al lavoro sul caso una giurista e due stagiste.

Ed eccole, le donne-coraggio di questa storia, all’epoca giovanissime: la giurista Marie-Laure Guislain, le stagiste Babaka Tracy Mputu e Sara Brimbeuf. E poi Clara Gonzales, Maria Dossé e altre colleghe e stagiste, chiamate in rinforzo da un’associazione specializzata con sede a Berlino, l’Ecchr, come Cannelle Lavite e Claire Tixeire. Tutte donne. E insieme sono riuscite nell’impresa impossibile di alzare il tiro: l’accusa per la Lafarge e i suoi dirigenti non era “solo” il presunto finanziamento del terrorismo e mancato rispetto delle leggi sulla sicurezza dei lavoratori (accusa poi caduta), ma anche una possibile complicità in crimini contro l’umanità, quelli commessi dal Daesh in Siria: lo sterminio degli yazidi, le uccisioni indiscriminate, le crocifissioni dei prigionieri… La Francia restò attonita: nello stesso periodo storico in cui il colosso del cemento, mediante la sua sussidiaria siriana, avrebbe trasferito milioni ai terroristi del Daesh, alcuni “affiliati” compivano gli attentati che sconvolsero la capitale, da Charlie Hebdo al Bataclan. Potevano aver contribuito i soldi di Lafarge – si parla di 13 milioni di euro – a finanziare le stragi di innocenti del 2015 in terra francese? Se lo chiede un’altra donna protagonista di questa vicenda, Justine Augier, autrice di Personne morale, considerato da Le Monde uno dei libri più importanti del 2024, tradotto e pubblicato in Italia da poche settimane dalla piccola casa editrice genovese Magdalena con il titolo L’impresa (pagg. 254, euro 20).

Il libro di Justine Augier, “L’impresa”, illumina il lavoro nascosto, ostinato e malpagato di queste legali che hanno trasformato un’inchiesta giornalistica in un caso giudiziario senza precedenti.

Augier, parlando con Avvenire, spiega perché non sia un caso la presenza in questa storia di decine di donne, a vario titolo (non solo giornaliste, avvocate e giuriste, ma anche la presidente del Tribunale, e le due procuratrici che a dicembre hanno chiesto pene severe) contro un capitalismo malato, interessato solo al profitto e indifferente alle vite umane. «Penso che in questa vicenda – ci dice in videocollegamento da Parigi – ci siano due visioni del mondo che si confrontano: da un lato le forze che vogliono perpetuare l’impunità e i privilegi, e dall’altra quelle che chiedono giustizia e vogliono rimodulare i rapporti di forza. No, non è un caso che ci siano molte donne nel secondo fronte: si è trattato di un lavoro svolto nell’ombra, estenuante, senza garanzia di successo, collettivo, malpagato, privo di riconoscimento sociale». Un “lavoro sporco”, insomma, che esula da prospettive di carriera o di riconoscimenti economici. Un “lavoro da donne”?

Augier spiega che con il suo libro ha voluto portare un po’ di luce nella vicenda «cinica e terribile» della Lafarge, e quella luce è la «richiesta di giustizia» avanzata da un gruppo di donne idealiste per conto dei dipendenti siriani – uno è stato ucciso, altri rapiti e taglieggiati – lasciati in balìa della guerra per inseguire il profitto. Il libro di Augier si legge come un romanzo, ma mette in fila la pura verità. Ci sono le storie avvincenti delle attiviste-giuriste, il racconto della loro volontà di ferro, e la ricostruzione precisa di ciò che accadde in Siria: come e perché fu costruito il grande impianto di Jalabya, chi volle che continuasse a produrre cemento nonostante i rischi crescenti per i dipendenti, messi sotto una aleatoria “protezione” degli stessi terroristi opportunamente foraggiati. Nel libro ci sono le tante mail dei responsabili della filiale siriana alla casa madre, che informavano sui bombardamenti del Daesh, i rapimenti, i checkpoint… E poi le toccanti testimonianze di chi, nonostante l’enorme squilibrio di potere, ha deciso di denunciare. «Questa storia dimostra che anche le ingiustizie più clamorose, pur provocando un senso di impotenza, non devono impedirci di agire – continua Augier –. Sembrava impossibile far vacillare una potenza come la Lafarge, ma lo svolgimento di questo processo, qualunque sia l’esito, è già un enorme successo, una forma di giustizia in sé. È anche un precedente: d’ora in poi una multinazionale non potrà più pretendere di non aver responsabilità sulle azioni di una filiale all’estero».

(Avvenire, 21 marzo 2026)

L’artista Mili Romano* ci ha mandato un “intervento sonoro” che ha creato in gennaio come una sua «reazione personale a quelle guerre e atrocità senza senso che da troppo tempo ci accerchiano travolgendo le nostre vite, e rischiando anche di farci diventare spettatori assuefatti e indifferenti»… È stato ripetutamente mandato in onda alla Radio Città Fujiko di Bologna – e ora ci invita a partecipare, ciascuna o ciascuno con un contributo audio di un minuto, per farlo diventare un’azione corale contro la guerra. Ascoltate l’audio!

Per mandare un vostro contributo basta un vocale whatsapp al numero 3385944122

(*) Mili Romano è artista e curatrice indipendente soprattutto di progetti di public art, è stata ospite alla libreria delle donne di Milano con un intervento su VD3 “L’arte della relazione” (ottobre 2024) e alla presentazione del suo libro “Crossing… attraversamenti, tracce, indizi” (Carta Banca editore) nel mese di ottobre 2025, con Donatella Franchi.

(www.libreriadelledonne.it, 19 marzo 2026)

Sabato 28 marzo le aderenti alla rete nazionale “10 100 1000 piazze di donne per la pace” porteranno in più di 125 comuni, grandi e piccoli, dal nord al sud d’Italia, i loro lavori per la pace: arazzi, bandiere, tappeti, lenzuoli e chiameranno altre donne a finirli insieme. Sabato 20 giugno questi manufatti, frutto dello “stare insieme” di migliaia di donne di età, provenienze ed esperienze diverse, saranno portati a Roma per una manifestazione nazionale per la pace. Cucire, ricamare, tessere, lavorare a maglia, ad uncinetto, dipingere, insieme per settimane, ha creato in tutta Italia un ordito di impegno e partecipazione, una trama resistente capace di fare da argine alla violenza armata. Le donne, coloro che quotidianamente reggono la vita, non si arrendono alla disumanizzazione e contrastano l’idea falsa e mortifera dell’inevitabilità della guerra.

In tutto il paese e nel mondo intero crescono angoscia, ansia e preoccupazione per quanto sta avvenendo sugli scenari mediorientali. La guerra diventa sempre più distruttiva e feroce, si abbatte sugli inermi, rischia di normalizzarsi ed estendersi: una marea che finirà con il travolgere ogni vita e ogni cosa. Tutti i dispositivi legali che gli uomini si sono dati per limitare l’uso della forza e della contrapposizione armata sono saltati. Siamo in balia di un potere internazionale in mano a uomini senza scrupoli e senza morale.

È il momento dell’assunzione di responsabilità e di trasformare paura e rabbia in parola e azione. È il momento di far valere l’etica della cura, della giustizia e dell’amore, centrale nell’esperienza storica delle donne contro la logica patriarcale del più forte. Le donne della rete nazionale non permetteranno che si azzeri il futuro, faranno risuonare in tutte le piazze il loro NO alla guerra fino a che non diventi un boato tale da costringere il governo ad assumere una posizione chiara e netta di stop al riarmo e di rifiuto della guerra.

Vogliamo, pretendiamo, faremo in modo che la vita continui! Per informazioni:

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email: donnecontroguerra.pinerolese@gmail.com

10 100 1000 Piazze di donne per la pace

ELENCO DELLE PIAZZE (IN AGGIORNAMENTO)

1.Acireale(CT) 2.Acquedolci(ME) 3.Alba(CN) 4.Alcamo(TP) 5.Alimena(PA) 6.Alpignano(TO) 7.AltoGardaeLedro(TN) 8.Arese(MI) 9.AsceaMarina(SA) 10.Augusta (SR) 11.Bagheria (PA) 12.Belmonte Mezzagno (PA) 13.Bergamo (BG) 14.Bisacquino (PA) 15.Bologna (BO) 16.Bricherasio (TO) 17.Buseto Palizzolo (TP) 18.Caltagirone (CT) 19.Caltanissetta (CL) 20.Capaci (PA) 21.Capo d’Orlando (ME) 22.Carini (PA) 23.Carpi (MO) 24.Casale Monferrato (AL) 25.Castelbuono (PA) 26.Castelfranco Emilia (MO) 27.Castellammare del Golfo (TP) 28.Castelnuovo Cilento (SA) 29.Castelvetrano (TP) 30.Catania (CT) 31.Cecina (LI) 32.Cefalù (PA) 33.Cerda (PA) 34.Cernusco sul Naviglio (MI) e Gessate (MI) 35.Chiavari (GE) 36.Chioggia (VE) 37.Cinisi (PA) 38.Cividate al Piano (BG) 39.Colleferro (RM) 40.Collegno (TO) e Pianezza (TO) 41.Colli a Volturno (IS) 42.Comacchio (FE) 43.Como (CO) 44.Corleone (PA) 45.Cortenuova (BG) 46.Cremona (CR) 47.Cuneo (CN) e Mondovì (CN) 48.Desenzano del Garda (BS) Castiglione delle Stiviere (MN) 49.Enna (EN) 50.Erice (TP) 51.Fenestrelle (TO) 52.Figline Valdarno (FI) 53.Firenze 54.Foggia (FG) 55.Garbagnate Milanese (MI) 56.Genova (GE) 57.Giarre (CT) 58.Gioia Tauro (RC) 59.Ionico Etnea (CT) 60.Isnello (PA) 61.Lercara Friddi (PA) 62.Licata (AG) 63.Livorno (LI) 64.Mantova (MN) 65.Marineo (PA) 66.Marsala (TP) 67.Messina (ME) 68.Mestre-Venezia (VE) 69.Milano (MI) 70.Militello in Val di Catania (CT) 71.Misiliscemi – Locogrande (TP) 72.Modena (MO) 73.Modica (RG) 74.Monopoli (BA) 75.Montedoro (CL) 76.Musile di Piave (VE) 77.Napoli (NA) 78.Narni (TR) 79.Noventa di Piave (VE) 80.Oleggio (NO) 81.Otricoli (TR) (insieme a Calvi dell’Umbria TR) 82.Paderno Dugnano (MI) 83.Padova (PD) 84.Palermo (PA) 85.Palmi (RC) 86.Partinico (PA) 87.Patti (ME) 88.Pavia (PV) 89.Perugia (PG) 90.Pesaro (PU) 91.Petralia Soprana(PA) 92.Petralia Sottana (PA) 93.Pinerolo (TO) 94.Piombino (LI) 95.Piossasco (TO) 96.Polizzi Generosa (PA) 97.Pratrivero in Valdilana (BI) 98.Quattro Castella (RE) 99.Ragusa (RG) 100.Reggio Calabria (RC) 101.Resuttano (CL) 102.Rivoli (TO) 103.Roccafiorita (ME) 104.Roma (RM) 105.Rovereto (TN) 106.San Cataldo (CL) 107.San Donà di Piave (VE) 108.Santo Stefano Quisquina (AG) 109.Santa Caterina di Villarmosa (CL) 110.Sant’Agata di Militello (ME) 111.Saronno (VA) 112.Sarzana (SP) 113.Sesto San Giovanni (MI) 114.Siracusa (SR) 115.Settimo Torinese (TO) 116.Sondrio (SO) 117.Soverato (CZ) 118.Termini Imerese (PA) 119.Tione (TN) 120.Torino (TO) 121.Tortorici (ME) 122.Trapani (TP) 123.Tusa (ME) 124.Uboldo (VA) 125.Valledolmo (PA) 126.Venezia (VE) 127.Vignola (MO) 128.Vittoria (RG)

(Facebook, 18 marzo 2026)

A quasi ottant’anni dalla sua approvazione, la nostra Costituzione resta l’ancoraggio più solido a difesa della democrazia e dello Stato di diritto. Per i valori che esprime e tutela, per la visione lungimirante che continua a offrire e per l’equilibrio istituzionale che la attraversa, la Carta rappresenta ancora oggi il presidio più forte delle libertà di tutte e tutti. Fu scritta quando le macerie della guerra e le ferite dell’autoritarismo erano ancora sotto gli occhi di tutti. Donne e uomini che avevano conosciuto sulla propria pelle la perdita del senso del limite propria di ogni tirannia costruirono allora un ordinamento fondato sull’equilibrio tra i poteri dello Stato e sulla tutela dei diritti fondamentali. Le donne, entrate nella vita pubblica e politica dopo una lunghissima esclusione, contribuirono in modo decisivo sia alla nascita della Repubblica che alla redazione della nostra Costituzione. La Carta non sarebbe quella che è senza il contributo delle madri costituenti, che portarono la propria esperienza e la propria domanda di libertà. Per le donne la democrazia costituzionale non è stata un dato scontato: è stata una conquista. Ogni avanzamento nei diritti, nella libertà e nell’autodeterminazione è passato attraverso istituzioni capaci di garantire equilibrio tra i poteri e indipendenza della giustizia. Indebolire questo equilibrio significa mettere a rischio anche il percorso di emancipazione costruito dalle donne nel tempo. Difendere la Costituzione significa quindi difendere anche la possibilità concreta per le donne di far valere i propri diritti.

Il senso del limite: un principio femminista e democratico

Viviamo un tempo in cui il senso del limite – così centrale nel pensiero e nella pratica femminista – sembra progressivamente smarrito. Nel pensiero femminista il limite, lontano dall’essere una mancanza, è la condizione che rende possibile la libertà e la relazione. La libertà nasce dal riconoscimento del limite, che impedisce a qualcuno di farsi assoluto, di porsi come misura unica del mondo e di cancellare o assorbire l’altro. Senza limite non c’è relazione, ma dominio. Il limite è ciò che impedisce l’assolutizzazione del potere e mantiene aperto lo spazio della pluralità, della differenza, quindi delle libertà. Questa intuizione attraversa anche la tradizione costituzionale delle democrazie moderne. La separazione dei poteri nasce dalla stessa consapevolezza. Il potere legislativo, quello esecutivo e quello giudiziario si bilanciano anche per evitare che uno di essi possa ergersi a potere assoluto. La democrazia costituzionale non si fonda sulla concentrazione del potere, ma sul suo limite e sull’equilibrio che garantisce la libertà. Quando uno dei poteri tenta di espandersi senza riconoscere i limiti che gli sono propri, la logica della relazione tra poteri lascia il posto alla logica del dominio. Per questo difendere il limite è un atto profondamente democratico. Ed è proprio questo principio che la riforma della giustizia oggi proposta rischia di incrinare.

Una riforma sbagliata nel metodo e nel merito che non giova alle donne

La riforma della giustizia sulla quale siamo chiamate e chiamati a esprimerci il 22 e 23 marzo mette in discussione proprio l’equilibrio tra i poteri. Presentata come riforma della “separazione delle carriere”, interviene in realtà sull’architettura complessiva dell’ordinamento giudiziario, alterando il sistema di pesi e contrappesi tra i poteri disegnati dalla Costituzione. Anche il metodo seguito per la sua approvazione è significativo: il percorso previsto dall’articolo 138 della Costituzione nasce per favorire il dialogo tra maggioranza e opposizione su modifiche che riguardano l’intero ordinamento democratico. In questo caso, invece, ogni proposta di modifica è stata respinta e il testo approvato coincide integralmente con quello presentato dal governo. Questa chiusura al confronto segnala una concezione del potere che nega il riconoscimento dei limiti e dei contrappesi istituzionali.

La riforma stravolge il ruolo del Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) quale organo di garanzia dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura. Il CSM è il luogo in cui si difende l’indipendenza di giudici e pubblici ministeri, si valutano le professionalità, si nominano i dirigenti degli Uffici e si esercita la funzione disciplinare. Dividerlo in due organi distinti – uno per i giudici e uno per i pubblici ministeri – significa frammentarne la forza e ridurre la capacità di difesa dell’autonomia della magistratura. A questo si aggiunge la sottrazione del potere disciplinare al controllo del Capo dello Stato, che viene attribuito a un nuovo organo: l’Alta Corte di Giustizia. Il risultato complessivo è una magistratura più fragile e più esposta alle pressioni della politica. Ma l’indipendenza della magistratura non è una questione astratta o corporativa: è una garanzia per i diritti di tutti e di tutte e, in particolare, per chi si trova in condizioni di maggiore vulnerabilità. Quando l’autonomia della giustizia si indebolisce, si indebolisce anche la capacità dello Stato di riconoscere e tutelare violenze, discriminazioni e disuguaglianze. Ed è proprio per questo che la difesa dell’indipendenza della magistratura riguarda direttamente e nel concreto la libertà e i diritti delle donne.

Più a rischio i diritti delle donne nelle aule di giustizia, più difficile contrastare la violenza maschile

L’assetto della giustizia determina una scelta fondamentale: chi viene protetto dallo Stato e chi no; cosa è rilevante per lo Stato e cosa non lo è. Dentro questa scelta ci siamo anche noi donne, perché la tutela non è astratta: è protezione concreta. La riforma rischia di modificare profondamente il ruolo del pubblico ministero e di produrre due effetti che possono sommarsi: da un lato un pubblico ministero più esposto all’indirizzo politico nella definizione delle priorità investigative, dall’altro un suo progressivo allontanamento dalla cultura della giurisdizione a favore di una cultura dell’investigazione pura. Le donne rischiano di diventare l’ultimo dei problemi nell’agenda delle procure. Violazione dei diritti umani, violenza maschile contro le donne e discriminazioni potrebbero non rientrare più tra le priorità effettive dell’azione penale. La separazione netta delle carriere e dei percorsi formativi tra magistrati giudicanti e requirenti può produrre un ulteriore effetto pericoloso: pubblici ministeri sempre più distanti dalla cultura della giurisdizione e sempre più assimilabili ad “avvocati dell’accusa” o “della polizia”. Questo è un punto decisivo. L’ostacolo maggiore all’accesso delle donne alla giustizia non è infatti soltanto legislativo: è soprattutto culturale e formativo. Oggi questa formazione avviene all’interno di una magistratura unitaria, nella quale pubblici ministeri e giudici si formano insieme, condividono percorsi e confronti professionali. Separare le carriere significa spezzare questo circuito. Il pubblico ministero è un organo pubblico, è custode della legalità e ha un ruolo di garanzia pubblica, per questo deve condividere con i giudici la cultura della giurisdizione.

Un pubblico ministero che condivide la cultura del giudicante sa leggere il ciclo della violenza maschile, sa che le ritrattazioni spesso sono il segno di una condizione di assoggettamento prodotta dalla sperequazione di potere tra uomo e donna che caratterizza le relazioni violente, come pure sa che il ritardo nelle denunce non delegittima la persona offesa. Questa è la cultura della giurisdizione: cercare la verità dei fatti nel rispetto delle norme, non condizionati da stereotipi e pregiudizi e senza rivittimizzare chi denuncia. Le conseguenze non riguardano solo i processi penali, ma anche i processi civili e minorili. La magistratura inquirente si occupa anche di violenza assistita, di tutela dei minori, di molestie nei luoghi di lavoro, di discriminazioni e diritti delle persone più vulnerabili. Quando la giustizia si indebolisce non sono i più forti a pagare il prezzo della riduzione delle garanzie, ma chi è già più esposto. Le donne che denunciano violenza lo sanno bene. In questo contesto l’indipendenza costituzionale del pubblico ministero rappresenta una garanzia fondamentale: significa che la tutela dei diritti non dipende dall’orientamento politico del governo di turno. Se questa indipendenza venisse indebolita – attraverso gerarchizzazione delle procure, priorità investigative o nuovi strumenti di controllo – il rischio sarebbe una tutela più incerta e disomogenea dei diritti. E nei reati di violenza maschile contro le donne ogni arretramento interpretativo o ogni disomogeneità può trasformarsi in un rischio concreto per tutte le donne.

Votiamo NO a tutela delle donne

I problemi della giustizia italiana sono reali: lentezza dei processi, carenze organizzative, insufficienza di personale, di risorse e mancanza di formazione continua. Modificare sette articoli della Costituzione non accelera di un solo giorno i processi. Servono invece investimenti in magistrati e personale amministrativo, risorse per l’edilizia giudiziaria e formazione.

Occorre che il ministro della Giustizia, in attuazione dell’articolo 110 della Costituzione garantisca l’organizzazione e il funzionamento dei servizi relativi alla giustizia.

Per questo il nostro NO è una scelta femminista e democratica.

Votiamo NO per difendere:

– la Costituzione nata dal lavoro delle nostre madri e dei nostri padri costituenti

– l’equilibrio tra i poteri dello Stato, contro la volontà di potere assoluto di questa destra che

ostacola i diritti e la libertà di autodeterminazione delle donne.

Carla BASSU, costituzionalista // Concetta GENTILE, avvocata civilista // Fabrizia GIULIANI, filosofa // Teresa MANENTE, avvocata penalista // Maria MONTELEONE, magistrata // Elvira REALE, psicologa hanno lanciato questo appello, che in pochi giorni è stato sottoscritto da migliaia di giuriste, scrittrici, giornaliste, filosofe, attrici, registe, sindacaliste, cantanti, professioniste della sanità e tutte le professioniste delle reti antiviolenza, parlamentari e attiviste femministe.

(NoiDonne, 17 marzo 2026)

Riparare l’irreparabile è possibile? E prima ancora: cosa dobbiamo intendere per “irreparabile”? Il male lo è? È irreparabile, irredimibile, imprescrittibile? È sufficiente giudicarlo e punirlo, quando si sia tradotto nella commissione di un reato perseguibile come tale? In cosa consiste, il suo mistero? La punizione, intesa come condanna pronunciata da un giudice, può bastare a renderne conto, a restituirne il senso? O non ne avanzerà sempre un resto, una mancanza?

Dal punto di vista delle vittime, in primo luogo: e dunque della loro esperienza di ingiustizia subita o percepita e di dolore sofferto. Ma anche dal punto di vista degli autori del reato: della loro responsabilità, o meglio della loro responsabilizzazione, rispetto al dolore inflitto (al di là di qualunque ragione o motivazione). E più in generale, dal punto di vista dell’umanità di tutti, perché è questo ciò che il male, più radicalmente, chiama in causa: il nostro modo di abitare le relazioni e di concepire il rapporto fra bisogni e desideri; la nostra interpretazione del mondo e le parole con le quali la esprimiamo.

Le ferite, le mancanze, i vuoti di senso, le ombre. Ciò resta fuori da una mera applicazione delle norme. Allo scopo non di una riconciliazione a tutti i costi, ma di una ricomposizione

Sono queste le domande,e sono questi i temi, che fondano La via riparativa alla giustizia, il nuovo libro di Antoine Garapon (Vita e Pensiero, pp. 244, euro 20). È una figura complessa, Garapon: «tanto autorevole», sottolineano Gabrio Forti, Emanuela Fronza e Claudia Mazzucato nella loro magistrale prefazione, «quanto difficile da inquadrare». Sia giurista che filosofo, allievo di Paul Ricœur; giudice, in passato, e da ultimo presidente della Commissione Riconoscimento e Riparazione, istituita in Francia a seguito delle indagini di una commissione indipendente sugli abusi sessuali all’interno della Chiesa cattolica; grande studioso ed esperto di giustizia riparativa. Il suo è uno sguardo largo, profondo, e lo è anche la sua prosa: più narrativa, a tratti quasi lirica, che non tecnica. Larghe e profonde sono anche le risposte che a quelle domande prova a fornire: non sono soluzioni che pretendano di esaurire il discorso, ma proposte che a loro volta ci interrogano e ci smuovono.

Irreparabile, ci dice Garapon, può essere ciò che il male lascia dietro di sé: irreparabili possono essere le conseguenze derivanti dai reati, specialmente da quelli che Garapon definisce “fondativi”. Cioè da quei reati – da tutti i crimini contro l’umanità agli abusi sessuali (tanto più se compiuti nell’ambito di contesti familiari o religiosi) – che «coinvolgono la costituzione stessa dell’umano», inscrivendosi nella vita delle vittime «come sorgente avvelenata che contamina l’intero corso dell’esistenza».

Sono crimini,come li definiva Hannah Arendt, che non si possono né punire né perdonare (e Crimini che non si possono né punire né perdonare è anche il titolo di un libro di Garapon): nel senso che la giustizia ordinaria, nella sua funzionalità alla pura e semplice emanazione di una condanna o di un’assoluzione, si rivelerà sempre inadeguata. Non è forse vero che nelle aule delle corti, per usare le parole di un racconto di Yasmina Reza, «non si ha il tempo di andare a ritroso nel tempo» né di «scrutare seriamente» la storia delle persone? A cominciare da quella delle vittime, al cui racconto il giudice non è neppure interessato: il giudizio si gioca solo intorno a fatti precisi e circoscritti, al solo fine di valutarne la riconducibilità alle norme. Cos’è, la giustizia ordinaria, se non un rito incentrato sull’attribuzione di ruoli fissi e predeterminati, secondo una logica binaria? L’imputato da una parte, il pubblico ministero dall’altra; e davanti a loro il giudice, chiamato a dividere il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato, il bene dal male. Ma il punto è che la realtà è sempre più ampia di un giudizio, sarà sempre eccedente.

A tale logica Garapon contrappone quella della giustizia riparativa, quale forma di giustizia interessata esattamente a tutto ciò che nella giustizia ordinaria non entra: le ferite, le mancanze, i vuoti di senso, le ombre. Allo scopo non di una riconciliazione a tutti i costi, ma di una ricomposizione. Quello che interessa alla giustizia riparativa è provare a costruire un nuovo equilibrio, «uno spazio condiviso di riparazione e responsabilità», che consenta a ciascuno, dentro un ordine simbolico diverso da quello ordinario, di prendere «le distanze da sé stesso»: la vittima, per rifondare il legame fiduciario nei confronti del mondo; l’autore di reato, per non rimanere chiuso per sempre nel reato compiuto. Che consenta, in altri termini, di immaginare «nuovi possibili», come li chiama il filosofo François Jullien nel suo Sciogliere, edito sempre da Vita e Pensiero. Perché quello che è successo non può essere cancellato: ma può essere curato, e quindi superato.

Attenzione però:Garapon intende proporre la giustizia riparativa non in chiave alternativa a quella ordinaria, bensì quale suo “compimento”. Né d’altronde il suo discorso è circoscritto ai soli “crimini fondativi”, pur essendovi spesso riferito. No, il suo è un discorso che riguarda i fondamenti epistemologici e la logica della giustizia tout court: è un «progetto di giustizia a pieno titolo, non riducibile a una qualsivoglia funzione (di transizione, ricostruttiva, riparativa, restaurativa, ecc.)», è «qualcosa di più profondo». Si tratta di immaginare una giustizia più aperta al futuro, alla vita, di quanto non sia una giustizia fondata solo sulla fredda applicazione delle norme. D’altra parte cosa sarebbe la giustizia, si chiedeva Camus, senza la possibilità della felicità?

(il manifesto, 17/03/2026)

Garapon sarà a Milano giovedì per due incontri: alle 15,30 all’Università Cattolica con Gabrio Forti, Carla Bagnoli, Guido Bertagna, Pierantonio Frare, Loredana Garlati; alle 20,15 alla Fondazione Feltrinelli con Claudia Mazzucato e Valeria Cantoni Mamiani.

Un murales nel quartiere milanese di Gorla, a Nord-Est della città, di fianco al naviglio della Martesana. Il canale è stato progettato da Leonardo da Vinci nel 1400

Da sedici anni il progetto porta a scoprire le città e i suoi quartieri con uno sguardo interculturale e decoloniale. Visite guidate da accompagnatori e accompagnatrici con origini migranti fanno sperimentare un turismo urbano in cui le storie diventano la forma più efficace di resistenza. L’ultima tappa è a Nord-Est del capoluogo lombardo, un’altra zona preda di dinamiche di gentrificazione.

Dal latino solĭtas-atis, solitudine, la parola portoghese saudade, letteralmente “nostalgico rimpianto”, è quella che per Carla Oller meglio rappresenta il sentimento con cui ogni persona migrante deve fare i conti: la malinconia. Uno stato d’animo che include la mancanza di casa, della terra, della famiglia, della lingua e del cibo.

Una sensazione che Oller conosce bene, essendosi trasferita a Milano dall’Argentina insieme al marito dieci anni fa. Le sue origini, però, restano ben salde e si sono integrate con la nuova vita in città. Durante la giornata beve sempre il suo yerba mate – che ormai riesce a comprare anche al supermercato – insegna spagnolo a ragazzi e adulti e gestisce un blog, il Crónicas de Milán, dove condivide storie e aneddoti della città che l’ha accolta. Lo sguardo personale e originale ha anche portato Carla a diventare una delle accompagnatrici interculturali di Migrantour, il progetto nato 16 anni fa tra Torino e Milano per far raccontare le città da persone con origini migranti.

Come scriviamo da anni non si tratta di una semplice visita guidata ma di una passeggiata collettiva in cui si scoprono i quartieri attraverso le storie e le identità di chi li abita, con quello che l’antropologo Giacomo Pozzi, collaboratore di Migrantour, chiama lo “sguardo obliquo”: un modo, ideato dalla collaborazione tra il professore Francesco Vietti e l’operatore di Viaggi solidali, di intendere e visitare lo spazio con gli occhi dell’antropologia, “disciplina che si mette in ascolto di diversi saperi, non per parlare per conto di qualcuno ma affinché i processi di invisibilizzazione emergano e vengano scardinati attraverso le voci di chi li vive”, osserva Pozzi.

Migrantour mette quindi in evidenza quell’unione tra radici (in inglese roots) e percorsi (routes) teorizzata dall’antropologo statunitense James Clifford che contemplava l’idea che la cultura non sia solo statica e legata al territorio ma anche il risultato degli spostamenti e dei contatti culturali che si creano. Il progetto parte da questa concezione e dall’idea che le città stesse siano il frutto di tali incontri e trasformazioni.

Attiva in 12 comuni – tra cui Roma, Parma, Bologna, Firenze, Cagliari e Palermo – e in nove città europee, l’esperienza a Milano ha già coinvolto Chinatown, Porta Venezia e via Padova: tutte zone molto interculturali. Con Carla, il quartiere di Gorla, soprannominato “la piccola Parigi”, a Nord-Est della città, è diventato l’ultima aggiunta delle passeggiate.

Borgo storico del 1800, Gorla viene annesso a Milano solo nel 1923. «La sua storia è una storia di immigrazione, non solo internazionale da un continente all’altro, come oggi il termine fa sempre pensare, ma interna, da una regione all’altra» racconta Carla, munita di microfono ad archetto, di fronte a una trentina di persone radunatesi lo scorso 28 febbraio, per una tappa di Migrantour organizzata da Acra in occasione dell’Anthro day, iniziativa che ogni anno l’Università di Milano-Bicocca propone in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano e di Torino, Iulm e La Sapienza di Roma, per far conoscere l’antropologia.

Prima tappa dell’itinerario sono le case popolari ex Crespi-Morbio di via Sant’Erlembaldo, nate nel 1939 in risposta alla crisi abitativa di quegli anni e all’aumento delle baracche – che in spagnolo Carla traduce come villas miseria – dove chi non aveva nulla, soprattutto le famiglie numerose provenienti dalla Puglia, trovava rifugio. La camminata prosegue poi dal Teatro Officina, punto di riferimento dell’area nato nel 1973 da un gruppo di studenti, insegnanti e operai che trasformarono il salone di una balera in un teatro di sperimentazione. A essere rappresentate però non sono le grandi opere ma le storie di chi vive il quartiere. Ne sono un esempio gli spettacoli Memoria di terra contadina, dove il teatro diventa cascina, oppure Cuore di fabbrica, che testimonia le voci degli operai. Il palco diventa anche spazio per laboratori con rifugiati politici e persone senza dimora, «dall’idea che sia importante raccontare le storie delle persone comuni», commenta l’accompagnatrice.

Con la stessa attenzione ai vissuti quotidiani, Carla legge ai partecipanti la storia di Ambrogino Sironi, un bambino di sei anni che la mattina del 20 ottobre 1944, a cinque giorni dall’inizio dell’anno scolastico, cercò in ogni modo di convincere i genitori a non mandarlo a scuola senza però riuscirci. 

Anche lui fu ucciso dalle 170 bombe anglo-americane che quella mattina, “per errore”, anziché colpire le fabbriche Breda, Alfa Romeo e Isotta Fraschini, distrussero l’istituto elementare Francesco Crispi di Gorla. Oggi a ricordare lui, il personale scolastico, i genitori e gli altri 200 bambini morti c’è una statua nella piazza dei Piccoli Martiri, con una madre che solleva il figlio deceduto e la scritta “Ecco la guerra”.

«Ero passata davanti a questo monumento tante volte senza mai fermarmi a guardarlo. – dice una partecipante al tour – Per chi non conosce il quartiere, queste passeggiate sono un modo originale di scoprirlo, mentre per chi ci abita un’occasione per soffermarsi su dettagli che prima, presi dalla frenesia della quotidianità, non si notavano neppure».

Carla Oller legge le storie di Ambrogino Sironi e Graziella Ghisalberti, quest’ultima sopravvissuta ai bombardamenti alla scuola Francesco Crispi del 20 ottobre 1944. Il monumento commemorativo ai piccoli martiri di Gorla, realizzato nel 1947, dispone di una cripta-ossario dove dalla metà degli anni Cinquanta sono conservate le spoglie dei caduti.

Dopo essere passati dal Circolo famigliare di unità proletaria in viale Monza, dove l’Italia si fonde con il Sudamerica grazie ai corsi di lingua e alle serate dedicate al nostalgico tango argentino e alla più vivace milonga, la passeggiata si conclude sulla Martesana, cuore del quartiere, con una riflessione dell’accompagnatrice. «Sono cresciuta in un continente che si dice essere stato “scoperto” e non “conquistato”. Un continente ribattezzato “America”, di cui non si conosce neppure con certezza il nome originario, e che dalla dottrina Monroe in poi viene utilizzato per indicare una singola popolazione, gli americani o statunitensi, e non gli abitanti dei 35 Paesi indipendenti che lo compongono. Se non si tramandano le storie e si parla di scoperta anziché di conquista, si invisibilizza il passato, le persone che hanno vissuto un luogo e la loro storia».

Un rischio che sembra attuale in un quartiere popolare come quello di Gorla, già preda di dinamiche di gentrificazione guidate da fondi immobiliari, attratti da quel passato che oggi lo rende “attrattivo”. Ma come dice Carla, descubrir in spagnolo significa manifestare e rivelare ciò che è nascosto: raccontare il quartiere attraverso le storie di chi lo ha reso quello che è, rappresenta forse un primo passo di resistenza, per evitare che qualcun altro lo faccia. «Quando non scriviamo la nostra storia, sono gli altri a farlo per noi».

(Altreconomia, 16 marzo 2026)

I padri sono sempre esistiti, ma non si può dire lo stesso della paternità. Tuttavia, anche se è difficile datare la comparsa di questo concetto, è importante ricostruirne il percorso perché è una storia che ha plasmato il mondo.

Lo storico Augustin Sedgwick ci prova nel libro Paternità. Da Platone a Bob Dylan, dall’età del bronzo a oggi, Sedgwick fa emergere il sistema di dominio e potere dietro la paternità. Il codice di Hammurabi del 1750 a.C. ne è un esempio perfetto.

Un padre poteva divorziare e vivere con delle concubine, cosa che non potevano fare le donne. Inoltre, un capo famiglia accusato di aver commesso dei crimini poteva trasferirli ai figli, ma a un figlio che colpiva un padre gli si potevano tagliare le mani. Se pensiamo che questo codice sia qualcosa di molto lontano da noi, basti sapere che un ritratto di Hammurabi fu appeso alla Camera degli Stati Uniti subito dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Il potere affidato ai padri è sopravvissuto al sovrano babilonese, incarnandosi in versioni più o meno subdole, più o meno violente, come hanno mostrato le tante lotte del femminismo. Ed è proprio a queste lotte che Sedgwick invita a guardare per costruire un modello di paternità che preferisca l’ascolto e la cura degli altri al potere.

Paternità una storia, di amore e potere di Augustin Sedgwick, traduzione di Sara Reggiani, Il Saggiatore, 2026

(Il Mondo, podcast dell’Internazionale, 16 marzo 2026)

Il 6 marzo 2026 due autrici del pamphlet collettaneo “Vietato a sinistra. Dieci interventi femministi su argomenti scomodi” (Castelvecchi, 2024), Silvia Baratella e Laura Minguzzi, hanno presentato il loro libro con Betti Briano di Eredibibliotecadonne nei locali dell’associazione QuiArte, nella bellissima fortezza del Priamar.

In questa occasione sono state anche intervistate dalla trasmissione “Il salotto” dell’emittente savonese Radio Jasper. Hanno parlato del libro, di femminismo e invitato tutte alla Libreria delle donne di Milano. L’intervista, condotta da Daniela Liaci, è andata in onda il 16 marzo 2026.

Qui il podcast.

(www.radiojasper.it, 16 marzo 2026)

La mia generazione non ha conosciuto la guerra né la paura di una guerra, se non in tempi più recenti. Quella venuta prima di me è stata la generazione che la storia «obbligò a vivere in un clima di morte e indicibili violenze tra il fumo dei forni», come scrisse nel 1950 la filosofa ebrea ucraina Rachel Bespaloff, la cui storia ho conosciuto leggendo il libro La riparazione Donne che rammendano il mondo di Marcella Filippa. Oggi quella storia sembra tornare in un clima che ci avvolge di morte, di odio, di violenza e di forza tra il genocidio di un popolo. In quel periodo tragico dei totalitarismi, della guerra, delle persecuzioni e della ferocia imperante, furono donne, note o sconosciute – raccontate da Filippa nel suo libro – quelle che, con le loro scelte esistenziali, hanno saputo tenere accesa la luce, a volte fioca, della pietas, dell’umanità, dell’amore, delle relazioni tra donne, salvando sé stesse e tutte noi. Una su tutte, Maria Lucia Apicella Pisapia (1887- 1982), chiamata la “mamma dei morti”. Una storia poco nota, rimasta nell’ombra e sepolta per tanto tempo. Lucia nasce a Cava dei Tirreni, in provincia di Salerno, in una famiglia povera e numerosa. Coltiva la passione per il ricamo. Di lei si sa poco. È la “madre dei morti”, che – come racconta l’autrice – si prende cura del corpo dei soldati caduti in guerra, senza badare alla loro nazionalità, ma solo all’essere umano. La guerra lascia una scia di cadaveri da entrambe le parti, e Lucia – spesso da sola, talvolta con una donna più giovane, Carmela Passaro – decide di recuperare ciò che resta di quei corpi martoriati, di scavare per trovare qualche oggetto che li identifichi, nonostante il pericolo delle mine. Scava con le nude mani per riportare alla luce ciò che resta di quei corpi per dare degna sepoltura. Recupera oltre mille corpi, che pulisce delicatamente e restituisce alle famiglie in piccole scatole di zinco. Quando molto tempo dopo la Germania, in segno di riconoscenza, le conferì la gran Croce dell’Ordine al merito della Repubblica Federale Tedesca, incontrò Karolina Wagner, alla quale aveva consegnato il corpo del figlio e l’orologio che il giovane portava al polso. Le due donne si sono abbracciate. Lucia rifiutò un riconoscimento per il suo impegno nel recuperare i resti degli “invasori nemici tedeschi” e la cittadinanza onoraria, se la parola “nemici” non fosse stata cancellata. Leggendo questa storia ho pensato, in particolare, ai giovani ucraini e russi mandati a morire in una guerra senza fine. Chi sa se un giorno ci sarà anche lì una “madre dei morti” che restituirà alle madri il corpo massacrato dei propri figli? L’ odio, la violenza, il dominio sugli uomini, sulle donne e sulla natura non sono che facce feroci di un patriarcato incarnato, oggi come ieri, da uomini che idolatrano la forza e seminano distruzione, morte, massacri, genocidi, dolori e sofferenze, rendendo il mondo più insicuro e disumano. Generazioni di donne hanno invaso le piazze del mondo contro la guerra e per la pace da cui ha avuto origine la stessa data dell’8 marzo, scelta nel 1921 da Alessandra Kollontaj alla Conferenza Internazionale delle donne comuniste, in ricordo di una manifestazione di donne – 23 febbraio 1917 nel calendario giuliano corrispondente al nostro 8 marzo –, a Pietrogrado, per chiedere la fine della guerra e dello zarismo. La storia di donne per la pace viene da lontano e le madri e i padri costituenti l’hanno iscritta nella nostra Costituzione, che viene calpestata e tradita da quelle donne che hanno scelto di stare dalla parte degli uomini guerrafondai e militaristi, tradendo anche se stesse. A testimoniare quella storia, invece, il 28 marzo saranno le 10,100, 1000 piazze di donne per la pace che manifesteranno nelle città italiane e srotoleranno gli arazzi che stanno cucendo col filo della pace, nel dialogo e nelle relazioni.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 15 marzo 2026)

Introduzione all’incontro Pensare, fare, amministrare giustizia. A proposito del Referendum, Libreria delle donne, Milano 13 marzo 2026 ore 18. Un’occasione preziosa per riscoprire la ricchezza di pensiero e pratiche di donne su temi sempre più urgenti: giustizia, legge, Costituzione, politica. Dialogo aperto con Angela Condello, docente di filosofia del diritto; Ilaria Gentile, magistrata; Stefania Lerro, avvocata. Introduce Giordana Masotto.

Link registrazione dell’incontro (2h 11m): https://www.youtube.com/live/i7cjmiGf1OQ

Tra dieci giorni votiamo al Referendum Giustizia. Si vuole intervenire sull’ordinamento giudiziario con modifiche a 7 articoli della Costituzione, in merito alla separazione delle carriere giudicanti/requirenti, alla struttura degli organi di controllo con due CSM distinti e una nuova Alta Corte disciplinare. Ho pensato che questa è un’occasione per tutte e tutti noi per metterci in gioco, capire in cosa ci riguarda, stare al mondo sentendo che anche questo è agire politica. Questo è un luogo vivo in cui è importante la ricerca di giustizia. E di giustizia vogliamo ragionare oggi a partire dal molto che le donne hanno pensato e fatto.

Sono qui con noi e le ringrazio, Ilaria Gentile, magistrata; Stefania Lerro, avvocata, entrambe attive a Milano e impegnate nella campagna per il No (è stata Stefania a contattare la Libreria delle donne) e Angela Condello, docente di filosofia del diritto, che ricordiamo anche per il suo contributo al convegno sul pensiero di Lia Cigarini (Il vuoto legislativo come possibilità di giustizia. Il femminismo giuridico di Lia Cigarini), e autrice/curatrice con Anna Simone e Ilaria Boiano di Femminismo giuridico,testo prezioso, agile e ricco. Importante anche perché dà corpo alla genealogia femminile nel diritto.

Dunque giustizia. Perché solo ripensando la giustizia si può fare un po’ di luce sulla complessità dei nessi tra giustizia, diritto e politica. Come tutte e tutti noi sentiamo la necessità di fare in questi tempi. Come appunto hanno fatto il pensiero e la pratica politica delle donne.

Pensare giustizia

Proprio la pratica politica delle donne, la parola e le relazioni tra donne hanno generato una critica radicale al diritto, svelando le sue matrici universaliste – l’Uno – che appiattiscono i soggetti. Come è accaduto anche negli altri campi del sapere, anche qui arriviamo a un cambio epistemologico: non i diritti delle donne ma donna soggetto che ri-pensa e ri-significa la giustizia e quindi il diritto per tutti. Dunque “il diritto diventa interessante solo in quanto esercizio politico votato a realizzare una forma di giustizia più ampia e allargata” (Introduzione di Femminismo giuridico).
“Quello femminile è un diritto sessuato che nasce dalla constatazione che i sessi sono due: la sua universalità è una forma storicamente e logicamente nuova, che domanda riflessione anche filosofica” (M.G. Campari, L. Cigarini, Fonte e principi di un nuovo diritto, Sottosopra oro 1989).

Le donne hanno affermato che: non sono una questione femminile, non sono una categoria e non sono soggetto debole da proteggere (a volte, come vedremo, anche le leggi antidiscriminatorie possono essere un passo indietro nella ricerca di giustizia in senso ampio). Le donne quando prendono la parola e agiscono politica, rendono più giusto il mondo. E “tutto il mondo deve cambiare perché io possa esservi inclusa”. Lo dice Clarice Lispector e lo ricordano le autrici di Femminismo giuridico.

Fare giustizia

Pensare giustizia e dunque fare giustizia. Lavoro non da poco ovviamente, in tutti i campi. Dobbiamo esserne consapevoli. Interpreto come un’allerta sulla grandezza della sfida che abbiamo di fronte il titolo di un libro che ben conoscete: Non credere di avere dei diritti, Libreria delle donne di Milano 1987. Quel titolo deriva dall’esergo che è una citazione dai Quaderni di Simone Weil. “Non credere di avere dei diritti. Cioè, non offuscare o deformare la giustizia, ma non credere che ci si possa legittimamente aspettare che le cose avvengano in maniera conforme alla giustizia; tanto più che noi stessi siamo ben lungi dall’essere giusti. … Vi è un cattivo modo di credere di avere dei diritti, e un cattivo modo di credere di non averne.”

La sfida dunque è riuscire a tenere semprevivo e fecondo il confronto tra giustizia e diritto.

C’è un simbolico antico e consolidato su questo, come sottolinea Anna Simone: la giustizia ha sempre assunto le sembianze di una donna, Mater Iuris, mentre la legge, a differenza della giustizia, è al maschile, sempre rappresentata dall’occhio di Dio, del principe e del sovrano, Pater Legis. Mater Iuris trasmette un insieme di significati che non riducono la giustizia alla legge: la legge definisce ciò che è lecito, non ciò che è giusto, bisogna distinguere tra ius quia iustum e ius quia iussum, cioè il diritto in quanto giusto e il diritto in quanto sancito/lecito. Ed è la Costituzione stessa che dice che bisogna costantemente ridurre la distanza tra i due, tra ciò che è giusto e ciò che è lecito. Ribadisco: non si tratta di legge della madre in conflitto con la legge del padre, ma della madre in quanto fonte di giustizia che, restando in relazione dialettica con la legge, può aprire la strada a un diritto più giusto, dunque anche sessuato, non più espressione dell’universalismo simbolico maschile. Possiamo dire che aspira a generare anche un senso comune su ciò che è giusto e ciò che è ingiusto.

Anche Silvia Niccolai, costituzionalista, sottolinea che la vera alta funzione del diritto non è risolvere le controversie, ma proprio continuare a tenere aperta la domanda di giustizia. Ed è la domanda di giustizia che agisce sul diritto, lo trasforma.

Per questo la giustizia deve restare un campo di battaglia aperto. E questa è una delle domande che dobbiamo farci oggi: con il cambio contenuto nel decreto giustizia, quello su cui ci andiamo a esprimere nel referendum, migliora o peggiora la possibilità di fare giustizia attraverso il diritto?

Oggi più che campo di battaglia e di confronto c’è una polarizzazione che porta alla ipertrofia del diritto penale, un nuovo populismo penale che ben poco ha a che fare con la ricerca di giustizia.

Mettiamo paletti: invito a rileggere un testo (sul sito della libreria) firmato da Lia Cigarini, Lea Melandri e da me dal titolo Un sì e tre no, scritto in occasione delle elezioni di febbraio 2013. Riprendo i nodi principali di quel discorso, illuminanti anche oggi:

Quello che vogliamo e quello che non vogliamo dalle elette. Pensieri e proposte per tenere la rotta e non perderci di vista. Puntando in alto.

– Sì a stare in relazione con le elette. Vorremmo una pratica politica comune – elette e non – che avesse come oggetto e scopo creare una misura di giudizio autonoma e inedita, segnata dalla esperienza delle donne e dalle loro relazioni, sulla politica istituzionale e sulla democrazia oggi.

– No a leggi ‘di genere’ come facile e pericolosa scappatoia per sentirsi – sia le donne sia gli uomini – ‘dalla parte delle donne’. Il pensiero e la pratica delle donne hanno prodotto negli ultimi 40 anni elaborazioni ricchissime. Giuriste, filosofe, scienziate offrono spunti che non possono essere ignorati da chi fa leggi. …

– Non nascondersi che la posta in gioco oggi è il discorso sulla democrazia. Parlare di adeguamento e rilegittimazione della democrazia e della rappresentanza ci sembra francamente un grave errore di prospettiva. Possiamo oggi entrare nel discorso sulla democrazia come soggetti che sono già nel discorso pubblico e che agiscono già politica. Le donne non sono un problema di adeguamento della rappresentanza.

– Non cercare di andare avanti con lo sguardo rivolto all’indietro. … In questo momento politico non ci si può affidare alla pura e semplice difesa della Costituzione … Oggi ci sono molti movimenti che rivendicano la propria natura costituente … il femminismo è stato fin dall’origine, ed è, uno di questi.”

Un altro caso in cui l’attenzione alla giustizia fa chiarezza sul diritto è un intervento di Silvia Niccolai sull’ambiguità delle norme antidiscriminatorie (2017). Il caso era quello dell’Ikea, il licenziamento di una madre di figlio disabile che non poteva rispettare i nuovi orari imposti dall’azienda. In un mio testo (sul sito libreria) dal titolo I diritti delle donne nel lavoro riguardano tutti. Parola di Silvia Niccolai osservavo: “Cominciamo a vedere nei diritti delle donne, in ciò che accade alle donne, qualcosa che riguarda tutti, come sempre è, ma come spesso è difficile percepire”. Silvia Niccolai entra con tutta la sua autorevolezza nella vicenda della donna licenziata all’Ikea e ci aiuta a dare nuovo spessore teorico a questioni che ci premono.

Quando in Europa e anche in Italia sono state cancellate le norme speciali che riguardavano le donne (lavoro notturno, età della pensione ecc.) molti hanno sostenuto che così si combattevano gli stereotipi di genere. Ma in molte abbiamo notato che era una rincorsa al basso, uno dei tanti casi in cui prendere a modello il maschile non era affatto un guadagno di civiltà … Il lavoratore neutro a cui tendono le norme antidiscriminatorie è un lavoratore che è costretto a cancellare l’irrinunciabile. Dice Niccolai: “Non si tratta di garantire alle mamme il recinto in cui accudire i bambini. Si tratta di tornare a chiarire che non deve essere la produzione a dominare ogni singola esistenza e dettarne le priorità”. … Ribadire le priorità dell’esistenza umana: bisogna riconoscere che questo è possibile oggi (per nulla facile, ma pensabile) perché le donne sono entrate nel mondo del lavoro con tutto il peso della loro libertà e materialità. … Le donne, quando prendono la parola, rendono più giusto il mondo. Io non so se molti lavoratori siano disposti a sentire che quelle battaglie sono giuste non perché sono disposti a difendere i diritti delle donne, ma perché un mondo a misura di donne e di uomini è più giusto e più libero per ogni essere umano.

Amministrare giustizia

Per introdurre questo ultimo punto sono andata a riprendere, un po’ provocatoriamente, uno dei primi numeri di Via Dogana (n. 5, giugno 1992) il titolo è Sopra la legge. Lia Cigarini nel testo di apertura spiega che “il sopra la legge è il luogo dell’esistenza simbolica, il luogo dell’autorità che io oggi mi riconosco e riconosco ad altre donne”. Come spiega Annarosa Buttarelli nel suo Sovrane, per questa formula siamo in debito con Margherita Porete, grande mistica, dichiarata eretica e morta sul rogo a Parigi nel 1310. La perfetta formula di Porete è “al di sopra della legge, ma non contro” e mi pare interessante di questi tempi in cui tutti sentiamo l’impellenza del rigenerare giustizia, e di invertire un processo di svuotamento.

Dunque la domanda rimane sempre: è questo un amministrare giustizia che genera nuova giustizia?

A questo punto voglio inserire un elemento in più. Stiamo parlando dilavoro: quello di avvocate magistrate docenti. Voglio dire: non sono solo competenze, ma il senso del loro lavoro, ribadire che tutte e tutti aspiriamo ad essere intere in quello che facciamo, consapevoli che vita/lavoro/diritto devono stare connessi. Le nostre ospiti per esempio ci hanno raccontato la bellezza e forza vitale degli incontri che stanno facendo in occasione del referendum, momenti in cui il loro lavoro prende forza e senso nuovi.

A partire da qui aggiungo due spunti, oltre a quanto già detto.

È proprio a partire dal sopra la legge che Lia Cigarini (ma anche donne del Palazzo di Giustizia di Milano e del gruppo Giuriste) ha ripensato il suo lavoro di avvocata ragionando – e sperimentando – sulla scelta della relazione tra donne nella pratica del processo.

Sul fronte della magistratura ci sono le testimonianze della giudice Paola di Nicola Travaglini (nel 2019 ha aggiunto cognome madre) che si racconta nel libro La giudice(2012): è il percorso per arrivare a quell’articolo femminile – è stata la prima in Italia – una donna in magistratura che si interroga sulla apparente neutralità del diritto e sulla necessità di sessuarlo, la volontà di elaborare in autonomia un modo di essere che non si riduca alla assimilazione passiva del modello maschile.

Per concludere voglio lanciare due ulteriori spunti per continuare a pensare giustizia. Come rilanciamo questi temi in un mondo che sembra assistere alla fine del diritto e al declino della democrazia? Il capitalismo della sorveglianza è strutturalmente incompatibile con diritti effettivamente garantiti dalla legislazione. E gli indici di democrazia diminuiscono con riforme elettorali che peggiorano la rappresentanza, meno pluralità di informazione, stati d’emergenza, perdita di diritti collettivi.

E infine:si parla molto di difesa della Costituzione. Molte giuriste l’hanno valorizzata sostenendo che sia meglio in molti casi fare leva sulla Costituzione piuttosto che moltiplicare gli interventi legislativi specie in campo paritario. Ma c’è un campo che rimane aperto e che è stato sollevato a suo tempo dal gruppo giuriste (vedi sopra, Un sì e tre no): ed è di continuare a pensare a una Costituente delle donne. Dunque riproporre la natura costituente del pensiero delle donne nel loro cammino di libertà. Per continuare a pensare giustizia per tutte e tutti.

(www.libreriadelledonne.it, 15 marzo 2026)

“La Sposa!”, da qualche giorno nelle sale italiane, è il nuovo film della statunitense Maggie Gyllenhaal, che torna alla regia con una rilettura molto libera del mito di Frankenstein. Più che un remake del classico del 1935 intitolato “La moglie di Frankenstein”, il film è una sorta di variazione contemporanea su quella storia. Prende un personaggio che nel mito è quasi una comparsa, la sposa, e lo mette al centro del racconto. La storia è ambientata nella Chicago degli anni Trenta. Qui arriva Frank, il mostro interpretato da Christian Bale, una creatura solitaria che vaga da più di un secolo e che porta con sé il peso della propria diversità. La sua unica speranza è una scienziata anticonvenzionale, la dottoressa Euphronius, alla quale chiede di creare una compagna per lui. Il corpo scelto per questo esperimento è quello di Ida, una giovane donna appena morta in circostanze violente. Quando Ida viene riportata in vita, però, non diventa la sposa che Frank aveva immaginato. La nuova creatura ha una personalità imprevedibile e ribelle, e la loro relazione si trasforma presto in qualcosa di caotico e pericoloso. I due diventano una coppia di outsider in fuga, quasi una versione punk di Bonnie & Clyde. Il film mescola horror gotico, gangster movie, musical e commedia nera, ma soprattutto prova a rileggere un grande mito della cultura popolare attraverso uno sguardo contemporaneo, mettendo in primo piano temi come la libertà femminile, il consenso e il diritto di definire la propria storia.

Parliamo di “La Sposa!”con Tiziana Triana, direttrice editoriale di Fandango.

Nel romanzo “Frankenstein”, Mary Shelley dedica solo poche righe alla possibile compagna della creatura. È un personaggio fugace che esiste appena il tempo di voltare pagina prima di essere già distrutto dal suo creatore, il dottor Frankenstein. Eppure questa figura quasi fantasma ha continuato a generare, nel corso degli anni, spin-off, reinterpretazioni e nuove mitologie.

“The Bride!”, o “La Sposa!”, con il punto esclamativo,di Maggie Gyllenhaal dialoga apertamente con“The Bride of Frankenstein” di James Whale del 1935, che aveva seguito ovviamente il fortunato “Frankenstein” di quattro anni prima, riprendendone alcuni elementi strutturali, ma ribaltandone completamente il punto di vista. In entrambi i film abbiamo un prologo, che ci introduce alla storia vera e propria. Nel film del 1935, Whale apre il racconto con un raffinato gioco metanarrativo, ambientato in una lussuosa villa con una terribile tempesta fuori, dove Mary Shelley, suo marito Percy Shelley e Lord Byron, che sono tre dei quattro protagonisti della sfida letteraria di Villa Diodati che diede appunto origine a Frankenstein, introducono la storia come una sorta di continuazione del romanzo.

In “The Bride!” questo dispositivo ritorna, ma viene radicalmente trasformato. Mary Shelley appare come un fantasma vendicativo, deciso a scrivere il seguito rivoluzionario della sua creatura, quello che i suoi contemporanei non le hanno mai permesso di realizzare. Quindi una presenza fantasmatica, infestante, che possiede la sposa per farne la sua giustiziera contro un mondo di uomini violenti.

Un altro elemento di continuità è l’ironia. Già nel film di Whale, l’orrore convive con un gusto ironico e teatrale, fatto di citazioni visive e di costume che contribuiscono a rendere il tono sorprendentemente moderno. Anche l’estetica della sposa appartiene a questa dimensione.

La figura creata nel 1935 è immediatamente iconica e, in retrospettiva, già profondamente camp [uno stile teatrale, esagerato e affettato], con la celebre acconciatura a cono attraversata da sette ciocche bianche, un’immagine talmente potente da essere stata poi ripresa e parodiata anche nella versione anarchica di Mel Brooks, “Frankenstein Junior”. La differenza principale sta però nel centro del racconto. In “The Bride of Frankenstein” la storia ruota attorno agli uomini, il dottor Frankenstein la creatura e il dottor Praetorius, e la sposa appare solo per pochi istanti, pur restando una presenza memorabile.

In “La Sposa!”, invece, il vero motore narrativo è proprio lei. Il titolo stesso elimina la dicitura di Frankenstein. La sposa non appartiene a nessuno. È una creatura autonoma che rivendica la propria identità dichiarandosi, con un esplicito rimando alla celebre canzone di Anouk che ha segnato una generazione di adolescenti femmine degli anni ’90, a cui evidentemente appartengo, una nobody’s wife, un gesto che trasforma una figura nata ai margini del racconto in protagonista assoluta.

Lo accennavi, uno dei motivi che attraversano il film è la rabbia femminile. In che modo questa dimensione contribuisce a costruire il personaggio della sposa e tutto il racconto nel suo insieme?

Nel contesto del femminismo pop, dei social e dei meme, è nata un’espressione che trovo molto efficace per rispondere a questa domanda. «We support women’s rights and wrongs». La frase riprende il più noto «We support women’s rights» e vi aggiunge provocatoriamente “and wrongs”. Sosteniamo i diritti delle donne, certo, ma anche i loro torti, i loro errori, le donne che sono antieroine e che usano la propria rabbia per rivendicare libertà e autodeterminazione. A questa categoria appartiene senza dubbio la rabbia vendicativa del fantasma di Mary Shelley e della sposa. È una rabbia che si manifesta innanzitutto attraverso le parole. Un linguaggio frammentato, scomposto, nato dal dialogo continuo fra Mary Shelley e la sua nuova creatura. Parole che possono sembrare casuali o incoerenti, ma che in realtà esprimono il caos che la sposa sta per scatenare nel mondo. A questa dimensione verbale si affianca poi una rabbia più fisica, mostruosa, orrorifica, che prende forma in morsi, sangue, uccisioni e smembramenti.

La scrittrice Jude Ellison Sadie Doyle, nel libro dedicato al mostruoso femminile [“Il mostruoso femminile. Il patriarcato e la paura delle donne”], pubblicato in Italia da Tlon, scrive: «Il terrore delle donne è forse la più importante verità dietro alla misoginia. Del resto una gabbia ha due scopi. Il primo è confinare, tenere in trappola, impedirci di fare incursioni nel loro territorio e di impadronirci di ciò che reputano proprio. Ma il secondo scopo, quello di una gabbia, è più interessante, è quello di proteggere il mondo circostante da ciò che è rinchiuso dentro. La gabbia esiste per evitare che le donne ne escano fuori». Ecco, la sposa è uscita dalla gabbia e a farla uscire sono state anche le lotte che le donne hanno portato avanti, spesso proprio attraverso la rabbia, dal 1818, anno di pubblicazione di “Frankenstein”.

In questa prospettiva la sua furia non è soltanto distruzione, è il segno di una liberazione tardiva, ma ormai irreversibile.

Nel film torna più volte la frase di Herman Melville tratta da Bartleby, lo scrivano, «I would prefer not to», “preferirei di no”. Come viene trattato il tema del consenso nel film?

L’uso della celebre espressione, «I would prefer not to», tradotta con un non perfetto “preferirei di no”, è chiaramente un inserimento consapevole da parte della regista Gyllenhaal, per indicare quel rifiuto un po’ polite, quel sottrarsi a un sistema che non si sopporta più.

Mary Shelley muore prima della pubblicazione del racconto, che è del 1853, ma il suo fantasma che appare nel prologo evidentemente non solo lo ha letto, ma ne ha compreso la radicale forza di cambio di prospettiva. Così come Bartleby, che sembra doversi negare agli altri, o quantomeno alle aspettative che gli altri nutrono nei suoi confronti per affermare se stesso, anche la sposa reclama il diritto di rifiutare il destino che le è stato imposto. Fin dall’origine, infatti, la sposa nasce da un gesto radicalmente non consensuale, viene creata per essere la compagna e la creatura, senza che nessuno le chieda cosa desideri davvero. In questo senso, il suo stesso corpo è il risultato di una decisione presa da altri. La ripetizione come un mantra dell’espressione durante tutto il film permette alla sposa di sottrarsi alla logica che la vorrebbe definita soltanto in relazione a qualcuno, moglie di, creatura di, come proprietà o corpo a disposizione. Dire no, o anche solo preferirei di no, diventa il primo gesto di autodeterminazione, e il rifiuto di Bartleby diventa il linguaggio con cui la sposa può finalmente esprimere ciò che nel XIX secolo non poteva ancora essere detto apertamente, cioè il diritto di negare il consenso e di sottrarsi al ruolo che altri hanno scelto per lei.

Molte recensioni parlano di un film pieno di idee, citazioni e riferimenti, ma anche un po’ caotico. In effetti il film passa dal gotico, al gangster movie, al musical, alla commedia nera, ed è pieno zeppo di rimandi da altri film, da “Joker Folia at Two”, “The Rocky Horror Picture Show”, “Frankenstein Junior” e tanti altri che poi sono stati citati nelle recensioni. Questa mescolanza, secondo te, arricchisce il film o lo rende dispersivo?

Sicuramente “The Bride!” è costruito come un oggetto volutamente ibrido, che attraversa generi diversi e che dialoga continuamente con altre opere della cultura pop e del cinema. Non a caso, per esempio, proprio in Rocky Horror compare uno dei motti più celebri della cultura queer, «Don’t dream it, be it», «Non limitarti a sognarlo ma diventalo», che sembra risuonare perfettamente anche nel percorso della sposa, una creatura che non accetta più di essere solo un progetto o un desiderio altrui ma rivendica il diritto di diventare qualcosa di nuovo. Da questo punto di vista la mescolanza di stili forse non è solo decorativa, riflette la natura stessa delle creature fatte di pezzi diversi, assemblate insieme. Anche il film in un certo senso è cucito, come il corpo di Frankenstein e della sposa, prende frammenti di generi, epoche e immaginari differenti e li ricompone. Questa instabilità è anche una scelta coerente con il personaggio, la sposa è una figura che sfugge alle categorie e il film che la racconta rifiuta lo stesso modo di restare dentro un solo genere.

(Internazionale Cultura, podcast di Internazionale riservato agli abbonati, 14 marzo 2026)

Il libro Rivendicare futuro di Verónica Gago e Luci Cavallero (Ombre corte, pp. 157, euro 15,00 quarto titolo della collana “Femminismi”), affronta uno dei temi più centrali del capitalismo contemporaneo: la finanziarizzazione della vita e il ruolo del debito come dispositivo di governo delle soggettività. Il libro si presenta come un manifesto critico contro il modo in cui la retorica della libertà individuale viene mobilitata dal capitalismo finanziario contemporaneo per legittimare nuove forme di dominio, precarizzazione e impoverimento. In particolare, le autrici mostrano come la nozione di “libertà finanziaria” sia diventata un dispositivo ideologico centrale attraverso cui il capitalismo contemporaneo intreccia autoritarismo politico, concentrazione della ricchezza e offensiva antifemminista.

Uno dei contributi più originali del libro è l’analisi del debito come tecnologia di governo della vita. Le autrici mostrano come l’indebitamento non sia tanto un meccanismo legato al consumo quanto una condizione strutturale di sopravvivenza per ampie fasce della popolazione. In molti contesti sociali, soprattutto in America Latina, il debito viene utilizzato per colmare il divario tra redditi insufficienti e bisogni quotidiani, trasformandosi in una forma di cattura del lavoro riproduttivo: esso infatti allunga la giornata lavorativa domestica e al contempo mobilita e disciplina le reti familiari e le strategie collettive di sopravvivenza.

Espandendo l’analisi di Verónica Gago e Luci Cavallero, emerge un nodo teorico importante: prima ancora di chiedersi perché individui e famiglie siano oggi così indebitati, è necessario interrogarsi su chi sia realmente debitore nella società contemporanea. Da questa prospettiva, la questione del debito si rovescia radicalmente. Il problema fondamentale non è solo il debito delle famiglie verso le istituzioni finanziarie. Il debito fondamentale è anche e prima di tutto quello che lo Stato e l’intero sistema economico hanno accumulato nei confronti delle donne attraverso secoli di appropriazione del lavoro domestico e di cura non pagato.

Il capitalismo moderno si è infatti sviluppato su una gigantesca espropriazione: quella del lavoro riproduttivo. La preparazione del cibo, la pulizia delle case, la cura dei bambini, l’assistenza agli anziani, il sostegno emotivo e relazionale che rende possibile la vita sociale sono stati storicamente naturalizzati come attività femminili e quindi sottratti a ogni riconoscimento economico, politico e sociale. In questo modo, una parte enorme del lavoro necessario alla riproduzione della società è stata resa invisibile e gratuita. Senza questo lavoro quotidiano di riproduzione della forza lavoro, che costituisce una delle condizioni fondamentali dell’accumulazione capitalistica nessuna economia sarebbe in grado di funzionare. Eppure, nonostante la sua centralità, esso continua a essere trattato come se fosse un’attività naturale, priva di valore economico.

Se si assume questa prospettiva, la questione del debito assume un significato più completo. Lo Stato, le istituzioni economiche e l’intero sistema produttivo hanno accumulato nei confronti delle donne un debito storico immenso. Per decenni – e in realtà per secoli – le donne hanno sostenuto gratuitamente una parte fondamentale delle infrastrutture della vita sociale. Hanno garantito la riproduzione della forza lavoro, la cura delle generazioni future e la manutenzione quotidiana della società senza ricevere un riconoscimento economico adeguato.

Questo debito strutturale è rimasto tuttavia completamente invisibile. Nel capitalismo contemporaneo assistiamo a un paradosso sempre più evidente: coloro che hanno fornito gratuitamente lavoro essenziale alla società vengono oggi trasformati in debitori. Le famiglie – e molto spesso le donne al loro interno – sono costrette a ricorrere al credito per far fronte a bisogni fondamentali come l’alimentazione, la salute, l’educazione o la cura. Come dimostrano Gago e Cavallero, il debito è diventato una tecnologia centrale di governo delle popolazioni. In molte società contemporanee, e in particolare nei contesti segnati da politiche di austerità e riduzione dei servizi pubblici, il debito rappresenta ormai una condizione ordinaria di sopravvivenza. Le persone si indebitano non per consumi superflui, ma per sostenere la vita quotidiana. L’indebitamento attuale non è semplicemente il risultato di comportamenti individuali o di scelte economiche sbagliate; esso è piuttosto la conseguenza diretta di un sistema che continua a rifiutarsi di riconoscere il valore economico della riproduzione sociale. Il risultato è una forma particolarmente perversa di estrazione di valore.

La retorica della “libertà finanziaria”, che Gago e Cavallero criticano con grande efficacia, contribuisce a occultare questo processo. Presentato come uno strumento di autonomia e di emancipazione individuale, l’accesso al credito viene spesso celebrato come un segno di libertà economica. In realtà, questa narrativa nasconde una trasformazione molto più profonda: il trasferimento sui singoli individui – e in particolare sulle donne – della responsabilità di garantire la riproduzione della vita in un contesto di progressivo smantellamento delle politiche sociali, cioè del salario indiretto al lavoro riproduttivo.

Da questa prospettiva, la libertà finanziaria appare come una forma di autoritarismo mascherato. Essa obbliga gli individui a dipendere da mercati finanziari sempre più invasivi per soddisfare bisogni fondamentali che dovrebbero invece essere garantiti dal riconoscimento economico del lavoro riproduttivo. Le donne sono sempre più povere a livello internazionale, e proprio per questa ragione sono anche sempre più ricattate dai debiti cui devono ricorrere, ipotecando la loro vita e il futuro dei loro figli. Il libro di Gago e Cavallero offre anche un contributo importante alla comprensione del rapporto tra capitalismo contemporaneo e antifemminismo. Le autrici mostrano come l’attacco ai movimenti femministi sia un elemento strutturale della riorganizzazione capitalistica, in quanto essi hanno reso visibile il ruolo centrale della riproduzione sociale nell’economia. Allo stesso tempo, il volume non si limita a una diagnosi critica, ma propone anche una prospettiva politica. Le autrici si collocano all’interno dell’esperienza dei movimenti femministi latinoamericani – in particolare del movimento Ni Una Menos – che hanno sviluppato negli ultimi anni pratiche di “disobbedienza finanziaria” e di analisi critica collettiva sul debito.

Questo libro ci fa riflettere sul fatto che se lo Stato riconoscesse pienamente il valore del lavoro domestico e di cura – attraverso politiche redistributive, servizi pubblici adeguati e forme di remunerazione del lavoro riproduttivo – una parte significativa dell’indebitamento contemporaneo semplicemente non esisterebbe. Molte delle spese che oggi vengono scaricate sulle famiglie e sostenute attraverso il credito derivano infatti proprio dall’assenza di un riconoscimento pubblico della riproduzione sociale. In questo senso, la finanziarizzazione della vita può essere interpretata come una nuova fase dell’appropriazione del lavoro riproduttivo. Il capitalismo oggi non solo continua a sfruttarlo gratuitamente e a non pagare gli arretrati, ma attraverso i meccanismi del debito il sistema finanziario si inserisce anche nelle pieghe della vita quotidiana, trasformando bisogni essenziali – nutrire, curare, educare, mantenere la casa – in occasioni di ulteriore profitto.

La questione del debito, tuttavia, non può essere compresa pienamente senza riconoscere il debito storico che lo Stato e il sistema economico hanno accumulato nei confronti delle donne. Finché questo debito resterà invisibile, il discorso pubblico continuerà a rovesciare la realtà, presentando come debitrici proprio coloro che hanno sostenuto gratuitamente la riproduzione della società.

Riconoscere questo debito significa ammettere che la ricchezza prodotta dalle società contemporanee è stata resa possibile anche – e soprattutto – dal lavoro invisibile di milioni di donne. Significherebbe aprire la strada a nuove forme di redistribuzione della ricchezza e di riconoscimento del lavoro riproduttivo.

(il manifesto, 13 marzo 2026)

Un libro per ragazze e ragazzi: Gisèle, dieci avventure di una piccola femminista, è un fumetto pubblicato dalla casa editrice Fatatrac, scritto e disegnato da Sandrine Bonini, con la collaborazione della giornalista Annick Couchan. La Gisèle protagonista del libro è una bambina vivace e determinata, ispirata alla vita di una Gisèle realmente esistita, Gisèle Halimi, avvocata franco-tunisina, forse poco conosciuta in Italia, ma molto celebre in Francia.

Negli anni ’70 Halimi fondò, insieme a Simone de Beauvoir, il movimento Choisir la cause des femmes, che si batteva per il diritto all’aborto e per l’educazione sessuale. Con le sue battaglie ha contribuito ad aprire la strada alla legalizzazione dell’aborto in Francia e al riconoscimento dello stupro come reato, e durante tutta la sua vita si è impegnata nella difesa di diritti umani. Il fumetto immagina Gisèle da bambina alle prese con un mondo degli adulti spesso ingiusto, un mondo in cui maschi e le femmine sono trattate in modo diverso, in cui ricchi opprimono i poveri e molte persone non sono libere di scegliere come vivere.

Nelle dieci avventure raccontate nel libro Gisèle affronta temi come il consenso, la vergogna, i soldi, la religione, la libertà. Nel capitolo sulla vergogna, per esempio, Gisèle immagina di essere una detective che perlustra casa alla ricerca di tutti i luoghi dove sono nascoste le cose che riguardano le mestruazioni. Si chiede perché siano un argomento di cui si fa fatica a parlare, sempre associato alla vergogna.

Eppure, quando ci si sbuccia un ginocchio ed esce sangue non si prova vergogna, anzi una volta passata la paura è quasi qualcosa di cui vantarsi e soprattutto si ricevono attenzioni e cure. È da allora Gisèle che immagina un giorno in cui anche per le mestruazioni sarà così. In questa, come nelle altre avventure raccontate nel libro, con determinazione e fantasia, Gisèle riesce sempre a mettere in discussione le regole del mondo degli adulti e a cambiarle.

(Il Mondo, podcast di Internazionale, 13 marzo 2026)

La rete 10, 100, 1000 Piazze di donne per la pace invita tutte le donne a organizzare una manifestazione per la pace nelle loro città per sabato 28 marzo ’26 sul tema “Tessere la pace”. In preparazione, richiamiamo la Carta dell’impegno per un mondo disarmato già pubblicata sul nostro sito dal 10 settembre 2025.

La redazione del sito

Qui il link alla notizia pubblicata. Sito vecchio: Carta dell’impegno per un mondo disarmato. Tessere la pace, costruire il futuro | Libreria delle donne di Milano

Sito nuovo: Carta dell’impegno per un mondo disarmato. Tessere la pace, costruire il futuro – Punto di vista

Adista News, 10 settembre 2025

Nel passato ci hanno insegnato che alle origini del linguaggio c’erano gruppi di uomini che si scambiavano informazioni tattiche nella savana per la caccia. E se, al contrario, le vere protagoniste di questa rivoluzione fossero state le madri? E se le prime parole, le prime melodie della voce umana, non fossero nate sul campo di caccia, ma nello spazio intimo e vulnerabile tra una madre e il suo piccolo (cucciolo nella terminologia evoluzionista contemporanea)? È una storia che la scienza sta ricostruendo pezzo dopo pezzo, e che ci racconta di un’evoluzione che ha radici molto più femminili di quanto avevamo pensato sino a pochi decenni fa.

Circa 60.000 anni fa, in Sudafrica, accadde qualcosa di inaspettato. Non fu un cambiamento improvviso, ma il culmine di un lungo processo di sperimentazione culturale. Piccole popolazioni di cacciatori-raccoglitori avevano tentato più volte di espandersi, fallendo: una era partita 71.000 anni fa e si era estinta quasi subito; un’altra 65.000 anni fa era durata appena tremila anni. Ma poi ne nacque una terza, diversa, capace di innovazioni culturali senza precedenti; questi “Homo sapiens 2.0”, come li ha definiti Ian Tattersall (antropologo britannico naturalizzato statunitense), portavano con sé qualcosa di speciale.

Oggi possiamo riconoscerli grazie a una traccia genetica precisa: l’aplogruppo L3 del DNA mitocondriale, quella variante che si trasmette esclusivamente per via materna e che tutti noi non più africani portiamo ancora nel sangue. Ogni persona oggi vivente discende da quelle donne che 60.000 anni fa partirono dal Sudafrica e questa popolazione aveva qualcosa che le altre non possedevano. Lasciarono dietro di sé pitture rupestri, strumenti musicali, gioielli, ornamenti ed erano culturalmente dirompenti, capaci di un’organizzazione sociale raffinata. Uscirono dall’Africa in piccoli gruppi, si espansero rapidamente prima in Medio Oriente e in Europa e, nel giro di alcune migliaia di anni, colonizzarono l’intero pianeta, portando all’estinzione tutte le altre forme umane: Neanderthal, Denisova, Floresiensis, Luzonensis.

Ma cosa avevano di così speciale questi sapiens? La risposta più accreditata è il linguaggio articolato completo, ma c’è un dettaglio affascinante che emerge dalla paleoantropologia: i sapiens sono la specie umana che ha rallentato più di tutte il processo di sviluppo giovanile. Rispetto ai Neanderthal, che maturavano prima, noi abbiamo dilatato enormemente il periodo dell’infanzia e dell’adolescenza e quindi nasciamo fortemente immaturi, dipendenti per anni dalle cure parentali. In termini pratici significa portarsi dietro cuccioli fragili, che richiedono attenzioni costanti, e proprio questa fragilità è stata la nostra forza. Perché è in quel lungo periodo di dipendenza che si sperimenta creativamente l’invenzione di codici. Il linguaggio è un codice arbitrario, e molti evoluzionisti pensano che sia nato proprio nel contesto del gioco libero e convenzionale tra cuccioli e madri.

Dean Falk, paleoantropologa statunitense, già qualche anno fa ha proposto una teoria originale (Lingua madre. Cure materne e origini del linguaggio, Bollati Borighieri 2011, ed. originale 2009); quando i nostri antenati conquistarono la postura eretta, accadde qualcosa di non facile soluzione per le madri: i piccoli non potevano più aggrapparsi al corpo materno come facevano le scimmie antropomorfe. Le madri dovevano appoggiarli a terra per poter raccogliere bacche, radici ed erbe necessarie al sostentamento. In quel momento critico, l’unico contatto possibile con la prole rimaneva quello vocale; ed è così, secondo Falk, che nacque il linguaggio, cercando di quietare i piccoli a distanza con vocalizzi e proto-ninnenanne. Quella “musica parlata”, lontana parente di quello che oggi chiamiamo “maternese” o “motherese”, fu fondamentale per lo sviluppo delle abilità linguistiche e per la maturazione emotiva dell’essere umano. Quasi ogni madre conosce questa “musica”, anche se nessuna scuola la insegna: è quel modo di parlare ai neonati con voce acuta e cantilenante, frasi brevi ripetute, onomatopee e melodie che variano continuamente. È un vero e proprio linguaggio che non si serve solo della voce ma anche di espressioni facciali, sguardi e gesti. La scienza ha dimostrato che questo linguaggio non è un orpello, ma è cruciale per lo sviluppo del bambino. Studi giapponesi hanno mostrato che il cervello dei neonati si attiva in modo significativo quando ascoltano il motherese, anche durante il sonno, stimolando zone connesse allo sviluppo emotivo. I bambini di 3-4 mesi crescono più rapidamente se chi li accudisce usa un motherese di alta qualità e questo linguaggio insegna al bambino a riconoscere i confini delle parole, a rispettare i turni comunicativi (parlo io, poi ascolto te), a dare un nome alle emozioni. Quella netta demarcazione degli enunciati materni, le pause e le ripetizioni servono al bambino per capire dove inizia e finisce un concetto, preparandolo al linguaggio articolato vero e proprio.

C’è un dibattito molto interessante tra gli studiosi: il linguaggio è nato dal ritmo e dalla musica, o è vero il contrario? Darwin propendeva per la prima opzione, e le evidenze sembrano dargli ragione. Il fatto che il ritmo sia assente dai richiami delle grandi scimmie suggerisce che la musica sia emersa quando gli ominidi si differenziarono da esse. Le ninnenanne e i giochi infantili, universali in tutte le culture, sono composti da frasi brevi ripetute, proprio come i generi musicali più semplici e quelle melodie modulate in senso ascendente (per attirare l’attenzione) o discendente (per calmare) costituiscono la sostanza del maternese e sembrano essere state il ponte tra il suono e la parola, tra l’emozione e il significato.

La rivoluzione che ci ha resi umani, dunque, è quindi molto più femminile di quanto pensassimo: non cacciatori che coordinano strategie, ma il linguaggio sembra essere nato nello spazio intimo tra madre e cucciolo, in quello scambio di suoni, sguardi ed emozioni che ancora oggi ogni madre reinventa. Quelle donne che 60.000 anni fa partirono dal Sudafrica portavano nel loro DNA mitocondriale non solo un marcatore genetico, ma anche il seme di una rivoluzione culturale: la capacità di trasmettere ai propri figli, attraverso la voce e il canto, i codici complessi del linguaggio articolato. Erano “scimmie bambine” che rimanevano tali più a lungo, e proprio in questa apparente debolezza trovarono la loro forza. Ogni volta che una madre parla al suo bambino con quella voce speciale, ripete un gesto antico quanto la nostra specie. Un gesto che ci ha resi umani, che ha acceso la scintilla del pensiero simbolico, dell’arte (come dimostrano per esempio i dipinti ritrovati nelle grotte di Chauvet), della cultura. Le madri della parola e dell’evoluzione sono quelle donne che, tra le rocce del Sudafrica, trovarono nella voce il modo per mantenere vivo il legame con i loro piccoli; e in quel legame inventarono il linguaggio.

(www.libreriadelledonne.it, 12 marzo 2026)

Catania. Le opere femministe su Niscemi e Lampedusa di Pedilarco e Sferlazzo

“Elegie visive di vita e di sogno” è il titolo della mostra organizzata dalle femministe della Città Felice e la Ragna-Telaalla Galleria d’Arte moderna di Via Castello Ursino 32 in occasione della giornata internazionale dei diritti delle donne.

In esposizione le opere, alcune in tele di grande formato, di due giovani artiste siciliane che hanno già una lunga esperienza espositiva in Europa. Le accomuna una forte sensibilità per il loro territorio d’origine di cui raccontano la bellezza violata dalla violenza degli uomini e dalla loro volontà di guerra.

La niscemese Eleonora Pedilarco dipinge la rivolta contro i Muos, la grande antenna dell’esercito statunitense che guida le operazioni di guerra nel mondo, strumento di morte a causa del quale è stata distrutta una sughereta centenaria. Un impianto tornato al centro delle cronache adesso che la frana, frutto anche dell’incuria umana, ha scempiato il centro storico. Una denuncia, quindi, ma anche canto del sentimento che lega le donne alla terra e ai colori di Sicilia.

L’altra artista, la lampedusana Rossella Sferlazzo, ferma in immagini tragiche il dolore per i tanti migranti che arrivano cadaveri nella sua isola e per quanti vengono accolti e curati da indicibili sofferenze. Opere che sono anche un canto alle donne che, nonostante tutto, vibrano in aria, in cielo, in acqua. A fianco di queste tele le foto dei “Lenzuoli della memoria migrante” che fissano in immagini i lenzuoli ricamati a mano dalle madri e dalle sorelle dei migranti morti nel naufragio di Cutro, insieme agli attivisti delle “Carovane migranti”. Sudari portati in una sorta di processione laica fino al cimitero di Cutro. La mostra è stata accompagnata da performance di musiciste, danzatrici, cantanti folk e poetesse.

(La Sicilia, 9 marzo 2026)

L’autrice francese, scomparsa centocinquant’anni fa aveva un rapporto viscerale con la cucina, molto presente nelle sue opere ma anche in un affascinante “ricettario di famiglia”

George Sand scriveva moltissimo, ma viveva altrettanto. E viveva, soprattutto, a Nohant, in quella grande dimora del Berry che fu insieme casa di famiglia, laboratorio di scrittura, luogo di lavoro incessante e centro affettivo attorno a cui si organizzò la sua intera esistenza. È lì che trascorreva lunghe notti al tavolo di scrittura, tra caffè, tabacco e pile di lettere, mentre il silenzio del Berry avvolgeva la casa. Nata Aurore Dupin nel 1804, figlia di un ufficiale della Grande Armata e di una madre di origine modesta, porterà in sé fin dall’inizio una duplicità sociale che attraverserà tutta la sua esistenza: orgoglio aristocratico da un lato, concretezza popolare dall’altro. Dopo la morte prematura del padre, viene allevata dalla nonna a Nohant, nel Berry, in una proprietà rurale dove la vita domestica non è distinta dalla vita intellettuale, ma ne costituisce il fondamento quotidiano, la trama silenziosa su cui tutto si costruisce. Quando la si immagina, si pensa subito alla scrittrice in redingote, al sigaro, alla libertà scandalosa per il suo tempo, ma la sua autobiografia restituisce anche un’altra verità, meno teatrale e più profonda: «Le cure domestiche non mi hanno mai annoiata… Vivo molto tra le nuvole, certamente, ed è una ragione in più per sentire il bisogno di ritrovarmi spesso sulla terra» (Histoire de ma vie, 1847-1855). A Nohant, infatti, la scrittrice non è solo la romanziera ammirata da Flaubert, Balzac o Hugo, ma anche la padrona di casa che organizza la vita domestica, riceve gli ospiti, cura i figli e dirige con naturale autorità una vera comunità affettiva e intellettuale. Il matrimonio con il barone Dudevant, contratto giovanissima, si esaurisce presto e, a venticinque anni, Sand è già una giovane madre separata, autodidatta, relativamente indipendente economicamente e determinata a scrivere. Vive a Parigi, collabora con Jules Sandeau, pubblica i primi romanzi e sceglie lo pseudonimo maschile di George Sand: gesto pragmatico prima ancora che simbolico, necessario per esistere e farsi leggere in un mondo letterario dominato dagli uomini. E scrive, senza sosta.

Il successo arriva rapidamente con Indiana, non soltanto un romanzo sentimentale, ma una vibrante protesta autobiografica contro la condizione delle donne sposate in un’epoca che faceva degli uomini i padroni legali e morali delle loro mogli. La sua vita amorosa – Musset, Chopin, la tenera e intensa relazione con l’attrice Marie Dorval – sarà spesso giudicata con durezza, tra insulti e caricature: “vacca da romanzi”, “massaia”, “bas-bleu”, come fu definita con scherno, ma non rinnegherà mai né la propria libertà né la propria femminilità, che resta, nelle sue parole e nei suoi scritti autobiografici, sorprendentemente radicata nella dimensione domestica. Dopo Parigi, l’impegno politico, le polemiche e la fama, George Sand torna sempre alla sua casa del Berry, luogo in cui la scrittrice, la militante e la donna pubblica si ricompongono in una dimensione più intima e organica. Amministra la proprietà, riceve, organizza la vita domestica con disciplina costante, curando il giardino e l’orto: «un giardino di pietre, di muschio, di edera, di tombe, di conchiglie, di grotte… non ha un senso comune, ma tutto ciò che vi smuovo… di innaffiatoi, di carriole di sabbia e di terra, tutto ciò che vi sogno di commedie, di romanzi, di nulla, di passeggiate intellettuali, è favoloso» (G.S. a Pierre-Jules Hetzel, 1854). Gesti concreti, quasi rituali, in cui la cucina occupa un ruolo essenziale e quotidiano. Tutto a Nohant funziona come una piccola comunità stabile: figli, amici, artisti, collaboratori e ospiti illustri – Chopin, Delacroix, Flaubert, Liszt, Balzac – condividono lunghi soggiorni in un ambiente che non ha nulla del fasto mondano parigino e in cui si mangia insieme, ogni giorno, in molti. La convivialità non è ornamento, ma organizzazione della vita. La cucina di Nohant è, prima di tutto, una cucina borghese di una grande casa di provincia nel XIX secolo: non una cucina di rappresentanza aristocratica, ma cucina di gestione, pensata per nutrire numerosi convitati con regolarità e generosità. Il repertorio gastronomico legato a quei luoghi, conservato in una serie di quaderni di cucina più volte pubblicati – tra cui il volume curato da Christiane Sand, À la table de George Sand – rivela una pratica ampia, concreta, sorprendentemente viva. Non si tratta di un ricettario teorico, ma di una raccolta in movimento: fogli annotati, varianti, indicazioni pratiche, dosi spesso approssimative, “a pugno” o “a bicchiere”, che suggeriscono uso quotidiano, non codificato secondo i modelli dei grandi trattati culinari ottocenteschi. Questi quaderni assumono un valore quasi autobiografico: sono il frutto di una raccolta costruita nel tempo, attraverso incontri, viaggi e relazioni. Vi convivono ricette francesi tradizionali, influenze italiane e inglesi (ravioli e gnocchi accanto a pudding e scones), spagnole, russe (il bortsch) e perfino orientali, tra cui un magnifico curry da accompagnare al riso. Una pluralità gastronomica che riflette, con discrezione ma precisione, una vita intellettualmente curiosa e aperta al mondo: un cosmopolitismo domestico adattato alla pratica quotidiana. La base resta naturalmente profondamente berrichonne e francese: piatti nutrienti, legati alla tradizione. Zuppe dense come la bouillabaisse accanto al potage à la reine, ma anche tarte au fromage, frumentée al grano, pollame, canard à la Bruxelles, aspic de volaille o poulet au riz, ortaggi, salse leganti, preparazioni capaci di nutrire una tavola numerosa senza spreco. L’uso frequente di burro, uova, latte e formaggi – tra cui il gruyère in molte preparazioni salate – rivela una cucina che “lega” e sostiene, più che impressionare (si pensi alla garbure di cavoli gratinata nel formaggio), una cucina solida. A Nohant si scriveva, si discuteva, si amava, ma soprattutto si cucinava, e quest’ultimo aspetto non era secondario rispetto alla scrittura, bensì complementare. Se la letteratura, che Sand chiamava significativamente “la zappa”, era anche una necessità economica, Nohant non fu soltanto un ambiente fisico, un rifugio, ma un vero dispositivo di equilibrio esistenziale: un luogo in cui, attorno a una tavola, nella cura del giardino e dell’orto, prendeva forma un focolare affettivo complesso, intensamente umano. Non sorprende, dunque, che la cucina entri naturalmente nella sua opera. I romanzi campestri La Mare au diable e La Petite Fadette restituiscono con precisione questo mondo rurale e, nel Meunier d’Angibault (1845), accanto alla critica delle gerarchie di classe, Sand inserisce descrizioni della tavola e delle abitudini rurali, suggerendo una tipica torta berrichonne, il poirat: torta di pasta brisée, farcita con pere a dadini lasciate macerare con zucchero, acquavite di pera e una leggera nota di pepe, come nella tradizione ottocentesca. Alla fine della sua vita, celebrata da Hugo come una figura unica del secolo, George Sand resta fino all’ultimo la “dama di Nohant”: scrittrice instancabile, madre, padrona di casa, organizzatrice di convivialità. Nel 2026, a 150 anni dalla sua morte, questa immagine non appare affatto sbiadita o museale, ma sorprendentemente viva: non solo icona romantica, bensì presenza concreta, domestica e modernissima. Nella sua cucina si riconosce la stessa logica che guida tutta la sua esistenza: unire l’ampiezza dello spirito romantico alla solidità del vivere, le nuvole della creazione alla terra e la scrittura al gesto elementare ma fondamentale del nutrire.

(la Repubblica, 8 marzo 2026)