Un estratto dall’intervento a Roma per il festival «Letterature» dell’autrice e giornalista russa
Per descrivere brevemente che volto assuma la resistenza oggi in Russia, basta osservare il muro di un palazzo nel cuore di Mosca. Su di esso, appare e scompare ripetutamente il nome di una persona assassinata.
Proprio al centro della capitale, a pochi chilometri dal Cremlino, si trova la via Ulitsa Lesnaya. Lì, in un palazzo, tanto tempo fa visse la giornalista Anna Politkovskaja, mia madre. Ed è lo stesso luogo in cui è stata assassinata nel 2006.
Poco tempo dopo, sul palazzo fu collocata una targa commemorativa che riportava la scritta: «In questo palazzo ha vissuto ed è stata vilmente assassinata Anna Politkovskaja». Quasi vent’anni dopo,nel gennaio 2026, questa targa è stata frantumata a pezzi da uno sconosciuto. Il giorno seguente, gli attivisti hanno affisso al palazzo una nuova targa provvisoria. Ma la mattina successiva, anch’essa è stata distrutta. Da allora, la stessa storia si è ripetuta per ben 31 volte: ogni volta che una nuova targa compare sul muro al posto della precedente, degli sconosciuti la distruggono.
Oggi sul palazzo non c’è più alcuna targa commemorativa.
Durante gli anni della guerra e a causa del divieto pressoché totale di esprimere la propria opinione, la resistenza in Russia è cambiata molto. Ora assume forme strane e bizzarre. È ovvio che, in un paese dove una sola parola poco cauta può costare anni di carcere, le persone siano costrette a mascherarsi: modificano il linguaggio, celano i significati e ricorrono a gesti e allusioni. Ma anche per questo, ormai, si può finire in galera. Qualsiasi oggetto di uso quotidiano può diventare una fonte di pericolo, persino il telefono cellulare tenuto in mano. Anche una sola battuta, apparentemente innocua, scritta non in una chat pubblica, ma anche in una chat privata, può condurre una persona davanti al tribunale.
Allora non resta altro da fare che rimanere sempre vigili per la propria sicurezza: nell’ora di punta in metropolitana, in coda per una visita medica, e in qualsiasi altro luogo dove ci sono delle persone attorno. Se nelle immediate vicinanze si trova un potenziale informatore, che riesce a sbirciare lo schermo di un telefono e trasformare ciò che vede in un elemento di accusa, allora l’unica soluzione è quella di chiudersi in sé stessi, guardarsi bene attorno ed essere estremamente cauti nelle parole e nelle azioni.
La delazione è la nuova vecchia arma che torna in azione. Durante gli anni della guerra in Ucraina, il numero di questi casi è salito notevolmente. Le persone denunciano alle autorità vicini di casa, conoscenti e colleghi, riportando le loro parole, battute e i contenuti pubblicati sui social media.
Oggi questo sta diventando la norma nella vita dell’intera società che vive sul territorio della Federazione Russa. In un mondo dove l’onore e la dignità hanno ancora qualche valore, la delazione è considerata da sempre un’azione che lascia, quantomeno, una macchia sulla reputazione di chi la compie. Il paradosso, però, è che nella Russia odierna questo atto viene presentato come una forma di responsabilità civica. È come se la persona non tradisse il proprio vicino, ma stesse difendendo la patria.
Per chiunque sia costretto a vivere in condizioni del genere, giorno dopo giorno, il senso di paura diventa inevitabilmente un’abitudine, necessaria per la semplice sopravvivenza. Per precauzione, si nasconde lo schermo del telefono dagli occhi indiscreti, si cancellano i messaggi, si scelgono bene le parole, e ci si guarda attorno per vedere chi si trova nelle vicinanze. Di recente, la polizia della metropolitana di Mosca ha iniziato, a campione, a ispezionare i telefoni dei passeggeri all’ingresso delle stazioni. Ufficialmente, si tratta di verificare il corretto funzionamento dei dispositivi.
Ora, immaginate la situazione per un attimo: state entrando nella metropolitana, andate pure di fretta per i vostri impegni e improvvisamente venite circondati dagli agenti di polizia che chiedono di mostrare il telefono. Se proprio in questo momento, per una sfortunata coincidenza, sullo schermo compare una notifica con una frase che lo Stato considera criminale – ad esempio «La Russia sta bombardando l’Ucraina» – questo potrebbe essere un motivo sufficiente per avviare un’indagine.
Così, i confini tra la sfera privata e quella pubblica diventano sempre più labili. Le chat, le foto e la cronologia delle ricerche contenute in qualsiasi dispositivo mobile si trasformano in potenziali elementi di accusa davanti al tribunale. Prima o poi, le persone si adattano a vivere in questo modo, e a un occhio esterno ciò potrebbe sembrare una totale rinuncia alla resistenza. Quando lo Stato esercita pressioni dall’alto e le persone si spiano a vicenda, diventando di fatto un’estensione dello Stato stesso, allora il luogo dell’ultima battaglia si sposta nel mondo interiore dell’individuo. Ma lì, tutto è molto più complesso rispetto alla realtà esterna, dove a una parola o a una azione corrisponde una punizione.
Nota.
La scrittrice e giornalista russa Vera Politkovskaja (figlia di Anna) è la protagonista dell’incontro presso lo Stadio Palatino, salendo sul palco simbolicamente insieme con l’autrice ucraina Yaryna Grusha (il Festival – XXV edizione a cura di Silvia Barbagallo e Anna Voltaggio, con il tema «Sconfinare» – è promosso dall’Assessorato alla cultura e alla Memoria di Roma Capitale: www.culture.roma.it/festivaldelleletterature).
(il manifesto, 20 giugno 2026)
Questo articolo nasce da una rielaborazione dell’intervento tenuto nell’ambito del seminario Disarmare l’AI. Conversazione sull’enciclica di Papa Leone XIV, organizzato dalla Scuola critica del digitale del CRS il 10 giugno 2026.
Magnifica humanitas è la lettera enciclica di Papa Leone XIV, resa pubblica il 25 maggio 2026, “sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale”. Colloca la riflessione sull’intelligenza artificiale dentro l’orizzonte della Dottrina sociale della Chiesa e la mette in relazione con questioni che vanno dal paradigma tecnocratico alla cultura della guerra.
L’intelligenza artificiale, scrive l’enciclica, “è già ambiente in cui siamo immersi e potere con cui dobbiamo fare i conti” (§110). Se è così, la domanda riguarda ciò che ci accade quando le nostre parole, l’esperienza, le relazioni passano dentro dispositivi che le raccolgono e ce le restituiscono come risultato; quando l’esperienza viene separata dal corpo che la vive e dal tempo che l’ha fatta nascere. È a partire da queste domande che leggo la Magnifica humanitas.
L’enciclica riconosce che l’intelligenza artificiale non vive un’esperienza, non ha un corpo vissuto, non cresce nella relazione, non attraversa la gioia e il dolore, l’errore e il perdono. La sua potenza è calcolo e rielaborazione del già detto, è altro rispetto alla sapienza maturata nell’esperienza (§§98-99).
Riconosce anche che l’intelligenza artificiale non può essere considerata un semplice strumento. Quando è la tecnica a diventare criterio, è la tecnica stessa a stabilire che cosa ha valore e che cosa viene scartato (§§92-95). E dice apertamente che il potere dei dati, delle infrastrutture e del calcolo si concentra nelle mani di pochi attori privati transnazionali, producendo un’asimmetria epistemica, economica e politica che non può più essere taciuta (§§95; 108-109).
È proprio questa concentrazione di potere a togliere forza alla risposta morale e l’enciclica lo dice, non basta un’intelligenza artificiale più morale se la morale viene decisa da pochi (§107). La questione vera quindi si sposta dalle regole alla misura: chi decide che cosa viene riconosciuto come umano? Chi decide che cosa viene classificato come errore, rumore o scarto? Quali vite entrano nel calcolo e quali ne restano fuori?
C’è un’insistenza dell’enciclica sul non subire che mi interessa molto. Il testo diffida dalla posizione di chi osserva da lontano e spera che tutto vada per il meglio (§6). Nell’immagine di Neemia mostra invece un popolo che ricostruisce le mura di Gerusalemme pezzo per pezzo, dove ciascuno prende il proprio tratto di muro e lavora là dove si trova (§8). Più avanti, nella sezione Tutti possiamo fare la nostra parte, ricorda che nessuno è privo di responsabilità (§211). E l’immagine ritorna nelle pagine finali, dedicate al “cantiere del nostro tempo” (§§235-242).
Di questa immagine raccolgo la forza: non stare a guardare, non lasciare che altri decidano che cosa diventa il mondo, non consegnare la misura della nostra vita a chi possiede dati, infrastrutture e capacità di calcolo.
Resta però il che fare. Per l’enciclica si tratta di ricostruire la città, custodire l’umano, orientare la tecnica al bene comune, rendere l’IA abitabile (§§8-10; 110; 235). È un gesto costruttivo e riconciliante, fondato sulla dignità della persona (§§46-91), fino alla promessa di una città compiuta nella conclusione (§§229-245).
Qui però non seguo fino in fondo l’enciclica. Non mi basta regolare la macchina, né integrarla nell’umano. Si tratta piuttosto di starci dentro come ciò che la macchina non integra. La differenza non coincide con ciò che entra nel dataset; sta nella pratica che legge, corregge, rifiuta, interrompe, e fa valere la genealogia nel campo in cui la macchina tende all’equivalenza. Quello che vorrei portare è vivo, sessuato, in relazione, e proprio per questo non si lascia ridurre a dato o variabile da includere. È la pratica dell’estraneità dentro l’intelligenza artificiale. Luisa Muraro l’ha detto così, “lo strumento sei tu”, vuol dire che non c’è uno strumento neutro da usare rimanendo intatte. Si può fare qualcosa di vivo solo restando il corpo che la macchina non addomestica. E chi interviene è anche chi, all’occorrenza, ferma la macchina di nascosto. Penso alle operaie alla pressa, raccontate nel numero di Via Dogana sul tempo. Conoscevano la macchina così bene da saperla fermare senza farsi scoprire, perché i manutentori non trovassero il guasto. È il sapere politico del fare e del disfare, un modo di fare di necessità libertà.
Anche la richiesta di disarmare l’IA, per me, assume un senso più ampio. Nell’enciclica disarmare significa togliere l’intelligenza artificiale dalla logica della guerra, della competizione armata, della potenza tecnica che pretende di governare il mondo (§§110; 186-200). È un passo essenziale, ma per me disarmare l’IA riguarda anche il potere della macchina di definire la realtà in cui devo stare, di prendere la nostra esperienza come materia prima. Si tratta allora di impedire che la parola venga separata dalla relazione che l’ha generata, che il corpo venga neutralizzato, che la differenza venga tradotta in informazione.
C’è poi il tempo, e qui di nuovo l’enciclica dice cose importanti. Critica la cultura dell’immediatezza, dell’iperstimolazione, della perdita di attenzione, e arriva a parlare della necessità di un digiuno dall’intelligenza artificiale, di un’igiene dell’attenzione, di una capacità educativa che insegni anche quando non usare la macchina (§§139-147). Si impara così a sottrarsi, a lasciare spazio a un pensiero che non arriva subito (§§139-147).
Però l’enciclica orienta il tempo verso una promessa di compimento e la affida a immagini come il Crocifisso Risorto, il granello di senape (§§210-211), il Magnificat, il Verbo fatto carne, il cantiere del Regno che viene (§§229-245). Per me il tempo non ha bisogno di chiudersi per avere senso, perché trova la sua misura nel fare, nel disfare, nel riprendere, nel tenere insieme cose che non promettono un compimento.
Il non subire, la critica del potere e la difesa del tempo sono elementi potenti dell’enciclica. Ma il suo orizzonte resta quello della custodia della persona umana universale. La mia misura invece parte da un soggetto sessuato, che viene da una genealogia e da un debito con la madre e il cui tempo non si compie.
Per me, allora, non si tratta di stare fuori, né di subire, né di adattarsi. Si tratta di entrare là dove la macchina cattura la nostra esperienza e di restare lì come ciò che non si lascia catturare del tutto. Come? Tenere aperta la differenza. Impedire che l’ambiente tecnologico diventi tutto il mondo. Disarmare la macchina perché non sia lei a decidere chi siamo.
Questo articolo nasce da una rielaborazione dell’intervento tenuto nell’ambito del seminario Disarmare l’AI. Conversazione sull’enciclica di Papa Leone XIV, organizzato dalla Scuola critica del digitale del CRS il 10 giugno 2026.
Saluti di amiche durante la cerimonia funebre, lunedì 15 giugno 2026 ore 15 alla Libreria delle donne
Chissà se Luisa preferirebbe il silenzio in questo momento. Ma noi dell’Ordine della Sororità il grazie glielo vogliamo proprio dire, con poche parole solo per esprimere la nostra riconoscenza.
Grazie per il suo legame di amicizia con Ivana Ceresa che ha dato una spinta alla nascita dell’Ordine della Sororità.
Grazie per esserci stata vicina dopo la morte di Ivana con la sua sapienza e il suo affetto che ci hanno sostenute e incoraggiate. Possiamo dire con l’intelligenza dell’amore.
Grazie per i suoi scritti, per il permesso che ci ha dato di inserire parte del suo testo Come quando si accende la luce, negli Atti del Convegno su Romana Guarnieri dell’ottobre 2022, dove suggerisce la schivata per andare altrove, per muoverci su un altro piano imparando a vedere dentro, ad andare in profondità per creare armonia tra ciò che sentiamo, viviamo e le parole che diciamo.
Grazie dell’immagine che ci ha lasciata della scrittura come cammino sull’orlo di un pozzo, nella cui profondità possiamo immergere sguardo e cuore in una specie di buco, che lei chiama niente, mancanza, abisso che infinitamente chiama e fa nascere essere e amore senza fine.
Grazie per il suo amore per le mistiche che ci ha fatto conoscere, aprendo tra visibile e invisibile un orizzonte inesauribile nella gioia e nell’amore per la libertà femminile.
Rita, Martina, Raffaella
Personalità geniale e imprevedibile. Comincio da qui, cara Luisa.
Non sopportavi il telefono. Ma ci scrivevamo email lunghissime, perché scrivere per te era il modo di esserci davvero. «Io sono una che scrive sempre», dicevi. Hai cercato per tutta la vita le condizioni per poter pensare e scrivere e le hai trovate nella pratica politica delle donne, la forma che finalmente te lo permetteva. Scrivere era il tuo modo di rendere dicibile il vero.
Bastava chiederti «come stai?» e scattava l’invettiva: non reggevi niente di convenzionale, niente di finto. Le presentazioni di libri, i complimenti di circostanza, le verità mai dette e il veleno versato dietro le spalle, tutto questo ti era insopportabile.
Ed eri una mente fuori misura. Qui, di solito, comincia la lista dei complimenti. Ma tu i complimenti li detestavi, e allora ti dico solo questo, senza salamelecchi: geniale lo eri davvero.
Avevi l’autorità della maestra, eppure ascoltavi più di chiunque altro. Soprattutto le creature piccole, quelle che le convenzioni avevano sfiorato appena. «La scuola le rovina», dicevi.
Eri un’antenna. Coglievi verità soggettive ancora abbozzate, le tiravi fuori, facevi precisione dentro l’anima, anche nella mia, e le restituivi come esperienza in cui tutte potevano riconoscersi.
Hai visto arrivare prima di molti cose ancora invisibili: la fine del patriarcato, l’intelligenza artificiale generativa. Le percepivi nel corpo sociale, nelle trasformazioni della civiltà, e le mettevi a fuoco nello scambio serrato e ininterrotto con Lia Cigarini, tua compagna di vita e di politica.
Ora l’hai raggiunta. E voi due restate custodite dentro di noi: ci fate forza, e tanta bellezza.
Laura Colombo
Luisa Muraro mi ha sempre incoraggiata da quando ho avuto la fortuna di incontrarla a Parma, grazie alle amiche della Biblioteca delle donne. Mi ha dato non solo coraggio ma ispirazione e parole giuste, sostenendomi in tutte le imprese della Libreria cui attivamente partecipavo e partecipo, Via Dogana, il Circolo della rosa, il sito ecc. E anche devo dire nelle mie imprese di lavoro, quando organizzavo con le mie allieve e allievi gli scambi culturali con le scuole russe di Pietroburgo; avventure in cui mi sono gettata durante gli anni di insegnamento nei licei di Milano. Anni entusiasmanti, dalla fine del secolo scorso e ai primi del 2000, il periodo della perestrojka, una finestra di grandi speranze per l’Europa orientale. Di questo ho raccontato in alcuni numeri di Via Dogana cartacea. Con le sue pubblicazioni e ricerche, in particolare La Signora del gioco e Guglielma e Maifreda, e su Margherita Porete, Lo specchio delle anime semplici, ha nutrito e indirizzato il mio amore per la storia, confluito in seguito nella Comunità di storia vivente, pratica nata in Libreria da un’idea di Marirì Martinengo. Luisa pur con alcune critiche ha apprezzato e approvato, definendola una novità storiografica nei suoi scritti (8 marzo 2013, Ci sono novità nella ricerca storica http://www.libreriadelledonne.it/ci-sono-novità-nella-ricerca-storica) Come mostra lo scambio epistolare con Marirì su alcune sue obiezioni. Mi ha insegnato a usare la sua autorità, espressione che io in un primo momento non compresi, ma che una volta capita ha illuminato la mia strada. E per questo resta per me un esempio memorabile. Una fonte sorgiva di sapere per tutti e di tutti i tempi.
Laura Minguzzi
Luisa era sempre presente in Libreria, lavorava moltissimo e quando le si chiedeva qualcosa, un consiglio o la revisione di un testo, lei c’era. Il suo, però, non era un dover essere, perché nel suo operare era intrecciata la relazione e in questa tessitura Luisa trovava il suo piacere per cui il lavoro non le pesava. A volte trovava anche il dispiacere, quando le cose andavano male.
Luisa era intensamente relazionale. Sentiva l’altra (l’altro) in profondità e si relazionava con un’attenzione che definiva “interessata”. Ricordo la sera in cui al Circolo della Rosa è arrivata, assieme a Serena Sartori, Odile Sankara a chiederci di collaborare con la sua associazione Talents de femmes per un concorso di scrittura per le studentesse delle scuole superiori del Burkina Faso. Quando Odile è andata via, Luisa ha esclamato: “È una regina!”. Ecco c’era già tutto: la relazione profonda era partita e per anni abbiamo seguito questo progetto e Luisa stessa è andata a Ouagadougou a consegnare i premi alle studentesse vincitrici.
L’attenzione di Luisa era “interessata” alla libertà dell’altra, anche della studentessa burkinabè, e si adoperava perché prendesse la parola, perché con la scrittura desse senso alla propria esperienza.
Luisa nel suo operare faceva brillare qualcosa di quella civiltà differente che desiderava. Ricordo che quando morì mia madre tragicamente, appena tornata da Roma andai in Libreria per la riunione della comunità Ipazia e Luisa, a metà riunione, mi chiese di parlare di mia madre, di ricordarla con loro perché – disse – facevamo politica delle donne, stavamo costruendo società femminile e non si poteva ignorare una cosa così importante come la morte di una madre.
Luisa con me è stata generosissima. Quando nel 2009 mi sono ammalata, per 10 anni, fino al tempo del Covid, è venuta a trovarmi ogni settimana, al mercoledì, prendendo un tram per andare in Duomo, la metro per Marelli e un autobus di Sesto che la portava a casa mia. Vedevamo un film e poi prendevamo un aperitivo. Era un “cinema casalingo” di grande pregio: le videocassette ci venivano fornite da Nilde, del gruppo cinema della Libreria e da Luca Bigazzi, noto nel mondo del cinema a cui arrivavano in anteprima tutte le novità.
Al convegno dell’anno scorso, Come quando si accende la luce, l’ho definita oltre che maestra, un’amica geniale e così io la sento. Sono stata molto fortunata a incontrarla perché ha illuminato la mia vita e l’ha resa più bella e interessante da vivere. Gliene sono immensamente grata.
Ciao Luisa.
Vita Cosentino
(www.libreriadelledonne.it, 20 giugno 2026)
Sabato e domenica 13/14 giugno in Svizzera sono state le giornate dedicate allo sciopero femminista. In diverse città svizzere si sono tenute manifestazioni contro la discriminazione salariale, la violenza maschile contro le donne e le molestie. Domenica, a Berna, Basilea, Zurigo e Lucerna migliaia di partecipanti, vestite con magliette viola, hanno protestato in particolare contro i femminicidi e varie forme di dominio patriarcale. Hanno inoltre rivendicato salari più elevati, redditi migliori e più equilibrio tra lavoro e vita privata. Migliaia di persone erano già scese in piazza sabato a Losanna e a Neuchâtel con analoghe rivendicazioni.
(La redazione del sito)
Donne, donne ovunque. Alle manifestazioni femministe del 13 e 14 giugno a Losanna e a Ginevra abbiamo visto madri, nonne, cugine, zie, amiche e bambini di ogni età. Uomini pochi, come sempre. Qualcuno c’era, certo. Altri sono rimasti a casa a badare ai bambini, un modo anche quello per sostenere la protesta. La maggior parte era in giardino, davanti alla televisione o in palestra.
La rivoluzione femminista innescata quasi dieci anni fa dal movimento #MeToo è avvenuta grazie alle donne. Hanno decostruito i discorsi dominanti, pubblicato opere di divulgazione sulle questioni di genere, manifestato, realizzato podcast e contenuti sui social network per spiegare, precisare, contestualizzare, mobilitare.
Se le violenze sessuali nei confronti di donne e bambini, così come i femminicidi, sono oggi sempre in primo piano tra i fatti di attualità, lo dobbiamo a questo lavoro di base svolto dalle attiviste, ciascuna secondo le proprie forze. E quel lavoro è ormai penetrato nella quotidianità. Nelle cucine, nelle camere da letto, nelle aziende, nello spazio pubblico, il concetto di parità regna sovrano, con buona pace degli spiriti più reazionari. E allora perché sono così rari gli uomini che partecipano a questa lotta?
Eppure sono coinvolti direttamente: in Svizzera sono il 90 per cento dei condannati per reati sessuali. Alcuni ne sono consapevoli, ma non si sentono autorizzati a parlare in nome delle vittime. Altri condannano le azioni individuali, senza capire che la violenza è il prodotto di una società patriarcale da cui traggono vantaggio anche loro. Signori, il risultato della vostra inerzia è che ancora una volta sono le donne a battersi al posto vostro e al loro carico fisico e mentale si aggiunge il dovere della militanza, di cui avrebbero fatto volentieri a meno. Il minimo sarebbe ringraziarle.
(Internazionale, 19 giugno 2026)
Ero così triste per la morte di Luisa Muraro che non sono proprio riuscito a prendere la parola durante la cerimonia funebre celebrata in Libreria delle donne, lunedì scorso. Ascoltando le testimonianze e i ricordi raccontati da quelle che hanno parlato, sentivo la mia memoria come svuotata. Affioravano in me immagini e parole di Luisa, ma come prive di consistenza. Un solo pensiero continuava ad imporsi: Luisa non c’è più. E la realtà, presente e passata, colava via.
A un certo punto, però, sono rimasto impigliato in un ricordo di tanti anni fa. Luisa era stata invitata a un festival a Reggio Emilia e aveva chiesto che fossi io a presentarla nella piazza dove doveva intervenire. Qualche giorno prima, usando un tono scherzoso per mascherare la mia preoccupazione, le dissi: “È un po’ strano doverti introdurre. A meno di non dire: è con noi Luisa Muraro, che non ha certo bisogno di presentazioni!”. Con quel suo tono serio che spesso nascondeva l’ironia, mi rispose: “No, no, mi devi presentare come Dio comanda!”. Questa battuta mi liberò dalle esitazioni e mi mise al lavoro. Non era stato pubblicato da molto Al mercato della felicità, dove Muraro riprende la figura elaborata da George Eliot delle “sante Terese fondatrici di nulla” e la sviluppa in modo così meraviglioso da porla all’altezza delle più indimenticabili figure della Fenomenologia dello spirito, come la coscienza infelice. Mi riallacciai a quelle pagine per dire che invece Luisa, oltre che una filosofa, è stata una fondatrice. È riuscita ad esserlo molte volte. Vita Cosentino lo ha raccontato benissimo nel suo contributo al volume, appena uscito: Come quando si accende una luce. Pensare con Luisa Muraro. Quel giorno a Reggio, cercai di ragionare sul perché questo atto, in cui si dà vita a qualcosa che possa durare, sia oggi così difficile da apparire quasi favoloso.
Lunedì scorso, anche questo discorso sulle fondazioni, che Luisa aveva tanto apprezzato, mi si è sgretolato tra le mani, corroso dalla tristezza. Mi è venuta in mente quell’osso di seppia in cui Montale scrive del momento “che rovina l’opera lenta di mesi” e in cui “chi ha edificato sente la sua condanna”. Di nuovo le tenebre.
Ma allora perché tutto quell’episodio mi si è ripresentato alla mente? Nascondeva un bandolo che potevo tirare? Chissà come faceva Luisa a trovare sempre il filo giusto! Forse i suoi occhi lo vedevano luccicare. L’unico bagliore che lunedì ho intravisto in quell’episodio era nella formula: “Come Dio comanda”. De profundis, invocavo una parola efficace. Una parola che sapesse misurarsi con quel “non c’è più”, senza edulcorarlo, ma senza neppure darne per scontato il significato. Questo tipo di parole, le parole della spiritualità, che sono simboliche in un senso più intenso di quello per cui lo è qualunque parola, Muraro le sapeva ascoltare. E poi le sapeva far ascoltare. Non smetterò mai di ammirarla per questo: il coraggio e la lucidità con cui ha capito, non già che la materia non basta, ma che per tenersi veramente vicini alle radici terrestri e corporee della vita singolare e collettiva, compreso il mondo del lavoro, occorreva smettere di privarsi delle parole custodite dalla religione, intesa nel senso più ampio, che arriva fino alla mistica. Nel far questo, si confrontava con niente di meno che l’eredità della modernità: non per rifiutarla, ma per ricontrattarla. È stata la sua grande scoperta, lo dice lei stessa: a un certo punto ha capito di poter usare la mistica femminile, che sapeva riconoscere anche al di fuori delle autrici canoniche, per dare alla libertà (innanzitutto femminile, ma senza escludere gli uomini), una profondità letteralmente impensabile entro l’orizzonte della ragione moderna e dunque entro le pratiche istituite da quella ragione, comprese quelle politiche. È iniziato così quel suo lavoro per rendere Dio dicibile in lingua materna. Non un lavoro di invenzione linguistica, ma di ascolto di parole che spesso ci raggiungono chiuse e che lei sapeva aprire per mostrarcene la ricchezza segreta. Non era un’esegesi la sua, né scientifica, anche se sapeva servirsi dei protocolli della scienza, né teologico-confessionale. Era una lettura in risonanza con l’esperienza, ma con l’esperienza di un’anima grande. E così quelle parole tornavano alla vita, si rinnovavano. Apparivano le parole giuste per cogliere i nodi e i movimenti più nascosti della realtà e delle soggettività.
Sono ancora tanto triste per la morte di Luisa. Mi piange il cuore. Parlare della grandezza di quello che ha fatto mi consola, ma poi ricado nel dolore. Però, lunedì, verso la fine della cerimonia, Clara Jourdan ha raccontato che una sera di qualche anno fa, mentre tornavano in auto da Verona a Milano, con altre amiche che facevano parte di un coro, Luisa ha proposto di cantare insieme l’inno Veni Creator Spiritus. Con l’immaginazione, entro anche io in quella macchina. Un’ultima volta con Luisa, che sapeva ascoltare lo spirito.
(www.libreriadelledonne.it, 19 giugno 2026)
«Toccare la mano dell’altro, soprattutto con i palmi che si toccano, non significa forse gettare un ponte tra il sensibile e il trascendentale? Non c’è ancora una forma, ma un contatto sensibile che apre alla comunicazione, cioè una sorta di parola prima di qualsiasi linguaggio articolato.»
(Luce Irigaray, The Mediation of Touch)
Assorta nella contemplazione dell’oscurità che la circonda, la protagonista cieca di Guida per morire con le piante medicinali (di Atieh Attarzadeh, Polidoro 2026) si interroga sul significato del “risvegliarsi”, sulla linea «di separazione tra il mondo del sonno e quello della veglia», giungendo alla consapevolezza che, a restituirla al mondo, sono le sensazioni tattili. Finché un tocco non arriva a infrangere l’isolamento mentale del sogno o del pensiero, non siamo interamente presenti, e incerto è il confine tra i mondi: se la presenza è «corpo in fiamme», è «vene», «nervi», «tendini», è «sanguinare», essa diventa reale in virtù di un contatto senza il quale continuiamo, in un certo senso, a “dormire”. Sembrano echeggiare, nel racconto di Atieh Attarzadeh, le parole di Luce Irigaray per cui il senso che schiude ad un incontro reale con il mondo, ad una connessione intima con l’Altro, è il tatto e non la vista. Attorno al primato di quest’ultima, si è costruita invece la concezione occidentale del nostro rapporto con la realtà, configurandosi come distanza dall’altro, come supremazia e possesso di un oggetto fuori da sé. Il tatto, diversamente, mette in crisi il miraggio di questa sovranità: chi tocca a sua volta viene toccato in una relazione di reciprocità che significa esposizione e perdita di controllo. E’ contro i rischi di questo perturbamento, e in nome della rassicurazione che nasce dalla distanza, che il nostro pensiero si è consacrato alla tecnica come promessa di riparo dalla vulnerabilità.
Come opera di una metafisica orientata all’isolamento, la tecnica occidentale non nasce per accompagnare l’umano, per facilitare la vita, ma per interporsi, per distanziare, per scongiurare i rischi dell’incontro con l’altro. Così facendo, però, il problema della convivenza umana viene soltanto aggirato, differito, tradotto in funzione. E ciò che non si lascia tradurre, il desiderio, la paura, l’ambivalenza, ritorna sotto forma di una sofferenza psichica accresciuta perché evitata e rimossa: non si può vivere felicemente sotto l’anestesia della distanza. L’esperienza della pandemia lo ha reso brutalmente evidente: la cosiddetta skin hunger, la fame di pelle, ha mostrato che i sistemi di comunicazione audio-video non sopperiscono al calore del contatto: molti anziani, rinchiusi nelle rsa, hanno patito un irreversibile declino cognitivo, a riprova che il corpo non può essere schermato senza perdita. I tentativi di alcuni scienziati di digitalizzare il tatto attraverso dispositivi indossabili per simulare il calore di un tocco mentre falliscono nelle loro intenzioni dimostrano che il nostro pensiero si inaridisce immancabilmente attorno alla tecnica come risposta. Ciò che viene silenziosamente presa di mira è la sfida della comunione umana che richiederebbe altri immaginari, forme nuove di creatività politica e sociale che, invece, vengono soffocate nel totalitarismo del progresso tecnico.
Particolarmente eloquente è stato anche, in questi anni di crescente pervasività tecnologica, e di conseguente accresciuta ossessione nei confronti della “sicurezza” come separazione dall’altro, l’aumento dei disturbi psichici tra gli adolescenti la cui vita si è in parte, significativamente, trasferita nel mondo digitale delle relazioni senza corpo. Definibile come un luogo virtuale dove i ragazzi costruiscono la propria socialità e strutturano la propria identità, il mondo digitale rappresenta uno di quegli «ambienti sostitutivi di vita» (istituzioni, spazi sociali artificiali) che, secondo Irigaray, nascono dal tentativo di compensare la povertà relazionale a cui ci condanna l’edificazione cartesiana del mondo. Il malessere psicologico che ne deriva è la spia più evidente del fallimento di questo tentativo di sostituzione: a mancarci è la prossimità, le connessioni tattili, l’essere realmente presenti oltre la soglia del sonno, oltre le difese del solipsismo del pensiero.
Se è a partire dalle sensazioni tattili che possiamo percepire la nostra presenza nel mondo risvegliandoci, rinunciare, anche soltanto parzialmente, alle relazioni che implicano la vicinanza dei corpi comporta un assopimento, un ottundimento della coscienza che aiuta a spiegare l’origine di molte forme di sofferenza psichica. La fuga nel torpore della vita digitale è «la reazione logica ai forsennati attacchi sferrati dall’epoca in cui viviamo» (Kae Tempest, Connessioni), ma questo esodo dal “sentire” non può costituirsi come disposizione esistenziale duratura. A dover essere ripensata, per guarire gli squilibri dell’ipnosi tecnologica, è l’intersoggettività: nelle mani che si cercano, nel «restituire all’altro la propria pelle» (Irigaray) potremmo forse scoprire che, solamente senza difese, possiamo accedere all’incanto della trascendenza, a un toccarsi che ci ridesti dalle nostre vite dormienti.
(L’imprevista, 19 giugno 2026)
È morta la filosofa e femminista storica, fondatrice della Libreria delle donne. Il ricordo di una sua cara amica

«L’obiezione e l’inganno vengono con l’auto-moderazione: che ci accontentiamo di poco. L’inganno comincia quando cominciamo a sottovalutare l’enormità dei nostri bisogni e ci mettiamo a pensare che bisogna commisurarli alle nostre forze, che sono naturalmente limitate. O quando il criterio di realtà diventa la coincidenza con un già detto, un già stabilito, un già desiderato da altri, che sempre meno si sa chi sono. Allora, conformandoci a verità di cui non sappiamo niente, e a desideri finti come quelli della pubblicità, prendendo come traguardi dei risultati qualsiasi, non facciamo più i nostri veri interessi, non facciamo più quello che ci interessa veramente, non cerchiamo più la nostra convenienza. A dire il vero, siamo sempre dietro a cercarla, non possiamo farne a meno (per fortuna), ma, forse per paura dei colpi di gioia, forse per una – umana e scusabile – paura di soffrire, ci accontentiamo di poco. In pratica, finisce che fatichiamo di più per guadagnare meno».
Come si fa a vivere?
Così scrive Luisa Muraro, morta appena qualche giorno fa, il 13 giugno, in uno dei suoi testi più significativi Il Dio delle donne (Mondadori 2003, pp. 31-32). E questo passo mi pare dica già molto di chi è stata: una donna capace di guardare con lucidità e compassione il mondo dentro al quale stiamo, che, con i suoi continui assalti, con la sua miseria sempre più palpabile, ci obbliga a una domanda urgente: come si fa a vivere?
Non domandarci la formula che mondi possa aprirti /sì qualche storta sillaba e secca come un ramo. /Codesto solo oggi possiamo dirti, /ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.
Così scrive Montale in Non chiederci la parola. Da una parte, anche Luisa Muraro, nei suoi scritti, dice ciò che non siamo, ciò che non vogliamo; dall’altra, però, suggerisce una strada possibile: l’attenzione all’enormità dei nostri bisogni, il non sistemarsi e conformarsi agli schemi del mondo.
Luisa Muraro è stata una pensatrice nel senso pieno della parola: è partita a riflettere sulla differenza sessuale ed è arrivata a mettere a tema il compito della donna e il contributo che la donna può portare in un mondo che pensa prevalentemente al maschile. Ma è arrivata a scrivere anche libri come Il Dio delle donne o Il posto vuoto di Dio: «Non mettere mai un uomo al posto di Dio», scrive lì. «Non credi in Dio? Non importa, neanch’io ci credo, però il posto vuoto glielo devi lasciare, deve restare vuoto. Che cosa significa il posto vuoto? Significa tutto quello che in me sporge su niente, tutto quello che in me non si basta, tutto quello che in me è bisognoso di…, tutto quello che in me piange e piangerà fino all’ultimo».
Ascoltare con pazienza
Ho incontrato Luisa molti anni fa e subito ci siamo riconosciute. Perché la sua posizione di fronte alla vita è simile alla mia, e a quella che anima il mio partecipare al centro culturale. Nacque così l’idea del primo incontro pubblico con lei, insieme al filosofo Costantino Esposito e a Vanda Tommasi della Comunità Filosofica Diotima, la comunità a cui Luisa aveva dato vita con alcune amiche nel 1983, perché per lei da sempre il pensiero aveva una sorgente comunionale.
Poi vennero altri incontri pubblici, e da lì è nato un dialogo che è continuato a casa sua e in alcune visite di Luisa nella sede del Centro in Largo dei Servi, allora appena inaugurata, che lei volle visitare da sola, molto contenta per questo approdo fisico. Qui tra l’altro venne spesso ad ascoltare il lungo ciclo dedicato ad Alessandro Manzoni, autore e personalità che amava molto – anche perché amava molto Milano, che considerava la sua città di adozione.
Da questi dialoghi nacque anche un’importante – e coraggiosa, se pensiamo al mondo di sinistra a cui apparteneva – intervista al mensile Tracce di Comunione e Liberazione. Si dialogava tra noi sui temi di attualità, della fecondazione artificiale, dell’uso del corpo per i “desideri”. Di tanto in tanto ci avvertiva che non tutte le compagne di viaggio della Libreria delle donne – che lei aveva fondato nel 1974 insieme a Lia Cigarini (morta un mese fa), uno dei luoghi “storici” del femminismo italiano – vedevano di buon occhio la sua frequentazione con noi; ma aggiungeva sempre che “non bisogna avere fretta ma ascoltare con pazienza”.
L’urgenza di una coscienza di quel che siamo
Le corrispondenze tra noi e lei però non riguardavano la politica, ma l’urgenza di una coscienza di quello che siamo, come uomini e come donne, dentro un tempo di grande confusione circa cosa sia irrinunciabile nell’essere umano. In un momento in cui il mercato della biotecnologia trasformava le identità in produzione tecnica e il corpo in merce, nel dialogo con lei emergevano sempre alcuni punti inviolabili, fondamenta intoccabili per formulare senza dover operare esclusioni un pensiero su ciò che è umano e giusto. E qui riemergeva con forza la sua formazione universitaria, alla Cattolica di Milano, dove era stata allieva di Gustavo Bontadini e aveva seguito con interesse i corsi di don Luigi Giussani.
Per concludere questo sommario ma commosso ricordo di Luisa, riporto qualche battuta di un incontro del 2009, in occasione della pubblicazione del suo libro Al mercato della felicità.
«In questo tempo ci sono cose elementari che bisogna pensare ex novo, perché è un tempo di grande trambusto, di grande incertezza. È un periodo di grande gestazione perché è finita la modernità. Quel triste nome “postmoderno” non mi piace e non lo uso, però certo la modernità è finita. È stato un crollo, lo dice bene una filosofa un po’ amica, R. Decovic: “Il muro di Berlino non è caduto solo dalla parte dell’Est, ma anche dalla parte dell’Occidente”.»

Pensare la natura desiderante e infinita della nostra vita
«Allora bisogna ripensare tutto radicalmente. La mia passione politica è stata giovanile, non proprio dell’ultima ora. Volevo scrivere questo libro per far sentire amore per la politica. [Flora] ha detto in sostanza che il desiderio illumina il nostro sguardo verso gli altri e verso il mondo. È il desiderio, è l’essere desideranti che fa luce sul mondo, per vederlo non come qualcosa che ci schiaccia, ma come un nido di possibilità. Questa è l’importanza del desiderio in questo momento: dobbiamo essere desideranti. Flora ha trovato anche un passo in cui si dice che il desiderio ce l’ho io e ce l’hanno anche gli altri, quindi il desiderio ci accomuna: la comunanza dei desideri. Quest’aspetto del desiderare insieme non l’avevo pensato, ma bisogna certamente pensarlo, perché in effetti esistono queste concomitanze di desideri. Lì c’è qualcosa che bisogna che diventi amore».
Grazie Luisa, per la tua amicizia e per l’aiuto che ci hai dato a pensare la natura desiderante e infinita della nostra vita.
(https://www.centroculturaledimilano.it/luisa-muraro-nelle-concomitanze-di-desideri-ce-qualcosa-che-bisogna-che-diventi-amore/, 19 giugno 2026)
Luisa Muraro 13 giugno. Mi capitava spesso di sentirmi spostata dal luminoso e generoso pensiero di Luisa. Io ero qua ed era come se lei mi trasportasse fisicamente là, un po’ più in là, un po’ più in alto, “oltre”. Luisa nemica di ogni approssimazione, debolezza, banalità. In questi casi il suo dissenso era inesorabile. Luisa non ha voluto compiere gli anni domenica 14 giugno. Mi piace ricordarla con le sue parole forti in un incontro tra amiche, “se Dio c’è si presenti”. Chissà che non sia così. Perché non posso pensare a una morte nel caso di Luisa, ma un andare “oltre”. Dove non so. Ma qui sulla terra nostra, penso e spero che la Libreria mandi avanti con tenacia e come può il suo ineguagliabile lavoro. Sapendo come diceva Luisa che talvolta nella relazione si può non essere d’accordo. Stefania Giannotti
Un’altra donna che ha cambiato la mia vita lascia questa terra. Una vera maestra del pensiero e dell’anima. Colei che, tra migliaia di idee, colpi di genialità, svolte epocali, rimproveri epici, ironia pungente, pensieri illuminati, ci ha regalato e mi ha regalato il Dio delle donne, quel dio che a volte capita quando trova il pertugio nel cuore delle anime semplici, quelle che ascoltano e parlano in lingua materna. La Tua lingua carissima Luisa, la lingua della libertà femminile che hai vissuto, proclamato e onorato fino all’ultimo respiro. Grazie, a te devo la felicità di essere una donna… e una donna femminista! Grazia Villa
Indimenticabile. Luisa Muraro vive. Da questo fondo occorre, presto, risalire. Onorandola. Redenta di Mirano
Con Luisa ho avuto e ho una relazione molto profonda. Abbiamo anche tanto litigato. Ci siamo portate dentro fino a toccarci l’anima e l’interiorità. Abbiamo comunicato e vissuto momenti di “sempre eterno”. Lei, nella storia della nostra amicizia, con il suo Continuum Materno mi ha restituito, di mia madre Emilia, la PAROLA VERA e mi ha confermata per mettermi al mondo quella e come desideravo e desidero esserci davvero. Saremo sempre insieme con tutte-i Quelle-i che ci hanno voluto e ci vogliono bene e credono nella libertà e nell’amore. Adriana Sbrogiò
A tutte voi, con dolore che condivido profondamente, vorrei inviare le mie più sentite condoglianze per la morte di Luisa Muraro. Questa perdita è incalcolabile e ci lascia tutte di nuovo senza parole, dopo quella così recente e dolorosa di Lia Cigarini. Ascoltai per la prima volta Luisa Muraro a Modena quarant’anni fa e il suo pensiero ha acceso una luce che non si spegnerà mai. Vi sono vicina in spirito e vi abbraccio, unendo alle vostre anche le mie lacrime. Patrizia Baroni
Non sono su facebook e non posso lasciare un commento lì. Ma condivido il vostro dolore; Luisa è stata una maestra e le volevo molto bene. Ci resta il suo pensiero, e non è poco. Paola Bono
Os saludo con mucho afecto y me uno a vosotras en el sentimiento de pérdida y al tiempo de privilegio por haber leído, escuchado y aprendido tantísimo de la maravillosa Luisa Muraro. Gloria Isabel Serrato Azat
Come posso trovare le parole per un evento che mi sconvolge così profondamente? Luisa Muraro, nostra autrice, il cui pensiero è stato l’impulso all’origine dell’esistenza stessa della Casa Editrice Christel Göttert, è morta. Da importante filosofa qual era, negli ultimi cinquant’anni ha fatto sgorgare una fonte a cui il pensiero delle donne si è abbeverato in modo determinante e le cui acque continueranno a fluire abbondantemente in futuro. Con l’elaborazione dell’ordine simbolico della madre, ha spalancato porte a un pensiero di straordinaria portata. Le vie della libertà femminile hanno ampliato il loro orizzonte rimuovendo gli ostacoli derivanti dall’adattamento alla visione maschile del mondo. Ciò rende possibile, per noi e per le future generazioni di donne e uomini, superare il dominio del patriarcato. Con profonda gratitudine per aver potuto contribuire alla diffusione degli insegnamenti di Luisa Muraro in Germania, diamo l’addio a una grande pensatrice, a una donna unica, sulle cui tracce desideriamo continuare a camminare con grande rispetto per l’opera della sua vita, anche attraverso la traduzione di un altro suo lavoro. Le intuizioni filosofiche che ci ha lasciato, caratterizzate da una grande lungimiranza, dovranno ancora essere esplorate in tutta la loro ampiezza. Appartengono al patrimonio della teoria e della pratica filosofica orientata ai valori come fondamento dell’agire umano. Christel Göttert
(Ndr: La casa editrice Christel Göttert Verlag di Rüsselsheim ha pubblicato le traduzioni tedesche di: L’ordine simbolico della madre, La folla nel cuore, Dio è violent, Non si può insegnare tutto. La pubblicazione di Esserci davvero è prevista entro breve.)
Esserci davvero a cura di Clara Jourdan per “I quaderni di via Dogana” è una delle intervisterilasciate da Luisa Muraro. Oggi sembra che non sia vero perché Luisa non c’è più, ma non bisogna crederci. Lei c’è e ci sarà sempre e davvero per me e per tutte coloro che si sono nutrite dei suoi insegnamenti, ciao Luisa. Ombretta De Biase
Luisa Muraro era per me una garanzia d’essere nel giusto. Se apprezzava quanto dicevo ero sicura, se obiettava immediatamente: con due parole chiarissime, ci ripensavo. Ricordo rispetto al fare gravidanze per altri, disse: “Non ci hai pensato”, e cambiò argomento. Invece “io sono io”, per me continua ad essere un sentimento che precede l’essere donna. Quel suo privilegiare: “io sono una donna” mi sembrava una scelta spietata, di combattimento. Ma forse lo era per generosità, perché era una persona molto generosa. Credo di doverle il posto nel concorso per ricercatrice a Milano quando deviò repentinamente per concorrere a Verona. La conobbi un fine estate a Milazzo, nel Settanta, eravamo ospiti di Lia Cigarini e dormivo in stanza con lei. Non mi svegliava con intenzione ma alle sette e mezza si alzava, apriva la finestra, rifaceva il letto e puliva la stanza. Non poteva tergiversare. È stata sempre molto amichevole, con Lia abbiamo fatto tante vacanze, frequentava con interesse anche il mio compagno, sono stata molto fortunata. Era una ragazza estremamente carina, a Carloforte passeggiava con l’ombrellino per ripararsi dal sole con quella pelle chiara e i colori tenui del suo viso, una freschezza dello sguardo, una estrema sincerità. Antonella Nappi
Luisa Muraro mi insegna che la politica è un lavoro di condivisione di tutta la libertà che è possibile oggi qui ora. Per me questa libertà è stata vivere Gesù nelle libertà possibili nelle nostre vite di carne e sangue in cerca, ogni giorno, di quell’amore di cui siamo affamati e assetati. E così togliendo da noi e dal mondo l’odio crudele che invade e rende morte le vite di tanti uomini crudeli nei loro odi. Luisa Muraro è una filosofa della libertà di amare. Raffaele Ibba
Care amiche, troppo presto devo esprimervi il mio cordoglio per la morte di Luisa, dopo quella di Lia. Il suo magistero vivrà in noi. Un abbraccio affettuoso e caloroso, Laura Mercader
Prima Lia e adesso Luisa… che dolore non poterle più incontrare, almeno in libreria, diventate più anziane ma sempre presenti. Sono cresciuta con i loro scritti, condivisi con tante altre donne. Ho seguito Luisa ogni volta che ho potuto nel suo viaggiare per l’Italia, ovunque la chiamassero – e l’abbiamo voluta più volte anche nella nostra piccola città Pinerolo – e in quelle che lei chiamava le cucine abituali del suo pensiero: la Libreria delle donne, i seminari di Diotima, gli incontri di Asolo e Torreglia di Identità e Differenza. Era una maestra severa, sì, ma io nei suoi occhi ho sempre visto una dolcezza sconfinata, il segno di chi sta con Amore nel mondo. Resta la ricchezza della sua grande, generosa eredità. Grazie, Luisa. Doranna Lupi
Perdere Luisa prima ancora di aver fatto luce sulla sua dimensione mistica è un vuoto incolmabile. Fin dai tempi di Guglielma e Maifreda, Luisa Muraro ha rivolto il suo pensiero all’esperienza mistica, scrivendo libri come Il Dio delle donne e Le amiche di Dio, ma facendo anche pratica di ricerca simbolica sia a Orvieto, nei Seminari di mistica e politica organizzati da Laura Guadagnin, che a Foggia, nei convegni di Studi Crostarosiani promossi dall’Istituto Superiore di Scienze Religiose in collaborazione con il Centro Ricerca Donna di Foggia. È stata Luisa Muraro a dare inizio alla ricerca di senso che chiedeva l’Opera di una madre fondatrice. Era l’inizio degli anni ’90 e la questione che interrogava i Padri Redentoristi aveva a che fare con il simbolico della madre, un ordine di senso che mancava ai loro studi e impediva loro di scoprire l’origine materna dell’Ordine Redentorista. Dagli inizi del novecento alcuni Padri Redentoristi avevano scoperto di essere Figli di una Madre e avevano cominciato a interrogarsi sull’origine paterna dell’ordine Redentorista attribuita universalmente a Sant’Alfonso. Da tempo quindi era allo studio l’Opera della Madre fondatrice senza il conforto del simbolico della madre che proprio Luisa Muraro aveva generato. Quando Luisa accettò di entrare a far parte degli Studi crostarosiani, Celeste Crostarosa prese posto nella pratica di ricerca simbolica delle donne. Anche le Figlie di Madre Celeste, le Monache Redentoriste, si aprirono al simbolico della Madre e Luisa Muraro divenne una loro assidua sostenitrice. Diventammo così Le Amiche di Celeste e ricevemmo l’onore di accedere all’Archivio che custodisce nel Monastero di Foggia l’opera omnia della Madre. La ricerca su Madre Celeste ha visto all’opera Luisa Muraro prima con le Amiche di Celeste e poi con l’intera Comunità di Mistica e Politica che ha concluso i suoi lavori con un Seminario organizzato nel 2016 con il Dipartimento di Magistero dell’Università di Foggia. Gli atti sono stati pubblicati nel libro Maria Celeste Crostarosa: Il Magistero divino della Madre. Mariagrazia Napolitano
Queridas Amigas: Os mando otro abrazo enorme y me queda el consuelo de que nuestras Maestras ya andan juntas allá donde estén. Y el agradecimiento profundo por todo lo aprendido y compartido. Un abrazo cálido, Laura Mora Cabello de Alba
È stata la mia prima maestra di Femminismo… Leggere “L’ordine simbolico della madre” mi ha permesso di riconciliarmi con il mio essere nata femmina, oltre che con una madre impossibile… Sentirla parlare era spesso come vedere una luce in fondo a un tunnel… era tosta, anzi dura, a volte molto dura… ma ora sto piangendo. Che la terra le sia lieve. Alda
Per la seconda volta in pochi mesi esprimo a tutte le amiche della Libreria il mio dolore e rimpianto per la scomparsa di figure essenziali per la cultura e la politica delle donne e quindi dell’Italia: la prima è stata per Lia e questa volta per Luisa. Non posso essere con voi a salutarla e mi dispiace tanto, ma mi consola ricordare che sono riuscita a darle un saluto affettuoso nel corso del bel convegno alla Cattolica. Riaffiorano alla memoria gli incontri, non frequenti, con lei. Da un lontano seminario in un convento sulle colline venete con la comunità di Diotima, le cui tensioni emotive e di pensiero erano addolcite da numerose “ombre” ai più recenti incontri e scambi a proposito della maternità surrogata. Senza il suo pungolo amorosamente severo a non cedere agli inganni, soprattutto agli autoinganni che echeggiava in ogni sua pagina, in ogni sua parola non avremmo, in tante, intravisto né il cammino né la meta. Percorrerlo senza sperdersi è tutt’altra faccenda e riguarda ognuna di noi. Ci sarà tempo per misurare appieno il suo valore di grande intellettuale fedele al suo sesso. Valga ora ad accompagnarla un pensiero colmo di gratitudine. Addio Luisa. Francesca Izzo
C’è un pensiero che mi ritorna in questi momenti difficili: non sentiamoci orfane, ma eredi. Il ricordo e la voce di Luisa sono ormai impressi nelle nostre vite e nelle nostre opere. Le porteremo insieme. Silvana Panciera
La Casa delle Donne di Milano si unisce al vostro dolore per la perdita di Luisa Muraro, così vicina anche alla perdita di Lia. Ci lascia un’eredità preziosa fatta di autonomia, desiderio e pratica politica e relazionale. Vi abbracciamo con solidarietà e affetto. Antonella Eberlin
Oggi salutiamo Luisa Muraro, una delle voci più importanti del pensiero femminista italiano. Il suo lavoro ha contribuito a dare parole e forma politica alla libertà femminile come pratica viva, costruita nelle relazioni tra donne, nella presa di parola, nella capacità di nominare il mondo a partire da sé. Muraro ci ha ricordato che il femminismo non è solo rivendicazione di diritti, ma trasformazione del simbolico, del linguaggio, dei luoghi in cui si produce sapere, autorità, politica. La sua riflessione e la sua pratica restano un riferimento prezioso per chi continua a lavorare perché la libertà delle donne non sia un principio astratto, ma una possibilità concreta nelle vite, nei corpi, nelle relazioni. Oggi la salutiamo con gratitudine, consapevoli che il pensiero femminista vive quando continua a generare parole, confronto, legami e cambiamento. D.i.Re Donne in Rete contro la violenza
Abbiamo letto insieme alcuni anni fa e discusso Il Dio delle donne con molto interesse e piacere e, grazie a questo prezioso testo, siamo entrate in una visione del divino libero dagli schemi patriarcali e (ri)scoperto ed esplorato il pensiero libero delle beghine, in particolare lo Specchio delle anime semplici di Margherita Porete. Poi alcune di noi hanno partecipato, all’Università cattolica di Milano, all’incontro a lei dedicato, e conosciuto più a fondo, leggendo la bella intervista di “Esserci davvero”, le tappe della sua vita così intensa, dedicata in pieno all’affermazione della libertà femminile. In passato avevamo incontrato Luisa a Ravenna e ai Grandi seminari di Diotima e ammirato la lucidità del suo pensiero, la sua capacità di interagire con folle di persone di ogni età, molte/i le e i giovani, venute da ogni parte ad ascoltarla. È stata per noi un punto di riferimento molto importante e ci mancheranno la sua sagacia, la sua vasta cultura, la sua spiritualità, il suo invito a guardarsi dentro e a prenderci la responsabilità del nostro agire di donne. Ma i suoi libri, le sue idee così acute e profonde e la coerenza delle sue scelte, restano un grande regalo per tutte noi, per il movimento femminista e per il vivere politico e sociale. Siamo con voi col pensiero e col cuore e vi abbracciamo con tanto affetto e riconoscenza… Luisa Randi per il gruppo Misticopolitica della Casa delle donne di Ravenna
Che forza e che lucidità straordinarie ci ha donato! A tutte le donne della Libreria auguro il coraggio e l’ispirazione per proseguire insieme il cammino, nella lucidità e nella forza. Con affetto e vicinanza, Anna Leiser, Labyrinthplatz Zürich
Ieri, con moltissime altre e pochi altri, sono stata alla Libreria delle donne di Milano per salutare Luisa Muraro. Due cose mi hanno colpita: la prima è il forte sentimento di riconoscenza e gratitudine che tutte le intervenute (e suo nipote) hanno espresso. Bello, importante al di là di ogni discussione di merito sui femminismi soprattutto in tempi orizzontali in cui tutto vale tutto e tutti valgono tutti: non è così e beati quelli che incontrano e sanno riconoscere i maestri e, soprattutto, le maestre. Con cui dialogare, semmai esercitare il conflitto ma nel reciproco riconoscersi. La seconda cosa l’ha detta, con grande semplicità, Chiara Zamboni. Ha raccontato che quando Muraro arrivava in facoltà all’università a Verona, gli uomini, i colleghi si irritavano. Lei non faceva niente, loro si irritavano. La scrivo qui questa cosa perché mi sembra assolutamente eloquente e molte donne sanno di cosa si tratta. Assunta Sarlo
Ho imparato ad amare mia madre grazie a te e all’analisi e ne ho tratto un grande beneficio di vita. Beneficio che provo a trasmettere alle mie studentesse alle quali, spesso, si riempiono gli occhi di lacrime, a riprova del fatto che in questa relazione originaria c’è tanta roba perché siamo noi. Non ho mai creduto, però, che bastasse passare dall’ordine simbolico del padre a quello della madre senza conflitti, frizioni e problemi perché esiste anche il “fuori” ed è proprio quel “fuori” a stabilire i nostri posizionamenti nel mondo senza cedere al pensiero reattivo e difensivo. E poi tu avevi uno strano Dio violento che cercavi di sostituire con figure femminili, le tue mistiche. Sempre radicale, mai accondiscendente, a volte anche troppo, hai dato spessore umano e civile a ogni parola insegnandoci l’autorevolezza femminile. Un’autorevolezza che hai difeso fino in fondo perché avevi capito che nella contemporaneità si preferiva essere delle “vittime” in una “miseria simbolica” generalizzata. «Troppo comodo», dicesti una volta. Avevi ragione, nonostante tutto. Grazie Luisa, ti ricorderò con quel volto angelico e quello sguardo dolce mentre celebravamo la tua Lia a Milano in autunno. E continuerò a insegnare il tuo pensiero assieme a quello di Lia, di Carla Lonzi, di Lea Melandri, di Judith Butler, di Juliet Mitchell, di María Zambrano e tante altre pensatrici che ci hanno precedute rendendoci libere di essere noi stesse. Ogni autorevolezza, infatti, è diversa ed è questa la grande meraviglia del pensiero dell’esperienza quando non cede all’identitarismo e pratica la relazione accogliendo l’altr@ da sé. È persino romantica questa tua morte se penso al tuo amore per Lia andata via pochissimo tempo fa. Grazie davvero. Faremo genealogia. Io già la faccio, sempre, perché non essere d’accordo con qualcosa non significa mancare di rispetto nei confronti del pensiero altrui. D’altronde cosa è, se non questo, la “pratica della relazione”? Di questi tempi “divisivi” (orribile parola) ancora di più. Promesso. “Non intendo disprezzare la buona volontà”, L.M. Anna Simone
Ancora un pensiero per lei, Luisa Muraro. Vogliamo immaginarla così, sorridente e commossa di potere incontrare finalmente Margherita Porete, Guglielma e Maifreda; intrattenersi con loro nella lingua materna scienza divina dell’ordine simbolico della madre, del Dio delle donne, di quanto Dio è violent, perché… non è da tutti, l’indicibile fortuna di nascere donna e… l’importante è Esserci davvero. E Luisa Muraro continua ad esserci anche qui tra noi. Liside
(www.libreriadelledonne.it, 19 giugno 2026)
«In tutte noi c’è un passaggio segreto che ci porta alla nostra libertà», mi disse Luisa Muraro. Il suo femminismo mi aiuta a (ri)trovarlo ogni giorno
Se ne è andata la creatrice di una delle filosofie più brillanti del XX e del XXI secolo. Ma essere donna e femminista non aiuta a essere riconosciute. Pensare una politica radicale di trasformazione, neppure.
La scoprii quand’ero molto giovane, la insegnai, è stata la forza alla base della mia autonomia. Ho imparato da lei che nessuna teoria ha importanza se non è tradotta in vita, nessun femminismo serve a qualcosa se non interroga le mie viscere, nessuna politica ha valore se mi spinge a tradire me stessa. E mi ha fatto scoprire il senso di NOI al femminile.
Ho avuto la gioia di conoscerla, l’ho vista ESSERE quello che scriveva. E ho scritto un libro che va e viene tra lei e me, tra due viaggi in Italia, l’Elsa ventenne e il nostro incontro decenni dopo, la strada vitale delle mie trasformazioni femministe, che continuano. Così come Luisa continua a essere viva, e ad agitare il mondo.
(*) Elsa Drucaroff, scrittrice argentina, è autrice del libro El pasadizo secreto. Escenas de una autobiografía feminista [‘Il passaggio segreto. Scene da un’autobiografia femminista’], Marea Editorial 2024, inedito in Italia, che tratta della sua vita in relazione al suo incontro con Luisa Muraro.
(Instagram, profilo di Marea Editorial, 19 giugno 2026, traduzione di Silvia Baratella)
Versione originale:
En todas nosotras hay un pasadizo secreto que nos lleva a nuestra libertad, me contó Luisa Muraro. Su feminismo me ayuda a (re)encontrarlo cada día
Partió la creadora de una de las filosofías más brillantes de los siglos XX/XXI. Pero ser mujer y feminista no ayuda a ser reconocida. Pensar una política radicalizada de transformación, tampoco.
La descubrí muy joven, la enseñé, fue mi fuerza para la autonomía. Aprendí de ella que ninguna teoría importa si no está metida en mi vida, ningún feminismo sirve si no interroga mis entrañas, ninguna política vale si me lleva a traicionarme. Y me descubrió el sentido de NOSOTRAS.
Tuve la dicha de conocerla, la vi SER lo que escribía. Y escribí un libro que va y viene entre ella y yo, entre dos viajes a Italia, la Elsa veinteañera y nuestro encuentro décadas después, mi camino vital de transformaciones feministas, que sigue. Como sigue viva Luisa, agitando el mundo.
Elsa Drucaroff
(https://www.instagram.com/p/DZvKVK-jv_W/?igsh=OHdoYnY1dGo4Mm53)

I nostri ricordi
Ho lasciato trascorrere un pochino di tempo prima di provare a scrivere di Luisa Muraro, che se ne è andata dal mondo mortale lo scorso 13 giugno. Il primo ricordo è legato ai suoi occhi: non tanto lo sguardo, quanto proprio gli occhi, di una trasparenza immediata e cilestrina che mi affascinava. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, quella di Luisa era trasparente e diretta. La ricordo severa – nella sua prima presenza al Centro Donna di Livorno si arrabbiò a causa dell’intervento di una delle presenti, che lamentava la situazione delle donne senza fare alcun scatto in avanti o, al limite, di lato (su questo tornerò). Lei rispose glaciale che un intervento come quello era il contrario della libertà femminile. Non faceva sconti, Luisa. Però la ricordo anche a sghignazzare senza pudore alcuno – con noi che raccomandavamo prudenza! – in occasione di una amara (soprattutto, si percepiva, per i tifosi maschi) sconfitta legata al campionato di basket, una sera, qui in città. Le scene di maschi dolenti per strada e nei locali la divertirono moltissimo e giunse a dire che le sarebbe piaciuto provocarli. La dissuademmo, altrimenti, addio Luisa e addio noi.
Luisa è stata una maestra di pensiero e di pratica politica. Mi sono nutrita, abbeverata alle sue parole e ai suoi scritti, perché lì trasparivano amore per il mondo, per la lingua, per la verità, anzi le verità che molte donne – più donne che uomini, per citare una scrittrice che amava, Ivy Compton-Burnett– andavano scoprendo: la politica sorgiva del femminismo, la rivoluzione simbolica della differenza sessuale e del suo senso libero (mai consegnato a una dimensione organicista!), un pensiero che intendeva fare tabula rasa del millenario, falso universale neutro e che, per giungere a questo, doveva farsi pensiero vivente, pensiero intrecciato alle pratiche e, in primis, alla pratica della relazione, con cui – citando una frase dalla sua vastissima produzione, amorosamente raccolta in una accurata bibliografia da Clara Jourdan – si dà «il soggetto – me – non in posizione di soggetto ma di complemento: trovo me in relazione con gli altri, abitata da ricordi, mossa da desideri. Trovo dunque desideri che mi muovono, ricordi che mi occupano, altre o altri che mi parlano … una pratica di decentramento dell’io, il cui posto viene preso da una pluralità di istanze parziali, in un gioco di rimandi».
È un’indicazione preziosa in tempi in cui la vertigine identitaria si affaccia ovunque, bloccante, fattrice di monoliti accanto a monoliti. E se lo stare nel mondo continua ad essere difficile, per le donne (e non solo), Luisa ci proponeva esercizi simbolici e pratici di libertà: uno per tutti, la schivata. Riporto le parole assai efficaci di Ilaria Durigon: «Nella schivata, intesa come la mossa a lato che fa l’animale quando viene inseguito da un predatore “per uscire dalla traiettoria della fuga-inseguimento ed evitare così di essere preso”, Luisa aveva intravisto una rappresentazione del modo in cui le pratiche politiche del femminismo si erano manifestate nel corso della storia: con un gesto inafferrabile, con una mossa imprevista, con la fecondità imprevedibile degli spostamenti. Con i gesti autorevoli con cui le donne potevano agire dentro alla storia, deviandone il corso. Se il femminismo è nato da una schivata, da un salto in una direzione inedita rispetto a una storia già scritta, allora l’invito di Luisa è un omaggio alla forza dei gesti rischiosi e audaci, all’inoltrarsi coraggioso su sentieri inesplorati, all’elaborazione originale di nuove definizioni, al tentare nuove acrobazie. Al partire da sé senza farsi trovare».
Sapremo essere all’altezza dell’audacia che praticavi e che chiedevi? È ciò che mi auguro, nell’esprimere la mia gratitudine e il mio amore per te, Luisa.
Paola Meneganti
«Luisa Muraro ha dato respiro e forza al mio desiderio di libertà»
Con queste parole ieri Daniela Bertelli ricordava Luisa Muraro e io mi ritrovo completamente in questa espressione per ciò che ha significato anche per me l’incontro con il pensiero e con la presenza di questa nostra straordinaria madre simbolica.
La scoprii negli incontri di presentazione del Sottosopra verde, un testo che lessi come una vera illuminazione in una fase in cui mi aprivo alla maternità, alla professione, alla pratica politica femminista. Vi trovai una concezione della libertà femminile radicalmente diversa da quella che avevo conosciuto fino ad allora: un’esperienza da vivere e da nominare a partire da sé, nel rispetto del desiderio di autenticità, nella relazione con altre donne.
Qualche anno dopo ebbi l’occasione di incontrarla al Centro Donna di Livorno, allora animato da Liliana Paoletti Buti, alla quale oggi il Centro è intitolato, in occasione della presentazione di Non credere di avere dei diritti.
Liliana, docente autorevole e profondamente consapevole del valore del pensiero di Luisa, ci raccomandava di prepararci con cura a quell’appuntamento. Aveva ragione, come al solito, Liliana. Ascoltare Muraro significava lasciarsi interrogare da un pensiero che andava oltre le certezze consolidate e che ci invitava a cercare la libertà nelle relazioni, nella parola, nell’assunzione della propria esperienza e nella capacità di riconoscere l’autorità femminile, oltre il paradigma e l’orizzonte dei diritti. Messaggi per me, giovane avvocata, necessari come l’aria per mantenere il mio desiderio integro in contesti formali e spesso distanti dalle esigenze di giustizia che sentivo così urgenti.
Per me questa scoperta si è intrecciata profondamente con la pratica della relazione tra donne vissuta insieme alle compagne dell’Associazione Evelina de Magistris. È stato grazie a quel tessuto di amicizia, politica, confronto e affidamento reciproco che il pensiero della differenza sessuale è diventato una pratica concreta e trasformativa della mia vita e di quella del gruppo, un modo diverso di stare al mondo, di leggere i conflitti, di fare politica e di costruire legami in ambiti diversi, con soggetti differenti (penso al Centro Donna del Comune di Livorno divenuto oggetto di un patto di collaborazione, un bene comune, ottenuto con impegno, fantasia, tenacia, di cui continuiamo a prenderci cura ogni giorno).
Negli anni la relazione con Luisa si è arricchita grazie agli incontri alla Libreria delle donne di Milano, luogo straordinario di elaborazione politica e simbolica, dove il pensiero di Luisa Muraro trovava una delle sue espressioni più vive, che diverse di noi hanno frequentato in più occasioni, trovando uno spazio prezioso di ricerca e di confronto, anche quando i pensieri erano diversi.
A questo si è aggiunta la lettura di Via Dogana, nelle sue diverse fasi, e dei suoi libri. Penso in particolare a Guglielma e Maifreda. Storia di un’eresia femminista, che tanto mi ha donato per l’amore che nutro verso le figure delle mistiche e delle donne che, nei secoli, hanno cercato parole e forme di libertà fuori dagli ordini costituiti. Alcune di noi hanno adottato l’espressione “Che Guglielma ci protegga” per sostenerci in momenti scabrosi…
Mi hanno sempre colpito la capacità di Luisa di tenere insieme interiorità e politica e la sua attenzione alla felicità come dimensione profondamente politica. Una felicità che nasce dalla fedeltà al proprio desiderio, dalla ricerca della verità di sé e dalla qualità delle relazioni. Parole più attuali che mai, in momenti bui e aridi come questi.
In Momenti di felicità ebbi anche la sorpresa e l’onore di trovarmi citata per aver richiamato, in una relazione di difensora civica, il suo pensiero: «Tenere insieme politica e felicità… L’ignorarsi reciproco di felicità e politica è una specialità borghese e maschile… Quello che le pratiche femministe hanno cercato di realizzare è la circolazione del vissuto attraverso tutto lo spessore dell’esistenza, dal più intimo al più pubblico…». Quelle parole hanno continuato ad accompagnarmi in ogni mio impegno.
Guardando oggi a questo percorso, riconosco il filo che lega il Sottosopra verde, il Centro Donna di Livorno, la Libreria delle donne di Milano, l’Associazione Evelina de Magistris e gli scritti di Muraro sulla felicità come il filo della libertà femminile, che prende forma nelle relazioni tra donne, nella capacità di dare autorità alla propria esperienza, nel riconoscimento reciproco e nella pratica condivisa della cura del bene comune
Un filo che ancora oggi dà respiro e forza al nostro desiderio di libertà.
GRAZIE, LUISA
Maria Pia Lessi
Il ricordo di Laura Colombo pubblicato sul sito della Libreria delle donne di Milano cliccando qui https://www.libreriadelledonne.it/puntodivista/per-luisa-muraro-morta-il-13-giugno-2026/
Il ricordo di Ida Dominijanni pubblicato su Il Manifesto cliccando qui https://ilmanifesto.it/luisa-muraro-come-quando-si-spegne-una-luce
Ci piace qui ricordare attraverso la testimonianza di Paola Meneganti la prima volta in cui Luisa venne al Centro Donna: era l’estate del 1987 e, all’interno di una serie di eventi dal titolo “La grande avventura della libertà femminile”presentò insieme a Cristiana Fischer, il libro, scritto a più mani dalle donne della Libreria di Milano, Non credere di avere dei diritti, al seguente link http://www.evelinademagistris.org/wp-content/uploads/2026/06/Presentazione-libro-Lib-1.pdf
(https://www.evelinademagistris.org/2026/06/17/luisa-muraro-nelle-nostre-vite/, 17 giugno 2026)
L’accademica Annarosa Buttarelli e la regista Loredana Rotondo ricordano l’approccio al femminismo della differenza teorizzato da Muraro dalla fine degli anni ’70 e spiegano la sua attualità nel modo di riflettere, lavorare e fare politica
Luisa Muraro il giorno dopo. Dopo il suo funerale, dopo l’omaggio che le ha tributato la Libreria delle Donne di via Dogana a Milano di cui la filosofia, scomparsa a ottantasei anni il 13 giugno, è stata una delle fondatrici. E che era diventata la sua casa intellettuale assieme alla comunità filosofica Diotima. Un saluto intimo. Anche se resta un po’ il dispiacere che una pensatrice della statura di Muraro, una delle madri del femminismo italiano e della filosofia della differenza, non sia stata salutata da una comunità più vasta, dalla città di Milano, per esempio. Perché la grandezza di scritti e riflessioni come le sue appartengono alla collettività di uomini e donne. E avrebbero meritato un omaggio collettivo.
Allora partiamo da lì. Dal fatto che quello che potremmo chiamare “il femminismo di qualità”, nato grazie a figure come Carla Lonzi e Luisa Muraro non ha lasciato una traccia e un messaggio che parla solo alle donne, ma all’umanità tutta. Perché implica un modo di discutere, lavorare, agire, fare politica che è collegiale, collettivo seguendo il cardine, che era davvero rivoluzionario negli anni ’70, che il pensiero delle donne è differente proprio per questo, che viaggia in orizzontale e crea relazioni.
Per aiutarci a capire meglio Annarosa Buttarelli, accademica e filosofa che di Muraro è stata allieva e assistente, fa un esempio biografico: il rapporto che lei aveva con la filosofa che definisce “una madre”. «Il nostro era un rapporto improntato al principio di “autorità generativa”. È qualcosa di più del rapporto tra maestra e allieva o maestro e allievo, è una relazione in cui una persona dotata di autorevolezza e contenuti si mette a disposizione di un’altra per farla crescere e farla arrivare al suo livello. Questo faceva Luisa con me, giovane laureata che vedeva dotata. “Pensi bene e scrivi bene quello che pensi” mi disse una volta: una frase che non scorderò mai. Lei ascoltava, leggeva, correggeva, mi indirizzava. Si era creato un vincolo che non era un legame di potere ma un legame che nasce da una relazione che arricchisce entrambe e non ingabbia perché nasce da quell’amore filosofico di cui parla Platone. Tant’è che un giorno ci dicemmo che non c’era più bisogno che lei correggesse i miei scritti e che potevo volare per la mia strada. Ecco, lei la chiamava autorità “generativa” perché trasmette, genera novità. Se usciamo dall’ambito filosofico, questo è il senso della relazione collegiale, collettiva di ogni azione che si vuole dire femminista. E qui sta la differenza tra autorità e autoritarismo, dove il secondo è tipicamente maschile. Quando diciamo che la politica è scollegata dalla vita dei cittadini e delle cittadine diciamo questo: non riconosciamo autorità alla politica contemporanea. In questo il femminismo e il pensiero di Luisa contenuto nel libro “Autorità” darebbe una grande lezione alla politica contemporanea».
Buttarelli ci aiuta ancora a capire attraverso i suoi racconti. «Muraro, a un certo punto, alla fine degli anni ’90, chiuse la rivista Via Dogana che lei stessa aveva aperto, perché diceva che non capiva dove volessero andare le donne dopo aver rotto il soffitto di cristallo. Eravamo arrivate alla fine del percorso di emancipazione, le donne conquistavano posizioni prima precluse, però questo protagonismo non assumeva su di sé i valori della libertà femminile. Vedeva omologazione, non la valorizzazione della differenza. Lei coglieva tutta l’ambiguità del limite superato. Ecco, quello che vedo oggi, prepotente, è proprio il rischio di un femminismo che diventa esaltazione della singolarità, un’emancipazione che diventa un assoluto senza qualità».
In questa visione Muraro era stata, come sempre, profetica. E valorizzare, oggi, quelle riflessioni, come quelle di Carla Lonzi, aiuterebbe a superare certi fraintendimenti sul femminismo quando viene visto, da una parte, come movimento ostile agli uomini che punta alla sostituzione di un autoritarismo con un altro, e dall’altra, invece, quando viene ridotto all’esaltazione di singole donne arrivate a ruoli di potere: il soffitto di cristallo che si rompe, ma solo per poche. Che poi si omologano al sistema che è sempre stato maschile anziché lavorare perché anche le altre possano arrivarci.
Chiediamo a Buttarelli di fare esempi in politica: «La presidente del Messico, Claudia Sheinbaum, quando parla, ha sempre ben presenta questa chiamata alla collegialità, dice spesso “Io sono qui, ma voi siete tutte sedute a fianco a me”. Quando una donna ha coscienza della differenza storica che la caratterizza, comprende che arrivare a un posto di potere vuol dire innescare un cambiamento per tutte. La nostra presidente del Consiglio Meloni, invece, pur sottolineando spesso di essere la prima donna presidente del Consiglio, si ferma lì, lavora per sé».
La generazione che usciva dal ’68 creava avanguardie in molti settori. La stessa Muraro, cacciata dal mondo accademico perché aveva aderito ai movimenti contro l’autoritarismo nelle università, prima di rientrarvi con autorevolezza ha insegnato nella scuola dell’obbligo e ha partecipato assieme a Lea Melandri e Elvio Fachinelli, all’esperienza della scuola antiautoritaria, dove si facevano anche le prime sperimentazioni con l’educazione sessuale. Erano gli anni in cui scrivevano e venivano letti a scuola Mario Lodi, Gianni Rodari e don Milani.
Era lo spirito del tempo in cui nasceva e respirava il femminismo italiano con il suo messaggio dirompente e rivoluzionario per la stessa sinistra istituzionale perché scardinava il concetto di autorità e la tendenza all’omologazione che non rispetta le differenze.
«Muraro ci ha insegnato che il femminismo è relazione: si lavora insieme, non ci salva da sole». A dircelo ora è un’altra protagonista che ha portato innovazione tra gli anni ’70 e ’80, Loredana Rotondo. Non una filosofa, ma un’autrice e regista Rai che del femminismo teorico però ha fatto una vera messa a terra grazie ai suoi programmi prima radiofonici e poi televisivi. Porta la sua firma il documentario del 1979 “Processo per stupro”, che documentò le fasi del processo penale per uno stupro di gruppo avvenuto nel 1977 a Nettuno, provincia di Latina: lì una grandiosa avvocata, Tina Lagostena Bassi, nelle sue arringhe, per la prima volta, stigmatizzava il modo in cui le vittime di violenza erano trattate nei processi e l’approccio maschilista dei difensori degli imputati.
Il film fu deflagrante per l’opinione pubblica. Racconta Rotondo: «La Rai, come spesso faceva allora, valutava come i programmi erano stati presi dagli spettatori attraverso un’indagine statistica. Be’, molti uomini ammisero di aver fatto una scoperta che aveva un valore etico: si erano resi conto per la prima volta che emergeva uno sguardo femminile, relativamente a un fenomeno forte come la violenza sessuale in quel caso. Uno sguardo che non prendevano in considerazione semplicemente perché non lo conoscevano, ed era uno sguardo “differente”. Ecco, in pratica, nella vita reale, quella differenza che filosoficamente Muraro e Lonzi portavano alla luce e a cui davano un valore». E che trovava la sua concretezza nei dibattiti pubblici, negli articoli di giornale, nelle opere radiofoniche e televisive come “Processo allo stupro”.
«Sono diventata femminista facendo il programma “Chiamate Roma 3131”, in onda a Rai radio 2 dal 1969 al 1995. – racconta Rotondo – Ero stata appena assunta in Rai e venivo da anni di lavoro negli Stati Uniti proprio nel periodo in cui il femminismo nasceva lì, quindi sono arrivata a Roma carica di un anticipo di progetti e di idee. A Chiamate Roma 3131 raccoglievamo quattro, cinque telefonate al giorno: gli ascoltatori, anzi, soprattutto ascoltatrici, facevano domande su tutto, sulla relazione di coppia, sulla crescita dei figli, sul lavoro, sulla religione, sulla guerra… Bisognava trovare esperti che fossero in grado di rispondere. La maggioranza delle telefonate arrivavano da donne perché molte di loro, all’epoca, stavano a casa al mattino. E lì ho capito l’esigenza, l’urgenza di raccogliere la voce femminile e portarla allo scoperto. Poi, passando alla televisione, con Rai 2, la prima rete laica, nel 1975, mi resi conto che le immagini erano ancora più potenti delle parole. Si trattava di inventare un nuovo linguaggio per noi donne, che finalmente, potevano dire la nostra: eravamo un nuovo soggetto e avevamo un nuovo linguaggio: bisognava solo coglierlo e farlo conoscere. Eravamo noi donne a bucare la storia e raccontare il mondo con i nostri occhi. Le prime cose che feci in tv furono servizi in Puglia, nei paesi da dove erano partiti i migranti».
Ma è stata soprattutto dopo “Processo per stupro”, grazie a Tina Lagostena Bassi, la svolta: «Fu come se avessimo finalmente rotto qualcosa: un dominio maschile, anche nel narrare. Ricordo i giorni in cui ero invitata alla Libreria delle donne, a parlare del mio lavoro: di quegli incontri con Muraro ricordo quanto fossero preziosi, momenti in cui guardavo dentro le sue parole, coglievo le sue intuizioni e comprendevo il senso profondo di quello che facevo ogni giorno. Ne vedevo il ritorno “pratico”».
Intuitiva, avanguardista, Luisa Muraro riuscì a rientrare all’università come ricercatrice a Verona agli inizi degli anni ’80 e lì fondò la comunità filosofica Diotima. Ma pur essendo un’autorità intellettuale indiscussa non riuscì a ottenere una cattedra: quando provò il concorso, dalla sua cartella furono sottratti dei titoli: un “furto” che lei rivelò in un’intervista all’Unità. Da quel momento non volle più fare altri concorsi.
Oggi Annarosa Buttarelli desidera fare con gli scritti della sua “madre e maestra” l’operazione già fatta, magistralmente, con quelli di Carla Lonzi: raccoglierli tutti, preparare nuove pubblicazioni. Perché Muraro ci parli ancora.
(Corriere della Sera, 17 giugno 2026)
Ho conosciuto Luisa Muraro da adolescente, grazie alle mie insegnanti femministe che erano impegnate attivamente nel Centro Documentazione Donna di Foggia. Loro stavano vivendo quella straordinaria stagione del movimento politico delle donne, che tra gli Ottanta e Novanta gettò le basi del pensiero della differenza sessuale in Italia e che vedeva in Luisa Muraro e nella Libreria delle donne di Milano un punto di riferimento indiscusso.
Mi appassionai così tanto all’opera collettiva della Libreria delle donne di Milano Non credere di avere dei diritti e poi ai primi testi di Diotima, che andai a studiare a Verona per avere Luisa come maestra. Nel frattempo, prima di approdare a Verona, la conobbi a Roma al Centro Virginia Woolf e mi fece subito piangere, perché a differenza del tono dolce e incoraggiante che aveva avuto nel nostro carteggio, lì fu dura e poco accogliente. Inoltre, conobbi in quell’occasione un’umanità femminile per me prima sconosciuta. Donne singolari, stravaganti, anticonformiste, che dicevano cose strane, tutte ammassate nella stessa sala e estremamente interessate a quanto stavano pensando e discutendo assieme. Si percepiva che stavano facendo qualcosa di molto importante assieme. Ho capito in quella stanza il sentimento e le emozioni che devono essere comuni alle rivoluzioni: c’era un senso di partecipazione straordinario, un esserci in prima persona che brillava.
Nonostante le lacrime dell’adolescente che ero allora, la passione per la filosofia femminista che Luisa incarnava mi portò all’Università di Verona dove fui la sua prima laureata e la “sua cavia”, diceva scherzando.
L’università che ho vissuto e condiviso con intensità negli anni della mia formazione con lei è stata un’università originale, estremamente appassionante (e faticosa), formativa e trasformativa. Un’università «messa sottosopra da quel partire da sé» che lei riusciva a creare in una straordinaria combinazione di capacità teorica e filosofica e valore dell’esperienza. Un circolo ermeneutico che illuminava le aule a giorno e ci rendeva tutti più intelligenti e più capaci di ogni cosa. In quel periodo ci fu un investimento importante e reciproco nelle relazioni tra lei – assieme alle altre docenti di Diotima – e noi studentesse. Relazioni che sono diventate creative e inventive di diverse situazioni e contesti (Scuoletta di filosofia poi diventata Scuola di scrittura, Laboratorio tesi, Movimento di Autoriforma della Scuola e dell’Università), che mi hanno fatto assaggiare un sapore che non ho più voluto perdere e che è tuttora rappresenta il senso irrinunciabile del mio essere docente all’università: il gusto della relazione, della partecipazione e dell’esserci a partire da sé.
Tra le situazioni e i contesti creati assieme, mi piace ricordare il Laboratorio tesi, uno spazio informale di incontro e dialogo attorno alle tesi di laurea che, peraltro, ha avuto una lunghissima vita grazie a Chiara Zamboni e a Wanda Tommasi e che ancora vive come pratica stabile nella nostra università. Le tesi, come esercizio di pensiero in relazione con Luisa, erano diventate per noi, sue seguaci e accolite, un’esperienza amorosa, emotiva e affettiva assai intensa. Parlavamo delle nostre ricerche su Carla Lonzi, su Margherita Porete, su Luce Irigaray, su Emily Dickinson, come delle nostre relazioni sentimentali più coinvolgenti. Nei lunghi pomeriggi o nelle serate passate a casa dell’una o dell’altra, tra flusso di coscienza ininterrotto, intuizioni che ci sembravano geniali e rivoluzionarie, un appunto da fissare urgentemente su un quaderno e un piatto di pasta, la vita si intensificava meravigliosamente.
Ora sento una nostalgia pungente di ciò che è stato. E di ciò che non è mai stato e non sarà più.
Ciao Luisa, con gratitudine.
(L’imprevista, 17 giugno 2026)
Ricordo della filosofa, morta il 13 giugno a Milano. Era nata a Montecchio Maggiore il 14 giugno 1940
Luisa Muraro ha un posto speciale nell’elaborazione del femminismo italiano e nel mio cuore, così come nella riflessione teologica delle donne evangeliche, spinte dal suo pensiero ad approfondire le proprie posizioni. Mi riferisco a Cassiopea, Sophia, alle singole teologhe e ai campi donne di Agape, per definizione aperti a ogni istanza del movimento.
L’importanza di Luisa Muraro, dunque, non può essere descritta solo a partire dalla sua filosofia che declina la differenza femminile come espressione libera delle donne in relazione fra loro. Essa passa dalla sua presenza nei luoghi delle donne, dalla Libreria di Milano alla Comunità filosofica Diotima di Verona, ai convegni di “Terra di lei” a Orvieto e altri ancora.
“Esserci davvero” si intitola la sua ultima lunga intervista, e lei in presenza c’era davvero. Noi abbiamo conosciuto e riconosciuto la sua maestria, la severità con cui correggeva, la donna che stava sempre un passo oltre il luogo dove noi stavamo ammirando e ripetendo i suoi passi. In anni di frequentazione e lettura appassionata, spesso conflittuale, dei suoi testi, l’abbiamo invitata ad Agape in un campo femminista internazionale. Era il 1991. “Il Dio delle donne” (2003) non era ancora stato scritto, ma Luisa Muraro aveva già una lunga consuetudine di studio delle mistiche e di alcune beghine o eretiche medievali.
Si tratta soprattutto di Margherita Porete, al cui testo venne indirizzata da Romana Guarnieri, un testo dato alle fiamme nel 1310 assieme all’autrice, e poi attribuito per secoli a un autore maschio, segno ineludibile dell’invisibilità del discorso femminile con Dio, inaudito e imprevisto nella storia maschile. Si tratta di Guglielma e Maifreda, quest’ultima bruciata sul rogo nel 1300, che scorgevano l’incarnazione del divino in un corpo di donna, celebrato nel sacramento dell’eucarestia. E oltre alle beghine anche le streghe attiravano lo sguardo di Luisa Muraro, che ci ha regalato un testo dal titolo ormai classico “La Signora del gioco” (1976).
Ma è nel libro “L’Ordine simbolico della madre” (1991) che Muraro inserisce nella genealogia femminile a ritroso quell’ulteriorità che rimanda alla trascendenza, con l’espressione “la madre o chi per essa” (p. 53). La madre che insegna il linguaggio, che offre assieme al corpo e alla sua cura anche la legge, che scardina il dualismo tra natura e cultura, che rimanda a un oltre sé. Quando, nel campo di Agape del 1991, Francesca Spano le chiese se con ciò intendesse indicare anche il divino, disse che non si sentiva autorizzata a parlarne, ma che certamente il divino trovato attraverso la mediazione femminile non faceva “l’imbroglio di mettersi in mezzo”, tra le donne e Dio, come i maschi mediatori per secoli di una religione e di una cultura patriarcale.
In seguito Luisa Muraro scrisse ancora di donne e Dio soprattutto a partire dalle esperienze delle mistiche e soprattutto parlando di amore libero e di gratuità. Un amore libero originato nell’amore materno: se la creatura viene al mondo con il bisogno di cura, la cura materna “non risponde al dovere ma all’amore libero, o vale meno di niente”. E Dio, “di lui, unica traccia, resta un buco nelle parole. Quel buco è un passaggio”. Gratuità, un Dio che non può essere usato e strumentalizzato (“Dio è violent” 2012) ma che nella lingua, sempre inadeguata, sempre spiazzante, lascia le sue tracce. Nel libro “Il Dio delle donne” c’è una sua poesia molto citata, a p.116:
“Approfittare dell’assenza/per essere altrove./ Per fare luce, nel senso di: farla passare… Approfittarne/per non farsi trovare/non rispondere all’appello/andare in vacanza.”.
Dio avviene, ma può anche non avvenire, e forse neppure noi siamo così autorizzate a parlarne, a meno che il nostro linguaggio non possa diventare quel buco da cui a tratti passa la luce. Ma sempre rimanendo nella relazione, in cui sappiamo le une delle altre, non siamo ignare delle vite altrui, e il nostro desiderio non è centrato su noi stesse ma misurato dalla relazione, dalla mediazione femminile. La mediazione è strumento dello scarto del desiderio, che non solo porta fuori di sé a desiderare di più, ma porta anche altrove da un egocentrismo tipico del soggetto maschile autosufficiente.
Non so quanto abbiamo imparato da Luisa (tantissimo!), quanto in profondità abbiamo condiviso le sue pratiche nelle relazioni tra donne, complicate e conflittuali ma sempre appassionate. Credo però che la forza della sua presenza resti preziosa nei suoi scritti, per una generazione nuova di donne che non hanno potuto conoscerla, e per noi, nella pratica dei giorni, nell’intreccio dei cammini e dei desideri. (“Al mercato della felicità. La forza irrinunciabile del desiderio”, 2009). Resta forte il suo invito a imparare la mediazione necessaria, mediazione fatta di relazioni femminili, anche nella politica: “quanto basta per combattere senza odiare, quanto serve per disfare senza distruggere” (“Dio è violent”, p. 72).
(Riforma.it Quotdiano online delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi in Italia, 17 giugno 2026 https://riforma.it/2026/06/17/riconoscenza-a-luisa-muraro/)
COMUNICATO STAMPA
Auser Lombardia esprime profondo cordoglio per la scomparsa di Luisa Muraro, filosofa, attivista e figura cardine del femminismo italiano e internazionale, spentasi a Milano all’età di ottantasei anni. Cofondatrice della storica Libreria delle donne di Milano nel 1975 e della comunità filosofica Diotima dell’Università di Verona, Muraro ha dedicato la sua intera esistenza a scardinare i modelli patriarcali, dando voce e dignità all’esperienza femminile attraverso il pensiero della differenza sessuale.
Per Auser Lombardia, un’organizzazione da sempre in prima linea nella difesa dei diritti, nel contrasto alle discriminazioni di genere e nel supporto alle donne di ogni generazione, la perdita di Luisa Muraro – avvenuta a pochissima distanza da quella della sua compagna di vita, di pensiero e di pratica politica Lia Cigarini – lascia un grande vuoto, ma consegna anche un’eredità morale e intellettuale imprescindibile.
«Con la scomparsa di Luisa Muraro perdiamo una maestra straordinaria – dichiara Tiziana Scalco, Presidente di Auser Lombardia –. Luisa era una mente illuminata che ha insegnato a generazioni di donne il valore della libertà, dell’autodeterminazione e della parola “a partire da sé”. In un momento storico complesso come quello attuale, in cui i diritti delle donne sono tragicamente messi sotto attacco, la violenza di genere non accenna a diminuire, il concetto di femminicidio viene messo in discussione e vecchi modelli patriarcali tentano di riaffermarsi, il pensiero di Luisa è più vivo e necessario che mai. Auser Lombardia vuole onorare la sua memoria trasformando il suo immenso patrimonio ideale in potenziamento della nostra azione quotidiana: il nostro impegno per la tutela dei diritti delle donne, per il superamento delle solitudini e per la costruzione di una società basata sulle relazioni e sulla solidarietà si nutre anche della sua lezione. Luisa ci ha insegnato a fare luce dove c’è buio; continueremo a farlo nei territori, accanto alle donne e difendendo la loro libertà e la loro dignità in ogni fase della vita».
(Auser Regionale Lombardia APS – ETS, Milano, 15 giugno 2026)
Apprendo con profondo dolore la notizia della morte di Luisa Muraro, filosofa, pensatrice femminista, tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano e della comunità filosofica Diotima
Con lei se ne va una delle voci più autorevoli del pensiero della differenza sessuale in Italia, una donna che ha saputo trasformare la filosofia in pratica viva di relazione, libertà e autorità femminile.
Luisa Muraro ha attraversato la storia culturale e politica del nostro Paese lasciando un segno profondo. Il suo lavoro ha contribuito a dare parola, forma e dignità al pensiero delle donne, rompendo schemi, aprendo spazi, costruendo luoghi di confronto e di sapere.
Milano le deve molto.
La Libreria delle donne non è stata soltanto uno spazio culturale, è stata – ed è ancora – un presidio politico, simbolico e intellettuale della nostra città.
Un luogo in cui generazioni di donne hanno potuto pensarsi libere, autorevoli, capaci di nominare il mondo a partire da sé.
In un tempo in cui il dibattito pubblico tende spesso alla semplificazione, la lezione di Luisa Muraro ci ricorda il valore della parola pensata, della relazione, della differenza, della libertà femminile come pratica quotidiana e politica.
Alla Libreria delle donne di Milano, alla comunità di Diotima, alle sue allieve, ai suoi allievi e a tutte le persone che l’hanno amata e ascoltata va il mio cordoglio più sincero.
Monica Romano
Consigliera comunale di Milano
Vicepresidente Commissione Pari Opportunità e Diritti Civili Vicepresidente Commissione Speciale contro i discorsi e i fenomeni d’odio
(comunicato stampa, 15 giugno 2026)
La mistica cristiana insieme a Romana Guarnieri, il femminismo della differenza e la battaglia contro l’utero in affitto: la filosofa di Diotima ha aperto strade nuove nel pensiero delle donne. Un ricordo
Era brusca, non faceva niente per riuscire simpatica, ma con quei suoi occhi azzurri pieni di intelligenza e ironia, con il suo coraggio libero e nuovo, Luisa Muraro è stata la più importante femminista italiana. Quella che leggeva tutto, seguiva come andava il mondo, ma non ne era influenzata. Anzi è stata lei che ha influenzato tutto, ha aperto nuovi filoni di militanza, di ricerca, di pensiero.
La sua libertà coraggiosa è emersa subito, quando non ci ha pensato un momento a buttare alle ortiche una promettente carriera accademica di filosofa all’Università Cattolica di Milano per andare a insegnare nelle primarie, a sperimentare quel progetto di riforma didattica che si sviluppò intorno al gruppo dell’“Erba voglio”.
Dagli anni Settanta, trasferitasi a Milano, diventa una delle leader del movimento femminista: nel 1975 è parte attiva del gruppo che fonda la “Libreria delle donne”, che esiste ancora, terreno fertile di confronti e dibattiti. Mentre all’Università di Verona riprende a insegnare filosofia, fondando il gruppo “Diotima”, una sorta di cabina pensante del femminismo italiano, esce il suo primo libro, molto fortunato, “La signora del gioco”. In esso per la prima volta la cultura e i saperi delle streghe venivano letti come una forma perseguitata di cultura femminile. Il libro ha dato origine a una vera e propria moda – e a quell’ormai leggendario grido di battaglia che allora echeggiò per la prima volta nelle manifestazioni: “Tremate, tremate, le streghe son tornate!”.
Ma Muraro è già più avanti: comincia la sua lunga ricerca delle voci femminili nella tradizione cristiana, alla riscoperta dell’anima femminile di una cultura apparentemente solo patriarcale. In questo lungo e ricco percorso intellettuale non si allea con accademiche di chiara fama, che pure non mancavano, ma a una outsider anziana e isolata, con la quale non era facile trattare: con Romana Guarnieri. La sua compagna di avventura era la scopritrice di uno dei testi mistici più importanti della tradizione cristiana: il libro di Margherita Porete, bruciata sul rogo nel 1300 e le cui opere erano state – per fortuna non completamente – distrutte. Muraro scopre che le parole della Porete, se pure anonime, avevano innervato i testi del mistico tedesco, Meister Eckart, che sono al fondamento della tradizione filosofica tedesca.
Così le due originali e acute studiose riscrivono insieme la storia medievale e quella della filosofia. Intanto Muraro non smette di pensare il femminismo, proponendone una versione originale, quella che verrà chiamata il femminismo della differenza, che si allontana dalla tradizione emancipazionista – cioè chiedere per le donne gli stessi diritti degli uomini, facendole diventare di fatto simili a questi – per rivalutare invece con coraggio le specificità femminili, in primis la maternità, intesa anche come maternage, come rapporto di amore e insegnamento verso le più giovani. Non le bastava ottenere nuovi spazi, nuovi posti per le donne: voleva ripensare tutto, dall’inizio. Questa era per lei la battaglia delle donne.
Il suo ultimo intervento politico – “L’anima del corpo. Contro l’utero in affitto”, del 2016 – ritorna sul tema della ricchezza della maternità per le donne, e sul pericolo di venire private di questo potere unico in cambio da una parte di un po’ di soldi, dall’altra di un apparente spicchio di libertà.
Non so se questo ricordo sarebbe piaciuto a Luisa: agli elogi preferiva i confronti aspri, ben consapevole della originalità di ogni sua battaglia, ma per il ricordo del suo rapporto con Romana sarebbe stata senz’altro felice. Fino alla fine la sua solidarietà con le altre donne è stata sempre generosa, intelligente totale.
(Il Foglio, 15 giugno 2026 https://www.ilfoglio.it/cultura/2026/06/15/news/dalle-streghe-alla-maternita-luisa-muraro-lanima-libera-del-femminismo-italiano–400583)
FEMMINISMO Addio alla femminista, madre e maestra del pensiero della differenza sessuale. Tra i suoi libri più significativi «Maglia o uncinetto» (1981) e «L’ordine simbolico della madre» (1991)
Poco più di un anno fa Vita Cosentino e Laura Colombo (della Libreria delle donne di Milano), Chiara Zamboni (della comunità filosofica «Diotima» di Verona) e io ci siamo incontrate mosse dal desiderio di manifestare con un gesto pubblico e corale la nostra gratitudine nei confronti di Luisa Muraro. Da un po’ di tempo Luisa non era nel pieno della sua forma, parlava poco e talvolta si ritraeva dalle riunioni della Libreria come già da quelle di Diotima. E noi quel grazie volevamo dirglielo finché c’era ed era in grado di riceverlo, in un paese che si accorge delle sue eccellenze (tanto più femminili) solo quando non ci sono più.
Da quel desiderio, e grazie all’apporto di altre amiche della Libreria e di Diotima, è nato il convegno sul pensiero di Luisa che si è tenuto all’Università Cattolica di Milano il 20 settembre dell’anno scorso, una giornata intensa e affollata, affettuosa e sincera alla quale Luisa ha partecipato felice e a sua volta grata, e dalla quale è venuto fuori un libro a più mani, Come quando si accende la luce (citazione da un testo di Luisa del 2011, Non è da tutti. L’indicibile fortuna di nascere donna), di imminente uscita per Mimesis.
Eravamo impazienti di portarlo a Luisa per festeggiarlo con lei, ma non accadrà. Luisa si è spenta ieri, il giorno prima del suo compleanno, dopo essere sopravvissuta per meno di due mesi alla scomparsa di Lia Cigarini, sua compagna di vita, di pensiero e di pratica politica, a riprova dell’inossidabilità di una coppia che ha orientato per più di mezzo secolo il femminismo della differenza italiano. Luisa e Lia, Lia e Luisa: sembra impossibile rassegnarsi a fare a meno di una doppia presenza che diventa un doppio vuoto e apre per tutte noi, inutile negarlo, una voragine.
IN PREPARAZIONE del convegno milanese era uscito Esserci davvero, un Quaderno di «Via Dogana» che raccoglie, insieme con la bibliografia completa di Luisa, una sua lunga conversazione del 2003 con Clara Jourdan. Un testo prezioso, in cui Luisa ripercorre le tappe principali del suo percorso personale e politico (l’infanzia segnata dalla guerra e dalla Resistenza; il disorientamento della giovinezza, prima di trovare una bussola nelle relazioni con Rosetta Infelise, Elvio Fachinelli, Lia; «l’esserci nella storia» scoperto nel Sessantotto, e «l’esserci davvero, in prima persona, senza dadi truccati» scoperto nel femminismo, ma soprattutto mette a nudo il suo rapporto esistenziale con la scrittura, pratica di messa in forma del vissuto, del pensiero e di sé stessa («scrivo per salvarmi l’anima»), che nella lettura e nell’ascolto delle altre trova autorizzazione e rispondenza. Altrettanto prezioso è un altro libro-intervista con Riccardo Fanciullacci, Non si può insegnare tutto (2013), dove il racconto si allunga fino ad anni più recenti, con il fuoco spostato stavolta sulla pratica filosofica. Parto da questi due testi invece che da altri e più famosi perché entrambi restituiscono come meglio non si potrebbe, in forma dialogica e in lingua corrente, lo stile unico e inimitabile del pensiero di Luisa, che procede sempre sul doppio registro della metafora e della metonimia, dell’astrazione e delle piste indiziarie, del rigore logico e delle libere associazioni, della teoresi e del racconto. E perché il tema della passione della scrittura come messa in forma «di ciò che è ancora semipensato, ma già vissuto» ci introduce a quello che si può considerare il nocciolo della ricerca filosofica di Muraro: il problema della dicibilità dell’esperienza e della attendibilità della verità soggettiva, problema che percorre come un filo rosso tutta la sua produzione, da Maglia o uncinetto. Racconto linguistico-politico sulla inimicizia tra metafora e metonimia (1981) a L’ordine simbolico della madre (1991) agli svariati saggi sulla politica del simbolico pubblicati nei volumi collettivi di Diotima e altrove.
SI TRATTA DI UN PROBLEMA squisitamente filosofico, che muove però nel percorso di Muraro da un fatto storico e da un’urgenza politica, e trova soluzione nella pratica prima che nella teoria. L’urgenza politica è quella di dare voce e significato all’esperienza muta o tacitata del «corpo sociale selvaggio», cioè di quella parte della società che non trova rappresentazione nel discorso dominante ed è costretta all’imitazione del linguaggio altrui e al conformismo. È la condizione tradizionale delle donne ma non solo la loro, una condizione di miseria simbolica prima che di oppressione materiale dalla quale siamo uscite con la rivoluzione femminista degli anni 70, grazie alle pratiche di separazione dal discorso maschile, di presa di parola «a partire da sé», di autorizzazione reciproca a «dire la verità» che ci hanno fatto guadagnare indipendenza simbolica dal maschile. Un fatto storico di cui Luisa è protagonista e testimone, e che assume per lei il valore di un evento epistemico. Che da un lato la porta a rileggere la storia delle donne del passato restituendo voce a quante sono state concepite dalla storiografia ufficiale solo come vittime passive (La signora del gioco, 1976; Guglielma e Maifreda, 1991). Dall’altro lato apre la strada, per le donne e per tutti, a una politica reinventata, che mette al primo posto la modificazione del regime del dicibile e dell’indicibile, del visibile e dell’invisibile, del vero e del falso, in una parola dell’ordine simbolico che detta le regole dell’intellegibilità dell’esperienza: senza la quale modificazione i tentativi di sovversione dell’ordine sociale sono destinati a bloccarsi e a ricadere nella ripetizione, come la storia delle rivoluzioni novecentesche andate a male insegna.
In termini più strettamente filosofici, quello che è in gioco nella ricerca di Muraro è un ripensamento impegnativo del circolo fra esperienza, linguaggio, verità e realtà, dove l’esperienza è l’intervallo fra il già e il non ancora interpretato, il linguaggio la nomina e le dà significato, la verità risuona quando dice qualcosa che altrimenti non esisterebbe, e il reale si allarga a ciò che prima restava muto e nascosto (cruciali, in quest’ultima direzione, i testi sulla mistica femminile).
QUESTO CIRCOLO colloca il pensiero di Muraro in una posizione originale nel panorama filosofico novecentesco cui pure appartiene integralmente, nonché nel panorama internazionale della teoria femminista con cui pure dialoga costantemente. Potremmo definirla una collocazione terza rispetto alle contrapposizioni fra moderno e postmoderno e fra metafisica e decostruzione che hanno dominato la scena nella seconda metà del secolo scorso. Muovendo dall’analisi della posizione di internità estraniata delle donne nell’edificio sociopolitico moderno, Muraro assume in pieno la crisi del paradigma moderno ma senza cedere alla deriva postmoderna della dissoluzione del soggetto, anzi rilanciandone la potenzialità politica di trasformazione del reale. E muovendo dalla critica dell’ordine simbolico dominante assume il metodo imprescindibile della decostruzione, ma senza cedere alla deriva di una critica interminabile e allergica a qualunque approdo affermativo e a qualunque verità attendibile. Ne consegue una filosofia pratica, impegnata nella trasformazione di sé e del mondo, che declinando la differenza come leva del conflitto potenzia la migliore tradizione del pensiero politico sovversivo italiano (Toni Negri, La differenza italiana, 2005). E ne consegue anche l’originalità del pensiero italiano della differenza sessuale rispetto alla teoria femminista soprattutto anglofona, che nelle secche della contrapposizione fra moderno e postmoderno e fra metafisica e decostruzione è rimasta e rimane tuttora molto spesso impigliata. Non stupisce dunque, per quanto sia un indice della loro lacunosità, che la figura di Muraro trovi raramente posto nelle mappe geo-filosofiche più accreditate di una teoria femminista sovente tutt’altro che indipendente dalle scuole maschili. Sorprende di più che sia la scena femminista italiana a subire l’influenza di etichette, classificazioni e imputazioni – le sempreverdi accuse di essenzialismo e «monumentalizzazione del materno» rivolte al pensiero della differenza – nate altrove, che il pensiero di Luisa vanifica ponendosi peraltro oltre il canone della «teoria femminista».
CON LUISA siamo infatti fuori dal perimetro di un pensiero di e sul genere fermo alla critica della costruzione patriarcale del femminile. Ed entriamo in un territorio in cui se il genere è l’effetto della continuità storica del dominio maschile, la differenza sessuale è l’evento simbolico, epistemico e politico che spezza questa continuità inaugurando per le donne una storia di libertà, la libertà di pensarsi e di agire indipendentemente dalle destinazioni prescritte. Un territorio in cui le donne non sono costrutti del linguaggio maschile bensì soggetti pensanti e parlanti, la differenza sessuale non è il nome di un’identità stereotipata bensì un significante aperto e perciò stesso radicalmente anti-identitario, l’autorità della madre non è una figura del comando bensì dell’autorizzazione, e la lingua materna, mantenendo a contatto corpo e parola, esperienza e significazione, è portatrice di verità soggettive credibili e fa luce su pezzi di realtà altrimenti invisibili. Un territorio, infine, in cui la politica del simbolico è una scommessa continua, e aperta a chiunque ne condivida le pratiche, sulla trasformazione del regime della dicibilità e della produzione del senso.
Eppure, detto tutto questo di Luisa non abbiamo ancora detto l’essenziale. Che sta non tanto nel contenuto quanto nell’andamento e nello stile di un pensiero pensante e sempre inquieto, che si forma in relazione e in contesto, spiazzando le posizioni e i conflitti precostituiti. Luisa la chiamava la mossa della schivata: cambiare improvvisamente traiettoria, non farsi trovare dove sarebbe prevedibile trovarsi, aggirare l’ordine del discorso dato, guardare le cose da un punto di vista decentrato, aprire una prospettiva imprevista e accendere una luce dove prima era buio.
Luisa era così, non la trovavi mai dove pensavi che fosse, e ti costringeva sempre a spostarti a tua volta impedendo sul nascere fissazioni e arroccamenti. Era il suo modo, talvolta non poco ruvido, di essere e aiutarti a essere libera. La sua luce si spegne mentre il mondo in cui siamo cresciute si capovolge, la guerra che aveva offeso la sua infanzia torna a massacrare la vita e a umiliare la politica, la tecnologia pretende di catturare e ammutolire l’esperienza, la libertà femminile diventa preda di fantasie di ripristino di sovrani e patriarchi claudicanti. «Un nuovo disordine simbolico si è installato sul protrarsi di un patto sociale morto», scriveva già nel 2012 in Dio è violent, consapevole di quanto il cambio di stagione sfidasse la scommessa politica della differenza ma pronta ad accettare la sfida e ad alzare la posta. Il disordine sarà più buio senza la sua capacità di fare luce, ma l’immenso patrimonio che ci lascia è lì per noi come un bene comune a cui attingere, ancora e encore.
SCHEDA. Qualche nota biografica
Nata il 14 giugno del 1940 a Montecchio Maggiore (Vicenza), Luisa Muraro si accosta alla filosofia negli anni 60 con Gustavo Bontadini all’Università Cattolica di Milano, dedicandosi soprattutto agli studi di linguistica e di filosofia della scienza. La partecipazione alla rivolta del ’68 e alla «rivolta nella rivolta» femminista decidono il seguito del suo percorso biografico, politico e filosofico. Nel ‘70 entra nel DEMAU, gruppo pionieristico del femminismo della differenza, dove incontra Lia Cigarini; con lei e altre fonderà nel ‘75 la Libreria delle donne di Milano. Dei primi anni 70 anche l’incontro con Elvio Fachinelli e la psicoanalisi, con la conseguente partecipazione, con Lea Melandri, alla rivista «L’Erba voglio» e a un esperimento antiautoritario di didattica nella scuola dell’obbligo. Traduce e introduce in Italia il pensiero della differenza sessuale di Luce Irigaray. Insegna in seguito all’Università di Verona, dove con Chiara Zamboni, Adriana Cavarero e altre fonda nell’83 la comunità filosofica femminile Diotima, cui dopo Chernobyl si affiancherà la comunità scientifica femminile Ipazia. Ma innumerevoli sono i luoghi di pensiero e pratica politica femminista che portano la sua impronta in tutta Italia, a partire dal Centro culturale Virginia Woolf-B di Roma, e frequenti i contatti con il femminismo internazionale, in Spagna, Francia, Germania, negli Stati uniti, in Cile, nello Yemen, in Burkina Faso Nel ‘91 dà vita alla rivista della Libreria di Milano «Via Dogana», nel ‘93 avvia con altre il Movimento di autoriforma della scuola e dell’università, dal 2007 al 2017 tiene in Libreria una Scuola di scrittura pensante. La sua sconfinata bibliografia, curata e pubblicata da Clara Jourdan in «Esserci davvero», include oltre 25 monografie, più di cento volumi collettanei, innumerevoli interventi su «il manifesto», «l’Unità» e altri quotidiani, su riviste specialistiche, settimanali pop, siti web, nonché interviste radiofoniche e televisive.
(il manifesto, 14 giugno 2026)
Inesorabile e amoroso è il ricordo che Fleur Jaeggy dedica alla amica Ingeborg Bachmann, compagna di strada e di pensieri che il 25 giugno avrebbe compiuto 100 anni, in Gli ultimi giorni di Ingeborg (Adelphi, pp. 44, € 6,00).
C’è qualcosa di deliberatamente incompiuto in queste pagine, come se la forma volesse replicare la natura della loro amicizia: fatta di presenze, di silenzi condivisi, di ciò che non ha senso spiegare. All’inizio di questo omaggio in un trittico – smembrato, suggestivo, capace di tenere insieme momenti lontanissimi senza cuciture visibili – troviamo una incantevole commedia estiva sullo sfondo del Mediterraneo, La casa dell’acqua salata: rievocazione del viaggio su una vecchia Alfa Romeo verso un luogo, Poveromo in Versilia, abitato da uomini graziati dalla banalità e dal conformismo. E qui incontrano l’idillio, la pace e i molti silenzi.
Poi, collocato nel mezzo, Da Ingeborg, è un dialogo sulla vecchiaia e la morte che registra sorrisi e paure appena placate nella prospettiva di essere sepolte vicine nel Cimitero degli inglesi a Roma, «accanto a Keats», aggiunge Jaeggy. Ma la tomba di Bachmann sarà a Klagenfurt per una scelta della famiglia e per uno dei molti tradimenti subiti dalla poetessa in vita come in morte.
La terza parte, che dà il titolo al volume, Gli ultimi giorni di Ingeborg ripercorre giorno dopo giorno, come fosse un diario, le ultime drammatiche fasi della sua vita: l’incidente, la malattia e la morte il 17 ottobre 1973 al Sant’Eugenio di Roma. Il tono cambia: la prosa si fa più ruvida, e il racconto si contrae descrivendo in frammenti la lotta per salvare l’amica: perché la disperazione non accetta il lavoro di lima, non raffina e solo a tratti mostra una rara tenerezza per quel lutto devastante, che l’autrice non ha intenzione di esibire. Ricorda le conversazioni attraverso l’interfono della terapia intensiva, un ultimo incontro, un bacio sulla fronte, la rabbia – quasi gridata – per i ritardi e i silenzi «criminali» di chi dovrebbe starle più vicino. E, su tutto la lotta per stabilire una gerarchia tra le persone riunite attorno al capezzale, una gerarchia che finisce per escluderla.
«Wir haben es schön gehabt» (il nostro tempo è stato bello) ripete alla fine per un contrappunto ostinato, rivendicando, al di sopra della morte, l’eccezionalità del loro rapporto fatto di bellezza e appagamento in una breve, tormentata esistenza.
(il manifesto, 14 giugno 2026)
Insieme con la notizia della morte di Luisa Muraro, il manifesto ha ripubblicato un suo articolo scritto in occasione del 40° anniversario del Maggio ’68, il 22 marzo 2008.
Anche noi lo riproponiamo.
(La redazione del sito)

Ai pittori di una volta e oggi ai fotografi è sempre piaciuto fare ritratti di donne, Giovane donna davanti allo specchio, Donna che scrive una lettera, Dama con ermellino, Signora seduta con amici in piedi, e così via. Questa, come la chiamiamo? Giovane donna con un braccio per aria? È una foto del famoso Maggio francese. Arrivati per ultimi, dopo gli americani, i tedeschi, gli italiani, gli inglesi non so, i francesi si sono bellamente impadroniti della cosa, le hanno dato il nome, il Sessantotto (noialtri, veramente, avevamo cominciato prima) e perfino un mese, il mese della Madonna, il più bello dell’anno nel nostro clima. A loro fa così piacere, oltre che lo fanno bene, come lo champagne.
Il ritratto che stiamo guardando, s’indovina che è stato inventato lì sul momento, ma non rubato, ed è questa combinazione il suo bello, la ragazza è arrivata alla manifestazione senza premeditazione, con un presentimento appena, ha visto il fotografo, ne ha intuito l’intenzione, gli ha fatto intendere “ci sono”, si è messa in posa, tutto in un lampo e la fotografia era fatta. Ed ecco il ritratto di lei, distaccata, per un attimo ma definitivamente, da quello che la circondava, che è finito in ombra o fuori dal quadro.
Tutto il contrario dalla vasta e impressionante visione della battaglia di Valle Giulia, commentata da Alessandra Bocchetti che l’aveva ripresa, e pubblicata sul manifesto dell’1 marzo scorso in apertura di questa serie di foto del Sessantotto, dove “tutto” è dispiegato, il luogo, le forze in campo, i fronti contrapposti e le rispettive intenzioni (se avete guardato bene, avrete visto anche, nella piega della schiena, la paura di alcuni dei poliziotti, quelli sulla gip di destra), e questo “tutto” ci appare angosciosamente gravato da cose che stanno per accadere.
In questa foto, al contrario, quello che doveva succedere, è lì, felice, il resto è contorno. S’indovina che siamo in una piazza, sul fondo c’è un edificio di nobile fattura, qualcosa di neoclassico; dai vestiti di lei, cuffia di lana e manica di camicia, si suppone che non siamo né d’estate né d’inverno (il maggio parigino va a pennello), due gruppi umani si fronteggiano a distanza ultra ravvicinata, occhi negli occhi; quelli che vediamo di spalle, anche qui, sono gli uomini in divisa, messi in doppia fila, la divisa non è italiana, potrebbe essere dei corpi speciali della polizia francese, giacca di cuoio e berretto tipo bustina, profilato in cuoio: non sono dunque in assetto antisommossa, e forse stanno a guardia di un luogo o di una cerimonia che gli altri vorrebbero occupare o disturbare pacificamente. Ma non potrebbero essere, questi altri, molto banalmente, persone che fanno la fila? No, la posizione dei corpi lo esclude come anche lo sguardo dell’uomo a destra, un bel viso maschile i cui occhi sono duramente puntati sull’uomo in divisa che ha di fronte.
In mezzo a questa virilità tutta compresa nella serietà dei suoi compiti storici e quasi rabbuiata in viso, la figura di lei spicca lucente e serena, sembra un volatile che batte un’ala per prendere il volo, la trattiene la massa scura dei corpi. Da questa emerge solo con il braccio destro e buona parte del viso: ha tratti ben disegnati, grandi occhi, sopracciglia marcate, naso regolare, grande bocca, guance tonde e rialzate, un bel viso incorniciato da capelli scuri coperti da una cuffia di lana chiaroscura. Che mi porta, di colpo, dolorosamente, un’immagine che è nella sequela del Sessantotto (scusate la parola troppo rara, ma ci voleva), quella della giovanissima protagonista di un’ultima impresa delle Brigate rosse, a Roma, nel 1986, si chiamava Wilma Monaco, altre vittime non ricordo che ci furono: il suo viso seminascosto tra il cappotto e l’asfalto, gli occhi chiusi, la testa coperta da una cuffia di lana, anche lei, che non aveva neanche l’età di questa.
La ragazza di Parigi, schivando gli occhi di quelli che ha di fronte, rivolge lo sguardo a qualcuno che si trova al di qua dell’immagine, allora era il fotografo, ora siamo noi. Non ci sta salutando, ci guarda con l’aria di voler comunicarci o mostrarci qualcosa. Naturalmente, quello che più colpisce, è il braccio alzato, la cui vista mi ha fatto venire in mente una miriade di situazioni, i bambini nella classe di una maestra che frequento, quando sanno la risposta, la capocomitiva quand’è sprovvista di ombrellino, il tedoforo delle Olimpiadi, la statua della Libertà a New York che giusto i francesi hanno regalato agli americani, la persona perduta tra i flutti del mare per segnalare la sua esistenza ad un’imbarcazione di passaggio, il pugile vincitore alla fine dell’incontro, le tombole in piazza, tanti anni fa, quando uno o una segnalava di avere vinto, ambo, tris, quaterna, cose così. Lei, perché? Forse per il fiore. Infatti, il braccio tiene in alto, senza stringerlo, fra tre dita, un fiore bianco delle dimensioni di un ranuncolo, il cui esile gambo le attraversa il palmo. Era un’usanza delle anime belle, offrire fiori ai poliziotti, e delle canzoni pacifiste, metterli nelle bocche dei cannoni.
Questo unico fiore, al sommo del braccio sollevato, nella mano dischiusa, impedisce che questa si stringa a pugno e sta al posto di una bandiera. E mi porta un’altra immagine, molto distante ma precisa nel particolare comune, un’icona bizantina del 1637, di Maria bambina in braccio alla madre sant’Anna cui porge un fiore, una margherita, tenendola anche lei fra pollice, indice e medio, le altre due dita ripiegate.
Dietro all’immagine, si affaccia un titolo, “Sola del suo sesso”, coniato dalla teologia femminista per Maria adulta, quasi l’ultima delle litanie, ora pro nobis, con trasparente allusione al contrasto fra la posizione elevatissima riservata unicamente a costei e l’umile rango di tutte le altre, nella società cristiana. Anche la protagonista di quest’immagine è sola, in un mondo di uomini, e realizza il detto di Lacan, erede della teologia cattolica: una per una. Ma nel Sessantotto, come andò, veramente? Che cosa facevano le donne, quando non porgevano fiori al cielo? Il Sessantotto fu una cosa dei maschi, direbbero due bambini che frequento.
Le femmine però, rispondo loro, c’erano e questa foto ne ritrae una, io ero un’altra e tante ne ho conosciute che c’erano, insieme alle loro amiche, una mia si chiamava Rosetta, e ai loro compagni, uno mio si chiamava Giuseppe, nelle manifestazioni di piazza, nelle occupazioni di università, nelle assemblee ad ascoltare, nei sottoscala a ciclostilare, nelle riunioni di gruppi e gruppetti, negli appartamenti presi in comune, nei picchetti delle fabbriche, nelle feste estive in riva ai fiumi, e tutto il resto.
Allora, cambio domanda: che cos’è stato il Sessantotto per me e le mie simili? Fu un passaggio – prima risposta – ma importante e, chissà, necessario, certo che ci ha portate molto avanti. Infatti, si dice “rivolta femminile” e “fine del patriarcato” e i più pensano all’Italia arcaica degli anni Cinquanta. È sbagliato. La rivolta che ha aperto la breccia da cui sono passate poi tante altre, fu contro i costumi e la cultura dei giovanotti che in questa foto fronteggiano i poliziotti. E che, fermi in questa posizione, hanno consumato un sacco di tempo e di energie, troppe. Siamo volate via… avete visto quel magnifico film di plastilina, Galline in fuga? Noi.
C’è una seconda risposta, perché, con la storia dei quarant’anni, ho dovuto tornare a pensarci. A distanza di tanti anni, facendo il confronto con il tempo presente, mi sono resa conto che ci fu un’investitura, allora, in favore delle persone giovani, che adesso non c’è. Quell’ebollizione mondiale aveva la forma espressiva del contro, ma era attesa e ci fu chiesta da un mondo che voleva cambiare, eravamo segretamente autorizzati. Come e da chi precisamente, sono cose che la cultura maschile di sinistra, con la sua dialettica e il suo antagonismo, non ha ancora imparato a captare. Non porto esempi. Autorizzati, chi? Ovviamente, allora, i maschi. Ma le femmine c’erano, ci eravamo anche noi e, per finire, oso dire, il credito del cambiamento possibile è andato a noi. Fu necessario alzare un braccio.
(il manifesto, 14 giugno 2026)
La morte di Luisa Muraro lascia un vuoto difficile da nominare. Non soltanto perché scompare una delle più importanti pensatrici del Novecento e di questo primo scorcio di secolo, ma perché viene meno una figura che per molte e molti è stata insieme maestra, interlocutrice, misura e orientamento.
Una figura che ha attraversato anche Palermo, dove è venuta più volte su invito della Biblioteca delle donne e del Centro di consulenza legale UDIPalermo, per presentare i suoi libri, partecipare a incontri e seminari.
Colpiva il rigore del suo pensiero, sempre esigente e mai accomodante. Colpivano anche la sua capacità di ascolto e la generosità con cui metteva in circolo idee, intuizioni e domande. Non parlava da un sapere già concluso: piuttosto dalla passione di chi continua a cercare, insieme ad altre, parole capaci di dire il reale.
Il suo lavoro ha segnato profondamente il pensiero contemporaneo perché non è nato dall’elaborazione di un sistema teorico astratto, separato dalla vita. È nato dentro l’esperienza del femminismo, nelle pratiche politiche delle donne, nelle relazioni, nei conflitti, nelle scoperte che quel movimento ha reso possibili. Per Luisa il femminismo non è stato un tema da studiare né un settore particolare del sapere: è stato il luogo a partire dal quale il pensiero ha preso forma e si è trasformato. Da qui si comprende come il pensiero non si separi dal luogo in cui prende parola, e come quel luogo ne modifichi il senso.
Ha insegnato a generazioni di donne a dare credito alla propria esperienza, a riconoscere che la relazione non è un fatto secondario o privato, ma una condizione fondamentale dell’esistenza umana; che la lingua non è uno strumento neutro, ma il luogo in cui si forma il senso del mondo; che l’autorità può esistere senza dominio e senza potere.
Tra i suoi libri, L’ordine simbolico della madre segna una svolta decisiva. In quelle pagine Muraro mette in questione l’idea di un soggetto autosufficiente, riportando al centro la relazione originaria con la madre come ciò da cui ciascuna e ciascuno prende avvio. Nessuna e nessuno viene al mondo da sé: si nasce dentro una relazione e si entra nel linguaggio attraverso una voce ricevuta. In questa esperienza originaria, non riconosciuta nel suo valore simbolico, Muraro indica una condizione che riguarda tutte e tutti.
Non era una questione soltanto teorica: per molte il pensiero di Luisa Muraro ha aperto un diverso rapporto con la propria esperienza e con le parole necessarie a nominarla.
È stata una maestra nel significato più profondo della parola: non perché offrisse risposte definitive, ma perché sapeva aprire domande che cambiano il modo di stare al mondo.
Aveva il raro dono di rendere più esigente il pensare e insieme più libera la vita.
La salutiamo con dolore profondo, sapendo che il modo migliore per onorarla non è custodirne il ricordo come qualcosa di concluso. È continuare a fare ciò che lei ci ha insegnato: partire dall’esperienza, cercare parole vere, affidarci a ciò che tiene insieme le vite, andare più a fondo nel presente.
(Pressenza, 14 giugno 2026)