È difficile scrivere di Luisa Muraro al passato.
Con la sua morte scompare una delle pensatrici che più profondamente hanno segnato il femminismo e la filosofia contemporanea, una pensatrice che ha cambiato il modo di intendere la differenza sessuale, la politica, il linguaggio e l’autorità. Ci legava una lunga amicizia politica. Per noi a Palermo, è stata anche una presenza reale: nelle nostre pratiche, nelle relazioni che le hanno alimentate e nei percorsi di libertà che abbiamo cercato di costruire.
Nel corso degli anni è venuta tante volte nella nostra città. L’abbiamo invitata a discutere dei suoi libri, a partecipare a seminari, a confrontarsi con donne e uomini. Ogni volta colpivano il rigore del suo pensiero e la disponibilità autentica allo scambio. Ricordiamo la sua capacità di ascoltare una domanda fino in fondo, di non accontentarsi delle formule, di riportare sempre la discussione all’esperienza viva. Non era interessata alle parole che sostituiscono la realtà; cercava piuttosto quelle che permettono di avvicinarla.
Luisa ci ha insegnato che occorre interrogare continuamente il luogo da cui parliamo, partire da sé e dalla propria esperienza, cercando parole fedeli a ciò che si vive, ma senza “farsi trovare” là dove il linguaggio dominante ci vorrebbe. Ci ha insegnato a diffidare delle astrazioni che si allontanano dalla vita e a riconoscere che il pensiero nasce nelle relazioni, nelle pratiche, nell’esperienza condivisa.
Da questa ricerca sono nati libri che hanno lasciato un segno profondo nel pensiero delle donne e non solo. Tra questi, L’ordine simbolico della madre, che ha rappresentato una svolta decisiva. Muraro vi riportava al centro ciò che la cultura aveva reso invisibile: la relazione originaria da cui veniamo, la lingua ricevuta da una donna, il fatto che nessuna e nessuno si dà da sé, l’autorità che nasce dal riconoscimento e non dal potere. Mostrava che proprio quel legame, rimasto senza rappresentazione simbolica, custodisce una verità fondamentale della nostra esistenza e apre nuove possibilità di pensare la libertà, il linguaggio, l’autorità e la convivenza umana. Luisa aveva una qualità rara: faceva sentire il pensiero come una possibilità aperta, non come qualcosa di già acquisito. Non occupava lo spazio. Lo rendeva abitabile.
Per questo la sua scomparsa ci addolora profondamente.
Ma insieme al dolore c’è la gratitudine per ciò che ha saputo mettere in circolo: relazioni, domande, pratiche di libertà, fiducia nella capacità delle donne di produrre pensiero e trasformazione.
Ed è forse questo che rende possibile il suo continuare a “esserci davvero”.
(Biblioteca delle donne e centro di consulenza legale UDIPALERMO, 14 giugno 2026)
Nel 1975 Luisa Muraro e altre quindici donne crearono un luogo che avrebbe cambiato il femminismo: un negozio e centro culturale con libri solo scritti da donne. Trovarono autrici inglesi, americane, tedesche che l’Italia non aveva mai tradotto
Sua madre aveva trovato un volantino. C’era scritto: Accademia delle Piccole Filosofe e dei Piccoli Filosofi. Era il 2015. Fosca Giovanelli aveva undici anni. Si annoiava, leggeva tanto. Andò alla Libreria delle donne di Milano. Dentro c’era Luisa Muraro, e adulte coltissime, abituate a prendere la parola. Muraro cominciò a leggere quello che scriveva. Correggeva, commentava, restituiva. Una bambina consegnava pagine. Una filosofa le prendeva sul serio. Fosca non sapeva ancora che quella fosse già una scuola. Oggi ha ventidue anni, studia filosofia ed è la socia più giovane della Libreria – quella che Muraro contribuì a fondare.
Via Dogana è una strada di quaranta metri, incastrata tra Duomo e Palazzo Reale. Nomen omen, verrebbe da dire. Nel 1975, in quel budello del centro antico, il 15 ottobre, al numero 2, quindici donne aprirono un varco, «una porta sulla strada». Dentro: libri scritti solo da donne. Nel 2001, quando il Comune chiese quarantamila euro l’anno per quei locali, la Libreria dovette andarsene. Si spostò in via Pietro Calvi 29, zona Dateo, vicino a piazza Cinque Giornate. Un indirizzo meno simbolico, forse più esatto. Lì non si arriva per sbaglio. L’insegna è discreta, in una via defilata. Non salta agli occhi. Non è mai saltata agli occhi. Dal centro alla periferia borghese. E la porta sulla strada rimase aperta, anche lì.
Renata Sarfati, che quel primo giorno c’era, ricorda tutto. Parigi, un convegno, le francesi con la loro libreria. Il treno del ritorno. «Perché non noi?». Era già una risposta. «Fu un’impresa materiale». Quindici donne, una cooperativa, i soldi messi insieme centesimo per centesimo.Alle artiste della città dissero: dateci qualcosa. Dadamaino diede. Grazia Varisco diede. Valentina Berardinone diede. Lea Vergine curò il portfolio. Nessuna telefonata ai partiti, nessuna supplica al Comune. «Così abbiamo aperto», dice adesso. La voce è ferma. Prima ancora c’erano stati i gruppi di autocoscienza. Riunioni nelle case private, a turno. Le donne parlavano di sé partendo da sé. Era la pratica che il femminismo della differenza sessuale opponeva all’emancipazionismo: non diventare uguali agli uomini, ma partire dalla propria esperienza. La Libreria fu il passo successivo. Quel pensiero aveva bisogno di misurarsi con una forma: scaffali, affitto, cassa, una porta sulla strada. Anche questo, dice Sarfati, fu un tratto milanese. Non solo pensare. Fare. Tenere in piedi. Durare. Un rigore a volte difficile, necessario.
La scelta dei libri fu una ricognizione paziente. Austen, Woolf, Morante esistevano già, ma nei repertori editoriali restavano confinate tra le letture per fanciulle, in una zona minore, quasi pedagogica. «Abbiamo preso tutti i cataloghi e cominciato a dire: questo sì, questo sì», ricorda Sarfati. Trovarono autrici inglesi, americane, tedesche che l’Italia non aveva mai tradotto. Le serate in via Dogana non somigliavano a presentazioni di libri. Si cominciava alle sei, si finiva alle nove. Figli e amanti, fratelli e mariti, annessi e connessi. Nessuna critica letteraria – si cercava di entrare nel cuore del testo, di trovare parti di sé nei personaggi. «Ci siamo appassionate in modo straordinario». Una ventina di titoli scelti tra centinaia fu il risultato di discussioni aspre: chi preferiva la protagonista passionale che scappava di casa con il suo amore, chi preferiva quella razionale. «Non eravamo d’accordo. Ma i conflitti erano produttivi».
«È girata la voce che non eravamo simpatiche», ammette Sarfati. «C’era chi si aspettava un’accoglienza sororale immediata – siamo donne, ci vogliamo bene. Non avevamo questo atteggiamento. Volevamo relazioni vere, non solidarietà per decreto». Un femminismo esigente.Che a Milano, in quella via stretta dietro il Duomo, aveva trovato la sua forma severa e concreta. Romanzi, riunioni, turni, dibattiti. E poi il lavoro, i tempi, la maternità, la carriera, la fatica di entrare nel mondo degli uomini senza diventarne la copia più stanca. Lo chiamavano «doppio sì»: sì ai figli, sì al lavoro.
Non tutte, però, si riconoscevano in quel mondo. Francesca Zajczyk, sociologa urbana, per trent’anni alla Statale, non indulge alla celebrazione. La Libreria l’ha guardata a lungo da fuori. «Erano mondi altri», dice. Altri anche rispetto alla Milano delle istituzioni, delle deleghe, della politica amministrata. Oggi ne riconosce il salto: «Un’apertura virtuosa», la chiama. Un luogo che ha prodotto pensiero. Che ha costretto anche chi restava fuori a misurarsi con uno scarto. Poi si ferma. Come se stesse ancora decidendo quanto concedere. «Il passo è stato fatto», dice. E subito: «Non compiuto. Ma fatto».
Quel passo, oggi, ha anche il volto imprevisto di un uomo. Umberto Varischio – settant’anni, informatico in pensione – è uno dei due che frequentano la Libreria ogni settimana. «Per me il femminismo non era una novità», dice. «Negli anni Settanta l’ho incontrato in fabbrica, nelle organizzazioni sindacali». Ma la Libreria è stata diversa. Ha trovato «un pensiero forte, che apre problemi che non finiscono mai». Anche sul maschile: il cameratismo, le resistenze, la fatica di non rimettersi al centro. «Mi ha cambiato la vita», dice. Senza enfasi.
Lia Cigarini, l’avvocata che aveva voluto la Libreria più di chiunque altra, è morta poco più di due mesi fa. Ora se ne va Muraro. Le fondatrici lasciano, una dopo l’altra. Eppure, in via Pietro Calvi la porta è ancora aperta. Il giovedì, al banco, c’è Fosca. «Che libro cerca?». E la Libreria ricomincia.
(Corriere della Sera, 14 giugno 2026)
Ci ha lasciate Luisa Muraro. Grande rivoluzionaria e madre di tutte noi
Luisa Muraro è stata una grande rivoluzionaria.
La tua vita di donna -ma anche quella di tanti uomini-, dopo l’incontro con lei e la sua lingua non poteva più essere quella di prima. “Un passaggio in altro e un’apertura d’infinito che portano non oltre e al di là, ma proprio qui, dove e come siamo, dove e come non sapevamo di essere e di stare”.
Una rivoluzione simile a quella che si produce per ogni creatura quando- dopo la grande fatica della lallazione- grazie a sua madre e a quella che Luisa ammirava come “competenza materna”, la creatura incontra la parola e dunque se stessa e il mondo, per poi smarrirvisi. A meno di non avere la grande fortuna di incontrare qualcuna che ti reinsegni a parlare e a stare al mondo, riaccompagnandoti in prossimità della madre, la prima maestra, e del suo ordine simbolico.
Finissima studiosa del linguaggio, Muraro ha sempre preferito esprimersi nelle parole povere e precise dell’esperienza quotidiana, talora violente nella loro nudità ed essenzialità, restituendo valore alla lingua dei semplici così prossima ai corpi e alla realtà materiale. La lingua dei contadini della sua Montecchio. O per fare un esempio commovente, quella di Sibilla e Pierina, mandate al rogo come streghe dal tribunale dell’Inquisizione di Milano, episodio inaugurale della caccia alle streghe che Luisa ha raccontato nel suo splendido “La Signora del Gioco”.
Un dire di più con meno, preciso e libero dalle sovrastrutture, così simile all’esperienza femminile di fare del proprio meglio con quel poco che si ha, e senza mai cedere alla tentazione di piangersi addosso per la miseria materiale e simbolica in cui gli uomini ci hanno costrette, perché l’altra lezione di Muraro è stata questa: sfuggire alla tentazione di accomodarsi nella parte delle vittime e nella recriminazione paritaria, dandosi autorità “nello scoprire in me, nelle altre, nella realtà storica, la grandezza femminile e affermarla qui e ora, subito, con i mezzi che abbiamo, Alzando il cielo e allargando l’orizzonte”. Interpellare Dio senza mediazioni, facendo in sé il vuoto di quella mancanza che permette al desiderio di correre, lezione di Margherita Porete e delle altre mistiche e beghine a cui Luisa si è accostata con tanta passione e tanto studio. Un Dio che ha bisogno di te per essere, come ci ha insegnato un’altra grande mistica vissuta nel Novecento, Etty Hillesum.
Basta farlo una volta e non lo dimentichi più, il vittimismo non ti tenta più.
Luisa Muraro mancherà enormemente alle sue consorelle perché nel “campo di battaglia”, come lei stessa ha definito il femminismo, oggi la voce del pensiero della differenza sessuale sembra essersi è fatta più flebile. L’indifferentismo sessuale, l’intersezionalità, la subordinazione permanente della ricerca di libertà ad altre cause ritenute superiori sembrano averne relativizzato la forza trasformatrice.
Ma nel campo di battaglia bisogna accettare di stare, e lottare. Pratica della differenza sessuale è essere rinate una volta per tutte alla propria lingua autentica e non rinunciare a parlarla in ogni occasione e ovunque ci si trovi.
Da qualche anno Luisa non parlava più e nelle poche occasioni pubbliche si limitava ad ascoltare tenendo gli occhi chiusi. Aveva annunciato che sarebbe andata in vacanza e ha mantenuto la sua promessa.
Solo qualche settimana fa ci aveva lasciate Lia Cigarini, da sempre sua compagna di vita. Nella mia immaginazione sarebbe stata Lia, ragazza per sempre e con le sue malcelate fragilità, a non sopravvivere alla scomparsa del suo “Luisino”. Non avrei mai pensato che sarebbe invece toccato a Luisa, con quel suo carattere aspro e insopportabile, cedere al dolore della perdita. Mi sono sbagliata.
Voglio ricordarla in certe cene pazzoidi e spensierate nell’antro-cucina della comune amica Nadia, perduta troppo presto. Mi ha segnato per sempre una sua terribile rampogna per essermi vantata di qualcosa di buono che avevo fatto: “Non sei stata tu! E’ stato lo Spirito Santo!”.
Amava molto lo Chanel n°5.
Oggi, 14 giugno, sarebbe stato il suo 86esimo compleanno.
(Feminist Post, 13 giugno 2026)
Fondatrice della Libreria delle Donne e della comunità Diotima, ha costruito una delle riflessioni più originali del Novecento sul rapporto tra donne, linguaggio, maternità e autorità
«L’Uomo non esiste. Esistono uomini e donne». Era una frase tipicamente sua. Semplice, netta, impossibile da equivocare. Eppure dietro quelle poche parole Luisa Muraro aveva costruito una delle riflessioni filosofiche più originali del Novecento italiano.
È morta a Milano alla vigilia del suo ottantaseiesimo compleanno. Filosofa, pedagogista, fondatrice della Libreria delle Donne e della comunità filosofica Diotima, Muraro è stata una delle figure centrali del femminismo italiano. Ma definirla semplicemente una femminista sarebbe riduttivo. Era una pensatrice. Una donna che ha dedicato la vita a interrogare ciò che molti consideravano ovvio: la libertà, l’autorità, il linguaggio, la maternità, la differenza sessuale. Apparteneva a una generazione che non voleva soltanto ottenere nuovi diritti. Voleva cambiare il modo di pensare il mondo.
Quando negli anni Settanta nacque il femminismo della differenza, Muraro fu tra quelle che indicarono una strada inattesa. Mentre altre inseguivano l’uguaglianza come superamento della differenza tra uomini e donne, lei sosteneva che proprio lì, in quella differenza, si nascondeva una risorsa di libertà ancora inesplorata. «La differenza sessuale è la vita stessa», ripeteva.
Per Muraro la liberazione femminile non consisteva nel diventare simili agli uomini, ma nel dare parola e significato all’esperienza delle donne. Era una convinzione che attraversava tutte le sue riflessioni, anche le più controverse. Sull’aborto, per esempio, difendeva la legge 194 e il principio secondo cui nessuna donna può essere obbligata a diventare madre. «La maternità inizia con un sì», sosteneva. Ma rifiutava di parlare dell’aborto come di un diritto in senso proprio: non una conquista da celebrare, bensì una scelta spesso dolorosa, che chiamava in causa anche la responsabilità maschile. Era il suo modo di sottrarsi agli schieramenti e tornare sempre all’esperienza concreta delle donne. Da questa stessa intuizione nacque il suo libro più influente, L’ordine simbolico della madre, dove individuava nella relazione con la madre e nella lingua materna il primo accesso al mondo.
La madre fu il centro segreto della sua riflessione. Non la madre idealizzata, né la madre come ruolo sociale, ma la donna da cui impariamo a parlare e a stare al mondo. In un secolo che aveva celebrato il padre, l’autorità, la legge e le istituzioni, Muraro riportò al centro ciò che era rimasto ai margini della filosofia: la relazione originaria. Per questo è stata una filosofa anomala.
Lo è stata anche nel rapporto con il sacro. Studiosa delle mistiche medievali, appassionata di Margherita Porete e di Teresa di Lisieux, non separava mai la ricerca della libertà dalla ricerca di senso. In un panorama culturale spesso diviso tra laicismo e religione, occupava uno spazio tutto suo. Non smise mai di interrogarsi su Dio, ma lo fece sempre a partire dall’esperienza concreta delle donne.
Negli ultimi anni il suo nome è tornato spesso al centro delle polemiche. Si dichiarò contraria alla maternità surrogata e contestò le teorie che tendevano a dissolvere la differenza sessuale nell’identità percepita. Perché la libertà femminile non ha bisogno di cancellare il corpo delle donne per affermarsi.
In fondo, tutta la sua ricerca ruotava attorno a una stessa domanda. «Alla nostra civiltà manca una teoria della libertà femminile», scrisse. È una frase che potrebbe riassumere quarant’anni di riflessioni sulla maternità, sull’aborto, sulla violenza maschile, sul linguaggio e sulla differenza sessuale. Temi diversi, che per Muraro rimandavano sempre allo stesso problema: come rendere pensabile la libertà delle donne senza costringerle a prendere a modello l’esperienza maschile.
Ma ridurre Muraro alle battaglie degli ultimi anni sarebbe un errore. La sua vera eredità è altrove. Sta nel metodo che ha trasmesso a migliaia di donne. Nel partire da sé. Nel fidarsi della propria esperienza. Nel non delegare ad altri l’interpretazione della realtà. Nel cercare parole nuove quando quelle esistenti non bastano più. Per questo chi l’ha conosciuta la ricorda prima di tutto come una maestra. Non una leader. Non una guru. Non un’autorità nel senso tradizionale del termine. Una maestra. Una donna che insegnava a pensare.
In uno dei suoi ultimi libri, Esserci davvero, definiva il femminismo come «un esserci in prima persona in qualcosa che accade». Forse nessuna formula racconta meglio la sua vita. Per oltre cinquant’anni Luisa Muraro è stata questo: una presenza vigile dentro il proprio tempo. Mai accomodante. Mai allineata. Mai disposta a rinunciare alla complessità per inseguire il consenso. Con la sua morte scompare una delle ultime protagoniste della stagione che rivoluzionò il femminismo italiano. Ma le domande che ha lasciato aperte restano intatte. In un tempo che fatica a nominare il corpo, la maternità, l’autorità e perfino la differenza tra uomini e donne, il pensiero di Luisa Muraro continua a interrogare il presente.
(27esimaora.corriere.it, 13 giugno 2026)
Il 13 giugno 2026 è morta Luisa Muraro, figura importante del femminismo italiano, cofondatrice della Libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica Diotima di Verona, dove insegnava filosofia teoretica. Poche settimane prima, il 22 aprile era morta Lia Cigarini, a lei unita da una lunga relazione politica e affettiva. Tra i suoi libri La Signora del gioco sui processi alle streghe, L’ordine simbolico della madre e Guglielma e Maifreda.
Ha collaborato ai primi numeri della nostra rivista Aspirina (bisnonna di Erbacce) negli anni ’80 con lo pseudonimo Edvige Kirche.
Ci invidiava un po’, a noi di Aspirina, e ci confidava che se non fosse diventata filosofa, avrebbe voluto fare la vignettista.
Auguriamo a Luisa, nella sua prossima vita, di realizzare questo desiderio.
Cerca Edvige Kirche qui:
Aspirina n.6 (dicembre 1988)> https://www.erbaccelarivista.org/prodotto/aspirina-n-6/
Aspirina n.8 (giugno 1989)> https://www.erbaccelarivista.org/prodotto/aspirina-n-8/
(Erbacce, 13 giugno 2026)
Nel giorno della sua scomparsa risuona ancora la voce originale e influente che ha ridefinito la differenza sessuale e aperto nuove strade alla libertà femminile
Oggi, 13 giugno 2026, il mondo della filosofia piange la scomparsa di Luisa Muraro (Montecchio Maggiore, 14 giugno 1940), una delle sue voci più originali e influenti.
[…]
Come ha scritto Giancarlo Gaeta sul Manifesto circa un anno fa, chi è Luisa Muraro l’ha raccontato lei stessa in una conversazione con Clara Jourdan del 2003, pubblicata nei Quaderni di via Dogana (Esserci davvero, Libreria delle donne, Milano, pp. 244). Muraro riferisce del suo itinerario intellettuale e delle scelte esistenziali attribuendole a una sua disposizione ad affidarsi alle occasioni, agli incontri, più che a una progettualità fermamente perseguita. È questa sua apertura all’imprevisto e agli incontri che ha plasmato un itinerario intellettuale unico, lontano appunto dalle rigidità accademiche e insieme sempre attento alle sfumature dell’esperienza. Al di là di una filosofia che si fonda sul pensiero della differenza sessuale – ovvero una prospettiva teorica che parte dalla convinzione che l’essere umano sia originariamente diviso in due sessi (maschile e femminile) e che l’uguaglianza omologante tra i due generi sia un tentativo di cancellare l’identità femminile – Muraro è stata tante altre cose assieme e nello stesso tempo, semplicemente questa cosa sola: «Io sono una che scrive sempre», diceva di sé.
Chi è stata allora Muraro se guardiamo i suoi scritti, ad esempio “L’ordine simbolico della madre”, “Il Dio delle donne”, “Non è da tutti” e anche “La signora del gioco” e “Guglielma e Maifreda”? È stata anzitutto una filosofa e teologa che ha messo in pagina storie di donne a tratti dimenticate, il cui pensiero ha avuto anche una teorizzazione nel suo indimenticato “Il Dio delle donne”. Donne ai margini, dunque, come sono e sono state molte mistiche, da lei amate. Fra queste Margherita Porete, Matilde di Magdeburgo, Hadewijch di Anversa, Giuliana di Norwich, Angela da Foligno e poi mistiche più recenti come Teresina di Lisieux, donne attraverso le quali Dio trovava una sua nuova voce, femminile, appunto «la possibilità di un nuovo inizio di Dio».
“Il Dio delle donne” uscì nei primi anni Duemila (Papa Francesco non era che un lontano miraggio) e scandalizzò non poco parte dell’universo maschile credente per l’importanza che diede alla differenza femminile e per lo spirito di libertà che lo animava: «Le donne – scrisse – si prendono con Dio una libertà che gli uomini neanche si sognano». Solo i grandi pensatori, come senza ombra di dubbio è stata Muraro, sanno inventare una teologia in lingua materna, rinunciando alle sicurezze della dottrina affinché «Dio possa capitare a questo mondo», aprendo così nuove strade alla libertà del pensiero femminile.
(RSI cultura, 13 giugno 2026)
È morta a Milano Luisa Muraro, una delle maggiori protagoniste del femminismo italiano. Avrebbe compiuto ottantasei anni il giorno successivo. A Milano Luisa Muraro fu tra le fondatrici della Libreria delle donne ed è stata la stessa Libreria a dare la notizia della sua morte. «Luisa – scrive la Libreria delle donne – era una maestra, lo è stata per i suoi studenti, dalla scuola media all’Università di Verona, dove ha insegnato tanti anni e dove ha dato vita con altre alla comunità filosofica Diotima; per le donne e gli uomini che l’hanno letta e ascoltata; per chi ha avuto la fortuna di pensare con lei». Un ricordo di Luisa Muraro nelle parole di Renata Sarfati.
https://podcast.radiopopolare.it/podcast/popolare-clip/clip_13_06_2026_17_19.html
Alla vigilia del suo ottantaseiesimo compleanno ci ha lasciato oggi Luisa Muraro, filosofa, docente universitaria e insegnante, scrittrice ma soprattutto femminista. Una delle teoriche e delle protagoniste, tra le più importanti, del femminismo della “seconda ondata” in Italia, in Europa e nel mondo.
Il femminismo degli anni Sessanta e Settanta che rappresenta forse l’unica rivoluzione riuscita e pacifica, del secolo scorso. È stata tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica femminile “Diotima”: due esperienze femministe che al di là di molte parole descrivono il significato profondo del suo pensiero e della sua opera.
Anche a lei dobbiamo l’elaborazione e il pensiero del femminismo della differenza.
Oggi perdiamo non solo una fine intellettuale, ma anche una maestra, una donna che ha sperimentato, insieme alle altre e con coraggio, nuove forme possibili del vivere per le donne. Una delle madri del nostro pensiero e dei nostri diritti e delle nostre libertà.
È con gratitudine e commozione che la salutiamo, certe di ritrovarla – sempre e per sempre – in tutti i suoi molti scritti.
Grazie Luisa, ciao!
(Post Facebook, 13 giugno 2026)
N.B. Di seguito i link al video del ricordo di Luisa Muraro pronunciato da Valeria Valente in seduta al Senato il 17 giugno 2026, pubblicati sui canali social della senatrice. (La redazione del sito)
https://www.instagram.com/reel/DZu2Yw7svi8
https://www.facebook.com/share/v/18aNCYG9Zd
Apprendo adesso della morte di Luisa Muraro, che ho incontrato prima ancora del femminismo, quando fui invitata da Elvio Fachinelli a partecipare alla preparazione del convegno sulla “pratica non autoritaria” nella scuola, da cui sarebbe poi uscito il libro L’erba voglio, Einaudi 1971.
Dopo il decennio degli anni ’70, che ci ha visto insieme, dal collettivo di via Cherubini alla Libreria delle donne e la sede di Col di Lana, una divergenza sulle posizioni del femminismo ci ha allontanate, senza per questo interrompere un dialogo critico alla distanza.
Se leggo l’intervista, raccolta da Elvira Roncalli insieme alla mia e a quella di Adriana Cavarero – Il futuro è aperto, Prospero Editore 2025 – mi rendo conto che il filo conduttore della lunga storia che abbiamo condiviso non è mai venuto meno.
Alla domanda di Elvira Roncalli se c’è «uno scarto tra l’esperienza soggettiva del femminismo e il femminismo come sapere teorico», Luisa risponde:
«Su questo mi viene in mente quello che dice Lia Cigarini, è lei che mi ha introdotta nel pensiero femminista ed è tuttora un’autorità per me […] Lei ha una veduta chiara su questa questione. Io non ho una veduta chiara su questo. So che la teoria è necessaria e so anche che la teoria non basta. Se lo diciamo con Hannah Arendt, se crediamo di sostituire l’esperienza o la realtà con qualche veduta teorica, cadiamo in errore. Infatti, in altri momenti io contrappongo la teoria al racconto, alle volte è la pratica, ma altre è il racconto, cioè il racconto delle cose che capitano. È vero, io ho un gusto per la teoria, sono stata formata alla teoria e credo che la teoria – il pensare e ragionare teoricamente – siano indispensabili, ma non occorre che tutti lo facciano. Occorre invece che il pensiero ragionante non pretenda di completare il discorso e lasci posto all’esperienza».
Ciao Luisa.
(Post Facebook, 13 giugno 2026)
È morta a ottantasei anni Luisa Muraro, filosofa, “maestra” e attivista femminista, tra le fondatrici della Libreria delle Donne di Milano. Era un punto di riferimento per il femminismo vivo e contemporaneo
La Libreria delle Donne di Milano ha annunciato con dolore la scomparsa di Luisa Muraro, una delle sue fondatrici, oltre che filosofa, attivista femminista e tra le figure centrali del pensiero della differenza sessuale in Italia. Muraro è morta questa mattina, sabato 13 giugno, all’età di ottantasei anni. «Luisa era una maestra, la più grande maestra che io abbia incontrato», si legge nel messaggio diffuso dalla Libreria, che la ricorda non solo come intellettuale ma come punto di riferimento umano e politico per generazioni di donne e uomini.
Chi era Luisa Muraro
Nel ricordo condiviso dalla Libreria, Muraro viene descritta come una guida capace di attraversare mondi diversi: la scuola, l’università e gli spazi del femminismo politico. Ha insegnato per molti anni all’Università di Verona dove ha contribuito alla nascita della comunità filosofica Diotima, insieme ad altre studiose, dando vita a uno dei laboratori teorici più influenti del pensiero femminista italiano contemporaneo.
La sua figura è ricordata come quella di una “maestra” nel senso più ampio del termine: per gli studenti, per chi l’ha letta, per chi ha partecipato ai suoi seminari e per chi ha condiviso con lei percorsi di pensiero e pratica politica. Centrale, nel suo approccio, era l’idea che la relazione fosse la misura di ogni cosa, anche nel rapporto con la tecnica e con la scrittura.
Luisa Muraro e la Libreria delle Donne
La storia di Muraro è profondamente intrecciata con quella della Libreria delle Donne di Milano, spazio nato nel 1975 e diventato un punto di riferimento per il femminismo italiano e internazionale.
Come ricostruito anche da Fanpage.it, infatti, la Libreria è stata un luogo politico e culturale che ha dato voce a soggettività femminili spesso escluse dal dibattito pubblico, costruendo nel tempo una rete di pensiero e pratiche condivise. In questo contesto, Muraro ha lavorato fianco a fianco con altre figure fondamentali del femminismo milanese, tra cui Lia Cigarini, scomparsa recentemente e ricordata anch’essa tra le co-fondatrici della Libreria.
(Fanpage.it, 13 giugno 2026)
Filosofa e pedagogista, tra le figure più autorevoli del femminismo italiano, Luisa Muraro si è spenta a Milano alla vigilia del suo ottantaseiesimo compleanno. La sua morte un mese dopo la scomparsa di Lia Cigarini
Domani avrebbe compiuto ottantasei anni Luisa Muraro, filosofa, pedagogista, tra le figure più autorevoli del femminismo italiano, è morta oggi nella “sua” Milano. A darne notizia è stata la Libreria delle donne di Milano, di cui fu tra le fondatrici e le principali animatrici, con un messaggio pubblicato sui social. «Una grande maestra», la definiscono le donne della Libreria. «Lo è stata per i suoi studenti, dalla scuola media all’Università di Verona, dove ha insegnato tanti anni e dove ha dato vita, con altre, alla comunità filosofica Diotima; per le donne e gli uomini che l’hanno letta e ascoltata; per chi ha avuto la fortuna di pensare con lei». La morte di Muraro arriva poco più di un mese dopo la scomparsa di un’altra storica fondatrice della Libreria delle donne, Lia Cigarini.
Nata nel 1940 a Montecchio Maggiore, in provincia di Vicenza, Muraro a Milano si era laureata all’Università Cattolica. E proprio a Milano, a cui era legata in modo indissolubile, avrebbe sviluppato gran parte del proprio percorso intellettuale e politico. Dopo gli anni dell’insegnamento e dell’impegno nei movimenti delle donne, contribuì alla nascita della Libreria delle donne di Milano, aperta nel 1975 in via Dogana e divenuta uno dei luoghi simbolo del femminismo italiano ed europeo.
L’incontro con Lia Cigarini
Muraro apparteneva alla generazione che contribuì a costruire il femminismo della differenza in Italia. Dopo l’incontro con il gruppo Demau (Demistificazione autoritarismo patriarcale), una delle prime esperienze femministe italiane, a Milano conobbe Lia Cigarini, destinata a diventare una delle figure centrali del suo percorso politico e teorico. Insieme fondarono nel 1975 laLibreria delle donne, luogo che sarebbe diventato un punto di riferimento internazionale in città e per il pensiero femminista.
Il ricordo di Lea Melandri
Tra i primi ricordi arrivati dopo la notizia della scomparsa c’è quello della scrittrice e saggista Lea Melandri, compagna di percorso nei primi anni del femminismo milanese. In un messaggio pubblicato sui social, Melandri ricorda di avere conosciuto Muraro ancora prima della stagione femminista, all’inizio degli anni Settanta, durante il lavoro con lo psicanalista Elvio Fachinelli attorno all’esperienza pedagogica de L’erba voglio. «Dopo il decennio degli anni ’70, che ci ha visto insieme, dal collettivo di via Cherubini alla Libreria delle donne e la sede di Col di Lana, una divergenza sulle posizioni del femminismo ci ha allontanate, senza per questo interrompere un dialogo critico alla distanza», scrive Melandri. Un passaggio che racconta bene la storia del femminismo italiano: una vicinanza politica e intellettuale che non ha escluso differenze profonde. Eppure, osserva Melandri, «il filo conduttore della lunga storia che abbiamo condiviso non è mai venuto meno». A confermarlo, secondo la saggista, sono le parole pronunciate da Muraro in una recente intervista raccolta da Elvira Roncalli nel volume «Il futuro è aperto» (Prospero Editore, 2025), dove la filosofa rifletteva sul rapporto tra teoria ed esperienza: «La teoria è necessaria e so anche che la teoria non basta», affermava Muraro, aggiungendo che il pensiero non deve mai pretendere di sostituire la realtà vissuta. «Occorre invece che il pensiero ragionante non pretenda di completare il discorso e lasci posto all’esperienza». Melandri conclude il suo ricordo con un semplice saluto: «Ciao Luisa».
(Corriere della Sera, 13 giugno 2026)
È morta a Milano Luisa Muraro, filosofa, pedagogista e attivista. Nata a Montecchio Maggiore (Vicenza) il 14 giugno 1940, ha dedicato la sua vita professionale alla condizione delle donne. Il suo lavoro si è concentrato sul cosiddetto femminismo della seconda ondata, quello nato alla fine degli Anni Sessanta, che insiste sulla differenza tra donne e uomini. Senza ovviamente rinnegare il valore dell’uguaglianza, ma usandolo come punto di partenza. Il primo nemico è il sessismo, con tutto ciò che da esso deriva. Fu tra le fondatrici della Libreria delle Donne.
L’intervista a TuttoLibri
Nel 2010 raccontava a TuttoLibri che si avvicinò al femminismo «negli Anni Sessanta, quando arrivarono le prime ondate dagli Stati Uniti». «Ancora prima che iniziasse il movimento italiano – raccontava –, ho iniziato a leggere Sexual Politics di Kate Millet e Betty Friedman, La mistica della femminilità. Poi da noi sono iniziati i gruppi di autocoscienza: il trionfo dell’oralità, un’esperienza molto intensa, cui non rendono giustizia le spente trascrizioni. Quindi con la maggioranza delle donne gli scambi restavano orali. Solo il rapporto con Carla Lonzi è stato sempre mediato dalla scrittura: non l’ho mai conosciuta, ma ho molto apprezzato i suoi librini verdi, come Sputiamo su Hegel. Poi, dal 1975 ho scoperto Luce Irigaray, con Speculum e Questo sesso che non è un sesso, che è diventata il mio punto di riferimento per il pensiero della differenza. Insieme agli scritti politici di Virginia Woolf, Le tre ghinee e poi Una stanza tutta per sé, che leggo e rileggo».
La Libreria delle Donne
Oltre all’incontro con Luce Irigaray, nel 1975 aprì anche la Libreria delle Donne: «Fu un’iniziativa rivoluzionaria – ricordava la filosofa –. Adesso si fatica a comprenderne la portata, ma a quei tempi vendere solo libri scritti da donne aveva un gran significato, poiché persino le donne colte avevano poca familiarità con la letteratura femminile. Si avevano pregiudizi verso le scrittrici: io stessa ad esempio pensavo che Jane Austen scrivesse per dare consigli di comportamento alle ragazze, e l’avevo sempre evitata. Dopo anni passati ad occuparmi solo di saggi, l’ho scoperta allora, insieme a Ivy Compton-Burnett e a Elsa Morante. Il femminismo è uno sfondamento di ordine intellettuale, oltre che simbolico e sociale: quando la differenza femminile interviene, cambia il paesaggio circostante. È il processo simbolico di un movimento interiore, e la lettura si presta benissimo a questi viaggi, è come e meglio delle droghe».
La difesa del femminismo
Le era stato chiesto se il femminismo aveva fallito, era il periodo degli scandali a sfondo sessuale che avevano travolto il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi: «Che c’entra il femminismo? Semmai, ne esce confermato nella sua critica della politica e dei partiti, ma anche questa è una forzatura, le esigenze che avanziamo si pongono su un altro piano rispetto alla storia degli uomini – aveva risposto Muraro –. Oggi ci riconosciamo in una Veronica Lario. Detesto anche il moralismo spicciolo che critica le veline: niente di male a mostrarsi se può essere l’inizio di una carriera, purché non sia l’anticamera della prostituzione. Non fanno fare una bella figura alla tv italiana, ma questo è un altro discorso. Non bisogna mai giudicare le singole persone che provano a tenersi a galla, piuttosto bisogna prendersela con chi è in posizione di potere».
(La Stampa, 13 giugno 2026)
Il saluto della Libreria delle donne, da lei fondato a Milano: “Aveva quell’intelligenza che faceva della relazione la misura di ogni cosa, anche della tecnica”
«Luisa era una maestra, la più grande maestra che io abbia incontrato: lo è stata per i suoi studenti, per le donne e gli uomini che l’hanno letta e ascoltata, per chi ha avuto la fortuna di pensare con lei. Io l’ho conosciuta in libreria tanti anni fa e abbiamo condiviso fianco a fianco l’avventura del sito della Libreria delle donne. Il sito esiste anche grazie a lei, a quella intelligenza che faceva della relazione la misura di ogni cosa anche della tecnica».
Così, con un post sulla pagina Facebook della Libreria delle donne di via Calvi, è stata annunciata la morte, avvenuta stamattina a Milano, della filosofa e scrittrice Luisa Muraro, ottantasei anni fra pochi giorni, una delle più importanti femministe italiane, fra le fondatrici della storica insegna milanese.
Luisa Muraro era nata a Montecchio Maggiore il 14 giugno 1940, sesta figlia di una famiglia che aveva fatto la Resistenza. Era cresciuta nel vicentino, ma dal ’76 viveva stabilmente nel capoluogo lombardo, dove aveva studiato e si era laureata in filosofia alla Cattolica, e dove aveva cominciato la sua militanza politica femminista. È stata filosofa impegnata sul pensiero della differenza sessuale, pedagogista, traduttrice e attivista del movimento femminista italiano, saggista e autrice di tanti studi imperniati sul concetto cardine del “primato della lingua materna”.
Negli anni Settanta aveva insegnato anche nella scuola dell’obbligo e fondato con Elvio Facchinelli la “scuola antiautoritaria”. Proprio in quel periodo aveva incontrato i gruppi femministi di Milano, fondando nel 1975 la prima Libreria delle donne italiana, con l’amica di tutta la vita e compagna di mille battaglie Lia Cigarini (mancata anche lei lo scorso aprile a Milano) e con molte altre attiviste che ancora oggi, a cinquant’anni di distanza, tengono in piedi questo bastione del pensiero femminista. Muraro scrisse in quegli anni “Non credere di avere diritti: la generazione della libertà femminile nell’idea e nelle vicende di un gruppo di donne”, testo firmato da tante delle fondatrici della libreria di via Calvi. Con Adriana Cavarero, Anna Maria Piussi, Elvia Franco e altre filosofe aveva fondato la comunità Diotima che ancora oggi è attiva e porta avanti studi dedicati alle donne.
Lascia un’opera vastissima fra libri, articoli, interventi e lezioni. Tradusse in italiano le opere di Luce Irigaray. Fra i suoi testi Maglia o uncinetto (1981), Guglielma e Maifreda, storia di un’eresia femminista (1985), L’ordine simbolico della madre (1991), Autorità (2013), L’anima del corpo (2016). L’ultimo libro scritto con Clara Jourdan, Esserci davvero, è stato edito dalla stessa Libreria delle donne.
Fra i primi a esprimere cordoglio per la sua morte c’è Chiara Valerio, scrittrice, attivista e direttrice editoriale di Marsilio: «I libri di Luisa Muraro mi hanno insegnato molte cose, la più importante di tutte è che si può non essere d’accordo. E che talvolta bisogna non essere d’accordo. Che sia con la chiesa, gli uomini, i padri, le madri, se stesse».
(la Repubblica, 13 giugno 2026)
Elena Granata, fin dal suo singolare testo “Placemaker” e quindi con “Le città femminili” e infine ultimo “La città è di tutti” (Einaudi 2026), sceglie di intervenire sul tema cruciale dello spazio urbano, di quello spazio che sempre più soffriamo e sentiamo ostile ed estraneo, con un approccio sempre creativo, sempre attento a quanto ancora in noi è reattivo e sensibile agli stimoli naturali.
Si tratta quasi di un catalogo, di un elenco di piccole/grandi esigenze che noi ormai ci siamo adattati a ignorare, a sottovalutare… Si tratta di un recupero dei sensi, non solo di quelli fisici, ma anche di quelli psicologici o infine spirituali: il bisogno di silenzio, di buio, di vedere i cielo stellato o di guardare negli occhi un vicino, di sentire le grida dei bambini che giocano liberi, di vedere dei gatti che sfilano sui tetti, di poter sedere su panchine ombrose, sentire suoni lontani di campane… Non c’è una gerarchia precisa, sia tratta ogni volta di leggere nel proprio corpo le reazioni alla luce, al calore del sole, agli odori, al saluto o al sorriso di un passante… tutte cose che nella città di oggi sono state soffocate, ignorate, ritenute inutili o secondarie rispetto a un funzionamento della macchina urbana che ha nella produzione ma soprattutto nel consumo la sua parola vincente: tutto diventa merce da consumare, da comprare. Si è perso il significato del gratuito: lo spazio pubblico urbano, quello che vive solo se offerto e godibile da tutti, lo spazio pubblico urbano è sempre più ridotto, fruibile solo da pochi, privatizzato, difeso.
A questo esito collaborano le architetture, la loro sempre più ferrea esaltazione della privacy, l’annullamento nella loro progettazione di tutti gli aspetti e i luoghi di possibili incontri, di partecipazione a esperienze comuni, quali un tempo erano per esempio rappresentati dai cortili, nei quali anche i bambini potevano incontrarsi e giocare… E in parallelo processi incontrollati di densificazione con sempre più numerosi piccoli e grandi grattacieli, quali per esempio ora a Milano, vero e proprio emblema della non-città,torreggiano a Cascina Merlata.
«È sufficiente fare un giro a Cascina Merlata – scrive Elena Granata – per avere contezza di quanto povera possa essere l’idea di città costruita ex novo in una periferia a bordo autostrada. Una selva di grattacieli, senza un disegno capace di produrre la benché minima complessità urbana, che significa intreccio tra strade, negozi, piazze, spazi aperti, porticati, servizi, scuole… La città novecentesca è qui solo un lontano ricordo… Il parco di pertinenza delle torri, le strade assolate, il monumentale centro commerciale, i box dai quali si sale direttamente negli appartamenti riducendo al minimo gli incontri con i vicini, scrivono un’altra grammatica urbana.»*(“La città è di tutti”, pp. 151-152).
Ma ci si deve rivoltare le maniche: e se ci si guarda intorno con attenzione si possono scoprire numerosissime piccole o grandi resistenze a questo terribile processo di impoverimento umano. Non è impresa facile perché, ed Elena Granatacerto non se lo nasconde, al fondo di tutto questo c’è il problema della rendita urbana e dei processi di finanziarizzazione ad essa legati. Ed è qui che lei mostra la sua curiosità, la sua fiducia e diciamo pure il suo ottimismo, per una sorta di istinto naturale umano che ha ancora la capacità di esprimersi e di reagire. E cita non solo iniziative da parte di giovani, di famiglie, di gruppi spontanei, delle quali sottolinea la grande portata esemplare. Ma anche sottolinea e descrive proposte legislative e iniziative istituzionali che tra mille difficoltà, secondo percorsi anche contrastati vengono portate avanti ormai da anni da numerose città europee, da Barcellona come da Parigi, da Vienna, da Amsterdam, da Lisbona, da Helsinki e da tanti centri minori, alle quali anche contribuiscono architetti, urbanisti, sociologi, amministratori e soprattutto amministratrici, spinti da una forte partecipazione popolare. Una partecipazione che ahimè in Italia è ancora troppo debole, dispersa, priva di guida. Così che anche le politiche di “rigenerazione urbana” che vengono ultimamente promosse da molte città e parrebbero poter rappresentare un importante elemento di vero miglioramento qualitativo dell’ambiente urbano, rischiano di seguire obiettivi non chiari, ancora sottomessi a logiche di profitto.
Elena Granata, come lei stessa ci dice, fornisce ultimamente su questi temi consulenza a molte amministrazioni. E credo che la sua impostazione teorica non facilmente banalizzabile, può costituire un importante aiuto a che le diverse iniziative mantengano un orizzonte ampio, legato a un senso vero e vivo della natura, della infinita bellezza del creato.
(*) Racconta Elena Granata che a seguito di questo duro giudizio un gruppo di residenti, coordinati da un agente immobiliare del posto, ha scritto una lettera di protesta alla dirigente del Dipartimento di urbanistica del Politecnico dove lei insegna, chiedendo che fosse sanzionata dall’Università.
(http://www.libreriadelledonne.it/, 12 giugno 2026)
In classe c’è un ragazzo che trattiene le lacrime. Quando gli chiedo perché non piange, risponde: “Perché se no mio padre mi dice che sono una checca”. Non so cosa dire. E non lo dico. Aspetto.
Un’altra volta, una ragazza parlava della pressione che sentiva tra le coetanee: il corpo, le aspettative, la verginità vissuta non come qualcosa di suo ma come un criterio sociale, uno strumento di giudizio collettivo. Le ho chiesto: “Tu cosa senti? Cosa vuoi per te?” C’è stato un silenzio lungo. Poi ha parlato, e con lei hanno parlato altri.
Un ragazzo era venuto a chiedermi di parlare con una ragazza che aveva fatto piangere. Non trovava le parole. Le cercava, e sapeva di non averle.
Dopo l’ennesima notizia di una ragazza uccisa da un coetaneo, un’altra aveva detto, sottovoce: “Ora non posso fidarmi neanche del mio migliore amico”.
Queste non sono risposte che si prevedono. Non si ottengono con un progetto, non si pianificano in un’unità didattica. Vengono fuori dopo un lavoro lungo, quotidiano, fatto di attenzione, quell’attenzione di cui parlava Simone Weil, che non è competenza ma disponibilità a essere sorpresi da ciò che l’altro porta. È dentro questo spazio — fragile, imprevedibile, necessario — che il decreto Valditara arriva come qualcosa di profondamente estraneo. Perché la logica del decreto è esattamente l’opposto di quella che questi ragazzi richiedono. Presuppone che l’educazione affettiva e sessuale sia un “contenuto”, qualcosa di definibile, circoscrivibile, autorizzabile. Qualcosa che una famiglia può approvare o rifiutare come si approva o rifiuta una gita scolastica. Ma quello che accade in quell’aula non è un contenuto. È una relazione. Ed è dentro la relazione che i ragazzi trovano — o non trovano — le parole per ciò che vivono.
Il ragazzo che trattiene le lacrime non ha bisogno di un’ora di educazione emotiva inserita nel registro. Ha bisogno che qualcuno non guardi dall’altra parte. Ha bisogno che l’adulto davanti a lui sappia stare nel silenzio senza riempirlo di risposte pronte. E noi non siamo esperti di questo. È un’illusione pensare di esserlo. Siamo — se siamo fortunati, se ci alleniamo ogni giorno — attenti. Aperti a essere sorpresi. Disposti a non sapere già tutto. È questo che il decreto non può normare, e che tuttavia tenta di regolare: la possibilità stessa che una scuola sia un luogo vivo. Che una classe diventi, per un momento, lo spazio in cui un ragazzo può non trattenere le lacrime. In cui una ragazza può dire ciò che davvero sente, non ciò che ci si aspetta che senta.
La voce dei ragazzi, in tutto questo dibattito, non si sente. Si discute su di loro, per loro, intorno a loro. Ma nessuno sembra chiedersi cosa stiano vivendo mentre noi litighiamo sui moduli di consenso. Forse basterebbe una domanda. Come sempre.
L’educazione non è un corso. Non è un insieme di informazioni da erogare con cautela, con il modulo firmato, con il contenuto approvato. È attenzione a ciò che accade mentre si sta insieme, alle parole, ai silenzi, a chi viene escluso, alle dinamiche che nessun programma ministeriale riesce a vedere. Significa esporsi a ciò che i ragazzi dicono davvero, non a ciò che immaginiamo che dicano. Significa mettere in discussione le nostre categorie, i nostri pregiudizi, l’idea rassicurante che basti spiegare — o vietare — per educare. E significa accettare che la scuola non finisce con la campanella. È un luogo che può continuare oltre l’orario, oltre le aule, nel dialogo con le famiglie e i territori, non come progetto, ma come pratica quotidiana di presenza. Perché la parola e la relazione non si lasciano ridurre a un’autorizzazione.
(Comune-info.net, 9 Giugno 2026, https://comune-info.net/scuole-aperte/leducazione-affettiva-e-sessuale-non-e-un-contenuto/)
Scritto nel 1927 da Hilda Doolittle (H.D.), “HERmione” racconta una crisi di formazione in quanto figlia, moglie, allieva, musa: edito da Safarà, prima traduzione italiana
Romanzo autobiografico di formazione sensoriale, estetica ed erotica, frammentario, ricorsivo, stocastico, spiraliforme, “HERmione” venne composto nel 1927 da Hilda Doolittle, scrittrice e poeta, che fu cofondatrice del movimento imagista nella Londra nei primi anni Dieci. Il suono buffo e desueto del suo nome fece sì che, nel 1912, Doolittle venisse prontamente ribattezzata “H.D. Imagiste” dall’amico di una vita Ezra Pound. E come H.D. avrebbe dunque firmato le sue opere: nella nuova edizione americana, uscita nel 2022 per la raffinata New Directions (che lo aveva pubblicato per la prima volta nel 1981, a vent’anni di distanza dalla morte dell’autrice) la biografa del modernismo Francesca Wade presenta “HERmione” (ora tradotto per la prima volta da Paola Bono e Marina Vitale per Safarà, pp. 326, € 21,00) come l’autoritratto di un’artista, che «procede a tentoni, lentamente», verso un’autoespressione complessa, laboriosa, che la porta a un «risveglio della sua sessualità e delle sue facoltà artistiche», spingendola a «nominare se stessa affinché il mondo intero possa sapere chi è».
A condensare i temi più manifesti del romanzo è infatti il monosillabo “HER” – diminutivo del nome della protagonista, Hermione Gart, ma anche aggettivo possessivo e pronome oggettivante – “lei”, “la”, “sua”.
Primo: la difficoltà di costituirsi come soggetto stabile. H.D. non racconta la crescita di una donna, ma la crisi delle categorie attraverso cui quella crescita dovrebbe rendersi intelligibile. Figlia, futura moglie, allieva fallita, musa, amante, artista, Her è nominata, rinominata, abbreviata, deformata: è Hermione, Miss Gart, Her Gart, dove l’instabilità onomastica mima la lotta con i padri, con la genealogia, con la cultura di appartenenza, in cui l’abbozzo di un’unica sillaba, “Her”, funziona come residuo minimo di una identità personale e poetica, che per quanto instabile è tuttavia l’unica appartenenza certa.
Secondo: il fallimento come cuore della personalità di Her – che ha mancato il suo percorso accademico, è inadeguata alla razionalità della sua famiglia, non sa che forma darsi. Dalla soggettività della protagonista, il fallimento si trasferisce alla struttura del romanzo. E H.D. non avanza dalla immaturità verso una qualche forma di integrazione, bensì vive il dissolversi delle forme disponibili – famiglia, matrimonio, eterosessualità, lavoro, riconoscimento – seguito da un processo aggrovigliato, parziale e anticonsolatorio di ricomposizione artistica. Non c’è un posto nel mondo per la protagonista, perché non è disponibile al mondo una forma in cui riconoscersi.
Terzo: l’opposizione fra il sapere scientifico – ovvero il linguaggio lineare e progressivo praticati dal padre e dal fratello di Hermione – e la capacità di lei di percepire la realtà solo per via di immagini, parole, ritmo, ripetizione, frammento, pattern. Non è in questione un conflitto generazionale, o di genere sessuale, ma una contrapposizione più profonda, di natura epistemologica: da una parte c’è una conoscenza astratta, misurabile, quantificabile, dall’altra una conoscenza incarnata, percettiva, poetica. Hermione sa parlare soltanto questa seconda lingua – il suo pensiero non avanza ma ruota – mentre i suoi interlocutori conoscono soltanto la prima, ed è raro che queste due sensibilità riescano a comunicare, al di là delle reciproche parentele.
Quarto: il desiderio è sempre strutturalmente dispari, incerto, precario. Hermione oscilla fra attrazione, dipendenza, rivalità, identificazione e desiderio, e fra George Lowndes (alias di Ezra Pound) e Fayne Rabb, riconducibile a Frances Gregg, che al tempo stesso ebbe una relazione con lei e fu compagna di Pound.
Se George mostra a Hermione l’orizzonte artistico, minaccia tuttavia di assorbirla nel suo sistema simbolico. Formalmente ancora più destabilizzante è l’attrazione verso Fayne, perché altera le maglie e il ritmo della percezione, disgrega e moltiplica le immagini, confonde i confini fra sé e l’altra. E il corpo, ovvero la sostanza di cui siamo fatti, investita da desideri così contraddittori, non può limitarsi a fare da imballaggio della coscienza; funziona invece come una sorta di antro in cui il mondo penetra, si imprime, si deforma, continua a tornare. Paesaggi, giardini, alberi, fiori, e stanze, oggetti, superfici, colori, volti e voci sono pieghe, annidamenti strutturali, non soltanto contenuti oggettuali, della coscienza. Non a caso, Hermione si pensa botanicamente come organismo in formazione: qualcosa che può attecchire o marcire, essere potato, trapiantato, crescere storto, o soffocare.
«Le persone fanno le cose, le cose fanno le persone»: questa la considerazione che, più volte, torna nella storia. Quanto al linguaggio narrativo, l’autrice ne tenta la trasfigurazione mediante procedure di condensazione imagista, frammentazione sintattica, ripresa fonetica, ripetizione e variazione, parallelismo, chiasmo.
Non racconta per scene ma procede per nuclei percettivi, per forme che si fanno e si disfano in presenza, impossibili a tracciarsi linearmente perché una forma lineare, di sé in primo luogo, semplicemente non esiste.
Dunque, nell’interpretare il tema modernista di una temporalità discontinua, iterativa, sovrapposta, H.D. scrive una storia in cui ogni gesto, ogni dialogo, ogni evento, ogni pensiero non accade una volta e poi mai più: subito carpito dalla percezione prima e dalla memoria poi, diventa proiezione e in quanto tale viene agito per essere immediatamente interrotto, ibridato con ciò che la protagonista pensa, ricorda, teme o desidera; e successivamente riavviato, secondo una precisa tecnica di “montaggio” fatta di salti, raccordi ed echi che fa pensare, in maniera piuttosto puntuale, a quello che sarà il jump cut cinematografico.
Non che H.D. scriva “come al cinema”; ma come accade in certi film – l’esempio più classico è “Fino all’ultimo respiro” (1960) di Godard – il romanzo è costruito su tagli di montaggio che rompono la continuità attesa di una scena o di un’azione, generando una grammatica della discontinuità ritagliata in maniera millimetrica sulla protagonista.
Tramite interruzioni, transizioni, ellissi, collisioni fra segmenti non raccordati e ritorni differenziali, questa grammatica ci restituisce una geometria viva, fra l’inceppo e la circolarità, fra la sincope e l’intensificazione della simultaneità, in un overlap non meno che strutturale fra azione, parola e pensiero.
H.D. non conosce transizioni morbide, fluidità, solo l’urto fra momenti narrativi e formule percettive e cognitive che riemergono a più riprese, sempre uguali e sempre diverse. In una stessa inquadratura narrativa, Hermione compare in quanto figlia fallita, corpo desiderante, oggetto dello sguardo altrui, artista non ancora nata, figura impersonale, pronome senza volto, cambiando statuto identitario all’improvviso, una volta dopo l’altra.
Il tempo non contiene le nostre azioni, sembra suggerire H.D., è piuttosto la materia, fatta di arresti, ritorni, tagli, sovrapposizioni, in cui la soggettività si disgrega, si ripete, si smonta e si rimonta, si cerca senza trovarsi. E la geometria, l’antica nemica dei tempi della scuola, torna nelle linee, nei cerchi, nelle figure concentriche di una coscienza che attraverso queste operazioni poetiche tenta di riconoscere la sua fisionomia.
(il manifesto, 7 giugno 2026)
Nei giorni scorsi ha fatto il giro del mondo un video in cui uomini e bambini palestinesi, con grande gioia, recuperavano nelle acque del mare di Gaza i resti di una barca e del suo carico, o meglio quello che era rimasto del suo carico, dopo l’abbordaggio dell’esercito israeliano. Era l’ammiraglia turca Kasri Sadabat, una delle 74 imbarcazioni della Flotilla, salpate da diversi paesi per raggiungere Gaza e rompere il blocco navale imposto illegalmente da Israele. Portava, come tutte le altre, medicinali e viveri. Dopo l’abbordaggio in acque internazionali, un vero atto di pirateria, l’equipaggio veniva sequestrato, incarcerato, torturato e infine liberato. La Kasri Sadabat, come le altre, veniva abbandonata alla deriva in mezzo al mare. Il vento e le correnti marine l’hanno portata a Gaza. Così il mare ha rotto il blocco navale. Non lo hanno fermato né i droni, né le navi da guerra, né il potente esercito israeliano. Non è stato a guardare, non si è fatto complice d’Israele, non ha segnato confini, né creato blocchi navali. Insieme ai resti della nave – chi sa se ne arriveranno altri? – ha portato a Gaza quel poco che si è salvato: una confezione di riso, una di pasta, tre merendine, una bottiglia mezza vuota e qualche pannello solare. La gioia di quei bambini è il sapere che non sono soli, che c’è un mondo che non li dimentica e non si arrende alla distruzione e allo sterminio di un popolo. La Flotilla simbolicamente, alla fine, è arrivata a Gaza, anche senza equipaggio, e prima o poi ripartirà perché la solidarietà e l’umanità si possono rallentare ma non fermare, come il vento e le correnti marine. «In qualche modo siamo a Gaza. Una delle imbarcazioni è arrivata a riva anche senza di noi. Nonostante le calunnie, l’abbordaggio illegale, i rapimenti, i fermi illegali, le torture subite dal nostro equipaggio, oggi è successo qualcosa che ci ricorda una verità semplice: non ci stiamo fermando. Non vi lasciamo soli», hanno scritto gli attivisti della Global Sumud Italia. Quello che non ha permesso l’esercito israeliano lo ha fatto il mare, ribellandosi alla disumanità e crudeltà umana. La stessa ribellione che, di fronte all’orrore dei naufragi, ripete ogni volta che restituisce, spiaggiandoli, i corpi senza vita di migranti. Corpi senza nome, senza volto, senza storia, restituiti per una degna sepoltura, come ogni essere umano. Non è il mare che uccide i naufraghi ma l’indifferenza e la crudeltà di chi li lascia affogare nelle sue acque, non li salva e impedisce che altri lo facciano. Come non ricordare la fotografia del corpicino del bambino curdo-siriano, Alan Kurdi, vestito con una maglietta rossa e i pantaloni blu, ritrovato nel 2015 riverso a faccia in giù, sulla spiaggia di Bodrum, in Turchia? Aveva solo tre anni ed era annegato insieme al fratellino di cinque anni e alla madre. Fuggivano dalla guerra in Siria e volevano raggiungere l’Europa. Quella fotografia fece il giro del mondo e scosse profondamente le coscienze. Molte Ong intitolarono le loro iniziative di salvataggio in mare a quel bambino, come la nave Alan Kurdi della ong Sea Eye. Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 2023, a Steccato di Cutro, un barcone partito dalla Turchia si è infranto a pochi metri dalla riva. A bordo c’erano 180 migranti, poco meno di 80 riuscirono a salvarsi, 94 i corpi senza vita recuperati (34 uomini, 26 donne, 34 bambine/i). Anche allora tanta commozione e sdegno. Il mare, nei giorni e nelle settimane successive alla strage, continuò a restituire cadaveri lungo il litorale, quasi a ributtare tanto orrore, in nome di una pietà tutta umana. Il 15 febbraio scorso, nella notte dell’uragano Harry, altri naufragi, altri morti (mille). Il mare, ad oggi ha restituito 15 corpi lungo le coste della Calabria e della Sicilia. Il mare, il nostro Mediterraneo, sa che cos’è la vita e la morte, la pietà e la solidarietà.
(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 7 giugno 2026)
L’artista americana, oggi ottantasettenne, è in mostra alla Galleria Alberta Pane di Venezia. «Ho cercato di costruire una nuova iconografia centrata sulle donne, che offrisse un accesso all’esperienza umana universale, tanto quanto lo è stata la prospettiva maschile»
Tra le grandi artiste arrivate a Venezia, in occasione della 61/a Biennale, Judy Chicago ha un posto di rilievo, perché all’età di 87 anni condensa memoria e futuro, arte e attivismo, identità plurali in permanente stato di indagine e un modo scomodo di attraversare istituzioni e mondo dell’arte. Forse per questo, la mostra promossa dalla Galleria Alberta Pane, con la regia di Allison Raddock, ha provato una messa a terra, puntando sulla materialità di una lunghissima carriera. The Materiality of Judy Chicago sarà visitabile fino al 22 novembre.
Nel 1971 lei ha scelto il suo cognome, Chicago, sfidando le regole della società patriarcale. Cosa puoi dirci invece di Judy Cohen? Chi erano i Cohen?
Discendo da ventitré generazioni di rabbini, una tradizione che mio padre avrebbe dovuto continuare. Ma lui se ne distaccò, diventando invece marxista e sindacalista. Quando io e mio marito, il fotografo Donald Woodman, stavamo lavorando a Holocaust Project (1985-1993), un rabbino mi disse di non preoccuparmi «perché Mosè è stato il primo organizzatore sindacale». Anche se sono cresciuta in una famiglia laica, tutto era permeato di valori ebraici, che per me derivano dal Seder di Pesach e dalla sua enfasi sull’idea che, poiché un tempo eravamo schiavi in Egitto e siamo diventati liberi, è nostro dovere impegnarci per la libertà di tutti coloro che condividono questo pianeta, sia umani che non umani. La lunga tradizione talmudica, che costituisce la mia eredità, valorizza l’educazione e mi ricorda sempre il valore del tikkun olam, ovvero la guarigione o la riparazione del mondo. Questo precetto mi è stato trasmesso come un mandato e mio padre mi ha insegnato che avevo l’obbligo di lavorare per la giustizia e l’equità.
La sua opera più celebre, “The Dinner Party”, si trova al Brooklyn Museum of Art. Cinquant’anni fa lei ha immaginato 39 grandi donne a tavola e altre 999 i cui nomi sono incisi a terra, sul «Pavimento del patrimonio». Oggi, a chi farebbe spazio in questa tavola della Storia?
Ho sempre descritto The Dinner Party come una storia simbolica delle donne nella civiltà occidentale, plasmata e limitata dal periodo in cui l’ho concepita e creata. Per esempio, fino a poco tempo fa, gli studi storici e d’arte ruotavano attorno alla cultura occidentale: ho usato quella “narrazione” per strutturare la mia opera, sostituendo gli eroi maschili con figure femminili altrettanto importanti ma trascurate. Da allora, c’è stata una profonda revisione di questo approccio alla storia: il Los Angeles County Museum of Art è stato recentemente riallestito con una prospettiva più globale. Questo ha reso possibile l’idea di una storia globale delle donne, poiché è ancora in gran parte sconosciuta. Anche al tempo di The Dinner Party, nelle mie ricerche ho raccolto una quantità di informazioni che non potevano essere contenute in una singola opera. Avevo bisogno di creare qualcos’altro. Così è nato il libro Revelations, che ha richiesto cinquant’anni prima di essere pubblicato, oltre a un film. Oggi, grazie alla tecnologia sarebbe possibile utilizzare una gamma molto articolata di media per raccontare quella storia e su scala globale.
Perché, secondo lei, le istituzioni e il mondo dell’arte hanno impiegato così tanto tempo per riconoscere il valore e la profondità del suo lavoro?
Questa è una domanda di storia dell’arte. Da parte mia, posso dire di aver affrontato una lunga e difficile lotta per presentare e far comprendere il mio lavoro, fino alla mostra di Claudia Schmuckli al De Young Museum nel 2021, seguita da Herstory di Massimiliano Gioni e poi da quella curata da Hans Ulrich Obrist alla Serpentine, entrambe nel 2024. La rassegna di Gioni, che includeva The City of Ladies, una «mostra nella mostra» come lui l’ha definita, ha contestualizzato il mio lavoro all’interno di sei secoli di produzione culturale femminile. Per il pubblico è stato un modo per comprendere ciò che ho cercato di fare per decenni: costruire una nuova iconografia centrata sulle donne, capace di offrire un accesso all’esperienza umana universale tanto quanto lo è stata la prospettiva maschile.
È stata una pioniera nell’insegnamento dell’arte da una prospettiva femminista. Quanto ne sono state influenzate le università e le scuole d’arte?
Tutti i miei progetti didattici hanno avuto un profondo impatto sugli studenti, come dimostrano le tante lettere ricevute nel corso degli anni. Il che è davvero notevole considerando quanto poco tempo abbia effettivamente insegnato. In realtà quello che mi chiedo, alla luce delle mostre nate dai miei corsi (da Womanhouse al Cal-Arts nel 1972 a Los Angeles fino a Evoke/Invoke/Provoke, condotto con Donald nel 2006) e vista la mole di documentazione raccolta, perché nessuna istituzione mi abbia mai invitata a tornare. Forse la stessa resistenza al mio approccio artistico, durata decenni, ha influenzato anche la resistenza verso la mia pedagogia, che mette in discussione il modo in cui oggi si insegna arte. Il mio approccio mira ad aiutare studenti e studentesse a “trovare la propria voce” piuttosto che a “sfondare nel mondo dell’arte”.
Negli ultimi anni è emersa una nuova generazione di artiste donne e queer, soprattutto dal Sud globale: cosa pensa abbiano apportato di nuovo rispetto alla sua generazione?
Credo abbiano ampliato enormemente il discorso artistico, aggiungendo molteplici dimensioni, esperienze e narrazioni a una storia dell’arte che per troppo tempo è stata bianca, maschile ed eurocentrica. Allo stesso tempo, essendo una studiosa di storia, riconosco che il cambiamento, se non diventa istituzionale e strutturale, tende a essere temporaneo. Tutto ciò che di nuovo abbiamo visto negli ultimi decenni può creare l’illusione che tutto sia davvero cambiato. Ma, come dimostrano studi recenti (le statistiche scoraggianti sulle artiste pubblicate da artnet.news), esiste ancora un enorme divario: le artiste continuano a guadagnare solo il 42% rispetto ai loro colleghi uomini. Il cambiamento richiede tempo. Ma sono determinata a seguire un altro mandato ebraico: «Scegliere la speranza». Dunque, continuare a lavorare per una vera trasformazione globale, di cui abbiamo disperatamente bisogno.
Ha esplorato anche la dimensione maschile, cercando di decostruirla ancora prima del boom dei queer studies. Secondo lei, quali sono i codici della mascolinità che resistono ancora?
Ho l’impressione che il “costrutto della mascolinità” continui a sedurre troppi uomini, affascinati così tanto dal potere fino a immaginare che gli esseri umani saranno sostituiti dalle macchine, potranno vivere per sempre e avranno il diritto di continuare a distruggere il nostro pianeta per poi abbandonarlo. Tuttavia, so che esistono uomini che desiderano un’altra strada, che consenta di essere sé stessi invece di conformarsi a ruoli crudeli e restrittivi imposti dalla società. Come ha scoperto mio marito, il femminismo offre questa possibilità non solo alle donne ma anche agli uomini. Negli anni Settanta, all’inizio della seconda ondata del femminismo in Occidente, abbiamo commesso un errore: pensare che tutte le donne fossero nostre alleate e tutti gli uomini nostri nemici. La lunga storia della lotta per la liberazione femminile ha incluso molti uomini solidali, i cui contributi sono stati cancellati. E ci sono anche molte donne che agiscono come “sostenitrici del patriarcato”, contribuendo a perpetuare sistemi che imprigionano tutti noi.
(il manifesto, 5 giugno 2026)
Un anno e mezzo fa una schiera di dirigenti del settore tecnologico prendeva posto in prima fila alla cerimonia d’insediamento di Donald Trump, sancendo la nuova alleanza con il movimento Make America Great Again (Maga). Da allora l’amministrazione Trump ha steso il tappeto rosso alla Silicon Valley, favorendo le ambizioni dell’industria dell’intelligenza artificiale e gli interessi dei suoi principali azionisti.
Washington ha distribuito miliardi in sussidi federali e ricchi contratti a un settore che già dispone di grande liquidità, gonfiando una bolla che secondo gli esperti potrebbe mettere a rischio l’intero sistema economico e bloccare qualsiasi forma di controllo sull’evoluzione di questa tecnologia.
Ma c’è una buona notizia. Negli ultimi mesi è nata un’improbabile coalizione che si oppone con forza a questa ascesa incontrollata, prendendo di mira l’infrastruttura stessa su cui poggia il settore dell’Ia. Nel 2025 l’opposizione delle comunità locali ha bloccato o rallentato almeno 48 progetti per costruire data center, per un valore stimato di 156 miliardi di dollari. E tutto fa pensare che il 2026 sarà un anno ancora più importante nella resistenza all’Ia.
Dal nostro punto di vista, è una cosa positiva. Ma il movimento contro i data center è stato criticato da più parti, anche in ambienti progressisti, che l’hanno liquidato come l’ennesima espressione privilegiata della politica nimby (not in my backyard, non nel mio cortile). Un commento uscito sul New York Times ha definito la lotta contro i data center una “distrazione miope” dalla “vera battaglia”. In realtà, l’organizzazione del movimento contro i data center è la vera battaglia: una battaglia che si concentra su un punto nevralgico del settore e che ha conseguenze dirette sulla vita delle persone. Questa resistenza dal basso non riguarda solo il blocco di nuovi progetti di sviluppo locale: rappresenta un fronte cruciale nella lotta contro l’autoritarismo tecnologico. Quali altre armi hanno le persone comuni per contrastare algoritmi che divorano posti di lavoro, video falsi che distorcono la realtà e attacchi di droni autonomi?
Moratorie e divieti
Dalle campagne della North Carolina ai piccoli centri della Virginia fino alle zone di montagna e alle terre agricole del New Mexico e dell’Oregon, le comunità locali stanno superando le divisioni di partito per contrastare una situazione che permette ai lobbisti della tecnologia di far approvare in fretta e furia accordi per nuovi centri di elaborazione dati, spesso dietro un velo di omertà imposto dalle clausole di riservatezza.
Nell’Indiana, uno degli stati più conservatori del paese, più di dieci contee hanno introdotto moratorie o divieti temporanei alla costruzione dei centri dati per l’Ia; la nazione dei nativi seminole in Oklahoma ha approvato una moratoria nel suo territorio; e in tutto il New Jersey vari progetti sono stati cancellati per la reazione indignata delle comunità a condizioni giudicate inaccettabili. Eppure, molti che dovrebbero sostenere questa causa non perdono occasione per avanzare critiche fuorvianti, come un recente articolo di Holly Buck, docente del dipartimento di ambiente e sostenibilità all’università di Buffalo, uscito sulla rivista Jacobin. Buck descrive il movimento contro i data center come un “vicolo cieco” elitario destinato solo a privare i più poveri dei benefici delle Ia. Pubblicato su una delle principali riviste di sinistra degli Stati Uniti, l’articolo ha molti punti in comune con un commento del Washington Post firmato da due dirigenti della Palantir, il colosso della sorveglianza tecnologica vicino a Trump, secondo cui rallentare o fermare i data center danneggerebbe la classe lavoratrice: «Il modo più sicuro per garantire che l’intelligenza artificiale diventi uno strumento dell’élite ricca è bloccare l’infrastruttura che la rende accessibile a tutti gli altri».
Il lato nascosto
Argomentazioni come queste stanno diventando fin troppo comuni, nonostante la loro logica traballante e paternalistica. Le critiche da sinistra al movimento contro i data center rivelano soprattutto una scarsa comprensione di come stanno nascendo queste battaglie e di come funziona davvero l’organizzazione e la costruzione del potere dal basso (d’altra parte, se i vertici della Palantir avessero davvero a cuore la giustizia economica, non difenderebbero una tecnologia che secondo il loro stesso amministratore delegato è destinata a provocare «profondi sconvolgimenti sociali»).
Buck sostiene di volere un’Ia governata democraticamente, ma non spiega come raggiungere questo lodevole obiettivo. Intanto, colossi come Meta, xAi e Blackstone continuano a siglare accordi dietro le quinte grazie a dirigenti che hanno un filo diretto con Trump e soldi in abbondanza per influenzare la politica. Organizzarsi per bloccare la costruzione dei data center è uno dei pochi strumenti che le persone comuni hanno per farsi ascoltare; protestare con forza è lo strumento di chi non ha soldi né agganci politici. Come ricorda l’esperta di antitrust Zephyr Teachout: «Per avere una gestione democratica dell’Ia bisogna bloccare i data center. Google non si siederà a nessun tavolo democratico e non rispetterà nessuna regola finché la gente non mostrerà i muscoli».
I data center sono un bersaglio strategico anche per un altro motivo. Come internet, l’Ia è dovunque e in nessun posto. I data center, invece, sono luoghi concreti, punti nevralgici dove le persone possono riunirsi e confrontarsi direttamente con i miliardari fuori controllo della tecnologia, altrimenti irraggiungibili.
Proprio per questo, quegli edifici offrono un’occasione unica: permettono di incontrarsi di persona e di unirsi superando divisioni politiche per altri versi insormontabili. Per commentatori come Buck, la varietà ideologica del movimento rappresenta una debolezza, perché significa che non tutti hanno gli stessi obiettivi. In realtà quello che colpisce di più è la quantità di cose su cui quelle persone sono d’accordo. Seguendo le proteste abbiamo notato che il movimento contro i data center ruota intorno a una serie di preoccupazioni comuni: bollette insostenibili, consumi esagerati di acqua e di energia, inquinamento acustico e luminoso, degrado del suolo, nessuna offerta di posti di lavoro decenti nelle zone interessate (oltre alla prospettiva di un’apocalisse occupazionale su vasta scala) e un potere aziendale fuori controllo. A tutto ciò si aggiungono gli usi socialmente discutibili dell’Ia generativa, dai bot che cercano di far spogliare le minorenni alla spazzatura che infesta i feed sui social media.
Questi problemi sono il lato nascosto dei data center, quello che chi li costruisce evita accuratamente di menzionare quando arriva su un territorio e che molti politici preferiscono non affrontare. Visto come stanno le cose non c’è da stupirsi se tanti agricoltori rifiutano offerte milionarie per vendere i loro terreni: sanno bene i rischi che questi progetti comportano per i luoghi in cui vivono.
C’è chi liquida queste mobilitazioni come “nimbysmo”, ma le battaglie locali creano le condizioni per riforme più generali, a partire dai controlli basilari sull’Ia. La maggior parte delle persone non è entusiasta del mondo iper-automatizzato e invadente che la Silicon Valley sembra voler imporre, e i sondaggi mostrano con chiarezza che la grande maggioranza degli statunitensi chiede che il settore sia regolamentato. Oggi, ci sono più vincoli per chi apre un salone di bellezza o un negozio di tacos che per una startup dell’Ia.
Passi falsi
Il movimento che ha portato al centro del dibattito la proposta di una sospensione o di una moratoria sulla costruzione dei data center è fondamentale per costruire il consenso politico necessario a introdurre misure di sicurezza di buon senso e largamente condivise. Ed è soprattutto un modo per mettere con le spalle al muro un settore abituato a passare come uno schiacciasassi sull’opinione pubblica. Il disegno di legge presentato di recente al congresso statunitense da Bernie Sanders e Alexandria Ocasio-Cortez (due politici del Partito democratico) prevede una moratoria nazionale proprio per spingere verso una regolamentazione dell’Ia: il divieto di costruire sarebbe revocato subito dopo l’approvazione di norme efficaci per limitare davvero i danni causati dai data center.
Ad aprile il Maine è diventato il primo stato a introdurre una moratoria per i grandi data center. La deputata Melanie Sachs, promotrice della legge, ha parlato di un «approccio ponderato e pragmatico a un tema molto complesso», con «ramificazioni» che vanno oltre le comunità direttamente coinvolte. La pausa di 18 mesi serve a dare alle persone il tempo di discutere e decidere con più consapevolezza: «È un modo per dire: mettiamoci intorno a un tavolo, assicuriamoci di avere un quadro normativo adeguato al contesto e ad affrontare i problemi che ci premono».
Prima che la proposta diventasse legge, la governatrice Janet Mills, del Partito democratico, ha posto il veto. Pochi giorni dopo, Mills ha sospeso la sua campagna per le primarie al senato, di fatto lasciando campo libero al populista Graham Platner, che è favorevole al provvedimento ma lo ha definito un “cerotto”, invocando un intervento molto più deciso a livello federale. Il passo falso di Mills dovrebbe essere un campanello d’allarme. Dall’aria che tira nella politica statunitense si capisce chiaramente che l’Ia sta diventando una delle principali linee di frattura nelle elezioni di metà mandato di novembre, e anche in vista delle presidenziali del 2028. Ma la maggior parte dei politici esita a prendere una posizione netta. Molti democratici temono di inimicarsi l’industria tecnologica, e il partito fatica a proporre una prospettiva morale chiara capace di contrastare la retorica dei miliardari sull’“innovazione” e gli spauracchi sulla concorrenza della Cina.
Come al solito, gli elettori sono più avanti dei politici. La crescita spontanea del movimento contro i data center, che attraversa territori, interessi economici e orientamenti politici diversi, riflette sia la quantità di rischi legati alle infrastrutture dell’Ia sia l’insofferenza crescente verso l’élite tecnologica. L’energia sprigionata da queste mobilitazioni, con le loro richieste sensate e capaci di unire mondi diversi, può diventare la base di una nuova coalizione dal basso, in grado di indicare un programma per la classe lavoratrice che parli davvero al presente e intercetti il malessere degli elettori delusi. Un movimento così organizzato ed efficace andrebbe sostenuto, non liquidato.
Visto il ritmo con cui il movimento sta crescendo e i suoi primi successi, non sorprende che il settore tecnologico abbia cominciato a reagire con campagne di comunicazione mirate, una pioggia di finanziamenti occulti alla politica o metodi ancora meno trasparenti. Una persona che ha partecipato a una conferenza dell’industria dei data center del 2025 ha riferito che alcuni relatori hanno elencato diverse strategie per soffocare il dissenso locale: usare società di comodo per evitare controlli, comprare il silenzio dei residenti vicino ai siti individuati, collaborare con le autorità per «tenere i manifestanti lontani dalla vista» e organizzare attività per i giovani con l’obiettivo di «normalizzare i data center nelle comunità della zona». Un relatore ha perfino ipotizzato «l’uso di tattiche di contro-insurrezione apprese durante il servizio militare, come infiltrarsi nei bar e nelle chiese per valutare il potenziale di resistenza della comunità alla costruzione di nuovi centri dati».
Con avversari così è demoralizzante vedere persone di sinistra unirsi al coro ipocrita di chi chiede alle comunità direttamente colpite di usare canali politici più giusti ed efficaci, che poi però restano sempre indefiniti. Il movimento contro i data center offre ai progressisti che vogliono cambiare gli equilibri politici un’occasione unica: incontrare le persone, ascoltare i loro bisogni e i loro desideri e contribuire a coltivare dal basso un’alternativa all’alleanza tra big tech e fascismo. È un’occasione per sostenere i nuovi militanti nelle loro battaglie contro un’Ia fuori controllo e contro il dominio soffocante delle aziende private sulla nostra economia. Ed è un’opportunità irripetibile per riconquistare la fiducia di comunità che, comprensibilmente, hanno perso ogni speranza nella politica e non si fidano più dei grandi partiti, soprattutto quando si parla di Ia.
In altre parole, la lotta contro i data center non riguarda solo la tecnologia. In gioco c’è la qualità della democrazia: si tratta di stabilire chi controlla l’economia e se le persone comuni possono ancora dire la loro sulle decisioni che le riguardano. Visto che siamo stati esclusi da ogni dibattito su questa rivoluzione tecnologica, tutti dovrebbero sostenere il movimento. O, meglio ancora, dovrebbero unirsi alla lotta.
(*) Astra Taylor è una scrittrice, regista e attivista canadese-statunitense. In Italia ha pubblicato Capitalismo dell’insicurezza (Wudz 2025).
Saul Levin è un ambientalista statunitense.
(Internazionale, 5 giugno 2026)
La regista e attivista nata a Teheran, che oggi vive a Parigi, ricorda l’autrice di Persepolis
Bani Khoshnoudi è una regista, artista visiva, attivista nata a Teheran, immigrata negli Stati uniti durante la Rivoluzione del ’79. È costretta all’esilio dal 2010, dopo il suo film The Silent Majority Speaks che racconta le rivolte del 2009 contro l’elezione di Ahmadinejad presidente. I suoi lavori attingono da materiale d’archivio per raccontare e costruire una memoria della resistenza contro il regime. L’abbiamo sentita al telefono a Parigi, dove vive.
L’opera di Marjane Satrapi ha influenzato il suo lavoro? In che modo?
Non molto il modo in cui lavoro ma penso che per la generazione di cui faccio parte, cresciuta o costretta all’esilio a partire dagli anni ’90, sia stata fondamentale nel comunicare cosa era accaduto a molte famiglie negli anni ’80 in Iran. La sua opera, soprattutto i primi libri, si focalizzano nel momento in cui la Rivoluzione è sfociata in tendenze islamiste e cosa hanno fatto alle famiglie che avevano dato vita alla rivoluzione. Tra le sue istanze di giovane donna, ci ha trasmesso l’importanza di essere capace di pensare liberamente e apertamente nella società. Questo è qualcosa in cui mi riconosco profondamente, anche se proveniamo da storie familiari differenti ed era più grande di me quando ha lasciato l’Iran.
È una figura di riferimento per le artiste e gli artisti iraniani?
Rappresenta un certo tipo di artista nella diaspora, nel periodo del movimento “Donna Vita Libertà” ha cercato di creare un ponte, si è spesa per raccontare cosa accadeva in Iran. È una grande perdita per tutta la comunità iraniana che vive all’estero. I suoi primi libri sono stati pubblicati in ogni parte del mondo, non ho seguito molto gli ultimi lavori, politicamente ha preso delle posizioni che non sempre ho condiviso, che accentuavano un po’ troppo questa dicotomia occidente/tradizione, io penso sia un po’ più complesso di così, ma trovo la sua una voce estremamente appassionata.
Satrapi usava il disegno, lei l’archivio: la questione centrale è raccontare, ridare voce alle storie.
Molti della nostra generazione – io sono sette anni più giovane di lei – sono ossessionati dalla prima decade dopo la Rivoluzione, in quel periodo sono accadute cose orribili. Molti lavorano con gli archivi, lei era l’unica che lavorava con i fumetti, che ha dato al corpo e alla voce delle giovani donne un ruolo centrale. In questo penso fosse sicuramente una figura di riferimento per molte giovani artiste, ha reso le giovani donne protagoniste delle storie con la voce di una donna e non di un uomo: molti registi uomini raccontano personaggi femminili nei loro film, ma si tratta di una prospettiva completamente diversa.
Come vede la situazione attuale?
Siamo molto preoccupati, il governo iraniano ha sempre voluto una guerra, purtroppo l’hanno avuta. È una guerra tra potenze, in termini geopolitici una guerra di invasione capitalista, liberista che viene usata dal regime per opprimere ancora e controllare ancora di più la sua popolazione. Questo ci porta indietro e rende la lotta per il movimento di Liberazione, movimento che esiste da oltre duecento anni, ancora più complicata.
(il manifesto, 5 giugno 2026)