Il racconto della Visitazione offre l’immagine che più si avvicina e ispira i percorsi delle donne che desiderano camminare insieme per dare vita al mondo in pienezza.

(Visitazioni, Gruppi donne delle Comunità cristiane di Base e le molte altre

https://www.cdbitalia.it/upload/gdonne/Visitazioni.pdf)

Scrivere narrando è fondamentale per noi donne, non solo per alimentare la genealogia femminile, ma anche per affermare che la nostra scrittura non si allontana mai dalla realtà. Con questa riflessione la teologa Antonietta Potente introduce il libro di Paola Cavallari, Lilith se ne va. Femminismo, spiritualità e passione politica (Vanda 2025).

L’opera è un intenso percorso di vita e di scrittura in cui Lilith risplende come un’icona archetipica. Il suo rifiuto eversivo della sottomissione la rende un personaggio chiave in un’ipotetica epica femminista: Lilith si congeda dal ruolo assegnatole e il suo indomito carattere la spinge a scegliere la via della libertà, che diviene sorgente e aurora della soggettività femminile.

Lo stesso percorso dell’autrice si orienta in questa direzione, verso la libertà, segnato da due fuochi inestinguibili: il femminismo, che l’ha afferrata in giovinezza come passione di vita irriducibile, e la dimensione spirituale, fiorita in età matura nell’adesione alla bellezza del messaggio evangelico, «purificato con fatica dalle incrostazioni di potere clericale e kiriarcale che lo hanno tradito».

Il femminismo descritto nel suo libro è un’esperienza «goduta nel suo potenziale politico ed esistenziale», un approccio che si avvicina sorprendentemente a ciò che Antonietta Potente suggerisce di chiamare Misticapolitica.

Si tratta di un sentire femminile che non teme gli sconfinamenti tra anima e corpo, è in ascolto del desiderio di autenticità, ricerca il respiro della trascendenza e si impegna a disseppellire quella lei originaria che è stata annientata da secoli di religioni patriarcali. Per Paola Cavallari questo approccio è diventato la sua casa, la rotta da seguire nel farsi della sua mappa esistenziale.

Il libro, come lo definisce Gabriella Caramore nella prefazione, è un «diario intellettuale e spirituale» che copre un arco temporale di circa trent’anni (1994-2024). È un «arcipelago di scritture» in cui vibra la narrazione del suo percorso di vita attraverso una vasta gamma di contributi: esegesi bibliche, saggi, articoli, interviste, frammenti autobiografici, riflessioni sulla spiritualità, testimonianze di pratiche politiche collettive, prese di posizione e recensioni. In tutti gli ambiti da lei toccati si intrecciano i fili dell’esperienza femminista: l’autocoscienza, l’analisi critica, lo scambio di parola con le altre donne e la scia luminosa delle madri simboliche con cui l’autrice continua a dialogare e confrontarsi. Paola Cavallari si racconta sempre in prima persona, non temendo di esporre le proprie ferite, con la ferma intenzione di partire da sé per dare voce al non detto. Un lavoro simbolico che non compie in solitudine: l’autrice dialoga costantemente con pioniere del femminismo (Simone de Beauvoir, Carla Lonzi, Judith Butler) e figure spirituali e intellettuali (Simone Weil, Etty Hillesum, Hannah Arendt). Centrale è stata per lei anche l’esperienza del gruppo di Venezia-Mestre Donneperlacittà, che ha saputo unire prassi politica e ricerca intellettuale.

Il suo viaggio a ritroso, teso a riaprire la ricerca di senso e a ripercorrere «orme di vita che si metamorfosano in scrittura», è profondamente illuminante. Emerge un sofferto rapporto con la parola fin dall’infanzia: un’esperienza in cui moltissime donne possono rispecchiarsi. Da bambina Paola rifiutava la scrittura e la parola: il suo mondo interiore, descritto come «barbaro, naïf, libero, inafferrabile, fantasmagorico», ancorato all’autenticità della lingua materna, veniva tradito dal linguaggio adulto, provocando un’afasia in cui il dentro non trovava corrispondenza nel fuori. L’evoluzione si è manifestata pienamente solo quando l’autocoscienza ha «fatto saltare il tappo», permettendo alla lingua di essere finalmente risignificata in risonanza con il suo sentire originario. È attraverso questa lente che Paola ha potuto osservare il disegno che «sbalza come un bassorilievo vivente dalla sostanza della propria vita», avviandosi così alla ricomposizione delle parti di sé precedentemente dissociate.

Un’“integrità dell’io” che le ha conferito la forza per affrontare coraggiosamente lo scacco, l’impotenza e la sventura, trovando la sua «scintilla di salvezza» nel «consegnarsi al limite». È stato il suo passaggio nella notte oscura, da cui è scaturita una grande verità: «Quanto più grandi sono fiducia e gratitudine tanto più si espande la realtà di cui godiamo».

Nel suo breve poema, ispirato al celebre passo di Sant’Agostino Tardi ti ho amato, l’autrice racconta con parole commoventi il proprio risveglio, il «dono ricevuto dell’aurora». Passo dopo passo, la dimensione spirituale, la presenza del “divino”, è divenuta per lei un luogo accogliente di conforto e approdo.

Da questo punto prende avvio la narrazione di un percorso da me condiviso con lei, che per me è anche memoria della gioia vissuta nella nostra “Visitazione”: un incontro da cui è nato un legame profondo e generativo di nuovi contesti relazionali. Come ricorda Rebecca Solnit, del resto, la gioia è sempre «un meraviglioso primo atto di insurrezione».

L’ambito a cui mi riferisco è quello dei Gruppi Donne delle Comunità cristiane di base e delle molte altre che, a partire dal femminismo degli anni Settanta, continuano a interrogarsi, partendo da sé, sulla propria esperienza spirituale in relazione alle scritture bibliche, alla preghiera e al linguaggio per dire Dio. Il binomio “femminismo e spiritualità” ha trovato per Paola rappresentazioni concrete in questa teologia dal basso, dove è possibile sperimentare quella coerenza tra pensiero e pratiche a cui anela un’anima in ricerca come la sua:

«Ci sono incontri, e questo lo fu, in cui come per magia ti imbatti in ciò che cercavi nell’intimo, ma di cui non avevi consapevolezza prima di intercettarlo […] Fatto sta che non era più un altare con un celebrante maschio, ma una mensa con un’assemblea celebrante in cui le donne si riconoscono autorità di celebrare. I nostri corpi in circolo, le nostre voci che si allacciano passando l’una all’altra il testimone di parole di benedizione reciproca […]».

In questi spazi continuano a circolare liberamente saperi, autorità femminile, pratiche politiche e spirituali che rendono possibile il «fecondarsi nella reciprocità» di cui Paola parla.

Il libro di Paola è dunque un’opera molteplice: è anche la restituzione di percorsi condivisi, di reti di relazioni che si intrecciano creando una corrente viva in cui si diventa “onda e oceano al tempo stesso”, come suggerisce l’autrice riprendendo le parole usate da Etty Hillesum che richiamano al Tao.

Nei suoi saggi non rinuncia mai a sottoporre a lucida analisi l’impronta patriarcale nelle Scritture e nella storia della Chiesa. Sulla base della teologia femminista elabora profonde intuizioni che danno vita a nuove e originali interpretazioni dei testi sacri. Ma i suoi articoli, che sono spesso veri e propri manifesti di denuncia contro la persistenza patriarcale nelle chiese, sono sovente arricchiti da idee e da proposte di sperimentazione concrete.

Un passaggio fondamentale della sua storia è stato l’assunzione in prima persona di un nuovo progetto da lei ideato, a cui abbiamo aderito in molte: la fondazione, il 14 marzo del 2019, dell’Osservatorio Interreligioso sulle Violenze contro le Donne (OIVD), «la pianticella che, con passione, abbiamo messo al mondo». L’OIVD è un organismo composto da donne ebree, musulmane, induiste, buddiste e cristiane delle diverse Chiese, perché l’insignificanza delle donne e la violenza che ne consegue attraversano in modo trasversale tutte le religioni. È aperto anche agli uomini e si pone l’obiettivo di essere «pratica vivente di una teologia del dialogo interreligioso di genere». È luogo di relazioni, dove circola autorità femminile diventando il punto di intersezione di una rete più vasta.

Le parole di Antonietta Potente incorniciano l’opera dell’autrice, riconoscendone la potenza generativa: «Creare è il nostro gesto preferito: creare tessuti libri pagine scritte con le nostre parole. Creare cibo per nutrire ed essere nutrite, creare ordine nella propria vita come se fosse l’inizio di una nuova creazione». E ringrazia Paola per la tessitura di queste parole vive, nate dal suo sentire e dal suo contemplare la vita. Una simile narrazione può aprire passaggi di consapevolezza e innescare processi dinamici in molte altre donne che con lei condividono il cammino; tra le quali ci sono anch’ io. Per questo desidero unire la mia voce al suo ringraziamento.

(Viottoli, n.2/2025)

Anna Foa, storica e autrice nel 2024 de Il suicidio di Israele per Laterza, è una degli esperti auditi nelle settimane scorse dalla commissione del Senato che sta trattando i disegni di legge contro l’antisemitismo. Insieme ad altri intellettuali, anche di origine ebraica, ha criticato il ddl Delrio per il rischio di censura alle posizioni pro-Pal.

Professoressa Foa, quali dovrebbero essere i capisaldi di una buona legge contro l’antisemitismo?

Una buona legge non dovrebbe basarsi sulla definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), perché c’è il rischio di additare come antisemita chi critica il governo di Israele. Quella definizione di fatto equipara l’antisionismo all’antisemitismo e, non a caso, è stata utilizzata da Trump per contestare e censurare le manifestazioni pro-Pal nelle università americane. Al punto numero 10 mette all’indice chiunque paragoni il comportamento di Israele verso i palestinesi con la Shoah.

Eppure è stata adottata da oltre venti stati europei. Perché?

Era stata criticata fin da subito da numerosi studiosi, e infatti sono nate successivamente le dichiarazioni di Gerusalemme e quella della Nexus Task Force. Diciamo che i governi l’hanno adottata perché, alcuni anni fa, la situazione in Medio Oriente era assai meno grave di quella di oggi. E dunque l’attenzione sui comportamenti del governo di Israele era più bassa. Non a caso la definizione di Gerusalemme (JDA) esclude l’identificazione tra antisionismo e antisemitismo, ed esclude che chi critica il governo di Tel Aviv possa essere tacciato di antisemitismo.

I firmatari del ddl Delrio sostengono che in quel testo non sono compresi i contestati esempi di antisemitismo di Ihra che in gran parte riguardano lo stato di Israele.

Ma quegli esempi sono parte integrante del documento Ihra, non se ne può adottare solo la premessa ignorando il resto. Se si parte da lì, e ricordo che quel testo è stato contestato da tremila studiosi, si arriva al paradosso che Israele diventa l’unico paese al mondo che non può essere criticato. E questo non può che alimentare l’antisemitismo.

Nel testo del senatore Pd sono escluse conseguenze penali.

Ma non è questo il punto: bisogna evitare che lo stigma si abbatta su chi esprime libere opinioni, come è accaduto ad alcuni studiosi in Germania. Io stessa, per aver paragonato i bambini affamati di Gaza a quelli del ghetto di Varsavia, sarei a rischio di censura.

Serve una legge ad hoc su questo tema?

Non direi. C’è già la legge Mancino, che colpisce antisemitismo e razzismo, e non credo che questi due temi debbano essere separati. Anzi, vanno combattuti insieme.

E invece i promotori del ddl Delrio, ma anche dei testi delle destre e di Iv, sostengono che l’antisemitismo abbia una sua specificità, che non vada confuso con altre forme di odio e discriminazione.

Credo che una gran parte dei problemi che Israele vive oggi, compreso il suprematismo ebraico, derivi da questa ossessione dell’unicità. Non è sbagliato confrontare la Shoah, che pure è stato un fenomeno senza precedenti, con altri genocidi del Novecento, come quello degli armeni. Non bisogna farne un caso a parte solo perché ha riguardato gli ebrei. La storia, a differenza di quel che sostiene Netanyahu, non è un continuum di antisemitismo dagli albori del cristianesimo in poi. Ci sono state fasi diverse, alcune anche di pacifica convivenza e di dialogo tra ebrei e altre culture e etnie.

Delrio sostiene che «oggi l’antisemitismo è la vera emergenza del nostro paese». Condivide?

No, penso che le emergenze più gravi siano altre, come le diseguaglianze. L’antisemitismo esiste ed è un problema serio ma rischia di essere utilizzato da forze politiche negli Usa e in Europa per altri scopi, come limitare le accuse di genocidio e apartheid a Israele. E questo è grave.

Secondo lei negli ultimi due anni l’antisemitismo è cresciuto in Italia?

Sì, è cresciuto soprattutto nell’ultimo anno. In alcune frange della sinistra si è diffusa l’idea che tutti gli israeliani siano in fondo proni a Netanyahu, che non ci sia una vera opposizione, e così anche gli ebrei tout-court, e che Israele non dovrebbe esistere. Una posizione assolutamente minoritaria, che però esiste, soprattutto sui social: va vista e combattuta, senza mai attribuire queste posizioni a tutto il movimento per Gaza. Però devo dire che, nei miei numerosi interventi nelle scuole e nel dialogo con gli studenti, non ho mai ascoltato posizioni antisemite.

Come suggerirebbe di procedere al Senato?

Due cose fondamentali: non legiferare solo contro l’antisemitismo ma contro il razzismo in generale. E accantonare la definizione Ihra e partire da quella di Gerusalemme, che elimina ogni rischio di censura.

(il manifesto, 9 gennaio 2026)

Ci ha lasciato a Natale 2024 una delle voci più lucide e profonde che io abbia conosciuto, che ha collaborato anche con la nostra rivista: Pinuccia Corrias, docente, scrittrice, femminista del pensiero della differenza. Viveva «sola in faccia al Mar d’Africa» in Sicilia, «in mezzo a libri, oliveti, vigneti, manoscritti, mucche e macchia mediterranea». Aveva appreso, come amava scrivere, da Lia Cigarini l’importanza del “desiderio” e da Luisa Muraro di essere stata allevata secondo “l’ordine simbolico della madre”. Così sono nati i libri Abbardente (Torino Neos 2016) e l’inedito Rosario sardo.

Questa era Pinuccia: una visionaria spinta dalla necessità di coinvolgere altre donne in un viaggio interiore verso nuovi orizzonti di libertà ed espressione di sé. E spesso ci riusciva, con il coraggio e la grande passione che la contraddistinguevano.

Ciò che più colpiva di lei era il suo incessante esercizio del “partire da sé”, quel rivolgersi continuamente al proprio vissuto per trarne pensiero e una scrittura politica che mettesse radici nel mondo. La sua era una ricerca ininterrotta di un linguaggio trasformato e trasformante, di “parole non consumate”, come le definiva la filosofa Chiara Zamboni. Parole iniziatiche, vive e vivificanti, che aprono processi dinamici. Per molte donne è stata maestra in questo esercizio generativo di libertà soggettiva e di espressione di sé. Una maestra sarda, non facile, perché anche in lei permaneva l’impronta delle “Madri di Roccia Sarde”, di cui spesso parlava, ma proprio per questo una maestra potente.

Con Pinuccia era possibile tessere linguaggio, risignificare le parole e condividere la gioia che questo processo procura, innescando trasformazioni individuali e collettive. Sperimentavamo lo stupore per la risonanza tra parole e vita vissuta. Come descrive poeticamente in Abbardente: «Avviene per la parola ciò che avviene per il pane: lo si crea ogni giorno daccapo, con gli ingredienti più antichi del mondo, e ce ne si nutre senza mai saziarsi. Quando è necessario, poi, se ne fa cosa sacra, che esprime e alimenta, oltre che il corpo, anche l’anima».

Pinuccia cercava continuamente contesti relazionali, gruppi di donne in cui ci fossero le condizioni materiali perché ciò accadesse. Con questo taglio ha dato un contributo fondamentale al “Gruppo donne per la ricerca teologica” di Pinerolo, nato a metà degli anni ’90. Il gruppo, che riuniva donne valdesi, cristiane delle comunità di base, cattoliche e non credenti, ha esplorato, alla luce delle pratiche del pensiero della differenza sessuale (partire da sé, pensare in relazione, il riconoscimento di autorità tra donne), i nostri vissuti di fede. Era uno spazio spirituale e politico, dove si produceva pensiero e si intrecciavano relazioni che cambiavano i luoghi in cui ognuna di noi operava.

Resta a tutte quelle che hanno partecipato a questa esperienza un ricordo vivo, un’eredità che continua a risuonare, un’“energia di legame”, come l’hanno definita le amiche valdesi in La parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi (Claudiana, 2007). Un’energia che continua a fare il suo corso e che alcune di noi hanno ritrovato nel condividere l’esperienza della “Comunità di storia vivente in faccia al Monviso”, di cui ha fatto parte Pinuccia negli ultimi anni, continuando a elaborare l’opera inedita Rosario Sardo. Per lei questo è stato l’ultimo orizzonte di senso con cui si è misurata per concludere il suo lavoro. Emerge spesso dalla sua opera l’idea che la memoria è cosa viva che resta nelle viscere: «Nella memoria vive il dolore, il pianto, la pietas, ma se non si dà senso agli accadimenti […] restano solo dolore, pianto e pietas senza parole».

Ci lascia in eredità anche il suo ultimo scritto, quasi un testamento spirituale e politico: “La bambina di Gaza con il vestitino rosa”. Scritto all’inizio del 2024, quando la malattia l’aveva già colpita, è stato pubblicato in Pagine di pace: poesie, scritti, pratiche di donne (Iacobellieditore, 2025). Abbiamo letto alcuni brani di questo toccante racconto il 16 settembre 2025 a Pinerolo, durante l’incontro dedicato a lei, Pinuccia Corrias. Quando la vita è scrittura: Primum Vivere, all’interno del Pine Hope Festival: un momento di memoria vivo ed emozionante, organizzato da molte amiche che hanno condiviso con lei diversi ambiti del femminismo.

Il suo testo esprime un “no” deciso a ogni guerra con il linguaggio profondo e poetico che l’ha sempre contraddistinta. Le riflessioni sul potere redentivo della parola e del gesto sono il cuore pulsante di questa sua ultima testimonianza. Per fermare «il vento delle parole» tremende, terribili, orribili, che hanno il potere di scolpire «con lettere di fuoco una realtà che è menzogna», la sua voce si fa grido, si fa maledizione: «Sì, maledetti voi, facitori della Storia […] Quando vi maledico, voglio intendere ciò che questa parola significa alla lettera: dico di voi il male che io vedo e soprattutto il male che io sento». A noi resta il potere di chiamare le cose con il loro vero nome, di dire il vero sul male. Maledire, in questo caso, non è augurare il male, non è odiare, bensì un atto di verità e giustizia, essenziale per non barcollare nel buio. È così che si mantiene quel barlume di luce che si accende solo attraverso i gesti e le parole di pace che nascono dall’amore. Pinuccia ci insegna che si può attraversare il dolore senza consegnarsi all’odio, lasciandosi orientare dalla pietà e dall’empatia.

Il racconto prende ispirazione dall’immagine stupenda colta nel film Una storia sbagliata: l’incontro tra le due vedove che si conclude con l’atto semplice e sacro della condivisione del cibo. Una è la moglie di un kamikaze che si è fatto esplodere in un attentato, l’altra è la moglie del militare che è saltato per aria insieme al kamikaze. Gesti di donna che il potere, concentrato sull’odio, non è in grado di vedere.

La storia termina con la speranza racchiusa in quell’immagine fragile della bambina di Gaza con il vestitino rosa e con l’invocazione universale di pace che abbraccia le tre tradizioni: Amen, Inshallah, Shalom. Questa è l’essenza stessa dell’eredità di Pinuccia: la capacità di saper vedere il bello e il buono e saperlo dire. Le parole di benedizione aprono al bene. Immagini e parole che, pur essendo solo «un volo di farfalla, un fremito dell’anima», bastano per redimere il mondo.

Grazie Pinuccia.

(Viottoli, n.2/2025)Ci ha lasciato a Natale 2024 una delle voci più lucide e profonde che io abbia conosciuto, che ha collaborato anche con la nostra rivista: Pinuccia Corrias, docente, scrittrice, femminista del pensiero della differenza. Viveva «sola in faccia al Mar d’Africa» in Sicilia, «in mezzo a libri, oliveti, vigneti, manoscritti, mucche e macchia mediterranea». Aveva appreso, come amava scrivere, da Lia Cigarini l’importanza del “desiderio” e da Luisa Muraro di essere stata allevata secondo “l’ordine simbolico della madre”. Così sono nati i libri Abbardente (Torino Neos 2016) e l’inedito Rosario sardo.

Questa era Pinuccia: una visionaria spinta dalla necessità di coinvolgere altre donne in un viaggio interiore verso nuovi orizzonti di libertà ed espressione di sé. E spesso ci riusciva, con il coraggio e la grande passione che la contraddistinguevano.

Ciò che più colpiva di lei era il suo incessante esercizio del “partire da sé”, quel rivolgersi continuamente al proprio vissuto per trarne pensiero e una scrittura politica che mettesse radici nel mondo. La sua era una ricerca ininterrotta di un linguaggio trasformato e trasformante, di “parole non consumate”, come le definiva la filosofa Chiara Zamboni. Parole iniziatiche, vive e vivificanti, che aprono processi dinamici. Per molte donne è stata maestra in questo esercizio generativo di libertà soggettiva e di espressione di sé. Una maestra sarda, non facile, perché anche in lei permaneva l’impronta delle “Madri di Roccia Sarde”, di cui spesso parlava, ma proprio per questo una maestra potente.

Con Pinuccia era possibile tessere linguaggio, risignificare le parole e condividere la gioia che questo processo procura, innescando trasformazioni individuali e collettive. Sperimentavamo lo stupore per la risonanza tra parole e vita vissuta. Come descrive poeticamente in Abbardente: «Avviene per la parola ciò che avviene per il pane: lo si crea ogni giorno daccapo, con gli ingredienti più antichi del mondo, e ce ne si nutre senza mai saziarsi. Quando è necessario, poi, se ne fa cosa sacra, che esprime e alimenta, oltre che il corpo, anche l’anima».

Pinuccia cercava continuamente contesti relazionali, gruppi di donne in cui ci fossero le condizioni materiali perché ciò accadesse. Con questo taglio ha dato un contributo fondamentale al “Gruppo donne per la ricerca teologica” di Pinerolo, nato a metà degli anni ’90. Il gruppo, che riuniva donne valdesi, cristiane delle comunità di base, cattoliche e non credenti, ha esplorato, alla luce delle pratiche del pensiero della differenza sessuale (partire da sé, pensare in relazione, il riconoscimento di autorità tra donne), i nostri vissuti di fede. Era uno spazio spirituale e politico, dove si produceva pensiero e si intrecciavano relazioni che cambiavano i luoghi in cui ognuna di noi operava.

Resta a tutte quelle che hanno partecipato a questa esperienza un ricordo vivo, un’eredità che continua a risuonare, un’“energia di legame”, come l’hanno definita le amiche valdesi in La parola e le pratiche. Donne protestanti e femminismi (Claudiana, 2007). Un’energia che continua a fare il suo corso e che alcune di noi hanno ritrovato nel condividere l’esperienza della “Comunità di storia vivente in faccia al Monviso”, di cui ha fatto parte Pinuccia negli ultimi anni, continuando a elaborare l’opera inedita Rosario Sardo. Per lei questo è stato l’ultimo orizzonte di senso con cui si è misurata per concludere il suo lavoro. Emerge spesso dalla sua opera l’idea che la memoria è cosa viva che resta nelle viscere: «Nella memoria vive il dolore, il pianto, la pietas, ma se non si dà senso agli accadimenti […] restano solo dolore, pianto e pietas senza parole».

Ci lascia in eredità anche il suo ultimo scritto, quasi un testamento spirituale e politico: “La bambina di Gaza con il vestitino rosa”. Scritto all’inizio del 2024, quando la malattia l’aveva già colpita, è stato pubblicato in Pagine di pace: poesie, scritti, pratiche di donne (Iacobellieditore, 2025). Abbiamo letto alcuni brani di questo toccante racconto il 16 settembre 2025 a Pinerolo, durante l’incontro dedicato a lei, Pinuccia Corrias. Quando la vita è scrittura: Primum Vivere, all’interno del Pine Hope Festival: un momento di memoria vivo ed emozionante, organizzato da molte amiche che hanno condiviso con lei diversi ambiti del femminismo.

Il suo testo esprime un “no” deciso a ogni guerra con il linguaggio profondo e poetico che l’ha sempre contraddistinta. Le riflessioni sul potere redentivo della parola e del gesto sono il cuore pulsante di questa sua ultima testimonianza. Per fermare «il vento delle parole» tremende, terribili, orribili, che hanno il potere di scolpire «con lettere di fuoco una realtà che è menzogna», la sua voce si fa grido, si fa maledizione: «Sì, maledetti voi, facitori della Storia […] Quando vi maledico, voglio intendere ciò che questa parola significa alla lettera: dico di voi il male che io vedo e soprattutto il male che io sento». A noi resta il potere di chiamare le cose con il loro vero nome, di dire il vero sul male. Maledire, in questo caso, non è augurare il male, non è odiare, bensì un atto di verità e giustizia, essenziale per non barcollare nel buio. È così che si mantiene quel barlume di luce che si accende solo attraverso i gesti e le parole di pace che nascono dall’amore. Pinuccia ci insegna che si può attraversare il dolore senza consegnarsi all’odio, lasciandosi orientare dalla pietà e dall’empatia.

Il racconto prende ispirazione dall’immagine stupenda colta nel film Una storia sbagliata: l’incontro tra le due vedove che si conclude con l’atto semplice e sacro della condivisione del cibo. Una è la moglie di un kamikaze che si è fatto esplodere in un attentato, l’altra è la moglie del militare che è saltato per aria insieme al kamikaze. Gesti di donna che il potere, concentrato sull’odio, non è in grado di vedere.

La storia termina con la speranza racchiusa in quell’immagine fragile della bambina di Gaza con il vestitino rosa e con l’invocazione universale di pace che abbraccia le tre tradizioni: Amen, Inshallah, Shalom. Questa è l’essenza stessa dell’eredità di Pinuccia: la capacità di saper vedere il bello e il buono e saperlo dire. Le parole di benedizione aprono al bene. Immagini e parole che, pur essendo solo «un volo di farfalla, un fremito dell’anima», bastano per redimere il mondo.

Grazie Pinuccia.

(Viottoli, n.2/2025)

In un lungo intervento sui fatti recenti riguardanti il Venezuela, Paola Caridi pone un interessante interrogativo su quella che alla maggior parte dei commentatori sembra la ragione prima dell’aggressione armata di Trump a uno Stato sovrano, il Venezuela per la cattura del suo Presidente: e cioè il petrolio. Scrive Paola Caridi:
«Mi convince di più, però, una descrizione che ha a che fare con una durata ancora più lunga di quella dell’era del capitalismo. L’era dello schiavismo, antico e contemporaneo, con tutte le variazioni della storia».
Il nuovo ordine mondiale, che Trump sta imponendo con una delirante onnipotenza, rimanderebbe perciò una delle forme più arcaiche di dominio: una società di schiavi e mercanti di schiavi, residuo mai del tutto cancellato di ingiustizia, sfruttamento, sottomissione, che ha segnato fin dall’origine la storia umana.
Sulla persistenza di rapporti di potere che la società industriale, capitalista sembra aver cancellato, non dovrebbero esserci dubbi. Ne è prova incontestabile il fatto che il primo e fondamentale dominio sia stato quello di un sesso sull’altro, così radicato nelle viscere della storia da emergere solo in tempi recenti e riuscire a farsi riconoscere con grande lentezza.
Non ritengo perciò che sia una ipotesi azzardata pensare che il terremoto prodotto dalla comparsa del sessismo come fenomeno politico, con tutti i nessi che ha sempre avuto con i rapporti di razza e di classe, colonialismo e fascismo, abbia oggi un peso non indifferente nel ritorno in forza della logica “amico-nemico”, dell’esaltazione della legge del più forte, dell’imposizione di una volontà assoluta su umani considerati deboli, razzialmente inferiori.
Tali non sono state forse le donne, il primo “diverso”, il primo corpo “nemico”, la prima “risorsa” preziosa di cui appropriarsi da parte del sesso maschile?
Se oggi siamo costretti a guardare senza maschere e infingimenti le “memorie del sottosuolo”, forse siamo anche in condizione di ripensare l’idea di “rivoluzione” senza le cancellazioni che ne hanno fatto fallire finora i tentativi di realizzazione.

(facebook – profilo di Lea Melandri, 7 gennaio 2026)

da il manifesto

Quello che mi preoccupa di quanto sta accadendo in questi giorni non è solo la sorte del Venezuela, mi allarma la sorte della nostra democrazia. Se finiremo per subire il diktat di Trump, lodandolo come ha cominciato a fare Meloni, oppure silenziosamente incassando il rapimento di Maduro in quanto fatto compiuto come quasi tutti gli altri capi di governo europei, sarà meglio smettere di credere che noi stessi viviamo in paesi democratici. Non c’entra tanto il giudizio su cosa ha fatto Trump, che per fortuna ha lasciato molti almeno interdetti, ma il criterio generalmente accettato con cui si definisce cosa e chi sia democratico e cosa e chi no.

Se si accoglie l’idea che Trump forse è stato eccessivo e però Maduro è realmente un pericolo da cacciare dalla scena per poter affidare le sorti della democrazia esattamente a quella compagine di destra che nel 2002, a poco più di un anno dalla elezione democratica di Hugo Chávez come presidente del Venezuela, operò un golpe contro di lui, allora possiamo dire addio anche alla nostra democrazia. Nei fatti, stanno tutti già trattando per avere una nuova leadership del Venezuela, in continuità proprio con i golpisti del 2002.

Accettare l’idea che Maduro sia una minaccia mortale per la democrazia americana e mondiale e che dunque cacciarlo sia un’assoluta priorità è già una scelta compiuta. Salvo i paesi dei Brics, tutti stanno dando per scontato che non deve esserci più alcuna continuità con lo stato bolivariano ancora ufficialmente riconosciuto dall’Onu. Già si stanno facendo i nomi di chi lo dovrà rappresentare, tutti appartenenti all’area di coloro che arrestarono Chávez e però furono obbligati a restituirgli il potere perché sconfitti dalla protesta popolare.

Il popolo dei barrios è composto quasi solo da indios, quelli che l’élite venezuelana, ristretta minoranza di discendenza europea, non considera neppure cittadini al punto da meravigliarsi dei tanti voti bolivaristi («chi sono? devono essere schede illegalmente messe nell’urna»). Ricordo bene quando il nome di Jimmy Carter, ex (raro) presidente Usa, membro di una commissione internazionale di sorveglianza sulla correttezza del voto, comparve sui muri di Las Rosas e Las Mercedes, i quartieri ricchi della capitale, accompagnato dalla indicazione “Kgb”: lo accusavano di essere un agente dei servizi sovietici!

C’è qualcuno che del golpe del 2002 ha sentito parlare e in questo contesto ricorda cos’è stata la straordinaria esperienza democratica che ha vissuto il Venezuela? Bisognerebbe rimettere in circolazione il bel documentario inglese girato in quei giorni a Caracas a partire dal momento in cui il presidente in carica viene arrestato nel palazzo di Miraflores. Poi le immagini della schiera dei golpisti trionfanti: i rappresentanti della Confindustria, la petrolifera Pdvsa, i sindacalisti corrotti e strapagati, un’estesa burocrazia, autorità ecclesiastiche di alto livello, signore della borghesia con il cappellino, una schiera di ambasciatori occidentali.

Infine, a valanga, le immagini del popolo che scende giù dai barrios sulle colline, una folla incredibile, disarmata ma così estesa che dopo tre giorni i golpisti sono costretti a cedere e a liberare il presidente incarcerato. Era passato poco dall’elezione di Chávez ma quanto il governo aveva cominciato a fare era già bastato a mobilitare quel pezzo di Venezuela che di solito non si vede: il film sembra un affresco di Diego Rivera, l’epopea del popolo nel palazzo di governo di Città del Messico.

Se osi ricordare Chávez, ribattono secchi che Maduro non è Chávez, malauguratamente ucciso da un cancro nel 2013. Lui è un dittatore, anzi il più pericoloso dittatore esistente, «il capo del traffico mondiale di stupefacenti», accusa così ridicola che non vale la pena confutarla. Bisognerebbe interrogare in merito il presidente della Colombia, Petro, il primo capo di stato democratico eletto in quel paese, una delle più belle rare recenti vittorie. Certamente competente, visto che il suo paese è da sempre vittima della più potente rete di spaccio internazionale da cui sta cercando di liberarsi, proprio grazie al nuovo presidente.

Maduro certo non è Chavez, non ha la sua capacità, la sua cultura. È vero che ha preso misure antidemocratiche, non perché ha cambiato l’impianto costituzionale ma perché è ricorso a decreti e ha proceduto ad arresti illegittimi. Molte accuse sono vere, ma mi fa orrore pensare che venga giustificato il suo rapimento per queste imperdonabili colpe.

Se è a questa gara di democrazia che vogliamo partecipare, dovremmo riflettere su una questione decisiva: perché a partire da un certo momento c’è stata nella repubblica bolivariana del Venezuela un crescendo di violazione di diritti? Nemmeno uno che ricordi l’embargo omicida imposto dagli Stati uniti, misure pesantissime per un paese pur ricchissimo di materie prime ma con una struttura economica elementare, priva della possibilità di fornire quanto è indispensabile alla sopravvivenza di un popolo.

Cibo, innanzitutto, visto che il petrolio non si mangia. Peggio ancora l’embargo sui medicinali, un ingiustificato atto di una guerra che ha massacrato il paese: una Ong americana ha denunciato la morte di almeno 40mila venezuelani per mancanza di farmaci che avrebbero potuto salvarli. Questa vera e propria strozzatura del paese, analoga a quella imposta da sessantacinque anni a Cuba, ha ovviamente prodotto malavita e ha incoraggiato l’emigrazione. E allora, giusto denunciare i molti errori che nel gestire questa situazione sono stati fatti da Maduro, un leader inadeguato a una situazione così difficile. Ma pesa il disinteresse che il nostro egoismo occidentale produce per tutto quanto non ci colpisce direttamente.

Caracas eradiventata la capitale della più interessante rivoluzione democratica dei nostri tempi, ma quasi nessuno in Europa le prestò attenzione, e quasi nessuno oggi ricorda cosa sia stata. Un’ignoranza che impedisce di giudicare il Venezuela di oggi e di valutare correttamente gli errori che di certo Maduro ha compiuto, non tali però da poterlo dipingere come il più pericoloso dittatore della storia. Accuse tra l’altro che ignorano i devastanti colpi che gli Stati uniti hanno inferto al paese in questi anni.

Tutto questo oltreché tristezza mi suscita una rabbia incontenibile anche perché io sono stata su e giù per il centro America negli anni a cavallo del millennio, in quanto vicepresidente della delegazione permanente del parlamento europeo nell’America centrale, un impegno mischiato a quello di inviata del manifesto, come è scritto in capo ai miei tantissimi articoli ritrovati in questi giorni nel nostro archivio.

Erano gli anni di Porto Alegre, dei Forum no global dove incontrarsi con Chávez o Morales era frequente e normale. Le cose da raccontare sulla fase ahimè bruscamente interrotta dal cancro che stroncò Chávez prima ancora che compisse sessant’anni sono tante. Lui stesso si è fatto alcune critiche, innanzitutto non esser riuscito ad avviare un progetto di sviluppo economico del paese per concentrarsi sulla spesa sociale, quella destinata a garantire al popolo dei barrios l’istruzione, la salute, il potere. Perché, diceva, a me interessa in primo luogo il capitale umano. In realtà la sostanza del progetto economico c’era. Proprio quello che ha messo paura agli Stati uniti, lanciato a Cuzco, antica capitale degli Incas, nel 180° anniversario della vittoria dei popoli indigeni per liberarsi dallo schiavismo.

L’idea era creare un mercato comune che abbracciasse tutto il continente meridionale, come aveva fatto l’Europa. Ben più efficace dell’Unione europea – scrisse il grande economista brasiliano Theotonio dos Santos – perché si trattava di una comunità corrispondente a un’identità politico-culturale fondata su un dato storico e geografico molto più forte di quello della Ue: l’aver sofferto tutti, ugualmente, della colonizzazione spagnola e portoghese, poi americana. Questo progetto è il peccato che gli Usa non perdonano, quello che mette loro paura e che Washington definisce la «pericolosa minaccia venezuelana alla sicurezza nazionale degli Stati uniti».

L’economia femminista di Emma Holten di cui ci parla in questo articolo Maria Dell’Anno Sevi è in sintonia con il nostro Manifesto Immagina che il lavorodel 2009, dove affermiamo: «Lavoro è tutto il lavoro necessario per vivere». Cioè, comprende tutti quei lavori che sono in gran parte svolti dalle donne e che non hanno alcuna valorizzazione economica, quando invece sono alla base dell’esistenza (mettere al mondo e allevare dei bambini, gestire e svolgere il lavoro che richiede la sfera familiare e domestica, assistere i malati, ecc.).

(Silvia Motta)

«L’economia è la lingua madre della politica, è il linguaggio del potere». In un mondo capitalistico «ciò che possiamo permetterci equivale a ciò che è possibile fare». Ma, si domanda Emma Holten, «come viene calcolato il valore nella società?»

La scrittrice e attivista femminista danese Emma Holten, nel suo libro Deficit (Ed. La Tartaruga, 2025), mette in discussione la struttura apparentemente immodificabile dell’economia mondiale a partire da un interrogativo: quando smetteremo di considerare il lavoro di cura delle donne un deficit, una perdita in termini di denaro? L’autrice racconta di essersi infuriata leggendo un articolo sull’economia danese che bollava le donne come “un deficit per le casse dello Stato”: perché fanno lavori meno pagati o part-time e quindi pagano meno tasse contribuendo in misura minore al PIL, partoriscono e usufruiscono del congedo per maternità, dedicano molto tempo a prendersi cura degli altri. Non producono valore, quindi, in un’ottica economica. Ma, appunto, come viene calcolato il valore nella nostra società?

Quando tutto è definito da un prezzo si crea una gerarchia, e le cose a cui appare difficile attribuire un prezzo finiscono in fondo alla gerarchia: questo non significa che quelle cose non abbiano in effetti un valore, bensì che nel dibattito economico-politico vengono trattate come se non lo avessero. «Quando qualcosa non ha prezzo, il suo prezzo diventa zero». Per il capitalismo ciò che non ha un prezzo non ha un valore. E ciò che non ha un valore è considerato una spesa.

L’economista Clara Mattei – docente alla New School for Social Research di New York, nonché nipote della partigiana e costituente Teresa Mattei – nel suo libro L’economia è politica (Ed. Fuoriscena, 2023), evidenzia che siamo stati portati a credere che l’economia sia una scienza esatta e che il capitalismo sia l’unico modo possibile di vivere. In realtà il capitalismo è una scelta politica, e il capitale come merce, come denaro da investire, come ricchezza espressa in PIL «esiste grazie a specifiche relazioni sociali e, in particolare, grazie al fatto che la maggioranza della popolazione globale non ha alternativa se non quella di vendere la propria capacità di lavorare per un basso salario ed essere retribuita meno rispetto al valore che produce. È questo “l’ordine del capitale”, di cui non parliamo mai ma che sta alla base della nostra società». Quante volte sentiamo dire o diciamo noi stessi/e che avere un lavoro – qualunque lavoro sia, per quanto orribile sia – è comunque una fortuna per la quale bisogna ringraziare? Ebbene stiamo ringraziando per esserci sottomessi all’ingranaggio di un sistema che grazie alla nostra forza-lavoro arricchirà sempre e solo una piccola percentuale di ricchi: è la paura di perdere il lavoro che ci fa accettare condizioni di lavoro sempre peggiori. Il problema è che se le persone si rendessero veramente conto di essere sottomesse ad un sistema ingiusto basato sul dominio di classe e non accettassero più la condizione di salariati a basso costo, crollerebbe la base stessa del sistema economico in cui viviamo: il capitalismo è di fatto incompatibile con la democrazia, così come è di fatto incompatibile con la sostenibilità della vita. Proviamo a rileggere con gli occhi di Clara Mattei l’annuale legge di bilancio: «Se lo Stato italiano, come la maggior parte degli Stati del mondo, aumenta la spesa militare o quella per salvare e sostenere banche e imprese in difficoltà e al contempo taglia la spesa sociale (sanità, scuola, trasporti, edilizia pubblica, sussidi di disoccupazione e via dicendo), sta trasferendo strutturalmente le risorse dai molti cittadini che dipendono dai salari che guadagnano ai pochissimi che vivono dei redditi da capitale generati dalla ricchezza posseduta. In altre parole, non si tratta per gli Stati di non spendere, ma di “spendere” nella maniera “corretta”, ovvero a favore dell’élite economico-finanziaria e a discapito della maggioranza della popolazione. Mentre ci curiamo in ospedali fatiscenti, studiamo in classi pollaio e facciamo file chilometriche per rinnovare la carta d’identità, i forzieri di Leonardo, produttore di armi, e Autostrade per l’Italia (i cui azionisti sono per metà asset manager stranieri come Blackstone e Macquarie) traboccano di soldi delle nostre tasse. Per la classe dei capitalisti la retorica del “non ci sono i soldi” non esiste. Queste manovre economiche non sono solo decisioni tecniche, sono scelte profondamente politiche. Meno risorse sociali abbiamo, meno diritti abbiamo in quanto cittadini e più siamo costretti a comprare tali diritti con il denaro. Così la nostra dipendenza dal mercato aumenta. Se vogliamo garantire una buona istruzione ai nostri figli, assicurarci cure mediche adeguate, una casa dignitosa, il diritto al trasporto, siamo sempre più vincolati alla necessità di avere soldi a sufficienza, che ci possiamo procurare in un solo modo, vendendo la nostra capacità di lavorare in cambio di un salario». Ecco che il sistema capitalistico si autoalimenta sfruttando proprio quella sensazione di inevitabilità che gli economisti ci hanno inculcato. Riassume con veemenza Clara Mattei: «È ora di smetterla di bersi l’idea che nella società capitalistica abbia senso discutere di politiche economiche ritenute corrette o sbagliate in vista di un fantomatico bene comune. Occorre rendersi conto che nel sistema capitalistico le politiche economiche funzionano a vantaggio di alcuni e a discapito della maggioranza. La nostra macchina economica non è strutturata per soddisfare i bisogni della gente comune ma per aumentare la rendita e i profitti dei pochi detentori di capitale. Ciò che è vantaggioso per i profitti è certamente svantaggioso per la maggioranza delle persone, dato che il vantaggio per i primi si fonda in larga parte sul sacrificio delle seconde». Gli uomini hanno costruito una società su fondamenta patriarcali, antropocentriche e capitaliste, ignorando l’ecodipendenza e l’interdipendenza. Eppure – ci ricordano Giovanna Badalassi e Federica Gentile (Ladynomics) nel loro libro Signora Economia (Ed. Le Plurali, 2024) – il termine “economia” etimologicamente vuol dire “amministrazione della casa”, significato che ci rimanda subito alla sfera domestica familiare e non alla sfera produttiva pubblica.

Emma Holten propone quindi un nuovo approccio economico: l’economia femminista. L’economia femminista mette al centro le persone e le relazioni umane al posto del mero profitto, la soddisfazione dei bisogni primari anziché dei desideri costruiti, salvaguardando l’equità e la democrazia. Nelle parole di Marcella Corsi – traduttrice del volume Economia femminista (Ed. Alegre, 2025) – «l’economia femminista non è semplicemente un’altra branca dell’economia politica, ma un altro modo di intendere il mondo, un tentativo di costruire un paradigma economico alternativo a quello dominante, generatore di disuguaglianze multiple». Alla base dell’economia femminista Holten pone riproduzione e lavoro di cura, «cioè tutte le attività retribuite e non retribuite necessarie per mantenere le persone sane, in forma, felici e vive», dalla scuola primaria al confortare un amico: dato che nessun essere umano può sopravvivere senza che gli altri prima o poi si prendano cura di lui, il lavoro di cura è quello che rende possibile ogni altro lavoro. «L’economia femminista si chiama così perché, nel bene e nel male, sia in passato sia oggigiorno, le donne dedicano più tempo a queste attività». Colpisce che queste riflessioni provengano dalla Danimarca, uno dei paesi più paritari al mondo: eppure anche lì Emma Holten evidenzia che le donne in casa lavorano in media 54 minuti al giorno in più rispetto agli uomini. In Italia, secondo l’Istat, una donna che lavora a tempo pieno e ha figli dedica circa 60 ore alla settimana alla somma di lavoro retribuito, domestico e di cura dei figli, contro le 47 ore del partner uomo, con una disparità di circa 13 ore, superiore alla media europea di 11 ore. In base al rapporto pubblicato dall’Organizzazione internazionale del lavoro e Federcasalinghe, il lavoro di cura non retribuito rappresenta l’85% del lavoro non retribuito in Italia, ha un valore pari a un quarto del PIL ed è svolto per il 71% dalle donne. A livello globale, secondo l’Onu, le donne svolgono almeno 2,5 volte più lavoro domestico e di cura rispetto agli uomini; secondo i dati della Commissione Europea, in UE il 79% delle donne svolge lavori domestici ogni giorno contro il 34% degli uomini. L’economia consolidata ha però difficoltà a misurare il valore del lavoro di cura, che è svolto nella maggior parte dei casi – in modo retribuito e non – dalle donne.

«Il femminismo per me è sempre stato un tentativo di capire cosa sta succedendo» spiega Emma Holten. Ed effettivamente il femminismo serve proprio a questo: a guardare con nuovi occhi il mondo che ci circonda e che la nostra cultura ci dice di dare per scontato, perché – come ricorda anche Clara Mattei – «solo se impariamo a guardare il mondo diversamente, potremo agire diversamente». Il femminismo serve a dimostrare che si può vivere in modo diverso. E che vivere in modo diverso conviene.

Holten spiega che per costruire un sistema economico che apparisse certo, meccanico e matematico si è dovuto isolarlo dal resto della vita, da quella parte della vita in cui sono sempre state presenti le donne, la cura. Il padre dell’economia moderna Adam Smith – nel libro La ricchezza delle nazioni (1776) – poneva un confine netto tra la casa, dove ci sono le donne, e la sfera economica sociale, dove ci sono gli uomini; il fatto che fossero le donne a riprodurre e crescere nuovi esseri umani destinati a diventare forza lavoro era irrilevante. «Non esisteva l’idea che quanto accadeva in famiglia potesse creare valore economico». Venne così creato l’homo œconomicus, che prende decisioni effettuando calcoli in base al proprio interesse personale e per accrescere le sue proprietà: in questo quadro l’interesse personale e l’egoismo sono «la forza trainante» del sistema economico; prendersi cura degli altri non è coerente con tale modello. Eppure – come ricorda Katrine Marçal in I conti con le donne (Ed. Ponte alle Grazie, 2016) – erano due donne, sua madre e sua cugina, a cucinare, lavare e pulire in modo disinteressato per Adam Smith, consentendogli di vivere con l’agio necessario a scrivere e promuovere le sue teorie. Ed è per questo che i più grandi autodefinitisi pensatori – maschi, bianchi, occidentali, eterosessuali – si sono affannati a teorizzare che la donna è per sua natura incline alla cura e ai lavori domestici. «Affinché l’economia acquisisse un potere e uno status pari a quello delle scienze naturali, dovevano essere create teorie che ignorassero la moralità e la filosofia. L’eredità di Smith è una visione dell’uomo che considera l’essere umano razionale ed egoista come base ottimale per costruire modelli meccanicistici della società». Per far sì che il meccanismo funzioni si è scelto di ignorare le conseguenze materiali ed economiche della dipendenza reciproca delle persone, e – come rilevavano già negli anni Settanta le studiose Mariarosa Dalla Costa e Selma James – si è scelto di sfruttare il lavoro femminile non retribuito che ha giocato un ruolo centrale nel processo di accumulazione capitalistica, in quanto le donne sono state le produttrici del bene più essenziale per il capitalismo: la forza-lavoro. Come ha evidenziato Silvia Federici – nel suo prezioso libro Calibano e la strega. Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria (Ed. Mimesis, 2015) – parlare di donne in questo contesto «non significa solo una storia nascosta che deve essere resa visibile, bensì una particolare forma di sfruttamento e perciò una prospettiva particolare dalla quale riconsiderare la storia dei rapporti capitalistici».

Il sistema economico è una costruzione culturale, non natura inevitabile. Il PIL è una costruzione culturale – peraltro recentissima, risale al 1947 – e il non includervi le attività non produttive di un prezzo è una scelta culturale. «Per il PIL non c’è differenza tra prendersi cura di una schiera di bambini o fare un pisolino. Si è improduttivi». In realtà il lavoro di cura non retribuito crea un profitto a coloro che non lo svolgono, e una società in cui la vita delle donne fosse identica a quella degli uomini renderebbe la vita familiare come la conosciamo impossibile. D’altra parte, già Marilyn Waring – il cui libro If Women Counted (1988) è considerato una delle pietre fondanti dell’economia femminista – evidenziò che mentre le spese militari e di guerra aumentano il PIL, il lavoro domestico e di cura no, cioè l’economia politica considera più importanti le guerre distruttive per l’umanità rispetto alle attività che consentono la vita dell’umanità. Insomma, per i canoni dell’economia capitalistica le donne rappresentano un deficit, perché il lavoro di cura da loro svolto non è pagato o è pagato poco. Siamo noi donne a sbagliare o è il sistema economico ad essere intrinsecamente sbagliato? Emma Holten evidenzia che «siamo finiti in un paradosso: da un lato l’assistenza appare priva di valore, dall’altro rende possibile ogni altro lavoro». Affidandoci solo alla logica del capitalismo – fiduciosi che questo sia l’unico sistema economico possibile –, il cui unico scopo è produrre sempre più profitto, ci continueremo ad allontanare da ciò a cui il sistema non riesce a dare un prezzo, umiliando le persone che rientrano in quelle categorie: «ci può essere molta violenza in un foglio di calcolo».

Chiedere di cambiare qualcosa di talmente consolidato da apparire inevitabile viene bollato come utopistico e ingenuo, eppure – soprattutto dopo che la pandemia ci ha mostrato la nostra fragilità umana – è ora di scegliere tra umanità e profitto. Si può scegliere, questo è il punto.

(Noi Donne, 7 gennaio 2026)

Il nuovo anno si apre con un’operazione militare degli Stati Uniti contro il Venezuela che non segna solo un’escalation, ma una trasformazione politica: la forza non viene più nascosta o giustificata, ma esibita come linguaggio del comando.

È in questa esibizione che prende forma oggi un potere apertamente imperiale.

L’attacco porta alla luce una trasformazione già in atto: la violenza come linguaggio ordinario del potere globale. Non è soltanto una violazione del diritto internazionale, ma la messa in crisi dell’idea stessa che i conflitti possano essere attraversati politicamente e non schiacciati militarmente.

Lo slittamento che ne deriva non riguarda solo la geopolitica ma le condizioni di esistenza che rendono alcune vite possibili e altre sistematicamente negate.

In questo senso, l’operazione contro il Venezuela è un momento di un processo che trasforma la forza in criterio di accesso alle risorse, alla sicurezza, alla continuità della vita, e consuma il futuro come se fosse una riserva disponibile.

Si consolida una distanza crescente tra chi decide e chi ne vive le conseguenze. In questa sproporzione fra chi esercita il dominio e chi ne subisce la coercizione violenta si istituzionalizza la crisi della responsabilità politica.

Proprio per questo, la posta in gioco non è solo fermare una guerra, ma ricostruire le condizioni perché la parola torni ad avere peso, perché la cura torni ad avere valore, perché il futuro torni a essere pensabile come spazio condiviso e non come risorsa da consumare.

È dal rifiuto di questa grammatica della forza e dalla riapertura di spazi di responsabilità che può continuare ad affermarsi un’altra idea di mondo, tesa al superamento di una logica grezza fondata sulla sopraffazione, sulla menzogna e sulla mancanza di rispetto: un cambio di civiltà necessario per garantire il futuro delle nuove generazioni – sempre più a rischio – e che esige il coraggio di uscire dai parametri rassicuranti del già pensato.

(facebook – profilo Udipalermo ETS, 5 gennaio 2026)

Mi sono sempre stupita di come l’opera di Tillie Olsen, straordinaria scrittrice americana studiata nelle università, sia stata a lungo sottovalutata in Italia. Qualcosa sta cambiando grazie all’interesse della casa editrice Marietti che, dopo aver ripubblicato la raccolta di racconti Fammi un indovinello (era comparsa nel catalogo dell’estinto editore Giano, grazie a cui anch’io l’avevo scoperta), finalmente propone ai lettori italiani Yonnondio, il romanzo-capolavoro di Olsen, anch’esso nella traduzione di Giovanna Scocchera. C’è una bella e importante nota di Cinzia Biagiotti intitolata, significativamente, “Il libro ritrovato”, ed è uno di quei casi in cui la lettura del saggio-postfazione è imprescindibile per la piena comprensione di ciò che si è letto (o, invertendo l’ordine, di ciò che si leggerà): inquadrare il contesto della grande Depressione e del maccartismo, intrecciarli con la singolare vita dell’autrice, è fondamentale per capire non solo quando, ma come, è stato scritto Yonnondio – testo frammentato, stratificato e, dunque, sfaccettato tanto nella forma quanto in profondità.

Ha una ventina d’anni, Tillie Learner, quando inizia a lavorare a questo romanzo. È nata nel Nebraska da genitori immigrati, ebrei russi di militanza socialista; si iscrive diciottenne alla Lega dei Giovani Comunisti, fa attività sindacale, viene arrestata per aver organizzato la rivolta dei lavoratori di un’industria di carne a Kansas City, in carcere viene picchiata da una detenuta per averne difeso un’altra – la pratica della rimozione delle ingiustizie sociali è il suo mestiere, prima di ogni altro lavoro (nella vita, di lavori ne farà tantissimi e svariati: operaia, cameriera, lavandaia, per mantenere sé stessa e la famiglia). Nel 1933 si trasferisce in California, con due creature: Karla, la bambina che ha messo al mondo dopo essere rimasta incinta da una relazione senza futuro, e che ha chiamato così in onore di Karl Marx, e il romanzo a cui ha appena cominciato a lavorare.

Qualche anno dopo sposa Jack Olsen, l’attivista con cui era stata arrestata, dopo aver fatto con lui altre tre figlie, e dopo che la gestione della prima, Karla, era stata problematica, perché per un periodo aveva scelto di mandarla dai genitori nell’illusione di avere indipendenza e tempo per scrivere, ma la sofferenza generata da quel distacco l’aveva poi indotta a ricongiungersi con la bambina. Allora si era allontanata da Los Angeles e trasferita a San Francisco. I circoli intellettuali di Los Angeles le erano sicuramente più estranei dell’aria di San Francisco, e nella nuova città, seppur tra molte fatiche, riesce a mettere radici. Il romanzo scivola in un cassetto, mentre la vita trascorre velocissima tra la famiglia e l’attività politica, sempre molto turbolenta: Tillie è una donna troppo libera per avere a che fare senza contrasti con la dirigenza del partito comunista, e nel frattempo viene tenuta d’occhio dall’FBI, che la considera pericolosa come intellettuale e come agitatrice. Tira su quattro figlie facendo tutto il giorno lavori che non valorizzano certo il suo talento, e intanto si batte per un mondo in cui sia vivere con pienezza la maternità sia avere un lavoro interessante e soddisfacente siano diritti garantiti per le donne. La società, ritiene, ne sarà beneficiata, così come la cultura, perché – sono parole sue – «una nuova e complessa ricchezza entrerà in letteratura».

Di questa ricchezza, di questa complessità è intessuta ogni parola di Yonnondio. Tillie Olsen riprende il lavoro sul romanzo trent’anni dopo averne scritto le prime pagine, dopo averlo ritrovato quasi per caso, e lo pubblica come fosse un reperto, un oggetto archeologico che viene da un’altra epoca: è il 1974, e il titolo con cui esce è infatti Yonnondio: from the Thirties [‘Yonnondio: dagli anni Trenta’]. Nel frattempo, Olsen ha potuto riprendere a scrivere: quando la sua ultima figlia è in età scolare, verso la metà degli anni Cinquanta, si iscrive a un corso di scrittura creativa all’università di San Francisco e, poco dopo, nonostante non abbia i titoli per essere ammessa, anche Stanford le apre le sue porte. Escono in quel periodo i suoi racconti, che Joan Carol Oates definisce fondamentali, commoventi – sempre Oates sostiene che Tillie Olsen è un’autrice alla quale bisogna guardare «con riverenza», perché il rispetto non è sufficiente.

Dunque, ecco Yonnondio: un libro in cui la storia dell’America e quella dell’autrice si tessono inscindibilmente, un romanzo in cui la quotidianità è quasi una formula magica nella polvere di giorni complessi e duri, e la povertà non ha nulla di epico o mitologizzabile. Il tempo che passa è un gioco su una scacchiera, tra le miniere del Wyoming e le fattorie del Nebraska, tra paesaggi sperduti e grandi città, la lotta contro le disuguaglianze si incarna nella voce di Anna, protagonista insieme alla figlia Mazie, che affronta fame e ingiustizie senza mai rinunciare a una dimensione sognante e perfino visionaria. «Non si può andare avanti così, a subire come un cane. Non si può, Anna» – si chiude così il quarto capitolo di questo libro in cui il riscatto non è un’epica ma una resistenza quotidiana per non soccombere al buio, alla stanchezza, al tanfo della miseria, quel tanfo che fa da promemoria, che ricorda: «Qui comando io». Almeno finché non arriverà qualcuno, o meglio qualcuna, a non arretrare e riscrivere la storia.

(La Stampa – TuttoLibri, 3 gennaio 2026)

Che cosa si scateni, quando chi scrive fa i conti con la madre, è una faccenda che resta certo non inspiegabile ma sempre un po’ sbalorditiva. È un fatto che quando uno scrittore, o una scrittrice, comincia a battere i polpastrelli sul materno, dalle pagine divampano incendi, la scrittura si assottiglia, la poesia comincia a soffiare forte tra le righe. Metteteci i nomi che credete, Gadda e La cognizione del dolore, Simone De Beauvoir e la sua Una morte dolcissima, i versi purissimi di Supplica a mia madre di Pasolini – per restare tra i morti. È come se le parole, al momento di confrontarsi con l’origine, cambiassero di natura, e andassero ad agganciare non solo un arcaico di specie – il tentativo e la necessità di sopravvivere alla morte – ma anche il più umano degli istinti. E dunque non soltanto il bisogno di protezione, ma anche il più viscerale desiderio, e il bisogno disperatissimo, di essere amati fino alla fine. Quando Pasolini, preso a bastonate sul litorale di Ostia, grida «Mamma!» nella notte, tutto questo confluisce nella voce. Come se la parola stessa, che sia scritta su un foglio oppure pronunciata, contenesse già dentro, incastonato, il pianto.

Dire che Edouard Louis – di cui ora esce per la Nave di Teseo Monique evade – ha dedicato un’opera intera alla madre non è corretto ma non va nemmeno troppo lontano dal vero. Quando esordì con Per farla finita con Eddy Bellegueule, nel 2014, aveva ventidue anni, e quel libro fu un piccolo tornado, tradotto e letto avidamente in tutto il mondo. Era la storia di un figlio che si strappava il nome – letteralmente – da dentro la tagliola: la propria storia familiare, la violenza vissuta in casa, era tale da offrirgli come uscita di sicurezza soltanto un gesto. Quello di rimettere all’anagrafe il cognome – Bellegueule – e scegliersene uno non solo per la vita ma da mettere come un sigillo di liberazione sulla copertina. Optare per Edouard Louis, cioè, come uno scandaloso atto di autodeterminazione. Il che però significava anche strappare, dilaniandolo, il cordone – pur fantasma – che lo univa alla madre.

Monique evade (traduzione di Annalisa Romani) è per Edouard Louis quell’opera unica, quella fiammata, che il nome della madre scatena nel figlio che ne scrive. Non lo dico per affermare che si tratta del suo libro migliore né d’altra parte è il solo in cui la madre compaia. Fa anzi il paio, e ne è la prosecuzione, di quel Lotte e metamorfosi di una donna, che Edouard Louis pubblicò meno di cinque anni fa, in cui raccontava, tra le altre cose, il tentativo di fuga della madre dal marito per salvarsi da una violenza che era insieme personale e di classe: dall’uomo sotto il cui dominio viveva, dalla classe operaia cui appartenevano. Al pari di quello, e di altri – penso a Chi ha ucciso mio padre – c’è una questione centrale per Louis, e cioè il tentativo di scavare dentro le ragioni di una sconfitta. C’è sì un dolore privato nella storia di una famiglia che va in pezzi e di una sottomissione inaccettabile al maschile. Ma è inscindibile dalla violenza di classe, dalla dittatura del denaro.

Non è un caso se al centro di questa storia di fuga – di evasione, come da una detenzione – ci sia proprio, più o meno esplicitato, il denaro. Monique fugge dall’uomo con cui è andata a vivere dopo la fuga dal marito. Si è trasferita a Parigi dalla provincia con l’illusione di una vita migliore, per poi ritrovarsi in una replica grottesca della vita precedente. Nella trappola di un uomo violento, in cui la mortificazione era l’unico strumento di un potere tanto totalitario quanto di cartapesta perché tenuto da un uomo da poco. Aiutare la madre a fuggire – da Atene, a distanza, con l’unico aiuto delle videochiamate e degli amici da delegare – è l’atto che innesca la combustione di questo libro così breve e incalzante. Domandarsi il come mai, pur potendo, sia poi così difficile la fuga per una donna, è una delle domande pulsanti, impellenti direi, di questo romanzo. Il denaro – la sottomissione economica – è una delle risposte: «Ci sono ovviamente altri fattori che rendono la fuga impossibile o impensabile, l’abitudine, la paura di una reazione violenta, ma proprio per questo: i soldi non potrebbero dare la sicurezza necessaria a superare quei fattori di paralisi e di rinuncia?». Ovvero: «Sarebbe possibile stabilire qualcosa come un prezzo per la libertà».

Se scrivere della madre è stato prima un istinto – di salvezza e letterario, senza che in fondo vi sia differenza tra i due –, in Monique evade la posta è ancora più alta. Perché è la stessa scrittura che sale sulla bilancia, che stabilisce il prezzo di un gesto. Furiosa con il figlio ai tempi della pubblicazione del primo romanzo, per aver rivelato al mondo la storia di una violenza destinata a restare silenziata tra le mura di casa, ora la madre gli chiede aiuto. Per farlo, sa che deve varcare lei stessa la soglia di casa per entrare – per quanto questo possa suonare paradossale – dentro un libro, dentro la letteratura. Per farsi aiutare dal vero di una versione differente eppure possibile di sé – in quanto donna e in quanto madre. Il figlio la aiuta a fuggire, e lei ce la fa. E se ce la fa è anche perché sa che questa sarà una storia per tante e per tanti, che attraverso la letteratura diventerà una faccenda politica. «Grazie a lei – scrive Edouard Louis – ho scoperto il piacere di scrivere al servizio di un altro, di un’altra. Il libro che state leggendo è, in un certo senso, il risultato di un ordine di mia madre».

(La Stampa -TuttoLibri, 3 gennaio 2026)

Ricordiamo che l’intelligenza artificiale è stata l’argomento della redazione aperta di Via Dogana 3 del 14 dicembre 2025, “Pensiero vivente e intelligenza artificiale”, di cui potete trovare le introduzioni e i primi contributi qui: Via Dogana 3 – Punto di vista.

La redazione del sito

Nelle note precedenti ho cercato di chiarire alcuni specifici equivoci su letteratura, scrittura e stile su cui secondo me si basano molte reazioni all’articolo del New Yorker “What If Readers Like A.I.-Generated Fiction”. Equivoci che in realtà sono già nell’articolo, e nell’esperimento di cui racconta e su cui ricama. A monte c’è una grande confusione su cosa sia e cosa faccia la letteratura e addirittura su cosa voglia dire scrivere; da qui discende l’assurdità concettuale e metodologica dell’esperimento, i cui esiti aggravano la confusione iniziale.

Andiamo al nocciolo. Un ricercatore fa “mangiare” a un LLM [Large Language Model*] diversi brani di opere di Han Kang. In traduzione inglese, mentre l’autrice pensa e scrive in coreano. Questo comporta già una perdita di connotazioni, da autore tradotto in varie lingue lo so fin troppo bene; eppure da questi brani – non opere: brani – tradotti l’IA dovrebbe desumere e acquisire lo “stile” di Han Kang, con tutti i malintesi su cosa sia lo stile, di cui ho già scritto. Dopodiché, il ricercatore descrive all’IA una scena del romanzo Il libro bianco, che non è tra i brani già sottoposti, e le chiede di buttarla giù nello stile dell’autrice.

In questa situazione, una madre veglia il proprio neonato, che ha dato alla luce solo due ore prima. Il bimbo sta morendo, lei lo implora di vivere, ma lui morirà. Se fosse vissuto, sarebbe stato il fratello maggiore della narratrice. Che dunque ci sta raccontando di sua madre. Siamo in un luogo intimo, il più intimo possibile, e pericoloso per chiunque scriva.

Nel romanzo (in inglese), la frase è: «For God’s sake don’t die, she muttered in a thin voice, over and over like a mantra.» [traduzione mia: ‘“Per l’amor di Dio, non morire”, mormorava con voce flebile, ripetendolo come un mantra’].

A tutta prima è una frase banale e contiene un cliché ormai logoro, “come un mantra”, ma – ecco uno degli equivoci che più fanno arrabbiare noi scrittori e scrittrici – non si può giudicare un’opera da una sola frase, va valutato l’effetto che essa ha in quel particolare punto del testo, arrivando dopo tutte le frasi precedenti e caricandosi di ulteriore senso grazie a quelle che seguono.

Ad ogni modo, ecco la frase alternativa generata dall’IA: «She held the baby to her breast and murmured, Live, please live. Go on living and become my son.» [‘Si teneva il bimbo al seno e mormorava: vivi, ti prego, vivi. Continua a vivere e diventa mio figlio’].

E il ricercatore, e dopo di lui i lettori di prova, e poi il New Yorker, e ulteriori lettori di prova, e infine i commentatori reagiscono così: urca! potente! commovente! Se un’IA può scrivere una frase così, per gli scrittori cominciano a essere seri problemi! Presto alle case editrici converrà far scrivere le IA e affinare giusto un poco, cosa che abbatterebbe i costi del dover compensare gli autori. A quel punto il ricercatore ripete l’esperimento con brani di altri autori, ne nasce un paper che esce in preprint, arriva il New Yorker e parte la sarabanda.

Ora, se la frase rivela qualcosa, rivela proprio l’incorporeità e inumanità dell’IA, di cui si dice impropriamente che “genera” – da questo dibattito andrebbero banditi tutti gli antropomorfismi e animismi perché stanno facendo danni spaventosi – ma in realtà non genera. Non avendo un grembo, non ha mai avuto in grembo una creatura vivente che deve nascere, non ha mai dato alla luce altra vita, non ha mai provato un dolore come quello di quella madre, può solo tirare a indovinare nel produrre un’imitazione.

Io credo che, in quelle circostanze, nessuna donna che ha scelto di essere madre direbbe: «Continua a vivere e diventa mio figlio», per la semplice ragione che è già suo figlio, lo è nel dato di fatto (è nato da lei), e lo è nell’amore che lei prova per lui da quand’era ancora in grembo. Non c’è madre che non pensi alla creatura che ha nel ventre come già suo figlio o figlia. Vivono in simbiosi, lei sente la creatura muoversi, scalciare, capisce se sta bene o soffre, sono tutt’uno, sono già madre e figlio.

Se un’imitazione così gelida, che andrebbe considerata un vero e proprio lapsus dell’IA, impressiona lettrici e lettori umani – anche del settore, anche scrittori! – perché come frase “funziona” “letterariamente”, ribadisco che il problema pre-esiste all’IA, e concerne quel che chiediamo alla letteratura.

Letteratura che non vuol dire una frase, non vuol dire nemmeno un testo, non si riduce all’esito rappresentato dal testo, ma è un processo, un divenire continuo, è un multiverso di opere – e un’opera non è solo un testo – e di mondi e di incontri che avvengono in quei mondi e tra quei mondi, ha una dimensione sociale, concerne i corpi.

Se temiamo che un’IA presuntamente brava a scrivere testi letterari sostituisca tutto questo, vuol dire che abbiamo una concezione miserrima dello scrivere e del leggere.

Le “esternalità” di questo modello di sviluppo dell’IA

Ma ribadisco: in cima alla lista dei problemi causati da questo modello di IA – altri modelli erano stati ipotizzati, e altri sarebbero realizzabili – ce ne sono di ben più concreti, gravi, su scala ben più vasta. Non è possibile tener fuori dal quadro l’ecocidio. L’imprinting ideologico del modello è il solito, quello che chi lotta contro le “grandi opere” ben conosce: X è tecnicamente fattibile? Allora va fatto. Tutte le conseguenze che, se prese in considerazione, metterebbero in questione tale assunto vengono rimosse, diventano “esternalità”.

Questo discorso irrita diversi operatori, pensatori e artisti che a livello “posturale” esibiscono pensiero critico, ma scattano in reazione a ogni analisi che reintroduca nel discorso le (false) esternalità.

Non si può criticare solamente l’uso dell’IA a valle, ad esempio il fatto che la grande maggioranza di chi la usa ogni giorno – per fortuna, pare, ancora una minoranza di chi sta in rete – lo faccia per produrre sbobba. Va criticato anche il modello a monte.

Servono a ben poco i brillanti vademecum su usi etici e/o presuntamente liberanti dell’IA se resta sottotematizzato il primevo dato di fatto: questo modello è letteralmente tossico dal principio. È espressione dei settori più schifosi di Big Tech, di un pugno di multinazionali rapaci spesso guidate da miliardari sociopatici e con seri problemi cognitivi (cfr. George Monbiot, Billionaire Brain); è compromesso alla radice con interessi militari e genocidi; è basato su lavoro sottopagato, alienato, invisibilizzato; è vorace di suolo, energivoro, assetato, inquinante e climalterante, arrogantemente lanciato nella direzione opposta a quella in cui dovremmo muoverci come civiltà.

Dai discorsi che danno l’IA per scontata restano sempre fuori i mastodontici centri dati.

I movimenti che lottano contro la loro costruzione sono molto più avanti nella consapevolezza di qualunque teorico che si interroga su come usare un chatbot.

(*) un tipo avanzato di intelligenza artificiale addestrato su enormi quantità di dati testuali per comprendere, generare e interagire nel linguaggio umano, svolgendo compiti come scrivere, tradurre, riassumere e rispondere a domande, con applicazioni in vari settori come assistenza clienti e analisi dati, e basato su architetture come il Transformer.

(Giap, 27 dicembre 2025)

L’origine femminile della sua grandezza

Negli anni in cui Jane Austen diventava una somma scrittrice di lingua inglese, si ricava dalle sue lettere che il suo alimento quotidiano era costituito dalla narrativa femminile del suo tempo. Leggeva Harriet Burney, Jane West, Anna Maria Porter, Anne Grant, Ann Radcliffe, Laetitia Matilda Hawkins, Elisabeth Hamilton, Helen Maria Williams…

La disparità fra Jane Austen e queste autrici è così grande da non lasciare dubbi su come esse abbiano potuto aiutarla. Erano come lei donne che scrivevano e pubblicavano. Per lei rappresentavano una strada aperta e un confronto utile nella sua ricerca di mettere in parola la realtà così come si presentava a lei donna. Non cercò un modello fra i pochi scrittori che conosceva, come il suo amato Samuel Johnson o il celebre Walter Scott. Preferì le scrittrici perché con queste aveva la rispondenza più elementare, ai livelli di realtà dove il grande artista, donna o uomo, lavora ed eccelle. Il risultato saranno sette romanzi perfetti che fanno di Jane Austen una maestra nella prosa inglese e nel romanzo moderno.

Ciò nonostante nella nostra società ai nostri giorni una donna può arrivare ai gradi più alti dell’istruzione o ai compiti più impegnativi, quasi in ogni campo, senza sapere della maniera in cui Jane Austen è diventata così grande nel suo campo. Senza sapere cioè quale vigore mentale una donna possa ricavare dalla frequentazione delle sue simili.

(Libreria delle donne di Milano, Non credere di avere dei diritti, Rosenberg & Sellier,1987)

«L’abolizionismo non chiede un vuoto, ma costruisce una trama di presenze e una cultura della responsabilità, senza confondere la giustizia con la reclusione né la protezione con la sorveglianza». Lo scrive Valeria Verdolini, ricercatrice, sociologa del diritto e attivista. Verdolini è anche presidente di Antigone Lombardia e autrice di saggi che intrecciano esperienza sul campo e riflessione teorica. Dopo L’istituzione reietta. Spazi e dinamiche del carcere in Italia (Carocci), frutto del lungo impegno con l’associazione Antigone, Verdolini torna con Abolire l’impossibile. Le forme della violenza, le pratiche della libertà (pp. 240, ADDeditore 2025, € 17,10), un libro che non parla solo di carcere, anche se il tema resta rilevante: «Non si abbandonano i grandi amori» dice ridendo.

Il saggio è il risultato di anni di studio, letture, docenza e confronto diretto con le istituzioni e le comunità, una riflessione lucida e stimolante sulle pratiche della violenza, sulle istituzioni che le legittimano e sugli antidoti possibili, che si costruiscono insieme, come comunità. In questa intervista, Verdolini ci guida attraverso i concetti di abolizionismo, deistituzionalizzazione e realismo magico, esplorando i legami tra potere, istituzioni e la vita concreta delle persone, dentro e fuori dai luoghi di detenzione.

Partirei dalla fine: e cioè dalla bibliografia ricchissima e variegata che nutre e interroga le pagine di Abolire l’impossibile. Questo libro è frutto dei tuoi studi multidisciplinari e degli anni di docenza universitaria?

Sì, è così: una sintesi del mio lavoro accademico e del mio impegno da attivista. Ho tenuto per quasi dieci anni un corso universitario sulla disuguaglianza, e prima di occuparmi di carcere ho indagato i confini: su questo tema ho scritto articoli accademici e ho contribuito alla realizzazione di un documentario che seguiva sette migranti nel loro percorso attraverso il confine. Quanto al femminismo, è una compagnia di lunga data: fin dal liceo, grazie a professoresse che ci facevano leggere il pensiero della differenza, ho approfondito autrici come Carla Lonzi, Lia Cigarini e Adriana Cavarero; poi, all’università, mi sono confrontata con il femminismo giuridico.

In generale, tutto ciò che si trova nel libro nasce dall’intreccio di percorsi diversi: l’idea era anche trasformare un sapere accademico in un sapere politico, radicato nella realtà sociale.

Quando ho terminato il mio precedente saggio, L’istituzione reietta, avevo già constatato che il carcere non funziona e non realizza ciò che dichiara di fare. Questa constatazione ha posto una domanda: «Come possiamo affrontare questa situazione? Dove collocare il cambiamento?». Volevo ampliare lo sguardo e pormi interrogativi più ambiziosi. In questo percorso si sono intrecciati diversi stimoli: avevo scritto l’introduzione al libro Abolire le prigioni di Angela Davis e mi ero confrontata con le esperienze basagliane in Brasile. Si tratta di due percorsi paralleli, diversi ma con punti in comune: da un lato l’abolizione delle prigioni, dall’altro il percorso di deistituzionalizzazione. Gradualmente ho provato a mettere ordine, distinguendo tra abolizioni riuscite e quelle che definisco “possibili” o “impossibili”.

Il libro ha una struttura molto originale. In particolare, ci sono due parti dove si elencano manifestazioni delle strutture violente della nostra società. Le chiami “affioramenti” e “detriti”. Un affioramento è per esempio l’uccisione del diciottenne Federico Aldrovandi per mano di quattro agenti di polizia nel 2005. Un detrito è l’omicidio di Soumaila Sacko, bracciante nei campi di Gioia Tauro e sindacalista, colpito da un colpo di fucile mentre recupera lamiere per rinforzare le baracche del campo di San Ferdinando. L’omicida si giustifica dicendo di proteggere la proprietà privata; il processo non tratta la matrice razziale. Cosa connota gli affioramenti e cosa i detriti?

All’inizio avevo previsto solo gli “affioramenti”, immaginando due cicli dedicati a ciò che emerge in superficie: come la punta di un iceberg, ne vedi solo una parte, mentre tutto il resto rimane sommerso. L’idea era mostrare le forme manifeste della violenza, quei momenti in cui la violenza eccede la dimensione istituzionale, diventa visibile, scandalosa. Per questo avevo scelto casi che attraversano tempi e luoghi diversi, ma che riguardano sempre le tre grandi istituzioni del controllo: carcere, confine e polizia.

Poi, però, mi è sembrato che la seconda parte del libro avesse bisogno di un registro differente. Ricordo che stavo camminando sulla spiaggia quando ho pensato ai “detriti”: residui di strutture molto più antiche, ormai solidificate e cristallizzate. A differenza della radicalità esplosiva degli affioramenti, i detriti – pur contenendo spesso una violenza altrettanto forte – sono episodi che si sono sedimentati nel tempo e nello spazio, che vengono da lontano e mantengono una continuità con storie passate.

Per questo hanno caratteristiche diverse: sono i resti di strutture che, anche abolendo le istituzioni, continuerebbero comunque a esistere in qualche forma.

Il tuo libro mostra con molta chiarezza che abolire un’istituzione violenta non significa necessariamente riuscire ad eliminare la violenza su cui quell’istituzione era fondata. La schiavitù è stata formalmente abolita, eppure sappiamo che continua a esistere in molte parti del mondo; i manicomi sono stati chiusi, ma sopravvivono forme di internamento e mortificazione per ragioni di salute mentale.

Il punto che cerco di sviluppare è questo: abolire un’istituzione violenta, di per sé, non basta. Se non si interviene anche sulle strutture culturali e politiche che legittimano la separazione, il controllo e il contenimento, quella stessa logica troverà nuovi modi per manifestarsi.

Nella letteratura statunitense è spiegato molto chiaramente: l’abolizione della schiavitù non ha eliminato i meccanismi di segregazione, che si sono trasformati nel ghetto e nel ricorso sistematico all’incarcerazione. E quando anche le leggi Jim Crow e le norme sulla segregazione razziale sono state superate, altre forme di esclusione hanno continuato a operare. In altre parole, puoi abolire singoli dispositivi, ma se non affronti le ragioni culturali e politiche che producono il bisogno di separare qualcuno da una comunità, quella spinta riemergerà altrove – a volte in forme più sottili, altre volte in modo evidente.

Lo stesso discorso vale per i manicomi. La legge 180 prevedeva non solo l’abolizione dell’istituzione manicomiale, ma un ripensamento collettivo del modo in cui una comunità si fa carico della sofferenza, insieme a una riorganizzazione territoriale della cura e della sanità pubblica. Il fatto che questa trasformazione culturale e politica non sia stata pienamente realizzata – non certo per volontà dei suoi promotori – ha lasciato nella società una domanda “manicomiale” che non è scomparsa.

Così, anche se sono stati compiuti passi avanti, un residuo di quella logica sopravvive: prima negli OPG (Ospedali Psichiatrici Giudiziari), rimasti nonostante la chiusura dei manicomi, poi – con la loro abolizione – nell’uso del carcere come luogo che finisce per raccogliere forme di sofferenza psichiatrica.

Le rivoluzioni di questa portata avvengono perché la società, in quel momento, è pronta a compiere un salto o possono invece esplodere prima che la maturazione sociale sia avvenuta, sollecitandola?

Diciamo che qui non è semplice capire cosa venga prima. Sicuramente deve esistere un contesto in cui certe trasformazioni siano almeno pensabili. E quel contesto, negli anni in cui nasce l’esperienza triestina, c’era: le mobilitazioni degli anni Sessanta e dei primi Settanta, l’eredità del ’68, i giovani studenti di medicina che decidono di raggiungere Basaglia a Trieste… Insomma, quella di Basaglia non era una voce isolata.

Allo stesso tempo, però, è vero anche il contrario: a volte bisogna rischiare e andare oltre ciò che sembra possibile, buttare il cuore oltre l’ostacolo e vedere cosa accade quando si apre una finestra. È un atto di coraggio.

Quando Basaglia e i suoi parlano di “utopia della realtà”, dicono esattamente questo: rendere possibile nel presente qualcosa che fino a un attimo prima sembrava soltanto immaginabile.

C’è una frase di Mariame Kaba, che torna più di una volta nel tuo libro: «la speranza è disciplina». Come si difende la disciplina della speranza dai continui attacchi che le vengono inferti?

Quando Mariame Kaba dice che «la speranza è disciplina», invita a perseverare anche quando tutto sembra remare contro. Significa continuare a credere nella possibilità del cambiamento anche quando appare impossibile, anche quando è faticoso, anche quando vincono forze politiche autoritarie o quando i movimenti sembrano indeboliti o anacronistici. La disciplina della speranza è, in fondo, la scelta di non demordere.

C’è poi un altro aspetto: la speranza non va intesa solo come entusiasmo ottimistico o slancio emotivo momentaneo. Deve diventare un metodo, una pratica politica fatta certo di passione, ma soprattutto di costanza. È il modo con cui si porta avanti un’idea trasformativa, il modo in cui si pensa e si costruisce la possibilità di un cambiamento. Per questo, nel libro, insisto sul fatto che l’abolizione non è un fine ma una pratica. In termini molto semplici, l’abolizionismo è un metodo perché implica credere che possa esistere un “dopo” diverso dal presente, un tempo possibile alternativo a quello che viviamo. Non si tratta di immaginare un’utopia come un futuro perfetto da realizzare, ma di aprire spazi del possibile nel qui e ora.

Pensi che nella lotta contro le strutture e le pratiche della violenza esista un ordine di priorità, oppure tutto è inevitabilmente interconnesso?

Credo che le cose possano procedere insieme, perché sono chiaramente intrecciate. Però, se dovessi indicare un punto da cui partire, direi il confine. E infatti, nel libro, mettendo al centro il Mediterraneo, dichiaro questa scelta. Il confine è uno degli spazi dove la violenza è più intensa e, allo stesso tempo, è strettamente legato sia alla polizia sia al carcere.

Da un lato, abbiamo un carcere sovraffollato di persone straniere, e spesso la loro presenza lì è effetto diretto della violenza del confine. Dall’altro, molte pratiche di discriminazione e profiling da parte della polizia derivano proprio dalla logica del confine. E non intendo solo il confine fisico, ma il confine come processo di “bordering”: il meccanismo che porta a vedere nell’altro qualcuno da separare, controllare, respingere.

Il confine, inoltre, conserva al suo interno una continuità con la dimensione coloniale: mantiene le stesse matrici e le stesse forme che hanno attraversato la storia delle relazioni tra Nord e Sud del mondo, le stesse che erano alla base dell’invenzione di istituzioni come la schiavitù. Quando il colonialismo formale finisce, ci troviamo davanti alla sfida di fare i conti con quella prossimità e con quelle gerarchie costruite nel tempo, forme di subordinazione differenziata. Chi si muove nel mondo immaginando di potersi spostare liberamente si scontra con l’impossibilità imposta dal confine, che diventa un modo per mantenere in vita quelle stesse strutture di oppressione, ingiustizia e disuguaglianza.

A un certo punto del libro inviti a interrogarsi su quanto i nostri desideri possano trasformarsi in gabbie per quelli degli altri. Allora mi chiedo: se consideriamo l’“Occidente” come la sede sociale del potere – economico, storico, prodotto di privilegi sedimentati – è davvero possibile che generi desideri che non si traducano, almeno in parte, in forme di subordinazione per qualcun altro?

Dipende da come li pensiamo: i desideri vanno ripensati. Ed è qui che entrano in gioco, da una parte, l’immaginazione e ciò che nel libro chiamo realismo magico, e dall’altra la necessità di dare forma a modalità di convivenza che non si fondino su meccanismi costanti di sopraffazione. Il primo passo, però, è esserne consapevoli.

Le strutture culturali dell’oppressione funzionano proprio così: rendono naturale ciò che è artificiale, fanno apparire come eterne – vedi le montagne o gli alberi – dinamiche che invece sono culturalmente e storicamente costruite. Per questo è fondamentale interrogarsi su come tutto questo ci riguarda. La migrazione, per esempio, è stata spesso percepita come qualcosa che non ci tocca, quando invece ci riguarda eccome, così come ci riguardano molti altri processi che tendiamo a considerare esterni e dunque estranei.

Una volta riconosciuto che ci riguardano, il passo successivo è chiedersi come vogliamo starci dentro. E poi ricordarsi che le persone non sono necessariamente mosse da logiche di sopraffazione o indifferenza: lo abbiamo visto, per esempio, nell’ondata di solidarietà verso ciò che accadeva a Gaza. Quella spinta nasceva da un senso di empatia e dalla domanda «Che cosa c’entra con me?», che dimostra come sia possibile attivarsi anche per realtà che ci toccano indirettamente.

«La speranza non va intesa solo come entusiasmo ottimistico o slancio emotivo momentaneo. Deve diventare un metodo, una pratica politica fatta certo di passione, ma soprattutto di costanza. È il modo con cui si porta avanti un’idea trasformativa, il modo in cui si pensa e si costruisce la possibilità di un cambiamento».

Nel libro Perché ero ragazzo (Sellerio), Alaa Faraj, migrante libico, racconta la sua incarcerazione ingiusta perché accusato di essere uno scafista. Dell’Italia, Faraj conosce solo il carcere, e dentro le mura riesce ad attivare quello che chiamiamo “percorso trattamentale”: studia, segue corsi, impara l’italiano, scrive un libro. La sua vicenda – eccezionale, ma non isolata nella geografia carceraria contemporanea – mi ha fatto pensare a quando scrivi che il carcere ha assorbito la sofferenza sociale, diventando una forma di welfare minimo per chi è stato espulso. Avevo trovato un ragionamento simile in Prison Lives Matter (Eleuthera), dove Francesca Cerbini osserva che molte persone che vivono condizioni di marginalità accedono per la prima volta a determinati diritti – istruzione, sanità, percorsi formativi – proprio quando entrano in carcere, cioè nel momento in cui vengono private della libertà. È come se quello fosse il prezzo da pagare per avere accesso a un minimo di welfare.

Io questo fenomeno tendo a guardarlo dall’altra parte: il confine agisce come un dispositivo di inclusione differenziale. Proprio perché funziona così, prevede un accesso minimo – o addirittura nullo – ai diritti a seconda della tua capacità di rispondere alle richieste del mercato del lavoro, principalmente.

Detto questo, non avrei alcun dubbio nel dire che una libertà imperfetta è sempre meglio del carcere. Fuori, un accesso ai diritti è possibile: ci sono scuole di italiano, centri di formazione, percorsi di accoglienza. Il problema è che spesso la vera marginalità fatica a essere intercettata. Nel caso specifico di Faraj parliamo di una persona con risorse personali e relazionali importanti, e anche con un buon livello di istruzione. Questo gli permette di individuare strategie adattive quando può e dove può. Quando invece parlo di “welfare minimo di sopravvivenza” mi riferisco alle persone che non riescono ad attivare nulla perché sono troppo vulnerabili. Ed è lì che si entra in una dimensione quasi necropolitica.

Cioè?

Cioè una situazione in cui lo Stato non si fa davvero carico di queste persone, e le forme di gestione passano attraverso il carcere, che – rispetto alla strada – rappresenta una forma “migliore” di sopravvivenza. Penso a una donna che ho intervistato qualche tempo fa: era uscita dal carcere perché doveva fare la chemioterapia per un tumore, e mi disse che per fortuna era riuscita a ottenere una casa popolare, altrimenti avrebbe dovuto vivere per strada. E non voleva morire per strada. Ecco, penso a questa traiettoria: persone per cui il carcere diventa la prima casa, o comunque un luogo più sicuro della strada.

C’è un passaggio in cui scrivi che Basaglia ha potuto abolire il manicomio non da una posizione di assenza di potere, ma grazie al potere che aveva. Era infatti stato nominato direttore del manicomio di Gorizia. È qualcosa di ovvio, ma non ci avevo mai riflettuto in modo così netto. Ti chiedo quindi se il cambiamento passa più dall’interno o dall’esterno delle istituzioni?

Io uso il termine “abolizionismo” anche per il manicomio, ma va detto che i basagliani non lo usavano. Loro parlavano di “deistituzionalizzazione”. L’idea era che tanto la struttura dell’ospedale quanto gli operatori dovessero continuare a esistere, ma che cambiasse radicalmente la relazione di cura. Per questo il primo lavoro, politico e culturale, era proprio con gli operatori. Lo spiegano bene in Crimini di pace: occorre ripensare il modo di lavorare.

Loro parlano di un doppio movimento: hanno aperto le porte del manicomio, quindi il “dentro” è uscito fuori, ma era necessario anche che il “fuori” entrasse dentro, cioè che ci fosse una relazione più univoca tra il contesto sociale, la città e l’istituzione.

In sintesi: le istituzioni producono separazione. Se vuoi deistituzionalizzare o abolire, oltre al cambiamento normativo devi aprire l’istituzione, far cadere il muro della separazione e portare fuori ciò che sta dentro. Ma serve anche il movimento inverso: portare dentro ciò che sta fuori – relazioni, legami sociali, dimensione politica. Deve esserci una compenetrazione molto più forte tra società e soggetti istituzionalizzati. E questo vale anche per il carcere. Possiamo immaginare di “portare fuori” il carcere: molte persone già oggi scontano la pena in misure alternative, sono circa 90.000. Quindi la pena non è solo detenzione. Ma per deistituzionalizzare davvero il carcere serve immaginare una permeabilità totale tra interno ed esterno, dove ciò che accade nella società libera possa entrare dentro. Ed è esattamente ciò che oggi fatica ad accadere.

Questo mi fa pensare a discussioni che ho avuto con persone di ambienti anarchici e abolizionisti, per le quali qualsiasi forma di dialogo con l’istituzione carceraria sarebbe inaccettabile – anche quella necessaria per introdurre progetti, laboratori o spazi di dignità – perché l’istituzione è di per sé violenta e va abolita. Obbiettavo che intanto l’istituzione esiste e le persone ci vivono dentro. Come stare in questo “frattempo”?

Per me l’abolizionismo può anche essere pensato “da dentro”. Premesso che non sono anarchica – lo scrivo chiaramente anche nel libro, alla fine: non arrivo all’abolizione dello Stato né la desidero – io credo nello svuotamento delle funzioni istituzionali e nell’immaginare altre istituzioni possibili. Questo è il punto di partenza.

Il secondo aspetto è che arrivo all’abolizionismo partendo da un riformismo pratico. Ho sempre fatto sportelli, attività concrete dall’interno. In molti casi mi è sembrato che l’istituzione non solo non collaborasse, ma che fosse nociva: non rieduca, non migliora le prospettive di vita, non riduce l’aggressività, anzi spesso fa il contrario.

Detto questo, penso che non ci sia una contraddizione tra lavorare quotidianamente per migliorare le condizioni di chi è dentro e immaginare l’abolizione dell’istituzione. Il mio punto non è legittimare l’istituzione in sé, ma occuparmi di come stanno le persone dentro: ogni strumento utile a questo scopo è più che benvenuto.

Rimane poi la questione politica: quelle istituzioni sono nate per applicare criteri di separazione sociale. Io sono contraria a quel meccanismo e credo che vada abolito, sostituendolo con altri strumenti di gestione della devianza e dei conflitti sociali. Se tutto questo va a scapito di una certa coerenza ideologica, va bene così.

Mi sembra una perfetta conclusione.

Il punto centrale è come stanno le persone e come possano stare in una prospettiva futura. Sul medio periodo ha senso fare tutto ciò che è possibile: anche tutelare un solo diritto in più rappresenta comunque un risultato importante. Allo stesso tempo, è fondamentale riflettere sul senso delle azioni, sul perché le compiamo e sull’orizzonte a cui guardiamo. E questo orizzonte è quello in cui possiamo liberarci dalla necessità del carcere e delle altre forme di istituzionalizzazione della violenza.

(Lucy – Sulla Cultura, 19 dicembre 2025)

da il manifesto

Rosa Luxemburg, nata nel 1871 nella Polonia russa in una colta famiglia ebrea, si forma in un tessuto culturale composito e si afferma precocemente come teorica marxista. Costretta all’esilio, svolge in Germania un’intensa attività politica, giornalistica e teorica all’interno della socialdemocrazia. A partire dal 1904 subisce numerose incarcerazioni, che si intensificano tra il 1915 e il 1918. Trascorre quaranta mesi in carcere come conseguenza della sua opposizione alla guerra, sostenuta invece dal suo stesso partito con il voto ai crediti bellici nell’agosto del 1914; anche dalla prigione continua tuttavia a intervenire nell’azione politica contro il conflitto, prima attorno alla rivista Die Internationale e poi nella Lega di Spartaco. Mantiene una posizione al contempo critica e autonoma che, pur nel sostegno alla Rivoluzione russa dell’ottobre 1917, la porta a dissentire da Lenin e dai bolscevichi su questioni decisive come la politica agraria e, soprattutto, la tendenza del partito a una direzione autoritaria.

Ritroviamo alcune delle lettere della sua prigionia in Un ardente desiderio di primavera. Erbe, animali e cieli nelle lettere dal carcere (pp. 184, euro 20), un volume di grande bellezza edito da Casagrande, curato e tradotto da Danilo Baratti e Patrizia Candolfi. Le lettere in questione, venti, si collocano nell’intervallo tra il 1914 e il 1918 e sono scritte dalle prigioni in cui Rosa Luxemburg era detenuta.

Il 16 febbraio 1917, dalla prigione di Wronki (nell’allora Prussia) scrive a Mathilde Wurm, Tilde, militante socialdemocratica tedesca: «Oh, questo sublime silenzio dell’infinito: mi sento a casa mia in tutto il mondo, ovunque ci siano nuvole e uccelli e lacrime umane. Ieri sera c’erano delle meravigliose nuvole rosa sopra il muro della mia fortezza. Stavo davanti all’inferriata e ho recitato per me sola la mia poesia preferita di Mörike».

Nelle pagine, la natura ritorna incessantemente come respiro necessario: seguendo il mutare del cielo oltre le sbarre, Luxemburg accoglie tra le mani le erbe del cortile e le affida alla pazienza di un erbario. Così, mentre la storia precipita, il ricamo delle erbe custodisce la vita, nei gambi carnosi degli anemoni – disegnati – e dei petali ostinati della pulsatilla comune, i cui colori sembrano rifiorire anche nell’ombra della pagina.

Le piante essiccate e classificate valgono come tracce di un gesto preciso, affine all’attenzione metodica per la salvazione di quei frammenti minimi di natura – cura che attraversa anche la scrittura epistolare della prigionia. In questo lento lavoro di raccolta, di nominazione e di scrittura spicca fra tutti la semplicità blu del fiore della borragine e delle sue foglie, raccolti entrambi il 24 luglio del 1915, in estate, nell’orto nel cortile dell’infermeria del carcere femminile di Berlino.

Accanto alla nomenclatura botanica, nei tratti nella grafia di Rosa Luxemburg, compaiono anche i luoghi di ritrovamento delle erbe e dei fiori. L’erbario diventa così un territorio di resistenza della memoria, custodita a fasi alterne, tra libertà e reclusione, e, al tempo stesso, un linguaggio silenzioso capace di mantenere – contro gli strattoni della storia – una fedeltà al vivente.

Nel volume di Casagrande sono riprodotti sedici fogli tratti dagli erbari, i cui originali sono conservati presso l’Archiwum Akt Nowych di Varsavia: un lavoro che poté prendere forma grazie alla presenza decisiva di alcune donne legate a Rosa Luxemburg da un rapporto di salda amicizia, tra cui la femminista Clara Zetkin (fin dal 1890) – e che proseguì così anche come esito relazionale, forma condivisa di attenzione e cura. Nell’aprile 1917 proprio a Clara, per ringraziarla del mazzo di fiori ricevuto, Rosa scrive: «Ho potuto sistemarmi qui un intero tavolino di fiori e mi sento una regina».

Come indicato nell’introduzione di Baratti e Candolfi, accanto ai pochi fiori e alle erbe spontanee – raccolti nei cortili delle carceri durante le brevi uscite sotto sorveglianza – furono soprattutto le persone a lei vicine a inviarle, per lettera, esemplari essiccati o mazzi di fiori freschi, affidati alla trasformazione lenta della pressatura e della catalogazione. Alle tavole botaniche si intreccia così una corrispondenza intensa, in cui «la cinciallegra in gabbia» dialoga con l’amore per la vita e le sue forme.

Dal carcere Luxemburg riuscì a far circolare numerosi articoli, tra cui il pamphlet La crisi della socialdemocrazia, una dura presa di posizione contro le scelte di Kautsky e della Spd sulla guerra, che verrà tuttavia pubblicato solo clandestinamente nel 1916 con lo pseudonimo di Junius. Nella corrispondenza si colgono i segni della teorica marxista, avvisata e disincantata: sia sui compagni di partito, sia sulle derive romantiche di un ritorno a una Natura idealizzata e necessariamente falsata. A tal proposito, in una lettera del 2 maggio 1917 a Sophie Liebknecht, scrive: «A lei posso ben dirlo tranquillamente: non andrà subito a sospettare un tradimento del socialismo. Lei sa che spero di morire ancora sulla breccia: in una battaglia di strada o in prigione. Ma il mio io più profondo appartiene più alle cinciallegre che ai “compagni”. E non perché io, come tanti politici interiormente falliti, trovi nella natura un rifugio, un luogo di riposo. Al contrario, anche nella natura trovo a ogni passo tanta crudeltà che ne soffro molto. Pensi, ad esempio, che non riesco a togliermi dalla mente il seguente piccolo episodio. La scorsa primavera stavo tornando a casa da una passeggiata nei campi nella mia strada tranquilla e deserta, quando ho notato per terra una piccola macchia scura. Mi sono chinata e ho visto una tragedia silenziosa: un grosso scarabeo stercorario giaceva sul dorso, e cercava invano di difendersi con le zampe, mentre un’orda di minuscole formiche gli brulicava intorno e se lo mangiava ancora vivo!»

Come afferma il botanico Nicola Schoenenberger nel saggio in volume dal titolo Flora carceraria, l’erbario di Rosa Luxemburg mette in luce il valore conoscitivo della presenza delle specie in un luogo preciso: ogni pianta raccolta, datata e conservata, diventa traccia materiale di un luogo e di un momento, una prova silenziosa dell’incontro tra il corpo prigioniero e il mondo vivente. Proprio per questo, i campioni raccolti da Luxemburg nei cortili delle carceri permettono oggi di ricostruire con sorprendente precisione l’ecologia di quegli spazi – secondo una cartografia sensibile dei luoghi della reclusione, in cui la natura conserva memoria della vita che vi è passata, «nei cortili di prigione nei quali era costretta». Si compone dunque, in forme intime e luminose, l’unità profonda tra la combattente e l’umana, in tutte le declinazioni della nostra vulnerabilità. È proprio lì che la forza della teorica e della militante convive con la capacità di stupirsi per un fiore, per ogni erbaccia «che cresce tra le pietre», per una meravigliosa piuma azzurra di una ghiandaia di Südende – per le vibrazioni del vivente che ci circonda e che siamo.

da La Stampa

Che bel mondo sarebbe senza adulti: mi scopro a pensarlo con una frequenza che mi scandalizza e, insieme, mi elettrizza. La configurazione demografica ha fatto di noi una specie egemone, prevaricante come tutte le specie egemoni, e piuttosto monologante. Lo psicanalista Matteo Lancini ha detto a questo giornale che i genitori contemporanei ascoltano i figli più di qualsiasi altra generazione ma che il loro è un «ascolto selettivo: rabbia, tristezza e paura non fanno parte di questo patto. Ai nostri ragazzi abbiamo chiesto di proteggerci dalle emozioni che ci disturbano». Parliamo e straparliamo di ragazzi che, quindi, conosciamo a metà. Parliamo e straparliamo di come dovrebbero essere, e del loro bene, del loro meglio, e siamo certi di poterglielo insegnare, di poterli e doverli indirizzare, e ce ne crediamo capaci e all’altezza proprio perché li ascoltiamo di più. Dall’altra parte, genitori o no, siamo adulti dilaniati dalla consapevolezza della nostra inadeguatezza, che però non ci sposta dal prendere in considerazione la possibilità di sottrarci dall’universo di riferimento dei ragazzi, di dismettere i panni degli educatori e indossare quelli degli educati. Continuiamo a credere di dover dare il buon esempio, anche se dubitiamo di poterlo incarnare. Non mettiamo mai in discussione il fatto che possa essere sbagliata l’idea stessa di dare un esempio, di segnare il varco, il solco, il perimetro entro cui la generazione che ci segue debba e possa muoversi, specialmente quando quella generazione dà segnali di insofferenza verso di noi (come accade sotto i nostri occhi da diversi anni): un’insofferenza che non vogliamo vedere e meno che mai interrogare.

Nathania Zevi ha scritto su questo giornale che tra le ragioni per le quali si fanno sempre meno figli c’è anche l’esempio che, in questi anni, della maternità hanno dato le donne: un’impresa eroica, spossante, titanica, che toglie più di quanto restituisce. Ha parlato di un esempio che «abbiamo dato o che non siamo riuscite a dare». Non posso darle torto su un punto: la maternità è stata indagata, negli ultimi anni, nei suoi aspetti più complessi e dolorosi (prima, però, e cioè negli ultimi secoli, la maternità non veniva nemmeno indagata ma imposta come un compito: siamo appena all’inizio di un tentativo di riequilibrare le narrazioni). Lucy Jones in Matrescenza ha raccontato tutto quello di cui di magnifico e di orrendo, di biologico e psicologico, della maternità e del parto le donne sono all’oscuro, non solo perché non viene raccontato ma pure perché non viene studiato: non è esistita, finora, domanda. Perché non sono esistiti, finora, dubbi profondi come quelli che ora ci sono su cosa significhi e comporti diventare madre, su quanto sia naturale e su come, quanto, e per quanto cambi il corpo e la mente e la psiche delle donne. Non possiamo pensare di estromettere tutto questo credendo che sia inibente: per incredibile che possa sembrare, la cultura della maternità è ancora acerba, perché di recente è stato acquisito che essa non è un destino. Questa acquisizione rallenta (non ferma: rallenta) la demografia: complica e affolla il piano della scelta e lo fa collimare con quello della rinuncia. Vero. Affrontiamolo.

Un figlio è un peso e richiede rinunce: dobbiamo poterlo dire così come abbiamo detto sempre che un figlio è una rivoluzione e porta felicità. La regolazione della frequenza, dell’equilibrio, del tono con cui diciamo tutto questo non può essere improntata al desiderio di dare un esempio: non tocca a nessuno incentivare o disincentivare la maternità. A un Paese civile tocca mettere tutti in condizione di fare o non fare figli, nonostante le conseguenze che farne o non farne ha. La paura di diventare madri va ascoltata, compresa, rispettata: è un valore e, come tutte le paure, è un’allerta che, nella giusta dose, può salvarci la vita. Anziché credere che le donne non fanno figli perché hanno paura di fare le madri, perché non proviamo a immaginare che le donne che non fanno figli abbiano ragioni diverse dal terrore di perdere la propria autonomia, che siano individui nuovi, che rigettano la pienezza e sposano la vuotezza, che sono immuni agli esempi e disinteressate ai consigli perché vogliono scrivere una Storia nuova, inedita. Lasciamole fare, liberiamole dai nostri errori, dal nostro peso, dal nostro senso di colpa, dalle nostre letture. Fidiamoci di loro. Senza la nostra impronta è possibile che facciano meglio. Il Premio Strega Ragazzi è andato qualche settimana fa a un romanzo di una grande scrittrice americana, Jacqueline Woodson: si chiama Proteggimi e parla di un’insegnante che ogni venerdì lascia soli i suoi studenti Bes (bisogni educativi speciali), perché capisce che tra loro possono aiutarsi più di quanto farebbe lei.

In un documentario importante sulla maternità, Tua madre di Leonardo Malaguti, una suora dice a un certo punto che l’apocalisse arriverà quando sarà realizzata la parità tra uomini e donne, tra padri e madri. Ecco un’altra cosa buona cosa da fare, per far nascere un mondo nuovo: convocare i padri.

Vi proponiamo, attraverso il collegamento al sito dove è stato pubblicato in origine, un ampio e interessante articolo di Stefano Ciccone, intitolato “Per un’altra radicalità” su violenza politica e mascolinità (ma non solo), che entra in dialogo con un altro intervento di Claudio Vedovati che aveva aperto la discussione sul tema.

Oltre al link all’articolo di Ciccone, vi proponiamo anche quelli di Vedovati e Umberto Varischio già pubblicati sul nostro sito.

La Redazione

Stefano Ciccone
https://comune-info.net/per-unaltra-radicalita/   

Claudio Vedovati
https://www.libreriadelledonne.it/approfondimenti/costola_eva/bisogna-affrontare-seriamente-la-questione-della-violenza/

Umberto Varischio
https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/contributi/guardare-la-violenza-in-faccia/

da La Stampa

Non c’è mai lieto fine né conferma di cliché sessisti o eteronormativi. In lei il mondo non esiste come scenario, ma come campo di esperienza

LILIANA RAMPELLO, Un anno con Jane Austen, Editore NERI POZZA Pagine 432

Genere: SAGGISTICA Prezzo 26 €

L’unico ritratto in vita di Jane Austen, nata il 16 dicembre di duecentocinquant’anni fa, è quello eseguito a matita e acquarello intorno al 1810 dall’amata sorella Cassandra. Di solito, si nota la cuffia – la indossava sempre, ha raccontato il nipote – o gli occhi grandi e la bocca sottile. Ma colpiscono anche i riccioli lisciati sulla fronte, in puro stile Regency. Eppure, non sono i singoli dettagli, ma il modo complessivo di occupare lo spazio a creare lo stile “Jane Austen”. Questa piccola figura non particolarmente bella, e silenziosa, che nel medesimo tempo appare distratta e concentrata, sembra avere in testa molte cose, oltre alla cuffia, e ci ispira autorevolezza; pur essendo, anzi proprio perché è e vuol farsi riconoscere come, una donna. Come ha fatto?

Gli occhi sono attenti, ma, anziché cercare il nostro sguardo, sfuggono, cercando un punto fuori campo: vanno oltre. Magari, durante la posa, la scrittrice è rimasta seduta accanto al piccolo tavolo dodecagonale, nell’angolo del salotto dove scriveva, mentre le altre persone di famiglia attraversavano la stanza. In quarantun anni e mezzo di vita (1775-1816) Austen infatti non ha mai avuto un ambiente soltanto suo. Ma, in senso simbolico, lo spazio della narratrice e quello delle sue eroine compongono universi interi. Sono «i mondi di Jane Austen» (come li ha definiti Diego Saglia), territori creativi spaziosi dove, assieme alla finzione, regna l’autoironia di una voce proveniente «by a Lady» (come si leggeva sul frontespizio dei romanzi pubblicati durante la sua vita: tutti anonimi, ma esplicitamente attribuiti a una “Signora”).

Guardando ancora quel ritratto, sono interessanti le braccia in posizione conserta, come a delimitare il corpo, invece di assumere la postura innaturale di tante donne stordite raffigurate nei quadri sette-ottocenteschi. La ragazza con la cuffia, invece, sta ferma, con l’intelligente tranquillità di chi sa di aver mostrato e fatto sentire, con la sua prosa, tre cose che non erano mai esistite prima, e che sono fondamentali per capire la grandezza dei romanzi di Jane Austen.

Le prime due segnano una linea di non ritorno nella storia del romanzo moderno e sono state indicate, tracciando anche una genealogia di riferimento, da Virginia Woolf. Vale a dire: i libri di Austen inventano la voce di una donna, ci fanno sentire come pensa e come parla una donna, sia da scrittrice sia da protagonista di una storia.

In più, la scrittura di Austen fa esistere non solo quelli che Woolf chiama i momenti d’essere, ma anche i momenti di non essere: «gran parte di ogni giornata non la si vive consciamente. Si cammina, si mangia, si vedono cose, si provvede alle nostre incombenze; l’aspirapolvere rotto; il pranzo da ordinare; la nota della spesa per Mabel; il bucato; i pasti da cucinare; i libri da rilegare. Mi venne un po’ di febbre l’altra settimana: quasi tutta la giornata fu non-essere. Una vera scrittrice riesce a rendere entrambi gli stati. Jane Austen secondo me ci riesce», scrive Woolf in Uno schizzo del passato (1939), nella traduzione di Adriana Bottini.

Il terzo punto fondamentale per capire il potere intramontabile di Ragione e sentimento, Orgoglio e Pregiudizio, Mansfield Park, Emma (usciti tra il 1811 e il 1815), Persuasione e Northanger Abbey (entrambi pubblicati nel 1818), è stato illuminato da Liliana Rampello con Sei romanzi perfetti (2014), il lavoro di curatela dei due volumi dei Meridiani Austen (2022-25), e con il suo recente libro pubblicato da Neri Pozza Un anno con Jane Austen, dove si ripercorre il paese di AustenLand come sfogliando un calendario (con un brano per ogni giorno dell’anno), organizzato però secondo un sistema di simmetrie, rimandi e confronti che pare un gioco eppure è assolutamente serio.

Elinor e Marianne Dashwood, Elizabeth Bennet, Fanny Price, Emma Woodhouse, Catherine Morland, Anne Elliot: al centro delle storie e delle avventure di ciascuna di loro – Rampello lo mostra benissimo – Austen mette, come nodo centrale, la felicità individuale. Questa però è intesa non come autorappresentazione romantica, ma come apprendistato personale e sociale alla capacità di guardare e riconoscere i propri bisogni, distinguendoli dalle velleità e scegliendo bene, di conseguenza, o talvolta anche reinventandosi, i punti di partenza e di arrivo della felicità. Qui sta il terzo punto sostanziale dei sei capolavori.

La promessa di felicità progressivamente esaudita del racconto arriva, dunque, con il riconoscimento della differenza tra “orgoglio” e “vanità”, dentro un sistema pieno di ostacoli, divieti culturali e pregiudizi, che molto spesso continueranno a pesare, visto che ci troviamo in un mondo in cui se sei una donna non sfuggi al destino di essere considerata o come una ragazza da marito o come una povera zitella (a meno che tu non sia ricca). Ma sono limiti materiali e sociali che non vanno travestiti, romanzati o accettati come regole naturali. Lo spazio simbolico percorso dalle eroine di Austen, spesso anche ballando, è quello che intercorre tra necessità e libertà: proprio in questo incontro abita la verità del romanzo. Il matrimonio finale varrà da sigillo sociale di questa traiettoria di esperienza, non è l’orizzonte esclusivo della realizzazione di sé. Per questo, che sia un bene o un male, non andremo mai a un ballo – a meno di non partecipare a una rievocazione austeniana – ma da lettrici (o da lettori), continuiamo a sentire l’urgenza di felicità delle sue eroine come una tensione romanzesca e vitale che ci riguarda e ci interessa ancora così tanto.

Ci vorrà un romanzo intero per elaborare e trasformare l’arroganza con cui Darcy, al primo incontro, ha definito Elizabeth «passabile», perché Austen non rende mai attraente e desiderabile la sottomissione delle ragazze a stereotipi sessisti. La forma di romanzo dentro le quali abitano, pensano e parlano le sue protagoniste è quella della novel realista, dove trama, relazioni, ambientazione, e soprattutto punto di vista interno e esterno alle storie sono tutti livelli testuali che fanno esistere il mondo non come scenario e performance, ma come campo di esperienza; anche come occasioni di sogni, se si è giovani, o della felicità di camminare e ruzzolare da un prato, se si è ragazze; ma lo spazio narrato resta costellato da limiti prosaici, per l’appunto, resistenze e confini di classe, di ragazze che non potranno mangiare bene, chiamare un dottore, sposarsi o indossare un abito nuovo se non hanno rendite sufficienti – visto che i patrimoni vanno sempre ai maschi. Anche per questo i dialoghi dei romanzi di Austen sono così originali e importanti: perché i discorsi in società sono, in termini narrativi e drammatici, il riflettore perfetto sia della vita (e dei momenti di non essere di cui parlava Woolf), sia di come le relazioni umane siano luoghi straordinariamente comuni, cioè quotidianamente “parlati” da forme di disciplina e di repressione del desiderio e dei corpi. Se poi si tratta di corpi femminili anche di più, tant’è vero che sarebbe tempo di riconoscere a Austen il merito di aver reinventato il novel non tanto in termini generici, quanto proprio nel senso di novel d’autrice.

Come mostra la fortuna di Austen a partire dal cinema degli anni Novanta ispirato alla sua opera, il fascino pop testimoniato dalle tante forme di reinvenzione di Austen va compreso e accolto come conferma di un modello diventato immortale non solo come stile di scrittura e narrazione, ma anche come intrattenimento e perfino di consolazione. Eppure una precisazione è dovuta.

Leggendo, e spesso ridendo (perché un altro scandalo di Austen è stato quello di essere una scrittrice ironica, come svela così bene anche la ripresa creativa di Bridget Jones), non siamo mai nei territori del romance, inteso, anche nel senso più largo, come storia d’amore a lieto fine, dove incontriamo giovani donne e uomini di successo dai nomi stranieri, che agiscono in luoghi comunemente straordinari, dove tutto è immediatamente possibile e se ci si innamora o si fa sesso si confermano i clichés sessisti e eteronormativi più sfruttati. C’è posto per tutti, ma invocare Austen come modello di riferimento di questo tipo di scritture è un atto di appropriazione o attribuzione culturale e commerciale essenzialmente falso, qualche volta anche violento, e, proprio ispirandoci a Austen, dobbiamo avere il coraggio sorridente di dichiararlo, anche per non fare il gioco di chi continua a recintare Austen sugli scaffali patriarcali della letteratura “femminile”. Spazi scomodissimi, spesso anche imbarazzanti, se consideriamo che Austen è stata amata e imitata dai più grandi scrittori oltre che dalle autrici. L’importante teorico Edward Said l’ha attaccata, usando Mansfield Park come esempio di letteratura tipicamente orientata da uno sguardo coloniale; ma essere uno straordinario intellettuale non lo ha forse preservato dal pregiudizio contenutista, visto che la verità dei testi non va cercata nelle singole frasi, ma nell’esperienza formale complessiva che facciamo di un dialogo, una situazione, un mondo.

I romanzi di Austen – che leggiamo grazie al lavoro di traduttrici straordinarie (Susanna Basso, e recentemente Stella Sacchini e Elisa Bizzotto) – sono pieni di ragazze piene di risorse che talvolta possono anche rovesciarsi in pericolosi difetti: la ragionevolezza di Elinor, in Ragione e sentimento, per esempio, o la superbia di Emma, che crede a tutto quello che pensa, o la fantasia meravigliosa di Catherine, in Northanger Abbey, il romanzo scritto per primo ma pubblicato per ultimo, che si può anche intendere come il libro più bello dedicato alle lettrici, visto che la protagonista è per l’appunto una ragazza che ha letto tanti romanzi e grazie a questa esperienza incontra nuove amiche, e un amore. L’opera di Austen ha due secoli e mezzo, ma è così contemporanea perché parla anche di come la storia del romanzo moderno sia, alla prova dei fatti, una storia di generazioni e generazioni di donne che hanno letto i romanzi. Tre persone su quattro che si presentano alla cassa di una libreria, in Italia, in questo momento, sono donne. Forse anche di più quando acquistano Austen. La Lady immortale con la cuffia guarda e sorride, perché sa chi è, come aveva scritto spiritosamente in una lettera del 1815: «The most uninformed Female who ever dared to be an Authoress»: la donna più ignorante che abbia mai osato essere un’Autrice.

da Avvenire

Un messaggio audio ha confermato quello che si temeva: Narges Mohammadi, premio Nobel per la Pace divenuta uno dei simboli più conosciuti della resistenza del popolo iraniano alla tirannia, è stata picchiata prima di essere portata via a forza. Dopo un anno trascorso ai domiciliari, godendo anche di una piccola porzione di libertà, ieri l’attivista per i diritti umani è stata arrestata insieme ad altri mentre partecipava alla commemorazione dell’avvocato Khosrow Alikordi, morto a quarantacinque anni una settimana prima per un presunto malore nel suo ufficio a Mashhad, una cittadina nota come luogo di pellegrinaggio all’estremo nord-est del Paese. È stato proprio il fratello del professionista, Javad, a testimoniare in un audio che le forze di sicurezza, accorse per disperdere la manifestazione, hanno picchiato Mohammadi e altri attivisti prima di trascinarli via. Esistono fermo-immagini di alcuni video che mostrano la premio Nobel in piedi su un palco, con una giacca bianca e una gonna nera, circondata da decine di persone, mentre parla con un microfono nella mano sinistra. Della sua sorte e di quella degli altri arrestati (si conoscono i nomi di Sepideh Gholian, Hasti Amiri, Pouran Nazemi, Alieh Motalebzadeh) non si hanno dettagli: secondo il network online Iran International, sono stati trasferiti in un centro di detenzione collegato al servizio di intelligence delle Guardie Rivoluzionarie iraniane a Mashhad. Si sa anche che la folla ha intonato slogan a sostegno del principe Reza Pahlavi. L’avvocato di cui si commemorava la morte era lui stesso un ex prigioniero e difendeva diversi attivisti antiregime finiti in carcere. La morte di Alikordi ha suscitato un’ondata di sdegno e una contestazione alla versione ufficiale dell’arresto cardiaco avvenuto mentre lavorava nel suo studio. Di qui la manifestazione di ieri, alla quale la premio Nobel si è recata dopo un viaggio in auto da Teheran di diverse ore.

Narges Mohammadi, nata cinquantatré anni fa a Zanjan, nell’Iran nordoccidentale, dai primi giorni di dicembre 2024 si trovava agli arresti domiciliari per gravi problemi di salute, sorti in seguito alle torture e ai ripetuti scioperi della fame attuati nei lunghi anni di detenzione. Ingegnera fisica e giornalista, la sua battaglia per i diritti umani e delle donne in particolare è cominciata sin dall’università. Nel 1999 ha sposato il giornalista dissidente Taghi Rahmani, rifugiato in Francia dal 2012 con i due figli gemelli dopo aver scontato 14 anni di prigione. Sono stati proprio loro, Ali e Kiana, oggi dicianovenni, che Mohammadi non vede da quando erano bambini, a ritirare per suo conto il premio Nobel per la pace, assegnatole nel 2023 per la sua strenua e coraggiosa lotta per la libertà e la democrazia.

L’arresto di ieri è solo l’ultimo attacco contro di lei, una lunga odissea cominciata nel 1998, da quando ciclicamente le autorità iraniane hanno cercato di mettere a tacere la sua voce contro la pena di morte e per il diritto delle donne a non indossare il velo islamico imposto dagli ayatollah. Nel 2008, le autorità iraniane hanno chiuso con la forza il Centro per i Difensori dei Diritti Umani da lei diretto con l’altro Nobel per la pace, l’avvocata Shirin Ebadi, che vive in esilio a Londra. L’anno dopo il suo passaporto viene confiscato; nel 2011 è arrestata per il suo impegno a favore degli attivisti per i diritti umani detenuti e delle loro famiglie. Mohammadi finisce in carcere anche nel 2015, con un’altra condanna e ulteriori anni di detenzione. Nel maggio 2016 è condannata a 16 anni di carcere; rilasciata nell’ottobre 2020, torna in galera ancora una volta, pochi mesi dopo aver scritto White Torture, un atto d’accusa contro il sistema carcerario che pratica un sistema di “tortura bianca” per annientare la resistenza delle detenute: privazioni del sonno, ricatti emotivi, minacce di morte nei confronti dei figli. Il libro è stato tradotto in Italia nel 2024 da Mondadori con il titolo “Più ci rinchiudono, più diventiamo forti”.

La determinazione di questa donna è incrollabile: Mohammadi persegue la sua lotta senza sosta, sostenendo la rivolta “Donna, Vita, Libertà”. Il 12 gennaio 2022, durante un processo farsa durato cinque minuti, è condannata a otto anni e due mesi di carcere e 74 frustate. Tornata nel famigerato carcere di Evin, a Teheran, negli ultimi mesi le sue condizioni di salute si sono deteriorate per vari scioperi della fame, per la mancata assistenza medica e per le torture inflitte. Ricoverata d’urgenza per un infarto, la sua famiglia e i suoi sostenitori hanno temuto il peggio per la sua vita. Nel dicembre 2024 è tornata in libertà per ragioni mediche. Fino a ieri. Le autorità iraniane hanno ammesso di aver arrestato 39 persone, tra cui la premio Nobel, perché dopo la cerimonia di commemorazione dell’avvocato Alikordi si era formato un assembramento fuori dalla moschea e Mohammadi, con il fratello del defunto e altri attivisti avrebbero incitato la folla a cantare slogan tra cui “Morte al dittatore” e a fare «commenti provocatori tali da turbare l’ordine pubblico». I poliziotti, secondo questa versione, sono intervenuti per gestire la situazione. Due di loro sarebbero rimasti feriti. Una versione contraddetta da diversi partecipanti. Secondo lo stesso fratello di Narges, Hamidreza Mohammadi, la donna è stata «picchiata sulle gambe e afferrata per i capelli» durante l’arresto. Di lei e degli altri fermati non ci sono più notizie.

Dobbiamo risalire al 2005 per riannodare i fili della memoria e trovare il bandolo della matassa, cioè l’idea che dette origine alla rassegna teatrale Anima Mundi, la drammaturgia femminile. Ai tempi, come drammaturga, mi ero resa conto che non esisteva alcuna possibilità, nel senso di una semplice prassi, per proporre ad un teatro un proprio testo da mettere in scena, non perché il mio testo non fosse valido ma perché comunque non sarebbe stato valutato perché la prassi, appunto, era tutt’altra e complessa. Non volendo indagarne i motivi e quindi dare la stura alle solite sterili recriminazioni, pensai che, sic stantibus rebus, si poteva benissimo: fare da sé, ovvero fare da noi, autrici teatrali.

Mi consultai con alcune amiche drammaturghe di Milano e Roma che, come me, vivevano la frustrazione di non riuscire a rappresentare i nostri testi. Tutte accolsero l’idea con un ‘evviva!’ sincero e immediato. Organizzammo così un programma e chiedemmo al generoso Aleardo Caliari di ospitarci per due settimane nel suo Teatro della Memoria, in via Cucchiari. Ovviamente eravamo tutte ben consapevoli che non esistevano finanziamenti o sponsor di sorta, peraltro nemmeno ricercati vista la difficoltà dell’impresa. Un teatro scritto da donne? Figuriamoci!

Fu una ventata di energia collettiva, eravamo: Maria Cinzia Bauci, Maricla Boggio, Anna Ceravolo, Annabella Cerliani, Luciana Luppi, Camilla Migliori, Maura Pizzorno, Stefania Porrino e le attrici e gli attori che interpretavano le pièces, fra cui Marino Campanaro, Monica Nagy, Pierantonio Gallesi, Loredana Martinez…

Dal 12 al 24 aprile 2005, demmo così vita alla rassegna riscuotendo un buon successo di pubblico, attratto forse dalla novità e varietà delle pièces che spaziavano dal drammatico, al paradossale, al comico, alla rievocazione storica, alla satira. Ci raggiunse a Milano, da Genova, persino la musicista Barbara Petrucci che arrivò portandosi dietro il suo ingombrante, storico e delicatissimo clavicembalo per suonare un brano scritto da Maria Gaetana Agnesi nello spettacolo di Stefania Porrino, intitolato “Le sorelle Agnesi, la gloria del mondo, la gloria del cielo”.

A volte capitava che qualcuno del pubblico si fermasse dopo lo spettacolo per farci delle domande del tipo: qual era la differenzarispetto al teatro scritto da uomini? Come distinguerlo? Ovvio, rispondevamo, per il punto di vista che a volte completava quello maschile o, in altri casi, lo confutava come nelle pièces teatrali dedicate a celeberrime figure femminili della storia o della drammaturgia classica: Penelope, Antigone, Ofelia, Medea…, in ogni caso erano opere che “facevano la differenza”, come si dice, in scontata analogia con il principio basilare espresso dal cosiddetto femminismo della differenza nato negli anni ’70 alla Libreria delle donne di Milano.

Terminata con grande soddisfazione ma anche con un po’ di tristezza la rassegna, mi resi conto che il successo dell’iniziativa poteva incoraggiarmi a darle un seguito e a estenderla, con opportune modalità, a tutte le autrici teatrali, nel senso di un appuntamento annuale aperto a ogni regista e drammaturga italiana. Presentai il progetto all’Assessorato alla Cultura del Comune che, con fiducia, a partire dal 2008, mi permise di usufruire gratuitamente del chiostro ‘Nina Vinchi’ del Piccolo Teatro per la serata di presentazione della rassegna.

Concludendo, l’amore che le donne hanno per il teatro è sempre esistito anche se, com’è noto, solo negli anni ’70, le donne si “dettero il permesso” di scrivere e anche di dirigere opere teatrali, cioè di diventare autrici, non più personaggi descritti da uomini.

(www.libreriadelledonne.it, 12 dicembre 2025)

da RivistaStudio

È un libro per certi versi timido, L’uso della foto. Il soggetto di cui si parla sembra sempre altrove, come se volesse negarsi all’obiettivo che cerca di catturarlo, alla penna che si avvicina a descriverlo ma poi non affonda, devia, prende altre strade.

Pubblicato lo scorso mese da L’Orma Editore con traduzione di Lorenzo Flabbi, L’uso della foto è in realtà un libro di vent’anni fa che l’autrice premio Nobel Annie Ernaux ha scritto insieme al giornalista Marc Marie, suo amante per alcuni mesi. È composto da quattordici fotografie scattate fra il marzo del 2003 e il gennaio del 2004, immagini che testimoniano quel che resta dell’amore quando l’amore è stato consumato, la fragile tenerezza degli abiti abbandonati sul pavimento e delle stanze disordinate, buttate all’aria, che nessuno si preoccupa di tenere in ordine quando c’è una passione che divampa e reclama spazio. «Mi capitava spesso», scrive Ernaux in apertura, «sin dall’inizio della nostra relazione, di restare affascinata nel ritrovare al mattino la tavola non sparecchiata della sera prima, le sedie spostate, i vestiti aggrovigliati, buttati a terra alla rinfusa nel fare l’amore. Il paesaggio era ogni volta diverso. Doverlo distruggere, quando ognuno raccoglieva le proprie cose, mi stringeva il cuore. Avevo l’impressione di cancellare l’unica traccia oggettiva del nostro piacere».

Un racconto cristallizzato

Nella poetica di Ernaux la scrittura è un tentativo di illuminare il passato e offrirgli un senso nuovo. Tutti i suoi lavori sono autobiografici, molti si concentrano sugli anni della giovinezza e sono stati scritti a decenni di distanza dai fatti narrati, ma qui manca un elemento cardine: non c’è il filtro della memoria. L’uso della foto è stato scritto in presa diretta, spinto più dall’urgenza di cristallizzare il presente che dal desiderio di osservare con sguardo inedito, ermeneutico, i fatti già trascorsi.

Ciascuna delle quattordici immagini – una selezione operata su una quarantina di fotografie – è corredata da una descrizione di Ernaux e una di Marie, che raccontano cos’è accaduto subito prima e subito dopo, il contesto in cui è stata scattata, le stanze d’albergo, i ristoranti dove avevano appena cenato o la scomodità di certi stivaletti difficili da slacciare, che arrivano a ricordare le loro infanzie, le famiglie d’origine, i grandi magazzini dove era stato acquistato, coi saldi, un reggiseno di pizzo colorato.

L’uso della foto è anche, di fatto, un gioco tra amanti: Ernaux e Marie scrivevano da soli, senza far leggere nulla all’altro e domandandosi spesso «Cosa starà scrivendo di me?». Colgono elementi differenti della medesima scena, e nel tentativo di comporre un’opera unitaria non fanno che esplicitare la distanza irriducibile che sempre resiste fra due esseri umani, anche quando a unirli c’è una passione sbocciata da poco.

Libri politici e discreti

Ernaux ha esplorato spesso il sentimento amoroso. In Passione semplice, Un ragazzo, Perdersi, che a differenza di L’uso della foto non sono affatto libri timidi, Ernaux ausculta i palpiti del proprio cuore, ogni minima angoscia o effimero entusiasmo, e squaderna sotto gli occhi dei lettori la propria radiografia emotiva. Qui, invece, di sentimenti non si parla quasi mai – solo alcuni accenni alla ex compagna di lui, qualche vaga gelosia, niente di più. Questo è un libro che parla di corpi – e noi possiamo solo immaginarli, avviluppati e felici nella cornice esclusa dall’inquadratura, mentre fanno l’amore, perché di fatto non si mostrano mai. Neanche una mano, neppure la rotondità di un fianco. Al loro posto, solo gli indumenti che portano ancora le impronte di chi li abitava poco prima. I vestitini leggeri di lei, o i pantaloni di tessuto grezzo di lui, sono i testimoni più fedeli del momento in cui i corpi, vivi e appassionati, sono esplosi di desiderio: è successo davvero, sembrano dirci le fotografie, questo è quello che resta.

Quei reggiseni svuotati che compaiono spesso in primo piano, all’apice della montagnetta di abiti, rimandano però al vero, nascosto, protagonista del libro: il cancro. Mentre Ernaux scrive, fotografa e si gode la sua storia d’amore con Marie, è infatti in cura per un tumore al seno. Quando i due escono a cena per la prima volta lei glielo dice subito, come se volesse testare la tenuta del suo desiderio, che dovrà essere più forte di tutto, anche del timore della morte. «Ho un cancro», gli dice, e, subito dopo, «Vorrei andare a Venezia con te».

Non c’è retorica nel modo in cui Ernaux e Marie parlano della malattia: «Ti sei fatta venire il cancro solo per poterne scrivere», le dice lui. Il corpo malato non viene taciuto, né edulcorato, si racconta per quello che è: interamente glabro, dall’incarnato cereo, il capo protetto da una parrucca, attraversato da un sistema di tubi e sacche per la chemio, marchiato da un catetere sotto la clavicola, il capezzolo bruciato dalla radioterapia.

Credo che l’aspetto più potente della scrittura di Ernaux sia il fatto di essere profondamente politica senza mai dichiararlo, senza redigere manifesti. È così nella Donna gelata, che di fatto è un’introduzione al femminismo, in Memorie di ragazza, dove si tematizza il consenso, nell’Evento, dove il diritto all’aborto diventa battaglia sociale e di genere, in Una donna e Il posto, che dietro ai racconti sui genitori nascondono una profonda riflessione sull’identità di classe. Nell’Uso della foto è il corpo malato a prendersi lo spazio, un corpo femminile che, segnato dalla malattia ma anche dall’età – quando scrive, Ernaux ha sessantatré anni –, reclama il proprio desiderio, il proprio piacere, con la medesima sicura pacatezza con cui rivendicherebbe l’ossigeno per respirare, o il cibo di cui nutrirsi. Non fa mai chiasso, la scrittura di Ernaux, ma è raro che indietreggi. «In Francia», scrive, «l’11 per cento delle donne ha avuto o ha un cancro al seno. Più di tre milioni di donne. Tre milioni di seni suturati, scannerizzati, marcati da disegni rossi e blu, irradiati, ricostruiti, nascosti sotto camicette e t-shirt, invisibili. Bisognerà pure osare mostrarli un giorno, in effetti. [Scrivere del mio, fa parte di questo svelamento]».

La fotografia come testimonianza

Per André Bazin la fotografia nasce dall’esigenza di sottrarre la vita alla morte conservandone una testimonianza, una traccia luminosa su pellicola che resista allo scorrere del tempo: questa cosa è successa, dicono le fotografie, questa persona è esistita su questa terra. Roland Barthes, dopo di lui, ha invece esplicitato il paradosso intrinseco al medium fotografico. Se da un lato certifica l’esistenza dell’oggetto immortalato, dall’altro rappresenta la prova irrefutabile che quel momento è andato, perduto per sempre, in fin dei conti anch’esso defunto: «Ciò che la fotografia riproduce all’infinito è un evento che non si ripeterà mai più». Ogni scatto è perciò anche un memento mori: attesta la presenza di un pezzo di realtà che porta dentro di sé le condizioni della sua stessa mortalità, che presto o tardi si farà assenza e figura fantasmatica. «È come una perdita che stia guadagnando velocità», scrive Ernaux, «Invece di frenarla, la moltiplicazione delle immagini dà la sensazione di scavarne ancora di più il vuoto».

Nell’Uso della foto l’autrice, con la complicità del suo amante, intreccia un dialogo con la morte – che non si può scrivere, né fotografare – a partire dalla posizione liminare del suo corpo malato e desiderante, che si nega all’obiettivo ed è combattuto tra due istanze: da un lato il pensiero stesso della morte, dall’altro il richiamo inesorabile del piacere. Fra i due, lo spazio della vita che ancora rimane, e che si fa arte: «Se, in una forma o in un’altra, l’ombra del nulla non aleggia sulla scrittura, allora non c’è niente che possa valere davvero all’uso dei viventi».

Il ciclo di quattro puntate intitolato “Paternità nella crisi del patriarcato”, in onda all’interno di Uomini e Profeti su Rai Radio 3 (e disponibile su RaiPlaySound), secondo me che ne ho fatto un ascolto partecipato e appassionato, propone una riflessione importante sulla soggettività, le relazioni e le trasformazioni contemporanee del maschile. Il filosofo e psicoanalista junghiano Romano Madera affronta il tema della paternità, della differenza e del femminismo partendo dalla propria esperienza personale.

Il titolo della prima puntata, “Cominciare da sé ma non finire con sé”, citazione di Martin Buber, riassume bene il centro del discorso: partire da sé, ma per aprirsi all’altro. L’esperienza soggettiva non è un punto d’arrivo, bensì una porta d’accesso alla relazione.

Madera evoca il rapporto con il proprio padre e la scoperta del limite, cercando di capire cosa significhi essere uomo oggi, dopo il tramonto del patriarcato tradizionale. “Partire da sé” non è un atto narcisistico, ma una presa di parola che si radica nel vissuto per entrare in dialogo con l’altro.

La sua riflessione si muove tra personale e politico, tra introspezione e storia collettiva. Riconosce il debito verso il femminismo che ha costretto gli uomini a guardarsi allo specchio e a fare i conti con il proprio privilegio e con la perdita di un’identità ormai in crisi. Per Madera il femminismo è una vera rivoluzione antropologica: ha decostruito la presunta “naturalità” del potere maschile e ha aperto nuove domande sul desiderio, sul potere e sull’ascolto delle voci rimaste a lungo inascoltate.

Uno dei nodi centrali del suo discorso è il misconoscimento maschile: molti uomini faticano a riconoscere lo sguardo femminile, non per cattiva volontà, ma perché abituati a considerarsi la misura del mondo. Le donne, invece, hanno dovuto esercitare uno sguardo doppio – su di sé e sull’altro – sviluppando una consapevolezza più complessa. Questo squilibrio è una delle eredità più tenaci del patriarcato.

Madera distingue, in linea con il pensiero femminista non paritario, tra emancipazione e liberazione. La prima riguarda l’accesso a diritti e spazi all’interno di un sistema dato; la seconda implica una trasformazione più profonda del modo di pensare, di sentire e di desiderare. Le donne hanno spinto questo processo fino in fondo; molti uomini, invece, si fermano all’emancipazione concessa, senza mettere in discussione i modelli di potere e competizione che li imprigionano.

Per cambiare davvero le relazioni tra uomini e donne, occorre che gli uomini imparino a sopportare la vulnerabilità e la differenza: non a imitare le donne, ma a entrare in relazione con loro senza paura e senza dominio.

Un altro tema cruciale è quello del desiderio. Desiderare non è mai un atto libero: è plasmato da aspettative e norme sociali. Gli uomini sono stati educati a desiderare potere e successo, le donne cura e riconoscimento. Entrambi i ruoli sono gabbie. “Partire da sé” significa interrogare il proprio desiderio, scoprire come si è formato e decidere se seguirlo o trasformarlo. Il cambiamento autentico, ricorda Madera, non passa solo per le leggi o le istituzioni, ma attraverso un lavoro simbolico e affettivo su di sé.

La riflessione tocca poi le trasformazioni della famiglia e del lavoro. Il modello patriarcale del padre autoritario e della madre dedita è in crisi, ma non ancora sostituito da un ordine più giusto. Le donne lavorano, ma la cura domestica resta in gran parte sulle loro spalle. Gli uomini che provano ad assumersi queste responsabilità incontrano ancora resistenze culturali: il mondo del lavoro e le aspettative sociali restano modellati sull’idea dell’uomo “senza legami”.

Madera invita a immaginare nuove forme di paternità e maschilità, dove la cura diventi un gesto di libertà condivisa e non un dovere; la casa, il lavoro e la famiglia diventano così spazi politici, luoghi in cui si decide il senso stesso della libertà.

La conclusione del ciclo ribadisce che la liberazione resta il compito ancora aperto: non solo per le donne, ma anche per gli uomini, chiamati a ridefinire il proprio immaginario, il desiderio e la funzione paterna.

Il conduttore non propone ricette, ma apre domande decisive: che cosa resta del sé dopo aver incontrato davvero l’altro? Come si può amare, lavorare e crescere figli senza riprodurre gli schemi del potere?