Messaggio e-mail a pacifiste e pacifisti italiani

Cari amici,

Ho notato che molti di voi si sono persi questa storia incredibile, quindi sento il dovere di condividerla e fornire alcune conferme, visto che non tutti credono che una cosa del genere possa accadere in Polonia.

Pare che nell’estate del 2024, durante lo scarico di un treno carico di equipaggiamento militare su un binario secondario a Mosty, vicino a Szczecin [Stettino], i soldati non abbiano completamente disimballato tutto il carico. Di conseguenza, alcune mine anticarro sono rimaste nel vagone e sono state inviate per errore al magazzino IKEA. La maggior parte delle mine di questo tipo pesa tra gli 8 e i 15 kg, con gran parte del peso costituito da cariche esplosive progettate per colpire veicoli militari pesanti come carri armati e mezzi blindati.

Secondo i media, almeno alcune decine di mine anticarro hanno viaggiato per un po’ in Polonia prima di essere scoperte, per caso, in un magazzino IKEA dove erano state consegnate. La situazione è venuta alla luce quando IKEA ha contattato il personale militare per chiedere quando qualcuno sarebbe venuto a ritirare le loro mine.

Sembra che una terza guerra mondiale per errore – o per pura negligenza – sia sempre più vicina.

Per rassicurarvi che questo livello di negligenza non è un caso isolato, vorrei sottolineare che incidenti simili si verificano anche nelle forze armate della nostra regione. Ci sono molte storie tragicomiche che coinvolgono le forze armate di Bielorussia, Russia e Ucraina (e anche di altri Paesi).

Link al caso:

https://www.politico.eu/article/poland-general-fired-after-missing-anti-tank-mines-were-found-in-ikea

https://wiadomosci.wp.pl/general-odwolany-bo-mu-sie-miny-zgubily-miny-przeciwczolgowe-7112435853499104a

E dato che apprezzo l’umorismo nero in situazioni del genere, vi mando anche una vignetta divertente che i polacchi hanno condiviso sui social media, così potete sorridere anche voi.

La vignetta dice: «Non importa di chi è la colpa. Guarda questa bellissima mina anticarro», con il logo di IKEA e il prezzo. Davvero un bel senso dell’umorismo, non trovate?

Cordiali saluti, Olga Karatch

(messaggio e-mail a pacifiste e pacifisti italiani, 25 febbraio 2025)

(*) pacifista bielorussa, fondatrice di Our House, candidata al premio Nobel per la pace 2024.

APPELLO DI OLTRE 200 EBREE ED EBREI ITALIANI

NO ALLA PULIZIA ETNICA!

Oltre 200 ebree ed ebrei italiani hanno firmato un appello pubblico contro la deportazione dei palestinesi proposta da Trump e contro le violenze israeliane a Gaza e in Cisgiordania, chiedendo al governo italiano di non rendersi più complice di queste azioni.

L’iniziativa riprende i temi di un analogo appello promosso da ebree ed ebrei statunitensi, che ha già raccolto migliaia di adesioni, tra cui quelle di trecentocinquanta rabbini.

Promotori dell’appello italiano sono L3a – Laboratorio Ebraico Antirazzista e Mai Indifferenti – Voci ebraiche per la pace, due reti che si battono per una giusta pace in Medio Oriente, in opposizione alle politiche di segregazione e occupazione in Palestina, e contro l’antisemitismo e ogni forma di razzismo presente all’interno delle nostre società.

Molte persone che non appartengono ai due gruppi hanno aderito condividendo lo spirito dell’iniziativa.

Questo il testo dell’appello, che uscirà il 26 febbraio sui quotidiani Repubblica e Manifesto:

Trump vuole espellere i palestinesi da Gaza.

Intanto in Cisgiordania prosegue la violenza del governo e dei coloni israeliani.

Ebree ed ebrei italiani dicono:

NO alla pulizia etnica!

L’Italia non sia complice.

Ulteriori adesioni verranno raccolte tramite il sito https://nopuliziaetnica.org/ al link https://nopuliziaetnica.org/sottoscrivi/ .

(Comunicato Stampa, 24 febbraio 2025)

da L’Altravoce il Quotidiano

Ci sono libri di profonda sapienza femminile, come l’ultimo della teologa e suora domenicana Antonietta Potente In Amorosa Fedeltà – Leggere e trasmettere le Scritture, edito Paoline, che vanno letti lentamente, ascoltati, meditati prima di poterne scrivere qualcosa. Un libro scritto con affetto, a partire dalla propria esperienza, sulle Scritture ebraicocristiane – il termine è scritto volutamente tutto attaccato perché «le scritture ebraiche hanno fatto nascere quelle cristiane […], e il cristianesimo esiste grazie all’ebraismo». Un libro che non ha capitoli ma temi sparsi e che l’autrice non vuole venga classificato tra i libri esegetici, commentari e riflessivi su alcuni testi biblici. Il tema principale non sono le Scritture in quanto oggetto di studio, ma l’esperienza delle parole scritte e tramandate da secoli. Scrive non «per convincere qualcuno riguardo a una via da seguire» o per «difendere una trasmissione orale e scritta come l’unica tradizione possibile, e soprattutto, non per evangelizzare» ma perché in questo momento storico «c’è grande confusione su ciò che è tradizione e molta ignoranza sulle Scritture». Scritture che vanno schiodate dalle “pareti della storia” e le loro parole rese vive, prendendo ciò che serve per vivere (poesia, passione per la verità, bellezza, ispirazioni e visioni) e lasciando andare ciò che è contro la vita (guerre, violenza, patriarcato, esclusione). Esse appartengono a tutta l’umanità e se non si leggono è per l’errore delle religioni ebraica e cristiana che se ne sono appropriate «pensando di dire tutto di essi senza permettere che altre e altri li possano toccare». Come ricollocare questi testi […] nel mondo di oggi, come suscitare un interesse non per fare proselitismo, ma per il gusto della bellezza e del Mistero? Perché non fare delle Scritture un dono e una ricchezza della cultura universale? Perché chi fa studi classici dedica ore a studiare la letteratura della Grecia antica con tutti i suoi miti e non sa niente o poco dei testi biblici? «Nessuno è proprietario delle Scritture» e si possono comprendere solo «guardando la vita» e imparando a considerarli «non tanto come sacri e proprietà delle religioni» ma come «tradizione letteraria di differenti popoli», come «storia umana» con le sue contraddizioni e le «interpretazioni che talvolta facciamo di lei». A ogni pagina del libro, l’autrice ci esorta a leggere lentamente, ci chiede ascolto e ci lascia pagine in bianco per meditare e aggiungere ai suoi pensieri i nostri, perché «è così che la Scrittura “cresce” con chi legge o l’ascolta». La seguiamo nella volontà di trovare in quei testi «il filo del legame ancestrale con l’origine materna e allo stesso tempo divina» che con abilità i biblisti e coloro che li hanno seguiti nei secoli hanno cancellato, «instaurando un nuovo legame, quello con il padre e solo con il padre», come anche nel racconto della parabola del figliol prodigo «dove tutto gira attorno alla figura paterna e a quella di due figli maschi. La casa oltre che un luogo è un simbolico materno. Ma la madre non c’è». Tutto delle Scritture ha origine da una lunga tradizione orale che prima di essere scritta passa «di bocca in bocca», «di orecchio in orecchio». Fatti, esperienze, fiabe, visioni, detti, ascoltati e narrati «secondo punti di vista e modi di sentire la vita così diversi tra loro». Una tradizione simile a quella che «la gente comune crea di nonna in madre e figlia o figlio. La nonna ha detto qualcosa alla madre che lei, a sua volta, racconta alla figlia o al figlio», come certamente Maria che, per prima, racconta a Gesù le sue parabole, nate dalle leggende ebraiche. L’invito finale è di «restare in piedi» per respirare dalle Scritture la vita e il Mistero che la abita. Un libro profondo, da leggere più che raccontare.

(L’Altravoce il Quotidiano, rubrica “Io Donna”, 22 febbraio 2025. L’Altravoce il Quotidiano è il Quotidiano del Sud che ha cambiato nome)

da la Repubblica

Se non sei padrone della tua lingua non sei in grado di imparare le altre. Lo diceva Cesare Segre, uno dei più grandi critici letterari e linguisti del Novecento, per intendere che la nostra lingua madre custodisce la nostra identità e visione del mondo. Insomma è la nostra prima patria.

E proprio questo lo spirito che anima la Giornata internazionale della Lingua madre che si celebra oggi. A istituirla nel 1999 fu l’Unesco per commemorare i drammatici moti del 21 febbraio 1952 a Dacca, capitale dell’attuale Bangladesh, dove molti studenti furono colpiti e uccisi dalla polizia mentre manifestavano per il riconoscimento della loro lingua, il bengalese, come una delle due lingue nazionali del Pakistan.

L’iniziativa dell’organizzazione culturale delle Nazioni Unite è un segnale importante soprattutto in un tempo come il nostro in cui molti pensano che conoscere l’inglese sia quasi quasi più importante che conoscere l’italiano. Nulla di più falso. È ovvio che la conoscenza delle lingue straniere è fondamentale nel nostro mondo globale e interconnesso. Ma i nostri ragazzi non domineranno mai né l’inglese né il cinese, se non possiedono il nostro idioma.

Perché le idee e i pensieri, per essere ben tradotti devono essere compresi e formulati correttamente da chi parla. Che è il contrario di quel che succede oggi visto che una percentuale sempre maggiore di connazionali non riesce a comprendere il significato di ciò che legge nella nostra lingua. Figuriamoci in un’altra. La verità è che i limiti del nostro linguaggio sono i limiti del nostro mondo.

E l’idioma nel quale nasciamo è la nostra fabbrica della realtà. Il luogo di formazione del nostro patrimonio di giudizi, valori. competenze e sentimenti. Se perdiamo questa ricchezza non diventeremo certo poliglotti, ma apolici.

Stranieri anche a sé stessi. Che vagano per le vie di Babele. Senza nemmeno sapere a che santo votarsi.

da Centro Riforma dello Stato

Il nuovo asse Trump-Putin, l’umiliazione dell’Ucraina, la triplice sconfitta del fronte bellicista europeo. Terremotato il sistema di alleanze che ha sorretto l’Occidente nel secolo scorso e archiviata l’agenda neocon che ha orientato la politica estera statunitense in questo, il vecchio continente paga il prezzo economico, politico e geopolitico più salato, nella cecità inguaribile della sua classe dirigente.

Com’era largamente prevedibile, Donald Trump ha preso in mano il dossier della guerra d’Ucraina per gestirlo a modo suo, cioè con pugno autocratico e imperiale, rivolgendosi unicamente all’altro autocrate imperiale della situazione, Vladimir Putin, e schiacciando sotto il tacco l’Ucraina, cioè la vittima dell’aggressione russa fin qui “protetta” – o usata – dagli Stati uniti ma oggi chiamata a saldare i debiti col protettore firmando un contratto capestro e destituendo il suo presidente Volodymyr Zelensky, per tre anni esibito dal protettore e dai suoi alleati nei summit internazionali e nei festival del cinema come il simbolo immacolato della democrazia sotto attacco ma oggi scaricato da Trump come “comico mediocre” e “dittatore non eletto” colpevole di aver voluto lui la guerra. E con l’Ucraina e Zelensky finisce nel cestino della storia l’Europa, fin qui partner fedelissimo degli Stati Uniti nella difesa del paese aggredito e nella crociata della democrazia contro l’autocrazia. Ci fosse in giro un briciolo, solo un briciolo, di onestà intellettuale, il fronte atlantista di centrodestra e di centrosinistra che ha deciso e gestito per tre anni, negli USA e in Europa, la risposta occidentale all’aggressione russa dovrebbe quanto meno ammettere una

sonora e triplice sconfitta: sul piano ideologico, sul piano geopolitico globale, sul piano dei rapporti fra le due sponde dell’Atlantico.

Sul piano ideologico, perché a Trump, campione in casa propria della demolizione della democrazia liberale, di fare la guerra in nome della democrazia importa meno di zero: per lui le guerre si fanno e si chiudono sulla base di convenienze e contrattazioni economiche, non di crociate ideali o morali. Sul piano geopolitico globale, perché se è vero che la mossa di Putin del 2022 non mirava tanto o soltanto alla conquista dell’Ucraina quanto alla riconquista di un ruolo nella ridefinizione dell’ordine mondiale, Trump – diversamente da Biden e dai suoi alleati europei, arroccati a difesa dell’assetto unipolare nato dalla fine della Guerra fredda – accetta la sfida di Putin, ritenendo di avere lui stesso qualcosa da guadagnarci, che si tratti dell’accesso alle terre rare in Ucraina o in Groenlandia, di una riesumazione delle sfere d’influenza o di un rilancio del primato americano sulla base neo-tecnologica fornita dalla Silicon Valley. Sul piano delle relazioni transatlantiche, perché il sodalizio fra USA ed Europa, apparentemente rafforzato sotto la presidenza di Biden ma in realtà programmaticamente indebolito dalla conduzione americana della guerra d’Ucraina, è stato fatto a pezzi in quattro e quattr’otto da Trump e dal suo vice, come un ferrovecchio novecentesco ormai desueto e inutilizzabile nello scenario del terzo millennio.

Detto in altri termini, e sempre giocando con il numero tre. Delle tre guerre che fin dall’inizio si sono combattute sul suolo ucraino, la prima, quella territoriale fra Russia e Ucraina, ha tuttora un esito incerto, appeso al negoziato appena aperto, ma di certo vede – per tacere delle vittime che gridano vendetta da ambo le parti – una Ucraina sconfitta militarmente e devastata sul piano economico e demografico, con Zelensky destinato a essere sacrificato, e una Russia contenuta nelle sue mire espansioniste ma con Putin saldamente in sella, a onta delle scommesse occidentali della prima ora sul crollo del suo regime. La seconda, ovvero la guerra per procura fra la Russia e gli Stati Uniti che nel disegno americano puntava all’implosione della Russia e all’indebolimento dell’Europa (e segnatamente della Germania), approda con una sorprendente giravolta all’intesa fra Putin e Trump. ma lascia sul campo un’Europa sconfitta, isolata e indebolita, con costi economici enormi da smaltire, un sistema di sicurezza da reinventare, un baricentro spostato verso Est e – soprattutto – un asse politico spostato nettamente a destra. La terza, ovvero la guerra per la ridefinizione dell’ordine mondiale, vede un successo quantomeno momentaneo della Russia, che riconquista un posto nel club dei grandi e torna a essere riconosciuta dagli Stati Uniti come interlocutore, almeno fino a quando questo inedito sodalizio farà comodo a Trump per scongiurare quello fra la Russia e la Cina e a Putin per demolire quello fra gli Stati Uniti e l’Europa.

Nell’incertezza dei tempi che si aprono ci sono dunque due dati incontrovertibili con cui fare i conti. Il primo è la marginalizzazione geopolitica e la crisi economica e politica dell’Europa. Il secondo è la patente sconfitta del paradigma della guerra condotta in nome della democrazia contro l’autocrazia, che si risolve nella vittoria sulla democrazia non di uno ma di due autocrati, uno, Putin, esterno al fronte democratico occidentale, l’altro, Trump, partorito dal suo interno. Sono due dati strettamente connessi, eppure sono in pochi quelli che sembrano in grado di metterli insieme e di trarne qualche conseguenza autocritica.

Più facile è oggi, per il fronte democratico-progressista europeo sotto schiaffo, denunciare l’accelerazione verso il peggio innescata dall’avvento della presidenza Trump e lamentare l’ingerenza indebita di J.D. Vance nella politica europea. Ma Trump, Vance e Musk non sono tre alieni piovuti dal cielo: sono il frutto perverso ma non inspiegabile di una deriva di crisi inesorabile che ha eroso in profondità i fondamentali della democrazia statunitense, non per caso nello stesso arco di tempo in cui essa, troppo sicura del proprio primato, si è armata e ha chiamato i propri alleati ad armarsi contro tutti i regimi politici e le forme di vita non conformi al modello occidentale.

Né l’accelerazione trumpiana può far dimenticare che è stato l’allineamento supino agli USA di Biden a condannare la UE al suicidio politico: con l’adesione incondizionata alla narrativa americana della guerra d’Ucraina in stridente contrasto con gli interessi europei; con l’identificazione incondizionata con Kiev assunta a paradigma della democrazia; con la condivisione di un paradigma semplificato di interpretazione del mondo – democrazia vs autocrazia – dimentico della complessità del Novecento europeo; con la sostituzione del linguaggio della politica con quello delle armi. E di conseguenza, con la rinuncia a quel ruolo di mediazione politica del conflitto che oggi i leader europei reclamano fuori tempo massimo elemosinando un posto al tavolo delle trattative di pace. Il tutto – a proposito di democrazia – mentre qualunque voce critica veniva messa al bando, e la bandiera della contrarietà alla guerra veniva regalata a formazioni di estrema destra come la Lega in Italia e AfD in Germania.

Di fronte a questa débâcle, che a sua volta porta al pettine molti nodi irrisolti della costruzione europea, e di fronte al radicale cambio di paradigma delle relazioni internazionali innescato dal ciclone-Trump, è disperante la povertà della reazione della classe dirigente europea in preda al panico per la perdita della garanzia dell’ombrello militare americano. Una reazione tutta incentrata al peggio sull’ossessione per la sicurezza e sull’urgenza del riarmo, come nel vertice parigino improvvisato da Macron, al meglio su un improbabile recupero di competitività e sull’invocazione di un ancor più improbabile stato unitario europeo, come nell’ultimo discorso di Mario Draghi.

Ma prima o poi bisognerà pur ricominciare a parlare di politica, su questa e sull’altra sponda dell’Atlantico. Nel cambio di paradigma azionato da Trump non c’è solo la svolta di 180 gradi rispetto al sistema di alleanze novecentesco degli Stati Uniti. C’è anche l’archiviazione dell’agenda neocon che ha dominato la politica estera statunitense dal 2001 in poi, con la sua giaculatoria dello scontro di civiltà fra la democrazia occidentale e, a turno, il terrorismo internazionale, i fondamentalismi, le dittature, le autocrazie. Un’agenda dalla quale le presidenze democratiche non sono riuscite a emanciparsi, e che ha fornito il quadro di riferimento per l’intervento degli Stati Uniti sulla scena ucraina fin dai fatti del 2014. Inquieta che questa agenda venga archiviata da Trump e non da sinistra come sarebbe stato auspicabile, ma si può sperare che la sua archiviazione liberi qualche energia sia nella sinistra minoritaria statunitense che non l’ha mai condivisa, sia fra i Dem che l’hanno dissennatamente fatta propria.

Quanto all’Europa, la débâcle del fronte bellicista e l’avvento del nuovo asse autocratico romperanno inevitabilmente l’unità soffocante del mainstream politico e mediatico che ha tenuto banco negli ultimi tre anni, e porterà inevitabilmente allo scoperto i conflitti fin qui oscurati dallo zelo per la guerra. Due su tutti: quello fra le nuove destre radicali e il campo che dovrebbe contrastarle, un conflitto che comincia già a dividere chi salta e chi non salta sul carro di Trump. E quello, ben più radicato nella storia di lungo periodo, fra Europa occidentale ed Europa centro-orientale, una faglia che la guerra d’Ucraina ha ricomposto solo in superficie ma che dalla guerra esce in realtà approfondita, e che sottostà allo spostamento a destra degli equilibri politici dell’intera Unione. Chi ha davvero a cuore le sorti della democrazia europea non può che scommettere sulla agibilità pacifica e sulla potenziale generatività di queste contraddizioni, scongiurando la possibilità che soprattutto la faglia Est-Ovest inneschi una nuova deriva di guerra, questa volta fra europei secondo il codice genetico del Vecchio continente. Sul campo sacrificale dell’Ucraina restano pur sempre troppi soldi e troppe armi fuori controllo.

da Le parole e le cose

Nei suoi primi lavori si è occupata di Platone e Locke e la sua formazione filosofica è passata per la partecipazione al gruppo di ricerca sui concetti politici fondato dal professor Giuseppe Duso presso l’Università di Padova. In seguito è stata fondatrice, assieme a Luisa Muraro, della comunità filosofica Diotima di Verona. Ricostruirebbe questo passaggio dall’inizio della sua formazione filosofica a Padova all’apertura dell’orizzonte della differenza sessuale a Verona?

Cavarero: Padova per me è stata molto formativa come esperienza. Innanzitutto, perché ho imparato a leggere i classici con rigore, possibilmente in lingua originale. Mi sono formata con impegno, studiando sodo. Ho partecipato al gruppo di ricerca sui concetti politici con Duso ed altri, tra cui anche Pierangelo Schiera, che ci raggiungeva da Trento. Ho beneficiato particolarmente della sua presenza perché ci indicava testi fondamentali come quelli di Schmitt – ovviamente – ma anche di Hobbes, Locke, Rousseau, Hegel… Ma sin dall’inizio ciò che studiavo di più era Platone, sotto la guida di Franco Chiereghin. Ho conosciuto Hannah Arendt approcciandola come critica della filosofia platonica. Al tempo Arendt era davvero poco nota ma la profondità della sua lettura di Platone ha catturato da subito il mio interesse. Così ho scoperto la sua genialità, che mi ha spinto a leggere praticamente tutta la sua produzione. Alcuni testi non erano tradotti in italiano o erano difficili da reperire. Infatti, riuscii a trovare e leggere in italiano – se non ricordo male – solo Le origini del totalitarismo e Vita activa, il resto lo lessi in inglese. Da allora non l’ho più abbandonata poiché reputo che il suo pensiero offra una metodologia di indagine e di scrittura che è assolutamente originale. Per farsi un’idea, basti pensare che lei – in quell’epoca molto polarizzata tra tendenze marxiste e tendenze liberali (o cattoliche, soprattutto in Italia) – era stata in grado di elaborare una posizione autonoma e critica nei confronti di entrambe. Si tratta pertanto di un pensiero in grado di resistere alle polarizzazioni ideologiche. Al tempo trovai che quella di porre al centro della riflessione politica la categoria di nascita, così come la morte al centro della metafisica, fosse un’indicazione davvero preziosa. Mi sono poi trasferita a Verona semplicemente per comodità personale perché abitavo lì, avevo un bambino e quindi mi pesava molto questa pendolarità. A Verona ho incontrato Luisa Muraro, che era già una femminista di punta e aveva tradotto Irigaray del cui pensiero, perciò, aveva una buonissima conoscenza. Parlando con lei mi sono convinta che la differenza sessuale fosse un tema estremamente innovativo, se non eversivo. L’assunzione di questo problema centrale ha comportato, nella tradizione femminista, un lavoro di critica al patriarcato: la cosiddetta decostruzione. Questa operazione mi risultava abbastanza facile, perché se si conosce bene il testo della tradizione – non solo per sentito dire o di seconda mano, ma si frequentano direttamente i testi di Hegel, di Platone, di Aristotele – farne poi la decostruzione critica diventa molto più agevole. Sapevo come muovermi nei testi per individuare i punti deboli nella loro tessitura, riuscivo a comprendere dov’era celata una lacerazione o dove la logica conduceva ad un’aporia. Quindi abbiamo fondato Diotima che consisteva, da un lato, nella decostruzione del testo occidentale (ripeto, questa era la parte più facile) e, dall’altro, intendeva rispondere all’invito di Irigaray per cui la differenza sessuale è ciò che la nostra epoca ha da pensare. Così, si è cominciato a discutere in gruppo, a scrivere, e ne è nato il primo libro pubblicato per La tartaruga1, ovvero Diotima. Il pensiero della differenza sessuale, nel quale il mio contributo era quello maggiormente teoretico.

Da cosa è scaturita l’idea della sua ultima pubblicazione, scritta con Olivia Guaraldo: Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa)?

Cavarero: L’idea nasce sulla base di una proposta di Mondadori. Mi hanno contattata chiedendomi di scrivere un libro sul femminismo in grado di fare chiarezza sul vocabolario che circola attualmente, spesso in modo molto confuso e concettualmente non fondato. Mi riferisco al linguaggio che ruota intorno a categorie come gender, transgender, intersex, fluidity, nonbinary… La parola gender viene utilizzata in maniera completamente diversa, da un lato, da coloro che fanno studi di genere o dalla comunità LGBTQIA+ e, dall’altro, da coloro che contrastano ideologicamente questo tipo di impostazioni come le forze neocattoliche e conservatrici. Avendo altri lavori in corso, mi sono avvalsa della collaborazione di Olivia Guaraldo che è stata, diciamo, una mia allieva e ora è professoressa ordinaria di filosofia politica a Verona. Olivia, come me, ha sempre studiato il femminismo e Hannah Arendt, del cui pensiero è una specialista. È stata una grande scommessa perché lo abbiamo scritto veramente a quattro mani: io facevo un pezzo, lei faceva un pezzo, poi ce lo scambiavamo e ognuna correggeva lo scritto dell’altra, cancellava e aggiungeva. Questo processo è stato naturalmente accompagnato da molte discussioni e mi ritengo soddisfatta del risultato. Certo, come tutti i testi è imperfetto, però è la nostra proposta. Insomma, il fine del testo è fare chiarezza sul linguaggio che circola, sui concetti che lo organizzano, tentando anche di spiegare posizioni che spesso vengono fraintese come quella di Judith Butler. I fraintendimenti derivano dal fatto che i testi di Butler sono molto difficili, per cui mi sembra che molti e molte di quelli che citano Butler non l’abbiano compresa fino in fondo. La sua scrittura è molto complessa e bisogna fare la fatica di seguire il suo ragionamento che si sviluppa attraverso tutta una serie di interrogativi, servendosi di un linguaggio molto articolato, quasi contorto. Per queste ragioni, abbiamo fatto anche un capitolo su Butler, cercando di fare chiarezza. L’idea, dunque, è stata in primo luogo della casa editrice, anche se io, Olivia e altre studiose pensavamo da tempo fosse necessario un intervento di chiarificazione del lessico femminista contemporaneo e degli equivoci a cui si espone. A noi che abbiamo seguito tutta la vicenda fin dagli albori e che conosciamo il panorama americano, internazionale, europeo, italiano, risultava insopportabile il livello di confusione nell’uso del vocabolario inerente al genere. Si pensi a quando le forze neocattoliche conservatrici hanno inventato la fantomatica “teoria gender”. Non esiste alcuna “teoria gender”, esistono gli studi di genere. La teoria gender è un’invenzione polemica.

Quali punti di continuità e di discontinuità possono esserci fra il suo pensiero e la prospettiva di Judith Butler? Ha parlato di una “radice filosofica” del pensiero di Butler che sarebbe in qualche modo venuta meno nella circolazione contemporanea del pensiero dell’autrice. Che cosa intende?

Cavarero: Judith Butler ha ottenuto il dottorato di ricerca all’Università di Yale, terminandolo con una dissertazione su Hegel. Inoltre, durante il dottorato ha avuto l’opportunità di soggiornare per un anno ad Heidelberg in Germania, dove ha potuto approfondire maggiormente il pensiero dell’autore. Questo denso percorso di formazione filosofica si sente nella sua scrittura. Intanto dal punto di vista della complessità: voi sapete che il linguaggio di Hegel – basti pensare alla Fenomenologia dello Spirito – non è proprio un linguaggio semplice. Dopodiché sono da tenere in considerazione anche le altre sue due radici filosofiche principali: Michel Foucault, che tramite il suo insegnamento a Berkeley ha esercitato una forte influenza sul pensiero americano post-moderno, e J.L. Austin da cui Butler ha tratto la nozione di performatività, mutuandola dal celebre How to do things with words. Il pensiero di Butler riposa, pertanto, almeno su questi tre importanti fondamenti filosofici. Inoltre, lei procede per problematizzazioni, per domande su domande che si specificano in altre domande ancora. Questo è un carattere – per così dire – rabbinico della sua argomentazione, probabilmente derivato dalla sua educazione ebraica. Altro tratto stilistico che, insieme alla già menzionata complessità del linguaggio, rende lo sviluppo del suo pensiero molto interessante ma al contempo molto complesso da seguire. Questo riguarda in particolare le sue prime opere come Gender Trouble: feminism and the subversion of identity (1990) e Bodies That Matter (1993) che ho fatto tradurre io stessa per Feltrinelli con il titolo Corpi che contano, scrivendo l’introduzione. Infine, Butler condivide con pressoché tutte le studiose e gli studiosi americani suoi contemporanei il riferimento alla psicanalisi, che complica ulteriormente le cose. Per ciò che concerne il mio rapporto con Butler – a parte l’amicizia personale che risale al 1990 – l’affinità principale è stata, almeno all’inizio, la critica al patriarcato. Mi sono occupata di elaborare una critica decostruttiva del patriarcato – per esempio – in Nonostante Platone, traendo da essa l’occasione per la parte costruttiva. Relativamente a questa pars construens ho un metodo su cui insisto spesso e che consiste nel riprendere dei concetti o delle figure del macrotesto patriarcale tentando di decodificarli per risignificarli diversamente. In questo modo intendo elaborare concetti o categorie che possano offrire una prospettiva femminista sulla differenza sessuale. Judith non ha questo metodo, ha piuttosto quello che definirei un “metodo a carrarmato hegeliano-rabbinico” che opera non tanto una risignificazione quanto una parodizzazione. Butler prende quelli che sono ritenuti i fondamenti del sistema patriarcale sovvertendoli. Come fa, ad esempio, in Gender Trouble, dove valorizza il potenziale eversivo del drag. Per Butler, infatti, lo scambio di genere posto in atto attraverso il travestimento non è uno scambio a somma zero bensì uno scambio che destabilizza e mette in ridicolo. Secondo lei questa destabilizzazione è un’operazione sovversiva che può avere un forte impatto critico sulla saldezza del sistema patriarcale e sulla sua immaginazione. Dunque, le nostre proposte sono molto diverse anche se abbiamo sempre dialogato con grande amicizia. Lei mi ha introdotto negli Stati Uniti, facendo tradurre i miei libri in inglese e scrivendone i blurb. Nel 2005 ha pubblicato il testo Giving an account of oneself dove dedica un capitolo al mio libro sulla narrazione [n.d.r. Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione (1997)]. Lei stessa ha dichiarato pubblicamente più volte che le ho insegnato a leggere Lévinas, lo dice sempre: «Adriana Cavarero taught me how to read Lévinas». Dunque il nostro è sempre stato uno scambio intenso. Inoltre, ultimamente la parte più teoretica, prettamente filosofica, del nostro lavoro intellettuale si è sempre più avvicinata, convergendo sul pensiero di Hannah Arendt. Nella nostra ultima produzione, io e Butler siamo entrambe interessate a concetti arendtiani come quelli di vulnerabilità, esposizione e soggetto relazionale. Io la cito molto nei miei libri e lei mi cita molto nei suoi. Trovo interessante il fatto che per ambedue si sia un po’ sopito l’interesse per i problemi relativi a sesso e genere mentre è aumentato l’interesse strettamente politico relativo a violenza, non-violenza e comunità.

Il suo pensiero e quello di Butler interrogano in modo molto determinato il concetto di ordine simbolico. Potrebbe spiegare in che cosa si differenziano i vostri approcci in relazione a questa nozione?

Cavarero: Sostanzialmente usiamo la nozione di ordine simbolico in maniere molto diverse. Butler, come ho detto, frequenta la psicanalisi e Jacques Lacan. Il pensiero dello psicoanalista francese era molto diffuso in America. Al tempo non si poteva assistere ad un talk, anche di un giovane ricercatore o di una giovane ricercatrice, che non cominciasse chiamando in causa il mirror stage di Lacan. Stava diventando veramente un ritornello ripetuto. Oggi non è più così in voga, per fortuna. Ad ogni modo, per chi studia Lacan, il Simbolico ha un significato tecnico che si può comprendere solo se lo si colloca tra gli altri due registri dell’Immaginario e del Reale. Per quanto mi riguarda invece, utilizzo la nozione di ordine simbolico come la possono usare gli antropologi o gli storici delle religioni. Preferisco questo genere di riferimenti culturali al Lacan “americano” con cui si confronta Butler. Per me le parole ordine simbolico indicano semplicemente quell’insieme di interpretazioni e di valori che è predominante. Quindi, uso questo concetto in una maniera più ampia e meno specifica di Butler che invece lo adopera in un senso più vicino a quello lacaniano. Sinceramente il pensiero di Lacan mi interessa poco. Per ciò che concerne la psicoanalisi ho letto con piacere Freud, Jung, Klein… Naturalmente come studiosa sono informata di queste teorie. Tuttavia, non mi affascinano e detesto l’uso che spesso se ne fa. Mi sembra che ci sia una tendenza a ricondurre tutto all’inconscio e che questa esponga al rischio di semplificare un po’ troppo.

Nel testo Nonostante Platone: figure femminili della filosofia antica (1990), cui ha fatto cenno, lei opera una risemantizzazione in chiave femminista di varie figure appartenenti alla cultura patriarcale dei greci. Ricostruirebbe l’operazione che ha effettuato sulla figura di Penelope per fornire un esempio di ciò che lei intende con risignificazione?

Cavarero: Certo, la figura di Penelope è una di quelle su cui mi sono maggiormente concentrata in Nonostante Platone. A ottobre ho tenuto una conferenza su Penelope a Roma, è stata organizzata una mostra che prevede una serie di incontri su Penelope la tessitrice. Ho trovato la mostra molto interessante perché è anche un omaggio a Maria Lai, la grande artista italiana che faceva opere con la tessitura e la filatura. Nel suo paese natale, in Sardegna, metteva fili di lana che attraversavano tutta la città. Penelope è una figura ancora viva, che non appartiene solamente al passato. La mia tesi in Nonostante Platone è che accanto alla Penelope canonica, tradizionale – la moglie fedele che sta nella stanza dei telai a filare con le ancelle, dove è destinata dall’ordine simbolico e sociale dell’epoca – ce ne sia un’altra, ben più interessante, che si tratta di far emergere. Ci sono dei segni, degli strappi, dei sintomi nel testo omerico che divengono rivelatori di altre possibili interpretazioni, qualora se ne faccia una lettura attenta. Ad esempio, quando torna dal suo viaggio, Ulisse è riconosciuto da tutti tranne che da Penelope. Altro elemento che non torna è l’attesa dei Proci: si può presumere avessero una minima intelligenza; eppure, credono che ci vogliano dieci anni per tessere il sudario di Laerte, il padre di Ulisse. Questa storia ripetuta da sempre è attraversata da alcune stranezze. Approfittando di questi due punti ambigui del racconto omerico, ho ricostruito la figura di Penelope rendendola una donna che non aspetta il marito e che, quando Ulisse torna, capisce che ciò significa la fine della sua funziona politica ad Itaca. Con il suo trucco di tessere e disfare, Penelope teneva di fatto in scacco il potere sull’isola. Attraverso questa ricostruzione ho offerto un’immagine, un simbolo all’esperienza femminista del separatismo, perché lei sta separata nella stanza delle ancelle e con la loro complicità elabora il trucco del sudario. Come il marito, ha una metis che non si esaurisce in un solo campo. L’uomo è guerriero, la donna tessitrice, questi sono i doni di Atena. Ma la metis di Ulisse non è solo guerriera, come dimostrano l’invenzione del cavallo di legno e l’inganno teso ai troiani facendo leva astutamente sulle comuni credenze religiose. In maniera analoga Penelope non è solamente tessitrice: stando nella stanza del telaio ed elaborando il suo stratagemma, tiene in scacco la politica, ambito al quale non dovrebbe avere accesso. Anche se, quando si reca nelle stanze dove si tengono le discussioni tra uomini, Telemaco le intima di tornare nella stanza del telaio, da questa Penelope riesce nondimeno a gestire la politica della città. Questa figura dà fiducia alle donne, simboleggia il fatto che anche a partire dal confinamento domestico o dalla costrizione a farsi carico della maggior parte del lavoro riproduttivo, come Penelope si può trovare il coraggio di sfidare il patriarcato e costruire la propria autonomia. Ma Penelope è solo un esempio, io non rubo una sola figura, ne rubo molte. Possono esserci molte vie di risignificazione dell’esperienza femminile, molti percorsi generativi.

Un riferimento significativo in Donna si nasce è quello al noto saggio Il contratto sessuale di Carole Pateman nonché a due importanti figure femminili contemporanee ai fatti della Rivoluzione francese, quali Olympe de Gouges e Mary Wollstonecraft. Che ruolo svolgono queste autrici nell’economia complessiva del vostro libro?

Cavarero: Dovreste porre questa domanda ad Olivia Guaraldo perché questa parte è stata scritta da lei! Ad ogni modo, approvo e condivido le sue tesi, quindi credo di poter rispondere in questo modo. Il discorso di Pateman sul contratto sessuale è molto interessante perché si pone in dialogo con l’antropologia e con la struttura portante della teoria politica moderna, ovvero il giusnaturalismo. Pateman ha come riferimento autori che a me e Guaraldo sono molto noti: Hobbes, Rousseau, Locke. In poche parole, i pensatori del contratto sociale, che è una specialità tutta moderna. Nessuno aveva mai teorizzato prima nulla di simile, la dichiarazione di un’uguaglianza e una libertà come determinazioni di ogni individuo. De Gouges e Wollstonecraft, invece, sono proprio sul terreno in cui queste cose si realizzano concretamente. Sia chiaro, non si tratta di studiose, di filosofe che si occupavano della teoria giusnaturalista. Wollstonecraft era una scrittrice inglese che aveva seguito da vicino gli eventi immediatamente successivi alla Rivoluzione francese, così come de Gouges che aveva pubblicato proprio in quegli anni alcuni pamphlet rivendicando l’uguaglianza delle donne agli uomini. Queste autrici si trovano di fronte a queste novità straordinarie vedendole trasformarsi, da puri concetti astratti, in elementi costituzionali, temi di operatività politica. Le teorie di Hobbes e Locke, prima di allora non avevano ancora avuto un risvolto pratico effettivo. Circolavano come pure teorie, come quelle mie e di Butler. Con la Rivoluzione americana e, soprattutto, con la Rivoluzione francese, quelle teorie e quei concetti avevano fatto irruzione nella scena della storia. Queste donne agiscono e scrivono mentre questi fatti si stanno verificando. Si capisce dunque che l’idea che donne e uomini siano titolari degli stessi diritti è davvero molto avanzata al tempo. Wollstonecraft è forse ancor più interessante di De Gouges, perché si avvicina molto alla struttura teorica della differenza sessuale sostenendo che vi sia una specificità femminile, come una maschile, che non deve però essere utilizzata come base per una discriminazione e una subordinazione. Questa specificità non corrisponde, infatti, a quella imposta al femminile dall’ordine simbolico patriarcale, cioè al fatto che le donne, a differenza degli uomini, non possono studiare, sono relegate in casa, devono essere lavandaie – se povere – o bamboline in attesa di marito – se appartenenti a famiglie abbienti. Questo è il giogo imposto dagli uomini sulle donne. Le donne, in forza della loro libertà e dell’uguaglianza agli uomini, sul piano dell’estensione dei diritti, devono avere accesso all’istruzione e alla libertà di movimento. Ma questo, sottolineo, non significa per Wollstonecraft che esse debbano identificarsi con gli uomini. Secondo lei, le donne hanno una certa esperienza di cura, di riflessione, che possono essere valorizzate nella costruzione complessiva di una buona società. Il suo orizzonte è quello di una società giusta, costituita da uomini e donne con uguali diritti ma differenti specificità. Divengono, a questo punto, complementari. Certo, io da sempre contesto la teoria della complementarietà dei sessi, ma se la si contestualizza nell’epoca in cui scrive Wollstonecraft, se ne comprende la dirompenza.

Le chiediamo, in riferimento a quest’ultimo tema, per quale ragione la sua riflessione sulla maternità, sviluppata nell’ultima parte del testo, giunga alla conclusione che la gestazione per altri riproduca surrettiziamente il controllo patriarcale sul corpo della donna?

Cavarero: Io parlerei proprio di una riproduzione diretta, nemmeno surrettizia. Nel senso che il vecchio padre della famiglia tradizionale controllava quando le donne potevano accoppiarsi, quando potevano rimanere incinte. Si trattava di un controllo immediato, esplicito per così dire. Ora si profila un tipo di controllo della capacità generativa della donna che penso sia per alcuni aspetti peggiore perché si tratta di uno sfruttamento commerciale. Ciò che non finirà mai di stupirmi è che la sinistra istituzionale sostenga questo o quanto meno che non vi si opponga con durezza. Mi chiedo come la sinistra possa sostenere quella che è un’evidente operazione di mercato. Ci sono agenzie che si reclamizzano per sfruttare il corpo di donne povere al fine di produrre bambini che, a loro volta, diventano merci vendibili. Resta da chiedersi: come si è giunti a questo? Attraverso la “scienza”, certo. La scienza progredisce strutturalmente, pertanto, fare una critica della scienza dal punto di vista della tendenza allo sviluppo mi sembra del tutto deleterio. La scienza ha un intrinseco desiderio di conoscere ed esplora ogni campo possibile. Un nuovo campo possibile, ora, è diventato quello della fecondazione in vitro. All’inizio essa permetteva di ovviare a problemi organici a causa dei quali la fecondazione non poteva avvenire in utero. A partire da questa opportunità, il mercato ha assorbito la rilevanza e il profitto che potevano generarsi dalla fecondazione in vitro. Questo profitto è cospicuo perché il flusso di denaro che circola in questo settore è in crescita costante. Io non ho molto da dire, se non mettere in guardia rispetto alla falsità di alcune narrazioni nelle quali si sostiene che le donne lo facciano gratuitamente perché vogliono donare la vita. Si tratta di invenzioni di marketing. Sono ipocrite. Se persone istruite che conoscono le retoriche delle strategie di marketing accettano queste narrazioni come vere e genuine, allora io, personalmente, non posso che parlare di ipocrisia.

Nel testo ricorre più di una volta la sottolineatura di un rischio che è quello di spostare l’asse del riferimento dalla differenza sessuale a un’altra modalità di concepire la differenza, ovvero nei termini di pura diversità individuale. In particolare, questo scivolamento viene da voi attribuito alle tendenze interne ai movimenti transfemministi contemporanei, che dal punto di vista teorico appaiono essere influenzati dalle riflessioni di Butler. In cosa consiste questa distinzione? Secondo lei è possibile elaborare una critica significativa al sistema patriarcale prescindendo dal riferimento alla differenza sessuale?

Cavarero: A questa seconda domanda voglio rispondere immediatamente: no. Il patriarcato è quel sistema che gerarchizza i sessi, garantisce privilegi agli uomini e subordina le donne, in una molteplicità di modi che divergono notevolmente a seconda del contesto storico, dagli antichi alla modernità, passando per il cristianesimo. Dal mio punto di vista, se prescindiamo dalla differenza tra uomo e donna, cioè dal fatto che si tratta di due soggetti sessuati diversi, bisogna tenere in considerazione che il patriarcato – al contrario – non dimentica questa differenza. Un esempio concreto: nell’organizzazione del lavoro la relazione patriarcale è ancora in vigore sebbene sottaciuta e apparentemente oscurata dalle agende che impongono di non considerare la differenza tra uomo e donna. Questo vale solo teoricamente. Il mercato del lavoro, dal punto di vista del riconoscimento del sesso maschile e femminile, non si sbaglia. Non si può elaborare il concetto di patriarcato se non si mette in primo piano che i sessi sono due e sono disposti gerarchicamente. Per quanto riguarda la distinzione tra differenza sessuale e differenze singolari, voglio chiarire che, essendo una studiosa di Hannah Arendt, penso che scopo della politica sia garantire uno spazio di interazione alle singolarità, alle “unicità incarnate”. Su questo tema ho scritto anche un libro, Democrazia Sorgiva. Note sul pensiero politico di Hannah Arendt (2019). Tuttavia, la differenza sessuale è un dato strutturale che attraversa le singolarità. Chi nasce è sempre un’unicità incarnata, ma ha anche, sempre, un sesso o l’altro. Abbiamo, ciascuno, una storia di vita, un’esperienza soggettiva che è singolare e unica. Il modo di esprimere questa singolarità è l’interazione in uno spazio comune, la costruzione di movimenti politici di riconoscimento delle differenze articolate all’interno della pluralità. Sottolineo pluralità, da non confondere né con la molteplicità delle diversità individuali, il cui rovescio è la radicale indifferenza, né con la moltitudine di Toni Negri. Eppure tutti noi abbiamo due gambe. Questo, forse, ci rende uguali? Certamente no. Il problema delle due gambe si pone a molti livelli, anche a livello filosofico perché siamo animali che non corrono molto in fretta, mentre le pantere, che hanno quattro zampe disposte diversamente, corrono più veloci. Ciò significa che esse hanno una modalità di adattamento ecologico e noi ne abbiamo un’altra. Nelle cacce primitive erano le pantere a cacciare noi, non viceversa. Questo ha determinato che la civiltà umana si organizzasse diversamente. Tutti gli elementi corporei non sono secondari rispetto alla storia umana, se è la storia umana che ci interessa… Ovviamente la differenza sessuale rientra fra questi elementi, non è secondaria quanto piuttosto strutturale, esattamente come lo è possedere uno stomaco.

Adriana Cavarero è professoressa onoraria all’Università di Verona dal 2019 ed ha insegnato come Visiting Professor nelle seguenti università americane e inglesi: University of California (Berkeley e Santa Barbara), New York University, Harvard University, University of Warwick e University of Chicago. Nel 1971 si è laureata cum laude in filosofia all’Università di Padova, dove ha poi svolto il dottorato di ricerca conclusosi nel 1974 con la pubblicazione della sua tesi di dottorato: Dialettica e politica in Platone. Ha poi collaborato con il gruppo di ricerca sui concetti politici fondato dal professor Giuseppe Duso, occupandosi del pensiero politico di John Locke e David Hume. Nel 1983, insieme, tra le altre, a Luisa Muraro, ha fondato la comunità filosofica Diotima a Verona, dove è stata professoressa ordinaria. Cavarero è riconosciuta, in Italia e all’estero, come una figura decisiva del pensiero della differenza sessuale. Tra le sue numerose pubblicazioni ricordiamo Nonostante Platone. Figure femminili della filosofia antica (1990), Tu che mi guardi, tu che mi racconti: filosofie della narrazione (1997), Democrazia sorgiva. Note sul pensiero politico di Hannah Arendt (2019) e l’ultimo testo, scritto assieme ad Olivia Guaraldo e pubblicato nel 2024 per Mondadori: Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa).

Note

  1. N.d.r.: La Tartaruga è una casa editrice italiana fondata, nel 1975, da Laura Lepetit e Anna Maria Gregorietti Gandini. Si occupa di pubblicare libri di narrativa, critica letteraria, filosofia e politica scritti unicamente da donne. Legata a doppio filo con i movimenti femministi italiani, a partire dagli anni ’70 ha pubblicato – tra le altre – le opere di Virginia Woolf e Gertrude Stein oltre che la saggistica femminista prodotta da autrici appartenenti a Diotima come Adriana Cavarero, Luisa Muraro, Wanda Tommasi e Chiara Zamboni. Dal 2017, La Tartaruga fa parte del gruppo La Nave di Teseo e, dal 2021, è curata da Claudia Durastanti. Nel 2023 la casa editrice ha ripubblicato Sputiamo su Hegel (1970) e nel 2024 Taci, anzi parla (1978) di Carla Lonzi, nel contesto di un progetto editoriale che prevede una nuova pubblicazione dell’intera opera dell’autrice fiorentina. ↩︎

da Il Corriere della Sera

Nella coda delle celebrazioni per i cent’anni del movimento di André Breton, Palazzo Reale di Milano

Nel 2024, anno delle celebrazioni ufficiali per i cent’anni del Surrealismo, l’ondata delle riscoperte aveva (finalmente) toccato Leonora Carrington (1917-2011), Ithell Colquhoun (1906-1988), Remedios Varo (1908-1963), Dora Maar (1907-1997), Dorothea Tanning (1910-2012): artiste irrequiete ma consapevoli del proprio talento, alle quali quel movimento surrealista del poeta André Breton e di Max Ernst, Salvador Dalí, Man Ray, Jean Cocteau, Georges Bataille sembrava andare terribilmente stretto.

Proprio come Leonora, Ithell, Remedios, Dora e Dorothea anche Leonor Fini (Buenos Aires, 30 agosto 1907 – Parigi, 18 gennaio 1996), protagonista della personale che si inaugura il 26 febbraio al Palazzo Reale di Milano (Io sono Leonor Fini, a cura di Tere Arcq e Carlos Martín) riconquista con questa mostra (nata sempre sull’onda del centenario) quel ruolo che in qualche modo le era stato troppo a lungo negato: forse per quel carattere spinoso e orgoglioso che traspare dall’Autoritratto con il cappello rosso (1968); forse per quelle sue figure troppo inquietanti e troppo oscure per un salotto alto-borghese (Stryges Amaouri, 1947); forse per quell’erotismo molto fluido e transgender (Rasch, Rasch, Rasch, meine Puppen warten!, 1975).

L’universo di Leonor Fini è l’universo trasgressivo di Démons et sortilèges (1943), dell’Escalier dans la tour (1952), della Cérémoine (1960), della Grande Racine (1943), di Crâne de poisson africain (1945-1950). Dopo la Biennale di Venezia (Il latte dei sogni) che nel 2022 l’aveva ospitata nel Padiglione Centrale ai Giardini e dopo la mostra Insomnia al Mart di Rovereto nel 2023 che l’aveva messa a confronto con un altro visionario come Fabrizio Clerici (1913-1993), Palazzo Reale propone la definitiva riscoperta dell’universo di Leonor attraverso un centinaio tra dipinti (una settantina), disegni, fotografie, costumi, libri, video che di fatto superano ogni possibile confine di stile, genere, ruolo, convenzioni. Con la sua dedica una retrospettiva alla pittrice che indagò e stravolse genere, identità, appartenenza, ribaltando i ruoli di uomo e donna in società e sulla tela

pittura, pervasa di una nuova mitologia costellata di creature inquietanti e fantastiche (L’ange de l’anatomie, 1949), Leonor rilegge la realtà attraverso una lente intrisa di sensualità, magia e potere. Mettendo in scena un potere tutto o quasi al femminile che trova degna rappresentazione in un’altra opera simbolo della mostra milanese, Femme assise sur un homme nu (1942), dove una donna vestita con un sontuoso abito di velluto torreggia letteralmente seduta su un uomo nudo addormentato, sullo sfondo di un paesaggio neo-rinascimentale: un modo per invertire i ruoli, negando le tradizionali caratteristiche maschili (potere, virilità, stoicismo) ed esplorando allo stesso tempo le tematiche della dominazione e della sottomissione.

Nata a Buenos Aires da Herminio Fini, argentino di origini italiane (proprietario di numerose haciendas) e Malvina Braun, triestina appartenente all’alta borghesia ebraica, all’età di due anni Leonor si rifugia con la madre a Trieste per fuggire da un padre oppressivo. I molteplici tentativi con cui quest’ultimo prova a riportarla in Argentina nel corso degli anni la spingono a camuffarsi da ragazzo, gettando le basi per i suoi travestimenti e le sue inversioni di genere. Durante un breve “passaggio” milanese Leonor conoscerà Carlo Carrà, Gio Ponti (che le commissiona alcuni disegni per la rivista “Domus”), Mario Sironi, Giorgio de Chirico, e poi Achille Funi, con cui stringe una relazione sentimentale e grazie al quale scopre l’arte classica e la pittura quattrocentesca.

Sarà proprio de Chirico che le consiglierà di trasferirsi a Parigi e che le farà conoscere i surrealisti. Pur sviluppando legami significativi con artisti di spicco come André Breton, Luis Buñuel e Max Ernst, Fini rifiuterà l’invito a unirsi ufficialmente al gruppo, rigettando l’idea tradizionale che Breton e gli altri avevano delle donne. Comincia così a lavorare per la stilista italiana Elsa Schiaparelli (per lei inventerà la boccetta del profumo «Shocking» ispirata al busto dell’attrice Mae West) e a disegnare costumi per il balletto, il teatro e il cinema. Allo scoppio della Seconda guerra mondiale, Leonor Fini lascia Parigi e si rifugia in un primo momento nella casa di campagna di Max Ernst e Leonora Carrington (all’epoca amanti assai turbolenti), poi a Montecarlo. Dove conosce il console italiano Stanislao Lepri, che abbandonerà la carriera diplomatica per la pittura. La loro storia d’amore durerà fino alla morte di lui nel 1980, con un (breve) soggiorno a Roma, dove Leonor stringerà amicizia con Anna Magnani, Elsa Morante («Leonor unisce in sé due grazie: l’infanzia e la maestà»), Mario Praz, Carlo Levi, Luchino Visconti, Alberto Moravia.

L’arte di Fini (che guarda sempre ai grandi maestri come Piero della Francesca e Michelangelo e ai manieristi) è dunque un veicolo non solo per esplorare le sfide della condizione femminile, ma anche per contemplare la spiritualità e l’esoterismo. Un destino che ancora una volta avvicina Leonor Fini a Leonora Carrington (il titolo della Biennale di Venezia 2022 era una citazione di un suo libro di favole), un destino confermato dalla scelta di Palazzo Reale di dedicare proprio alla Carrington una grande retrospettiva che si inaugurerà a settembre 2025. Entrambe le artiste hanno fatto «da modello» per intere generazioni di artisti. Non a caso Leonor Fini – Italian Fury era il titolo della mostra che Francesco Vezzoli le aveva dedicato nel 2022 alla Galleria Tommaso Calabro («The Italian Fury» era uno dei soprannomi di Leonor): «Fini è l’antidoto a questo momento storico dominato dal mercato: – aveva spiegato Vezzoli – è identità, eccentricità, messa in scena, tutto ciò che il mercato non può controllare. È insieme la Contessa di Castiglione, Eleonora Duse, Marina Abramović: anticipando la contemporaneità, la sua opera d’arte era la performance della sua esistenza».

da Il Corriere della Sera

Alla palestinese nel 2023 alla Buchmesse fu assegnato ma poi non consegnato il LiBeraturpreis: «Non è questa la cosa che fa male…». In Italia torna il suo romanzo “Sensi”

Adania Shibli ama ascoltare storie, quelle che sua mamma – che non sapeva scrivere – invece sapeva raccontare così bene. L’ha spiegato qualche anno fa in un’intervista al «Guardian». E c’è una mamma che non legge, che resta esclusa dal mondo della bambina alla scoperta dei libri anche in Sensi, il piccolo capolavoro che Shibli ha scritto quasi vent’anni fa, all’esordio, e che, uscito in Italia per Argo nel 2007, torna ora con La nave di Teseo.

Nel frattempo, Adania Shibli, palestinese, è diventata un’autrice di culto. Ha pubblicato pochissimo: Sensi, Un dettaglio minore, alcuni racconti e ha completato un romanzo che sta per uscire in arabo. Su Un dettaglio minore – 128 pagine, sempre per La nave di Teseo – ha lavorato dodici anni. Eppure è tra i nomi più ammirati della letteratura mondiale, fu candidata con quest’ultima opera sia al Booker Prize che al National Book Award, i due più importanti premi in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Il suo nome è diventato noto a un pubblico ampio quando nel 2023 alla Buchmesse di Francoforte le fu conferito il LiBeraturpreis ma la consegna venne sospesa per non urtare certe suscettibilità tedesche, subito dopo il 7 ottobre e l’inizio della guerra di Israele contro Hamas. Ne è nata una sollevazione internazionale, con premi Nobel come Olga Tokarczuk, Annie Ernaux e Abdulrazak Gurnah intervenuti in suo favore. Quando ci risponde, dice che non vuol parlare di politica. Nessuna intenzione di tirarla a forza in polemiche, precisiamo. «Ci mancherebbe, nessun problema, non me ne potrebbe importare di meno – dice – di finire in controversie politiche. È che mi piacerebbe parlare di letteratura».

Un dettaglio minore è la storia di uno stupro, compiuto da un ufficiale israeliano su una ragazza beduina nel 1949, e la ricerca molti decenni dopo da parte di un’impiegata palestinese per conoscere la verità della ragazza. Sensi potrebbe anche essere l’educazione (esistenziale, più che sentimentale) di una ragazzina palestinese – mentre la vita del suo popolo è letta attraverso le esperienze dei suoi famigliari – fino alle nozze che lei non vuole, o non vorrebbe.

Shibli vive tra Berlino, Bir Zeit (in Palestina, dove insegna) e Londra, dove ha ottenuto un dottorato in Studi culturali. Ed è estremamente colta, con una solida base teorica, dentro il dibattito contemporaneo: si potrebbe anche dire che sia una delle voci dell’antirazzismo mondiale. Ma quando scrive, la sua è una lingua pura, fatta di pochi elementi, scorre quasi come una poesia: non a caso l’ha notata e incoraggiata a scrivere il grande poeta palestinese Mahmoud Darwish. Fluisce per immagini, quasi come un’installazione letteraria. E non la si dimentica più. «È un miracolo che la fiction che Shibli compone da un materiale abbondantemente politico sia così strettamente esistenziale», ha scritto di lei l’autore e critico inglese Adam Thirlwell. Difficile trovare parole più precise.

Lei sceglie spesso ragazze giovani come soggetto dei suoi libri, o adotta il loro punto di vista. In Sensi, la protagonista è una ragazza particolare: sente suoni, a poco a poco scopriamo che è molto intelligente. Perché?

«Non sono sicura che sia così, ma è certamente vero per Sensi, e forse per altre due storie brevi. In Sensi, la dimensione di essere una ragazzina suscita incontri con il mondo a molti livelli, e questo mondo è vissuto ogni volta per la prima volta. Man mano che la protagonista cresce, il modo in cui lo percepisce cambia. Infatti, è attraverso questi cambiamenti portati dai suoi sensi che vive la crescita, piuttosto che attraverso gli strumenti usuali per misurare il tempo, come contare i giorni e gli anni».

La morte del fratello, il suicidio di un vicino che si impicca in Sensi, l’uccisione della ragazza beduina in Un dettaglio minore. La morte sembra quasi una presenza naturale.

«Ma anche la vita. I personaggi in questi romanzi sono affascinati dalla vita che continua dopo la morte o la precede; da come la vita continua con le assenze degli altri. Forse i miei testi sono segnati da queste assenze, tormentati dalla domanda su come portiamo nelle nostre vite la presenza di coloro che non sono più con noi. O su come le morti stanno formando le nostre vite, talvolta deformandole».

Perché non dà nomi ai protagonisti?

«Finora non ho incontrato un personaggio che richiedesse un nome. I personaggi richiedono cose diverse in un testo: movimenti, passati, emozioni, amore, solitudine e a volte richiedono un nome, ma non sempre. Nel nostro rapporto intimo con noi stessi difficilmente abbiamo bisogno dei nostri nomi, per esempio».

L’ufficiale-assassino non prova empatia. E forse neppure la donna palestinese che indaga. Quant’è importante per lei esplorare come si partecipa alla vita degli altri, o l’impossibilità di farlo?

«La scrittura e la lettura, e l’arte in generale, ci permettono di fare spazio in noi per gli altri. Non soltanto condividiamo qualcosa con loro, piuttosto questi altri fittizi, attraverso la lettura o la scrittura, possono abitare in noi. Spesso possiamo dimenticarci di noi stessi quando leggiamo o scriviamo, a favore di ciò che stiamo leggendo e scrivendo. E questo è ciò che alcuni definiscono come l’effetto trasformativo della letteratura e dell’arte. Non è qualcosa che pianifichiamo, piuttosto qualcosa che ci accade. Non si tratta di identificarsi con un personaggio, ma di come i personaggi risvegliano qualcosa in noi che alla fine ci rende consapevoli di un luogo dentro di noi che non conoscevamo fino a quel momento, o che non avevamo notato. Una tale consapevolezza, per esempio, è la nostra capacità di causare dolore, che l’ufficiale potrebbe risvegliare quando stupra e uccide la ragazza».

Lei ha vinto premi importanti. La consegna del LiBeraturpreis alla Buchmesse, nel 2023, fu sospesa a causa delle controversie legate alla guerra israelo-palestinese. Si è sentita ferita?

«Innanzitutto, non chiamerei questo conflitto “guerra israelo-palestinese”. Lo definirei occupazione militare israeliana e colonizzazione della Palestina da decenni. Ed è questo che fa male, fa profondamente male, la distruzione che dura da decenni e che viene inflitta ai palestinesi e agli israeliani, ciascuno con il proprio ruolo e la propria posizione all’interno di tutto ciò. C’è stata una sottomissione continua dei palestinesi mediante l’oppressione militare e politica, attivata da un sistema di dominazione basato su una gerarchia etnica che è stata implementata in Palestina/Israele. Come questo sistema di gerarchia etnica continui a essere mantenuto e le sue conseguenze, che distruggono i palestinesi ma anche gli israeliani, ciascuno in modo diverso a seconda del proprio ruolo e delle proprie azioni in questo sistema, è ciò che fa male. Non la cancellazione del premio che era previsto».

È affascinata dalla storia come materiale di scrittura?

«Piuttosto, sono attratta e incuriosita da ciò che la storia non può narrare, o da ciò che la storia abbandona. La storia è stata la materia scolastica che ho odiato di più, perché già allora era evidente la moltitudine di assenze e esclusioni su cui si basa come disciplina».

Il dolore sembra centrale nei suoi libri. Rimane sospeso, osservato, spesso sembra indicibile.

«Fin dall’inizio la scrittura mi ha insegnato come esistere nel mondo causando il minor danno possibile, e permettendomi di vivere alcune esperienze che non possono essere vissute nella realtà in sé. Ciò che ha reso possibile tutto questo è la capacità della letteratura di orientare lo sguardo verso il dolore senza la necessità di praticarlo, e senza permettergli di diventare una forza distruttiva. In Sensi, per esempio, la bambina fatica a comprendere l’entità di un massacro come quello di Sabra e Shatila nel 1982, e ciò che potrebbe essere l’esperienza delle sue vittime, ma questo le consente di cercare di tentare di comprenderlo. In altre parole, di creare una consapevolezza che va oltre la questione dell’esperienza diretta».

Le sue storie sembrano dipinti: il deserto, le stelle, i fiori di mandorlo. È perché ama le arti visive?

«Se scrivo in questo modo, è probabilmente perché amo la lingua più di quanto ami le arti visive».

Perché è necessario raccontare storie?

«Sono più attratta dall’ascoltare storie che dal raccontarle. Qual è l’importanza di ascoltare storie? Suppongo sia un’espressione d’amore: permettere all’orecchio di essere presente e vicino agli altri, in ascolto».

Una donna australiana residente da anni in Italia interviene in una trasmissione radiofonica per raccontare che cosa avviene nel suo paese d’origine a proposito di quel che noi chiamiamo “suicidio assistito” e che le cronache recenti hanno riportato in prima pagina*. Con questa espressione, quasi un ossimoro, in Italia si indica la scelta consapevole di un essere umano di porre fine alla propria vita a motivo della sofferenza causata da una malattia gravemente invalidante, e di provvedervi per via di un farmaco che garantisca un passaggio dolce tra la vita e la morte.

La testimone comincia segnalando che in Australia si parla di “morte assistita”, e nota che l’espressione definisce tutt’altro modo di affrontare il problema. Racconta di un’amata sorella di ottantadue anni che ha contratto una malattia di natura progressiva che la porterà alla morte con notevoli sofferenze. In quel paese, medici competenti hanno valutato attentamente il caso e si sono impegnati a dare alla donna la possibilità di interrompere la vita quando vorrà. Le telefonano una volta alla settimana e si informano sul suo stato. L’anziana dice che per il momento riesce ancora ad avere una vita abbastanza piacevole, anche perché rasserenata dall’opportunità di avere a disposizione una dignitosa via d’uscita. Anche la nostra testimone dichiara di essere confortata dal sapere che la sorella potrà assumere a casa sua, quando vorrà, un farmaco adeguato. C’è una bella differenza – conclude – e sottintende con quanto previsto in Italia: e cioè commissioni, autorizzazioni, lunghissimi tempi burocratici.

Sono rimasta fulminata da questa testimonianza e mi è parso chiarissimo che si tratta della libertà che desidero per me. Anche Almodóvar nel suo ultimo film, La stanza accanto, l’ha messa sotto i nostri occhi ma, i miei almeno, non l’hanno saputa vedere. Abbagliati dalla bellezza e bravura delle due attrici, dai paesaggi, dai dialoghi raffinati, non hanno visto che il motore essenziale dell’azione sta proprio nella piena libertà di una delle due di porre fine alla propria vita scegliendo il luogo e la compagnia desiderata, quella dell’amica cara. Quanto al tempo, la protagonista si riserva di compiere il gesto con altrettanta libertà, in un momento di intimità con se stessa, lasciando delicatamente un segnale concordato – la porta della sua camera da letto chiusa – per avvertire l’amica del fatto compiuto.   

In occasione della recente legge della Regione Toscana sul cosiddetto suicidio assistito, ho discusso del tema con qualche amica che si chiedeva se fosse necessario o addirittura nocivo legiferare sulla materia. Avrebbe preferito affidarsi alla comprensione del personale sanitario che però, come notava un’altra, è ormai molto esposto e attaccabile sul piano penale, se il proprio operato non è garantito dal diritto. Quanto a me non ho saputo far altro che abbozzare una difesa della legge, pur sapendo che è incardinata tutta sui vincoli del sistema sanitario.

Mi è apparso chiaro, così, quanto è difficile tenere stretto il bandolo del mio desiderio. Lascio prevalere le distorsioni del dibattito pubblico che offuscano il mio più intimo senso della libertà, e mi impediscono di concepire un assetto della società e dei rapporti, nel rispetto del mio desiderio, fosse anche di fronte a una materia tanto delicata e urgente. E la libertà che è in gioco per me, riguarda tutti, specialmente noi donne, per più di un motivo. Siamo noi ad accompagnare più spesso verso la fine della vita quelle donne e quegli uomini particolarmente doloranti che rischiano di dipendere in tutto o per gran parte dalla cura degli altri. Siamo inoltre le più longeve e la nostra generazione è la più numerosa. Molte hanno deciso di non avere figli e quelle che ne hanno li vedono, sempre più spesso, nell’impossibilità di farsi carico della vecchiaia dei loro cari. Dovremo cavarcela, tutte, in compagnia delle nostre amiche. Che la fine ci sia lieve il più possibile è una battaglia che possiamo combattere e vincere. Prima di finire nelle note pastoie del paese, medici obiettori in prima fila, facciamo che il diritto intervenga solo per il minimo indispensabile a garantire la nostra libertà e la serenità di chi abbiamo vicino, al di là di ogni inutile e forzata medicalizzazione.

(*) https://www.raiplaysound.it/audio/2025/02/Prima-pagina-del-15022025-b9dc3527-38b3-4100-924d-7889cb3049f9.html da 1:08:58

da il manifesto

Il regista Gianni Torres racconta «Le mamme di San Vito», nel progetto Puglia-Brás

«Quando ho letto a proposito del film di Walter Salles che si parlava del quartiere Brás di San Paolo e poi che il nome della protagonista Eunice Paiva da ragazza era Eunice Facciolla, ho avuto come un’illuminazione: Facciolla è un cognome tipico di Polignano e il quartiere è abitato dai polignanesi, discendenti degli immigrati dell’Ottocento. La tempra di questa gente l’ho vista chiara e nitida nella storia di Eunice». Gianni Torres è il regista di Le mamme di San Vito, documentario che si può vedere gratis su youtube, proiettato negli Usa e in vari altri paesi che ci svela un collegamento sorprendente con tra la protagonista delle vicende raccontate da Walter Salles e la nostra storia di emigrazione: «Andai a San Paolo a girare Le mamme di San Vito: A San Paolo del Brasile ci sono donne discendenti da immigrati da Polignano alla fine dell’Ottocento che sei giorni su sette alla settimana si ritrovano a preparare e vendere prodotti tipici pugliesi. All’interno di questa operazione cade la festa di San Vito che è la festa del patrono di Polignano a Mare e che alcuni mesi fa il presidente Lula ha dichiarato manifestazione di interesse culturale del Brasile, quindi è diventata un’istituzione del paese. Durante questa festa loro vendono orecchiette, panzerotti, i prodotti tipici, con numeri impressionanti: ottocento focacce a sera, duemila panzerotti, quattromila piatti di spaghetti al sugo. I soldi che raccolgono servono a mantenere un asilo dove sono passati più di ventimila bambini brasiliani poveri dagli zero ai tre anni, con cinque pasti al giorno, assistiti da un’infermiera e un medico. «I brasiliani ci hanno aiutato quando siamo arrivati e noi ora aiutiamo loro», dicono quelle donne.

Io sono ancora qui è scritto sulla storia di Eunice. I suoi nonni sono stati tra i fondatori dell’Associazione benefica di San Vito, gli organizzatori della festa, costruttori prima di una cappella, poi della chiesa e poi del palazzone dove i vari piani servivano a formare al lavoro i nuovi migranti, un piano per le dattilografe, uno per le sarte, uno per l’accoglienza, uno per gli altri mestieri.

Eunice e sua sorella hanno conosciuto, frequentato queste anziane donne, la sofferenza della migrazione, la sofferenza dell’identità perduta con la partenza, la ricostruzione della propria identità con la creazione del quartiere Brás dove l’architettura è identica a quella di Polignano a Mare, dove si mettono con le sedie fuori all’uscio, la sera, quella che puliva i pomodori, quella che faceva il chiacchierino, quella che lavorava a maglia, come fanno le donne al sud.

Eunice è vissuta respirando questa caratteristica della comunità di Polignano con tutta la sua forza che è emersa nella storia del film. Nel film c’è un passaggio chiave che la riporta nella comunità, quando lei dice: «Ho affittato questa casa, diventerà un ristorante, torniamo a San Paolo dove i vostri nonni ci aiuteranno». Tornano al quartiere Brás dove Eunice è cresciuta nella comunità di Polignano. Quando lei torna in braccio alla comunità, tutti cercano di aiutarla perché la tragedia che ha vissuto era stata vissuta dalla gente della comunità stessa in altro modo, morti per incidenti sul lavoro o la malattia. Lei ha fatto la stessa cosa, di fronte al problema è rientrata nella comunità per cercare di andare avanti, si iscrive all’università, perché voleva diventare avvocato e si laurea a quarantotto anni.

Il nonno di Eunice è stato tra i fondatori, il presidente del Banco dei cereali di San Paolo che poi è diventato il Mercado Municipal che è a tutt’oggi il mercato che distribuisce frutta e verdura in tutto il sud America. Eunice ha colto dalle proprie radici quella forza che si coglie nel film e nella sua vita. Questa donna ha avuto la capacità di contrastare la dittatura, di esporsi contro i ladri di terre per gli indios, diventando paladina dei diritti degli indios. Tra l’altro il suo lavoro per gli indios è stato preso dalle Nazioni Unite come esempio da riprodurre per tutte le altre comunità degli indios del mondo, indiani d’America, Inuit in Canada.

Quindi Eunice non solo è stata straordinaria per il temperamento che ha avuto, ma è stata ispiratrice della nascente Costituzione del Brasile per i diritti dei popoli. Tutta questa forza nasce in parallelo a tutto quello che hanno fatto i suoi parenti che l’hanno forgiata. È fatta della stessa pasta delle “Mamme di San Vito” che dal lunedì al sabato vanno a fare orecchiette e taralli, tutto gratuitamente per l’asilo. Lei è rientrata nella comunità per cercare di andare avanti. Sono donne che si portano un bagaglio di sofferenza, di tenacia. Quando partivano c’erano due tipi di persone sulla nave, quelli che guardavano a poppa e quelli che guardavano a prua. Chi guardava a poppa falliva e tornava indietro, chi guardava a prua rimaneva e andava avanti. Chi parte come migrante e continua a guardarsi indietro a quello che ha lasciato, viene divorato quando arriva nella nuova terra. Nel mio film c’è una frase molto forte che dice un signore: «Noi siamo la feccia della società perché non siamo riusciti a vivere nel luogo dove siamo nati». I migranti si portano dietro questo bagaglio, hanno sempre pensato che loro erano gli scarti, quelli che non avevano combinato niente nella loro terra.

La comunità di Polignano a differenza di altre comunità non è andata a sostituire gli schiavi, perché loro arrivarono alla fine dell’Ottocento quando in Brasile fu abolita la schiavitù nel 1882, l’ultimo paese al mondo ad abolire la schiavitù. I governi statunitense, argentino, brasiliano, venezuelano, invitavano italiani, giapponesi, tedeschi ad andare a lavorare perché avevano bisogno di manodopera. La comunità di Polignano andò tutta in Brasile e quando arrivarono gli fu offerto di sostituire gli schiavi nei campi. Loro che venivano dalla povertà non accettarono, non andarono nelle fazende e rimasero tutti a San Paolo. Da contadini e pescatori si trasformarono in “cittadini” dando un contributo determinante allo sviluppo della città.

da il manifesto

C’è qualcosa di terribile nel silenzio con cui filosofi, giuristi, intellettuali specie accademici assistono oggi non solo alla violazione su larghissima scala, ma all’ostentato ripudio da parte di molti governi occidentali dei principi di civiltà enunciati nelle costituzioni rigide delle democrazie e nelle Carte del costituzionalismo globale che la seconda metà del Novecento ha prodotto. A esemplificare questo assunto, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Guerre e politiche di escalation bellica illimitata.

Riarmo selvaggio nei programmi della maggior parte dei governi europei, genocidi tollerati alla luce del sole, deportazioni annunciate di interi popoli, respingimenti di massa di migranti e immigrati, detenzioni illegali, razzismo ostentato ai vertici dei governi, attacchi violenti all’indipendenza dei sistemi giudiziari nazionali e al diritto internazionale, asservimento delle politiche pubbliche a enormi concentrazioni di ricchezza privata, privatizzazione dello spazio cosmico, recesso dai pochi vincoli esistenti alla devastazione dell’ecosistema. Assistiamo del resto – come ai tempi in cui fu scritto il famoso romanzo di Camus, La peste – al contagio inquietante con cui il cinismo della Realpolitik, sdoganata ai livelli di governo in alcuni stati democratici occidentali, si diffonde nella sfera dell’informazione e del dibattito pubblico; e al fenomeno complementare del silenzio, della non-partecipazione, quindi dell’apparente indifferenza che vi risponde.

Ma si può tacere quando su un grande giornale nazionale di tradizione progressista si legge, a proposito del piano trumpiano di deportazione di massa della popolazione di Gaza, che si tratta di una proposta, «fuori dagli schemi», e che da parte europea sarebbe segno di «poco coraggio» non prenderla in considerazione (Molinari, Repubblica 13 febbraio)? Oltre certi limiti cinismo o silenzio e indifferenza, i sintomi più classici della «banalità del male», equivalgono a complicità nei crimini: è il fenomeno che Luigi Ferrajoli chiama «l’abbassamento dello spirito pubblico» e il «crollo del senso morale a livello di massa» (L’ostentazione della disumanità al vertice delle istituzioni e il crollo del senso morale a livello di massa, sito di Costituente Terra).

La domanda che sottende questa angosciata constatazione è: c’è una corresponsabilità del dotto, dello studioso, del “filosofo” in senso lato in questo «abbassamento dello spirito pubblico»? E una risposta è: certamente. È la lettura puramente politologica che ha prevalso della democrazia, tanto diversa da quella ancora prevalente da Calamandrei al primo Bobbio, e, sul piano globale, nel pensiero che portò alla Dichiarazione Universale del ’48. Un pensiero che sta al polo opposto di quello che, a destra e a sinistra, riduce l’idealità, il vincolo etico in funzione di cui sono progettate tutte le istituzioni democratiche, a ideologia. Cioè a pura retorica di battaglia. Quel pensiero etico non si è prolungato fra gli intellettuali della guerra fredda prima, e di un atlantismo triumphans poi, ma nei documenti della perestroika e della politica dell’«Europa Casa comune» dello sconfitto Gorbaciov, assai più dei “nostri” leader consapevole della connessione inscindibile fra ordine internazionale e democrazia in ciascuno stato. E pensare che la sciagurata storia della nostra democrazia incompiuta, sempre di nuovo violentemente intimorita, avrebbe dovuto rendercene fin troppo consapevoli.

A proposito di Alleanza atlantica. Giova accostare gli estremi, il grande statista sconfitto e la visionaria che de Gaulle fece confinare in uno stambugio di Londra perché non intralciasse la politica, nel ’43 – e crepasse pure d’inedia e di dolore: Simone Weil. Profetici entrambi. «Nella politica mondiale odierna non c’è compito più importante e complicato di quello di ristabilire la fiducia fra la Russia e l’Occidente», scrisse Gorbaciov (appena prima di morire). «Sappiamo bene che dopo la guerra l’americanizzazione dell’Europa è un pericolo molto grave», scrisse Simone nel suo stambugio. La perdizione dell’Oriente (non solo mediterraneo) è la perdita del passato e dello spirito.

Ciò che accade oggi, e di cui siamo responsabili, è l’esito dell’avvenuta politicizzazione (ovvio, se l’idealità non è che ideologia) di ogni sfera di valori e di norme, dunque in particolare dell’etica e del diritto, una politicizzazione nel senso più arcaico e tribale di “politica”, intesa come sfera delle relazioni amico-nemico e continuazione della guerra con altri mezzi. Un’evoluzione dell’autoritarismo – più ferino e insieme indissociabile dalla tecnologia, e soprattutto radicato ormai nel potere aziendale e digitale, un completo rovesciamento del Leviatano o “stato etico” fascista, un nazismo a guida privata. Dove l’abolizione della differenza fra il vero e il falso avviene in nome della libertà di opinione e di espressione, e con la forza degli algoritmi che governano i social, per cui poi l’attacco allo straccio di stampa che resta sembra ancora quasi onesto: ti bastono perché non mi piace ciò che dici, all’antica. Intanto il re non riscrive il passato (che importa) ma i nomi sul mappamondo. E noi? Vorrei rispondere con le parole di Raji Sourani, fondatore e direttore del Centro per i diritti umani a Gaza: «Mi sarei aspettato che l’Europa ci chiedesse di rinunciare alle armi. Macché. Ci chiedeva di rinunciare al diritto».

da La Stampa

Non è vero che, come ha affermato il vicepresidente della CEI criticando la legge toscana sul suicidio assistito, «tra l’accanimento terapeutico e l’eutanasia c’è una terza possibilità, quella delle cure palliative». Per due motivi. Innanzitutto, il suicidio assistito e l’eutanasia sono due cose diverse. Il primo è un atto volontario, deciso in piena consapevolezza, la seconda è il gesto più o meno pietoso compiuto da qualcuno nei confronti di un’altra persona che può non essere in grado non solo di compierlo da sé, ma di dichiarare la propria volontà.

La legge toscana, e le sentenze della Corte costituzionale cui dà attuazione, si riferiscono al primo, non alla seconda. Inoltre, anche le cure palliative per qualcuno in situazione di grave sofferenza e dipendenza da supporti – meccanici o farmacologici – vitali può rappresentare una forma di accanimento, di un obbligo insopportabile a rimanere in vita. Mentre l’offerta di cure palliative deve essere garantita a tutti e dovunque, ciò che è ben lontano dall’avvenire in Italia purtroppo, non possono essere imposte a chi trova intollerabile continuare a vivere in condizioni di sofferenza e totale dipendenza, ma non può né togliersi la vita da sé, né liberarsi dai macchinari che eventualmente lo tengono in vita. Soprattutto a chi desidera morire in condizioni dignitose e di lucidità. Per questo anche la sedazione profonda per qualcuno può essere inaccettabile. Dopo le due sentenze della Corte costituzionale che hanno riconosciuto il diritto di queste persone a ricorrere al suicidio assistito nessuno dovrebbe potersi permettere di impedirglielo o di renderglielo molto difficile, a prescindere dalle proprie convinzioni personali. Eppure è quanto sta facendo da troppo tempo il Parlamento, non approvando una legge che definisca non già il diritto o meno a ricorrervi, che è ormai affermato dalla Corte costituzionale, ma le procedure necessarie e le responsabilità di chi deve attuarle. In mancanza di questa legge, infatti, l’esercizio di quel diritto è alla mercè della discrezionalità delle aziende sanitarie e delle loro commissioni mediche, che possono allungare i tempi a dismisura, quando non negare il sostegno in base a valutazioni più o meno capziose.

La Regione Toscana, con la sua legge non fa che definire procedure certe e con tempi ragionevoli. È paradossale che qualche esponente della maggioranza abbia gridato alla “fuga in avanti”. In realtà si tratta di un parzialissimo, perché solo in una regione, recupero del ritardo. E se ci sarà un rischio di “turismo della morte”, come ha denunciato qualcun altro, ciò non dipenderà dal fatto che la Toscana ha approvato questa legge, ma dall’ostinata pervicacia del Parlamento a non approvarne una in ottemperanza alle indicazioni della Corte Costituzionale.

C’è persino chi vorrebbe approvare una legge che di fatto negasse il diritto faticosamente conquistato con le sofferenze e la determinazione di persone che chiedevano che venisse riconosciuta la loro libertà di morire dignitosamente e senza artificiosi e dolorosi prolungamenti. Ma il diritto alla vita non può essere rovesciato né in un obbligo ad essere mantenuti in vita ad ogni costo e contro il proprio volere, né nell’opzione secca tra morire tra atroci sofferenze oppure perdendo la coscienza di sé sottoponendosi a sedazione profonda.

È difficile decidere che cosa sia meglio, più giusto, fare quando una persona molto sofferente e dipendente non è in grado di esprimere i propri desideri ed effettuare delle scelte consapevoli. Ma quando una persona in possesso delle proprie facoltà mentali, ma altrimenti totalmente dipendente per la propria sopravvivenza fisica, manifesta il desiderio di porvi fine e non considera accettabile nessuna alternativa, quando chiede di essere aiutata, dovrebbe solo essere accolta con rispetto per la sua libertà e accompagnata nella sua scelta, senza spazio per discrezionalità umilianti e dilazioni disperanti.

da il manifesto

«Sono felice. Ho inquadrato questa esperienza sotto la luce della lotta politica. Riguardava me, ma avrebbe potuto riguardare chiunque altro. Per me è stata un’esperienza legata a una militanza che non ho mai smesso di portare avanti». Dopo anni di processi e senso di solitudine, Mimmo Lucano si sente finalmente sollevato.

La Corte di Cassazione ha messo una pietra tombale su un impianto accusatorio che voleva fare di Riace un modello criminale. Assolto per i reati più gravi – resiste all’ultimo grado di giudizio solo la condanna a 18 mesi per falso, con sospensione della pena – l’eurodeputato non perde il sorriso: «Sì, è vero è rimasta la condanna per falso. Però, a dire la verità, non capisco nemmeno la natura di questo reato. È un illecito amministrativo, che non ha alcuna valenza per me».

Che idea si è fatto di ciò che è accaduto in tutti questi anni di processo?
All’inizio non me ne rendevo nemmeno conto, ma a un certo punto ho capito che il potere non poteva permettersi di lasciare indisturbato ciò che stava accadendo a Riace. Riace aveva ribaltato il paradigma della narrazione criminale sulla migrazione anche grazie agli atteggiamenti spontanei della gente del posto, fatti di accoglienza e ospitalità. È un’antropologia che favorisce il senso di solidarietà. Io ho voluto legare tutto ciò a un valore politico: stare dalla parte dei più deboli, dei migranti, di chi vive nel disagio sociale.

Crede ci sia stato un accanimento politico nei suoi confronti?
L’esperienza di Riace è stata una vera e propria rivoluzione. Mi viene subito in mente Dino Frisullo, che mi ha fatto innamorare della questione curda e di quella palestinese. E anche il regista Wim Wenders, che ha parlato di Riace come di un’utopia che non poteva che essere ostacolata. Questa è una battaglia che mette in contrasto i valori della sinistra, basati su uguaglianza e solidarietà, con quelli della destra, che purtroppo parlano un altro linguaggio: quello del razzismo, della violenza, dei lager libici e dei torturatori.

Cosa è rimasto oggi del modello Riace oggi?
Riace oggi è ancora in piedi, nonostante tutte le difficoltà. Abbiamo resistito per cinque anni, anche sotto un’altra amministrazione comunale, ma ora vogliamo guardare al futuro. Non vogliamo che Riace diventi una delle tante realtà segnate dal declino sociale e dall’oblio. L’accoglienza è stata una speranza non solo per i migranti ma anche per le comunità locali: accogliere significa aprire nuove scuole, asili, oratori.

Parlare di accoglienza in epoca di deportazioni a Guantanamo e in Albania?
La questione migratoria è centrale in un dibattito mondiale che va dagli Stati Uniti all’Europa, passando per l’Italia e la Libia. Spesso le soluzioni proposte sono disumane. L’Italia ha contribuito a questa tragedia firmando i memorandum con la Libia nello stesso periodo in cui Riace veniva criminalizzata: non potevano permettere che un piccolo comune raccontasse una storia completamente alternativa.

Cosa si augura per il futuro?
Mi auguro che questa esperienza possa essere un esempio per l’Europa. Non un’Europa dei fili spinati, delle barriere, dei campi di internamento, ma un’Europa della democrazia, dell’accoglienza, della solidarietà. L’Europa deve scegliere: o continua su questa strada, o rinnega se stessa. Con questa sentenza, possiamo dire che il modello Riace non è solo un sogno, ma un futuro possibile.

da Il Quotidiano del Sud

La vita è imprevedibile, ti sorprende quando meno te l’aspetti e ti costringe a interrogarti, a guardarti dentro per capire e capirti, per cercare e dare un senso a quanto ti è accaduto quando pensavi di aver vissuto le tue esperienze amorose e nell’età del tramonto non ti aspetti più niente. Ed ecco invece che irrompe l’imprevisto, l’impensato, il non cercato, che ti apre alla conoscenza di quel lato buio e inesplorato dentro di te, messo per lungo tempo a tacere. È quello che Katia Ricci, scrittrice e critica d’arte, racconta nel suo ultimo libro, a giorni in libreria, In penombra, edito da Les Flâneurs. Un libro confessione, un romanzo tra realtà e sogno, tra vissuto e inventato che porta l’autrice, donna consapevole di sé con alle spalle anni di femminismo, a misurarsi con le sue emozioni, paure e sessualità, a lungo taciute. Emozioni e sentimenti rimasti per anni in ombra, nonostante la pratica dell’autocoscienza degli anni ’70, e portati in superficie in un tempo “impreciso” e nello spazio di una stanza in penombra, dove l’autrice, seduta su una sedia a dondolo e lo psicoterapeuta di fronte a lei, parla delle sue fobie, dei traumi della sua infanzia, delle inquietudini e incubi notturni, del vuoto e della mancanza che sente dentro di sé, mentre aleggia il fantasma del padre che l’ha accompagnata per tutta la vita, rendendo i suoi rapporti con gli uomini complicati. Tornano lontani ricordi della sua infanzia, della madre, del suo sentirsi non amata, della casa, della campagna, della natura in cui è cresciuta, di lei adolescente che nascondeva le sue fragilità e il suo bisogno di amore dietro la sfrontatezza che la faceva sembrare forte. In quella stanza in penombra, dove si sente accolta, ascoltata senza paura del giudizio, è arrivata con il bisogno di parlare delle sue paure, «capirne la ragione e possibilmente guarire», ma l’imprevisto la sorprende, la coinvolge e la interroga. A poco a poco, infatti, il rapporto medico-paziente cambia, viene travalicato e quello che poteva essere un innamoramento terapeutico diventa un sentimento di amore corrisposto, che le regala sensazioni mai provate prima. Un amore vissuto e accettato con consapevolezza, raccontato con delicatezza e gratitudine ma anche con timore di essere giudicata dalle donne, dalle amiche con cui condivide quotidianità, affetti e politica. Perché scrivere di una storia passata e che si trova a raccontare al suo psicologo? Non ha certezze. «Forse per lenire il senso di mancanza, per riempire con la scrittura un vuoto disperato. O forse per cercare di fare emergere una trama che abbia un senso in tutta la storia, oppure per chiudere un cassetto che rischia di rimanere sempre aperto e di procurarmi dolore, oppure per capire come e perché sia successo». Qualunque sia la ragione l’autrice ci regala un libro coinvolgente, in cui ci/si svela a se stessa, ripercorre i suoi pensieri, analizza cosa l’avesse «spinta a cercare conforto e rifugio in un amore tardivo», nella consapevolezza che il rapporto analitico era fallito e che lui era stato “scorretto”. Ma a lei piaceva, si sentiva coccolata, ascoltata, vista e tra le sue braccia, come nel contatto con la madre della primissima infanzia, le paure e le fobie sparivano. Si era scoperta bisognosa d’amore e di cura, e lui glieli aveva dati. Si interroga continuamente, si fa domande a cui non ha risposte certe. Perché un uomo e non una donna psicoterapeuta? Di che cosa sentivo veramente bisogno? Quali mancanze avevo? Percepivo che la mancanza principale fosse non aver avuto una figura paterna rassicurante. Lui ne faceva le veci. Aveva capito il mio vuoto e da narciso qual era aveva deciso di riempirlo? Fu tutta una trappola? Forse è vero, «bisognerebbe poter vivere almeno due volte, una di prova e l’altra per davvero».

da Pandora Rivista

In ricordo di Aldo Tortorella, comunista amico delle donne mancato il 5 febbraio 2025, ripubblichiamo questa bella intervista del 17 aprile 2015, che si incentrava sulle prospettive della sinistra nella crisi della modernità in atto a partire dalla storia della sua vita.

Ci sembra il modo migliore di ricordarlo e di salutarlo.

La redazione del sito

Domanda: Fai parte di una generazione di dirigenti politici, e in particolare di dirigenti comunisti, che sono stati segnati nel profondo dalle convinzioni ideali della Resistenza, nella prima giovinezza. Ti chiederemmo intanto di ripercorrere brevemente cosa hanno significato per te quegli anni e quelli immediatamente successivi alla liberazione.

Risposta: Forse debbo dirti prima come mi sono avvicinato ai comunisti e alla Resistenza. A diciassette anni – avevo “saltato” qualche classe – mi iscrissi alla facoltà di Lettere e Filosofia dell’università di Milano per poter studiare con Antonio Banfi, titolare di Storia della Filosofia e di Estetica. Sapevo che era comunista e io mi consideravo tale. La scoperta dei comunisti era avvenuta attraverso l’interesse per lo studio della filosofia. Il mio primo insegnante al Liceo era un crociano, liberale, antifascista. Era un ottimo insegnante, si prese cura di me, forse anche perché ero abbastanza solo ad amare la sua materia tra gli studenti del liceo scientifico che avevo scelto di frequentare. Erano quasi tutti bravissimi in matematica, sognavano il politecnico, l’edilizia, la meccanica, si appassionavano alle onde radio e alle meraviglie della fisica delle particelle. Ero allo scientifico perché avevo immaginato di fare il biologo: forse ero più saggio da ragazzo.

Ma le passioni non si possono sempre dominare, come si sa. Comunque, il mio primo professore di filosofia morì, e venne un giovane supplente (Mario De Micheli, poi critico e docente universitario di storia dell’arte), che si manifestò dapprima come libero pensatore, lontano dall’idealismo crociano e poi, quando si accorse di me e io entrai in rapporto con lui, si svelò come marxista e comunista. Era un appassionato cultore delle arti figurative: e, come tale, partecipe della consorteria dei giovani pittori e scultori di allora dell’accademia di Brera. Tra quei giovani pittori c’erano alcuni che diventeranno noti (Morlotti, Cassinari, Dova, Peverelli…) ma il più celebre diverrà Dario Fo, però, come si sa, quale autore di teatro. Il maestro cui quei giovani guardavano era Picasso, comunista anche lui. Il quadro di riferimento era Guernica, simbolo della barbarie nazista. Una forte spinta all’indignazione contro l’ingiustizia sociale veniva a me come per altri di quella generazione, dalla lettura dei romanzieri sociali americani della prima metà del secolo: Jack London, Caldwell, Steinbeck, il primo Dos Passos, forniti dal fratello maggiore, letture che facevano seguito ad alcuni dei classici della narrativa ottocentesca russa, presenti in casa.

Uno della compagnia dei giovani di Brera era Raffaellino De Grada (figlio di un pittore importante a quel tempo – a metà, come altri, tra tradizione e avanguardia). Questo giovane – che diverrà un noto critico d’arte – era più grande di me e già in contatto organico con il Partito Comunista, che stava costruendo il Fronte della Gioventù insieme agli altri partiti del CLN. Dal rapporto con lui arrivai a partecipare alla formazione del comitato del Fronte della Gioventù di Milano. Entrai in contatto con Gillo Pontecorvo allora membro del comitato nazionale del Fronte, divenni responsabile degli studenti universitari, e in questa veste venni arrestato nel ’44, di fronte all’Università Cattolica dove andavo per un incontro clandestino, per la delazione di una spia. Finii in carcere, mi ammalai, venni mandato nel reparto carcerario dell’Ospedale Maggiore. E di qui poi evasi grazie a una indicazione del CLN all’organizzazione interna, diretta da un primario, comunista, e da una suora. Il capo del Fronte, Eugenio Curiel  un giovane fisico di valore dell’Università di Padova epurato perché ebreo, antifascista e comunista già prima della guerra, poi assassinato dai fascisti per strada, a Milano, alla vigilia della liberazione – mi mandò a Genova a rifondare l’organizzazione del Fronte della Gioventù dove il gruppo dirigente era stato in parte catturato, in parte disperso. Il Fronte era composto da tutti i partiti del CLN. Tra i fondatori e dirigenti c’erano anche due monaci serviti, David Turoldo e Camillo de Piaz, che saranno emarginati dalla gerarchia ecclesiale per tutta la loro esistenza.

A Genova fu una vita dura, ma facemmo tanto lavoro clandestino di agitazione e propaganda – come si diceva allora. Nella notte del 24 aprile, essendo uno dei pochi studenti universitari rimasti – altri erano stati trucidati o deportati – fui destinato all’Unità. A Genova l’insurrezione anticipò di un giorno, così il nostro fu il primo numero nel nord dell’Unità legale. Da allora, furono quattro le edizioni dell’Unità: a Roma e nel triangolo industriale Genova-Torino-Milano. Il Partito comunista voleva essere il partito della classe operaia: e di fatto lo era anche da un punto di vista sociologico. Soprattutto alla liberazione era un partito di operai e di dirigenti di estrazione operaia. Gli intellettuali erano pochi, gli studenti anche. A parte Togliatti e il vertice della direzione, la maggioranza degli altri era di estrazione operaia, acculturati nelle scuole di partito dentro le carceri o all’estero. Gli intellettuali di professione, alcuni dei quali particolarmente eminenti – come Antonio Banfi o Concetto Marchesi – assumeranno solo successivamente un ruolo di direzione così come gli intellettuali divenuti funzionari del partito.

Ma tu mi chiedi non solo come sia diventato comunista ma cosa pensassi in quanto partecipe della lotta di liberazione. Diversamente dall’ispirazione ufficiale della Resistenza, e dal sentimento dichiarato da altri, non pensavo che la nostra fosse una lotta limitata ai motivi patriottici nazionali, pur sentendoli e sapendoli essenziali per la costituzione di una alleanza così larga (dai comunisti fino ai monarchici) di cui ero ben consapevole: in quanto responsabile del Fronte a Genova avevo cercato di ricostruire i rapporti con i giovani di tutti i partiti antifascisti. Scambiavo, ma forse non ero il solo, il prevalere del sentimento nazionale con il nazionalismo fascista, retorico e insopportabile. Cosicché, per quanto mi riguarda, debbo confessare che pensavo al cambiamento non solo dell’Italia ma del mondo intero. Come vedi, non lesinavo nelle ambizioni. In effetti, le aspirazioni comuniste si presentavano ad un giovane come idealità universalistiche. Sarà poi la politica di Togliatti a far capire anche a me che i comunisti dovevano far propria l’idea di democrazia, considerandola in tutta la sua latitudine, e l’idea di nazione collegandola all’internazionalismo. E Curiel ci aveva insegnato che l’obiettivo era la “democrazia progressiva” (vale a dire una parola d’ordine radicalmente diversa dalla “dittatura del proletariato”). L’obiettivo era quello indicato da Togliatti. Curiel lo aveva particolarmente elaborato. Volevamo una democrazia capace di rendere protagoniste le classi escluse dal potere in una società capitalistica.

Questi convincimenti convivevano con il mito dell’Unione Sovietica come mondo nuovo. Negarlo sarebbe ipocrisia. La incredibile resistenza di Stalingrado (oggi Volgograd) e di Leningrado (tornata Pietroburgo) sembravano la conferma che una società nuova, carica d’ideali, era nata e vinceva. Il socialismo sembrava ormai realtà storicamente avviata in uno dei più grandi paesi del mondo, seppure attraverso tragedie immani. Anche se i processi staliniani contro i dirigenti bolscevichi – la cui notizia era arrivata attutita e poi era stata sommersa dal fragore della guerra – avevano creato dubbi, di cui si parlava. L’ultimo era stato quello contro Bucharin. Prima era stato condannato, con altri, Radek, un dirigente del cui valore intellettuale era giunta eco fino a uno studente come me. Radek sembrava aver scampato la condanna a morte che sterminò gran parte dei massimi dirigenti bolscevichi, ma in carcere fu assassinato alla vigilia della guerra. Ne avevo letto su non so quale pubblicazione che riferiva del processo e dell’esecuzione sommaria e ne chiesi, in clandestinità a Genova, al vecchio compagno che era il mio “contatto” e dirigente di partito. Non sapevo allora chi fosse, naturalmente. Era uno straordinario compagno (Carlo Venegoni) di estrazione operaia e di ascendenza politica, per dirla in breve, bordighista e poi di tipo trotzkista. E mi disse: «Processi tutti falsi. Ma dobbiamo stare con l’URSS». Indimenticabile. E indimenticabile un’altra frase di quelle discussioni al tempo della resistenza sull’Unione Sovietica, ma questa di un compagno intellettuale “ortodosso”: «Non sappiamo se il difetto sia nel sistema o del sistema». Non eravamo ciechi e sordi.

Poi, nel ’48, ci fu il caso Masaryk, ministro degli Esteri socialdemocratico cecoslovacco in un governo a maggioranza comunista. Volò nella notte dalla finestra, si parlò di suicidio, il dubbio di un assassinio fu forte, il clima divenne teso. Ma a monte (nel ’46) c’era stato il discorso di Fulton di Churchill, concordato con Truman, con cui si rompeva l’unità mondiale antifascista e iniziava la guerra fredda. La Cecoslovacchia, secondo gli accordi di Yalta, era nella sfera di influenza dell’Urss, il caso Masaryk fu digerito. Nel ’53, però, ci fu la rivolta degli operai di Berlino: un regime come quello della Germania dell’Est che voleva essere socialista in cui gli operai si rivoltavano. Lo ricordo come uno shock. E poi nel ’56 ci fu l’Ungheria ed io, come dissi a Banfi, con cui mi ero laureato, volevo andarmene dall’apparato del PCI, tornare agli studi. Fui trattenuto, anche per la memoria della Resistenza, per tutti i compagni che non c’erano più. Uno di loro, Walter Fillak, un giovane studente universitario di Genova, impiccato, scrisse ai genitori – è riportato nelle “Lettere dei condannati a morte della Resistenza” – che sapeva di andare a morire e che però il suo sacrificio avrebbe dimostrato la qualità dei comunisti, anche per la conquista della democrazia.

Il ricordo di tutto questo mi fece apparire l’abbandono del Partito – essendone divenuto un dirigente  come un cedimento, anche perché allora lo scontro era frontale. Molti intellettuali uscirono. Col tempo alcuni tra i più eminenti ritornarono: Antonio Giolitti, per esempio, che poi militò nelle file del PSI, ricoprendo responsabilità rilevanti in parlamento e nei primi governi di centro sinistra, e concluse la sua vita politica come parlamentare eletto nelle liste del PCI. Era già vecchio quando accettò la candidatura, e fu quasi una testimonianza che volle dare sull’involuzione craxiana e sull’evoluzione dei comunisti italiani. In questo processo evolutivo del PCI è stato determinante, credo, il contributo della generazione della Resistenza. Questa generazione ha avuto come compito, via via scoperto e assunto, quello di riscattare l’onore del nome comunista, che avevamo sposato da ragazzi – un nome stravolto da tanti tremendi delitti –, e di cercare di dare un senso concreto a quella che si chiamava la “via italiana al socialismo”. Berlinguer si è particolarmente distinto in questo: non solo nel separare le idealità comuniste, come le pensava lui e tanti di noi, dal modello sovietico, cosa che almeno in parte aveva fatto già Togliatti, ma nell’affermare con chiarezza un’altra visione del socialismo, una visione non valida solo per l’Italia.

Il PCI era stato il più tenace difensore della Costituzione repubblicana nello scontro difficile e aspro di tanti anni. La storia italiana è costellata di morti in piazza per le lotte del lavoro e per la difesa della democrazia fino agli anni Cinquanta e, dopo, è segnata dalle tragedie e dai lutti generati dal terrorismo di ogni parte e colore, particolarmente attivo, fino all’assassinio di Moro, ogni volta che il PCI si avvicinava al governo. Da Berlinguer in poi, cioè dall’inizio dei ’70 del secolo scorso, ma in parte anche prima, fu la generazione della Resistenza a guidare il Partito comunista nella ricerca di una via democratica verso una trasformazione sociale. Alcune conquiste ci furono. Molte battaglie furono vinte. Ma se la situazione di oggi è così deteriorata, se la democrazia è sotto assedio vuol dire che complessivamente ciò che fu costruito non era così solido come si pensava. La sconfitta è stata prima di tutto culturale. Le fondamenta stesse hanno in gran parte ceduto.

Domanda: Sei stato uno dei massimi dirigenti del Pci, direttore dell’Unità, responsabile con Longo e il primo Berlinguer delle politiche della cultura e poi coordinatore della segreteria nella ultima parte della stagione berlingueriana. La tua generazione è stata una vera e propria aristocrazia politica, fatta di “politici-intellettuali” e “intellettuali-politici”. Quale era allora la natura del nesso tra politica e cultura? Possiamo dire che il Partito esercitava una vera e propria capacità egemonica nel mondo culturale italiano, dalle arti figurative, alla letteratura, dal cinema, al teatro?

Risposta: Innanzitutto una precisazione. La nozione di egemonia del Pci nel mondo della cultura ha senso se riferita alla condivisione della linea politica del Partito da una parte molto notevole e influente della intellettualità. Fummo a lungo nel clima determinato dal patto costituzionale che riguardava la costruzione di uno stato effettivamente nuovo: penso ad esempio alla definizione del carattere sociale della proprietà (art. 42 Cost.). Inoltre nel dopoguerra il Pci ebbe una funzione determinante nella lotta contro la censura, contro le tendenze oscurantiste, per la libertà della elaborazione culturale in ogni campo. Ma è dubbio che il Pci esercitasse davvero una funzione trainante nell’insieme dei settori della creazione del patrimonio conoscitivo e della espressione artistica.

Fino all’VIII congresso (quello successivo al ’56) la nozione di “cultura” recava con sé un pesante bagaglio ideologicistico. Solo dopo il 1956 il “lavoro culturale” divenne pienamente una attività per politiche culturali innovative nel campo della scuola, dei beni culturali ecc. Inoltre nelle università l’influenza dei cattedratici di estrazione comunista o simpatizzanti della sinistra era molto contrastata da una pesantissima presenza e forza organizzata conservatrice laica e cattolica. Il cattolicesimo pre-conciliare era fortemente intriso di spirito di conservazione. Anche perché dall’altra parte del Muro, nei paesi delle democrazie proletarie, contrariamente alla linea propugnata da Togliatti, lo scontro tra comunisti e Chiesa cattolica, pensiamo a Ungheria e Polonia, era acutissimo. La linea dei comunisti italiani, che aveva portato all’accettazione del Concordato con la Chiesa in Costituzione, appariva quasi un tradimento agli occhi dei partiti comunisti dei paesi socialisti. Oltre che essere invisa ai partiti laici italiani i quali, però, collaborarono poi con la DC, per tanti anni.

Una parte importante dei massimi dirigenti del Partito nel tempo della lotta antifascista e della prima età repubblicana erano uomini dell’Ottocento o dei primi del Novecento. L’evoluzione della cultura creativa, per esempio nel campo delle arti figurative, con l’affermarsi di nuovi modi di guardare il mondo (con l’astrattismo, l’arte concettuale, l’arte povera ecc.) era ostica per loro. Non per sudditanza al realismo socialista: ma per formazione culturale. Togliatti era un “carducciano”. Amendola, pur compiendo la “scelta di vita” comunista, era cresciuto in casa Croce. Ingrao, che rappresentò la sinistra del partito a partire dal ’66, originariamente “pascoliano”, era cresciuto con Montale. La formazione di Togliatti e di quel gruppo dirigente era avvenuta nei primi anni del secolo e quella di Ingrao, Amendola, Alicata ecc. negli anni ’30.

Oltre che nelle arti figurative, nel campo delle lettere ben presto, con il gruppo ’63, la tendenza neorealista (sostenuta anche dalla stampa comunista) fu messa in discussione e sostanzialmente superata. Nel campo delle scienze umane la cultura del gruppo dirigente ebbe un pesante ritardo (essenzialmente per l’influenza dello storicismo crociano, sprezzante verso la sociologia e tutte le sue implicazioni). Fu nel determinante settore del cinema che la nostra influenza divenne molto forte, quasi egemonica: mentre nelle arti figurative il realismo era ancorato a esperienze del passato, nel cinema il neorealismo era del tutto innovativo. Si passava dai film dei cosiddetti “telefoni bianchi”, cioè il cinema costretto dal fascismo a mostrare poca parte o nessuna della condizione delle classi subalterne e dei mali della società, al cinema “neorealista” che aveva l’ambizione di rappresentare la realtà per quello che realmente era e aveva una profonda valenza almeno progressista: Visconti, De Sica e molti dei più giovani autori erano orientati a sinistra e alcuni esplicitamente verso il Pci.

Certo, il rapporto della cultura con la politica era considerato decisivo per il gruppo dirigente comunista che formerà il “partito nuovo” di Togliatti. Era impensabile che si potesse diventare dirigenti senza un rapporto con il sapere e con qualche competenza determinata. La scoperta e l’insegnamento di Gramsci fu in proposito essenziale. Ma la cultura non era importante solo per i comunisti: nel gruppo dirigente democristiano non mancavano certo i docenti universitari, non posso non pensare ad esempio ad Aldo Moro. L’idea stessa della politica era diversa: la diversità stava anche, se non soprattutto, nelle diverse visioni del mondo. C’era una contrapposizione ideologica.

Domanda: Contrapposizione ideologica le cui ragioni e le cui radici affondavano in profondità.

Risposta: Certamente. La parola “ideologia” può significare falsa coscienza, ma anche sistema di valori: si contrapponevano valori come uguaglianza, solidarietà, più vicini alla sinistra storica e al movimento operaio, e il valore della libertà (non certo ignorata da socialisti e comunisti) che era premessa dalle altre forze (libertà di coscienza, di impresa, rivendicata come se l’altra parte non ne avesse contezza). Il grande errore del movimento operaio italiano è stato quello di lasciare, a livello simbolico, che la DC si appropriasse dell’idea di libertà (parola “libertas” incisa sullo scudo crociato) in modo quasi monopolistico e di sembrare, e in parte di essere, paladina del primato assoluto dell’eguaglianza.

Quanto alla centralità assegnata alle radici ideali e culturali dei nostri convincimenti, ricordo che a volte nella direzione del Pci poteva accadere di questionare su questioni schiettamente filosofiche. Il mio maestro, Banfi, aveva una lontana origine kantiana, perché era stato a studiare in Germania all’inizio del ’900, quando fioriva la scuola neokantiana di Marburgo e nello stesso tempo Simmel. Lo stesso maestro di Banfi, Martinetti, era il massimo interprete di Kant della sua generazione. Il fatto che la dialettica hegeliana venisse trasformata nel materialismo dialettico per alcuni di noi era irritante, perché questo si era tradotto fatalmente in una vulgata ridicola e grossolana. Ricordo di una discussione in direzione tra me e Alfredo Reichlin sullo storicismo hegeliano (avversavo la vulgata storicista che nei suoi cascami diventa il “chi vince ha ragione”) e un’altra con Pajetta e Amendola sulla filosofia di Nietzsche. Questi ultimi due compagni venivano dalla stagione dell’antifascismo: Amendola, che non era affatto un socialdemocratico, e Pajetta – saranno i maggiori sostenitori di Togliatti nella generazione di mezzo – avevano aderito al Partito comunista dopo la svolta della VI internazionale, cioè dopo il congresso del “socialfascismo”, la parola d’ordine settaria che portò alla rovina il partito comunista tedesco, la Germania e l’Europa. Per loro Nietzsche era essenzialmente quello che i nazisti e i fascisti avevano eretto a loro nume. Invece, in quel tempo, mentre io dirigevo la sezione culturale, nel dibattito corrente c’era, tra l’altro, una rivalutazione di Nietzsche da sinistra. Mazzino Montinari, comunista, curò con Giorgio Colli la pubblicazione delle opere di Nietzsche e dette una svolta agli studi nietzschiani, ma anche altri tra cui Cacciari (del quale io non condividevo quasi niente), erano orientati, secondo me giustamente, a strappare il pensiero nietzschiano alle grossolanità e anche alle falsità delle interpretazioni nazistiche e a riportare quel pensiero a se stesso. Nietzsche è stato il pensatore più dissacratore della sua generazione. Ebbi la meglio in quella discussione perché in quell’anno era stato appena pubblicato il diario della madre di Pajetta, che era stata una grande comunista, insegnante, di famiglia medioborghese. In gioventù, aveva scritto un diario, che era stato scoperto e pubblicato dalla federazione comunista di Torino, in cui raccontava che la lettura di Nietzsche le aveva aperto la mente e fornito le armi critiche contro i luoghi comuni del pensiero chiesastico e della consuetudine borghese. Fu una buona prova per convincere il figlio, carissimo e difficile compagno.

Domanda: Nel documento della presidenza dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra del maggio 2013, tra le altre cose, si legge: «Se la sinistra abbandona l’analisi critica della realtà economica e sociale determinata dai modelli di produzione e di consumo e della loro rappresentazione simbolica e culturale, rinuncia alla sua medesima ragion d’essere e diviene incapace di portare un utile contributo al risanamento dei mali presenti nella società». Una delle domande […] muove pressappoco da questa vostra considerazione, in altre parole dall’assunto che la crisi che viviamo, avanti tutto di civiltà, ha svelato la parzialità di una dottrina ideologica, quella neoliberale, che aveva e ha tra le sue condizioni d’essere quella di porsi appunto come oggettiva e ineludibile cornice dell’agire politico, estromettendo l’analisi critica dal campo della politica. La Sinistra, in particolare quella europea, è stata subalterna culturalmente prima ancora che politicamente a una visione del mondo che non le apparteneva: cosa ritieni ci sia alla base di questo pressoché totale appiattimento?

Risposta: Purtroppo di questa sudditanza fanno parte anche molti amici e compagni della mia generazione: è mancata l’analisi critica della realtà e conseguentemente della nostra realtà perché la frettolosa abiura, in luogo di un più serio processo di superamento, ha portato come conseguenza l’accettazione acritica del pensiero dei vincitori. Ho fondato questa associazione con l’obiettivo di contribuire a ricostituire i fondamenti della sinistra: la mancata revisione dei fondamenti del movimento comunista e della medesima idea socialista ha portato inevitabilmente al cedimento che dicevo: sono tutte giuste le idee dell’altra parte. Se non si riesce a distinguere quanto ci fosse di giusto nelle domande originarie, e quanto di sbagliato in alcune delle domande e in molte delle risposte, e non se ne cercano delle altre, non puoi che arrenderti al senso comune: quando si pensa a Gramsci e Togliatti, si deve ricordare che essi ebbero la capacità di leggere in chiave critica il loro passato per trovare la risposta alla loro sconfitta. Ed è per questo che poi Togliatti fece la politica che ancorò il partito alla democrazia, alla nazione, alla idea delle “riforme di struttura”, tenendo ferma la convinzione che un cambiamento fosse necessario nella democrazia e nella pace. Non è tra l’altro vera la vulgata della doppiezza togliattiana: lui si considerava, credo, sinceramente uno dei costruttori della parte “buona” dell’Urss. Non dimentichiamo che era stato un buchariniano. Pensava che pur col sangue, con le tragedie, i massacri, una nuova storia si era avviata.

Ma quando tu fai parte di una generazione che, sia pure faticosamente, si accorge che quella storia avviata non andava “verso il comunismo” ma si sostanziava in una dittatura burocratica (che sboccherà poi nel capitalismo selvaggio tanto in Russia quanto in Cina) devi avere la capacità di capire che qualcosa di profondo era sbagliato. Tutta colpa solo di Stalin? Non si può sapere che cosa sarebbe diventata la rivoluzione russa se Lenin non fosse morto così presto e se la sua NEP fosse continuata: anche Lenin credeva di applicare le idee rivoluzionarie di Kautsky, ma poi lo tacciò di “traditore”, perché anche Kautsky, come la Luxemburg, non concordava con la soppressione della dialettica democratica e delle libertà politiche.

Dunque era essenziale, e lo è ancora, capire quali siano stati i veri errori teorici oltre che pratici da cui è venuta la sconfitta drammatica del movimento comunista per un verso e la omologazione del movimento socialdemocratico per altro verso. Ma in luogo di questo sforzo di comprensione, purtroppo, vi è stata solo abiura. Demonizzare non serve a niente e, anzi, peggio, nasconde i propri errori e li ripete inconsciamente.

È parso, dopo l’89, che si volesse tornare alle origini e riscoprire Bernstein, che aveva ragione a definire passeggere le crisi del capitalismo. Ma questo non è avvenuto, in realtà, qui da noi. Perché se si ripensa alla esperienza e alla dottrina di quella prima generazione di riformisti bisogna ricordare che c’era in essi l’aspirazione al cambiamento socialista, inteso come mutamento dei meccanismi economici, non il cedimento a una concezione che oggi definiamo liberista.

Nel tempo presente il socialismo è diventato sinonimo di stato sociale, essendo dipendente dal ciclo economico, giacché utilizza i margini dell’economia corrente, quando interviene una crisi, va in crisi anch’esso. Lo stato sociale nasce in casa conservatrice e poi viene sviluppato dai socialdemocratici (e in Italia anche con il contributo determinante dal PCI) ed è cosa certo positiva: dà lavoro e comporta una distribuzione della ricchezza, ma non mette in discussione il modo dell’accumulazione e il suo fine. L’errore di coloro che hanno pensato che lo stato sociale non fosse sufficiente (com’è avvenuto per la parte detta “rivoluzionaria” del movimento socialista) non è stato quello di pensare che fosse pensabile e necessario un altro modo di produzione, ma nella concezione dell’insieme della realtà cui il fondamento economico appartiene e, dunque, nella concezione di quel che volesse dire un altro modello economico e in quale modo fosse perseguibile. L’errore fondamentale è stato, credo, la riduzione all’economia della critica sociale e la sottovalutazione – o la ignoranza – del ruolo parimenti essenziale dell’immaginario e del simbolico. Solo Gramsci, tra i marxisti del XX secolo, ha intuito – e non si può certo fargli colpa di non aver potuto andare sino in fondo nella sua ricerca – la complessità del reale e il ruolo determinante e autonomo di quella che in antico gergo si è chiamata la “sovrastruttura”.

Da quella amputazione nella concezione della realtà è venuta l’idea che il mutamento della proprietà dei mezzi di produzione e di scambio, cioè il passaggio del titolo giuridico della proprietà dal privato al pubblico, risolvesse l’insieme dei problemi. A questo si è ristretto il campo: non solo da Lenin e Stalin, ma già in Bernstein e Kautsky. Anche nel programma dell’Internazionale socialista democratica fino all’89 c’era il superamento del capitalismo: questa aspirazione, date le guerre, i massacri coloniali, lo sfruttamento del lavoro, le assurdità dell’assetto sociale capitalista, era certo giustificata, ma se per la parte “rivoluzionaria” l’errore è stato nella supposizione che il mutamento proprietario risolvesse tutte le contraddizioni (e, dunque, sul piano della pratica politica, l’esaltazione del volontarismo e della soggettività – cioè della funzione dominante del partito), per la parte “riformista”, mi pare, l’illusione è stata quella che le correzioni sociali nel modello dato portassero alla lunga anche al mutamento del modello.

Continuo a pensare che il problema sia e rimanga quello di una visione complessiva della realtà, dunque di una capacità di valutazione critica che vada oltre l’economico. È certo meglio, comunque, una volontà riformatrice, per quanto limitata, che l’accettazione del credo liberista, della fiducia cieca nel “mercato” inteso quasi come dato di natura (mentre è ovviamente creazione umana). Mancando una intenzionalità riformatrice, non puoi che accettare le ricette correnti o rimanere nell’alveo della nostalgia. Entrambi atteggiamenti sbagliati. Il momento che viviamo è per certi aspetti identico a quello della formazione dei primi partiti socialisti.

Domanda: È stato commesso principalmente il primo dei due errori di cui parli, anche in Italia…

Risposta: L’errore nel momento della metamorfosi del PCI non è stato quello di pensare che fosse necessaria una trasformazione, ma nel modo di farla. Bisognava capire che per creare in Europa e nel mondo un orientamento ideale alternativo occorreva maneggiare dei concetti diversi. La discussione su Kant e Hegel, oppure sul pensiero “debole” o quello “forte” gira tutta intorno a quali concetti maneggi. Ad esempio: qual è il motivo originario del movimento comunista? Il bisogno soltanto? No, non è vero, perché esso si incontra con un’esigenza di carattere puramente ideale, cioè etico. Se leggi il Manifesto dei Comunisti di Marx ed Engels, che quando lo scrissero erano due giovanotti di trent’anni, ti chiedi: perché vogliono cambiare? Solo perché individuano una legge della storia, quella della lotta di classe? No, perché ebreo l’uno e di famiglia cristiana l’altro, ereditano delle idee di ordine morale, ereditano, pur discutendola, un’etica. È una questione di giustizia, perché è “più giusta” una società di liberi e uguali. L’idea di giustizia non nasce in natura. E nemmeno quella di “sinistra”, che è un dover essere.

La questione delle questioni era ed è la questione morale, che non è una caccia al ladro, ma l’idea che il fondamento della politica non può che essere di natura etica. Il fondamento etico significa che anche la distinzione weberiana tra la morale delle intenzioni e della responsabilità sta in piedi fino ad un certo punto. Tanto è vero che con la morale della responsabilità, se vissuta dogmaticamente, si rischia di finire a tagliar le teste: i fondamentalismi religiosi dicono di appellarsi alla fede autentica e vera, il “socialismo scientifico” diceva di agire in nome della verità della scienza. Lo storicismo, che fu prevalente nel gruppo dirigente del PCI, ha il merito di essere almeno in parte un rimedio contro il dogmatismo (dico “in parte” perché anche qui c’è la versione dogmatica di chi pensa di essere proprietario del vero “senso della storia”) ma può scadere, come è scaduto, nella brutta caricatura opportunista secondo cui chi vince ha ragione.

Quando dico fondamento etico della politica per una sinistra consapevole, intendo una capacità di lotta contro ogni forma di integralismo, avvertendo però che il contrario dell’integralismo di qualsiasi specie non è l’assenza di qualsiasi valore ma l’assunzione di valori umanamente verificabili. In una società pluralista i valori di riferimento sono ovviamente diversi. I conservatori hanno una etica ben netta data dalla tradizione. Spesso non si sa più che vuole la sinistra, nel senso che sposa inconsciamente il punto di vista altrui. Ma se non ha un proprio punto di vista la sinistra è perfettamente inutile. Una fondazione etica significa, ad esempio, che dato il tramonto del “sole dell’avvenire”, è venuto il momento di sapere che la corrispondenza tra principi e prassi è il metro di misura. In effetti, qualcosa di questo ci fu nei primi socialisti, ma anche nella Resistenza e nella parte migliore dell’attivismo politico di lunghi anni di battaglia.

Dopo l’89, scusa l’autocitazione, ricordai come unico socialismo possibile il “socialismo dei comportamenti”. È una definizione un po’ buffa, e certo manchevole, tuttavia, come si vede, è messa in pratica da qualche movimento (pensa all’autoriduzione, per quanto possa apparire demagogica, degli stipendi dei parlamentari pentastellati). Mettere l’accento sui comportamenti non era inutile, visto quello che accade a sinistra anche dal punto di vista della correttezza. E serve comunque a dire che una comprensione critica della realtà è prima di tutto comprensione di sé stessi, perché facciamo parte della realtà sociale e diciamo di volerla modificare, in tutto o in parte. Bisogna ripensare tutto daccapo: noi vecchi dovremmo dirvi dei nostri errori, tocca a voi rifondare un nuovo pensiero, scrivere un nuovo “Manifesto”. Voi siete, potete essere, la generazione protagonista di un pensiero di trasformazione per la contemporaneità e di una nuova tensione ideale.

DomandaLa democrazia vive una fase di grave involuzione, i diritti sociali sono sotto attacco da decenni, e con essi, conseguentemente la libertà sostanziale dei lavoratori. Possiamo ricondurre ciò tanto a una crisi della modernità, i cui caratteri costitutivi starebbero secondo molti osservatori lentamente venendo meno, quanto agli esiti della rivoluzione neoconservatrice di cui parlavamo poc’anzi. Qual è la tua lettura, e quale pensi sia il nesso, se esiste, tra crisi della modernità e neoconservatorismo?

Risposta: La risposta dipende dal significato che si dà alla parola “modernità” che, come sai, è oggetto di discussione da che se ne incominciò a parlare alla metà dell’Ottocento. Se per modernità si intende la rottura di un sistema mentale determinato da valori estrinseci e immutabili e lo sforzo di autoconsapevolezza dei singoli e della comunità umana, siamo appena agli albori, basta vedere il rifiorire degli integralismi religiosi. Ma se per modernità si intende il complesso di valori determinati dal moto di trasformazione capitalistico (il prevalere del consumo come fine in se stesso, la trasposizione del danaro da mezzo a scopo universale, la chiusura individualistica cui fa riscontro la massificazione, la competizione esasperata matrice di violenza endemica, ecc.), se per modernità si intende il mito di un lineare progresso, il nesso tra crisi della modernità, controrivoluzione conservatrice, attacco ai diritti e alle libertà diviene evidente. La controrivoluzione neoconservatrice nasce di fronte a quello che fu definito “l’eccesso di domande” della democrazia già negli anni ’70 del secolo scorso, quando si esauriscono i “trenta anni gloriosi” del periodo postbellico e della prosperità crescente nei paesi a capitalismo maturo. Le domande eccessive erano appunto quelle indotte dalle speranze di un ininterrotto sviluppo capace di garantire a un tempo avanzamenti nelle condizioni delle classi lavoratrici e mantenimento delle gerarchie sociali e dei privilegi dati, speranze che in presenza della gara elettorale potevano portare e portarono al successo in Europa, per brevi periodi, le sinistre del tempo (anche, dopo, la Thatcher e Reagan): ma sinistre ormai pienamente prone alle idee neoliberiste. La tendenza conservatrice è un tornare indietro ai principi costitutivi di una società borghese e cioè alla soggezione piena delle classi subalterne alla logica del funzionamento capitalistico. Lo scambio – teorizzato come “nuovo riformismo”, e favorito dalla globalizzazione – è tra investimento di capitale e libertà e diritti (cosa evidente in Italia con il Jobs Act e in tutta l’Europa meridionale). Funzionale a questa visione è la delegittimazione dei partiti e di tutti i corpi intermedi (come i sindacati) e funzionale a questa delegittimazione è il sistema della corruzione endemica – che, forse, poteva essere almeno in parte contenuta o delimitata all’inizio degli anni ’80 (quando vi fu la denuncia di Berlinguer, allora schernita da taluni anche entro il suo partito). Bisogna sempre ricordare che la corruzione dei partiti, così come l’indebitamento degli stati, è utile alle esigenze delle forze dominanti.

Se si va più a fondo, e si intende la modernità come progetto razionale di assoggettamento all’uomo del mondo mediante la scienza e la tecnologia, la constatazione della sua crisi può portare ad esiti opposti. I francofortesi unendo la critica della modernità intesa come dominio della tecnologia (derivante dalla supposizione illuminista della assolutezza della ragione) alla critica della società borghese e dei rapporti di classe, possono aprire, com’è avvenuto, alla speranza di mutamenti sociali tali da rendere gli uomini e le donne protagonisti della propria storia e non inconsapevoli vittime di un destino assurdo da loro stessi costruito. Al contrario, la lettura del dominio della tecnica scissa dall’analisi dei rapporti tra gli uomini e tra le classi può portare a posizioni non solo conservatrici ma reazionarie all’estremo. Come accade a Heidegger (definitivamente svelato dalla pubblicazione dei suoi “quaderni neri”) che arriva al nazismo e al razzismo antisemita in nome del ritorno all’essenza dell’umano, tradita da quelli che hanno inventato la democrazia e la tecnica (da lui identificati con gli anglosassoni e gli ebrei), essenza identificata a sua volta nell’essenza del popolo tedesco di cui Hitler sarebbe stato il redentore. (Un delirio, come ha ribadito, secondo me giustamente, Emmanuel Faye dopo i “quaderni”).

Un tale delirio è stato l’aspetto estremo della crisi della modernità e pur ritornando a comparire in Europa non va confuso con il neoconservatorismo. Questo mantiene le forme della democrazia politica intesa come voto, trasformandola in quella che è stata chiamata postdemocrazia dato il dominio del capitale finanziario, la concentrazione dei mezzi di comunicazione di massa e il costo delle campagne elettorali. Il pensiero unico liberista si afferma perché le vecchie repliche della sinistra non hanno retto presentandosi, pur con accenti diversi o persino opposti, come fautrici dello statalismo contro l’iniziativa dei singoli e del collettivo contro l’individuale. Il desiderio e la scelta – cioè l’individuo e la libertà – sono sembrate appannaggio del capitalismo guidato dagli “spiriti animali” dell’uomo. L’assetto capitalistico si presenta come legge di natura. Ogni politica che ambisca a una qualche trasformazione, in sostanza, diventa una interferenza nel ciclo naturale.

Ma le ragioni storiche di una alternativa, mi pare, sono più che mai presenti. Il modello di incivilimento in cui viviamo fa acqua per la sua stessa natura, perché ha retto e regge solo su una parte di quella che si è chiamata la “natura dell’uomo”. Le persone non sono solo storia, come hanno largamente creduto le sinistre novecentesche, ma non è neppure vero che gli “spiriti animali” siano leggibili a senso unico. Un mondo così tecnologicamente avanzato che non è capace di debellare la fame di miliardi di esseri umani e non sa evitare le guerre, che sa reggersi solo sulla competizione più assurda, non può essere il migliore tra i modelli possibili. Certo, non se ne inventa un altro a tavolino, ma pian piano non potrà che emergere un nuovo ordine mondiale. Molecolarmente già avvengono modificazioni che bisogna essere capaci di cogliere. La rivoluzione femminile è in atto, quali che siano le resistenze (e i delitti). La miseria, com’era prevedibile, tracima. Finora abbiamo dato risposte parziali e sbagliate pensando di avere già la verità, adesso tocca a voi ripensare tutto questo ed elaborare una nuova visione. Bene raccogliere le memorie dei vecchi, ma fatevi avanti.

da il manifesto

ADDIO ALDO TORTORELLA Intellettuale e grande dirigente del Pci, aveva 98 anni. Il suo nome di battaglia era partigiano Alessio

Vorrei capiste quanto doloroso e umanamente traumatico sia per me scrivere della scomparsa di Aldo Tortorella.
Lo è in realtà sempre per tutti quei compagni che come noi per più di vent’anni hanno lavorato, in qualità – come si diceva allora – di “funzionario di partito”, a Botteghe Oscure o nei suoi equivalenti federali.
Perché l’impegno politico non era a quei tempi un aspetto della propria vita, era la vita stessa, e per questo i rapporti fra di noi diventavano totali.

Personali e collettivi, umani e politici, mai settoriali, perché abbracciavano tutti gli aspetti dell’esistenza. Con Aldo per me sono stati così stretti, perché è capitato che siano stati condivisi anche i legami centrali della nostra vita. A cominciare da quello con Rossana, sua coetanea, sua compagna di università, ambedue allievi di Banfi, un grande maestro di filosofia che gli aprì la porta del comunismo. Tutti e due guidati da lui a diventare partigiani a 18 anni. Poi militanti comunisti e insieme intellettuali, un connubio allora molto normale nel Pci, un’altra particolarità oggi ben più rara.

Poi tanti decenni di militanza analoga, io, gregaria, per un secolo nella Fgci e poi nella commissione femminile, ma pur sempre a Botteghe Oscure, Aldo, invece, subito di vertice – prima direttore dell’Unità di Genova, dove era capitato quasi per caso, fuggendo travestito da donna da un ospedale militare durante la Resistenza che si trovò così a combattere in Liguria, nelle fila del Fronte della Gioventù. Poi, tornato a Milano alla fine degli anni ’50, sempre direttore dell’Unità, quindi segretario della federazione milanese del Pci, infine a Roma, successore di Rossana – guarda caso – alla testa della Commissione culturale del Partito.

È in quegli anni di Milano che, pur senza rallentare i rapporti di amicizia, cominciammo a distanziarci politicamente, prima perché è in quel contesto milanese, nel quale “funzionari” erano anche Rossana e Lucio Magri, che cominciò a delinearsi la tendenza (non corrente, non ci fu mai) “ingraiana” dalla quale Aldo restò sempre distante, restando berlingueriano fedele, ma mai sdraiato sulle linea ufficiale del Pci, soprattutto quando questa, alla fine degli anni ’70, non fu più quella di Enrico Berlinguer che pure era segretario del Partito.

Dall’ingraismo, come sapete, è nato nel 1969 il manifesto, per iniziativa di una sua ala più indisciplinata, decisa a correre i rischi che comportava superare i confini della disciplina di partito. Ricordo bene quei mesi, perché in quei tempi, come da anni, avevo l’abitudine, quando – assai spesso – ero a Milano, di andare a dormire a casa di Lia Cigarini, amica strettissima, anche perché prima donna ad essere stata segretaria della mia amata Fgci in una grande città come il capoluogo lombardo. Quando noi “manifestini” veniamo messi sotto processo dal partito e poi radiati io sono a Milano in casa di Lia, nel frattempo divenuta compagna di Aldo: nella casa di Lia in bagno c’erano due lavandini per cui quando si aveva fretta era possibile lavarsi i denti contemporaneamente e ricordo Aldo che con lo spazzolino in mano mi apostrofava: «Sei una “pirla”,proprio una “pirla”». Non ridevamo, ci dispiaceva a tutti e due.

Ci siamo ritrovati nel 1989. Ho una bella fotografia sulla mia scrivania, scattata in occasione dell’incontro con la stampa per presentare la mozione numero 2 contro la decisione di Occhetto di sciogliere il Pci. In prima fila i firmatari. Tutti di nuovo riuniti. Fra loro Ingrao, Natta, Chiarante, io e Magri. Aldo ha retto un po’ più a lungo nel nuovo Pds, poi Ds, ma ha rotto già prima dell’avvento del Pd, quando Massimo D’Alema, al governo, ordina, durante la guerra del Kosovo, il bombardamento dei jet della Nato su Belgrado a partire dalle basi italiane. Durò 78 giorni.

Ci siamo ritrovati anche nell’impegno, non solo nelle idee. Prima nella redazione di una pubblicazione durata parecchi anni, a cavallo del secolo, La rivista del manifesto, allegata al quotidiano. Poi quando Aldo ha dato vita a l’Ars, l’Associazione per il Rinnovamento della Sinistra, preziosa e attiva sede di incontro dei tanti ormai dispersi ma pur sempre impegnati nella ricerca di una nuova strada comune, oggi diretta da Vincenzo Vita. E, sopratutto direi, nel suo impegno di conservare e rinnovare la voce antica di una rivista bellissima, Critica marxista, oggi affidata a Guido Liguori.

Vi ho raccontato tanti dettagli come non si fa nei necrologi. Ma volevo trasmettervi la testimonianza di quanto siano rimasti stretti i rapporti, nonostante le frequenti divergenze, fra i militanti comunisti, quando c’era un grande partito come il Pci .

A testimoniare in prima persona il tempo antico, eravamo fino a qualche anno fa rimasti solo in tre membri della direzione del Pci che erano stati iscritti dagli anni ’40, dall’immediato dopoguerra: Macaluso, Aldo e io.

Poi siamo rimasti in due quando anche Emanuele è scomparso qualche anno fa e con Aldo scherzavamo su di noi sopravvissuti.

da Avvenire

«All’inizio ci hanno incoraggiate, dicevano che poiché non potevano garantire la frequenza alle ragazze era utile che la scuola arrivasse nelle loro case. E abbiamo iniziato. Non ci hanno fermato». Così raccontava Hamida Aman ad Avvenire nell’aprile 2024. Poco meno di un anno dopo è accaduto: le hanno fermate. La notizia è di martedì, ma come spesso accade quando si tratta dell’Afghanistan, nei media internazionali non ha avuto il rilievo che avrebbe richiesto la sua rilevanza. Il complotto del silenzio, che ha violentemente zittito Radio Begum, l’unica radio e televisione di donne per le donne nell’emirato islamico, ha complici anche in Occidente.

Martedì, dunque, un drappello di ufficiali dell’intelligence, assistiti da rappresentanti del Ministero dell’informazione e della cultura, ha fatto irruzione nella sede di Kabul. Gli uomini hanno sequestrato computer, telefoni, hard disk, e arrestato due dipendenti maschi. Le giornaliste, le psicologhe, le teologhe, le educatrici e le dottoresse che dai microfoni dell’emittente nata l’8 marzo 2021 e finanziata anche dall’Unesco (a proposito, ecco a cosa servono i “carrozzoni” da cui Trump sta scendendo precipitosamente: a dare voce a chi non ce l’ha più) non erano presenti negli studi radiofonici e televisivi, perché nemmeno i media sono stati risparmiati dall’odio misogino del regime integralista afghano. Ma lavoravano da casa e resistevano, come tutte le ragazze e le donne in quella prigione a cielo aperto che è diventato l’Afghanistan dal 15 agosto 2021, quando i taleban si sono impadroniti del potere.

Radio Begum, che da un anno era diventata anche una tv satellitare, trasmetteva, in parte da Parigi, le lezioni previste dai programmi scolastici ufficiali nelle due lingue più diffuse, il pashtun e il dari. In un Paese in cui l’analfabetismo femminile è all’80 per cento contro il 51 per cento di quello maschile, la radio era una opportunità unica per le ragazze di continuare a imparare e per le donne adulte di aprire la mente. Radio Begum, che per volontà della fondatrice Hamida Aman, giornalista afghana-svizzera residente in Francia, aveva preso il nome della nonna – “Principessa” –, non diffondeva solo istruzione, ma attraverso le 18 antenne installate in 20 delle 34 province afghane raggiungeva tre quarti del Paese, trasmetteva dibattiti sull’educazione dei bambini, sui rapporti di coppia, su cosa prevede l’islam rispetto all’età del matrimonio, sulla salute fisica e mentale, e approfittando dei minimi spazi che gli occhiuti controllori concedevano, forniva nozioni utili alle donne e alle ragazze che per lo più vivono isolate in casa, aprendo agli interventi delle ascoltatrici da casa.

Che infatti chiamavano numerose. Hamida Aman aveva raccontato ad Avvenire che una delle ascoltatrici più assidue era Fatima, sedicenne di Bamyan, cieca dalla nascita e praticamente analfabeta. «Non aveva mai frequentato scuole speciali, né imparato l’alfabeto Braille. Ora non si perde una delle nostre lezioni, e ci ha detto che così ha la sensazione di andare a scuola. La radio è il suo unico contatto con la realtà».

Tutto finito? Se la parola più citata dell’anno è speranza, allora l’augurio è che sia solo una prova di forza, come già in passato era accaduto con alcuni programmi che erano stati sospesi o cancellati dopo il mancato imprimatur dei taleban. Ma questa volta ci sono gli arresti, ci sono le accuse di aver abusato della licenza diffondendo contenuti di reti televisive straniere: un’accusa pesantissima per chi sostiene che tutto ciò che viene dall’esterno è fonte di corruzione.

Restiamo con le nostre domande aperte: a chi davvero interessa che Radio Begum sia stata chiusa? Al silenzio imposto a una delle più importanti emittenti indipendenti in Afghanistan corrisponde l’assordante silenzio dell’Occidente. A parte le doverose dichiarazione di Reporter senza frontiere e dell’Associazione per la protezione dei giornalisti afghani, che lamentano il recente giro di vite alla libertà (sic) di stampa nel Paese (nel 2024 sono state chiuse 12 testate, con numerosi arresti arbitrari), a chi davvero interessa che una emittente di donne per le donne sia stata silenziata? Domanda senza risposta, come quella d’altronde che la giornalista afghana Nazira Karima ha posto l’altro ieri al presidente Donald Trump sull’esistenza di un piano per il futuro del suo popolo. Ed ecco la replica: «Lei ha una bella voce e un bell’accento. L’unico problema è che non capisco una parola di quello che dice. Ma le dirò questo: buona fortuna. Viva in pace». C’è in gioco davvero più che una radio tv. C’è in gioco il destino di metà della popolazione di un intero Paese. C’è in gioco, in fondo, l’umanità di ciascuno di noi.

Da Sibilla

Hannah Arendt, Simone Weil e qualche riflessione su di noi

A fine gennaio ho dato un bellissimo esame di Filosofia contemporanea sul modo in cui tre filosofe, Simone Weil, Hannah Arendt e Rachel Bespaloff, hanno provato a interpretare quello che per tanto tempo ci è sembrato il periodo peggiore della storia dell’umanità. Sebbene non si siano mai conosciute, ci sono straordinarie coincidenze nella loro vita e nella loro produzione filosofica: tutte tre ebree (ma con un rapporto complicato con l’ebraismo), tutte e tre rifugiate, tutte e tre che partono dalla constatazione che gli strumenti e le categorie etiche o politiche tradizionali non servono più a niente di fronte all’enormità di quello che sta succedendo. Arendt e Bespaloff vivono tanto a lungo da vedere con i propri occhi l’Olocausto, Weil no, ma tutte cercano affannosamente un modo per fermare il flusso degli eventi, per mettere un cuneo, fermarsi un attimo e poter dire qualcosa.

Ho studiato questi testi¹ mentre leggevo due romanzi, Il Castello di Franz Kafka e Il complotto contro l’America di Philip Roth (di cui ho scritto brevemente nell’ultima newsletter) e mentre assistevo alla presa di potere inesorabile di Donald Trump. Io non so bene cosa ci riserverà il futuro, ma sono molto inquieta. Per anni le preoccupazioni di femministe, comunità LGBTQ+, persone razzializzate e altre minoranze sono state minimizzate e ridicolizzate, perché “vedremmo fascisti ovunque”, e altre variazioni sul tema. La forza di questa messa in ridicolo mi ha portata più volte a vergognarmi della mia paura in passato, ma onestamente in questo momento storico non ho alcuna paura di sembrare ridicola: ho paura e basta. E non so se sia stato il connubio fatale di queste tre cose – leggere un libro che descrive come si arriva al totalitarismo nella pratica, leggere un libro che descrive come si arriva al totalitarismo nella favola, guardare alle undici di sera l’uomo più potente del mondo fare un saluto romano e perdere il sonno per una notte intera – ma sto smettendo di pensare che quello di Weil, Arendt e Bespaloff sia stato il periodo peggiore della storia dell’umanità, perché c’è qualcosa ancora di peggiore, ed è quello di fronte a cui ci stiamo affacciando adesso, e per di più in un terreno in cui piantare il nostro cuneo diventa sempre più difficile. Un terreno vischioso e ingannevole, un’enorme sabbia mobile capace di una forza ancora più inesorabile di quella descritta da Simone Weil, che non si limita a farci cadere a peso morto a terra, ma ci trascina ancora più giù.

C’è un filo conduttore nel pensiero di queste filosofe, ed è il riconoscimento che in tempi orribili non ci sono differenze tra vincitori e vinti. Qualche giorno fa su TikTok ho visto i video di una ragazza trumpiana, talmente trumpiana da essere andata a Washington D.C. per l’inaugurazione, che è passata nel giro di poche ore dall’acritica celebrazione della vittoria del suo eroe al rendersi conto che l’esercito del suo eroe stava venendo a prendere il suo fidanzato, possessore di green card ma non cittadino americano. E così dai video tutorial su come fare gli alabama curls è passata a filmarsi in lacrime, senza mai chiedersi (o almeno senza ammettere pubblicamente) se c’era una connessione tra la sua fede MAGA e l’imminente deportazione del suo fidanzato.

Quando scrisse Le origini del totalitarismo prima e La banalità del male poi, Hannah Arendt si attirò molte critiche per aver osato dire che nel nazismo non ci sono differenze tra vincitori e vinti, perché il nazismo mira proprio ad annullare quella differenza. Quella differenza si annulla quando non c’è più possibilità di scegliere fra il bene e il male, e la massima aspirazione di ogni sistema totalitario è far sì non tanto che le persone smettano di compiere questa scelta, ma che non siano nemmeno messe nelle condizioni di provarci. Nei campi di concentramento, con il sistema dei kapò che prevedeva che fossero i prigionieri stessi a occuparsi dello sterminio dei propri simili, questa aspirazione era stata compiuta in maniera perfetta. Ma i lager sono appunto dei luoghi ideali, degli esperimenti intellettuali pur nella loro innegabile concretezza. Poi c’è il quotidiano, spazio e tempo di grandissimo interesse per Hannah Arendt, specie quando si trova faccia a faccia con Adolf Eichmann, funzionario nazista, impiegato anonimo e solerte, che tira fuori persino Kant per spiegare perché aveva fatto ciò che aveva fatto. Eichmann si giustifica piegando l’idea che non ci siano differenze tra vincitori e vinti a una sorta di vittimismo inaccettabile: obbedivo a un ordine. In nessun giorno della sua vita Eichmann si è mai chiesto quale fosse il prezzo della sua obbedienza. La sua vita quotidiana era scandita dall’obbedienza (“cadaverica”, scrive Arendt) a un ordine che forse gli era parso privo di contenuto. Messo di fronte all’evidenza di quel contenuto, Eichmann ha detto che non era colpa sua, ma del sistema in cui era immerso.

Questo mi ha fatto pensare, con le dovute differenze, al dibattito che si è scaturito all’indomani della vittoria di Trump negli Stati Uniti. Per colpa di chi ha vinto Trump? In molti ambienti di sinistra si è rigettata l’interpretazione secondo cui Trump è stato votato da una massa di rozzi elettori motivati dall’odio, descrivendo questo elettorato come un gruppo sociale sotto-rappresentato, abbandonato dalle élite democratiche, fagocitato dalla crisi economica. Un elettorato, insomma, che non ha colpe e che si è trovato costretto a votare Trump, in mancanza di altro. Capisco benissimo da dove arrivano queste interpretazioni, ma una parte di me non riesce a togliersi dalla testa che forse dobbiamo cominciare ad accettare che le persone che votano Trump e Meloni o che sostengono Israele e la pulizia etnica dei palestinesi lo fanno perché vogliono farlo, non perché sono costretti dalle circostanze. Perché credono in quelle promesse di dominio, violenza e ritorno all’ordine, perché odiano il diverso. Da femminista, non riesco a essere comprensiva verso chi ha votato in tutta coscienza un uomo che ha sacrificato la vita e la salute delle donne per il proprio tornaconto.

Arendt lo dice bene, benissimo: il totalitarismo ha bisogno del sostegno delle masse, ed è un sostegno che si nutre non tanto di violenza o persuasione (se fosse solo violenza, non avrebbe bisogno di consenso; se fosse solo persuasione, non avrebbe bisogno di violenza), ma che cavalca quella che Arendt chiama “incapacità di pensiero”. Quando parla di pensiero, Arendt non parla né di intelligenza né di cultura, perché anche persone intelligentissime e coltissime possono smettere di pensare. È interrompere consciamente un dialogo con se stessi. È smettere di porsi domande. È fingere che la distinzione fra bene e male non esista.

Mi ha colpito molto il passaggio in cui Arendt parla della coscienza: ogni cosa contiene in sé identità e differenza. Quando dico cos’è una cosa, dico anche cosa non è. E questo vale anche per me stessa: io sono io, cioè non sono un’altra, ma nel definirmi attraverso la differenza con l’altra, contengo in me anche l’altra. Fra le due parti di me c’è un conflitto, il “tribunale della coscienza”, dove una interroga l’altra, e viceversa. Per Arendt si smette di pensare quando questo essere “due-in-uno” smette di essere in conflitto, quando smetto di pensare la differenza nell’identità. Ed è molto facile che nel quotidiano si cominci a perdere qualche udienza di questo tribunale, che si perda interesse nei confronti di questa puntata infinita di Un giorno in pretura.

Prima ho scritto che i tempi di oggi mi sembrano infinitamente più spaventosi di quelli descritti dalle tre filosofe. In loro mi pare di scorgere, seppur dispiegandosi in modo diverso, la possibilità di un appiglio, una via di uscita. Il famoso cuneo. Quello che mi spaventa dell’oggi è che nel quotidiano siamo trascinati da forze oscure che non sappiamo nemmeno nominare, figuriamoci dominare, e che il nostro piccolo e stupido pezzo di legno non serve a niente.

Uno degli argomenti che accomuna Arendt, Weil e Bespaloff è la possibilità di fermare il tempo, anche solo per un istante, per poter almeno cominciare quell’azione di risalita. In Weil questa capacità si chiama attenzione. In Venezia salva, la tragedia che racconta la congiura fallita degli ambasciatori spagnoli per rovesciare il consiglio di Venezia nel 1618, il congiurato Jaffier decide di tradire i suoi compagni e far saltare il piano solo dopo essersi fermato un attimo ed essersi accorto di quanto è bella la città. Se non si fosse fermato, non avrebbe mai provato pietà per Venezia.

Io ho i miei dubbi che Trump, J. D. Vance o i broligarchi abbiano letto Simone Weil, però mi sembra spaventoso che proprio coloro che ci hanno così sfacciatamente derubato del nostro tempo, e quindi della nostra attenzione, ora siedano al fianco di un matto arancione nei suoi deliri di onnipotenza. I milioni di persone che hanno votato Trump, sapendo benissimo cosa stavano facendo², hanno rinunciato alla pietà e hanno scambiato l’attenzione che essa richiede per un surrogato. E in questo sì che davvero non ci sono differenze fra vincitori e vinti, perché non so voi, ma io mi sento esattamente sull’orlo di quel baratro. Col mio piccolo cuneo, che spero non sia poi così inutile come lo percepisco in questo momento.

(1) Nello specifico:

Simone Weil, L’Iliade, poema della forza

Simone Weil, Venezia salva

Rachel Bespaloff, Sull’Iliade

Rachel Bespaloff, L’istante e la libertà

Hannah Arendt, Sulla violenza

(2) Se c’è del paternalismo nel pensare che le persone che votano Trump sono cattive, c’è ancora più paternalismo nel pensare che sono stupide.

(Sibilla – Blog e newsletter di Jennifer Guerra, 6 febbraio 2025)

da Facebook

Abbiamo detto da tanto ormai che la “PAS”, cosiddetta “sindrome da alienazione parentale” non esiste. Esiste la violenza psicologica, che va dimostrata.

Il doppio standard prevede però che la violenza psicologica degli uomini contro le donne e i bambini praticamente non venga riconosciuta nei tribunali (ma spesso nemmeno quella fisica), mentre quella presunta di madri verso i figli si accoglie di default e si definisce “alienazione” semplicemente in presenza di un rifiuto più o meno importante del padre da parte dei figli. Cioè, di base i tribunali che accolgono la teoria della PAS procedono ritenendo che sia strano che un figlio non voglia stare – magari piccolissimo – con il padre, con buona pace della specificità del legame materno, e che per questo ci deve essere dietro una madre malevola e crudele che allontana il figlio dal padre.

Insomma partendo dall’evidenza di un rifiuto verso il padre da parte di un bambino o di una bambina, si imputa a violenza psicologica (che loro chiamano PAS così non devono nemmeno dimostrarla) quel rifiuto, negando di fatto l’evidenza che i bambini hanno un bisogno naturale delle loro madri, a cui si attaccano istintivamente quando sentono in pericolo la stabilità della loro presenza. 

Quindi parlando di PAS non si considera che la perversione sta nella legge 54/2006 sull’affido condiviso che parifica le figure materna e paterna. E tocca ancora ribadire l’ovvio: madre e padre non sono uguali, non sono intercambiabili, non hanno la stessa funzione nello sviluppo dell’essere umano.

[…]


(Facebook, 26 gennaio 2025, articolo completo qui)

da Il Foglio

Nove anni fa, il movimento Lgbt italiano scendeva nelle piazze armato di orologi da notte, con l’intento di risvegliare il paese sul tema del riconoscimento delle coppie dello stesso sesso. Questi cortei erano composti non solo da persone Lgbt, ma anche da cittadini che, pur non direttamente coinvolti, sostenevano la causa. Era un movimento che trovava consensi trasversali: dalla sinistra, al mondo cattolico e centrista, fino a settori illuminati della destra, intellettuali, giornalisti e accademici, oltre a tantissimi cittadini comuni. L’ansia che si aveva non era quella di quanto duri e puri apparire o quanti like ottenere nelle dirette social, ma di quale legge riuscire a portare a casa: intorno a noi sentivamo il calore della gente comune, che capiva la ragionevolezza delle nostre rivendicazioni. Era un movimento di popolo perché popolare. Nove anni dopo, è un altro mondo. Abbiamo ottenuto le unioni civili, ma siamo andati ben oltre. Abbiamo iniziato a copiare le rivendicazioni di oltre oceano, leggendo con ammirazione che i sessi erano più di due, che si dovevano avere bagni di genere neutro, che la fluidità di genere doveva diventare legge di stato, che le donne biologiche dovevano essere definite come persone che mestruano per non offendere nessuno, che esisteva un diritto alla filiazione da parte delle coppie omosessuali maschili e così via. Giorno dopo giorno, si è fatta strada l’idea tra noi che non bastava chiedere leggi contro le discriminazioni e per il matrimonio egualitario oppure una modifica della legge sulle adozioni e sulla legge 164/82 sulle persone transessuali – battaglie su cui avremmo potuto trovare al nostro fianco milioni di cittadini – ma che bisognava andare oltre. Gestazione per altri, schwa, asterischi e fluidità sono diventate le nostre parole d’ordine e i nostri campi di battaglia. Parcellizzare i diritti è diventato il nostro mantra, quando la garanzia dei diritti universali è sempre stata la nostra bussola. Quanti ponevano dubbi venivano tacciati di omofobia e transfobia, con una violenza incompatibile con la nostra storia e modalità escludenti incompatibili con il nostro Dna. E ci siamo consolati di avere milioni di persone ai nostri pride senza renderci conto che se i partecipanti avessero davvero letto le piattaforme di quelle manifestazioni, se ne sarebbero state in larga parte a casa non necessariamente perché non le avrebbero condivise ma perché non le avrebbero neppure comprese. Oggi ci troviamo con una potentissima e temibile internazionale reazionaria che ha infuso paura anche su questi temi e che ne ha fatto una battaglia ideologica. Con l’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti assistiamo ad un clamoroso arretramento sui diritti civili. In una sola settimana, il neopresidente ha già firmato due ordini esecutivi che smantellano in un colpo solo anni di progressi per la comunità Lgbt. Una tabula rasa che ci riporta indietro di decenni, persino su diritti che credevamo ormai scolpiti nella pietra, mentre la situazione per le persone transessuali rischia di essere ancora più drammatica. In Europa, paesi come Ungheria, Polonia. Romania e Georgia, che hanno adottato leggi discriminatorie contro la nostra minoranza, potrebbero essere presto essere affiancati da altri. È improbabile che vengano messi in discussione il riconoscimento delle coppie Lgbt e il diritto al cambio di sesso, ma un rischio che sarebbe stato impensabile dieci anni fa oggi appare sorprendentemente concreto. E comunque è un dato di fatto che oggi è più difficile parlare di diritti civili Lgbt e di diritti delle donne. Il nostro è un sasso in uno stagno. Ci rivolgiamo alle tante persone Lgbt concrete e pragmatiche, che sanno che in politica come nella vita di ogni giorno serve costruire gradualmente consenso intorno a sé per avere risultati, diversamente il rischio di non averne alcuno o di fare passi indietro è dietro l’angolo. Siamo sicuri che la nostra strategia di questi anni sia stata quella giusta? Siamo certi che coi nostri massimalismi non abbiamo messo le nostre teste su un vassoio d’argento le nostre teste a chi voleva in realtà tagliarle, regalando argomenti alle loro parole d’odio e fornendo carbone alle caldaie della paura e dell’intolleranza? Siamo certi che non poteva andare diversamente? E siamo convinti che oggi quello che dobbiamo fare è impuntarci su quelle rivendicazioni e non invece concentrarci su quelle universalistiche su cui costruire consenso? Est modus in rebus, dicevano i latini: c’è una misura in tutte le cose. La ragionevolezza, la concretezza e la chiarezza non sono necessariamente modalità di fare politica di chi si arrende, ma al contrario di chi insiste come una goccia sulla roccia. Il consenso non è qualcosa che possiamo permetterci il lusso di non avere, ma al contrario è elemento necessario per fare avanzare le nostre battaglie. E allora siamo noi che oggi impugniamo quella sveglia da notte che nove anni fa eravamo in tanti a far suonare nelle piazze italiane: sveglia, è tornato il tempo di essere concreti, pragmatici e riaffermare i diritti di cittadinanza.

(*) Anna Paola Concia, già parlamentare italiana, coordinatrice di Didacta Italia.

(*) Alessio De Giorgi, già direttore di Gay.it, giornalista