Durante le vacanze di Pasqua ho ripreso in mano un vecchio videogioco che non usavo da molto tempo, Roller coaster tycoon, in cui bisogna costruire un parco divertimenti con tutti gli accessori: chioschi per le cose da mangiare, elementi del panorama, giostre e montagne russe. L’obiettivo è farlo diventare un’attività economica sostenibile. I pochi ettari a disposizione si riempiono in fretta, perciò è necessario fare manutenzione su quello che hai già costruito. Assumi meccanici, addetti alle pulizie e ispettori, ti assicuri che siano pagati bene, che siano formati e che si prendano cura delle giostre. Se fallisci, le montagne russe si rompono o, peggio ancora, crollano.

Ho pensato a Roller coaster tycoon quando ho letto questo titolo su un giornale danese: “Le attività commerciali non riescono ad avere energia elettrica per nuovi progetti: ‘È un disastro’”. L’articolo spiegava che la rete elettrica nella Danimarca settentrionale è drammaticamente obsoleta. Diverse aziende non riescono a ricevere l’energia di cui hanno bisogno. Particolarmente a rischio sono quelle che cercano di essere “ecologiche” e fare affidamento su elettricità prodotta da energia eolica o solare anziché da combustibili fossili.

Titoli come questo spuntano come funghi ovunque in Europa. L’estate scorsa il Guardian ha scritto a proposito della Germania: “Arrugginisci in pace: perché i ponti e le scuole tedesche cadono a pezzi?”. Nel 2018 a Genova sono morte 43 persone nel crollo di un ponte che non aveva ricevuto la dovuta manutenzione. A quanto pare abbiamo dimenticato come prenderci cura di quello che possediamo. Perché?

Nel mio libro Deficit. Perché l’economia femminista cambierà il mondo (La Tartaruga 2025) sostengo la necessità di una rivalutazione del lavoro di cura. Per decenni l’assistenza alle persone è stata sistematicamente sottostimata dal punto di vista politico e le ragioni sono intimamente legate alla svalutazione della manutenzione delle cose.

La teoria economica dominante prende in esame i prezzi, non l’uso futuro degli oggetti, per valutare l’efficacia delle politiche. Applicando questo approccio, però, emergono due enormi problemi. Prima di tutto, stabilire quanto vale nel lungo periodo preservare un ponte che cade a pezzi diventa impossibile, perché i prezzi non riflettono il suo ruolo nell’economia. Il costo del lavoro è elevato e la manutenzione non ripara un ponte rotto, semmai elimina un potenziale ponte rotto in futuro. La maggior parte dei politici lavora sul breve periodo e vuole introdurre dei cambiamenti tangibili e visibili nelle vite delle persone subito, non tra quarant’anni.

Nessuno ringrazia un politico se un ponte non crolla. Lo stesso vale per il lavoro di cura: quando funziona, non lo noti più di tanto. Se un bambino viene nutrito come si deve, se ha amici e una famiglia che gli vuole bene, diventa semplicemente un adulto sano. Ma quando queste cose non funzionano spuntano dei problemi.

La seconda sfida è che la teoria macroeconomica moderna tende a considerare la spesa pubblica come un costo. Fare manutenzione a un ponte è considerato un costo, non un investimento. Tuttavia, come sa chiunque sia bravo a Roller coaster tycoon, non guadagneremo niente se il Rocky road coaster 3 si rompe di continuo!

Questo aspetto spesso non emerge nel dibattito pubblico sull’economia. La spesa pubblica viene contrapposta al benessere del settore privato. È la cosiddetta teoria dello spiazzamento, secondo cui la spesa pubblica convoglia denaro che potrebbe essere usato altrimenti nel più efficiente settore privato, dove risiede la vera creazione di valore. Il che però non regge a un esame approfondito nell’Europa di oggi.

Gli economisti Philipp Heimberger e Cara Dabrowski di recente hanno pubblicato uno studio innovativo che dimostra l’impatto degli investimenti pubblici in Europa nei decenni passati. Gli studiosi evidenziano che una spesa pubblica elevata «ha effetti favorevoli su produzione e occupazione nel breve e medio periodo, non ostacola gli investimenti privati e non compromette la sostenibilità del debito pubblico». In sintesi: l’economia dello stato non è come quella di una famiglia, in cui dev’esserci un equilibrio perfetto tra entrate e uscite, e spendere molti soldi non equivale al comportamento “sconsiderato” di una persona che perde la testa in un centro commerciale.

La spesa pubblica può ampliare le capacità di un’economia nel suo complesso, sia quella pubblica sia quella privata, e rendere più facile e sostenibile fare affari. Heimberger e Dabrowski rilevano che «Ogni euro di investimenti pubblici genera più o meno 1,30 euro di ricavi adeguati all’inflazione nel giro di tre anni».

Le aziende di tutto il mondo hanno bisogno di elettricità, di ponti che reggono, di buone linee telefoniche, di un’efficace connessione internet e di persone istruite, felici e in buona salute. Adesso però in Europa sta accadendo esattamente il contrario, a causa di norme dell’Unione estremamente inadeguate sulla spesa pubblica di cui la maggior parte degli europei non sa nulla. Queste norme fiscali stanno costringendo più di un terzo dei paesi del continente a tagliare la spesa pubblica nel prossimo decennio. E tutto perché le regole sono ancora basate sulla teoria dello spiazzamento.

L’anno scorso la Germania sembrava sul punto di fare una cosa giusta: stanziare 500 miliardi di euro per le infrastrutture (anche se a me sarebbe piaciuto vedere più investimenti per modernizzare il settore della cura). E cos’è successo? Tra l’80% e il 95% delle risorse dei fondi è stato destinato a spese di breve periodo, per rientrare nei vincoli di bilancio a breve termine. Il paese era talmente sottofinanziato che «abbiamo scoperto che i politici hanno usato quasi tutti i fondi finanziati dal debito per altri scopi, e nello specifico per coprire deficit di bilancio. Questo è un problema enorme», ha dichiarato a Politico Clemens Fuest, presidente dell’Institute for economic research (Ifo), uno dei più importanti centri studi tedeschi sull’economia.

La politica moderna è governata dalla contabilità. Nel 2025 in Germania il governo ha visto all’improvviso una possibilità di sistemare i ponti perché poteva rientrare tra le “spese militari”, una voce in uscita che tutti i paesi devono sostenere per legge. Purtroppo non ci sono obblighi di legge simili per la manutenzione sostenibile delle infrastrutture destinate all’uso quotidiano. Il foglio di calcolo è diventato più concreto della realtà, le regole di bilancio stanno plasmando il mondo.

Nella comunità della decrescita economica c’è una specie di mantra: «Meglio una decrescita pianificata che una decrescita forzata». Il detto evidenzia che diminuire le emissioni di anidride carbonica e usare meno plastica, legno e minerali per un certo periodo di tempo può anche sembrare spaventoso, ma non è davvero niente se paragonato al non avere alternative.

L’attuale crisi energetica provocata dalla guerra che Israele e Stati Uniti stanno conducendo in Medio Oriente conferma questa previsione: siamo in un’epoca di decrescita forzata.

Il commissario per l’energia dell’Unione europea Dan Jørgensen di recente ha dichiarato: «Più riusciremo ad agire per risparmiare il petrolio, e soprattutto il diesel, e in particolare il diesel per gli aerei, meglio staremo».

Jørgensen, infine, ha concluso con quelle che suonano come le proposte di giovani attivisti per il clima: «Bisogna lavorare da casa se possibile, ridurre di dieci chilometri orari i limiti di velocità in autostrada, incoraggiare gli spostamenti con i trasporti pubblici, usare le auto private con targhe alterne, aumentare il carsharing e adottare pratiche di guida efficienti».

Non abbiamo le infrastrutture necessarie ad affrontare le nuove esigenze. Una crisi mostra sempre le crepe nelle fondamenta. Quando le risorse finiscono, la cosa più importante è prendersi cura di quello che hai già. Ogni vero tycoon lo sa.

(Internazionale, 24 aprile 2026)

Lia Cigarini fu per me rifugio nei tre anni che vissi con lei e altri suoi amici negli anni ’70, fu consigliera: mi indirizzò al fare la terapia analitica, e amica dolcissima per sempre. Confrontarmi con lei fu una abitudine rincuorante ancora oggi, che mi comunica gioia di vivere, per cui anche le cure si tollerano con speranza e ragionevolezza.

Lia veniva a casa mia a incontrare Daniela Pellegrini, sorella di mia madre, dormiva da lei, di fianco al mio appartamento, perché rischiava di perdere la gravidanza se camminava. Lia e Daniela sedevano in cucina, tutti i giorni al tavolo a scrivere il Manifesto del Demau, (Demistificazione autoritarismo maschile). Erano gli anni sessanta. Già prima loro si incontravano, e Daniela mi diceva a ripetizione di andare al Demau. Ci andai. Si finiva così a vedere il maschile come oppressione e la differenza femminile cambiava faccia: non uguaglianza come sembrava alle studenti come me; alle lavoratrici come tante, ma una condizione infingarda: di superiorità e inferiorità assieme perché per te gli uomini perdevano la testa e ti corteggiavano ma il loro riferimento erano gli uomini e potevi essere cooptata soltanto facendo quello facevano loro e per loro. Le delusioni non mancavano nella vita delle donne, promesse infondate di valore ed emarginazione appena si faceva coppia o ci si avventurava nel mondo del lavoro. Mille tradimenti sessuali e il tuo renderti conto che la dipendenza economica non è rassicurante se facevi famiglia.

Le due, il gatto e la volpe, chiamavano Daniela e Lia, si presentavano assieme alla fine degli anni sessanta e agli inizi dei settanta, ed erano sempre oltre il discorso delle altre. Più severe del pluralismo femminile e più personalmente ingaggiate nell’accogliere, con Rivolta femminile, l’assolo personale che osserva se stessa e si dice in un pensiero del tutto egoistico, quasi inaccettabile per l’educazione femminile alla oblatività, per l’abitudine delle donne a dare aiuto a chiunque sia a disagio. Il disagio altrui sta sul cuore delle donne ma hanno difficoltà a sapere che sta al posto del proprio. Non esistono le donne e non esisti tu, il soggetto inesistente si esprime negli altri e sarà dura la strada di vedersi quel niente che ci si sente in una società degli uomini. Ma Daniela e Lia ci spronarono a sentirci soggetti superiori agli uomini e a incontrarci tra noi per valorizzarci.

Qualche anno dopo fu Lia ad accogliermi in casa sua, con la dolcezza d’animo che la contraddistingueva, con la premura verso l’altra che non ho mai visto eguale e sostanziale. Alcune non la notavano per via che se era di politica che si parlava, Lia pensava di saperla così chiara che o le interessavi con la tua espressione, o ti superava nella ricerca di profondità innovativa, e la permalosità veniva lasciata a se stessa. O facevi le tue azioni o il lamento non era costruttivo. Così con Muraro, che fu la seconda alleata, la forza divenne duplice per attrattiva, una guida per tante. Altre personalità fecero le loro imprese, si cresceva nel mondo femminile in diversi modi e la curiosità e l’interesse per la valorizzazione delle donne è cresciuta enormemente nella società italiana.

L’adeguamento ad una politica omologante, quella maschile, priva di un’invenzione altra da quella burocratica, priva di rispetto per le donne e di ricerca espressiva della loro differenza non è ancora scomparsa, anzi ci tallona su iniziativa del potere economico e trova nella pigrizia alimento: l’intelligenza artificiale ti propone in ogni minuto d’affidarti a lei per dimenticare le tue capacità autonome. Allo stesso modo la naturalità della bellezza e dell’attrattiva corporea viene combattuta più di prima da tutti i media per far sentire le donne sempre inadeguate e dipendenti da un modello esterno a loro. Ma vincerà l’autenticità come ha vinto in me negli anni novanta la voce degli ambientalisti che chiamavano a confrontarsi con la natura, soggetto di un tale equilibrio da poter smantellare l’umanità intera. E vincerà anche la considerazione che il corpo ci parla, parla al pensiero, che ho accolto negli anni seguenti dal pensiero di Lia e della Libreria delle donne, perché Lia pensava dialogando con le donne in presenza, argomentando. La forza del proprio ascoltare se stesse nel confronto con tutti i soggetti che incontriamo e ci accompagnano è un motore di ideazione politica infinita. 

(http://www.libreriadelledonne.it/ 23 aprile 2026)

Ho sentito il bisogno di risentire la voce di Lia e così sono andato a cercare le registrazioni delle tante ore di scambi che abbiamo avuto per costruire l’intervista che sta alla fine de La politica del desiderio e altri scritti. Non le ho trovate e questo ha aumentato la mia tristezza, ma ha anche funzionato come un tappo o uno schermo: mi sono potuto arrabbiare con me stesso perché non tengo bene in ordine i miei archivi. Ma se non lo faccio, non è solo per pigrizia, ma anche per paura. Ho paura che certi ricordi, salvati negli archivi, escano allora dal cuore.

Trattenerli nel cuore e nella memoria, comunque, non è così semplice. Lia era una donna così spiritosa, ricordo bene quante volte abbiamo riso quando mi avvicinavo a quel divanetto del Circolo della rosa dove lei allungava le gambe e si fumava una sigaretta, dopo il pranzo per le redazioni di Via Dogana. Eppure, non riesco più a mettere a fuoco una battuta precisa. Parlavamo spesso di Woody Allen, citandoci reciprocamente qualche scena dei suoi film, ma non riesco a ricordare le sue preferite. Mi dispiace così tanto.

Vorrei chiederle ancora di consigliarmi un romanzo o un film e da lì arrivare a chiederle sommessamente della politica. A questa arrivavo sempre così, lateralmente. Non avevo il coraggio di affrontare direttamente il tema: avevo paura di non saper sostenere la discussione con lei. Temevo di suscitare la sua famigerata impazienza di fronte a chi non coglieva o coglieva troppo poco il punto della situazione.

L’impazienza di Lia me la ricordo bene: talvolta si manifestava persino con Luisa Muraro, quando nelle discussioni in Libreria faceva interventi che Lia giudicava troppo lunghi. Allora le faceva segno di tagliare. Nessun altro o altra avrebbe mai osato – quand’anche ne avesse sentito il bisogno, cosa che per esempio io non ho mai sentito visto che amavo molto gli interventi di Luisa. Ad ogni modo, Lia poteva farlo perché sentiva come un’urgenza.

Che natura aveva quell’urgenza che la animava? Ovviamente l’urgenza non è la fretta, rimanda a qualcosa che incalza e al tempo che potrebbe non bastare. È qui sottesa una questione cui erano sensibili sia Luisa sia Lia, sebbene in modo diverso. A me interessava quel che ne pensavano, ma allo stesso tempo… non ne volevo sapere niente! C’è infatti di mezzo anche l’eredità e quindi, per un verso, la responsabilità, per l’altro, la morte. Una parte di me preferiva mettere la testa sotto la sabbia. E così, del discorso fatto a cena una sera, non so farvi un racconto preciso: il mio ricordo è pieno di cancellature che sono senz’altro rimozioni. Lia aveva detto di vedere positivamente l’interesse di alcuni gruppi di giovanissime verso la pratica dell’autocoscienza e persino dell’inconscio; tuttavia, i tempi lunghi di queste pratiche un po’ la scoraggiavano. Forse perché così il cambio di civiltà ritardava? O perché temeva di non arrivare a vederlo? Su questo c’è stato uno scambio con Luisa quella sera, ma l’ho cancellato.

Ad ogni modo né l’una né l’altra parlavano tanto del “futuro”: non era una parola importante nel vocabolario di nessuna delle due. D’altronde, la politica cui hanno contribuito non è né una politica fatta di programmi né una politica messianica. La politica del desiderio è una politica al presente, dove però il presente è collocato in quello che Lia chiamava l’orizzonte grande e dove dunque è inscritta con forza la consapevolezza del molto che non dipende da noi – se non appunto per il senso che vi sappiamo leggere. L’urgenza che Lia sentiva con tanta intensità era legata a questa idea del leggere la situazione presente con lucidità e cogliendo lo stato del cambiamento in atto. Così da poter fare la propria mossa. Neanche un minuto, neanche una parola in più di quella strettamente indispensabile per arrivare alla propria mossa. Parlo apposta di mossa o di gesto e non di azione. Non spiegherò perché ma spero che vi risuoni.

Questo atteggiamento per cui ora mi viene in mente l’immagine di un samurai, lo ritroviamo tra l’altro nella scrittura di Lia, così essenziale, minima. Amava chi sapeva raccontare, ma lei non raccontava molto: le avevo proposto di costruire l’intervista prendendo il racconto della sua vita come filo conduttore, come avevamo fatto con Luisa per Non si può insegnare tutto, ma il tentativo non ha funzionato. Il racconto non era la sua modalità di pensiero. D’altronde i suoi scritti sono brevi, spesso ci sono paragrafi numerati: “su questo ho tre cose da dire: 1, 2, 3”.

Nell’incipit di un articolo del 1999, Con un filo di pensiero, c’è tutto lo stile inimitabile di Lia: «In effetti, che cosa ha dato di prezioso alla cultura e alla politica la pratica della differenza? Nelle riflessioni che faccio quasi quotidianamente con Luisa Muraro abbiamo alla fine concluso: il partire da sé, la relazione duale di scambio come produttiva di modificazione perché mette in gioco il desiderio della singola/o, il lavoro politico sul simbolico, il senso dell’autorità contro quello del potere. Sono portata a pensare che è tutto qui. Qualcuno potrà obiettare: ma è tanto».

Passate al setaccio di tanta essenziale brevità, anche le più grandi scoperte potevano sembrare poca cosa. In realtà, il fatto è che Lia usava la scrittura per fare il punto su una pratica o sull’andamento di un rapporto. E lo faceva per rendere possibile la mossa successiva: uno spostamento che poteva modificare gli equilibri.

Ma a proposito di questo uso parsimonioso e però così efficace delle parole, voglio raccontare una cosa che spero vi farà sorridere.

Nel 2018 o poco prima, un grappolo di fatti si sono riuniti e hanno fatto nascere in me il desiderio di rendere di nuovo disponibile il libro di Lia e di arricchirlo con i suoi scritti successivi. Il primo di questi fatti è che la domanda di Lia: “Quali pratiche?” stava portando ordine in alcuni miei pensieri, per cui rileggevo i suoi scritti; il secondo è che Stefania Ferrando stava lavorando sul tema del sopra la legge, per cui poteva essere interessata a entrare in un progetto che non sarebbe stato né facile né breve, come la formula “ripubblicazione integrazione” potrebbe fare falsamente pensare; il terzo fatto è che in quel periodo Luisa era preoccupata che la decisività di Lia nel femminismo italiano fosse persa di vista. E così è iniziato il lavoro.

La mia idea era costruire la raccolta definitiva, includendo tutto quello che Lia aveva scritto, compreso ad esempio il lungo dialogo con Luisa Cavaliere, C’è una bella differenza. Così, un giorno sono andato da Lia e le ho detto: “se mettiamo tutto, però, viene fuori un libro di ben più di 500 pagine!”. Mi ha guardato stupefatta e poi ha detto: “Bisogna dirlo alla Muraro che mi tampina sempre dicendomi che scrivo poco!”. E siamo scoppiati a ridere.

E io sorrido ancora ripensandoci. Ed è col sorriso che le voglio dire: “Grazie Lia!”

(http://www.libreriadelledonne.it/ 24 aprile 2026)

Più di 45 anni fa è iniziato il mio rapporto di affidamento con Lia.

Un rapporto da subito dichiarato, esplicitato, scritto, difeso, e molto osteggiato in un periodo in cui molte donne si riconoscevano nel femminismo della parità.

Un rapporto di stima, di affetto, di gratitudine da parte mia e di grande libertà reciproca. Libertà è stata l’essenza del nostro legame.

Un rapporto che col tempo è diventato un rapporto mentale che dava risposte giuste alle mie richieste. Un rapporto necessario.

Un rapporto che continua anche ora perché ha un posto nel mio cuore e solo il tempo lo fermerà.

“Prima tu poi io” scriveva in una sua poesia Bibi Tomasi, amica tanto amata da Lia.

(http://www.libreriadelledonne.it/ 23 aprile 2026)

Dolore infinito… gratitudine e riconoscenza per Lia Cigarini, una donna grande dal grande pensiero e lucidità concreta che insieme a Luisa Muraro ha/hanno tracciato un solco di infinita bellezza politica al quale guarderemo e cercheremo di far corrispondere i nostri pensieri, le azioni e le pratiche in cui ci misureremo… Un abbraccio a tutte!! Anna Di Salvo (Catania)

Care amiche della Libreria, vorrei lasciarvi questo messaggio per porgervi le mie più sentite condoglianze per la scomparsa della nostra maestra Lia Cigarini. Rimane la sua immensa opera e il suo insegnamento, che continuano ad accompagnarmi nel percorso di ogni femminista. A tutte voi mando un abbraccio sentito, Laura Mercader Amigó (Barcellona)

Con dolore apprendo la morte di Lia Cigarini. Certe donne le si vorrebbe eterne. Mi unisco a voi tutte nel tener viva Lia Cigarini nella nostra riconoscenza, nel vivo ricordo della sua generosità e intelligenza del mondo. Vorremmo saperla onorare per quel che ognuna e tutte possiamo fare. Marina Salacrist (Sondrio)

Carissima Clara e carissime amiche della Libreria, ho saputo della triste notizia di Lia. Avevo sperato che si potesse riprendere. Le persone che contano tanto nelle nostre vite ci sembrano immortali. A noi rimarranno i suoi scritti, le sue riflessioni i suoi pensieri che continueranno a illuminare il cammino delle donne anche delle generazioni future. Un abbraccio a tutte voi. Katia Ricci (Foggia)

Cara Clara, ho saputo ora da Luisella della partenza di Lia. Mi dispiace tanto. Stiamo perdendo le nostre sapienti Maestre fondatrici… Penso anche al dolore di Luisa e poi di tutte voi e noi. Se hai notizie mandale per favore. Ti abbraccio forte. Martina Bugada (Mantova)

Care amiche della Libreria, ricevo con enorme tristezza la notizia di Lia. Una carissima amica con cui ho imparato tantissimo dal giorno che l’ho trovata a Barcellona alla presentazione di “Non credere…” tante volte ritrovata e condividendo tante idee di politica e creazione. Una luce che rimane nella storia della politica e del pensiero delle donne. Grazie Lia! Abbracci forti a voi tutte. Anna Bofill (da Barcellona)

Cara Clara, ho saputo della morte di Lia. L’avevo incontrata in via Dogana nel 1978 e da allora il suo pensiero e le sue parole hanno accompagnato la mia vita. Un abbraccio affettuoso! Lucia Zatelli (Firenze)

Lia ci ha lasciato la responsabilità di continuare la strada che ci ha indicato. Donne e uomini (ancora pochi) libere/i che sanno la loro differenza. Vogliamo la pace. Adriana Sbrogiò (Spinea)

Care amiche, Voglio esprimere la mia gratitudine a Lia Cigarini per i suoi importantissimi contributi alla politica delle donne, con “La politica del desiderio” tra altri scritti, alla libertà femminile e al mondo del lavoro femminile. Grazie cara Lia di illuminare il cammino di tutte le donne che siamo venute dopo di te. Resterai nel mio pensiero e penso di tante altre donne. Grazie cara Lia, tutte le cose che ci hai insegnato lasciano un profondo legato in me. Un caro abbraccio. María Elisa Varela-Rodríguez, Co-fondatrice e ricercatrice del Centro de Investigación de Mujeres Duoda (Barcellona)

Care amiche della Libreria delle donne di Milano, in queste ore di doloroso sgomento stemperato dalla dolcezza e dall’amore per la cara Lia che ci ha lasciate, stiamo rivivendo momenti significativi della sua concretezza e profondità politica ma anche momenti gioiosi di vita solare trascorsi insieme a Lia e tante altre amiche… Più che mai ci passano davanti immagini e scene dei bei giorni trascorsi a Catania due autunni fa per la presentazione del suo meraviglioso “La Politica del desiderio” e delle scorribande per le belle zone del mare di Catania con lo sfondo dell’Etna che tanto aveva apprezzato…
Carissima Lia la gratitudine di noi donne della Città Felice per la ricchezza e la novità di pensiero che ci hai trasmesso non potrà mai essere quantificata ma sappiamo che continuerà ad ispirarci e ad avvolgerci per tutto il tempo della vita che ci rimane per pensare e operare fedelmente nel solco fertile che tu e Luisa Muraro insieme avete tracciato!!…
Con infinito amore per Lia Cigarini, Anna, Mirella, Nunzia, Giusi, Carmina (Catania)

Condivido questa triste notizia esprimendo la grande gratitudine a Lia Cigarini che mi ha regalato pensieri e pratiche e che, nella mia giovinezza, alle enormi perplessità sulla decisione se esercitare la professione forense, mi ha insegnato una modalità di essere avvocata compatibile con il mio essere donna, con le mie scelte etiche e politiche. Grazie anche a lei, a Luisa Muraro e a tutte le donne della Libreria ho imparato a diventare e a scegliere di essere una femminista! Grazia Villa (Facebook)

La Casa delle Donne di Milano si unisce al vostro dolore per la perdita di Lia Cigarini, fondatrice e anima della Libreria delle donne, importante punto di riferimento per intere generazioni. Ci lascia un’eredità preziosa fatta di autonomia, desiderio e pratica politica e relazionale. Vi abbracciamo con profonda solidarietà e affetto. Le consigliere direttive con le socie tutte

Queridas Amigas: Me acabo de enterar que ha muerto Lia Cigarini, mi gran maestra laboralista y no solo… Lo siento mucho. Un abrazo inmenso. Laura Mora Cabello de Alba (Universidad de Castilla – La Mancha)

Carissime socie e amiche della Libreria, Ci mancherà tantissimo Lia con la sua fine e acuta intelligenza, la sua eleganza di modi e innata allure, oltre che il suo sorriso e humour profondo e coinvolgente! Un abbraccio a tutte voi da parte mia! Cinzia Achilli

Cara Traudel, ho letto nei giorni scorsi della morte di Lia Cigarini, in particolare il bel ricordo sul vostro sito e gli articoli usciti sul manifesto. Volevo dirti che sono vicina col pensiero a te e al gruppo della Libreria: Lia Cigarini lascia una grande eredità di riflessioni e pratiche politiche che verranno ancora sviluppate ma, come giustamente è stato scritto, nella prima fase è l’assenza che pesa di più. Un grande abbraccio, Alessandra Di Martino

Mi dispiace molto sapere che Lia Cigarini non è più qui. Ci vedevamo raramente in questi ultimi anni ma sapere di poterle parlare era di grande conforto. Per tutte voi, un abbraccio affettuoso e molto triste. Colette Shammah

Vi penso con partecipazione e vicinanza. Che bella cosa è stata la festa, gli omaggi per lei e per Luisa, che bel dono. Nella tristezza per la perdita, resta tantissimo. Lucia di Roma

Ciao Laura, a nome della Galleria delle Donne, volevo testimoniare la nostra vicinanza per la morte di Lia. Il mio ricordo di lei, risale agli anni 70 quando ci siamo conosciute. Nel 1974 in Danimarca a Femo (non so se si scrive proprio così) e poi nelle varie Pinarelle nel 74 e 75, nel 76 a Paestum e anche a Salice d’Ulzio, incontri e convegni. Come si sa erano anni incredibili, dove si sperimentava si può dire tutto. Dove pensavamo di poter fare tutto, infatti molto è stato fatto. Gli scritti importanti e necessari di Lia, sono nelle nostre case strumenti importanti per continuare a riflettere sulla nostra storia. Ci mancherà. Un abbraccio. Milli

Lia Cigarini, Milà (1937-2026). Advocada i jurista, pensadora i escriptora feminista. Cofundadora de la Llibreria de dones de Milà, lloc de política, pensament, lectura i escriptura. Un lloc creat pel desig de ser-hi en relació. Aquesta primavera, la Lia ens ha deixat. Quasi immediatament de conèixer la notícia, moltes, moltíssimes dones que han estat alumnes, professores, investigadores i amigues de Duoda Recerca de Dones de la Universitat de Barcelona, ens han manifestat el desig de fer arribar la gratitud cap a la Lia, gratitud per haver escrit des de el desig, per haver-nos sacsejat posant paraules allò que tantes sentíem i no sabíem anomenar, perquè dotar de paraules dona sentit a les relacions. Ella va escriure: “La llibertat és una experiència en comú”. “La relació de diferència s’ha d’entendre com relació amb allò altre, sense arribar a un nosaltres, sense arribar a un subjecte col·lectiu.” La llibertat relacional que tantes dones hem desitjat I hem trobat amb altres dones.
Gràcies, Lia. DUODA (Facebook)

Voglio esprimere la mia sincera vicinanza per la perdita di Lia, di cui ho saputo leggendo il contributo di Laura Colombo sul sito. Il 20 settembre scorso, con molte di voi abbiamo preso un caffé fuori dalla Cattolica – era il giorno del convegno “Come quando si accende la luce”. Lia, l’avevo sentita alcune volte parlare agli incontri aperti in Libreria, vissuta tramite le parole di Marta (che mi hanno sempre aiutato a mettere a fuoco e in contesto tutto ciò che accade in Libreria). E quindi avvicinata e letta nei suoi scritti. A quel caffé per qualche minuto sono stato seduto vicino a lei e per me è stato prezioso: una donna che avevo iniziato ad ascoltare con ammirazione e poi leggere con immenso interesse… la ritrovavo lì, in un circuito di abbracci vitale, energico, di relazioni intorno ad un tavolo. Non mi ha certo fatto sorpresa, ma mi è sembrato un dono… l’incarnato di quel portato immenso che è la Libreria. Il suo sorriso intelligente e gentile, anche a me rivolto quel giorno, me lo porto discretamente come un pezzetto di quel dono. Vi abbraccio tutte. Simone Autera

Se avessi solo due parole per dire di Lia direi “giusta e severa”. Tutte le altre sue grandi qualità restano nella memoria, nella storia di una donna d’eccezione e in quello che in molte siamo. Impossibile non piangere e soffrire per la perdita. Ma intanto sento la sua voce che dice “guarda il lato positivo”. Stefania Giannotti

(http://www.libreriadelledonne.it/ 24 aprile 2026)

In occasione della scomparsa di Lia Cigarini, la trasmissione di Radio Popolare “Sui generis”, prodotta e condotta da Elena Mordiglia, ha dedicato uno spazio al ricordo dell’avvocata, femminista e cofondatrice della Libreria delle donne.

Nel corso della trasmissione di venerdì 24 aprile ha mandato in onda quattro ricordi di donne che nella Libreria l’hanno conosciuta e hanno condiviso dei tratti di strada con lei. Interventi di Michela Spera, Giorgia Basch, Traudel Sattler e Silvia Baratella.

La parte di trasmissione dedicata comincia al minuto 42’52” del podcast.

https://www.radiopopolare.it/puntata/popolare-suigeneris/suigeneris_24_04_2026_20_30

(Radio popolare, “Sui generis”, 24 aprile 2026)

In Assemblea CNEL il ricordo della sua recente scomparsa

Nel corso dell’Assemblea del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro di questa mattina la consigliera Rossana Dettori, presidente del Comitato per le pari opportunità, ha ricordato Lia Cigarini, scomparsa lo scorso 20 aprile.

«Desidero dedicare un momento di questa Assemblea – ha dichiarato la consigliera Rossana Dettori– al ricordo di Lia Cigarini, figura di altissimo profilo intellettuale e politico, e storica femminista del nostro Paese, scomparsa lo scorso 20 aprile.

Molti conoscono Lia per il suo fondamentale ruolo nella libreria delle donne di Milano – di cui è stata fondatrice – e per i suoi studi pioneristici sulla libertà femminile, ma il suo grande contributo, che vorrei ricordare qui oggi, è sulla sua visione del lavoro.

Non credere di avere diritti (1987) è il suo libro più conosciuto, studiato anche nelle Università, nel quale l’autrice non si limita a chiedere il raggiungimento della piena parità, ma segnala la necessità, per le donne, di affermare la propria differenza per cambiare effettivamente il mondo.

Lia – prosegue Dettori – non ha mai considerato il lavoro come un semplice dato statistico, o una variabile economica, ma ci ha insegnato che il lavoro ha una profonda qualità relazionale – spesso dimenticata o sottovalutata – in cui si esercita la libertà di ogni persona e, in particolare, la libertà delle donne, attraverso il buon lavoro.

Lia, con il suo instancabile lavoro, ancora oggi, ci ricorda che ogni nostra decisione sul lavoro deve avere come obiettivo la valorizzazione della dignità e la rimozione di quegli ostacoli che impediscono – in particolare alle donne – di esercitare appieno la propria libertà, autorevolezza, e competenza.

Ricordarla qui oggi, significa, anche per noi, impegnarsi a fare di questa Istituzione un luogo dove la differenza non è un ostacolo, ma una risorsa, un valore e una grande ricchezza. Un luogo dove la politica non è gestione del potere, ma servizio alla collettività e cura e rispetto di chi vive lavorando nel nostro Paese.

Il suo esempio di donna libera, capace di dialogare con tutte le complessità, sia per noi un invito a lavorare con maggiore consapevolezza e responsabilità per il bene comune», conclude la consigliera.

(https://www.cnel.it/, 22 aprile 2026)

Avvocata e giurista, tra le protagoniste del femminismo italiano, è venuta recentemente a mancare. Il ricordo e il saluto di Fiom e Cgil

La sera di lunedì 20 aprile è morta Lia Cigarini (1937-2026) avvocata e giurista, tra le protagoniste del femminismo italiano. Con altre Lia ha fondato nel 1975 la Libreria delle donne di Milano.

Negli anni in cui nasce la Libreria delle donne nasce l’esperienza del femminismo sindacale, un’esperienza unica in Europa, in cui le donne unitariamente svilupparono riflessioni e lotte sul rapporto tra donne e lavoro.

Con il rinnovo del contratto del 1973 le metalmeccaniche e i metalmeccanici conquistavano le “150 ore retribuite”, uno spazio e un tempo di libertà che operaie, delegate e sindacaliste scelgono di utilizzare con incontri separati di sole donne «rivendicando un tempo tutto per sé nel quale riappropriarsi della cultura»; l’incontro con il movimento femminista le aiuta a ripensare il lavoro a partire dalla propria esperienza, dal pensiero politico e dalla pratica politica del movimento delle donne; con «il separatismo, l’autocoscienza, il partire da sé» le donne della Fiom e della Cgil iniziano a interpretare e leggere la condizione di lavoro a partire dall’esperienza.

Sono gli anni in cui il movimento delle donne attraversa e contamina tutti i rapporti sociali e il sindacato, un “dentro e fuori” che diventa ed è pratica politica, producendo una rivoluzione senza precedenti nella politica e nel costume; nella vita delle persone, il divorzio, il nuovo diritto di famiglia, la legge sulla parità di trattamento salariale, l’aborto sono temi nella vita di ognuna di noi.

In ogni realtà sindacale e nelle fabbriche nasce l’esperienza dei collettivi di sole donne e dei coordinamenti delle donne; nasce la pratica di gruppi di donne che svolgono lavoro politico nel sindacato che si mettono insieme al di fuori delle regole dell’organizzazione e si danno una forma politica. Da questa pratica le donne del sindacato ricavano la forza di essere e fare il sindacato nei diversi livelli dell’organizzazione, determinandone l’azione di rappresentanza delle lavoratrici e dei lavoratori.

Qui incontriamo Lia, la Libreria delle donne di Milano e una radicalità di pensiero e pratiche politiche per il diritto e il lavoro, per la politica; incontriamo il femminismo della differenza perché siamo interessate alla questione di come «tradurre in realtà sociale l’esperienza, il sapere e il valore di essere donne» su cui stanno ragionando Lia e la Libreria nel Sottosopra verde, perché abbiamo la necessità di costruire nuovi rapporti di forza per arginare e contrastare la mistificazione a cui assistiamo sul tema della rappresentanza che costruisce recinti e riserve in cui rinchiudere l’esperienza delle donne.

È una relazione durata e cresciuta nel tempo, da cui abbiamo ricavato forza nel continuo e reciproco scambio di pratiche e pensiero politico. Lia ci seguiva ed era interessata al nostro lavoro, alle nostre difficoltà, alle nostre conquiste; una mente politica e sindacale che individuava subito il punto in una discussione e una sapienza delle relazioni che appianava ogni ostacolo e valorizzava ogni esperienza. L’abbiamo invitata più volte a partecipare alle nostre iniziative, in Fiom e in Cgil, e sempre ha consegnato alla discussione un contributo che cambiava lo sguardo di tutte e di tutti.

L’ultimo incontro pubblico in occasione del convegno organizzato dalla Libreria in Sala Alessi a Palazzo Marino a Milano, una giornata di studio per riportare al centro il suo pensiero mettendone in rilievo la vitalità e la forza politica per l’oggi, dove abbiamo ragionato di libertà senza la quale non c’è dignità nel lavoro perché la libertà e il lavoro sono stati temi al centro della sua elaborazione politica e sono temi centrali nella nostra pratica sindacale.

Un saluto e un abbraccio Lia, dalla Fiom e dalla Cgil.

(https://www.collettiva.it/copertine/italia/leredita-di-lia-cigarini-evke1cgc, 22 aprile 2026)

«[…] per me materialista e atea libertà è l’unico nome che mi dà l’emozione dell’infinito come il mare e il deserto. […] La libertà resta affidata, nella prospettiva che qui io avanzo, alla forza delle pratiche politiche. E, prima ancora, alle coincidenze e all’infinità del desiderio di libertà delle singole e dei singoli» (Lia Cigarini, “Sopra la legge”).

Ho conosciuto Lia Cigarini molti anni fa, nel 1987 in Camera del Lavoro a Brescia dove, con Luisa Muraro e Clara Jourdan, era venuta, invitata dal Gruppo del Martedì della Camera del Lavoro e dall’Università delle donne di Brescia Simone de Beauvoir, a presentare il “Sottosopra blu”.

In quell’incontro è nato un rapporto politico e di amicizia con Lia e la mia relazione con la Libreria delle donne e, nel corso degli anni, con un pensiero politico e una pratica da cui ho ricavato – in un movimento continuo tutt’ora in corso – una forza generativa che prima non avevo mai sperimentato e che ha cambiato la mia militanza politica e sindacale.

I ricordi si affollano numerosi e disordinati e ricordo Lia nei convegni del Gruppo B del Virginia Wolf alla Casa internazionale delle donne a Roma; quando, con altre, richiama il femminismo a discutere dopo 36 anni a Paestum; partecipa, in Camera del Lavoro a Lecco, al convegno sulla rappresentanza del lavoro con un intervento dal titolo “Rappresentare e contrattare a misura dei soggetti in carne e ossa”; in Cgil nazionale, a cinquant’anni dall’autunno caldo e dal contratto nazionale dei metalmeccanici del 1969, cambia il paradigma e ricostruisce per il gruppo dirigente della Fiom nazionale le lotte del decennio che precedono quella stagione sindacale raccontando lo sciopero del 1960 degli elettromeccanici a Milano (per Lia l’autunno caldo operaio nasce a Milano con la lotta degli elettromeccanici e non, come tutti spiegano, a Torino in Fiat), spiegando che in quella lotta «sono venute fuori allora tre figure che domineranno l’intero decennio e oltre: i giovani operai più scolarizzati dei precedenti, le operaie e gli studenti, ragazze comprese. Questa lotta io ho avuto la fortuna di viverla dall’interno. Ero infatti a Milano segretaria del Circolo A. Banfi, composto per lo più da studenti comunisti. Abbiamo iniziato da subito a unirci ai picchetti operai davanti alle fabbriche […] e volantinato all’università per dare notizie sullo sciopero […]». All’assemblea nazionale delle metalmeccaniche, parlando della Libreria e del Gruppo Lavoro, dice: «Abbiamo cominciato a pensare che la narrazione sia qualcosa di prioritario, non solo quella delle donne che già la facevano ma anche quella del lavoro operaio e subordinato in genere»; segue la discussione e dice «Si sente la forza della vostra pratica e delle vostre relazioni, brave». Questa era Lia quando veniva in Fiom.

Negli anni gli scritti, gli articoli, gli interventi di Lia – sul lavoro, sul diritto, sulle pratiche politiche delle donne – attraversano la mia storia; scopro che è quella che firma il primo scritto femminista sulla rivista “Il manifesto” nel 1969; è lei che mi racconta lo sciopero, nel 1902 a Milano, delle bambine sfruttate e sottopagate e la storia delle “piscinine”.

Penso a Lia e si affollano, numerosi e disordinati, i tratti distintivi del suo modo di stare al mondo. L’empatia che stabiliva istintivamente con le persone, la semplicità con cui discuteva di temi e concetti complessi, la capacità di stare senza strappi nelle discussioni animate e conflittuali, la ricerca continua di un’interlocuzione in particolare con le giovani donne, l’umanità che non perdeva mai di vista il merito, la curiosità e l’apertura nei confronti del mondo e delle esperienze, la ricchezza delle sue analisi, della sua esperienza, del suo pensiero che mi aprivano spiragli e mondi sempre nuovi.

Nel gennaio del 1983 Lia, insieme alle donne della Libreria, scriveva sul Sottosopra verde: «C’è dentro di noi una voglia di stare al mondo da signore, in grande, di avere con le cose sicura familiarità, di trovare di volta in volta i gesti, le parole, i comportamenti conformi al nostro sentimento interno e rispondenti alla situazione, di andare fino in fondo nei pensieri, nei desideri, nei progetti. La chiameremo voglia di vincere».

Questo desiderio di stare al mondo da signore mi ha poi accompagnato, è stata per me una misura preziosa.

Il rapporto politico e di amicizia con Lia negli ultimi anni ha preso più spazio e più tempo; in questi incontri ogni tanto ritornava agli anni della guerra e della resistenza, al confino e alla scelta della clandestinità di suo padre e della sua famiglia a Torino, alla sua formazione giovanile, alla scelta radicale di uscire dal PCI e di dar vita al primo gruppo femminista in Italia, il Demau; e raccontava anche di Milano e dei cambiamenti della città che amava. Ne conservo un bel ricordo, ho guadagnato uno sguardo – il suo – sulle vicende politiche che hanno attraversato l’Italia, e sulle cause e ragioni in campo, di cui le sono grata.

Ma soprattutto Lia tornava – sempre e da sempre – sull’importanza di garantire continuità all’esperienza della Libreria, di un luogo aperto sulla strada, come tratto distintivo della pratica politica del femminismo della differenza. Voleva assicurarsi che ne avessimo compreso fino in fondo il valore per la politica delle donne.

Lia oggi non è più fisicamente in Libreria ma il suo pensiero non è mai andato via, è il precedente di forza di cui la Libreria ha bisogno per ricercare l’agio che serve per stare al mondo da signore.

(http://www.libreriadelledonne.it/, 22 aprile 2026)

Lunedì 20 aprile è morta la femminista Lia Cigarini, una delle fondatrici, nel 1975, della Libreria delle donne di Milano. Lì è nata nel 1987 la nostra rivista Aspirina, di cui era direttora responsabile/irresponsabile la scrittrice Bibi Tomasi. Da lì Aspirina è uscita nel 2018 diventando Erbacce.

Bibi Tomasi e Lia Cigarini nella prima sede in Via Dogana 2 negli anni ’70

(Erbacce, 22 aprile 2026)

A.D., la donna che ha lanciato i suoi tre figli e poi se stessa dal terzo piano, abitava a meno di un km dalla mia casa di famiglia dove mi trovo adesso. Siamo tutti sconvolti. Conosco persone che la conoscevano, e non avevano mai percepito segnali di disagio mentale grave, salvo una lieve depressione post-partum (che però, si sa, può rivelarsi devastante). Non è neanche vero che fosse circondata da un deserto di solitudine sociale, perché frequentava assiduamente la comunità parrocchiale che è appunto una vera comunità, ricca di rapporti non formali e con a capo un sacerdote di rara sensibilità. Leggo giudizi come al solito troppo istintivi e affrettati. Io credo che si debbano sospendere, e che la sola cosa da fare sia chiedersi se siamo diventati tutti/e ciechi/e davanti al disagio mentale, o se il disagio mentale sia talvolta così muto da essere indecifrabile.

(facebook, 22 aprile 2026)

Una frequentazione lunghissima, fatta di scambi quotidiani e politici, con la scoperta dell’autocoscienza come inchiesta delle donne su loro stesse

Non riusciva a sorridere quando l’ho vista l’ultima volta nell’ospedale dove dopo l’ictus era stata ricoverata per riprendersi e tornare alla vita. Era arrabbiata, Lia, perché non riusciva ancora a parlare, sebbene si sforzasse per farlo. Intorno, nelle pur belle sale dell’edificio destinato alle lunghe degenze, molte persone in carrozzina che chiacchieravano animatamente fra loro, relativamente serene. Lia invece, resa muta dalla lentezza della sua guarigione, e dunque isolata da tutti, non sorrideva.
Ripartita per Roma quella sua immagine corrucciata mi è restata impressa, ho continuato a pensarla così, mortificata, e aspettavo di liberarmi anche io dai miei malanni per poter tornare a Milano al più presto e trovarla finalmente guarita. Non è stato così: ieri all’alba sul mio telefono un primo messaggio, che mi ha avvertito che la sera prima Lia se ne era andata.
La mia amicizia con Lia Cigarini ha una data antica, più antica di quella in cui il suo contesto – pensieri, riflessioni, esperienze e anche amicizie – è diventato il femminismo. La mia amicizia molto stretta con lei nasce dalla Fgci, lontani anni ’50, quando Lia diventa la prima segretaria dell’organizzazione di una delle grandi città italiane, Milano. La mia stessa organizzazione, io a Roma a dirigerne il settimanale Nuova Generazione. Tutte e due impegnate in un lavoro «da maschi», o meglio coperto dall’imbroglio del neutro, soddisfatte perché all’epoca esser donne significava essere «un po’ meno», un po’ più stupide, più malaticce, più debolucce. Per difendersi non c’era che travestirsi da maschi. E così erano tutte quelle che all’epoca frequentavamo. Erano gli anni in cui stava prendendo forma quella che fu poi chiamata l’area ingraiana, la sinistra da cui è poi nato il Manifesto, e ci trovavamo a Milano, a via Bigli, a casa di Rossana Rossanda, con Lucio Magri, Michelangelo Notarianni, Achille Occhetto, Luca Cafiero. Ho ancora le lettere – non c’erano i telefoni cellulari e perciò si comunicava così – che commentano quegli incontri, i più giovani che chiamano ancora Rossana «signora Banfi».

Scusate se vi parlo di quella stagione, ma Lia per me nasce lì, anche se poi lei scopre il femminismo ben prima di me ed è a lei che debbo le prime illuminazioni. Il Manifesto è già nato, ed è dal suo numero 2,1969 che Lia ne spiega il significato, come Demau, il primo nucleo del femminismo della differenza. È grazie a Lia che ho cominciato a sapere e a capire; è grazie a lei che ho scoperto la straordinaria importanza dei gruppi di autocoscienza, di cui quando sono nati ero diffidente, non capivo perché le donne volessero essere sole a parlarsi fra di loro, non avevo neppure intuito che avevano bisogno di fare un’inchiesta su loro stesse, per cominciare ad afferrare cosa voleva dire essere donne, «un lavoro lungo tutta la vita», come scrisse Simone de Beauvoir.

A Milano io andavo sempre a dormire da Lia, all’epoca a via Legnano, dove ha vissuto per alcuni anni con Aldo Tortorella. Nella casa, in bagno, c’erano due lavandini e per tutta l’epoca in cui proprio a Milano si andava avvicinando la rottura che portò alla nostra radiazione, al mattino ci ritrovavamo a lavarci i denti insieme ad Aldo, che invece col Manifesto non ebbe mai a che fare. E ricordo che lui mi si rivolgeva arrabbiato e mi diceva: «sei una pirla, proprio una pirla». Lia fu invece vicina al Manifesto perché a dargli vita sono stati i suoi migliori amici – Lucio, Michelangelo, Achel, io – ma il suo impegno e interesse era già tutto per il femminismo. Che tuttavia non è stato speciale solo per essersi qualificato a partire dalla differenza femminile e dunque di tutto quanto a questo fa seguito, ma senza mai perdere l’attenzione per la battaglia politica direttamente legata al conflitto di classe, un terreno diverso, certo, da quello del movimento operaio ma anche per molti aspetti comune.

Lia è stata, infatti, assolutamente unica, nel panorama del femminismo, nel restare legata al sindacato, occupandosi delle operaie (le prime, ricordo, furono quelle della Siemens), presente sempre a tutti i convegni Fiom, partecipe di tutti i problemi diversi ma anche comuni. Lo provano tanti dei suoi scritti. E vorrei che tutti andassero a rileggerli oggi, in una fase in cui si ridiscute se sia possibile che esistano due movimenti – quello delle donne e quello dei maschi – e però possa continuare a esistere un solo Partito. È l’interrogativo che si è imposto fino all’ultimo a Rossana, come testimoniano i suoi scritti in preparazione di un libro che avrebbe dovuto scrivere sull’argomento insieme a Balibar, appunti ritrovati dopo la sua morte sul suo computer.

Gabriele Polo li ha ritrovati e ne ha fatto un interessante libro. Un solo partito, ribadisce Rossanda, perché c’è anche un nemico comune: il capitalismo, giacché non penseremo mica che si possa rendere vincente la nostra rivoluzione femminile nell’ambito di questo sistema così lontano per via delle sue strutture e dei suoi valori come questo per cui gli esseri umani sono solo merce.

E a proposito della rivoluzione: in queste settimane tutte dedicate a celebrare l’anniversario del voto alle donne mi sono sentita fare cento volte domande su cosa quelle donne che votarono allora per la prima volta si aspettavano dagli anni a venire, anni che con il loro voto per la prima volta avevano potuto contribuire a delineare. Ebbene: mi è venuto in mente che certo le aspettative furono tante e molte furono anche soddisfatte. E però nessuna, proprio nessuna avrebbe mai pensato che il futuro sarebbe stato segnato nientemeno che da una rivoluzione, la sola vincente pur con tutti i suoi limiti, e la sola di dimensioni mondiali: quella femminile! Non è cosa da poco.

Ma Lia non c’è più, e non riesco a rassegnarmi.

(il manifesto, 22 aprile 2026)

Addio alla protagonista del femminismo della differenza, se ne va a 89 anni. Tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano. Nel 1995 è uscito «La politica del desiderio» che raccoglieva i suoi scritti e cruciale è stato il suo volume «Non credere di avere dei diritti». Moltissimo le devono anche i successivi e i precedenti «Sottosopra» e la rivista «Via Dogana»

Da alcuni anni in qua, alle piccole e deliziose ossessioni che la caratterizzavano Lia Cigarini aveva aggiunto l’invito ricorrente a scrivere autobiografie femministe. Altrimenti, diceva, poco o niente resterà di noi, salvo un pensiero astratto consegnato a una saggistica per poche, laddove solo la narrativa può restituire a tante i mille piani, i colori e i sapori di quella straordinaria avventura esistenziale e politica, personale e collettiva che abbiamo avuto la fortuna di vivere e che va sotto il nome approssimativo di «femminismo».

Lei stessa si doleva di aver raccontato molto di sé, e del rapporto fra dimensione del sé e dimensione della politica e della storia, nei primi anni del movimento, e troppo poco in seguito. Aveva ragione, come sempre del resto. Infatti come restituire, oggi che lei se n’è andata senza lasciarci un’autobiografia, i mille piani della sua vita? Come scrivere l’essenziale che lei non affidava alla scrittura, bensì allo scambio di parola faccia a faccia, alle relazioni in carne e ossa, al realismo della pratica? Come descrivere la sua figura asciutta ed elegante, il sorriso aperto e ironico, la sigaretta che chiudeva ogni pasto prima della frutta quando lei si alzava dal tavolo e si sdraiava su un divano? E come dire della sua grandezza politica, di quella sua aura che per tante di noi ha fatto da bussola per decenni, in un mondo senza bussole e pieno di idoli senz’aura?

Meglio seguire la scia luminosa dei ricordi. Roma, primavera 1983, un’assemblea affollatissima di donne riunita a discutere il «Sottosopra verde» Più donne che uomini con «le milanesi» venute a presentarlo: fu lì che incontrai di persona Lia per la prima volta (e con lei Luisa Muraro, e capii quale forza può avere una relazione fra due donne), e fu un incontro decisivo – anche per la mia vita professionale, come forse ricordano lettori e lettrici d’antan di questo giornale.

Era un tempo confuso, con tanti e tante pronti/e ad annettere il destino del femminismo alla parabola discendente della sinistra ex sessantottina o alle false promesse della modernizzazione craxiana. Quel testo fulminante raccoglieva la radicalità del femminismo degli anni Settanta e la rilanciava in un lessico inedito – desiderio, agio, voglia di vincere – che da un lato tagliava i ponti con il paradigma dell’oppressione femminile proprio della sinistra storica, dall’altro alzava la scommessa della libertà femminile sottraendola al neoliberalismo montante. Era tracciata la sagoma del femminismo della differenza per i decenni a venire: di lì a poco avrebbe proseguito l’opera Non credere di avere dei diritti, il libro-cult della Libreria delle donne di Milano che molto deve a Lia, come molto, moltissimo le devono i successivi e i precedenti «Sottosopra» e la rivista Via Dogana.

Flashback su Milano, 1966. Una non ancora trentenne Lia Cigarini «si aggirava un po’ stordita – sono parole sue – dopo la sconfitta della sinistra comunista all’XI Congresso del Pci, decisa solo a non rifare alcuna esperienza di partito, e con in mano uno scritto che parlava di trascendenza anziché di questione femminile»: era Il maschile come valore, proto-testo del femminismo della differenza stilato dal collettivo Demau e pubblicato nel 1969 sulla rivista de il manifesto: molto di quello che abbiamo sviluppato in seguito viene da lì. Sarà poi su iniziativa di Lia che vedrà la luce nel 1975 la Libreria di Milano, a tutt’oggi, per le amiche ma anche per chi amica non ne è mai stata, la più importante e più longeva istituzione del femminismo italiano.

Lia l’ha abitata e animata come sovrana «signora del gioco» fino all’ultimo, e la concepiva come una finestra sul mondo: alla lettera, un posto aperto sulla città, diceva sempre, dove le donne entrano, escono, si incontrano, parlano, si scambiano idee, leggono i giornali, discutono i libri, intrecciano amicizie e amori, portano desideri e progetti.

Dall’incontro del 1983 nacque tra noi un’amicizia inossidabile, fatta di molti accordi nonché di qualche disaccordo («sei troppo pessimista», mi diceva spesso, e io «sei tu troppo ottimista»). Le cartoline raccontano di riunioni in Libreria, seminari al Centro Virginia Woolf di Roma, convegni all’estero, vacanze al mare, il tutto in un clima di felice baldanza in cui la chiave della differenza ci apriva, o sembrava aprirci, tutte le porte necessarie per colpire al cuore con la nostra critica la crisi della politica tradizionale. Anzi maschile, precisava sempre Lia, perché è la politica maschile a declinare, da quando non ha trovato risposta all’altezza della sfida lanciata dalla libertà femminile.

A un certo punto, nel ’95, a Liliana Rampello venne l’idea di raccogliere gli scritti di Lia disseminati per ogni dove, e Luisa Muraro mi chiese di introdurli. Così ce ne andammo tutte e tre a Manarola, dove un mare pieno di meduse invitava più a lavorare che a nuotare. Il libro uscì per Pratiche con il titolo La politica del desiderio, e nel 2020 è stato aggiornato agli scritti di Lia più recenti e ri-editato per Orthotes a cura di Stefania Ferrando e Riccardo Fanciullacci, con una intervista di Riccardo in cui Lia ripensa il proprio percorso.

Non è una autobiografia, ma molte tracce di vissuto pervadono la sua scrittura scarna e precisa e il suo ragionamento rigoroso su tutti capitoli del pensiero della differenza ai quali ha dato un’impronta indelebile: il rapporto fra pratica analitica e pratica politica (su cui era tornata nel volume a cura di Chiara Zamboni La carta coperta. L’inconscio nelle pratiche femministe, Moretti & Vitali 2020), il fantasma del materno (tema privo in Lia di retoriche rassicuranti), la libertà e l’autorità femminile, la critica della rappresentanza e dell’emancipazione, il rapporto fra politica e diritto («la politica è sopra la legge»), la priorità delle pratiche sulla teoria, la centralità del lavoro nelle vite femminili. Nessun grazie di quelli che le dobbiamo colmerà il vuoto di una intelligenza e di uno stile inimitabili.

(il manifesto, 22 aprile 2026)

In Cisgiordania i coloni israeliani sottopongono donne, uomini e bambini palestinesi a violenze sessuali e ad altre forme di abuso basate sul genere con l’obiettivo di allontanarli dalle loro terre. È quanto emerge da un rapporto del West Bank Protection Consortium guidato dal Norwegian refugee council che denuncia come molestie, aggressioni e umiliazioni sessualizzate siano tollerate dalle forze israeliane presenti sul terreno in un clima di impunità che favorisce ulteriori abusi. Nell’audio che avete ascoltato un giovane palestinese intervistato dalla CNN racconta l’umiliazione subita dai coloni che dopo averlo spogliato gli hanno legato i genitali con delle fascette e lo hanno mostrato ai suoi familiari. Ma ad essere prese di mira come conferma il rapporto sono soprattutto le donne e le ragazze. Ne parliamo con Cecilia Dalla Negra giornalista e autrice di “Questa terra è donna, movimenti femminili e femministi palestinesi” pubblicato da Astarte.

Il Norwegian Refugee Council è un’organizzazione umanitaria internazionale che da oltre 75 anni sostiene le popolazioni costrette alla fuga o forzatamente espulse in contesti di conflitto che ha appena pubblicato questo report in cui attraverso numerosissime interviste e focus group realizzati nella Valle del Giordano nell’area centrale della Cisdordania e nelle colline a sud di Ebron, dunque in area C, l’area interamente sottoposta controllo amministrativo e militare israeliano che rivelano un uso sistematico di violenza di genere, violenza sessuale, abusi e minacce rivolte in particolare contro donne e minori e commesse dai coloni israeliani nella totale impunità.

Il rapporto prende in esame il periodo conseguente di ottobre del 2023 e configura queste violenze come una vera e propria strategia volta a terrorizzare la popolazione palestinese in qualche modo costringerla alla fuga dai propri villaggi. Entriamo un po’ nel dettaglio del rapporto e di cosa racconta, quali violenze documenta e con quali conseguenze per i palestinesi e le palestinesi.

Il rapporto ci dice qualcosa che in realtà la popolazione palestinese denuncia da sempre, in particolare ciò che rileva è che il 70% delle persone intervistate considera queste violenze o minacce di violenze di genere sessuali come un displacement driver, vale a dire la ragione principale per abbandonare case e villaggi.

Ci dice che queste violenze si inseriscono evidentemente in un contesto di sistemica violazione e abuso coloniale esteso che però è enormemente aumentata dopo l’ottobre del 2023, basti pensare che si registrano nella sola Cisgiordania occupata oltre 1800 episodi di violenze e si stima che adesso ci siano oltre 50.000 persone a rischio. E infine ci dice che violenza di genere e violenza sessuale sono pattern, cioè un comportamento ripetuto nel tempo che irrompe anche negli spazi domestici e privati, dunque con irruzioni dentro le case, dentro le camere da letto, negli spazi più intimi in cui le donne abitano con delle conseguenze gravissime sia a livello evidentemente fisico e psicologico immediato ma anche in seguito allo sfollamento forzato, se pensiamo che la maggior parte dei minori e delle minori che poi si ritrovano in uno stato appunto di sfollamento non hanno poi accesso o continuità allo studio e che per le donne c’è una gravissima conseguenza di perdita dell’indipendenza economica e del lavoro. La violenza sessuale non è una novità nei contesti di guerra, in questo caso però non è un effetto collaterale del conflitto ma fa parte di una strategia che punta ad allontanare i palestinesi dalle loro terre.

Possiamo parlare di un trasferimento forzato?

Possiamo decisamente parlare di un trasferimento forzato che, è utile ricordarlo, rappresenta un crimine di guerra secondo la Convenzione di Ginevra e per il diritto internazionale umanitario. Purtroppo l’uso della violenza sessuale di genere in Palestina ad opera della potenza coloniale israeliana che si tratti dell’esercito, dunque delle forze armate regolari, o della popolazione di coloni è tutto fuorché una novità e, come ampiamente dimostrato, è stata utilizzata già nel 1948 durante la Nakba, la catastrofe palestinese, proprio per terrorizzare la popolazione e spingerla a lasciare le proprie terre. All’epoca furono centinaia di migliaia le persone costrette ad abbandonare città e villaggi e sono numerosissimi i casi di violenza sessuale che sono stati testimoniati.

È stata usata sistematicamente anche come forma di deterrenza alla partecipazione politica delle donne nel corso dei decenni, se pensiamo all’utilizzo che viene fatto dello stupro all’interno delle carceri come ampiamente denunciato dalle prigioniere, dalle detenute politiche palestinesi, purtroppo è utilizzata ancora oggi, quindi sono tutte strategie volte evidentemente a tormentare la popolazione e fare in modo che abbandoni la propria terra.

Anche se non sono le uniche, come ci dice il rapporto, le donne palestinesi sono le principali vittime di violenze e abusi sessuali e tu ti sei occupata in particolare proprio della loro condizione sotto l’occupazione israeliana. Al di là degli abusi sessuali, in quale modo specifico l’occupazione agisce sulle donne palestinesi?

Da un punto di vista materiale, agisce in una fittissima rete di checkpoint che costellano tutto il territorio della Palestina occupata e ai controlli corporali e violenti a cui le donne sono sottoposte nell’attraversamento di queste frontiere di fatto.

Pensiamo alle limitazioni alla libertà di movimento, di studio, all’accesso alle cure, al lavoro, anche alla stessa organizzazione politica a cui vengono sottoposte evidentemente queste frontiere coloniali, hanno sui corpi femminili un peso diverso rispetto a quello che hanno sui corpi maschili sebbene l’intera popolazione palestinese sia sottoposta a un regime di violenza sistemica ed estesa. Le condizioni di militarizzazione e di violenza a cui assistiamo in Cisgiordania, nella striscia di Gaza non ne parliamo, non sono certo favorevoli evidentemente per la libertà e l’autodeterminazione delle donne, ma c’è anche un aspetto simbolico da tenere in considerazione, che riguarda il controllo dei corpi femminili palestinesi necessario alla potenza coloniale per esercitare il suo dominio: è centrale la loro capacità generativa di riproduzione della popolazione della Palestina stessa, della capacità di resistenza, e dunque sono corpi che da sempre rappresentano una minaccia demografica che Israele tende a voler controllare nel suo progetto di colonialismo di insediamento che, quindi, ha come obiettivo la permanenza e lo sterminio della popolazione indigena. Dominio coloniale e patriarcato sono sistemi di oppressione interconnessi come stai dicendo, si intrecciano.

Che ruolo hanno avuto e hanno le donne nella lunga storia di resistenza palestinese?

Hanno avuto un ruolo assolutamente centrale, in primis nel rendere evidente questa interconnessione esistente tra esercizio del potere coloniale e sistema patriarcale perché il primo evidentemente sfrutta, nutre e rinforza le gerarchie di genere esistenti all’interno della società per poterla meglio controllare. Questo è vero storicamente in tutti i contesti coloniali e lo è anche nella storia del colonialismo israeliano. E poi le donne hanno avuto un ruolo assolutamente di primo piano nella resistenza a cui, anche se qui insomma se ne sa molto poco, hanno in realtà preso parte sin dall’inizio del novecento e poi lungo tutto il corso della storia palestinese e hanno avuto un ruolo di primo piano anche nella risignificazione di questa violenza subita. Se pensiamo ad esempio alle denunce che a un certo punto le prigioniere palestinesi, rinchiuse nelle carceri coloniali, iniziano a fare tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta, denunciando apertamente gli stupri e le violenze subite nelle carceri e quindi riappropriandosi anche di quell’onore che la potenza coloniale voleva togliere loro e, come direbbe oggi Giselle Pellicot, “la vergogna doveva cambiare lato”, che loro avevano tutto il diritto a far parte della resistenza volta alla liberazione nazionale, nonostante appunto contro di loro siano state utilizzate forme di tortura sessuale.

(Il Mondo, podcast di Internazionale, 22 aprile 2026)

È morta Lia Cigarini.

Per noi è stata una figura politica di riferimento: una presenza capace di orientare il pensiero e di aprire domande che restano. Avvocata, tra le fondatrici della Libreria delle donne di Milano e protagonista della pratica dell’autocoscienza, ha tenuto insieme con rigore pensiero e vita, senza mai cadere nell’astrazione né nell’ideologia.

Ci ha mostrato che la libertà femminile non si dà dentro un modello già definito, ma nasce da uno spostamento di sguardo e di posizione nel mondo.

Nel femminismo ha aperto una pratica generativa: una libertà che passa dal desiderio, dal linguaggio, dalle relazioni tra donne.

E ha insistito su un punto che resta decisivo: la politica delle donne non è una parte separata, ma un modo di interrogare l’universale a partire da sé, senza rinunciare a farlo entrare in gioco. Con la Libreria delle donne ha dato corpo a questa ricerca dando vita ad uno spazio politico attraversato da relazioni, lavoro e confronto, dove il sapere delle donne resta processo vivo.

La “politica del desiderio” che ci lascia è un invito esigente: partire da sé senza chiudersi in sé, attraversare la realtà senza ridurla, continuare a cercare forme di libertà non già date.

Il dolore oggi è reale. E insieme resta ciò che Lia ha reso possibile. Con gratitudine.

(https://www.facebook.com/share/p/1DiSadDmgB/, 21 aprile 2026)

È morta lunedì Lia Cigarini, aveva 89 anni ed era un’avvocata femminista, autrice di saggi e fondatrice (nel 1975) della Libreria delle donne, centro storico della cultura femminista italiana e internazionale. 

La Libreria delle donne di Milano, con profondo dolore, condivide la notizia: «Con la morte di Lia Cigarini perdiamo una delle menti politiche più lucide e argute del femminismo italiano. Perdiamo una grande donna, iniziatrice di imprese femministe, ispiratrice di percorsi, presenza capace di aprire pensiero e indicare passaggi di libertà. Ci mancherà la sua presenza fisica, la sua voce, il suo modo inconfondibile di leggere le situazioni e di trovare quasi senza esitazione il punto politico decisivo. Ci mancherà il suo rigore e la sua capacità di vedere più a fondo e più avanti. Ci mancheranno le sue mani affusolate che si muovono al ritmo del suo pensiero, il suo sorriso, la bellezza del suo viso. La Libreria, che è la sua creazione e la sua casa, non resta senza di lei in un senso assoluto. Il suo pensiero, le sue parole, la sua pratica politica continueranno ad accompagnarci e resteranno come orientamento e come eredità viva».

Cigarini era stata Parigi a seguito di un invito giunto al gruppo femminista dell’Autocoscienza di Milano a un grande convegno in Normandia, da parte delle femministe francesi. Fecero prima tappa a Parigi dove visitarono la Librairie des femmes, dalla quale rimasero incantate. Appena rientrate in Italia, la decina di partecipanti al convegno francese si riunirono piene di entusiasmo per fondare anche a Milano qualcosa di simile. L’idea era quella di valorizzare le grandi scrittrici dell’epoca, perché se oggi le donne dominano il mercato editoriale, al tempo la scrittura femminile era presa poco in considerazione. Chiesero in affitto al Comune un locale minuscolo in pieno centro, e lo ottennero. Si riunivano due o tre volte a settimana per scegliere i libri da proporre e ci impiegarono nove mesi a decidere i titoli, con già tutto pronto e un’architetta del gruppo che aveva messo da un pezzo gli scaffali, pagati con i pochi fondi che avevano. Non riuscivano a decidersi e a fare l’inaugurazione. Quando Feltrinelli e Longanesi diedero loro dei libri in conto vendita, si decisero ad alzare la saracinesca. I vigili si presentarono subito a fare i controlli perché insinuavano che non avessero una regolare licenza. Ma dopo i primi tentativi di boicottaggio, la libreria iniziò a essere frequentata.

(Corriere della Sera – Milano, 21 aprile 2026)

Era nata nel 1937, avvocata e giurista, cinquantun anni fa creò con altre donne un luogo diventato punto di riferimento per il femminismo

Aveva ottantanove anni, e la sua vita l’aveva spesa per i diritti delle donne. È morta ieri Lia Cigarini, tra le fondatrici nel 1975 della Libreria delle donne di Milano. Avvocata e giurista, autrice di molti saggi femministi e, negli anni Novanta, tra le anime del Gruppo lavoro della Libreria delle donne, ispirando anche percorsi di femminismo sindacale.

A ricordarla è, tra tante e tanti, una delle anime di oggi della Libreria, Laura Colombo: «Con la morte di Lia Cigarini perdiamo una delle menti politiche più lucide e argute del femminismo italiano. Perdiamo una grande donna, iniziatrice di imprese femministe, ispiratrice di percorsi, presenza capace di aprire pensiero e indicare passaggi di libertà. Con Luisa Muraro e altre ha fondato la Libreria delle donne di Milano nel 1975 e a questa sua creatura ha dato intelligenza e visione, insieme a tempo, fedeltà e presenza concreta, non separando il pensiero dall’opera necessaria a tenerlo vivo dentro un luogo. Fino alla malattia ha fatto il suo turno il sabato pomeriggio. Il suo modo di abitare la politica prende corpo nelle responsabilità assunte e nella cura di un luogo ritenuto essenziale per il valore che può rappresentare per tutte. Lia desiderava che la Libreria avesse una vetrina aperta sulla strada, una porta aperta per chi si affaccia e per chi entra».

C’è poi, un ricordo personale: «Io l’ho conosciuta nel Gruppo lavoro, alla fine degli anni Novanta. All’inizio la temevo. La sua autorità era grande e grande era l’illuminazione che sapeva dare con le sue parole. In lei c’era una forza di intelligenza che metteva soggezione perché obbligava a pensare meglio, a essere più precise, più vere, più all’altezza di ciò che stavamo facendo. Stare con Lia voleva dire non potersi accontentare. Col tempo l’ho conosciuta più da vicino. Ho fatto con lei un pezzo di strada e negli ultimi anni ho anche potuto starle accanto, sostenerla. Questo rende il dolore di oggi molto concreto, molto fisico, tocca la vita vissuta, i gesti, la vicinanza di una relazione. Ci mancherà la sua presenza fisica, la sua voce, il suo modo inconfondibile di leggere le situazioni e di trovare quasi senza esitazione il punto politico decisivo. Ci mancherà il suo rigore e la sua capacità di vedere più a fondo e più avanti. Ci mancheranno le sue mani affusolate che si muovono al ritmo del suo pensiero, il suo sorriso, la bellezza del suo viso».

(la Repubblica, 21 aprile 2026)

Bene! Il referendum costituzionale ha determinato la sconfitta dell’attuale governo e il ripudio delle modifiche costituzionali proposte: un risultato raggiunto attraverso la massiccia mobilitazione elettorale dei giovani e in particolare delle giovani donne, un no per la vita e l’esistenza e oltre gli schieramenti come chiarisce Laura Colombo.

Votare, partecipare a un presidio e manifestazione è importante, ma non mi basta e soprattutto non ci fa fare passi decisivi per esaudire i bisogni della comunità umana che sono ignorati dal sistema esistente. Provo una profonda insoddisfazione per una politica pubblica che per me si concretizza principalmente in cortei, presidi e votazioni.

Era il 2006 quando Erica Chenoweth, politologa americana specializzata in conflitti internazionali, si avvicinò quasi per caso allo studio della resistenza nonviolenta. Lo fece con aperto scetticismo: come molti nel suo campo, dava per scontato che la violenza fosse l’unico strumento capace di sfidare seriamente il potere. La Rivoluzione francese, l’Algeria, il Vietnam sembravano confermarlo.

Quello che scoprì, dopo due anni di analisi sistematica su oltre un secolo di movimenti di massa (dal 1900 al 2006), la sorprese: più della metà delle campagne nonviolente aveva avuto successo, contro solo un quarto di quelle armate. E questo indipendentemente dal tipo di regime, dalla conformazione geografica o dalla potenza militare degli avversari. I dati parlavano chiaro: la resistenza civile, che si radica fortemente in una politica delle relazioni, non è una scelta passiva né una rinuncia alla lotta. È una strategia più che efficace.

Il primo equivoco da sfatare è il più radicato: la resistenza civile non ha nulla a che fare con l’essere miti. Chenoweth lo dice esplicitamente: significa ribellarsi, costruire alternative reali attraverso metodi più inclusivi ed efficaci della violenza.

Come funziona? Non facendo leva sulla bontà d’animo dell’avversario, ma erodendo la base di consenso. Scioperi, boicottaggi, non cooperazione di massa, sit-in: questi strumenti non “convincono” i potenti, li isolano. Tolgono loro soldati, funzionari, fornitori, alleati. Quando le defezioni si moltiplicano, il potere crolla, non per buona volontà, ma per mancanza di sostegno.

Il movimento Otpor! in Serbia che cacciò Milošević, Solidarność in Polonia che mise in crisi il Partito Comunista, il Potere Popolare nelle Filippine che costrinse Marcos a dimettersi: non sono eccezioni fortunate, sono dimostrazioni di un meccanismo che si può riprodurre.

Uno degli elementi più significativi, e spesso trascurati, nella ricerca di Chenoweth riguarda il ruolo centrale delle donne nei movimenti di resistenza civile. Non come comparse, ma come strateghe, inventrici di tattiche e custodi della memoria collettiva.

Già nei primi anni del ’900 in Nigeria le donne igbo, per contrapporsi al tentativo del colonialismo britannico di limitare il tradizionale ruolo sociale, economico e politico delle donne, si rifiutarono collettivamente di permettere agli ufficiali coloniali di valutare le loro proprietà e di pagare le tasse corrispondenti. Organizzarono grandi manifestazioni e, facendo leva sui tabù locali, si spogliarono in pubblico, svergognando gli uomini che avevano scelto di appoggiare il regime coloniale. E in questo modo ripresero il loro ruolo, anzi lo ampliandolo, diventando capi di mandato e giudici; continuando queste iniziative anche negli anni successivi e avendo così un ruolo centrale nella successiva indipendenza della Nigeria.

A partire dalla Seconda guerra mondiale, furono i pochissimi movimenti che esclusero le donne dai ruoli di organizzazione e risultarono vincenti. Le ragioni sono strutturali: escludere le donne significa tagliare fuori almeno metà della popolazione, indebolendo la variabile più critica, la partecipazione di massa. Ma c’è di più: le donne portano reti sociali più ampie, conoscenze pratiche fondamentali (boicottare, sostenere uno sciopero nel tempo, ostracizzare chi nell’esercito si presenterà in servizio) e una creatività tattica unica.

Sono state le donne, per esempio, a inventare il cacerolazo, la protesta con pentole e padelle, in cui migliaia di persone restano al sicuro nelle proprie case, percuotendo ritmicamente le stoviglie vuote. Un rumore assordante che simboleggia la fame e il disgusto collettivo, senza esporre nessuno alla violenza di piazza.

Sono state le Madri di Plaza de Mayo a Buenos Aires a trasformare il dolore in resistenza, radunandosi ogni giovedì per decenni davanti alla sede del governo argentino per chiedere conto dei figli desaparecidos. Il loro coraggio morale contribuì a instillare coraggio in un intero movimento, che nel 1983 ottenne la transizione democratica. Le donne cilene sotto Pinochet fecero lo stesso, ballando da sole la cueca nella piazza del parlamento con le fotografie dei familiari scomparsi in mano – un gesto che attirò l’attenzione internazionale.

In Egitto, nel 2011, la venticinquenne Asmaa Mahfouz postò un video su YouTube sfidando gli uomini a dimostrare il proprio coraggio unendosi alle donne già in piazza Tahrir. Sono state donne nere queer a fondare Black Lives Matter; sono giovani donne a guidare il movimento globale per il clima.

La presenza femminile non è un dettaglio demografico: è una «risorsa strategica» che amplia le possibilità tattiche, rafforza la credibilità morale del movimento e ne aumenta l’universalità percepita.

Il decennio 2010-2020 ha registrato più rivoluzioni nonviolente di qualsiasi altro periodo documentato nella storia. Eppure i dati più recenti mostrano una tendenza preoccupante: i movimenti contemporanei subiscono una repressione più intensa rispetto al passato. Il motivo? Sono diventati più piccoli, più dipendenti dalle piazze e meno strutturati, con leadership diffuse ma deboli e una disciplina nonviolenta spesso incrinata da frange radicali, che finiscono per alienare i sostenitori e giustificare la durezza dello Stato.

Chenoweth individua cinque punti fondamentali: la resistenza civile è un’alternativa realistica e più efficace alla violenza nella maggior parte dei contesti; agisce erodendo le basi di potere dell’avversario, non convertendolo; include molto più della semplice protesta e scioperi, boicottaggi, strutture di mutuo soccorso, economie alternative; negli ultimi cento anni ha promosso la democrazia con meno crisi umanitarie rispetto alla lotta armata; e infine, anche quando non vince, funziona molto meglio di quanto i suoi detrattori vogliano far credere.

Come risolvere i conflitti senza armi e senza odio di Erica Chenoweth (Sonda Editrice, 2023) è un’introduzione empirica e accessibile alla resistenza civile, basata su decenni di ricerca e su migliaia di casi storici.

(www.libreriadelledonne, 16 aprile 2026)

Col senno di poi, organizzare un’intervista a Francesca Albanese in un bar non è stata la migliore delle idee. Prima ancora di iniziare, la cameriera voleva una foto con l’avvocata italiana per i diritti umani. Lo stesso ha fatto la cassiera. Poi è uscito il cuoco dalla cucina in divisa per una foto di gruppo. Anche alcuni clienti volevano farsi fotografare. Albanese si è dimostrata gentile con tutti e loquace in tre lingue, quindi l’intervista ha richiesto un po’ di tempo.

Albanese, quarantanove anni, ultimamente riceve ovunque accoglienze da rockstar, cosa insolita per gli esperti legali delle Nazioni Unite che lavorano a titolo gratuito. In altri tempi, il suo incarico – relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 – la condannerebbe all’anonimato. È una degli oltre quaranta relatori speciali, esperti di diritti umani nominati per svolgere indagini e redigere rapporti pro bono su aree problematiche.

Questi, tuttavia, non sono tempi ordinari. La ferita non rimarginata del conflitto israelo-palestinese ha dimostrato, di generazione in generazione, la sua capacità di contagiare il resto del mondo. L’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, che ha causato circa 1.200 morti, ha provocato una feroce reazione israeliana che ha ucciso più di 75.000 palestinesi a Gaza, ha costretto oltre il 90% della popolazione a lasciare le proprie case e ha ridotto in macerie la stragrande maggioranza del territorio.

Albanese non è stata la prima a definire la campagna militare israeliana un genocidio, ma è stata la prima persona con le iniziali ONU nel suo titolo a farlo. Negli ultimi due anni ha costantemente usato la sua voce non solo per condannare il governo israeliano e il suo esercito, ma anche la costellazione di stati e multinazionali occidentali che li hanno appoggiati. Il suo messaggio, espresso con enfasi di persona e in una serie di rapporti delle Nazioni Unite, è che viviamo in un sistema interconnesso che si è dimostrato capace di sterminio di massa.

A causa della sua posizione pubblica, Albanese ha ricevuto minacce di morte e la sua famiglia è stata messa in pericolo. Ha rischiato l’arresto in Germania per le sue dichiarazioni. L’amministrazione di Donald Trump l’ha nominata “cittadina specialmente designata”, un termine solitamente riservato a terroristi, narcotrafficanti e, occasionalmente, a dittatori sanguinari. È la prima funzionaria delle Nazioni Unite a ricevere tale designazione.

«È una brutta esperienza. Ti mette sullo stesso piano di assassini di massa e narcotrafficanti di portata internazionale», afferma Albanese. «È stato un paradosso dover affrontare una delle forme di punizione più dure senza un giusto processo, perché non mi è stata data nemmeno la possibilità di difendermi. Sono stata semplicemente sanzionata senza processo».

L’ordine esecutivo di Trump che sanziona Albanese vieta a qualsiasi persona o entità americana di fornirle “fondi, beni o servizi” – una definizione così ampia da essere stata paragonata a una “morte civile”. Il suo appartamento a Washington, acquistato quando lei e la sua famiglia vivevano nella capitale statunitense, è stato sequestrato. Non può più usare una carta di credito in nessun luogo del mondo, poiché quasi tutte le transazioni di questo tipo vengono elaborate da servizi con sede negli Stati Uniti. «Mi muovo con i contanti oppure devo chiedere soldi in prestito ad amici o familiari», afferma.

Accusa attivisti filo-israeliani con base a Ginevra di aver perseguitato suo marito, Massimiliano Calì, economista senior della Banca Mondiale, in una campagna che ha portato alla sua rimozione dal ruolo di responsabile del dossier siriano. «La Banca Mondiale è stata assolutamente vile», afferma Albanese. «Lui ha un curriculum impeccabile per tutti i suoi incarichi».

Calì e la figlia tredicenne della coppia, cittadina statunitense, hanno intentato causa contro Trump e alti funzionari dell’amministrazione presso il tribunale distrettuale federale di Washington per violazione dei loro diritti costituzionali ai sensi del primo, quarto e quinto emendamento e per sequestro di proprietà senza giusto processo. In base alle direttive delle Nazioni Unite, Albanese non può presentare la causa personalmente; un gruppo di professori di diritto statunitensi ha depositato un parere legale a sostegno della famiglia, avvertendo dell’“effetto paralizzante” che le sanzioni personalizzate hanno sulla libertà di parola.

La demonizzazione di Albanese da parte dell’amministrazione Trump non ha fatto altro che accrescere il suo status di eroina popolare agli occhi di alcuni. Fa parte di una piccola ma significativa rinascita della sinistra, alimentata dall’indignazione per Gaza in Occidente, che comprende anche la vittoria di Zohran Mamdani alle elezioni per la carica di sindaco di New York e l’ascesa di Zack Polanski e del Partito dei Verdi nel Regno Unito.

«I genocidi in Ruanda e in Bosnia non hanno suscitato questa reazione di massa», afferma Albanese. «Significa quindi che i diritti umani sono ora meglio compresi. Questa è una prova per l’universalità dei diritti e per l’umanità». La differenza nella risposta pubblica è dovuta in parte alla complicità occidentale. Il massacro in Ruanda è stato perpetrato con i machete, le esecuzioni di massa a Srebrenica con mitragliatrici e fucili d’assalto. Molti palestinesi a Gaza sono stati uccisi da bombe di precisione fornite dagli Stati Uniti, guidate da algoritmi di selezione del bersaglio assistiti dall’intelligenza artificiale. È a tutti gli effetti un genocidio del XXI secolo.

Parallelamente al suo impegno per i diritti umani, Albanese sta pubblicando un libro, “When the World Sleeps: Stories, Words and Wounds of Palestine” (‘Quando il mondo dorme: storie, parole e ferite della Palestina’), che è in parte un’autobiografia e in parte un’elegia per i palestinesi, per quella che lei considera la loro dignità sotto l’oppressione e la loro “rabbia senza odio”. Il libro è costruito attorno alle storie di dieci personaggi, a cominciare da Hind Rajab, una bambina di cinque anni uccisa nel gennaio 2024 a Gaza, rannicchiata sul sedile posteriore di un’auto di famiglia, insieme a quattro cugini, dopo ore di disperate richieste di aiuto telefoniche alla Mezzaluna Rossa Palestinese.

Tra i personaggi figura anche Alon Confino, un professore universitario italo-israeliano scomparso nel 2024, che prese le difese di Albanese quando fu accusata per la prima volta di antisemitismo. Era tra le centinaia di progressisti ebrei con cui aveva condotto una campagna contro le definizioni di antisemitismo che includono la critica allo Stato israeliano, una confusione di confini che, a loro dire, è pericolosa tanto per gli ebrei quanto per i palestinesi.

Albanese è stata molto criticata per aver tracciato parallelismi tra le politiche del governo israeliano a Gaza e il Terzo Reich, e per aver commentato positivamente un post a schermo diviso su X nel 2024 che paragonava Benjamin Netanyahu a Hitler.

Difende il suo utilizzo di parallelismi storici sostenendo che la comunità internazionale dovrebbe imparare dal passato per identificare, prevenire e fermare i genocidi che si stanno verificando ai giorni nostri. Ammette di avere dei rimpianti, ma solo in riferimento ad alcune dichiarazioni rilasciate nel 2014, quando affermò che gli Stati Uniti erano «dominati dalla lobby ebraica», un’espressione criticata in quanto riecheggia stereotipi antisemiti sul controllo ebraico sui governi nazionali. Insiste comunque sul fatto che tali commenti non fossero in alcun modo antisemiti.

«Non mi avete mai sentito dire nulla che si riferisca al popolo ebraico in modo dispregiativo, a parte il riferimento alla “lobby ebraica” che ho usato nel 2014, veramente per ignoranza sul fatto che potesse essere uno stereotipo». Afferma di essersi riferita in particolare al ruolo influente svolto nella politica statunitense dall’American Israel Public Affairs Committee.

In “When the World Sleeps” Albanese rintraccia le radici della sua dichiarata «intolleranza per l’ingiustizia» nella sua infanzia trascorsa in una piccola città del Sud Italia, in un mondo permeato dalla criminalità organizzata e dal clientelismo, in cui il successo di un cittadino dipende unicamente dalle sue conoscenze politiche. «Da giovane ero inorridita da questa mentalità per cui puoi essere bravo in quello che fai, ma non hai mai fiducia in te stesso, quindi chiedi sempre ai potenti: “Potreste aiutarmi, per favore?”», afferma.

Il suo disprezzo per questa corruzione dilagante le è stato ispirato dai suoi genitori, che si rifiutarono di soccombervi. I suoi modelli di riferimento erano i martiri della giustizia italiana: Paolo Borsellino, magistrato antimafia assassinato da un’autobomba nel 1992, e il suo collega Giovanni Falcone, ucciso nello stesso anno con la moglie e tre guardie del corpo quando la mafia fece saltare in aria un intero tratto di autostrada mentre la loro auto lo stava percorrendo. «Ho condiviso il dolore di una nazione per la perdita di queste due preziose figure della giustizia», ​​afferma. «Questo ha piantato un seme importante in me».

Ha pensato a loro soprattutto quando ha iniziato a ricevere minacce di morte dopo aver presentato il suo rapporto sul conflitto di Gaza, intitolato “Anatomia di un genocidio”, nel marzo 2024. Un anonimo ha telefonato dicendo che sua figlia sarebbe stata violentata, indicando il nome della scuola che frequentava a Tunisi, dove vive la famiglia. Albanese si è rivolta alla polizia per chiedere protezione. Pur non fornendo dettagli sugli accordi presi, afferma: «Ho ciò di cui ho bisogno».

Descrive il periodo successivo ad “Anatomy of a Genocide” come «brutale». «È stato allora che ho iniziato a chiedermi: ne vale la pena? Ho due figli. E se facessero loro del male? Non posso assumermi questa responsabilità», afferma. Descrive il dilemma come una “questione irrisolta”, anche se ciò che dice subito dopo suggerisce che per il momento l’abbia risolta: «Sto mettendo molto in gioco, ma, allo stesso tempo, non ho alternative. Devo continuare a gettare acqua sul fuoco e ora ho un secchio più grande… e braccia forti».

La sua missione principale è il mandato delle Nazioni Unite che il suo team ha ricevuto per indagare e riferire al più alto livello internazionale, e intende continuare a impegnarsi a fondo per i restanti due anni del suo secondo mandato triennale. Crede di dover affrontare non solo i governi di Trump e Benjamin Netanyahu, ma anche le «élite predatorie» di tutto il mondo, pronte a difendere con la violenza un accumulo di ricchezze senza precedenti. La guerra di Israele contro la resistenza palestinese è solo uno dei tanti campi di battaglia, afferma.

L’anno scorso, la Germania ha tentato di impedirle di parlare e ha inviato la polizia antisommossa nel luogo in cui avrebbe dovuto tenere un discorso. La polizia l’ha persino minacciata di arresto per aver fatto riferimento a due genocidi perpetrati dalla Germania nella prima metà del XX secolo: quello dei popoli Herero e Nama in Namibia e poi l’Olocausto. Mettendo i due eventi sullo stesso piano, le è stato detto che aveva banalizzato l’Olocausto, il che potrebbe costituire un reato penale. Aveva anche definito l’area sotto controllo israeliano «dal fiume al mare», un’espressione vietata in Germania a causa del suo utilizzo da parte di Hamas.

Descrive il Regno Unito come più cortese in apparenza, pur aggiungendo: «[Keir] Starmer probabilmente mi odia tanto quanto [Giorgia] Meloni ed [Emmanuel] Macron». Descrive la repressione di Palestine Action da parte del governo britannico come «brutale» e il primo ministro come un «mostro» per aver sostenuto nel 2023 che Israele «ha il diritto» di interrompere la fornitura di elettricità e gas a Gaza: «Non sei affatto una persona che difende i diritti umani se dici una simile mostruosità. E l’università che ti ha dato la laurea in giurisprudenza dovrebbe revocartela».

Nel giugno 2025, Albanese ha pubblicato un rapporto intitolato “Dall’economia dell’occupazione all’economia del genocidio”, che mostrava come molte aziende in tutto il mondo, comprese quelle di fama mondiale, avessero investimenti legati all’occupazione israeliana dei territori palestinesi.

Prima della nostra intervista, ho chiesto ad altri esperti internazionali di diritti umani la loro opinione su Albanese, e ho riscontrato grande ammirazione per il suo impegno e il suo impatto, sebbene in alcuni casi si esprimesse rammarico per il fatto che avesse mescolato il linguaggio imparziale di un’avvocata con la retorica appassionata di un’attivista politica. Questo, secondo i detrattori, la renderebbe un bersaglio più facile per chi difende i crimini di guerra.

Albanese si è mostrata allegra e cordiale durante tutta la nostra conversazione, ma quando ho accennato a queste critiche hanno suscitato in lei un lampo di rabbia. «Quindi non farmi domande politiche», ha detto. «Questo è un approccio così paternalistico. Viene sempre dagli uomini».

Quando le faccio notare, con un certo imbarazzo ma con sincerità, che i commenti provenivano da donne, Albanese non si scompone. «Ci sono persone dominanti anche tra le donne», dice. «Mi scusi, perché non posso esprimere un’opinione politica? Tutto ciò che viene fatto è politico. Il modo in cui i diritti umani non vengono rispettati è politico. Ma siamo abituati a pensare per compartimenti stagni, quindi devo rimanere nel mio compartimento?»

In questo momento di tensione un’altra cliente del caffè, una giovane donna, si avvicina. «Posso interromperla per dirle che la ammiro? Grazie. Sta facendo un ottimo lavoro», dice ad Albanese. L’ammiratrice è greca e Albanese ne è felicissima, dicendole che presto presenterà la traduzione greca del suo libro ad Atene e che si incontreranno di nuovo in quell’occasione.

È un’ulteriore conferma della straordinaria visibilità e influenza della relatrice speciale. Una volta che la donna se ne è andata, Albanese, visibilmente rassicurata, affronta la possibilità di un futuro in politica. «In Italia, alcuni temono e altri sperano che io possa entrare in un partito politico. E, francamente, se ci fosse un partito che mi sembrasse davvero una casa abbastanza grande da permettermi di continuare a essere me stessa, lo farei», afferma, prima di aggiungere subito: «Non esiste».

Lei si considera troppo ancorata al secolo scorso, dice, con tutti i pregiudizi che ne conseguono. Ritiene invece che il suo ruolo sia quello di “fare spazio” ai membri di una generazione più giovane che siano «abbastanza saggi e umili da entrare in politica e prendersi cura di ciò che resta del nostro mondo».

La sera stessa, una lunga fila di studenti provenienti da tutto il mondo, molti con la kefiah palestinese al collo, si forma fuori dall’Università di Ginevra per ascoltare il discorso di Albanese. È il secondo evento a cui è stata invitata nel campus e la sala è gremita ben oltre la sua capienza di quattrocento posti.

Si rivolge alla folla nello stesso modo in cui parla in privato: con disinvoltura, umorismo, aneddoti e un approccio ampio. Offre una narrazione di speranza, affermando che il mondo è in piena trasformazione. «La giustizia fiorirà per voi e per i vostri figli», dice alla sala. «Abbiamo il potere di porre fine a tutto questo. Lo cambieremo. Insieme, stiamo facendo meglio. Questo è il primo genocidio che ha provocato uno sconvolgimento. La Palestina è diventata una ferita, ma è la nostra ferita».

Gli studenti applaudono praticamente a ogni frase e quasi tutti si fermano a fare domande. Una giovane donna georgiana si alza per dire che Albanese ha ispirato tutti quelli che la circondano. Un’altra donna chiede come trovare il coraggio politico, lasciando intendere di aver perso il lavoro per aver parlato apertamente di Gaza. Il consiglio di Albanese è di non arrendersi mai: «La mia vita è diventata un’altalena», dice riferendosi alle minacce di morte e alle sanzioni. «Non avrei mai immaginato di vivere senza una carta di credito, eppure ci riesco. Le persone mi aiutano. La mia libertà è più forte della mia paura. Sei sconfitta nel momento in cui smetti di combattere».

(The Guardian, 14 aprile 2026)

È nella cura, nelle relazioni e nella partecipazione la via per costruire una comunità inclusiva, capace di trasformare Venezia in uno spazio condiviso e solidale

In vista delle prossime elezioni amministrative, ci siamo chieste quale contributo può dare una piccola comunità come la nostra (labfem5.0) che da più di un anno ha messo al centro della propria ricerca e discussione la città, facendo attenzione ai suoi problemi, alle criticità e ai punti di forza. Abbiamo pensato alla città avendo presente il dibattito politico in corso e alla luce dell’elaborazione di urbaniste e architette contemporanee come Annalisa Marinelli, Elena Granata e molte altre che, prima di progettare case, ambienti, luoghi pubblici, si sono interrogate sulle difficoltà che complicano la vita quotidiana in città e hanno cercato soluzioni pratiche per rendere gli spazi urbani vivibili, facilmente accessibili, più sicuri e dinamici. 

Abbiamo posto al centro, come cardine della vita in città, la relazione, forza viva della società, in cui coesistono dipendenza per la soddisfazione dei bisogni elementari e indipendenza di pensieri, progetti e aspirazioni.

Relazioni, cura, comunità sono state le parole-chiave che abbiamo cercato di tenere insieme nelle nostre discussioni. Assunte come criteri-guida dell’azione, queste parole aiuterebbero a governare la città secondo una prospettiva diversa da quella che tiene separate le numerose parti della città e non promuove legami di fiducia tra abitanti e istituzioni. 

Il percorso che delineiamo richiede la disponibilità a spostarsi dalla competizione alla cooperazione, dall’individualismo alla relazione, dal soggetto neutro universale al riconoscimento della pluralità e delle diverse soggettività che abitano in città.

Proponiamo di abbandonare il modello di città basato sul gioco degli interessi individuali e le logiche del profitto e adottare, piuttosto, quello che concepisce la città come organismo vivente complesso e interconnesso, intreccio di legami che sostengono la vita delle e degli abitanti.

Occorre uscire dagli schemi e assumere la responsabilità di parole e gesti che restituiscano umanità e senso di possibilità. Occorre confrontarsi con la complessità e la forte conflittualità del mondo attuale, avendo fiducia nell’efficacia di una pratica quotidiana fatta di gesti, scelte, decisioni che vengono ancora prima della politica nei partiti, pratica che spesso è invisibile o data per scontata.

In un mondo in piena crisi ecologica, economica e di valori, la cura, intesa come ascolto e attenzione all’altro e all’altra, è secondo noi il principio più adeguato al governo della città, è una forma di intelligenza relazionale che tiene conto della nostra vulnerabilità, dà valore al lavoro invisibile su cui si regge la vita comune, riconosce il tempo necessario ai processi di cambiamento, non sacrifica le persone all’efficienza e consente di trovare di volta in volta soluzioni originali ai problemi.

Agire nell’orizzonte della cura restituisce alle persone la fiducia di essere tenute in considerazione e il piacere di legami sociali che danno senso all’esistenza. 

Nel corso delle nostre discussioni ci siamo poste la domanda su che cosa fa comunità. Nella nostra città ci sono tante comunità legate a interessi o a diverse appartenenze culturali, linguistiche, sociali. Il problema è il passaggio dall’appartenere a una comunità specifica al sentirsi parte della comunità abitante e agire di conseguenza, con responsabilità e rispetto, avendo presente il bene della città in cui si abita. Occorre che ogni abitante possa sentirsi parte viva e attiva della città e della sua storia in continua evoluzione. Questo passaggio non è automatico, va pensato, favorito. Sono necessarie delle mediazioni perché ci sia partecipazione, accoglienza, inclusione. 

Pensiamo che sia compito di un’amministrazione promuovere il senso di comunità, creando occasioni di partecipazione, istituendo spazi di incontro, di socialità, momenti di festa, di gioco, di discussione pubblica, manifestazioni culturali, artistiche, sportive.

Auspichiamo che la nuova amministrazione agisca in questa direzione e riconosca senso politico ai luoghi della partecipazione, traendo da qui indicazioni e orientamento per il governo della città.

(YTALI, 14 aprile 2026)