da Doppiozero
Paola Mattioli, classe 1948, milanese, ha un posto singolare e di rilievo nella fotografia “al femminile”. Intervistarla è l’occasione per sondare i rapporti tra impegno sociale e politico, femminismo e teoria della fotografia. La sua formazione la segnerà per sempre ed è paradigmatica di un percorso fotografico di grande interesse. Mattioli infatti incrocia e tiene insieme i suoi studi filosofici incentrati sulla Fenomenologia con l’apprendistato fotografico a fianco di Ugo Mulas, cioè al maestro dell’analisi linguistica del medium fotografico. La chiave è acutamente indicata da Mattioli nel tema dello sguardo, che non è solo la visione ma è relazione, è guardare ed essere visti, è pulsione ed è responsabilità. Lo sguardo è al centro della psicoanalisi così come dell’antropologia, del femminismo così come della fotografia, della relazione sociale così come della politica.
Intervistare Paola Mattioli significava per noi chiederci come sono stati generazionalmente e come sono affrontati oggi questi argomenti nell’ambito della fotografia artistica, cioè non solo e non tanto – c’è anche questo in Mattioli – nel soggetto rappresentato, come accade nel reportage, ma anche nella riflessione e nella pratica della forma. Così, in estrema sintesi, se le fotografie probabilmente più famose a cui è legato il nome di Paola Mattioli sono da un lato la serie delle Fotografie del no, dall’altro l’acuto e fortunato Ultimo ritratto di Giuseppe Ungaretti, la chiave – non a caso bifacciale e rotante – ne è l’Autoritratto appeso a un filo.
Merito non ultimo di Mattioli è quello poi di essere entrata in fabbrica, come si diceva una volta, non solo con la macchina fotografica ma, appunto, con il pensiero fotografico. Come la questione politica trovi forma nella fotografia è questione sempre viva e urgente.
Su di lei è uscita una monografia scritta da Cristina Casero intitolata Paola Mattioli, sguardo critico di una fotografa (Postmedia, 2016); ha inoltre recentemente pubblicato una riflessione sul ritratto, e non solo, intitolata L’infinito nel volto dell’altro (Mimesis, 2023).

EG: Come hai incominciato?
PM: Per sbaglio! Ero iscritta a Filosofia e il primo esame si faceva con Gillo Dorfles perché dava buoni voti, e cominciare il libretto con un bel 30 e lode fa piacere a tutti. Faceva fare una tesina scritta e io l’ho fatta sulla fotografia, forse anche perché era uscito da poco il libro di Walter Benjamin. Ho riassunto quel dibattito ma mi sono detta: «Certo che vedere com’è, sarebbe meglio». Così ho avuto l’occasione di contattare i Mulas: Nini, alla quale ho spiegato la mia richiesta, mi ha detto: «Guarda, Ugo non c’è, vieni domani». Sono andata all’indomani e Ugo mi ha presentata come la nuova assistente! Ho avuto un tuffo al cuore. Non sapevo neanche che le fotografie si bagnassero nell’acido, zero, e lui è stato molto generoso con me perché se andava fuori a fotografare, io andavo con lui, se stampava, stampavo con lui, e quindi è stata – purtroppo abbastanza breve perché lui si è ammalato presto – un’esperienza entusiasmante arrivare in mezzo a una intelligenza, capacità, serietà, spessore come quelli.
E si può dire che queste prime immagini che hai scelto abbiano un rapporto con questa esperienza?
Direi di sì, perché il mio tema preferito nella gran parte dei lavori, è il tema del vedere. Quindi il cellophane che ti permette di vedere attraverso, che intercetta lo sguardo, o dall’interno o dall’esterno, che ti fa vedere come cambiano le forme, come una cosa velata cambia fisionomia.
Come ti è venuta l’idea della plastica? L’avevi vista da qualche parte o ti è venuta per qualche via?
Credo che mi sia venuta dall’invasione della plastica. Poi sicuramente dal lavoro di Christo, che avevo visto con Mulas.
Eh già, alla grande manifestazione del Nouveau Réalisme in Piazza del Duomo.
Sì, Mulas mi portava spesso alle mostre e mi faceva conoscere l’arte contemporanea. Capitava per esempio che Nini e Ugo commentassero tra loro una fotografia magari dicendo: «È magrittiana», e io poi cercavo subito di informarmi su che cosa volessero dire, nascondendo la mia ignoranza.
Vengo da una famiglia di avvocati e in casa si respirava una cultura giuridica, resistenziale, ma non molto aggiornata sugli ultimi sviluppi dell’arte contemporanea…
Questa mia del Cellophane è diventata una serie che voleva essere una interrogazione sul tema del vedere. Come anche quest’altra.

L’Autoritratto.
Questa fotografia risente dell’incontro con il nuovo femminismo degli anni ’70. Mia mamma era una femminista dell’emancipazione, quindi io trovavo in casa tanti libri e ci ho messo un po’ ad avvicinarmi al nuovo femminismo perché mi sembrava di averlo succhiato col latte. Quando ho fatto insieme ad Anna Candiani le Immagini del no, il grosso delle manifestazioni avveniva alla Palazzina Liberty, che Dario Fo aveva occupato come teatro, e tutto attorno si svolgevano cose varie. Lì ho incontrato la nuova ondata del femminismo. Per esempio un lavoro molto bello che era appeso lì, dove ognuno andava a portare il suo banchetto e faceva quello che voleva, in una situazione molto libera, era di due artiste, Diana Bond e Mercedes Cuman, intitolato Le pezze. Le avevo trovate straordinarie perché facevano un’operazione molto forte: avevano appeso un bucato, e messo fuori dalle mutande quello che ci stava dentro! Le ho conosciute, sono andata a vedere un po’ i loro lavori e ci siamo collegate: è venuto fuori il “Gruppo del mercoledì”, che poi ha pubblicato il libro Ci vediamo il mercoledì, gli altri giorni ci immaginiamo, che ha messo insieme i nostri lavori. Non era esattamente un gruppo di autocoscienza ma si potrebbe definire di autocoscienza attraverso le immagini.
Cioè cosa facevate?
Una faceva un lavoro, lo presentava e lo discutevamo. E poi una diceva: «Mi piacerebbe fare un lavoro su questo, tu poseresti per me?» Cioè c’è stato un intreccio interessante che ha potenziato molto i lavori l’una dell’altra. Poi, sai, la scadenza dello stampare un libro ci ha galvanizzate. Le pezze sono in quel libro e anche Autoritratto è nel libro.
Ti interrompo, perché, anche se non hai scelto per questa occasione una Immagine del no, mi interessa chiederti veramente in estrema sintesi come vedi la distinzione tra il reportage, a cui quella serie potrebbe essere ricondotta, e invece un lavoro artistico?
Le Immagini del no è nato come lavoro di reportage, è stato forse il mio primo progetto. È vero che Anna Candiani era molto più brava di me come reporter, era un’amica e io le avevo detto: «Senti facciamolo a due mani», anche perché era un lavoro intenso, in un mese e mezzo bisognava coprire un po’ tutto. Lei era più brava sul reportage, io sono più attenta alle lettere, al no, no, a questa ripetizione. Lo scrive bene Gerry Badger, quando con Martin Parr nel 2010 ha scelto le Immagini del no tra i cinque libri sulla rivolta per il suo The protest box: dice che aveva trovato molto interessante questa ripetizione dei no, questa modalità che ti conduce quasi alla Poesia Visiva. In questo senso potrei risponderti che è un misto tra foto di reportage e foto che ha, insomma, una tensione alla ripetizione.
Nel tuo libro L’infinito nel volto dell’altro scrivi proprio che la tua attenzione non è nella rappresentazione dell’evento in sé ma che quello ti fa partire per riflessioni che si aggiungono.
Io sono rimasta molto legata al no, perché il no in fondo è la prima cosa che un bambino neonato strilla. Ti identifica e ti permette di non essere acquiescente. Il no è uno stop, un rifiuto, una resistenza, è politica: «Questa cosa non la voglio, questa cosa non deve passare». Il no è un senso di coscienza civile, di coscienza politica. Forse questo è segnato dalla storia delle donne, che hanno dovuto dire dei grandi no.
Veniamo all’Autoritratto, che è molto particolare. Descriviamolo perché dalla riproduzione si può fraintendere.
È nato un po’ diverso, perché stavo facendo la serie sulle donne che si intitola Faccia a faccia, donne allo specchio, per cui a un certo punto mi sono detta che dovevo farla anche su di me, per giustizia, cioè non per esibirmi ma per applicare questo problema non solo sulle altre ma anche su di me. Così è venuta fuori questa foto, l’ho ritagliata e l’ho appesa con un filo bianco vicino a una finestra e l’aria dalla finestra la faceva girare e muovere, in movimenti in cui io ritrovavo i miei gesti del fotografare. Allora l’ho rifotografata, perché vedi che lei ha il filo bianco. A un certo punto questa, che è la numero 6 di quella serie, si è autonomizzata. Un’amica, Elisabetta Longari, a cui volevo regalarla, mi ha detto: «Ma perché non la stampi da tutte e due le facce e non la riappendi col filo?» È stata un’ottima idea, che ho adottato.
Allora, qual è il punto? È che l’obiettivo non è nero, come di solito è un obiettivo che raccoglie la luce, bensì con un po’ di carta d’argento è diventato bianco e quindi illumina. In questo senso è sul vedere, perché di solito la macchina fotografica succhia la luce, non è una torcia.
È molto interessante anche l’alone che c’è intorno.
L’alone è perché l’avevo ritagliata con una forbice a zig-zag. È casuale ma ha funzionato, perché quello era a fondo bianco, che mosso dà una sorta di alone.
Mi pare inoltre che ti nascondi dietro la macchina fotografica in una maniera insistita.
Be’, io sono un po’ timida e stare dietro la macchina mi ripara.
È proprio “ciclopica”, assume un’aria anche mitologica.
Non ci avevo mai pensato.

Passiamo alla terza fotografia, Statuine. Anche in questo caso ti chiedo se hai preso ispirazione da qualche parte, da qualcuno, per parlare delle circostanze e anche un po’ di eventuali fonti di ispirazione.
Sì, dalle bambole Lenci, dalle statuine degli anni ’30 e ’40. E poi è un po’ influenzata da Giulio Paolini, Giovane che guarda Lorenzo Lotto, al quale ho aggiunto il fatto che, se una persona non ti guarda, non incrocia lo sguardo, può diventare una scultura.
Avevo fatto vedere queste foto a Giovanna Calvenzi, che era la photo editor di “Amica”, e lei ha proposto di riportarle alla storia della moda. Così, invece che in casa con mia figlia, ho potuto avere una modella professionista e un appoggio su tutti gli aspetti del set e della produzione. Prendevo un panno di velluto nero, ci facevo un taglio e vi facevo passare la testa, giocando sul fatto che il velluto mangia la luce. Era un po’ come scontornare e soprattutto mi piaceva collegarmi a quelle sculturine. Sembrano degli oggetti, è un rapporto tra fotografia e scultura.
Poi, lavorando con una truccatrice e un assistente, diventa molto più raffinata e sofisticata, perché la scultura deve chiudere il volto. Avevo studiato gli anni ’30 e ’40 per capire come chiudevano le teste. Ed è di nuovo lo sguardo, un ragionamento sullo sguardo che non ti guarda, che fa diventare la figura una scultura.
È un dittico voluto come tale o solo una selezione dalla serie?
Sì, è una selezione dalla serie, perché mi è sembrato che una non bastasse, che si dovesse vedere che non è causale il fatto che non ti guarda, anzi è proprio l’argomento.
Lo chiedo anche perché qui una guarda in alto, l’altra in basso, una sembra estatica, l’altra meditativa…
Infatti a un certo punto mi sono chiesta: «Ma quello sguardo da Bernadette che ogni tanto vedo in mia figlia, le posso chiedere di farlo per me, di interpretare quel ruolo? Quando faccio un ritratto posso chiedere alla persona di stare dentro una idea che le propongo, a una immagine che voglio fare, di recitare in qualche modo?» Quindi non è esattamente un ritratto, è la proposizione di un’idea, di un pensiero. Insomma, queste due fotografie si sono molto sposate tra loro, perché ho un po’ la sensazione che le fotografie si chiamino tra di loro, anche al di là della tua volontà, un po’ da sole, per vicinanza o forse perché ribadiscono un pensiero.

Bene, poi riparleremo di moda. Passiamo alla seguente, che io trovo molto interessante, non solo per il soggetto curioso ma per il discorso che vi fai sopra.
Intanto io sono andata in Africa per merito di Sarenco. Non sapevo degli albini africani e un giorno in una casa vedo un bambino che corre con gli altri e ha una luce che non avevo mai visto in una faccia di bambino, era talmente forte che non riuscivo neanche a vedere bene i tratti. Quando gli ho chiesto da dove venisse questa luce, lui mi ha detto: «Ma non ti sei accorta che è albino?» No, non mi ero accorta, e allora mi ha cominciato a raccontare degli albini che sono considerati o magici o tragici, tragici perché sono delicatissimi. Io mi sono un po’ commossa, ho cercato gli albini e li ho fotografati. Volevo raccontare la luce che avevo visto, pur nella sofferenza, perché vedi lo sguardo di sofferenza.
Poi mi ha colpito enormemente il fatto che sembra un negativo, questo rovesciamento tra il positivo e il negativo e questa doppia…
Doppia negazione, doppio no!
No, doppia differenza, una differenza raddoppiata, perché non sono proprio un negativo. L’essere nero / ma anche bianco / ma non bianco come i bianchi… In effetti in strada quando tu incontri degli albini, non si capisce mai come li guardano, se li guardano come stregoni o se li guardano come persone da proteggere. Ma questo è lo sguardo africano, perché loro sanno di questa esistenza, ma pensa avere questa doppia differenza in un mondo in cui il sole ti mangia. E fotograficamente, anche in fotografia è un rovesciamento, cioè un negativo al posto di un positivo.
E se li stampassi in negativo non apparirebbe un positivo, resterebbe una differenza.
Resta una doppia differenza. E forse, essendo una donna, anche tripla!
Mi interessa ricollegarla al tuo discorso sul no: dunque è una negazione che mantiene la differenza, anzi la valorizza.
Certo, contro il pensiero binario, contro le opposizioni che non portano a niente.

Passiamo dall’albino al colore, se mi scusi la battuta, e alla moda.
La fortuna secondo me sta negli incontri. Tra il ritratto e la moda non c’è un confine preciso, perché è sempre fotografia di persone. Le immagini sono più curate, ci sono molti più soldi per la produzione e quindi ci sono più mani, più teste al lavoro, più disponibilità. L’incontro in questo caso è capitato proprio per quelle prime foto per “Amica” delle Statuine, in cui mi è stato proposto di lavorare con un redattore di grande valore, che si chiamava Mauro Foroni, aveva da insegnarmi tantissimo e soprattutto era d’accordo di pensare delle donne normali, o di ragionare sugli stereotipi. Ecco, la figura della Madonna è una convenzione, ma questa non è una Madonna col mantello blu. Le ho chiamate Madonne per via del fondo oro – e qua c’entra Aldo Mondino, che io vedevo fare i suoi fondi con queste foglie d’oro – ma in realtà sono come delle regine. Non mi dispiace provare a ridefinire delle tipologie iconografiche. E soprattutto quello che cercavo di togliere alla moda è l’ammiccamento, perché le modelle sono abituate a lavorare con i fotografi che tendono a spingerle all’ammiccamento sessuale, che è un po’ degradante. Farne delle persone, delle attrici, cercare di tirar fuori dalle modelle loro stesse come regine.

E concludi la tua scelta con un Capolavoro!
Una delle due si chiama Capolavoro, l’altra no.
Questo è un dittico che hai messo insieme per l’occasione?
Sì. La prima si chiama Capolavoro perché (ha ragione Raffaella Perna che dice che io sono particolarmente legata alle parole) mi divertiva fare una fotografia intitolata Capolavoro e allora ho cominciato a guardare sul dizionario: il capolavoro è l’opera più importante di un artista eccetera, oppure è la condizione per essere assunti per gli operai saldatori che siano capaci di fare il capolavoro, che è una saldatura che non lascia passare l’aria. Come si arriva a non lasciar passare l’aria e fare una buona saldatura? Con il ritmo, il ritmo della mano. Allora sono andata alla Breda dove hanno dei capolavori per poterli vedere e ho trovato questi oggetti che non avevo mai visto. È una questione di ritmo. Mi sono venute fuori delle immagini lievi, di un grigio cipria, di qualcosa che noi non conosciamo, non vediamo.
La seconda fotografia fa parte di un progetto per la Cgil su due città-fabbriche, Fabbrico e Dalmine, che aveva preso spunto dal libro di un’amica, Maria Grazia Meriggi, che mi era sembrato molto interessante anche per quello che dicevano gli operai intervistati. Devo dirti che erano gli anni in cui la vox populi berlusconiana diceva che gli operai non c’erano più. Allora a me è venuto di dire: «No – per tornare al no –, no, io non credo».
Nella fotografia gli elementi in primo piano sono alcuni strumenti di lavoro, delle frese di eleganza novecentesca (che richiamano il logo della Fiom), i cui ingranaggi ricordano il ritmo della saldatura.
Allora questo dittico, che mi è venuto in mente per Doppiozero, è sul ritmo, sull’aristocrazia operaia che conosce l’uso degli strumenti e il loro ritmo interno. È un omaggio alla cultura operaia.
Maria Grazia Meriggi | Un ritratto di Paola Mattioli
Silvia Mazzucchelli | Autoritratto sospeso a un filo
da Il Foglio
Un corpo a corpo fatto di continui slanci, stacchi, rimandi. Adriana Cavarero sfida la filosofia della maternità, antica e contemporanea
«Non sono stata una buona madre». È una delle prime cose che Martha, interpretata da Tilda Swinton, rivela all’amica scrittrice Ingrid, Julianne Moore, nel serrato dialogo intimo tra due donne che è l’ultimo film di Almodóvar, La stanza accanto. Davanti alla richiesta della madre di condividere con lei la scelta dell’eutanasia, la figlia Danielle si è tirata indietro, con un definitivo: è una scelta tua. «Ero troppo presa dal lavoro», confessa Martha, ex famosa inviata di guerra. «Una donna che fa questo mestiere è costretta a trasformarsi in un uomo. E poi ero troppo giovane quando l’ho avuta, e l’ho cresciuta da sola…». Con queste incerte giustificazioni di un rapporto mancato Martha sembra perdere la sua forza di carattere, e mostra all’amica la fragilità di una madre che sente di non essere stata all’altezza. Dov’è che ho sbagliato? chi di noi non se l’è chiesto… Ma quante colpe hanno le madri, e quante ne hanno le figlie? La filosofa e storica della filosofia Adriana Cavarero, negli anni Ottanta tra le fondatrici insieme a Luisa Muraro all’Università di Verona della comunità filosofica Diotima, il nucleo teorico del femminismo italiano, al materno e alle sue contraddizioni ha dedicato un saggio denso di suggestioni, Donne che allattano cuccioli di lupo, Icone dell’ipermaterno (Castelvecchi). Oggi è diventato molto difficile parlare di maternità, ci dice Cavarero, appare politicamente scorretto, ed è diventato oggetto di censura e anche di autocensura. Prevale il timore che il lavoro di “fare altri corpi”, secondo l’espressione efficace di Donna Haraway, rischi di imprigionare di nuovo le donne nella trappola patriarcale della riproduzione della specie. «Come se la maternità ci stringesse in una nuova gabbia epistemologica di matrice femminista da cui non possiamo uscire. O come se nominare il corpo materno da cui siamo nate, e magari riflettere sulla sua potenza simbolica o il suo valore conoscitivo, fosse controproducente per una libera costruzione della soggettività femminista».
Al centro della sua elaborazione la filosofa mette il corpo della madre, che è anche il corpo della figlia. Perché madre e figlia sono due-in-una, legate dall’essere dello stesso sesso, capaci entrambe di mettere al mondo, di esistere nel ciclo eterno della zoé, l’essenza della vita. Per farci entrare nella complessità del rapporto madre-figlia la filosofa ricorre alla letteratura. «Quando si narra della maternità bisogna raccontarne anche il versante buio», scrive Elena Ferrante in La frantumaglia. La sua scrittura, sostiene Cavarero, tocca quel processo generativo della materia vivente che pulsa nel corpo materno, nel profondo della carne e della psiche. «È nel suo grembo che avviene quella singolarità incarnata che noi siamo nella scissione dall’altra e nell’altra, quella sorta di frantumazione originaria che è mettere al mondo-venire al mondo». Citando anche la Clarice Lispector di Passione secondo G.H., mostra “il tremendo” del corpo della madre: la gestazione e la spinta del parto sono un evento che va al di là della civilizzazione, rende la donna complice della natura. Il «tremendo del figliare» – come dice Clitemnestra nell’Elettra di Sofocle – lo si ritrova anche in Annie Ernaux nel suo L’evento, ricostruzione dell’aborto di quando era ancora giovanissima: «È come se questa donna che si dà da fare tra le mie gambe, che introduce lo speculum, mi stesse facendo nascere. Ho ucciso mia madre in me in quel momento».
La conferma di questo legame intergenerazionale non solo simbolico con la linea materna, con le generazioni una dentro l’altra, la successiva annidata nella precedente – come la figura della matrioska nella cultura popolare dell’est – la si ritrova nella biologia, raccontata dalla giornalista scientifica americana Natalie Anger, premio Pulitzer, nel suo Donna, una geografia intima, che spiega come il feto della bambina al quinto mese di gravidanza ha già una dotazione di sette milioni di ovuli, che diventano uno o due al momento della nascita. «Ecco, le cellule uovo di mia figlia sono granuli argentei di energia potenziale, con i cromosomi già scelti: frammenti della storia dei suoi genitori impacchettati in minuscoli involucri fosfolipidici. Quanto a voi, non potete mai dire a priori quante interazioni vi aspettano, sperate che il gioco continui per sempre».
Cavarero vuole sfatare l’anti-biologismo della tradizione filosofica e la diffidenza del femminismo nei confronti della biologia, che ha avuto la sua espressione più nota ne Il secondo sesso di Simone de Beauvoir. Lo fa nel suo ultimo libro Donna si nasce (Mondadori), scritto a quattro mani con Olivia Guaraldo, anch’essa filosofa all’Università di Verona, nato proprio in opposizione a quel «donne si diventa», la storica frase di De Beauvoir che definiva l’essere donna un prodotto culturale e sociale (d’altra parte la generazione di Simone de Beauvoir indicava nell’emancipazione dal destino della maternità la chiave della liberazione femminile; oggi sono abbastanza imbarazzanti le citazione di De Beauvoir, tipo «la donna che genera non conosce l’orgoglio della creazione, si sente passivo giocattolo in mano di forze oscure»…). Dedicato alle ragazze, in un colloquio diretto e coinvolgente per ricostruire la storia del femminismo, Donna si nasce affronta anche tutti i temi divisivi di questi ultimi anni: la differenza sessuale, la teoria del gender, la gravidanza per altri. Temi che hanno lacerato il movimento delle donne e fatto molti danni. «Ci chiediamo», dice Cavarero, «come la gravidanza per altri o meglio l’utero in affitto – dà l’idea della reale compravendita – possa essere considerata un’espressione di libertà delle donne. È al contrario una forma di nuova schiavitù, uno degli ultimi scalini del biocapitalismo, che per nove mesi diventa proprietario dell’utero di una donna».
La storia della catena infinita delle madri generanti inizia da molto lontano, dal mito di Demetra e Kore. Demetra, la madre, è la dea della terra, Kore è la figlia lontana dagli occhi, rapita per sei mesi all’anno da Ade, dio degli inferi, con il consenso dell’Olimpo. L’ombra del ravissement – l’intervento terzo, dice Lacan, l’entrata in scena dell’Altro – incombe su di loro, spezza la relazione profonda tra madre e figlia, l’amore originario e necessario. Kore per sei lunghi mesi non sentirà più le mani sapienti della madre pettinarle i capelli. Inutile sarà bruciare l’incenso e intrecciare ghirlande di fiori, inutile sarà offrire il maialino alla grande dea madre degli antichi riti segreti. È finita l’ultima estate dell’innocenza, ormai tutto è deciso, le due parti perfette della stessa unità saranno divise per sempre. Su questo mito ha molto lavorato la psicoanalista junghiana Lella Ravasi: Di madre in figlia è stato un livre de chevet per molte donne che hanno vissuto il femminismo. Scrive Ravasi: «Ogni donna contiene in sé la propria madre e la propria figlia, dice Jung. Era esattamente ciò che stavo vivendo, ma era anche quello che avevo rifiutato nel nome dell’emancipazione da un femminile tradizionale rappresentato da mia mamma, da mia nonna e così via. Ma la mia verità stava lì, nella fusione e nella confusione, e forse è in quel nodo mai sciolto che si rintraccia il modello fondante della relazione tra donne». Per Freud, si sa, la donna era un mistero, una porta che aveva appena socchiusa. Mentre dava con il complesso di Edipo una risposta eroica al legame che unisce il figlio maschio alla madre, non riuscì a fare altrettanto per la figlia femmina. Di quella oscura relazione della bambina con la madre rimaneva solo la patologia, rinchiusa in una crisi isterica o in un delirio autolesionista. E una macchinosa invidia del pene. È stata Melanie Klein a rompere il silenzio del secolo partendo proprio dalla bambina: perdutamente innamorata del corpo materno, su quella passione impossibile modellerà la sua sessualità. La madre può infatti porgere il “seno buono” o il “seno cattivo”, come la mela avvelenata delle fiabe dei Grimm: in Invidia e gratitudine Klein elabora quegli impulsi contrastanti di amore e odio, di distruzione e restituzione che legano la bambina alla madre. Al suo pensiero ha attinto il femminismo degli anni Settanta: «Il rapporto figlia-madre, madre-figlia è il continente nero del continente nero, la cui estensione non è mai stata né misurata né definita, così da diventare il punto più oscuro del nostro ordine sociale e simbolico, la sua notte e i suoi inferi», scriveva Luce Irigaray in Sessi e genealogie. Oggi Cavarero può dire: «Lo vediamo ormai da più generazioni: nel momento in cui si va oltre lo stereotipo della madre oblativa, la figlia emancipata non si riconosce più in lei, vuole essere diversa. Ma c’è un motivo più profondo nel loro conflitto: il loro è un rapporto tra due singolarità, non può essere imitativo l’una dell’altra». Il rapporto madre-figlia è così un corpo a corpo fatto di continui slanci, stacchi, rimandi. Per la figlia tutta l’adolescenza e spesso gran parte della giovinezza è una serrata battaglia per mettere le distanze tra sé e la madre. Facendo continui aggiustamenti tra l’ingombrante presenza della madre reale e il sogno della madre immaginaria, irraggiungibile oasi di quiete, reliquia dell’amore originario. Per ogni madre invece è sempre inaspettato e doloroso il momento in cui la figlia metterà in scena il teatrino dell’allontanamento, quella mossa della distanza che anche lei aveva messo in atto con la propria, di madre. Da qui, da questo nodo riaffiorato alla luce, è nato il pensiero della differenza sessuale e quel lungo lavorio dell’autocoscienza attraverso la pratica dell’inconscio per ritrovare le tracce materne.
Del versante buio del materno hanno parlato due romanzi recenti, l’autobiografico Dove non mi hai portata (Einaudi) di Maria Grazia Calandrone, finalista allo Strega, e Epigenetica (La Nave di Teseo) di Cristina Battocletti. Entrambi raccontano di madri che abbandonano. Calandrone ricostruisce la sua storia, bambina lasciata a otto mesi su una panchina di Villa Borghese, clamoroso caso di cronaca nera degli anni Sessanta: i suoi genitori non erano più in grado di garantirle un futuro e avevano deciso di uccidersi. Ricostruire la storia con tutti i tratti mancanti è stato per la scrittrice un modo per restituire l’amore per la madre, ed essere certa dell’immenso amore della madre per lei che l’aveva portata a quella scelta. «Eccomi, faccia a faccia col groppo cruciale: la mia mamma si è suicidata per me? Gettando sulle spalle della figlia il proprio addio, come un mantello pesante, dal quale ella (io) si deve una volta per tutte divincolare. Così abbiamo rovesciato il tavolo dell’abbandono, trasformando la feroce rinuncia in un gesto d’amore». Battocletti, invece, ripercorre un duplice abbandono utilizzando il grimaldello dell’epigenetica, la disciplina scientifica che dà il titolo al romanzo – cioè la ereditarietà emotiva che si trasmette tra le generazioni. La protagonista ha avuto una bellissima madre “selvaggia”, figlia della cultura underground degli anni Settanta, madre di tre figli avuti da padri diversi. Maria, la più grande, e i fratelli Pietro e Paolo crescono nel felice disordine a cui li ha abituati la madre, finché non arrivano gli assistenti sociali, preceduti dai messaggeri dalla fiamma d’argento sul cappello, i carabinieri. «La mamma non ci ha mai insegnato a nuotare, perché non lo sapeva fare nemmeno lei. Ci raggiungeva nelle pozze, ci faceva inchinare come le statuine del cucù che uscivano al punto ora dalle casette-orologio. Poi ci sputava l’acqua addosso dicendo di essere un drago. Il più immenso e statuario dei draghi. La mamma era eccezionale, estrema, speciale, tremenda, straordinaria. In una parola, terrificante». La figlia diventa una scrittrice affermata: «In fondo non avevo fatto altro che salire sul binario della pazzia della mamma, mi ero rimessa volontariamente nel suo calco. Avevo il compito di battere sulla tastiera le vite degli altri per perpetuare la sua. Perché lei era linfa di verità e solo attraverso di lei potevo scendere nelle caverne della scrittura». Ma quando ha un figlio, scatta la maledizione, la coazione a ripetere dell’abbandono: Maria se ne va, lo lascia al padre e alla nonna paterna. Dice l’autrice Cristina Battocletti: «La mia protagonista lotta per arrivare al punto più basso della propria dignità per poi poter risalire, deve ripercorrere fino in fondo l’esperienza della madre. Nelle presentazioni del libro ho trovato la corrispondenza di molte donne, che hanno testimoniato come il vissuto materno ha condizionato le loro scelte, ma riscoprire di avere delle assonanze emotive con la figura materna le ha aiutate a ritrovarsi».
E di Danielle, la figlia di Martha nel film di Almodóvar, che cosa ne è stato? Nel finale la vediamo identica alla madre – è Tilda Swinton a interpretare anche la figlia – mentre si sdraia sulla poltrona della veranda affacciata sul bosco dove stava sua madre negli ultimi giorni di vita. Ecco, il cerchio si è chiuso.
da Avvenire
Intervista di Ritanna Armeni e Lucia Capuzzi alla giornalista e scrittrice bielorussa Svetlana Aleksievič, premio Nobel per la Letteratura 2015, pubblicata sul mensile “Donne, Chiesa, Mondo” dell’Osservatore Romano e su Avvenire il 1° febbraio 2025
C’è un pendolo alle spalle di Svetlana Aleksievič, che sembra scandire le sue parole e il ritmo della nostra conversazione. A Berlino, la città dove si è rifugiata dopo aver lasciato nel 2020 la Bielorussia, a tre anni dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, Svetlana ci parla con la voce calma e il tono deciso di chi negli ultimi anni ha trovato una conferma delle sue idee su guerra e pace, vita, morte e amore. Come nei suoi libri, anche nella nostra lunga conversazione i grandi concetti diventano parole semplici e quotidiane.
Ci appare subito chiaro, dalle sue prime parole, che il conflitto che dilania due delle sue “case” – Ucraina e Russia – e passa per la terza, la Bielorussia, dove è nata 76 anni fa, non le ha fatto cambiare idea. «La guerra non ha un volto di donna», ripete come nel titolo di uno dei suoi libri più famosi. «Siamo tutti prigionieri di una rappresentazione maschile della guerra, che nasce da percezioni prettamente maschili, espresse con parole maschili, nel silenzio delle donne». «Abbiamo vissuto eventi così traumatici – continua – che credo solo l’amore potrà salvarci. Senza amore, non possiamo né tornare indietro, né proiettarci nel futuro. Solo attraverso l’amore per la vita, per l’umanità, possiamo sperare di ricostruire ciò che è stato distrutto e pensare a un domani».
E allora parliamo d’amore. Lei non lo nomina mai esplicitamente nei suoi libri, ma è il protagonista nascosto di ogni pagina ed è evidente che la sua assenza è la causa primaria della guerra. Non si può parlare di pace senza parlare di amore. Ha mai pensato di rendere l’amore il protagonista diretto dei suoi racconti corali? Oppure, come lei stessa ha detto è troppo difficile?
«Ho iniziato a scrivere un libro sull’amore quando ancora vivevo in Bielorussia, ma i miei manoscritti sono rimasti là, a casa, quando sono stata costretta a fuggire durante la rivoluzione del 2020. Arrivata in Germania, il primo anno è stato di grande disorientamento. Ma quando è scoppiata la guerra in Ucraina, ho capito che il sovok, l’uomo sovietico, l’eroe dei miei libri, legato al suo passato dell’Urss, non era affatto morto. La sua storia continuava. E io dovevo continuare a raccontarlo».
Quando ha ricevuto il Nobel per la Letteratura, ha dichiarato: «Ho tre case: la mia terra bielorussa, che è la patria di mio padre e dove ho vissuto tutta la mia vita; l’Ucraina, che è la patria di mia madre e dove sono nata; e la grande cultura russa, senza la quale non riesco a immaginarmi. Ho care tutte e tre». Oggi è ancora così? Sono rimasti gli stessi legami, o qualcosa è cambiato?
«I miei sentimenti non sono cambiati. Capisco il dolore degli ucraini che non vogliono ascoltare e prendono le distanze dalla lingua e dalla cultura russa. Proprio come accadde con la cultura tedesca dopo la Seconda guerra mondiale. È un meccanismo comprensibile, ma anche pericoloso. Che incontro anche fuori dall’Ucraina. La ragazza che mi fa i capelli qui, a Berlino, ha smesso di frequentare negozi russi per non sentire più quell’idioma. Ma la cultura non ha colpe, è solo uno strumento, un’entità a parte, al di là delle scelte politiche. La colpa della guerra è dei politici, di chi è alla guida dei Paesi».
In Europa abbiamo vissuto per molto tempo in pace. Le guerre erano altrove, lontano da noi, e potevamo chiudere gli occhi. Ma oggi, con i conflitti a Gaza, in Libano, in Ucraina, in Siria, la guerra è tornata a toccarci da vicino. Dopo la Seconda guerra mondiale, si aspettava un nuovo periodo di guerra?
«Dopo la caduta dell’Unione sovietica ho viaggiato molto e ho parlato con tante persone. Ho scoperto che, mentre nelle grandi città – Mosca, San Pietroburgo, Minsk, Kiev – c’era l’illusione di un cambiamento democratico, nei villaggi e nelle piccole città la realtà era molto diversa. La gente era legata al passato e parlava di Stalin come se fosse il salvatore, con frasi tipo “Ah, se tornasse Stalin, metterebbe tutto a posto”. Questo mi ha fatto capire che la trasformazione toccava solo la superficie, nel profondo nulla era cambiato. La gente era ancora legata a un passato che non voleva lasciar andare. I miei amici a Mosca non volevano crederci, ma era chiaro che il processo di Gorbacëv era stato solo di facciata, qualcosa che riguardava l’élite».
E gli altri? Il popolo? Quelli che non facevano parte dell’élite?
«Continuavano a desiderare un socialismo “con il volto umano” e non, come tanti hanno creduto, il capitalismo. Mio padre, che ha vissuto come un trauma la fine del comunismo e voleva essere sepolto con la tessera del partito, mi diceva: “L’idea era buona, è stato Stalin a rovinarla”. Non era un vero sovok [un termine dispregiativo con cui in Russia si indicano le persone con una mentalità rigidamente sovietica, ndr], era un figlio del suo tempo. E molti erano come lui. Il dramma di quei settant’anni di vita sotto il regime sovietico non è stato capito. Sia dentro che fuori dalla Russia. Non si è compreso cosa significava vivere con la mentalità sovietica».
La sua letteratura è corale. C’è il racconto che abbraccia le vite di uomini e donne nell’ex Unione Sovietica, il racconto che mostra la guerra dal punto di vista femminile. Oggi, in un’altra epoca di conflitti, a chi affiderebbe il compito di raccontare questa guerra, e le guerre di oggi?
«Ho appena finito di scrivere un libro che parla della rivoluzione in Bielorussia nel 1920, della guerra in Ucraina e della delusione non solo nei confronti di Putin, ma proprio del popolo russo. È difficile che una sola voce racconti una storia così complessa. Potrebbe forse raccontare il dolore, ma ora è necessario fare di più, dare un senso a tutto ciò che è accaduto. Non credo che ci sia una persona – una sola persona – che capisca veramente cosa stia succedendo in Ucraina. La gente è confusa, smarrita. Lo è l’intellighenzia, lo sono le persone comuni. Gli ucraini parlano del loro dolore. La questione vera però è cercare di capire perché accade tutto questo. Anch’io ho pensato che il sovok fosse finito invece è proprio lui è andato a combattere in Ucraina».
Ne Gli ultimi testimoni raccoglie le testimonianze di coloro che da bambini hanno vissuto l’occupazione tedesca in Bielorussia. Bambini che raccontano l’orrore visto, quando la guerra sembrava essere l’unico orizzonte possibile. Oggi i bambini di Gaza, i bambini israeliani, i giovani ucraini e russi mandati al fronte sono ancora vittime della guerra. A ottant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale riusciamo a offrire solo violenza?
«Pensavamo che nel XXI secolo avremmo risolto i conflitti senza violenza, non è stato così. In alcuni articoli russi ho letto che questa è una “guerra di vecchi”. In effetti la generazione al potere è vecchia e ci trascina in un conflitto che appartiene al passato. Guardiamo le guerre di oggi, si combatte con mentalità da secolo scorso: occupazione, violenza, un modo di concepire il progresso solo attraverso la forza».
Si riferisce anche alla guerra in Ucraina?
«Certo, anche a quella. Quando è iniziata abbiamo visto qualcosa che fino a qualche tempo prima immaginavamo impossibile: carri armati in marcia verso il confine, come se fossimo tornati indietro nel tempo. A volte mi pareva di essere in pieno Medioevo. Solo qualche anno fa eravamo tutti convinti che saremmo entrati in un’era di cambiamento. Era difficile pensare che, nel XXI secolo, le divergenze dovessero essere risolte con la violenza. Oggi ci rendiamo conto di quanto poco il mondo sia cambiato davvero».
Le guerre di cui parla sono sempre alimentate da ideologie: da un’idea di giustizia o di ingiustizia che gli uomini costruiscono per giustificare la lotta. La cultura occidentale ha cercato di convincerci che le ideologie siano finite, eppure le guerre continuano. Perché?
«I filosofi e politici hanno fallito nel loro compito. Ancora oggi, prevale una concezione antiquata del valore della vita umana. Ricordo una riunione dell’Accademia delle Scienze, durante la tragedia di Černobyl. Un professore anziano disse: “Sì, possiamo evacuare le persone, ma chi avvisa gli animali? Chi salva la vita degli uccelli, dei cavalli, dei cani?”. Ecco, l’uomo pensa sempre e solo a se stesso. Černobyl rappresenta il modo in cui l’uomo concepisce la vita. Ancora oggi nessuno sembra riflettere su come risolvere i conflitti che ci separano».
Ci sta dicendo che l’umanità, nel suo complesso, è regredita? È tornata indietro rispetto ai valori della convivenza, dell’amore?
«Negli ultimi trent’anni c’è stata una regressione profonda nel modo in cui l’essere umano vive i sentimenti e la spiritualità. Ha semplificato tutto, ha messo da parte la formazione umanistica per privilegiare quella scientifica e tecnica. Ma senza la prima dimentichiamo le qualità che connotano l’essenza dell’essere umano, quelle che Dio ci ha donato».
Abbiamo parlato del sovok e della sua involuzione. E l’uomo occidentale?
«Mi chiedo come si sia involuta l’anima occidentale. Forse siete voi, voi occidentali, a dover raccontare come siete cambiati. Io so che la democrazia che abbiamo oggi ci è stata data dalla cultura occidentale. So anche che assistiamo al ritorno di pulsioni antidemocratiche pericolose e inquietanti. Spero che per l’Ucraina prevalga la democrazia. Se vincesse Putin, il mondo andrebbe verso un futuro militarizzato, dove ogni Paese sarebbe costretto a schierarsi, attaccare o difendersi».
Fra le poche voci di pace, in un mondo che sembra sempre più diviso, c’è quella del Papa. Francesco non ha mai risparmiato parole forti per chiedere la fine della guerra, o almeno una tregua. Crede che ci sia spazio per l’ascolto del capo della Chiesa cattolica?
«A Mosca, ho visto sacerdoti ortodossi benedire le armi dei soldati e anche i sottomarini destinati a portare la morte. Non mi è piaciuto. La Chiesa non può benedire la violenza. In Bielorussia, durante la rivoluzione, ho visto invece che molti sacerdoti cattolici hanno aperto le porte delle chiese per dare rifugio ai manifestanti. E hanno salvato tante vite. La Chiesa cattolica ha mostrato una grandezza che altre istituzioni non hanno avuto. Ho ancora un ricordo molto netto di Černobyl, quando le chiese si riempivano di gente disperata in cerca di risposte. Oggi, credo che dobbiamo tornare a quei valori religiosi, alla fede nel futuro. Senza futuro, non c’è umanità».
Torniamo alle sue tre case. Che cosa sogna per esse?
«Sogno una Bielorussia libera e democratica, che non sia più occupata, e un’Ucraina che superi la terribile prova della guerra. Il popolo ucraino ha sofferto troppo, ha perso molte vite e spazi culturali. Sogno anche che la cultura russa riscopra il valore della vita umana, perché questo è il compito principale di ogni artista e sacerdote. Abbiamo bisogno di tornare a rispettare tutti gli esseri viventi. Ricordo ancora le lacrime negli occhi dei cavalli a Černobyl, costretti a essere abbattuti. In quel momento ho capito che eravamo tutti parte di un unico mondo, un’unica vita. Non ha più senso sentirsi solo russi o bielorussi, siamo tutti vittime di un’offesa più grande, quella perpetrata dall’essere umano contro la vita».
da filosofemme.it
Il corpo delle pagine. Scrittura e Vita in Carla Lonzi è un libro nato dal lavoro appassionato delle autrici Linda Bertelli, docente di Estetica presso la Scuola IMT Alti Studi Lucca, e Marta Equi Pierazzini, ricercatrice e docente presso l’Università Bocconi e l’Accademia di Belle Arti di Brera.
Quest’opera rappresenta il frutto di un’intensa attività di ricerca e di un dettagliato lavoro d’archivio, offrendo uno sguardo profondo e inedito su Carla Lonzi, figura chiave del femminismo italiano contemporaneo.
Il libro esplora in particolare l’intreccio tra vita e pensiero di Lonzi, con un focus centrale sul ruolo che la scrittura ha avuto nel suo percorso esistenziale e politico.
Per Carla Lonzi infatti, la scrittura non era solo un mezzo per comunicare, ma una pratica fondamentale per comprendere e affermare la propria soggettività. Questa modalità di scrittura “a partire da sé” trova le sue radici nel femminismo italiano degli anni Settanta, che incoraggiava le donne a raccontare e condividere con le altre le proprie esperienze di vita. Il gesto di scrivere diventa così un atto politico e trasformativo, un processo di autocoscienza che sfida le convenzioni imposte dalla cultura patriarcale e capitalista.
Le autrici fanno emergere come Lonzi si opponesse con forza a una cultura prodotta dagli uomini e per gli uomini, dove le categorie e i ruoli erano predefiniti e limitanti. Per questo la ricerca di autenticità, attraverso la scrittura, era per lei un modo per rifiutare queste imposizioni, scegliendo invece di costruire uno spazio libero per il riconoscimento di sé e delle altre donne.
Nel contesto storico degli anni Sessanta e Settanta, emergono i gruppi di autocoscienza, spazi in cui le donne iniziano a riconoscersi reciprocamente come soggetti autonomi. Carla Lonzi, insieme al gruppo di Rivolta Femminile, contribuisce a valorizzare la differenza, intesa come diritto all’esistenza e all’essere diverse rispetto ai modelli imposti dalla tradizione patriarcale.
Questo riconoscimento della differenza si configura come un atto di resistenza: un’affermazione del personale che diventa politico, distruggendo ogni processo di gerarchizzazione.
Il titolo del saggio Il corpo delle pagine racchiude un significato cruciale: le autrici vogliono evidenziare come Carla Lonzi intenda superare la scrittura creativa tradizionale, spesso ridotta a mera astrazione culturale, per valorizzare invece l’Io scrivente e il vissuto dell’esperienza personale. Nelle opere di Lonzi emerge chiaramente una scrittura che incorpora «carne da bruciare» (1), ovvero la tangibile presenza del corpo, della voce e dell’essere dell’autrice stessa.
Lonzi attribuisce un’importanza centrale al visibile, al parlato, al contesto e alle relazioni che intreccia con le altre, elementi indispensabili per preservare l’autenticità della propria soggettività. In questo quadro, il prodotto finale della scrittura – inteso come un contenuto da consumare o una mera prova di produttività – viene percepito come un disvalore.
Tale concezione sposta l’attenzione dal “risultato” alla “presenza”, sottolineando che la scrittura non può prescindere dal vissuto, dalle relazioni e dall’umanità di chi la produce. Quando ci si concentra solo sull’output, si rischia di tradire l’esperienza autentica dell’autore/autrice, dimenticando la dimensione corporea e relazionale che lo/la caratterizza.
In questo contesto, Lonzi e il gruppo di Rivolta Femminile utilizzano la registrazione come pratica fondativa del loro processo creativo.
Registrare le conversazioni, i dialoghi e i confronti consente di conservare la presenza dei corpi parlanti, valorizzando l’unicità di ogni voce. La scrittura, in questo modo, non è semplicemente vicina al parlato, ma rimane intimamente connessa alle parlanti stesse.
Questo approccio ribalta la concezione tradizionale della scritturacome distillato culturale, restituendole il valore di pratica situata, radicata nel corpo e nell’interazione umana, essenziale per comprendere e affermare la soggettività di ciascuna.
L’ultimo capitolo di Il Corpo delle Pagine rappresenta la parte più innovativa e rivoluzionaria del saggio, poiché le autrici analizzano materiali inediti di Marta Lonzi (sorella di Carla), intrecciandoli alle proprie vicende esistenziali in un dialogo che adotta la metodologia di scrittura elaborata da Lonzi e dal gruppo di Rivolta Femminile.
Tale approccio consente di connettere i contenuti storici e teorici al vissuto personale, in un processo che sovverte le tradizionali gerarchie tra autrici, testo e lettrici.
Il capitolo prende le mosse dal progetto, mai realizzato, di una mostra su Carla Lonzi, per giungere a una riflessione sulla scrittura come pratica di differimento. Le autrici mettono in luce il valore del fallimento, reinterpretandolo in chiave anticapitalista e antipatriarcale. In questa prospettiva, il fallimento non è più un limite o una sconfitta, ma una forma di resistenza contro i tempi dettati dalla società della produttività, che esige continua efficienza e prestazioni.
La scrittura, così intesa, si riappropria di un tempo proprio: un tempo per pensare, progettare, sostare.
Questo tempo, che si sottrae alle logiche della produzione e della performance, diventa un atto di ribellione contro i ritmi imposti da un sistema che marginalizza ciò che non è immediatamente utile o funzionale.
La presentazione del libro, avvenuta in anteprima al Giungla Fest 2024 (2) dal titolo Radicale, ha ulteriormente rafforzato questo legame tra scrittura e sovversione delle logiche dominanti.
Come ha spiegato Irene Panzani, curatrice di Giungla:
«Praticare la scrittura è una forma di radicamento, ma anche di radicalità. Si radicano pensieri, si sviluppano, si pensa scrivendo, ci si riconosce nello scritto o si rifiuta, si rende visibile ciò che prima era immateriale. Scrivere contribuisce alla costruzione dell’identità, di una o molte identità. Interrogarsi sul senso delle parole e delle cose credo sia, in fin dei conti, anche l’essenza dello scrivere, che lo si faccia per sé, come pratica di autocoscienza, o per finzione, in ogni caso scrivere ci porta a guardare il mondo e noi stesse nel mondo, a crearlo, negarlo o sovvertirlo. è una pratica che può precedere altre azioni, di affermazione, denuncia, disobbedienza, rinuncia…» (3)
Queste parole non solo confermano l’attualità della riflessione lonziana, ma dimostrano come la scrittura sia uno strumento capace di interrogare, destrutturare e ridefinire il senso delle cose e delle parole.
Il libro Il corpo delle pagine di Linda Bertelli e Marta Equi Pierazzini non solo si allinea con il pensiero e la produzione di Carla Lonzi, ma arricchisce il corpo delle pagine del saggio stesso.
La scelta di praticare questa forma di scrittura libera dalle convenzioni imposte rappresenta una liberazione concreta delle autrici dai vincoli culturali e sociali. Il risultato è un testo che non si limita a raccontare il pensiero di Lonzi, ma lo incarna, invitando lettrici e lettori a riflettere su un modo di essere e di scrivere autentico e radicalmente libero.
Grazie Moretti&Vitali!
Bertelli, Linda, Equi Pierazzini, Marta, Il corpo delle pagine. Scrittura e vita in Carla Lonzi, Moretti&Vitali, Bergamo 2024
1) Lonzi, Carla, Taci anzi parla, in Bertelli L., Equi Pierazzini M., Il corpo delle pagine. Scrittura e vita in Carla Lonzi, p. 122.
2) Giungla fest è un festival dedicato all’arte contemporanea, nato nel 2020 e giunto alla sua quinta edizione: https://www.giunglafest.it/edizione-2024/
3) Queste parole sono il frutto di un dialogo diretto tra Irene Panzani e Elena Magalotti.
Dal Corriere della Sera
La tennista che nel 1980 fu condannata per associazione sovversiva: «Volevo sovvertire il potere, oggi sarei meno testarda»
«Se fossi morta, mai avrei cambiato idea». La porta del condominio di Giubiasco, distretto di Bellinzona, si spalanca sugli accadimenti più misconosciuti dello sport italiano. Sulla soglia di questa storia densissima e a tratti drammatica, lei, Monica Giorgi in Cerutti per matrimonio dichiaratamente di convenienza con un cittadino svizzero, classe ’46, livornese, anarchica, atea, ex talento del tennis immolato all’attivismo politico negli anni in cui per l’ideale si poteva finire in galera con l’accusa (friabile) di aver partecipato a un rapimento di matrice politica. Aveva calpestato i courts con gli amici Lea Pericoli e Adriano Panatta e giocato a Wimbledon quando il 30 aprile 1980, la stagione terribile dell’omicidio di Piersanti Mattarella, del sangue nelle università (Bachelet a Roma, Galli a Milano), per le strade (Tobagi) e della strage di Bologna, Monica venne arrestata.Due anni dentro, sognando il blu delle sue onde (“Domani si va al mare” è il bel titolo di un libro appassionato scritto per Fandango con Serena Marchi),una condanna a dodici derubricata per «associazione sovversiva», il capo d’imputazione di cui Giorgi va fiera.«Me lo tengo stretto, non discuto. È quello che volevo fare: sovvertire il potere. Con gli anarchici di Livorno, i volantini, i discorsi, l’attivismo: nulla più. Oggi non sarei così testarda: la vita mi ha cambiata. Non direi più ad Adriano che è un fascista perché ha scelto di andare a giocare la Davis da Pinochet».
Le radici a Livorno contano nel suo romanzo, Monica?
«Eccome! Livorno è la mia carne, il mio sangue, le mie parole. Mi chiedo se dopo tanti anni in Svizzera dovrei tornarci a morire. Dell’Italia mi attraggono gli odori, i sapori, le scritte sui muri. Ci vado volentieri, da quando le mie pendenze con la giustizia sono risolte. Però lascio anche che le cose accadano».
Ne sono accadute di cose, eccome: gli anni gioiosi del tennis, l’avvicinamento ai movimenti non violenti, le campagne a difesa dei diritti dei carcerati, l’esilio in Francia, la tranquillità in Svizzera.
«Le cose più belle sono quelle che capitano. Sono stocastica, aleatoria: qualcosa succederà. Preferisco essere illusa, piuttosto che pregiudizievole. Certo rischio la delusione, ma è da lì che scaturisce consapevolezza. Il processo mi ha fatto scoprire la mia dabbenaggine: siccome sono presuntuosa, ci sono passata sopra. Vede, io penso in livornese, che non è una lingua, è un vernacolo: viene da verna, schiavo, e lo schiavo subisce».
I primi guai quando la Federtennis italiana la squalifica per aver indossato a Johannesburg, in pieno apartheid, una T-shirt con un nero e una bianca che fanno l’amore.
«Indegna di rappresentare l’Italia, scrissero nella lettera con cui mi fermavano un anno. Ci sono cose che sono sfuggite di mano alla gioventù dell’epoca, ma eravamo pieni di entusiasmo. Il libro è stato un lavoro di espiazione catartico: ha riaperto le ferite, lascio che sanguinino. Da ragazza mi piaceva provocare il potere, a settantanove anni invece lo comprendo: lo vedo come parte necessaria per cui certe cose devono finire o cominciare. Non mi giudico: ho fatto quello che mi sentivo».
In vacanza con Lea Pericoli imbrattò di escrementi lo yacht del vicino di banchina.
«Lea lo detestava: fu un gesto d’amicizia. La vera ingiustizia di quegli anni è la morte di Pinelli che vola giù dalla finestra della Questura di Milano. Quello è stato il mio ’68. Lea ed io eravamo agli antipodi solo all’apparenza. La divina e Monicaccia, come mi chiamava lei: che coppia».
Cosa vi legava?
«Ti muove quello che non hai. Io ero la parte che Lea teneva sopita. Erano i tempi in cui per farti un complimento ti dicevano: brava, giochi come un uomo. Sarà un uomo che gioca bene come me, ribattevo! Kant scrive che il cielo stellato è sopra di noi ma la donna il cielo stellato ce l’ha dentro. Lea mi chiedeva di Kafka, Gandhi, delle mie letture filosofiche, della rivista anarchica “Niente più sbarre”. Ci siamo volute molto bene. Tra tanti bifolchi qualunquisti, l’unico maschio con cui potevo parlare era Panatta. Quando giocavamo il doppio insieme e ci facevano un lob, fermava la palla: alt, qui lo smash lo faccio solo io!».
A Lea fece un gran regalo: la lasciò vincere in semifinale agli Assoluti ’71. Perché?
«Il regalo lo feci a me: volevo mettermi alla prova. Ero già incasinata con la politica, mi scrivevo con i detenuti anarchici, ritirarmi mentre stavo vincendo fu la mia personalissima protesta contro il sistema. C’era dell’autolesionismo? Non credo. Avevo consapevolezza dei miei limiti: sapevo che la Bassi in finale non l’avrei mai battuta. Lo rifarei mille volte. È un’economia un po’ perversa, lo riconosco. Sono vissuta di ideali, anche alla rovescia. Nell’ideale non c’è un sopra e un sotto, una destra e una sinistra. L’ideale, quando ci credi, è l’eterno. Ecco, io sentivo di dover seguire solo quello».
Ma a chi dava noia, in fondo? Se lo è chiesto?
«Molte volte. Eppure mi bastavano il mio tennis, il mio mare, una motocicletta, i miei libri, 100mila lire al mese. Andavo a trovare in carcere l’anarchico Fantazzini e mi arrovellavo: che male faccio? Ma a quei tempi la controinformazione infastidiva tantissimo, e io mettevo in dubbio che Pinelli fosse caduto da solo dalla finestra. Sì, davo fastidio. E schiacciando un moscerino di 45 chili come me il potere dimostrò tutta la sua debolezza».
Ci ha messo del suo.
«Ammetto il gusto di esibirmi, anche in campo mi piaceva giocare con il fuoco. Mi chiami a rete? E io ti faccio una palla corta. Le valchirie rimanevano ferme sul posto. Ero agile, velocissima, rimandavo tutto. Per battermi dovevano sopraffarmi con la potenza, ma anche in quel caso le costringevo a farmi il punto due volte».
Da chi ha preso?
«Da mio padre l’estroversione, a costo di fallire per troppa esuberanza. Da mia madre l’essere parca: non tirchia, parca. È lei, con le sue imperfezioni e i nostri conflitti, ad avermi autorizzato a essere libera: se fosse stata perfetta, non me ne sarei mai andata. Invece si lamentava di me, terzogenita dopo due gemelle, in continuazione. Si è resa insopportabile: un dono. Quando lessi “L’ordine simbolico della madre” di Luisa Muraro fu un’illuminazione».
Qual è stato il giorno più felice della sua vita?
«Il 29 aprile 1982, un giovedì. È il giorno della lettura della sentenza che mi riduce la pena a due anni, già scontati. Nell’aula del tribunale lancio un urlo belluino: domani si va al mareeeeee!».
Come fa a vivere a Bellinzona, tra le montagne?
«Eh, ma torno spesso. E poi il mare preferisco andarlo a cercare: quando ce l’ho lì a disposizione, mi viene a noia».
L’incontro più forte?
«Giovanni, il custode della Federazione anarchica livornese. Autodidatta, nudo davanti alla vita, miope, ma anche un accademico senza titolo di studio. Fu il primo a parlarmi delle fosse di Katyn, il massacro dell’intellighenzia polacca da parte dell’Urss. Quando morì Francisco Franco si fece un volantino. Volevamo scriverci: viva la morte. Intervenne Giovanni: macché, scriviamo viva la libertà!».
Rifarebbe tutto?
«Paro paro. Forse correggerei la mia ingenuità, ma è un puro esercizio retorico».
Anche le cose che le hanno provocato più dolore?
«Il dolore lo metto nello stesso paniere della felicità».
È vero che nel ’76 in Cile Panatta, memore delle vostre discussioni su Pinochet, propose a Bertolucci di indossare la maglietta rossa nel doppio di Davis anche come omaggio alla militanza dell’amica Monica Giorgi?
«Non lo so, non credo. Dovrebbe chiederlo a Adriano».
E la sua, di maglietta, quella della coppia mista che fece indignare il Sudafrica e la Federtennis, che fine ha fatto?
«Forse era a casa di mia madre ma con la sua morte è andata persa».
Segue il tennis, oggi? Jannik Sinner e i suoi fratelli l’hanno riportato in auge.
«Sì, questa generazione di giocatori mi ha riavvicinata al mio sport. Però non gioco più: mi fanno male le ginocchia. I miei preferiti sono Federer e Alcaraz, che è molto più divertente di Sinner. Adesso non gli serve per vincere, ma Jannik dovrà imparare a scendere di più a rete».
Oltre al tennis, chi è stato il suo più grande amore?
«Manrico, un uomo bellissimo che mai avrei immaginato potesse innamorarsi di uno sgorbio come me. E Maddalena, incontrata in carcere: con lei c’era molto più del sesso, che in una relazione non è necessario».
E la rabbia, motore potente, dove l’ha messa a quasi ottant’anni, Monica?
«Con quel fisichino dove vuoi andare? mi dicevano. Alle feste nessuno mi invitava mai a ballare. Mi sentivo inadeguata: ho fatto di tutto per riscattarmi. Ha ragione, la rabbia è una forza potente. Ma la mia, soprattutto, è stata passione di vivere».
da il manifesto
Il riarmo della Germania passa anche per le università tedesche. Cresce nel paese la pressione nel discorso pubblico affinché si consenta la ricerca militare negli atenei. Tale richiesta si scontra con uno dei conseguimenti del movimento pacifista tedesco: le cosiddette ‘clausole civili’ (Zivilklauseln), disposizioni iscritte negli statuti delle università e nei politecnici che consentono esclusivamente ricerca civile e per scopi pacifici.
Il movimento a favore delle clausole civili nacque dopo la Seconda guerra mondiale, in un momento storico in cui era ben noto il ruolo militare che le istituzioni universitarie avevano svolto prima e durante la guerra. Con la guerra fredda le clausole civili divennero una rivendicazione centrale nel movimento pacifista e molti atenei le inscrissero nei loro statuti. Si contano ad oggi circa settanta atenei in tutto il paese ad averle incluse nei loro ordinamenti.
In continuità con il crescente militarismo delle classi dirigenti del paese, certificato dalle parole del ministro socialdemocratico della difesa, Boris Pistorius – «la Germania divenga pronta alla guerra» – si tenta di riaprire il dossier delle clausole civili nel dibattito pubblico e politico. A spingere per cancellare ogni intralcio all’interazione tra l’esercito e le istituzioni pubbliche di ricerca non solo la destra, ma anche i Verdi con il loro candidato alla cancelleria, e attuale ministro dell’economia, Robert Habeck. Il tentativo è quello di dare maggiore peso e influenza civile alla Bundeswehr, l’esercito della Repubblica federale, e lentamente militarizzare la società.
In particolare, è la Cdu del probabile futuro cancelliere Friedrich Merz che lancia segnali piuttosto chiari a riguardo. Nel programma elettorale dei cristianodemocratici si parla infatti di «abolire vincoli alla ricerca militare» e si sottolinea la leadership che la Bundeswehr deve assumere in futuro a livello europeo per quanto riguarda la ricerca militare. Si parla persino di «un’armata di droni» attualmente in costruzione. È chiaro che in questo contesto diviene essenziale sfruttare le potenzialità dell’università in materia d’innovazione e di ricerca scientifica.
A fare d’apripista al progetto, il governo guidato da Markus Söder a capo dalla Csu (partito alleato e omologo della Cdu in Baviera). Lo scorso luglio 2024 Söder ha promulgato la cosiddetta “legge Bundeswehr” che non solo prevede di interdire le clausole civili, ma obbliga le università e i politecnici bavaresi a collaborare con l’esercito qualora tale interazione sia una questione di sicurezza nazionale. Il sindacato bavarese per la formazione e la ricerca (Gew) ha messo in dubbio la validità costituzionale di tale proposta di legge – la libertà di ricerca scientifica è un diritto costituzionale a livello federale – facendo ricorso alla Corte costituzionale bavarese di cui si attende il responso.
La proposta di legge in Baviera è in sintonia con la «svolta epocale» (Zeitenwende) annunciata dal cancelliere Scholz pochi giorni dopo l’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio del 2022, che consiste, com’è noto, in un aumento significativo delle spese militari del paese. Ciò richiede la riconversione di una parte sostanziale della spesa pubblica a scopi bellici. Le classi dirigenti tedesche devono lavorare sodo per preparare l’opinione pubblica a una tale riconversione. Si passerà anche per i banchi, le aule, e i laboratori universitari.
da il manifesto
“Sospesa”, il libro della reporter Mariangela Paone, pubblicato da Add
Settembre del 2015. La foto di Alan, il piccolo di tre anni, trovato morto su una spiaggia turca stretto nel suo giubbino rosso, lanciava un grido lancinante alle coscienze di tutti gli europei. Alan stava scappando dall’orrore della guerra in Siria. Era morto alle porte dell’Europa, e, per un istante, non era più solo un numero. Si stima che altre circa trentamila persone abbiano perso la vita nel Mediterraneo negli ultimi dieci anni.
Solo pochi giorni dopo, il 28 ottobre, arriva la notizia di un altro naufragio di enormi proporzioni in quello stesso tratto di mare, attraversato da ottocentomila persone quell’anno: una fragile imbarcazione in legno di due piani con più di trecento persone a bordo si rovescia davanti alle coste dell’isola di Lesbo. Almeno quarantatré persone perdono la vita. Fra di loro, Fatima, Naseer, Negin (11 anni), Hadith (5 anni) e la piccola Mehrumah, di soli 14 mesi, rispettivamente madre, padre, e sorelle e fratello di Rezwana, unica sopravvissuta al naufragio. Allora aveva solo 13 anni. Fu quel giorno che nacque l’ong Open Arms come la conosciamo oggi, i cui volontari, ancora privi dei mezzi adeguati, cercarono come poterono di aiutare i pescatori che portavano in salvo i naufraghi, sotto gli occhi indifferenti di Frontex e della guardia costiera.
La giornalista Mariangela Paone, reporter e inviata speciale, che oggi lavora a eldiario.es, racconta la storia di Rezwana nel libro Sospesa (Add Editore, pp. 152, euro 18), appena uscito in italiano. Rezwana è afgana. Suo padre fa il cameraman quando nel 2015 la situazione si fa troppo pericolosa per rimanere a Kabul. Il paese è sotto la costante minaccia dei talebani. Lei andava a scuola, portava a casa buoni risultati e in casa la incoraggiavano a continuare. Ma un doloroso giorno, d’improvviso, devono lasciare la loro vita alle spalle. Montano su un volo diretto a Teheran. Da lì inizia un lungo viaggio per terra per arrivare fino alle coste turche da dove partirà l’imbarcazione che li avrebbe dovuti portare in Europa. Un’imbarcazione molto meno sicura di quello che avevano promesso a Naseer per il prezzo che aveva pagato. Salgono lo stesso e nelle fredde acque dell’Egeo ha luogo la peggiore tragedia che possa colpire una bambina.
A partire da quel momento, Rezwana è una minore non accompagnata, sola in un paese dove non conosce nessuno. L’unica familiare vive in Svezia. Durante gli anni successivi, Rezwana passa per tre famiglie affidatarie, cerca di ambientarsi in Grecia. Ma non è felice. Resiste alle pressioni di uno zio che vuole che torni a Kabul. Vuole andare in Svezia. La fredda burocrazia europea che tratta le persone migranti come un fascicolo numerato la tiene bloccata ad Atene.
Anche quando riesce, per un breve periodo, a farsi mandare in Svezia, il trattato di Dublino e una schiera di burocrati la costringono a tornare in Grecia, il primo paese di arrivo, che già le ha concesso un permesso. I desideri, le aspirazioni e il dolore delle persone non contano per un’Europa impegnata in un cinico scaricabarile fra paesi indifferenti. Con un’opinione pubblica che vede le persone migranti solo come un problema, senza scorgere dietro il loro sguardo la disperazione.
«Restiamo umani», diceva Vittorio Arrigoni. Di umana, nella storia che racconta Paone raccogliendo le testimonianze delle tante persone che hanno incrociato le peripezie di Rezwana, c’è la sofferenza di chi cerca, nonostante tutto, di ricostruirsi una vita, di ripescare dal fondo del mare le speranze, i sogni e le aspirazioni, e si scontra contro un muro di cinismo burocratico. Quello di un sistema di accoglienza inadeguato, senza mezzi e ottuso rispetto alle persone che dovrebbe proteggere. Quello di istituzioni europee sorde alle necessità degli esseri umani che scappano dalla barbarie.
Sono passati più di nove anni e Rezwana è ancora bloccata in Grecia: senza la nazionalità, non può andare a vivere con la sua famiglia svedese. Ora sì, può viaggiare liberamente: ma dopo anni, a scegliere per lei non sono i suoi desideri, ma un sigillo su un pezzo di carta.
In mezzo a tutto il dolore in cui vivono i migranti, sballottati da un punto all’altro, prima dai trafficanti e poi dai governi, c’è però un briciolo di umanità. Le ong come Open Arms o Emergency, le volontarie che lottano per non lasciare sola Rezwana, la madre di una famiglia affidataria, un insegnante di una delle scuole per cui è passata, la volontaria che si scontra contro tutto e tutti per non far dimenticare quella bambina ammutolita dalla tragedia, la maestra in pensione svedese che le fa da madrina legale, la avvocata di una ong. E i giornalisti e i fotografi che si accaniscono a voler documentare e raccontare il dramma. Come Paone.
Sospesa è la storia di un’odissea, ma anche una missione: riuscire a trovare i resti della famiglia di Rezwana. Cosa che riesce grazie a persone che cercano di fare di questo mondo un posto migliore.
Il libro sarà presentato l’8 febbraio nelle librerie Arlette e Il Ponte sulla Dora di Torino, il 10 febbraio al Librificio del Borgo di Genova e il 12 presso Casetta Rossa a Roma.
Marina Terragni è stata nominata di recente, dai presidenti di Camera e Senato, Garante per l’infanzia e l’adolescenza. Non ci dilunghiamo sulla sua storia politica che le donne vicine al femminismo conoscono e su cui ci si può informare facilmente in Internet e sui quotidiani che hanno riportato la notizia.
Terragni, detto in pochissime parole, forse anche inadeguate, è considerata “divisiva”, come usa dire, perché contraria alla Gpa, ai bloccanti della pubertà e al cosiddetto self-id con il quale dichiararsi maschi o femmine sulla base della percezione soggettiva di sé. Contraria anche alla partecipazione di atlete transessuali nelle gare sportive femminili. Il suo stile da attivista e giornalista è battagliero e polemico. Questo è uno dei motivi per spiegare le veementi reazioni negative di tante amiche e compagne di strada a questa nomina. Ma è anche, o forse soprattutto, la sua scelta di ricoprire un ruolo istituzionale nel contesto del governo presieduto da Giorgia Meloni, segretaria di Fratelli d’Italia, e la sua relazione con la ministra Eugenia Roccella, deputata nelle fila dello stesso partito, ad essere un problema per molte che sono schierate a sinistra.
Pensiamo che sarebbe un peccato che dall’unica rivoluzione del XX secolo ancora viva, quella delle donne, non arrivassero pensieri, pratiche, o almeno accenni ad un diverso modo di rapportarsi tra noi, anche quando ci definiamo di destra o di sinistra. Si tratta di una sistemazione del mondo e di un pensiero elaborato dagli uomini che, in alcune occasioni della vita pubblica, molte assumono in mancanza di meglio, forse solo per votare.
In un mondo che vira decisamente a destra e in cui sempre più donne contribuiscono a questo sommovimento, interrompere o evitare di costruire rapporti tra donne di “schieramenti” diversi o che accettano incarichi pubblici che inevitabilmente si collocano nel più complessivo quadro del governo in carica, ci sembra un errore.
Tornando a Marina Terragni: nel ruolo di Garante nazionale per l’infanzia e l’adolescenza avrà la possibilità di rispondere a molte richieste provenienti dal mondo delle donne. Per fare solo uno tra i tanti possibili esempi, potrà essere di aiuto a quelle che devono affrontare la decisione di tribunali che affidano le loro creature al padre, anche se condannato per violenza. Si tratta di sentenze che spesso si fondano sul riconoscimento della cosiddetta sindrome di alienazione parentale (Pas), giudicata priva difondamento scientifico dalla Cassazione, dall’Onu e dalla Convenzione di Istanbul. Donne e uomini impegnati nella politica e nelle professioni, proprio su questo tema così delicato, si sono già rivolti a lei con un appello*.
(*) L’appello delle femministe a Terragni: “Ci aiuti nella lotta alla Pas”
Riceviamo e volentieri pubblichiamo questo articolo di una lettrice che si è laureata nel 2024 in giurisprudenza con una tesi in diritto del lavoro intitolata “Quando il lavoro non è lavoro. Prospettive giuslavoristiche su sfruttamento del lavoro e prostituzione”.
La redazione del sito
Cosa spinge le donne ad accettare la soggezione agli uomini? Perché ancora oggi accettano di sottomettersi al desiderio maschile? Di più: tale atto di sottomissione è davvero una scelta libera?
Il racconto più importante sulla libera scelta ci perviene dal contrattualismo classico: gli uomini, nello stato di natura, possono decidere di stipulare un accordo per sottomettersi a un potere al fine di vivere in una dimensione civile. Non si accetta più la subordinazione al potere dispotico del re come un padre-padrone; gli uomini sono finalmente liberi e possono decidere per loro stessi.
Così anche il contratto inteso come strumento prediletto del diritto civile per creare, modificare o estinguere delle situazioni giuridiche si basa sull’accordo libero prestato da due contraenti.
L’ordine politico e il potere civile, quindi, hanno un’origine non solo razionale ma anche libera, perché istituiti da uomini liberi.
I contraenti hanno, tuttavia, una caratteristica fondamentale: sono tutti di sesso maschile.
Il racconto del contratto sociale è, in realtà, il racconto di come gli uomini abbiano creato la sfera pubblica e civile dove poter operare e la sfera privata alla quale relegare le donne. Questa la tesi della teorica del contrattualismo Carole Pateman: la democrazia consensuale nella quale si crede di vivere non è mai esistita.
Tale accordo stipulato tra uomini liberi ha occultato e rimosso un altro contratto, che perpetra l’assoggettamento delle donne agli uomini, il “contratto sessuale”. Questo contratto fonda l’accesso degli uomini ai corpi delle donne. Costituisce la base delle profonde diseguaglianze di potere che ancora oggi persistono nella società: se è vero che le donne, nel mondo occidentale, non sono più per legge soggette a tutela maritale e possiedono formalmente gli stessi diritti degli uomini, sono tuttavia ancora soggette a questo contratto. L’accesso ai corpi delle donne permette agli uomini di esprimere la loro mascolinità: sono le mogli che crescono i loro figli, le domestiche che curano la loro casa, le prostitute dalle quali possono comprare sesso. Questo contratto è sempre stato nascosto; prima la disparità era codificata e accettata, con la modernità invece essa viene comodamente ignorata, preferendo trincerarsi dietro la categoria neutrale di “persona”.
Assistiamo, infatti, ai tentativi di inserire le donne nella sfera pubblica dalla quale sono sempre state escluse, evitando di mettere in luce che tale sfera di potere è stata creata a misura di uomo. Le donne sono sempre state considerate naturalmente escluse da questa sfera. Tuttavia, non vi è niente di naturale nella soggezione delle donne agli uomini: il racconto della naturale inferiorità della donna è solo il mezzo per giustificare la soggezione delle donne tramite lo strumento civile. Per poterle sottomettere sul piano giuridico agli uomini, è previsto che le donne possiedano la capacità di stipulare un solo contratto, il matrimonio. In questo modo, le donne possono formalmente occupare la sfera domestica come mogli e madri, mentre gli uomini quella civile, come veri partecipanti alla vita pubblica dello Stato.
Il misconoscimento del contratto sessuale è il tentativo di forzare l’esistenza di un consenso delle donne alla soggezione all’uomo. Se la sottomissione al potere maschile avviene tramite contratto, che è l’espressione più alta di una scelta libera e consapevole, come può non essere consensuale? Ma un ordine politico che non riconosce una diseguaglianza tra uomini e donne è in grado di garantire l’esistenza di uno strumento civile che sia davvero espressione di consenso?
La prostituzione è, forse, l’esempio più lampante di un tentativo di rendere l’accesso ai corpi delle donne come dignitoso e civile. Si tenta, con diverse strategie, di metterla sullo stesso piano di tutti gli altri lavori, come se ne condividesse la dignità, l’intenzionalità a concorrere al progresso materiale o spirituale della società, l’attitudine a essere fondamento della società civile. La prostituzione non è un mestiere salariato come gli altri perché l’oggetto del contratto di prostituzione è l’accesso al corpo della donna. Se un datore di lavoro è interessato, astrattamente, a ottenere l’uso del corpo del dipendente, ciò che vuole ottenere, alla fine, è il prodotto del suo lavoro. Solo con la prostituzione si accede all’io della persona. Non è possibile separare il corpo dalla persona della prostituta; l’atto sessuale, affinché si compia, deve essere eseguito quando la prostituta è presente. È questo il motivo per cui le prostitute (e anche le sex workers che sostengono che sia “un lavoro come tutti gli altri”) imparano subito delle tecniche di dissociazione per distaccarsi emotivamente dalla prestazione sessuale. Avere un rapporto sessuale quando il consenso è sostituito da un compenso in denaro è degradante e nessuna vuole esserne attivamente partecipe.
È, quindi, davvero paragonabile a qualsiasi altra prestazione lavorativa?
Chi è favorevole alla prostituzione sostiene che questi sono argomenti paternalisti. Sono teorie che non svelano disuguaglianze di potere tra uomini e donne ma intendono privare le donne della capacità di scelta. Ma è realmente così? È davvero paternalistico impedire la vendita del proprio corpo?
Nell’ordinamento italiano non è possibile vendere organi o tessuti, ma solo donarli, perché si vuole impedire che il donatore si senta costretto da pressioni economiche a adempiere a una richiesta del ricevente. E poiché l’accesso al proprio corpo, ai propri tessuti, non è così separabile dalla dignità umana come si vuole far credere, si vuole impedire che il donatore presti un consenso viziato dalla promessa in denaro o altra utilità da parte del ricevente. Il donatore ha ciò che il ricevente vuole: se il ricevente promettesse del denaro in cambio dell’organo, il donatore in condizioni di bisogno o vulnerabilità sarebbe comunque libero di scegliere?
Siamo testimoni di una legislazione paternalistica o del riconoscimento che non esiste la possibilità di prestare un consenso libero quando entra in gioco il corpo dell’essere umano? Che non esiste una libera scelta quando vi è uno squilibrio di potere?
Al di là delle riflessioni di ordine politico-filosofico, le ragioni a favore dell’esistenza di un consenso libero nella prostituzione si sprecano.
Viene spesso argomentato che la prostituzione è la scelta preferibile ad altri lavori più pesanti o pericolosi. La prostituzione sarebbe quindi un mestiere più dignitoso, o migliore, del lavoro in fabbrica. La letteratura in materia mostra come l’incidenza di depressione e disturbo da stress post- traumatico nelle prostitute o sex workers sia altissima, con percentuali di soggetti affetti da queste patologie di molto superiori ai lavoratori impiegati nei settori a più alta incidenza di depressione1 La prostituzione è davvero, dunque, l’alternativa accettabile? O è, piuttosto, una “scelta” fatta solo quando l’alternativa è morire di fame o vivere in povertà estrema (e non è, quindi, una scelta libera e volontaria poiché l’alternativa non è accettabile, secondo la teoria della filosofa Serena Olsaretti2)?
Se si assume che quello della prostituta sia un lavoro, deve poter prestare il suo libero consenso alla prestazione sessuale e poterlo revocare quando preferisce. Ma se è il suo “lavoro”, per potersi sostentare dovrà accettare la maggior parte dei contratti che stipula. Chi fa della prostituzione il suo mestiere, dovrà auto-limitare la sua capacità di rifiutare o negare il suo consenso per potersi assicurare un guadagno. Si può anche argomentare che tale è la condizione di tutti i lavoratori salariati. Ma nessuno di questi lavori ha come oggetto della prestazione il proprio corpo.
Occultare la persistente diseguaglianza tra uomini e donne in termini di potere politico, come insegna brillantemente Carole Pateman, significa ignorare volutamente il meccanismo che spinge gli uomini a richiedere accesso ai corpi delle donne. La prostituzione non è una scelta, perché le donne sono state escluse dalla storia che ha permesso agli uomini di farsi uomini liberi. Essa è solo uno strumento per permettere agli uomini di accedere ai corpi delle donne. La prostituzione, concretamente, è incapace di garantire un’esistenza libera e dignitosa alle donne come, invece, tutte le altre occupazioni riescono a fare.
Parlare di prostituzione ci pone due sfide: mettere in discussione il consenso e ripensare cosa intendiamo per lavoro dignitoso.
1 Park J.N., Decker M.R., Bass J.K., Galai N., Tomko C., Jain K.M., Footer K.H.A., Sherman S.G. Cumulative Violence and PTSD Symptom Severity Among Urban Street-Based Female Sex Workers in J Interpers Violence, 2021; Wulsin L., Alterman T., Timothy Bushnell P., Li J., Shen R., Prevalence rates for depression by industry: a claims database analysis in Soc. Psychiatry Psychiatr. Epidemiol., 2014.
2 Olsaretti, S., Freedom, Force and Choice: Against the Right-Based Definition of Voluntariness in The Journal of Political Philosophy, vol. 6, n. 1, 2002.
da il manifesto
La scrittrice americana di origini cinesi racconta nei suoi romanzi per lettori e lettrici giovani (Motel Calivista, buongiorno! e Le tre chiavi, usciti per Emons) le vite degli irregolari e di chi tenta di farcela. «Da bambina, la Proposition 187 mi fece molta paura. Non sapevo cosa sarebbe accaduto, quali miei amici sarebbero stati banditi dalla scuola, o peggio. Purtroppo, quegli stessi timori oggi con Trump si sono riaffacciati»
«I recenti incendi in California sono stati terrificanti. La mia famiglia è stata costretta a evacuare e molti miei amici hanno perso la loro casa. Nonostante sia stato un incubo, mi ha commossa vedere la comunità di Los Angeles così unita, pronta ad aiutare. Ho piena fiducia nella ricostruzione. Questa catastrofe ci ricorda però che il cambiamento climatico sta avvenendo rapidamente. Riguarderà tutti: siamo interconnessi e i problemi degli altri ci riguardano sempre».
Kelly Yang, quarantunenne scrittrice americana con origini cinesi, premio Strega Ragazze e Ragazzi nella categoria 11+, è cresciuta in California con la sua famiglia immigrata proprio come Mia, la protagonista dei suoi due romanzi pubblicati in Italia da Emons: Motel Calivista, buongiorno! e Le tre chiavi, Motel Calivista 2 (pp. 350, euro 14,50, traduzione di Federico Taibi). Quest’ultimo incrocia l’attualità bruciante del ritorno di Trump e la sua volontà di rinverdire deportazioni e discriminazione razziale. Lupe, infatti, amica del cuore di Mia, è angosciata per una nuova legge (il riferimento qui è alla famigerata Proposition 187 varata nel 1994 e anni dopo resa vana dall’impegno dei democratici, ndr) che vieta a chi è senza documenti (come lei) di frequentare la scuola.
Appena Trump ha giurato come presidente, ha subito dichiarato guerra agli immigrati e attaccato lo ius soli. Sono temi a lei molto vicini, addirittura autobiografici, che ha spesso affrontato nei suoi libri. Un passo indietro per la democrazia americana?
Mi preoccupa molto il fatto che Trump stia cercando di abolire la cittadinanza acquisita con la nascita, un diritto sancito dalla Costituzione. La sua ossessione di fare degli immigrati il capro espiatorio di tutti i nodi della società non è, ovviamente, una novità. Lo abbiamo già sperimentato nella sua prima amministrazione. I miei libri tentano di illuminare non solo i contributi degli immigrati, ma anche di rendere visibili i soprusi che subiscono. Da bambina, la Proposition 187 mi fece molta paura. Non sapevo cosa sarebbe accaduto, quali miei amici sarebbero stati banditi dalla scuola, o peggio. Purtroppo, quegli stessi timori oggi si sono riaffacciati.
«Una volta una persona molto saggia mi disse che in America ci sono due montagne russe: una per i ricchi e l’altra per i poveri». Lupe, la compagna di Mia nel romanzo “Le tre chiavi” è un simbolo della prevaricazione sociale ai danni degli immigrati… La sua vita rispecchia quella di molti altri come lei?
Credo che la citazione delle due montagne russe sia più che mai reale. Viviamo in tempi sempre più diseguali, con una disparità di risorse economiche che si aggrava sempre di più. Mia e Lupe ne patiscono gli effetti, come tutti noi. Come noi, lottano per potersi permettere casa e cibo. Tutto ciò, purtroppo, non potrà che peggiorare se continuiamo a rendere capri espiatori i membri deboli della società, invece di allearsi e risolvere il vero problema: solo l’1% della popolazione accumula tutta la ricchezza.
Crede che la lettura e la conoscenza culturale possano essere uno sprone per immaginare un mondo alternativo e meno divergente nei diritti?
Assolutamente sì. In epoche attraversate da paura, confusione e incertezza, i libri sono il nostro bene salvifico. Ci regalano soprattutto empatia. Ci permettono di immaginare un percorso migliore.
Può dirci qualcosa sul Kelly Yang Project da lei fondato: in cosa consiste?
Il Kelly Yang Project è un programma di educazione che ho creato a Hong Kong per insegnare ai bambini a scrivere e a discutere insieme. Ho vissuto a Hong Kong per quindici anni e con quel programma, di cui vado fiera, ho cercato di fornire a tutti gli strumenti per avere un impatto, pensando con la propria testa. Il progetto è ancora fiorente.
Cosa ha significato per lei crescere in California, un territorio di “frontiera”?
Penso che la California sia un posto speciale, con al suo interno una ricca storia di immigrati, compresi quelli cinesi che nell’800 arrivavano per costruire le ferrovie. Crescere in questo territorio, quindi, ha significato rendere onore a quella eredità e alle persone giunte prima di noi per realizzare il Golden State.
Da Erbacce
A Gaza ho disegnato sul muro di casa

“Ero sola”
All’inizio della tregua, il 19 gennaio 2025, sono ritornata a Gaza dal campo profughi di Khan Yunis, dove vivevo da maggio 2024 in una tenda con mia sorella e con i miei fratelli accanto a noi. Quando la carta finiva disegnavo sulla tenda e ora sui muri della nostra casa.
*Video e disegni di Una tenda in Palestina qui
Da Il Post
Sono 134 in tutta Italia, parte di un progetto di formazione teorica interamente autofinanziato dalla casa editrice Settenove
In giro per l’Italia ci sono delle libraie e dei librai formati in modo specifico per poter dare alle donne che hanno subito violenza un sostegno competente, e tutte le informazioni necessarie sulla rete dei centri antiviolenza del loro territorio. Si trovano nelle “librerie rifugio”, che grazie a un progetto della casa editrice Settenove, nata nel 2013 con l’esplicito obiettivo di fornire strumenti per il contrasto alla violenza maschile e di genere, sono diventati dei presidi sociali. Gli spazi che dal 2023 hanno aderito al progetto sono 134, ma Monica Martinelli, fondatrice di Settenove, dice che «altri ancora aderiranno nel 2025». Coprono tutto il territorio da Nord a Sud, e nel 2024 l’intero progetto ha ottenuto anche un riconoscimento del Parlamento Europeo (il cosiddetto “alto patrocinio”).
Concretamente il progetto, che si chiama “Rifugi”, consiste in una formazione gratuita per librai e libraie su come si manifesta e si riconosce la violenza contro le donne: viene tenuta direttamente da Settenove con l’aiuto delle autrici e degli autori che hanno lavorato con la casa editrice e che hanno una competenza sulla questione, a cui si aggiunge una seconda formazione, più specifica, sull’uso di strategie e pratiche per mettere libraie e librai nella condizione di poter aiutare e orientare le donne vittime di violenza.
Questa seconda formazione viene gestita dall’avvocata Laura Martufi di Percorso Donna, associazione attiva nel contrasto alla violenza di genere e, nel 2024, anche da Differenza Donna, l’associazione nata nel 1989 e che ha in gestione il 1522, il numero gratuito per le donne vittime di violenza e stalking, e da D.i.Re, la rete italiana dei centri antiviolenza nati dalle esperienze dei movimenti femministi e che rispettano i requisiti previsti dalla Convenzione di Istanbul (il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante per la prevenzione e il contrasto della violenza sulle donne e della violenza domestica).
Le librerie che diventano un “rifugio” (la mappa si può trovare qui) sono riconoscibili da un logo rosso e da un pannello esposto in vetrina, e al loro interno è stato creato uno spazio dove si possono trovare i numeri e i materiali del centro antiviolenza di riferimento per quello specifico territorio. Per ogni libreria aderente, Settenove dona un libro alla “casa rifugio” più vicina, cioè quel luogo a indirizzo segreto in cui vengono accolte per un certo periodo le madri con figli e figlie minori scappate dalla violenza. Ma soprattutto chi lavora dentro la libreria è in grado di dare indicazioni alle donne che cercano aiuto.
«Le librerie di vicinato non possono sostituirsi ai centri antiviolenza», chiarisce Martinelli, «ma possono diventare una cassa di risonanza per i centri antiviolenza, degli spazi sicuri per quelle donne che per paura non sono ancora andate altrove». Il primo contatto con una donna che ha subito violenza è un momento importantissimo da cui spesso dipendono le decisioni o le non decisioni che quella donna prenderà. Per questo, prosegue Martinelli, «librai e libraie vengono formate a un ascolto non giudicante e su cosa materialmente non si deve né fare né dire, frasi che per mancanza di conoscenza delle dinamiche della violenza contro le donne possono compromettere quel momento fondamentale di primo contatto».
Grazie al progetto “Rifugi” in tanti territori sono nate connessioni impreviste, tra librerie, centri antiviolenza e altre realtà che hanno poi iniziato a organizzare eventi e attività di sensibilizzazione, contribuendo dunque a rafforzare la rete del contrasto alla violenza maschile sulle donne.
Martinelli racconta uno degli ultimi interventi avvenuti in una libreria rifugio: una donna che dopo essere entrata più volte ha trovato il coraggio di raccontare la propria storia e di contattare infine, insieme alla libraia, il 1522. «C’è insomma la possibilità che le cose cambino», commenta Martinelli.
Il progetto è molto impegnativo, interamente autofinanziato e dunque non semplice da sostenere economicamente. L’obiettivo è allargarlo alle biblioteche, alcune hanno già aderito.
Martinelli racconta che il progetto non si distanzia dal motivo per cui Settenove è nata, nel 2013: «È una casa editrice militante il cui lavoro è stato sempre svolto in contemporanea con la pratica attiva femminista di formazioni, incontri e collaborazioni con associazioni nazionali e internazionali, università, enti pubblici e privati, centri antiviolenza, biblioteche e scuole. È nata con l’obiettivo specifico di fornire strumenti contro le discriminazioni, la violenza maschile e l’omobitransfobia in un momento in cui non se ne parlava quanto e come oggi, o comunque se ne parlava in maniera esclusivamente repressiva e con pochissima attenzione alla prevenzione». Dopo un confronto con i centri antiviolenza e con alcune studiose e attiviste alle quali Martinelli si è avvicinata per capire cosa fosse utile fare, è emerso che era necessario partire da un approccio pedagogico e culturale e lavorare con le bambine e i bambini su stereotipi, corpo, sessualità o identità: «Lavorare dunque sugli ostacoli culturali e sociali che, in forme diverse, legittimano la violenza».
Dopodiché le pubblicazioni hanno iniziato a riguardare anche le persone adulte, docenti, genitori o chiunque faccia parte della comunità a cui spetta la formazione. «Settenove», prosegue Martinelli, «è un riferimento diretto all’anno 1979. Un anno importante, durante il quale le Nazioni Unite hanno adottato la CEDAW, la Convenzione ONU per l’eliminazione di ogni forma di discriminazione e violenza contro le donne, che per la prima volta individua nello stereotipo di genere il “seme” della violenza. Nel 1979 in Italia la Rai ebbe l’audacia di mandare in onda il documentario Processo per stupro, di Loredana Rotondo, e nello stesso anno per la prima volta una donna, Nilde Iotti, divenne presidente della Camera, assumendo la terza carica dello Stato».
Oggi la casa editrice ha in catalogo un centinaio di titoli, tra albi illustrati, narrativa, saggistica, libri di formazione per docenti, fino ad arrivare a volumi più specialistici per le operatrici dei centri antiviolenza.
Da Avvenire
Segregate, private dei diritti di istruzione, del lavoro e della libertà di movimento: a che punto è il percorso per introdurre il nuovo reato nel diritto internazionale e che problemi sta incontrando
Le ragazze e le donne afghane sono segregate, imprigionate nei burqa. A loro è vietato studiare, lavorare fuori casa, muoversi da sole, perfino parlare a voce alta e cantare. Che cos’è, se non apartheid? Anzi, più precisamente, apartheid di genere. Sfortunatamente, questa fattispecie non esiste nell’ampio repertorio dei crimini contro l’umanità che si è sviluppato negli ultimi decenni. Tra i giuristi internazionali è sempre più diffusa la convinzione che sia arrivato il momento di codificarlo, nominarlo e dunque farlo esistere, non solo per prendere atto di una realtà inedita e sconvolgente che avviene in alcune parti del mondo e in particolar modo in un Paese, l’Afghanistan, pressoché uscito dai radar dell’attenzione mediatica, ma anche per fornire ai gruppi della resistenza all’estero, ai Tribunali e alle istituzioni internazionali uno strumento supplementare per combattere questa massiccia violazione dei diritti umani.
Tra i principi base del diritto internazionale c’è l’uguaglianza di genere, garantita da diversi corpi normativi (la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali del 1950, quella sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione contro le donne del 1970, i patti internazionali sui diritti civili, politici, economici, sociali e culturali del 1966, la Convenzione sulla parità di retribuzione nel 1951…).
Solo nel 1973, per entrare in vigore due anni e mezzo più tardi, l’Assemblea delle Nazioni Unite ha approvato la Convenzione internazionale sull’eliminazione e la repressione del crimine di apartheid, poi recepita e ampliata dallo Statuto di Roma del 1998, che ha regolato l’attività della Corte penale internazionale dell’Aja.
Ma ovviamente, poiché la definizione è stata plasmata sulla drammatica esperienza del segregazionismo in Sudafrica, la fattispecie in realtà si concentra sulla discriminazione basata sulla razza. Quello che sta avvenendo in Afghanistan, e, in modo diverso, in Iran e in aree specifiche di Paesi come il Sudan o la Siria, ha caratteristiche diverse: si tratta della negazione di decine di diritti essenziali in base alla semplice constatazione di essere nate donne.
La codificazione del crimine di apartheid di genere, di cui peraltro le attiviste afghane parlano da decenni, fin dal primo governo dei taleban degli anni Novanta, servirebbe a mettere in evidenza la sistematicità e la gravità della discriminazione che colpisce le ragazze e le donne in alcuni Paesi del mondo. «Non solo: – interviene l’esperta Laura Guercio – questo rafforzerebbe il quadro giuridico internazionale, consentendo indagini e azioni penali più efficaci. E ne gioverebbe la lotta per sradicare i regimi istituzionalizzati di oppressione».
Laura Guercio è un’avvocata, docente universitaria, già segretaria generale della Commissione interministeriale per i diritti umani alla Farnesina. Ora ha prestato la sua competenza al Cisda [Coordinamento Italiano Sostegno Donne Afghane, ndr], lo “storico” Coordinamento che dal 1999 sostiene le donne afghane e che il 10 dicembre scorso ha lanciato una petizione per il riconoscimento dell’apartheid di genere come crimine contro l’umanità. Gli elementi chiave della definizione proposta dal Cisda sono «la segregazione istituzionalizzata, l’oppressione e la discriminazione». Così come l’apartheid razziale, quello basato sul genere viene attuato con politiche che «escludono sistematicamente gli individui in base al genere dalla piena partecipazione alla vita sociale, economica e politica, rafforzando le strutture di dominio».
La petizione del Cisda è stata accolta anche dal Parlamento italiano, grazie a una decisiva opera di sensibilizzazione di Laura Boldrini, deputata Pd e presidente del Comitato permanente della Camera sui diritti umani nel mondo. Il 27 novembre scorso la Commissione esteri della Camera ha approvato all’unanimità una risoluzione, a prima firma Boldrini e sostenuta da tutto il gruppo del Pd, che impegna il governo ad appoggiare l’introduzione del reato di “segregazione di genere” nella convenzione sui crimini contro l’umanità in discussione all’Onu. «Con l’approvazione della nostra risoluzione – spiega Laura Boldrini – l’Italia prende una posizione chiara e inequivocabile: la segregazione delle donne, la loro esclusione da qualsiasi forma di vita sociale, il divieto perfino di cantare, parlare e pregare in pubblico, diventi “crimine contro l’umanità” riconosciuto dall’Onu».
A livello internazionale riscuote molto seguito la petizione internazionale End Gender Apartheid, elaborata da decine di attiviste afghane e iraniane, da premi Nobel, giuriste di tutto il mondo, scrittrici, intellettuali. Oltre all’unicum mondiale del divieto all’istruzione imposto dai taleban alle ragazze in Afghanistan, nella petizione si ricordano altre leggi liberticide in vigore anche in Iran: alle donne è vietato vestirsi come preferiscono, praticare numerose discipline sportive, ottenere un passaporto, viaggiare senza il permesso del marito, oltre al fatto che in tribunale la vita delle donne e la loro testimonianza valgono la metà di quelle di un uomo.
Ma, realisticamente, quali sono i tempi perché si possa codificare l’apartheid di genere come nuovo e specifico reato internazionale? Il processo può essere in effetti piuttosto lungo e accidentato. Il VI Comitato dell’Onu (quello giuridico) da tempo sta elaborando una revisione dei Trattati sui crimini contro l’umanità. È questo il luogo in cui si gioca la partita. Ed è qui che emergono anche alcune resistenze. Pensiamo ai Paesi arabi in cui il diritto di famiglia è sfavorevole alle donne, o in cui esse non hanno accesso ad alcune professioni o sport, o in cui sono soggette alla potestà del marito. Nessuno di questi Paesi, alcuni dei quali molto influenti, voterebbe mai un articolo di legge che includa l’apartheid di genere tra i crimini contro l’umanità, sottoponendosi automaticamente al rischio concreto di essere tra i primi a salire sul banco degli imputati…
Questo ragionamento, dettato dal pragmatismo, non vuole togliere nulla alla legittimità e all’importanza delle pressioni internazionali per arrivare alla definizione del nuovo crimine, tanto più se esse sono finalizzate a “liberare” le ragazze e le donne afghane dall’inferno in terra che è l’emirato islamico.
Nell’attesa che maturino le condizioni, una strada per l’incriminazione del regime talebano c’è, e i mandati di arresto di due capi supremi dei taleban, spiccati proprio ieri, c’è. La descrive per Avvenire il professor Paolo De Stefani, docente di Diritto internazionale dei diritti umani all’Università di Padova. La via percorribile è quella che parte dall’esistente, e cioè proprio dallo Statuto della Corte penale internazionale dell’Aja, a cui peraltro l’Afghanistan ha aderito nel ventennio del governo filoccidentale. L’articolo 7, nell’elenco dei crimini contro l’umanità, cita anche la persecuzione di genere (per inciso: la prima versione in cui si spiegava che con “genere” si intendeva femminile e maschile, è stata chiosata due anni fa all’Ufficio del procuratore includendo anche gruppi Lgbt).
«Questa fattispecie è stata già usata dalla Corte penale – spiega il professor Paolo De Stefani – per processare il jihadista Al Hassan Ag Abdoul Aziz, che tra il 2012 e il 2013, durante l’occupazione della capitale del Mali, Timbuctù, era il capo della polizia islamica e perseguitava la popolazione, in particolare le donne».
La Cpi ha nel mirino l’Afghanistan da tempo, ma fino ai clamorosi mandati d’arresto di ieri nei confronti del leader supremo Haibatullah Akhundzaza e al giudice capo Abdul Hakim Haqqani, ha tentennato a causa di una domanda fatale: l’indagine dovrebbe riguardare “solo” i crimini del taleban (prima e dopo l’invasione occidentale) o anche quelli eventualmente commessi dalle truppe americane e alleate nel ventennio dell’occupazione? L’indagine, iniziata nel 2020 e partita ad esaminare fatti di vent’anni prima, era stata messa sotto traccia anche per questo aspetto spinoso, fino a che lo scorso novembre i governi di Cile, Costa Rica, Spagna, Francia, Lussemburgo e Messico hanno deferito l’Afghanistan alla Cpi, sollecitando la Corte «a dare priorità ai crimini contro donne e ragazze afghane», considerando il peggioramento delle loro condizioni e la gravità della situazione. Da qui, dalla persecuzione di genere, si è iniziato, per portare finalmente alla sbarra gli emiri responsabili delle leggi liberticide.
Da La Stampa
Continuano a moltiplicarsi i commenti sul discorso d’insediamento di Trump. C’è chi cerca di sdrammatizzare, scommettendo sull’irrealizzabilità dei funesti propositi, e chi, come Bernie Sanders, suona la campana a morto per la democrazia, incitando l’opposizione al risveglio
Non avevamo certo bisogno dell’Inauguration Day per preoccuparci dello stato di salute della democrazia. Ma la cerimonia di “incoronazione” è apparsa a molti l’atto di inizio di una distopia che sta per realizzarsi. Perché è indubbio che con gli Stati Uniti alla guida di un movimento di destra radicale e globale, ciò che si riteneva fino a pochi decenni fa impensabile sta diventando possibile.
Tante sono le prospettive da cui la scienza politica cerca di concettualizzare questo cambiamento di regime. Come sempre accade, però, la realtà supera la teoria e l’unica conclusione a cui possiamo giungere è che per ora nessun nome, nessun concetto, può da solo venire a capo del passaggio che stiamo vivendo.
Esiste, tuttavia, una verità mai smentita, che ci giunge dall’antico insegnamento platonico. Come afferma Socrate nella Repubblica (435b), «la giustizia nell’uomo e la giustizia nella polis sono una cosa sola». Ovviamente vale anche l’opposto: sono una cosa sola l’anima ingiusta e la polis ingiusta. Detto in termini odierni, esiste una circolarità irrisolvibile tra coloro che detengono il potere e i soggetti che quel potere subiscono. Perché lo subiscono, certo, ma, allo stesso tempo, lo sostengono. Persino quando, come nel caso degli Stati Uniti, la distanza economica tra i cittadini e gli oligarchi è siderale.
Quello che sempre avviene, direbbero gli psicoanalisti, è una duplice dinamica identificativa, dal basso verso l’alto ma anche dall’alto verso il basso.
Vale la pena ricordare che Trump anche questa volta è stato eletto soprattutto grazie al voto maschile, che supera di un buon 10% il voto femminile. Se ha vinto per il supporto sostanziale dei maschi della classe medio-bassa, è qui che dobbiamo guardare per capire meglio che cosa muove questi uomini, relativamente giovani, impoveriti e poco istruiti, a incanalare il loro risentimento verso la vittoria del tycoon. Non si tratta solo di giuste recriminazioni economiche che ripongono speranze nelle mani sbagliate.
Abbiamo a che fare con frustrazioni di maschi bianchi, e anche latinos, «vittime» della crisi della loro identità maschile.Come ha sostenuto Ida Dominijanni, «il patriarcato gioca duro perché è ferito, non perché è florido» (Internazionale, 5/11/2024). A chi parla infatti quella rivoluzione del «common sense» che Trump promette e che lo porta a ribadire con fermezza che si è maschi o si è femmine? Il buon senso che condivide con il suo elettorato vuole, allora, che il sacrosanto dualismo venga ripristinato, per togliere di mezzo le fandonie dei movimenti femministi e Lgbt+.Non basta, tuttavia: ai maschi avviliti va restituito l’orgoglio, insieme al loro primato.
Non a caso la parola più usata nel discorso di insediamento è “forza”. Ritorna a ogni frase, e il richiamo alla «casa che brucia» è il suo correlato. Non solo come metafora di una sovranità nazionale ferita e umiliata, ma dello spazio propriamente domestico.
E così il gioco dei rimandi tra la nazione e «la casa degli americani» percorre l’intero discorso, e ritornerà in tutti i discorsi a venire, per agevolare quel gioco di identificazione reciproca su cui The Donald ha costruito la vittoria. Non importa se le sue azioni contraddicono le sue affermazioni. La coerenza è sempre un intralcio alla forza.
L’efficacia dell’identificazione è garantita dalla potenza che egli mette in scena, dalla velocità degli impulsi che trasmette, dalla volontà che batte i pugni sul tavolo. Trump si conforma benissimo ai desideri del maschio-tipo del suo elettorato.
Il cappellino da baseball si accompagna ai movimenti da bullo, ai quali dà voce con un linguaggio sciatto e un vocabolario ridotto.Non importa se la sua intelligenza appare mediocre, perché il suo narcisismo sfacciato e infantile funziona, tramite uno sguardo ora sfottente ora feroce. Egli è il maschio che ancora troppi maschi vorrebbero essere o vorrebbero diventare: uno che rompe le regole e si pone sopra la legge; che decide senza perdere tempo con la riflessione; che determina quali accordi onorare e quali relazioni interrompere.
È l’uomo che fa i soldi e non paga le tasse. Ed è soprattuttoil maschio che ristabilisce l’ordine infranto, perché prima di ogni altra cosa non ha paura delle donne. Pensa al loro bene, anche quando queste non riescono proprio a vederlo. Le governa come meglio crede e ne dispone come vuole. Non da ultimo, sessualmente.
Se il buon senso è stato sovvertito dal disordine femminile – dalle troppe libertà rivendicate alle assurde pretese che i maschi mettessero in questione la loro mascolinità autoritaria –è ora di rimettere le cose a posto, al loro posto! È ora di rendere il maschio grande di nuovo. Make the Male Great Again!
Da il manifesto
Donald Trump non l’ha presa bene e ieri mattina presto, su Truth Social, ha attaccato lareverenda Mariann Edgar Budde che, il giorno prima, durante la funzione di preghiera parte delle tradizioni inaugurali dell’insediamento, lo aveva invitato ad avere pietà delle persone transgender e degli immigrati. Nel suo sermone Budde dal pulpito si era rivolta direttamente a Trump: «Nel nome del nostro Dio, le chiedo di avere pietà delle persone nel nostro paese che ora sono spaventate. Ci sono gay, lesbiche e transgender in famiglie democratiche, repubblicane e indipendenti, alcuni dei quali temono per la propria vita».
In un lungo post Trump ha definito il sermone «cattivo», noioso e «non intelligente». «La cosiddetta vescova che ha parlato al National Prayer Service martedì mattina è un’estremista di sinistra che odia Trump. Ha introdotto la sua chiesa al mondo della politica in un modo davvero sgarbato. Aveva un tono cattivo e non era convincente o intelligente. Non ha parlato del gran numero di migranti illegali che sono entrati nel nostro Paese e hanno ucciso persone. Molti arrivano da carceri e istituti psichiatrici. Il servizio è stato molto noioso e poco stimolante». Trump ha concluso chiedendo a lei e alla chiesa di scusarsi.
Budde aveva osservato che i lavoratori migranti «pagano le tasse» e sono “fedeli membri” di chiese, moschee, sinagoghe e templi degli Stati Uniti, che i loro figli «temono che i loro genitori vengano portati via». E ha chiesto a Trump di aiutare le persone in fuga dalle zone di guerra e dalle persecuzioni.
Non è la prima volta che la vescova e Trump si scontrano: nel 2020 Budde aveva scritto un editoriale sul New York Times affermando di essere «indignata» e «inorridita» dall’uso della Bibbia da parte del tycoon, che l’aveva esibita posando per delle foto davanti alla chiesa di St. John di Washington, e che contemporaneamente aveva ordinato alla polizia di disperdere una manifestazione pacifica di Black Lives Matter che si stava tenendo lì vicino, usando i gas lacrimogeni.
Sembra improbabile che il sermone di Budde possa aver scavato una breccia nella linea politica che sta implementando Trump. Per quanto riguarda i diritti di persone Lgbtq e minoranze, questa amministrazione si è già mossa per chiudere gli uffici federali per l’inclusione e la diversità, in quanto «sono discriminanti», e ha messo in congedo retribuito con effetto immediato (e alla fine licenziare) tutto il personale federale dell’agenzia per la Diversità, equità, inclusione e accessibilità (Deia), che era stata istituita per promuovere il trattamento equo e la piena partecipazione dei gruppi storicamente sottorappresentati.
«L’agenzia sta adottando misure per chiudere/terminare tutte le iniziative, gli uffici e i programmi Deia» si legge nel comunicato arrivato ai dipendenti federali direttamente dall’Ufficio di gestione del personale degli Stati uniti, e la portavoce della Casa bianca Karoline Leavitt ha confermato che la nuova amministrazione Trump ha ordinato la chiusura di tutti i programmi Deia.
Questo annuncio nasce dall’ordine esecutivo firmato lunedì, per smantellare radicalmente tutti i programmi di diversità e inclusione, dai corsi di formazione anti-pregiudizio ai finanziamenti per gli agricoltori e i proprietari di case appartenenti alle minoranze, e va a revocare un ordine emesso dal presidente Lyndon Johnson.
Per la comunità transgender, l’ordine firmato da Trump per cui in Usa esistono solo due generi, invece, porta a ripercussioni immediate nelle scuole, nei luoghi di lavoro e nei centri di accoglienza, che da ora non dovranno più tutelare l’identità transgender o non binaria. Ad esempio le donne transgender se arrestate saranno rinchiuse nelle prigioni maschili. Inoltre Trump ha decretato il divieto di finanziamenti federali a qualsiasi istituzione, iniziativa o ricerca medica che sostenga l’identità transgender.
Per quanto riguarda gli immigrati, la Casa Bianca ha reso possibile procedere agli arresti anche in luoghi considerati zone sicure, come chiese, ospedali e scuole. Il dipartimento di Giustizia, inoltre, ha annunciato che indagherà e perseguirà tutti i funzionari delle amministrazioni cittadine che rifiutano di implementare le nuove politiche sull’immigrazione. Nel 2011 l’Immigration and Customs Enforcement, Ice, aveva adottato una regola che impediva agli agenti di effettuare arresti in luoghi sensibili, e l’amministrazione Biden aveva pubblicato delle linee guida simili.
Nel suo secondo giorno da presidente Trump ha cancellato tutto, con il risultato che per via di questa mossa, molte famiglie hanno paura a mandare i bambini a scuola o a cercare cure negli ospedali. Come reazione a New York sono stati resi pubblici dei memo interni che ordinano ai dipendenti del governo di bloccare i raid dell’Ice, ordinando al personale di impedire l’accesso a qualsiasi forza dell’ordine non locale, Fbi inclusa, anche se in possesso di un mandato giudiziario.
Con buona pace del sindaco Eric Adams, che si sta avvicinando di giorno in giorno sempre più a Trump, allontanandosi da tutte le tradizionali politiche di tutela dei migranti di New York City.
(il manifesto, 23 gennaio 2025, con il titolo “Puniremo i funzionari cittadini che ostacolano le deportazioni”)
da il manifesto
A proposito di Senza spegnere la voce. Il potere sul corpo delle donne: da Valentina Milluzzo a tutte noi, un volume di Giorgia Landolfo per Nous discusso a Roma in un doppio appuntamento*.
Si intitola Senza spegnere la voce. Il potere sul corpo delle donne: da Valentina Milluzzo a tutte noi ed è un volume di Giorgia Landolfo, da oggi in libreria per la casa editrice Nous (pp. 96, euro 15,00) con la prefazione di Sasha Damiani e la postfazione di Elisabetta Canitano. Situato e militante, il volume di Landolfo prende avvio proprio dalla storia di Valentina Milluzzo che il 19 ottobre del 2016, all’età di trentadue anni, è morta all’ospedale “Cannizzaro” di Catania in cui era stata ricoverata, diciassette giorni prima, a causa di una minaccia di aborto alla diciassettesima settimana di gravidanza.
Giornalista e scrittrice, Landolfo apprende della morte di Milluzzo dalle agenzie di stampa e da quel momento comincia a occuparsi della intera vicenda. Si documenta, incontra i famigliari, cerca di capire come sia possibile morire perché (così ha letto dal sito dell’Agi) un «medico obiettore ha rifiutato l’intervento». Viene aperta una indagine per chiarire la dinamica di quanto accaduto. Il 26 ottobre 2022 arriva la condanna in primo grado per omicidio colposo, a sei mesi con pena sospesa, per i ginecologi di turno. Assolti perché il fatto non sussiste il primario del reparto, il ginecologo che l’ha assistita la notte prima del decesso e l’anestesista. I condannati ricorrono in appello e l’11 novembre del 2024 vengono assolti. Non sono ancora state depositate le motivazioni della sentenza ma l’avvocato della famiglia Milluzzo procederà alla richiesta di ricorso in Cassazione.
Landolfo legge atti, perizie, interrogatori e registrazioni del processo in primo grado ma non è tuttavia sulla vicenda strettamente giudiziaria che si concentra il libro, bensì sul tema della violenza ostetrica di cui si scrive raramente (c’è un vademecum, interno al volume, scritto in collaborazione con Elisabetta Canitano per «difenderci dalla violenza ostetrica», appunto), in una condizione attuale che complica lo sfondo: ad esempio con i consultori ridotti a poco meno della metà di quelli previsti dalla legge e con una ribalta delle associazioni antiabortiste.
A più riprese e su diversi livelli, la questione della violenza ostetrica si incista infatti nella discussione pubblica con strumentalizzazioni sia politiche che di immaginario. Dinanzi a episodi che vengono rubricati come fatti di “malasanità” non sempre si osserva la reiterazione e la marca di genere, come nei casi della salute delle donne, in particolare in relazione alla libertà di autodeterminarsi.
Il rischio di «spegnere la voce» è dunque questo: che le esperienze delle donne, nello specifico nei reparti di ginecologia e ostetricia (ma anche in un Pronto Soccorso), in gravidanza e non solo, restino isolate, quando non direttamente diminuite, o le loro richieste ignorate. Tra il pamphlet e il reportage narrativo, il libro riporta alcuni dati, report, fenomeni solo all’apparenza laterali (tone policing, mansplaining, bodily autonomy, gender pain gap e il gasligthing medico) che compongono il quadro in fieri – non solo italiano – di una questione che dovrebbe richiedere tutta la nostra attenzione.
Già nella prefazione, Sasha Damiani segnala come nel suo percorso professionale di medica anestesista e attraverso l’esperienza di Mamme A Nudo, sia «testimone dell’immensa difficoltà e dell’incertezza che molte donne sperimentano quando cercano – spesso senza trovarle – informazioni chiare sulla propria salute e il supporto necessario per poter prendere decisioni consapevoli».
Nella postfazione, Canitano, ginecologa, arriva al punto del problema: «In ostetricia, complice la crescente influenza degli obiettori di coscienza nei nostri ospedali, le donne non vengono ritenute più importanti dell’embrione e del feto, in modo da far sì che la gravidanza possa essere interrotta tempestivamente quando diventa pericolosa per la donna. O meglio ciò avviene solo in caso di “grave pericolo di vita”, come d’altra parte recita la legge, e quindi si aspetta, aspetta, aspetta».
(*) Se ne discuterà oggi (il 22 gennaio u.s., ndr) a Roma, in due incontri: alle 11.30 alla Sala Stampa della Camera dei deputati. Con l’autrice interverranno Gilda Sportiello, Elisabetta Canitano e Sasha Damiani. Alle 19 in Sala Tosi (Casa internazionale delle donne), con l’autrice interverranno Elisabetta Canitano, Celeste Costantino, Chiara Sicurella e Giuditta Bussà.
da Rete femminista Dichiariamo
Nel mese di dicembre 2024 il rapper Tony Effe è stato prima invitato e poi allontanato dal concerto di Capodanno del Comune di Roma. La revoca dell’invito è avvenuta a seguito delle pressioni di alcuni gruppi di donne che hanno denunciato l’indecenza di concedere un palcoscenico pubblico a un autore di testi pieni di insulti sessisti e di incitamento alla violenza contro le donne. Poche, anche se chiare e significative, sono state le prese di distanza, ma imbarazzanti e in certi casi vergognosi i silenzi. Nel mondo della musica c’è stato anche chi l’ha difeso gridando alla censura, e lui ne ha approfittato rifacendosi con un concerto tutto suo, a pagamento. Voleva persino devolvere l’incasso alle associazioni delle donne, che però non hanno accettato soldi per lasciarsi insultare e minacciare di stupro.
Tony Effe rientra nella lista dei partecipanti di Sanremo 2025, Festival gestito dal servizio radiotelevisivo pubblico (RAI) che lo scorso anno è arrivato a 15 milioni di persone. Gli artisti devono avere la massima libertà di espressione anche quando è scomoda per qualche potente, ma altro è sfidare il potere e altro è accanirsi su chi il potere lo subisce. Tony Effe non contesta potenti né trasgredisce a norme sociali, al contrario avalla con la violenza, l’insulto e la minaccia l’ingiustizia alla base della società: il disprezzo per le donne.
Convalidare questo come “controcultura” rende ipocrite tutte le intitolazioni a Giulia Cecchettin e alle altre donne assassinate, anzi rinnova negli uomini quel senso di “licenza di uccidere” che ogni anno si concretizza in centinaia di femminicidi.
Questo particolare cantante non è il primo a esprimere misoginia violenta ma ne ha addirittura alzato il livello e non siamo disposte a soprassedere. Dal palco di Sanremo non si tollererebbero messaggi razzisti, omofobi o di intimidazione mafiosa. Prendiamo atto che l’odio per noi donne è ancora considerato un problema minore, di maleducazione. E non passa inosservato ai nostri occhi.
Le donne della rete femminista DICHIARIAMO
Cristina Gramolini, Roberta Trucco, Francesca Palazzi Arduini (Femminismi blog), Daniela Dioguardi, Stella Zaltieri Pirola, Laura Minguzzi, Anna Merlino, Anna Maria Bardellotto, Tiziana Adele Nasali, Tiziana Luise, Maria Castiglioni, Grazia Cerulli, Clelia Pallotta, Wilma Plevano, Cecilia Alagna (Lune e Lame – Collettivo di lesbiche e bisessuali), Susanna Dalla Longa, Sandra De Perini, Luciana Tavernini, Ilaria Baldini, Danila Giardina, Caterina Gatti, Anna Di Salvo, Doranna Lupi, Raffaella Cioffi, Ada Campa, Giovanna Camertoni, Vittoria Tola, Pina Mandolfo, Laura Giusti, Flavia Franceschini
Seguono centinaia di firme.
(diffuso da Rete femminista Dichiariamo, 22 gennaio 2025)
Da Leggere Donna
Autrici varie, Vietato a sinistra. Dieci interventi femministi su temi scomodi, a cura di Daniela Dioguardi, introduzione di Francesca Izzo, Castelvecchi 2024, collana I nodi, pp. 89, € 14,00.
È uscito a maggio l’agile pamphlet che dodici coraggiose donne molto differenti tra loro, attive in luoghi storici del femminismo, come Libreria delle donne di Milano, UDI, ArciLesbica, Gruppi donne delle Comunità di base e le molte altre, Collettivi donne di quartiere, alcune delle quali impegnate per anni in partiti, sindacati, movimenti di sinistra hanno scritto, spinte dal desiderio di aprire un confronto su situazioni che hanno dirette conseguenze sulle vite delle donne. Le riflessioni, elaborate in oltre un decennio in diverse reti favorite anche dal web, sono espresse con una scrittura chiara in cui i passaggi delle argomentazioni sono coerenti e legati a informazioni puntuali e a esperienze in cui molte possiamo riconoscerci, una scrittura frutto di un lavoro individuale e collettivo di femministe che sanno il valore trasformativo del linguaggio, l’importanza del nesso politico tra verità e parola.
Vengono dunque proposte con passione situazioni in cui, a diverso titolo, le autrici sono coinvolte o testimoni, mostrando senza reticenze come della violenza maschile contro le donne, tema presente nel dibattito pubblico ma ancora suddiviso in ambiti differenti, sia importante mettere in luce la matrice: l’abuso del potere maschile che tende a cancellare l’esistenza e la differenza femminile.
Ecco che allora le autrici prendono posizione sulla prostituzione, che non è né sesso né lavoro, e il cui sfruttamento, reso reato dalla legge Merlin, non dev’essere legalizzato; sulla “gravidanza per altri”, che usa donne in carne e ossa come mezzi di produzione e commercia neonate e neonati; sull’affido condiviso e la “bigenitorialità”, che furono presentati come condivisione di responsabilità per sgravare le madri di un carico storicamente soltanto loro e che invece fa riaffacciare la patria potestà, soppressa nel 1975, imponendo a donne e minori la volontà paterna.
Mettono in luce come la parità sia un modo di guardare all’uomo, il maschio della specie, come modello da raggiungere per le donne, idea che si ritorce contro le donne stesse anche con l’istituzione di “quote azzurre” per ogni progetto e impresa femminile o limitando l’associazionismo femminile.
Segnalano i pericoli di una concezione di “inclusività” in cui si prevede la medicalizzazione di minori come risposta al loro disagio verso ruoli femminili e maschili stereotipati; in cui si impongono invenzioni linguistiche che cancellano l’esistenza delle donne, la nascita dalla madre, la sessualità femminile; in cui si contrastano nuove pratiche pubbliche di dialogo tra i due sessi perché non prevedono i “non binari”. Rifiutano il tentativo di ridurre il concetto di “femminismo” a libera iniziativa commerciale delle donne di mettere in vendita il proprio corpo per compiacere gli uomini.
Mostrano il ruolo che gioca il mercato in tutte queste situazioni e che la sinistra sembra non vedere, poiché le ha adottate acriticamente come progresso e spesso accetta di togliere parola al dissenso. Nel libro infatti sono presenti anche testimonianze di manipolazione del consenso, di intimidazioni, di boicottaggi, di campagne di denigrazione che hanno impedito il dibattito.
Questo quasi impossibile confronto è stato il motore della pubblicazione, che sceglie la scrittura come mezzo per riaprire un dialogo, anche conflittuale ma libero. E sembra funzionare, perché grazie agli incontri pubblici sul volumetto, molte hanno ripreso parola e altre, su posizioni contrarie, hanno accettato di confrontarsi.
Da Leggere Donna
È uscito dalla Libreria delle donne di Milano un intenso e denso volumetto dal titolo illuminante e intrigante: Femminismo mon amour. Ha struttura antologica e raccoglie i contenuti proposti nel 2023 dalla rivista Via Dogana, cartacea dal 1991 al 2014 e passata on line con il nome Via Dogana 3 dal 2015. Le edizioni della rivista nascono seguendo la pratica del pensare in presenza, la redazione ristretta, attualmente composta da dieci donne, elabora un tema di riflessione e lo propone alla redazione allargata, a cui si partecipa liberamente, previa prenotazione. I pensieri, le parole, le posizioni e i racconti che si producono nell’interazione diventano la sostanza degli articoli che la redazione ristretta scriverà e chiederà di scrivere a chi ha partecipato. Il libro è diviso in quattro parti composte coi i contributi di quarantasei autrici e cinque autori: Autocoscienza ancora, Il senso della politica e l’efficacia delle pratiche, Orientarsi con l’amore, È ora di cambiare. È un libro corale, sfaccettato, che mantiene le promesse dei suoi titoli e già pratica, nella scelta delle parole, nel dipanarsi dei racconti, le pratiche su cui parla e ragiona. Il partire da sé prima di tutto e la pratica di relazione, invenzioni politiche delle donne che fanno luce sulla genesi del femminismo e sul senso della sua costituzione in movimento.
I quindici interventi della prima parte parlano di autocoscienza, la pratica fondante, già politica secondo Carla Lonzi, che le attribuiva il senso di un metodo di pensiero, dice Vita Cosentino nel suo pezzo Parla per te, che autorizza ogni donna «a rivolgersi al proprio vissuto per trarne pensiero e una scrittura politica che illumina il mondo». Ricordando la gioia della condivisione nell’autocoscienza Luisa Muraro parla di danza dell’io, «che si spostava da una all’altra, come fa sempre questo pronome quando più persone si parlano senza seguire un ordine precostituito […]. Ed ecco che, invece di una pluralità di pensieri già pensati, è venuta la mobilità della mente che si ha quando una smette di cercare la coincidenza con un già detto o un dover dire e fa dell’esperienza il motore del pensiero».
Nei dieci interventi della seconda parte l’efficacia delle pratiche femministe viene messa in rapporto al desolante scenario della politica delle istituzioni e dei partiti, che nel femminismo abbiamo chiamato politica seconda. Lia Cigarini nel suo Politica è di più parla di politica prima, quella agita dai movimenti, quello delle donne in primis, da associazioni, dal volontariato che da solo raccoglie in Italia oltre cinque milioni di persone, e afferma che questa miriade di realtà sono la politica e che si può parlare «di una trasformazione della politica, non di crisi totale, di un allargamento della politica da parte di quelli che la fanno in carne ed ossa».
La terza parte del libro, dodici pezzi avvincenti, parla del legame tra amore e politica, della forza trasformativa dell’amore, del suo essere politica. Alcuni esempi per dare un’idea dei contenuti: un testo di Luisa Muraro inedito in italiano, Intelligenza dell’amore; Chiara Zamboni fa un’illuminante distinzione tra amicizia politica e relazione politica, ripresa poi da Rinalda Carati nel suo Relazioni tra necessità e desiderio; Clara Jourdan afferma che Il femminismo è amore.
L’ultima parte, È ora di cambiare, contiene i contributi di cinque uomini e nove donne. Le riflessioni riguardano l’incapacità maschile a misurarsi in una relazione di differenza, a dissociarsi dalla violenza e dalla cultura patriarcale nonostante il patriarcato sia sconfitto dalla sottrazione delle donne alle sue norme, anzi proprio per questo, sostiene Ida Dominijanni nel suo inedito Domande per il presente, la misoginia, la violenza, «sono sintomatiche non di un rinnovato vigore ma di una destabilizzazione del patriarcato, che reagisce violentemente alla ferita che gli è stata inferta dalla libertà e dall’indipendenza simbolica femminile».
Redazione di Via Dogana 3 (a cura di), Femminismo mon amour. Pratiche femministe per donne e uomini,Quaderni di Via Dogana, Libreria delle donne i Milano, 2024, 173 pagine, 12 euro.
Il 19 gennaio 2025 a Milano, presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli in viale Pasubio 5, con collegamenti da Israele, ha avuto luogo un incontro a cura di Maiindifferenti – voci ebraiche per la pace per portare all’attenzione del pubblico alcune tematiche che, se non approfondite, lasciano spazio all’abuso di parole chiave con conseguente impoverimento e mortificazione della cultura ebraica. L’incontro ha visto una sala strapiena, con tantissimi interventi importanti, programmati e dal pubblico. La registrazione video si trova nel sito maiindifferenti.it, e in you tube: Maii19GEN25 – YouTube
Interventi previsti:
– Introduzione di Maiindifferenti -voci ebraiche per la pace
– Presentazione di LƏA – Laboratorio ebraico antirazzista
– Fondazione Gariwo, la foresta dei giusti; Francesco M. Cataluccio, “Le vie del dialogo oggi”
– Gadi Schoenheit, “Il dibattito all’interno delle comunità ebraiche”
– Eszter Koranyi e Rana Salman di Combattenti per la pace, organizzazione pacifista non violenta; proiezione del video La pace è la via e presentazione del loro lavoro
– David Calef, “I dilemmi dell’ebraismo nel XXI secolo”
– Stefano Levi Della Torre, “Dall’aggressione di Hamas ai massacri d’Israele nella guerra contro i palestinesi”
– Elio De Capitani, attore e regista, legge alcuni passaggi di antichi testi ebraici
– Valentina Pisanty, “Antisemita, una parola in ostaggio”
– Gad Lerner, “Se questo è un uomo ottant’anni dopo”
– Widad Tamimi, “Universalizzare la memoria”
– Anna Momigliano, “La mutazione d’Israele”
– Meron Rapoport, “Un dialogo è possibile? La percezione degli eventi bellici di chi vive in Israele”