Da 27esimaora.corriere.it – L’aumento di violenza, stupri, femminicidi nascono anche dalla crisi del patriarcato e dall’indebolimento dell’autorevolezza maschile: gli uomini non sopportano di perdere potere. Invidia, paura, rabbia innescano più comportamenti violenti che nel passato. Lo sostiene il film Il popolo delle donne, lectio magistralis della psicanalista Marina Valcarenghi, militante, studiosa, fondatrice di Viola, associazione per lo studio e la psicoterapia della violenza. Il film è girato dal regista Yuri Ancarani nel chiostro della facoltà di Giurisprudenza dell’Università Statale di Milano, dopo la tappa alla Statale di Milano dei giorni scorsi, sarà proiettato l’8 maggio a Torrioni in provincia di Avellino nella sala comunale (ore 17.30) e il 29 maggio a Venezia al Multisala Rossini (ore 18.30), con il regista Ancarani.
Valcarenghi è stata la prima psichiatra italiana a lavorare in carcere con detenuti in isolamento per violenza, stupri, pedofilia. Gli stupri, la violenza nascono dalla paura. Tutti gli odi vengono dalla paura. La crisi del patriarcato ha fatto esplodere frustrazioni, bisogno di rivalsa maschile, ribadisce la psicoterapeuta nell’intervento firmato da Ancarani. Un ragionamento che nasce dai suoi studi e va alle radici dell’odio, anche basandosi sulle testimonianze raccolte in tanti anni di terapia con i detenuti o con uomini che in vario modo hanno agito la violenza. Riflessioni sulle dinamiche relazionali di trent’anni di storia italiana e esperienze del lavoro di psicanalista, fanno emergere le paure legate al cambiamento dei ruoli di uomini e donne.
Il titolo del film, Il popolo delle donne, vuole essere un monito e una speranza, «che un giorno le donne si sentano parte di un’unica comunità con richieste condivise e battaglie collettive». Lo squilibrio tra il lungo periodo in cui le donne sono state oppresse dal potere maschile e il breve e veloce periodo (tra il 1946 e il 1976 circa) in cui si è sviluppata l’emancipazione femminile, anche grazie a leggi e cambiamenti sociali, ha generato una reazione maschile violenta, che secondo Valcarenghi si poteva prevedere. C’è una strada per il cambiamento? «Non c’è da cambiare strada, c’è da proseguirla. – sottolinea Valcarenghi – Proseguirla per me vuol dire per esempio insistere sul pensiero della forza delle donne e sulla forza del pensiero delle donne, sia nella vita politica che in quella personale, ognuna di noi con gli strumenti che ha o che si trova, o che le sono più congeniali. Quando lo scontro si fa più duro, come adesso, è il momento più importante per non mollare, per alzare le difese, oltre che per andare avanti».
Nel film si sostiene che l’insicurezza femminile sopravvive, nonostante le conquiste economiche e sociali. «I miei corsi e i miei libri in tutti questi anni sono stati rivolti a incoraggiare e sostenere le donne nella ribellione alla tradizione rassegnata del passato – dice Valcarenghi – per sentirsi sempre di più protagoniste della loro vita. Ma per affrontare un problema è necessario averlo riconosciuto». Il regista Yuri Ancarani ha evidenziato che «Valcarenghi ha lavorato sui diritti delle donne, portando nelle carceri di Opera e Bollate la psicanalisi, parlando con stupratori e assassini e studiando la violenza di genere. Da tempo volevo occuparmi della violenza di genere, ma ho capito che non poteva essere un film di finzione: tutti i film che contengono uno stupro, per quanto le registe e i registi stiano attenti, non fanno che amplificare la morbosità di chi guarda. Quindi è intrattenimento. E lo stupro non può essere trattato come intrattenimento».
Valcarenghi porta l’esperienza di psicoterapia con uomini violenti: «Per dodici anni nel mio lavoro di psicoanalista in carcere ero settimanalmente chiusa per tre ore insieme a quindici detenuti, che mi avevano voluta, in un’aula, senza testimoni e nel più rigoroso segreto professionale, con l’analisi dei sogni, l’ascolto delle vicende personali e il confronto fra i partecipanti. Quando alcuni uscivano per fine pena, entravano altri. Dopo la loro liberazione non si è mai verificato alcun caso di recidiva».
Da il manifesto – In occasione della pasqua ebraica, una rete di gruppi ebraici contro l’occupazione ha proposto l’iniziativa internazionale «Freedom for All Seder» per celebrare la tradizionale cena pasquale in solidarietà con il popolo palestinese. I promotori sono: Na’amod (Gran Bretagna), IfNotNow (Usa), Freedom for all Zürich (Svizzera), LƏA Laboratorio Ebraico Antirazzista (Italia), Jews for Racial and Economic Justice (New York) e All That’s Left (Israele/Palestina).
In Italia l’evento è stato organizzato da LƏA, nato durante le mobilitazioni contro la demolizione delle case palestinesi a Sheikh Jarrah, che ha promosso insieme ad altre organizzazioni un appello per il cessate il fuoco a Gaza raccogliendo oltre 150mila firme.
Nella tradizione ebraica la pasqua è la festa della libertà: con racconti, storie, canzoni e il consumo di cibi simbolici ogni anno ricordano l’uscita dall’Egitto, il passaggio del Mar Rosso e la fine della schiavitù. Chi ha partecipato ai «Freedom for All Seder» (29 eventi pubblici tra Regno Unito, Svizzera, Stati Uniti, Germania, Francia, Bulgaria, Canada, Spagna, Sudafrica e oltre 500 iniziative in forma privata) ha così voluto dire che se la libertà ebraica dipende dall’oppressione di un altro popolo, questa libertà è ingiusta e incompleta.
«In questo Pesach, come movimenti ebraici che mobilitano le nostre comunità contro l’occupazione, ci impegniamo nuovamente a lottare per una vera libertà – la liberazione collettiva di ebreƏ, palestinesi e di tutti i popoli» proseguendo una tradizione ebraica di resistenza contro ogni forma di oppressione.
L’Haggadah (in ebraico «racconto») che si recita durante la cena, è stata rivisitata in un lavoro collettivo di scrittura, ricerca delle fonti, illustrazione, revisione e traduzione. Attraversando fusi orari e diversità culturali, le organizzazioni promotrici hanno prodotto un dialogo tra il testo tradizionale e una selezione di commenti da due millenni di letteratura ebraica, voci palestinesi, contributi originali composti per l’occasione.
Per esempio, il canto di gratitudine Dayenu, che ripete la formula «ci sarebbe bastato», è stato accompagnato da potenti preghiere laiche: «Se combattiamo per i nostri diritti ma non per coloro che hanno bisogno al nostro fianco: non ci basta. Se ci opponiamo all’antisemitismo, ma non all’islamofobia: non ci basta».
A Roma, il 28 aprile nel giardino di Casetta Rossa si sono riunite circa ottanta persone, ebree e non, dai quattro mesi ai 96 anni, per recitare insieme le formule rituali di ringraziamento per la libertà conquistata nel segno dell’impegno per la libertà futura di tutte le popolazioni del mondo.
Il rito è stato officiato da una giovane studiosa ebrea che lo ha arricchito con spiegazioni dotte e richiami alla condizione dei migranti, alla persecuzione degli antifascisti. Il piatto con i cibi rituali è stato completato con olive e altri simboli (arancio per le lotte femministe, queer e trans contro l’emarginazione, la coppa di Miriam, un bicchiere d’acqua per il ruolo misconosciuto e dimenticato delle donne nella storia), come da tradizione ebraica anti-oppressione. Le olive per rappresentare la lotta del popolo palestinese per la terra e l’autodeterminazione sono state offerte da un amico palestinese.
«Per me è stata un’esperienza curativa, mi sento meglio», ha detto una giovane palestinese giunta al Seder tra mille dubbi e preoccupazioni. «Siamo dalla parte giusta della Storia», commenta una partecipante al suo primo Seder. «Siamo molto felici. Per noi questo è quello che Pesach dovrebbe essere sempre», dicono da LƏA che ha affermato di voler così esprimere la solidarietà con il popolo palestinese «in virtù del nostro ebraismo, non suo malgrado».
La serata si è conclusa mescolando tradizionali canti ebraici, partigiani e anarchici. Il ricavato andrà all’organizzazione ACS (Associazione di Cooperazione e Solidarietà in Palestina) per progetti di solidarietà a Gaza.
Da Avvenire – Un appello a tutti i cittadini italiani perché si dichiarino obiettori di coscienza alla guerra e alla sua preparazione. Assieme alla richiesta al Parlamento perché conceda l’asilo agli obiettori ucraini, russi, bielorussi, palestinesi e israeliani, a rischio di carcere e ritorsioni. È partita anche in Italia la “chiamata all’obiezione di coscienza” del Movimento Nonviolento: se fin dall’inizio dell’invasione russa il sostegno era per gli obiettori di entrambi i fronti, anche col sostegno delle spese legali, ora parte il lancio dell’iniziativa italiana, rivolta a tutte le cittadine e ai cittadini di ogni età: una dichiarazione da sottoscrivere, indirizzata alle massime autorità dello Stato.
Quella lanciata dal Movimento nonviolento è infatti una “chiamata all’obiezione al militare” preventiva a un eventuale richiamo alle armi in Italia. Difficile, ma non impossibile: «Poiché la leva obbligatoria è sospesa [e non abolita, ndr] e tale sospensione resta a discrezione del potere esecutivo di governo – si legge nel testo – dichiaro fin da questo momento, con atto formale, la mia obiezione di coscienza alla guerra e alla sua preparazione». In caso di bisogno, gli obiettori affermano comunque la loro disponibilità alla difesa nonviolenta.
Nella “Dichiarazione di obiezione di coscienza alla guerra e alla sua preparazione” il Movimento chiede al governo italiano di rispettare la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea, che enuncia tra gli altri anche il diritto all’obiezione di coscienza. E ricorda un precedente importante: l’accoglienza degli obiettori e disertori delle Repubbliche dell’ex-Jugoslavia, decisa dal Parlamento italiano nel 1992. «Non mi sottraggo al dovere di proteggere la mia comunità – recita la dichiarazione – ma credo, come l’esperienza storica dimostra, che sia possibile difendere la vita senz’armi». A questo scopo il Movimento Nonviolento rinnova dunque al Parlamento la richiesta di approvare una legge per l’istituzione della difesa civile non armata e nonviolenta.
«Sì, è giunto il momento di dichiararsi obiettori di coscienza – spiega Mao Valpiana, presidente del Movimento Nonviolento – per far sapere al governo che non siamo disponibili a nessuna chiamata alle armi». Basta compilare la Dichiarazione di obiezione, indirizzata ai presidenti della Repubblica e del Consiglio, al Ministro della Difesa e al Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, in cui viene contestualmente chiesto che i nomi di chi obietta vengano inclusi in un apposito albo.
Al Ministero della Difesa infatti già esiste l’elenco degli obiettori di coscienza alla leva obbligatoria dal 1972 – anno della prima legge, la 772, sul servizio civile alternativo al militare – e che non possono essere richiamati per servizi armati. E presso l’Ufficio nazionale del Servizio Civile esiste l’elenco di tutti i giovani che dal 2001 hanno svolto il servizio civile volontario e non sono disponibili per quello armato.
«Rumori di guerra, sempre più forti, dal Medio Oriente all’Ucraina, dal Mar Nero al Mediterraneo – afferma il presidente del Movimento Nonviolento Mao Valpiana – e le cancellerie europee, incapaci di prendere iniziative concrete di pace, spingono sull’opinione pubblica per far accettare la mobilitazione militare: più spese per la difesa armata e più personale disponibile per il ripristino della leva obbligatoria». E allora «la risposta immediata alla guerra “a pezzi” – sostiene Valpiana – è la fermezza del no alla guerra, è l’obiezione di coscienza alle chiamata alle armi».
La Dichiarazione, che può essere sottoscritta da tutti – giovani o adulti, donne e uomini – afferma che chi firma ripudia la guerra ma vuole ottemperare al dovere di difesa della Patria con le forme di difesa civile e non militare già riconosciute dal nostro ordinamento, in linea con la Costituzione italiana (articoli 11 e 52). La Dichiarazione di Obiezione di coscienza è disponibile sul sito del Movimento Nonviolento e può essere compilata direttamente dal format o scaricata e stampata su carta, e inviata personalmente.
Da il manifesto – Lo hanno creato i freelance di Redacta, calcola i compensi dignitosi tra chi fa i libri, e non solo. Una guida per determinare il valore del lavoro è stata definita grazie all’alleanza con i dipendenti. Un prototipo per l’attività sindacale: la fiducia tra le persone insieme alla tecnologia. Il primo maggio dei lavoratori autonomi: quando l’auto-organizzazione crea nuovi strumenti di lotta
I freelance non si organizzano, rifuggono i sindacati, sono imprenditori di se stessi. Redacta, lo snodo dell’associazione dei freelance Acta che si occupa del lavoro nell’editoria libraria, ha sfidato questa solida convinzione culturale e antropologica e ha costruito un prototipo per l’azione politica e sindacale. Ha realizzato un’inchiesta condotta tra 825 partite Iva, ha stilato una guida pratica ai compensi dignitosi mai realizzata finora e ha creato un algoritmo (il «redalgoritmo», algoritmo redazionale o algoritmo «rosso») per calcolarli. In un settore basato sull’individualismo, e dove dilaga l’auto-sfruttamento e il lavoro gratuito, è una novità. L’uso incrociato di questi strumenti ricorda una strategia antica e insieme nuova: per agire bisogna conoscere la propria condizione, la conoscenza è frutto della cooperazione, il sindacato nasce dalla fiducia reciproca.
«Noi ci rivolgiamo alla nostra parte, prima che alla nostra controparte – afferma l’editor freelance Mattia Cavani di Redacta – Quando ci si mette in una stanza, e si comincia a parlare di esperienze, a condividere problemi, a trovare soluzioni, allora tutto il carico ideologico che grava su questo lavoro tende a scomparire e si riesce a trovare percorsi di azione condivisa. Un esempio è stata la vertenza con la casa editrice Il Saggiatore nel 2021. La determinazione e la fiducia tra le persone sono state sorprendenti, pur essendo in una situazione di forte disparità hanno trovato la forza in comune».
«L’aspetto ideologico si avvita con le condizioni materiali di frammentazione e alienazione quando si lavora da casa o nei coworking che sono posti sempre meno accessibili. – aggiunge la editor e ghostwriter Silvia Gola di Redacta – In cinque anni di lavoro abbiamo capito che vedersi dal vivo è un modo per dirsi la verità e riconoscere i problemi comuni. È un modo per non pensare che si è poco capaci, e cattivi lavoratori. Su di me ha funzionato molto e anche gli altri dicono “Ma che bello fare una riunione”».
Un altro strumento è l’inchiesta. Viene da una tradizione illustre, la «con-ricerca» dell’operaismo, è stata adottata da Redacta: «Lavorando con Sergio Bologna, che di Acta è socio, esiste una continuità con queste pratiche – osserva Mattia Cavani – Non ci siamo mossi con l’idea di continuare una tradizione, ci muoviamo in maniera pragmatica. Se uno si pensa da solo, con l’auto-inchiesta capisce che non è così: si lavora insieme anche quando si è separati. Il lavoro tiene collegati tutti e l’inchiesta permette di uscire da sé. Altrimenti ci sono le ricostruzioni di Confindustria che ha altri motivi per fare ricerca».
Tra chi ha risposto al sondaggio il 36,7% vive in Lombardia. Seguono Lazio, Emilia-Romagna e Piemonte. La maggior parte è nata tra il 1984 e il 1995. Ed è alle prese con redditi bassi, scarse o nessuna tutela. E con la disorganizzazione del lavoro: troppe urgenze ed eccesso di concentrazione dell’attività in certi periodi, e in altri no. L’editoria specialistica e quella scolastica registrano redditi medi più alti. Le attività autoriali sono le meno redditizie, seguite da quelle redazionali. Guadagnano di più gli editor e gli uffici-diritti.
Quello editoriale è un lavoro a prevalenza femminile, la stessa Redacta è composta al 90% da donne. La domanda più ricorrente è: «Possiamo parlare della scelta di avere figli?». Il problema è evidente quando si fa una mediana dei compensi orari netti: per le donne sono il 18% inferiori a quelli degli uomini. Il doppio lavoro è dunque una necessità. E doppia è anche la fatica. Si lavora nei fine settimana, e di notte, in nero e in maniera occasionale. Inoltre con redditi bassi non si lascia casa. Chi dichiara di non mantenersi vive spesso con la famiglia di origine. Fra chi si mantiene, una buona parte vive in condivisione con coinquilini. Per chi lavora unicamente in editoria, il reddito netto medio di chi ha figli tra gli intervistati dell’inchiesta è 21.800 euro, 16.100 di chi non li ha. Fa figli chi può permetterselo. In media si fanno tardi e la tendenza è quella di non averne.
La pratica dell’inchiesta ha permesso a Redacta di incontrare altre associazioni che hanno adottato un metodo simile: «“Mi riconosci” lo fa per i beni culturali, ART workers Italia lo fa per gli artisti. Come noi, anche loro hanno fatto una guida ai compensi. – afferma Silvia Gola – Il terziario avanzato sfugge alle statistiche ufficiali: il lavoro è ibrido, le traiettorie professionali sono multiformi. L’inchiesta permette di capire la filiera, fare sindacato è la conseguenza».
Dal sito di ACTA è possibile oggi scaricare la guida ai compensi dignitosi e usare facilmente il «redalgoritmo» per calcolarli. «Sono strumenti di consapevolezza e di lavoro che si completano – osserva Mattia Cavani – non siamo un ordine professionale, non c’è modo per imporre le tariffe, il mercato è una questione delicata, ma sapere che il lavoro può essere pagato in maniera dignitosa è importante». «Possiamo calcolare i compensi con pochi click sul nostro sito, in base al contratto dei grafici editoriali – aggiunge Silvia Gola – Così possiamo fare preventivi attendibili. A Bologna, Milano e Roma ho visto reazioni di grande entusiasmo tra chi ha iniziato a usare la guida e l’algoritmo. Noi siamo convinti che questa non è la notte in cui tutte le vacche sono nere».
Del prototipo REDACTA se ne parlerà al salone del libro di Torino il 9 maggio alle 12.45. Il titolo dell’incontro è un programma: «I libri sono belli ma la vita di più».
Da Ultima Voce – Togliamoci la maschera della virilità e costruiamo insieme un nuovo immaginario maschile
Maschile Plurale è una rete nazionale di uomini che si incontrano in gruppi locali per promuovere una cultura che superi il patriarcato e una società liberata dal maschilismo e dal sessismo.
Incontrare Stefano Ciccone è come entrare in contatto con il cuore di Maschile Plurale. È autore di saggi, libri e articoli riguardanti la ricerca di un nuovo immaginario maschile. Ricerca scrupolosa, in se stesso e fuori da sé, nella storia e nell’esperienza, grazie a un dialogo aperto e attento per cercare nuove strade, nuove parole e nuove identità. Da questo punto di vista Maschile Plurale sembra essere la naturale evoluzione della sua ricerca ventennale.
L’idea di Maschile Plurale nasce nel 2007 a seguito della pubblicazione di un Appello nazionale contro la violenza sulle donne, scritto da alcuni uomini della Rete nel settembre del 2006 e controfirmato in pochi mesi da un migliaio di altri uomini di ogni parte d’Italia.
Dopo diciott’anni da quell’appello, Maschile Plurale ha di recente organizzato un convegno a Roma dal titolo La violenza maschile parla di noi: parliamone.
Chiedo a Stefano cosa sia cambiato in tutti questi anni e cosa sia emerso dal dibattito.
«Oggi c’è una grande attenzione alla violenza maschile contro le donne, ma dobbiamo cambiare il modo di parlarne nei media e nella televisione. Rappresentiamo gli autori della violenza come dei mostri che non ci mettono in discussione: lo straniero, il maniaco. Invece noi di Maschile Plurale facciamo il contrario, proviamo a capire cosa c’è in comune tra me e quell’uomo che ha fatto violenza.
C’è una cultura del possesso, il controllo, la gelosia, l’idea che la donna è preda, l’uomo è cacciatore, l’idea che io devo difendere l’onore, l’idea che io proteggo le donne, che le donne sono deboli, sono sotto la tutela degli uomini. Ognuno di questi piccoli elementi sono dei fili che collegano l’uomo normale, cosiddetto, l’uomo perbene, con quello che invece noi consideriamo il mostro. Questo serve ad alimentare politiche xenofobe, securitarie o altro, ma non ad attuare un cambiamento. Quindi paradossalmente è una specie di allarme rassicurante. Io creo un grande allarme, ma rimuovo il problema, anziché creare un cambiamento».
Le radici della violenza di genere
Nel suo libro Essere Maschi. Tra potere e libertà Stefano Ciccone rintraccia come radice della violenza di genere la percezione ancestrale di uno scacco del corpo maschile rispetto a quello femminile, di una sua accessorietà del processo generativo. Le donne generano vita, gli uomini no.
«Da quello sconcerto per non poter generare la vita l’uomo sentendosi relegato, secondario, ribalta i valori, costruisce una società che inneggia alla sua libertà dal corpo.
Le donne diventano donne attraverso le mestruazioni, vivono cicli mensili, rimangono incinte, sperimentano la menopausa. Il dialogo con il loro corpo è costante. Per gli uomini no. Ecco dunque la presunta superiorità degli uomini: il corpo non li condiziona. Per fare un esempio nel libro Essere maschi Ciccone riporta lo stralcio di un dibattito alla Camera del 1950 in cui un deputato sostiene l’impossibilità delle donne di ricoprire il ruolo di giudice per la loro instabilità data dal periodo mestruale. L’accesso delle donne alla magistratura verrà sancito solo nel 1963.
Invece di riconoscersi parziale rispetto alla donna, l’uomo ha scelto di porsi al vertice di un sistema simbolico basato sulla razionalità, l’autocontrollo e l’uso del corpo come strumento di dominio».
Alla scoperta del corpo maschile
«Astraendosi dal proprio corpo l’uomo perde la propria identità. Il corpo è parte necessaria nello svelare e conoscere la propria identità. E qui c’è il concetto di virilitàcome controllo del proprio corpo, astrazione dal proprio corpo, violenza come miseria della socialità e della sessualità maschile.
L’uomo ha fatto del silenzio del corpo la condizione per costruire una soggettività libera, un esercizio di potere, un’illusoria emancipazione dalla corporeità per dominare la realtà».
È da questo corpo inascoltato e costretto in una virilità che può essere confermata solo dall’esterno che si genera la violenza, le guerre e i nazionalismi. È da questo corpo inascoltato che si genera un’esperienza sessuale impoverita, vissuta come penetrazione e possesso. È da questo corpo inascoltato che l’uomo ha dovuto rinunciare alle emozioni, all’intimità, alla paternità.
Rinunciare al potere dunque significa riappropriarsi della propria libertà, di sentire, di essere e quindi scoprirsi. Il punto di partenza è quindi riconoscere la propria parzialità e invece di competere con le donne cercare nella relazione un nuovo modo di essere.
«La chiave fondamentale per me è riconoscere quanto nel potere, nel privilegio maschile ci sia anche una miseria nella vita degli uomini, nelle relazioni con gli altri uomini, nel dover indossare continuamente una maschera, nel dover continuamente separarsi dalle proprie emozioni».
Maschile Plurale: meno potere più libertà
Ecco perché è così rivoluzionaria l’esperienza di Maschile Plurale, perché rompe quell’impossibilità degli uomini di creare spazi condivisi solo per il piacere di stare insieme senza per forza dover trovare un motivo che occulti un naturale desiderio di intimità: il calcetto, la caccia, la pesca.
«Nel gruppo del calcetto se riveli una sofferenza rischi di essere preso in giro. Nei gruppi di Maschile Plurale non succede, hai la libertà di esporti senza temere di essere giudicato. C’è il riconoscimento reciproco di avere un problema condiviso».
Stefano mi racconta che fin dall’inizio nei gruppi si sono misurati con la fatica di vivere un’intimità tra uomini.
«A noi uomini ci manca la risorsa della vicinanza fisica. Perché mi mette a disagio essere a contatto con un altro uomo? Difficilmente dormiamo insieme, ci accompagniamo in bagno, come fanno le donne. In Italia se due uomini si tengono per mano significa che sono omosessuali. In Medio Oriente non succede, vedi uomini molto mascolini tenersi naturalmente per mano, e questo ti dà l’idea della costruzione tutta culturale di certi modelli.
Mentre tutto quello che riguarda i diritti anche se faticosamente viene cambiato, la sfera delle emozioni e dell’intimità genera ancora molta vergogna».
Il diritto al ridicolo
Stefano mi racconta di un esperimento fatto nel suo gruppo romano in cui ad occhi chiusi si tennero per mano seduti intorno a un tavolo. L’imbarazzo provato per un’intimità non codificata ha fatto capire a Maschile Plurale quanto ci siano in noi tabù introiettati di cui spesso non siamo consapevoli.
«Quando tu ti misuri con il ridicolo stai toccando un confine di legittimità, stai facendo qualcosa che non è permessa, ti stai femminilizzando. L’omofobia si nutre di misoginia. La caricatura dell’omosessuale ostenta tutti i difetti del femminile, ipersensibile, schifiltoso, emotivo, pettegolo, si muove come un’oca… un uomo che si comporta come una donna è ridicolo? Quindi tu maschio devi evitare di comportarti in un certo modo o ti getterà nel ridicolo. Lo stigma verso la diversità costruisce una disciplina che imprigiona me che sono un maschio eterosessuale.
Solo a cinquant’anni ho deciso di ballare anche se mi sentivo ridicolo. Ogni volta che mi sento in imbarazzo sto imparando qualcosa, ogni volta che mi sento gratificato in realtà sto confermando delle aspettative sociali.
Avere il coraggio di attraversare il ridicolo, l’imbarazzo è qualcosa che mi permette di costruire degli spazi di libertà fuori dai recinti che mi hanno costruito».
Valorizziamo il desiderio di cambiamento degli uomini
Maschile Plurale ha sentito la necessità e la responsabilità di costruire delle parole condivise, che disegnino un nuovo mondo.
«Faccio sempre un esempio molto banale, che è quello dei mammi. Oggi ci sono moltissimi uomini che si prendono cura dei figli e la parola che noi usiamo per definirli è mammi. Non abbiamo una parola socialmente riconosciuta per definire un padre che si prende cura dei figli. Finché non esiste una parola per raccontare qualcosa, quella cosa non esiste fino in fondo, giusto? Perché non la puoi nominare. O meglio, quando lo nomini stai dicendo, quell’uomo è uno che fa un po’ la mamma, è uno che fa delle cose non da vero uomo, no? E quindi non gli dai mai la piena legittimità sociale.
Il problema è che oggi c’è un’urgenza: è molto più visibile l’atteggiamento degli uomini che si lamentano del femminismo, le istanze dei padri divorziati, un vittimismo rancoroso del maschile e molto poco visibile il desiderio di cambiamento del maschile. Il cambiamento c’è, ma non è mai socialmente legittimato. I percorsi di cambiamento del maschio sono molto intimi, individuali. Invece noi cerchiamo il modo di rendere più visibile questo cambiamento che c’è, ma non è ancora visibile».
Da AltraEconomia – Haggai Matar è il direttore del magazine indipendente israeliano +972 – come il prefisso internazionale che vale sia per i telefoni israeliani sia per quelli palestinesi – che si è fatto notare ancora di più dopo il 7 ottobre 2023, quando Hamas ha attaccato il Sud di Israele e in risposta è scattata la più violenta delle operazioni contro la Striscia di Gaza.
Matar e il suo team, composto da israeliani e palestinesi che operano sul campo, anche a Gaza, hanno realizzato scoop e inchieste decisive, come quella che ha fatto il giro del mondo sul sistema di intelligenza artificiale Lavender, usato dall’esercito israeliano per individuare e bombardare i propri obiettivi, con una scarsa supervisione umana. Il risultato, sotto gli occhi di tutti, sono civili e abitazioni colpiti in massa, in violazione di tutte le convenzioni del diritto internazionale, con le vittime palestinesi che sono ormai più di 33mila a metà aprile 2024. Abbiamo incontrato Matar in occasione dell’evento “La guerra di Gaza: i fatti e le narrazioni”, organizzato dalla Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi) a Roma il 19 marzo.
Matar, che cosa vedono gli israeliani di quello che succede nella Striscia di Gaza, o in Cisgiordania, per esempio, rispetto agli attacchi dei coloni? Il cittadino medio è informato e quanto è interessato alla sorte dei palestinesi?
Per rispondere a questa domanda bisogna fare un passo indietro e capire che il nazionalismo e il giornalismo israeliano sono strettamente interconnessi. Questo è un assunto un po’ di base che è stato preso come un dato di fatto dal mondo dell’informazione negli ultimi decenni ed è ancora vero oggi, dopo il 7 ottobre. Quindi, la maggior parte dei media in lingua ebraica si concentra soprattutto sulla vita degli israeliani ebrei mentre si parla veramente molto poco dei palestinesi. Vengono visti quasi esclusivamente come gli autori dei massacri contro gli israeliani, non come esseri umani: nella narrazione giornalistica non vengono trattati come persone che conducono una loro vita, che hanno una cultura, un lavoro, e così via.
Il 7 ottobre ha generato comprensibilmente uno shock, un vero e proprio trauma per tutti noi e questo ha portato al contesto attuale, per cui è impossibile capire le ragioni e le motivazioni degli attacchi. Io questo lo considero un fallimento per il giornalismo israeliano. Siccome non è mai stato raccontato per bene il contesto, oggi nel Paese non si sa il motivo reale del perché i palestinesi fanno resistenza, non si sa come avviene e il fatto che ci sono anche dei sentimenti di ostilità nei loro confronti, nei nostri confronti. Questo ovviamente non giustifica quello che ha fatto Hamas, ma la situazione attuale è una mancanza di strumenti da parte degli israeliani per capire la situazione e ciò li ha portati ad autopercepirsi unicamente come vittime: chi supporta il cessate il fuoco o chi esprime preoccupazioni per quello che sta succedendo a Gaza viene immediatamente tacciato di antisemitismo e di tradimento nei confronti di Israele.
E questo concetto viene riaffermato ogni giorno nella modalità con cui i giornalisti coprono il conflitto: le immagini di morte, di distruzione e di fame non raggiungono davvero il pubblico israeliano, non vengono trasmesse sui media mainstream e così giungono soltanto in maniera indiretta e sempre come una sorta di rimprovero. Ci viene detto che la comunità internazionale sta perdendo la pazienza con noi, perché c’è questo “problema” dei profughi palestinesi. Quindi è veramente scarsissima la conoscenza diretta di quello che sta succedendo ai palestinesi, della loro resistenza che non viene assolutamente coperta, così come le alternative alla guerra. E questo è fatto appositamente, per farci vedere il conflitto come l’unica strada possibile.
+972 ha realizzato scoop molto importanti dal 7 ottobre, come rivelare che l’esercito israeliano ha usato l’intelligenza artificiale per scegliere gli obiettivi da colpire, ovvero senza quasi nessuna precauzione per i civili, e ciò spiegherebbe l’alto numero di vittime. Come lavora il vostro team? Quanto è facile fare informazione indipendente in Israele e come hanno reagito gli israeliani alle vostre inchieste?
+972 è un collettivo di giornalisti israeliani e palestinesi che collaborano da undici anni, le notizie vengono pubblicate anche in inglese e abbiamo una sezione web, che si chiama Local Call, in ebraico. Abbiamo deciso di mettere a disposizione anche questa fonte, proprio per dare accesso agli israeliani a un’informazione indipendente.
I nostri reporter sono sul campo, in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, e siamo l’unico sito web che copre regolarmente dall’interno quello che avviene nei Territori occupati, dove i giornalisti palestinesi lavorano soltanto per noi. È una sfida molto grande: vogliamo offrire queste fonti sia al pubblico internazionale sia a quello israeliano, ma è molto difficile oggi lavorare in questo modo. Se +972 viene seguito da diverse testate in tutto il mondo e i nostri articoli sono stati tradotti in tantissime lingue, quello che è sul sito in ebraico non viene ripreso dai media mainstream interni.
Quindi la nostra percezione è quella di avere tanti lettori ma poca influenza sulla società israeliana. Anche se a dover affrontare le sfide più grandi sono i nostri reporter che ogni giorno raccontano questo conflitto dalla Cisgiordania e dalla Striscia di Gaza, dove rischiano la loro vita e quella delle loro famiglie. Le difficoltà che proviamo noi sono nulle a confronto.
I conflitti sono da sempre anche guerre di propaganda, come funziona quella israeliana, dietro la quale c’è un vero e proprio apparato con teorie consolidate?
La propaganda, che noi chiamiamo hasbara, potrebbe essere oggetto di un seminario intero e ci vorrebbero ore per parlarne. Si tratta di un vero e proprio connubio tra i media ufficiali e quelli mainstream, che hanno le proprie narrative, trasmettono i propri messaggi, che spesso sono poco verosimili, per usare un eufemismo. Già nel passato si sono verificati casi in cui hanno raccontato delle vere e proprie menzogne.
Accanto a questo, negli ultimi venti-venticinque anni è stato molto interessante vedere che si è creata una specie di rete non ufficiale di propaganda, per cui ci sono degli attivisti, delle organizzazioni della società civile, spesso supportate direttamente o indirettamente dal governo, che hanno creato una vera e propria rete globale con l’obiettivo di spingere la narrativa in una determinato direzione.
Il fatto che non siano media ufficiali sembra dare una parvenza di libertà e indipendenza, quasi di maggiore credibilità a queste fonti ma spesso, invece, lavorano per la propaganda ufficiale, sia per quanto riguarda i contenuti, sia a livello di finanziamenti.
Come operano nello specifico a livello internazionale?
Per esempio, recentemente, si sta verificando un fenomeno per cui all’interno delle università israeliane vengono create le cosiddette world rooms, “stanze internazionali”, dove gli studenti israeliani parlano ad altri studenti che provengono da Paesi stranieri, per far sì che questi veicolino delle informazioni sui loro social media in diverse lingue, cercando di diffondere determinati messaggi. Di solito sono collegate a organizzazioni di stampo sionista attive in tutto il mondo, che mettono in circolazione una narrazione sempre riconducibile a quella ufficiale del governo israeliano.
Come si conciliano le immagini sui social network, girate spesso dagli stessi soldati israeliani, che si filmano magari nelle case palestinesi attuando comportamenti che sembrano essere in qualche modo contrarie alla narrativa ufficiale governativa?
Penso che il tema condiviso di entrambi questi fenomeni sia la disumanizzazione. Da una parte ci sono i media mainstream, che demonizzano i palestinesi semplicemente ignorandoli, dall’altra ci sono questi video con i soldati che rubano oggetti dalle case oppure fanno vedere la biancheria che trovano all’interno delle abitazioni.
Il punto di intersezione sono i media ufficiali, che mostrano invece i soldati mentre entrano nelle città sui carri armati: non è che gli israeliani non vedono le immagini del conflitto, ma hanno una visione di Gaza completamente deumanizzata.
La osservano, tanto quanto i carri armati che distruggono le case e le macerie, ma non vedono le persone che lì ci abitano. Anche le immagini dei soldati sono una modalità di deumanizzazione perché se non faccio vedere il volto di chi muore, diventa più facile raccontarvi che sono terroristi. E questo è il fine ultimo di questo gioco: mostrare e nascondere, mostrare e nascondere.
Dove trovate il coraggio per fare un lavoro così pericoloso, che implica non solo il rischio della vita, ma anche, specie per i giornalisti israeliani, un rischio di attacco e isolamento sociale?
Non posso agire diversamente, specialmente dal mio punto di vista, che è un po’ quello dell’oppressore. Io penso che da questa posizione non riuscirei neppure a vivere, a guardarmi allo specchio ogni mattina, senza esercitare questo tipo di resistenza, che per me è il giornalismo. Ma oltre all’aspetto negativo del non avere scelta, ce n’è anche uno positivo: so che Israele sembra un posto che vive in uno splendido isolamento dal mondo.
Ma ci sono state manifestazioni contro questa profonda ingiustizia, ci sono sempre più movimenti in tutto il Pianeta che chiedono al governo di prendersi le proprie responsabilità, anche in sede giudiziaria e secondo le regole del diritto internazionale. E il giornalismo ha svolto e svolge un ruolo fondamentale in questo. In più, per quanto mi riguarda, il tutto viene legittimato dal fatto che ci basiamo sulle voci sia di giornalisti israeliani sia palestinesi, che operano sul campo. Insomma, non è solo una questione di non avere altra scelta: c’è tanto da guadagnare nel fare giornalismo in questo modo e in questo momento.
Da l’Unità – Per rom e sinti il giorno della Liberazione, il 25 aprile, ha una importanza enorme. Per vari motivi.
Primo: perché siamo stati sterminati. Abbiamo subito un genocidio su base razziale. Mezzo milione di morti nei campi di sterminio. Nei campi dei tedeschi nazisti. Ma anche internati in più di cinquanta campi di concentramento fascisti, costruiti appositamente per noi. Da lì poi ci spedivano in posti come Zigeunerlager, ad Auschwitz.
Il secondo motivo è che moltissimi partigiani rom e sinti, del tutto sconosciuti, hanno contribuito a liberare l’Italia dal fascismo. Figli e nipoti di questi partigiani, e anche figli e nipoti di quelle che sono state internate nei campi italiani, ora vivono in altri campi, quelli di oggi, in condizioni di segregazione razziale.
Terzo motivo: siamo un popolo che nonostante un genocidio e la persecuzione secolare non ha mai armato gli eserciti per conquistare una terra. Viviamo in tutti i paesi del mondo, parliamo tutte le lingue del mondo, abbiamo tutte le religioni del mondo, e in questo momento della follia di guerra crediamo di potere essere d’esempio. Essere un esempio per tutti.
Oggi, 25 aprile, sfiliamo per la pace.
Da Domani – Il suo ultimo film Ingeborg Bachmann – Journey into the desert, presentato al Festival di Berlino nel 2023, è stato proiettato il 12 aprile a Venezia in occasione del Festival Incroci di Civiltà in collaborazione con il progetto Una camera tutta per sé promosso da Isola Edipo, Rete Cinema in Laguna e università di Ca’ Foscari.
Come nasce il suo incontro con il cinema?
All’inizio degli anni Sessanta sono partita da una Germania triste e segnata e sono andata a Parigi, dove sentivo un fermento particolare, per imparare il francese. In pochissimo tempo sono stata travolta dai film della Nouvelle Vague che mi hanno aperto una finestra su un mondo che fino a quel momento non conoscevo davvero: il cinema. È stato poi quando ho visto Il settimo sigillo di Bergman che ho capito che nel futuro avrei voluto fare quello. Anche se ancora non sapevo come e quanto quel futuro sarebbe durato.
A partire dal suo primo film, Il secondo risveglio di Christa Klages (1978), citandone poi solo alcuni come Sorelle (1979), Anni di piombo (1981) e ancora Rosa L. (1986) Rosenstrasse (2003), Hannah Arendt (2012) fino a questo lavoro dedicato a Ingeborg Bachmann, si è sempre occupata di figure femminili di cui ha indagato le condizioni sociali, esistenziali e biografiche, senza però mai farne retorica. È stata una scelta a priori o è accaduto naturalmente così?
È venuto un po’ naturalmente e al contempo forzatamente. Le grandi donne sui cui ho fatto dei film, come ad esempio Rosa Luxemburg, Hannah Arendt o Ingeborg Bachmann, sono donne a cui mi sono dedicata inizialmente su sollecitazioni esterne. Non erano figure a cui io stessi pensando in quel momento. Rosa Luxemburg, ad esempio, era un film che voleva realizzare Fassbinder. Quando è morto, il suo produttore è venuto da me e mi ha detto: «Questo è un film che devi fare tu sia in virtù del legame che avevi con Fassbinder, sia del fatto che sei una donna». Quella era la prima volta in cui l’essere donna mi aveva messa in una condizione favorevole. Così ho cominciato a studiare moltissimo e fare moltissime ricerche sulla vita di Luxemburg. E a partire da quel momento ho cercato il mio punto di vista per raccontarla. Da lì è venuto un po’ tutto da sé. Probabilmente il fatto che in Germania fossi una delle poche donne a fare cinema ha fatto sì che fossi il primo nome a cui si pensava quando si voleva far raccontare certe storie. Dopodiché credo che il mio raccontare donne da tutta la vita sia legato anche a un fatto tanto naturale quanto ovvio: sono una donna e sono figlia di una madre non sposata, molto intelligente e indipendente, che mi ha cresciuta stimolandomi sempre a cercare la mia autonomia e la mia affermazione. Sono quindi cresciuta con questa postura.
Tra tutte le donne che ha raccontato ce n’è qualcuna con cui sente di aver mantenuto un legame interno?
Un po’ con tutte. Il modo in cui mi immergo nelle loro vite in tutto il periodo di ricerca e l’intensità con cui penso a loro mentre realizzo un film a loro dedicato fanno sì che mi entrino dentro e lì restino. Se dovessi poi proprio dire quali donne di quale mio film percepisco intimamente in modo più chiaro dentro di me, forse direi che sono le due sorelle del film Sorelle – L’equilibrio della felicità (1979), il mio secondo film. Ho scoperto solo molti anni dopo di avere una sorella. Con quel film forse ho intuito inconsciamente di non essere figlia unica.
Il cinema, nonostante gli sviluppi tecnologici, continua ad essere una grande macchina novecentesca che si regge sul lavoro sinergico di moltissime figure e competenze. Tra queste il ruolo del regista, spesso raccontato come solitario. Che tipo di esperienza è stata ed è per lei?
La mia storia di regista è una storia particolare perché in realtà sono entrata nel mondo del cinema facendo l’attrice, unico modo allora per una donna, soprattutto nella Germania dell’epoca, di essere accolta in questo settore. Lì per lì si è trattato un po’ di un salto nel vuoto, di un tentativo che ho fatto con grande insicurezza.
A posteriori posso dire che fare l’attrice per degli anni si è trasformato in un privilegio: non solo mi ha aiutata ad accedere alla possibilità della regia ma mi ha aiutata successivamente anche nella direzione degli attori stessi perché conoscevo e conosco la condizione del loro ruolo e della posizione in cui un attore è quando si trova con un copione tra le mani e su un set. Dopodiché è evidente che a me interessasse fare la regista e una volta conquistata quella posizione non ho più fatto l’attrice.
Da quel momento in poi ho fatto esperienza, oltre che della dimensione collettiva del processo di realizzazione di un film, anche della solitudine fisiologica e indispensabile con cui un regista deve fare i conti per quanto riguarda tutta la fase di ideazione, elaborazione, ricerca e scrittura. Diciamo che fare cinema corrisponde a vivere in un movimento di tensione continua tra individualità e collettività.
In questo movimento, è centrale il momento in cui si scelgono gli attori e le attrici. Nel corso del tempo ha consolidato il rapporto con alcune attrici che tornano spesso nei suoi film. Prima tra tutte Barbara Sukowa. Come è nata la prima collaborazione con lei?
Avevo fatto alcuni film con Fassbinder e avevo chiesto suggerimento a lui mentre stavo scrivendo Anni di Piombo (1981, Leone d’oro alla 38a Mostra del Cinema di Venezia) e lui mi ha consigliato Barbara con cui aveva già lavorato. L’incontro con lei poi è stato abbastanza immediato da quel momento in poi per tutti i progetti cinematografici in cui l’ho coinvolta.
Devo dire che si è trattato di un’immediatezza che poi mi ha sempre accompagnata nei film che ho fatto. Quando devo attribuire ruoli e personaggi procedo praticamente sempre per istinto. Credo sia per una ragione di natura creativa e di carattere ma anche forse perché quando facevo l’attrice odiavo fare i provini e non posso pensare di far sentire attrici e attori come mi sentivo anch’io all’epoca.
Sembra un discorso interessante perché in controtendenza con un orientamento comune che invece affida a una raffica di provini il destino di attrici e attori…
Credo sia un fattore anche culturale. Alcuni paesi usano il provino più come un dogma. Io invece devo dire che ho bisogno di sentirmi libera nella scelta delle attrici e degli attori che diventeranno volti e corpi che incarneranno i personaggi nella cui vita mi sono immersa per lunghissimi tempi di ricerca. Quindi procedo prevalentemente per intuizione, che è un procedimento che è più in continuità con un movimento creativo anche più esistenziale.
Dirige film dal 1978 e siamo nel 2024: quanto è cambiato fare film durante questo tempo?
Io credo che fare film oggi sia molto più difficile. Se è vero che lo sviluppo tecnologico ha ampliato la gamma delle possibilità e aumentato il grado di precisione, ha anche reso tutto più difficile e mediato nella creazione. Ha allungato tutti i tempi di realizzazione sia per ragioni di natura produttiva sia per le possibilità a cui puoi accedere nel processo di post-produzione.
Nuovi film all’orizzonte?
Lo sguardo è sempre rivolto al futuro e intravvedo nuovi progetti. Ma, dato che, come mi ha detto una volta Nanni Moretti, «non bisogna parlare mai di un film che non si è ancora fatto altrimenti alla fine non lo si farà», non ne parlerò (ride, ndr).
Credo che oggi si debba andare oltre il pensiero schiacciato dalle ideologie e affrontare i problemi legati alla violenza dalla parte di chi la riceve, ma anche di chi la pratica. Questo significa calare il problema nel contesto socio-culturale costruito fin qui e nel vissuto psichico e intrapsichico dei soggetti agenti cercando collegamenti e connessioni tra ciò che la società rimanda come violento e ciò che ciascuno/a è rispetto al proprio agito di soggetto sessuato.
Avverto profondamente, soprattutto in questi ultimi tempi, la consapevolezza di un misfatto che si vorrebbe perpetrare: il tentativo di cancellazione del femminile in quanto non più corrispondente all’ordine patriarcale, il tentativo di limitare o condizionare la libertà femminile esercitando il controllo sul corpo e travalicando il principio della sua inviolabilità. Libertà che grazie al femminismo passa attraverso la possibilità di relazionarsi fra donne in modo diretto e non più secondo il modello riproduttivo che conduceva verso strade di omologazione legittimate dallo sguardo maschile e dalla sua intermediazione.
La relazione fra donne, non ritenuta politica, non è quasi mai stata trascritta nella storia, nel mito – e dunque nel simbolico – determinandone così la miseria, la declassificazione a “fatti di donne” o per dirla col nostro gergo siciliano, “cosi di fímmini”, fatti privati destituiti di valore politico.
E ancora oggi la realtà è soggetta a una invasione capillare e inesorabile di forme di violenza che ci colgono spesso impreparate/i, stupite/i e travolte/i da un senso di impotenza.
La proliferazione di atti violenti è stata così veloce da non darci il tempo di capirne e ricercarne le cause profonde condizionate/i come siamo ad analizzarne le conseguenze.
E siamo mancanti anche di un alfabeto per nominare e rendere riconoscibile la violenza, infinite essendo le sue espressioni.
La violenza sul corpo delle donne, come quella sul corpo dei/delle bambini/e, è la più brutale, ma è opportuno che gli uomini si interroghino su questo e sull’istinto non controllato dal cervello che insieme alla cultura li conduce all’efferatezza. Non c’è giustificazione che le donne possano trovare per gli stupratori acquattati nel buio dei garage in attesa della “preda”, né per coloro che ammazzano le donne perché non ne possiedono il corpo, né per quanti ricattano e schiavizzano per costringere alla prostituzione.
C’è un campo illimitato di violenze psicologiche e fisiche che riducono all’obbedienza, alla sottomissione e che replicano metodi usati dai nazisti nei campi di concentramento per annullare la soggettività umana privandola di identità e dignità, fino alla sua regressione allo stato animale.
C’è poi la violenza del linguaggio, il turpiloquio, l’offesa, l’insulto, l’umiliazione, la paura.
E poi vi sono le tracce visive e sconvolgenti della natura violentata, le immagini sporche dei nuovi media, l’arroganza del mezzo audiovisivo, l’invasività di una tecnologia che vorrebbe ridefinire e manipolare la percezione; le mutazioni dei paesaggi urbani, degli spazi domestici, la difficoltà di capire il mondo.
È un confronto serrato tra il pensiero e l’immaginario dominante, tra la realtà e la sua rappresentazione. Ed è in questa realtà che le donne praticano una possibile resistenza intesa come tensione capace di emettere segnali nuovi verso l’urgenza di un’alternativa, una diversa organizzazione del reale e del simbolico, un cambiamento che partendo da sé cambi il mondo.
La costruzione di un ordine simbolico rispetto all’appiattimento e all’omologazione culturale, ai condizionamenti e all’etica, non solo cattolica, che impone la “famiglia” come unica possibile forma sociale, conferisce valore alla ricchezza potenziale della realtà per svilupparne una singolarità che si ponga in maniera dialettica con un diverso pubblico.
Non si tratta di un approccio meramente contestatario e rivoluzionario, ma sovversivo proprio per il suo essere propositivo che pone la strada di una forte trasformazione e di un nuovo posizionamento femminile fuori dal vittimismo.
Da Alias – il manifesto –Tradotto per la prima volta, La città assediata vede in scena una donna che dietro la sua incapacità di affrancarsi dalle cose più irrilevanti nasconde una mistica malinconia.
Improbabili paragoni
Al momento della morte, a Rio de Janeiro per malattia nel 1977, un giorno prima del suo cinquantasettesimo compleanno, Clarice Lispector restava per molti un enigma. Malgrado non fosse affatto una reclusa, malgrado avesse girato il mondo, frequentato scrittori, artisti e ambienti di vario tipo, malgrado concedesse interviste e fosse apparsa più di una volta in televisione, venivano sollevati dubbi circa il suo luogo di origine, la sua età, il suo vero nome, l’orientamento politico, la fede religiosa. Agli occhi di molti suoi connazionali sembrava una straniera non tanto perché era nata in un villaggio dell’Ucraina «così piccolo e insignificante da non essere nemmeno indicato sulle mappe», quanto perché dopo il matrimonio con un diplomatico aveva trascorso molti anni all’estero, e soprattutto per il suo modo di parlare, la sua strana erre dal suono francese, un difetto di pronuncia che provò a correggere ma che finì sempre per riemergere, come a marcare un conflitto irrisolvibile tra il bisogno di sentirsi brasiliana e l’impossibilità di rinunciare a una forma di alterità. Non per niente poteva definirsi «così misteriosa che nemmeno io capisco me stessa» e ridurre al contempo il suo mistero al fatto «che non ho misteri».
Sapeva essere loquace quanto elusiva, unire al desiderio di difendere la sua vita privata quello non meno intenso di «confessarsi in pubblico e non a un prete». Questa sua natura solo in apparenza contraddittoria, che fa di lei un modello esemplare di come pensarsi scrittori nel secolo scorso e in fondo anche in questo, ha alimentato la costruzione di un personaggio sul quale – come avveniva in Argentina con Borges – ognuno aveva qualcosa da dire o un aneddoto da raccontare. Da qui il proliferare di ritratti che la dipingono come una sfinge, un lupo dagli zigomi alti e gli occhi a mandorla, un’aliena scesa sulla terra con sembianze simili a quelle di Marlene Dietrich per scrivere come Virgina Woolf.
Per non parlare di definizioni iperboliche come quella, spesso citata, per cui Clarice Lispector «era ciò che sarebbe stato Kafka se Kafka fosse stato una donna o se Rilke fosse stato un ebreo brasiliano nato in Ucraina. Se Rimbaud fosse stato una madre e avesse raggiunto i cinquant’anni di età. Se Heidegger avesse cessato di essere tedesco».
Prendiamo il paragone a prima vista più suadente e persuasivo, quello con Kafka. Se si escludono la blatta morente che la ricca signora di La passione secondo G.H. mette in bocca all’apice di una crisi mistica e l’ostinazione di cercare Dio in un mondo in cui Dio è morto, la distanza tra i due autori, in particolare sul piano dello stile, della voce, è siderale. Forse il solo libro in cui la pagina di Lispector lo evoca, a tratti, è La città assediata (Adelphi, pp. 186, € 18,00), che per la sua imperscrutabilità arriva da noi soltanto ora nella bellissima versione di Roberto Francavilla ed Elena Manzato e che anche in Brasile, all’epoca, faticò a trovare un editore nonostante l’autrice godesse già di una certa fama.
Rispetto al fortunato esordio di Vicino al cuore selvaggio, lo stile era infatti completamente diverso. Lispector abbandonava i vortici del monologo interiore per la narrazione in terza persona, una scrittura dalle sembianze gelide e distaccate in cui ad avere la meglio non era la trama ma un susseguirsi di dettagli e immagini isolate che spostavano la partita verso lo spaesamento surrealista o il nitore visionario: di Kafka, appunto. In frasi semplici e perfette come «Le persone da lontano erano ormai nere. E le righe di terra fra le pietre erano scure. Lucrécia Neves attendeva eterea, tranquilla. Sistemando senza guardarli i nastri del vestito» si respira l’aria onirica e notturna di certi paesaggi urbani di Paul Delvaux o quella ancora più sfuggente del Castello, quando Kafka scrive: «Il villaggio era sprofondato nella neve. Del monte del castello non si vedeva nulla, nebbia e tenebra lo circondavano».
Anche la storia è di una semplicità perfetta. Lucrécia è una giovane donna. La vediamo crescere, dividersi tra due pretendenti, sposarsi, restare vedova, sposarsi di nuovo. Il tutto in un luogo immaginario che, da piccolo villaggio popolato da cavalli selvaggi, cresce come cresce Lucrécia, diventando una moderna città da cui gli animali vengono a poco a poco espulsi.
Una vacuità apparente
Lucrécia non ha il fuoco, lo spirito ribelle delle ragazze cui Lispector aveva dato voce fino a allora; è invece una persona superficiale, mossa da ambizioni futili e meramente materiali. Accetta il ruolo che la società le assegna, contenta di diventare una cosa in un mondo di cose; sembra quasi una versione ironica della donna descritta da Simone de Beauvoir nel Secondo sesso, che vide le stampe proprio nel 1949, lo stesso anno in cui uscì la prima versione della Città assediata: «Lucrécia Neves aveva bisogno di tantissime cose: di una gonna a quadretti e di un cappellino della stessa fattura; da tempo ha bisogno di sentirsi come la vedrebbero gli altri, in gonna e cappellino a quadretti, la cintura proprio all’altezza dei fianchi e un fiore sulla cintura: così vestita avrebbe guardato il sobborgo e questo si sarebbe trasformato».
E tuttavia dietro la vacuità apparente, dietro i tratti di una donna «in qualche modo stupida» o almeno estranea al pensiero e agli sforzi di immaginazione, si nasconde una mistica malinconia, un anelito alla trascendenza incapace di affrancarsi dalla nostalgia delle cose materiali. «L’oggetto – la cosa – mi ha sempre affascinata e in certa maniera mi ha distrutta» spiegherà anni dopo la scrittrice. «Nel mio libro La città assediata parlo indirettamente del mistero della cosa. La cosa è un animale specializzato e reso immobile».
Tentando un’altra descrizione, un altro ritratto suggestivo, si potrebbe forse dire che Lispector avrebbe voluto essere Lucrécia, se Lispector non fosse stata Clarice. Ma sarebbe anch’essa un’immagine falsa. La bellezza suprema, il silenzio sublime e stordente cui tende La città assediata è come una porta senza chiave, un mistero senza misteri.
Da la Repubblica – C’è qualcosa di inaccettabile e di profondamente urtante nella legge che il Senato ha appena approvato sulla presenza nei consultori di soggetti del Terzo settore che abbiano una «qualificata esperienza nel sostegno alla maternità». Si gioca sulle parole sostenendo che nei consultori erano già previsti «volontari di idonee formazioni sociali di base e di associazioni del volontariato, che possono aiutare la maternità difficile dopo la nascita».
Prima e dopo la nascita, questo è l’inganno. Una donna che decide di non poter avere un figlio non ha bisogno di sostegno alla maternità, ha bisogno di assistenza psicologica per affrontare una decisione già presa. Le donne che hanno deciso di non far nascere non vogliono nessuno che gli parli di vita e di bambini. Ne avrebbero bisogno quelle che vivono una “maternità difficile” ma ancora non vediamo l’ombra di un’assistenza dello Stato alle donne sole e senza mezzi.
Hanno tolto gli asili nido dal Pnrr e ora vorrebbero insegnarci cos’è la vita, cos’è un bambino. In Italia le madri e i bambini non contano nulla. I figli nascono solo perché le donne ancora assumono su loro stesse l’onere e la gioia di far nascere. E le più povere, che non hanno mezzi per un asilo nido privato, e quelle che sanno che dovranno “pagare” la decisione di fare un bambino con la rinuncia a una carriera, ancora nel 2024 alla fine saranno costrette a lasciare il lavoro.
Non ce lo devono insegnare gli uomini che si radunano nei talk show cos’è far nascere.
Non ce lo deve insegnare un governo che alle donne per il momento non ha dato niente. Non ci deve essere nessuno a “consigliare” alternative all’aborto a una donna che con dolore ha deciso di non avere un figlio. Le donne sanno esattamente perché in quel momento della loro vita non possono averlo. Noi questa libertà l’abbiamo conquistata tutte insieme e non accetteremo che venga limitata in nessun modo. Siamo pronte con gli uomini a scendere in piazza e non saremo poche. In Francia, dove l’aborto è stato inserito nella costituzione, non come un diritto, ma come una libertà che è garantita alle donne, si fanno molti più bambini dell’Italia. Perché lì far nascere è un valore per tutta la società e i servizi per le donne in gravidanza e per i bambini sono automatici. Hanno tolto gli asili nido dal Pnrr e non abbiamo reagito, forse siamo stanche e scoraggiate dall’immobilismo del nostro paese sulle questioni importanti. E per questo molte non vanno più a votare. Il ponte sullo stretto è più importante dei servizi per i nostri figli. Non abbiamo reagito anche perché non ne facciamo quasi più e questa è una reazione terribile ma giustificata. Non abbiamo reagito ma ora non staremo zitte, e la nostra voce calma può essere molto potente.
Da il Gazzettino – Battaglia di una madre veneziana contro il tribunale che ha ordinato che sua figlia di otto anni venga portata ogni giorno in una casa-famiglia. Il giudice ha autorizzato anche l’uso della forza. La vertenza perché sono impediti i rapporti con il padre. Anche Nordio investito del caso
«Il giudice dichiara il provvedimento immediatamente esecutivo, autorizzando l’uso della forza pubblica e/o ufficiale sanitario per la sua attuazione». A otto anni, ogni giorno, una bambina verrà dunque prelevata – anche con la forza – dalla casa dove ha finora vissuto con la madre, sulla terraferma veneziana, portata in una casa-famiglia e ricondotta nell’abitazione di sera. Una battaglia prima familiare (anche se una famiglia completa non c’è mai stata, visto che il papà avrebbe voluto far abortire la madre) e poi legale che si trascina da almeno sette anni, il cui atto esecutivo è stato emesso pochi giorni fa dal Tribunale di Venezia, togliendo la piccola alla mamma che l’ha fatta nascere e crescere per buona parte del giorno. Un caso che è da tempo sul tavolo della Commissione parlamentare sul femminicidio e per il quale è stato investito anche il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Allo scoperto
Frida, la mamma, era stata per lungo tempo in silenzio su questa vicenda, ma di fronte alla decisione del Tribunale ha deciso di uscire allo scoperto, raccogliendo il sostegno di parlamentari e politici che ora chiedono di fare luce sulla vicenda. «Affronti la gravidanza da sola, partorisci da sola, cresci la tua creatura da sola. Siete una famiglia monogenitoriale a tutti gli effetti. Poi entri in tribunale e, nel tritacarne dell’articolo 250 (riconoscimento tardivo) e della legge 54/2006, tua figlia perde di colpo l’identità, la madre, il suo ambiente di crescita, tutta la sua vita» denuncia Frida. «I giudici di Venezia continuano a sostenere un rapporto obbligato tra una figlia e un padre, divenuto tale attraverso un riconoscimento tardivo e senza prova del Dna, che per la stessa bambina è un estraneo – spiega Veronica Giannone, candidata per Vita ed ex deputata 5 Stelle – La donna è accusata da una perizia di essere “madre alienante”, costrutto ascientifico non riconosciuto né in termini legali, né scientifici o giuridici – prosegue – ma continua a chiedere che la figlia possa essere ascoltata, mentre il tribunale non ritiene fondata la richiesta materna. Anzi, dispone la collocazione extrafamiliare diurna, l’iscrizione obbligatoria a scuola, sebbene la bambina abbia sempre svolto istruzione parentale come previsto dalla Costituzione, superando gli esami, dispone che i servizi sociali affidatari organizzino le visite al padre, e il pagamento di migliaia di euro per spese di lite».
Un “genitore alienante” sarebbe quello che alimenta l’astio e il rifiuto verso l’altro genitore, ma Frida, docente quarantenne molto stimata, ha cresciuto in solitudine e solo con l’amore l’unica figlia che ha avuto, poiché il padre biologico – docente universitario – voleva imporre alla donna di abortire, salvo poi, quando la piccola aveva quasi un anno, cambiare idea e chiedere il riconoscimento della paternità e avviando la battaglia legale. In tutto questo, denuncia la madre, «mia figlia è stata zittita, trattata come una bambola di pezza che i servizi sociali di Venezia hanno il compito di piazzare in una struttura diurna usando anche la forza pubblica». E sull’accusa di violenze passate subite dal padre, la giudice avrebbe parlato di “componente mitologica” da parte della madre, «nonostante la certificazione agli atti del Centro antiviolenza che mi segue e che non è stato interpellato», aggiunge mamma Frida.
«Violenza istituzionale»
«Siamo davanti al caso di una mamma a cui è stata letteralmente sottratta la figlia. – commenta Pina Picierno, eurodeputata Pd e vicepresidente del Parlamento europeo – Gli atti del tribunale devono essere acquisiti dalla Commissione parlamentare sul femminicidio. Si tratta di un caso di vera e propria violenza istituzionale che ha condannato Frida a essere bersaglio di vittimizzazione secondaria, un fenomeno che purtroppo sta coinvolgendo un numero sempre maggiore di donne. Bisogna ascoltare le ragioni di Frida e intervenire per garantire il diritto a essere mamma e, allo stesso tempo, occorre un profondo processo di revisione del testo della legge sul riconoscimento». «Si tratta di tutelare una bambina e sua madre che a questo punto rischiano la separazione, com’è già accaduto in molti casi simili. – aggiunge il Movimento per i diritti delle donne – Ci sono problemi evidenti anche nella riforma Cartabia che non vanno nella direzione dell’interesse della protezione dei minori».
Ma gli appelli arrivano anche in Comune di Venezia con Monica Sambo, consigliera comunale Pd: «Questo è uno dei 36 casi esemplari di vittimizzazione secondaria da parte delle istituzioni. Da tempo abbiamo chiesto al sindaco di Verona, Luigi Brugnaro, di incontrare questa mamma, anche perché il Comune è sempre stato coinvolto in questi anni nella vicenda. Oltre alle dichiarazioni per il contrasto alla violenza contro le donne, ci vogliono anche i fatti».
Da il manifesto – No, non farò la cronaca della manifestazione, di cui peraltro non so neppure chi siano stati gli oratori ufficiali, perché a piazza del Duomo, pur essendo stata presente per sei ore nel corteo, non ci sono neppure arrivata, tanta era la folla che aveva riempito mezza città. Della redazione del giornale a Milano ce ne erano tantissimi, tutti dietro lo striscione del manifesto, fieri di aver dato alla consueta celebrazione milanese del 25 aprile, come fu trent’anni fa, uno slancio particolare. Scrivere spetta a loro.
Certo raccontare mi sarebbe piaciuto, perché a un evento così non capita sempre di partecipare. È stata infatti una manifestazione non solo enorme, ma partecipata nella sua stragrande maggioranza da una generazione nuovissima, mai vista prima: dai quindici anni (tanti studenti medi) ai venticinque, proprio giovanissimi.
È davvero un fatto politico nuovo: in particolare sulla guerra, ma non solo, i ventenni tornano ad affacciarsi sulla scena. Credo sia perché avvertono che siamo ad un mutamento epocale del mondo e sono spinti a mobilitarsi. A modo loro, naturalmente. Sono allegri, lungo il percorso a migliaia hanno ballato al ritmo della formidabile musica installata sull’enorme carro dell’Arci e offerta dal suo famoso circolo La Magnolia.
Chi sono? Per chi votano? O meglio, vanno a votare? Non lo so, i più non erano nemmeno aggregati attorno a bandiere che esibiscono l’appartenenza, sciolti. A guardarli mi viene ancora più da ridere di quanta ormai me ne viene il lunedì sera quando La7 comunica i dati del settimanale sondaggio: Fratelli d’Italia +0,07, PD -0,02, 5S o Calenda cifre di analoga rilevanza. E poi nella settimana successiva tutti i politologi impegnati a spiegare i profondi mutamenti della società italiana a partire da quegli zeri, senza nessuno che ci informi davvero su cosa pensa il 60% di giovani che pure nella politica si impegna.
Scrivo, comunque, perché a questa giovane forza politica emergente vorrei raccomandare due cose:
1) state attenti, oltre che al fascismo ufficiale, anche all’antifascismo sbandierato da chi se ne serve come copertura per proprie assai simili magagne. Non faccio nomi, ma consiglio di fare attenzione.
2) credo sia utile ricordare sempre che la guerra partigiana italiana è stata assai diversa da quella di molti altri paesi occupati dai nazisti. La più parte di loro, a cominciare dalla Francia e dalle monarchie nordiche, hanno combattuto con le spalle coperte dalla legittimità dei governi che erano stati sconfitti e in nome dei quali la Resistenza del paese combatteva. In Italia i nostri ragazzi sono andati in montagna senza sapere cosa davvero fosse la democrazia e l’antifascismo, e senza nessuno che coprisse loro le spalle. Un azzardo incalcolabile. Ecco, oggi ce ne vuole altrettanto per fare quanto è indispensabile: cambiare il mondo. È difficile, lo so. Ma stasera sono così ottimista che penso ce la potranno fare.
Da Avvenire – Resistere alla fine del mondo. Dover restare vivi, mentre la vita di prima esplode e scompare. È quello che è toccato a papà Massimo il 31 luglio 2017, quando sua figlia Alba Chiara, ventidue anni, è stata ammazzata a colpi di pistola dal suo ex fidanzato Mattia a Tenno, in Trentino. Che poi a sua volta, con la stessa pistola, s’è tolto la vita. La coppia perfetta, il ragazzo più bravo della scuola e del paese lui, la ragazza più bella e intelligente lei. Amici dall’asilo, fidanzati dall’adolescenza, considerati come figli dai genitori l’uno dell’altra. Una storia simile a quella di Giulia Cecchettin, solo che nel 2017 – sembra passato un secolo – all’Italia i femminicidi facevano meno effetto. È servito tempo, perché nell’opinione pubblica montasse l’indignazione per la violenza di genere e la logica patriarcale che ha portato alla mobilitazione e alle proteste dello scorso inverno in tutto il Paese. Ed è servito tempo perché nella minuscola Tenno, che ha la popolazione di un condominio d’una grande d’una città, la fine di Alba Chiara fosse chiamata col nome di femminicidio e non di “disgrazia” o “incidente”. Massimo Baroni ripercorre quei mesi ancora visibilmente commosso: «La storia finì sui giornali. Il sindaco si dovette dimettere perché il consiglio comunale non riusciva ad accettare che mettessimo una stele o una targa con su scritto semplicemente che Alba Chiara era stata uccisa in quanto donna. Uccisa da un uomo perché in quanto donna aveva preso una decisione».
È diventato a suo modo femminista, questo padre che divide il suo tempo tra i turni in fabbrica e l’associazione che ha dedicato a sua figlia e che di lei porta il nome, conosciuta e attiva in tutto il Trentino. Perché dopo quella prima resistenza, al lutto e all’oltraggio, Massimo ha deciso che anche Alba Chiara doveva resistere, col suo messaggio, i suoi sogni, il significato della sua vita e della sua morte: «Non sono diventato psicologo ovviamente – spiega ridendo –, né sociologo. Non so spiegare il patriarcato o i rapporti fra uomini e donne, ma sono fermamente convinto che la sua storia vada raccontata insieme a quella di tutte le donne che vengono uccise, a cominciare da quelle a cui tocca questa sorte in Alto Adige». Le conosce per nome, le elenca tutte soffermandosi su Celine, che di anni ne aveva ventuno, ed è stata uccisa a Silandro ad agosto: «Non se ne parla già più, nessuno ricorda la sua storia. Sento di doverla raccontare io, è il motivo per cui la cito durante tutti gli incontri a cui partecipo». Papà Massimo vuole essere la voce delle vittime, ma vuole anche alzare la voce coi carnefici, «perché è soprattutto agli uomini che spero servano gli incontri, i laboratori e le attività che organizziamo. Io ne esco sempre cambiato, tornando a casa metto sotto la lente i miei comportamenti e ne riconosco i limiti, riconosco i limiti del nostro modo di amare, l’incapacità di esprimere il nostro disagio che può trasformarsi in violenza. Ma la violenza non è un destino».
Così donne e uomini si raccontano e si misurano nelle serate e negli eventi organizzati dall’Associazione Alba Chiara, in particolare con l’iniziativa del Festival Eutropia, «che è il nome della città delle connessioni di Calvino ed è il tentativo che vogliamo mettere in campo di intrecciare e ricostruire relazioni sane tra maschile e femminile». A cominciare dal supporto agli sportelli e ai centri antiviolenza del territorio, che negli ultimi anni si sono moltiplicati. Ma la resistenza continua: «Il 2 maggio voteremo per la Commissione provinciale Pari opportunità con tutte le 18 associazioni presenti sul territorio e impegnate in questo campo. Io sarò, purtroppo, l’unico uomo presente». La sfida è che gli uomini cambino, che facciano propria la battaglia per i diritti delle donne. «Come dovrò insegnare a mio nipote». A inizio anno è arrivata la notizia che Aurora, la sorella minore di Alba Chiara, è incinta: «È un maschietto. Lo educheremo ad essere diverso».
Quando le donne si sono impegnate nelle battaglie le vittorie sono state vittorie per tutta la società. La politica che vede le donne in prima linea è politica d’inclusione, di rispetto delle diversità, di pace. (Tina Anselmi)
Buona festa!
La redazione del sito
Da sinistra a destra:
– Ebe Bavestrelli, Antonietta Romano Bramo (Fiamma), Claudia Ruggerini (Marisa), Lia Bellora (soprabito bianco), Tina Anselmi (Gabriella)
– Maddalena Cerasuolo (Maria Esposito), Marisa Ombra (Lilia), Lia Galeotti Bianchi (Lia), Rina Ferrè, Gruppo donne
– Audrey Hepburn, Leda Antinori, Faccia della pace (Picasso), Carla Capponi (Elena), Enrichetta Alfieri
– Gina Borellini (Kira), Onorina Brambilla Pesce (Nori), Maria Antonietta Moro (Anna), Norma Pratelli Parenti, Irma Bandiera (Mimma), Gruppi di difesa della donna.

Da Facebook – Cápito su Quarta Repubblica a dibattito iniziato. Si parla di Neolingua e scopro che la Zanichelli, per essere inclusiva, ha pubblicato un libro di testo per la Scuola nel quale la desinenza di genere è sostituita dalla chiocciola o dalla schwa o dall’asterisco. “Uscit@ di casa”. La schwa non c’è sulla tastiera. Provate a leggere questa Neolingua o a parlarla. Confusione simbolica massima. La discussione è accesissima e mi fa fare alcune riflessioni. C’è un dato evidente e visibile, l’umanità è composta di donne e di uomini che, al di là del loro orientamento sessuale, sono senza dubbio donne e uomini. Per secoli tale realtà è stata ben simbolizzata dalla lingua. Nella lingua italiana ci sono genere femminile e genere maschile, senza considerare l’orientamento sessuale per il quale vi sono parole specifiche, lesbiche, omosessuali, transessuali, bisessuali, asessuali, fluidi.
Con le rivendicazioni Lgbt arriva il delirio della Neolingua. La lingua deve includere tutti i vari orientamenti sessuali. Si interviene allora a livello simbolico nel corpo della lingua così come, con le cure ormonali e gli interventi chirurgici, si interviene sul genere dei corpi, modificandoli. I corpi fisici però oppongono ai deliri inclusivi la concreta realtà dei cromosomi, per cui anche un transessuale resta uomo e donna, conservando cromosomi, organi, scheletro e muscolatura del sesso originario. Nella Neolingua invece tutto diventa indistinto e si produce solamente una regressione simbolica, contravvenendo a una delle regole fondamentali di ogni lingua, la lingua deve servire a fare chiarezza non a far precipitare nell’indistinto.
Da il manifesto – Estela De Carlotto: laurea honoris causa all’università Roma Tre per la “nonna più famosa dell’Argentina” che non ha mai smesso di chiedere “verità e giustizia” per i desaparecidos della dittatura e oggi si trova nel mirino del presidente Milei
Se nel suo paese la vicepresidente Victoria Villarruel l’ha definita «un personaggio sinistro», in Italia Estela de Carlotto, presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo, ha ricevuto invece un importante riconoscimento: in quella che lei considera la sua seconda patria (suo marito è di Arzignano, in provincia di Vicenza), l’Università Roma Tre le ha conferito mercoledì la laurea honoris causa in Lingue e letterature per la didattica e la traduzione per l’impegno a favore del diritto all’identità anche in ambito letterario-drammaturgico.
Un’occasione per denunciare gli attacchi governativi alle politiche di “Memoria, verità e giustizia”, ma anche per raccontare la lotta delle Abuelas e la loro gioia per il ritrovamento di 137 nipoti sottratti all’oblio della dittatura, uno dei quali, il n. 114, è proprio suo nipote Guido: il figlio della sua primogenita Laura, sequestrata nel 1977 mentre era incinta di tre mesi, rinchiusa nel centro di detenzione clandestino La Cacha, a La Plata, e poi assassinata, all’età di ventitré anni, due mesi dopo il parto. È di tutto questo che abbiamo parlato con la nonna più famosa dell’Argentina, che giovedì è stata ricevuta in udienza dal papa, «un argentino di grande valore – ha sottolineato – per tutto ciò che fa per il nostro paese e per il mondo intero».
Che clima si respira oggi in Argentina?
Sono passati appena quattro mesi dall’insediamento di Milei e c’è una profonda ribellione sociale. Non c’è violenza, ma le proteste sono innumerevoli e permanenti, malgrado la repressione e il divieto per i manifestanti di occupare le strade. La cosa più grave è che stanno licenziando un sacco di gente, che 15mila persone si sono ritrovate di colpo senza un impiego. Cercatevi un altro lavoro, viene loro detto. Ma quale? Ma dove, se il lavoro non c’è? Alcuni anziani dicono: a me manca solo un anno per andare in pensione! Non importa. La gente arriva sul posto di lavoro e non la fanno entrare. Nemmeno una parola di spiegazione. È brutale, inumano.
Il governo taglia persino i fondi per le mense popolari.
Già. Che si organizzino, che si mettano a lavorare, dicono. E di nuovo mi chiedo: ma dove? Si tratta di gente molto umile, che non ha terminato neppure le scuole primarie. No hay plata, mancano i soldi, è quello che il presidente ripete più spesso. Però evidentemente per alcune cose il denaro si trova. Milei ha vinto, ed è dunque il presidente legittimo, ma non è il padrone dell’Argentina. Il sovrano è il popolo, sia quello che lo ha votato, sia quello che non l’ha votato. E il presidente deve fare quello di cui il popolo ha bisogno. Non chiediamo neppure che si dimetta: quello che ho detto io, e che non gli è per niente piaciuto, è che, avendo fatto tante promesse, ora deve mantenerle. Altrimenti deve andarsene. Una persona che promette e non mantiene è un bugiardo.
Quanto è difficile per voi Madri e Nonne di Piazza di Maggio continuare la vostra ricerca sotto un governo negazionista come quello di Milei?
Continuiamo a lavorare, noi e gli altri organismi per i diritti umani, per ottenere verità e giustizia. E perché non si perda la memoria. Il presidente dice che mentiamo, che non è vero che ci siano 30mila desaparecidos. E peggio ancora la vicepresidente Villarruel, che è figlia di militari. Ma tutto è stato dimostrato, tutto è documentato: nomi e cognomi, la lista dei campi di concentramento, i voli della morte… Tutte queste atrocità non si cancellano perché un presidente dice: «No fueron 30.000». Se ci mancano di rispetto dicendo che i nostri figli erano assassini, è gioco facile per noi dimostrare che gli assassini sono loro. In ogni caso, la nostra ricerca non si fermerà: vogliamo trovare i 300 nipoti che mancano all’appello. E che possono trovarsi in qualunque parte del mondo.
La vicepresidente Villarruel ha parlato di lei come di un personaggio «piuttosto sinistro». Le ha risposto?
No, non ne vale la pena. La gente mi conosce, sa che in 47 anni non abbiamo mai pronunciato discorsi d’odio, non abbiamo mai voluto vendetta. Chiediamo solo verità e giustizia. E se abbiamo lavorato durante la dittatura correndo grandi pericoli, non ci facciamo certo intimidire oggi.
Com’è il tuo rapporto con tuo nipote Guido?
Ogni giorno ci conosciamo meglio e ci vogliamo più bene. E ora sono felice, perché la famiglia è completa. Che emozione incredibile quando mi hanno detto che lo avevano trovato!
Una signora un giorno aveva confidato a sua moglie che era stato adottato. Quando lui lo aveva saputo, si era chiesto: non sarò figlio di desaparecidos? E guardando la televisione, dove in quel momento parlavo io, aveva fatto una battuta: perlomeno che sia lei mia nonna! Quindi era venuto alla Conadi (la Commissione nazionale per il diritto all’identità, nda), dove lavora mia figlia Claudia, e si era sottoposto al test del Dna.
Da il manifesto – A Ravenna un Istituto conserva vite e immagini delle staffette partigiane. Tessere di un mosaico che racconta il coraggio, i sogni e le speranze di emancipazione. Andate deluse nel dopoguerra
Milioni di vite dormono all’interno degli archivi storici. Dentro pile di cartelle, cassetti cigolanti e burocrazia scoraggiante. Questa volta però ne abbiamo svegliate alcune: quelle delle donne partigiane romagnole che durante la guerra ai nazifascisti agivano nelle campagne del ravennate. Possiamo farlo grazie al lavoro dell’Istituto storico della Resistenza e dell’Età contemporanea di Ravenna e provincia.
È un mosaico che prende forma, quando apriamo la cartella «Biografie di staffette» dell’Archivio dell’Istituto di Ravenna, che dei mosaici, tra l’altro, è la regina. Fatto di tante tessere, o meglio di foto-tessere, ognuna collegata a un documento scritto che ripercorre dettagliatamente le azioni nella guerra di liberazione. Era così che le partigiane e i partigiani chiedevano, dopo la guerra, il sussidio dello Stato per avere fatto parte della Resistenza. Per ottenere il riconoscimento serviva aver usato le armi in combattimento. Molti partigiani hanno potuto dimostrare facilmente la propria partecipazione ad azioni armate. Per le donne è stato un po’ più complicato. Ne abbiamo parlato con Laura Orlandini, ricercatrice presso l’Istituto.
Questi documenti sono in fondo atti burocratici, eppure sono ricchi di dettagli, come mai?
Sono vere e proprie biografie, compilate nel primissimo dopoguerra dalle sedi del Partito Comunista e dell’Anpi sparse nella provincia. L’obiettivo era probabilmente la richiesta di sussidio, lo ottenevano solo le staffette direttamente collegate alle brigate che dimostravano di avere compiuto azioni di carattere militare, ovvero se avevano trasportato armi o direttive strategiche. Le attività di resistenza civile delle donne, come la laboriosa opera di sostegno alle brigate, il recupero di cibo e indumenti, la rete organizzata di accoglienza e rifugio dei partigiani nelle proprie case, ma anche le azioni di protesta pubblica, sono state dimenticate. Derubricate talvolta, nel discorso pubblico, come parte dell’opera di cura che spetta “naturalmente” al ruolo femminile. Invece ognuna di queste azioni aveva origine da una scelta, consapevole e rischiosa, e cosciente della propria forza.
Quali tipo di informazioni si possono dedurre dalle fotografie e dalle biografie?
Ogni coppia biografia-foto è un minifilm: alcune sono estremamente dettagliate, altre molto più telegrafiche, quasi dei flash. In questi casi, a volte colpisce come poche semplici parole riescano a descrivere le situazioni estreme che vivevano quotidianamente, come ad esempio una biografia dove c’è scritto che la persona «ha più volte sfidato la morte, risolvendo sempre i compiti che le venivano affidati». Le fotografie invece sono diverse: alcune sono in posa, ritratti curati da studio fotografico, altre invece sono foto private, scattate nel giardino di casa o in una piazza. C’è un esempio molto interessante: sul retro dell’immagine, c’è scritto «per essere sempre ricordata tua», era quindi una foto destinata ad una persona amata, ma poi chissà per quale ragione dovuta alla guerra, si è ritrovata tra queste biografie.
C’è anche un altro tipo di documento che accompagna in maniera parallela le storie di queste donne partigiane, ovvero i volantini dei Gruppi di Difesa della Donna, che sono anch’essi conservati nel vostro archivio. Di che si tratta?
I Gruppi di Difesa della Donna erano un’organizzazione che univa tutte le donne in lotta contro il nazifascismo. Parte integrante del C.L.N, la loro storia è stata completamente dimenticata dalla storiografia sulla Resistenza fino a pochi anni fa. Le donne che aderivano volevano comunicare con tutte, distribuivano i loro volantini alle contadine, alle massaie, alle operaie, invitandole a protestare contro le requisizioni alimentari e la violenza dell’occupante. Stupisce leggere come, insieme alle rivendicazioni della lotta di Liberazione, si parlasse già di parità di salario, del congedo di gravidanza dal luogo di lavoro e della libertà di scelta per la professione. Si parlava, insomma, di democrazia e partecipazione. Non si tratta di chiedersi cosa hanno fatto le donne per la Resistenza, ma riconoscere che c’è stata una Resistenza delle donne, che partiva da presupposti e obiettivi diversi e che ha portato avanti istanze di emancipazione. Come si legge in uno di questi volantini «rivendichiamo il nostro posto nella vita sociale, facciamo sentire la nostra voce: anche noi vogliamo partecipare attivamente nei Comitati di Liberazione Nazionale e nelle Giunte Popolari».
E dopo la guerra che ne è stato?
La maggior parte delle donne che avevano preso parte alla resistenza civile durante la guerra non hanno avuto altra strada se non rientrare nella vita quotidiana nel ruolo che gli era stato assegnato dalla famiglia patriarcale con al vertice il capofamiglia. Il sogno di cambiare il mondo, avuto durante la Resistenza, non ha trovato spazio nella realtà. Non bastava la fine della dittatura fascista per superare una mentalità che resisteva da secoli e mentre mariti e compagni di partito riprendevano il loro spazio, le donne si trovavano a combattere una battaglia molto più dura e lunga, in una società che continuava ad affidare loro tutto il peso della cura dei figli e della casa. Rare sono state le eccezioni. Ma quell’esperienza è stata per molte la scoperta della propria forza: generazioni successive avrebbero raccolto quel seme.
Da il Corriere della Sera – Negli ultimi quattro mesi sull’Economist sono uscite due inchieste ampie e documentate intorno ai costi della maternità sulle carriere femminili: sarà che il trauma pandemico causato dalla chiusura nella propria intimità ha fatto riemergere prepotentemente l’esigenza di tornare su vecchie questioni, fra cui il celebre quesito femminista «a che cosa vogliamo – e possiamo – dire sì, in quanto donne e madri?».
I dati delle inchieste sono fin troppo chiari: a causa della child penalty, le donne (quando va bene) faticano a rientrare al lavoro. Le loro carriere subiscono una vera e propria caduta fatta di rinunce, rallentamenti, retromarce, deviazioni, scelte coatte. Questo accade ben oltre i periodi di maternità obbligatoria e i congedi parentali di vario genere. Anche quando, apparentemente, il lavoro (inteso come incarico formale giuridicamente regolamentato) resta in piedi, l’identità delle professioniste-madri subisce decelerazioni entrando in una crisi permanente fatta di calcoli (molte chiedono il part-time, se ne hanno diritto), (s)bilanciamenti, (dis)investimenti, quiet-quitting (lavorare cioè solo nei modi e tempi indicati dal contratto, senza assumersi nuove o straordinarie responsabilità).
Così la child penalty si identifica con il suo correlato più naturale: la motherhood penalty. Tutto ciò, naturalmente, appesantendo la propria esistenza con sensi di colpa e relativi traumi inflitti a sé stesse, ai coniugi, alla prole. Della serie: «Avete voluto la bicicletta…». Secondo gli studi pubblicati dall’Economist, lo scarto fra le carriere maschili e le carriere femminili è spiegabile, per molti Paesi, con l’accesso differenziato alla formazione e con varie forme di discriminazione di genere sui luoghi lavoro.
Ma nel “mondo ricco” le donne studiano quanto e spesso più degli uomini, e la caduta delle carriere si spiega quasi esclusivamente con i costi economici, di tempo e di lavoro mentale della cura dei figli. Si torna sempre lì: gli asili nido, le scuole, i periodi di malattia, insomma il refrain della bicicletta e della pedalata che ci siamo scelte e volute. I dati sono incontrovertibili e l’unica cosa certa in tutta questa vicenda è che maternità e lavoro viaggiano su binari spesso divergenti: a partire dal bene più scarso di cui disponiamo, il tempo, ogni giro di lancetta va ponderato fra esigenze del mondo (le riunioni delle 18.00) ed esigenze del nido (quell’eroica pulsione a governare la quotidiana Guernica in cui abitiamo fra le 17.00 e la nanna).
Come uscirne? Studi della London School of Economics e di Princeton, che riprendono le analisi di Claudia Goldin, Nobel per l’Economia proprio su questi temi, parlano chiaro: le promozioni e gli avanzamenti in carriera possono tornare a essere una realtà anche dopo i figli solo cambiando completamente l’assetto del lavoro di cura e mettendo all’ordine del giorno il tema sacrosanto della riproduzione sociale, cioè valorizzando al massimo la riproduzione biologica come motore che permette l’avanzamento della società e della storia. Sì, ma come, se l’unico traguardo sembra la quadruplicazione dei nonni e delle nonne (quando ci sono) o la rincorsa disperante a baby-sitter, associazioni, amici della domenica?
Ripartiamo da due temi.
Primo, appunto: la riproduzione sociale. I figli che costano tanto alle madri sono solo delle madri (e dei padri e dei nonni)? La metafora della bicicletta è molto utile proprio perché è sbagliata. Un figlio non è un vezzo o un capriccio, ma è un progetto individuale perché sociale e sociale perché individuale. È un esempio perfetto della celebre corrispondenza fra personale e politico. Se si assume questo punto di vista, allora la genitorialità potrebbe essere valorizzata non solo con premi nascita o bonus nido, che sono sempre contingenti e non sono mai abbastanza, ma come un tassello fondamentale e produttivo nella vita delle donne e delle famiglie intere.
Si potrebbero inoltre valorizzare le forme di socializzazione che trascendano la famiglia tradizionale ampliata ai soli nonni (o agli zii e ai cugini). È il modello relazionale del mondo contadino, sostenibile economicamente e soprattutto psicologicamente a tutti i livelli famigliari.
Secondo tema: ci chiediamo abbastanza da dove vengano tutte le nuove forme di nevrosi della casalinga? Negli anni Sessanta (e anche prima), le forme compulsive e i disordini di cui soffrivano molte donne erano spiegabili con l’imposizione di un modello per cui certe mansioni erano rese obbligatorie e inevitabili e costituivano una norma vera e propria che a volte veniva repressa e si ripresentava sotto forma di fissazioni per il lavoro di cura, ma anche di depressione post-parto e di altri disordini legati alla vita del nido, come un linguaggio violento verso i figli. Oggi i disordini mentali che accompagnano la caduta delle carriere (a volte la causano, altre volte la seguono) sono nuovamente l’esito di un corto circuito: perché paragonare le carriere femminili a quelle maschili? A chi giova questa comparazione? Certamente non alle donne.
Qualche anno fa la Libreria delle donne di Milano ha pubblicato dei testi sul “doppio sì”, un sì alla maternità e un sì al lavoro, per immaginare il lavoro come uno dei nuclei dell’esistenza e non come spazio alternativo alla cura. Il progetto era ribaltare il ruolo materno tradizionale come “ostacolo” da un lato e rappresentazione dell’angelo del focolare dall’altro, per mettere invece al centro una rivendicazione sacrosanta e apparentemente antieconomica: e se le donne volessero stare vicino ai figli? Se fosse invece un gesto di libertà femminile, ancestrale quanto partorire, quello di voler rallentare finché il nido non si è svuotato? Questo sarebbe possibile, naturalmente, solo affermando una gerarchia di valori in cui la relazione madri-figli non venisse ignorata, ma al contrario valorizzata come fondativa dell’esperienza di una persona adulta.
Evidentemente, invece, se il modello dominante è la giornata di otto ore (almeno), con tanto di call, trasferte e accelerazioni a ogni ora, tutto ciò che si discosta da quel modello dominante rientra nella crisi e nella narrazione della caduta che un po’ è presente anche nelle inchieste dell’Economist. Se a questo aggiungiamo il ritorno, potente, del modello di gravidanza, parto e allattamento ultra-naturali, ultra-vincolanti, ebbene, l’ennesimo corto circuito dell’equilibrio neoliberale è innescato. In inglese si dice it takes a village to raise a child: per crescere un bimbo serve un villaggio intero. Tornerei, e in fretta, a guardare alla riproduzione come gesto sociale e politico, liberando le madri dall’ennesimo fardello perfezionista e disumano per cui non si è mai abbastanza, quando si è già tantissimo.
(*) Angela Condello è docente di Filosofia del diritto all’Università degli Studi di Messina
Da La Valigia Blu – I dissidenti in Russia non hanno vita facile, e la situazione sembra solo peggiorare. Il 22 marzo scorso, la Russia è stata vittima di un feroce attacco terroristico. L’attacco, durato in totale 18 minuti, ha causato 139 vittime. Nonostante la rivendicazione dell’attacco da parte dell’ISIS-Khorasan, il ramo dell’organizzazione terroristica attivo principalmente in Afghanistan e nel Caucaso, il presidente russo Vladimir Putin non ha esitato a strumentalizzare quanto accaduto alludendo a possibili responsabilità da parte ucraina. Per quanto riguarda la politica interna, conseguenza immediata dell’attentato è l’inasprimento del governo russo nei confronti delle questioni relative alla sicurezza.
Le leggi russe relative al terrorismo sono state a lungo un’arma efficace contro il dissenso. Infatti, la legge sul terrorismo varata nel 2006, così come quella sull’estremismo, è stata spesso strumentalizzata per sopprimere il dissenso e controllare il dibattito pubblico, lasciando poco spazio a istanze di opposizione.
Sono 3.738 le persone condannate ai sensi della legge contro il terrorismo nel periodo che va dal 2013 al 2023. Ma tanti sono anche i casi antecedenti a quella data. Tra questi c’è la storia di Ivan Astashin, attivista per i diritti umani che per anni si è battuto contro gli abusi in divisa e contro le condizioni disumane imposte nelle carceri russe. Nel 2009, Ivan lanciò una molotov contro una stazione dell’FSB, il servizio di sicurezza federale russo. Il gesto, più simbolico che realmente tattico, non causò vittime né feriti, né danni sensibili agli uffici: si limitò a rompere una finestra. Ciononostante, Ivan fu accusato di terrorismo e condannato a tredici anni di carcere. Anche in virtù della propria esperienza, Ivan si è impegnato nell’attivismo a tutela dei diritti umani, e a raccontare la tragica situazione delle carceri russe, in cui gli abusi in divisa sono all’ordine del giorno e i dirittihttps://www.rivistastudio.com/sheila-heti-intervista/ dei detenuti sono sistematicamente lesi.
Ivan Astashin è uno dei protagonisti di La Russia che si ribella. Repressione e opposizione nel Paese di Putin (Altreconomia) , libro scritto a quattro mani dalla scrivente e da Federico Varese [. Astashin è uno dei cinque oppositori del regime di Putin di cui abbiamo raccontato le vicende: i protagonisti del libro sono persone reali, che si sono raccontate in lunghe interviste ripetute a distanza di mesi, così da coprire un arco temporale vasto e sensibile ai cambiamenti che la Russia ha attraversato dal lancio dell’invasione su larga scala scala dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022. Ogni storia svela un aspetto specifico della società russa, e soprattutto di cosa vuol dire essere dissidenti nel Paese di Putin.
Apriamo il volume con la storia di Ljudmila, una blokadnica (dal russo blokada, “assedio”), vale a dire una sopravvissuta all’assedio di Leningrado (1941-1944). In risposta all’invasione dell’Ucraina, Ljudmila è scesa in strada a manifestare contro la guerra, ed è stata arrestata nonostante l’età avanzata. Ljudmila racconta degli scambi che ha avuto con i giovani soldati. Lei che la guerra l’ha vissuta davvero e ne ha sofferto gli orrori sulla propria pelle ha spiegato, con comprensione e umanità, come la retorica bellicista di Putin, fondata sulla mitizzazione della vittoria sovietica nella Seconda guerra mondiale, sia un dispositivo per giustificare altrettanti orrori, anziché per rendere omaggio agli eroi del passato.
La seconda storia del volume ci porta invece in periferia, nelle campagne moscovite, dove padre Ioann, un pope ortodosso, è stato arrestato per aver denunciato i crimini russi in Ucraina durante un’omelia a una platea di dodici persone. La storia di Ioann rivela come la Chiesa ortodossa russa sia un importante alleato politico del Cremlino, sposandone le politiche violente e imperialiste e diffondendo propaganda bellicista tra i fedeli. L’assurda storia di Ioann, però, ci ricorda anche come sia sempre più difficile trovare spazi sicuri nella Russia di oggi: i delatori possono nascondersi anche fra una platea di una manciata di persone in un villaggio di campagna.
Grigorij Judin è la terza figura chiave del libro. Ricercatore e docente, con lui svisceriamo le difficoltà di sondare l’opinione pubblica nella Russia di Putin e, in generale, in contesti non democratici. Numerosi studi dimostrano come i sondaggi possano essere influenzati molte variabili, che in contesti non democratici acquisiscono peso maggiore: la formulazione delle domande, il luogo e il momento in cui vengono poste, la familiarità dei partecipanti con l’argomento in questione, la misura in cui essi si sentono liberi di esprimere la propria opinione in sicurezza, l’ente che conduce il sondaggio, e così via. In questo scenario fumoso è difficile misurare il consenso popolare di un regime, e quindi rispondere a una domanda che dal lancio dell’invasione su larga scala ha impensierito molte persone in Russia e non: quanto di quello che sta succedendo in Ucraina è colpa di ciascun cittadino russo? La questione chiama in causa i concetti di colpa e di responsabilità collettiva, e la relazione di accountability che lega governanti e governati, ossia il vincolo di responsabilità bidirezionale degli uni verso gli altri.
A chiudere il volume c’è la storia di Doxa, rivista indipendente nata in seno alla Higher School of Economics, ateneo moscovita di fama liberale, raccontata da Katja, redattrice. La parabola di Doxa e del collettivo di ragazze e ragazzi che la animano mostra il tentativo da parte delle autorità russe di soffocare il dibattito politico all’interno delle università, ma anche di imporre un modello di giornalismo “neutrale”, che in questo contesto significa non critico nei confronti del potere. Di erodere, dunque, spazi che storicamente sono stati culle di dibattiti, cambiamenti e rivoluzioni.
Il filo rosso che lega le storie di Ljudmila, Grigorij, Ioann, Ivan e Katja sono le tattiche di resistenza quotidiane di chi si trova a lottare in un paese in cui fare opposizione è pressoché impossibile. Il processo storico che ha attraversato la Russia dal crollo dell’URSS ai giorni nostri, infatti, ha fatto sì che il paese si ritrovi ad oggi privo di infrastrutture che possano canalizzare il dissenso entro un fronte coeso, e fare opposizione sistematica al Cremlino. Questa situazione non è dettata dal caso, ma dalla combinazione di circostanze preesistenti l’ascesa di Putin, e dalla precisa volontà di Putin di esacerbare una situazione non favorevole allo sviluppo democratico della società civile sin dal suo primo mandato presidenziale. Analizziamo nel dettaglio la questione in un saggio conclusivo, a cui seguono poi due appendici. Nella Cronologia elenchiamo nel dettaglii i momenti fondamentali della dialettica fra opposizione e repressione dal duemila ad oggi. Nel Glossario della resistenza, invece, illustriamo metodi alternativi che cittadini e cittadine russe hanno escogitato per continuare a esprimere il loro dissenso in un contesto così soffocante.
Con La Russia che si ribella ci siamo posti l’obiettivo di mostrare dinamiche interne alla Russia di Putin che spesso rimangono lontano dalle cronache giornalistiche. Attraverso le voci dei nostri intervistati, abbiamo voluto mostrare le difficoltà e le sfide che attendono quella parte di popolazione che non si trova d’accordo con le politiche del Cremlino, e le soluzioni che sono state trovate per farvi fronte. Osservando da vicino le esperienze molto diverse fra loro di cinque dissidenti, il volume rivela passo passo i nodi e i dilemmi fondamentali della popolazione contraria al regime di Putin, facendo luce sul volto di una Russia che difficilmente si riesce a scorgere oltre le maglie della repressione putiniana.