Da la Repubblica
Osservatele bene, queste donne. Sorridono quasi sempre, anche quando invocano la rabbia. Sfidano l’obiettivo guardando dritte in camera, a volte sembra che lo vogliano sbeffeggiare, caricate a mille da secoli di sottomissione. Sono diverse le une dalle altre, alte e slanciate, piccole e tarchiate, ricce e lisce, giovani e vecchie, borghesi e proletarie, non c’è una estetica comune se non l’esibita noncuranza con cui indossano gonnellone, ponchos e maglioni peruviani. Possono alzare la voce e picchiare sui tamburelli ma generalmente danno l’impressione di essere serene, anche orgogliose di sé stesse, capaci di suggerire ricette su qualsiasi cosa, «dalla poesia al pollo arrosto», come scrisse Lidia Menapace, «le mani affondate nell’impasto del mondo per farlo diverso e migliore». Guardatele bene queste ragazze degli anni Settanta perché tra un girotondo, un concerto, una manifestazione e centinaia di slogan hanno cambiato l’Italia, uniche rivoluzionarie in un Paese che non conosce rivoluzioni.
Bisogna sfogliare il bellissimo album “Covando un mondo nuovo. Viaggio tra le donne degli anni Settanta” per capire perché le ragazze di quella stagione non invecchiano mai. Oggi potranno pure essere vegliarde e piene di acciacchi, ma lo sguardo resta irriverente, la postura mai arresa, e integra negli occhi la luce di chi sa captare a distanza la coda violenta di un patriarcato che non muore.
A raccontarcele attraverso le immagini è una di loro, Paola Agosti, fotografa del movimento femminista negli anni più tumultuosi, figlia del partigiano Giorgio e pioniera in un terreno ancora monopolizzato dai maschi. E ad accompagnare questi scatti d’autrice con esemplari didascalie narrative è una ragazza che potrebbe essere loro figlia, Benedetta Tobagi, nata nello stesso anno in cui Paola fermava in una celebre foto-manifesto un gruppo di donne molto divertite nel lanciare in alto le loro mani in forma di rombo davanti ai poliziotti in assetto di guerra (era il 1977). «Quale migliore risposta alla P38?», commenta laconica Tobagi, che ripropone in queste pagine una felice formula già sperimentata con successo nel libro sulle partigiane.
Al tema dell’uso legittimo della violenza cedette anche una parte delle femministe, ma la cifra che accomuna queste immagini è l’allegria di chi fa la cosa giusta, abbattendo muri di silenzio e di subalternità. Le donne prendono la parola e insieme scoprono l’autocoscienza, partendo da sé stesse, dalle storie personali, da storie di ingiustizia e anche umiliazione.
Una liberazione collettiva che è una corsa ad ostacoli, ovunque sono le resistenze maschili, a casa con il compagno di vita, in fabbrica tra operai e sindacati diffidenti verso un’imprevista e contagiosa “isteria”, anche tra i movimenti dell’estrema sinistra perché va bene fare la rivoluzione, ma questa storia del separatismo femminista si fa fatica a digerirla, che vi siete messe in testa, non vi basta fare gli angeli del ciclostile? E se poi non ci stai, allora sei frigida o repressa.
E non fu certo un caso che Lotta Continua – dove le donne venivano chiamate con il genitivo dell’appartenenza maschile, Maria di Gigino o Lorenza di Gigetto – fu sciolta grazie alla protesta delle compagne contro l’autoritarismo dell’organizzazione. E i ragazzi di Potere Operaio arrivarono a interrompere nel 1972 una seduta di femministe a Roma lanciando preservativi pieni d’acqua. Il Manifesto s’affrettò a stigmatizzare, ovviamente, ma con un’interessante postilla: «Non c’è niente di serio nel trattenersi in assemblee unisessuali».
Ci si accapiglia tra maschi e femmine, ma anche tra le donne è una discussione senza fine, di qua le emancipazioniste del Pci e dell’Udi – eguali diritti per tutti – di là le teoriche della differenza e del separatismo, che mettono più radicalmente in discussione il patriarcato, accusando le prime di connivenza con il nemico e venendo a loro volta accusate di mettere i bastoni tra le ruote della rivolta sociale.
Ma poi alla fine si trovò una intesa, anche tra le madri partigiane e le irrequiete figlie del Sessantotto, perché il femminismo di quella stagione fu proprio la scoperta di tutte le altre: soltanto unite, tenendosi per mano, in una solidarietà che andava oltre sé stesse, si potevano conquistare nuove frontiere, la legge sul divorzio, i consultori, poi la legalizzazione dell’aborto, i processi collettivi per stupro, per la prima volta a porte aperte. E non importa se difetti e incompiutezze segnavano i comuni traguardi perché comunque andava cambiando il corso della storia.
Una rivoluzione affettuosa, che passa attraverso gesti di sorellanza, sorrisi e sguardi incrociati, carezze tra chi per la prima volta condivideva «un’esperienza fondativa e totalizzante», anche la scoperta del corpo e della sessualità. Mossa da empatia, la macchina fotografica di Agosti riesce a cogliere la fisicità complice delle ragazze che indicava un nuovo modo di stare al mondo. Una complicità estesa anche ai bambini, portati nelle piazze con allegria, quasi a rivendicare l’orgoglio di una maternità felice contro l’immagine luttuosa proiettata sulle donne che si battevano per legalizzare l’aborto, assassine allora e infanticide ancora oggi nella propaganda dei cosiddetti comitati che si dichiarano “pro-vita”, come se tutte le altre fossero pro-morte e non per una gravidanza voluta e consapevole.
La domanda che attraversa questo straordinario viaggio per immagini è se realmente sia stata una rivoluzione, anche perché mezzo secolo dopo il panorama è tra i più sconfortanti, con il patriarcato che appare più agguerrito che mai – nonostante il ministro dell’Istruzione Valditara lo ritenga una bizzarra invenzione ideologica –, con le istanze antiabortiste che trovano sponda nei nuovi padroni politici e con le donne di nuovo in tribunale non in veste di vittima ma in quella di imputata se fanno i figli con una compagna. Ma la parola rivoluzione riferita al femminismo serve a rimarcare il valore assoluto dei diritti conquistati, come a dire che indietro non si deve tornare.
E ancora oggi le spavalde protagoniste degli anni Settanta ci dicono che non bisogna abbassare la guardia, che la solidarietà femminile deve andare oltre «uno sguardo maschile che continua a dividere tra belle e brutte, giovani e vecchie, accondiscendenti e riottose» (copyright Silvia Vegetti Finzi), che non esiste una liberazione personale se non ci si impegna in un cambiamento della società per renderla più giusta e aperta. Tra tutte – conclude Tobagi – è forse questa l’eredità più importante per le donne del XXI secolo. Anche la più impegnativa, in un mondo sempre meno umano.
Covando un mondo nuovo, di Paola Agosti e Benedetta Tobagi (Einaudi, pagg. 152, euro 35).
Da il manifesto – Anni fa – era il 2006 – con alcuni amici di «Maschile plurale», scrivemmo un testo che, in sintesi, affermava una cosa che dovrebbe essere evidente: la violenza maschile contro le donne la agiamo noi uomini. Tocca a noi farcene carico per estirparla. Scoprimmo che non eravamo i soli a pensarlo.
Oggi, dopo le parole della sorella Elena e del padre Gino di Giulia Cecchettin, è diventata più evidente una presa di coscienza maschile su questo dramma del nostro vivere comune. Non certo grazie a quel vecchio testo. Ma avevamo intravisto una tendenza.
Martedì scorso c’è stata a Roma la presentazione della Fondazione intitolata a Giulia Cecchettin, con gli spropositi del ministro dell’istruzione Valditara sulla violenza degli «stranieri» e sul «patriarcato» come ubbia ideologica. E le risposte adeguate di Gino Cecchettin.
Ho poi partecipato a un incontro sul tema «Politica senza amore». Si discuteva sulla validità delle pratiche politiche inventate dal femminismo: dall’«autocoscienza» alla ricerca di un fare politica «partendo da sé». Frutti derivati dalla famosa affermazione: «il personale è politico». Circolavano dubbi. Giusto cercare di fecondare con amicizia, e amore – pronunciamola questa parola ingombrante – l’esperienza della politica che oggi vediamo in grandissima crisi. Ma quelle parole non saranno inattuali? È maturo il tempo di condividere esperienze simili tra donne, uomini, persone che non si identificano in nessuno dei due sessi?
Alla sera assemblea al centro Spin Time – spazio sociale che ospita famiglie straniere e gestisce ampi locali pubblici – con un centinaio di uomini e donne di diverse generazioni, venuti e venute all’invito di gruppi di maschi che sulla violenza interrogano se stessi, con il titolo «Disertare il patriarcato». Ascolto ragazze ripetere quel «il personale è politico» a proposito delle dinamiche di potere nelle relazioni amorose, e uomini giovani e meno giovani rispondere alla domanda di un’altra ragazza: che cosa vi muove a mettervi in discussione?
Nelle risposte tante esperienze: dalla ricerca dei propri comportamenti violenti (spesso quelli psicologici più dolorosi delle «botte»), al senso di imprigionamento negli stereotipi maschilisti, fatti di competizione, di censure e distorsioni del desiderio, di disagio per un vivere e viversi male. E poi la prova di un altro modo di parlare di se stessi e con altri nei «gruppi» maschili.
Si esita a dire «autocoscienza» – ricorda forse, dice uno, l’autoaffermazione solitaria dell’io: meglio mutuare dall’inglese il termine «autoconsapevolezza»?
Vedo il manifestarsi un desiderio nuovo di incontrarsi tra donne e uomini, e qualcuno che parla anche di altre identità sessuali: qualcosa di indispensabile, credo, all’invenzione di una politica capace di cambiamento. Di sé e del mondo.
E il discorso arriva a questo mondo in cui prevalgono tirannie, predicazioni violente e guerre, e crisi delle nostre «democrazie liberali» in corsa verso riarmo e politiche razziste, disuguaglianze abissali create da un capitalismo sfrenato che produce nuovi schiavi, mostri tecnologici, disastri ambientali e poteri personali smisurati, assurdi.
Penso al valore di quella parola nel titolo dell’incontro: disertare il patriarcato.
Disertare prima di tutto vuol dire rifiutarsi di fare la guerra. Di giocarsi la vita e di uccidere sconosciuti chiamati «nemici». In nome di cattivi sentimenti identitari, nazionalistici, e per me discutibili anche quando è in gioco la libertà. Credo legittima la domanda se la guerra non sia una caratteristica, la peggiore, proprio dell’ordine simbolico che chiamiamo «patriarcato».
Se non sia la violenza maschile che si manifesta nel ricorso sistematico agli stupri «di guerra», come ha scritto Edoardo Albinati (https://maschileplurale.it/lo-stupro-bellico/), il fondamento «quintessenziale» della guerra: la violenza dell’uomo sulla donna come violenza primaria.
Credo, con una parte del femminismo, che la capacità regolativa di questo «ordine simbolico» sia finita, o comunque in crisi in tutto il mondo. È il risultato della rivoluzione disarmata, ma dotata di un potente «altro genere di forza», delle donne. Una rivoluzione riconosciuta a parole ma non ancora compresa dalla politica figlia di culture – socialiste e comuniste, liberaldemocratiche, religiose – di matrice maschile. Quando guardiamo ai decisori delle guerre che ci sconvolgono vediamo maschi che professano idee e offrono immagini orribili, tragiche e ridicole: gli integralismi religiosi opposti della destra israeliana e delle fazioni islamiche armate. Le figure di questi vecchi e nuovi americani: Biden e il binomio Trump-Musk. E del russo Putin. E di Netanyahu.
La «follia» bellica di questi «stati maggiori» maschili per me assomiglia molto alla violenza personale dei «figli sani del patriarcato» contro le donne che vogliono vivere libere.
Disertiamo il patriarcato. E disertiamo la guerra riconoscendola finalmente come secolare forma collettiva della violenza maschile. Apriamo su questo una discussione pubblica.
Da Maremosso
Il 14 dicembre 2024 sarà presentata in Libreria delle donne di Milano la graphic novel di Francesca Bellino e Lidia Aceto Matilde Serao. La voce di Napoli, edizioni BeccoGiallo (Ndr).
«Donna Matilde ha il giornalismo nel sangue» scrive Anna Banti nella sua biografia. «Passa la Signora» bisbigliano i napoletani quando, nei pressi del Mattino, appare la sua carrozza trainata da un cavallo bianco. Qualcuno allunga anche il collo per spiarne la figura goffa eppure carismatica, sempre vestita di scuro e con lunghe collane di perle, con la segreta speranza di essere notato da lei.
Lei, la Signora col giornalismo nel sangue è Matilde Serao (ne abbiamo già scritto qui), pioniera del genere in Italia e scrittrice da Nobel (mancato nel 1926 solo perché antifascista).
Al tempo della carrozza e del cavallo bianco è già una personalità nota e influente: tutti sanno, a Napoli, che La Signora ha occhi per vedere sia lo splendore della città, sia la sofferenza della sua gente, e che in più ha quel “supplemento d’anima” indispensabile, secondo Henri Bergson, per comunicare quello che ha visto e che ha capito.
Greca per nascita ma napoletana per temperamento, Matilde Serao è una donna appassionata, scaltra e intelligente tanto da inventarsi un destino eccezionale per una donna di fine Ottocento. È arrivata a Napoli subito dopo l’Unità, quando il padre, giornalista antiborbonico in esilio, ha potuto farvi ritorno e, ancora molto giovane, è stata costretta a contribuire al bilancio di casa con un lavoro da ausiliaria presso le Poste e Telegrafi della città.
È andata a scuola tardi, ma a quindici anni ha già un diploma da maestra di cui peraltro non si servirà mai, e legge, legge di tutto e voracemente, a cominciare dall’opera completa di Shakespeare e di Balzac, dal quale erediterà anche la fragorosa risata con cui taglia corto i giudizi e le lungaggini che non le garbano.
Oltre a leggere, Matilde scrive instancabilmente, con identica passione. «Io appartengo alla gente da tavolino» afferma in un’intervista e in una lettera alla figlia (rinvenuta da poco) arriverà a dire: «Sono grafomane e la carta, la penna e il calamaio sono le sole cose che mi avvincono, fra tutti gli oggetti di questa terra». Forse esagera, anzi esagera di certo, se si può chiamare esagerazione quella che è una vera, esigente vocazione a cui Matilde si concede senza risparmio, per tutta la vita.
Anche per l’influenza del padre, Matilde si misura fin da subito con il giornalismo, mondo in prevalenza maschile, dove può mettere a frutto la particolare combinazione di intelligenza e sensibilità femminile verso i temi della vita quotidiana, dal cibo alla moda allo sport, inquadrati nel contesto storico dell’epoca.
Con prorompente creatività, inventa supplementi letterari e la Piccola Posta dei lettori; scrive per la neonata pubblicità e per il cinema; fonda quotidiani locali e infine imprime per sempre il suo nome nella storia del giornalismo italiano con la fondazione del Mattino di Napoli e del Giorno.
Come stregata dalla sua stessa abilità, e dal bisogno incessante di esprimersi, Matilde si dedica contemporaneamente alla narrativa con racconti spesso incentrati su figure femminili che, oppresse da miseria e pregiudizi, lei guarda e valuta con una empatia di stampo quasi materno.
«Il femminismo non esiste», scrive, ma non dimentica di aggiungere: «Esistono solo delle questioni economiche e morali che si scioglieranno quando saranno migliorate le condizioni generali della donna e si sarà assicurato alla donna il diritto di vivere».
Due i romanzi che, tra gli altri, segneranno la vicenda esistenziale e la fama di Matilde Serao: il primo è Fantasia che, pubblicato nel 1883, narra la storia avventurosa e patetica di due amiche ed è molto apprezzato dal pubblico, non così dalla critica. «Ha uno stile tutto suo, aspro, rotto», scrive infatti Edoardo Scarfoglio, il giornalista sulla cresta dell’onda, bello e ammirato dalle donne che quando poi incontra l’autrice ne è tanto colpito da innamorarsene e sposarla. «Mi piace troppo, troppo, troppo», scrive a un amico, anticipando in qualche modo l’ammirazione che di lì a poco Matilde riscuoterà ovunque, dai salotti aristocratici ai circoli culturali più esclusivi, a Napoli e a Roma, come a Londra o a Parigi.
A dispetto della sua figura tutt’altro che aggraziata, Matilde è magnetica, vulcanica, fuori da ogni canone (anche stilistico), capace di imporsi per intelligenza e libertà di pensiero all’ammirazione di personalità di indiscusso valore intellettuale, come Henry James o Edith Warton che, in un memoir del 1934, scrive: «La viva immaginazione della narratrice (due o tre dei suoi romanzi sono magistrali) era alimentata da vaste letture e da una varia esperienza di classi e di tipi che le veniva dalla sua carriera giornalistica; e la cultura e l’esperienza si fondevano nello splendore della sua poderosa intelligenza».
Non sappiamo a quali romanzi si riferisca Edith Wharton, ma di certo non può mancare il secondo dei romanzi di cui si diceva, ossia Il ventre di Napoli, analisi minuziosa, commossa, scandalizzata, delle reali condizioni di Napoli dopo che il colera del 1884 aveva causato 6000 morti e la fuga di molti tra gli abitanti più abbienti.
E mentre da Roma il ministro tuonava «Bisogna sventrare Napoli» Matilde ne visita di persona i bassifondi più bui e miseri dove la povera gente si accalca e muore in condizioni disumane, e dopo averla ancora una volta guardata, osservata, compatita, scrive: «Efficace la frase. Voi non lo conoscevate, onorevole Depretis, il ventre di Napoli. Avevate torto, perché voi siete il Governo e il Governo deve sapere tutto», dando inizio a un’opera tuttora insuperata per realismo e forza morale.
Gli stessi caratteri che poi ritroveremo in molti aspetti della vicenda esistenziale di Matilde Serao, come: l’accoglienza materna che riserva alla bambina che, in un giorno di agosto del 1894, l’amante respinta da Edoardo Scarfoglio aveva depositato sulla sua soglia prima di suicidarsi; o il viaggio in Palestina, sola e sempre con una pistola a portata di mano, sulle tracce di una spiritualità solo all’apparenza in contrasto con la disinvoltura con cui Matilde ha conquistato il mondo dei salotti più esclusivi dell’epoca, o il nuovo patto sentimentale e professionale che dopo la separazione da Scarfoglio la lega a Giuseppe Natale, giovane giornalista romano col quale fonda Il Giornoe, a quarantotto anni, dà alla luce Eleonora, la quinta figlia così chiamata in omaggio all’amicizia che la lega alla Duse.
Impareggiabile fino all’ultimo istante di vita, Matilde muore il 25 luglio del 1927 per un infarto mentre, al tavolino, è intenta a scrivere l’ennesima opera. «Amabile», pare sia l’ultima parola digitata sulla macchina da scrivere.
Dal Corriere della Sera – Quelle che vivono in una casa di 300 metri quadri ma non hanno nemmeno un piccolo spazio tutto per sé. Quelle che guadagnano di più e, per impedire che il marito si senta sminuito, versano l’intero stipendio sul suo conto. Quelle che tirano discretamente la carta di credito dal portafogli e la passano al compagno per permettergli di pagare al ristorante o in hotel. «Sono tante le storie di donne, benestanti, che arrivano da noi per fare un percorso di consapevolezza e trovare il coraggio di lasciare relazioni violente»: lo raccontano le fondatrici di Labodif, laboratorio e istituto di ricerca sulle differenze di genere attivo da più di venti anni, che testimonia quanto l’indipendenza economica sia solo un aspetto del problema. Uno studio ONU (United Nations Population Fund, UNFPA, 2020) ha dimostrato che le donne che possiedono una sicurezza finanziaria e una rete di supporto sono significativamente più capaci di lasciare relazioni violente. Questo studio ha sottolineato come la dipendenza economica sia uno dei fattori principali che costringe le donne a rimanere in relazioni pericolose. L’indipendenza economica può dunque essere uno dei fattori di protezione, ma deve essere accompagnata da un impegno strutturale più ampio che includa riforme educative, cambiamenti culturali e supporti psicologici e sociali.
Perché donne anche economicamente abbienti non riescono spesso a uscire da situazioni tossiche o abusanti? «Perché manca loro una sorta di autorizzazione interna – spiega Gianna Mazzini, documentarista, una delle fondatrici di Labodif – Noi donne siamo spesso sotto lo scacco dei valori maschili, la misura delle cose è il maschile, e quindi se manca lo sguardo maschile, non si riesce ad andare avanti. Persino la rottura del matrimonio, nonostante ci sia una stragrande maggioranza di donne separate, a volte è ancora un tabù: c’è ancora lo stigma, la vergogna di ammettere che un matrimonio è finito, perché la misura di sé è data dall’adesione a un modello di famiglia felice». Nonostante tutti i progressi compiuti a livello legislativo e sociale, resta «molto forte la tendenza a coprire il marito, l’imbarazzo di essere più del maschio», sottolinea Giovanna Galletti – economista, l’altra fondatrice – «La donna stessa ha un uomo interno, che dice che non è corretto se è di più, c’è qualcosa che le dice che non è esattamente così che dovrebbe essere, e che sminuire un uomo dal punto di vista della capacità economica non è accettata. Come racconta Linda Babcock nel suo “Le donne non chiedono. Perché le donne contrattano meno degli uomini negli affari, nella professione, nella vita privata”, a volte si tratta di atteggiamenti inconsci. La scrittrice riferisce che spesso era suo marito a pagare e un giorno la sua bambina le chiese: «Mamma, ma le ragazze possono avere i soldi?». Quando Babcock si rese conto del danno che le stava arrecando, iniziò a cambiare atteggiamento». Ovviamente una donna senza mezzi è in maggiore difficoltà se vuole staccarsi dalle relazioni tossiche, specie se non una rete di supporto, ma i mezzi e la rete non sono sufficienti, «perché conosciamo troppi casi di donne con grandi patrimoni che non si definiscono libere», incalza Mazzini.
Ma allora, che cos’è la libertà? «Finché la misura resta quella maschile, ho un’idea “importata” di cos’è il denaro, l’armonia, la famiglia, e quindi sono ricattabile da quest’idea», spiega ancora Mazzini. Non a caso quando la saggista Carla Lonzi disse negli anni ’70 che l’indipendenza simbolica era più importante di quella economica, venne fortemente criticata. Eppure è spesso proprio «attraverso l’indipendenza simbolica che puoi raggiungere una autentica indipendenza economica, ed è fondamentale, in questo contesto, avere figure di donne che ti autorizzino, che ti ispirino, quelle che noi chiamiamo “madri simboliche”». Per questo è così importante il valore della rappresentazione: ogni film, ogni storia, dove si racconta che una donna è riuscita a liberarsi da qualcosa che le faceva male è un’autorizzazione per altre a fare lo stesso. Ma allo stato attuale «manca ancora la consapevolezza che esiste un ordine simbolico femminile, che esiste una lingua nostra», spiega Giovanna Galletti. L’ordine simbolico sono le regole non dette che orientano ogni nostro pensiero, parola o azione, una sorta di schema che ci dice cosa è giusto e cosa è sbagliato, un codice binario di si/no. Ed è costruito su valori maschili. Adeguarsi costantemente a questo schema è per noi uno spreco di energie enormi. È come «se le donne giocassero sempre in trasferta, viviamo nel mondo degli uomini come fossimo ospiti, e l’ospite chiede permesso». Allora come si esce da una relazione pericolosa?
Allora come si esce da una relazione pericolosa? «Si dice sempre “al primo schiaffo vattene”, ma non ha mai funzionato, perché per quella donna lo schiaffo è anche suo, noi abbiamo un io poroso, dischiuso, è come se fossimo corresponsabili di quella cosa che ci riguarda», spiega Mazzini. «Se non sei radicata nel tuo ordine, è come se mendicassi la salvezza dall’altro. Gran parte del successo del film C’è ancora domani sta proprio nel fatto che nomina un “mancante”: lo spettatore fino all’ultimo pensa che lei scapperà dall’uomo cattivo all’uomo buono. Che è l’unica possibilità. E che sorpresa quando capiamo invece che Delia (la protagonista del film, ndr) compie un’operazione assai più potente. Una riappropriazione di sé attraverso il gesto simbolico del voto. Quando una donna comincia a prendere coscienza del suo potere, della possibilità di avere un punto di vista sulle cose e che quel punto di vista conta nel mondo, allora matura una capacità di accorgersi di ciò che le fa male, e di prenderne le distanze».
Qual è il primo passo? «Farsi sempre questa domanda: questa cosa mi corrisponde? Dove sono io rispetto a quello che sto vivendo? Il disagio è il primo grado del desiderio, una donna scopre cosa desidera, sapendo cosa non desidera. Sapere cosa non voglio è già desiderare. Può sembrare una risposta provvisoria, in attesa di qualcosa di più definito. Invece dire cosa non voglio è già la risposta. Non questo. Non così. Non oltre. Nei nostri laboratori lavoriamo tantissimo con il “non”. Il “non” è un metodo, indica una direzione. Quando arriva questo momento, il momento del “non più così”, è un segno importante, è un segno che quella persona ce la farà». Ma le donne come fanno a cambiare, a capirlo? «Noi spesso cambiamo per stanchezza, non per volontà – conclude Gianna Mazzini. Le donne di Carrara, il 7 luglio del ’44, si rivoltarono contro i nazisti che avevano occupato la città. Si radunarono, nella piazza del mercato, Piazza delle Erbe, e quando le camionette arrivarono, loro cominciarono a tirare patate e pomodori. A mani nude. Senza paura. E i tedeschi, inaspettatamente arretrarono. Quando chiesi, qualche anno fa a una delle sopravvissute: “Ma come avete fatto? Come avete avuto il coraggio?”, lei sorrise in un modo che non dimentico. A quel punto intervenne il marito, capo partigiano, che era lì con noi, che rispose semplicemente: “Erano stanche. Quando una donna è stanca può fare di tutto”».
Da il manifesto
Un percorso di letture e tre protagoniste nel cuore della Silicon Valley, a partire dall’ultimo libro di Sarah Rose Etter Qui non c’è niente per te, ricordi? (La Nuova Frontiera)
Affidare un senso compiuto alla parola umanità sta diventando un’impresa difficile. Bisognerebbe forse inoltrare la richiesta a un’intelligenza artificiale, lasciarsi sorprendere dalla fantasiosa sintesi di credenze che la nostra specie ha prodotto nel tempo. Oppure iniziare a discernere le allucinazioni come si faceva setacciando l’oro, separando chi crede nei sogni sbagliati da chi invece non sogna più niente.
Fa così Cassie, protagonista poco più che trentenne del romanzo Qui non c’è niente per te, ricordi? di Sarah Rose Etter (La Nuova Frontiera, traduzione di Lorenzo Medici, pp. 288, euro 18,50) arrivata a San Francisco dalla provincia con un pugno di speranze sul futuro. «La città è piena di credenti – racconta – Vengono dalle università più prestigiose e si gettano a peso morto sulla tecnologia. Hanno occhi che brillano come se fossero fatti di pixel e cuori che battono per il mercato azionario».
Poi ci sono tutti gli altri, partiti dagli anfratti del paese, spinti a Ovest dalle famiglie per andarsi a meritare una ricompensa. Cassie si colloca tra questi, ma si comporta come se appartenesse ai primi. «Per sopravvivere qui devo dividermi tra due entità, una vera e una fittizia», si rivela. È il 2019, gli scienziati hanno appena diffuso la prima foto di un buco nero e Cassie lavora come creativa dell’ufficio marketing di un’azienda «il cui valore è dovuto a un oscuro trattamento dei dati per profilare gli utenti stimolandoli a fare acquisti online». La seguiamo percorrere ogni giorno lo stesso tragitto, arrancare nella calca tra i palazzi di vetro che costeggiano la baia sostenuta dalla polvere bianca che appena sveglia somministra al posto del caffè; abbandonarsi alla corrente di giacche a vento con sopra appuntati i loghi delle startup più in voga, in un orizzonte dove il brand a cui vendi la mente e l’icona del tuo profilo collassano in un nuovo grado di appartenenza. A poco servono le conversazioni telefoniche con un padre dall’altro lato del continente o il calore insufficiente di un amore troppo liquido.
Sarah Rose Etter torna a raccontare il lavoro come un horror. «Ci hanno aperto il corpo a metà, le viscere sparse sul tavolo della sala conferenze»
Contro l’intransigenza dei discorsi da «donne alfa» di una schiera di vegane appassionate di pilates, muscolose ma ingobbite dalle troppe ore trascorse davanti a un pc non c’è femminismo che tenga, il valore di una lavoratrice si misura ancora in base al modo in cui un amministratore delegato la guarda. «Qui non c’è niente per te, ricordi?», dice la voce all’altro capo del filo mandando in crash la memoria a lungo termine – «è difficile distinguere i ricordi corretti da quelli che sono stati corrotti», ci confida Cassie, persino se in fondo all’elenco delle cose da fare c’è un tamburo che rimbomba – «il mio cuore che canta, no, no, no».
Dopo Il libro di X e la sua versione dark del precariato cognitivo, Etter torna a raccontare il lavoro come se fosse un horror – «ci hanno aperto il corpo a metà, le viscere sparse sul tavolo della sala conferenze» – e lo scrive come un trattato di fisica astronomica: quanto più le sue pagine affondano nella realtà, tanto più definitive risuonano. «Immaginate di addentare un frutto apparentemente maturo, e poi ritrovarvi la bocca piena di marciume», dice la ragazza alle prese con un corpo fertile ormai privo di desideri. La sua voce custodisce al centro il buio che Anna Wiener dispensava ne La valle oscura (Adelphi, 2020, traduzione di Milena Zemira Ciccimarra), ma ne ha fatto evaporare la parte più lucida, il chiarore della materia che si appresta a sparire dal mondo. Accade così quando si viaggia nel tempo, anche solo con un salto piccolo. «Era l’alba dell’era degli unicorni», scriveva Wiener all’inizio di quello che sarebbe diventato il manifesto istantaneo di un sentimento generazionale, «il settore tecnologico si era espanso oltre la sfera di competenza di futuristi e fanatici dell’hardware per assumere stabilmente il nuovo ruolo di impalcatura della vita quotidiana».
Siamo negli anni successivi alla recessione, quelli che hanno visto i millennial fare il primo ingresso nel mercato del lavoro, la cosiddetta share economy stava consolidando un impero sulla compravendita di dati personali. «Un’interfaccia ben progettata era come la magia o la religione: alimentava una collettiva sospensione dell’incredulità» raccontava Wiener che nel 2013, all’età di venticinque anni, aveva lasciato la piccola agenzia letteraria di Manhattan dove lavorava come assistente per trasferirsi nel cuore della uncanny valley e prendere parte alla mega-transizione del settore editoriale. Dalla correzione di bozze all’assistenza clienti il passo era sembrato semplice, era bastato lasciarsi addosso una maglietta stropicciata con su scritto I’m data driven, sbocconcellare «accaventiquattro» culture aziendali insapori come bombe chimiche.
A sgocciolare dai soffitti di quegli uffici informali tacitamente fondati su sbornie, Xanax e patatine era il linguaggio semi-analfabeta che negli anni a seguire ci avrebbe addestrati a un futuro «dove ogni cosa – ridotta alla versione più veloce, semplice e patinata di se stessa – poteva essere ottimizzata, gerarchizzata, monetizzata, e controllata».
La grammatica che avrebbe assurto le emoji a sostituti di un discorso iperesteso di aggressività passiva sarebbe stata la stessa che avrebbe perorato la causa del «più donne ai vertici del tech» senza che ne venissero assunte a sufficienza, vincolando il merito all’automiglioramento, costringendo tutti a guardare continuamente se stessi fingendo di guardarsi l’un l’altro «in un atto di sorveglianza infinita».
Opportunità e pericoli della smaterializzazione di sé al tempo dell’intelligenza artificiale, attraversando l’ultima membrana del mondo reale
Certi giorni, scriveva Wiener che nel frattempo come la Cassie di Etter aveva imparato a destreggiarsi tra almeno due avatar – la lavoratrice eccezionale, la femminista guastafeste – «mentre aiutavo uomini a risolvere problemi che si erano creati da soli mi sentivo io stessa un software, un bot: anziché essere un’intelligenza artificiale, ero un artificio intelligente, un frammento di codice empatico o una voce calda che forniva istruzioni».
La fine del lavoro materiale passa inevitabilmente per la smaterializzazione di sé. I corpi sarebbero diventati piattaforme, interi sistemi di conoscenza si sarebbero sgretolati in frammenti di codice. Tutto, persino la coscienza, si stava trasferendo «nel cloud». A essere saltata era la relazione con la macchina che così bene Ellen Ullman descriveva nel suo Accanto alla macchina (Minimum Fax, 2018, traduzione di Vincenzo Latronico), uscito per la prima volta nel 1997 – lo stesso anno in cui l’informatica Rosalind Picard avrebbe dato alle stampe il suo trattato sui rapporti affettivi tra umani e macchine –, agli albori di quel «bagliore azzurro» che ci avrebbe per sempre modificato la vita. «Ho attraversato una membrana oltre la quale il mondo reale e i suoi fini perdono consistenza», ci avvertiva la software engineer arrivata in California negli anni ’80 per lavorare a un database di malati di Aids.
Le sue pagine oggi odorano del pulviscolo che fuoriesce dalle ventole di raffreddamento, emanano l’alone vintage di un femminismo radicale. «I nostri corpi sono stati abbandonati da un pezzo, costretti alla fame e all’insonnia e alla tortura di passare ore incollati a mouse e tastiera», collocava la sua postazione nel momento esatto in cui «chissà quante pagine di specifiche» sarebbero andate incontro alla traduzione «in una lingua straniera chiamata codice». È un confine che rassomiglia a uno stato alterato di coscienza, dove «il mondo come lo comprendono gli umani e il mondo per come va spiegato a un computer» collidono in una disgiunzione matematica capace di raggiungere gli effetti della metanfetamina.
Poi succede qualcosa, le irregolarità prendono il sopravvento e lo schermo si riempie di domande a cui nessuno sa rispondere. «La mente umana è un casino» ci mette in guardia Ullman, piratessa nell’oceano di un’obsolescenza che dalle cose si trasmette alle persone. «Tutto ciò che vogliamo creare, tutto ciò che il sistema dovrà essere in grado di fare, ha bisogno di essere snaturato nel momento del passaggio alla macchina», scriveva affidando al suo sé personaggio, una quarantenne disinibita nelle relazioni e politicamente sensibile, la matassa di implicazioni collettive e intime che nessuno sarebbe più riuscito a sbrogliare.
«Mi piacerebbe pensare che i computer sono neutrali, uno strumento come tutti gli altri» lasciava scritto in quello che funziona come un testamento ritrovato al nucleo di una matrioska immateriale, «ma il problema è che più tempo passiamo a osservare un’idea ristretta dell’esistenza, più la nostra idea di esistenza si restringe». Eravamo convinti di aver inventato un sistema, quello che non avevamo messo in conto era come quel sistema stava inventando noi. Il fatto che persino la baia dorata, le sue navi dirette nel mar del Giappone, le decappottabili che sfrecciavano veloci sulle autostrade mentre qualcuno decideva di lanciarsi sotto una metro, avrebbero perso un valore reale. Che sarebbe contato solo come quel bagliore azzurro ci avrebbe illuminato ancora.
Da L’Osservatore Romano – Desta un brivido di inquietudine la lettera che Virginia Woolf scrive a Vanessa Bell nel marzo del 1941. «Ora sono certa — confessa — che sto nuovamente impazzendo. Come la prima volta, sento in continuazione le voci, e ora so che non ce la farò. Ho lottato, ma non ce la faccio più». È questa la missiva che chiude il prezioso libro Vanessa Bell, Virginia Woolf. Se vedi una luce danzare sull’acqua. Lettere tra sorelle. 1904-1941, a cura di Liliana Rampello (Milano, il Saggiatore, 2024, pagine 410, euro 35, traduzioni di Andrea Cane, Silvia Gariglio, Silvia Gianetti, Camillo Pennati e Sara Sullam). La corrispondenza, in gran parte inedita in Italia, abbraccia circa quarant’anni di vita di due donne che, in virtù di un sentito legame di sangue, condividono con slancio e senza diaframmi o comode circonlocuzioni fervide passioni e brucianti delusioni, successi letterari e tragedie private. Sullo sfondo di questo dramma umano, venato talora di tratti di commedia, si proietta l’eco delle due guerre mondiali, come a ricordare che il macrocosmo di queste sorelle non è un universo conchiuso, ma si innerva delle dinamiche, tumultuanti e complesse, di un mondo ben più vasto.
Virginia, scrittrice, è sempre stata cagionevole di salute: i suoi nervi sono labili e la dispongono a una depressione logorante e crescente. Ne è consapevole Vanessa, pittrice, che non si risparmia nel cercare di aiutare la sorella. Lo scambio di missive ha inizio quando le due donne hanno poco più di vent’anni. Quel terribile biglietto d’addio Virginia lo firmerà sulla soglia dei sessant’anni. «Le loro — rileva Rampello, la curatrice — sono lettere spontanee, ironiche, disinibite, scritte in una lingua scintillante da cui affiora tutta la grandezza e la fragilità di due personalità irripetibili, ma anche il brusio spregiudicato della cerchia di Bloomsbury». Si tratta, in sostanza, di un epistolario che si configura come la biografia di un rapporto umano indissolubile, come «qualcosa che è più della somma di due vite». È qualcosa che «sta tra due vite». In quel “tra” si specchia tutto il vulcanico fluire di pensieri e sentimenti che contribuisce a definire e a forgiare la personalità delle due sorelle.
Sia per Virginia che per Vanessa risulta inafferrabile la natura dell’esistere, la vita che palpita nel mondo umano, vegetale, animale. Ma se i quadri di Vanessa sono silenziosi, muti — e devono essere tali perché «la tela appesa al muro continua comunque a dire qualcosa di suo» —, Virginia ha invece bisogno delle parole, sebbene possano essere inadeguate. «Oh potersene restare in silenzio! Oh essere un artista!» lamenta.
La corrispondenza rivela anche un assiduo scavo interiore, alla ricerca di un’identità che sia stereotipata e data una volta per tutte. «Ormai — scrive Vanessa —, da quando ho capito che basta cambiare l’idea che si ha di sé trasformandosi in una specie di donna delle pulizie o in un barbone, per camminare indisturbati e vestiti di stracci o a piedi nudi, non ho più vergogna». E quindi, con lo spirito bizzarro e un po’ ribelle che le era proprio, aggiunge: «Non capisco perché si debba sempre ritenere necessaria la decenza, per non parlare dell’intelligenza, quando in effetti non si ha nessuna voglia di bazzicare persone decenti o intelligenti».
A proposito di una delle sue opere più note, Gita al faro, Virginia osserva che con questo romanzo non ha voluto dire «niente». Occorre «una linea centrale» che percorra il libro per tenere insieme il disegno. «Mi sono accorta che sentimenti di ogni genere si sarebbero accumulati lì dentro, ma ho evitato di elaborarli e ho confidato che la gente ne facesse il deposito delle proprie emozioni. E così è stato, e uno pensa che significhi una cosa, e un altro un’altra cosa. Non riesco a trattare il simbolismo se non in questo modo vago, generico. Se sia giusto o sbagliato non lo so, ma non appena mi spiegano il significato di una cosa, mi diventa odiosa». Parole, queste, illuminanti riguardo alla sua concezione della vita e al suo ideale di letteratura che, della vita, ambiva ad essere dignitosa e rispettosa espressione.
Un’espressione che si fa visione nell’ultima riga del romanzo, quando Lily Briscoe, spossata, nel mettere giù il pennello, si trova a pensare — mirabile epifania — che ha avuto una visione. Di conseguenza la pittrice, nello spazio di un fulmineo istante, traccia «una linea lì nel centro» della tela. Ma non è il quadro a essere descritto: a imporsi è l’esperienza visiva di una composizione che ha una sua specifica dimensione cognitiva e non ha un equivalente verbale. Ciò che la scrittrice ha scoperto — grazie alla pittura — è come scrivere la propria visione. Anche entro questa prospettiva di carattere narrativo s’inserisce il valore del reciproco rapporto fra le due sorelle sul piano professionale: c’è la scrittrice che dalla pittura mutua un linguaggio che le risulta funzionale alla manifestazione del suo sentire, e c’è la pittrice che riconosce nell’arte letteraria (come sottolineato da ella stessa in alcune missive) lo strumento cui attingere per «far parlare» la tela. Si consacra così la felice simbiosi tra penna e pennello.
Da il manifesto – Non è stato un saluto istituzionale quello che il ministro Valditara ha rivolto ieri alla Camera dei deputati, ma il modo di intestarsi la nascita della Fondazione Giulia Cecchettin, dando il suo parere sulla violenza contro le donne in maniera assai paradossale. Appellandosi ai valori costituzionali, alle pari opportunità e alla civiltà offesa dal fenomeno della violenza maschile contro le donne – a una settimana esatta dalla giornata mondiale che ne ricorda, come ogni anno, il significato sistemico – il ministro non è sembrato così aggiornato, come il nome del suo dicastero imporrebbe, in particolare in due passaggi: ha citato la violenza sessuale che «si combatte anche riducendo i fenomeni di marginalità e di devianza legati alla immigrazione clandestina»; ha poi indicato il patriarcato conclusosi «come fenomeno giuridico» con la riforma del diritto di famiglia del 1975.
Due opinioni che certamente corroborano la parte politica cui appartiene ma che non sono verificabili nella realtà. La cosa singolare è che, entrambe queste enormità, sono state esplicitate davanti a Gino Cecchettin, la cui figlia è stata uccisa un anno fa dal suo ex fidanzato e la cui vicenda, ancora una volta, conferma quanto la provenienza geografica e le riforme del diritto di famiglia contino ben poco.
Dovremmo pensare dunque che Giuseppe Valditara, oltre a non essere istruito sull’entità di quanto ha commentato, non sappia intervenire neppure nel «merito». Perché a commettere violenza contro le donne sono dei maschi, indipendentemente da dove arrivino e dove siano diretti: per tacere dei dati forniti dai centri antiviolenza, che fanno un lavoro capillare sul territorio e mai sufficientemente sostenuto, si può dare uno sguardo almeno all’ultimo report del Dipartimento di pubblica sicurezza. Si ferma al 10 di novembre, viene aggiornato ogni settimana e, dall’inizio del 2024, registra 97 uccise di cui 83 in ambito familiare/affettivo.
Non si tratta di difendere una presunta italianità e nemmeno, in questo caso, le ragioni dell’accoglienza. Si tratta invece di una precisa questione di genere, lo si ripete da anni. Oltre a essere una evidenza che niente ha a che vedere con «l’ideologia», parola che il ministro curiosamente convoca con valore negativo tanto da domandarsi se non la confonda con il termine «propaganda».
Affermare che il patriarcato sia «giuridicamente» finito, è invece l’appropriazione confusa di quanto il femminismo di questo paese ha elaborato e sovvertito negli ultimi decenni a proposito della relazione tra i sessi.
La scena di ieri alla Camera dei deputati in occasione della Fondazione dedicata a Giulia Cecchettin racconta tuttavia qualcosa in più: ad esempio che un saluto istituzionale si trasforma in un rapido résumé di intenti della destra al governo, antistorica e reazionaria. Peccato perché avrebbe potuto imparare da ciò che il padre di una ragazza vittima di femminicidio diffonde ormai da mesi a proposito del tema. Ma il ministro ha parlato in un videomessaggio, dunque non ci sono state repliche immediate. Lo si è ascoltato, come l’etichetta e l’educazione impongono quando si è ospiti in casa d’altri.
Da kobo.com
Da studioso, non accademico, di simboli e archetipi, nei miei anni di ricerca mi sono obbligatoriamente imbattuto nella necessità di frequentare l’ambito archeologico. Non posso accampare competenze tecniche, mi limito a riportare, da appassionato, la testimonianza dell’influenza di determinate figure ed incontri sul percorso intellettuale del sottoscritto (e di molti altri).
Per il mio percorso intellettuale e spirituale, legato in particolar modo allo studio della devozione degli aspetti femminili del divino, non ho potuto non imbattermi nella lettura dei saggi di Marija Gimbutas. Parliamo di una figura fondamentale nello studio della preistoria europea, in particolare per il suo approccio ai culti della Grande Madre. Le sue ricerche, condotte principalmente tra il ’46 e il ’71, hanno messo in luce l’importanza delle società matriarcali e dei culti legati alla fertilità, proponendo una reinterpretazione della storia antica.
Gimbutas ha identificato e analizzato numerosi reperti archeologici, come statuette di donna e simboli associati alla fertilità, provenienti da culture neolitiche dell’Europa, suggerendo che queste culture avessero un forte legame con la venerazione della Dea Madre, simbolo di fertilità, vita e rigenerazione.
A differenza della visione più largamente storico-culturale del matriarcato di Bachofen, per alcuni versi simili a livello concettuale ma che sorgeva da una combinazione di fonti mitologiche e storiche, l’archeologa (nata lituana, poi naturalizzata americana) basava le proprie tesi sullo studio di dati archeologici concreti.
Gimbutas interpreta molte delle divinità femminili ritrovate nei reperti archeologici in un modo per molti versi convergente alla visione dell’archetipo junghiano della Grande Madre; chiaramente, la sua interpretazione pertiene più all’aspetto simbolico-religioso che strettamente psicanalitico (soprattutto se pensiamo al saggio di Erich Neumann La grande madre. Fenomenologia delle configurazioni femminili dell’inconscio, che sottolinea anche il ruolo potenzialmente oppressivo di una potenza inconscia così “ingombrante”).
L’opera di Gimbutas ha influenzato non solo la ricerca archeologica, ma anche i movimenti femministi e ha contribuito a plasmare una nuova visione della spiritualità, che, nel calderone fertile quanto confuso della New Age, si è sposata facilmente con la riscoperta di massa della filosofia orientale, alimentando un rinnovato interesse per il sacro femminile e le pratiche cultuali legate alla Dea.
Il saggio più importante di Marija Gimbutas è probabilmente The Language of the Goddess, pubblicato nel 1989 [trad. it. Il linguaggio della Dea, Venexia 2008, Ndr]. In quest’opera, Gimbutas riassunse la sua tesi fondamentale ovvero, appunto, l’idea che le antiche civiltà europee neolitiche fossero fondate su una struttura sociale matriarcale e una forte venerazione per il divino femminile, come testimoniato da una vasta e variegata iconografia di dee.
A Gimbutas si deve anche la famosa “ipotesi kurganica”, pubblicata nel 1956 all’interno del saggio The Prehistory of Eastern Europe: una delle teorie più affascinanti e influenti sull’origine delle popolazioni indoeuropee e sul cambiamento culturale che ha trasformato il volto dell’Europa antica. Secondo questa ipotesi, le popolazioni indoeuropee, portatrici di una cultura guerriera e patriarcale, ebbero origine nelle steppe a nord del Mar Nero, in un’area che oggi si estende tra Ucraina, Russia e Kazakistan, circa tra il V e il III millennio a.C. Queste popolazioni, conosciute come “kurgan” (termine che in russo significa ‘tumulo funerario’ e si riferisce alle sepolture monumentali caratteristiche di questi gruppi), si sarebbero espanse verso l’Europa e l’Asia, portando con sé una cultura, una lingua e un sistema di valori nuovi, che gradualmente sostituiranno quelli delle popolazioni autoctone.
Gimbutas, come detto, sostiene che prima dell’arrivo dei Kurgan, l’Europa fosse abitata da comunità agricole e matrilineari, pacifiche e basate su un culto della fertilità e su una venerazione della Dea Madre. Queste società, incentrate su valori di cooperazione e armonia con la natura, svilupparono un simbolismo complesso che celebrava il ciclo della vita e la rigenerazione. Con le ondate migratorie delle popolazioni Kurgan, Gimbutas ipotizza l’arrivo di una società patriarcale e gerarchica, basata sul potere militare e sul dominio maschile. La spiritualità della Dea Madre e della natura cedette il passo a divinità maschili e a un simbolismo centrato sul potere e sulla guerra.
Come spiegò lei stessa in un’intervista del 1992: «Il sistema da cui proveniva la cultura di matrice materna antecedente agli Indoeuropei era molto diverso. Dico di matrice materna e non matriarcale perché quest’ultima desta sempre idee di dominio, ed è semanticamente contrapposta al patriarcato. Quella era una società equilibrata, non è vero che le donne fossero talmente potenti da usurpare tutto ciò che fosse maschile. Gli uomini occupavano le loro legittime posizioni, facevano il proprio lavoro, avevano i loro compiti e avevano anche il loro potere».
Del resto, come spiega Eva Cantarella (nella voce “matriarcato” da lei curata nell’Enciclopedia delle Scienze Sociali), Gimbutas non amava il termine “matriarcale”: «nella ricostruzione di Gimbutas questa dominanza delle donne non sarebbe stata sopraffazione e sottomissione degli uomini. Nel periodo al quale risale il complesso di simboli di cui sopra, infatti, non vi sarebbe stato né matriarcato né patriarcato bensì “gilania”, parola coniata da Gimbutas utilizzando le radici greche gy (donna) e an (uomo), unite da una l centrale, quasi a simbolizzare il legame tra le due componenti sessuali dell’umanità».
Com’è noto, gli studi della Gimbutas hanno ricevuto diverse critiche: dal punto di vista strettamente storico-archeologico, si considerano le sue conclusioni troppo speculative e orientate ideologicamente al fine di enfatizzare il ruolo (financo per alcuni l’esistenza) delle società matriarcali, in assenza di evidenze testuali. D’altro canto, uno studioso come Joseph Campbell, discepolo di Jung, definì il suo contributo in termini epocali come la scoperta della Stele di Rosetta.
Rimane, per chi scrive, comunque l’importanza determinante della sua opera, nel tentativo coraggioso e illuminante di “riscrivere” la storia dell’archeologia (dunque, la storia della civiltà), da un’altra prospettiva.
In anni più recenti un impatto simile, se non superiore almeno come clamore mediatico, è stato causato dalla scoperta archeologica di Göbekli Tepe, nella zona della Turchia prossima al confine della Siria. Si tratta di uno sito archeologico dalla rocambolesca scoperta: prima scambiato nel ’63 per un sito funebre, fu riscoperto casualmente nel ’95 da un pastore; a quel punto partì una missione guidata da Karl Schmidt, a guida di un doppio team (del vicino museo di Şanlıurfa e dell’Istituto archeologico germanico), successivamente passata alle università tedesche di Heidelberg e di Karlsruhe.
La scoperta è stata veramente sorprendente: un’imponente costruzione megalitica, formata da recinti circolari formati principalmente da enormi pietre calcaree a forma di T, decorati con rilievi animali e motivi astratti, alcune delle quali con tracce antropomorfe (ad esempio delle mani allungate lungo i fianchi della struttura), ribattezzate per questo da Schmidt “i vigilanti”.
La scoperta ha rivoluzionato la linea fino ad allora supposta dello sviluppo della civiltà umana, predatandola e capovolgendone l’interpretazione: sintetizzando in maniera brutalmente provocatoria, non sarebbero i culti sciamanico-devozionali a derivare dalla scoperta dell’agricoltura nella mezzaluna fertile, al contrario sarebbe stata proprio la spinta comunitaria alla devozione in luoghi sacri a indurre il processo di sedentarizzazione.
Parliamo di circa diecimila anni fa.
Un’ipotesi vertiginosa che riporterebbe il Sacro al centro dell’esperienza umana, come motore dello sviluppo sociale, non come sovrastruttura successiva allo sviluppo delle attività umane.
Anche in questo caso, per correttezza, devo riportare come una serie di ultime ipotesi derivate dagli ultimi scavi (secondo l’opinione di Lee Clare) facciano tramontare lo scenario del “tempio” come unico ruolo del sito, propendendo per una sorta di ampio rifugio per una comunità di cacciatori e raccoglitori.
Ma al di là del dibattito, chiaramente ancora in fieri, questa scoperta, e le speculazioni derivatene, ha ispirato una serie di intriganti suggestioni romanzesche: personalmente, confesso di essermi appassionato al tema durante la visione della serie turca The Gift (ingenua quanto suggestiva), fino a visitare il sito con degli amici archeologi; l’effetto dal vivo non può non far pensare, rimanendo su un piano di suggestioni da archeologia misteriosa, a uno scenario stile X-Files.
Ancor più impressionante è il sito “gemello”, i Karahan Tepe (“tepe” in turco vuol dire “collina”, “cima”), sempre nella provincia di Şanlıurfa, a circa 40 km dal più noto, ancora anteriore (circa 12mila anni fa), ma attualmente ancora in fase di studio, dunque meno promosso mediaticamente.
Posso testimoniare l’emozione “primordiale”, se mi consentite un’espressione così vaga e ingenua, nel vedere dal vivo statue antropomorfe, dal volto impressionante per intensità espressiva, che ci guarda con fissità ieratica dalla Preistoria.
Da qualche settimana a Roma, nel Parco Archeologico del Colosseo, è aperta una mostra, “L’enigma di un luogo sacro”, dedicata proprio alla sconvolgente scoperta archeologica di Göbekli Tepe.
Personalmente, ho avuto la possibilità di visitare il Museo Archeologico di Şanlıurfa, che ricostruisce su scala 1:1 il sito archeologico e consente quindi di visitarlo “virtualmente” con una capacità di dettaglio molto realistica (il sito dal vivo è chiaramente visitabile solo da una distanza di sicurezza), ma credo che sia comunque una possibilità interessante per scoprire un vero e proprio “evento” della storia dell’archeologia.
In un periodo in cui le masse sono preda di un’accelerazione tecnologica inversamente proporzionale alla ricerca interiore, riscoprire l’archè può essere una fonte di salvezza.
Credo che sia più saggio cercare di ritrovare il senso dell’esistenza seguendo le indicazioni contenute nei frammenti di Eraclito o nel Prologo di Giovanni, piuttosto che nei tweet di Elon Musk o nelle risposte di Chat Gpt.
Da Il Quotidiano del Sud – Riportare in vita una madre, strapparla all’oblio della morte, raccontare di lei in onore della figlia, è un gesto di amore femminile per la madre. È quello che ha fatto la scrittrice Maria Rosa Cutrufelli col suo libro Maria Giudice. Vita folle e generosa di una pasionaria socialista (Neri Pozza 2024), scritto in onore della figlia Goliarda Sapienza, sua amica e compagna di scrittura, in ricorrenza quest’anno del centenario della nascita. È dal ricordo del gruppo di scrittrici femministe, tra cui Adele Cambria e Elena Gianini Belotti, di cui facevano parte entrambe, che l’autrice parte per introdurci nel racconto della vita straordinaria di Maria Giudice, vissuta tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento. Una vita segnata dalla militanza politica, sindacale e giornalistica, dal carcere e dall’esilio. Una militanza vissuta a fianco degli operai e dei contadini, in particolare delle operaie e delle contadine, da segretaria della Camera del Lavoro di Voghera, Torino e Catania. Il racconto della sua vita si intreccia col contesto storico del suo/nostro tempo. Per Maria la politica non è «mestiere» o «voglia di comando», ma una visione del mondo e un accesso alla «sua personale libertà». Il partito, a cui si iscrive giovanissima, per lei non è solo una tessera, ma un modo di essere e «di agire in ciascuna circostanza della propria esistenza». E il giornale è «uno strumento politico» che unisce «i lavoratori dei campi, delle officine e quelli della penna» ma è convinta che è il socialismo «l’unica vera scuola». È una brava oratrice e le donne affollano i suoi incontri e conferenze per lo più clandestine. Non autorizzate. Nei rapporti delle prefetture è definita una «socialista intransigente». In carcere incontra Umberto Terracini e con Gramsci, compagno di partito, dirige il giornale “Grido del popolo”, organo dei socialisti piemontesi. Donna determinata, fiera, appassionata e anticonformista, Maria eredita la passione politica dal padre Ernesto che da ragazzo si arruolò nelle truppe di Garibaldi, e dal nonno che fu seguace di Mazzini e affiliato alla Carboneria. Dalla madre, Ernesta, eredita l’amore per la scrittura e per i poeti, classici e moderni, amore che trasmette alla figlia Goliarda. La madre la fa studiare e diventa maestra elementare. Insegna, ma per poco. Viene licenziata per condotta immorale, in quanto unita in “libera unione” con Carlo Civardi, prima, e Peppino Sapienza, poi, suoi compagni di vita e di lotta, perché madre di figlie/i fuori dal matrimonio e per le sue idee politiche e religiose. Motivi per cui sotto il fascismo la sua domanda di insegnare viene respinta. «L’amore è cosa così intima, così assoluta che il farne un atto pubblico, peggio ancora, ufficiale, è un profanarlo», scrive. Accetta come necessità, ma non per sé, il matrimonio civile perché «questa società, ingiusta e imprevidente, ancora non si crede in obbligo di provvedere ai nati di donna». Tiene comizi e conferenze non autorizzate contro la guerra e viene arrestata. «Prendi il fucile, gettalo per terra, vogliamo la pace, mai più la guerra» è il suo grido pacifista. La dittatura fascista la condanna all’isolamento con lo scioglimento dei partiti, dei sindacati e dei giornali d’opposizione. Il suo corpo si ribella, si ammala e finisce in una clinica per malattie mentali. Il compagno Sapienza entra nella Resistenza e la figlia Goliarda fa la staffetta. Con la fine della guerra Maria ritrova se stessa e con l’antica compagna Angelina Balabanoff riprende l’attività politica. Muore nella notte del 5 febbraio 1953, tra le braccia della figlia Goliarda. Al suo funerale Terracini, Saragat e Pertini e «un mare di garofani e compagni di ieri e di oggi». Dopo, per la figlia comincia «il lutto interminabile».
Da Indiscreto.org – Mentre scrivo sono un po’ stanca. Ne sono consapevole. Eppure, sono quella che si può definire una libera professionista che può gestire il proprio lavoro e che ha la possibilità di non svegliarsi presto la mattina e di non timbrare il cartellino. Eppure, sono stanca. Spesso. Anche se medito, pratico yoga, addirittura insegno a meditare. Sono stanca. Stanca ma felice, perché sono libera: non ho un capo, nessuno che mi comanda e che decida per me. Scrivo, scrivo sempre molto. Articoli, libri… e questa credo che sia la mia salvezza. Perché secondo il sudcoreano Byung-Chul Han, se la cavano meglio solo i poeti e i filosofi, perché in realtà, i liberi professionisti non sono liberi proprio per niente, anzi, rappresentano La società della stanchezza, per citare proprio il titolo del suo libro pubblicato da nottetempo nel 2020.
Non solo società della stanchezza, ma una società sfinita, esaurita, in continua competizione con sé stessa, che si autodivora, si autoschiavizza, si autosfrutta, si autodistrugge. La società dell’autosfruttamento, della concorrenza spietata con il proprio Io idealizzato e che deve prevalere e brillare. Una società diversa da quella che doveva timbrare il cartellino, la società disciplinare, per la quale la felicità era rappresentata dall’abbandono delle proprie inclinazioni in favore della virtù, della morale, dal fare le cose per bene, seguendo le regole. La società della stanchezza, invece, ha fatto diventare pure le spiagge di Bali dei campi di lavoro. Perché tanto, il lavoro, oggi, te lo puoi portare dappertutto, non è bellissimo? La società dell’autorealizzazione, dell’ottimizzazione, della prestazione e del burnout come stile di vita. La società della depressione democratica, delle nevrosi e della sopravvivenza, della salute a tutti i costi come nuova divinità. Una società, la nostra, che si è persa per strada il senso di tutto: la festa solenne e la vita contemplativa.
Da Internazionale – Gruppi di tifosi arrivano mercoledì in una città straniera per seguire la loro squadra. Aggrediscono e minacciano le persone del posto, gridano slogan razzisti, strappano e bruciano bandiere, lanciano sassi. La polizia non interviene.
Giovedì sera, alla fine della partita, escono dallo stadio e raccolgono mazze e pietre. Gruppi di cittadini reagiscono con violenza, li inseguono, ne picchiano alcuni. Cinque tifosi finiscono in ospedale, con leggere ferite. Altri sono scortati nei loro alberghi dalla polizia, che il giorno dopo li riaccompagna in aeroporto.
Potrebbe finire qui, un caso di cronaca i cui protagonisti sono ultrà violenti e razzisti. E invece no. Perché i tifosi sono sostenitori di una squadra israeliana, sono di estrema destra e hanno inneggiato al massacro dei palestinesi in una città dove solo nell’ultimo anno ci sono state 2.700 manifestazioni per la Palestina.
Per alcune ore la dinamica degli incidenti rimane confusa, e mentre sta finendo di radere al suolo quello che resta di Gaza, il premier israeliano Benjamin Netanyahu riesce a capovolgere il racconto approfittando delle poche informazioni disponibili. Parla di Kristallnacht, l’infame notte dei cristalli del 1938, quando i nazisti scatenarono in Germania una serie di pogrom contro gli ebrei.
Tutti si accodano, politici occidentali e mezzi d’informazione, accomunati da un riflesso condizionato così forte da appannare la vista e da non permettere più di distinguere tra i fatti e la loro manipolazione.
Anni fa il linguista George Lakoff spiegava bene questo meccanismo: “I frame sono cornici mentali che determinano la nostra visione del mondo e di conseguenza i nostri obiettivi, i nostri progetti, le nostre azioni e i loro esiti più o meno positivi. In politica i frame influiscono sulle scelte e le istituzioni che le attuano. Cambiare i frame significa cambiare le une e le altre. Il reframing equivale di fatto a un cambiamento sociale”.
Ad Amsterdam, la scorsa settimana, abbiamo assistito a un caso da manuale di reframing.
L’animo di vedere chi ti sta davanti, un attimo, come dice Luisa Muraro (A proposito di gentilezza), uno sguardo di intesa: ti vedo! L’apertura a vedere che l’altra c’è è l’apertura al riconoscimento della sua esistenza, personalità, azione e pensiero. Sì, dice molto, moltissimo: invece che sole con se stesse ci si mette in apertura all’altra. Perché? Perché ci relazioniamo invece di restare sole. Relazionarci è il grande guadagno di sentire che l’altra c’è. Non ci vuole tanto tempo o ce ne vuole tantissimo, ma quell’attimo di vista è un ascolto, più ti disponi a vedere e sentire, ad interagire più ti piace conoscere un’altra persona. Qualcuna va avanti un’intera vita.
Il 13 novembre è il giorno della gentilezza (ndr)
Metro, 12 novembre 2010
L’eroismo dei gentili
di Luisa Muraro
Per chi vuole coltivare in sé e intorno a sé la gentilezza, questi sono tempi eroici. A formare una persona gentile contribuiscono il suo temperamento, l’educazione ricevuta e la cultura circostante: nella nostra società non mancano persone spontaneamente inclini alla gentilezza così come non manca l’educazione di base nelle famiglie e nelle scuole, ma è franata la cultura sociale. Le nemiche della gentilezza, villania e volgarità, trionfano sulla scena sociale. Non è colpa di nessuno, le cose sono andate così. Tutti invocano un po’ di gentilezza, pochi la offrono. D’altra parte, non si può comprarla (quella che si compra è finta). Si riceve in regalo e si ricambia. Si può anche cercare di produrla in proprio e offrirla a chi non la conosce. È contagiosa, ma meno delle sue nemiche. Come posso insegnare la gentilezza ai miei alunni, mi ha chiesto una prof. Come si insegna un’arte marziale, le ho risposto: le mosse giuste, il senso della misura, la nobiltà d’animo; alle alunne, insegna a non imitare i villani e a coltivare la differenza femminile insieme alla forza: nessuno si permetta di crederle deboli perché gentili, tutto al contrario.
Confesso che, personalmente, non sono sempre gentile con le persone che conosco: con queste esprimo a volte la violenza congenita che ho dentro, fidando nel nostro rapporto. In compenso, sono gentile con le persone sconosciute in cui ci si imbatte nel caotico mondo di oggi. Dicono che per essere gentili ci vorrebbe del tempo e noi non ne abbiamo, io mi sono specializzata in una gentilezza mordi e fuggi: un sorriso e uno sguardo d’intesa, a chi? A un essere umano. Quello che propongo non è certo un buon esempio, ma un’idea: concediamo alle nostre vite e alle nostre città il lusso di essere ogni tanto gentili per la pura gioia di esserlo.
(Metro, 12 novembre 2010)
Da Il Quotidiano del Sud – Il parto di che mondo e mondo è un’esperienza solo delle donne che per secoli hanno partorito in casa aiutate da levatrici, poi ostetriche, mammane, vicine di casa, donne anziane esperte. Donne custodi di saperi, competenze e relazioni cancellate dall’ospedalizzazione e medicalizzazione del parto, ritenuto dalla medicina ufficiale più sicuro. Un “Gruppo di ostetriche” di Mestre, sulla spinta del movimento politico delle donne, a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso ha tenuto in vita la pratica del parto in casa, rendendo onore al «sapere scientifico femminile» e ponendo al centro la relazione tra madre ed ostetrica. Un’esperienza la loro che Franca Marcomin, fondatrice del gruppo, racconta nel libro Parti in casa a Venezia. Storia di un’ostetrica femminista e delle sue colleghe, edito da Il Poligrafo. Ciò che spinge l’autrice è il desiderio di lasciare memoria e testimonianza di quarant’anni di straordinaria esperienza sua e delle sue colleghe, di formazione e trasmissione di memoria che hanno cambiato la concezione di questa antica professione. Destinatarie del libro sono le giovani ostetriche neolaureate o in procinto di laurearsi perché «sappiano che non partono da zero. C’è una genealogia femminile a cui riferirsi, che costituisce un precedente di forza» e perché traggano orientamento «dall’elaborazione e dal pensiero delle donne sul parto». Al racconto diretto dell’autrice si unisce la voce delle colleghe attraverso interviste e quella di alcune delle madri aiutate in questi anni a partorire in casa in modo naturale, restituendo «autorità ai saperi, alle pratiche e alle relazioni femminili presenti sulla scena della nascita». Racconti e testimonianze che ci dicono come la casa «si è rivelato il luogo più vicino a una nascita naturale e non violenta», senza traumi e ferite, di cui le madri sono protagoniste attive e non passive, e le ostetriche si riappropriano di quella autonomia di cui hanno goduto per secoli le loro ave e che negli ospedali è stata loro tolta da medici, ginecologi e primari. Le donne hanno sempre saputo come fare nascere le loro creature, le ostetriche sanno come aiutarle a partorire in modo “naturale”. È pur vero che «non tutte le donne possono partorire a casa propria», allora perché non «rendere l’ospedale il più possibile simile a una casa?». Trasformare le strutture ospedaliere per «fare del momento della nascita un’esperienza soddisfacente per la madre, il padre e il neonato o neonata», come nel parto in casa, è stato l’obiettivo dell’autrice e delle sue colleghe che hanno continuato a lavorare anche in ospedale, qualcuna, invece, si è licenziata. Si sono impegnate per avere ovunque «forme pubbliche di assistenza per il parto in casa e l’assistenza a domicilio dopo la dimissione precoce dall’ospedale dopo il parto». Qualcosa in molti ospedali è cambiato, grazie a loro e a tante altre: c’è di nuovo l’autonomia nell’assistenza al parto fisiologico e l’ostetrica può far intervenire il medico solo quando ne ravvisa la necessità clinica. Alcune regioni nei loro piani sanitari hanno inserito la possibilità di scelta dei luoghi del parto e/o il rimborso delle spese dei parti a domicilio. Molto deve ancora cambiare: il parto in casa è solo l’1%, non è offerto dal Servizio sanitario e nessuna legge nazionale in tal senso è stata mai approvata, anche se presentata. «Credo sia giusto che ogni donna possa scegliere di partorire nel modo che lei sente più sicuro e giusto per sé», dice una madre con esperienza di parto sia in casa che in ospedale. In un tempo in cui si cerca di cancellare la madre attraverso l’utero in affitto non ci si deve dimenticare «che comunque il luogo del parto è il corpo sessuato» di donna. Un corpo che si vuole cancellare come le levatrici, che le figlie, loro eredi, onorano con il loro racconto.
Da Fanpage – Un anno fa l’Italia piangeva la scomparsa di Giulia Cecchettin, uccisa a ventidue anni dal suo ex fidanzato Filippo Turetta. Non ci sono stati, nella storia recente, altri femminicidi che hanno avuto un così grande impatto sull’opinione pubblica e che, soprattutto grazie al comportamento dei familiari della vittima, sono andati ben oltre la commozione o il mero interesse per il “caso di cronaca”.
È difficile ricordarlo, a volte, ma i femminicidi non sono mai semplici casi di cronaca: c’è l’impatto devastante su chi rimane, ma c’è anche tutto il portato politico che ogni uccisione di una donna in quanto donna porta con sé. Questo lo sa bene chi si occupa di contrasto alla violenza di genere, ma è un messaggio che non è facile da far capire alla società.
Tendiamo infatti a considerare la violenza un fatto privato, che riguarda due individui: una vittima e un carnefice. A maggior ragione se questi due individui sono stati legati da una relazione affettiva, il rapporto tra causa ed effetto ci sembra ancora più ovvio: lei lo ha lasciato, lui l’ha uccisa. Ma è evidente che c’è qualcosa d’altro in questo rapporto, che ha a che fare non solo con le questioni personali dei due individui, ma col contesto politico e sociale che abitavano.
Cosa porta un ragazzo di ventidue anni a pianificare dettagliatamente l’uccisione della propria ex fidanzata? Cosa l’ha fatto sentire legittimato? I giornali cercano risposte facili: la depressione, la malattia mentale, la perdita dei valori, la vendetta. Sono risposte rassicuranti, ma fuori fuoco.
Nel caso di Giulia Cecchettin, il portato politico del femminicidio è riuscito a bucare l’anestetizzazione che ormai circonda il fenomeno della violenza di genere. Non solo perché tante giovani donne, sempre più sensibili e impegnate nel femminismo, si sono identificate in lei e nella sua storia di apparente normalità, ma anche perché è stato uno dei rari casi in cui qualcuno, la sorella Elena e il padre Gino, è riuscito a nominare un responsabile diverso dall’esecutore materiale. La parola “patriarcato”, sebbene usata da ormai più di un secolo in antropologia e da più di cinquant’anni nel femminismo, è piombata addosso agli italiani come un neologismo misterioso, di cui diffidare.
Ma la parola scelta da Elena Cecchettin è precisa, chirurgica, condivisa anche da chi si occupa di contrasto alla violenza di genere, che ne individua la causa proprio nei rapporti di disparità di potere tra uomini e donne. Potere che non è tanto quello istituzionale o economico, ma più il potere di decidere per se stesse, di porre fine a una relazione senza conseguenze, di andare avanti con la propria vita, di laurearsi, di realizzarsi. È questo potere che fa paura agli uomini che uccidono le donne, e il femminicidio di Giulia Cecchettin ne è la dimostrazione.
Un paio di settimane dopo la sua morte, 500mila persone sono scese in piazza con l’organizzazione femminista Non Una Di Meno, nella Giornata internazionale contro la violenza di genere. Chi è stato in quella piazza ha percepito commozione, rabbia, ma anche l’impressione che da quel punto non si poteva più tornare indietro, solo andare avanti.
A un anno di distanza però questo proposito non sembra essersi realizzato davvero. La famiglia Cecchettin ha continuato il suo impegno di divulgazione, ora diventato anche una Fondazione che porta il nome di Giulia. Le istituzioni, dal canto loro, non si sono mosse di un passo: persino la promessa di istituire corsi di educazione alle relazioni fatta in quei giorni in fretta e furia dal ministro dell’Istruzione non si è mai davvero concretizzata.
I fondi contro la violenza continuano a scarseggiare, le misure securitarie, come il braccialetto elettronico, non funzionano e il nuovo protocollo d’intesa Stato-regioni rischia di mettere ancora più in difficoltà i centri antiviolenza.
La società italiana, dopo settimane di grande coinvolgimento emotivo, è tornata al punto di partenza. Almeno 90 donne sono state uccise dal partner o dell’ex dall’11 novembre 2023. I loro nomi, salvo alcuni casi, sono tornati a essere caratteri stampati per qualche giorno sui quotidiani. La parola “patriarcato” ricompare ogni tanto in qualche salotto televisivo, tra brontolii di disapprovazione. Il processo nei confronti di Turetta è cominciato rivelandoci fin troppi dettagli.
Il femminicidio di Giulia Cecchettin ci ha risvegliati da un torpore. Le parole di Elena ci hanno indicato una causa. Quelle di Gino ci hanno invitato ad assumere una responsabilità. Non le abbiamo ancora ascoltate davvero. Anzi, abbiamo lasciato che il compito di riaggiustare questa società ricadesse sulle loro spalle, anziché prendercene cura tutti insieme, e dopo qualche mese siamo tornati a parlare di violenza di genere solo nelle occasioni “comandate”: 8 marzo e 25 novembre.
Ma non è giusto dire che il femminicidio di Giulia Cecchettin non ci ha insegnato niente. Giulia non doveva morire per darci una lezione, ma laurearsi, cominciare la sua carriera da ingegnera, coltivare le sue passioni, vivere. Esercitare quel potere che spaventa gli uomini ma che, in fondo, spaventa tutti noi: il potere di una donna libera.
Da Avvenire
Pino Pinelli non è “caduto” dalla finestra del quarto piano della Questura di Milano. Pino Pinelli, ingiustamente incolpato della strage di piazza Fontana del 1969, è stato «ucciso innocente nei locali della Questura di Milano il 15-12-1969», come recita la lapide posta in piazza Fontana nel 1977 da «gli studenti e i democratici milanesi».
La redazione del sito

Si è spenta a novantasei anni la vedova di Giuseppe, caduto dalla finestra della questura durante gli interrogatori per la strage di piazza Fontana. Nel 2019 l’incontro con la vedova del commissario Calabresi
Per anni ha difeso la memoria di suo marito. Quel ferroviere anarchico, Giuseppe (Pino) Pinelli morto in questura nel dicembre del 1969, caduto dalla finestra del quarto piano durante un lunghissimo interrogatorio per la strage di Piazza Fontana. Il ricordo di quella notte, con l’annuncio della tragedia dato dai giornalisti che bussano alla sua porta e poi confermata da una drammatica
difesa del marito, che una frettolosa e orientata ricostruzione dei fatti aveva indicato tra i responsabili della strage, e poi nella ricerca della verità su quel tragico 12 dicembre, dignitosa e mai doma. Licia Rognini, questo il nome da nubile, era arrivata a Milano nel 1930 a due anni non ancora compiuti da Senigallia, nelle Marche.
Cresciuta in viale Monza, conobbe Pino a un corso di esperanto, la lingua universale: sposi in chiesa nel 1955, nell’appartamento di via Preneste allietato da due bimbe, Claudia e Silvia, Licia batteva a macchina le tesi degli studenti per contribuire al bilancio familiare mai abbondante con lo stipendio del marito ferroviere. Una storia comune che cambia la notte tra il 15 e il 16 dicembre del 1969. Pino era da alcuni giorni in questura: c’era arrivato dal circolo anarchico Scaldasole a bordo del suo motorino seguendo l’auto del commissario Luigi Calabresi che stava indagando sul primo atto del terrorismo in Italia, la strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di piazza Fontana.
I depistaggi dei servizi deviati orientarono le indagini sulla pista anarchica e Pinelli venne interrogato a lungo e per giorni. Poi, nella notte, la tragedia. Il ferroviere cadde dal quarto piano in circostanze mai chiarite fino in fondo dopo un interrogatorio che si era protratto ben oltre le 48 ore previste dalla legge. Per Licia sarà sempre la diciottesima vittima innocente della strage, come si legge sulla targa che Palazzo Marino pose nel 50° anniversario della bomba. Un riconoscimento preceduto dieci anni prima da un evento storico, come lo definì la stessa Licia: l’invito al Quirinale per la Giornata della memoria delle vittime del terrorismo con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che definì Pino Pinelli «vittima due volte, prima di pesantissimi infondati sospetti, e poi di un’improvvisa, assurda fine».
Quel 9 maggio del 2009 diventò una data storica perché fu anche la prima volta che Licia Pinelli incontrò e abbracciò Gemma Capra, la vedova del commissario Calabresi: «Mi sarebbe piaciuto incontrarla prima. – ricordò Licia Pinelli – Non c’è mai stato rancore verso la famiglia Calabresi; non l’ho mai provato, anzi. Non ci deve essere odio, c’è il ricordo e basta». «Ho un ricordo tenerissimo di quell’abbraccio al Quirinale tra me e Licia Pinelli, quando lei mi disse: “Peccato non averlo fatto prima”», ha detto in queste ore Gemma Capra, vedova del commissario assassinato da un commando di Lotta Continua il 17 maggio 1972, che nel suo libro La crepa e la luce ha scritto che «quella frase non la dimenticherò mai».
«Eravamo due donne legate dallo stesso dolore – ha aggiunto – e siamo state capaci di cogliere l’importanza di un incontro pacificatore. La ricordo con affetto, lo stesso che ho provato nei nostri successivi incontri, e porgo alle sue figlie Silvia e Claudia le mie più sentite e affettuose condoglianze». Nominata, insieme a Gemma Capra, Commendatore della Repubblica nel 2015 dal Presidente Sergio Mattarella, Licia Pinelli si è spenta ieri nella sua abitazione di Porta Romana convinta che «lo Stato abbia perso, però non ha saputo colpire chi ha sbagliato».
Da La Stampa – Sui manuali di storia più attenti alla storia dell’umanità si trova scritto che, nel ’900 e a parte quella freudiana, l’unica rivoluzione riuscita senza spargimento di sangue e senza presa del potere è quella femminista. È vero, anche se trovo imprecisa l’indicazione perché, in realtà, si dovrebbe dire che è l’unica rivoluzione in corso: come sosteneva Carla Lonzi, il femminismo è «l’eterna istanza delle donne». La sua bellezza, la sua eleganza e le sue ragioni vanno mantenute, insieme alla sua radicalità, qualsiasi sia l’istanza femminile che porti avanti. Ma le cose si stanno ingarbugliando e confondendo, tanto che si è obbligati ormai a parlare di “femminismi”, usando malamente quel plurale che piace tanto agli adoratori e alle adoratrici del caos cognitivo contemporaneo. Il femminismo è diventato un campo di battaglia, almeno in Italia, ma non nel nobile senso che aveva dato a questa espressione Etty Hillesum, descrivendo il suo obbligo a farsi lei stessa campo in cui si scontrano e si evidenziano le più abissali contraddizioni. Oggi, tempo di guerre e di rigidi schieramenti identitari, il campo di battaglia che è diventato il femminismo sta mostrando una certa perdita di orientamento e di radicalità, parola quest’ultima che sta ad indicare un’etica della differenza sessuale, come Luce Irigaray auspicava si costruisse per mostrare anche il disgusto femminile per la violenza sui corpi, non solo delle donne. Se il femminismo, inteso come movimento e non come somma di gruppi identitari, diventasse luogo di scontri violenti e non, invece, di conflitti fecondi come sempre è accaduto per differenze interne inevitabili ma compatibili, allora diventa un obbligo fare chiarezza pubblica e indicare ciò che non può accreditarsi pubblicamente con il nome di “femminismo”. A proposito: è di questo periodo lo stupore di gran parte delle femministe per l’attribuzione a Giorgia Meloni del titolo di “icona del femminismo”; la si elogia perché «vive all’interno di un matriarcato» (sic!); la si propone addirittura, lei il presidente, come colei che «ha reso femminile la politica», e invece le donne di sinistra, poverine… Questo disinvolto uso di frasi a effetto si accompagna all’accreditamento politicamente corretto delle donne “di destra” come esemplari femministe. Bisogna avere il coraggio di fare chiarezza: le magnifiche sorti e progressive della donna che riesce a imporsi ai compagni di partito con una leadership (anche come premier di governo) non possono essere separate dai contenuti che il suo governo impone alla nazione. Da quando la forma non è anche il contenuto? La carriera personale è ammirevole e legittima, ma con il femminismo c’entra di striscio, e forse neanche, se non è inscritta in un orizzonte di contenuti condivisi dal movimento femminista. Il femminismo di tutti i tempi si è battuto soprattutto per la giustizia sociale, primariamente intesa come dovuta alle donne, ma non solo alle donne, sia chiaro. Si è battuto sempre e anche ora e anche domani per la libertà femminile (e di tutti) e per l’autodeterminazione delle donne. Cosa rimane di femminismo in una ministra che chiede ai medici di denunciare le coppie che hanno praticato la cosiddetta maternità surrogata all’estero? Non rimane nulla. C’è un grosso discrimine, infatti, utile per verificare l’appropriatezza del vanto di praticare il femminismo (e addirittura quello della differenza sessuale, il più eticamente radicato) da parte dell’attuale governo, e da parte delle donne che lo sostengono. Il discrimine è questo: le cosiddette destre di ieri e di oggi agiscono con la privazione progressiva delle libertà, anche individuali; elaborano soprattutto norme punitive agevolando la formazione di regimi di stretta sorveglianza sociale; restringono o azzerano la libera espressione del pensiero; millantano di occuparsi del bene del popolo mentre attaccano i beni comuni come lo sono la cultura, la sanità, ecc. ecc. Tutto questo è senza ombra di dubbio distruttivo della libertà femminile di ieri, di oggi e di domani, conquistata con ammirevole pazienza nel corso di due millenni.
Le leggi hanno scarsa efficacia quando tentano di forzare dei cambiamenti nella società, e peraltro di solito registrano invece quelli già avvenuti. In questo caso hanno anche una valenza simbolica, perché la norma esprime la trasformazione di quello che è condiviso dalla comunità e quello che considera inaccettabile, diventando a sua volta orientante. Una parte del femminismo chiede una messa al bando mondiale della pratica che viene definita “gestazione per altri”, sia per sradicarla, sia per marcare a livello simbolico che in tutto il mondo è inaccettabile assoggettare corpi altrui alla realizzazione dei propri progetti, che è illegittimo imporre pratiche mediche potenzialmente nocive a donne sane, “prenotare” e pagare neonate e neonati come se fossero articoli di merce prodotti su misura. Per questo molte, all’estero e in Italia, hanno accolto con favore la recente legge italiana che stabilisce la perseguibilità in Italia della surrogazione di maternità, già reato da vent’anni, commessa da cittadini italiani anche se all’estero. Dall’estero, estranee al contesto in cui la legge è stata approvata e ignorandone i termini precisi, molte la vedono come un primo passo verso l’internazionalizzazione del divieto, come un’importante occasione da cogliere. Qui in Italia però dobbiamo trattare la questione in modo più approfondito.
La norma dovrebbe avere un taglio che sancisca il riconoscimento dell’inviolabilità del corpo femminile per avere l’impatto simbolico che desideriamo come femministe, ma non è affatto così. Il reato di cui si estende la punibilità è stato istituito dalla legge 40/2004. Va ricordato che questa legge non è ispirata all’autodeterminazione delle donne: mira a “tutelare” l’embrione a prescindere dalla madre, facendone un potenziale portatore di un conflitto di interessi con lei, come se potesse esistere e svilupparsi scisso dalla madre e quindi dalla sua volontà. La logica non è quella dell’inviolabilità del corpo femminile. Il punto oggetto dell’intervento legislativo è il comma 6 dell’articolo 12, che recita: «Chiunque, in qualsiasi forma,realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni ola surrogazione di maternità è punito con la reclusione da tre mesi a due anni e con la multa da 600.000 a un milione di euro». «Chiunque», «in qualsiasi forma», «realizza» è una formula che mette la gestante e la fornitrice di ovuli sullo stesso piano dei soggetti che dispongono dei loro corpi per i propri fini, vantaggi o profitti: agenzie di intermediazione, cliniche, committenti. Il torto non è ridurre a mezzi di produzione le donne coinvolte, ma l’uso dei gameti e degli embrioni. Questo taglio può essere davvero d’aiuto a una battaglia contro la gpa centrata sull’inalienabilità della libertà delle donne e sulla relazione tra madre e figlia o figlio come fondamento della nostra umanità?
La pratica della maternità surrogata va sradicata internazionalmente, certo, perché dove è legalizzata consiste nel legittimare contratti privati inaccettabili, che violano un sacco le convenzioni internazionali sui diritti umani ratificando il controllo totale di ogni aspetto della vita e del corpo della gestante, la sua perdita di libertà d’azione e d’espressione, la costrizione a subire trattamenti medici che ne mettono a repentaglio la salute, e si concludono di fatto con la compravendita di una neonata o un neonato, separato traumaticamente dalla madre. Non si può sradicarla però se non si considera uno dei due soggetti coinvolti, la madre, o forse nessuno dei due, dato che il comma 6 dell’art. 12 si preoccupa di gameti ed embrioni, ma della neonata o del neonato non fa menzione.
Quello di cui c’è bisogno è un nuovo patto di civiltà che rompa il “contratto sessuale” ereditato dal patriarcato e rifondi a partire dalle donne i principi di indisponibilità del corpo al mercato e l’inalienabilità della libertà umana, che attualmente in Italia e nel mondo sembrano essere compresi solo se attagliati sul corpo maschile, che ne è stato il modello fondante e il beneficiario intenzionale.
A rendere più opaco l’impatto di questo provvedimento contribuisce l’aura nefasta di due anni di leggi repressive con cui il governo in carica ha creato decine di nuovi reati e ha inasprito le pene di quelli esistenti, inquadrandolo in un disegno repressivo piuttosto che di riconoscimento di libertà femminile, aggravato dai commenti con cui la presidente del Consiglio ne ha accompagnato l’iter, per esempio che «non bisogna perdere la specificità del ruolo della madre e del padre», commenti che rimandano più a rigide divisioni di ruoli familiari e all’imposizione della presenza della figura paterna.
La prima volta in cui ho sentito parlare di gestazione per altri (GPA) è stato all’incirca dieci anni fa, in concomitanza con la legge Cirinnà sulle unioni civili. Già allora bazzicavo ambienti più o meno politici, più o meno reali – direi più virtuali che altro. Già allora facevo dell’ora di religione in classe occasione di dar voce alle mie remore relative al sistema che allora chiamavo “eteropatriarcale” in cui mi vedevo calata. Così un giorno finimmo a parlare di questa famosa GPA. Ovviamente mi sembrava scontato definirmi pro alla pratica, anche in senso di bastian contrario con quanto comunicato dai miei compagni maschi e/o cattolici e/o omofobi.
Mi sono portata dietro questa posizione a lungo, un po’ sollevata dallo slogan l’utero è mio e lo gestisco io: mi sembrava una posizione di libertà, non sapevo fosse una posizione liberista. Il badge di “pro-GPA” si aggiungeva alla mia fascetta da brava femminista, attiva su ogni fronte, pronta a ripetere ogni serie di slogan appresi nei vari circoli cassa-di-risonanza.
Ho iniziato a pormi più domande in merito alla pratica solo avvicinandomi al pensiero della differenza, quando ho iniziato a leggere i testi delle cosiddette “femministe storiche”, quando ho iniziato a studiare, a leggere, tutto per i fatti miei, lontana dalla bolla del femminismo del terzo millennio. Ho iniziato a pormi più domande in merito quando ho trovato il modo di relazionarmi con altre donne alla ricerca di un nuovo pensiero critico, lontano dagli slogan, lontano dai settarismi, dai vari pro e contro. Ho incontrato voci di donne del passato e del presente che mi hanno tolto la spilla sulla fascia e mi hanno fatto riflettere sulle contraddizioni tra libertà e liberismo: come potevo io – che avevo passato l’estate a leggere Il Capitale – accettare passivamente queste nuove logiche del tardo capitalismo che mercifica ogni aspetto della vita? Così ho letto di molte donne e femministe che da anni studiano e scrivono per una presa di coscienza allargata.
Allo stesso tempo ho letto contro queste donne commenti abietti, carichi di prese di posizione e strumentalizzazione, figli della logica binaria che ora pervade e appiattisce il discorso politico, soprattutto sulla GPA. Così se sei “pro”, ecco la tua spilletta, sei con noi, fai parte di qualcosa di bello, sei progressista, sei aperto, sei giovane, sei bello. Se sei anche solo dubbioso, sei “contro” e se sei “contro” non sei solo contro la GPA, sei “contro” tutto, sei contro di noi, sei cattolico, sei bigotto, sei fascista, sei chiuso e devi stare zitto.
Ho avuto paura di esprimere la mia posizione insieme ai miei conoscenti. Ho avuto paura delle dita puntate, della strumentalizzazione delle mie opinioni, di sentirmi dare della fascista catto-bigotta solo perché ritengo che una transazione economica non sia il non-plus-ultra della libertà femminile. Mi sarebbe piaciuto dirlo ad alta voce, a una cena. Mi sarebbe piaciuto dire «Ritengo che questa legge sia l’ennesima strumentalizzazione del corpo delle donne, che vuole strizzare l’occhio al conservatorismo imperante nell’ambito di una serie infinita di provvedimenti repressivi e che non sarà mai la soluzione al problema; però dobbiamo ricordarci che la GPA è l’ennesima mercificazione del corpo delle donne al servizio del sistema capitalista, non è libertà, è l’ennesima prigione», ma non l’ho fatto. Sono stata zitta e ho continuato a mangiare. Ho pensato a quello che avrebbero potuto dire su di me, come avrebbero travisato la mia posizione, come sarebbe andata a finire e sono stata zitta.
Così il liberismo si appropria del corpo delle donne e del discorso politico che lo circonda. Annacqua le pratiche, scioglie le relazioni e strumentalizza la lotta. Con questo binarismo si annulla il dialogo, che viene sostituito con shitstorm e porte in faccia. Allora forse, quando sono contro, mi tengo tutto per me: così non perdo il mio badge.
Da Roba da Donne
L’attore, in una lunga intervista a Vanity Fair, parla del suo ultimo lavoro, una rivisitazione dell’Otello che non empatizza con il protagonista. «Avrei fatto un’operazione antistorica se avessi permesso al pubblico di provare compassione per il carnefice».
Oltre a essere uno degli attori più brillanti della scena cinematografica italiana, Edoardo Leo è anche un uomo intenzionato ad abbattere i dogmi del maschilismo tossico e del patriarcato, come dimostra l’impegno nel sindacato Unita, che chiede condizioni eque per i lavoratori dello spettacolo, nel direttivo diUna Nessuna Centomila, fondazione nata per parlare e sensibilizzare sulla violenza di genere che vede tra i propri membri volti noti della musica, dello spettacolo e del grande schermo italiano, ma anche alcuni lavori di cui è stato regista; come il più recente, Non sono quello che sono, una rilettura in chiave contemporanea e non “machista” dell’Otello di Shakespeare che, finalmente, non romanticizza la gelosia ossessiva del “moro”.
In quel film, nelle sale dal prossimo 14 novembre, Leo interpreta Jago, l’“amico” che stuzzica la gelosia in Otello, in un’idea che gli è venuta, racconta in un’intervista per Vanity Fair, con «un titolo di giornale: “Uomo uccide la moglie e poi si suicida”. Ho pensato: è la storia di Otello».
L’idea, spiega l’attore romano al giornale, in realtà gli è venuta in mente anni fa: «Quel titolo risale al 2006 o al 2007. Volevo che Non sono quello che sono fosse il mio esordio alla regia, ma allora non me l’avrebbe prodotto nessuno: io non ero nessuno, il cinema puntava sulle commedie e i femminicidi non occupavano le prime pagine dei quotidiani. Ho cominciato comunque a scrivere la sceneggiatura nei ritagli di tempo. Ho letto parecchie traduzioni e visto tutti i film possibili sull’Otello, musical indiani compresi».
Pur restando fedele all’originale, ha tolto dalla figura di Otello quell’aura di commiserazione che ha portato per anni a empatizzare con lui, il femminicida; un’operazione che ancora troppo spesso avviene nei casi di cronaca, complice anche la pessima narrazione giornalistica dei fatti. «Avrei fatto un’operazione antistorica se avessi permesso al pubblico di provare compassione per il carnefice – dichiara Leo – Ho tagliato di netto il famoso monologo dell’addio alla vita del protagonista, cavallo di battaglia di tanti primi attori del ’900. Per questo verrò bannato da qualche circoletto di Shakespeare? Va bene così».
Sulla fase di preparazione del film Edoardo Leo ammette: «ha acceso una luce sul mio maschilismo inconsapevole, sui comportamenti patriarcali che qualche volta non ho riconosciuto o tenuto a bada […]. Ho realizzato di non essermi mai indignato guardando il pugilato, sport nobilissimo dove a un certo punto però una ragazza in costume sui tacchi sfila con il cartellone del round e gli spettatori la insultano per divertimento. Quando è uscito il film Mia, ho intimato a mia figlia di 14 anni: “Non permettere a nessuno di dirti come truccarti, come vestirti, a che ora uscire. Nemmeno a me”, e mi sono pure sentito figo. Non mi ha sfiorato invece il pensiero di chiedere a mio figlio, oggi diciottenne, se è mai stato ossessivo, morboso, possessivo. L’altro giorno, davanti a una partita di calcio in tv, mi sono rivolto a un giocatore con un’espressione infelice: “Ma fai il maschio!”. Siamo tutti parte del problema». La soluzione, per lui, per arginare il maschilismo interiorizzato che ci vede tutti come vittime, è «fermarci: per riflettere su quello che diciamo e facciamo, per metterci in discussione. E, per quanto mi riguarda, spingere di più sul potere dell’arte».
«Ci sono femminicidi che scuotono l’opinione pubblica più di altri – aggiunge – Quando è stata uccisa Giulia Cecchettin ero in tournée a teatro e tutti parlavano della sua storia. Ho deciso di cambiare metà dello spettacolo: ho cominciato a leggere alcuni passaggi del monologo di Franca Rame Lo stupro e le domande agghiaccianti che nelle aule di tribunale vengono rivolte alle donne vittime di violenza sessuale. Prendendo poi le parole di Elena Cecchettin, «Non fate un minuto di silenzio per mia sorella, fate un minuto di rumore», ho chiesto agli uomini presenti in sala di alzarsi in piedi e alle donne di fare un baccano infernale.
Dal palco io guardavo quegli uomini: qualcuno è rimasto seduto, molti avevano il terrore dipinto in faccia, altrettanti mi hanno detto che non avevano mai provato un tale imbarazzo. Sa che cosa rispondevo? “È lo stesso che avverte una ragazza quando al ristorante, vestita come pare a lei, va verso il bagno e passa davanti a un tavolo di quattro maschi: nel migliore dei casi la fissano come carne da macello, spesso le rivolgono commenti terribili”. Ecco, nella vita privata, posso fare che, se sto a quel tavolo, me ne vado; nella vita professionale, invece, devo creare occasioni di riflessione».
Da La Stampa – Il mare di fango e lamiere di calle Gómez Ferrer, alla periferia Sud di Valencia – immagine divenuta simbolo della catastrofe, con le sue carcasse di automobili accatastate e rovesciate contro le facciate delle case, con le sue figure che vagano smarrite in quella scena esorbitante – era talmente assurdo da far pensare, sulle prime, a una simulazione prodotta dall’intelligenza artificiale: qualcosa di non verosimile, che investe lo statuto della verità; qualcosa che chiede decostruzione, dunque rassicurazione.
Le automobili sbalzate sull’autostrada o inabissate in sotterranei divenuti vasche di melma, la solitudine di chi vi è restato imprigionato – «come topi», ha detto il sindaco di Utiel, uno dei centri più colpiti –, i garage di casa, gli ipermercati, i luoghi della nostra normalità divenuta distopica, toccano qualcosa che giace sul fondo della nostra coscienza e che non vogliamo sapere.
Una rappresentazione perturbante della fragilità e della follia del nostro modo di vivere: le macchine in cui passiamo tanto tempo da essere diventate un’estensione del nostro corpo ridotte d’un tratto a rifiuti di metallo, i corpi di persone perse e disperse negli abitacoli, aggrappate a uno smartphone senza segnale, ci mettono di fronte al nostro carrello della spesa, al biglietto del parcheggio sotterraneo, alle code in autostrada, al cellulare come cordone ombelicale col mondo, a un modo di vivere innaturale e cieco che è concausa dei disastri prodotti da un clima ingovernato e forse già ingovernabile.
Ci mostrano lo smarrimento davanti alla perdita delle cose senza le quali ci pare di non essere, la cui deprivazione tocca la nostra identità profonda, al punto da preferire non vedere, non sapere, non correre ai ripari, non pretendere politiche diverse da un’imbarazzate inadeguatezza fatta di negazione o di millantata preoccupazione a coprire la ricerca del profitto, da ultimo con la riesumazione delle centrali nucleari, magari a Venezia.
La risposta, da noi come in Spagna, è negare il disastro, isolarlo come evento straordinario, criminalizzare chi lo denuncia, procedere nella marcia ferrata della distruzione. Siccità, ondate di calore, desertificazione, incendi, scioglimento dei ghiacciai, innalzamento dei mari, erosione costiera, uragani, tempeste di grandine, alluvioni, piogge torrenziali: tutto viene rimosso, ridotto a scontro ideologico, mostrato come una stucchevole panoplia di minacce senza costrutto o con un secondo fine da smascherare e respingere.
La realtà ci passa davanti agli occhi e si sfalda come il residuo di un sogno: gli alberi secolari di Milano divelti e scagliati sui cavi dei tram da un downburst a cento chilometri orari, le ripetute alluvioni dell’Emilia-Romagna, il mare nel sud d’Italia ancora estivo a novembre, l’iperbole del Sahara allagato. Il desiderio è sempre lo stesso: richiudere, dimenticare il più in fretta possibile, anche quando i fenomeni ci toccano da vicino.
Nel 2023, l’Italia ha subito 378 eventi meteo estremi, il 22% in più rispetto all’anno precedente. Incendi in Trentino, grandinate nel Veneto, mareggiate nelle Marche, ondate di calore in Calabria, desertificazione di intere zone della Sicilia, visti immancabilmente come eventi a sé stanti. Guardiamo senza vedere, in un doppio registro cognitivo dove ogni enormità viene normalizzata, negata, ricacciata in fondo alla coscienza, ben lontana dalla necessità di pretendere da chi ci governa decisioni politiche conseguenti.
Meglio adattarci a vivere sempre più in bilico, fingendo che sia normale. Le scale mobili così familiari che portano a riprendere le nostre macchine dopo aver fatto una grande spesa sono ora ripugnanti, inservibili accessi al magma nauseabondo in cui i corpi si stanno decomponendo; così come, verosimilmente, si decompongono le merci sugli scaffali, allegorie medievali del trionfo della morte sui beni terreni, non fosse che qui si tratta di beni intensivi, non diversamente dalla nostra vita, e dalla nostra morte.
«Ciascuno reca racchiusa in sé la propria morte. Come il proprio nòcciolo un frutto», scrive Rilke ne I quaderni di Malte Laurids Brigge. Ma la morte che rechiamo oggi nel petto è un nòcciolo che non germina, un ogm delle serre. La morte mostrata dall’iconografia macabra di Valencia è industriale, è la scomparsa dei singoli nella solitudine di luoghi affollati e iperconnessi, in templi dissacrati del quotidiano, inventario delle emissioni climalteranti prodotte da automobili, industria, agricoltura e allevamento intensivi.
È una morte alienata, deprivata che dice della nostra normalità, come Pompei cristallizzata sotto la lava. La morte di Valencia per un momento prezioso squarcia un velo e ci rende estranea la nostra esistenza fatta soprattutto di solitudine: prigionieri dei dispositivi, delle automobili, degli ipermercati, privi di comunità.
L’Oms ha definito la solitudine «un problema di salute pubblica globale», al punto che la Gran Bretagna, primo Paese al mondo, ha istituito il Ministero della Solitudine. Ma solitudine e crisi climatica sono fenomeni connessi, non solo perché lo stile di vita che maggiormente induce la catastrofe è prerogativa di un mondo fatto di bolle di esistenza e consumi individuali, ma perché le conseguenze della crisi climatica rendono ancora più inerme chi è solo. Più di otto milioni di italiani sono esposti al rischio di frane e alluvioni – su 900mila frane in Europa, 600mila si sono verificate in Italia – e il 40% degli italiani vive da solo. Uno su dieci dichiara di non avere nessuno a cui chiedere aiuto in caso di bisogno.
Conforta il rovesciamento agito dai cittadini della comunità valenciana che, abbandonati dalle autorità regionali, si sono autorganizzati portando soccorso a La Torre, Alfafar, Paiporta e agli altri luoghi simbolo della tragedia. Non è un caso che il climatologo di fama mondiale Jean Jouzel abbia affermato, in un’intervista a La Stampa, che il surriscaldamento globale deve essere affrontato con una «solidarietà reale».
E non stupisce che il governatore della Regione valenciana, esponente del Partito popolare alleato dell’estrema destra di Vox che nega il cambiamento climatico, abbia diffuso un video che minimizzava l’allerta idrogeologica proprio mentre il ciclone Dana iniziava a flagellare le zone interne, inducendo così la popolazione a non adottare le misure di sicurezza che avrebbero potuto evitare, o almeno contenere, l’ecatombe.
D’altra parte, non appena insediata, nel 2023, la giunta di destra aveva eliminato il piano per l’emergenza climatica e azzerato l’unità di crisi creata dal precedente governo: una spesa inutile, diceva, mentre procedeva alla cementificazione della costa. I corpi di lamiera spiaggiati in calle Gómez Ferrer, le scale mobili allagate che scendono in una morgue limacciosa sono un’apparizione del nostro tempo, impietosa nella sua agnizione. «C’è un sapere che preesiste a tutti gli approcci, ad ogni ricezione delle immagini», scrive il filosofo e storico dell’arte Georges Didi-Huberman. «Ma avviene qualcosa di interessante quando il nostro sapere precedente, composto di categorie già fatte, è messo in pausa per un momento – che inizia nell’istante stesso in cui l’immagine appare».