da Doppiozero
«Anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra fragilità essenziale: col potere veniamo a patti, volentieri o no, dimenticando che nel ghetto siamo tutti, che il ghetto è cintato, che fuori dal recinto stanno i signori della morte, e che poco lontano aspetta il treno.» Primo Levi, I sommersi e i salvati
«Se la solidarietà del genere umano deve essere basata su qualcosa di più solido della giustificata paura riguardo alle demoniache capacità dell’uomo, se la nuova e universale vicinanza di tutte le nazioni deve avere come risultato qualcosa di più promettente del terrificante aumento di odio reciproco e di una alquanto generale irritabilità di tutti contro tutti, allora deve verificarsi su scala macroscopica un processo di reciproca conoscenza e di crescente comprensione di sé.» Hannah Arendt, Humanitas mundi
Un duplice esergo, che segue una dedica: «A PalFest e JVP, due fari», dove abbreviazione e acronimo stanno per Palestine Festival of Literature e Jewish Voice for Peace.
Si apre così Il mondo dopo Gaza (tr. it. di Tiziana Lo Porto, Guanda 2025), saggio storico e politico in tre parti più un prologo e un epilogo fulminanti, pubblicato simultaneamente negli Stati Uniti, in Inghilterra, Germania, Spagna, Italia. Ne è autore il saggista e narratore indiano Pankaj Mishra, noto in Italia per i romanzi I romantici (Guanda 2020) e Figli della nuova India (Guanda 2023) e per le sue collaborazioni con le principali testate angloamericane – “Guardian”, “London Review of Books”, “New York Times”, “New Yorker” – e il settimanale italiano “Internazionale”. Nonostante la sua densità e la sua multidisciplinare erudizione, lo si legge in un soffio, come se la passione e la magnifica penna narrativa di Mishra, il suo sguardo acuto e sghembo di “osservatore distante”, la sua dichiarata alterità culturale producessero nel lettore occidentale quel tipo di spaesamento fertile che si prova quando ci si scopre non più detentori assoluti della visione e dunque dell’interpretazione.
Pankaj Mishra conosce perfettamente la storia occidentale, l’ha studiata, letta, osservata, potremmo dire che l’ha vissuta sulla propria pelle come cittadino di un paese che è stato colonia dell’Impero britannico fino al 15 agosto del 1947, giorno in cui fu proclamata l’indipendenza e sancita la partizione del subcontinente indiano in due stati sovrani, il Pakistan (poi Repubblica islamica del Pakistan) e l’Unione dell’India (poi Repubblica dell’India).
La sua dunque è una “posizione eccentrica”, che gli permette di non impigliarsi nelle storie altrui, ma di riconoscersi in esse per via di comparazione, empatia e immaginazione. La sua prospettiva non è la nostra: è più ampia, meno locale. E tuttavia ciò che ha segnato il nostro orizzonte storico lo interpella al punto da farglielo sentire anche suo. Lo sapevamo, vero, che il Centro – troppo a lungo ritenuto coincidente con l’Occidente – è così autoriferito da essere cieco? È dai cosiddetti margini, la porzione più grande di mondo, che si vede con nitidezza. In questo particolare momento della storia ciò che da lì si vede deve essere assai simile a una mischia per vedere chi è il più forte.
Il mondo e Gaza, dunque. Da un lato, uno spazio geografico immenso e un’entità politica variegata, disomogenea, conflittuale; dall’altro, un’esile striscia di terra, 360 km² in tutto, oggi in via di rapido, progressivo restringimento. Una popolazione complessiva di oltre 8,2 miliardi di persone (dati aggiornati al 21 marzo 2025) contro una popolazione di 2 milioni e trecentomila persone (dati ottobre 2023), oggi falcidiata dall’operazione “Spade di ferro” condotta dalle forze armate israeliane a partire dall’ottobre del 2023 e dall’evacuazione in corso con il beneplacito dell’Occidente e dei paesi arabi.
Tra i due termini, l’autore ha scelto di collocare un avverbio di tempo: dopo. Come se Gaza non fosse un luogo, ma un evento periodizzante, uno spartiacque epocale che disegna una nuova, disastrosa cartografia. Trasformata in camera della morte, sottoposta a una radicale opera di sbancamento, la Striscia parla di un prima in via di cancellazione e di un dopo che alternativamente somiglia – per usare i termini adottati dal primo ministro di Israele e dal presidente degli Stati Uniti – a un “inferno” e a un gigantesco “cantiere”.
Per Pankaj Mishra tale scansione temporale non riguarda solo quel lembo di terra e il popolo che lo abita, bensì appunto il mondo e tutte e tutti noi. «Le mie origini indiane e il mio interesse per le società non occidentali», scrive, «mi hanno predisposto a guardare all’apocalisse razziale europea di metà Novecento insieme, piuttosto che separatamente, ad altre atrocità subite dalle minoranze e dai popoli colonizzati nell’era moderna». È questo che gli permette di individuare il «dispotismo intellettuale» che oggi governa il pensiero e le azioni delle istituzioni occidentali e di reagire scrivendo un libro il cui fine è «alleviare il mio sconcerto di fronte al degrado morale generalizzato e invitare i lettori ad approfondire, a cercare spiegazioni più urgenti che mai in questo periodo buio».
La sua è altresì una motivazione personale: non si può essere spettatori silenti e passivi della barbarie senza esserne corresponsabili. Movente e motore della scrittura sono dunque «il senso di colpa, una condizione umana diffusa dopo la distruzione in diretta di Gaza, e il dovere che i vivi hanno nei confronti dei morti innocenti».
Per capire bene la magnitudine e il coraggio dell’operazione compiuta da Mishra va detto che il suo saggio può essere letto come un romanzo di formazione: dall’originaria fascinazione per il nascente stato di Israele del 1947/48 e le sue successive imprese di conquista territoriale alla consapevolezza sempre più critica della natura coloniale del progetto sionista in terra di Palestina. «Crescendo in India negli anni Settanta», scrive Mishra, «avevo sulla parete una foto di Moshe Dayan, ministro della Difesa israeliano durante la Guerra dei sei giorni», aggiungendo subito dopo che quell’infatuazione per gli eroi israeliani «era irresistibile anche perché in India era fascinosamente illecita». Ed ecco il personale autobiografico intrecciarsi per contrapposizione all’allineamento politico dell’India di Nehru, che insieme all’Iran e alla Jugoslavia sostiene un piano per includere due stati autonomi, uno arabo e l’altro ebraico, in una Palestina federale unificata. Bocciato quel piano, l’India si unirà ai paesi asiatici e africani votando contro la Risoluzione 181 delle Nazioni Unite, che il 27 novembre 1947 approvano il Piano di partizione della Palestina, e fino al 1992 resterà saldamente dalla parte dei palestinesi e dei loro diritti di popolo usurpato.
Nella prima parte del saggio, intitolata “L’aldilà della Shoah”, Mishra indica altresì un diverso intreccio, che potremmo definire generazionale e transculturale. La sua educazione sentimentale alla storia e alla geopolitica avviene sulle stesse opere che all’epoca facevano piangere e sognare gli adolescenti d’Europa e d’America: Exodus di Leon Uris, Dossier Odessa di Frederick Forsyth, 90 minuti a Entebbe di William Stevenson. Il “discorso” fortemente persuasivo e toccante in cui l’Olocausto si inquadra a livello globale ha finito per eclissare la storia e il ruolo modernizzante giocato dagli ebrei proprio là dove sono stati sterminati, cancellandoli due volte. «Di certo», commenta Mishra, «nessun gentile poteva competere in quanto a passione per l’uguaglianza con Karl Marx, Rosa Luxemburg e Lev Trockij. In tutto l’Occidente molti tra coloro che sostenevano i diritti uguali e inalienabili dell’uomo e i concetti di legge naturale universale e sovranità popolare erano ebrei. Ma questa identificazione con il cosmopolitismo liberale e l’universalismo sociale non fece altro che contribuire ulteriormente a identificare gli ebrei con tutti gli odiati turbamenti dell’umanità».
C’è, in questa prima parte del libro, una messe di citazioni che si propongono come una sorta di bibliografia ideale – da Einstein a Freud, Arendt, Zweig, Amery, Levi, Klemperer, Musil, Bauman – contro la tentazione nazionalistica. Nel 1919 Zweig, oppositore del sionismo immaginato da Herzl, scrive: «Politicamente vedo il compito degli ebrei nello sradicare il nazionalismo in tutti i paesi». E Victor Klemperer, autore di LTI. La lingua del Terzo Reich. Taccuino di un filologo, nel 1934 annota nel suo diario: «Per me i sionisti, che vogliono tornare allo stato ebraico del 70 d. C. (distruzione di Gerusalemme da parte di Tito), sono offensivi tanto quanto i nazisti. Con il loro fiuto per il sangue, le loro antiche “radici culturali”, il loro in parte snob, in parte ottuso riavvolgere il mondo, sono assolutamente tali e quali ai nazionalsocialisti». E nel 1939 ribadisce: «Le comunità ebraiche in Germania oggi sono tutte fortemente inclini al sionismo, e a me sta bene quanto potrebbe starmi bene il nazionalsocialismo o il bolscevismo. Liberale e tedesco per sempre».
Nella seconda parte del saggio, intitolata “Ricordare per ricordare la Shoah”, Mishra affronta di petto due temi scomodissimi: da un lato, la mancata denazificazione della Germania e al contempo la sua non paradossale transizione «dall’antisemitismo al filosemitismo»; dall’altro, «l’americanizzazione dell’Olocausto». Quello che ci propone è un ragionamento sulla memoria e sulla sua strumentale manipolazione. Il nazismo, ci ricorda l’autore, oltre alla sua opera di sterminio, ha creato centinaia di migliaia di rifugiati. «Ma né il dipartimento di stato americano né il ministero degli Affari Esteri britannico desideravano salvarli. Al contrario: temevano costantemente, e lavoravano per evitarla, una situazione in cui la Germania e le potenze del suo schieramento avrebbero costretto decine di migliaia di ebrei a consegnarsi nelle mani degli Alleati.»
Ecco perché, oggi, è indispensabile indagare tanto l’aspetto morale e ideologico della simbiosi americano-israeliana quanto l’irrigidimento filoisraeliano della Germania. A che cosa e a chi giova quel patto, che non può essere solo frutto di un senso di colpa inestirpabile. Come si spiegherebbe, se no, che quei due paesi siano così ciechi e consenzienti, se non direttamente complici, del genocidio in atto a Gaza e del piano di espulsione e annessione che sta investendo la Cisgiordania? E se, si domanda Mishra, Israele facesse da testa di ponte ridisegnando la morale e indicando un futuro in cui le regole democratiche maturate nel secondo dopoguerra non valgono più? Che sia un caso che le tecniche di “contenimento” e repressione delle IDF siano migrate nelle strade dei quartieri neri e ispanici degli USA, nelle piazze della contestazione studentesca a fianco della resistenza palestinese, ai confini sempre più vigilati dell’Occidente?
Tenete d’occhio «la linea del colore», suggerisce l’indiano Mishra, e dal magma nebuloso del presente comincerete a vedere affiorare forme chiare e distinte: l’“altro”, il nemico interno ed esterno, lo straniero, l’immigrato, il richiedente asilo, colui/colei che attenta alla bianchezza e ai suoi privilegi.
Ed è su questo punto che il saggio si chiude, sull’incapacità di un Occidente sempre più inconsistente e inquieto di andare “Al di là della linea del colore”, di prendere in considerazione «che l’evento più importante del Ventesimo secolo potesse non essere la Prima o la Seconda guerra mondiale, la Shoah, la Guerra Fredda o, per estensione, il crollo del comunismo, bensì la decolonizzazione». Schematici, pigri o forse semplicemente autoriferiti, gli opinionisti occidentali della seconda metà del secolo scorso, cresciuti in «un mondo privo di scelte difficili, economiche o politiche» si sono assestati nella comoda riorganizzazione post-1945 in tre sfere geopolitiche: l’Occidente, l’Unione Sovietica e il Terzo Mondo. Attribuendo alle democrazie occidentali il ruolo di garanti della libertà e di rappresentanti della civiltà di contro a nemici totalitari o autoritari e, a partire dagli anni Novanta, irreversibilmente votati al terrorismo, parola passe-partout o chiave universale per indicare ogni forma di resistenza, insubordinazione, rivolta. Un mondo sempre più in bianco e nero, conclude Mishra, sempre più diviso in “noi” e “loro”.
Il confine tra etnie, religioni, razze è tuttavia del tutto artificiale, poroso e instabile. Per renderlo invalicabile è necessario fare un assillante lavoro di propaganda. Ed è qui, con un atto di omaggio tra i più commoventi del libro, che lo scrittore cede la parola all’autore di I sommersi e i salvati: «Primo Levi avvertiva nel suo ultimo libro che anche le testimonianze dei sopravvissuti, “al di là della pietà e dell’indignazione che suscitano”, dovrebbero essere lette con “occhio critico”», dal momento che la memoria tende a una stilizzazione e a una semplificazione eccessiva. Levi deplorava la «tendenza manichea» nei resoconti storici «che rifugge dalle mezze tinte e dalle complessità: è incline a ridurre il fiume degli accadimenti umani ai conflitti, e i conflitti a duelli, noi e loro».
Eppure quella tendenza è di nuovo tra noi ed è particolarmente insidiosa, perché nasce dalla paura, da un vero e proprio panico da “sostituzione”, come se non ci fosse spazio per noi e loro insieme. Il paradigma di Gaza non illustra proprio questo? Una furia di annientamento, contagiosa perché – ove necessario – ogni Occidente è capace di crearsi il proprio irredimibile “altro” e di attrezzarsi per sterminarlo. A questa «psicosi di sopravvivenza», che ha prodotto «i crimini di Gaza e i numerosi atti di complicità e voluta indifferenza che li hanno resi possibili», stanno oggi rispondendo, proprio nel cuore dell’Occidente, i più giovani. Feriti nell’anima da un mondo che inscena con orgoglio lo sterminio “giustificato” di bambini, donne e uomini innocenti, i ragazzi e le ragazze – ed è su questa nota che conclude Mishra – non esitano a scendere in piazza. «Non hanno fatto, e probabilmente non faranno, cambiare idea all’indurita opinione pubblica occidentale. […] Ma le manifestazioni di indignazione e gli atti di solidarietà che hanno avuto luogo in questi mesi potrebbero avere in qualche modo alleviato la grande solitudine del popolo palestinese.»
Per approfondire
Segnalo, accanto all’imperdibile libro di Pankaj Mishra, il “dopo Gaza” delineato da una serie di altre preziose pubblicazioni degli ultimi mesi:
– Raja Shehadeh, Che cosa teme Israele dalla Palestina? (Einaudi, 2024)
– Samah Jabr, Il tempo del genocidio. Rendere testimonianza di un anno in Palestina (Sensibili alle foglie, 2024)
-Jean-Pierre Filiu, Perché la Palestina è perduta ma Israele non ha vinto (Einaudi, 2025)
– Lorenzo Kamel, Israele-Palestina in trentasei risposte (Einaudi, 2025)
– AA.VV., Il loro grido è la mia voce. Poesie da Gaza (Fazi, 2025)
– Rashid Khalidi, Palestina. Cento anni di colonialismo, guerra e resistenza (Laterza, 2025)
da Emma
Il commissario Simon Häggström invita le politiche e i politici tedeschi che continuano ad avere dubbi sulla punibilità dei clienti. Ha raccontato nel suo libro “Auf der Seite der Frauen” [Dalla parte delle donne] come funziona il “modello nordico” e come lui e le sue colleghe e colleghi arrestano i clienti e proteggono le prostitute
Naturalmente gli si deve porre quella domanda, perché è l’argomento principale contro la perseguibilità del cliente, che la Svezia ha introdotto già nel 1999. «Molta gente obietta: se si punisce il cliente, la prostituzione scivola nell’illegalità e dopo la polizia non può più individuare i trafficanti di donne. Che cosa ne pensa?» chiede quindi Kerstin Neuhaus dell’associazione “AugsburgerInnen gegen Menschenhandel”1. E benché Simon Häggström abbia sicuramente risposto già migliaia di volte a questa domanda negli ultimi dieci anni, lo fa anche stasera a Bonn, una volta di più e in tutta chiarezza: «Questa è la più grande menzogna che si racconta sul “modello nordico”!».
Questa era la risposta breve. La versione lunga suona così: «La prostituzione non può sprofondare nell’invisibilità perché prostitute e clienti devono incontrarsi», spiega Häggström. Il commissario della polizia criminale svedese lavora dal 2009 nel Dipartimento Prostituzione della polizia di Stoccolma e ora ne è il dirigente. «Quando una donna arriva in città, deve potersi proporre ai clienti. Quindi si mette su Internet. E se i clienti possono trovarla, possiamo anche noi».
Simon Häggström ci ha scritto un libro, su come fanno lui e i suoi tre collaboratori e collaboratrici a scovare i clienti. E ad aiutare le donne che si prostituiscono. Innanzitutto, a difendersi dai clienti brutali. E contemporaneamente a sfuggire ai loro sfruttatori e ad uscire dalla prostituzione. Per questo il libro si intitola “Auf der Seite der Frauen” [‘Dalla parte delle donne’, NdT] nell’edizione tedesca. Il commissario lo sta presentando in quattordici città tedesche, tra cui Bonn su invito di Solwodi2. Che il libro, già apparso in svedese e in inglese fin dal 2017, sia stato finalmente tradotto e pubblicato in tedesco lo si deve a un’iniziativa privata: le “AugsburgerInnen gegen Menschenhandel” ne hanno organizzato la traduzione, la stampa e anche il giro di presentazioni. Kerstin Neuhaus modera la serata.
Bisogna anche considerare cosa succede se una donna non si registra all’autorità. Qua in Germania sono registrate ufficialmente soltanto 40.000 prostitute circa, però complessivamente nel paese ci sono circa 300.000 donne in prostituzione, quindi più di un quarto di milione esercita illegalmente l’attività. «Questo fa sì che si crei della prostituzione in nero» constata il commissario, e spiega: «La probabilità che in Germania una donna che si prostituisce illegalmente denunci un problema alla polizia è pressoché nulla».
In Svezia va in tutt’altro modo. Lì la polizia si presenta alle donne e spiega loro che dalle forze dell’ordine non hanno niente da temere. E che hanno diritto ad aiuto e protezione. Molte donne arrivano da paesi in cui erano le “ultime degli ultimi”, per esempio le Sinti in Romania. «Alcune non hanno mai avuto l’esperienza di vedersi parlare rispettosamente da qualcuno che le guardasse negli occhi. Questo ci apre delle porte».
Simon Häggström ha avuto un vero e proprio shock quando durante la sua visita è stato a vedere le zone a luci rosse tedesche. La cosa peggiore per lui sono state le Verrichtungsboxen, le “cabine da prestazione” nella Kurfürstenstraße di Berlino. Lì il Comune ha installato dei gabinetti per le prostitute da marciapiede, in cui i clienti usano le donne.
Simon Häggström non può farsene una ragione e si scusa con il pubblico per il suo linguaggio. «Lì dentro c’è merda, urina, sporcizia. È fuori da ogni dignità umana». Anche se si considera la prostituzione un lavoro come un altro, com’è opinione corrente in Germania, sono comunque condizioni di lavoro che non si possono imporre a nessuno. «In Svezia però la prostituzione non la consideriamo un lavoro come un altro, bensì un aspetto della violenza maschile contro le donne». Per questo gli uomini che comprano le donne in Svezia vengono perseguiti. Quando la Svezia nel 1999 introdusse la punibilità del cliente – come parte del programma Kvinnofrid [‘pace per le donne’] di contrasto alla violenza contro le donne – la pena consisteva solo in un’ammenda proporzionale al reddito. «Tuttavia in seguito ci sono state sempre più proteste da parte dell’opinione pubblica perché gli uomini che comprano le donne se la cavavano troppo a buon mercato», racconta Simon Häggström. Dall’estate del 2022 per l’acquisto di sesso si commina sempre un mese di detenzione con due anni di libertà condizionata. Inoltre il reato resta per dieci anni sulla fedina penale. «E con questo in Svezia diventa difficile trovare lavoro, perché l’acquisto di donne è uno dei reati più vergognosi che abbiamo».
Il divieto di comprare sesso in Svezia ha avuto «un grande effetto normativo. Ha cambiato la mentalità», spiega il commissario. Soltanto un uomo su dieci/quattordici (a seconda dei sondaggi) in Svezia frequenta ancora prostitute. In Germania uno ogni quattro.
Ma anche nel nostro paese sono successe molte cose. Grazie, non da ultimo, al lavoro di informazione fatto da EMMA e da altre realtà che sono nate negli ultimi anni. Hanno tutte contribuito a fare chiarezza sulle drammatiche conseguenze della riforma rosso-verde della legge sulla prostituzione del 2001. Riforma che ha reso la Germania il paradiso dei tenutari di bordello, dei magnaccia e dei trafficanti di donne. Mentre in Germania gli sfruttatori della prostituzione giubilavano e si riempivano le tasche, seguendo l’esempio svedese un paese dopo l’altro introduceva la punibilità del cliente, depenalizzando contemporaneamente la posizione delle donne prostituite. Il cosiddetto “modello nordico” è in vigore oggi in quasi tutta l’Europa occidentale e arriva fino a Israele e al Canada. Arriverà presto anche in Germania?
Finalmente la CDU/CSU3 ha inserito nel programma politico del partito l’introduzione del modello nordico. Stiamo in attesa della posizione che risulterà dalla trattativa per la coalizione con la SPD4. Tuttavia anche tra i socialdemocratici aumentano le prese di posizione a favore della perseguibilità del cliente. Perfino il cancelliere uscente Olaf Scholz aveva spiegato che trova «inaccettabile che gli uomini comprino le donne».
«Che cosa consiglierebbe ai politici tedeschi?» chiedono al commissario Häggström a fine serata.
«Di guardare da dove arrivano i dati in loro possesso», risponde lui. «Naturalmente circolano molte menzogne sul modello nordico, perché è una grande minaccia per tutti gli sfruttatori della prostituzione. Tutte le zone a luci rosse della Germania dovrebbero chiudere». Ed esprime un invito alle politiche e ai politici scettici: «Venite in Svezia e verificate sul posto come funziona il modello nordico!» Sarebbe auspicabile che quelle e quelli che hanno ancora dei dubbi accettassero l’invito del commissario.
(www.emma.de, 25 marzo 2025, traduzione di Silvia Baratella)
(1) ‘Cittadine e cittadini di Augusta contro la tratta’ (NdT).
(2) acronimo di di Solidarity with Women in Distress – Solidarität mit Frauen in Not, ovvero ‘Solidarietà con donne in emergenza’, associazione tedesca che sostiene le donne vittime di tratta e di violenza sessuale e domestica (NdT).
(3) Christlich-Demokratische Union, Christilich-Soziale Union nel Land della Baviera, Unione Cristiano-democratica (cristiano-sociale in Baviera), il maggior partito conservatore in Germania.
(4) Sozialdemokratische Partei, Partito Social-democratico, il maggior partito di centro-sinistra.
Di seguito il testo originale tedesco,
Fordert Kommissar Simon Häggström deutsche PolitikerInnen auf, die immer noch an der Freierbestrafung zweifeln. Wie das „Nordische Modell“ funktioniert und wie er und seine KollegInnen Freier verhaften und Prostituierte schützen, erzählt er in seinem Buch „Auf der Seite der Frauen“.
Natürlich muss man ihm diese Frage stellen, denn sie ist das Hauptargument gegen die Freierbestrafung, die Schweden schon 1999 eingeführt hat. „Viele Menschen behaupten: Wenn man die Freier bestraft, rutscht die Prostitution in die Illegalität und dann kann die Polizei die Menschenhändler gar nicht mehr fassen. Was sagen Sie dazu?“ fragt also Kerstin Neuhaus von der Initiative „AugsburgerInnen gegen Menschenhandel“. Und obwohl Simon Häggström diese Frage in den letzten zehn Jahren wohl schon an die tausend Mal beantwortet hat, tut er es an diesem Abend in Bonn noch ein weiteres Mal, und das in aller Klarheit: „Das ist die größte Lüge, die über das Nordische Modell erzählt wird!“
Das ist die kurze Antwort. Die lange Fassung geht so: „Prostitution kann nicht in den Untergrund rutschen, weil sich Prostituierte und Kunden finden müssen“, erklärt Häggström. Seit 2009 arbeitet der Kriminalkommissar im Stockholmer Dezernat für Prostitution und ist inzwischen dessen Leiter. „Wenn eine Frau neu in die Stadt kommt, muss sie sich den Freiern anbieten. Sie inseriert im Internet. Und wenn die Freier sie finden können, können wir es auch.“
Simon Häggström hat ein Buch darüber geschrieben, wie er und seine drei MitarbeiterInnen das machen: die Freier finden. Und den Frauen, die sich prostituieren, helfen. Dabei, sich gegen brutale Freier zur Wehr zu setzen. Dabei, ihren Zuhältern zu entkommen und aus der Prostitution auszusteigen. „Auf der Seite der Frauen“ lautet deshalb der Titel des Buches. In 14 deutschen Städten hat der Kommissar es gerade vorgestellt, so auch auf Einladung von Solwodi in Bonn. Dass das Buch, das schon 2017 auf Schwedisch und Englisch erschienen ist, jetzt endlich auch in deutscher Übersetzung vorliegt, ist einer privaten Initiative zu verdanken: Die „AugsburgerInnen gegen Menschenhandel“ haben Übersetzung, Herstellung und auch die Lesereise organisiert. Kerstin Neuhaus moderiert den Abend.
Das gilt auch, wenn eine Frau sich nicht bei den Behörden anmeldet. Da in Deutschland nur rund 40.000 Prostituierte offiziell registriert sind, sich hierzulande aber insgesamt rund 300.000 Frauen prostituieren, gehen also eine Viertelmillion Frauen einer illegalen Tätigkeit nach. „Das verursacht doch Prostitution im Dunkelfeld“, stellt der Kommissar fest und erklärt: „Die Wahrscheinlichkeit, dass sich in Deutschland eine Frau, die sich illegal prostituiert, mit einem Problem an die Polizei wendet, ist darum gleich Null.“
In Schweden sei das anders. Dort stellt sich die Polizei den Frauen vor und erkläre ihnen, dass sie von ihr nichts zu befürchten hätten. Und dass sie Anspruch auf Schutz und Hilfe haben. Viele Frauen kämen aus Ländern, in denen sie zu den „Untersten der Untersten“ gehören, zum Beispiel Sinti in Rumänien. „Sie haben noch nie erlebt, dass jemand auf Augenhöhe und respektvoll mit ihnen spricht. Das öffnet uns Türen.“
Regelrecht schockiert hat Simon Häggström, was er bei seinen Besuchen in den deutschen Rotlichtbezirken zu sehen bekam. Am schlimmsten seien für ihn die „Verrichtungsboxen“ in der Berliner Kurfürstenstraße gewesen. Dort hat die Stadt am Straßenstrich Klohäuser aufgestellt, in denen die Freier die Frauen benutzen.
Simon Häggström kann es nicht fassen und entschuldigt sich beim Publikum vorab für seine Wortwahl. „Da ist Scheiße, da ist Urin, da ist Dreck. Das ist jenseits der Menschenwürde.“ Selbst wenn man, wie in Deutschland üblich, Prostitution als normalen Job betrachte, seien das trotzdem Arbeitsbedingungen, die man niemandem zumuten könne. „In Schweden betrachten wir Prostitution aber nicht als normalen Job, sondern als Teil der Männergewalt gegen Frauen.“
Deshalb werden Männer, die Frauen kaufen, in Schweden bestraft. Als Schweden die Freierbestrafung 1999 einführte – als Teil des Programms „Kvinnofrid“ (Frauenfrieden) zur Bekämpfung von Gewalt gegen Frauen – bestand die Strafe noch in einer einkommensabhängigen Geldbuße. „Doch dann gab es immer mehr Beschwerden aus der Bevölkerung, dass die Frauenkäufer zu billig davon kommen“, berichtet Simon Häggström. Seit Sommer 2022 steht auf Frauenkauf immer ein Monat Haft mit einer zweijährigen Bewährung. Außerdem steht die Tat zehn Jahre lang im Vorstrafenregister. „Und damit ist es in Schweden schwierig, einen Job zu finden. Denn Frauenkauf ist eins der beschämendsten Verbrechen, das wir haben.“
Das schwedische Sexkaufverbot habe einen „großen normativen Effekt gehabt. Es hat das Mindset verändert“, erklärt der Kommissar. Nur noch jeder zehnte bis 14. Mann (je nach Umfrage) ist in Schweden Freier. In Deutschland ist es jeder vierte.
Aber auch hierzulande hat sich eine Menge getan. Nicht zuletzt dank der Aufklärungsarbeit von EMMA und vieler Initiativen, die in den letzten Jahren entstanden sind. Sie alle klären über die dramatischen Folgen der fatalen rot-grünen Prostitutionsreform von 2001 auf. Die machte Deutschland zum Paradies für Bordellbetreiber, Zuhälter und Menschenhändler. Während die Profiteure der Prostitution in Deutschland jubelten und sich die Taschen füllten, führte nach Schweden ein Land nach dem anderen die Freierbestrafung ein, bei gleichzeitiger Entkriminalisierung der Prostituierten. Das sogenannte „Nordische Modell“ gilt heute in fast ganz Westeuropa bishin nach Israel und Kanada. Bald auch in Deutschland?
Endlich hat sich die CDU/CSU die Einführung des „Nordischen Modells“ ins Parteiprogramm geschrieben. Wir dürfen gespannt sein, was die Koalitionsverhandlungen mit der SPD ergeben. Doch auch bei den Sozialdemokraten mehren sich die Stimmen für die Freierbestrafung. Sogar Noch-Bundeskanzler Olaf Scholz hatte erklärt, er finde es „nicht akzeptabel, dass Männer Frauen kaufen“.
„Was raten Sie deutschen Politikern?“ wird Kommissar Häggström am Ende des Abends gefragt. „Schauen Sie, woher Sie Ihre Fakten bekommen“, antwortet der. „Natürlich kursieren viele Lügen über das Nordische Modell, denn es ist eine große Bedrohung für alle Profiteure der Prostitution. All die Rotlichtbezirke in Deutschland müssten schließen.“ Und er spricht eine Einladung an die SkeptikerInnen in der Politik aus: „Kommen Sie nach Schweden und schauen Sie sich vor Ort an, wie das Nordische Modell funktioniert!“ Es wäre zu wünschen, dass diejenigen, die immer noch zweifeln, der Einladung des Kommissars folgen.
(www.emma.de, der 25 März 2025)
www.emma.de/artikel/prostitution-nordisches-model-simon-haeggstroem-kommen-sie-nach-schweden-341655
da il manifesto
Si dice che la storia sia “maestra di vita”, ma è lecito dubitarne: le cose più orrende, a partire dalla guerra, si ripetono suscitando passioni simili a quelle – nazionalismi, imperialismi, razzismi, sogni reazionari e virili – che hanno prodotto catastrofi non troppo distanti nel tempo. Sono ancora tra noi persone che le hanno vissute.
Ma di fronte al pessimo spettacolo a cui assistiamo (intorno ai Trump, Musk, Putin, Netanyahu, Erdoğan ecc. ma anche ai vertici della cara Europa e della carissima Italia) la ricerca nella storia di qualcosa che ci illumini e ci consoli si riaffaccia.
Rileggiamo con attenzione, quindi, il Manifesto di Ventotene, contestualizzandolo, come consiglia Letizia Paolozzi su DeA. E magari chiediamoci perché uomini che non erano bolscevichi stalinisti (senza dimenticare che Stalin in quel momento era alleato di Churchill e Roosevelt contro Hitler) parlano esplicitamente di classe operaia, socialismo, e di alleanza con i comunisti, in vista del loro ideale federale e democratico.
Forse perché una politica capace di combattere le tendenze liberticide, i cattivi sentimenti, la produzione di disuguaglianze tipiche del capitalismo era già allora immaginata da veri democratici?
Venerdì scorso ho partecipato a Genova a un ricordo di Aldo Tortorella (organizzato dalla Fondazione Diesse con, tra altri, Gianni Cuperlo, Valentina Ghio, Ubaldo Benvenuti, Mario Paternostro) e ho citato un suo articolo su Via Dogana, rivista della Libreria delle donne di Milano. Un numero sul «comunismo di cui non possiamo fare a meno», gennaio/febbraio 1993. Era passato poco più di un anno dalla dissoluzione dell’Urss. Lia Cigarini e Franca Chiaromonte aprivano con un articolo (“Il comunismo a portata di mano”) che proponeva questo: finito il comunismo-Stato e entrato in crisi il comunismo-partito, realtà estranee al femminismo della differenza, «inizia una ricerca che coinvolge, in prima persona, quelle di noi che pensano la differenza femminile come irriducibile al sistema del profitto e del mercato, oppure quelle che sono “sentitamente” (cioè lo sentono) legate alle vicende del mondo operaio». Ricerca che parte «nell’unico modo possibile per noi: da quello che abbiamo a portata di mano, cioè dalla possibilità di modificare il nostro rapporto con la realtà». E insieme a uomini «che hanno dato segno di riconoscere autorità femminile nel mondo».
Il contributo di Aldo (“L’esempio di Eva”) pone domande radicali: capire perché «l’idea comunista, nata come tendenza alla liberazione umana, abbia originato – o non abbia efficacemente contrastato – la politica liberticida dello stalinismo». E indica una risposta molto impegnativa: «La pratica del movimento operaio non ha prodotto alcuna significativa nuova scoperta teorica della realtà e delle medesime modificazioni che esso stesso determinava, e perciò si è ristretta a una dottrina del potere e a una pratica del potere». Eppure non vuole abbandonare la “parola maledetta”, considerandola da sempre non una cosa, ma «l’idea-limite di una società libera e liberata dagli impacci posti dalla non conoscenza, dal non sapere, come l’altro terminale (teorico, s’intende) del cammino voluto da Eva con il rifiuto della inconsapevolezza, con il rifiuto della naturalità, con la conquista della conoscenza (e, naturalmente, dei suoi tormenti)».
Seguono ragionamenti sugli inganni della “naturalità” del capitalismo e sulla possibilità di elaborarne una “nuova critica”. Sono passati più di trent’anni e anche qui dobbiamo contestualizzare.
Ma credo valga la pena di ripensarci.
(il manifesto – In una parola – rubrica settimanale a cura di Alberto Leiss, 25 marzo 2025)
dal Corriere della Sera
«Dare ai figli solo il cognome della madre». E poi: «È una cosa semplice ed anche un risarcimento per una ingiustizia secolare che ha avuto non solo un valore simbolico, ma è stata una delle fonti culturali e sociali delle disuguaglianze di genere». Al Senato, ieri, si stava svolgendo quella che doveva essere un’assemblea di routine del gruppo del Pd. Ma a un certo punto l’ex ministro della Cultura Dario Franceschini ha sparigliato, spiegando ai colleghi senatori la volontà di presentare «un disegno di legge» per sancire una svolta «dopo secoli in cui i figli hanno preso il cognome del padre». Gli eletti del Partito democratico stavano discutendo delle proposte di legge sul doppio cognome, quando l’ex ministro (e peso massimo dei dem) ha preso in contropiede molti dei presenti, tanto che, quando a ruota è partito il fuoco di fila dal centrodestra, non c’è stata una risposta altrettanto forte dal Pd. C’è però, dall’ala sinistra dem, Laura Boldrini che applaude: «Ne parleremo e troveremo la strada migliore da seguire. Ma quello che è sicuro è che questo tema non si può più rimandare».
Il commento più duro, da destra, è quello di Matteo Salvini: «Ecco le grandi priorità della sinistra italiana: – attacca via social il leader della Lega – invece del doppio cognome, togliere ai bimbi il cognome del padre! Ma certo, cancelliamoli dalla faccia della terra questi papà, così risolviamo tutti i problemi… Ma dove le pensano ’ste idee geniali?». Gli ribatte Annalisa Corrado: «Per Salvini, dare ai figli il cognome della madre significa cancellare i padri dalla faccia della terra – scrive l’eurodeputata del Pd. – Ammette quindi che, per secoli, le donne sono state sistematicamente rimosse dalla storia e dalla memoria formale delle proprie famiglie. Ammette, dunque, la grande ingiustizia che hanno subito». Sarcastica la reazione di Galeazzo Bignami: «Quindi invece che il cognome del padre, gli diamo il cognome del nonno», scrive il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera.
Critiche alla proposta del senatore del Pd, un po’ a sorpresa, arrivano anche dagli ipotetici alleati: «Io ho fatto un salto sulla sedia quando ho visto la proposta di Franceschini – afferma Alessandra Maiorino, vicepresidente del M5S a Palazzo Madama–. Evidentemente al buon Dario sfugge quanto sia stato difficile già lavorare alla giustapposizione dei cognomi di entrambi i genitori». E poi: «Quindi interpreto la sua proposta come una provocazione, una boutade… Anche perché non si risponde a una discriminazione, sia pur millenaria, con un’altra discriminazione». Anche Carlo Calenda è piuttosto perplesso: «Altre priorità non ne abbiamo? Boh». Dal punto di vista prettamente legislativo, c’è infine l’opinione di Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale, che non ha dubbi: «Il ddl Franceschini sarà criticabile ed impugnabile per illegittimità costituzionale: introduce una diseguaglianza».
da Erbacce

La città dove mi trovo, Rafah, è ora sottoposta a pesanti bombardamenti, gli abitanti rimasti sono stati sfollati e non sappiamo quale sarà il nostro destino. Paura e ansia stanno prendendo il sopravvento.
Quando finirà questo incubo?
Vi informo, sto avendo un problema con internet e sta diventando difficile accedervi.
Le vostre preghiere.
da Exibart
Prima io la guerra non sapevo proprio cosa fosse. Ho visto tutti i film e letto tutti i libri che ti consigliano, ma non sapevo nulla. Ci ha provato anche il mio nonno a raccontarmi dell’Italia, del fascismo e delle montagne emiliane che custodiscono il coraggio di chi non si voleva arrendere, ma le sue parole sapevano di storie lontane, da “c’era una volta”, come quelle che ti raccontano quando sei piccolo e fortunato appena prima di addormentarti. Questa volta invece la guerra è vicina e io sono andata a visitarla. Cosa significa andare a visitare un paese in guerra quando il tuo ha il privilegio di essere in pace ancora non lo so, di sicuro la prospettiva te la cambia. Prima banalità: la guerra è uno strumento per vedere le cose in modo diverso, vorrei essere originale, ma a volte la verità è banale. Ho scritto qui di seguito un diario di viaggio delle lezioni super-banali e mai-scontate che la guerra mi ha insegnato in una settimana.
Kyiv, giorno 1 – Il primo allarme drone non si scorda mai
O meglio notte 1, sono le 23.30 e sono molto stanca. Per raggiungere Kyiv da Milano ho preso un treno alle 6.00 del mattino, poi un aereo per arrivare a Varsavia in Polonia e dopo circa sei ore di attesa ho preso il pullman. Quello che sembrava essere l’ultimo step del viaggio in realtà inaugura la mia epopea. Sedici ore di pullman dopo, quattro di controllo alla frontiera e un panino con lisiecka arrivo a Kyiv, capitale dell’Ucraina, paese in guerra contro la Russia dal 2014 e che dal febbraio 2022 si difende dall’invasione su larga scala. Alla fermata del pullman mi aspetta un giovane biondo ucraino, Andrys Lutsiv, vestito con colori camouflage. Seconda banalità, ma la verità è banale. Andrys ha le braccia piene di tatuaggi e le scritte in latino Veni Vidi Vici io le riconosco subito, mi sorride e mi porge un bellissimo mazzo di fiori rosa: «Benvenuta in Ucraina». È tardi, mi faccio la doccia più desiderata di sempre e corro sotto le coperte. Tutti mi hanno sempre detto che ho il sonno pesante, «non ti svegliano neanche le bombe» mi dicevano e invece eccome se mi svegliano. All’improvviso, durante la notte, il mio cellulare squilla all’impazzata con un volume così alto che neanche lo sapevo potesse arrivare a questi decibel. «Allarme-allarme» ripete l’app del governo e qualche secondo dopo si aggiunge anche l’allarme dell’albergo «Pericolo: attacco droni. Correre immediatamente nel rifugio». Mi sveglio di soprassalto, mi ricordo dove sono e capisco quello che sta per succedere. Con una velocità da gazzella mi infilo le scarpe, prendo una felpa e faccio otto rampe di scale volando e corro al rifugio sotterraneo. Io non lo so dove ho imparato a reagire così alle situazioni di pericolo, sinceramente prima di venire qui pensavo di essere una schiappa, una di quelle persone che si paralizza e diventa un cubetto di ghiaccio. Evidentemente no, beh meglio così, penso. Il rifugio è quasi vuoto e ancora il perché non lo capisco, lo scoprirò solo tra qualche giorno. Le ore nel rifugio mentre c’è un pericolo di attacco drone in corso sono noiosissime. Niente a che vedere con i film, dove è tutta un’azione, adrenalina e elaborazione di piani per la fase successiva. Il telefono nel bunker non prende, quindi non puoi neanche collegarti alle news in tempo reale e fare finta che si rivolgano a te. Il libro nel mio scatto da gazzella me lo sono dimenticata e allora prendo una copertina sintetica gentilmente offerta dall’albergo, bevo un tè e mi metto a sonnecchiare sulla sedia. Dopo qualche ora l’allarme passa, possiamo tornare in camera. Che bello finalmente il letto!
Kyiv, giorno 2 – Quando le città vanno a dormire
È tardo pomeriggio e raggiungo lo studio dell’artista ucraino Nikita Kadan. Insieme a me ci sono gli altri compagni che sono venturi a fare visita alla guerra: due artisti (Stefan Klein e Nicola Zucchi), una giornalista esperta di zone ad alto rischio (Marie-Line Deleye), un curatore/artista che studia la danza come strumento di esorcizzazione del trauma in situazioni di conflitto (Bogomir Doringer) e un operatore e educatore culturale di Magnum Photo Agency (Pierre Mohamed-Petit). Insieme a Nikita ci sono altri artisti ucraini, il pittore Yuriy Bolsa, la curatrice Alona Karavai, le artiste Sana Shahmuradova Tanska e Olga Stein. Trascorriamo la serata sul terrazzo del suo studio all’ultimo piano di un elegante palazzo di Kyiv. Se gli artisti hanno studi enormi in palazzine borghesi della capitale significa che il mercato immobiliare è proprio crollato. Mangiamo pizze dal cartone e beviamo champagne. Parliamo di tutto e poi di niente. Di fronte a noi fa capolino la luna, piena come non lo è mai stata. Nel cercare le sigarette faccio un fermo immagine: artisti, una luna piena e discorsi sulla resistenza. La sera di un martedì e una dose di verità dritta in vena. In Ucraina la notte è stata rapita tre anni fa, da quando c’è la legge marziale e il coprifuoco obbligatorio per tutti. Sono le 23 ed è ora di rientrare in albergo. Rientro a piedi e Google Maps mi accompagna a casa passando a fianco a un parco. È notte e buio, eppure io non me lo ricordavo che fosse così buio di notte. Mi guardo attorno e non c’è neanche un lampione acceso, neanche un’insegna luminosa per chilometri. O almeno così penso, sono miope quindi le distanze le calcolo un po’ a spanne. Mi sembra veramente tanto buio, ho paura e inizio a guardarmi attorno. Se sei una donna cresciuta in Italia sai benissimo che dei parchi di notte devi avere paura, che qualcuno arriva, ti assalta, nessuno ti sente e poi ti tocca convivere tutta la vita con il trauma e combattere contro la magistratura che non ti crederà. Poi però mi viene in mente che uno dei compagni che visita la guerra insieme a me aveva già notato il buio e qualcuno gli aveva detto che è una precauzione militare, che anche le città devono andare a dormire non solo gli abitanti, perché se le luci sono accese e i lampioni raggianti, i russi lo vedono meglio dove colpire. Buio per camuffarsi e coprifuoco per tutti. Allora il drone fa più paura di un parco di notte.
Kharkiv, giorno 3 – Il negozio di pennelli con la porta spalancata
Quando penso a Kharkiv la mia mente fa un gioco strano, è come se il cricetino che regola i miei pensieri iniziasse a correre fortissimo e la mia memoria diventa in modalità x4-x6-x8, come quando clicchi il telecomando per velocizzare un film. Immagini di case bombardate, militari mutilati, futuri mancati scorrono velocissimi e poi appaiono immagini del parco rigoglioso della città, Viktor che chiede a Marija di sposarlo in stazione con un mazzo di rose rosse e la panetteria di quartiere. Quel giorno è a frammenti, come tanti pezzi di vetro rotto, non riesco ancora a ricostruire cosa fosse prima di schiantarsi a terra. Forse ci vuole tempo anche per ricordare meglio. O forse il tempo lenisce il ricordo e a un certo punto te ne freghi dei frammenti di vetro pungenti che ti tagliano i ricordi.
Eppure quando penso a Nataliia tutto rallenta. Nataliia Ivanova è la curatrice del centro Yermilov aperto dal 2012 come museo, prima come strip club. Da sempre in un rifugio antibomba, prima una scelta cool per uno spazio di arte contemporanea, ora una scelta salvavita. La direttrice ha curato la recente mostra Sense of Safety e nell’installazione di Thomas Hirschhorn insieme ai compagni che visitano la guerra abbiamo fatto una discussione, una tavola rotonda dove ci siamo chiesti se l’arte può avere un potere curativo, di healing. Mi siedo sulla sedia-opera d’arte del Yermilov Center e mi chiedo cosa ne so io del potere curativo dell’arte, ché prima di venire qui quando parlavo dei musei come spazi sicuri pensavo alla sicurezza del pensiero critico e il libero dibattito, robe teoriche mica spazio sicuro “se no ti esplode la testa”. A Kharkiv ho imparato che più sei vicino alla guerra, più la vita si impone rigogliosa. Siccome di immagini di dolore e di morte è pieno il mondo e anche il web e tanto frega poco a quasi tutti, io vi racconto della gioia e della felicità che ho trovato a Kharkiv. All’angolo con uno dei tanti monumenti impacchettati, non da Christo e Jeanne-Claude ma dallo stato perché alle bombe delle firme degli artisti d’arte pubblica non interessa nulla, c’è un duo rock and roll che canta al bordo della strada e da lì sono vicinissimo alla panetteria per provare «i dolcetti alla cannella più buoni del mondo». Sono seduta fuori dalla panetteria con i miei compagni che visitano la guerra e da quando siamo in compagnia di chi invece con la guerra ci abita, abbiamo tutti abbassato la suoneria del cellulare perché gli allarmi sono tantissimi e non smettono mai e non ti fanno neanche finire una conversazione in pace. Allora meglio abbassare la suoneria e godersi ogni momento, ché quando la vita ti obbliga a scegliere preferisco morire con un biscotto alla cannella in bocca e la luce del sole addosso invece che come uno scarafaggio sottoterra.
Ora di cena, ora di provare la famosissima zuppa boršč di Kharkiv. Per raggiungere il ristorante passiamo in una strada bombardata, dove i palazzi le cicatrici le hanno ancora sanguinanti, ma siccome per le tragedie ci sono i giornalisti e io sono una curatrice vi racconto del negozio di pennelli. Nella tragedia urbana, il frastuono degli allarmi e le cicatrici dei palazzi, il negozietto a conduzione famigliare di tempere e pennelli è aperto. Non vende né acqua, né cibo, né altri beni di prima necessità, solo strumenti per fare arte. Lo so che sembra assurdo ma quando non hai più nulla da perdere, l’arte torna a essere essenziale. Poter disegnare è un modo per sopportare, buttare fuori quello che altrimenti ti mangia dentro. Qualcuno dice che così ti traumatizzi da solo, non lo so forse ha ragione, ma a volte non hai scelta e da qualche parte come ti senti lo devi vomitare. La porta del negozio è letteralmente spalancata, come a voler urlare che le bombe fanno paura, ma da lì non ci si muove, qui si resiste perché se qualcuno oggi avesse bisogno di dipingere, il negozietto di pennelli sul confine con la guerra è aperto.
Kyiv, giorno 4 – Parla come mangi
Da oggi cambio il linguaggio con cui mi esprimo. Non sono più “stanca morta” e non ti “bombarderò” più di mail. Esistono luoghi nel mondo dove queste parole non sono metafore e allora vale la pena fare uno sforzo e pensare a immagini nuove per veicolare idee diverse da questo schifo.
Kyiv, giorno 5 – Pensieri di cui mi vergogno
Stare in una zona di guerra mi è piaciuto. Lo so suona pazzesco e forse perché un po’ pazza lo sono davvero, ma se scrivo è perché ho deciso di essere sincera altrimenti cosa lo perdo io il tempo a scrivere e voi a leggere. Credo che la guerra mi sia piaciuta perché mi ha fatto sentire “la vertigine della storia”. Quando sei in una zona di guerra, non sei più in un paese a caso, a fare cose a caso, con persone che a caso ti trovi vicino, o meglio forse sei comunque tutte queste cose, ma ti senti che un senso ce lo hai. La sensazione è quella di essere nel centro degli eventi, di stare nel nucleo delle cose, di essere parte di qualcosa di più grande e anche la tua piccola azione a caso in realtà ti sembra possa plasmare il corso degli eventi e il futuro delle generazioni che verranno: vertigine della storia. Un artista ucraino durante un allarme drone e una bottiglia di vino rosso affacciati in un cortile di Kyiv mi ha rivelato un altro pensiero di cui si vergogna. Mi dice che vivere in Ucraina è sempre stato piuttosto noioso, che era tutto banale e piatto e che ora in qualche modo è felice perché anche se si muore la sensazione è quella di fare la storia.
La guerra è una dose di verità in vena. Crudele che ti mangia l’anima e che ti ama fortissimo, non lo so come è possibile ma più sei vicino al dolore e più risuona l’amore. È tutto così fragile e temporaneo che i momenti si vivono con il cuore e l’anima aperta verso tutto e tutti. Le anime spalancate come la porta del negozio di pennelli di Kharkiv. Allora chissenefrega se perdo la metro e alla mail magari ti rispondo domani, ora brindo alle dieci del mattino al primo studio-visit della giornata perché anche oggi sono viva io, sei vivo tu e lo studio esiste ancora con le opere che custodisce. Come una droga, la guerra ti entra in vena e dopo che ha iniziato a circolare nel corpo e l’adrenalina pulsa insieme al sangue, allora i pensieri si armonizzano su livelli di amore e di dolore così intensi che quando torni tutto è lento, stupido e inutile. O almeno questa è la sensazione di chi la guerra è andata a visitarla, per chi la abita sono sicura che sarà molto diverso.
Giorno 6 – Studio-visit in guerra
Sono venuta in Ucraina per conoscere la scena artistica locale, fare studio-visit, incontrare gli artisti, i colleghi e le colleghe e immaginare progetti culturali internazionali. Networking, solo in una versione più pericolosa del solito. Non me lo aveva detto mica nessuno che la Sofia che è partita una settimana fa ora non esiste più, che quando vedi la guerra per la prima volta è come se perdessi la verginità e poi ti tocca renderti conto di chi sei e di quale spazio occupi nel mondo. Dopo che vedi la guerra adulto lo diventi per forza, anche se hai otto anni e giochi a palla. Siccome io a palla ho avuto la fortuna di giocarci per tanti anni e di non dover pensare ad altro che correre, ora bisogna che anche io protegga la partita a palla di qualcun altro. Quindi networking, quindi curatrice, quindi fare progetti internazionali con artisti ucraini. Io non lo so se gli artisti ucraini fossero già bravi prima della guerra, forse sì ma io qui prima non c’ero mai stata, quello che posso dire è che – loro malgrado – tra un’esplosione e l’altra, la guerra li ha resi dei maestri. Non ci sono più ricerche che si possono permettere di viaggiare in superficie, di galleggiare fra una tematica e l’altra e di sfiorare i materiali. Fuori dalla finestra dello studio c’è la guerra, la gente muore e i bambini salutano i papà alla stazione del bus per andare al fronte. Come un incantesimo inquietante, tutte queste energie rientrano dalla finestra dello studio e si impossessano della mano dell’artista per produrre opere straordinarie. Uso il termine impossessarsi perché la guerra non è una tematica che gli artisti affrontano, è a tutti gli effetti la co-autrice delle opere. Quando fai gli studio-visit e gli artisti ti mostrano i lavori e inizi a confrontarti, poi devi chiacchierare anche con la guerra che anche lei ha le sue cose da raccontarti. Ho riscontrato che questa co-autorialità fra artista e guerra ha nella produzione artistica la conseguenza di essere un crudele inno alla vita. Sembra paradossale ma è così.
Qui le tensioni ricorrenti fra gli artisti ucraini che abitano la guerra:
1. Sono ossessionati dalla memoria. C’è una generale postura compulsiva alle date e al ricordo preciso. Dimenticare è un peccato perché quando sei morto il mondo si scorda di te.
2. Presenza dei sogni e dell’onirico. Non importa se dipingono nel Medioevo, nel Novecento, a metà anni 2000: se la realtà fa schifo, allora ne inventano di altre.
3. Infanzia. Se la guerra è il fallimento totale degli adulti, allora gli artisti tornano ai bambini, all’infanzia, a chi puro e innocente lo è per forza. Morte e vita si rincorrono sempre.
4. Disegnano tantissimo, forse perché un foglio e qualche pastello te li porti appresso facilmente, anche se devi correre veloce.
5. Molti di loro sono ossessionati dal sottosuolo e dalla terra. Io che la guerra sono andata solo a visitarla ero ossessionata dal cielo, che per me era tramonto e alba con gli amici, mentre qui avevo paura del cielo perché è da lì che vengono i missili.
6. Tanti lavorano con il sonoro, perché la guerra oltre che negli occhi, ti entra nelle orecchie.
7. Mediamente sanno come costruire un drone. Se non lo sai fare te lo insegnano, anche a un techno-party il venerdì sera, perché se i droni li sai fare magari in prima linea ci va qualcun altro.
Kyiv, giorno 7 – Le paure degli uomini
Sul pullman di ritorno siamo tutte donne, alcune anziane altre meno, molte mamme e tanti bambini. Gli unici pullman su cui possono salire gli uomini sono quelli verso la guerra. Sì, perché in Ucraina c’è la legge marziale, nessun uomo lascia lo stato e tutti (almeno fino ai sessantacinque anni di età) possono essere mobilitati. Essere mobilitati, mi spiegano, significa che ti arriva una lettera a casa e in tre mesi se ti va bene o in uno di norma ti insegnano a fare la guerra. Ora che sono ormai dieci anni dall’inizio della guerra e due dall’invasione di larga scala gli uomini servono sempre di più, un po’ perché i militari sono stanchi, un po’ perché altri sono stanchi e morti. Allora la polizia ogni tanto decide di mobilitare la gente per strada. Tu stai camminando per la capitale e la polizia ti ferma e ti manda a fare la guerra, magari volevi solo bere un caffè o leggere il giornale all’aria aperta perché è domenica, ma ora devi fare la guerra. Qui gli uomini sembrano tutti grandi, forti e palestrati eppure io non ci credo che non hanno paura. Forse se sei grande, grosso e palestrato impari a nasconderla bene e le pressioni della società ti obbligano a chiuderla in un cassetto e buttare via la chiave. Certe emozioni non puoi proprio permetterti di provarle, perché devi salvare la famiglia, la madre e la patria. E se hai paura poi ti ricordi che i codardi non piacciono a nessuno e che non esiste neanche un monumento ai vigliacchi, allora deglutisci ti fai un tatuaggio sul braccio e appendi la bandiera della nazione. Forse mi sbaglio, io d’altronde un paese in guerra sono venuta solo a visitarlo e ci sono venuta da donna.
(Exibart, 23 marzo 2025. L’articolo è stato tradotto dall’inglese da Sam Vassallo. La sua versione originale è stata pubblicata su NERO. Fotografie su: https://www.exibart.com/attualita/una-settimana-per-imparare-la-guerra-viaggio-di-una-curatrice-in-ucraina/)
da il manifesto
Nell’ancoraggio a sé Carla Lonzi trova il punto di partenza per affrancarsi dagli assunti oppressivi della metafisica patriarcale, e della psicoanalisi, rivale ombra della filosofia: “Taci, anzi parla”, 1972-1977
A due anni dal “Manifesto di Rivolta Femminile” (1970) e dai primi esplosivi scritti femministi, l’anima radicale di Carla Lonzi avverte la necessità di avanzare in prima persona. Incompleto sul piano delle domande, teso nelle relazioni fra donne, il passaggio storico di Rivolta l’aveva mantenuta “in incognito”, intenta a schivare o mimetizzare l’espressione diretta di sé: «rischiavo di continuare a cogliere in me stessa dati di coscienza generali per il femminismo, piuttosto che ricostruire i momenti che li avevano prodotti». Senza conoscere il movente di quei dati, i capisaldi di Rivolta le parevano un lessico di intuizioni senza collegamento con possibilità reali della sua vita. Restava sospesa nelle generalità anche «l’illuminazione improvvisa» che le aveva rivelato quel suo rifugio incognito e misconosciuto come «il nuovo campo di soggettività della donna».
Le proclamazioni teoriche di “Sputiamo su Hegel” (1970) e di “La donna clitoridea e la donna vaginale” (1971), dopo aver fornito il propellente ai gruppi separatisti di autocoscienza e all’avanzata del femminismo di seconda ondata, andavano esposte alla prova di fuoco dell’esperienza personale.
L’opera che ne esce è un diario, la diuturna scrittura in prima persona congeniale alle donne tacitate. Comparso nei libretti verdi di Rivolta nel 1978, “Taci, anzi parla – Diario di una femminista 1972-1977” viene ora riedito a cura di Annarosa Buttarelli come tappa imprescindibile dell’opera omnia, in corso di pubblicazione per La Tartaruga (ora nel catalogo di La Nave di Teseo, pp.1082, € 25,00).
«Questo lavoro mi ha assorbito anni, giorno dopo giorno», «mi teneva in uno stato di concentrazione fortissima», «immersa in un’impresa al limite delle mie forze». Preso congedo da ogni programma di emancipazione e dalle promesse dell’oggettività – trappole tutte del patriarcato – il diario di Lonzi attraversa la densità dell’esistenza tenendosi alla sola fune dell’autenticità e di una caparbia fedeltà a sé: «Mi sono incamminata senza seguire nessuno».
Una struttura ardita articola i resoconti quotidiani con sogni, lettere non spedite, citazioni, vecchi scritti, poesie – registrazioni sensibilissime tanto dei moti di coscienza quanto delle vibrazioni sotterranee dell’incoscienza.
Tutte le scritture sono riportate alla dimensione generativa del presente e qui si riattivano e si connettono fino a rendere leggibile il profilo di una vita intera. Nessuna identità personale vi compare come già data e neppure è conquistata una volta per tutte – «Mi sento come una pupilla al variare della luce, sono un continuo dilatarmi e restringermi»; al lavoro sono piuttosto le relazioni – oppressive o liberatorie, sempre condizionanti e cariche di illusioni – col padre e la madre, con l’uomo e le amiche.
Una lunga introspezione, condotta «all’apprendistato di ciò che vivevo» e affidata a lettere, diari di adolescenza, poesie, era rimasta chiusa nel baluardo della cittadella interiore fino alla prova di fiducia ricevuta da Ester (Carla Accardi), che aveva sgretolato la prima cerchia di difesa facendo prorompere il femminismo e i gruppi di autocoscienza.
Quasi epilogo e traguardo della fase di Rivolta, è il riconoscimento imprevisto di Sara – l’atto circolare per cui si diventa soggetti «reciprocamente, cioè di fatto e non solo nelle intenzioni» – che consente a Lonzi, ancora inceppata nell’autodifesa, di proiettarsi in una vita nuova «con tutta la freschezza di persona inespressa».
Risalire la corrente della messa in secondo piano – quella che lei chiama inferiorizzazione – richiede in realtà costosissimi sforzi di coerenza sul piano delle relazioni e gesti radicali di svuotamento dalle acquisizioni culturali interiorizzate. In primis dalla dialettica, che era stata il lasciapassare di Lonzi per entrare nel mondo della cultura e reggere il confronto con il «momento più alto raggiunto dall’uomo». Dopo la sicura confutazione di “Sputiamo su Hegel”, è ora la volta di «sputare questo Hegel che ho dentro di me».
Sparite come “assoluti” e sganciate da ogni meccanismo necessario, arti, religioni e filosofie compaiono nel diario come estrazioni impreviste dalla fucina del singolare presente, «atti vitali per superare la solitudine, il dubbio, la disperazione». Il braccio della filosofia in particolare cessa di essere armato di teorie per caricarsi di tonalità personali: «Adesso ogni filosofo che incontro mi sembra di ritrovarlo dentro di me». Leggendo Bergson: «vi ho trovato quello che sto facendo, cioè registrare tutti i mutamenti della coscienza, che sono infiniti»; quanto a Spinoza: «L’ho letto d’un fiato: come tutto è chiaro, comprensibile, quante riflessioni in comune», «è proprio uno che parla di sé, ha la certezza dall’avere trovato in sé. Certo, questo è il filosofo, cosa pensavo che fosse?».
Una a cui scappa da ridere
In questo ancoraggio a se stessi senza altre garanzie Lonzi trova il punto di partenza per la liberazione dagli assunti oppressivi non solo della metafisica patriarcale, ma anche della concezione psicanalitica, che crede a una normalità senza autocoscienza.
Anche la psicoanalisi – rivale ombra della filosofia e della filosofa Carla Lonzi – viene infatti superata d’un balzo assieme all’intero costrutto dei sensi di colpa: «Inconscio, tu e io andiamo alle Bahamas. Non mi metterai più bastoni tra le ruote, adesso ti colgo sul fatto, te e i tuoi simboli»; e, ancora, «Se ti affacci, in qualsiasi enigma tu sia travestito, mi butto su di te. Ti spoglio in quattro e quattr’otto».
Nella pulsazione tra discese fino alla perdita del senso di sé e risalite spensierate verso la leggerezza del proprio essere – «sono una a cui scappa da ridere» – affiora nell’animo di Lonzi una mancanza di unità mai saturata, anzi quasi salvaguardata come premessa autentica del sé.
Nessuna conciliazione armonica risolve le fratture della coscienza, che sono tenute insieme solo dal filo ininterrotto della scrittura.
Fra sdegno e dolore
Nelle poesie giovanili come nel procedere concentrato dei primi scritti femministi, Lonzi trova il grande piacere della corrispondenza a sé: «ci vedevo il riserbo, la lucidità, il tremito impercettibile che ha il mio modo di ragionare tra lo sdegno contenuto e la sofferenza risolta ma non dimenticata e il giro del pensiero che sdrammatizza il contenuto e raffredda l’urgenza espressiva».
Scrivere si rivela strumento necessario proprio nella sua funzione originaria di fermare i pensieri, precisarli e renderli comunicabili, immetterli nella relazione. Una modalità a un tempo espressiva e architettonica, che non richiede vocazioni e talenti eccezionali, né ambisce a inserirsi nelle forme della cultura maschile, ma è alla portata di tutte e di ciascuno, sulla via di una società «basata sui rapporti umani».
Proprio in virtù di una scrittura priva di movenze letterarie, che pare aderire direttamente ai moti del pensiero, pagina dopo pagina il diario trova l’eloquenza splendente di una lingua senza eguali e può apparire con la sua “montagna di parole” il romanzo avventuroso di una vita esaminata.
da L’Altravoce il Quotidiano
In questi tre anni di guerra in Ucraina, più volte la paura di essere sull’orlo di una terza guerra mondiale atomica si è materializzata e adesso, che si apre qualche spiraglio per porne fine, quella paura riprende corpo di fronte a un’Europa che parla di riarmo e non di disarmo, di guerra e non di pace, di inimicizia e non di distensione. «L’Europa se vuole evitare la guerra deve prepararsi alla guerra», dice Von der Leyen, chiedendo ai Paesi europei di spendere per “difenderci” e per una “pace attraverso la forza”. La rappresentante della politica estera europea, Kaja Kallas, dichiara che lo scopo del riarmo è mostrare i muscoli a Russia e Cina; nel mentre il Parlamento tedesco, cambiando la sua Costituzione, approva un piano di riarmo che va dai 1000 ai 1700 miliardi per i prossimi dieci anni e Macron e il suo collega britannico offrono lo scudo nucleare. Cosa fare in questa follia collettiva? Cosa fare con le donne che si credono uomini? Più volte in questi tre anni di guerra ho cercato orientamento nelle parole di donne come Virginia Woolf a cui anche oggi, su queste pagine, sento il bisogno di tornare per non essere sopraffatta dalla paura e dal disorientamento che imperversano. Nel 1938 nel saggio Le tre ghinee, scritto in risposta a uno scrittore suo amico che le aveva chiesto di unirsi alla sua Associazione per fermare il fascismo e prevenire la guerra di cui si cominciava a parlare, rivolgendosi alle donne lei scrisse: «Dove ci conduce il corteo degli uomini colti? Pensare, pensare, dobbiamo. Noi non dobbiamo mai smettere di pensare dove ci conduce quel corteo». Pensare, pensare dobbiamo per prendere coscienza che, ieri come oggi, seguire quel corteo ci porta solo alla guerra. Pensare, pensare dobbiamo per tornare a quel sentimento di “estraneità” alla guerra che lei ci ha lasciato come insegnamento. «Combattere è sempre stata un’abitudine dell’uomo, non della donna […]. Come possiamo comprendere un problema che è solo vostro, e, quindi, come rispondere alla domanda, in che modo prevenire la guerra? Non avrebbe senso rispondere basandoci sulla nostra esperienza e sulla nostra psicologia: che bisogno c’è di combattere? È chiaro che dal combattimento voi traete un’esaltazione, la soddisfazione di un bisogno, che a noi sono sempre rimaste estranee». Tornare a quel sentimento di estraneità è quello che ha chiesto la femminista Alessandra Bocchetti nell’incontro di sole donne del 22/23 febbraio scorso a Roma. «Sentimento di estraneità che ci fa dire che questa storia non è la nostra storia anche se sempre ne siamo state travolte e a volte ne siamo complici. Bisogna avere il coraggio di dirlo. Questa è la storia degli uomini […] il cui principio ordinatore è la forza […] la cui massima espressione è il potere». Storia di uomini, storia del patriarcato dal cui «recinto è terribilmente faticoso portare fuori le donne» e anche gli uomini che guardano alla guerra come unico scenario futuro. «È ora di andare via» dicono le donne col numero speciale della rivista Via Dogana pubblicata in occasione del cinquantenario della nascita della Libreria delle donne di Milano. È ora di andare via dal pensiero maschile della guerra, della forza e delle armi come ha chiesto, con parole diverse, anche papa Francesco nella sua lettera al Corriere della Sera. «Dobbiamo disarmare – ha scritto – le parole, per disarmare le menti e disarmare la Terra».
Andare via dal patriarcato, come insegna la storia del femminismo della differenza sessuale, storia poco conosciuta o mal insegnata alle nuove generazioni, non vuol dire indifferenza ma guadagnare uno sguardo libero sul mondo, orientato dall’amore per la madre, per la donna, generatrice di vita e non di morte. Pensare, pensare dobbiamo, donne e uomini, per come fermare la folle corsa al riarmo, prima che sia troppo tardi.
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 22 marzo 2025. L’Altravoce il Quotidiano è il Quotidiano del Sud che ha cambiato nome)
da Erbacce
Lakes International Comic Art Festival (UK) in collaborazione con il fumettista palestinese Mohammad Sabaaneh e con il supporto promozionale di Cartoonists Rights ha pubblicato Safaa and the Tent, il diario della fumettista di Gaza Safaa Odah. La traduzione è di Nada Hodali.
Safaa ha conseguito un master in psicologia che si intreccia con il lavoro di fumettista. Oltre a rivolgersi a un pubblico palestinese, il suo desiderio è di raggiungere altre persone in tutto il mondo e generare un impatto positivo.
Create tra ottobre 2023 e dicembre 2024, alcune delle vignette del libro sono state disegnate su una tenda. Dall’inizio della guerra a Gaza, Safaa è stata sfollata più volte, ma continua a disegnare e a pubblicare ogni volta che può sui suoi social. In Italia è pubblicata da marzo 2024 su Erbacce nella rubrica Una tenda in Palestina in cui abbiamo raccolto fumetti, video, interviste e articoli della psichiatra palestinese Samah Jabr da lei illustrati.
Secondo il fumettista Joe Sacco «alcune delle immagini più potenti e toccanti provenienti da Gaza, che non siano foto, si trovano in questa incredibile raccolta di disegni di Safaa Odah».
«Safaa si è opposta alla brutalità del genocidio con sincerità senza filtri», osserva Mohammad Sabaaneh. «Attraverso un istinto crudo, ha smantellato la narrazione ufficiale che cercava di disumanizzare i palestinesi, trasformando la sua arte in una potente confutazione. Quando la carta è diventata rara come il pane, la sicurezza e il conforto, non si è fermata: le pareti della sua tenda sono diventate la sua nuova tela, a testimonianza di una resilienza che non poteva essere cancellata. Noi palestinesi sappiamo bene che Naji al-Ali, il leggendario fumettista assassinato a Londra nel 1987, ha iniziato il suo percorso artistico anche sul muro della sua tenda».
• Il libro Safaa and the Tent è disponibile su Etsy Store del Lakes International Comic Art FestivalLakes International Comic Art Festival (UK) in collaborazione con il fumettista palestinese Mohammad Sabaaneh e con il supporto promozionale di Cartoonists Rights ha pubblicato Safaa and the Tent, il diario della fumettista di Gaza Safaa Odah. La traduzione è di Nada Hodali.
Safaa ha conseguito un master in psicologia che si intreccia con il lavoro di fumettista. Oltre a rivolgersi a un pubblico palestinese, il suo desiderio è di raggiungere altre persone in tutto il mondo e generare un impatto positivo.
Create tra ottobre 2023 e dicembre 2024, alcune delle vignette del libro sono state disegnate su una tenda. Dall’inizio della guerra a Gaza, Safaa è stata sfollata più volte, ma continua a disegnare e a pubblicare ogni volta che può sui suoi social. In Italia è pubblicata da marzo 2024 su Erbacce nella rubrica Una tenda in Palestina in cui abbiamo raccolto fumetti, video, interviste e articoli della psichiatra palestinese Samah Jabr da lei illustrati.
Secondo il fumettista Joe Sacco «alcune delle immagini più potenti e toccanti provenienti da Gaza, che non siano foto, si trovano in questa incredibile raccolta di disegni di Safaa Odah».
«Safaa si è opposta alla brutalità del genocidio con sincerità senza filtri», osserva Mohammad Sabaaneh. «Attraverso un istinto crudo, ha smantellato la narrazione ufficiale che cercava di disumanizzare i palestinesi, trasformando la sua arte in una potente confutazione. Quando la carta è diventata rara come il pane, la sicurezza e il conforto, non si è fermata: le pareti della sua tenda sono diventate la sua nuova tela, a testimonianza di una resilienza che non poteva essere cancellata. Noi palestinesi sappiamo bene che Naji al-Ali, il leggendario fumettista assassinato a Londra nel 1987, ha iniziato il suo percorso artistico anche sul muro della sua tenda».
• Il libro Safaa and the Tent è disponibile su Etsy Store del Lakes International Comic Art Festival
da il manifesto
Ursula von der Leyen ritiene che l’unico modo di sventare la crisi esistenziale dell’Unione europea sia “riarmarsi”: ha già ventisette eserciti a disposizione, più quattro di complemento; spende in armi una volta e mezza più della Russia da cui si sente minacciata, ma ritiene che occorra spendere il doppio: da ripartire tra l’industria delle armi degli Stati Uniti e quelle di ogni singolo Stato membro; comprese le fabbriche di armi atomiche di Francia e Gran Bretagna, in barba a quanto deliberato dall’Assemblea generale dell’Onu che le ha messe al bando.
Certo, con tutti quei soldi si potrebbe “risanare la Sanità”, ma forse anche l’istruzione e un po’ di ambiente, che sono da diversi anni troppo trascurati.
Il fatto è che per “riarmarsi” le armi non bastano. Ci vogliono anche uomini disposti a combattere, ma l’Europa – e l’Italia più di tutti – sembra esserne a corto: più dell’Ucraina, che quelli da mandare al fronte li ha consumati quasi tutti tra morti, feriti, invalidi, imboscati a pagamento, disertori e renitenti. A giustificare quel senso di superiorità che dovrebbe sostenere gli europei nella guerra, naturalmente per difendersi, ci ha comunque pensato dal palco del 15 marzo di Piazza del Popolo Roberto Vecchioni, snocciolando il rosario delle perle (letterarie) che “gli altri” non hanno. Mentre a promuovere una nuova leva di combattenti disposti a uccidere e a morire e un sano spirito guerriero ha provveduto oltre a Galli della Loggia, Antonio Scurati, con un articolo illustrato da autentici lanzichenecchi.
Ma qui sta il problema: non (solo) negli 800 miliardi a cui attingere per comprare sistemi d’arma per uccidere i nemici, e sistemi di sorveglianza per individuare i bersagli e respingere i migranti. Bensì, e molto di più, in quell’intreccio tra il primatismo eurocentrico vantato da Vecchioni e il perduto spirito guerriero rimpianto da Scurati e Galli della Loggia. Che cos’è quell’intreccio? È il virilismo di chi vede nella guerra, e nel saperla fare (e vincere, a qualsiasi costo) il complemento e il completamento ineludibile di un’umanità che non tradisca la sua storia di guerre, stragi, efferatezze e sofferenze inflitte dagli uomini ad altri esseri umani: cioè la quintessenza del maschilismo e del patriarcato, anche quando quel “sentire” e soprattutto quel “subire” ha riguardato e riguarda sia uomini che donne.
Per questo è limitativo contrapporre allo spirito guerriero che sta dilagando su tutti i media e, a seguire, sui social e nel discorso politico, la rassegna di quanto di meglio si potrebbe fare con quegli 800 miliardi e più. Il richiamo a quello spirito bellico non sente ragioni e travolge tutto, in attesa che chi non ne è stato ancora investito – la maggioranza dei cittadini europei, ma anche degli abitanti della Terra – venga travolto dal vento di quel “maggio radioso” ben noto alla storia patria, ma simile se non uguale in tanti altri Stati europei nel corso dei due ultimi secoli e più.
Ne risulta, in quella contrapposizione tra Occidente e Oriente mai rinnegata, o tra democrazia e dispotismo, “pezza forte” del primatismo Nato-centrico e bianco, una inversione delle parti: mentre rinuncia a farsi forte della maggior libertà che le donne si sono conquistate con le loro lotte nei rispettivi paesi, l’“Occidente democratico” sta riproducendo al suo interno i modelli del dispotismo orientale e del maschilismo islamico: il cittadino impregnato di virilismo guerriero – e per forza di cose, patriarcale – che si cerca di promuovere assomiglia sempre più a quel prototipo maschilista oggi impersonato da Putin non meno che da Trump, ma che ha un riscontro preciso nei capi carismatici del Jihad islamico o della teocrazia iraniana: quella contro cui sono in lotta le donne libere di tutti i paesi islamici al grido di «Donna Vita Libertà». Ma anche le madri e le mogli che in Russia come in Ucraina protestano contro il sequestro dei loro uomini mandati al fronte.
Non sono le bombe e i razzi degli Stati Uniti e di Israele a minare lo Stato islamico, né le bande jihadiste sostenute da Erdoğan a portare democrazia e libertà in Siria. In entrambi i casi la minaccia esistenziale per i regimi islamici è rappresentata dalla rivolta delle donne contro l’oppressione a cui la loro controparte maschile non sa e non vuole rinunciare. Ed è il confederalismo democratico del Rojava, egualitario, multietnico, partecipato e femminista a rappresentare una minaccia mortale per il maschilismo dei regimi islamici, mentre vent’anni di guerra e occupazione della Nato hanno fatto regredire allo zero assoluto la condizione delle donne afghane. D’altronde, neanche la democrazia è mai stata esportata da qualche parte con le armi.
Perché una cultura e una politica contrarie al vento guerriero che soffia in Europa si possa affermare è necessario riconoscere che anche da noi la sacrosanta battaglia contro il velleitario riarmo dell’Europa non può svilupparsi che a partire dalla capacità di scovare, riconoscere, smascherare e dissolvere di tutte le forme in cui il modello patriarcale, virilista e guerriero si presenta nelle diverse circostanze della vita quotidiana, prima ancora che nelle forme di potere attraverso cui si esercita. Una battaglia a cui tutte e tutti ci dovremmo sentire chiamati dal riconoscimento del ruolo che spetta alle forme più radicali dei movimenti femministi.
da L’Altravoce il Quotidiano
Guerre che ho (solo) visto è il titolo dell’ultimo libro della filosofa Rosella Prezzo edito da Moretti & Vitali. L’autrice ci fa riflettere sulle guerre che hanno “costellato” negli anni la vita di chi, come lei e me, è venuta/o dopo la seconda guerra mondiale/europea, dalla guerra in Vietnam passando per la guerra in Jugoslavia fino a quelle più vicine a noi. Guerre viste solo attraverso le immagini televisive che arrivano nelle nostre case e che lei da spettatrice vuole mettere “a fuoco” per capire e ragionare su come e perché, a partire dalla prima guerra nel Golfo, il linguaggio di guerra è cambiato, cambiata è la figura del soldato e delle vittime, cambiata è la guerra stessa con i progressi della tecnoscienza e l’avvento dell’intelligenza artificiale. È cambiato il linguaggio usato per giustificare la guerra agli occhi dell’opinione pubblica, si sono inventati termini come guerra “giusta”, “preventiva”, “difensiva”, “chirurgica”, “di bassa intensità”, “al terrore”, in nome del “diritto d’ingerenza”, “umanitaria”, “per la liberazione delle donne”. È scomparsa la figura del guerriero, del soldato che fronteggia la morte in battaglia, su cui gli uomini per secoli hanno costruito lo stereotipo della virtù virile e dell’identità del “vero uomo” e la retorica dei caduti in battaglia. Al reduce della prima guerra mondiale, al “sopravvissuto” dei lager della seconda, è subentrato il soldato tecnologico e burocratizzato che “sgancia l’ordigno sul bersaglio e va via”. Il suo corpo, vivo o morto, viene messo fuori scena, occupata questa dalle immagini di droni, missili, robot killer interconnessi, in grado di operare attraverso un algoritmo per individuare un bersaglio e attaccarlo, dando la “garanzia” di non mettere a rischio i propri uomini e di colpire i “corpi altrui” senza alcuna considerazione. «Come durante la guerra fredda furono alcuni scienziati a mettere in guardia rispetto ai pericoli di un conflitto nucleare spingendo i governi ai trattati di non proliferazione, anche oggi gli scienziati cercano di fare lo stesso per l’intelligenza artificiale applicata ai conflitti armati, al potere distruttivo della tecnoscienza.» Armi micidiali di una guerra “disumanizzata”, “spersonalizzata”, “postumana”, “vigliacca”. Quand’è che in Europa è iniziato il processo di “riabilitazione della guerra”, in antitesi al “ripudio” della guerra quale strumento di offesa e mezzo di risoluzione dei conflitti internazionali? Quando è avvenuta la rottura del tabù della guerra sancita dalla carta di Helsinki del 1975, che prospettava un’Europa del dialogo e di pace, dopo gli orrori della seconda guerra mondiale con i suoi 60 milioni di morti e il fungo atomico? È con la guerra nell’ex Jugoslavia, risponde l’autrice, con il coinvolgimento degli stati europei e la loro “operazione umanitaria”. Nella guerra delle armi micidiali della tecnoscienza emerge una nuova figura della “vittima”, la/il “profuga/o” che diventa la/il “rifugiata/o” e “richiedente asilo”. Pensare e dire la pace, oggi, significa «pensare l’impensato della pace» in quanto si tratta di uscire dal pensare la pace come assenza o conclusione della guerra. E per pensare l’impensato l’autrice convoca tre grandi scrittrici e pensatrici del novecento: Simone Weil, Virginia Woolf e Maria Zambrano, che «ci porgono un filo per uscire dal labirinto in cui sembriamo perderci, tra rinnovati massacri, stupidità guerrafondaia, svuotamento della democrazia». È il filo del «combattere con la mente» per fabbricare idee nuove e pensare «il destino del mondo», una «nuova costituente europea», «re-immaginare la democrazia», e combattere «contro le idee acquisite dal dominio patriarcale» come quella che la pace si crea con la forza delle armi. Il libro, molto intenso, si chiude con un’antologia di testi, scelti per ulteriori approfondimenti.
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 15 marzo 2025. L’Altravoce il Quotidiano è il Quotidiano del Sud che ha cambiato nome)
da Avvenire
Don Riccardo Mensuali (Pontificia Accademia per la vita) riflette sui riferimenti culturali per gli uomini del nostro tempo: abbiamo un modello antropologicamente sicuro, quello di Gesù nei Vangeli
Maschi contestati e processati, ai margini delle relazioni sociali e di quelle familiari. Ma maschi anche che hanno deciso di costruirsi una nuova identità, più presentabile e interessante. La traccia potrebbe essere rappresentata da quell’antropologia cristiana che sull’argomento offre, a chi li sa cercare, modelli spiazzanti proprio perché ispirati all’immagine maschile di Gesù nei Vangeli. È la lunga cavalcata alla ricerca del maschio, del padre, del marito presentata da don Riccardo Mensuali nel libro Pieno di grazia. La sfida cristiana per il maschio del nostro tempo (San Paolo, pagg,192, euro 18).
Le quotazioni della paternità non sono mai state così basse, ma le statistiche ci dicono che i ragazzi – più delle ragazze – raccontano che a loro piacerebbe avere molti figli, desiderio che poi nella maggior parte dei casi non viene realizzato. Perché questa contraddizione?
Si potrebbe banalmente dire che i ragazzi sono meno consapevoli di quanto “costi” una maternità. Invece credo che nel cuore di un giovane esista un vero desiderio di realizzarsi anche a partire dalla paternità, da un servizio che per forza ci porta a renderci più gentili, più attenti e pazienti, più impegnati nella cura. Come se tanti ragazzi avvertissero che l’antidoto a violenza, modi bruschi, durezza è far da padre ad un figlio. È un po’ quello che ha cantato a Sanremo Lucio Corsi: Non sono nato con la faccia da duro / Ho anche paura del buio.
Il maschio, programmato da secoli di vita sociale a usare la parola in pubblico, nella vita familiare sceglie spesso il mutismo, o al massimo i monosillabi. Perché imparare ad esprimere emozioni e sentimenti attraverso la parola può essere una via privilegiata per far crescere la qualità delle relazioni?
La scarsa loquacità maschile nelle relazioni è quasi proverbiale, come se dovessimo spendere le nostre energie solo davanti a un gran pubblico. Ma anche questo comincia a diventare uno stereotipo vecchio. Ai corsi matrimoniali ormai si parla moltissimo, anche di sé, e lo fanno volentieri anche i futuri mariti. Per noi cristiani, figli della Parola, è una grande occasione. Dare le giuste parole alle emozioni, descrivere con sobrietà e saggezza quel che si sente non è solo da lettino da psicologo. È da vero uomo. Ricco di interiorità.
Qualcuno ha ipotizzato che la crisi del maschio è andata in questi decenni di pari passo alla crescita di responsabilità e di ruoli della donna, come se la parità fosse il più grande problema dell’uomo. Traguardo, sotto sotto, inaccettabile. Quanto c’è di vero in questa posizione?
Bisogna stare attenti a come si parla. Perché si fa presto a dire che siccome l’uomo non accetta di buon grado l’emancipazione, fa fatica, allora la colpa è delle donne. Qualcuno non solo lo pensa, ma lo dice pure. Direi, più precisamente, che troppi maschi li troviamo arretrati, impreparati al nuovo mondo, più femminile, dove prevale la forza del cervello, dell’empatia, della ricchezza di capacità relazionali. In questa nuova e buona “gara” bisogna allenarsi. Se il maschio rimane indietro, è colpa sua. Come lo è reagire con l’istintiva e non curata violenza del frustrato.
Molto interessante, tra le tante riflessioni che lei propone, quella sull’ultima paternità, quella dei grandi anziani che spesso hanno figli prossimi alla pensione. Si tratta però di valorizzare il loro ruolo e rispettare la storia che c’è alle spalle di ciascuno di loro. Come riuscirci?
Spesso non ci si riflette molto su quanto non sia semplice invecchiare bene, con serenità e costituire buoni padri anche sugli ottanta, novant’anni. Si dà per scontato che sia tutto sorgivo. Non è così. Si impara anche a diventare vecchi. Lo spirito cristiano ci propone di essere figli e discepoli del Maestro sempre. Prepararsi bene e con cura a lasciare questo mondo per entrare nella vita eterna può costituire una testimonianza importante per figli ormai molto adulti, che ricorderanno di certo come il padre se n’è andato.
Perché ritiene che il modello di uomo, di maschio, di marito offerto dall’antropologia cristiana possa rappresentare una strada percorribile e auspicabile per “vivere da uomini”, oltre tutte le contraddizioni e i luoghi comuni?
Semplicemente perché noi uomini potremmo, con qualche scaltrezza, quasi “approfittare” del fatto che abbiamo già un vero modello d’uomo nella figura di Gesù, come emerge dai Vangeli. Lo sappiamo, non era sposato né aveva figli, ma chi più di lui è maestro d’amore, maestro privilegiato di relazioni umane? Sapeva avvicinare una donna come un uomo, sapeva parlare o ascoltare a seconda del momento, adirarsi o essere maschio dolce e diverso da tutti quando occorreva. Sapeva sbrigarsi ma anche fermarsi. Ha saputo far da padre agli Apostoli delegando loro poteri e responsabilità, li ha fatti scontrare coi loro limiti perché li superassero. E quando tutti volevano che rimanesse, se ne è andato per agire attraverso di loro, cioè di noi e della Chiesa. Non vedo, al mondo, modello di maschio più efficace ed attraente. Un uomo che conquista.
da Doppiozero
Una donna incinta, nuda, siede sul letto. Rivolge un sorriso complice e sereno al bambino dentro di lei, con una mano accarezza la pancia, mentre l’altra la sostiene dolcemente dal basso. In questo gesto semplice e potente c’è tutto il senso dell’attesa, della trasformazione, della vita che sta per nascere. È l’idea che percorre il volume Covando un mondo nuovo. Viaggio tra le donne degli anni Settanta (Einaudi, 2024), con le fotografie di Paola Agosti e il commento di Benedetta Tobagi. Noi non eravamo artisti, noi eravamo dei reporter, eravamo dei testimoni del nostro tempo, l’arte c’entrava relativamente poco, noi facevamo quel lavoro per vivere, afferma la fotografa con asciutta schiettezza.
Eppure in “quel lavoro” c’è qualcosa che si spinge oltre la semplice testimonianza. Come la donna incinta accarezza il futuro che porta in sé, lo sguardo della Agosti dà vita a qualcosa che sta nascendo, un mondo femminile che si svela, si afferma e reclama il proprio spazio. Donne tra loro differenti, legate dalla forza con cui hanno cercato un destino diverso, dal coraggio con cui hanno sfidato le regole di un mondo che le voleva silenziose, sottomesse, chiuse fra le mura di casa. E grazie a loro, il cammino di chi è venuta dopo si è fatto più libero.
È questa determinazione che lega Paola Agosti alle donne, un filo teso tra lo sguardo e l’azione, tra chi racconta e chi si fa racconto. Determinare non è solo fissare un confine, dare un contorno netto alle cose, ma è anche un atto di volontà, una scelta precisa. Significa tracciare un sentiero là dove sembrava non esserci strada, prendere posizione accanto a chi è stato troppo a lungo escluso dalla narrazione ufficiale. È un gesto che incide, segna e restituisce dignità a chi, altrimenti, resterebbe nell’ombra. La Agosti non si limita a osservare, mette a fuoco. E nel farlo, si schiera.
Sono stata femminista come molte. Mi riconoscevo sicuramente nelle lotte che il movimento portava avanti. Grazie al lavoro mi consideravo una donna emancipata; tra l’altro venivo da una famiglia dove le donne erano tenute in grande considerazione e avevano studiato e lavorato.
Fra le fotografie del suo archivio, ben ventimila dedicate alle donne, ci sono le anziane militanti del Partito comunista, le donne dell’Udi, le avanguardie femministe radicali, le singole attiviste fra cui la linguista Alma Sabatini con un enorme cartello, la scrittrice Dacia Maraini che guida un corteo, la radicale Adele Faccio arrestata durante una conferenza internazionale sul divorzio, Gigliola Pierobon con l’avvocata ed ex-partigiana Bianca Guidetti Serra che la difendeva contro l’accusa di aver abortito a diciassette anni.
Se il personale è politico è il principio con cui le femministe mettono in discussione la società, per la Agosti è il filtro da porre sull’obiettivo, la sfumatura che dà una tonalità nuova al reale. La maternità al lavoro, la sessualità femminile, la violenza domestica, non sono semplici questioni private, ma riflettono strutture di potere e disuguaglianze radicate nella società. Compagni nella lotta, padroni nella vita, con questa ambiguità facciamola finita è il pensiero che anima sindacaliste, operaie, casalinghe, impiegate e studentesse, nella manifestazione organizzata a Roma dai metalmeccanici il 2 dicembre 1977.
Grazie al fatto di essere una donna, e di avere una fotocamera, la Agosti viene accolta all’interno dei collettivi e delle manifestazioni con una confidenza che difficilmente sarebbe stata concessa a chi non ne condivideva l’impegno. Le femministe, infatti, erano consapevoli del potere dell’immagine e della necessità di raccontarsi con un proprio sguardo, senza mediazioni esterne che potessero distorcere il loro messaggio. In un contesto in cui i media tradizionali banalizzavano o travisavano le istanze femministe, il lavoro della Agosti era visto come una forma di militanza.
Si aprono le porte dei consultori, quelle delle case dove le donne lavorano a domicilio e accudiscono i figli, quelle di Radio città futura,emittente romana legata alla sinistra extraparlamentare, che all’interno del palinsesto quotidiano concede due ore alle femministe, una delle quali è riservata alla trasmissione Le donne escono dalle cucine.
Si aprono le porte delle redazioni, EFFE, Quotidiano Donna, e poi quelle di Noi Donne,la rivista dell’Udi con cui la Agosti collabora per più di vent’anni. È stato un lavoro molto, molto bello… Ho girato l’Italia, e grazie a Noi donne sono entrata nelle case di chi faceva una vita ben diversa dalle ragazze che sfilavano a Roma nei cortei femministi: le operaie, le mondine, le vecchie partigiane […], per me rimane una tappa fondamentale della mia vita di fotografa e di donna.
Nel 1976 molte di quelle immagini confluiscono in Riprendiamoci la vita, un libro pubblicato dall’editore Savelli da cui sono germogliati altri progetti, nati quasi per necessità, per il bisogno di continuare a raccontare. Con Firmato Donna, Agosti ha dato un volto a cinquantasei tra le più grandi scrittrici italiane del Novecento, donne che con le parole hanno costruito nuovi spazi di libertà. Con La donna e la macchina (1983), è entrata nelle fabbriche del Nord-Ovest, mostrando le operaie nel loro quotidiano, rivelando la fatica di chi ha avuto un posto nel mondo del lavoro, ma quasi mai nel racconto ufficiale.
Nel 1977 Paola Agosti sente il bisogno di allontanarsi dalla frenesia della vita in città, dai tempi stretti della cronaca, dalla ressa dei fotografi. Chiede a Nuto Revelli, che conosceva sin da bambina perché era stato partigiano con suo padre, di poter ripercorrere con la sua macchina fotografica l’itinerario di Il Mondo dei vinti (1977) e di L’anello forte. La donna: storie di vita contadina (1985). Dai suoi numerosi viaggi nelle Langhe nascono Immagine del mondo dei vinti (1979) e Il destino era già lì (2015).
Se Riprendiamoci la vita era il grido di battaglia del femminismo, un’esortazione a spezzare vincoli e ridefinire il proprio cammino, Il destino era già lì evoca invece il peso di una storia già scritta, di un futuro tracciato ancor prima che si possa scegliere. Nate in famiglie contadine, spesso numerose, queste donne si trovavano fin da bambine immerse in una realtà di fatica e privazioni, il lavoro nei campi era l’unico orizzonte possibile ed i ruoli erano rigidamente definiti. Fotografarle non significa solo raccontare, ma riconoscere. Significa dare un volto e una voce a chi è stato relegato ai margini della storia, celebrare la forza silenziosa delle donne che, senza dichiararlo apertamente, hanno lottato per procurarsi un frammento di libertà.
Qui la sua determinazione di fotografa è anche un atto di resistenza, un modo per non lasciare che quelle storie svaniscano, una resistenza presente anche nel carattere delle donne ritratte, che con il loro radicamento alla terra e il lavoro manuale raccontano una lotta quotidiana per rimanere ancorate alla propria esistenza. Su quei visinon c’è traccia di autocommiserazione, mostrare la loro “solitudine” non veicola né rassegnazione né sconfitta, ma la volontà di sancire l’orgoglio umano di essere al mondo. L’anziana donna seduta come su un trono in mezzo alla sua cucina, le contadine, divertite e divertenti, ad onta della fatica e delle dure condizioni di lavoro, mentre giocano con i loro cani, esprimono una condivisione di sentimenti che crea solidarietà.
Riusciamo, oggi, a cogliere fino in fondo il valore che queste foto avevano quando comparvero per la prima volta sulla carta stampata? Allora non erano icone. Lo sono diventate nel tempo, perché hanno saputo parlare, emozionare, raccontare storie in cui un numero incalcolabile di donne si è riconosciuto. Il loro potere non sta solo nell’immagine, ma nel modo in cui sono state vissute, condivise, fatte proprie. Per raccontare davvero qualcosa, bisogna esserci dentro. Non basta osservare, bisogna immergersi, vivere la situazione. Le sue foto sono diventate simboli perché le donne le hanno diffuse, riprodotte, fatte circolare ovunque, manifesti, riviste, volantini, libri. Hanno smesso di essere semplici scatti per trasformarsi in pezzi di vita, tracce di un’esperienza collettiva. Davanti a una fotografia, ognuno di noi deve decidere se ignorarla o lasciarsene attraversare, se renderla parte della propria memoria e delle proprie lotte, se usarla per conoscere, per capire, per agire.
Alla fine del libro le autrici accostano due immagini. Nella prima alcune giovani donne appendono uno striscione con la scritta Le streghe son tornate, nella seconda, un’anziana, sola nella sua cucina, solleva un pentolino da cui si sprigiona un vapore denso. Il confronto svela due modi diversi di esistere, da un lato, giovani donne che gridano per rivendicare il diritto alla parola e all’autodeterminazione, dall’altro, un’anziana che, con un gesto silenzioso ma carico di significato, compie un rito di magia bianca. Le femministe si riappropriano di un passato simbolico attraverso la figura della strega non più vittima della persecuzione patriarcale, l’anziana rivela un sapere prezioso trasmesso di donna in donna; le une rivendicano il diritto a trasformare il proprio destino, l’altra lavora per dissolvere un destino avverso. Due modi diversi di agire, due forme di lotta che sembrano lontane e invece si parlano, le urla delle donne che vogliono cambiare il mondo ed i sussurri di chi lo ha sfidato in silenzio.
dall’Ansa
Il Ministero dell’economia ha dato questa mattina parere negativo all’emendamento presentato dalla maggioranza al ddl per le liste d’attesa che stanziava 6 milioni di euro l’anno per tre anni per la prevenzione dei tumori al seno.
«Hanno fatto una becera propaganda – commenta la senatrice M5S Elisa Pirro – e oggi ci troviamo col Mef [Ministero per l’Economia e le Finanze, Ndr] che dà parere negativo a questo emendamento che avremmo appoggiato volentieri. Non hanno trovato i soldi, mentre in questo Paese si continua a parlare di un piano di riarmo che dovrebbe aprire spazi fiscali per circa 30 miliardi.
È una cosa immorale».
da Avvenire
L’approccio prudente lascia da parte ormoni e bloccanti della pubertà che ormai tutti i Paesi occidentali stanno abbandonando, e indaga attentamente nel vissuto di ragazzi e famiglie
Esiste un fenomeno sociale e sanitario a cui in Italia non si presta la dovuta attenzione. Riguarda la sofferenza di bambini, ragazzi (e le loro famiglie), derivata da rifiuto del proprio sesso, turbamenti dovuti al sentirsi “intrappolati nel corpo sbagliato”, stato ascrivibile a incongruenza o disforia di genere. Il fenomeno è difficilmente quantificabile in Italia, a causa dell’inspiegabile assenza di dati di affluenza agli oltre 40 ambulatori (pubblici o privati in convenzione; dati desunti da siti non istituzionali) sparsi per la penisola. Nonostante le segnalazioni informali e allarmanti di genitori e insegnanti di scuole di ogni ordine e grado, questi casi sono stati finora intesi come da “risolvere in fretta”, con approcci che meglio dettaglieremo e che portano a una vera e propria transizione da maschio a femmina o viceversa. Il fatto che questo si pratichi in corpi molto giovani, pare non preoccupi o allarmi.
Per i casi di incongruenza o disforia, sono state messe in campo terapie di diverso orientamento. Quelle dette riparative, che cercavano di convincere forzatamente la persona, anche giovane, di non essere omosessuale o transgender, sono ormai largamente condannate. Le terapie “affermative”, invece, non ancora superate, hanno trovato consenso quasi unanime. Si basano sull’interpretare come attendibile ciò che un/a bambino/a o un adolescente afferma essere il suo “vero” sesso. La terapia affermativa, applicata dagli anni Novanta, non basata su certezze scientifiche ha dimostrato di non risolvere le difficoltà personali, anzi: si stanno moltiplicando i casi di “detransizione” – ragazzi ormai adulti che non si vivono più come transgender e che vorrebbero tornare indietro. Spesso in drammatiche condizioni di impossibilità. Si è forse perso di vista il principio di cautela (primum non nocere) che dovrebbe essere alla base di tutte le pratiche medico-cliniche? L’approccio affermativo, oggetto di clamorosi recenti fatti di cronaca, è in corso di abbandono nella maggior parte dei Paesi europei e non solo, tranne che in Italia. Cerchiamo di capire perché. Esistono a livello internazionale due manuali diagnostici: il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, noto con la sigla Dsm (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali dell’Associazione psichiatrica americana), e l’Icd (International Classification of Diseases, Injuries and Causes of Death, classificazione internazionale delle malattie e dei problemi correlati, stilata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità).
Dai testi si desume la strana situazione dell’incongruenza di genere (Idc) e della disforia di genere (Dsm), dichiarate di per sé come non vere e proprie patologie, necessitanti però di una diagnosi clinica effettuata da medico o psicologo. In assenza di segni visibili, il/la professionista clinico/a si basa su ciò che la persona riferisce di sé stessa. Quanto può essere “vera per sempre” l’autonarrazione di soggetto in età evolutiva (bambino o adolescente), periodo in cui le capacità cognitive, psicologiche, emotive e sociali, nonché di descrizione di sé stessi/e, sono tutt’altro che definite? Ecco perché sarebbe da tenere in debito conto non solo la plausibile mutevolezza della descrizione, ma anche l’incerta permanenza dello stato riferito. Inoltre, dato non trascurabile, un bambino/a (o ragazzo/a) non ha ancora maturato la capacità di prevedere appieno le conseguenze di ciò che decide e fa.
Il dogmatico approccio affermativo alla disforia di genere ha un nome e un inizio. Siamo negli anni Novanta, la psicologa Peggy Cohen-Kettenis, fondatrice della Clinica pediatrica di Utrecht, sviluppa il “Protocollo olandese”, base di ogni terapia affermativa: per accompagnare i/le ragazzini/e con incongruenza di genere è opportuno assecondarli – “affermarli” – nella loro richiesta di una nuova identità, senza mettere in discussione le loro opinioni. Qualunque età abbiano, quasi sempre senza approfondire l’origine del disagio (in termini tecnici “diagnosi differenziale”) che, come ormai dimostrano diversi studi, può derivare da altre cause da considerare (disturbi dello spettro autistico, depressione, omosessualità fraintesa, sofferenze psicologiche di altra natura). Si passa quindi alle terapie farmacologiche (bloccanti della pubertà e ormoni cross-sex – fanno assumere i caratteri sessuali secondari del sesso opposto: per esempio barba, pomo d’Adamo e voce maschile nelle femmine) e chirurgiche.
Non ci sono riscontri oggettivi, ma il “Protocollo olandese”, trova immediata approvazione nei contesti scientifici internazionali. La stessa ideatrice, nel 2006 afferma in uno studio che i bloccanti della pubertà sembrano fornire un contributo importante “nella gestione clinica del disturbo dell’identità di genere” e indica le età più adeguate per trarre il miglior profitto dai trattamenti: 12 anni per i bloccanti della pubertà e 16 anni per il trattamento cross-sex. Alla fine dello studio viene perfino espresso un ringraziamento alla casa farmaceutica che produce i bloccanti. Intanto la macchina del consenso si era messa in moto, con un’evoluzione che nei Paesi occidentali ha toccato il massimo della “propensione affermativa” tra il 2015 e il 2020, a cominciare dal Regno Unito, con migliaia di ragazzini (oltre 5.000 nel 2021) avviati al percorso di transizione presso la clinica Tavistock del servizio sanitario pubblico.
A quel punto parte un piccolo terremoto: fioccano le denunce di giovani trattati fin da piccoli con terapia ormonale e chirurgia, che all’avvio del percorso non avevano compreso le implicazioni a lungo termine di trattamenti così devastanti. La battaglia passa in tribunale e alla fine arriva il rapporto commissionato dal Servizio sanitario del Regno Unito, la citatissima Cass Review, che afferma che non esistono prove per valutare gli effetti dei trattamenti ormonali per quanto riguarda la salute mentale e psicosociale, lo sviluppo cognitivo, il rischio cardiometabolico, la fertilità. Un anno fa – il 29 marzo – la clinica Tavistock ha chiuso i battenti, avviando un serio ripensamento, presto diffuso anche in tanti altri Paesi: Finlandia, Svezia, Francia, Norvegia, Germania, Svizzera, Australia, Stati Uniti. Una piccola rivoluzione. Il caso francese, in particolare, è di grande interesse: l’Académie Nationale de Médicine spiega il meccanismo con cui i casi di disforia si sono moltiplicati, parlando esplicitamente di “focolaio di casi” e avallando, per la prima volta anche in campo medico, l’ipotesi del contagio sociale. Si tratta del resto di un meccanismo che la psicologia ben conosce per il dilagare dei disturbi alimentari, la dipendenza da internet, il fenomeno degli hikikomori, il cyberbullismo. È quindi plausibile e ormai dimostrato che riguarda anche l’incongruenza e la disforia di genere.
Cosa stanno elaborando in merito gli altri Paesi? In alternativa alla terapia “affermativa” e alla ricerca di un approccio il meno invasivo possibile, che lasci aperta una vasta gamma di risultati, si sta prefigurando una nuova via di accompagnamento e supporto per i giovani alle prese con incongruenza o disforia. Un approccio non ancora oggetto di interesse e formazione in Italia, definito “Terapia Esplorativa-Neutrale” o “Terapia Esplorativa del Genere”. Si basa sull’attenta indagine dell’esperienza personale della giovane persona in difficoltà e della sua famiglia, riguardo il vissuto di genere. Si esplicita nell’aiuto a far sì che sia il soggetto interessato che la famiglia si pongano nella condizione di “prendere tempo”, arrivando così a non assumere decisioni affrettate e senza darne per scontato l’epilogo.
Un approccio prudente. Il ragazzo o la ragazza in temporanea disforia, prendendo tempo, può arrivare a identificarsi con il proprio sesso di nascita e accettare il proprio corpo così com’è, ma può anche decidere di procedere con la transizione di genere, nella comprensione delle complesse fonti del proprio disagio e delle conseguenze delle proprie decisioni e azioni. Insomma, tutti i risultati sono accettati e legittimi, a patto che non vengano bruciate le tappe e non si ricorra in modo sbrigativo a interventi farmacologici e chirurgici, come pretenderebbe l’approccio affermativo. Un approdo di buon senso a cui stanno arrivando tanti Paesi occidentali.
Fulvia Signani è psicologa e docente incaricata di sociologia di genere, nonché fondatrice e componente del Centro Universitario di Studi sulla Medicina di Genere dell’Università degli Studi di Ferrara. In staff alla Presidenza del Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi, fa parte dell’Osservatorio Nazionale sulla Medicina di Genere presso l’Istituto Superiore di Sanità. È fondatrice e presidente di Engendering Health APS e autrice di La salute su misura. Medicina di genere non è medicina delle donne (2013).
dal Corriere della Sera
«[…] La donna d’oggi non è più quell’essere impersonale, senza individualità e senza cultura, che una volta fu. Siamo ben lungi dai tempi che la donna si considerava come un animale domestico, da potersi maltrattare, scacciare od uccidere a capriccio del suo padrone». Sono questi alcuni dei versi più celebri contenuti in Il Monopolio dell’uomo (1890), uno dei primi scritti di Anna Kuliscioff. Un simbolo di impegno civile e di emancipazione femminile, ricordato nel centenario della morte – avvenuta nel 1925 a Milano – con una mostra al Museo del Risorgimento di Palazzo Morando (prorogata fino al 30 marzo 2025). Tra le figure più influenti del movimento socialista italiano, Kuliscioff fu un esempio di coraggio e determinazione nel perseguire ideali di giustizia sociale, emancipazione e difesa dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici (qui abbiamo raccontato la sua figura, attraverso le pagine d’archivio, e la sua eredità).
Un personaggio rivoluzionario anche sul fronte degli studi: nata in Crimea, si trasferì in Svizzera per studiare e laurearsi in medicina, e fu tra le prime donne dell’epoca. Il suo impegno si concentrò, in particolare, sulla questione femminile: fu tra le prime a denunciare le disuguaglianze economiche e sociali subite dalle donne, battendosi per il diritto al voto (scontrandosi anche con l’eccessivo gradualismo del Partito socialista e del compagno Filippo Turati) e per migliori condizioni di lavoro.
Si legge in un articolo botta-risposta su Critica sociale, la rivista del socialismo riformista italiano, che diresse insieme a Turati fino al 1891: «Direte, nella propaganda, che agli analfabeti spettano i diritti politici perché sono anch’essi produttori. Forse le donne non sono operaie, contadine, impiegate, ogni giorno più numerose? Non equivalgono, almeno, al servizio militare la funzione e il sacrificio materno, che danno i figli all’esercito e all’officina? Le imposte, i dazi di consumo, forse son pagati dai soli maschi? Quale degli argomenti, che valgono pel suffragio maschile, non potrebbe invocarsi ugualmente per il femminile? Domandate ai socialisti belgi ed austriaci se l’aiuto delle lavoratrici, nella loro campagna pel suffragio, non ebbe “alcuna influenza benefica immediata”! Vi risponderanno che proprio nelle donne trovarono i più coraggiosi entusiasmi e le maggiori abnegazioni». Il suo sogno si sarebbe avverato solo nel 1946.
Una donna che lasciò il segno in numerose città: Firenze, dove venne incarcerata e contrasse la tubercolosi che la segnò tutta la vita; Imola, la città di Andrea Costa da cui ebbe la figlia Andreina; Torino, dove approfondì le ricerche sulle febbri puerperali e visse presso la famiglia di Cesare Lombroso; Pavia, dove seguì il futuro premio Nobel per la medicina Camillo Golgi; Padova, dove studiò con Achille De Giovanni; Napoli, dove si laureò e incontrò Turati, compagno di vita e azione fino alla morte; Milano, dove come medico si dedicò ai più poveri, curando gratuitamente operai e indigenti, guadagnandosi l’appellativo di “dottora dei poveri”. A cento anni dalla sua scomparsa, il suo pensiero resta di grande attualità e ci invita a riflettere sull’importanza di proseguire il suo cammino per un mondo più equo e inclusivo.
da Erbacce
Andata e ritorno degli sfollati

A maggio 2024 sono arrivata da Gaza al campo profughi di Ain Jalut di Khan Yunis, dove vivevo in una tenda con mia sorella e con i miei fratelli accanto a noi. Quando la carta finiva disegnavo sulla tenda.
All’inizio della tregua, in gennaio 2025, sono ritornata a Gaza e ho disegnato sul muro della nostra casa, distrutta e inabitabile.
Da febbraio sono tornat a Khan Yunis, nel campo profughi Mawasi.
*Video e disegni di Una tenda in Palestina qui
da Noi Donne

Oggi si è conclusa la settimana del disarmo nucleare (Nuclear ban week, 1-7 marzo 2025) alla sede centrale dell’ONU a New York per discutere il Trattato di Proibizione delle armi nucleari (TPNW). I Disarmisti Esigenti vi hanno partecipato in quanto delegazione italiana appartenente alla coalizione di ong ICAN (International Campaign to Abolish Nuclear weapons). Fin dal primo giorno la nostra delegazione ha presentato tre prospettive che pongono l’abolizione delle armi nucleari come una necessità in considerazione della crisi climatica ed ecologica e per scongiurare la violazione dei diritti umani. I danni irreversibili all’ambiente e agli esseri umani sono stati dimostrati dopo l’uso della bomba in Giappone e nel corso dei numerosi test nucleari. Questi temi hanno poi attraversato molti side events presentati dalla società civile. La prima prospettiva è l’esperienza perfettamente riuscita della mobilitazione del popolo di Comiso contro gli euromissili negli anni ’80, che non solo ha permesso di cogliere immediatamente l’opportunità di eliminarli, ma ha creato anche un presidio pacifista, femminista, ecologista stabile. La prima proposta più recente è l’idea e le iniziative di Costituente Terra. La seconda proposta riprende gli studi dovuti alla politica delle donne, recepiti dall’ONU, riguardanti le conseguenze nefaste delle armi nucleari sui corpi degli esseri umani. Essi hanno rivelato degli effetti particolarmente gravi delle radiazioni ionizzanti sugli organi sessuali femminili, quindi sulle bambine, sulle donne e sul patrimonio genetico umano. Si tratta di danni irreversibili, come quelli provocati sull’ambiente (questo punto è stato ripreso anche da un altro side event dedicato alle questioni di genere, con particolare riguardo alle centinaia di test nucleari effettuati in Kazakstan). Il martedì abbiamo presentato, come Disarmisti Esigenti, la visione degli attivisti che hanno vissuto la denuclearizzazione in Bielorussia e propongono ora un’ampia zona smilitarizzata ai confini con la Russia, ma anche una politica, una diplomazia e un diritto internazionale basato sulla bona fides nei rapporti su questi confini. Abbiamo poi presentato l’attività di alcuni nostri attivisti per implementare la decisione ONU del 1947 sulla smilitarizzazione del porto di Trieste, questione ritornata di grande attualità nell’attuale crisi in Centro Europa. Le sedute plenarie hanno poi permesso, nel corso della settimana, a tutti gli ambasciatori degli Stati firmatari di esprimere le diverse sensibilità e circostanze geopolitiche, ma anche la comune convinzione della bontà dell’iniziativa del trattato per evitare quella che può ben dirsi la fine del mondo. Da notare è anche un punto sull’attuale politica di delegittimazione dell’ONU e sulla legalità internazionale: almeno due visti sono stati negati a due delegati a questa riunione internazionale all’ONU: si tratta di una bielorussa della nostra delegazione e di un iraniano. Se questa fosse la politica statunitense dei visti nei confronti di cittadini delegati all’ONU, la presenza della sua sede centrale a New York diventerebbe problematica.
La tematica femminista del corpo umano come sede della massima distruzione provocata dagli ordigni nucleari, simbolo dei danni irreversibili all’umanità e al suo habitat, ha trovato espressione nell’opera e nell’esperienza dell’artista kazako presente con le sue opere nei locali dell’ONU. Karipbek Kuyukov dipinge corpi martoriati dalla casualità genetica determinata dalla bomba. Nato senza braccia, dipinge con la bocca e i piedi ed è un attivista antinucleare e anti-test nucleari. Egli dipinge anche madri che abbracciano o cullano il loro figlio deforme. Al radicale potere di chi distrugge non solo la vita dei contemporanei, ma anche quella di generazioni a venire, egli oppone il radicale potere dell’arte, dell’intelligenza e dell’amore della madre che fa trionfare la vita di un essere umano anche sulla più irragionevole malvagità e la più insopportabile insensatezza dei rischi accidentali. Che con l’8 marzo appaia con nuova forza questa consapevolezza femminile del valore della vita, capace di eliminare un incubo artificiale, creato dagli uomini, quindi suscettibile di essere risolto.
Giovanna Cifoletti fa parte dei Disarmisti Esigenti
dal Corriere della Sera
Mauro Bonazzi – “Differenza” è una parola decisiva, nel tuo vocabolario e non solo, se guardiamo al mondo della filosofia. Sono lontani i tempi della filosofia intesa come ricerca e analisi di concetti universali, validi per tutto e tutti, dovunque e comunque. Il Novecento, e anche il nostro secolo, sembra piuttosto il tempo della diversità, della molteplicità e della pluralità.
Adriana Cavarero – Il tema della differenza ha invaso i dibattiti filosofici soprattutto negli anni Settanta del secolo scorso, con i cosiddetti post-moderni, pensiamo ad esempio a Jacques Derrida o Gilles Deleuze. Anche se la mia provenienza è diversa (mi sono formata a Padova su Hegel e Platone) li conosco: e ho guardato a loro con interesse, ma anche diffidenza. Apprezzo, certo, la parte decostruttiva, il tentativo di smontare l’idea di un soggetto auto-fondato, saldo in sé, indipendente e autonomo (pensiamo al cogito di Cartesio, il penso dunque sono). Ma questa strategia di decostruzione mi sembra fine a sé stessa: si spegne nella glorificazione della frammentazione del soggetto stesso, nella negazione di un’identità unitaria; non aspira alla costituzione di altre forme di soggettività. Si passa insomma dall’uno (il soggetto classico, l’io sicuro di sé, chiuso nei suoi confini inviolabili) ai molti (a questo soggetto frammentato, ai mille rivoli di un’identità sfuggente perché sempre in movimento). Ma non si va oltre. È un risultato apprezzabile dal punto di vista estetico, ma poco praticabile dal punto di vista etico o politico. Se si parte da una enfatizzazione delle differenze infinite non si può costruire nessuna plausibile etica della responsabilità, perché viene a mancare ciò che ci unisce. È una scelta che non porta lontano, e apre piuttosto a forme di disimpegno.
Mauro Bonazzi – Qual è allora la tua “differenza”?
Adriana Cavarero – Seguendo Luce Irigaray, fin dall’inizio io ho insistito sulla differenza sessuale. Ora, la differenza sessuale non appartiene a questo panorama di frammentazione, tutt’altro. Ha a che fare con un dato di partenza ben preciso: siamo esseri viventi che si riproducono. Non si tratta di frammentare il soggetto in mille identità diverse, ma di ripartire da ciò che siamo nella concretezza dei nostri corpi, femminili e maschili. Smantellare costruzioni ideologiche che rischiano di opprimere va bene, ovviamente: non c’è dubbio che donne o omosessuali e tanti altri siano stati imprigionati in pregiudizi che li hanno ostacolati fin troppo a lungo nel libero sviluppo delle loro potenzialità. Ma bisogna anche provare a costruire alternative.
Mauro Bonazzi – Insomma, la contestazione di questa idea astratta, universalista, di un essere umano razionale e pienamente racchiuso in sé stesso non necessariamente deve culminare in una dissoluzione dell’idea stessa di soggetto umano.
Adriana Cavarero – Aristotele diceva che solo dell’universale si dà conoscenza; del particolare, dell’individuale no. E in parte ha pure ragione. Ma a me interessa anche il particolare. Basta la conoscenza universale della filosofia a chiarire chi siamo? Un buon filosofo aristotelico è Edipo, quando risponde alla sfida della Sfinge, offrendo una definizione generale dell’essere umano – di “che cosa è” un essere umano (l’essere umano è quell’essere che cammina con quattro gambe da bambino, due da adulto e tre nella vecchiaia). Poi Edipo scopre davvero “chi è” (l’assassino del padre, il marito della madre), lui nella sua specificità; e che avesse due o tre gambe non appare poi così importante… La filosofia non deve occuparsi solo delle questioni universali, ma anche di questa nostra unicità, del fatto che ognuno di noi è allo stesso tempo qualcosa di singolare, unico, irripetibile. Tra i due estremi di un soggetto assoluto e chiuso in sé stesso da un lato, e di una soggettività frantumata in una pluralità di impulsi non più ricomponibili dall’altro ci deve essere lo spazio per un discorso capace di parlare della nostra unicità, dei soggetti unici, concreti che noi tutti siamo.
Mauro Bonazzi – Ecco spiegata l’importanza della letteratura, come nel tuo bellissimo Tu che mi guardi, tu che mi racconti: la filosofia si è troppo spesso chiusa nel suo mondo – un mondo glorioso, certo, ma che nella sua ricerca di verità universali rischia spesso di perdere di vista la ricchezza del mondo umano, tutte le storie che si intrecciano nelle nostre vite…
Adriana Cavarero – E le storie, la storia di chi siamo, delle nostre vite, come spiegava Hannah Arendt, non ce le possiamo raccontare noi. Abbiamo bisogno degli altri per capire noi stessi. Senza gli altri non riusciremo mai a dare un significato alla nostra esistenza. In questo senso siamo esseri relazionali, fin dall’inizio (nasciamo da altri, non ci generiamo da noi stessi) e sempre, nelle nostre giornate, intessiamo relazioni con gli altri che determinano le nostre vite.
Intendendoci: l’altro non è l’Altro metafisico, né un altro generico. L’altro sei tu, in carne e ossa: sei tu che mi guardi, tu che mi racconti, sei mia madre che mi ha messo al mondo, sei la persona che amo, qui e ora. Chi sei tu? Chi sono io? Anche di questo deve occuparsi la filosofia.
Mauro Bonazzi – Insistere sulla nostra unicità significa anche riconoscerci nelle nostre imperfezioni e diversità. Siamo esseri contingenti, siamo «figli del caso», come dice il già ricordato Edipo subito prima di scoprire veramente chi è.
Adriana Cavarero – È vero, proprio come Edipo siamo fragili, vulnerabili. Anche questo fa parte della nostra condizione, inutile illudersi che non sia così.
Ma anche questa nostra fragilità ha una sua bellezza.
Forse non è così negativa, come troppo spesso si ripete…
Mauro Bonazzi – … Il paradigma vittimista, che ritorna oggi a tutte le latitudini. In effetti, c’è una tendenza fin troppo diffusa a lamentarsi della propria condizione, del destino che ci è toccato in sorte, quale che essa sia.
Adriana Cavarero – Ma anche questa vulnerabilità, i nostri limiti e persino le nostre debolezze, concorrono a determinare la nostra unicità, ciò che noi siamo concretamente. Hannah Arendt, ancora lei, scriveva: «C’è una fondamentale gratitudine per ciò che è dato». È un invito a cercare il senso di quello che si è, come si è, nella nostra singolarità incarnata. E una bella sfida.
Mauro Bonazzi – Quello della vulnerabilità è un tema caro anche a Judith Butler, una pensatrice al centro di molti dibattiti. Il suo tentativo di negare la differenza sessuale tra maschi e femmine sul piano biologico ha scatenato polemiche furibonde. So che siete molto legate, eppure constato anche una divergenza profonda su quest’ultimo punto, come peraltro spieghi molto bene nel tuo ultimo libro, scritto con Olivia Guaraldo, Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa).
Adriana Cavarero – Con Judith siamo legate anche perché siamo in disaccordo. Non funziona così nel mondo delle idee? E infatti niente è più lontano da Judith di quella esigenza di normare e censurare parole o pensieri altrui, che ritroviamo invece in molte sue accolite e accoliti. Significativa è, per esempio, la regola di sostituire le desinenze maschili o femminili con la cosiddetta schwa – o con l’asterisco – per eliminare il più possibile il riferimento a identità specifiche che non sarebbero inclusive delle persone sessualmente fluide o trans. La difesa della vulnerabilità di queste persone si trasforma così in un sistema di disciplina e controllo sul linguaggio che le può vulnerare, con l’imposizione di regole sempre più restrittive. Si vulnera la grammatica, questo sì, e si perdono parole.
Mauro Bonazzi – Perderemmo anche noi stessi, in questo modo. Lo dicevamo prima: per capire chi siamo abbiamo bisogno delle storie che gli altri ci raccontano di noi. Ma se gli altri non possono più parlare, cosa ci racconteranno?
Adriana Cavarero – Il punto di disaccordo con Butler è la sua posizione, che vorrei chiamare “transmetafisica normativa”: una concezione della realtà che va al di là (trans, meta) del dato naturale, perché ritiene che anche il dato naturale (la distinzione maschio/femmina, nel caso specifico) sia il risultato di discorsi, non abbia consistenza reale. Il punto di disaccordo tra noi due, allora, non è soltanto la mia difesa del fatto che i sessi sono due in opposizione alla sua tesi che anche questa divisione è una costruzione culturale, e non naturale. Quello su cui non concordo sono soprattutto certe conseguenze iperindividualiste della sua tesi, vale a dire una concezione dell’individuo che si crea da sé, che decide la sua identità sessuale autopercepita. Insomma, che di sé può fare quello che vuole, prescindendo dai dati di realtà.
Mauro Bonazzi – Un’idea molto popolare nella Silicon Valley, peraltro, e che l’Intelligenza artificiale non farà che acuire, in un futuro (remoto? vicino?) in cui riproduzione e sessualità fossero finalmente separate: tutto sarà possibile, fate quello che volete.
Adriana Cavarero – All’io sovrano solitario nel suo regno continuo a preferire il noi in carne e ossa fatto da me e te, fatto da una pluralità di esseri unici in relazione concreta. Di nuovo, è uno spunto che ho letto e riletto nelle pagine di Hannah Arendt, laddove parla di felicità pubblica. La gioia di stare insieme, di agire insieme per assaporare il gusto della libertà e tentare di cambiare il mondo.
da Avvenire
Il tentativo di normalizzare il “lavoro sessuale” cede di fronte alla realtà della prostituzione
Il “lieto fine” è solo sul palco di Los Angeles dove sono stati consegnati gli Oscar: ben cinque. Perché il film più premiato del 2025 non è affatto un Pretty Baby contemporaneo. Di “grazioso” non c’è nulla. C’è una giovanissima dei bassifondi newyorchesi che balla appesa al palo in un locale notturno per poi trasferirsi nei privé per una danza più intima con l’uomo di turno. Anora è stato accolto come una rivincita delle cosiddette “sex workers” perché ne racconta senza moralismi le “normali” ore di lavoro. L’inglese The Guardian ha rincarato, spiegando che il film «è stato proposto come un segnale che la società sta compiendo un altro passo verso la normalizzazione del lavoro sessuale».
Dal canto suo, la protagonista Mikey Madison, premiata come migliore attrice, nel suo discorso di accettazione dell’Oscar ha ringraziato la comunità delle “sex workers”, che tanto supporto le ha dato nella preparazione del personaggio: «Meritate rispetto, sarò sempre un’amica e un’alleata». Che il cosiddetto “lavoro sessuale” sia di fatto normalizzato non c’è dubbio, a partire dalla stessa espressione, di conio relativamente recente, di “sex work”.
L’esplosione dell’offerta e della domanda di sesso online ha edulcorato la percezione della realtà, “sterilizzandola” e rendendola attrattiva per un certo numero di giovanissime. Infine, i contratti collettivi di lavoro entrati in vigore poche settimane fa in Belgio consolidano l’idea che vendere il corpo e l’intimità femminile possa essere considerato un lavoro come un altro. Cosa che invece non è, come dimostrano tutte le ricerche sui rischi insiti e le violenze subite dalle prostitute. Tuttavia il regista Sean Baker ha spiegato che con Anora voleva «rimuovere lo stigma che è stato posto sul lavoro sessuale. È un lavoro, è una carriera, è un modo per sostentarsi, e dovrebbe essere rispettato». Eppure.
Eppure il film premiato a Los Angeles dice tutt’altro. Innanzitutto perché mostra, per ammissione di un collettivo di spogliarelliste inglesi interpellate da The Guardian, solo una piccola parte della realtà, e non quella della maggior parte delle prostitute.
Anora-Ani infatti è libera di scegliere, di trattare sul prezzo delle sue prestazioni, ma sappiamo da decine di ricerche e libri che è il cliente pagante a comandare. Senza molti margini di manovra.
Nel film non c’è lo sfruttamento dei magnaccia, ma alla fine è uguale per lei come per tutte le prostitute: la donna ridotta a puro corpo. Lo sguardo del regista è asettico, apparentemente realistico e non giudicante: libertà d’espressione. Ma gli spettatori vedono bene l’altra gamba della questione, che riguarda la domanda maschile. In una delle scene iniziali, alla provocazione del “cliente”: «Ma i tuoi genitori sanno che sei qui?», Ani risponde: «E tua moglie lo sa?». Uomini, babbei storditi dai balli erotici, infilano bigliettoni nelle micromutande di ragazzine più giovani delle loro figlie. Sono loro ad alimentare l’industria del sesso: su di loro lo sguardo del regista sorvola. Non il nostro.
E resta la devastazione umana della giovanissima Ani-Anora: il film non racconta nulla di quello che è ma tutto di quello che fa: un fulmine a spogliarsi, una contorsionista alla sbarra della lap dance e un’amante più che disponibile. Noi non abbiamo visto in Anora nessuna «rivincita delle sex workers»: anzi, intuiamo con limpida chiarezza tutta la violenza insita nello strapazzo del corpo femminile, pur consenziente.
È violento anche lo pseudo-amore ostentato dal ragazzino russo, obnubilato dal sesso e dai suoi stessi soldi: usa Ani, la fa entrare nel suo mondo ancora più sballato di quello di lei. Ani però ci crede, nel suo sogno da “Pretty Woman” sgangherata: si aggrappa a quell’amore stile Las Vegas, lotta fino all’ultimo per la sua illusione. Non per il patrimonio del ragazzino, pargolo imbelle di una famiglia di oligarchi russi, bensì per quella favola che le aveva sventolato sotto gli occhi, insieme alle banconote, alla droga e all’alcol (spoiler ma non troppo). E la sua umanità è talmente devastata che Ani non è emotivamente in grado, alla fine, di dire un semplice grazie all’unico uomo che non aveva avuto uno sguardo di compravendita su lei, se non offrendo gratis quello che sa fare.
Eccolo, dunque, il mondo delle “sex workers”, per quello che è: la strada per l’uscita non c’è, Ani non diventerà una Pretty Baby redenta, ma resterà un piccolo ingranaggio nell’industria dell’usa e getta dei corpi femminili. Una libera scelta? Davvero non si direbbe. E comunque un destino di degrado della dignità che nessuna innovazione lessicale può imbellettare, nessun “contratto” può riscattare e rendere “umano”.