da Domani
Donne che scrivono, donne che leggono, donne che vendono. Scrittrici, women-writer. Donne che vanno in America: alcuni di questi libri, oltre ad avere successo in Italia, volano più in alto dei premi italiani (che comunque vincono: L’età fragile, Donatella Di Pietrantonio, Premio Strega 2024 regular e Giovani). Giocano nel campionato dei grandi, quello di Elena Ferrante. Oh, yes, My brilliant friend dicono gli scrittori che passano da Roma. Non è che solo lo amano, lo mettono in esergo, lo indicano come ispirazione.
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Il festival Multipli Forti*, promosso dall’Istituto italiano di cultura a New York e curato da Maria Ida Gaeta, riunisce alcune tra le principali voci della letteratura italiana contemporanea. Fra gli ospiti dei prossimi incontri (14-16 gennaio) ci sono molti nomi di scrittrici.
Donatella Di Pietrantonio, già da tempo molto amata negli Stati Uniti, dove L’arminuta è A Girl Returned, con la traduzione di Ann Goldstein (traduttrice di Ferrante). Ma ci saranno anche due esordienti, una è Aurora Tamigio, che con Il cognome delle donne (Feltrinelli, 2023) è stato un caso editoriale enorme, ambientato nella Sicilia di inizio Novecento, e potrebbe parlare anche all’incessante ricerca di radici di molti lettori americani.
Riequilibrare
Si parla del successo di queste scrittrici con un ragionamento dedicato solo perché storicamente le voci femminili sono sempre state marginalizzate, escluse dal canone, a volte proprio cancellate (possiamo ricordare L’arte della gioia di Goliarda Sapienza, che è stato in un baule per decenni perché non trovava un editore) e non perché pensiamo siano una moda (non noi, qualcuno lo pensa) è un riequilibrare, più che un ribaltare. Un vendicare molti premi mancati (nel periodo dal 2003, Vita di Melania Mazzucco, al 2018, La ragazza con la Leica di Helena Janacezek, il premio Strega è stato vinto solo da uomini, cosa che nessuno ha trovato singolare e su cui nessuno ha scritto articoli.
La curatrice Maria Ida Gaeta, dice: «Mi sono trovata a scegliere più donne che uomini, semplicemente perché per raccontare la scena contemporanea, i generi, le scritture in corso, erano significative le scrittrici». All’interno di questa contemporaneità, «ci sono, anche in Italia, le voci di seconda generazione, Nadeesha Uyangoda, Djarah Kan, Cristina Ali Farah. Anche questo era un ponte con una letteratura che esiste anche lì». Il concetto di creare un ponte implica anche la precisa scelta di associare voci che fanno parte di un canone a voci giovani: «Un anno in cui c’erano Walter Siti e Fumettibrutti che hanno due modi diversi di raccontare la stessa cosa». E sul valore dello scambio: «fare un festival vuol dire portare in un altro paese non lo scrittore singolo, con il suo libro, ma riuscire a creare attenzione su un panorama di narrativa e poesia italiana. Anche grazie alla presenza dei traduttori americani e dei legami con le università».
Il paese delle lettrici
In Italia, il 72 percento dei lettori sono donne. Non so se è ancora vera la regola per cui le donne leggono libri scritti sia da autori che autrici mentre i lettori maschi non leggono libri scritti da donne, forse è per essere sollevati da quest’imbarazzo che molti uomini hanno smesso di leggere del tutto? È vero ancora che leggono più saggi che romanzi, perché sono più seri e “almeno si impara”, come li sentivo dire alla macchinetta del caffè in ufficio? Avranno compreso, quei giovani pubblicitari, il senso dell’arte? Quest’anno la critica tedesca Anna Vollmer ha detto che a leggere i libri italiani si ha l’idea di un paese popolato di donne con fattezze di strega che abitano in luoghi remoti, ci si sorprende a vedere che anche in Italia ci sono i cellulari, una citazione rimbalzata sui social che credo sia indicativa di una cosa che pensiamo noi.
È vero che la contemporaneità è perlopiù esclusa dalla letteratura italiana recente, e non si capisce perché, la mia idea è che sia un problema più generale del paese che si guarda solo indietro in modo pericolosamente nostalgico, e in cui il mercato di una lingua “piccola” sia particolarmente conservatore: se funziona una cosa, non possiamo permetterci di fare gli sperimentatori come possono fare gli americani, in cui anche un romanzo di nicchia può avere un conto economico positivo.
Vivere nel presente
Anche nella letteratura italiana ci sono delle eccezioni e cioè autrici particolarmente orientate al presente, oltre quelle citate da Gaeta, alcune saranno a New York questo gennaio: Emanuela Anechoum, di cui ho amato il romanzo d’esordio Tangerinn (e/o) che racconta una giovane donna italiana che vive a Londra e il suo rapporto con il padre immigrato, e il suo bar in Calabria, Tangerinn.
Per scrivere un libro contemporaneo mi sembra si debba vivere più nel presente che nei libri. Faccio fatica a pensare che Sally Rooney non viva nelle stanze in cui persone simili ai suoi personaggi (gli ultimi hanno ventitrè e trentatrè anni) parlano, giocano a scacchi, fanno sesso. Anechoum ha “vissuto” con quella coinquilina londinese che fa la liberal, ecologista, anticlassista, ma vive in un appartamento ereditato dalla nonna al centro di Londra, e vede nella protagonista un progetto da plasmare non una pari. Interessante narrativizzazione dei rapporti di classe e di potere fra donne. Gabriella Dal Lago, una voce giovane, scrive sia romanzi sia critica culturale sia non-fiction (Le più brave, Einaudi, Quanti). Muoversi tra varie forme è di per sé un approccio contemporaneo.
C’è anche da fare una riflessione sulla “storia”, cioè la trama. Da cui anche il romanzo letterario non riesce ad uscire, e alcuni ne avrebbero beneficiato. C’è il timore che senza storia il lettore non prosegua la lettura. E allora come spiegare il successo del saggio narrativo come genere? Olivia Laing (Il giardino contro il tempo, Il Saggiatore) non è di nicchia.
Dal Festival sono passate anche Giulia Caminito, che ha scritto del presente nel suo tema forse più pressante, l’ansia di vivere, la precarietà, in Il male non esiste (Bompiani) e Antonella Lattanzi, che è riuscita a ridefinire i confini del memoir in modo letterario e travolgente, creando qualcosa che non esisteva (Cose che non si raccontano, Einaudi). E Carmen Pellegrino, un’autrice con un forte carattere di ricerca stilistica.
Può sembrare limitante parlare di scrittura considerando il genere di chi la fa, ma è un antidoto allo standard appiattito sul maschile, e cioè che considera la produzione degli autori maschi il metro di ciò che è valido e letterario. Tante storie non sono state conservate, pubblicate, trasmesse, anche Una donna di Sibilla Aleramo (1906) ha rischiato di non vedere la luce, perché si pensava che il pubblico non fosse interessato. Era solo la storia di una donna. Il pubblico non interessato è spesso la scusa per non rischiare, poi Una donna è stato un caso editoriale, ha venduto molto in Italia e ora, naturalmente, è molto amato in America.
(*) La quarta edizione del Festival Multipli Forti si è tenuta a New York dal 14 al 16 gennaio. Promosso dall’Istituto Italiano di Cultura, è curato da Maria Ida Gaeta.
Da il manifesto
Nelle sale dal 16 gennaio il film pluripremiato sulla violenta occupazione in Cisgiordania. La lotta per difendere la propria casa, i diversi destini oltre i check point
«Gli israeliani hanno chiuso le nostre scuole, ci hanno tolto l’acqua e questo per mandarci via dalle nostre case e costruire insediamenti illegali e avamposti che violano ogni diritto internazionale». Sono chiare e dirette le parole scelte da Basel Adra, regista e giornalista palestinese classe 1996, nel ritirare a Lucerna lo scorso dicembre il premio per il miglior documentario agli Efa (European Film Awards). No Other Land, che Adra ha realizzato insieme a Hamdan Ballal, Yuval Abraham e Rachel Szor e che uscirà nelle sale italiane giovedì 16 gennaio grazie a Wanted, è altrettanto pregnante. Mostra la storia del villaggio di Masafer Yatta, in Cisgiordania, attraverso gli occhi di Adra che lì è nato e cresciuto, e quelli di Yuval Abraham, giornalista israeliano nato a Gerusalemme nel ’95 che, dopo aver studiato l’arabo, ha modificato radicalmente il proprio modo di vedere. Le ingiustizie sono ora palesi per lui come lo è la violenza del governo israeliano, che da un momento all’altro interdice l’accesso a strade e abitazioni, appropriandosene e rendendo «abusiva» la vita di prima, con l’ausilio di una subdola propaganda.
Nel film, il giovane Adra si ricorda di quando, piccolissimo, suo padre lo portava alle manifestazioni per difendere un diritto che sembrerebbe scontato: quello di abitare nella propria casa. La resistenza è insomma nel dna di famiglia, tanto quanto l’avanzata di quei bulldozer che arrivano a spazzare via le costruzioni e gli oggetti di una vita, a volte uccidendo chi si oppone. Lo stato israeliano vorrebbe in quel territorio una base militare, e non c’è verso di convincerlo a desistere dalla sua fame di conquista. Eppure la comunità di Masafer Yatta non abbandona la sua terra, anziani e bambini dormono nelle grotte mentre i giovani ricostruiscono di notte. In effetti non c’è altra scelta: come recita il titolo, non c’è «alcuna altra terra» dove andare.
I giovani del villaggio accolgono Abraham, nonostante abbia la stessa nazionalità degli occupanti, e lo coinvolgono nella loro opera di ricostruzione notturna, quasi un fare e disfare la stessa tela senza alcuna speranza all’orizzonte. Il rapporto di amicizia che nasce tra Abraham e Adra misura la vicinanza e la distanza tra due ragazzi coetanei, entrambi con studi alle spalle, interessati al giornalismo e alla divulgazione.
Yuval è impaziente, vuole documentare tutto pensando che questo basterà a innescare un cambiamento; Basel è abituato invece alla lentezza di una resistenza che non si piega, perché «va avanti così da decenni». Abraham però può rientrare dall’altra parte, attraversare i check point – punti di passaggio «solo per israeliani» – scegliere di fare della sua vita ciò che desidera. Adra è bloccato a Masafer Yatta invece, ha studiato legge, ma cosa se ne fa del suo titolo?
Una discrepanza messa in luce anche dal discorso alla Berlinale, dove il film è stato presentato la prima volta l’anno scorso. I due giovani sono saliti insieme sul palco per ritirare i premi vinti, quello per il miglior documentario e il premio del pubblico. Abraham ha affermato: «Siamo qui ora di fronte a voi, io e Basel, e abbiamo la stessa età. Io sono israeliano, Basel è palestinese. E tra due giorni torneremo in una terra dove non siamo considerati uguali. A differenza di Basel io non vivo sotto una legge militare. Viviamo a trenta minuti di distanza, ma io ho diritto di voto, Basel no. Sono libero di muovermi dove voglio in questa terra, mentre Basel, come milioni di palestinesi, è bloccato nella Cisgiordania occupata. Questa situazione di apartheid, questa ingiustizia deve finire». Parole ancora una volta molto chiare, che sui media tedeschi sono state però bollate come antisemite. Vedere un giovane palestinese e uno israeliano lottare per lo stesso obiettivo deve aver incrinato le certezze di alcuni. Un paradosso fortunatamente non recepito dalla Academy, che ha incluso No Other Land nella shortlist per il Miglior documentario nella prossima edizione degli Oscar. Un ulteriore riconoscimento per un film che ha fatto incetta di premi, dall’Idfa al festival di Vancouver, da Cph: Dox a Visions du Réel.
Nel “galleggiare” che caratterizza la vita di Adra, emerge il rapporto con la telecamera, che già il padre utilizzava per riprendere le lotte: tracce di un villaggio che non c’è più, immagini del passato che testimoniano la vita e la sua tenacia – proprio ciò che si vorrebbe distruggere – così come quelle girate dai quattro giovani nel 2020. Cinque anni dopo a Gaza c’è un genocidio, ma quella immortalata da No Other Land è già guerra a tutti gli effetti, una prevaricazione insopportabile che non può non chiamarci in causa. «A Gaza – ha dichiarato Adra agli Efa – c’è attualmente una pulizia etnica che nasce da una precisa scelta: quella di non firmare nessun accordo di cessate il fuoco in cambio della libertà degli ostaggi israeliani ancora brutalmente detenuti».
Da il manifesto
Ha compiuto ieri 78 anni Franca Viola: nata ad Alcamo, provincia di Trapani, è stata la prima donna in Italia a rifiutare pubblicamente un matrimonio riparatore. Il 26 dicembre 1965, a quasi diciannove anni, era stata rapita e segregata per otto giorni dall’ex fidanzato, Filippo Melodia, venticinquenne rampollo di una famiglia mafiosa locale che non accettava la fine della relazione. Durante la prigionia subì violenze fisiche e psicologiche, mentre i parenti di Melodia cercavano di imporre ai suoi genitori la paciata, accordo volto a pacificare la vicenda con le nozze riconciliatrici.
All’epoca l’articolo 544 del codice penale prevedeva che il matrimonio cancellasse i reati di sequestro e violenza carnale, proteggendo l’aggressore. Non solo: per il senso comune dell’epoca l’“onore” perduto della giovane donna e della sua famiglia veniva così “ripristinato”. Non restava che sposare lo stupratore, ma Franca Viola disse No. Il suo rifiuto è stato un gesto rivoluzionario che ha scosso l’opinione pubblica, avviando un acceso dibattito che molto più tardi, nel 1981, è culminato nell’abrogazione di quella norma odiosa. «Io non sono proprietà di nessuno, nessuno può costringermi ad amare una persona che non rispetto, l’onore lo perde chi le fa certe cose, non chi le subisce», aveva dichiarato la donna.
Parole che risuonano terribilmente attuali: riecheggiano quelle pronunciate di recente dalla francese Gisèle Pelicot, quasi coetanea di Franca Viola. Sedata e abusata per anni dal marito e decine di altri uomini, ha affermato che «la vergogna deve cambiare lato». Una frase diventata subito un potente slogan femminista perché svela un retaggio culturale duro a morire: l’idea che “colpa” e “vergogna” debbano ricadere su chi subisce le violenze. Anche Gisèle ha scelto di affrontare la questione con il coraggio di un processo pubblico riecheggiando un principio chiave del femminismo: il personale è politico.
“Onore” è tuttora un concetto evanescente. A differenza di altre parole a cui spesso si associa – onestà, integrità, moralità – viene sancito solo da sguardo e giudizio altrui. Ma è soprattutto il suo rovescio – il marginalizzante “disonore” – ad avere una connotazione spettrale: il peso insostenibile della vergogna pubblica, la diffamazione, il venir meno non solo della propria rispettabilità, ma del buon nome dell’intera famiglia. Dinamica che spesso, come un’ombra, si estende sull’intera comunità. Quando la buona reputazione è legata alle aspettative che una determinata società ha sui comportamenti considerati appropriati per le donne, si innesca quel legame fatale tra onore e genere in nome del quale si agisce la violenza. Un capitolo tutt’altro che concluso. Anche in Italia.
In diversi paesi europei con il termine honour-based violence si indicano un insieme di forme di violenza di genere con specifiche caratteristiche. La definizione non è un vezzo, nominare le cose aiuta a farle uscire dall’oscurità. E infatti la violenza basata sull’onore è fenomeno sommerso, di cui si ha poca contezza, che oggi avviene soprattutto all’interno di alcune comunità di origine straniera e in contesti familiari con forte controllo patriarcale. Ne sono esempio matrimoni forzati, mutilazioni genitali femminili, aborti forzati (compresi quelli selettivi), femminicidi d’onore e in generale il controllo del corpo e dei desideri delle donne, le aspettative costruite sui loro comportamenti.
Secondo un rapporto di Action Aid ogni anno nel mondo almeno 12 milioni di minori o giovani donne rischiano di subire un matrimonio precoce e forzato. In Italia, dove il matrimonio forzato è stato inserito come reato all’interno del Codice Rosso solo nel 2019, non abbiamo dati sufficienti. Nel 2023 la polizia ha raccolto 28 denunce, ma sono numeri opachi. Si stima che ogni anno siano a rischio 2mila bambine e ragazze (Action Aid).
La violenza legata all’onore viene agita soprattutto contro ragazze straniere o di origine straniera, come nel caso del femminicidio di Saman Abbas, la diciottenne italiana di origine pakistana strangolata dai propri familiari nel 2021 perché aveva rifiutato un matrimonio combinato e gettato, secondo loro, “disonore” sulla famiglia. Ne parla il documentario @italiangirl – La storia di Saman Abbas (2024) di Gabriele Veronesi e Luca Bedini, che ricostruisce la vicenda attraverso voci diverse e complementari: imam, parroco, forze dell’ordine e una giovane che ha vissuto una situazione simile.
Tiziana Dal Pra,attivista e fondatrice dell’associazione Trama di Terre, più volte chiamata in causa nel documentario, mette spesso in guardia dalla polarizzazione su questi temi. Da un lato c’è chi evita di parlarne temendo accuse di islamofobia o di stigmatizzare intere comunità, dall’altro chi strumentalizza tragici eventi per alimentare xenofobia e razzismo. Le recenti dichiarazioni del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara rappresentano l’esempio perfetto di tale deriva. Durante l’inaugurazione della Fondazione Giulia Cecchettin, ha negato l’esistenza del patriarcato e collegato l’aumento della violenza di genere alla presenza in Italia di stranieri irregolari. Come insegnano i movimenti femministi la violenza di genere è un fenomeno strutturale e trasversale, che attraversa culture, confini, tempi e luoghi. Invero c’è un tratto che accomuna gli aggressori: non la nazionalità, ma l’intima conoscenza delle oppresse. Stupratori, aggressori, assassini nel 90% dei casi sono mariti, compagni, padri, ex. Hanno le chiavi di casa.
C’è un’espressione che attraversa storie, luoghi e generazioni come un filo rosso: la paura, o forse l’ossessione, del giudizio altrui. Cosa dirà la gente (Hva vil folk si) è il film del 2017 di Iram Haq, racconta la storia di una ragazza norvegese di origine pakistana accusata dal padre di aver portato vergogna sulla famiglia. Come punizione viene deportata in Pakistan e segregata dagli zii per essere “rieducata”. Parole che riecheggiano una vecchia storia, quella di Lucia Galante, costretta dai genitori a sposare un uomo che non amava. Anni di violenze non erano bastati a spezzare quel legame imposto, perché «Sono gli uomini a decidere. O meglio, è il loro pregiudizio sul giudizio degli altri: “Mo la gente ch’ dic?”». Lucia decise infine di fuggire con l’uomo che amava. Dalla loro unione è nata Maria Grazia Calandrone, che ricostruisce la vicenda familiare nel romanzo Dove non mi hai portata (Einaudi, 2022). Ma la storia ha un epilogo tragico: il 24 giugno 1965, sopraffatti da pressione sociale e stigma, i genitori di Maria Grazia si tolgono la vita gettandosi nel Tevere, lasciando la figlia di appena otto mesi nel parco di Villa Borghese, a Roma.
La vicenda di Franca Viola si svolge solo sei mesi dopo, alla fine del 1965, quando rifiuterà il matrimonio forzato con grande coraggio, ma anche con la fortuna di avere il sostegno del padre, aprendo così una strada di riscatto per molte altre donne. Come ricorda Calandrone, la sua storia familiare non è un’eccezione: anche senza epiloghi tragici, storie simili hanno segnato la vita di molte famiglie italiane. Quella dinamica di controllo e giudizio sociale riguarda il presente di molte. Donne di origine afghana, pakistana, bengalese, nigeriana, ivoriana, come racconta il libro Femminicidi d’onore. Dal processo «Saman» ai diritti negati delle donne migranti (a cura di Ilaria Boiano e Isabella Peretti, Futura Editrice, 2024). O come testimonia Lilith, una donna bengalese che sotto pseudonimo ha voluto raccontare la sua storia di resistenza e salvezza Le femmine e i cani non possono entrare (Terre di Mezzo, 2023).
Dobbiamo molto a Franca, Gisèle, Lucia, Saman, Lilith e a tutte le donne che si sono ribellate. Le loro battaglie sono, in fondo, la stessa battaglia: quella per libertà e autodeterminazione. Come ricorda Dal Pra, questa va condivisa da donne native e migranti, unite contro ogni violenza.
L’autrice coordina il progetto Fatima2 per Arci nazionale.
Da il manifesto
La cella, la piccola finestrina in alto, il raggio di luce, l’insonnia, l’auto-rimprovero e quel martellio del pensiero, diventeranno un ricordo nella memoria di Cecilia Sala. Il carcere di Evin rimarrà là, imponente, con i suoi abitanti, con le loro storie e dolori, con centinaia di intellettuali, scrittori, giornalisti, artisti e attivisti colpevoli delle loro idee, col grigio del carcere che tenta di sbiadirne i colori. Per loro il dramma si consuma anche dopo la liberazione: rinunciare o rischiare di tornarci. Chi abbandona il paese salva la voce ma porta con sé la ferita del taglio delle radici, che non si rimarginano mai.
I molti attivisti e giornalisti iraniani gioiscono insieme all’Italia per la liberazione di Cecilia Sala, ma sanno che la strada per l’affermazione della libertà di parola e di opinione nel loro paese è lunghissima e piena di insidie. Scrivere sull’Iran e sulla Repubblica islamica non è mai stato facile, né per chi risiede nel paese né per chi non si accontenta di rimanere dietro la sua scrivania e osservare il paese da lontano. Per fortuna, nonostante tutto, nel panorama dell’informazione e dell’arte iraniana palpitano numerosi talenti che fanno salti mortali per conservare la loro integrità morale, essere critici e onesti senza cadere nella rete della censura del sistema.
Ma alcuni rischiano di non tornare più. Quando Cecilia Sala lasciava il carcere di Evin dopo 21 giorni di prigionia, arrivava la notizia che la Corte suprema aveva confermato la condanna a morte di Pakhshan Azizi, attivista per i diritti delle donne e assistente sociale. Azizi era stata condannata dal Tribunale rivoluzionario di Teheran il 24 luglio con l’accusa di «ribellione armata contro lo Stato» e per il suo coinvolgimento in gruppi di opposizione al regime. L’accusa di appartenenza ai gruppi separatisti curdi o beluci è ripetutamente utilizzata dai tribunali iraniani per non provocare empatia tra la popolazione.
Azizi, nata a Mahabad, nell’Iran nord-occidentale, fu arrestata per la prima volta nel 2009 durante una manifestazione di protesta degli studenti curdi dell’Università di Teheran contro l’esecuzione di un prigioniero politico curdo. Dopo quattro mesi di detenzione fu rilasciata su cauzione. All’epoca era una studentessa di scienze sociali presso l’Università Allameh Tabatabai di Teheran. In precedenza aveva collaborato con associazioni non governative attive nel campo sociale e in quello delle problematiche relative alle donne.
Nel 2008 faceva parte di un gruppo che conduceva ricerche e studi sul tema della «circoncisione femminile». Insieme a un gruppo di attiviste per i diritti delle donne nel Kurdistan iracheno, e in collaborazione con alcune ong e il governo della regione del Kurdistan, raccoglie informazioni significative su questo tema. Si trasferì nel Kurdistan iracheno dopo aver completato gli studi e iniziò a collaborare con associazioni femminili coinvolte nelle attività sociali. Nell’autunno del 2014 si recò nel nord della Siria, nella città di Qamishli, per prestare aiuto nei campi dei rifugiati, assistendo donne e bambini traumatizzati.
Nell’estate del 2023, dopo circa dieci anni, tornò in Iran per incontrare la sua famiglia. La mattina del 5 agosto fu arrestata insieme al padre e ad altri due membri della sua famiglia. Fu sottoposta a interrogatori presso l’intelligence detention center prima di essere trasferita al reparto 209 della prigione di Evin e successivamente al reparto femminile. In una sua lettera pubblicata dai media Kurdpa riferì che le avevano legato le mani dietro la schiena e le avevano puntato un’arma alla testa.
Nessuna delle obiezioni sollevate riguardo al suo caso ha ricevuto attenzione dalla Corte suprema, scrive l’avvocato dell’attivista Reisiian: «La Corte non ha preso in considerazione che le sue attività nel nord della Siria, nei campi dei rifugiati di Shengal e in altri campi dei rifugiati della guerra contro Isis, sono state azioni pacifiche, senza alcun aspetto politico, finalizzate ad aiutare le vittime degli attacchi di Isis», conclude l’avvocato.
La premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, in congedo per malattia dal carcere di Evin, ha scritto sul suo account Instagram: «Con l’esecuzione di una “donna prigioniera politica” il regime vuole punire il movimento di Donna, Vita, Libertà. Gli iraniani, i sostenitori della libertà in tutto il mondo, le organizzazioni internazionali per i diritti umani e le Nazioni unite devono unirsi contro la politica delle esecuzioni. È nostro dovere non rimanere in silenzio».
Da il manifesto – La scena, che se non ho capito male durerebbe parecchi minuti, sarebbe stata girata dalla telecamera posta sull’elmetto del soldato ucraino. Uso il condizionale perché lì per lì non ho avuto la forza di guardare immagini che venivano descritte come molto cruente. Ma poi quando l’ho fatto, mi sono reso conto che non si trattava della riproduzione integrale del filmato, ma – su diversi giornali – di brevi sintesi con una serie di “fermo immagine” e sottotitoli, con audio alterato, oppure di una altrettanto breve sequenza finale, con audio originale e sottotitoli in russo, credo, e in inglese.
E alla fine del video succede qualcosa che ha impressionato chi ne ha scritto. E anche me. Il soldato ucraino è a terra, colpito a morte, ma ha ancora le energie per chiedere al russo di lasciarlo morire in pace e da solo. Così racconta dialogo e immagini Francesco Battistini sul Corriere: «“Fermo… non toccarmi più. Lasciami andare tranquillo… Per favore, vattene via… Voglio morire da solo…”. Il russo s’alza barcollando, stremato. “Grazie…” sussurra l’ucraino: “Sei stato il miglior combattente del mondo. Arrivederci, sei stato il migliore”. Tra nemici che parlano la medesima lingua – continua Battistini – tra soldati che conoscono la medesima guerra, ci si capisce. Il russo si sposta, lascia al nemico l’onore della solitudine: “Hai combattuto bene”, gli riconosce prima di andarsene».
Dopo le scene di violenza efferata ecco riemergere qualcosa che ricorda gli antichi sentimenti “cavallereschi”, e in rete ho trovato qualche commento che si aggrappa a questo per sperare in un condiviso ripudio della violenza bellica.
Ho anche letto che in Russia sarebbe stato diffuso il volto del soldato eroicamente vincitore. Sarà tutta una montatura propagandistica? Eppure la prima frase nel video è quella dell’ucraino che grida «Sei venuto a invadere casa mia!». I propagandisti russi l’avrebbero lasciata, o inserita?
Forse oggi bisogna rassegnarsi a chiedersi se anche un falso ci comunica qualche verità importante.
Ora sembra improvvisamente chiaro per molti e molte che la guerra in Ucraina, di fatto ignorata dai più finché sembrava riguardare il solo Donbass, è una carneficina assurda e che solo un serio negoziato – cioè un confronto disposto a riconoscere anche qualche ragione nella parte avversa – può cercare di ricomporre il conflitto.
Diventa più “facile” riconoscere l’orrore della guerra? L’orrore dell’intelligenza artificiale che detta all’esercito israeliano quante decine o centinaia, migliaia di innocenti possono essere eliminati per uccidere i nemici combattenti e i loro capi. L’orrore di un corpo a corpo tra due uomini che parlano la stessa lingua.
Cosa che definisce il mostro di una guerra fratricida dentro un confronto globale tutto giocato sulla pelle dei soldati e dei civili ucraini e dei soldati russi, ora con l’appoggio di alcune migliaia di nordcoreani (al centro anche loro di racconti più o meno propagandistici a base di orrore).
Le immagini, le interpretazioni, di questo “duello”, mi confermano nell’idea che alla radice della capacità, se non del desiderio e del piacere, di combattere per uccidere giocandosi la vita c’è qualcosa di intimamente legato all’essere maschi, e alla cultura patriarcale che non vuole morire.
Da qui bisognerebbe partire.
Da il manifesto – È che noi abbiamo visto a Roma, alla stazione Ostiense, le panche in marmo da cui affiorano cilindri di acciaio, così che non ci si possa stendere su. E ci ricordiamo il vicesindaco di Trieste che si vantava di aver gettato gli abiti dei senza fissa dimora.
Addirittura ci ricordiamo di quando la Villa Comunale di Napoli era aperta, cioè con il suo impianto originario di passeggiata a mare, come ricordiamo quando nel 1999 fu commissionata all’atelier Mendini una cancellata, una “cancellata” con dei cancelli chiusi, cioè non a delimitarne l’area, ma proprio a chiuderla.
Così le notizie che si richiamano dai due capi d’Italia all’inizio del nuovo anno, due notizie gemelle, di due città capitali un tempo e metropolitane ora, ci fanno riaffiorare i ricordi. Una viene da Torino, sorge da una protesta di cittadini e commercianti della circoscrizione 1, che denunciano l’incuria dei porticati dove dormono i senza fissa dimora – dentro degli scatoloni, dormono (attenzione, le chiamano “casette di cartone”: sono scatoloni, pacchi) – L’azienda municipale prende provvedimenti.
L’altra viene da Napoli: la Galleria Umberto verrà chiusa, durante la notte, con dei cancelli appositamente commissionati a un artista per novecentomila euro.
Per motivi di opportunità, si legge, per garantire sicurezza e decoro ai cittadini, si intende quelli per bene, i residenti, quelli che hanno voce nel capitolo della città, che non hanno vergogna a denunciare l’altro, anche se l’altro è l’ultimo della terra, che si sentono più cittadini degli altri. Quelli a cui arriva la tessera elettorale.
C’è una foto della nostra bella Galleria ancora aperta: si vede la prospettiva marmorea, l’occhio di vetro lì in alto, poi, sulla sinistra un monomarca di prodotti per l’estetica e a destra, in primo piano, appoggiato a una vetrina, un ragazzo seduto su delle coperte di lana, con un cappuccio sulla testa. Al centro della galleria: mandrie di turisti inebetiti. Chissà perché quel ragazzo sta seduto lì invece di star seduto a uno dei tavolini di cui è pieno l’altro braccio della galleria. Chissà perché i senza fissa dimora nella notte torinese fanno pipì sotto i portici in corso Vinzaglio e non nei gabinetti delle loro tiepide case.
Ecco, questa avanzata trionfante del denaro, questo arretrare precipitoso della pietas mettono la politica difronte a un obbligo: devi avere un’idea di come vuoi che sia la tua città. Cosa farsene di un problema, come guardarlo, dove puntare il dito per iniziare a risolverlo e le risposte che ne nascono: in politica è tutto. Il Ministro Piantedosi del resto queste due parole, decoro e sicurezza, se le è rigirate spesso in bocca proprio a capodanno, le ha utilizzate come un grimaldello – e così i governatori locali – per allontanare i dolori dal centro delle città, per marginalizzare i marginali. Diceva bene De Vito da queste pagine: ci sveglieremo dalle zone rosse e vedremo i volti di chi è fuori dal recinto «le vittime della crescita diseguale delle città».
Che sconfitta chiudere le nostre città aperte.
Da Rivista Emergency – Sto per concludere la mia missione; sto chiudendo le valigie che in questi mesi si sono arricchite di esperienze, incontri ed emozioni: ho lavorato a un nuovo progetto che mi ha portato a conoscere l’Helmand e a incontrare molte donne.
Scrivo da Lashkar-gah, capoluogo della provincia dell’Helmand, nel sud dell’Afghanistan, nota per essere stata teatro di scontri cruenti nelle due decadi di guerra che hanno causato nel Paese una crisi umanitaria senza precedenti. Qui la guerra è finita tre anni fa; ci sono stati pesanti combattimenti fino all’agosto 2021, quando si è ridefinito l’assetto politico nel Paese. Spostandomi sul territorio durante i miei viaggi verso i Posti di primo soccorso di Emergency, ho potuto vedere ciò che resta degli edifici distrutti e ascoltare le storie di coloro che hanno subito questi anni di duro conflitto sulla loro pelle.
Ora che l’Afghanistan vive una fase storica di pace apparente, i bisogni sanitari – prima sovrastati dalla guerra – iniziano a fare più rumore, ma non trovano ascolto perché il sistema sanitario è al collasso. Dall’agosto 2021 le strutture di Emergency hanno cercato di controbilanciare la mancanza di assistenza, venendo incontro alle nuove esigenze di salute.
Sul territorio abbiamo avviato un nuovo progetto con l’obiettivo di convertire i Posti di primo soccorso (First aid posts – FAP), che fornivano una prima assistenza alle vittime di guerra o di traumi, in cliniche nelle quali i pazienti accedono alla medicina di base (Primary health centres – PHC) e in cui viene garantita la salute materna e riproduttiva. Ed è proprio dell’universo femminile che mi sono occupata in questi mesi, come ostetrica, facilitando l’inserimento della mia figura professionale nei cinque PHC di Emergency intorno a Lashkargah, per garantire assistenza alle donne in gravidanza, nel post-partum e nella pianificazione familiare.
Nello specifico, le ostetriche offrono visite gratuite, forniscono integratori alle pazienti – come ferro e acido folico – e trattamenti per disturbi della gravidanza; si occupano di aumentare la consapevolezza delle future madri nei comportamenti da tenere in gravidanza con sessioni di educazione e promozione della salute; consigliano il luogo più sicuro per il parto e condividono informazioni sull’importanza delle vaccinazioni per le pazienti e per il nascituro; individuano le situazioni che deviano dalla fisiologia ordinaria e indirizzano le donne verso centri di cura specialistici; eseguono visite alle madri e ai neonati e forniscono sostegno nell’allattamento; assistono le donne nella pianificazione delle gravidanze con l’educazione sessuale e la distribuzione gratuita di metodi contraccettivi. In due mesi i nostri PHC hanno garantito circa 550 visite prenatali – assistendo circa 500 donne in tutta la provincia –, visitato circa 60 madri con i loro bambini e fatto consulenze di pianificazione familiare, fornendo metodi contraccettivi a circa un centinaio di donne.
Quando, qualche mese fa, sono arrivata in Afghanistan non sapevo bene cosa aspettarmi: ero condizionata dall’immaginario che in Occidente abbiamo di queste terre. Mi avevano parlato di questo progetto, avevo letto la valutazione (assessment) sulle strutture che forniscono cure alle donne sul territorio e avevo cercato di prepararmi come meglio potevo ma, fino a quando non sono arrivata e non mi sono mescolata a questa terra e ai suoi abitanti, tutto rimaneva solo immaginazione. Nell’Helmand, una provincia in cui la situazione politica e culturale ostacola la vita delle donne, in cui non è permesso alle bambine e alle ragazze di frequentare la scuola oltre la 6a classe, in cui le donne possono uscire di casa per lunghi tragitti solo se accompagnate dal mahram (parente maschio), credo che un progetto che si prenda cura di loro sia prezioso. I bisogni legati alla maternità sono numerosi: il numero di figli per donna è molto alto, non è stato raro visitare donne alla decima, undicesima… quindicesima gravidanza. Non ci sono dati ufficiali e affidabili sulla mortalità materna, ma la percezione nella popolazione è che si tratti di numeri elevati.
In questi mesi ho lavorato per le donne e con le donne: le relazioni che sono nate con le ostetriche locali hanno reso quest’esperienza un vero rinnovamento per la mia vita. Sono ragazze giovani, forti e piene di sogni, fiduciose nella forza del corpo femminile nel dare la vita. Sono consapevoli di cosa comporti essere donna qui, ma anche di quanto cruciale sia il lavoro. Ho conosciuto diversi modi di vivere e di essere donna, ma in tutte ho trovato lo stesso desiderio di vita, di condivisione e di passione per il proprio lavoro.
Ora che la guerra è finita, il presente degli afgani sembra non interessare più nessuno: mi sono unita a Emergency perché ho sempre visto nel suo mandato sanitario l’opportunità di pensare e agire “contro” e “oltre” la guerra: anche a conflitto concluso, con Emergency proviamo a contrastare l’isolamento degli afgani e il disimpegno della comunità internazionale, intervenendo sugli effetti di una lunga storia di guerra che in questi territori ha lasciato in eredità cicatrici insanabili.
La guerra è non avere cura; è non ascoltare i bisogni silenziosi di coloro che portano avanti nuove vite; è la negazione dell’incontro e delle relazioni, ricchezze per la nostra esistenza. La guerra è finita, ma le sue conseguenze sono visibili ancora oggi.
Sarò sempre grata a queste donne. E alla loro cura.
Da La Stampa – Tuttolibri – La ricercatrice indipendente Vanessa Roghi, nata nei primi anni Settanta, ha seguito l’impulso di rintracciare nella propria biografia La Parola Femminista, titolo scelto per il suo ultimo libro (Mondadori). Ha trovato nostalgia e grazia, ha dedicato pagine adorabili alla sua famiglia, alla sua infanzia, alla mamma Irma. Roghi è una di quelle figlie e figli di femministe che hanno passato ore a colorare nelle Case delle Donne, tenute per mano o nei passeggini alle manifestazioni, addormentate sui divani durante riunioni appassionate, assorbendo anche ciò che non capivano. Oggi alcuni di loro sono immediatamente riconoscibili, nutrono un rispetto guardingo verso quelle madri e le loro amiche, e hanno un intuito eccezionale nel circumnavigare asperità e suscettibilità femministe. E il femminismo ha talvolta depositato in loro fantasie meravigliose, tanto che nel libro di Roghi, oltre ai ricordi dell’autrice, si trovano le testimonianze delle sue coetanee, tipo quella di Barbara, nata nel 1973 a Viareggio, che dice: «Io volevo essere femminista, ma anche elettricista», siccome ha una grande ammirazione per i compagni che allestiscono la festa dell’Unità. Roghi ha genitori irregolari e bizzarri, nonni accudenti, cresce in provincia, a Grosseto, ed è iscritta alla Fgci. Si stupisce perché nel Vocabolario delle ragazze comuniste del 1988 la parola “femminista” non si trova. Non c’era del resto traccia, nel Pci di fine anni Ottanta, di nessuna delle istanze rivoluzionarie che avevano cambiato la storia del nostro Paese, e della sinistra di classe le cui macerie ancora fumavano al centro della scena, macerie di cui ben presto anche il comunismo, e il Pci, avrebbero fatto parte.
Per maneggiare questo oggetto imprevisto, il femminismo, Roghi fruga nella memoria e nei libri altrui. Il sondaggio di argomenti disparati è il suo mestiere, attraverso fonti e letture vuole ricostruire una storia femminista eppure, nella sostanza, le rimane misteriosa, non ha pratica concreta dello sprofondare e riemergere, del coltivare pensiero e relazione insieme. Restare a lungo appartate, andare e venire dall’estraneità è ritmo essenziale della politica delle donne; la parola femminista può nascondersi ma resta infrangibile, non si piega al conformismo dei tempi, non è affatto «tornata sulla bocca di tutti anche grazie all’attivismo di persone non binarie e di identità queer che hanno dato nuova linfa a un movimento che era scomparso dall’orizzonte politico». Al contrario, quella parola indica un’esperienza di tante che non smettono di desiderare e creare, salvando le vite pure di quelle che non lo sanno. La fine del patriarcato dura secoli, non è un pranzo di gala, scriveva Luisa Muraro su Sottosopra nel ’95, quando per Roghi eravamo in letargo, in attesa del messianico “queer”. Sempre Muraro: «Se qualcuno o qualcuna vi dice che questi sono tempi brutti, chiedetevi di chi è questo pensiero […]. Da anni, anzi da secoli e forse da millenni, vi sono state donne che hanno desiderato la fine del controllo maschile sul corpo femminile fecondo. E che hanno agito e parlato di conseguenza, pronte a cogliere o inventare ogni occasione per avanzare in questo senso».
Da Concorso Lingua Madre
Pinuccia Corrias, docente, autrice e parte del Gruppo di studio del Concorso letterario nazionale Lingua Madre (CLM)
Pinuccia Corrias aveva appreso da Lia Cigarini l’importanza del “desiderio”, da Luisa Muraro di essere stata allevata secondo “l’ordine simbolico della madre”. Si è spenta oggi, 25 dicembre. Docente e anche amica, autrice e parte del Gruppo di Studio CLM non ha mai smesso di illuminare con il suo pensiero la politica delle donne anteponendo la relazione, l’ancoraggio alla genealogia femminile e fornendo pratiche di verità su di sé e sul mondo.
«Ottanta anni e sono insegnante. Sì, ne ho avuto la conferma da poco. Una mia ex-alunna ha denunciato il marito che l’aveva minacciata con una pistola, al giudice che le chiedeva dove avesse trovato il coraggio, ha risposto: Io ho avuto una docente che mi ha insegnato che una donna non deve mai accettare che qualcuno le manchi di rispetto. Mi pare che non serva scrivere “ex”». Così scriveva di sé.
E così sono nati i suoi libri Abbardente (Neos, 2016) e Rosario sardo, inedito. Ha contribuito a numerosi testi curati dal Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile. Suoi saggi sono contenuti in Il simbolico in gioco. Letture situate di scrittrici del Novecento (Il Poligrafo, 2011); L’alterità che ci abita. Donne migranti e percorsi di cambiamento (SEB27, 2015), Con forza e intelligenza. Aida Ribero 1935-2017 (Il Poligrafo, 2024).
Aveva ricevuto il premio Macopsissa, per le sue poesie giovanili. All’Università Cattolica di Milano ha vissuto il ’68, che ha dato un’impronta politica al suo insegnamento: a cominciare dalla gestione di un asilo con preti operai a Pomigliano d’Arco.
Viveva tra Torino, la Sicilia e la Sardegna, ma aveva vissuto anche a Milano, Roma e Napoli. Conosceva quindi l’esperienza della migrazione così ben rappresentata nel racconto Shalom Inshallah Amén con cui, nel 2014, ha vinto la sezione donne italiane del IX Concorso Lingua Madre.
Da femminista e come docente ha contribuito alla pedagogia della differenza e nella sua scrittura ha sempre messo in luce la presenza femminile nel mondo. Infatti, aveva fatto suo e praticato – soprattutto nella scuola, dove ha insegnato italiano e storia – il femminismo della differenza, che ha poi approfondito nella Libreria delle donne di Milano e nel Centro Studi e Documentazione Pensiero Femminile di Torino, nel Gruppo di ricerca teologica donne valdesi e della comunità di base e nel Gruppo intergenerazionale di Pensieri in piazza, a Pinerolo.
A Casa “Chantal” del Monastero della Visitazione di Pinerolo, ha seguito dal 2008 un percorso di spiritualità e di servizio con le monache e le volontarie e qui, nel 2015, ha accompagnato l’inserimento di una rifugiata di Bangui.
Viveva a Sciacca, di fronte al mar d’Africa, luogo amato dai suoi quattro figli e dai nipoti.
Nel suo saggio Itinerari d’esilio (in L’alterità che ci abita) scriveva che quando il mondo le aveva mostrato il suo volto più solo, più ferito, più fragile, aveva resistito «quel che mia madre mi aveva insegnato, questo solo mi ha aiutato a non perdermi. È qualcosa, io credo, che può servire, ancora nei nostri giorni brevi. Qualcuno la chiama più laicamente “cura del mondo” e una parte di essa spetta, di certo, da sempre a ciascuna di noi».
A lei va il nostro pensiero, il nostro affetto e la nostra gratitudine.
Da RivistaStudio – Del processo Pelicot resteranno l’orrore dei fatti e il coraggio di Gisèle Pelicot. È diventata un simbolo, un’ispirazione per milioni di donne in tutto il mondo. Donne come quelle dell’Australia’s Older Women’s Network, che «in segno di sostegno e gratitudine» hanno regalato a Pelicot una sciarpa, la sciarpa che le abbiamo visto indossare mentre veniva pronunciata la sentenza di condanna al suo ex marito e agli altri cinquanta “Monsieur Tout-le-monde”. «Una sciarpa è come un abbraccio… Ti cinge il collo e sta vicina al cuore», ha spiegato a Bbc Beverly Baker, la presidente dell’Australia’s Older Women’s Network. «Gliel’abbiamo inviata (la sciarpa, ndr) per solidarietà, per dirle che non è da sola, che le donne di tutto il mondo la sostengono».
Pelicot ha indossato questa sciarpa spesso, nei giorni del processo (compreso quello in cui ha fornito la sua testimonianza). La fantasia della sciarpa ritrae delle pozze di acqua salmastra che si trovano in Australia, nella regione di Pilbara: è un luogo-simbolo del popolo Martu, si chiama Wilarra ed è noto per le sue proprietà curative. Sul tessuto della sciarpa è anche raccontata una storia folkloristica, una favola: i protagonisti sono una famiglia di dingo, dei cuccioli che vengono accuditi e tenuti al sicuro dalla luna. Mulyatingki Marney, che questa sciarpa l’ha realizzata, è un’artista aborigena di ottantatré anni che ha voluto così raccontare a Pelicot e al mondo 60mila anni di coraggio e resilienza delle donne indigene, la durezza della vita nel deserto e la violenza della colonizzazione.
Marney fa parte di un gruppo di artisti e artiste, Martumili Artists. Sylvia Wilson, rappresentante di questo gruppo, ha concesso un’intervista all’Australian Broadcasting Corporation in cui spiega che la sciarpa non simboleggia solo la forza di donne che sono sopravvissute a violenze inaudite. «Wilarra è un posto in cui si guarisce», ha detto: che è quello che tutti ci auguriamo per Gisèle Pelicot.
Da Morel voci dall’isola
Trame di nascita. Tra miti, filosofie, immagini e raccontidi Rosella Prezzo propone di “ricominciare dall’inizio” e riflettere sull’esperienza della gestazione e del parto/nascita facendo di questa origine il luogo relazionale e trasformativo della vita singolare e comunitaria.
La cancellazione della nascita, dell’inizio che è relazione, ha condotto a una cultura che si è illusa di poter affermare la vita negando la fragilità e la dipendenza reciproca.
Il testo, ricco di riferimenti filosofici e artistici, guarda alla nascita come la prima forma di trasformazione esistenziale e indica un altro modello di con-vivenza e azione in ambito etico e politico in cui è la relazione, non la soggettività individuale a essere al centro. Se partiamo dalla relazione e dal corpo, partiamo da un concetto che si individua e diviene sé stesso grazie alla relazione. […]
Comincerei col chiederti del titolo Trame di nascita, dove la nascita lungi dall’essere un fatto singolare viene già inserita all’interno di una pluralità, le trame, sottolineando in questo modo la portata relazionale e “politica” di questo evento originario. Scrivi: «Interveniamo in una storia già iniziata, come entrando in un teatro, a sipario già levato, cercando nella semioscurità il nostro posto e sforzandoci di afferrare la trama che si sta svolgendo». E ancora: «La nascita come evento è un agire trasformativo e trasfigurante, in cui si con-viene al mondo, nella originaria e comune non-autoctonia e non-autosufficienza». Che ruolo ha la dimensione dell’attesa e dell’essere attesi nel nascere?
Premetto che, più che un libro sulla maternità, ho voluto scrivere un libro sulla nascita. Sull’evento cioè che riguarda ciascun essere umano, ci riguarda tutti/e: un duplice evento attraverso cui si è messi al mondo (passività) nel momento in cui si viene al mondo (azione attiva).
L’attenzione portata all’evento inaugurale (nella sua concretezza) della comune condizione umana mi ha permesso di formulare significati di senso e valori simbolici mai elaborati prima dal pensiero, che ha sempre privilegiato invece la morte come oggetto di meditazione, di senso e simbolo (già presente nella definizione stessa di “umani” = “i mortali”). Da qui:
1) l’origine umana è relazionale (non si nasce mai da soli);
2) nessuno possiede la propria origine, perché bisogna passare per un corpo altro (di una donna) per esistere (è perciò del tutto infondata e assurda l’idea che ci sia prima un Io autoctono);
3) Non siamo gettati-nel-mondo, come ha affermato l’esistenzialismo heideggeriano, ma siamo sempre figli di un’attesa;
4) quindi, l’ospitalità precede la proprietà;
5) il/la nato/a è un ospite atteso, che però disattende l’attesa, perché chi arriva non è mai quello/a che ci si aspettava, che ci si immaginava che fosse;
6) il primo riconoscimento della madre verso il figlio è un riconoscimento di amore («voglio che tu sia»).
Tutte questi aspetti ridefiniscono la condizione umana sotto un’altra luce e indicano un altro modello di con-vivenza (hanno quindi una valenza anche etico-politica).
Il termine ‘concetto’, nell’etimo latino, ha infatti una costellazione semantica diversa dal tedesco Begriff che è prevalso a partire dalla filosofia classica tedesca. Se l’etimo di Begriff rinvia all’afferrare (greifen), il latino conceptus rimanda anzitutto a una forma concava che è capace di raccogliere e quindi al corrispettivo verbo concipio, che ha come significato originario quello di “rimanere gravida” e poi anche quello di “accogliere qualcosa nell’animo, nel pensiero, nel sentimento”. Da qui il significato di un concetto che anziché all’“afferrare”,“assoggettare”, rimanda piuttosto all’“accogliere”, “ospitare”. In questo senso, concepire non vuol dire appropriarsi di qualcosa, ma fare spazio a esso. Trovo questa riflessione all’interno del saggio assai preziosa per il discorso che svolgi. Mi piacerebbe una tua considerazione in merito.
Mi sembra già implicito in quanto dicevo prima.
Nel 1976 Adrienne Rich con Nato di donna tematizza il dato corporeo affermando che si nasce inevitabilmente da un corpo di donna. Rich mette tuttavia in guardia dalla maternità intesa come modello ideale fungente da esempio di altruismo e sacrificio, che fa scomparire l’esperienza della maternità nella sua complessità e contraddittorietà. La madre sublimata cancella la donna reale. Questo è un nodo centrale anche per gli innesti di pensiero e azione che porta con sé. Qual è la tua posizione alla luce dei dibattiti attuali? C’è una convergenza tra le considerazioni del tuo testo e quanto affermato da Adriana Cavarero e Olivia Guaraldo nel loro Donnasinasce(e qualche volta lo si diventa)?
È proprio indagando l’esperienza reale della nascita e della maternità che ne ho estratto significati differenti rispetto a quelli che la società patriarcale ha attribuito per secoli alla maternità come “destino” delle donne e loro confinamento nella vita privata, ma anche rispetto a certi miti regressivi della Grande Madre.
Per quanto riguarda il dibattito attuale, non mi piace l’atteggiamento diffuso per cui prima ci si schiera (come nel tifo calcistico) e poi si cercano argomenti a proprio favore. Compito del pensiero è cogliere i cambiamenti, fornire una lettura critica della realtà e certo, prendere anche una posizione di conseguenza. Uno dei temi oggetto di questi schieramenti è la presunta dicotomia tra il biologico e il culturale. Credo che nell’umano non ci sia niente di puramente biologico né, all’inverso, credo che siamo solo delle costruzioni culturali. Per es., il nutrirsi è qualcosa che riguarda il corpo ma quanti modi ci sono che danno al cibo e al consumare un pasto significati e ritualità simboliche differenti?
Sulla Gpa ho espresso le mie critiche perché penso che non abbia tanto a che fare con una libertà femminile conquistata ma che sia l’espressione di un sistema economico e di profitto in cui la produzione ha inglobato anche la riproduzione umana. Di conseguenza, ritengo che l’attuale dibattito sulla gravidanza per altri (soprattutto per altra, bisognerebbe sottolineare) sarà presto superato da una questione ben più grossa: l’utero artificiale. Nei processi “lavorativi”, infatti, come mostra la storia, a un certo punto le macchine sostituiscono il lavoro umano (anche quello che è diventato il “lavoro riproduttivo”). Non ho motivi per non pensare che sarà così anche in questo caso. Dovremmo perciò cominciare a rifletterci per non ritrovarci di fronte a situazione di fatto, da cui poi è difficile tornare indietro. Anche perché ciò andrebbe a intaccare quella differenza fondamentale per cui si diventa madre “all’interno” del proprio corpo, e padri “al di fuori” del proprio corpo.
Proseguendo il gioco di Cavarero e Guaraldo, potrei dire aggiungere «madre non si nasce, si diventa (e non sempre)», e sulla base non solo della differenza di cui parlavo prima, ma anche sul fatto che per qualsiasi donna arriva sempre il momento della scelta di diventare o meno madre. Una scelta che per fortuna, grazie anche alle lotte delle donne, è una libera scelta (sappiamo pure che è sempre minacciata e quindi va difesa).
«La scena era occupata soprattutto da figlie in rivolta, che comprensibilmente non volevano essere come le loro madri oppure volevano dare all’autonomia femminile una legittimazione teorica attraverso una figurazione astratta della madre. Essa veniva allora scelta nella ricostruzione di una genealogia culturale e di pensiero (“le madri di tutte noi”), che si rivelava peraltro ricca ed entusiasmante, al fine di riscattare il proprio genere dal silenzio della Storia». Trovo che questa rivolta delle figlie, per quanto comprensibile e importante, sia anche una ferita o forse meglio una cicatrice che ha impedito ad alcune di sperimentare le potenzialità plurali e sfaccettate della relazione con la madre, occultata talvolta anche dall’imperativo egualitario della sorellanza.
La lotta delle donne nata da un movimento di liberazione da stereotipi, ruoli codificati e differenze gerarchiche derivanti da un sistema di privilegio e dominio maschili, comprendeva necessariamente la profonda critica al modello di donna-madre come unica meta da raggiungere per essere una “vera donna”. Certo questo ha fatto passare in secondo piano il fatto di ripensare in altro modo la maternità ma soprattutto l’elemento comune agli esseri umani (uomini e donne) di venire al mondo attraverso un corpo di donna. Il richiamo alla “sorellanza” credo sia invece un elemento fondamentale, e ancora di più oggi, in una società dall’individualismo sfrenato e dove cui si ammantano dell’aggettivo femminista donne che hanno semplicemente acquisito potere, ma solo per sé. Hanno cioè sostituito un uomo nella medesima posizione di potere. Credo infine che ogni nuova generazione deve portare qualcosa di nuovo e di suo nel mondo in cui si trova a vivere e a pensare.
Da VanityFair.it
La parola scelta da Oxford a rappresentare il 2024 punta l’attenzione sull’impatto che Internet sta avendo sulla nostra materia grigia. Certo, dovremmo preoccuparci seriamente per certe evidenti conseguenze sulla salute mentale e cerebrale. Ma non prima di aver compreso alcuni concetti fondamentali. Perché la buona notizia c’è
La parola dell’anno suscita inquietudine. Brain rot, letteralmente «marciume cerebrale», termine eletto dall’Università di Oxford a rappresentare il 2024, fa quasi pensare a un popolo di zombie che si aggirano per le strade, lo sguardo fisso su di un punto preciso, orecchie tappate, reazione agli stimoli pressoché inesistente. Zombie come quelli creati dal Fentanyl, la droga più letale del momento, che sta strappando cervelli, speranze e vite a un numero sempre più elevato di giovani nel mondo. L’associazione sembra esagerata? Converrà allora ricordare che il meccanismo alla base dei due fenomeni è sostanzialmente il medesimo: la dipendenza.
In Italia, secondo il rapporto Digital 2024, passiamo in media 5 ore e 49 minuti connessi a Internet. Un tempo enorme, se consideriamo che durante lo stato di veglia dovremmo essere tendenzialmente impegnati tra scuola/studio/lavoro, pasti, sport e hobby, relazioni e varie altre attività. 5 ore e 49 minuti al cellulare come media significa rinunciare a una copiosa fetta di vita reale, esperienze, conoscenza, attività e contatto umano. Peggio ancora, significa che si usa lo smartphone mentre si sta facendo altro, distogliendo l’attenzione dalla realtà e facendosi catturare, ancora una volta, dallo schermo.
Ma che cosa guardano le persone? Contenuti virali e video divertenti, balletti, meme, battute, ma anche profili social di interesse pubblico e privato, talvolta video e articoli di carattere informativo (ma raramente con la capacità di distinguere le fake news) e molto probabilmente anche contenuti porno.
Secondo il dizionario inglese, per brain rot si intende «il presunto deterioramento dello stato mentale o intellettuale di una persona dovuto a un consumo eccessivo di materiale – nel caso specifico i contenuti online – definito banale o poco impegnativo».
Ma i primi “sintomi” di questo decadimento cerebrale potrebbero risalire addirittura a una ventina di anni fa, quando gli scienziati studiarono gli effetti di una nuova invenzione chiamata “e-mail” e l’impatto che un’incessante raffica di informazioni avrebbe avuto sul cervello. Ciò che emerse dal loro studio fu che il costante sovraccarico cognitivo portava a un effetto peggiore rispetto a quello generato dall’assunzione di cannabis: il quoziente intellettivo dei partecipanti scendeva in media di 10 punti. Che cosa è potuto accadere nell’arco di questi due decenni che hanno portato ad avere internet sempre a portata di mano sui cellulari?
Stiamo vivendo «una tempesta perfetta di degrado cognitivo» ha sentenziato in un’intervista rilasciata al The Guardian Earl Miller, neuroscienziato del MIT ed esperto mondiale di attenzione divisa. E non è stato l’unico a lanciare l’allarme. Gloria Mark, professoressa di informatica all’Università della California e autrice di Attention Span, ha trovato prove di quanto drasticamente stia diminuendo la nostra capacità di concentrazione. Nel 2004, il suo team di ricercatori ha scoperto che la capacità media di attenzione su qualsiasi schermo era di due minuti e mezzo. Nel 2012 erano 75 secondi. Sei anni fa l’attenzione era già scesa a 47 secondi. Tutto ciò rappresenta «qualcosa di cui penso che dovremmo preoccuparci molto come società», ha detto nel 2023 in un podcast dell’American Psychological Association.
Sono numerosissime le ricerche accademiche condotte negli ultimi anni a riprova di come un uso intenso e prolungato di internet stia riducendo la nostra materia grigia, accorciando la durata dell’attenzione, indebolendo la memoria e distorcendo i nostri processi cognitivi.
Sebbene agli occhi degli psicologi americani appaia ancora troppo presto per trarre delle conclusioni definitive, nel 2018, un report prodotto dalla Sandford University ha rilevato che secondo i dati degli ultimi dieci anni di ricerca, le persone che utilizzano frequentemente più tipi di media contemporaneamente ottengono risultati peggiori in semplici compiti legati alla memoria.
L’uso eccessivo di tecnologia durante gli anni di sviluppo cerebrale è stato persino definito da alcuni ricercatori canadesi come l’atteggiamento che può condurre allo sviluppo di una «demenza digitale». Il loro studio sulla Demenza digitale nella generazione di Internet spiega come un tempo eccessivo trascorso davanti allo schermo durante lo sviluppo del cervello aumenterà il rischio di malattia di Alzheimer e demenze correlate in età adulta.
Questo in aggiunta a tutta una serie di altri problemi psicologici legati allo sviluppo che di recente, nel nostro Paese, hanno indotto un gruppo di pedagogisti a lanciare un appello – sottoscritto anche da docenti ed esperti di educazione, medici, scrittori e personaggi del mondo della cultura e dello spettacolo – per chiedere al governo di vietare lo smartphone sotto i quattordici anni e il profilo social prima dei sedici.
Ma non è solo responsabilità nostra se la tecnologia ci rende meno intelligenti. La funzione dello “scrolling”, che induce a scorrere immagini e contenuti all’infinito – determinata da un feed on line che si ricarica incessantemente – manipola il sistema di ricompensa innescato dalla dopamina a livello cerebrale. E questo lasciarsi andare alla ricerca “infinita” di contenuti può creare dipendenza. È così che il brain rot diventa una minaccia reale.
Quante persone, in definitiva, sono davvero consapevoli di come la tecnologia stia letteralmente facendo marcire il nostro cervello e di come l’uso decisamente compulsivo di Internet stia distruggendo la nostra materia grigia?
È tutto vero, ma non tutto è perduto
La buona notizia è che il termine “marciume cerebrale” è stato reso popolare on line dai giovani che sono maggiormente a rischio dei suoi effetti. Il New York Times riporta che nell’arco di due anni c’è stato un incremento del 230% nell’uso del termine brain rot; un aumento sostenuto anche dalla crescente diffusione del concetto su piattaforme social come TikTok e X.
Il fatto che coloro che sono più a rischio siano anche quelli con la maggiore consapevolezza del problema è una notizia incoraggiante: per mettere in atto un qualsiasi cambiamento, il primo passo è la comprensione del problema. E c’è allora motivo di sperare, grazie anche ai movimenti anti-tecnologia sorti negli ultimi anni, alle leggi che puntano a vietare l’uso degli smartphone al di sotto di una determinata età (un caso fra tutti quello dell’Australia, che ha ufficialmente vietato l’uso dei social al di sotto dei sedici anni), alle campagne per un’infanzia senza smartphone, che sembrano trovare sempre più consenso persino fra gli stessi ragazzi: secondo un’indagine degli psicologi dell’Associazione Di.Te. – che si occupa di dipendenze tecnologiche e cyber bullismo – e del portale studentesco Skuola.net, quasi la metà dei giovani italiani tra i dieci e i venitquattro anni (47%) sarebbe d’accordo con questi divieti. Piccoli passi verso un futuro in cui saremo in grado di riappropriarci delle nostre menti.
Da Marie Claire
Quanti di noi sanno che una donna di nome Giuseppina Re si è battuta per la legge che vieta il licenziamento per nozze?
Proviamo a iniziare questa storia leggendo attentamente qualche riga in “legalese”: «Le clausole di qualsiasi genere, contenute nei contratti individuali e collettivi, o in regolamenti, che prevedano comunque la risoluzione del rapporto di lavoro delle lavoratrici in conseguenza del matrimonio sono nulle e si hanno per non apposte. Del pari nulli sono i licenziamenti attuati a causa di matrimonio». Al primo impatto, quanto abbiamo letto sembra un estratto dalla sentenza di qualche assurda vertenza sindacale, intentata da una lavoratrice dopo che uno sconsiderato titolare l’ha licenziata per un motivo ingiustificato, ossia perché si è sposata. Chi mai licenzierebbe una donna solo perché si è sposata? Purtroppo (per allora) e per fortuna (per noi, oggi), un tempo invece era così. Quello riportato sopra è un estratto dalla Gazzetta Ufficiale che nel 1963 pubblicava il testo della legge n. 7 del 9 gennaio 1963 con cui veniva cancellato per sempre (si spera) il diritto del datore di lavoro, anche nella pubblica amministrazione, di licenziare una donna per il semplice motivo di essersi sposata. Si trattava di una facoltà discriminatoria del datore di lavoro di cui a distanza di oltre sessant’anni si è persa memoria, ma che al tempo non faceva indignare nessuno. Non è stata certo l’ultima ingiustizia subita dalle donne sul lavoro, tutte sempre in violazione dell’articolo 3 della Costituzione che dice «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso [etc.]»: proprio nel 2022 il ministero della Difesa, nei bandi di concorso, ha chiesto ancora alle donne il test di gravidanza.
Oggi i sindacati di categoria insorgono, ma prima del 1963 la motivazione del licenziamento per una donna andata a nozze sembrava legittima perché parlava di un ipotetico fine di «proteggere la funzione familiare della donna». In pratica, la si mandava a casa in modo che non trascurasse marito e figli, era un favore non chiesto a lei e alla società. Nella realtà sappiamo che le future gravidanze delle dipendenti sono da sempre uno spauracchio di molti datori di lavoro, e che al tempo sbarazzarsi di una futura mamma era molto più semplice di oggi. Poi è arrivata la legge 7/63 che ha stabilito dei paletti, monitorando il licenziamento e le dimissioni della dipendente nel periodo che va dal giorno della richiesta delle pubblicazioni di matrimonio a un anno dopo la celebrazione. Chi bisogna ringraziare per questa norma? Una deputata che sembra essere stata dimenticata dalla storia. Si chiamava Giuseppina Re, era di Pieve Porto Morone, in provincia di Pavia, e aveva il pallino dei diritti civili sin da quando da bambina il padre le raccontava la storia di Sacco e Vanzetti, i due italiani giustiziati innocenti in America. Durante la guerra Pina Re ha fatto la commessa nei grandi magazzini Duomo e nella drogheria di piazzale Lagosta a Milano, e nel capoluogo lombardo aveva conosciuto e iniziato a collaborare giovanissima con i partigiani, mentre cominciava coraggiosamente a fare attività ante litteram per le questioni femminili, un tema al quale al tempo stentavano a interessarsi persino le donne stesse, per non irritare padri e mariti. Nel 1948, Pina Re è stata una delle prime donne elette al Parlamento italiano, ma diede presto le dimissioni per problemi di salute. Fu rieletta nel 1958, si rimboccò le maniche e spinse alcune delle riforme più importanti della giustizia minorile e del diritto di famiglia di questo Paese. E ovviamente, è stata la prima firmataria della legge contro i licenziamenti delle donne per matrimonio. Anche dopo la fine del suo mandato, Giuseppina Re ha continuato a fare attività per una società migliore: è lei che ha fondato il Sunia, il sindacato degli inquilini, ed è lei ad aver lottato per l’istituzione del Parco Nord a Milano. Morta nel 2007 a 94 anni, è stata una grande politica e oggi è vittima della memoria corta dei nostri tempi, un personaggio di cui le nuove generazioni dovrebbero chiedere un monumento e studiare la biografia, per tenere sempre bene a mente che i diritti di cui godiamo non sono mai caduti dal cielo, e che la loro permanenza non va mai, mai data per scontata.
Da Leggendaria
Il volume del 2024 dei Quaderni di Via Dogana raccoglie in forma stampata quarantotto interventi, frutto di un dibattito aperto sulle pratiche femministe e la loro evoluzione svolto per mesi in presenza e online
Ci sono libri che aprono prospettive e permettono a donne e uomini di agire in modo imprevisto nel mondo. Lo fanno perché sono frutto del pensiero dell’esperienza che scaturisce da relazioni di stima coltivate nel tempo e di apertura attenta a sempre nuovi incontri. È quello che accade con Femminismo mon amour. Pratiche femministe per donne e uomini, nato nella Libreria delle donne di Milano, che nel 2025 compirà 50 anni.
Trentanove autrici e autori compongono un mosaico di quarantotto interventi, rivisti, ampliati e altri inediti, legati alla rivista Via Dogana 3. Via Dogana è la storica rivista della Libreria delle donne di Milano, che dal 2001 si è spostata dalla centralissima via Dogana 2 a via Pietro Calvi 29. Col numero 111, dal significativo titolo Le donne sono ovunque, la rivista cartacea ha chiuso e nel 2015 è diventata on line ad accesso libero nel sito della Libreria delle donne col nome di Via Dogana 3.
Oggi ogni numero nasce da una proposta, elaborata da una dozzina di donne della redazione ristretta che individua un tema e invita di volta in volta un paio di interlocutrici o interlocutori, i cui interventi iniziali avviano un libero confronto in presenza e in collegamento on line coinvolgendo più di un centinaio persone. L’invito alla redazione aperta è pubblicato sul sito e chiunque può partecipare, anche dall’estero. Al termine del confronto di circa tre ore viene richiesta la scrittura di alcune riflessioni che, vagliate dalla redazione ristretta, verranno via via pubblicate fino a quando il numero della rivista verrà chiuso con l’invito per la redazione successiva. La rivista da quest’anno ha una nuova veste grafica più leggibile che permette anche di consultarne l’archivio. (https://puntodivista.libreriadelledonne.it/via-dogana-3/).
La storica pratica femminista del partire da sé riconosce e scarta forme ideologiche precostituite e ripetizioni di formule che cancellano la singolarità e livellano lo sguardo: è fondamentale per questa impresa. Del resto la Libreria è un luogo di relazioni in cui, fin dalla sua nascita, si riflette sulle pratiche che le donne hanno inventato e inventano per stare nel mondo.
Nei quattro capitoli del libro si mettono appunto in luce pratiche politiche femminili con uno sguardo che rivisita quelle storiche, mostrandone alcune continuità e variazioni nel presente; si testimoniano pratiche messe in atto da giovani donne; si riconosce dove l’azione politica conta sulla potenza trasformatrice dell’esserci e dell’agire in relazione con altre e altri, come, ad esempio, quella della popolazione di Crotone dopo il tremendo naufragio del febbraio 2023 a Cutro.
Perché pubblicare un libro se gran parte dei testi sono consultabili in rete?
Esiste una politica che trasforma il mondo a partire dalla soggettività con innegabili risultati. Infatti la rivoluzione femminista continua ed è stata l’unica vincente e non cruenta del Novecento. Comunemente si intende per politica quella che coincide col potere e la lotta per la sua conquista, la politica di partiti, sindacati, elezioni, ecc., non basata sull’invenzione di pratiche ma su un’organizzazione gerarchica e sulla rappresentanza. Come scrive Vita Cosentino: «In questo momento non circola abbastanza, soprattutto tra le persone giovani, l’idea che le pratiche sono la strada maestra per fuoruscire da un regime simbolico e anche dalle forme politiche maschili. […] Quando ne abbiamo discusso nella nostra redazione ristretta, una giovane ha detto: “Solo ora con questa discussione ho capito cos’è una pratica”» (p. 65).
La scommessa del libro è quella di offrire uno strumento per aprire confronti pubblici che permettano di riconoscere la politicità delle pratiche già esistenti.
Nella prima parte Autocoscienza ancora, dopo lo sguardo di Linda Bertelli e Marta Equi, su cos’è l’autocoscienza per Carla Lonzi e Rivolta femminile, si mostrano attraverso racconti di esperienze personali gli elementi di continuità e di modificazione di questa pratica oggi, riconoscendoli, ad esempio, nel #MeToo, nei nuovi gruppi promossi da Daniela Pellegrini, nelle modalità del podcast A day in a Female Life-Racconti di ordinaria violenza, creato da Angelica Pirro e Silvia Protino, nel blog de Le Compromesse, nelle Comunità di storia vivente. Non vengono proposti modelli o tecniche, ma le pratiche femministe offrono l’opportunità di un’inestinguibile ricerca di senso e si modificano nel tempo.
Nella seconda parte Il senso della politica e l’efficacia delle pratiche si vedono i limiti sempre più evidenti della politica istituzionale, come dimostra il forte tasso di astensionismo e il diffuso senso di impotenza che genera la società della prestazione con la spinta a un individualistico autosfruttamento. Ma, come nota Lia Cigarini, la politica sta cambiando e, se i partiti, come li abbiamo conosciuti, mostrano uno scenario desolante, invece il movimento delle donne, quelli ecologisti, l’associazionismo attivo, il volontariato sono la nuova politica che trasforma e crea civiltà, a partire dai desideri, dalla messa in gioco soggettiva e dalla forza delle relazioni. Nel confronto/conflitto col potere se viene concesso uno spazio per attività come flash mob, manifestazioni, eventi culturali, è invece difficile contendere lo stesso spazio, lo stesso oggetto del desiderio di chi ha potere. Tuttavia, come suggerisce Maria Castiglioni delle Giardiniere di Milano riprendendo le figure di Antigone e Ismene, il potere non è un monolite, è possibile accerchiarlo, aprendo relazioni senza preconcetti, oltre gli schieramenti tradizionali, «un lavoro continuo di dilatazione e di esplorazione di reti, relazioni, prospettive […] che implica un di più di pensiero quando dall’altra parte c’è una donna» (p.74). Oppure, cogliendo le suggestioni di Sarah Polley nel film Women Talking, a volte occorre avere la forza e il coraggio di andare via insieme alle altre per non sprecare preziose energie «quando il contesto di vita e di lavoro si presenta refrattario a ogni ragione femminile» (p.70), come scrive Annarosa Buttarelli. Sono alcune tra le tante indicazioni che emergono dal libro.
Nella terza parte Orientarsi con l’amore si valorizzano pensieri ed esperienze presenti nel femminismo della differenza grazie soprattutto a Luisa Muraro, di cui è pubblicato Intelligenza dell’amore, un inedito in italiano, dove si mette in luce la condizione umana universale, segnata dalla mancanza, la cui accettazione ci apre agli scambi con l’altro, secondo un’economia centrata sulla relazione e sull’amore: «l’amore non teme di essere trovato mancante, poiché è la mancanza che gli dà nuova energia» (p. 108). Molte sono le indicazioni sull’amore come forza in grado di trasformare la dimensione politica. Indico solo le illuminanti riflessioni di Chiara Zamboni sulle differenze tra amicizia, amicizia politica e relazione politica, riprese anche in altri interventi, e l’importanza politica dell’amore di sé, proposta da Jennifer Guerra attraverso il racconto della sua esperienza.
Il libro si conclude con È ora di cambiare uno spazio rivolto soprattutto agli uomini in cui alcuni, in dialogo con le donne presenti, riflettono in modo sincero e profondo sulle difficoltà che molti incontrano nel dissociarsi dalla violenza. Una presa di parola suscitata dal momento aperto da Elena Cecchettin e suo padre, dopo l’uccisione di Giulia, momento di svolta nella consapevolezza che la struttura patriarcale, anche interiorizzata, sostiene i femminicidi.
Ad esempio, Marco Deriu sottolinea il legame fra le varie forme distruttive della cultura maschile e dell’idea di potenza e virilità, come l’invasione russa dell’Ucraina e la guerra di posizione, l’attacco di Hamas e l’invasione/distruzione israeliana di Gaza, i femminicidi. Si interroga su che cosa significa oggi per gli uomini stare di fronte alla libertà delle donne, come non sentirsi sminuiti o minacciati, ma «fare di questa libertà un’esperienza di apprendimento, […] anche per il proprio modo di amare, sentire, stare nel mondo» (p.132). E testimonia come nella sua vita la libertà femminile sia libertà per tutti. Massimo Lizzi riflette, a partire dalla propria interiorità e dall’osservazione di comportamenti di altri uomini, su Gli ostacoli interiori ed esteriori della dissociazione maschile dalla violenza, come dice il titolo del suo intervento.
Tra i molti contributi, segnalo l’inedito Domande per il presente in cui Ida Dominijanni argomenta con la sua consueta precisione come la violenza misogina, il virilismo bellico, le politiche di attacco alla libertà femminile «sono sintomatiche non di un rinnovato vigore ma di una destabilizzazione del patriarcato, che reagisce violentemente alla ferita che gli è stata inferta dalla libertà e dall’indipendenza simbolica femminile» (p.167).
È questo un libro indispensabile per donne e uomini in cerca di parole e forme politiche fuori dalle narrazioni e dalle modalità correnti per trovare energia e invenzioni trasformatrici del presente.
Redazione di Via Dogana 3 (a cura di), Femminismo mon amour. Pratiche femministe per donne e uomini, Quaderni di Via Dogana,Libreria delle donne di Milano, 2024, 173 pagine, 12,00 euro.
(Leggendaria n.167, settembre 2024)
Da Erbacce

Da il manifesto – Sono passati cinquantacinque anni dalla strage di piazza Fontana e questo anniversario sarà il primo che vivremo senza Licia. Lei, peraltro, le ricorrenze le ha sempre vissute male: pensava che fare della memoria una commemorazione non avesse senso, perché ricordare non è mettere una corona di fiori su una lapide ma uno sforzo costante. La sua storia, del resto, è lì a testimoniarlo. Quando alla fine della guerra Licia venne mandata nella Roma liberata dagli Alleati, decise di iscriversi al Pci.
Tornata a Milano, però, una volta il partito le chiese di andare in giro a vendere mimose. Lei disse di no perché riteneva la cosa poco dignitosa, le fu dato della reazionaria e così decise di stracciare la tessera. Era un fatto di coerenza, e il punto lo avrebbe tenuto per tutto il resto della sua vita, anche rifiutando le tante offerte di candidatura che sarebbero arrivate in seguito.
Noi figlie viviamo questo anniversario in maniera più dolorosa del solito, ma non possiamo che portare avanti le battaglie di Pino e Licia. Nostra madre ci ha dato la possibilità di scegliere cosa fare, e noi scegliamo di continuare a ricordare. Non è scontato né facile. Solo due anni fa siamo state costrette a denunciare un ex questore che era andato in televisione a raccontare vecchie menzogne su Pino e su quello che gli è accaduto.
Significa che non c’è niente di acquisito e che bisogna lottare ogni giorno: la memoria è una scelta che va fatta quotidianamente, perché non c’è niente di acquisito e la riscrittura della storia rientra all’interno di una strategia precisa. Non è un caso che molti diritti che davamo per certi adesso li stiamo via via perdendo. Nel 1969 si discuteva per esempio di disarmare le forze di polizia e il dibattito era arrivato a una fase molto avanzata, mentre oggi non si riesce nemmeno a introdurre un elemento di civiltà come quello dei numeri identificativi sulle divise di chi dovrebbe mantenere l’ordine nelle piazze. E tante battaglie che sono state vinte sul fronte della sanità pubblica, della scuola pubblica, delle tutele dei lavoratori e dei diritti di tutti adesso sono tornate in discussione.
Anche qui ritorna un po’ il senso di quella strage e di quella che chiamiamo “strategia della tensione”: fermare un forte movimento sociale e culturale che stava ottenendo consenso e vittorie. Viviamo in un paese in cui la verità è sempre a metà, però: sappiamo dalle sentenze che la manovalanza delle stragi fu di stampo fascista, ma, almeno a livello giudiziario, tante complicità non sono mai venute fuori.
Da qui il nostro impegno per la memoria: come facevano i partigiani, continueremo a incontrare i ragazzi e le ragazze per raccontare loro la nostra parte della storia. In queste circostanze conosciamo tanti giovani che, tra tante difficoltà, lottano per delle istanze sociali e collettive, senza personalismi, con coraggio e impegno. A volte ci chiedono cosa si può fare. La risposta è che bisogna sempre andare avanti a chiedere libertà e giustizia, continuando a coltivare una speranza che serve a tutti quanti.
Da Il Quotidiano del Sud – In un villaggio della Sierra Leone, in Africa, viveva una bambina di undici anni con il padre e tre fratelli più grandi di lei. La madre (forse) era morta. Un giorno il padre decise di lasciare la propria casa con tutta la sua famiglia. Sognavano di andare in Italia, in Europa, ma avrebbero dovuto attraversare il deserto, arrivare in Tunisia e da lì affrontare la traversata di quel mare che ormai faceva paura. Un mare, il Mediterraneo, divenuto un cimitero che accoglie nei suoi abissi migliaia di esseri umani come loro (1.600 nel 2024, 20.894 i riportati indietro con la forza nei lager libici). A ucciderli è la disumanità, crudeltà e ferocia di chi li vuole fermare, respingere, e ostacola in ogni modo chi, invece, vuole soccorrerli e salvarli. Costruisce prigioni, come quella in Albania, per rinchiuderli e respingerli più velocemente in quanto non degni di vivere in un paese europeo. L’Europa tutta, dopo la Shoah, si sta macchiando di crimini contro l’umanità. Nel cuore di quel padre e dei suoi figli il desiderio di partire era più forte della paura del viaggio. Volevano lasciarsi alle spalle miseria, fame, disperazione. Attraversarono a piedi il deserto, arrivarono in Tunisia ma quando venne il momento d’imbarcarsi, dopo aver pagato uno scafista, sul barchino di ferro non c’era posto per tutti. Il padre volle che a partire per primi fossero la figlia e il figlio maggiore, li avrebbero poi raggiunti.
Maria, Maryam, è questo il nome della bambina. Un nome che, in prossimità del Natale, non può non fare pensare a quella giovinetta di Nazareth che, duemila anni fa con il suo sì, rese possibile quell’evento straordinario, che si ripete ogni anno, dell’irrompere di Dio nella storia umana. Maryam parte col fratello che doveva proteggerla. Partono l’8 dicembre. Il mare è agitato, il barchino scivola tra le acque ma ben presto si scatena una tempesta. «Sulla barca di ferro eravamo in 45. Ma a un certo punto il mare – racconta Maryam – è diventato troppo più grande di noi. La barca si è riempita d’acqua ed è andata a fondo. Per un po’ siamo rimasti in tre», lei il fratello e il cugino, «tutti attaccati a quel salvagente», una camera d’aria che il fratello era riuscito ad afferrare prima del naufragio. «Eravamo vicini nel mare. Ci tenevamo. Pregavamo. Ma poi non li ho più visti. Sono rimasta sola». Unica sopravvissuta al naufragio. Non oso nemmeno immaginare cosa abbia provato in quelle ore, forse giorni, notti, albe rimasta da sola aggrappata disperatamente alla camera d’aria. Sola, in preda alla paura, immersa nell’acqua a soffrire il freddo, la fame, la sete e a pregare il suo Dio. Nessuna bambina o bambino, in ogni parte del mondo, dovrebbe mai provare quello che ha provato lei. Non c’è crimine più grande di questo. L’11 dicembre, in una notte senza stelle e senza luna, la bambina sente in lontananza il rumore del motore di una barca. È il veliero Trotamar III di una Ong tedesca. Raccoglie tutte le sue forze e si mette a urlare «Help!», Aiuto. Il suo grido arriva fino al veliero. «È stata una coincidenza incredibile, noi eravamo in mare a cercare altre persone che avevano lanciato Sos. Ma dopo una tempesta durata giorni non c’era speranza. Solo per caso, alle 3,20 del mattino, il nostro equipaggio – racconta il capitano – ha sentito le urla della bambina nell’oscurità e ha avviato immediatamente una manovra di salvataggio». «Incredibile, pazzesco, un miracolo aver sentito la sua voce», dice la vice-capitana, Ina Fien. Maryam è a Lampedusa, «le sue condizioni sono abbastanza buone, a parte il trauma di quello che ha vissuto e che è inimmaginabile». Il Natale di quest’anno avrà il volto della bambina di undici anni salvata dalla strage degli innocenti di Erode del nostro tempo.
Voilà qui je suis.
(Barbara Pravi)
Anche a me è capitato di recente di trovarmi nella parte scomoda di chi viene frainteso e guardato con sospetto. Eravamo con le mie bambine in una libreria e ragionavamo attorno ad una storia illustrata per bambini che avevano tirato fuori dallo scaffale delle letture consigliatissime, del perché il principe era una principessa; dell’aspetto volutamente ambiguo di una delle due principesse, né troppo femminile né troppo maschile, ma piuttosto un po’ maschile e un po’ femminile; del perché fosse poi sempre la solita storia di riscatto di una principessa, anche se stavolta ad aiutarla era un’altra principessa. Della vergogna che nessuno dovrebbe mai farti provare, del destino che non dovrebbe essere una pagina scritta, dell’amore e delle sue multiple forme e del rispetto che dovrebbe informare ogni amore. Soprattutto ragionavamo della confusione, sì, la gran confusione a cui una storia così esponeva loro e tutti gli altri ragazzi. Ma non è stato tutto questo ad attirare l’attenzione della coppia forse omosessuale, forse no che era seduta proprio accanto a noi; una di quelle coincidenze assurde, anche perché erano italiani come noi in un caffè libreria in cui tutti gli altri parlavano francese. Mi sono girata e li ho distinti solo quando ho captato quelle parole sdegnate che provenivano dalla loro direzione: «una di destra». Parole seguite alle mie con cui spiegavo alle ragazze proprio con le parole della filosofa Adriana Cavarero che esiste un dato biologico, che per nascita i sessi sono due, che ci sono casi di intersessualità, eccetera, eccetera. Giusto per fare un po’ di chiarezza nello sguardo sperduto e interrogativo delle bambine. Perché dire queste cose oggi è politicamente scorretto, peggio, è reazionario. Se gli avessi detto che sono piuttosto di sinistra, da una vita, non mi avrebbero creduto; se gli avessi detto che sono femminista, da una vita, mi avrebbero dato della “TERF”, femminista bacchettona e omofoba… meglio rimanere zitta, non dire niente. Del resto a me le etichette, le sovraidentità, gli schieramenti che ti collocano nettamente di qua o di là, non sono mai piaciuti. Situazione grottesca, piccolo fastidio per non aver dato sfogo alla mia impulsività, libro riposto nello scaffale e siamo andate via con una storia di fantasmi. Erano “i morti”, meglio conosciuti nel colonialismo linguistico angloamericano come Halloween.
Nel 2019 la filosofa e attivista americana Judith Butler scriveva tra le altre cose un articolo intitolato “Sex and Gender in Simone de Beauvoir’s Second Sex”. Il saggio di Cavarero e Guaraldo, Donna si nasce (e qualche volta lo si diventa) è anche una risposta alla posizione di Butler, distante da quella di Cavarero ma in dialogo serrato. Al rileggere il testo di Butler mi sento di affermare che in fondo il punto di partenza di Butler e Cavarero è lo stesso. Perché quel punto di partenza è insormontabile. Anche per la pensatrice americana, Beauvoir distingue chiaramente il “sesso” femminile, dato incontrovertibile, e quello che poi dopo di lei è stato chiamato “gender”, concetto introdotto dal pensiero anglosassone, dai gender studies, e usato oggi à tort et à travers [a proposito e a sproposito]. Il sesso è il dato anatomico, mentre il gender è il significato culturale che sesso e corpo femminile acquisiscono o piuttosto subiscono nel sistema androcentrico. Butler lo riassume con una espressione felice in cui c’è il corpo e quello che viene dopo: body’s acculturation [‘acculturazione del corpo’]. Il sesso anatomico (femmina/maschio) è il locus, il corpo in cui ci costruiamo come individui e in cui avviene anche la costruzione del genere che è un processo costante, discontinuo, casuale e volitivo di appropriazione, riappropriazione, interpretazione e reinterpretazione del nostro corpo e delle possibilità culturali (spesso limitanti, veri e propri tabù e restrizioni) che riceviamo. Il femminile, la femminilità (vergine, moglie, madre, ma con corpo ammiccante e desiderabile, puttana, traditrice, ecc.) è una manipolazione culturale del nostro corpo di donna; non esiste un comportamento “naturalmente” femminile (debole, instabile, bisognosa di protezione, ecc). Being female and being a woman are two different sorts of things1, scrive Butler. Come tale il genere o identità sessuale è innaturale, acquisito, immaginato, percepito (all gender is by definition unnatural2). Possiamo anche concedere a Butler che per divenire un certo genere non è necessario essere di un certo sesso.
Butler scrive: one is one’s body from the start, end only thereafter becomes one’s gender3! La stessa Butler scrive nero su bianco che the masculine pursuit of disembodiment is necessarily deceived because the body can never really be denied4! Il corpo sessuato sta lì, dall’inizio, anche per Butler. L’anatomia è un limite (o piuttosto una possibilità), una restrizione ma è anche il punto di partenza, inevitabile, semplice e necessario. Subito dopo però Butler si mangia la coda e continuare dicendo che questo punto di partenza sarebbe fittizio perché è anch’esso il frutto di quella attività volitiva costante di crearci e generarci, rinnovarci incessantemente. Né uovo né gallina.
Il sé è un’unità fragile che si proietta e desidera incessantemente ma a un certo punto di quello che è un difficile processo di accettazione bisogna però anche scegliere: quello che siamo sarà anche la somma degli atti che abbiamo compiuto. Sarà come ogni narrazione, anche la più “disordinata”: qualcosa di compatto. Che lo vogliamo oppure no, il divenire, la vita implica una progressione nelle scelte e nei ripensamenti, una sintesi, il capitolo successivo, perché il dinamismo continuo implica anche dispersione e instabilità; perché se stessimo a compiere sempre la stessa scelta rimarremmo impantanati, fermi nella coazione a ripetere sempre la scelta del nostro genere, della nostra identità sessuale (altro che fluidità!). Quanto possiamo divenire nella costruzione della nostra identità come persona sessuata? Forse è questa la domanda. Ma i limiti sono fuori moda.
Per Cavarero il sé alla nascita è un’unicità incarnata dunque sessuata, assolutamente irripetibile: l’insostituibile che permane nel tempo («ogni essere umano è chi nacque e vive finché muore») piuttosto che la molteplicità dei nostri frammenti. L’identità che si costruisce sul chi è anche desiderio e promessa. E la parola porta e veicola il desiderio di identità e di unità. A differenza della visione del post-strutturalismo e del post-femminismo in cui l’identità è una chimera, si confonde e si perde nel linguaggio, non esiste senza il linguaggio, un linguaggio che sta finendo per censurare piuttosto che portare il nostro desiderio di unicità.
Poi, sappiamo, Butler (e con lei il femminismo post-strutturalista) compiono un salto logico da quella premessa che è l’interpretazione legittima dell’affermazione di Beauvoir ad una conclusione che resta la legittima ipotesi di Butler. E la dislocazione di genere (quando il genere non coincide con il sesso anatomico, in caso di disforia) diventa una specie di regola, di percorso necessario per ognuno di noi, per ognuna di noi (In these moments of gender dislocation in which we realize that it is hardly necessary that we be the genders we have become, we confront the burden of choice intrinsic to living as a man or as a woman or some other gender identity, a freedom made burdensome trough social constraints5).
Beauvoir non affronta il problema del genere che vogliamo divenire (in uno spettro fluido di possibilità non binarie) in caso di “gender dislocation”. Ma solo quello essenziale per il femminismo di allora e di oggi dell’alienazione e frustrazione che la femminilità, intesa come quel modo di essere donna confezionato dalla cultura patriarcale, impone alle donne. A lei interessa che le donne possano trascendere non il loro corpo sessuato, ma la lettura che di quel corpo è stata data dal patriarcato come l’altro, come il secondo sesso, come quel corpo “naturalmente” limitato e contingente. Che l’anatomia possa non essere un limite alle possibilità del genere, che il corpo non sia un fenomeno naturale, ma solo occasionale, che il corpo puro e semplice non potrà mai essere trovato, è solo l’ipotesi di Butler, non di Beauvoir. Beauvoir si muove nell’idea che i sessi sono due e in nessun momento suggerisce la possibilità di altri generi, oltre al maschile e femminile.
Cavarero e Guaraldo restituiscono al dato anatomico il suo peso, la sua realtà e necessità. Nulla toglie che dopo il dato anatomico (due sessi, uno femminile e uno maschile, oltre ai casi di intersessualità e transessualità), il corpo femminile o maschile diventino anche il luogo della costruzione del genere e delle altre identità attraverso cui il sé (il “chi”) transita (facendosi “che cosa”). In fondo Cavarero già sosteneva nel suo saggio Tu che mi guardi, tu che mi racconti, che siamo identità narrabili, quindi interpretabili, relazionali, quindi esposte allo sguardo altrui e al racconto altrui, perciò sempre diverse, costantemente dislocate. L’unità della nostra identità non è una realtà sostanziale ma appartiene solo alla sfera del desiderio. Eppure, seguendo il pensiero assolutamente originale di Hannah Arendt, siamo «questo e non altro». Laddove Butler attribuisce una varietà incommensurabile al fittizio essere un genere e insiste sul dinamismo nel campo delle infinite interpretazioni culturali, Beauvoir vedeva invece proprio nell’interpretazione culturale dell’essere donna una specie di prigione, fissa, bloccata, confinata in una sola interpretazione. Quello che diventiamo, che diventa la donna, è proprio ciò che la limita quando quella costruzione identitaria passa attraverso il colino della cultura patriarcale e fallologocentrica.
In “Donna si nasce” c’è un grande desiderio di riportare il femminismo a casa, in una sua dimensione, di ridare a questo femminismo, inglobato quasi dal movimento LGBTQ+ e che questa dispersività e l’aggressività del transfemminismo sembrano rendere “obsoleto”, una sua autonomia, un suo senso proprio. Oggi ancora più necessario.
Ma soprattutto c’è un gesto, sicuramente filosofico, che è forse ancora più importante della tesi portata avanti dalle autrici. Cavarero e Guaraldo si rivolgono alle lettrici e identificano quella lettrice con: tu ragazza dei nostri giorni. Non è un vezzo stilistico, un trucco o un artificio. Ma il gesto filosofico e politico del dialogo. Un capitolo ulteriore di quel percorso filosofico che passa per Tu che mi guardi, tu che mi racconti, di una teoria empatica. Quell’idea forte di reciprocità secondo la quale il sé sarà narrato dall’altro, quell’altra necessaria. In cui l’io (che è quasi più individualista e onnipotente che nell’etica androcentrica, sganciato dalla natura, che tutto può fare e rifare) si aprirà finalmente al tu.
“Tu ragazza” è un gesto potente di responsabilità, che smette di fingere che le cose siano risolte (tanto per dirne una, la storia di Gisèle Pelicot è dei nostri giorni). “Tu ragazza” si rivolge alle nostre figlie. Per tutte le volte in cui tua figlia, i tuoi figli sono trascinati nel “gioco” dei ruoli, per tutte le volte in cui hanno visto la loro madre mal sopportare un retaggio di autorità e paternalismo. Per tutte le volte in cui l’hanno vista perdere il terreno sotto i piedi. Per tutte le volte in cui quella ragazza si identificherà con sua madre. Per tutte le volte in cui sarà esposta a messaggi contraddittori e spesso superficiali sul suo corpo.
Tu ragazza non omologarti, sii politicamente scorretta. Tu l’unica capace di un rovesciamento radicale di prospettiva, oltre la cultura e la controcultura, oltre il bianco e il nero. Tu, smarginati!
1«Essere una femmina ed essere una donna sono due cose diverse.»
2«Tutti i generi sono innaturali per definizione.»
3«Una all’inizio è il proprio corpo, solo dopo diventa il proprio genere.»
4La ricerca maschile i disincarnazione viene necessariamente delusa perché il corpo non può mai essere veramente negato.»
5«In quei momenti di “dislocazione” in cui realizziamo che difficilmente ci serve essere il genere che siamo diventati, ci confrontiamo con il peso della scelta intrinseco al vivere come uomo o come donna o come qualsiasi altra identità di genere; una libertà resa gravosa dai vincoli sociali.»
Da Rivista Studio
Ho approfondito davvero l’affaire Leonardo Caffo soltanto qualche giorno fa, quando è stata emessa la sentenza di condanna di primo grado a quattro anni per lesioni alla sua ex compagna. Non per entrare nella faccenda da amante del torbido, ma perché volevo capire meglio la reazione che io stessa avevo avuto di fronte alla notizia.
Dopo aver letto qualche breve articolo che riportava i fatti, sono incappata in alcune frasi tratte dalle deposizioni della ex riguardo i maltrattamenti ricevuti, di carattere verbale e fisico. Tralasciando la seconda tipologia – non per sminuirla, al contrario: un maltrattamento fisico come un dito rotto o delle percosse sono autoevidenti e per questo condannate immediatamente da tutti – la mia riflessione si è concentrata soprattutto sulle violenze verbali. «Devi morire», «Sei un’idiota, un’incapace», insulti a lei, alla famiglia, agli amici. Leggendole, la reazione che ho avuto è stata qualcosa del tipo: vabbè, può succedere quando si litiga. Dopo un attimo, mi sono soffermata su questa mia reazione. Cosa significa “succede”? Significa che per me tutto questo è lecito in determinati contesti? Che non è violenza? Che augurare la morte, essere sviliti in quello che si è, si fa, le relazioni che si hanno, può essere considerato normale, ogni tanto? Mi sono resa conto che sì, la mia prima reazione intendeva dire questo. Che stavo, parzialmente, giustificando l’accaduto. Come me, molte altre persone avranno pensato la stessa cosa. Poi mi sono resa conto sminuivo la gravità della violenza perché, per un certo periodo della mia vita, la ho sminuita mentre la subivo.
È successo non molti anni fa. Accettavo che quando si litigava volassero parole pesanti, che il modo in cui conducevo la mia vita diventasse un’accusa, che mi venissero rimproverate le mie amicizie, cosa e come postavo sui social. Ho sminuito l’essere colpevolizzata se alcuni comportamenti non mi andavano bene e la mia reazione a tutto questo diventava poi un motivo di senso di colpa e di denigrazione da parte sua. Ho accettato che dopo un litigio il mio desiderio di allontanarmi venisse frustrato, che ci si avvicinasse di nuovo perché aveva capito, sarebbe stato tutto diverso e dopotutto lo era già: non lo vedevo come era mogio e accorato nel dirmelo?
Quando ho letto la lista delle accuse a Leonardo Caffo mi sono ricordata di quanto è facile entrare in un vortice di debolezza e di risposta anticipata, nel tentativo di evitare tutte quelle situazioni che potrebbero portare a parole di quel tipo, a situazioni di quel tipo. E di quanto, una volta entrati nel vortice, sia difficile uscirne. Anche se ti rendi conto che lo stai vivendo, che stai mettendo in atto un meccanismo di difesa che però non equivale ad andarsene, ma di base ad accettare che le nuove regole del gioco siano quelle, anche se la prima volta che ti vengono presentate sembrano da subito assurde e fuori fuoco rispetto a come sei, a come ti definiresti, a come hai sempre pensato di essere. Credo di essere una persona piuttosto solida, femminista, razionale, con dei valori e una discreta dose di autostima. Tutte caratteristiche che avevo sempre pensato mi avrebbero messo al riparo da situazioni come quelle di cui si legge sui giornali, che qualche conoscente ti racconta. Quelle emerse nella vicenda di Leonardo Caffo.
Non è così. Non sono sempre sufficienti, e l’amore e le relazioni amorose non sono sempre un terreno di parità e comprensione, di raziocinio dove se le regole comuni non sono condivise allora salta il banco. Le regole invece si inventano, si modulano, si adattano di volta in volta. E ogni giorno si piegano e piegano le persone che le accettano.
Al di là dell’opinione generalizzata su questi temi, sulle prese di posizione aprioristiche, al di là di un certo malsano silenzio attorno alla questione di Leonardo Caffo e anche alla sua difesa in occasione della sua presenza a Più Libri Più Liberi (quest’anno dedicata alla memoria di Giulia Cecchettin), dove l’amica e direttrice del festival Chiara Valerio ha comunque deciso di stare dalla sua parte, quello che mi ha fatto riflettere è che su questi temi troppo spesso la reazione è quella di una scrollata di spalle, di un ridimensionamento del danno, di un ridimensionamento della colpa e della responsabilità del colpevole. Deriva dal patriarcato o, se vogliamo dirla meglio, dal modo in cui per secoli si sono accettate consuetudini e modi di ragionare, ma anche dalla fatica di separare i fatti da chi quei fatti li compie.
Un nostro amico non lo potrebbe mai fare. Una persona acculturata, un filosofo, non lo potrebbe mai fare. Una persona con un’aria rispettabile, bonaria, non lo potrebbe mai fare. E invece possono farlo in tanti, possono farlo tutti. Tanti, tutti, possono ritrovarsi nella situazione di accettarlo. E quando lo si fa non si torna più indietro. Ieri sera, mentre parlavo della vicenda Caffo, ho realizzato che non sono più quella di prima. Mi metto in guardia, certo, so bene cosa significano le vicende che ho vissuto e quanto fossero tossiche, come si dice. Lo sapevo anche mentre le vivevo. Ma sono entrate dentro di me, hanno provocato dei cambiamenti impercettibili: oggi, anche se sto con una persona completamente diversa e so di non voler più accettare certi comportamenti, capita che la prima reazione che sento sia quella di una colpa. Voglio prevenire, percepisco già il timore delle conseguenze. Come un virus che, anche se si debella, in qualche modo ha modificato l’organismo in maniera irreparabile. Come una violenza.
A queste cose, quando accade quello che è successo tra Caffo e la sua ex compagna, non si pensa granché, si è troppo occupati ad approfondire il gossip, a schierarsi da una parte o dall’altra, a interpretare tutto secondo l’etica corrente. Per alcuni può essere quella aprioristica del «sorella io ti credo», per altri quella altrettanto aprioristica dell’“Ormai non si può più dire niente”. Per qualcuno, “quando capisci che uno è così te ne devi andare”; “sei troppo debole”; “se ci rimani significa che ti sta bene”. Nel frattempo però si perde il filo del discorso.
Approfondendo la vicenda di Leonardo Caffo ho sentito un ulteriore strato di tristezza, che non nasce soltanto dal realizzare l’incoerenza di chi, avendo sempre difeso le vittime – le donne in questo caso – non l’ha fatto soltanto per questa volta (come ha anche scritto Simonetta Sciandivasci su La Stampa). Viene piuttosto dall’arroganza serpeggiante nel comportamento di Caffo, dall’irrisione delle accuse e di chi lo accusa. Una specie di martirio portato avanti come esempio, lo stoico capro espiatorio che con il suo corpo risponde della sete di sangue di un supposto clima da caccia alle streghe («Ne hanno colpito uno per educarne mille», ha dichiarato quando è stata emessa la sentenza). Solo chi custodisce la verità, il filosofo, può sopportare tutto questo perché può andare oltre le mere questioni umane, anzi da queste può trarre linfa per il suo lavoro, per poter elaborare più alte e universali teorie perché perfetto conoscitore delle bassezze umane. Può «leggere Spinoza» mentre fuori si scatena la shitstorm, come dice nel passaggio di un podcast dove è stato ospite sette mesi fa. La sua esperienza vissuta al limite per poterla rendere testimonianza. La vita come un romanzo russo.
Leonardo Caffo è stato condannato in primo grado e ha due altri gradi di giudizio per cercare di dimostrare la sua innocenza. Nel frattempo e a prescindere dall’esito, potremmo utilizzare questo tempo per imparare a ragionare meno per assiomi, soprattutto se basta un conoscente per spazzarli via, soprattutto se chiunque, anche quelli che credono di esserne immuni, possono fare esperienza di violenza e rimanerne toccati per sempre.
Da il manifesto
«Più in là sugli scogli ricoperti di alghe che con la bassa marea sembravano animali dal pelo ispido che s’erano avvicinati all’acqua per bere, la luce del sole pareva facesse le piroette come una moneta d’argento buttata nelle diverse piccole pozze»: il mare ondeggia pigro mentre leggiamo righe di puro incanto, una scrittura che palpita tutta di una lingua lieve e precisa ad illuminare la natura di parole trasparenti.
È Katherine Mansfield, straordinaria scrittrice, la cui parabola intensa e troppo rapida ha occupato la scena del primo Novecento con l’inquietudine della sua enigmatica figura e con i suoi racconti, brevi e brevissimi, lievi e tragici, musicali e visivi, festa completa di ogni minima sensazione, di cui arriva ora in libreria una nuova raccolta, dal titolo perfetto: Pura felicità (Feltrinelli, pp. 336, euro 14). A restituire quel bliss inglese che è diverso da felicità e si fa parola di suono e colore: stringe a sé tutti i sensi, come raccontano in una loro nota Sara De Simone, che cura e introduce il libro, e Nadia Fusini che con lei traduce e ci accompagna nella lettura con un saggio che svela, in un mirabile arco, il cuore mitico e antico che questi racconti percorrono, da Freud fin dentro la modernità. Scrivere è «un’avventura dell’anima» dice KM. Ma lo è anche leggere, tradurre, commentare, e ne abbiamo prova nel lavoro appassionato e appassionante che ha legato di desideri due donne e la loro entusiasta editor, Anita Pietra, «in una fredda mattina d’autunno di due anni fa», intorno a lei, la scrittrice «nomade», quarta necessaria presenza d’amore per la scrittura del mondo, la sua rappresentazione artistica. «Tre donne intorno al cor mi son venute» ha cantato il poeta e non si può che essere felici che ora si tratti di tutte donne.
Nuove traduzioni di un classico, dunque, che non dimentica la qualità di altre traduzioni, come quella di Franca Cavagnoli, ma che ora propone nel suo indice una leggibilità che, saltando l’abituale cronologia, si dà subito come forma dell’interpretazione, guida nel labirinto affollato di «evocazioni visive» di una «incomparabile bambina», una «scrittrice eccezionalmente istintiva, fiorita» secondo Anna Banti, «una mente terribilmente ricettiva», secondo Virginia Woolf. La raccolta ora in libreria accoglie e va ben oltre queste parole, per i lunghi e diversi studi che entrambe le nostre autrici hanno alle spalle (per Fusini ricordo La figlia del sole: vita ardente di Katherine Mansfield, e Viaggio in Urewera, per De Simone la curatela di La vita della vita. Diari 1903-1923 e Nessuna come lei. Katherine Mansfield e Virginia Woolf: storia di un’amicizia) e permettono loro di presentare diversamente questa «prosa speciale», scarna e asciutta.
I racconti sono qui raggruppati in quattro sezioni, Il romanzo familiare; Amanti, amiche, sorelle; Donne sole; La vita, la morte: non «sovrastrutture tematiche» «ma tracce», che però indicano uno scenario in cui possiamo vedere meglio, o vedere differentemente. Sara De Simone nella sua introduzione ci fa conoscere l’essenziale della vita di KM, ne tratteggia un ritratto intenso, mai banale, ne disegna il coraggio nella ricerca della «vita nella vita», ci insegna a decifrare una poetica che vuole creare e non «rappresentare», fino al punto che «scrivere la cosa» sia «diventare la cosa», questo il «fremito di libertà» che KM assapora guardando i postimpressionisti, in particolare Van Gogh, e che la porterà a scrivere non del «bambino che giocava, ma la sua mano roteante nell’aria della sera», non di un albero, ma del «palpitare degli uccelli dentro la sua chioma». È con queste notazioni fra le dita che possiamo avvicinarci con più chiara consapevolezza a tutte le pagine di questi racconti, che stupiscono non per qualche effetto ricercato ma, al contrario, per quanto naturale appare, di colpo, l’inaspettato.
Nadia Fusini ci accompagna invece, con traduzione sapiente, nella lettura della prima sezione, legando tre racconti (scritti fra il 1917 e il 1922, Preludio, Alla baia e La casa delle bambole) a quel «romanzo familiare» che muove da Freud per dire della «delusione», del «trauma» che ne sono «il cuore», ma dire poi, ed è questa l’essenziale originalità trovata, di come la capacità «di stare nella lingua, di giocare con le parole, di usare la fantasia», rendono sopportabile il dolore, fino ad oltrepassarlo in creazioni meravigliose, che rielaborano la realtà in «mito». Tutto è trasformato in emozione estetica, emozione universale e catartica, è questo il miracolo che si compie nei racconti di KM., per questo ci scuotono e sorprendono e inquietano.
Ora abbiamo dunque due guide per inoltrarci nell’universo di Mansfield e affrontare, ad esempio, la potenza vertiginosa dei suoi finali, in cui precipita sempre il delicato e complesso montaggio di un insieme trasparente di dettagli, invisibili e numerosi, così che questa scrittrice sembra conoscere i segreti più nascosti della realtà, che riesca a bucare in una riga la ragnatela dell’apparenza dentro la quale siamo tutti catturati.
I suoi personaggi sono spesso voce, questo sono spesso le sue donne, ombre leggere ma potenti, «voce fioca dal pozzo profondo» di Linda con Stanley, il marito, o «voce speciale» se parla con la madre, o voce «che le donne usano tra di loro di notte», o ancora «voci calde e amorevoli come se condividessero un segreto» quando non c’è un uomo per casa, o sussurri spaventati, ammutoliti, dalla semplice ombra paterna. Le sue donne sono sguardo che tutto così racconta, come lo sguardo «fisso e scialbo» di Constantia, o quello della bambina Else, che vede «la piccola lampada» prima di sorridere tacendo, e straordinari sono bambine e bambini ogni volta che attraversano la pagina con grazia raramente raggiunta in altre scritture.
Si potrebbero ritagliare intarsi che raccontano di madri che non amano i loro figli, di nonne che lavorano a maglia e insegnano tranquille la vita e la morte a una piccola nipote, Kezia, che le si aggrappa al collo e la bacia «sotto il mento e dietro l’orecchio e a soffiarle sul collo».
Ogni donna da lei creata è differente, non dagli uomini, il che è ovvio, ma dalle tante rappresentazioni che affollano la nostra mente, la occupano, spesso la colonizzano con il già pensato, e KM, sottovoce, come è la sua scrittura, fa vedere quanto altro è reale e vero e bello, per lei che insegue bellezza e verità per vocazione.
Si sente ovunque in questa scrittura veloce, a volte febbrile, un temperamento letterario di raro valore, sempre bruciante, a volte quasi noncurante, come se a guidarlo fosse una stella polare che abita il cielo solo per lei, che lei segue da un margine che non possiamo vedere e che la rende unica. Unica nel creare una natura selvaggia che è solo ricordo di fiori e alberi che non vede più, ma nomina insistente a renderli sempre presenti, come l’eucalipto che appare «immenso: un enorme gigante con i capelli dritti in testa e le braccia spalancate», o nel colorare di rosa un cielo con «grandi masse di nuvole accartocciate» mentre in alto «l’azzurro sbiadiva; diventava oro pallido». Unica nella descrizione della morte per crudeltà di una mosca, che si batte, misera, contro una goccia d’inchiostro, o del gelo che accompagna l’affrettata simpatia di una signora verso il parrucchiere che ha perso la sua bambina, o della crudeltà di classe verso due bambine, le figlie di una lavandaia. Unica a farci intuire quello che della vita, di ciò che è o non è la vita, in un rapido balbettio possono comprendere un fratello e una sorella alla fine di una festa.
Nel non detto, nell’ellissi, KM mostra il meraviglioso nel quotidiano, che sia una festa in giardino, un canarino perfetto compagno di vita, la ritrovata giovinezza nella passione fra due donne, in un movimento incessante che cuce l’essere con il non essere, e travolge una ragazza e i suoi sogni di libertà, o «una donna raggiante, con le labbra frementi, sorridenti, e grandi occhi neri e l’aria di chi è in ascolto, in attesa di qualcosa di… divino che accada… che sapeva sarebbe accaduto… immancabilmente»: pura felicità. Pura e indimenticabile, come ogni pagina di questa maestra del racconto.